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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

recensioni

Attilio e Ninetta Bertolucci, "Il nostro desiderio di diventare rondini"

7 Ottobre 2020 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Il nostro desiderio di diventare rondini- Poesie e lettere di Attilio e Ninetta Bertolucci, a cura di Gabriella Palli Baroni (Garzanti Editore, 2020) racconta l’incanto intimista della dimensione sentimentale senza confini, in ogni gentile e tenue sfumatura, attraverso la rappresentazione lirica di luoghi, ambienti e ricordi abituali e la descrizione spontanea di un’elegia degli interni intorno a domestiche e familiari rivisitazioni romantiche. I testi, composti dalle poesie e dalle lettere che hanno congiunto costantemente l’alleanza emotiva dei protagonisti nel miracolo dell’amore e nella solennità della poesia, manifestano la partecipazione appassionata alla bellezza, leggera e sensuale delle dichiarazioni d’amore. La consapevole riconoscenza di un’infinita confidenza di complicità, celebra la lealtà della memoria nell’esperienza sensibile della tenerezza. Le parole, patrimonio dell’anima, concedono la percezione di un tempo ulteriore nell’esistenza, evocano  l’idea di una vita prolungata, nella compiacenza felice di narrarsi il mondo interiore con l’intento comune di divulgare l’eternità. Il libro promuove gelosamente il consenso a custodire la sorgente degli affetti e a proteggere la relazione con la realtà. Le poesie di Attilio Bertolucci dischiudono i periferici collegamenti degli orizzonti e sconfinano nell’armonia medianica della voce interpretativa e dello sguardo narrativo. Il riassunto artistico, dolce e temerario della vita si intreccia al vincolo del possesso biografico accompagnando la fiduciosa empatia del filo di continuità, la somma amplificata di ogni eloquente promessa sostenuta da impronte invisibili nelle emozioni d’amore, nella generosità del desiderio. L’affabilità amorosa che unisce Attilio e Ninetta Bertolucci nelle lettere, congiunge l’elemento distintivo della stabilità, scrivendo e fermando su carta la sintonia emotiva, con un’accordo d’intesa verso un tragitto privato di crescita umana e spirituale, un’unione solida e resistente in cui la conoscenza reciproca del rispetto sostiene sempre la pienezza esistenziale e mantiene la sensibile espressione dell’accoglienza e della presenza benevola della quotidianità. Il libro è un ideale tangibile di donazione alla soave amorevolezza, nella virtù necessaria ad esaltare la dedizione di chi amiamo e a riconoscere la solidarietà. La speranza nutre la grazie reciproca di ogni comunicazione leggendo, nella prospettiva dei sogni e nella gioia di vivere, la tendenza della volontà ad aggiungere forza comprensiva nella storia e a raggiungere il privilegio naturale di condividere il tempo, sostenendolo a vicenda. La disponibilità alla progettualità nell’unione è l’esortazione principale del libro ed  invita ad un impegno verso l’essenziale, dolce e magica percezione del mondo affettivo. Il titolo del libro Il nostro desiderio di diventare rondini,  preso da una lettera scritta da Attilio a Ninetta, è metafora e simbolo dell’amore coniugale, un aspetto segreto della semplicità e della saggezza, strettamente legato alla predilezione per un atteggiamento capace di riconoscere la purezza del corteggiamento. Il rinnovamento dello spirito libero che incrocia l’anima incoraggiando l’impulso al viaggio da compiere insieme abbracciando l’unicità di volersi bene.

 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Amore a me...

 

Amore a me vicino

di tua crudeltà mi consola,

fuori è notte e cade

una dolce pioggia improvvisa.

 

La famigliare lampada rivela

le intime e care cose,

amore parla e parla di te

sommesso, come acqua fra erbe alte.

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Madrigale

 

Sì: ho colto i garofani alteri

delle tue guance,

e avevano corolle sì rance

con sì bizzarri screzi neri...

 

Ma sotto i tuoi occhi

son cresciute viole,

come di marzo al primo sole,

sulle rive dei fossi.

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La rosa bianca

 

Coglierò per te

l’ultima rosa del giardino,

la rosa bianca che fiorisce

nelle prime nebbie.

Le avide api l’hanno visitata

sino a ieri,

ma è ancora così dolce

che fa tremare.

È un ritratto di te a trent’anni,

un po’ smemorata, come tu sarai allora.

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Questa sera il sole...

 

Questa sera il sole tramonta nei tuoi occhi

l’inverno vi si spegne, lenta brace tranquilla.

Così la gente indugia per le strade che l’ombra

non ha toccato ancora, ma il fumo appena

da umili camini intimamente annuvola.

Tu lascia che ristagni sulle case ed offuschi

i lontani del cielo che scolora.

Finché un’altra pena

porti la notte, vigilia della primavera.

 

L’amore coniugale

 

Ma se la pioggia cade

la camera s’oscura...

L’amore ancora dura

che le gocce più rade

la finestra più chiara

i tuoi occhi più neri

e oggi come ieri

come domani. Amara

sui tetti umidi brilla

la giornata nel sole

che si volge sulle viole

risorte stilla a stilla.

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Non

 

Non mi lasciare solo se io

ti lascio sola

e intorno a te la luce

è quella che fa piangere

dei giorni ordinari,

 

non allontanarti con passo

fiducioso in direzione

dell’estate e non

considerare rassegnata

la fatalità delle averse e del sole,

 

non acquistare viole in prossimità della casa.

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I nostri corpi

 

I nostri corpi, cara, in questo letto

famigliare nell’aria ferma dell’amore

mentre al di là delle finestre chiuse

le stagioni piangendo se ne vanno.

 

Ma il ritorno dei cieli nuvolosi

e fioriti della tarda primavera

ombrerà i muri la luna errando

sperse lucciole sulle nostre salme.

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Valentina Casadei, "Il passo dell'inerzia"

6 Ottobre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Il passo dell’inerzia

Valentina Casadei

 

SaMa Edizioni, 2020

pp 60

8,00

 

Una silloge di piccole poesie che hanno come base la dualità. L’autrice, Valentina Casadei,  è giovane e interloquisce, quasi in ogni poesia, con un tu che è, di volta in volta, l’altro da sé ma anche lei stessa. È un dialogo fitto verso l’interno e l’esterno,  - quasi una sceneggiatura - nella speranza che qualcuno ascolti parole che non sono solo per lei. C’è anche, forse, un interlocutore maschile, c’è, comunque, un bisogno irrefrenabile e irrisolto di comunicazione.

È giovane, la Casadei, - e si farà perché parte da buone basi – ma è anche vecchia, perché a volte ha “solo ventisei anni” e a volte “ha già ventisei anni”, ha già nostalgia “della bambina” che fu. Si sente impreparata, smarrita. Ma anche emozionata, in una insistita ricerca personale, in un viaggio dentro e fuori di sé che già rimembra il passato ma con occhio sempre teso al futuro.

Una delle poesie più belle è quella in prima persona, scevra da ogni confronto con l’esterno e che scava dentro la propria anima. Il primo verso mi ricorda - quasi come contaminazione di mezzi espressivi – quello di una canzone di Noemi: “sono un peso per me stessa, sono un vuoto a perdere.”

 

Sono un disastro sbiadito

un errore dall’alto

un dito puntato

Sono un enorme rimpianto

Sono un fiume nel mare

il fluttuare dell’onda

l’annegare del sordo

Sono un navigante disperso

 

 

La vita non è facile e la Casadei non è pronta, per questo indugia, rimane nell’inerzia. Ma non si è mai veramente fermi, il fango ci trascina comunque e perciò, anche nell’“inerzia” c’è “un passo”, c’è l’ossimoro del titolo.

 

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La vera letteratura non è un placebo

4 Ottobre 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

La vera letteratura non è un placeboLa vera letteratura non è un placeboLa vera letteratura non è un placebo

Tre libri diversi dal solito sulla mia scrivania. Non i soliti noir, neppure gialli pronto consumo, oggi vera letteratura, storie di vita che fanno pensare.  

Un giallo atipico di Giuseppe Benassi (Tra le tue sgrinfie, Manni) mi trascina nelle atmosfere più cupe della mia Livorno, alle prese con le avventure dell’avvocato Leopoldo Borrani - di cui in passato ho letto alcune storie - soprattutto mi fa conoscere il disfacimento di un mondo borghese, una vita che va in malora, tra malavita e pitture, menzogne, usurai e quadri d’autore. Scrive bene Benassi, con stile suadente e coinvolgente; tra dialoghi rapidi, concessioni alla gastronomia e divagazioni artistiche, sa dove vuole arrivare e ci conduce per mano il lettore.

Valerio Andreuccetti, invece, affida un’esperienza alle pagine di My Sclerosi & Soundtrack (Youcanprint), confessa le sue vicissitudini alle prese con una malattia degenerativa, esprime tutta la sua voglia di vivere con le parole di Vasco Rossi e di Pino Daniele (quando si rifugia nella sua Ventotene). I versi di che ironia/ questa malattia/ che non mi fa dormire/ che non va più via sono il corollario di una storia che è narrazione di vita vissuta, prepotente bisogno di comunicare che diventa racconto, pagine di letteratura intensa e coinvolgente. Potrei aggiungere solo pochi luoghi comuni come quelli che lo stesso autore (giustamente) critica alla mia breve analisi di un testo scritto molto bene, scorrevole, interessante, persino piacevole, nonostante il tema. Una lettura consigliata a quanti vogliano approfondire il tema della sclerosi multipla, dalla malattia alla terapia, fino alle sedute di analisi e al confronto con il mondo circostante. Avrebbe meritato un editore migliore.

Concludo con Gabriele Galloni, giovane e promettente poeta nato nel 1995, scomparso pochi giorni fa, in circostanze ancora da chiarire, che ho letto nella sua raccolta più matura (L’estate del mondo, Marco Saya Edizioni - un editore di pura poesia che andrebbe portato come esempio). Non riesco a recensire la poesia, genere letterario che amo leggere ma che mi astengo dal commentare, preferisco fare mie certe sensazioni, assaporarle fino in fondo e astenermi da giudizi. Galloni è vero poeta perché trasmette emozioni in forma musicale, amo il suo tono crepuscolare, il verso scarno (come dice Antonio Bux, altro grande poeta), quel suo raccontare l’estate come una speranza, l’anima di ogni persona che sogna a mare aperto. Ricordiamo Galloni con alcuni suoi versi:

 

La spiaggia è sempre vuota come allora.
La domenica un paio di ombrelloni
lontani, una famiglia che passeggia
sul bagnasciuga - madre e padre nudi,
i bambini coperti dal medesimo
telo giallo che scolorisce al sole.

Vuole il cielo che tutte le parole
dette e ascoltate si perdano, adesso.
La famiglia è lontana in un fruscio
scomposto di giornale spaginato
dal vento. Il telo giallo se lo porta
via l’onda, i due bambini lo rincorrono,

ridono all’acqua e ai loro genitori.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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Federica Cabras, "Guai a ore nove"

3 Ottobre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #federica cabras

 

 

 

 

Guai a ore nove

Federica Cabras

 

Literary Romance, 2020

pp 291

14,90

 

Se c’è una cosa che Federica Cabras è brava a fare, è raccontare il lutto, la perdita. Ne aveva già dato un’ottima prova anatomizzando la vedovanza in I misteri di una culla vuota, e ce lo conferma in Guai a ore nove, seguito di Un sogno, un amore, un equivoco. In questo caso non si tratta di una morte ma della fine di un amore.

Così come tutta la prima parte de I misteri di una culla vuota era dedicata al dolore disumano della protagonista per la perdita del marito, qui una buona metà del romanzo riguarda l’amore finito.

Ritroviamo Virginia Carta, la graziosa, intelligente, sbadata protagonista del primo libro. Non lavora più all’“Annie”, il bar di proprietà del suo Giorgio, è ormai diventata una giornalista di Interesse comune, il magazine che occupa tutti i suoi pensieri e le sue ore. Si muove alle dipendenze dell’omonima Virginia, direttrice virago che ricorda la terribile Miranda di Il diavolo veste Prada.

Virginia è in crisi con Giorgio, si sono amati alla follia ma ora si lasciano. E non è un facile e frettoloso lasciarsi. Avete presente quelle serie televisive o quei romanzi dove, dopo ore di programmazione o migliaia di pagine, l’amore tanto sudato, tormentato e conquistato, finisce all’improvviso solo per far spazio a una nuova storia? Qui non è così. La Cabras non ha fretta di liquidare Giorgio. Il dolore della sua protagonista rispecchia la vita vera, il tormento del distacco, l’ineluttabilità di un gesto comunque enormemente sofferto.

La vita però va avanti, nell’esistenza di Virginia ora c’è posto solo per il lavoro, complice quell’ambizione che l’ha sempre divorata e che era palese anche nel primo libro. Ma a mettersi in mezzo sarà un collega, Leonardo Ruinas, detto Nardi. Ambizioso quanto lei, lotterà per portarle via il posto. Da qui una serie di scontri, di guerre e divertenti avventure. Alla fine l’inevitabile freccia di Cupido complicherà ulteriormente le cose.

Ritroviamo la Federica Cabras più frizzante e spigliata, con i suoi dialoghi spumeggianti, moderni, insistiti, televisivi, con i suoi personaggi ben disegnati nonostante i cliché del genere - vedi la tremenda nuova coinquilina Zoe - con i siparietti allegri e il linguaggio giovanile. Bypassando accostamenti ovvi come quello con la Helen Fielding creatrice di Bridget Jones – a sua volta ispiratasi niente di meno che a Jane Austen - tornando indietro eoni nel tempo, paragonerei il suo stile a quello dell’Anguissola di Violetta la timida, un’Anguissola senza preoccupazioni moralistiche, attuale, disinibita e sboccata.

Forse si poteva dare più spazio a Leonardo, al nuovo amore, al suo sviluppo. Ma è come se questo nuovo amore Virginia non lo volesse davvero, come se non fosse la cosa importante del romanzo, come se la protagonista avesse bisogno di tornare indietro a una vita fatta di amici e allegra coabitazione, senza responsabilità, senza le costrizioni e i compromessi del vivere in due, ma con tutte le prospettive ancora aperte dal punto di vista dei sentimenti e della carriera.

Insomma, forse, con questo secondo libro, Virginia Carta ci ha detto che non si rassegna ancora a crescere.

 

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Giuseppe Benassi, "Tra le tue sgrinfie"

27 Settembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Tra le tue sgrinfie

Giuseppe Benassi

 

Manni, 2020

pp 126

15,00

 

In quest’ultimo romanzo di Giuseppe Benassi, l’avvocato Borrani, protagonista di tutti i suoi libri precedenti, compare solo di sfuggita. Personaggio principale è l’ingegner Mazza, un uomo arrivato al capolinea della vita, destinato a morire, o per suicidio o per un tumore che gli sta aggredendo lo stomaco. Mazza è pieno di debiti, ed è nei guai con la giustizia. Viene salvato dal contatto con un figuro losco e potente.

"Zia Carmela" è un vecchio falsario omosessuale, dedito a non ben definiti traffici, e a capo di una rete di malaffare. Grazie a lui Mazza si ritroverà libero dai debiti, dal cancro che lo consumava e dalla sua vita precedente; grazie a lui scoprirà che la defunta moglie lo tradiva e che quello che credeva suo figlio in realtà non lo era.

Ma questo è solo l’inizio di una sorta di rinascimento interiore che corrisponde alla degradazione totale, all’abbandono a una vita forse sempre sognata ma mai osata.

Affiliarsi a "Zia Carmela", al giovane pakistano Safik e al cane Ciro, significa per Mazza riconoscere l’ipocrisia e la falsità dell’esistenza borghese. Mazza compie quel salto che Borrani ha sempre solo immaginato, un tuffo nell’immondo, nel sordido, l’abbandono a persone dello stesso sesso, come se Dorian Gray si lanciasse finalmente nel ritratto. Non a caso "Zia Carmela" è un pittore di grande talento, capace di cogliere l’attimo metafisico in cui gli opposti si toccano, la coniunctio oppositorum sempre presente nei romanzi di Benassi.

Morte e vita, luce e ombra, tramonto e alba s’intrecciano, così come lo squallore si fonde con la purezza. Alla fine il protagonista sarà per la prima volta libero, e ricostruirà con quegli esseri strani, e diabolicamente innocenti, una nuova esistenza più autentica.

Esistono due forme di decadimento, ci dice l’autore, quello squallido e vuoto delle scene ambientate alla stazione di Pisa - ormai irriconoscibile fra spacciatori, alcolisti e senza fissa dimora - e quello fantasmagorico, circense, raffinato seppur abietto di "Zia Carmela". Che differenza fra la quotidianità deludente della vita di Mazza e le ombre corrusche dei sublimi quadri del vecchio falsario dipinti al suono di musiche eccelse. È la medesima differenza che intercorre fra la prosaicità di certe descrizioni urbane - in uno stile paratattico, efficace ma troppo insistito - e il lirismo della natura e degli animali, sempre innocenti e puliti in Benassi.

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"La mummia 2017" e "A star is Born".

21 Settembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #cinema

"La mummia 2017" e "A star is Born"."La mummia 2017" e "A star is Born".

Mi è capitato di seguire due film:  La mummia 2017 di Alex Kurtzman e A Star is Born di Bradley Cooper. Entrambi, non solo remake, ma addirittura ultimi di una lunga catena di rifacimenti dello stesso soggetto.

Parto dal La mummia. Durante la visione credo di essermi resa conto, forse, di averlo già visto. Anche tenendo conto della mia età e della memoria labile, se mi è rimasto solo qualche “glimpse”, cioè qualche vago e sfuggente frammento, significa che non deve essermi piaciuto poi tanto neppure la prima volta. Diciamo che è un film che avrebbe tutte le caratteristiche per essere un’ottima pellicola: Tom Cruise nei panni del protagonista, una trama tutto sommato coerente, ottimi effetti speciali. Eppure… eppure non lascia niente, non scatena nessun tipo di coinvolgimento emotivo, nessuna paura, nessun divertimento. Tom Cruise fa il verso a se stesso, bello e agile ma con l’espressività di un manichino. Russel Crowe, che impersona l’antagonista,  - addirittura il dottor Jekyll redivivo - pur con la suadente voce di Luca Ward, è imbolsito e privo di qualunque fascino residuo. La protagonista femminile, Annabelle Wallis, è del tutto insignificante. Forse l’unica figura degna di nota è la principessa egiziana mummificata.

La prima parte gioca col mix divertimento/azione, nella tradizione di film mitici come All’inseguimento della pietra verde o Indiana Jones. La seconda parte vira sul gotico insulso in stile The librarian. Non ha nulla del divertimento, della vivacità e dell’ironia della versione di Stephen Sommers del 1999.

Insomma, una lunga scia di remake, dopo l’originale del 1932, di cui questo è il meno spassoso e avvincente. Pare che, infatti, abbia ricevuto una candidatura come peggior film, e Cruise come peggior attore. Il finale chiaramente aperto lascia supporre un sequel che non c’è mai stato visti gli incassi del botteghino, dopo tutti soldi spesi per gli effetti speciali e per girare le scene in assenza di gravità

Per quanto riguarda A star is born, remake del musical del 1937, per l’esordio alla regia di Bradley Cooper, che è anche il protagonista, il discorso è diverso. Sebbene si capisca che la storia è un pretesto per far brillare Lady Gaga, devo dire che la trama, pur semplice – un cantante alcolizzato scopre una giovane di talento, la sposa riamato ma non riesce a reggere il peso del successo di lei - coinvolge, e la cantante come attrice è bravissima, intensa, senza forzature né isterismi.

La Germanotta parte bruttina, “plain” dicono gli inglesi, cioè un misto fra poco attraente, insignificante e scialba, e finisce bellissima. Pare che abbia cantato l’ultima canzone  dopo aver saputo della morte di una cara amica e il risultato è, in effetti, commovente. Bradlay Cooper è credibile nei panni del marito alcolizzato e fragile.

La morale della storia credo sia l’abbastanza banale “bisogna essere se stessi per convincere” e “non basta il talento se non hai qualcosa di tuo da dire.”

Alla fine, senza eccedere, una lacrimetta l’ho spremuta.

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Achille Lauro, "16 Marzo"

8 Settembre 2020 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia, #personaggi da conoscere

Achille Lauro, "16 Marzo"

16 Marzo di Achille Lauro (Rizzoli Editore, 2020) è un'attesa di adorazione pagana, un'aspettativa di ritorno nell'intermezzo romantico che esalta la dichiarazione ostentata dei sentimenti. Una fastosa attrazione su inclinazioni impulsive, una trappola estetica in cui tutti le sensazioni umane sono mescolate, confuse, disorientate e trascinate dall'amore all'odio, nella verità estrema di ogni esperienza di vita spinta al di là da ogni distinzione della bellezza. Un delirio allegorico, un effetto appassionato di sorpresa, di straniamento e di sospensione, è questo lo scenario adatto che l'artista allestisce per il suo immaginario attraverso segni visivi e immagini simboliche. I testi, poeticamente esposti al verso libero, ispirati al carattere istintivo e puro della creazione artistica, racchiudono il disincanto passionale e teatrale della vita, nelle atmosfere fumose e decadenti delle illusioni e dei desideri. La libertà lunatica dell'autore, svincolata da regole convenzionali, guida la ricerca degli affetti, il bisogno vivo e universale dei rapporti reciproci ed esclusivi e  si nutre di tutte le sue ossessioni biografiche, contamina l'irrinunciabile, viziosa, sincera voglia di perdersi in inferni meravigliosi, in esaltazioni ed infatuazioni per la commedia umana, nella vertigine delle percezioni. Lo specchio profondo della miseria e dello sconforto è il riflesso dell'altra parte di sé, l'eterna maschera di chi, equilibrista dell'anima, si affida ad una disillusa ma quanto mai solenne recita, incline alle suggestioni dell'ambizione e della speranza, struggente e malinconicamente sognante. La lente deformante attraverso la quale Achille Lauro guarda alle colpe, agli errori e alle trasgressioni degli uomini intensifica la consapevolezza illimitata degli inganni, del disamore, della resa incondizionata all'idealizzazione della persona amata, che esiste solo come creazione nell'immaginazione, una trasposizione inconsapevole della presenza che stordisce e divora l'innocenza dell'anima. Achille Lauro padroneggia il mondo che attraversa con un'aspirazione inconfessata all'amore, alla disperata relazione con la felicità. Il libro “16 marzo” è uno sregolamento in stile biblico, un'intossicazione da troppa nostalgia, nella sacralità laica di risposte ultime ed indecifrabili. Un'ultima destinazione di un viaggio poetico che accompagna l'avventura di un eterno sopravvissuto, lucidamente abbandonato all'inevitabile spettacolo dei sensi. Le atmosfere surreali dei tormenti e i patimenti rivisitati dell'apocalisse si contendono il primato dell'interpretazione visionaria in cui il supplizio della carne e la leggerezza del cielo sono le espressioni diaboliche ed angeliche della stessa insistenza amorosa. L'artista seduce l'ordine di un culto estetico, è la presenza rarefatta nella composizione visiva ed artistica dell'immateriale, sa flirtare amabilmente con la malìa delle imprevedibilità e le contradditorietà delle invocazioni interiori, defunte preghiere mistiche ed infedeli incise sul fatalismo misterioso dell'equilibrio emotivo. Achille Lauro celebra e dimentica l'amore nell'eleganza del disprezzo, sostiene la sua icona alterando la creatura tra il talento e l'abisso nascosto nelle sue “letterarie” inquietudini e conquista il seguente omaggio poetico:

“L'inverno, noi andremo in un vagone rosa/con azzurri cuscini./Staremo bene. Dentro quei soffici cantucci/Ci son nidi di baci./Chiuderai gli occhi allora, per non vedere, fuori,/Torcersi le ombre oscure,/Arcigne e mostruose, nera plebe serale/Di lupi e di demoni./Ti sentirai sfiorare lievemente la guancia.../Un lieve bacio, simile a un ragno forsennato,/Ti correrà sul collo...Mi dirai: “Cerca qui!” chinando un poco il capo, - Ma ci vorrà del tempo per scovare la bestia/ Che viaggia senza posa....” (Sogno d'inverno - Arthur Rimbaud)  

 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

Amore mio,

amore mio che non conosco,

odiami,

perché è meglio il tuo veleno del tuo niente.

Odiami e fammi del male,

fallo prima che inizi io.

Io che morirò per te, ed è così che ti ucciderò.

Il Paradiso è davanti a noi

ma io ti mentirò di nuovo;

come se non fossi tu,

come se questo amore fosse nulla.

Ti mentirò di nuovo

come se di nuovo questo non fosse amore.

Come se non esistesse niente,

come se fossi sicuro che l'amore non muoia mai,

neanche davanti alle menzogne.

O, come se fossi certo che quel poco che ho da dare,

ti basterà.

 

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Siamo in un labirinto di siepe,

un labirinto a matita disegnato da te.

Tu sei la ragazza che si perde nel suo stesso labirinto,

ti pungerai con delle rose,

mangerai la mela del peccato,

farfalle ti aiuteranno a uscirne,

ma non basteranno.

Questa fiaba racconta di te che seguirai un gomitolo,

nessuno sa se esista davvero.......

 

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La testa cade libera da qualunque legame terrestre,

un miscuglio di leggerezza e fervore.

Il taglio geometrico oggi lo trovo troppo simmetrico.

Tu daresti una sforbiciata dritta, sinistra,

fermissima sopra l'orecchio destro.

La tua frangia divide perfettamente la fronte a metà:

una coordinata spaziale indispensabile per me,

la discriminante tra materiale e immateriale.

Mi hai chiesto tu di venire oggi stesso

ma io ancora non so come.

Quanto siamo diventati bravi con la finzione.

Acqua, fuoco,

voglio fare con te questo gioco.

 

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La paura di sbagliare.

Poi i nervi si consumano e diventi cattivo

e ti devi fare di sogni sintetici

ma è la dimensione ascetica della disciplina

ad affascinarmi

più dell'aspetto etico.

Sentire il punto in cui l'anima

è incollata al corpo.

Sentire che cede,

un leggero strappo,

stare lì con la mente in estasi

in quella zona di lacerazione.

Provo spesso questa sensazione:

febbrile, ma profondamente lucido,

fertile,

motivato.......

 

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….Sotto un tessuto di velluto blu notte,

il tuo colore preferito,

l'ineffabile parola,

la perfetta coincidenza di suono e segno.

Il primo verso inarticolato emesso da Dio.

Per me sarai sempre una poesia occasionale,

la storia cominciata dalla fine.....

 

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Faccio strani sogni di notte.

Sogno che il mondo è mio.

Sogno di poter arrivare dove voglio.

E' come se quella notte

fosse l'ultima che mi resta da vivere.

Amami, amore, perché

quella notte tutto sarà possibile.

 

 

 

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Federica Cabras, "I segreti di una culla vuota"

7 Settembre 2020 , Scritto da Fabiana Giaccu Con tag #fabiana giaccu, #federica cabras, #recensioni

 

 

 

 

I segreti di una culla vuota

Federica Cabras

 

Officina Milena,

pp. 240

Prezzo attuale 15,00

 

Ninna nanna mamma tienimi con te, nel tuo letto caldo, solo per un po'. Una ninna nanna io ti canterò e se ti addormenti mi addormenterò.”

 

Sono persuasa che conosciate tutti il resto di questa canzone. Personalmente me la cantava sempre la mia mamma e ancora oggi le sue parole risuonano nella mia mente.

Ma cosa accade quando una mamma non può più cantare questa ninna nanna al suo piccolino, morto in circostanze misteriose?

Teresa non è mai riuscita ad accettare la morte del suo piccolo Giorgio e non si darà pace fino a quando non troverà i colpevoli.

É proprio da questa ossessiva ricerca che la sua vita si intreccerà a quella di Beatrice Angelica Farris, 31 anni, protagonista di questo romanzo.

Bea lavora come editor per una casa editrice, ama il suo lavoro, ha una grande casa che divide con Lorenzo, avvocato in carriera e marito perfetto che la riempie di amore e attenzioni. Purtroppo quest’ultimo muore precocemente in un tragico incidente stradale.

I segreti di una culla vuota, della giovane scrittrice Federica Cabras, è un mix, a mio parere ben riuscito, tra il romanzo noir e quello drammatico. Ha un ritmo incalzante, è scorrevole, di facile e piacevole lettura ma, allo stesso tempo, si tratta di un libro molto profondo proprio per la delicatezza dei temi trattati.

Primo fra tutti il lutto, un sentimento che molti conosceranno personalmente e altri no, ma che la Cabras tratta in maniera così approfondita che il lettore non può fare a meno di farsi trasportare, fino ad immedesimarsi e toccare con mano il dolore dei personaggi, in particolare quello della giovane vedova Beatrice.

Sarà un cammino lungo e tortuoso quello che la vedrà impegnata a non impazzire di dolore e a ricostruirsi una vita, ma per poterlo fare dovrà risolvere alcune importanti questioni. Ad aiutarla ci sarà il suo amico e giornalista Samuele che riuscirà ad illuminarle la via in più occasioni.

Questo romanzo ti avvolge, ti assorbe e non ti fa mai sentire a tuo agio, infine ti insegna che non puoi mai sapere che cosa la vita ha in serbo per te ma soprattutto che non devi mai dare nulla per scontato, a partire dal suo finale.

 

Buona Lettura

 

F.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Simone Manservisi, "L'alba dello scudetto"

5 Settembre 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #sport

 

 

Simone Manservisi
L’alba dello scudetto
Ultrasport – pag. 160 – euro 15

Ho letto quasi tutto quel che Simone Manservisi ha scritto, ma devo dire che quando parla di calcio ha una marcia in più, pare di sentire la voce di certi telecronisti del passato - gente come Carosio e Martellini - che suo padre conoscerà molto bene, capaci di farti vivere una partita anche se non la vedevi. L’alba dello scudetto segue di alcuni anni il bel libro intervista Far West Lazio (ancora disponibile) e approfondisce i temi della Lazio leggendaria, oltre a narrare la biografia calcistica di Pier Paolo Manservisi, attaccante dai piedi buoni di Fiorentina, Napoli, Pisa e Lazio. Simone ha il vantaggio di essere figlio di cotanto padre, quindi ci racconta gli anni Settanta come se li avesse vissuti, per interposta persona, e lo fa parecchio bene. Leggo le pagine del libro e mi rivedo con mio padre nella curva dello Stadio Olimpico, ai tempi in cui una famiglia poteva vedere una partita in curva, tifare Inter contro la Lazio e contro la Roma, senza rischiare niente. Erano i tempi lontani d’un calcio romantico, arbitravano Lo Bello e Gonella, giocavano Mazzola, Rivera e Chinaglia, scrivevano giornalisti come Gianni Brera, parlavano in tv conduttori come Barenson e Valenti. Simone Manservisi approfondisce il mito d’una Lazio battagliera e trasgressiva, guidata da un allenatore paterno come Tommaso Maestrelli, spiega come è stato possibile vincere uno scudetto, indaga sui fatti accaduti come se fosse un film noir, spiega i retroscena e le incomprensioni, narra le scorribande fuori dal rettangolo di gioco. Pier Paolo Manservisi rappresenta l’eccezione in quella Lazio folle e irripetibile, giocatore disciplinato e determinato, soprattutto rispettoso delle regole. Tutti gli altri lo erano molto meno: Chinaglia, Wilson, Re Cecconi, D’Amico … alcuni giocatori dormivano con la pistola sotto il cuscino e destavano i colleghi (per giocare!) a colpi di fucile. Il libro racconta le vicissitudini della Lazio negli anni Settanta e Ottanta, corredato da foto d’epoca, da un intervista al padre e da testimonianze dirette. Si legge come un romanzo, anzi è proprio un romanzo, un bel romanzo calcistico, stile Azzurro tenebra di Arpino o Ultimo minuto di Pupi Avati (che è un film, ma fa lo stesso). Leggetelo, per un salutare tuffo nel passato, per (ri)scoprire un tempo che - ai giovani sembrerà impossibile - è esistito, non fa parte dei racconti dei vecchi, non è una storia uscita dal mondo delle fiabe.

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Fabio Volo, "Un posto nel mondo"

31 Agosto 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Un posto nel mondo

Fabio Volo

 

Mondadori, 2006

 

Non avevo mai letto nulla del “famigerato” e “vituperato” Fabio Volo. Alcuni sostenevano che “tocca il cuore del lettore”, altri ne parlavano come della peste bubbonica della letteratura. Non sono d’accordo né con l’elegia né con la demonizzazione. Devo dire, però, che almeno questo singolo romanzo ha ribaltato tutte le mie aspettative.

Pensavo di trovarmi di fronte a una mal scritta storiella d’amore alla Federico Moccia, che mi avrebbe, in ogni caso, inevitabilmente coinvolta e intrigata. Invece, la pecca principale del testo non è il linguaggio che, tralasciando alcune ripetizioni, è scorrevole, personale, né migliore né peggiore di tanti altri; ciò che non ho gradito è stato proprio il contenuto, sebbene il testo si faccia leggere velocemente.

Storia vagamente alla Paulo Coelho – autore che aborro per i temi trattati – d’improvvisa e raffazzonata conversione interiore. “Percorso” lo chiamerebbe qualcuno, con un termine abusato e detestabile.

Michele tira tardi a bere in piazza con l’amico Federico che, ad un certo punto, si annoia e gli suggerisce di dare un senso a giorni sempre uguali che un senso, come direbbe Vasco, non hanno. Federico parte per Capo Verde. Torna cambiato e innamorato di Sophie, mentre, nel frattempo, Michele si è invaghito e poi stufato di Francesca. Federico riparte di nuovo, definitivamente, nel senso che muore in un incidente. Allora Michele va in pezzi, comincia a sentire, oltre al dolore per la scomparsa dell’amico fraterno, che qualcosa nella sua vita davvero non va, che il suo lavoro è monotono e privo di slanci, che non ha niente da offrire alla ragazza e per questo la lascia. Si trasferisce a Capo Verde anche lui, conosce la fidanzata di Federico che aspetta una figlia, ha un incontro che fa da deus ex machina con una sciamana locale, e torna in Italia un uomo nuovo.

Io a queste conversioni improvvise, alla vita che si accende senza l’aiuto degli antidepressivi ma con la famosa mindfulness, - cioè l’assaporare il qui ed ora, che è poi il centro stesso della meditazione - non credo e mi infastidiscono pure. Non credo neppure agli amori che risorgono dalle ceneri. Se una persona non ti interessa più non è – come sostiene l’autore - perché non hai ancora trovato te stesso, ma è perché ti ha scocciato e basta. Il rapporto d’amore fra Michele e Francesca sa di minestra riscaldata e trovo infantile, peterpanesca, la scelta finale dei due di mettere al mondo una figlia senza convivere, pur amandosi e sentendosi una famiglia unita.

Comunque, il centro positivo del romanzo è senz’altro la necessità di portare in superficie i nostri bisogni più autentici, qualunque essi siano, anche i più elementari.

Il libro manca totalmente di ambientazione, forse non indispensabile in una storia di formazione spirituale, ma la cosa lascia i protagonisti sospesi in un limbo dove mare, ufficio, città, auto sono solo nominati ma mai resi palpabili o visibili.

Ho trovato assolutamente non indispensabili e fini a se stesse certe descrizioni di gesti volgari, come il modo in cui il protagonista è solito tagliarsi le unghie dei piedi o masturbarsi negli asciugamani degli alberghi. Particolari, frutto di un morboso bisogno di dire tutta la verità, che non aggiungono un tocco di realismo né di crudezza alla narrazione, ma rappresentano solo tremende cadute di stile. Uno stile, a tratti,  più da post di Facebook che da romanzo, infarcito di frasi costruite a tavolino per essere sottolineate e copiate in un diario.

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