Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Post con #recensioni tag

Iago, "Multiverso"

14 Giugno 2019 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Iago
Multiverso
Etabeta Poesia – pag. 110 – euro 12

 

Multiverso è una raccolta composita che si pone come obiettivo la dimostrazione dell’utilità di scrivere ancora poesia come forma letteraria contemporanea e soprattutto che si possa partire dal quotidiano, da ogni piccolo particolare, usando la giusta sensibilità. Si comincia alla grande con la citazione di Beppe Costa (Che sia l’alba l’unica assassina/ della mia notte insonne) e si comincia con la serie dei multiversiprogettuali, raccolti in tre sezioni: Percorsi ContrariParole Scorticate ed Esplorando

Percorsi Contrari contiene al suo interno un’ampia sezione dedicata al poeta per eccellenza del cinema italiano, quel Pupi Avati pascoliano cantore delle piccole cose e proustiano ricercatore delle radici e del tempo perduto. Suggestioni poetiche che provengono da visioni filmiche (La casa dalle finestre che ridonoL’arcano incantatoreL’amico d’infanziaFestival…), un esperimento insolito e originale, soprattutto riuscito. Il successo non chiede/ cosa pensa un cuore./ Arriva rapido e mischia le priorità/ l’onore presta emozioni alla vergogna/ e pretende un interesse elevato./ Si elemosina con dignità/ anche se il ruolo richiede impegni d’artista/ e l’amicizia muore strangolata./ Una notte cinematografica/ porta alla deriva speranze di creta/ altrove si festeggia/ gli applausi parlano/ a luci che non riflettono./ Il successo non chiede/ come muore il cuore. (Festival, pagina 10).

La sezione Regia d’Autore lascia il posto a Versi Derivati, ispirata dalla musica e dall’ascolto di Beethoven e Mozart, ma anche dalla visione di dipinti di Chagall, Van Gogh e Kahlo, come una sorta di imput romantico per innescare il detonatore poetico. 

Parole Scorticate (il titolo ricorda un libro minore di Morozzi: Storie da una terra scorticata, Edizioni Il Foglio) si compone di AmbiguazioneResilenzaContra AcademicosDio e(d) io. Brandelli di pura poesia anche in queste sezioni - quasi sillogi autonome  - come Sono vecchio/ ho voglia di parlare./ Sono stanco/ ho voglia di dormire. Ma anche: Siamo alle solite/ continuo a salvare i ricordi/ per evitare l’esilio/ su quest’isola chiamata terra,/ scasso il cranio/ scelgo lacrime da togliere/ così prevengo l’alluvione d’amore/ che non potrei contenere.

Chiude l’opera Esplorando che contiene Versi selvaggi, resoconto di viaggi in ambienti naturali, compreso tra due liriche scritte in corsivo. Pure qui intuizioni felici: L’amore ha l’aspetto di un bruco/ si insinua fra le consuetudini/ e le stravolge. Poesia vera e matura quella di Iago, che afferma: “Pratico la scrittura poetica dal vivo, in presa diretta, in ogni dove e ovunque ci sia posto per il mio strano progetto”. Portare la poesia tra la gente, è il suo progetto, che condividiamo, in giorni cupi come i nostri vale per ogni proposta culturale, purtroppo. Ma non disperiamo, forse è la nostra fortuna, perché noi piccoli cantori della realtà quotidiana non viviamo nelle torri eburnee dei grandi letterati, ma – come Iago – lottiamo, giorno dopo giorno, lungo le strade della nostra esistenza.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

 

 

 

Mostra altro

Luca Murano, "Pasta fatta in casa"

11 Giugno 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Pasta fatta in casa

Luca Murano

Bookabook, 2018

 

A parte delle inezie, la raccolta di racconti di Luca Murano, Pasta fatta in casa, è scritta in modo notevole, con quello stile asciutto e semplice che piace a me. Il contenuto è di vaga comprensione ma sottilmente inquietante. Quella di Murano è l’epopea del dettaglio, delle piccole cose viste attraverso una lente d’ingrandimento ma anche deformante. Più propriamente, i racconti parlano di disagio e di male di vivere.

Disagio, dicevamo, ovvero piccoli scatti di umore, cattivi pensieri che possono restare limitati al breve spazio del loro accadere oppure trasformarsi in gesti fatali che decidono del seguito di una vita. Azioni quotidiane mutate in incubo surreale da Urlo di Munch come, ad esempio, nel racconto Ricomincio daccapo basato su un taglio di capelli.

I racconti parlano di sesso, d’insoddisfazione, di affetto fraterno o filiale, di perdita, di solitudine e sfinimento, di ambizioni frustrate e di noia. Sono brutti pensieri concretizzati - d’insoddisfazione, d’insofferenza, di tedio - quei pensieri che tutti abbiamo ma che non sempre possiamo comunicare senza incappare nel giudizio degli altri. La morale qui è messa da parte in favore del reale, un reale reso iperreale fino al surrealismo. A volte si nota uno sforzo per “far quadrare i conti”, perché tutto quello che è stato scritto all’inizio, forse sull’onda di un ricordo o di un momento di vita realmente vissuto, abbia un senso e si ricolleghi al resto.

La penna è usata come un occhio di telecamera, spesso al rallentatore, come nel racconto Candeggina, dove i dettagli vengono amplificati e frenati, dilatando tempo e spazio. Dilatate e amplificate sono anche questioni di nessuna importanza (vedi la sfida a Ruzzle) che assumono una rilevanza gigantesca in questo nostro mondo spersonalizzato e alienato. E provocano nel lettore una vaga angoscia e una vaga scontentezza, un desiderio disatteso di saperne di più, di capire cosa c’è dietro e cosa succederà poi, oltre l’ultima parola del racconto.

  

Mostra altro

Riccardo Bassi, "Sognando Bologna"

1 Giugno 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poili patrizia, #recensioni, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

Sognando Bologna

Riccardo Bassi

Gilgamesh Edizioni, 2019

 

Scritto in un italiano con alcune sviste non corrette, Sognando Bologna, di Riccardo Bassi, è una storia squinternata. Kevin, un giovanotto come ce ne sono tanti, belloccio al punto giusto e tutto moto e palestra, finisce in un intrigo spionistico che contempla contesse, turchi, anelli, pistole, lettere e personaggi inquietanti e fumettistici a bordo di macchine dai vetri oscurati.

Quello che più sembra interessargli è, però, l’amore, o meglio l’attenzione, di tre ragazze abbastanza intercambiabili fra loro. S’imbatte continuamente nell’una o nell’altra, sempre al momento sbagliato, in un balletto, volutamente immagino, improbabile che ci ricorda l’ingresso degli attori sul palcoscenico in certe commedie degli equivoci. Finirà, non sveliamo il motivo, per rimanere solo, cosa che, pensiamo, è ciò che in realtà ha sempre desiderato.

Molto più interessante la cornice, data da una Bologna multietnica e crepuscolare, accompagnata dalle note delle canzoni di Dalla e Carboni. E più avvincente, anche se non parrebbe, la vita normale del protagonista: il lavoro, le sedute in palestra, il momento magico del giro in moto sui colli al tramonto, la caccia serale a qualche ragazza, le chiacchiere col turco Hasan. I personaggi anonimi e normali che lo circondano – donne, amici, preti, colleghi - che tutti noi potremmo incontrare per strada, riveleranno alla fine un aspetto distorto, frutto di una realtà deformante come uno specchio. L’unico a rimanere quello che è, sarà proprio Kevin, il quale, liberatosi di tutte le maschere che lo attorniano, resterà solo con la sua Bologna da sognare e la sua vita di nuovo noiosa ma aperta a tutte le possibilità.

Mostra altro

Kirsten Roupenian, "Cat person"

21 Maggio 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #racconto

 

 

Catperson

Kirsten Roupenian

Einaudi, 2017

 

Cat person è un libro di racconti scritto da Kirsten Roupenian che prende il titolo dal primo della raccolta, diventato famoso in quanto pubblicato sul New Yorker e leggibile in lingua originale gratuitamente qui. Personalmente ho letto solo questo racconto che mi ha suscitato parecchie riflessioni che vado a sviscerare. Non so se avvertire di eventuali “spoiler” in quanto il racconto è breve e si basa più sui dialoghi che sulle azioni, in ogni caso almeno lo scheletro della trama sono costretta a svelarlo.

Margot è una giovanissima studentessa universitaria che incontra Robert, uomo più maturo. Un sorriso, una battuta, ci scambiamo i numeri di telefono? Si, perché no? Messaggini, emoticon, cuoricini, battute, sciocchezze di quando un flirt inizia, come trasferire ciò che potrebbe nascere tra di loro sui loro gatti in una dimensione di invenzione che ha come scopo tastare la realtà dei loro sentimenti. Poi un giorno decidono di mangiare insieme, complice una scusa banale. Nulla di preordinato, solo per rompere il ghiaccio. E alla fine l’appuntamento. Un film, un bar fino alla conclusione totalmente deludente per lei, che decide di non vederlo più. Ma non finirà così. Un’ultima serie di messaggi sempre più sgrammaticati da parte di Robert, che culminano in una parola atroce e squallida, chiude il racconto e verosimilmente la relazione tra i due.

Ora, leggendo in giro commenti da parte di persone certamente più titolate ed esperte della sottoscritta, Catperson rappresenterebbe le modalità con cui oggi si instaurano relazioni di tipo sessuale/affettivo ai tempi dei social e di internet. Ed è questo che non mi ha convinto per nulla dopo averlo letto. Perché il racconto è scritto in maniera incredibilmente realistica, tanto che è facilmente intuibile come la scrittrice si rifaccia a un evento autobiografico, come lei stessa dichiara in una intervista, ma non è questo il punto. A me è parso che il problema principale tra Margot e Robert non sia WhatsApp ma proprio il modo in cui i due si relazionano tra di loro. La narrazione si svolge tutta dal punto di vista di lei, tanto che noi sappiamo su Robert esattamente ciò che conosce la ragazza e, come lei, ci facciamo un’idea che poi cambiamo, eventualmente, durante il racconto. Ciò che principalmente salta all’occhio è come Margot sia vittima di una educazione tipicamente femminile e sbagliata per cui i comportamenti di lui vengono misurati in base alle azioni di lei. Una smorfia bevendo, uno sbadiglio di troppo al cinema, l’ammissione di non essere maggiorenne (negli USA lo si è a 21 anni e lei ne ha uno di meno), un abbigliamento troppo casuale vengono messi immediatamente in relazione di causa-effetto con qualsiasi manifestazione di lui che potrebbe essere un segnale di non apprezzamento: un silenzio troppo prolungato, un sorriso a metà, una battuta infelice. E non solo. Nonostante lei si renda conto che lui è forse un po’ infantile per la sua età, che non sia delicato nelle manifestazioni fisiche e affettive, nonostante oscilli continuamente tra il timore che lui sia carino e affidabile o un potenziale serial killer, decide di far prendere alla serata una certa piega, e solo quando si rende conto che lui è brusco, forse poco esperto e vorrebbe ritirarsi, non lo fa. Perché? Perché non vuole sembrare una bambina forse. O perché non vuole offenderlo. Insomma, perché le hanno insegnato che una donna non può cambiare idea quando lancia il sasso, sennò “che figura ci fa?”. Pazienza se trascorre la durata di un amplesso penoso a ridere o sentirsi idiota per ciò che sta facendo. Lui poi è evidentemente un uomo sentimentalmente educato dalla pornografia: non viene detto esplicitamente ma le parole profferite, i gesti, la goffaggine fisica che provoca fastidio in chi la subisce, francamente ridicoli e inadeguati ad un primo appuntamento, lo svelano. Anche qui: internet può avere avuto un peso quando era un adolescente, ma non certo nella relazione con Margot. Il danno è stato già fatto. La decisione che prende poi Margot di “volatilizzarsi” (nel racconto originale viene usato il termine “ghosting”) non è certamente figlia dei nostri tempi. Dacché mondo è mondo gli amanti delusi se la sono data a gambe levate, fuggendo altrove o staccando telefoni fissi.

Se proprio vogliamo dirla tutta internet, i social, la messaggeria istantanea, hanno amplificato e reso più facile comportamenti tra esseri umani che esistevano prima. Premesso che affettività e sessualità sono ambiti personalissimi che ognuno ha il diritto di vivere come meglio crede, è pur vero che una superficialità nelle relazioni, una certa fretta nell’approfondire il lato intimo in assenza di una vera conoscenza, aumentano la probabilità di restare delusi. Applicare l’algoritmo “Ti provo, mi fai schifo, ti lascio” ha più a che fare con una modalità usa e getta e consumistica delle persone, viste più come un vestito che deve calzarti perfettamente da subito, altrimenti lo riponi nello scaffale, manco l’idea di fare un orlo o una modifica, come si faceva un tempo. No. Si è sostituibili al primo fallimento, punto.

Si ha una visione del sesso legata a modalità di tecniche e fruizioni legati a modelli irreali in cui uomini e donne sono oggetti di carne. Questo è il vero problema tra Margot e Robert e chissà quante coppie di esseri umani che si incontrano e ci provano. Vanno continuamente al fast food e poi ci restano male se non trovano la tartare di fassona. E certo il problema non può essere imputato al fatto che hanno prenotato via internet. Quello era solo un mezzo come tanti altri. Margot e Robert avrebbero pure potuto vedersi frettolosamente un paio di volte alla cassa dove lei vendeva Red Vines, scambiare ogni volta due battute informali e poi decidere di uscire senza veramente conoscersi. Noi stessi lettori non conosciamo veramente Robert ma non possiamo avere un’idea di lui da quegli ultimi farneticanti messaggi, quell’ultima durissima parola che le indirizza, intrisa di anaffettività, rabbia, delusione, cattiveria, perché, per come sono andate le cose, siamo sicuri che noi non avremmo reagito allo stesso modo?

Come sempre accade, dovremmo iniziare a rivedere non il mezzo in sé, ma le modalità con cui ne usufruiamo e riflettere sia sul fatto che le persone possono non essere sempre sincere, (per cui: diamoci tempo per conoscerle, sai che bellezza salire in macchina con uno ed esorcizzare tutto il tempo sul fatto che lui potrebbe essere un sadico stupratore con battutine sceme e risatine isteriche), sia sul fatto che occorre lavorare ancora parecchio sulla consapevolezza da parte di entrambi i sessi sulle modalità di rapportarsi, sulla consapevolezza di se stessi e delle conseguenze delle proprie azioni, che non possono affidarsi a stereotipi o pressioni sociali. Almeno, questo è ciò che io ho letto in questo racconto. 

Mostra altro

Avengers endgame

19 Maggio 2019 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #recensioni, #cinema, #fantascienza

 

 

Metti una sera al cinema con Avengers endgame... e...
Alla cassa la cassiera mi fa: "Avengers?", sorridendo aggiunge: "Dura tre ore"... tre ore? Pago e penso che potrei rischiare di dormire.

Una volta in sala, fortunatamente, dopo pochi fotogrammi "Mr. Fantasy" mi entra nella carotide e mi fa pensare al meglio, peccato! The Russo brothers potevano fare uno sforzo in più e inserire nel resto della colonna sonora altra buona musica di quel calibro da farti vibrare il popò sopra la poltrona, invece il film inizialmente è lento come un rap stanco, forse ai Marvel's fan va bene così lo stesso. Bisogna dire che il carisma dei personaggi, insieme alla simpatia di battute ben riuscite, sotto un'atmosfera ovattata di sentimentalismo, rende le scene interessanti ma troppo lente, almeno per i miei gusti, finché, come un lampo nella notte, arriva il colpo di scena, per riguadagnare le gemme perdute e, lo ammetto, con tutto quel bailamme del regno quantico sono andato in confusione, il piano dei super eroi in appeal di speranza era di andare nel passato o nel futuro per cambiare il destino fatale del pianeta.

Alzi la mano, in quel frangente, chi non penserà al prof. Emmett L. "Doc" Brown e a Marty Mc Fly. Io l'ho interpretato come un rendere omaggio a un film che ha fatto la storia del cinema, dopo Ritorno al futuro la fantascienza avrebbe acquistato un amico in più e così, grazie al buco temporale, il ritmo si alza e inizia la danza che diventa hard rock fino alla battaglia finale, dove il povero Thanos, un cattivo che forse nella propria intima essenza troppo non lo è, ci rimetterà le penne, ma quel ruolo da cattivone qualcuno doveva pur farlo.

Altro colpo di scena finale sarà il sacrificio di Iron man, inevitabile e necessario per assicurare la vittoria e la salvezza dell'umanità. Il funerale di questo protagonista sembra sottolineare la più classica fine di una serie, "the end" ma, secondo voi, avete mai visto un personaggio di un fumetto sparire definitivamente? Non capite che la fantasia è immortale? Per ora con Avengers endgame sembra non ci sia più un futuro ma io non ne sarei troppo sicuro e, per me, una prova è nei titoli di coda, un'infinita e chilometrica parata di super professionisti della settima arte che non potranno rimanere inoperosi, viceversa già pronti a lavorare ai nuovi episodi, sicuramente top secret per il pubblico.

In conclusione, questo film, già campione di incassi, è gradevole anche per i non appassionati di questa lunga saga e, a mio avviso, ci sono due preziosi camei che valgono il prezzo del biglietto: Robert Redford e Tilda Swinton, ragazzi, una botta di classe che per lo spettatore è andare in un brodo di giuggiole.

Amici lettori della signoradeiflitri, possono toglierci tutto ma non il piacere della fantasia e una serata al cinema con i super eroi ci fa sentire tutti più felici e sorridenti. Amici lettori del blog che vi tiene sempre svegli e pimpanti, ci rivediamo al prossimo articolo e, mi raccomando, domani rimanete sintonizzati su questo canale per un altro giro nel mondo della cultura.

Mostra altro

Walter Fest, "Il mio cane parla mentre gli artisti, against blinding"

15 Maggio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #walter fest, #recensioni

Disegno di Walter Fest

Disegno di Walter Fest

 

Il mio cane parla mentre gli artisti, against blinding

Walter Fest

 

 

 

Ci sono blog “letterari”, o piuttosto “blog di libri”, di solito gestiti da ragazze estroverse e romantiche, che vanno avanti a colpi di kilofollowers, soprattutto su Instagram. Hanno una grafica rosa, piena di cuori, fiori e palloncini. Si basano su giveaway e su blogtour. (Alcuni sono anche mal scritti ma questo è un altro discorso). Poi ci sono blog altisonanti, presenti sul mercato da anni, che hanno collaboratori preparati e competenti, vere e proprie riviste letterarie come quelle del 900, ma elitari all’eccesso, nel senso che scartano i libri di editori a pagamento e quelli autoprodotti. 

Noi no. Il mio blog collettivo, signoradeifiltri, è aperto dal 2012 ed è gradevolmente di nicchia, ha voci citate su Wikipedia, viaggia su una media di 6000 visitatori unici al mese e io li ringrazio uno per uno, li considero ognuno un piccolo miracolo. Non parliamo solo di libri ma, se ne parliamo, non facciamo distinzioni fra editori grandi, medi, piccoli, a pagamento, a doppio binario, a crowdfunding. Per noi, per me, un libro è un libro anche quando è autopubblicato, anche quando non c’è ancora, anche quando, come nel caso di Il mio cane parla mentre gli artisti, against blinding, di Walter Fest, è solo un manoscritto. Se un manoscritto non è un libro, allora non lo è nemmeno un ebook, dico io. 

Ho sempre sostenuto che non m’interessa chi stampa ma solo cosa c’è scritto nel testo. E non faccio sconti a nessuno. Molti pensano che a un cattivo editore non vada fatta pubblicità, io, invece, do una possibilità anche a lui, ma poi dico la verità: che i suoi libri sono impresentabili, che non ha fatto un briciolo di editing, che non ha corretto gli errori/orrori, che non è stato selettivo. E condivido sui social la recensione negativa. La voce circola e, se non sei scemo o masochista, a quell’editore non ti rivolgi. Fermo restando che avviso sempre chi ci invia il suo testo che lo leggeremo sicuramente ma altrettanto sicuramente divulgheremo la verità. Che, comunque, rimane sempre la nostra verità soggettiva, non il Vangelo.

Questo lungo preambolo per parlare del regalo prezioso e affettuoso di un amico e collaboratore. Perché non ho nessun problema a dire che recensisco anche i libri degli amici e, se qualcuno vuol chiamarla marchetta, faccia pure, io so di aver perso l’amicizia di molti proprio perché non ho peli sulla lingua.

Walter Festuccia, in arte Walter Fest, mi ha mandato come dono di Pasqua un quadretto dipinto a mano di un simpatico gatto baffuto e un manoscritto con una copertina anch’essa dipinta a mano.  Narra la storia di Eugenio Garibaldi, cento chili di stazza, non bello ma interessante, con i piedi che puzzano un po’. Un allegro pittore romano che gira in moto in compagnia della sua cagnetta Kelly, vivace e … parlante.    

Dal suo incontro pittorico con Kate, nasce l’idea di una collaborazione che porterà i due in giro per l’Europa, insieme con altri motard e artisti.

Questo libro parla di arte come la intende Fest, moderna e senza regole, dettata dall’impulso del momento, ma comunque con un suo innegabile significato. Come moderna e senza regole è la sua scrittura, caratterizzata da periodi con poche virgole e ancor meno punti, ricchi di subordinate, da leggere rigorosamente tutto d’un fiato. Dopo l’iniziale sbigottimento, chi si abitua ai pezzi di Fest vi ritrova un certo non so che di poetico. È il suo stile ed è la sua scelta, che io non condivido ma che è legittima.

Lui ed io ci siamo spesso scontrati sull’esigenza, da me sostenuta, di un maggiore editing ai suoi testi, per eliminare errori che lui dice voluti, fatti apposta per dare pressione alla lingua, come una specie di zampata leonina.

Non nasco scrittore, non sono un focoso lettore, eppure scrivo, scrivo come viene, libero da condizionamenti e, se questo può essere un limite, un limite, intendo dire, riguardante forma e schemi grammaticali, l'essere libero da condizionamenti per me significa scrivere immergendomi nel mio mare sconfinato di fantasia.

Ma io temo che questa volontarietà non venga recepita dal lettore e guasti il godimento dell’insieme.

E qui apro un’altra parentesi. Frequentando gruppi Facebook in cui si discute di libri e letteratura, m’imbatto sempre più in svarioni ortografici e grammaticali da far rizzare i capelli in testa. Poi mi viene in mente il discorso di un’universitaria aspirante scrittrice che, disse, non aveva voglia né tempo da perdere con lo studio della storia della letteratura, voleva passare direttamente all’atto della scrittura creativa. Come si fa a fondare un gruppo letterario se non si sa nemmeno la grammatica della scuola elementare? Come si fa a scrivere un romanzo senza aver letto, compreso e studiato i classici?

Ok, parentesi chiusa. Torniamo a questo manoscritto fatto dentro e fuori di pennellate di colore - lo stesso che chiazza sia la copertina che i jeans dei protagonisti -, fatto di giochi di luce e passi di danza. Il contesto è quello degli artisti pazzi, un po’ bohemienne, che bevono, vanno in moto, ballano, ridono e dipingono in compagnia. Ogni cosa è frutto di fantasia, ed è proprio la fantasia che, come ripete sempre Fest, tutto può e tutto crea. La vicenda si snoda in modo onirico e, a detta dell’autore stesso, demenziale, un po’ alla Jacovitti.  L’insieme è molto italiano, anzi, molto romano, mentre i personaggi si spostano da Parigi a Sabaudia in un’improbabile carrozza trasformata in sidecar.

I temi trattati, oltre all’arte, sono quelli del calcio amatoriale e della diversabilità. Uno dei personaggi, ispirato tra l’altro a Carlo Verdone, è non vedente. Le opere degli artisti del romanzo sono tattili, i non vedenti possono toccarle, anche il manoscritto di Fest, se mai vedrà la luce della pubblicazione, sarà scritto in braille.

“Quindi”, dice l’autore, “la morale di questo libro è raccontare una storia in chiave ironica e demenziale nella quale l'unione fa la forza, affermare che i cani sono i nostri migliori amici e che chiunque abbia un handicap deve essere considerato una persona normale.

E chi può dargli torto?

Mostra altro

Christina Dalcher, "Vox"

9 Maggio 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

Vox

Christina Dalcher

Editrice Nord, 2018

 

Vox di Christina Dalcher, laureata in linguistica con una tesi sul dialetto fiorentino e amante dell’Italia, dove trascorre parte della sua vita, è il paradigma di come avere un'idea originale e intrigante non significhi automaticamente saperla trasformare in una buona storia. Sapere scrivere significa non solo avere una ottima conoscenza della lingua ma, soprattutto, sapere sviluppare una trama in una maniera credibile e logica, elementi che dalla seconda metà del libro mancano totalmente. Il soggetto, pur evocando tematiche tornate recentemente alla ribalta, ovvero il ruolo subordinato della donna in distopie ambientate nell’epoca contemporanea, lo fa non esaltando solamente il ruolo anatomico e fisiologico del corpo femminile ma anche mutilandolo di una delle sue caratteristiche maggiormente vittima di stereotipo: la loquacità. Qualunque donna di qualsiasi età viene infatti dotata di un braccialetto che consente di pronunciare non più di 100 parole al giorno e per ogni “sgarro” provoca una scossa elettrica che aumenta d'intensità fino a diventare letale. Inutile dire che le donne di conseguenza perdono il lavoro, oltre alla dignità. E direi superfluo aggiungere che vengono resi illegali aborto, divorzio, contraccezione e persino la vendita di tecnologia e cancelleria alle donne, che devono ovviamente limitare in tutto e per tutto la comunicazione anche non verbale. Ciò che non può essere pronunciato, in definitiva, non esiste. La protagonista del libro è una neurolinguista che si stava occupando di un farmaco per combattere l’afasia di Wernicke, una disfunzione neurologica che fa pronunciare parole prive di senso a chi ne è affetto. Prima di perdere il lavoro in quanto donna, ovviamente. Ma accade qualcosa: viene richiamata d’urgenza dallo stesso Presidente degli Stati Uniti insieme al suo staff perché il di lui fratello, a seguito di un violento trauma cranico, è diventato afasico e Jeanne è l’unica che può terminare il progetto e guarirlo. E con questo “plot twist” il romanzo raggiunge il suo apice a cui segue uno stallo “rosa”, durante il quale compare un amante, moine e effusioni francamente evitabili che nulla apportano alla struttura del romanzo, e siccome la Dalcher non sembra volere riprendere possesso della cloche della narrazione, questa si avvita precipitando in un ultimo terzo del libro a dir poco grottesco, in cui complottismo, informazioni alla rinfusa buttate a caso e senza sviluppo (che senso aveva scoprire che il suo amante era vedovo della moglie?), personaggi facenti parte della storia remota della protagonista che dopo un esilio di anni ricompaiono come arma di ricatto (Christine, sei seria?) fino al momento trash per eccellenza in cui il marito, dall’inizio del libro descritto come un “cervellone senza palle” e profondamente disprezzato dalla moglie, le confessa che preferisce che lei scappi con l’amante pur di salvarsi e si sacrifica per il bene del Paese.  In tutto ciò si scopre nelle ultime pagine che il Governo aveva una quinta colonna della Resistenza al suo interno che in qualunque momento avrebbe potuto scombussolarne i piani e ribaltare la situazione, vanificando perciò tutta l’impalcatura del romanzo. Peccato davvero perché c’erano alcune tematiche interessanti come il rapporto tra uomini e donne (si può amare chi accetta che tu venga trattata come un essere inferiore? Si può amare un uomo che non lotta per te?), cosa sarebbe una società privata delle sue più grandi menti femminili, cosa può accadere a livello relazionale quando in una famiglia i figli vengono indottrinati talmente da accettare che madri e sorelle siano mutilate nella loro vita sociale e lavorativa. Ma perché perdere tempo in riflessioni che richiedevano risposte complesse e laceranti quando si poteva buttare tutto in caciara con una sveltina lì, una lacrimuccia qua, una scena di azione improbabile che non fa mai male? Non mi va di rispondere, solo di consigliarvi di stare alla larga da questo evitabile pastrocchio. 

Mostra altro

Paquito Catanzaro, "8 e un quarto"

1 Maggio 2019 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema, #televisione

 

 

 

 

Paquito Catanzaro
8 e un quarto
La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere
Homo Scrivens, 2019

- Euro 15 – Pag. 145
www.homoscrivens.it

 

Homo Scrivens sembra un editore che fa le cose sul serio nel campo della narrativa, non fosse altro perché pubblica solo dieci romanzi all’anno, numerati, frutto di un’accurata selezione. Mi è capitato di leggere 8 e un quarto di Paquito Catanzaro, spiritoso fin dal titolo, con una garbata citazione felliniana, anche se non mi pare che l’autore abbia scritto altri romanzi. Fellini intitolò 8 e mezzo il suo capolavoro perché prima aveva girato altri 7 film e mezzo (il primo - Luci del varietà - in collaborazione con Lattuada), Catanzaro lo fa solo per ironia, caratteristica che lo accompagna per l’intera narrazione dove si fa beffe degli autori televisivi che accettano di girare squallide fiction solo per denaro, mettendo da parte ogni velleità intellettuale. Ridendo e scherzando quante verità si possono dire, avrebbe chiosato Pier Paolo Pasolini parafrasando Menandro. E in questo caso ci starebbe bene anche un bel ridendo castigat mores, ché i costumi vengono fustigati a dovere da uno scrittore che mette in campo tutto il suo umorismo inventandosi un regista di nome Miraglia - forse ignorando che nel cinema italiano è esistito un vero Emilio Pompilio Miraglia, autore di un pugno di pellicole di genere - che si fa aiutare da un esperto sceneggiatore per uscire dalle secche di una fiction scritta (male) da un gruppo di esordienti, che deve andare in onda a tutti i costi per aggiudicarsi un finanziamento ministeriale. Storia di ordinaria (e italica) follia cinematografica, perché eventi simili accadono tutti i giorni, basta vedere registi del calibro di Ruggero Deodato (Cannibal Holocaust, signori!) costretti a girare una stagione di Incantesimo a scopo alimentare, mentre Michele Soavi dirige fiction televisiva se vuole continuare a lavorare dietro la macchina da presa, dopo aver illuso il pubblico di essere il migliore allievo di Dario Argento. 8 e un quarto non pretende di essere alta letteratura, ma è narrativa ben scritta, fatta di dialoghi realistici e ben strutturati, di ritmo e battute ficcanti; l’autore scrive un romanzo comico onesto che segue la lezione della commedia all’italiana: far ridere e pensare, puntare il dito sul sistema e divertire. Una lettura che farebbe la gioia anche del produttore cinematografico (Tognazzi) che Ettore Scola s’inventa ne La terrazza e che tartassa il povero sceneggiatore (Trintignant) con il suo: Fa ridere?. Sì, 8 e un quarto fa ridere. Leggetelo. Non ve ne pentirete.

 

Gordiano lupi
www.infol.it/lupi

Mostra altro

Margherita Musella, "Ho sognato di correre"

29 Aprile 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #margherita musella, #recensioni

 

 

 

 

 

Ho sognato di correre

Margherita Musella

Ars Artium Editrice, 2018

pp 203

15,00

 

Le protagoniste di Ho sognato di correre, di Margherita Musella (con prefazione di Federica Cabras), sono due: Serena e Marigiò. No, sono cinque. No, invece, la protagonista è una sola: Margherita stessa, con i suoi affanni e le sue gioie.

Un libro scritto nell’arco di sette anni, che racchiude esperienze di vita vissuta, racconti, testimonianze e ricordi.

L’autrice si spalma su più personaggi che riflettono varie fasi della sua vita. Spicca il rapporto con l’anziana maestra, che altri non è se non la compianta Stefania Petiti, la quale ci ha lasciato testimonianza del suo amore per la scuola e per i bambini. Un filo la unisce alla contemporanea Marigiò, supplente precaria, sempre in bilico fra l’entusiasmo del contatto con i piccoli e la paura di non farcela, il senso d’inadeguatezza. I bambini sono una sfida esaltante e faticosa, sono la luce e il buio, il futuro e l'amore. Marigiò vuole trarre da ognuno tutto il bene possibile, anche se a volte le riesce difficile rapportarsi con la realtà complessa di quelli più sfortunati.

Poi ci sono Serena, affermata professionista, e la materna e affettuosa Stella, già presente in altri romanzi della Musella. A parte Stefania, figura, come abbiamo detto, reale, le altre donne sono tutte sfaccettature della medesima persona, l’autrice stessa, e trovano un onnipresente antagonista nel marito, personalità ingombrante, che provoca tenerezza e dolore insieme. Questi uomini hanno nature complesse e fragili, e sottopongono le loro compagne a tensione costante, in un vortice di amore malato e possessivo. Vittime e carnefici si mescolano, le sfumature diventano evanescenti, a metà fra complicità e dipendenza.  

Ancora di salvezza, come sempre, la fiducia nella bontà dell'Universo, nella benevolenza divina, e, soprattutto, nell’amicizia e solidarietà femminili. Ma chi ha letto tutti i romanzi della Musella, si accorge che, con il passare degli anni, ella fatica sempre più a mantenere quell’atteggiamento positivo e spensierato dei primi tempi, quello che risolveva tutto con una risata e con tanta fede nel prossimo. Il prossimo non è sempre buono e dolce come lo si vorrebbe, le persone feriscono, tradiscono, fanno improvvisi e incomprensibili voltafaccia, dicono le cose come stanno, non hanno speranze. Oppure si ammalano e muoiono. Allora le protagoniste della Musella fanno i conti con sempre più momenti di sconforto e tristezza, sentono avvicinarsi la vecchiaia, sfiorano la morte che le annichilisceÈ il tempo che scorre inesorabile per tutti, quello che ruba l’incoscienza e il sorriso. Ma la volontà di andare avanti è comunque tenace, lo spirito è indomito.

Molto bello il capitolo Io, il vento, vero e proprio racconto a se stante, dove, sulla la forza e il coraggio di vivere e mettersi in gioco, soffia la brezza della poesia.

 

Mostra altro

Intervista a Marco Giorgini

23 Aprile 2019 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #intervista, #recensioni

 

 

Marco Giorgini
Il Mistero della Statuetta Egizia

KULT Virtual Press

- distribuito da Amazon

ISBN: 978-1797955780 - 289 pagine

 

Modena, anni ’80. In una sera di giugno tre amici quattordicenni (Matteo, Giulio e Alex) scorgono, in un’area buia chiusa al pubblico dell’Orto Botanico, due stranieri intenti a estrarre oggetti da grossi vasi, osservati, tra le ombre, da Anubi. Quando l’operazione termina, Matteo nota un oggetto caduto e lo raccoglie: è una statuetta egizia.

Nei giorni successivi i tre ragazzi provano a capire cosa hanno davvero visto e che cos’è quella statuetta, cercando informazioni prima in biblioteca e poi ai Musei Civici, e scoprendo man mano i posti in cui gli stranieri e Anubi si nascondono, ma rischiando sempre più spesso di essere catturati. 

Marco Giorgini, nato a Modena nel 1971, lavora nel campo della linguistica computazionale. Per hobby sviluppa videogiochi e gestisce una delle più antiche e-zine italiane, KULT Underground. Da sempre appassionato lettore, si è dilettato negli anni a scrivere racconti. Nel 2006 ha curato l’antologia L’Ombra del Duomo (Larcher Editore).

Il Mistero della Statuetta Egizia è il suo primo romanzo per ragazzi.

Abbiamo incontrato l’autore per avere la sua interpretazione autentica del romanzo e gli abbiamo rivolto alcune domande.

 

 

Perché un giallo per ragazzi?

 

Faccio solo una piccola ma doverosa premessa: in questo caso la definizione giallo per ragazzi è veicolata da quella Mondadori anni Ottanta, dove per giallo si intende un’avventura con un qualche risvolto investigativo e non necessariamente una storia gialla classica. Ho scelto di scriverne uno perché questo tipo di romanzi erano le mie letture preferite quando ho iniziato a leggere (sono convinto che abbiano contribuito seriamente alla mia passione per i libri) e volevo, da un lato, scrivere qualcosa che potesse mostrare questo tipo di storie a mio nipote, e dall’altro volevo provare a scrivere qualcosa per il me di allora - per quanto contorto questo possa sembrare. Un mix di sfide, questa seconda cosa, che partono da ma sarò in grado di ideare, come trama e struttura, una storia del genere? per arrivare a ma riuscirò a ricreare la sensazione di lettura che amavo a quel tempo?. Non so se ci sono riuscito qualitativamente (non spetta certo a me dirlo) ma sono contento di essere almeno riuscito ad avere quel libro che avevo in mente finito e leggibile e, almeno per me, davvero molto simile a come volevo che fosse.

 

 

Ci sono antecedenti importanti a questa tua impresa letteraria?

 

Impresa letteraria suona più grande di quello che sicuramente è, ma se con questa domanda intendi se c’è una ispirazione chiara per questo libro, la risposta è sì. Ho cercato di scrivere (pur adattandolo al contesto italiano e agli anni Ottanta) qualcosa che richiamasse i libri per ragazzi di Robert Arthur, autore de I Tre Investigatori (che da noi venivano pubblicati indicando Alfred Hitchcock come scrittore - mentre il suo ruolo era solo quello di presentatore, e tra l’altro solo come finzione). Se invece mi chiedi se autori che (di norma) scrivono opere di genere o mainstream hanno proposto anche opere per ragazzi, sì, questo, per quel che mi sembra, sta diventando sempre più comune. La letteratura per ragazzi sembra interessare tanti scrittori (sia internazionali, come Patterson o Grisham, sia locali, come Lucarelli - ma credo di poter anche citare Antonino Genovese, che dici? - e sto volutamente non citando figure più classiche) e non è più strano che qualcuno esca dalla sua comfort zone per raccontare qualcosa (probabilmente) per i figli dei lettori abituali.

 

Ci parli della tua attività editoriale digitale?

 

Per dare una idea più chiara di cosa faccio, mi permetto di continuare a parlare ancora un attimo de Il Mistero della Statuetta Egizia. Questo libro esce infatti sotto il marchio KULT Virtual Press - casa editrice digitale che negli anni ha pubblicato tutti gli e-book realizzati con e per KULT Underground, fanzine digitale nata nel lontanissimo 1994 e ancora attiva anche se con una quantità e una tipologia di articoli diversa da quella degli albori. Queste due realtà digitali sono quelle che mi vedono come fondatore e attore (con modalità e compagni differenti) ed è grazie a queste che ho avuto modo di farmi le ossa negli anni, lavorando e sperimentando nel passaggio da meccanismi di scrittura/lettura digitale dedicata a figure più tecniche (di quel periodo storico in cui web voleva dire computer e i cellulari servivano solo per telefonare) a quelli attuali (comunque in trasformazione) dove il libro digitale ha strumenti straordinari e perfetti di fruizione adatti a tutti (dal lettore con e-paper, allo smartphone o al tablet) e la lettura sul web non ha più un luogo fisico di fruizione preferenziale. Per questo motivo KULT Underground continua a esistere e pubblicare (nato come programma distribuito su floppy disk prima DOS e poi Windows, si è trasformato negli anni in un sito/portale web - forse non agile come altre realtà ma in grado ugualmente di essere fruito e letto) mentre KULT Virtual Press ha formalmente smesso di proporre cose nuove (Il Mistero è una eccezione e un cortocircuito insieme) perché Amazon (e i suoi equivalenti) hanno finalmente reso gli e-book dei libri digitali - e creare libri digitali fuori dalle librerie digitali è una scelta artistica che non siamo più sicuri di riuscire a fare nel modo corretto - noi che negli anni abbiamo comunque aggiornato più volte formati e meccanismi ma che non possiamo in questo caso competere con la realtà d’uso di questa evoluzione. Quindi Il Mistero della Statuetta Egizia è sì un e-book KULT Virtual Press, ma è distribuito da Amazon - da dove è possibile farlo arrivare, senza tecnicismi, sui supporti dove sarà possibile e facile leggerlo. Non può né vuole essere una scelta necessariamente plausibile per il futuro di KULT Virtual Press, perché va contro alcuni degli aspetti che sono alla base della sua nascita, ma è chiaramente un ulteriore esperimento per una realtà che ha visto la storia delle pubblicazioni digitali dagli albori e che può quindi permettersi qualche altro percorso in un periodo diversamente di stasi.

 

Come si inserisce questo libro nel quadro della tua produzione.

 

Una domanda a cui faccio fatica a dare una risposta. Negli anni la mia è stata principalmente un’attività letteraria nell’ambito della dimensione del racconto (con tante cose proposte solo per il web e alcune invece pubblicate su carta - dalla fanzine all’antologia - o in e-book, dove è possibile creare volumi anche solo con storie brevi). Ma mentre scrivevo racconti ho man mano anche buttato giù un po’ di materiale pensato per un respiro più ampio (romanzo breve / romanzo) su cui ho poi lavorato in tempi diversi trasformando alcune di queste idee in scalette complete. La prima di queste che poi è diventata un romanzo era di genere brillante (credo che il termine ufficiale sia humour ma secondo me è fuorviante) e anche la seconda, ideata e scritta però a quattro mani, è in qualche modo tra quell’ambito e il mainstream. Tra le cose successive pronte per la scrittura una era Il Mistero della Statuetta Egizia e le altre due sono un altro romanzo per ragazzi (ambientato alla fine degli anni novanta) e un romanzo di fantascienza (contemporaneo). Tra queste tre la scelta di procedere prima con Il Mistero rispetto alle altre due è più collegata ad alcune idee su progetti correlati (cross-mediali potremmo dire) che a un vero percorso legato a una continuità di scrittura. Intendo, non sto solo cercando di trasformare idee in libri, ma di creare occasioni per costruirci intorno anche altro. Come ti è capitato con quanto ha realizzato Simone su alcune delle tue opere – ma nel mio caso l’ambito che mi interessa di più è (forse) quello dei giochi d’avventura digitali. Non è detto che questo tipo di passaggio o di contaminazione accada, ma direi che quello che mi sta mettendo in fila le cose da scrivere è cosa altro posso potenzialmente realizzare sopra a una mia singola idea.

Mostra altro
<< < 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 20 30 40 50 60 > >>