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Gordiano Lupi, "Miracolo a Piombino"

15 Marzo 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #gordiano lupi, #recensioni

Gordiano Lupi, "Miracolo a Piombino"

Miracolo a Piombino

Gordiano Lupi

Historica edizione

2016

Nella vita si è spesso a un bivio e massimamente nell’adolescenza. Marco possedeva tutte le incertezze, i malumori, le crisi tipiche dell’età adolescenziale e la consapevolezza indotta dagli adulti che era arrivato il momento di cambiare rotta. Avviene però che proprio in quel momento si fratturi il dialogo di emozioni e di affettività con i propri genitori e ci si chiuda in se stessi in un indecifrabile mutismo, incapaci di trovare un punto d’incontro.

Forse per questo Marco trovava nei gabbiani del porto degli amici a cui poter idealmente confidare le proprie pene. Proprio come il gabbiano Robert, a cui la vita aveva riservato il dubbio dell’avvenire, l’incertezza di quel che sarebbe stato. Pensieri che questi rimuginava in solitudine lontano dallo stormo degli altri gabbiani impegnati ad essere sempre proni col becco sulla scia dei pescherecci alla ricerca di cibo.

Emerge in tutto il suo valore metaforico il parallelismo tra il giovane Marco e il gabbiano Robert. Spicca il ruolo della memoria, soprattutto in tale momento cruciale della vita, soprattutto quando la Vita, quella del vecchio nonno, sta per avere fine, ma non così le storie da lui narrate al nipote quando costui era piccolo, rimaste impresse nell’animo al punto da farne mezzi con cui ancorarsi al passato contro le intemperie e le incertezze del futuro.

L’unico conforto sempre lui, il gabbiano, reietto e solitario pure lui, a cui confidava i segreti pensieri e il desiderio di imparare a volare, senza però ottenerne risposta, o forse la risposta c’era ma Marco non riusciva a comprenderla. Bisogna adottare lo stesso linguaggio per comprendersi o almeno avere l’animo sgombro da pregiudizi.

In entrambi tuttavia si percepiva il desiderio di un mutamento o forse di una fuga.

Quando ci si sente diversi o quando gli altri sembrano diversi non rimane che la fuga, dalle mode, dall’ovvio, dal conformismo, in una parola la solitudine, e il tentativo al contempo di scoprire realtà altre che diano il senso della libertà, condizione unica per l’autodeterminazione, per poter essere quello che ci si sente di essere. Soprattutto nell’età in cui “niente era chiaro ma tutto era possibile” (pg.44).

Il protagonista dunque anela a null’altro che a fare le scelte, le sue, negli studi, come nella musica, e in genere nella vita secondo le sue inclinazioni.

Un ribelle, dunque, proprio come il gabbiano Robert; insofferente allo stereotipato mondo degli adulti l’uno, come delle regole del vecchio Rudy l’altro.

Il romanzo si snoda lungo una serie di quadri giustapposti che si intersecano e si sovrappongono tra similitudini e metafore nel dedalo di strade, vie, profumi di casa, panchine di fronte al mare, fiori arsi dal sole e dalla salsedine, tra lo scrosciare delle fontane e il frastuono dei pennuti in cerca di cibo, il sibilo lontano della sirena dell’acciaieria e lo sferragliare dei treni sulle rotaie. Eppure tutto questo scenario, registrato con dovizia di particolari annodati dal filo del ricordo, è inadeguato per chi anela a scoprire il senso della vita.

Intanto prende consistenza la fuga dal reale e il perdersi nella lettura dei romanzi di eroi e di malinconia, mentre la mente era lacerata dal rancore verso “una piccola città, bastardo posto” in cui vigeva ancora una situazione di micro feudalesimo clientelare, e il sogno di un mondo altro, lontano, magari di “raggiungere la fine del mondo”.

I rischi, i pericoli sono sempre in agguato quando si cerca di vivere secondo le proprie scelte a riprova che non è possibile recidere i legami col mondo che ci circonda nonostante l’irrefrenabile voglia di solitudine.

Il solo essere nel mondo ci lega al mondo in tutte le sfaccettature e c’è sempre un momento in cui appare evidente l’attrito con la “normalità”, e il dolore di altre fratture, insospettabili, inattese, come la morte della persona amata, come la sua Sara, naturalmente è seguito dal crollo dei sogni e delle speranze. Di qui lo sperdimento, la paura, la tristezza e il rifugio nella memoria come unico stridente conforto.

“Ti nascondo dalle pene del mondo” lo confortava un volto di bambina emerso dal limbo della memoria, provocando una scia di rammarico, persino di rimorso nel suo animo.

E si sentiva profondamente infelice, nonostante non avesse ancora vent’anni.

“Avevo vent’anni, Non permetterò

A nessuno di dire che quella è la più

Bella età della vita”

I versi di Paul Nizan gli martellavano in testa.

Infatti proprio a causa di questo amore che non aveva mantenuto la promessa di vita, il cui ricordo pesava come un macigno, il senso di colpa gli toglieva la serenità facendolo sprofondare in incubi tetri.

Per antitesi il suo Alter ego, il gabbiano, godeva una vera e propria situazione paradisiaca in un mondo neppure tanto diverso da quello che aveva lasciato, sentendosi pienamente realizzato in una diversa dimensione pur ancora raminga e solitaria. Ma altra era la disponibilità verso la vita.

Essere al mondo significa stare nel mondo e non poter eludere gli incontri neppure quelli casuali. I quali a volte si rivelano decisivi e fondamentali, capaci di infrangere la barriera di solitudine ed isolamento, perché due solitudini possono affrontare insieme il futuro, non escludendosi dalla comunità.

Alla fine l’ignoto non era un luogo da conoscere nelle spiagge deserte o tra gli scogli lontani all’orizzonte. Era un grumo nel cuore e un’asfissia dell’anima che andavano risolti in altro modo.

E la gabbianella ne aveva tutto il merito “perché vicina al suo mondo interiore”.

Sicché alla solitudine di prima pian piano va sostituendosi, grazie all’incontro con la compagna, solcata ugualmente da intensi passati dolori, un pensiero d’amore che scaldava l’anima e apriva gli occhi alla vita, al tempo il quale ogni giorno è una conquista da vivere come un dono.

Questo è guardare al futuro: accettare quello che avviene ogni giorno, giorno dopo giorno, nelle nostre vite.

Per antitesi Marco non riesce a liberarsi di un amore appena vagheggiato e già finito, di una febbre d’amore che l’aveva bruciato e di cui ora vegliava le ceneri, del fremito dei baci destinati a rimanere inerti per sempre.

Eppure sente di dover reagire, pena la sua perdizione, comprende che la solitudine non è una gabbia d’oro, è solo una gabbia che rischia di trasformarsi in assenza e fare di lui un assente nella vita.

Non rimaneva dunque che ribellarsi al destino che egli stesso stava tratteggiando. Occorreva uno sforzo d’amore per la vita, uno slancio vitale che significasse speranza e non ripiegamento sul passato, capacità d’amare e non tristezza per un amore perduto. Riuscire a conciliare il passato e il presente, a preparare tramite il presente il futuro, proprio come fosse un miracolo, anche per Robert il gabbiano, per miracolo, fu l’inizio di una svolta di vita e l’abbandono della solitudine.

Tutto ciò per capire che “è inutile cambiar sede se l’anima è malata” (Seneca) e che non esiste mondo migliore di quello in cui sono radicati affetti profondi, antichi, vecchie memorie da custodire perché rivivano in noi e non siano ceneri da contemplare in sterile silenzio.

Dunque ritornare alla terraferma equivaleva rinascere a nuova vita, dato che nuovi erano i sentimenti con cui guardare al già noto.

Pertanto l’isola a cui approdare per rinascere non è lontana da noi, è in noi purché si abbiano occhi tersi per guardare alla vita.

Solo così il passato non è sinonimo di angoscia o di rimpianti e rimorsi ma una fucina a cui attingere con rinnovato esperienza.

La metafora del volo, aspirazione alla conoscenza del noto gabbiano Jonathan Livingston dell’omonimo romanzo di Richard Bach, diventa in questo piccolo ma prezioso romanzo l’epilogo felice che vede in Robert il Maestro, in Marco il discepolo finalmente diventato docile e pronto ad accogliere consigli e insegnamenti, a spezzare la solitudine per ritornare spiritualmente nell’ambiente che l’aveva visto crescere, con consapevole gratitudine, repressa dapprima e quasi odiata a causa di un eccessivo ed egoistico amore di sé, mal interpretato e fonte di altri dolori.

Il volo era iniziato, la libertà si era dischiusa sulle ali di un gabbiano. La nuova vita guardava al futuro.

In conclusione, un romanzo con un importante messaggio, scritto in stile piacevole e scorrevole, quasi fotografico, maggiormente fantasioso nelle pagine in cui protagonista è il gabbiano, ricco di particolari, alquanto eccessivo nelle citazioni, che rischiano di apparire sfoggio erudito.

Notevole il corredo di suggestive fotografie in bianco e nero dell’artista Riccardo Marchionni. Conclude il libro il racconto Il ragazzo di Cobre che affronta, che affonda lo sguardo nella condizione complicata dell’adolescenza in realtà obiettivamente difficili, come quella del terzo mondo.

E su tutto campeggia il grande amore per Piombino.

Adriana Pedicini

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AA.VV. "Lavoro Vivo"

5 Marzo 2016 , Scritto da Heiko H. Caimi Con tag #heiko h. caimi, #recensioni

AA.VV. "Lavoro Vivo"

LAVORO VIVO

di AA.VV.

Alegre 2012

Pagine: 130, € 14,00

Proporsi di raccontare il mondo del lavoro, quello reale, vivo, vissuto giorno dopo giorno da chi lo fa o lo subisce, attraverso dieci racconti di autori diversi, è un'impresa coraggiosa e quasi disperata. Eppure questo libro, nato da un'idea del compianto Stefano Tassinari insieme alla FIOM di Bologna, ci riesce pienamente. Il che dimostra come autori diversissimi tra loro possano avere un terreno comune e lavorarvi, ognuno nel chiuso della propria stanza, con una perfetta sintonia. Ne esce un mosaico che, pur raccontando storie differenti e collocate in epoche diverse, compone un romanzo sul lavoro di impagabile valore.

Giungla d'appalto, di Gianfranco Bettin, è un racconto amarissimo sui malaffari condotti da ditte specchiate e autorevoli al porto di Marghera, scritto da un autore ben documentato (ha pubblicato tra l'altro Petrolkimiko. Le voci e le storie di un crimine di pace) e nato proprio a Porto Marghera. Un pugno nello stomaco, ma ancora dolce rispetto alle storie che seguono.

Drammatica e senza scampo, la scrittura finissima di Giuseppe Ciarallo scava, in Eqquessaè, in un passato non così lontano come gli anni Sessanta per ricomporre la lunga scia dello sfruttamento in fabbrica, "dove si moriva, ci si ammalava, ci si infortunava, e dalla quale si veniva sbattuti fuori appena non servivi più". L'autore abbandona la graffiante ironia che solitamente lo contraddistingue per immergersi completamente nell'atmosfera cupa delle illusioni spezzate.

New York, 1911: un incendio devasta la fabbrica della Triangle. Maria Rosa Cutrufelli, in Fuoco a Manhattan, racconta i fatti drammatici che portarono all'istituzione dell'8 marzo, e lo fa attraverso le vive voci di tre testimoni. Una scrittura lucida e asciutta per una narrazione drammatica ed equilibrata. Con il merito di ricordarci che l'8 marzo non è una festa dei fiori.

Manovia è la concitata narrazione di un operaio che fabbrica scarpe, orgoglioso del proprio lavoro. Angelo Ferracuti parte dallo sfruttamento e dalle condizioni sul lavoro per arrivare alla famosa livella di Antonio De Curtis.

Senza buccia, di Marcello Fois, racconta la resa al lavoro "in nero, senza garanzie, senza contratto, senza assicurazione" e la voglia, anzi la necessità, di riscatto, anche di fronte a quella maggioranza che china la testa senza mai ribellarsi e ostacolando chi lo vuole fare.

Carlo Lucarelli, in Devo dirti una cosa, rappresenta un classico caso di morte nei cantieri edili, una di quelle morti che ci voleva un niente ad evitare. Ma la sicurezza sul lavoro è solo una regola scritta, non praticata. E la connivenza di chi non vuole perdere la propria occupazione e per questo è disposto a rinunciare a qualsiasi garanzia ne rende impossibile l'applicazione.

No Cap, di Milena Magnani, è una storia di braccianti africani in Salento, sfruttati e ricattati dai caporali di turno; ma è soprattutto la storia di una riscossa, di come l'unione faccia la forza e di come non ci sia una sola ragione valida di abbassare la testa: si ha solo da perdere. Un racconto efficace nonostante qualche momento eccessivamente retorico.

In Ma scrivere è un lavoro? Giampiero Rigosi non sa rispondere alla domanda, e ci mette quindici pagine a farcelo capire. Non sa cosa scrivere, e ci spiega perché; si sente in colpa verso chi fa un lavoro manuale, e ci spiega perché; ma non arriva mai a rispondere, né sa rappresentare efficacemente la fatica, la dedizione e il sudore che richiedono lo scrivere. Viene un dubbio angoscioso: perché sprecare tante pagine per questo racconto insulso, invece di lasciare spazio ad un altro autore, che avesse qualcosa da dire?

Stefano Tassinari sa come nessun altro mettere il dito nella piaga con un racconto struggente, doloroso e mai retorico, scritto col cuore. Il ricordo amaro di un'assenza sa andare a fondo, con lucida amarezza, al crimine delle cosiddette morti bianche: omicidi per profitto e per negligenza. Perché è in atto una guerra, "da una parte gli aggressori e dall'altra chi è costretto soltanto a difendersi, ma a mani nude".

Chiude la raccolta Pezzi di ricambio, di Massimo Viaggi, la commovente testimonianza di un operaio costretto a lavorare per anni in mezzo all'amianto. "Pensi che al centro dell'Officina c'era un posto dove lavoravano gli operai di una ditta in appalto, che dentro a una camera formata con i teloni di cellophane spruzzavano le fiancate delle carrozze di amianto in fiocchi. Sono morti tutti".

Interessanti anche le note finali di Bruno Papignani, che narra la nascita di questa antologia e commenta ogni singolo racconto mettendoci la propria esperienza.

Un libro che sa essere testimonianza anche quando inventa, che non perde quasi mai di mordente e che dovrebbe figurare in tutte le librerie di chi ha una coscienza. Ma dovrebbe essere letto, soprattutto, da chi una coscienza non ce l'ha.

Heiko H. Caimi

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Marino Magliani, "Carlos Paz e altre mitologie private"

4 Marzo 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #racconto

Marino Magliani, "Carlos Paz e altre mitologie private"

Marino Magliani

Carlos Paz e altre mitologie private

Amos Edizioni - Euro 15 - Pag. 220

www.amosedizioni.it - info@amosedizioni.it

Marino Magliani è uno degli ultimi narratori classici italiani, romanziere sopraffino che intinge la sua penna delicata e soffusa di malinconia nel sangue che sgorga dalle ferite della vita. Magliani è la sua Liguria di Ponente, gli olivi e i colli riarsi tanto cari a Biamonti, ma anche l'Argentina, il Sudamerica, la Spagna bruciante passione, l'Olanda invernale e cupa. Magliani crea pagine di letteratura dalla sua vita - da sempre il miglior modo di far letteratura - ma non si limita a uno sterile autobiografismo, ché l'esperienza personale è sempre in primo piano ma diventa universale, si trasfigura nel ricordo.

Carlos Paz e altre mitologie private è una preziosa raccolta di racconti, forse tra le cose più riuscite della narrativa di Magliani che - memore della lezione sudamericana e degli autori che traduce - si esprime meglio nella misura breve. Una raccolta divisa in tre sezioni: Rena, Arenaria, Sport liguri e olandesi, composta da quindici racconti di ambientazione a metà strada tra la Liguria e l'Olanda con alcune divagazioni ispaniche.

Il mare è sempre presente come motivo ispiratore ed elemento vitale, sin dalle prime parole della raccolta (da casa sua il mare non si vedeva...), che sia il caldo e accogliente mar Ligure come il freddo e ostile mare olandese. Gli olivi, la terra, il tempo perduto, il tema del ritorno e dell'assenza, la poetica dell'uomo lontano dalle proprie radici che desidera assaporare il profumo di antichi giorni infantili. Le notti di Sorba - quasi un romanzo breve - è la storia più intensa della raccolta, quella in cui la poetica proustiana si fa più evidente, ma tutta l'opera è ad alti livelli, scritta con stile personale con sentori di Biamonti, Pavese e Tozzi.

Ottima confezione editoriale, come tradizione di Amos, piccolo editore di qualità, artigiano appassionato della vera letteratura.

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Sybil G. Brinton, "Vecchi amici e nuovi amori"

29 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Sybil G. Brinton, "Vecchi amici e nuovi amori"

Vecchi amici e nuovi amori

Sybil G. Brinton

Traduzione di Camilla Caporicci

Jo March, 2013

pp 341

14,00

Fin dal 2009 l’agenzia letteraria Jo March si occupa di “riportare alla luce narrativa lontana, nel tempo o nello spazio, a torto dimenticata o mai tradotta in lingua italiana”. La traduzione e la ristampa di Vecchi amici e nuovi amori, di Sybil G. Brinton, definito “l’antenato di tutti i sequel”, di tutti gli spin off e derivati austeniani, scritto cento anni dopo Orgoglio e Pregiudizio (1813) e tradotto in italiano cento anni dopo la sua pubblicazione (1913), soddisfa proprio questo criterio.

Duecento anni ci separano, dunque, dall’originale di Jane Austen e cento da questo seguito della Brinton, della quale poco si sa, se non che ebbe una vita breve e non godé mai di buona salute. L’autrice fu una janeite, con quanto di positivo e di negativo il termine implica. Il janeitismo si sviluppò dopo il 1870, con la pubblicazione di A Memoir of Jane Austen di J.E. Austen - Leigh. Addirittura Rudyard Kypling scrisse un racconto, intitolato The Janeites, su un gruppo di soldati della prima Guerra mondiale appassionati dei romanzi della Austen

Ai sei romanzi canonici si rifà questo sequel, e cioè Orgoglio e pregiudizio, Mansfield Park, L’Abbazia di Northanger, Ragione e sentimento, Persuasione, Emma. La Brinton ne interseca i protagonisti, ritrovando, appunto, “vecchie conoscenze” e favorendo nuovi intrecci sentimentali, compensando i finali sempre un po’ troppo bruschi della “cara zia Jane”, basandosi su indicazioni date dalla stessa autrice riguardo possibili sviluppi, creando una specie di riassunto e di compendio di tutti e sei i romanzi. Seppur presenti, i caratteri principali restano sullo sfondo, in favore di figure minori, come Georgiana Darcy, Kitty Bennet, il colonnello Fitzwilliam e Mrs Crawford, di cui vengono narrate nuove avventure e nuovi amori.

“In questo modesto tentativo di rappresentare il seguito delle avventure di alcuni dei personaggi di Jane Austen,” ci dice la Brinton nella prefazione, “ho fatto uso dei riferimenti fatti a essi dall’autrice stessa, registrati nel Ricordo di Mr. Austen- Leigh

Il testo ha valore per ciò che rappresenta culturalmente, per il suo essere capostipite di tutta la fanfiction successiva, non tanto per il contenuto o lo stile. Di sicuro risponde a quel bisogno che s’impone, prepotente, alla fine di un libro amato, quando lo stringiamo al petto sentendoci orfani, chiedendoci cosa i protagonisti faranno ora che l’ultima pagina è stata letta e abbandonata.

Ma forse è perché gli attori principali non sono quelli che tanto ci hanno coinvolto – leggi Elisabeth e Darcy, ora trasformati, in soli due anni di vita coniugale, in signorotti di campagna privi di allure, compresi nel loro ruolo di genitori quanto Jo e il professor Baher in Piccoli uomini, ruolo da cui Elisabeth si distacca solo per addossarsi un’attività di match maker presa in prestito da Emma Woodhouse – se l’iniziativa riesce solo in una certa misura.

La storia di Georgiana, i suoi turbamenti, i suoi rossori, il suo agire da timida paraninfa fra il cugino Firzwilliam, suo ex promesso, e una Miss Crawford del tutto stravolta dall’originale austeniano, il suo amore per William Price bramato dall’amica Kitty, non ci prendono più di tanto, né ci entusiasma la tecnica che, nel tentativo di imitare quella “conversational” della Austen, non sfugge a qualche involontaria goffaggine e stempera il witticism in monotonia. Ricorda, semmai, il più piatto stile della quasi contemporanea – e rivale di Jane Austen – Maria Edgeworth. Manca l’ironia tagliente, manca lo studio di un’intera classe sociale e forse non è un caso se questo Old friends and new Fancies sembra essere rimasta l’unica prova della Brinton.

Anche i migliori fra i derivati”, ci conferma Giuseppe Ierolli nell’introduzione “rimangono lontanissimi da tutto ciò che ha reso Jane Austen uno degli autori più amati e studiati della letteratura mondiale. La perfezione dei suoi dialoghi, l’ironia e la parodia che pervadono i suoi scritti, talvolta celate in brevissimi incisi che spesso sfuggono al lettore distratto, la finezza di quello che lei stessa definì “il pezzettino d’avorio (largo due pollici) sul quale lavoro con un pennello talmente fine che produce un effetto minimo dopo tanta fatica”, la naturalezza con la quale ci accompagna nelle vicende dei suoi personaggi, la parsimonia con la quale li descrive, lasciando che i loro caratteri emergano molto più da ciò che dicono e fanno che da quello che ne dice il narratore, sono nel loro complesso, inimitabili, e solo qualche sprazzo emerge talvolta nelle opere che si ispirano a lei.”

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Aldo Dalla Vecchia, "Amerigo Asnicar"

20 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #televisione, #recensioni, #racconto

Aldo Dalla Vecchia, "Amerigo Asnicar"

Amerigo Asnicar, giornalista

Aldo Dalla Vecchia

Murena editrice

pp 75

10,00

Questo è il quarto libro di Aldo Dalla Vecchia ed è, a mio avviso, il più originale, perché mescola il giallo – a dire il vero un giallo elementare - all’ambiente che l’autore conosce per averlo frequentato da sempre e di cui trattano anche le sue opere precedenti, vale a dire il mondo della televisione Mediaset.

Dalla Vecchia costruisce un personaggio di giornalista investigatore, tagliandolo su se stesso, sulla sua professione, sui suoi interessi, addirittura sulle sue frequentazioni. I tre racconti che propone, infatti, hanno per protagonisti, non solo caratteri inventati, ma anche persone in cane ed ossa, amici dell’autore che sono, poi, famosi e conosciuti nel mondo dello spettacolo e del jet set milanese, da Cristiano Malgioglio a Mara Maionchi, a Paolo Mosca etc.

Aldo disegna se stesso in un habitat che è, allo stesso tempo, reale e parodistico. I personaggi sono attori, modelle, autori televisivi, persone ritratte senza sconti, senza paura di far nomi e cognomi, ma con sarcasmo bonario e gentile. C’è molta satira dell’ambiente, ma è fatta da dentro e con indulgenza. Le storie fanno riferimento all’attualità, necessitano di una lettura non differita, come il terzo racconto che si svolge durante l’Expo di Milano.

La scenografia e i personaggi, a partire dal protagonista - con quel cognome che sa tanto di anagramma ma è solo tipicamente veneto - ricordano le figure dei fumetti anni settanta, tanto amati dall’autore, a partire dal Corrierino dei piccoli, da cui Amerigo Asnicar sembra saltato fuori, pur essendo, come abbiamo detto, Aldo stesso, con le sue abitudini, l’amore per il burraco, il cane e il gatto, l’appartamento in una Milano “amatissima”, persino con un pizzico d’introspezione struggente.

a casa sua ero stato tante volte, e ci arrivai a piedi in pochi minuti anche quella sera d’autunno limpida e tiepida, con una sensazione strana indefinibile che non era semplice dispiacere, non era ancora dolore , ma aveva già i contorni nebulosi, il sapore acre , l’odore pungente della tragedia.” (pag 9)

Da questo mix di giallo meneghino e luccichio patinato da jet set, escono delle storie godibili, simpaticissime, divertenti e al passo coi tempi, da leggere man mano che usciranno – perché si preannuncia già una serie.

Lo stile è quello solito di Dalla Vecchia, elegante, colto. Lui stesso è un misto di educazione, cultura, umiltà e leggerezza perbene. È osservatore partecipe ma sottilmente critico di un ambiente fatto di gossip, di apparenza e, forse, di un briciolo di solitudine, un ambiente che lui adora, che comprende a fondo e al quale non rinuncerebbe per niente al mondo.

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Milly Dandolo, "Il dono dell'Innocente"

18 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Milly Dandolo, "Il dono dell'Innocente"

Il dono dell'innnocente

di Milly Dandolo

Treves, Milano 1926

Se non fosse che il libro è ingiallito, picchiettato, slabbrato, se non fosse che l’edizione (Garzanti 1942) è una ristampa dell’originale per i tipi di Treves del 1926, direi che lo stile de Il dono dell’innocente, di MillY Dandolo, è simile a quello di molti autori contemporanei, sorprendentemente moderno per l’epoca, seppur influenzato dal clima decadente. Non è un caso se la Dandolo, oltre ad essere scrittrice per ragazzi - collaboratrice già a quattordici anni de Il giornalino, insieme al Vamba di Gian Burrasca - è stata anche traduttrice di capolavori stranieri. Si devono a lei versioni italiane e riadattamenti di Dickens, Maupassant, Katherine Mansfield, Bernardin de Saint Pierre, D. H. Lawrence e Barrie.

Milly Dandolo (1885 – 1946) nacque a Milano ma visse prevalentemente in Veneto, ambientando spesso i suoi romanzi a Venezia. Scrisse poesie, racconti per ragazzi e narrativa per adulti. Di natura inquieta e sensibile, i temi ricorrenti dei suoi scritti sono il dolore, collegato, come in questo caso, all’innocenza dei bambini, e il ruolo fondamentale della maternità per la donna. Sull’onda di un cattolicesimo ortodosso e manicheo, e di un imperativo fascista che voleva le donne mogli e fattrici, viene esaltato il sacrificio materno. La donna vive una condizione di sofferenza, di subalternità, che riesce a sopportare solo attraverso la dedizione e l’amore per i figli. De Amicis trascolora in ideologia.

Le donne della Dandolo non sono eroine ma vittime, incontrano uomini che le stuprano oppure le sposano senza amarle a sufficienza, senza comprenderne l’unicità, la sensibilità, il talento. Sviliscono la loro natura, le rendono sottilmente infelici, rassegnate, rinunciatarie, incapaci di trovare conforto nella fede. I loro compagni sono la fonte dalla loro sofferenza ma non vengono caratterizzati, restano incolori.

La Dandolo fa un passo indietro rispetto alla letteratura rosa di Liala e della Delly, si rifà al tardo ottocento, ad Ada Negri, ma, forse, anche a certe atmosfere irredente della Deledda, a certi crepuscolarismi alla Fogazzaro.

La primavera aveva portato la gioia a tutte le creature del giardino e della campagna, anche alle più meschine. L’erba dei prati era spuntata, lucida e uguale, come una bella seta verde, ma anche i ciuffetti verdi tra le pietre dell’aia si drizzavano lietamente a bagnarsi nella stessa gioia di sole. Le piccole gocce di rugiada tremolavano sulle foglie dei gelsi, e poi cadevano sulle piccole erbe che hanno un nome solo per gli scienziati, e un sapore buono per le giovani galline che correvano qua e là, un po’ pazze e un po’ stupite.”

Lo stile de Il dono dell’innocente non è banale e sbrigativo, ci sembra che il narrare abbia un piglio attuale, una fretta moderna - come se Ada Negri avesse assunto l’ipersensibilità di Katherine Mansfield – e, allo stesso tempo, delle pause di un languore decadente, senza bagliori dannunziani, bensì con un afflato di ricerca spirituale che non trova pace nella religione ma è, piuttosto, scavo interiore.

La storia è semplice. Maria sposa Enrico, che può assicurarle un affetto tiepido, una passione trattenuta perché quasi considerata sconveniente, e una vita all’insegna del benessere. Va a vivere nella grande casa dove si aggira l’ombra burbera ma bonaria della vecchia zia di lui. Ha un figlio, Fausto, bambino dolce che la ricompensa della mancata gioia coniugale. Un giorno, però, incontra un vecchio amore, ora suonatore girovago, e si abbandona ad una serie di convegni clandestini notturni nel giardino della villa. Questi appuntamenti amorosi la appagano, non tanto dal punto di vista del sentimento, quanto di un rinnovato slancio vitale, di un rifiorire del corpo e dell’anima che stavano appassendo. Non è un caso se grande risalto è dato al contatto con la natura, all’impatto che essa ha sulla protagonista.

Ad un tratto si accorse che i rami d’abete diventavano nitidi e sottili, quasi fragili, e che una luce bianca passava tra di loro, e bagnava l’aria e la terra, come una rugiada splendente. S’accorse che i grilli cantavano, con sommessa melodia, fitti e vicini, e qualche uccello invisibile rispondeva, ugualmente sommesso. Si sentì avvolgere da un odore misto, con bizzarra dolcezza, di spigo e di resina, di menta e di fieno.

Viene il momento, però, che, come Anna Karenina, Maria è posta di fronte alla necessità di scegliere: l’amante le chiede di fuggire con lui. Lei non lo fa, troppo debole per affrontare una vita di stenti, troppo legata al figlio per abbandonarlo. Deluso, l’amante le promette che morirà per lei e, infatti, si lascia uccidere in una rissa fra ubriachi.

Il senso di colpa sommerge Maria, la porta al limite della follia. Per placarlo, confessa tutto al marito, sperando nel suo perdono. L’uomo reagisce con crudeltà, allontanando il bambino dalla madre, e comportandosi con lei con freddezza spietata.

“Forse”, pensa Maria, “se lui fosse meno buono saprebbe capirmi.” Ma Enrico “è buono”, e si arroga il diritto di punire e giudicare, è imbevuto di moralismo e sani principi, non sa perdonare e teme l’influenza della donna perduta sul figlio.

Quando Natale è alle porte, il piccolo Fausto, relegato presso una zia, non sopporta più la lontananza dalla madre. Fugge di nascosto per portarle in dono una rosa, il dono, appunto, dell’innocente.

Il bambino viene ritrovato febbricitante, il romanzo si chiude con i genitori al suo capezzale. Forse si salverà, forse no, non c’è dato sapere, l’importante è che il sacrificio umano sia compiuto. Solo l’innocenza monda dai peccati, solo “l’agnello” incolpevole riconcilia e purifica.

“Il piccolo Gesù era venuto, anche se nessuno aveva acceso la candelina rosea sul ramo d’abete. E nessuno di quelli che vegliavano il bambino malato, nessuno aveva mai sentito Gesù come in quella notte. Pareva anzi che lo vegliassero tutti insieme, e che udissero il suo respiro.

Tinte forti d’inizio secolo, certamente, in questo romanzo dimenticato, ma anche un’ incredibile finezza psicologica a rappresentare turbamenti, sensi di colpa, mutamenti dell’animo.

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Chiara De Luca, "Alfabeto dell'invisibile"

13 Febbraio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poesia, #recensioni

Chiara De Luca, "Alfabeto dell'invisibile"

Chiara De Luca

Alfabeto dell’invisibile

Samuele Editore – Pag. 150 - Euro 12

www.samueleeditore.it – info@samueleeditore.it

Chiara De Luca è traduttrice, poetessa, scrittrice, manda avanti una casa editrice di traduzioni letterarie come Kolibris, l’ottima rivista Iris, su traduzione poetica, bilinguismo e letteratura di migrazione. Tutti argomenti che mi sono cari, visto il mio rapporto ventennale con la letteratura cubana della diaspora (e non solo).

Alfabeto dell’invisibile è una raccolta divisa in quattro sezioni così diverse tra loro da farle apparire come libri autonomi: Ritorno, Stazioni, Volti e Mare. Filo conduttore è il ripercorrere le antiche strade, tornare sui propri passi che ti ha già visto ad occhi bassi, - come canta Guccini -, immergersi nella nostalgia proustiana del tempo perduto. Temi a me carissimi, ci ho scritto due romanzi su questa cosa del tempo che passa e nasconde i sapori (Calcio e acciaio e Miracolo a Piombino), va da sé che tocchi le corde della mia sensibilità trovare identiche ispirazioni nelle liriche di Chiara De Luca.

La poesia - quando è vera poesia, non una serie di frasi con degli a capo messi a casaccio - è il modo migliore per trasmettere sensazioni ed emozioni, scava nelle ferite della vita, non ha bisogno d’inventarsi trame per raggiungere lo scopo. Leggi i versi di Chiara De Luca e ti cali nei panni della donna che rivede con nostalgia le strade della città natale dopo aver vagato a lungo per il mondo. Ferrara, piovosa e nebbiosa, malinconica come il cuore del poeta - perché piove sulla città come piove nel suo cuore -, è specchio di ogni nostalgia e di ogni ritorno. Viene a mente L’ora di Barga di pascoliana memoria e quel cantuccio d’ombra romita dove piangere sulla mia vita, leggendo tutta la prima parte, composta di poesie musicali, costruite con rime classiche.

Tra i temi portanti non solo il ritorno, ma anche l’incomunicabilità, la solitudine, la difficoltà ad accettare la realtà dopo troppi sogni, la difficile vita di un artista alle prese con il quotidiano. Aver bisogno di un amico che ti chiami, o di uno sconosciuto che ti venga a cercare, non perché ha bisogno di te ma soltanto per amore. E poi ricordi di volti sofferenti, di uomini e donne che non ci sono più, di malattie atroci, di nonne che tornano dal passato, di una madre onnipresente. Chiara chiude con il mare, così lontano dalla sua Ferrara, ma così vicino a un cuore di poetessa innamorata di versi e silenzi, di rime e assonanze. Non siamo nati per avere sempre/ le stesse foglie ampie sulle spalle,/ ma per spiovere l’acqua dei giorni/ in tempeste che scemano ricordi. Ricordi e rimpianti. Si cambia, dice il poeta in uno dei suoi versi più felici, ma se vivere di ricordi fa morire in fretta, vivere con i ricordi è bellissimo, ti fa fremere il cuore d’una struggente nostalgia.

Termino estasiato la lettura di un libro che d’ora in poi terrò in biblioteca tra le cose più care, perché quando incontri la vera poesia non puoi abbandonarla. Volo, Moccia, Mazzantini, le scrittrici erotiche a caccia di successo a base d’improbabili sfumature e tutta l’inutile letteratura italiana smerciata nei supermercati la cedo in blocco ai recensori paludati che pontificano dalle tribune di Rai Tre. Preferisco pensare e meditare la profondità di liriche struggenti. E per invitarvi a condividere vi lascio con un assaggio poetico.

NIDO

Tu che hai sempre avuto il cielo

della tua città natale a raccontarti

se solo alzavi gli occhi per guardarti

ti chiedi perché mai ho smesso di viaggiare

– oppure di collezionare case e strade,

stanze, assenze, piazze e conoscenze

e il futuro bianco di non avere un forse

questo è il posto giusto per planare –

ti pare certo sia rinuncia al volo

stringermi attorno le ali per restare,

se è vero che mi mancano le storie

raccolte sul muretto alla stazione,

i posti che un istante ho nominato

miei quando già erano sgusciati

fuori dall’oblò del finestrino

mentre il regionale proseguiva

incerto la sua corsa verso la deriva,

perfino quelle notti sui binari

contando e ricontando i passi per tenermi

dall’impietrire solitaria nella neve - - -

Ma vedi anche gli uccelli migratori

se volano è per fame o per cercare

un nido sconosciuto cui tornare;

io qui ho portato la paglia dei miei giorni

il fango delle fughe, le foglie degli affanni,

uno dopo l’altro i ramoscelli dei ricordi

piume rapprese dall’acqua degli sguardi

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Roberto Cortelli, "Scusate ... se usa e consuma"

11 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Roberto Cortelli, "Scusate ... se usa e consuma"

Scusate

… se “usa e consuma

Roberto Cortelli

Libro autoprodotto, 2015

pp 135

14,50

Questo saggio non ha titolo, si fa riconoscere attraverso un codice isbn. È parte conclusiva di una trilogia, che comprende anche Il mio continuo divenire e Omniverso, e che l’autore stesso definisce “una trilogia di pensieri, considerazioni, opinioni, confronti, speranze, opportunità”.

Il mio commento, scritto da persona che egli definirebbe “il solito mentecatto”, non vuole e non può entrare nel merito dell’esattezza delle teorie divulgate, può solo cercare di riassumerle. La parte con la quale anch’io concordo, perché rispecchia la mia stessa filosofia, è che non conta il singolo, e nemmeno la specie, quanto, piuttosto, LA VITA in sé, che si rinnova e non finisce mai. Cortelli ci aggiunge una forza aggregante, cioè L’AMORE, capace di unire e produrre cooperazione.

In un’utopica società futura verrebbero a cadere gli egoismi e il senso distorto del sé, in favore della collaborazione fra cellule per la salute dell’organismo intero, definito “sistema di Complessitudine.” Non esisterebbero più nazioni, confini, proprietà e le risorse sarebbero a disposizione di tutti, senza più guerre, inquinamenti, malattie. Affinché questo possa avvenire, però, ognuno deve fare la sua parte in prima persona, è solo attraverso la consapevolezza, e il comportamento retto del singolo, che può innescarsi il cambiamento planetario di cui dovranno farsi carico soprattutto le generazioni future. E il primo passo è l’astensione volontaria individuale dall’acquisto di prodotti commercializzati da chi non ha a cuore la salute dell’ambiente ma solo il proprio profitto economico.

Fate quella scelta individuale che moltiplicata per l’INSIEME di tutti gli individui del pianeta spazza via il sistema del profitto, delle multinazionali, delle lobby, di ricchi e poveri, di padroni ed operai, di regnanti e sudditi. Il pianeta intero è di chi lo abita ed è qui, adesso, da sempre e per sempre per NOI. TUTTI! Il pianeta non ha confini geografici e politici se non sugli atlanti creati dall’uomo.” (pag 65)

Sono le multinazionali del profitto a manipolare le informazioni, ad operare una sorta di ipnosi collettiva per mantenerci in sudditanza. Occorre ritrovare il BUON SENSO.

BUON SENSO che ogni essere umano possiede in Natura al momento del proprio concepimento. Quel BUON SENSO libero da condizionamenti culturali, religiosi e politici attaccati sempre e comunque a qualsiasi cosa impermalente, quel BUON SENSO che permette alle cellule, TUTTE, di cooperare nella VITA” (pag 66)

Questa la base complessiva del libro, su cui s’innestano informazioni di ogni genere, mescolate in modo poco organico: dal complottismo più tradizionale (sono le case farmaceutiche a provocare le epidemie, gli americani non sono mai stati sulla luna, i vaccini fanno male etc) a un’infinità di dati che Cortelli ha analizzato, letto e assimilato da autodidatta, e poi trasferito senza svilupparli e collegarli, così che, proprio lui che odia i social network, finisce per scrivere un trattato simile ad una sere di post facebookiani, con tanto di citazioni fra le più diffuse in rete. Gli si riconoscono senz’altro un profondo interesse per la materia e molta erudizione in merito, ma il risultato non è omogeneo. Insomma, Cortelli mescola tutto quello che ha letto e studiato, in dieci ridondanti capitoli che somigliano più ad appunti e riflessioni messi l’uno accanto all’altro, che non a un insieme strutturato: una via di mezzo fra il manuale di auto aiuto all’americana, La profezia di Celestino, il saggio di denuncia sul tipo de La casta, e una filosofia personale. L’autore, infatti, dichiaratamente, non si riconosce in nessun sistema di pensiero, né filosofico né religioso, e non vuole esservi ricondotto. I frammenti forse più gradevoli sono le poesie scritte per il figlio. È stata la paternità, infatti, a convincere l’autore del bisogno di fare qualcosa per il futuro del mondo e per le nuove generazioni.

Mi piace concludere citando un brano che condivido e che mi ha colpito.

voglio ricordare che per qualsiasi attività riconosciuta da questo tipo di società, autodefinitasi civile, sono necessari degli studi (…), degli esami, delle prove di abilità… … mentre per essere genitori, quindi tutelanti per quelle nuove vita, è sufficiente la capacità biologica riproduttiva. Questa società, questo sistema, dà più importanza al guidare un ciclomotore, un’automobile… … piuttosto che al procreare e educare una nuova vita!” (pag 86)

Per quanto riguarda lo stile, infine, il testo necessiterebbe di un sostanzioso editing, poiché presenta molti errori, un lessico a volte fantasioso ed un utilizzo troppo esclusivo della punteggiatura.

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Grant Allen, "Questi barbari inglesi"

6 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Grant Allen, "Questi barbari inglesi"

Questi barbari inglesi

di Grant Allen

Traduzione di Nicola Leporini

Marchetti Editore, 2014

pp. 138

10,00

“Questi barbari inglesi”, traduzione di “The British Barbarians”, di Grant Allen, edito da Marchetti, apre la collana “Dodo d’oro”, formata da opere in lingua inglese che, per vari motivi, sono scomparse della memoria culturale e quindi non sono mai state tradotte in italiano prima d’ora.

Come afferma l’autore stesso nella prefazione, “Questi barbari inglesi” mira a “rappresentare punti di vista (…) nella narrativa romantica piuttosto che in saggi ponderati”. E il romanzo, in effetti, è una commistione di tre generi: blanda fantascienza, narrativa sentimentale e pamphlet. In realtà, propende verso la terza via, le altre due sono solo dei pretesti per rendere più accattivante la materia.

Charles Grant Blairfindie Allen è nato in Canada nel 1848 ed è vissuto tra Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Vicino di casa di Arthur Conan Doyle, agnostico e socialista, amico di Spencer, sostenitore dell’evoluzionismo di Darwin e delle teorie antropologiche di Frazer, molte delle sue opere, a partire da The Woman Who Did – che narra la vicenda scandalosa e drammatica di una ragazza madre – sono animate da un prepotente spirito critico nei confronti della società britannica, inquinata dal culto della rispettabilità a tutti i costi e dal moralismo ipocrita dei borghesi sepolcri imbiancati.

Nella Londra vittoriana, piomba dal nulla l’affascinante e compito Bertram Ingledew, a sconvolgere la vita di Philip Christy, di sua sorella Frida e del cognato. Per evitarvi lo spoiling, cioè l’anticipazione del finale, diciamo solo che Herbert George Wells si è ispirato a questo romanzo per il suo celeberrimo La macchina del tempo, uscito nello stesso anno, il 1895, e cita proprio Allen. Il tema del “mondo perduto”, o dei viaggi nel tempo, era molto in voga all’epoca, ricordiamo anche Un americano alla corte di re Artù di Mark Twain, del 1889.

Bertram Ingledew considera i costumi inglesi come quelli di una qualsiasi società primitiva, si comporta da antropologo, analizzando con distacco scientifico (ma anche con un pizzico di disgusto) l’ossessione per l’onorabilità, misero feticcio, e per le regole della buona società, opprimente tabu.

Allen mette a fuoco le incongruenze di una società che basa tutto sulla reputazione, nascondendo il marcio sotto il tappeto. Vittime di questo sistema etico sono soprattutto le donne. Da una parte è vietata loro la libera espressione della propria sensualità, di sentimenti svincolati e puri, dall’altra esse vengono sfruttate come prostitute, costrette ad una vita abietta, a indigenza e malattie, proprio da quegli stessi uomini che le usano per mantenere illibate (e represse) le loro future mogli. Verso la prostituzione, e il suo utilizzo da parte di borghesi e nobili votati al culto del “buon costume”, Allen mostra una vera e propria idiosincrasia.

Sia in The Woman Who Did che in Questi barbari inglesi non c’è lieto fine, perché la spinta libertaria - ed il ribaltamento dell’etica a favore di emozioni cristalline, della ventata fresca che si respira solo dalla “sommità della collina” - comporta conseguenze tragiche, somiglianti, anche solo inconsciamente, ad una punizione. La società non è pronta per accogliere un nuovo concetto di morale, per scambiare l’aria viziata e malsana dei salotti bene con passioni che sono etiche solo in virtù della loro autenticità.

Il romanzo, o meglio il racconto lungo, è scorrevole e anche divertente. Spassoso il modo in cui sono descritti gli inglesi, con quel loro sentirsi centro indiscusso dell’universo e non concepire nemmeno l’esistenza di luoghi e culture alternative. Si notano, però, dei difetti nel testo che, forse, l’hanno reso poco celebre, insieme al fatto di essere antibritannico e propalare idee non convenzionali e trasgressive. Risente del fatto di essere più un saggio che una narrazione vera e propria ed ha una costruzione lacunosa. La prima parte si presenta come satira sociale, la seconda vira verso il dramma, sempre intriso, però, di teorie filosofiche. Il personaggio di Philip Christy, ad esempio, che serve a introdurre in modo comico, per contrasto, la figura di Bertram Ingledew - incarnando a tutti gli effetti i pregiudizi vittoriani e l’autocompiacimento inglese - sparisce quasi dalla metà del libro ed è sostituito dall’odioso marito di Frida. In realtà i due cognati, ottusi e gretti, fanno da contraltare alle figure di Bertram e Frida, lui limpido nella sua saggezza quasi sovrumana, lei intelligente, viva, pronta a recepire i nuovi concetti, a svilupparsi intellettualmente e spiritualmente, elevandosi al di sopra della stolta morale perbenista. Quello che succede a Frida è proprio quello che l’autore vorrebbe accadesse a tutte le giovani donne dopo la lettura della sua opera. “Soprattutto”, afferma ancora nella prefazione, “si dovrebbe suscitare il loro vivo interesse quando sono ancora giovani e plasmabili, prima che si siano cristallizzate e indurite nelle convenzionali marionette della buona società. Farle pensare quando sono ancora giovani, far loro provare sentimenti quando sono ancora sensibili.”

Una molto godibile via di mezzo, insomma, fra ragione e sentimento, “sense and sensibility”, illuminismo e romanticismo, libello e romanzo d’amore.

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Davide Rubini, "Il fischio finale"

26 Gennaio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Davide Rubini, "Il fischio finale"

Davide Rubini

Il fischio finale

Gilgamesh edizioni - Pag. 370 - Euro 15

www.gilgameshedizioni.com

Davide Rubini (Torino, 1979) scrive un romanzo calcistico che si pone sulla scia di Giovanni Arpino (Azzurro tenebra), ma soprattutto di Pupi Avati, che con il suo Ultimo minuto aveva realizzato uno dei primi spaccati veritieri a metà strada tra umanità sportiva e scandali.

Un romanzo scritto con passione in meno di sei mesi, tra Bruxelles, Arezzo e Procchio, per raccontare una stagione sportiva da fiction che va dalla primavera del 1994 all'estate del 1995. Abbiamo una squadra calcistica di fantasia - il Rivaermosa - per la prima volta in C2, tra i semiprofessionisti -, grazie anche alla sua bandiera storica, il capitano Brando Adelmi, finito a giocare nella squadra del suo paese dopo anni di campionati importanti. La vita sentimentale di Brando non va bene, la moglie non accetta i sacrifici come in passato, perché la contropartita non è la stessa dei campionati maggiori, mentre l'impegno continua a essere alto. Brando finisce in politica, ai tempi di Tangentopoli, consigliere comunale di un paese del Nord, coinvolto da un uomo che vive di scandali ma vede nel calciatore una scialuppa di salvataggio e un bacino di voti.

Il romanzo è scritto con stile piano e coinvolgente, ben strutturato e in perfetto equilibrio tra la parte calcistica e quella più propriamente politico - sociale. Personaggi ben definiti, ai quali è facile affezionarsi, soprattutto il vecchio calciatore di provincia, stritolato da una serie di ingranaggi più grandi di lui. Crepuscolare e decadente, quando si parla della fine di una carriera sportiva che si avvicina al tramonto. Ironico e sferzante quando si affrontano argomenti politici e si punta il dito sulla corruzione, tra appalti e tangenti.

Gilgamesh fa buoni libri, anche da un punto di vista grafico, e pubblica giovani autori interessanti. Un romanzo da leggere e un editore da incoraggiare.

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