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Sergio Costanzo, "I racconti della mano destra".

18 Maggio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #luoghi da conoscere

Sergio Costanzo, "I racconti della mano destra".

I racconti della mano destra

Sergio Costanzo

Marchetti Editore, 2016

pp 170

12,00

ognuno viva il proprio tempo e io mi tengo il ricordo dei miei giorni andati. A quella purezza scanzonata, a quella leggerezza della mente, è piacevole talvolta ritornare.”

I Passi, quartiere a nord di Pisa, periferico, esposto a tramontana, delimitato da ferrovia e fiume, un mazzo di case moderne e squadrate, disegnate a tavolino e divise da strade che s’intersecano come decumani e cardi. Agli inizi degli anni sessanta vi si trasferiscono giovani famiglie con bambini piccoli e qualche vecchio al seguito. Le celle dell’alveare pian piano si riempiono a formare una comunità, con i suoi negozi, la chiesa, il cinematografo dell’oratorio, i campi di calcio improvvisati. Qui cresce Sergio Costanzo, autore de I racconti della mano destra e di molti romanzi storici, fra i quali Io Busketo, dedicato alla cattedrale della sua città. Costanzo è pisano ed è orgoglioso di esserlo (tocca proprio a me che sono livornese ricordarlo, ahimè). Costanzo è un ragazzo del popolo, padre operaio e madre casalinga che arrotonda lo stipendio del marito con lavori di cucito.

Intelligente, discolo quanto basta e, soprattutto, sveglio, il ragazzino sperimenta la vita, l’amicizia, la solidarietà del quartiere. Impara dagli altri, dai ragazzi più grandi, dai vecchi, dagli artigiani che tramandano conoscenze ed esperienze. Intorno, c’è il mondo del sentito dire: quella Storia con la esse maiuscola, colata attraverso i telegiornali, le riviste, le conversazioni captate con disinteresse infantile che, tuttavia, scavano e seminano nell’animo ricettivo del ragazzo. E Costanzo filtra la storia attraverso il suo personale sentire, non si perita di rivelarci il suo pensiero, il suo credo che mi pare non sia frenato da preconcetti ma sappia vedere tutti i lati della medaglia. Intorno, c’è anche lo sport che aggrega e disciplina, c’è, soprattutto, per questo ragazzino precoce, la tempesta degli ormoni, suscitata, più che altro, dal fatto di non sapere, non avere accesso, desiderare senza poter ottenere. E la mano destra, allora, impara a muoversi guidata dalla fantasia, che alimenta pure la sessualità degli adulti, quando questi siano intellettualmente vivaci.

Il clima è quello che si respira nel film Malizia di Salvatore Samperi. La sensualità del protagonista è fatta di sovraeccitazione mentale, d’ipersensibilità agli stimoli, siano essi visivi, olfattivi, tattili. Emana da luoghi e oggetti apparentemente insignificanti. Una calza velata, l’orlo di una gonna a rivelare paradisi inconoscibili, il profumo e il tepore d’un cappotto tenuto fra le braccia, il fruscio d’una stoffa, la morbidezza d’una sottoveste intravista da uno spiraglio, bastano a scatenare un erotismo soffuso, raffinato, d’altri tempi come i calendarietti del barbiere, come le gambe affusolate delle Kessler. Una lascivia tutta nella gola, nel battito del cuore, carnale ed estetizzante insieme.

Un colpo, un’emozione, un profumo acuto e penetrante, ancor prima di vederla. Era un aroma volatile, indefinito. Lieve, pareva sfiorare la mia pelle e subito evaporare lasciandomi occhi, labbra, bocca secca come fossi stato abbandonato nel deserto. Penetrava nella mente all’inizio del respiro, poi, inalando l’aria, si perdeva.” (pag 79)

L’eleganza è la cifra di questo erotismo vecchia maniera e impronterà il futuro gusto dell’autore. Saranno, perciò, scarpe “alte di tacco” e scollate sul piede, foulard svolazzanti nel vento, grandi occhiali da diva e gonne a tubo a creare quell’alone di mistero senza il quale l’attrazione viene a mancare. Sarà, di rimando, stile di scrittura fulgido e poetico, capace di trarre languore spirituale anche dalle più semplici parole toscane e annodarti la gola.

e più d’una partita percepii puppe appoggiate sul mio corpo e sorrisi e baci. Ed eran corse a casa e bocca asciutta dai lupini e abiti puzzolenti di sudore e mani salate dalle bucce delle seme e pelle calda e rossa per il sole e sensi all’erta e somma eccitazione.” (pag 133)

L’altra grande componente del libro è la nostalgia. Ho già fatto notare come, leggendo testi di autori vicini a me per età o anche più grandi, si riscontri dirompente, nei loro scritti, il richiamo, più o meno doloroso, del rimpianto.

Ciò che appare distante, rimosso, finito, riemerge con potenza e prepotenza.” (pag 31)

In certi casi è lo strazio del tempo che non torna più, del tempo fuggito e ritrovato solo nella memoria, della madeleine dolce perché trasfigurata dal ricordo che, come ha detto qualcuno, sa vedere “il bello del brutto”, sa farti affezionare a “un metro di sconnesso marciapiede e lì sognare”. Per altri è una rievocazione divertita, dolceamara, scanzonata e, come in questo caso, anche occasione di confronto fra le passate generazioni e le presenti, fra il mondo che fu e quello, non per forza sbagliato ma comunque molto diverso, dei propri figli.

Forse oggi, in un mondo estremamente frammentato e segmentato, questa idea di aggregazione sembra improbabile, ma noi eravamo tutto e il tutto era in noi, eravamo lavagne pulite sulle quali le molteplici esperienze lasciavano segni. Assorbivamo il bene e il bello, percepivamo il giusto e lo sbagliato e questo nostro essere ovunque e in perenne movimento ci permise di acquisire senso critico, visione più ampia, molteplicità di espressione.” (pag 30)

Sì, quelli erano tempi dove i genitori, i nonni, gli zii, i maestri, i preti ti mostravano la netta divisione fra Bene e Male, fra Giusto e Ingiusto. Giusto era rispettare gli anziani, dar loro il posto sull’autobus, onorare il padre e la madre, essere leale con gli amici, guadagnarti il pane onestamente. Erano tempi dove la forma non aveva ancora preso il posto della sostanza.

(c’era comunque nelle famiglie italiane) l’idea dell’educazione al rigore, al rispetto delle leggi, degli altri, dei disagiati, degli anziani. C’era il rispetto dei migliori, di quelli che si meritavano le cose perché si impegnavano, di quelli che lavoravano perché avevano studiato. C’era l’idea di un mondo giusto se si fossero rispettate le norme. Se pure si aspirava a emancipazione e libertà, le regole morali e civili erano sacre e il rispetto veniva dall’esempio, dal buon comportamento degli adulti, da una rettitudine e osservanza delle forme, tradotte in tangibile sostanza.” (pag 68)

Per chi non l’avesse capito, questo libro mi è piaciuto immensamente, per i bei ricordi, per le atmosfere così ben ricostruite, per lo sguardo romantico sulla vita in cui sempre mi rispecchio, per la prosa con tutti i ritmi giusti e lo stile che è, insieme, poetico (“quando le lucciole ritmano i respiri”) ma anche povero, attaccato alle piccole cose di tutti i giorni, capace di restituire pregnanza alle parole, alte o basse che siano, italiane o vernacolari, capace di farti sentire odori e sapori, di farti rievocare ambienti e stati d’animo, di farti vedere i ragazzi che non scendono dall’autobus, bensì “esondano”.

Forse I racconti della mano destra mi è piaciuto così tanto perché anch’io mi ritrovo in ciò che afferma Costanzo: “Non sono un giovane d’oggi e non voglio giudicare, mi tengo i miei ricordi, li custodisco e ne sono assai geloso”

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L'Avana Amore mio

15 Maggio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #luoghi da conoscere

L'Avana Amore mio

L’Avana amore mio - Taccuino avanero e storie cubane

Il Foglio - Pag. 180 - Euro 12

Fotografie originali di Orlando Luís Pardo Lazo e Stefano Pacini.

Raccontare L’Avana attraverso le pagine dei suoi scrittori: Carpentier, Piñera, Gutiérrez, Valdés, Estevez... E nella seconda parte una selezione di storie cubane. Un libro di viaggio, una passeggiata per L’Avana più vera e cadente, meno turistica e più cubana.

Non posso essere fedele a una causa persa, ma posso esserlo a una città perduta."

Questa è L’Avana di Cabrera Infante: una città perduta che lo scrittore non riesce a ritrovare. Forse era proprio quello che temeva, scriveva di Cuba per esorcizzare la paura di morire prima di rivedere il suo mare. Povero Cabrera Infante, morto tra la nebbia di Londra sognando un bambino che si arrampica come un gatto su una palma reale. L’Avana per un infante defunto suona adesso come un titolo beffardo, un sogno irrealizzabile di rivedere palazzi e porticati, guaguas affollate, biciclette e Chevrolet sul lungomare, Lada e sidecar che sfidano buche sul selciato, sensuali trigueñas e mulatte dai fianchi larghi. Niente è più possibile, resta solo la fedeltà a una città perduta, espressa in milioni di parole gettate in faccia al vento e disperse tra le braccia della storia”.

’Avana, io non so se ritorneranno quei tempi/ L’Avana, quando cercavo la tua luna sul Malecón/ L’Avana, quando potrò vedere di nuovo le tue spiagge/ L’Avana, e rivedere le tue strade sorridere/ L’Avana, nonostante le distanze non ti dimentico/ L’Avana, per te sento la nostalgia del ritorno (da Zoé Valdés, La vita intera ti ho dato).

lupi@infol.it

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Chiara Gamberale, "Adesso"

14 Maggio 2016 , Scritto da Elena Cappai Con tag #elena cappai, #recensioni

Chiara Gamberale, "Adesso"

Chiara Gamberale

Adesso

Feltrinelli, 2016

“Perché è solo parlando d’altro che succede. Succede che fra tutte le persone che corrono e si accalorano e parlano fitto al telefonino sulla metro e ti costringono a prendere atto dell’assoluta mancanza di senso – loro e dunque anche tua – una ti convince che un senso ce l’hai”

Dalle mura del condominio di via Grotta Perfetta (Le luci nelle case degli altri, della stessa autrice), Lidia, giovane donna dagli occhi intensi e dal fascino discreto ed ammaliante, si avvia nel mondo delle relazioni. Un matrimonio mai spento nel suo essere relazione, una solitudine ed una ricerca di senso perpetue, la tentazione di cavalcare una adolescenziale spensieratezza con l’insoddisfazione che ne deriva immancabilmente.

Pietro, apparentemente impermeabile al dolore, padre per necessità e vocazione, è il suo contraltare di senso, così che entrambi, nell’incontro, scoprono di averne uno – di senso – diverso da quello che pensavano e che diventa loro.

Adesso.

La dimensione temporale ha sempre un fermo immagine, quello dell’attimo in cui si sceglie il passo successivo, in cui ci si butta o ci si ritrae, ci si volta per andarsene o si resta.

Intorno a Lidia e Pietro, personaggi minori dipingono le sfumature dell’incontrarsi adulto, le complessità delle relazioni, in un fil rouge di speranza mai sopita.

Un libro lieve e caldo, che può accompagnare con spensieratezza o far scendere nella profondità del conoscere se stessi. Basta fermarsi un attimo. E farlo adesso.

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Bukowski, racconta!

13 Maggio 2016 , Scritto da Riccardo Montesi Con tag #recensioni

Bukowski, racconta!

Bukowski, racconta!

A cura e traduzione di Giuseppe Iannozzi

Il Foglio Letterario – Pag. 184 – Euro 14

www.ilfoglioletterario.it

Un libro che è un oggetto misterioso. Bukowski o non Bukowski, questo è il dilemma! Troppo ben scritto e imitato per non essere Bukowski, ma al tempo stesso troppo incerto come attribuzione e privo di sicure fonti per assegnarlo al grande autore nordamericano di origini tedesche. In fin dei conti, però, anche se fossero soltanto apocrifi, racconti e poesie di scuola bukowskiana, sarebbe pur sempre un gioiello di libro che raccoglie brevi storie, interviste, appunti e liriche del tutto inedite in Italia. Se siamo di fronte a imitatori statunitensi sono ottimi imitatori, ché lo stile è quello del Maestro, con tutto il suo erotismo, le storie di cavalli, le sbornie a base di vino a poco prezzo e il disprezzo per il mondo letterario contemporaneo. “La figa la posso riempire, la politica e Dio no”, afferma il misterioso autore mentre - tra una sbronza e l’altra - incontra cuginette in calore dal sesso depilato che gli fanno passare la voglia di scrivere e di giocare ai cavalli. Un libro che è intriso di tutto l’irridente anticonformismo di Bukowski, scorre come acqua fresca tra bicchieri di pessimo vino e sperma, racconti porno e poesie stridenti, amore anale e scrittori da gettare, editori che non pagano e vecchi maniaci sessuali. Non mancano filippiche contro i critici letterari e gli scrittori inutili, così come l’autore non poteva esimersi dal raccogliere giudizi autorevoli sull’opera di Bukowski. Un libro imperdibile per gli amanti del vecchio Buk, che in questi apocrifi adotta il consueto nomignolo di Hank Chinaski. Visto di chi parliamo, scrivere nom de plume sarebbe fuori luogo… lui non l’avrebbe fatto!

Giuseppe Iannozzi (1972) è il curatore traduttore di questo volume molto interessante, destinato a far discutere, autore tra l’altro di Angeli caduti, La lebbra, L’ultimo segreto di Nietsche, La cattiva strada e Fiore di passione.

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Margherita Musella, "Scuola di cucina... io e le altre"

9 Maggio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #margherita musella, #recensioni, #ricette

Margherita Musella, "Scuola di cucina... io e le altre"

Scuola di cucina… io e le altre!

Margherita Musella

KimeriK, 2012

pp 202

16,00

Ho letto tutti i libri di Margherita Musella e devo dire che quest’ultimo romanzo vede un incupimento del suo pensiero che rimane, sì, positivo ad oltranza, pieno di fiducia e di prospettiva, ma più come credo autoimposto che come reale fondamento. Qui irrompono paura e incertezza del futuro, qui si fanno i conti con la malattia. Fra gli scrittori che conosco e che frequento ho notato, col progredire dell’età, il morso della nostalgia - come nel caso di Lupi, Costanzo, Pedicini, Coremans - e una sottile, inconfessata, paura del futuro, come in questo caso.

Giada, la protagonista principale, insoddisfatta del suo ruolo di madre, moglie e lavoratrice, con al suo fianco un uomo che la ama ma non riesce a darle ciò di cui ha bisogno, cioè movimento e novità, decide di aprire un corso di cucina, coinvolgendo altre quattro donne: Consuelo, Anna, Claudia e Paola. Appena realizzato il suo desiderio, scopre di essere ammalata di cancro. La malattia si mescola con il corso di cucina e con la vita delle altre quattro signore, ed è raccontata con accenti realistici, sia dal punto di vista fisico che psicologico. C’è un’alternanza fra scoramento e voglia di non arrendersi, fra tentativi di rinascita, quasi più per gli altri che per sé, e sofferenza fisica brutale e banale nella sua elementarità. Il dolore corporeo della chemioterapia porta alla superficie il rimosso, Giada finisce per esprimersi anche in modo volgare, tirando fuori ciò che ha represso, allentando i freni inibitori.

Le altre donne non sono caratterizzate poiché l’autrice spalma se stessa su tutte le protagoniste ma si differenziano per i loro problemi esistenziali. Consuelo è stata lasciata improvvisamente dal marito che amava e non riesce a venire a patti con questo abbandono per lei immotivato. Claudia non accetta che il proprio amore coniugale abbia cessato di provocarle emozioni, allora, per dimenticare, s’immerge a capofitto nel lavoro e nella famiglia, senza concedersi un minuto di respiro. Anna, presa dalla cura dei figli, vede allontanarsi inesorabilmente il consorte e, come terapia, pensa bene di scrivere un libro, fino a quando qualcuno non la disillude. Paola è alle prese con un amore più giovane di lei che vuole solo sfruttarla economicamente.

Alla fine tutte troveranno un equilibrio. A morire, però, a essere inconsciamente punita, non sarà Giada bensì Paola, l’unica che si sottrarrà sia al giogo maschile sia al cerchio protettivo delle amiche. Questa libertà autentica, e non solo vagheggiata, sarà pagata con la morte. Giada, invece, nonostante la malattia, non morirà, non subito almeno, non in questo libro, poiché lei sottostarà alle due regole fondamentali: restare vicino al proprio uomo nel bene e nel male e non allontanarsi dalla solidarietà femminile, da quell’anello magico capace di infondere fiducia, di supportare, di sostenere. Questo circuito di amicizie ci ricorda tanto il cerchio delle menti telepatiche nelle torri di Darkover.

E se un giorno dovessi – pensò Giada – camminare da sola per la mia strada, le donne/ amiche/ sorelle saranno lì a incoraggiarmi, a pregare per me, con le braccia aperte procedendo al mio fianco.

Scuola di cucina… io e le altre non è un romanzo ma un diario trasfigurato. Accadimenti e pensieri della vita quotidiana dell’autrice vengono rielaborati in chiave fantastica e distesi su vari personaggi. Il testo si snoda fra racconto, ricette di cucina, sogni e persino barzellette (queste ultime, a mio avviso, poco pertinenti).

Mescolate alle vicende delle eroine ci sono le ricette del corso di cucina tenuto da Giada. Sono tutte molto gustose ma semplici, come semplici sono il lessico e le vicende raccontate.

“… se impariamo a considerare questo nostro incontrarci non come un qualcosa di scontato e di modico valore, ma un qualcosa che ci è donato per scoprire come vivere meglio la nostra vita, - e questo può derivare anche solo imparando a fare un semplice budino al cioccolato con semplicissimi biscottini secchi. Beh noi potremmo considerarci molto fortunate e consegnatarie di un dono non indifferente” (pag 95)

Possiamo non essere d’accordo con il Musella pensiero, costellato di doni, angeli e amicizie solo femminili, ma non possiamo negare l’importanza di un messaggio che spinge a vivere centrati sul presente, sapendo apprezzare il valore delle piccole cose.

Io penso che la pace non possa essere trovata né nel futuro, né nel passato ma solo in questo istante. Facciamo così: immaginiamo che il solo tempo che esiste sia questo momento. Perciò concentriamoci su un problema alla volta.” (pag 90)

Questa è la base della meditazione ed è anche l’unico modo per non soccombere all’angoscia, insieme all’essere “grati”, cioè, in parole povere, rendersi conto del bene che si ha, perché già l’assenza di dolore, già il fatto di respirare, vivere, camminare, relazionarci, oppure assaporare la propria solitudine, sono privilegi di cui spesso non ci rendiamo conto.

E ora vorrei rivolgermi direttamente alla casa editrice Kimerick: di là dal contenuto o dalla struttura di un testo, che sono comunque arbitrari, quando si pubblica un libro c’è una oggettiva necessità di editarlo, perché possa esprimere al meglio tutte le sue potenzialità. Resta un mistero, ad esempio, il motivo dei continui cambi di tempo all’interno di una stessa frase.

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LE MIE CONSIDERAZIONI SUL LIBRO “L’UOMO DEL SORRISO”

8 Maggio 2016 , Scritto da Margherita Musella Con tag #margherita musella, #poli patrizia, #recensioni

LE MIE CONSIDERAZIONI SUL LIBRO “L’UOMO DEL SORRISO”


Ho deciso di leggere il romanzo L’uomo del sorriso“ non perché il titolo fosse accattivante o per la bella copertina, bensì perché la Poli è una garanzia. E, infatti, il libro è bello, veramente bello. Me lo sono goduto e divorato. Faccio i miei complimenti all’autrice che ha avuto il coraggio di scrivere su Gesù’, senza cadere nei luoghi comuni ma regalandoci un’opera scritta con tatto e sensibilità .
Con questa sua personale ricostruzione della storia di Yeshua’bar Yosef, visto come personaggio storico, ci dona soprattutto un’accurata, precisa e profonda descrizione degli stati d’animo dei personaggi che girano intorno a lui. Non è facile scrivere una biografia del Messia, eppure l’autrice lo fa. E lo fa bene, dopo aver effettuato i suoi studi affidandosi ai Vangeli e agli Atti degli apostoli:il tutto avviene a prescindere dal suo credo.
Patrizia Poli usa con maestria le parole che entrano dentro, scavano. Splendida la descrizione dei moti interiori di Maria Maddalena: nell’insieme un libro delicato, tenero, squisito, scritto con una tensione che tiene costantemente desta l’attenzione a prescindere dalle circostanze ben note.
Va sottolineata la struttura del romanzo, che ha un incedere incalzante e affascinante e l’approfondimento di un personaggio reale che ha influenzato nei secoli il pensiero degli uomini, continuando ad entrare nelle vicende umane fin ad oggi. Ma soprattutto è da puntualizzare la sua personale interpretazione, in modo particolare nel finale.

Concludendo, come precisa la scrittrice, questo romanzo risulta "una grande e struggente storia d’amore".

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Fabio Izzo, "I cavalieri che non fecero l'impresa"

7 Maggio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Fabio Izzo, "I cavalieri che non fecero l'impresa"

Fabio Izzo

I cavalieri che non fecero l'impresa

Terra d'ulivi Edizioni - Euro 13 - Pag. 135

Fabio Izzo lo conosco da quando ha cominciato a pubblicare racconti, per il semplice motivo che il suo primo editore sono stato io, prima sul Foglio Letterario rivista e subito dopo nella collana narrativa. Ricordo ancora l'editing sul suo primo libro, Eco a perdere, roba del 2003 se non vado errato, ma ancora in catalogo, passando per Balla Juary, Doppio umano, Il nucleo... Fino a To jest e l'esperienza esaltante della partecipazione al Premio Strega 2014. Può darsi che non sia obiettivo quando leggo Fabio Izzo, ma lo considero un grande letterato, uno scrittore che se ci fosse una giustizia ed esistessero ancora i talent scout non pubblicherebbe con Il Foglio Letterario e con Terre d'ulivi, ma con Mondadori.

Izzo proviene dalla terra di Pavese, tra il Monferrato e le Langhe, un luogo difficile da abbandonare, e nel suo ultimo romanzo racconta il senso di appartenenza alla provincia, si sofferma sulla vita che passa e dispensa sconfitte, sottolinea il distacco da un mondo vuoto e superficiale dove non resta il tempo per fermarsi a pensare. Izzo scrive un romanzo che vede protagonista un autore di fumetti a disagio con la vita, in cerca d'amore e di certezze, ma soprattutto a caccia di un'etera musa ispiratrice e della giusta dimensione per narrare storie. Hildebrando Aristolakis è il nome d'arte del nostro cavaliere destinato a non fare l'impresa, che lotta contro i mulini a vento di una società che vorrebbe cambiare ma è perfettamente consapevole che non riuscirà mai a farlo. Il romanzo racconta il distacco tra uomo e superuomo, più semplicemente tra la dimensione esteriore e la rappresentazione più intima del nostro essere.Tema portante l'impossibilità di concretizzare i propri sogni, di trasformarli in realtà, ma anche il riuscire a vivere nonostante tutto, accontentandosi della propria dimensione provinciale, ai margini della vita che pulsa, lontano dalle metropoli.

Non è una scrittura facile quella di Izzo, intrisa di rimandi letterari, anche ad autori poco noti al grande pubblico, ma importanti nella formazione dello scrittore. Izzo contamina cultura alta e cultura bassa, letteratura e fumetto, parla di calcio e ricordi, di provincia e metropoli, di Pavese e attaccamento alle proprie radici.

Termino la lettura di questo breve ma intenso romanzo e mi pongo una domanda: perché non l'abbiamo pubblicato noi? Non sarebbe cambiato niente, chiaro, ma mi prende una strana tristezza quando leggo un romanzo che rappresenta un'occasione perduta, che profuma di rimpianto. I cavalieri che non fecero l'impresa è un impercettibile tassello di narrativa utile in un mondo letterario pervaso dal niente pubblicizzato con grande strombazzamento mediatico. Se riuscite a trovarlo, leggetelo. Per parafrasare un dialogo tra i personaggi del romanzo, non vi cambierà la vita ma ve la renderà migliore.

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Carlotta Nobile, "Il silenzio delle parole nascoste"

6 Maggio 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni

Carlotta Nobile, "Il silenzio delle parole nascoste"

Il silenzio delle parole nascoste

Carlotta Nobile

Aletti editore

2008, ISBN 88-7680-675-X

Il silenzio delle parole nascoste è la prima prova letteraria di Carlotta Nobile, un racconto sincero del suo nascere e crescere prima come fanciulla e poi come giovane donna, con tutti i turbamenti e i palpiti di gioia propri delle due età, ma con un qualcosa in più, con uno speciale spessore di sensibilità, dannazione e privilegio per l’anima che ne è posseduta.

“Un silenzio interiore, una confusione ovattata che in realtà non è fuori, ma dentro di te”.

È questo che leggiamo nella prima pagina dell’opera di Carlotta Nobile. Pur giovanissima, Carlotta percepisce infatti la frattura tra l’essere e il sembrare, tra l’interiorità e l’esteriorità, percezione da cui inevitabilmente deriva il dissidio tra sogno e realtà, tra rinuncia e desiderio, tra luce e buio; e poi ancora il senso di inadeguatezza rispetto a una condizione da cui vorrebbe fuggire. Ma certo non dal mondo affettivo che la circonda... tale disagio è sintomo di una curiosità alta, di un’aspirazione elevata, di uno slancio che vada oltre la mera dimensione esistenziale, i cui vuoti siano facilmente colmabili. Qui non possiamo parlare di vuoto ma di spinta in avanti.

“La voglia di andare... non si sa dove... non si sa quando” E la vita sembra un viaggio lungo con una meta lontana. Essenza di un sogno incompleto che fai di tutto per rendere integro”.( pag. 15)

Parole profetiche che si ammantano di potenza metaforica nelle parole successive:

“Ho sempre sognato di volare...A volte il mio desiderio era talmente forte che mi sembrava sentire la terra allontanarsi sotto di me e il cielo avvicinarsi. Cominciavo a sentirmi più leggera, libera. E volavo. Volavo con l’anima”.

Sono questi i pensieri e desideri concepiti nell’infanzia quando la sua particolare sensibilità le consente perfino di capire che, nei colori della vita, sottile è la sfumatura che divide la gioia dal dolore.

E pur amando “restare colorata” il nero dell’angoscia si stendeva come nera ala sull’animo desideroso di altro. Non capiva bene cosa. Si tenta in simili frangenti di colmare le ferite dell’anima con le consuete esperienze e gli affetti famigliari, soprattutto quelli che rappresentano le radici e il punto di riferimento indiscusso, come, per la Nostra, la nonna, riflesso perfetto della sua anima. Destinato a finire come tutte le vicende terrene lasciando una scia di malinconia

“che persiste dentro. Come il richiamo ammaliante di un mondo che non esiste più, ma di cui si percepisce ancora l’essenza” (pag.15)

Poi l’amore, quello adolescenziale, quello per cui si piange senza motivo, per cui il presente diventa una fiaba surreale.

Intanto la sensibilità procede a lunghi passi se diventa sempre più pressante la domanda.

“Se il mondo attorno a te abbia un senso, se tu stessa possa avere un significato. Ti domandi quale sia il tuo compito, la tua finalità su questa terra, a cosa sia dovuta la tua esistenza.”

Ma non trovi risposta” (pag.27)

In realtà questa affermazione non è la conclusione a cui Carlotta approda. Conoscendo la sua vicenda esistenziale particolare e bellissima, possiamo dire che questo è l’inizio di un percorso straordinario di conoscenza e non solo.

Nell’immensa solitudine che cresce dentro, nonostante sia circondata da persone che la amano, ricorre sempre più impellente la necessità di cercare e porsi domande, mentre si affaccia il timore di non sapere cosa sarà domani.

“A volte mi sento come una piuma nel vento. Libera, ma confusa e spaesata... viaggio nel vento senza una meta, senza una via. Col solo desiderio di continuare a viaggiare. A vivere.” (pag. 35)

A volte mi sento figlia di un altro tempo. Non so dire se sia già trascorso o ancora immensamente lontano... E’ come se i mie occhi avessero visto cose che la mia mente non ricorda, come se la mia anima avesse su di sé il peso di altre vite... (pag.42)

Ci troviamo di fronte a un caso di personalità plurima, di un’anima che riesce a percepire l’altro da sé in un cammino di conoscenza che già si profila come conoscenza del metafisico. Un tumulto interiore straordinario che non cerca la via facile dell’appagamento materiale, né di facili appagamenti terreni.

“Eccomi giunta al confine tra ciò che è facile e ciò che è quasi impossibile. E comunque sempre più sedotta dall’impossibile che dal facile. Come un fiume che per immettersi nel mare sceglie sempre la strada più tortuosa, la più lunga. La più difficile. Forse perché in fondo credo che vincere con facilità sia come perdere. E perdere dinanzi all’impossibile sia come aver vinto”. (pag. 46)

Il racconto di sé continua, che poi non è solo racconto, ma ricordo, meditazione, riflessione, poesia. Come quando con accenti degni di Saffo avverte nel cuore della notte la solitudine immensa dacché perfino la luna si è eclissata.

“Anche la luna beffarda si è dissolta stanotte. E non tornerà”.

La luna che molto frequentemente ricorre nelle pagine ora compagna, ora complice, ora fredda osservatrice dei destini umani. E sembra di avvertire sulla pelle antiche emozioni leopardiane. E ora la luna veglia su un animo svuotato di un sogno d’amore per il quale pensava non potesse mai esserci la parola fine.

Al momento l’unica felicità è la musica, compagna ideale, (pag 57) vincolo d’affetto, sostegno, sussurro, compagna di vita che permetterà l’evoluzione e la crescita. Con lei le sofferenze passano tutte, i dolori interni fluiscono via.

“Con l’orgoglio di aver realizzato il mio sogno, di aver vissuto tutto quello che c’era da vivere, di aver provato tutto quello che c’era da provare”.

...QUESTA PER ME è LA FELICITA’. (pag.59)

Non una felicità esclusiva come magari umanamente è desiderabile, ma uno stato di benessere interiore insieme agli altri, alle vite lontane, agli sconosciuti incontrati per strada, agli sguardi incrociati per caso.

“Adoro quando si cerca di stabilire un legame, che è essenzialmente un legame di “condizione” (pag.60)

Per sentire volare la sua anima insieme a quelle di mille altre persone di cui osserva le vite per cercare di comprenderne le sfumature. Eppure il percorso sembra non fornire mai la conclusione, la conquista è difficile e travagliata, e il traguardo non è quello sperato ma bisogna imparare ad accettarlo pena la perdita della serenità, perché, si sa, “nella vita ogni istante è una scelta”.

“E il dolore in questo aiuta. Aiuta a continuare a crescere... ad andare avanti. Per trovare un giorno la via giusta”. (pag70)

Mai abbandonare i propri sogni, lottare perché si realizzino. Nella vita come nell’amore.

“Da oggi in poi sarò l’artefice delle mie emozioni... del mio destino. Anche se credo che tutto sia già più o meno scritto”. (pag.71)

“Tutta la mia passione sembra ora rivolta altrove. Ad una dimensione di cui non so nulla. Ma che mi chiama a sé con tono persuasivo e seducente”. (pag 71)

Credo che, pur ammettendo la totale inconsapevolezza adolescenziale della portata di tali pensieri, sia questo il discrimine che fa della vita di Carlotta una vita diversa, una vita, se possibile, predestinata o semplicemente prescelta dall’Alto. Ella confessa di percepire un’altra se stessa, diversa e uguale a quella che l’ha preceduta.

“Le ultime lacrime sanno di voglia di volare via... di speranza... di forza... di avvenire. Di Addio” ( pag.72)

È come se una volontà incosciente agisse alle sue spalle, segno, da una parte di un impulso alla realizzazione di sé, dall’altra di un desiderio di travalicare la vita alla ricerca di una dimensione più totalizzante. Una capacità di saper anche tramontare pur di affermare nuovi e più autentici valori. Tanto più che Ella crede che:

“Quando perdi una persona è solo la sua forma a cambiare, non la sua essenza.

E i frammenti di noi continuano a vivere nelle persone che abbiamo amato. Perché ormai fanno parte di noi.

E’ questo il vincente coraggio del distacco” (pag.71)

Riflessioni che lasciano sgomenti per la virtù profetica delle parole. Ma come poteva un’adolescente presentire il suo futuro, inconsapevolmente, e raccontarselo, a 16 anni? Si rivede a 14 anni piangere tutte le lacrime del mondo ma non per una perdita, per un sogno infranto, ma perché avverte la presenza

“...dell’amore per qualcosa di più grande di me, di noi, della razionalità, della pazzia. Questo pianto ha il sapore di una violenta passione”. (pag. 73)

Tutto può essere interpretato con valore metaforico, ma questa passione violenta, questo amore capace di accompagnarla nei meandri dell’anima e farle scoprire una parte di sé fino a quel punta ignota, per ora è la musica che

“mi purifica ogni giorno, raschiando le scorie interne della mia mente e del mio cuore”

“Io sono rinata così, con il violino adagiato sulla spalla...e per la prima volta nella mia vita piango di gioia” (pag 76)

E ancora:

“Voglio entrare in quel mondo (della musica) intenso e sconfinato che però non mi spaventa”. (pag 75)

Le suggestioni metaforiche sono facili, a posteriori, sono facili, ma non è quello che importa ora, bensì seguire il processo di maturazione, scoprire l’attenzione che la fa consapevole di ogni peculiarità, della insignificanza e della necessità di ogni cosa, dell’evoluzione interiore che sta percependo.

“A volte perdo pezzi di me, mi lascio crollare giù dai dirupi emozionali. Cavalco mondi paralleli che percepisco ma non comprendo” .

“Guardo dentro il buco del tempo e la mia anima vibra su note scomposte, su suoni indomiti che non riesco più a contenere”.

“In questo giorno che sento infinito sento il sipario calare su un io che forse morirà ancora prima di nascere” (pag 83)

Bisognerebbe leggere tutta la confessione con se stessa, bellissima e densa di afflato poetico, che si serve di parole il cui senso profondo sfugge. Si avverte solo un tumultuare di passioni, di sensi sconvolti, di visioni oniriche che l’allontanano sempre più dal reale, dal mondo. Una forza irresistibile, ammaliante possederla tutta, forte come l’amore, come la musica, da cui non riesce a liberarsi.

“E’ una libertà falsa la mia. Sono un angelo inquieto che vola in una stanza oscura. Sono un’aquila che non ha mai visto il cielo”. (pag.85)

“Io...principessa di un regno che non esiste più. Che forse non è mai esistito”.

“Gli occhi sono gocce di anima che cadono giù lente... sono infinito racchiuso in uno sguardo. Sono “oltre” (pag 86)

Lo sguardo acuto di Carlotta riesce a distinguere tutta la molteplicità delle maschere, degli atteggiamenti fasulli che quotidianamente esprimiamo, delle scelte che operiamo guidati di volta in volta da sentimenti o risentimenti, ma comunque sempre in condizione di schiavitù dell’anima. Nel fiume della vita vede parti di sé, per così dire, superate e non più significative, scomparire per sempre tra i gorghi, mentre nuove gemme fioriscono sull’anima che rinasce dopo “l’agonia dello spirito”, dopo “la piccola-grande battaglia contro l’altra me”. E soprattutto dopo aver creduto alla favola bella della Vita ed esserne rimasta delusa, perché il finale di felicità le è stato sottratto, perché la Vita nel suo narrare e narrarsi aveva omesso di dire che spesso i sogni non si avverano. Tutte le illusioni deluse, tutte le promesse svanite.

“Illusi e sciocchi noi poveri umani. Burattini mal fabbricati che ballano una danza di cui non conoscono i passi su un palcoscenico di cartone che può cadere da un istante all’altro. Che è la nostra vita” (pag 93)

Eppure Carlotta non si arrende dinanzi alla confusione, alla difficoltà, alla sconfitta.

“Eccomi di nuovo qui a cercare disperatamente qualcosa che non so cosa sia e che, pur sapendolo, so che non riuscirei a trovare. Ma che, proprio per questo, è ancora più ammaliante, più bello”. (pag 102)

Intanto la vita prende il sopravvento, amata, cercata, goduta nelle piccole cose, nella musica diventata Arte, ricerca dell’emozione più profonda e più irraggiungibile.

“Eccomi qui a vivere nella ricerca della bellezza, del sublime. Sotto qualsiasi forma”. (pag 103)

Ormai maturata, cresciuta, Carlotta non rincorre più traguardi esterni e la sua ricerca, che prosegue incessantemente, è rivolta dentro di sé. Ci sovviene di Sant’Agostino d’Ippona:

“In interiore hominis abitat veritas”. (De vera religione, XXXIX) La fanciulla “petrarchesca” ascende al monte dell’arte, della bellezza attraverso la musica, la poesia, la natura.

“Voglio vedere il sublime... nella mia vita” e aggiunge ”quello totalmente imperfetto. Quello dell’Arte” (pag 104)

Ecco disvelato il senso delle parole nascoste, dei pensieri rimasti a lungo celati, che hanno preteso di prendere forma non perché rimanessero parole d’inchiostro sulle pagine di un libro, ma rimanessero anima. Anima da donare, anima da condividere.

“Non più silenzio ma grido".

“Il grido delle parole nascoste” (pag.107)

Violinista e laureata con lode in Storia dell’Arte, Carlotta Nobile divide i suoi ventitre anni fra attività concertistica e studi universitari. Diplomata in violino a 17 anni con lode e menzione, si è perfezionata a Londra e Salisburgo. Ha al suo attivo poesie edite e inedite e sta incidendo un CD con l’opera omnia per violino e pianoforte di Ernest Bloch, per l’esecuzione della cui musica ha conseguito la “Bloch special mention” all’International Ibla Grand Prize 2008.

Considera questo suo primo, scritto a 16 anni, una fotografia fedele di una ragazza nella quale fatica a riconoscersi. Ma a cui guarda con tenerezza e affetto, consapevole che fra queste pagine abbia preso forma e consistenza la donna che sta diventando e che a soli 24 anni diventerà, libera delle spoglie terrene, un Angelo di rara bellezza e virtù.

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Michela Zanarella, "Tragicamente rosso"

5 Maggio 2016 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #poesia, #recensioni

Michela Zanarella, "Tragicamente rosso"

Il titolo è già una poesia e verrebbe da pensare che questo libro covi violenza e manchi di pudore, invece è proprio il contrario. Tragicamente rosso è una suite per parola e silenzio scritta da passione e pensiero. La suite è composta da cinque movimenti: rosso donna, rosso shoah, rosso mondo, rosso natura e rosso guerra. Ogni movimento è composto da un minimo di sei e un massimo di quindici poesie. Si chiude con un monologo che ben si presta ad adattamenti teatrali, e infatti è stato già più volte rappresentato riscuotendo numerosi successi.

Ma veniamo al libro: potrebbe essere definito una silloge, un libro di poesia, una raccolta, ma in realtà è ben altro, perché raccoglie in un corpo perimetrico cinque fascicoli molto ben delineati, come se le sillogi fossero cinque, oppure cinque fossero i temi trattati con intonazioni diverse, quindi, come dicevo, una suite che in cinque movimenti racchiude l’estro creativo di un musicista romantico.

Cosa dice l’autrice in questa suite? O meglio, cosa cerca? Già, perché dire e cercare sono due cose molto diverse. Dire significa imporre un proprio suono e ritmo, esprimere idee o proporre pensieri. Da -> a, mai al contrario, l’ascolto non è contemplato nel dire. Cercare significa scavare, esplorare, scoprire, scoperchiare, spostare i mobili, alzare i tappeti e… guardare, ascoltare, toccare, annusare con attenzione, quindi ricevere tutti gli stimoli sensoriali, attivare i neuroni dell’ascolto e rendersi disponibili a ricevere. Ricevere cosa? Per ora basti sapere che cercare è anche predisporsi a ricevere.

La parola è lo strumento, ma non solo, c’è il silenzio, la pausa, l’intenzione… il tutto condito da interiorità inespressa che attende di farsi spazio nella luce.

Bene, allora, la poesia? È questo: ricerca! Leggendo i versi di Michela Zanarella non si trova, ma si cerca. Le poesie non sono risposte ai nostri quesiti, ma scaturigine di altri quesiti. Per questo non occorre capire, ma solo lasciarsi andare già dall’inizio:

Appesa ad un silenzio

nel precipizio di un amore

tragicamente rosso

cedo e m’adeguo

alle forme del dolore.

L’autrice non descrive luoghi o contesti, semmai definisce una presenza che si identifica con la nostra. E quando dice

La pelle cosparsa di dolore

Non grida

E cede il respiro

Ad un silenzio

Che lacera e nasconde

Vuoto intorno

Non denuncia, ma comunica con le fibre più intime di ogni lettore rendendolo protagonista della lettura.

Molto più esplicita, invece, quando scrive

Aggrappata al sangue dell’odio

Anche la neve ha sguardi neri

Hanno inghiottito il grano e le epidermidi

Le oscurità di Auschwitz.

Il linguaggio che sembrerebbe tenue invece stringe come una tagliola. Già, non è un linguaggio facile, non è chiaro né immediato, ha qualcosa di subdolo, perché ti accerchia con le sue poco effusive moine, e se fai attenzione ti accorgi che il messaggio veste un velo di seta che lo rende all’apparenza dolce. Ma si sa, il velo è anche un simbolo profondo: ciò che si squarcia quando muore Cristo, è l’imene custode della verginità, è il pudore che si stende come l’ombra delle nuvole, è ciò che nel suo “velare” giustifica la menzogna, perché sotto il velo c’è la verità che non ha pudore, che è cinica, che è sempre preferibile alla falsità, ma che atterrisce!

Non ha motivo

di insistere il dolore

nei palmi tesi del mendicante

nelle infanzie infrante

di un bambino

nel respiro muto

di una terra

che inciampa tra le mine,

nel grembo in croce

di una donna

dove il falso amore

ricalca prepotente

lividi e promesse.

La vita

non ha bisogno di lacrime

o avidità del tempo.

Dove piange il mondo

è debole la radice di ogni uomo

che ha macerie

incise sulla pelle,

come silenzi

addestrati ad ignorare

il sangue e il sudore

delle epoche.

L’autrice non sentenzia né impone il suo pensiero, ma attraverso un verso libero, quasi scarno, assolutamente privo di pizzi e merletti, apre le porte della percezione e mette l’uomo di fronte all’abisso, là dove non sapevi che un giorno saresti arrivato e dove potresti cadere. Del resto questo deve proporre la poesia: l’abisso! Quindi

Toglietemi la vostra giacca

D’incenso,

il furore assurdo,

l’intreccio di logiche assenti.

E lasciatemi così, mentre

Intorno a me follie bellissime

Rovesciano la mente

E mi schiantano nel buio

Ad imparare l’assurdo.

Perché nell’assurdo c’è verità nuda, e imparando l’assurdo saluto questo libro che disegna un percorso poetico dipinto di tragico e meraviglioso rosso, e musicato da un iride di parole e silenzi.

Claudio Fiorentini

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Valentino Appoloni, "La ferocia"

4 Maggio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #valentino appoloni, #storia

Valentino Appoloni, "La ferocia"

La ferocia

Valentino Appoloni

pp 240

ilmiolibro.it

Valentino Appoloni è esperto e appassionato della Prima Guerra mondiale. Ha letto tutta la diaristica sull’argomento ed è, infatti, in forma di diario che scrive il suo romanzo, La ferocia, quasi un’ossessione per lui. Dedicato a un familiare morto in guerra, ambientato sul Carso, racconta una sanguinosa ed estenuante guerra di trincea popolata da personaggi teatrali: gli ufficiali in contrasto fra loro, Robusti, Avanzi, Dimari, Bandanera, vecchi e giovani a confronto, e i soldati, Filosofo, Guerriero, Imboscato e tutti gli altri, ognuno a rappresentare un diverso tipo umano. Le loro vicende scorrono veloci e sono raccontate con un linguaggio paratattico ma elegante. I paesaggi cambiano rapidamente e hanno anche aspetti drammatici e romantici: cimiteri sventrati, case diroccate, chiese abbandonate. Il tempo atmosferico accompagna l’umore delle truppe. A farla da padrone è, ovviamente, l’azione bellica serratissima ma descritta in modo asettico, lucido, che solo a tratti lascia trapelare un poco di pathos.

La ferocia è ciò che permette agli uomini di sopravvivere, agli ufficiali opportunisti e arrivisti di agire per il bene della battaglia, sacrificando i più deboli pur di vincere.

La vita di trincea è terribile: i piedi stanno ammollo e s’infettano, i parassiti, il freddo e la sete tormentano, il nemico è sempre in agguato, la morte è all’ordine del giorno. Ma stare nelle retrovie sarebbe peggio, là non ci sarebbe più dignità, là è il regno degli imboscati e dei vili.

Fuori della trincea non c’è dignità. Forse c’è salvezza, ma senza decoro e nella più nera solitudine che è quella di chi dovrà sempre celare agli altri la sua viltà.” (pag 162)

Sorregge solo il pensiero del rispetto verso se stessi e della responsabilità che lega agli altri. Fonte di consolazione è la cultura: il protagonista, l’unico a non avere un nome, si affida a ragionamenti filosofici e letterari, razionalizza ciò che vede attraverso la sua erudizione umanistica, per tenere sotto controllo la realtà, per non cadere nel panico e soccombere, per non porsi incessantemente domande sul senso della carneficina in atto dove “la differenza non è tra morti e vivi, ma tra morti e non ancora morti”. Quando una promozione aumenterà i suoi oneri, sensi di colpa e disagio etico lo attanaglieranno ad ogni scelta.

Difficile capire il senso della contrapposizione “patria, dovere, Italia” verso “pane e pace”, laddove le parole si svuotano di significato, diventano retorica in bocca ad ufficiali che si fanno vivi dalle retrovie solo per parlare in pubblico. Quello che resta di tali parole è un simulacro vuoto che, pian piano, si riempie di cadaveri, marionette disarticolate, bambole sventrate, “Eppure erano stati uomini”. Si cerca di dare ancora un senso a valori quale l’onore, il rispetto del nemico ma la ferocia annulla tutto, disumanizza.

Esiste davvero una città, un mucchio di terra, pietre, case, che valga tante vite?

Ciò che ci piace di Appoloni è proprio la bellezza delle parole semplici (“Ma Dio è troppo paziente e buono) che rispecchia l’agghiacciante semplicità della situazione: “Noi e loro spararsi e procurarsi a vicenda il massimo danno per vincere prima. Questa semplicità bisogna accoglierla.

La prima e la terza persona si alternano, con inserimenti di lettere e racconti, uno, in particolare, L’Imboscato, vale da solo tutta la narrazione.

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