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Hai Zi, "Un uomo felice"

19 Aprile 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Un uomo felice
di Hai Zi
Collana Poesia - Del Vecchio Editore  
Traduzione di Francesco De Luca

In libreria e in ebook dal 30 aprile 2020
Pagine: 180 - Prezzo: 15 euro, ebook: 7,99 euro



Francesco De Luca mi ha parlato spesso di questo libro che ha curato, del poeta che ha tradotto, del suo amore per la cultura cinese (che conosce a fondo) e che conta di diffondere anche in Italia, ben oltre i soliti stereotipi. L’esistenza di Hai Zi presenta molte analogie con la vita di Arthur Rimbaud (citato in epigrafe), perché anche lui produce l’essenza del suo corpus poetico in pochi anni, quindi muore suicida. Lascio la presentazione del lavoro alle parole della Casa Editrice, molto esaustive.

A trent’anni dalla sua morte arriva anche in Italia la raccolta completa del lavoro del grande poeta cinese Hai Zi, pubblicata per la prima volta in Italia da Del Vecchio. Hai zi si suicida appena venticinquenne sui binari del treno il 26 marzo 1989. Di fianco al suo corpo viene trovata una borsa che contiene una Bibbia, i racconti di Conrad, Walden di Henri David Thoreau e Kon-Tiki di Thor Heyerdahl. Un gesto simbolo da cui nasce il suo successo e che crea un vero culto intorno alla sua figura. La sua lirica senza tempo affonda le sue radici nella tradizione poetica cinese e si rivela al contempo incredibilmente attuale. Forse a causa della sua intrinseca dicotomia ha faticato, e fatica ancora, a trovare una collocazione univoca nonostante il grande successo di pubblico che lo ha portato a essere in Cina tra gli autori più letti e conosciuti di tutti i tempi. Prima della sua morte i lavori di Hai Zi erano pressoché sconosciuti, è solo in seguito al suo suicidio, che il culto attorno alle poesie e alla vita/morte del loro autore inizia a svilupparsi. Parallelamente cresce anche l’interesse accademico per il lavoro svolto da questo giovanissimo poeta che sviluppa la sua consistente produzione nell’arco di soli 6 anni. Pur essendo un artista figlio della rivoluzione culturale, i suoi lavori sembrano non avere alcun appiglio con la realtà politica e sociale del suo tempo, e questo gli valse e gli vale tutt’ora non poche critiche, ma a ben guardare nei versi di Hai Zi si nasconde un messaggio universale che parla all’umanità intera, al di là dei momenti storici, con una spinta trascendentale impossibile da ignorare che quindi parla di vera e universale libertà. La poetica di Hai Zi sfugge alle categorizzazioni, non si piega alle necessità piccine, perché nella sua autenticità sta la sua potenza, nella ricerca di sé in quel collegamento che unisce l’individuo al tutto, quindi nella poesia che forgia il mondo risiede il suo vero e profondo messaggio.

Francesco De Luca (scrittore, poeta e traduttore dal cinese) nel 2019 ha pubblicato il romanzo Karma hostel con Il Foglio Letterario. Il libro narra le vicissitudini di un ragazzo italiano che, deluso dall’esistenza che conduce in patria, decide di trasferirsi in Cina e di aprire un piccolo albergo per surfisti. Il romanzo fa capire molte cose della cultura cinese, affrontando il tema dei movimenti di opposizione e dei dissidenti.

 

Le poesie sono tutte edite con il testo cinese a fronte. Vediamone alcune.

Agricoltori

Nel fiume blueggiante
lavo le mani
lavo le mani dalle antiche guerre
combattere è già qualcosa di lontano
di non più adatto
il mio sangue
afferra la mia preziosa spada
l’armatura
finanche la corona
per nasconderli tra alte montagne
carrozze da Nord
si arrestano nell’affetto della terra gialla
ma la terra tramandata di generazione in generazione
sta dormendo nel sacco di semi

(1983)

In mare

Tutti i giorni son giorni in mare
povero pescatore

grumi di carne come una fune maldestra
lanciato sulle onde

vuole afferrare terre lontane

oggetti luminosi

anche solo i finti sorrisi del sole

ma afferra solo assi di legno marce:

capanne, barche e bare

dorsi di pesci migrano in branchi

senza fine e senza inizio

della giovinezza solo si può dire

quanto sia fragile

 

(Giugno 1984)

Natura

Lascia che io dica
è una donna forte e bella
pesciolini blu sono i suoi orci
e sono i suoi svestiti abiti
lei sa amarti con la carne
nelle canzoni popolari da tempo ti ama
Guardando in alto in basso
talvolta ne accarezzi il corpo
seduto sul tronco la baci
ogni foglia è le sue labbra
ma non la vedi
come sempre tu non la vedi
ma lei da lontano ancora t’ama.

(1984)

Villaggio

Nel villaggio abitano
madre e figlio
il figlio tranquillo cresce
la madre tranquilla osserva.
Tra i fiori d’amento
il villaggio è una barca bianca
le mie sorelle si chiamano fiori d’amento
le mie sorelle sono splendide.

(1984)

Autoritratto

Lo specchio è una ciotola
sul tavolo
il mio viso
è la patata nella ciotola
Ecco, escono da terra
queste dolci ossa

(1984)

 

 

Sguardi

Fiori di pero
sul muro di terra scivolano
suoni di campane di armenti
Zia ha portato due nipotini
ritti davanti a me
come due tozzi di carbone nero
forte davvero il sole
di tutto il creato in crescita, frusta e sangue!

(1985)

Mezza poesia

Sei mia
mezza poesia
ami metà col cuore
nascondi metà col corpo
sei mia
mezza poesia
che nessuno cambi una parola.

(1986)

Antologia d’amore

Seduto sul candeliere
sono una corona di fiori
penso a un’altra corona di fiori
non so quando offrire
non so come porre.

(1986)

 

Le traduzioni sono di Francesco De Luca.

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"Shilde" (1988) Regia di Darezhan Omirbayev

17 Aprile 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Con il cortometraggio Shild ("Luglio" in lingua kazaka) il regista Darezhan Omirbayev esibisce deciso il suo biglietto da visita e, di conseguenza, mostra fin da subito un concreto potenziale. Successivamente diventerà uno dei maestri del cinema made in Kazakistan.

In questo caso si parla di cinema sovietico, anzi, di morente cinema sovietico, visto che il crollo dell’U.R.S.S. risultava imminente. Nonostante la limitatezza dei mezzi tecnici a disposizione, il regisseur riesce a confezionare un gioiellino che, a mio avviso, ha dei richiami con il neorealismo e dove la trama è secondaria, infatti, il susseguirsi è “narrato” attraverso la prospettiva di due bambini che, a momenti, potremmo etichettare come Ladri di meloni.

A questo punto mi chiedo se Omirbayev non abbia tratto ispirazione, almeno parzialmente, addirittura prendendo in prestito alcune sequenze, da Ladri di biciclette di Vittorio De Sica. Ad ogni modo, l’atmosfera ricreata non lascia indifferente l’attento spettatore: povertà, doveri e tediosità quotidiana. I due bambini trovano soltanto un qualche stimolo col cinema, con delle ragazzate e giochi infantili. Oltretutto il finale presagisce come, globalmente, per grandi e piccini la condizione nelle steppe in Kazakistan rimane e rimarrà “arida”.

Vorrei segnalare che con “Shilde” è possibile fare i dovuti collegamenti con il successivo lavoro filmico del già citato kazako artista, ovvero il lungometraggio, Kairat, tanto da considerare il primo un prequel diretto, per via di alcuni dettagli che non mi sono di certo sfuggiti.

Il bambino assomiglia tantissimo all'adulto Kairat, entrambi interessati a opere filmiche, entrambi provenienti da una località pastorale/contadina piuttosto squallida, entrambi protagonisti di quell'essere non proprio incentivati, ed entrambi che si lasciano travolgere dall'uggiosità esistenziale a dispetto di un sole che irradia quei luoghi dimenticati da Dio. Cosa molto importante, è presente una sequenza onirica che si confonde con la realtà, indubbiamente tale espediente filmico viene preservato e sfruttato successivamente in maniera ancora più decisa col film appena menzionato, prodotto agli inizi degli anni novanta.

Quindi, assemblando il cortometraggio e il lungometraggio, sicuramente il risultato finale non lascia margini di dubbio, ovviamente, secondo una mia predisposizione da appassionato spettatore cinematografico.

Tra le varie cose mi sono focalizzato su come fin dall'inizio sia stata gestita la cinepresa, in quanto si sposta verso l'alto e intorno alla finestra, attraverso la madre addormentata e il ragazzo sveglio, per poi seguire il movimento pigro di una mosca che ronza. Che sia una sorta di colonna sonora sperimentale? Il movimento appare scandito ulteriormente appena il protagonista si alza dal “giaciglio”, dove è facile capire la sua situazione, l’ambiente, il ceto etc.

La scalcinato ed improvvisato cinema, in cui viene mostrato un melodramma musicale russo in stile Bollyowood, beh, Omirbaev continua ad avere buona padronanza di regia e sa “inquadrare” con professionalità, ad esempio lo sfiorarsi l’avambraccio quasi discreto tra i due fanciulli, elemento peraltro presente anche in Kairat.

In conclusione, direi che è uno di quei cortometraggi da visionare, adatto per molti ma non per tutti.

 

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Vincenzo Zonno, "L'ultimo spettacolo"

10 Aprile 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

L’ultimo spettacolo

Vincenzo Zonno

 

Catartica Edizioni, 2020

Pp 192,

14,00

 

Ormai Vincenzo Zonno ci ha abituato al proprio stile superlativo (a parte piccolissimi errori, forse solo refusi) di cui riveste e ammanta il suo surrealismo, che mescola a vari generi letterari, dal romanzo storico, all’horror, qui, nello specifico, alla fantascienza.

Al solito, confesso di non aver capito molto della trama del tutto onirica – e di non aver nemmeno avuto interesse a comprendere - ma di essere stata colpita dall’ambientazione. In un futuro ucronico e distopico, dove tutto è controllato dal governo centrale, i cittadini sono indottrinati e spiati attraverso gli schermi della televisione. Ogni cosa è artificiale, l’erba è sintetica, i fiori sono di stoffa, il profumo viene spruzzato da erogatori nascosti, ci si sposta a bordo di grandiosi dirigibili. Ogni aspetto della vita è diretto e amministrato dal governo. Le relazioni amorose sono regolamentate, persino la religione e l’accesso al paradiso esigono una tessera. Per decidere se si è colpevoli o innocenti c’è un elaboratore elettronico che esamina i dati degli interrogatori e stila il giudizio finale. È stata riammessa la tortura e la pena di morte viene comminata senza rimpianti. Persino i mali di stagione sono disciplinati dall’alto.

I cittadini vivono (o, meglio, vegetano) sollevati dal pensiero di scegliere e di ragionare con la propria testa, è tutto semplice, asettico, freddo. Solo il sogno li salva. Come nel film Matrix, non si sa qual è la realtà e dove finisce l’immaginazione. Non si sa chi crea cosa, chi plasma chi. Chi dorme e chi è sveglio. Chi è carnefice e chi vittima. Forse "sogno quindi sono"? 

La realtà è piatta e asfissiante, ma c’è “l’ultimo spettacolo” messo in scena per Rebecca, un tempo insegnante di danza e che ora non può nemmeno spiegare a una bambina come si balla. Una bellissima performance su un palcoscenico. Un mondo parallelo fatto di arte fantasmagorica che sublima la bruttezza del reale.

I personaggi del romanzo sono vari e strani. Harpo, un tizio che viene accusato d’omicidio ma non si può interrogare perché dorme. Un elettricista che uccide la gente. Rafaela, una ragazza morta su una panchina. Rebecca, la ex di Harpo. Carl, il delegato che indaga sull’omicidio di Rafaela, incarnazione fisica del travet, della burocrazia spersonalizzata. Convergono e si mischiano, entrano ed escono dal sogno, dal racconto che uno dei protagonisti sta scrivendo, dalla mente confusa del lettore.

Una scrittura bellissima ma, come già detto, volutamente al servizio di trame sempre più da teatro dell’assurdo. Un romanzo di nicchia, frutto di autoerotismo letterario, diretto a chi ha voglia di faticare, ricostruire, far combaciare i pezzi del puzzle. Zonno, è così. O lo si odia o lo si ama. Devo ancora decidere.

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Antonia Pozzi, "Tu sei l'erba e la terra"

8 Aprile 2020 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Tu sei l'erba e la terra

Antonia Pozzi

 

Garzanti Editore, 2020

 

 

Tu sei l'erba e la terra di Antonia Pozzi (Garzanti Editore, 2020) è una dichiarazione indistinta di solitudine sfumata nel disincanto dell'anima, appassionata e struggente, in un'unica e sconfinata poesia d'amore che la poetessa ha rivelato per tutta la sua breve vita. La nostalgia, l'arrendevole passione, la ritualità evocativa delle sue confessioni, sono il terreno propizio custodito nei versi, avvolti da un'apparente quiete di grazia e rassegnazione, assorbiti  nell'essenza crepuscolare e nella dissolvenza espressionista della malinconia. Le parole, commosse e orgogliose, sostengono la perdizione dell'assenza. La poesia di Antonia Pozzi accoglie il sortilegio dell'impulsività  avvicendando il ricordo di una condanna sentimentale, nella sua passione per il suo amato professore, con il suo corteggiamento infelice e tormentato, consumato dal dolore e da un'aspettativa non corrisposta. I testi sono salvifico intervallo nella dilatazione emotiva e richiamano l'autentica e trascinante forza magnetica della natura, conforto originario di serenità e grembo di affinità romantica, oltrepassano le stagioni ostinate delle promesse e della dignità riconosciuta “sulla via dei luoghi amati”, dove l'avvenenza sussurra, sincera e fedele, l'estetismo poetico nello specchio dei movimenti sinuosi delle adorate montagne. La poetessa è testimone della riservata e rigorosa decadenza che addensa l'ostilità delle ombre e scava nelle atmosfere desolate dello spirito. Il mondo, elegantemente violento e superbo, è fatto di desideri e illusioni, si nutre di lacrime e di attese e la poesia visiva di Antonia Pozzi è un'immutabile e rarefatta inquietudine scandita dallo squilibrio degli indugi. Il destino della poetessa non ha via d'uscita se non nell'unico finale possibile e stringe intorno a sé l'esasperata povertà della sostanza di un sogno infranto, di una lacerante lusinga di chi desidera il ritorno alla vita, al vivere in poesia. I versi ascoltano il respiro di una sacrificata sensibilità, affondano nella memoria il rovescio di una pena abbracciata all'esistenza ferita. Le poesie di Antonia Pozzi giunte solo postume tornano a far luce e rumore da “un'esile scia di silenzio”. Presagio rappresentativo è la fatalità improvvisa di chi muore giovane e suicida condividendo nell'intreccio al male di vivere che accomuna altre importanti poetesse, l'impossibilità di colmare il vuoto interiore, premeditato nell'incompatibilità della disperazione di una morte intenzionale.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

 

Lampi

 

Stanotte un sussultante cielo

malato di nuvole nere

acuisce a sprazzi vividi

il mio desiderio insonne

e lo fa duro e lucente

come una lama d'acciaio.

 

S. Margherita, 23 giugno 1929

 

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Sfiducia

 

Tristezza di queste mie mani

troppo pesanti

per non aprire piaghe,

troppo leggére

per lasciare un'impronta -

 

tristezza di questa mia bocca

che dice le stesse

parole tue

- altre cose intendendo -

e questo è il modo

della più disperata

lontananza.

 

16 ottobre 1933

 

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Pensiero

 

Avere due lunghe ali

d'ombra

e piegarle su questo tuo male;

essere ombra, pace

serale

intorno al tuo spento

sorriso.

 

maggio 1934

 

 

 

 

Convegno

 

Nell'aria della stanza

non te

guardo

ma già il ricordo del tuo viso

come mi nascerà

nel vuoto

ed i tuoi occhi

come si fermarono

ora - in lontani istanti -

sul mio volto.

 

29 maggio 1935

 

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Brezza

 

Mi ritrovo

nell'aria che si leva

puntuale al meriggio

e volge foglie e rami

alla montagna.

 

Potessero così

sollevarsi

i miei pensieri un poco ogni giorno:

non credessi mai

spenti gli aneliti

nel mio cuore.

 

8 giugno 1935

 

 

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Valerie Perrin, "Cambiare l'acqua ai fiori"

1 Aprile 2020 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 
 
 
 
Cambiare l'acqua ai fiori
Valerie Perrin
 
Edizioni E/O, 2018
 
 
"Il tempo è magnifico quando qualcuno ci ama" recita una delle frasi che precede ogni capitolo del libro. Ma è magnifico anche quando amiamo, pazienza se il sentimento è a fondo perduto, nessun amore è mai inutile, anche se non ricambiato ci insegna sempre qualcosa su di noi. E Violette ama. La sua fiammella vitale, nonostante le tragedie e le ingiustizie che l'hanno segnata, e che man mano ci vengono disvelate, non si è mai spenta. Ma la tiene al sicuro, ormai sfiduciata e spaventata che qualcuno possa spegnerla. Perciò ha una cameretta color pastello al piano superiore ma riceve solo nello spoglio soggiorno monocromatico. Perciò ha un armadio di vestiti colorati e fioriti che rigorosamente indossa sotto pastrani e soprabiti neri o blu scuro. Nessuno deve conoscere il lumicino che ancora rabbioso e cocciuto arde dentro di lei. Preferisce raccontarsi di essere morta, come gli ospiti del cimitero di cui fa la guardiana, occupandosi di mille piccole cose che non le spettano, perché, lo dice lei stessa, se dovessimo fare solo ciò che rientra nelle nostre mansioni, solo ciò che ci si attende da noi, che noia sarebbe la vita? Ha deciso così, Violette, di traghettare quel barlume di linfa vitale fino al comune destino di tutti noi in un silenzio ornato da alcune bugie. Nessuno deve sapere. Troppo dolore. Ma il destino con i suoi fili lunghissimi, e dalle imprevedibili reti, inizia a intessere una delicata trappola che scatterà 37 anni dopo e che le farà capire che la vita non può stare troppo a lungo celata, deve esplodere, ardere, come la gioia, come l'amore. La vita trova sempre una fessura da cui filtrare e inseminare noi stessi e chi ci circonda. Quella vita che ci mette di fronte a prove apparentemente insormontabili ma che ci dà sempre la forza per superarle, quella vita che ci insegna che non sempre la verità ci rende liberi, a volte è meglio speculare nel dubbio e scegliere la soluzione più pacificatoria per noi, perché certe verità sono una condanna a vita. Quella vita con un senso dell'umorismo crudele che ti toglie in maniera assurda una famiglia per restituirtela fuori tempo massimo, quando ormai non ci credevi più, quando dicevi che non era più roba per te. Quella vita che lega la tua esistenza a una anziana coppia clandestina che pare uscita da un film e ti fa capire che il caso, come il male, è amorale, segue un binario il cui senso possiamo distinguere solo al capolinea, se riusciamo. Quella vita che ci sorprende dimostrandoci che i giudizi sulle persone, anche quando ponderati dopo anni di conoscenza, possono essere semplicemente sbagliati, perché tutti siamo feriti, fragili, ammaccati, e tutti a modo nostro ci difendiamo, a volte attaccando. Ma magari siamo troppo insicuri per ammetterlo.
La Perrin, fotografa e scenografa, compagna di Lelouche, scrive un libro semplice, che non ci racconta nulla di nuovo, ma lo fa con dolcezza, garbo, luminosità, senza mai scadere nello smielato o nello scontato, con dei colpi emotivi ad effetto sfruttando il solo costrutto narrativo.  I personaggi ben delineati, sono vivi e plastici, umanissimi e dolenti. Un romanzo che con delicatezza ci ricorda che ogni punto di fine corrisponde a un nuovo inizio, e anche in un piccolo cimitero di campagna possono rinascere la vita e la redenzione.
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DAVANTI A TRIESTE di Mario Puccini (1887-1957)

22 Marzo 2020 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

Il giovane sottotenente Mario Puccini, marchigiano di Senigallia, raggiunge il fronte nel 1916. Appena messo al comando di un plotone di soldati più esperti e più anziani di lui, cerca di trovare un colloquio con questi uomini semplici, obbligati alla guerra, diffidenti verso gli ufficiali. Nonostante la differenza di cultura (Puccini tiene nel suo zaino Foscolo, Leopardi, Dante), riesce con un insieme di bonomia e autorità a fare breccia tra loro che trovano in lui un consigliere oltre che un capo. La quotidianità del vivere insieme è pienamente esaltata nei gesti, nelle espressioni, negli atteggiamenti dei compagni; ma non si deve pensare a una prosa semplice e poco studiata. In realtà oltre a vari slanci lirici nelle descrizioni dei paesaggi, il linguaggio si apre a immagini vivissime, a tratti quasi di gusto futurista: " .. il cannone da campagna ciancia i suoi proiettili tra i denti e li caccia via ... Nei bagliori prodotti dai colpi in partenza, ti par vedere torsi di colossi muoversi tra masse di ferro incandescente".

Non mancano toni elegiaci come nel legame con la dolina carsica fatta attrezzare sotto i suoi ordini e poi lasciata con un velo di tristezza, tanto da tornarvi appena possibile e gustarne con esibita malinconia i cambiamenti intervenuti dopo che un altro reparto vi si era sistemato. E dovunque c'è un'attenzione somma al carattere genuino e popolano dei suoi subalterni, uomini capaci di ribellarsi se manca il tabacco, ma in buona parte disposti al sacrificio nei momenti delicati. Colpisce soprattutto la coralità (peraltro parziale) del racconto in cui i vari soldati, sollecitati dall'autore, danno le proprie impressioni.

Le azioni descritte sono quindi quelle vissute a livello principalmente di plotone, con le sofferenze patite nella quotidianità della guerra; è però una sofferenza resa meno aspra dalla collaborazione tra gli uomini, dal gusto della battuta facile, dallo sguardo di un paesaggio che non stanca; non ci sono particolari attacchi verso i superiori e anche la polemica verso gli imboscati non decolla mai. Oltretutto le operazioni cui Puccini prende parte, sono tutte concluse con dei successi tattici, per quanto sanguinosi.

Le particolarità dell'opera sono quindi legate allo stile e alla capacità di raccontare alternando la voce del memorialista e le voci dei vari soldati, costruendo in parte un racconto dal basso della guerra sul Carso, fatto piuttosto raro nella letteratura del periodo.

Mario Puccini, oggi poco noto, fu una personalità culturale poliedrica; figlio di un editore ed editore egli stesso, conobbe Ungaretti con cui ebbe un vivo scambio epistolare durante il conflitto. Scrisse romanzi, saggi, novelle. Fu anche uno studioso di letteratura spagnola.

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Giulio Berruti, "Nude sì ma sotto la doccia"

12 Marzo 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Giulio Berruti
Nude sì ma sotto la doccia
La censura e il comune senso del pudore in nome del popolo italiano
Il Foglio Letterario - La Cineteca di Caino
Pag. 305 - Euro 15

 

Tra i tanti libri di cinema ne consiglio uno scritto da Giulio Berruti - autore de L’albero verde, collaboratore di Corrado Farina per Hanno cambiato faccia e valido documentarista - che scandaglia il mondo della censura nel cinema italiano, compiendo una vera e propria analisi sociologica. Berruti parla di cinema, cita titoli come Vedo nudo, Signore e signori buonanotte, Tre passi nel delirio, La dolce vita, La grande abbuffata, Rogopag, La classe operaia va in Paradiso, La moglie più bella, Zabriskie point … Nel suo racconto parla di dive che hanno avuto vita difficile grazie a solerti censori, attrici come Sylva Koscina, Stefania Sandrelli, persino Gigliola Cinquetti giovanissima cantante e Ornella Muti moglie troppo giovane. Registi contrastati dal potere e dalla censura serva dello stesso potere, gente come Visconti e Pasolini - emarginati pure per motivi di scelta sessuale - ma anche Antonioni e Fellini (La dolce vita fu definita da Scalfaro sul quotidiano cattolico L’Avvenire come La sconcia vita!). Berruti fa capire l’evoluzione del comune sentimento del pudore nel corso degli anni, spiegando come una norma inserita nel codice penale fascista abbia continuato a essere applicata per sequestrare e modificare pellicole pericolose. Se in un film si ironizzava troppo sulle forze dell’ordine tutto veniva ricondotto alla presunta normalità, quando c’erano esposizioni di epidermide eccessive si limitavano, venivano imposti tagli e sforbiciate di sequenze erotiche, spesso soprattutto per le implicazioni religiose e politiche che certe sequenze incriminate comportavano. Un saggio interessante e documentato, con molte foto d’epoca in bianco e nero, che racconta la crescita della società italiana del dopoguerra attraverso il cinema, dal primo neorealismo e i film con Totò (il principe ebbe problemi di censura politica con la sua Carolina) ai grandi autori degli anni Sessanta impegnati politicamente come Fellini, Pasolini e Visconti. Un lungo viaggio muniti di forbici per conoscere tutti i fotogrammi censurati dal cinema italiano, le immagini e le frasi che non potremo più apprezzare. Scritto come un romanzo.

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DIARIO DI GUERRA DI UN CADUTO SUL CARSO

11 Marzo 2020 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

È un libro breve quello del soldato Antonio Poli; poche pagine con notazioni semplici costituiscono il suo diario di guerra. D'altronde l'esperienza bellica è concentrata in un pugno di mesi; agli inizi del 1916 viene arruolato e destinato alla Brigata Salerno, a luglio è sull'Altopiano di Asiago, nel mese successivo il suo reparto si sposta sull'Isonzo.

La prosa è lineare e non ci sono grandi episodi, anche se il realtà il dramma è sempre a pochi metri da lui che ci racconta di bombardamenti riportando i nomi dei caduti, di un assalto, di qualche momento di pausa in cui può scrivere a casa, augurandosi di avere presto una licenza. Nel suo paese lo attendono la madre, la sorella e tre figli; lui ha già perso la moglie e perciò la partenza per la guerra, a 31 anni, è una vera iattura. Viene da chiedersi, quale necessità ci fosse per lo sforzo bellico generale di avere in prima linea un padre di tre figli, per giunta vedovo; un incarico nelle retrovie, lontano da fronte, lo avrebbe legittimamente salvato. Chissà, forse c’erano gli estremi per fare una richiesta specifica di questo tipo.

Ma nelle poche pagine del testo non c'è polemica o lamento, ma l'implicita accettazione del dovere. Le sue spoglie poterono tornare nel suo villaggio, insieme alle sue cose, tra cui il diario, grazie a un barelliere suo compaesano; il testo, fortunatamente recuperato, è stato custodito e poi pubblicato ad opera dei discendenti. C'è quindi, in questo senso, un finale positivo a una vicenda triste. L'immagine di lui, caduto sul Carso il 9 ottobre 1916, è quella di uno degli innumerevoli soldati di  semplice estrazione; i suoi genitori  erano stati emigrati in America Latina e lui lavorò come mugnaio prima della guerra. È uno dei tanti, partiti e mai più tornati, ma non per questo dimenticati.

 

 

                                                                                                                                                                                       

 

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Antonio Scurati, "Il rumore sordo della battaglia"

9 Marzo 2020 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia


 

 

 

Il rumore sordo della battaglia

Antonio Scurati

Bompiani , 2018

 

 

Il romanzo storico di Scurati è raccontato in prima persona dal protagonista, il giovane Sebastiano; è un esponente della piccola nobiltà, nato nel 1476 in un'Italia dove lo splendore delle corti avrebbe mostrato presto crepe politiche e militari tali da aprire la strada alle invasioni straniere. Quando il ragazzo, rimasto orfano del padre, caduto combattendo da cavaliere contro le picche svizzere nella battaglia di Morand, imbraccia le armi, la penisola subisce nel 1494 l'invasione di Carlo Ottavo; in questo periodo c'è l'incontro con Giovanni Dellanotte detto Malacarne, un misterioso e cupo mercenario, a capo di una setta (i Fratelli) di cui lentamente nella vicenda si spiegano le particolarità. Mentre la guerra infuria, il ragazzo si lega al feroce e carismatico condottiero; la sua setta ha come scopo la guerra combattuta a viso aperto, sfidando il nemico con armi bianche, da cavalieri, come nel Medioevo. Ma già appaiono armi come cannoni, colubrine, spingarde, archibugi che iniziano a cambiarne il volto; gli intrepidi cavalieri vengono abbattuti da lontano dalle nuove armi. Questo per Dellanotte è intollerabile; è un modo in cui il soldato riesce a ingannare la morte, vincendo in modo subdolo, senza onore, senza guardare negli occhi l'avversario. I Fratelli combattono invece diversamente, bramando di uccidere da vicino. Il Malacarne e i suoi passano da una compagine all'altra, ora sono con gli Spagnoli, ora con i Francesi, poi da soli. Appaiono come dei "luddisti della guerra"; le armi da fuoco vanno distrutte e anche quelli che le usano, chi lavora con la polvere pirica merita la morte, gli stessi artigiani e operai che fabbricano gli archibugi vengono trafitti senza remore. La loro è consapevolmente una lotta contro la storia, ma non importa, perché non amano la vita e sono voluttuosamente attratti dalla morte in battaglia insieme ai compagni. La morte tramite il ferro, non il fuoco, è l'unica misura della grandezza tragica cui il cavaliere deve tendere. Sono personaggi maledetti; non credono nella vita ultraterrena, quella terrena è accettata solo in quanto se ne auspica la fine in modo violento, in un'orgia di sangue. È un cupio dissolvi. Non importa vincere, ma morire nel modo giusto. Conta solo che ci sia una battaglia e che sia grande, spiega Giovanni Dellanotte. Il giovane aderisce a questa filosofia disperata, cercando un ruolo e una identità nel suo inquieto vivere, agitato da sogni in cui appare il padre che non ha mai conosciuto. Non c'è nulla di romantico nella loro impostazione antitecnologica; il loro "viva la morte" viene descritto, a un certo punto, come qualcosa di animalesco. Solo la condivisione  con i compagni di questo reiterato "abitare la battaglia" getta un filo di luce, quella dell'amicizia, su esistenze senza speranza. Improvvisamente il protagonista si stacca dai Fratelli, dopo l'ennesimo massacro; addirittura decide di diventare un archibugiere, tradendo lo spirito della Fratellanza; questa svolta non ci appare ben spiegata e approfondita, ma non sembra dettata da un ripensamento etico, dato che permane un fondo di disperata accettazione della vita da soldato. È uno dei punti deboli del libro. L'altro aspetto che lascia perplessi è l'insistere sulla fisicità, sulla carnalità, sugli istinti; sembra che l'autore senta il costante bisogno di convincerci che quella era un'epoca di brutalità e di conseguenza si deborda in fatto di descrizioni di violenze e di torture.

Invece le ambientazioni  delle battaglie sono superbe; si parla di eventi storici come la battaglia di Fornovo e quella di Pavia e di personaggi come i Borgia e i capitani di ventura dell'epoca.

Nel complesso un bel libro, in cui la luce del Rinascimento lascia posto alle brutture di guerre senza fine, in un mondo di diffusa corruzione.

 

 

 

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Aldo Dalla Vecchia, "Mina per neofiti"

7 Marzo 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #musica

 

 

 

 

Mina per neofiti

Aldo Dalla Vecchia

 

Graphe .it, 2020

pp 101

8,50

 

 

Prima di parlare di Mina per neofiti, ultima fatica di Aldo Dalla Vecchia, devo fare una precisazione che scandalizzerà i più e mi attirerà il discredito di tutti. A me non piace Mina, non amo la sua voce – quando la sento cambio canale – non amo il suo personaggio né chi, come il giornalista Vincenzo Mollica, l’ha sempre incensata e ha contribuito a costruirne il mito. Penso che sia una bravissima cantante, una raffinata interprete, con dei notevoli virtuosismi vocali, ma come ce ne sono altre, ad esempio Giorgia.

Ho letto questo libro, tuttavia, con interesse, e con un pizzico di curiosità. L’interesse è stato soddisfatto, la curiosità no.

Il fascino di questa biografia – definita un “bigino”, un manualetto di consultazione sulla carriera e le opere della tigre di Cremona - sta ancora nell’inconfondibile penna di Aldo Dalla Vecchia, sempre garbata e nostalgica, che ci fa rivivere molti decenni della nostra cultura nazionale. A parte la Storia con la Esse maiuscola, quello che impatta sul lettore è il fascino della ricostruzione d’epoca, le piacevoli atmosfere del tempo che fu, il rimpianto.

Preferisco la parte dedicata agli anni sessanta e settanta, quando Mina si concedeva ancora come personaggio televisivo glamour. Televisione degli esordi, quella, con show come Milleluci capaci di fare ventitré milioni di spettatori, cifre inarrivabili oggi. Rivediamo Mina con Raffaella Carrà, a colpi di tacchi, minigonne e ombelico scoperto, oppure Mina con Alberto Lupo, eroe de La Cittadella, sogno erotico delle casalinghe, con la sua voce suadente e le sue “parole parole” riprese persino da Papa Francesco.

Mina è stata, oltre che una brava cantante, un personaggio sofisticato, elegante, modernissimo che molte donne imitavano per look e acconciature. Dopo si è trasformata in un mito sfuggente, una sorta di Elena Ferrante della musica. Laddove Battisti è riuscito, ahimè, addirittura a morire, lei si è limitata a oscurarsi, a rendersi irraggiungibile, preziosa e… “costosa”.

Il personaggio Mina, oggi ormai alle soglie degli ottanta anni, è qui mostrato nelle sue molteplici sfaccettature, ad esempio la sua partecipazione come articolista a giornali importanti. Pare che Mina Mazzini abbia, oltre ad un’ugola d’oro, anche una penna sagace e incisiva.   

La mia curiosità, invece, è stata disattesa. Mi aspettavo più gossip, più vita privata, proprio quella che Mina ha sempre difeso mascherandosi e ammantandosi, ma nel libro non si parla né di amori né di pettegolezzi. L’autore, innamorato della cantante e della sua arte,  ne ha rispettato la scelta di libertà e autonomia, scrivendo un libro asciutto, che ha quasi lo stile di una tesi di laurea, arricchito da preziose testimonianze d’epoca, tratte da giornali, riviste, saggi, biografie e interviste.

A livello personale ne ho tratto godimento rievocativo, come sempre con le opere di Dalla Vecchia, ma anche un quadro utile e puntuale della carriera di un’artista senz’altro fondamentale nel panorama canoro e culturale italiano.

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