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Post con #recensioni tag

Teresa Valentina Caiati, "Frange d'interferenza"

6 Giugno 2020 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Frange di interferenza di Teresa Valentina Caiati (Quaderni di Poesia Eretica Edizioni, 2019) è una pregiata cornice di ricerca poetica, una fusione musicale in uno sfondo sensoriale, metafora di desiderio e di nostalgia, associata al senso di vaga ed indefinita malinconia, contenuta nell'indugio compiacente di sentimenti e passioni comuni, resti emotivi corrispondenti alle tracce lasciate e alle relazioni salvate dal deterioramento interiore. I versi accordano la sovrapposizione di rumore e silenzio, l'incrocio invadente di verità e illusione, misurano l'intonazione delle attitudini umane, l'intensità e l'ampiezza del linguaggio nel suono articolato della poesia. La superficie dell'anima è la memoria decifrata dalla traiettoria esistenziale dello spazio e rivela la sua presenza, nella direzione del tempo e scorre arredando i margini del conflitto intimo. La poetessa rende visibile il principio luminoso del suo percorso aggirando gli ostacoli nella propria esperienza quotidiana, celando il profilo netto dell'ombra che delinea il suo cammino. La percezione profonda di essenze reali distinte, l'osservazione cromatica degli accidenti e delle note, rivelano l'interferenza delle emozioni e la fenditura dei confini in chiaro-scuro della sensibilità. Teresa Valentina Caiati assiste il mutevole ed inaspettato coinvolgimento della realtà elevando l'approfondimento periferico degli eventi con la spontanea ed istintiva melodia della sua centrale interpretazione e avvolgendo la singolare e delicata bellezza dei destinatari che cingono la seduzione gotica ed oscura delle vicende, dei luoghi e delle immagini. La poetessa affronta il destino di una solitudine che è al centro di tutto e attraversa l'impenetrabile cupezza, girovaga ed inquieta, di ogni inesprimibile relazione umana contro l'ineluttabile fissità del cuore smarrito e confuso. La curva impercettibile delle parole oscilla nella volontà intelligente e condiziona le scelte, fa da scudo alle sensazioni. Assorta nella quiete dell'assenza, la visibilità del ricordo non si dissolve ma dilata le intuizioni emotive, come se custodisse il segreto della consistenza e della necessità della vita. La testimonianza umanistica della poetessa è un patrimonio potente e fedele allo stupore, sostenuto da quella brezza, misteriosa ma espressiva, che soffia sull'esasperata consuetudine di ogni esulante condizione, pena che non allontana il perpetuo e spontaneo corso del tempo e destina al richiamo solitario la coscienza reduce. La direzione esclusiva ed imperturbabile dei pensieri sosta su una piccola nicchia sospesa, affatturata nel segreto delle discordanze che regolano la tensione esatta di quanto è trascorso o di quanto è lontano.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

Il talento

 

Il talento

è l'aggettivo superlativo

posto dinnanzi ad un nome.

Tutt'intorno fa stragi e razzie

e senza termini di paragone,

governa, assolato e indisturbato,

nell'impero grammaticale dei sogni.

 

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Error Invalid Function

 

Noi altri

abbiamo insenature

e promontori sulla schiena

simili alla gobba di Leopardi

per il peso crescente

cui la natura sottopone.

Incompatibilità di sistema.

 

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La bellezza

 

Riconosco la bellezza

quando l'orizzonte s'allontana

e un pensiero gli va in soccorso.

In un istante

sono lì

dove ancora non sono.

 

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Il destino

 

Ogni volta che mi fermo

contemplo il destino

scorrere, imperterrito,

su quella strada parallela

al mio incedere lento.

 

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Le occasioni

 

Le occasioni

sono loculi sempre aperti

in cui dimora

da lontano

l'ansia esitante

di non avere fine.

 

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D'un tratto

 

D'un tratto capii

che solo il ritmo genera l'amore,

così presi a pensarti con la stessa frequenza.

 

 

 

 

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Patrizia Poli, "Come eravamo, piccolo manuale della nostalgia"

27 Maggio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #come eravamo

 

 

 

Quello che facciamo da bambini, sia esso frutto di una nostra libera scelta oppure delle imposizioni familiari, plasma ciò che diventeremo e ci piacerà fare da grandi.

Ogni attimo della nostra breve vita, ogni novità, ogni conquista sembrano così recenti, così nuovi di zecca e significativi da divenire immutabili, invece tutto cambia, basta guardare le foto di qualche anno fa, le piccole cose sgualcite che profumano di ricordi, basta voltarsi indietro per rendersene conto. E la vita diventa una strada buia che va verso il nulla.

 

Non è la prima volta che un libro nasce da questo blog. E' già accaduto con La scommessa dell'arte di Walter Fest, tratto dagli articoli dedicati a pittori e artisti.

Personalmente in questi anni ho scritto e pubblicato tanti pezzi sul passato, su com'eravamo noi "ragazzi" degli anni sessanta e settanta. I libri che leggevamo, i programmi che guardavamo in televisione, i giochi, le pubblicità. Ma anche le feste di Natale, con l'albero vero che spandeva il suo profumo di bosco per casa, il modo di trascorrere certe estati infinite e sonnolente.

Bene, ho pensato di raccogliere in un volume autopubbicato su ilmilibro.it - dove ho ancora in vetrina Il respiro del fiume, Bianca come la neve e Quand'ero scemo - tutti questi articoli in una operazione nostalgia dolce-amara.

La raccolta si intitola Com'eravamo, piccolo manuale della nostalgia.

 

Ecco la recensione del primo lettore:   

 

"Un libro colmo di nostalgia del passato. I ricordi rivivono con realismo e l’autrice ha la capacità di farli apparire molto recenti. Certo i cambiamenti nel tempo sono stati tanti e ciò è evidente quando ci accingiamo a fare un confronto tra ieri ed oggi. Il lontano 1966 era l’anno in cui uscivano le prime fiabe sonore, ma allora erano diffusi anche i fotoromanzi della casa Lancio, che raggiunsero il massimo splendore negli anni ’70 ed erano espressione della narrativa popolare.

Grande successo ebbe il Manuale delle giovani marmotte edito nel’69 , un libro dalla “informazione spicciola”. In quegli anni al cinema si seguiva il filone western, mentre in TV molto popolare era Carosello con Calimero, Gringo… uno spazio televisivo dedicato alla pubblicità. In quel periodo poi il francese come lingua straniera “contendeva il primato all’inglese”. Iniziarono le trasmissioni della TV dei ragazzi nelle ore pomeridiane, mentre Alberto Manzi alfabetizzava tanti italiani.

Nel ’78 i cinema erano affollati quando si proiettava Greese con John Travolta. Nel frattempo la Pongo e il Das davano ai piccoli l’opportunità di esprimersi creativamente, oppure nelle strade si ascoltava il rumore delle palline clik-clak, indizio di un gioco diffuso tra i ragazzi. La sera in TV si seguivano vari sceneggiati prodotti da grandi registi, mentre gli spot pubblicitari diventavano sempre più numerosi. Famoso era quello della Cynar, contro il logorio della vita moderna. Ma anche la comicità imperversava. Segue i boom economico, si diffonde una cultura veloce per tutti e… tanto altro…

Il libro è davvero uno spaccato della vita che si conduceva nel passato, descritta mirabilmente dall’autrice"

Angelo Pulpito

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Francesca Abis "Non tutto il male viene per nuocere"

18 Maggio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #recensioni

 

 

 

 

 

Non tutto il male viene per nuocere

Francesca Abis

 

Place Book

 

 

"Antonio e Michele sono amici da sempre. Insieme gestiscono un chiosco in Sardegna, nella caraibica spiaggia di Sa Perd’e Pera, pietra a forma di pera. Avendo però speso tutti loro risparmi per acquistare la licenza balneare, non ne hanno per sistemare il locale che sta cadendo a pezzi: i lettini sono quasi tutti rotti, gli ombrelloni strappati e le sedie e i tavolini di plastica bianca ingialliti dal sole. In una soleggiata mattina, irrompe nella loro vita Chiara".

 

Apprezzabile opera letteraria di Francesca Abis - autrice sarda dotata di grande sensibilità - mi ha colpito. Lieto di essere il primo a recensire questo suo bel romanzo che mi ha tanto acchiappato ed emozionato. Avendo letto un certo numero di suoi racconti brevi, sapevo che non mi avrebbe deluso.

Intensità dell'immagine/azione di buona densità emozionale sono i punti forti del libro che, tra le varie cose, sgancia una scossa agli stereotipi sulla Sardegna e sui sardi, e per di più non si limita a dare corpo visivo. Innanzitutto l'Isola dal mare di Smeraldo fa da cornice a una trama praticamente anti deleddiana, (chi conosce Grazie Deledda sa che i suoi lavori risultano fortemente drammatici e colmi di rassegnazione tra Decadentismo e Verismo). Mi sono sentito trasportato in un solo attimo nei suggestivi luoghi, sebbene per certe località menzionate abbia fatto largo uso di Google Maps, al fine di aumentare il senso di immedesimazione.

Non tutto il male viene per nuocere cattura da subito l'attenzione con la sua cover, una copertina che incuriosisce, che attira l'occhio e invoglia a tendere la mano, prendere il romanzo dallo scaffale o scaricarlo su Kindle.
Basta il primo capitolo a far immergere il lettore in una scrittura piacevolissima, l'autrice è capace di trasformare le parole in una deliziosa e squisita Vernaccia che va giù che è un piacere.

Secondo me, l’autentica forza del libro sta proprio nella straordinaria normalità della storia o, almeno, quella iniziale, visto che il susseguirsi della vicenda vira all'inaspettato, tant'è che in certi frangenti mi sono addirittura commosso.

I "Fratelli Diversi" li considero simpatici, genuini, onesti e leali. A volte danno origine ad alcuni siparietti, dei quali mi è stato impossibile non sorridere. Inoltre ho ammirato quel loro legame che considerarlo fraterno è dire poco.

Si entra facilmente in empatia con i personaggi, “I fratelli diversi, Chiara e gli altri, (oops, involontariamente ho citato la nota fiction anni novanta!), per non parlare del giusto inserimento di buoni sentimenti, che fortunatamente non cascano sul cliché buonismo nemmeno nelle battute finali, e di alcune venature drammatiche necessarie ai fini dello svolgimento, venature comunque inserite strategicamente. Da segnalare l'impronta investigativa del quindicesimo capitolo, impensabile proprio.

Tra tutti i personaggi il mio preferito è indubbiamente Chiara, non soltanto per il piano ben orchestrato da lei ma anche in virtù del suo passato. Con lei mi sono decisamente identificato, un esempio di persona risoluta, forte, che non si è mai piegata alla vita nonostante la morte dei genitori. 

Di Antonio e Michele (I Fratelli Diversi) si hanno pure riferimenti sul loro passato, ecco, diciamo che nel corso della lettura si potrebbero utilizzare per delle sottotrame pur sempre legate da un filo conduttore.

Che altro dire?

È un romanzo intelligente perché equilibrato, non vuole eccedere ed evita il tentativo di un volo radente, o meglio si mantiene a una solidità narrativa che punta in alto, raccontando eventi e situazioni disparate, tuttavia senza mai rischiare di bruciarsi alla Icaro.

Un esordio riuscito, al massimo penalizzato da alcune linearità. Ad ogni modo sono sicuro che in futuro Francesca Abis ci regalerà opere di spessore sempre maggiore.

Attendo altre sue pubblicazioni.

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Ian Seed, "Sognatore di sogni vuoti"

14 Maggio 2020 , Scritto da Gino Pitaro Con tag #gino pitaro, #recensioni

 

 

 

 

Sognatore di Sogni Vuoti

Ian Seed

Edizioni Ensemble, 2018

 

Autobiografia

Ho incontrato il mio amico Dante in una piccola tenda che lui aveva montato proprio fuori della stazione del treno. Nessuno si era opposto alla sua permanenza qui, anche se la sua tenda era un po' un intralcio durante le ore di punta. Tuttavia non c’era alcun motivo perché lui si accampasse ovunque – aveva più di mezzo milione di sterline in banca, che per la maggior aveva guadagnato dalla pubblicazione a proprie spese di un’autobiografia. Si era tenuto una copia per sé accanto. Era consumata per l’uso e le sue pagine avevano delle vecchie macchie. La mostrava a chiunque gli dava una monetina(pag. 26)

 

Ian Seed è professore associato presso il Dipartimento di Letteratura Inglese dell’Università di Chester in Inghilterra, con un dottorato anche in Letteratura Italiana. Per un po’ di anni ha vissuto anche in Italia. Nella sua bella carriera ha scritto diverse opere, soprattutto sillogi, raccolte. È considerato uno dei maggiori poeti britannici contemporaneo.

Il libro pubblicato dalla Ensemble nel 2018, tradotto da Iris Hajdari, è singolare. Innanzitutto un curioso richiamo viene dal suo cognome, ‘Seed’, che è parola che in inglese vuol dire seme, e questi brevi racconti poetici sono ‘semi’, una via di mezzo tra la ‘proesia’ e la forma letteraria del racconto, che però nel caso specifico sono particolarmente brevi. La raccolta in questione si sostanzia quasi come un genere letterario nuovo, e questa è già una buona notizia. Lo stile è rigoroso e al contempo ondeggiante, quindi talvolta l’autore usa il registro grottesco, surreale, ma la sua scrittura è anche in grado di ricordare la prosa di Raymond Carver. Le sue brevi o brevissime composizioni, come quella di cui sopra, finiscono per timbrarsi sempre nell’animo del lettore, permangono, fanno capolino nella mente, sono davvero ‘semi’ inoculati nell’animo del lettore, e sono sicuro che il poeta ne sia consapevole e in qualche modo egli per primo abbia voluto giocare con ciò, a partire dal suo cognome. I temi sono quelli dati dalla quotidianità, da quei piccoli e grandi eventi che costruiscono il nostro destino: circostanze e intersezioni con gli altri che finiscono per essere determinanti o comunque farsi esperienza nell’animo umano. Seed ci mostra non tanto quanto le apparenze siano diverse dalla realtà, ma come questa sia multiforme, e che quello che noi afferriamo di essa è solo condizionato dai nostri pregiudizi, per cui ogni situazione deve rispondere a un nostro paradigma mentale, mentre la realtà è molto più articolata di quello che filtra la nostra mente.

Infine il libro è anche da consultazione, magari proprio aprendolo a caso, come a richiedere a esso un vaticinio, e non è davvero da escludere che vi sorprenda davvero. Oppure uno di questi quadretti può accompagnarvi nelle vostre riflessioni o nel gioco animico durante un viaggio.

La traduzione di Iris Hajdari è eccellente, tranne per qualche refuso. Il titolo italiano della raccolta non rende quanto quello inglese, negativizzandolo. Il libro è stato pubblicato nel Regno Unito da Shearsman Books nel 2014, intitolato Makers of Empty Dreams.

 

Note biografiche di Gino Pitaro:

Nel suo percorso svolge varie attività, tra cui quella di redattore e di documentarista indipendente.

Nel 2011 il suo esordio con I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore), poi per la Ensemble pubblica rispettivamente nel 2013 e 2015 Babelfish, racconti dall'Era dell'Acquario e Benzine, vincendo numerosi premi letterari.

La Vita Attesa è il romanzo per Golem Edizioni pubblicato nel 2019

L'autore vive in provincia di Roma.

Ian Seed, "Sognatore di sogni vuoti"
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Giovanna Iammucci, "Memorie di una strega"

9 Maggio 2020 , Scritto da Gino Pitaro Con tag #gino pitaro, #recensioni

 

 

 

 

 

Ero curioso di leggere questo romanzo e devo dire che non sono rimasto deluso. È la storia di un percorso iniziatico, fantasioso, sempre avendo presente che c’è nulla di più reale che il fantastico. L’autrice colloca questa storia di crescita di una Janara (Strega, Maga, forse derivato dalla Dea Diana), della consapevolezza dei suoi poteri, lungo un percorso di ricerca interiore ed esteriore in un’epoca indefinita, che anche il linguaggio usato nei dialoghi rende piacevolmente incerta. Un aspetto voluto, non lasciato al caso, perché l’autrice vuole che la sua protagonista, Donna Isabetta, sia di ogni tempo. Azzeccatissimi i nomi dei vari personaggi: non è una cosa facile, che ha la sua importanza. Il lettore percorre quindi una storia che va dagli albori familiari, intersecandosi con i saperi antichi, figure ancestrali, legami di sangue, lotte, diatribe, avventure che diventano rivelatrici, quindi mondi di incantesimi, sette e fate, fino all’epilogo. Il racconto è disseminato da piccole e grandi sorprese che animano piacevolmente la storia. Una lettura quindi senz’altro gradevole, ma quello che io personalmente ho trovato più interessante è il legame dell’autrice con la sua identità, che è ben radicato in terra campana, terra di Streghe, di ‘Janare’ e ‘Magare’, come tanta Italia e tanto Sud, senza escludere tutta l’argomentazione europea, di cui peraltro l’autrice è influenzata. Il Sud è topos geografico peraltro che ha a che fare con le Streghe, anche per il noto premio letterario e il suo irrinunciabile sponsor, ‘Lo Strega’ beneventano, davvero ottimo e con il quale si fanno pure eccellenti gelati. L’autrice è legata al rapporto antico con le forze della natura, con le sue concrezioni fisiche e spirituali, con le stratificazioni che ne fanno parte. Un aspetto che non è alieno alla mia sensibilità. Queste sono generazioni che ancora possono avere un legame con antichi riti e sapienze, e specialmente per chi ha qualche anno in più è facile ripescarli nel cofano delle proprie memorie. Altre persone, o pure coloro che hanno ereditato determinate tradizioni, possono comunque recuperare specifici saperi attraverso rigorose ricerche e la pratica stessa. La narrazione della Iammucci si infarcisce di opportuni riferimenti storici, invocazioni, citazioni letterarie e anche storiche relative alla caccia alle streghe, alle festività che in qualche modo vi sono vincolate.

Un altro aspetto che mi piace è che l’autrice narra tutto con freschezza, con un’inconsapevole dolcezza e leggerezza, accompagnando tutto con un filo di eros e trasmettendo la chiara importanza che per lei ha questa riappropriazione, questa dimensione archetipica femminile, di indipendenza e legame con la Madre Terra. Di fondo Isabetta è l’autrice stessa, pur non essendo un’autobiografia romanzata.

 

Giovanna Iammucci nasce a Torino nel 1980 ma risiede ad Olevano sul Tusciano in provincia di Salerno. Ha pubblicato due romanzi L’altra metà dei miei occhi e Memorie di una strega editi da Aletti Editore, oltre ad aver partecipato a concorsi importanti come “Il Federiciano” (Aletti Editore), “Il Tiburtino” (Aletti editore), il “Cardile” (Il Saggio editore), “Auletta Terra mia” (Il Saggio editore), “Concorso internazionale di poesia l’Angelo” (Il Saggio editore). Partecipa inoltre al concorso nazionale di narrativa “9 settembre 1943, Operazione Avalanche” (Il Saggio editore) aggiudicandosi un posto nell’antologia. Ha pubblicato varie poesie nelle antologie della Aletti e anche sulla rivista de Il Saggio. Alcuni suoi monologhi sono stati interpretati teatralmente in eventi locali.

Collabora con la rivista “Il Saggio” (Eboli- SA) e ha scritto varie recensioni.

 

Note biografiche di Gino Pitaro:

Nel suo percorso svolge varie attività, tra cui quella di redattore e di documentarista indipendente.

Nel 2011 il suo esordio con I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore), poi per la Ensemble pubblica rispettivamente nel 2013 e 2015 Babelfish, racconti dall'Era dell'Acquario e Benzine, vincendo numerosi premi letterari.

La Vita Attesa è il romanzo per Golem Edizioni pubblicato nel 2019

L'autore vive in provincia di Roma.

 

 

Giovanna Iammucci, "Memorie di una strega"
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Andrea Mauri, "Contagiati"

7 Maggio 2020 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni

 

 

 

 

Contagiati di Andrea Mauri (Edizioni Ensemble 2019) è una narrazione ossessiva sulla caducità delle relazioni umane, sul senso psicoanalitico di angoscia che separa la mente dal corpo con il cambiamento inevitabile delle patologie improvvise che influenzano i legami con gli altri. La fredda ed implacabile indicazione delle storie è un'esecuzione prolungata di insicurezza ed esitazione, contaminata da ogni influsso negativo conseguente ad ogni sentimento di umanità, diffusa in un'apprensione corale quando il contagio si impone a scompenso aggressivo dell'intelletto e priva l'onesta maturità dei rapporti umani. Il castigo corrisponde alla colpa e la sofferenza è la riflessione sull'incomunicabilità, il tormento insistente ed assillante è tradimento e separazione. L'autore riconosce la trama maniacale del malessere emotivo e ammette la manipolazione della solidarietà. L'ansia disastrosa di isolamento impulsivo che orienta i racconti è il cedevole scenario in cui si proietta l'interpretazione trattenuta e soffocata della vita, nel contesto terapeutico della cura decadente alle affezioni della realtà. Ogni racconto è comunicazione satura di estraneità nella sfida quotidiana e morale per la guarigione, nell'assurda ed illogica contraddizione dei protagonisti, custodi della dolorosa difficoltà, disperata e vitale, di sostenere il tempo ed impedire il congedo dalla vita. I personaggi ammettono la debolezza malinconica e fiera di chi rivolge lo sguardo alla fine e vivono affatturati, ammaliati da pensieri filosofici impassibili ma nell'intento introspettivo di dare un significato alle loro vicissitudini ne diventano ineluttabilmente schiavi. Spaventati da un eccesso di lucidità, scossi da caotici clamori, si abbandonano a nocivi ed impazienti monologhi. Lo stile dell'autore, autentico, sano ed essenziale implica nelle parole incessanti il coinvolgimento apprensivo di ogni confessione e le variazioni dell'inquietudine dilatano una letteratura della fine contro la fine, come principio nella finalità inviolata di un antidoto che coesiste con le nostre tensioni, con il decoro della cognizione, con la sapienza dell'accortezza. L'omaggio all'inizio del libro ne è serena profezia: “A chi ama lasciarsi contagiare dalla vita”.

 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti

“A volte i pensieri sono come delle infezioni, e alcuni diventano vere e proprie epidemie. Wallace Stevens “

 

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“La campagna circostante aveva perso ogni riferimento. Si erano perduti alberi, cespugli, giardini, steccati, pullmini. Niente. Il deserto. Il silenzio di una città morta. Faceva freddo sull’ultimo gradino, ma non avevo intenzione di rintanarmi in casa: là dentro mi aspettava la quarantena, ancora più incattivita. Alla fine sono crollata, come addormentata sulla terra nuda.”

 

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“Sono sicuro che tornerai con il clima più clemente, in tempo per raccontarti del miracolo dell’inverno e della nuova fioritura, che si preannuncia feconda. Solo per questo regalo inatteso non tutto è perduto. Il roseto ci inchioda alla terra madre, ci costringe ad aspettare il vento del sud e con lui tutte le rose, le più stravaganti e le più resistenti che deciderai di portarmi.”

 

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“È la luce che il sole ha regalato alla luna, dopo essersi lamentata di essere troppo piccola e di non contare niente nell’universo. Il sole sembra disinteressarsi delle vicende del cosmo. Lo colpì il coraggio della luna e così decise di regalarle una parte della sua luce. La rese così importante che da quel momento in poi avrebbe scandito il tempo degli uomini sulla terra, lo scorrere delle stagioni, il ripetersi della vita.”

 

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“È sufficiente abbandonarsi alla magia delle parole, all’alchimia dei testi costruiti con l’immaginazione o con la paura di sognare perché niente vada perduto. Ogni dettaglio serve a ricostruire la realtà. Ogni dettaglio va scritto per recuperare la parte sana

del corpo.”

 

 

 

 

 

 

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Dissipatio H.G. ai tempi del virus

1 Maggio 2020 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #recensioni, #il mondo intorno a noi

 

 

 

 

Di Guido Mina di Sospiro

Tradotto da Patrizia Poli, originalmente pubblicato da New English Review

 

Immaginiamo un adolescente cervellotico che ha studiato troppa filosofia e troppo latino e, in generale, ha esercitato il cervello troppo per il suo bene. È diventato così maladattato al luogo e al tempo in cui vive che vorrebbe leggere un libro intitolato Contro la società: manuale di autodifesa per solipsisti. Invece s’imbatte in una nuovo testo Dissipatio H.G., di un certo Guido Morselli, pubblicato postumo. Morselli, come s’è venuto a sapere, era un collezionista di rifiuti; beatamente apolitico, sebbene gli editori conoscessero sia lui sia il suo considerevole talento, lo rifiutavano in serie poiché non apparteneva alla conventicola di sinistra.

Il titolo sta per Dissipatio Humani Generis, una frase estrapolata dagli scritti del filosofo neoplatonico Giamblico, uno dei più colti uomini del suo tempo, a cui si attribuivano anche poteri miracolosi; significa, la scomparsa dell’umanità.

Il narratore, un intellettuale lucido, ipocondriaco, “fobantropo” più che misantropo, decide di affogarsi in uno stagno dentro una caverna in alta montagna. Ma, una volta là, cambia idea, e ritorna al suo chalet.

Alla fine scoprirà che l’umanità, dopo che lui ha cambiato idea circa il suicidio, è svanita. L’umanità è ora rappresentata da l’unico componente rimasto, un uomo che stava per lasciarsela alle spalle e che non aveva mai sentito di farne parte.

Così ha inizio un monologo – filosofico, ontologico ed escatologico – in uno sfondo di assoluto silenzio, a parte pochi rumori causati dagli animali o da macchine che continuano a funzionare. Presto il suo monologo si trasforma in un dialogo con i suoi ricordi e poi con tutte le persone svanite.

Il supremo solipsista finisce a desiderare disperatamente gli esseri umani.

Questo fu l’ultimo libro di Morselli. Lo stesso, a differenza del protagonista di Dissipatio H. G, non cambìo idea all’ultimo momento ed effettivamente si suicidò poco dopo che anche questo manoscritto fu rifiutato.

Guido Morselli era stato rifiutato da tutti, compreso Italo Calvino quando quest’ultimo era editor per la casa editrice Einaudi. Tutti gli scrittori sanno che una lettera di rifiuto è una comunicazione laconica, al massimo due o tre righe. Gli editori non sono tenuti a motivare il rifiuto, né ci si aspetta che lo facciano. Calvino aveva rifiutato un altro romanzo di Morselli, Il comunista, con una lettera paternale che è stata conservata: a priori (a causa di un preconcetto ideologico che Calvino ammise espressamente), e anche perché non gli piaceva abbastanza. Infatti, stroncò il manoscritto, non senza toni condiscendenti: “Dove ogni accento di verità si perde è quando ci si trova all’interno del partito comunista; lo lasci dire a me che quel mondo lo conosco, credo proprio di poter dire, a tutti i livelli.”.

Dopo la morte di Morselli, le Edizioni Adelphi, la casa Editrice mainstream con gli orizzonti più vasti, fece uscire i suoi libri. Incontrarono il successo della critica e del pubblico. Io ero amico dei figli del leggendario editore Mario Spagnol. Mi ricordo che, al tempo, mi disse a proposito di Dissipatio H. G.: “Sebbene sia un buon libro, sta vendendo bene” *

Ora che siamo costretti a vivere nell’isolamento e nella paura, le sue pagine offrono un inquietante contrappunto alle nostre riflessioni, e alla difficoltà di addormentarsi la notte, quando pensieri non richiesti fanno capolino nella mente. Il grande solipsista, asociale, egocentrico e agorafobico, passa le sue giornate a cercare almeno un sopravvissuto come lui, mentre gli animali e le piante cominciano a riprendersi il pianeta abbandonato.

 

*Dissipatio H.G. di Morselli sarà pubblicato in inglese da New York Review Books Classics il primo dicembre 2020, col titolo Dissipatio H.G.: The Vanishing

 

Let’s imagine a brainy teenager, one who has studied too much philosophy and too much Latin and in general has exercised his brain too much for his own good. He has become so acutely maladapted to the place and time in which he lives, he wishes he could read a book entitled: Against Society: a Manual of Self-Defense for Solipsists. Instead, he stumbles upon a new release: Dissipatio H.G., by one Guido Morselli, published posthumously. Morselli, as it transpired, was a collector of rejections; blissfully apolitical, publishers knew of him and of his considerable talent, but rejected him serially because he did not belong to the left-leaning “clique”.

 The title stands for Dissipatio Humani Generis, a sentence excerpted from the writings of the Neoplatonist philosopher Iamblichus, one of the most learned men of his age, also accredited with miraculous powers; it means, the vanishing of humankind.

 The narrating protagonist, a lucid, hypochondriac, “fobanthropic” more than misanthropic intellectual, decides to drown himself in a pond inside a cave high up in the mountains. But once there, he changes his mind, and walks back to his cottage.

 He will eventually discover that humankind, after he changed his mind about committing suicide, has vanished. Humanity is now represented by its single remaining component, a man who was about to leave it behind and who never felt that he belonged in it in the first place.

 Thus begins a monologue—philosophical, ontological and eschatological—with nothing but absolute silence as a background, except for a few noises caused by animals or by machines that keep on working. Soon his monologue turns into a dialogue, with his memories and then with all the vanished people.

 The ultimate solipsist ends up longing desperately for humans.

 This was Morselli’s last book. Unlike the protagonist in Dissipatio H.G., he did not change his mind at the last moment and did commit suicide shortly after this manuscript, too, was rejected.

 Guido MorselliMorselli had been rejected by everyone, including Italo Calvino when the latter was an editor at the publishing house Einaudi. All writers know that normally a rejection slip is a laconic communication, two, three lines at best. Publishers are neither obliged nor expected to offer any reason for their refusal. Calvino rejected another novel by Morselli, The Communist, with a lecture of a letter that has been preserved: a priori (owing to an ideological bias to which Calvino explicitly admitted), and also because he didn’t like it enough. In fact, he buried the manuscript, and not without patronizing overtones: “Where every element of verisimilitude goes missing is when we are inside the Communist Party; let me tell you as much, I who know that world at its every level.”

 After Morselli’s death, Edizioni Adelphi, Italy’s mainstream publishing house with the greatest latitude, brought out his books. They met with critical and commercial success. I was friends with the two sons of the legendary publisher Mario Spagnol. I remember his telling me at the time apropos Dissipatio H.G.: “Although it’s a good book, it’s selling well.” *

 Now that we are forced to live in isolation and in fear, its pages offer an eerie counterpoint to one’s thoughts, and difficulty in falling asleep, at night, when unbidden vagaries intrude upon one’s mind. The preeminent solipsist, asocial, self-absorbed and agoraphobic, spends his every day looking for at least one fellow survivor, while animals and plants alike start taking over the abandoned planet.

* Morselli’s Dissipatio H.G. will be published in English by New York Review Books Classics on  December 1st, 2020 under the title Dissipatio H.G.: The Vanishing.

 

 

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Otello Marcacci, "Tempi supplementari"

26 Aprile 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Tempi supplementari

Otello Marcacci

 

Ensemble, 2020

pp 366

16,00

 

 

Poiché, leggendo libri, amo le libere associazioni che essi mi suscitano, vi dirò che Templi supplementari di Otello Marcacci mi ha fatto venire in mente due cose: i romanzi nostalgico piombinesi di Gordiano Lupi, forse per la toscanità di entrambi - Marcacci vive a Lucca ed è grossetano e canta la Maremma- , e I ragazzi di via Pal di Molnar.

Anche qui abbiamo dei bambini, nella fattispecie appartenenti a una colonia marina, che, negli anni settanta,  giocano la partita della vita contro un gruppo di “cattivi” di un’altra colonia. I nostri sono “inclusivi” ante litteram: la loro squadra comprende ebrei, omosessuali e donne, categorie emarginate, vituperate dai più e dalla chiesa cattolica. Solo una suora anticonvenzionale e coraggiosa può pensare di mettere insieme una squadra così.

Tuttavia l’idea del romanzo di formazione nostalgico è solo la prima impressione. Il testo è molto più complesso. È una storia d’intrecci e colpi di scena spesso grotteschi nella loro pur plausibile improbabilità.

La partita della Stella Maris contro il Cottolengo segna i passi più importanti dell’esistenza del protagonista, Giacomo Boselli, e dei suoi amici: Paolo, malato di cancro, David, ebreo, Cristiano, omosessuale, Bernardino, psicolabile, il Pescecane, attore porno, Ilenia, il primo amore, Marco etc. Il romanzo è diviso in tre parti, ciascuna dedicata a uno spaccato di vita durante il quale viene rigiocata la partita e che, in un modo o nell’altro, segna una svolta per tutti.

Marcacci si basa su un complesso ordito di rimandi e richiami. Il conflitto fra Giacomo e la figlia Maristella, affetta da una malattia rara, si fonderà proprio sul rifiuto del pregiudizio, tema che, come abbiamo visto, ha interessato Giacomo fin dalle prime amicizie estive. La trama si snoda per incastri, come un mosaico di pezzi collegati. Niente succede per caso e anche le situazioni più strane o insignificanti influenzano gli eventi successivi e li determinano.

Quando si gioca e si rigioca la partita, pur senza mai vincerla, “non si è disturbati dalla vita”, semplicemente si “è”, ci si cala nel flusso di un esistere sospeso nel tempo che non è preda di dolori, ripensamenti, scelte. Perché scegliere non è facile, il bene e il male non sono nettamente distinti, così come il giusto e l’ingiusto. Soprattutto la vita non mantiene le promesse.

Sebbene i dialoghi siano forse troppo maturi in bocca a ragazzini, la parte più bella è quella dedicata alle reminiscenze giovanili, ai ricordi delle sonnolente estati  a Marina di Grosseto. Accanto alla fatica di vivere, all’angoscia del tempo che passa e ci trasforma senza accontentare le nostre aspirazioni ma, piuttosto, distruggendo i nostri ideali, la cifra di questo romanzo, e anche la sua bellezza, è la nostalgia. Nostalgia straziante di un periodo in cui ancora eravamo innocenti e tutte le possibilità erano aperte. Nostalgia di un periodo storico, di usi e costumi obsoleti (tutti e tre i blocchi temporali – anni settanta, novanta e duemila – son ben ricostruiti nei dettagli e nelle atmosfere), ma anche di parole non dette, di silenzi da colmare nel rapporto con persone che non ci sono più, che vivono nella memoria, che vengono in continuazione rielaborate e rivissute dentro.

È il “lavoro” di cui parla il protagonista ormai defunto, costretto, nel suo personale inferno o limbo, nei suoi infiniti “tempi supplementari”, a rivivere ossessivamente sempre i medesimi momenti, soprattutto legati alla partita, per cercarne significati e alternative che non si sono verificate ma avrebbero potuto essere. Un po’ quello che facciamo tutti, rimuginando sul passato, sulle sliding doors, su ciò che avrebbe potuto essere se solo avessimo detto o fatto questo o quello.

Un libro bellissimo che mi ha colpita al cuore e affascinata, un’ottima scrittura, che fa tornare la voglia e il piacere di leggere, molto avvincente e nello stesso tempo intelligente, con uno stile che ricorda in senso positivo i romanzi di qualche decennio fa.

 

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Patrizia Poli: "Una casa di vento"

24 Aprile 2020 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #poli patrizia, #recensioni, #saggi

 

 

Una casa di vento è la storia di Francesco e Michela,  i genitori di Loris,  un ragazzino gravemente ammalato. Nella vita di questa coppia fanno improvvisamente irruzione delle lettere trovate per caso, provenienti da un lontano passato. Quelle lettere ritrovate generano la scintilla di una trasformazione che finirà per contagiare tutti i personaggi e per cambiare il corso delle loro vite.

A questo punto, continuare a parlare  del libro non è facile. Chi parla di un testo ha il compito analizzare i personaggi, di mettere in luce la scrittura, di stabilire analogie e differenze con altri libri e altre storie.  A differenza di Signora dei filtri (che ho avuto il piacere e l’onore di presentare), dove la storia di Medea era nota a tutti,  per Una casa di vento a questo compito non facile si aggiunge  l’onere di non togliere a chi legge il piacere di entrare da soli nella storia, di farsi sorprendere e turbare, di appassionarsi alle vicende dei personaggi e di restare col fiato sospeso fino alla fine.

Alla fine ho pensato di iniziare dal titolo.

La casa di vento si trova  ad Antignano, un antico quartiere di Livorno. Forse il suo nome deriva da ante ignem (prima dei fuochi) perché stava prima dei fuochi di segnalazione per le navi dirette al Porto Pisano.  La splendida scogliera, la spiaggetta di sassi, il piccolo porto per le barche ne fanno un luogo incantevole.

Quella  del libro è “una” casa di vento, non “la” casa di vento. Non è unica, particolare, irripetibile questa casa (e così la sua storia e quella dei suoi abitanti), è una casa come tante, una storia come tante, fatta di vento. Quale vento? Di certo vento di mare perché Livorno è una città di mare e il mare – come dice Francesco - a Livorno fa da padrone, insieme al vento. 

 

Vento, vento, sempre vento, da ogni parte, ovunque: grecale da est, freddo e prepotente, libeccio da sud che solleva cavalloni e li rovescia sulla strada, scirocco sfacciato, maestrale che dà sollievo nei giorni d’afa. È una casa di vento, questa, aperta su tre lati, esposta come una nave in tempesta, sventrata come la sua anima, come il suo corpo dopo l’incontro col ragazzo.

 

È Michela che descrive così la casa dove è andata a vivere col marito e il figlio, ed è lei a darle il nome. Dopo un lungo percorso, tornerà a parlare di questa casa che  la rappresenta e le rimanda la nuova immagine di se stessa:

 

… la sua casa… è come la tolda di una nave spazzata dal vento. Lei sta imparando a convivere col vento, come con tutte le parti di se stessa che ancora le fanno paura, come la parte che è stata di Luca. Ora sa riconoscere lo scirocco e il libeccio che soffiano nella camera di Loris, il grecale che irrompe nel bagno, la tramontana che ghiaccia la cucina; sta imparando quale finestra deve chiudere e quale, invece, tenere aperta, dove stendere i panni, dove appoggiare i vasi dei gerani. Sta imparando a piegarsi, a puntellare, a contenere.

 

Le descrizioni di Una casa si vento sono soprattutto descrizioni di Livorno, mai nominata ma onnipresente. Livorno -“città” (vie, palazzi, quartieri) e Livorno -“natura” (mare e vento). Due “Livorno” molto diverse fra loro, due mondi paralleli incastrati l’uno nell’altro, ma sempre raccontati con maestria, usando le parole con audacia e rigore, esplorando tutte le potenzialità delle personificazioni, delle similitudini, delle  metafore, delle  sinestesie...

Se Livorno non è mai nominata direttamente, i suoi “luoghi” hanno sempre un nome preciso e una caratteristica comune. Nel caso di Livorno – città, ciò che li accomuna è il degrado, lo stesso che si è insinuato nell’anima dei protagonisti della storia:

via San Carlo, un budello di  case umide e sudice, Villa Fabbricotti, un posto pieno di statue senza braccia mangiate dal muschio, una stupida grotta rococò piccola e sudicia, via Grande con le colonne di marmo sudicio, piazza Mazzini e la pizzeria con il tavolino vicino ai gabinetti, Stagno dove non si respira dal puzzo, i Fossi con le spallette bruciate dal sole, dove le erbacce spaccano l’asfalto , la Terrazza con le lunghe panche sbreccate

Livorno-natura, è potente, dura e splendida insieme. Mare e vento fanno da sfondo alle vicende dei personaggi, entrano in sintonia con loro: lo stesso mare e lo stesso vento, diversi e opposti a seconda degli occhi che li guardano, rivelano in modo netto, a volte impietoso, sentimenti e segreti.

C’è il mare di Ida, col vento del ricordo e della lontananza  … Bella l’aria di mare, fresca, chiara… già lì da Colline mi arrivava il vento di mare. Ricordavo i tuoi capelli agitati dal libeccio, la mano intrecciata alla mia nella tasca del paltò.

C’è il mare di Michela, un mare amaro, dove anche il vento è solo un’illusione … perché l’amore è evaporato come acqua di mare rimasta fra gli scogli. Quando l’acqua se ne va, rimangono cristalli aguzzi e amari, rimangono denti di cane che, se ti ci siedi sopra, strappano il costume, rimangono erbe marine che bucano, forse non sono erbe ma bestie con le chele, rimane il sale, proprio preciso a quello che lasciano le lacrime sulla pelle.

C’è il mare di Loris, un mare bello e amico che… ha un colore diverso per ogni alito di vento che lo agita, per ogni nuvola che ci passa sopra. Gli piace quando suo padre lo prende in braccio e lo bagna nell’acqua bassa e calda. Si sente normale, leggero, forte come gli altri

C’è il mare di Francesco, meraviglioso e struggente, che solo lui vede dalla terrazza della casa di vento e che non riesce a condividere … Le ha mostrato la bella vista dal terrazzo, le tamerici scosse dal maestrale, la scalinata che porta giù all’acqua limpida, ha indicato col braccio gli scogli che affiorano uno ad uno, mentre il mare si ritira nei giorni di luna piena, lasciando esposti denti di cane, padelle, ghiozzi imprigionati nelle buche. Ma non lo vedi, le ha detto, il celeste delle mattine belle, non li vedi certi tramonti? Quella striscia alta, prepotente, a tingere di porpora tutto l’orizzonte, non capisci quanto è benedetta, quanto è incredibile

Livorno raccontata da Patrizia è essa stessa un personaggio, una figura mitica, una divinità potente. Se dovessi raffigurarla userei l’immagine della Madonna della misericordia di Piero della Francesca che fa parte del polittico custodito nel Museo Civico di Sansepolcro. È una madonna solida, forte e severa, con i piedi poggiati sulla terra, come tutte le madonne di questo grande artista; è una regina che porta con fierezza la sua pesante corona; è una madre che indossa una veste senza ornamenti stretta da un cordone monacale; il grande mantello scuro è aperto, pronto a diventare un rifugio per tutti: uomini, donne, bambini, vescovi, papi… e per gli “abitanti” della casa di vento .

Gli abitanti della casa – cioè i protagonisti della storia – li troviamo elencati nell’indice, che merita un’osservazione più approfondita, anche perché, come si sa, delinea  l’impianto della storia. È  un indice davvero particolare: 3 stagioni (Inverno, Estate, Autunno, manca la primavera); nelle prime due (Inverno e Estate) un elenco di nomi che si ripetono (Francesco, Michela, Rosanna) con due “intrusioni” (Loris in Inverno, Luca in Estate) e infine un solo nome (Francesco) in Autunno. Perché solo lui? E che fine ha fatto la primavera?

A questo punto davanti a me (a noi) si aprono due strade: chiedere all’autrice oppure entrare nel “bosco narrativo” della casa di vento e, da bravi lettori, fare la nostra parte. Come dice Umberto Eco “il testo è una macchina pigra che chiede al lettore di fare parte del proprio lavoro. Guai se un testo dicesse tutto quello che il suo destinatario dovrebbe capire …”. Ma per far bene la sua parte il lettore (il lettore modello) deve stare al gioco dell’autore, seguirlo e assecondarlo  nelle “operazioni interpretative che gli chiede di compiere: considerare, guardare, osservare, trovare parentele e somiglianze”. Così ho pensato di compiere con voi  alcune di queste “operazioni” sulle stagioni elencate nell’indice, a partire dal loro nome.

La primavera, come dice l’etimo, è la stagione che precede l’estate, il tempo della rinascita, dell’inizio; per molto tempo in molti luoghi (per esempio a Pisa) l’anno iniziava a marzo, con la primavera.

Inverno deriva dalla radice sanscrita him- (freddo), che ritroviamo nel latino hiems (inverno). Perciò il suo significato è “tempo che  appartiene al freddo, stagione  gelida”. Però è anche il tempo in cui la terra riposa e custodisce i semi del grano che spunterà a primavera.

La parola estate ha sempre a che fare col sanscrito e si riconduce alla radice idh- o aidh- che esprime l'idea di ardere, infiammare, accendere. In latino diventa aestas, calore ardente.

Niente di nuovo, quindi.

Invece l’autunno - la stagione di Francesco potremmo dire,  visto che in questo capitolo figura solo il suo nome -  mi ha riservato una sorpresa. Contrariamente a quanto  pensavo,  il significato etimologico non ha a che fare con il tramonto, la fine, la preparazione all’inverno.
Autunno è da ricollegarsi al verbo latino augere, che vuol dire aumentare, arricchire e andando ancor di più alle origini, rintracciamo ancora una radice sanscrita av- o au- che esprime l'idea del saziarsi, del godere. Perciò l’autunno è la stagione che succede all’estate, una stagione ricca di frutti che la natura e il lavoro dell’uomo hanno preparato.

E se prendiamo le distanze dai luoghi comuni, ci rendiamo conto che non esiste una stagione più colorata dell’autunno. Il rosso e il giallo sono ovunque, e la cosa ancora più affascinante è l’origine di questo “oro”. Il giallo e il rosso in realtà sono già presenti nelle foglie, sono sostanze  indispensabili alla vita che stanno nascoste sotto il verde della clorofilla. Quando la luce solare diminuisce e la clorofilla non può riprodursi, il rosso e il giallo emergono: le foglie, anche se sono perfettamente sane, diventano “zavorra” e devono essere allontanate dalla pianta perché possa mantenersi viva fino al ritorno della buona stagione, sbarazzandosi anche dei parassiti e degli agenti nocivi. Insomma: purificarsi, risparmiare energie, allontanare da sé ciò che è ormai passato, che ha finito il suo ciclo. E farlo nella bellezza, nel calore del rosso e dell’oro. È lo splendido fenomeno del “foliage”. Questo è l’autunno. La primavera non c’è perché ancora le foglie devono cadere per ripulire la pianta che ha bruciato di passione e gelato nel disamore. Ma le foglie rosso e oro stanno lavorando … Francesco, si può dire, è l’autunno, la stagione piena di frutti che anche quando “perde” in realtà arricchisce, “aumenta”, prepara la rinascita.

Perché l’autunno è la stagione di Francesco? Perché è da lui che parte la scintilla della trasformazione, accesa dalle parole nascoste in vecchie lettere, prima vissute come foglie morte, inopportune e fastidiose, poi come riappropriazione e purificazione, infine come rigenerazione e rinascita. Forse per questo i due anziani non compaiono nell’indice, come il giallo e il rosso non si vedono sotto la clorofilla, ma ci sono, nutrono la pianta e l’aiuteranno a purificarsi, in vista del sonno dell’inverno e del risveglio in primavera.

Inverno e estate sono stagioni estreme, come spiega il loro etimo. Quando Dante inizia il suo viaggio, Caronte descrive l’inferno come il luogo degli estremi dove si sta “nelle tenebre etterne, in caldo e in gelo”. In effetti in queste due stagioni i personaggi vivono così, nel gelo dei sentimenti e nel torrido delle loro passioni. I nomi che ricorrono nell’indice, oltre a Francesco – sempre presente come "seme”  da cui tutto deve rinascere - sono pieni di donne. Le donne sono una componente forte delle storie di Patrizia, esplorate in tutti i loro aspetti. Spose e madri, “dure” e “stremate” dal matrimonio prima sognato e poi subito; giovani donne candide e gentili, travolte dalla loro innocenza e gentilezza (Glauce, la giovane moglie di Giasone e ora Ida); donne adulte che vivono con coraggio e forza le difficoltà, si confrontano con la loro diversità (Medea è la “strana”, la straniera), l’accettano e decidono di viverla perché non vogliono perdere se stesse e diventare come le loro madri. I nomi di queste madri a cui si ha paura di somigliare non compaiono nell’indice, come se agissero dall’interno - anime inquiete delle loro figlie -  e questa “non presenza” le rende forse ancora più potenti. Le trasgressioni violente e crudeli (verso se stesse e verso gli altri) di Michela e Rosanna (come di Medea) nascono anche dal rifiuto istintivo, incontrollabile di diventare come le proprie madri, dal bisogno di “spezzare la catena” del destino femminile, il cordone ombelicale che ancora lega e nega l’evoluzione. E se il cordone ombelicale viene reciso in età adulta, non è più la separazione benefica che segna la fine del travaglio, ma la lacerazione dolorosa e violenta che spesso ne segna l’inizio.

In queste due stagioni sono presenti anche due “bambini”: Loris nell’inverno e Luca nell’estate. I bambini, come le donne, sono figure centrali nelle storie di Patrizia, simbolo della fragilità della condizione umana e della difficoltà di darle un senso. Bambini esposti alle intemperie della vita e ai limiti di adulti troppo spesso inadeguati a proteggerli, inadeguati al loro ruolo o anche oggettivamente e drammaticamente impossibilitati a svolgerlo, come nel caso dei genitori di Loris. Loris, aldilà della sua età,  è un bambino “vero” capace di guardare il mondo con occhi buoni e di leggere nelle persone oltre le apparenze : non si vede bene che col cuore insegna la volpe al Piccolo principe, l’essenziale è invisibile agli occhi. Loris ama teneramente Amedeo, il nonno speciale (nonno era nonno, era speciale e nessuno potrà mai prendere il suo posto) che gli ha insegnato parole magiche, la formula con cui allontanare la paura e il dolore

Com’è che diceva il nonno? “Chiocciola chiocciola marinella, tira fuori le tue cornella”. Ripete tre o quattro volte la frase come un incantesimo di protezione, una preghiera

Loris, che tutti compiangono e commiserano, in realtà è una creatura forte e intera, l’unico capace di riconoscere nel nonno tenerissimo che gli dà i pizzicotti sul naso anche l’uomo, il nonno nascosto; e con la riservatezza, il pudore, il pensiero del cuore proprio dei bambini, non giudica, ma si limita a “vedere”, a “sapere” a “comprendere.

 

Non sa chi sia la donna di cui ragionano, però sa che suo nonno non era solo quello che conoscevano loro, suo nonno era anche i foglietti che gli passava di nascosto, timidamente, un po’ rosso in faccia, con quelle poesie lunghe, piene di parole sul cielo, sulle stelle, sulla morte. Ne ricorda una che parlava di una donna dai capelli morbidi e ondulati, bella come una regina, diceva, con la gonna sotto il ginocchio e le braccia piene di fiori. Ora capisce che non l’aveva scritta per la nonna Gina. La nonna è morta quando lui era ancora piccolo, anche nelle foto gli è sempre sembrata vecchia, persino in quella del matrimonio col nonno (...) Lui sa che c’era anche un altro nonno, un nonno nascosto, giovane dentro. Vorrebbe dirlo ma non gli escono le parole, preferisce far finta di non aver sentito nulla.

 

E poi c’è l’altro “bambino”, Luca, un  uomo giovane che agisce solo d’istinto, stupito per primo da ciò che sente e che lo muove

 

«Mi piaci un sacco».

Il ragazzo ha allungato una mano e le sta stringendo il polso, ha mani callose ma non da operaio, la barba ispida, un accenno di herpes sul labbro superiore. (...)

«Mi piaci, non mi mandare via, fammi parlare, fammi stare qui con te».

Lei tira per liberare la mano, alla fine ci riesce ma si graffia con l’orologio di lui: «Smettila, non dire scemenze, sono vecchia per te e sono sposata».

«Farei qualsiasi cosa...»

«Lasciami in pace, non ti conosco, non so chi sei».

«Io sì, invece, ti conosco, so tutto di te. (...) 

«Ti ho seguita, ti seguo da mesi, ti conosco, conosco la tua casa, la tua famiglia… no, aspetta, non ti spaventare… lasciami spiegare.» (...)

«Io non sono matto, non sono uno stalker, io… credo di essere innamorato.»

Luca è un bambino “cattivo” e affamato, vuole e prende  senza porsi limiti

Pensa a Luca. Avrà trent’anni, magro che gli si contano le ossa, gli occhi azzurri col bianco un po’ ingiallito, lo sguardo affamato ma di cosa lei non lo ha capito. Siamo tutti affamati di qualcosa che manca, che ci riempirebbe ma non c’è mai.

Ma è anche un musicista (sono un musicista, suono il violino) e vuole bene a Buck: gli vuole bene, è il suo cane, l’unico che lo accetta per quello che è, che non lo giudica e non gli fa domande.

Come  Bingo, il gatto di Francesco, anche Buck è una creatura saggia e intera che vede per quelle che sono le follie umane, le comprende e le sopporta per istintivo amore. Bingo e Buck anche se (o forse proprio “perché”) umani non sono, nutrono sentimenti forti e generosi e fanno da contraltare dei loro padroni deboli e  chiusi in se stessi.

Buck sa che Luca è solo un bambino infelice che cerca invano di colmare i suoi vuoti, così infelice da invidiare Loris, amato nella sua sfortuna: voleva essere guardato, considerato, toccato, esattamente come quel ragazzo lì, quel ragazzo sfortunato. Voleva una madre che lo amasse pure a lui… Non a caso, mentre parte per allontanarsi da tutto, per non esserci, è proprio da un nuovo Loris che pensa di tornare un giorno, per dirgli che è suo padre.

Nell’elenco dei nomi che costituiscono l’indice ci sono due grandi assenti: Ida e Amedeo. Perché? Forse perché sono i “motori” della storia e non semplici personaggi? L’ellissi serve a rafforzare la presenza? Vediamoli più da vicino.

Ida è l’unica figura femminile  del libro a non essere madre, eppure è quella più capace di “generare”: la sua capacità di amare in modo assoluto e assolutamente semplice  la rende capace di accendere in Francesco la scintilla del cambiamento che piano piano contamina e trasforma tutti i componenti della storia. Ida, come Glauce, è una creatura primaverile, delicata e pura, ma non è fragile come l’infelice sposa di Giasone: la verità degli adulti, il loro ossequio alla conformità sconquassano la sua vita, ma non la spezzano, come invece fanno con Glauce. Ida si salva perché non rinuncia al suo amore, non lo lascia contaminare dalla mediocrità e dalla grettezza degli altri, Amedeo compreso, un altro giovane “eroe” bello e immaturo (come Giasone) che si fa travolgere dai doveri sociali o dalla “ragion di stato”, rinnegando l’amore. Nella lettera in cui ricorda il giorno del matrimonio di Amedeo con Gina (che diventerà la madre di Francesco), il dolore di Ida è lancinante. Quella volta l’amore e l’odio si mescolano e l’odio sembra prevalere sull’amore: eppure  lei riesce a descrivere con affetto Gina (pur con una punta di umanissimo orgoglio: la figlia della contadina sembrava lei, non io) una ragazzina con le guanciotte rosse, così diversa dalla donna che rivedrà anni dopo, descritta in un’altra lettera, una moglie  ingrassata, con un marito che le sta alle spalle e un figlio che le somiglia solo in qualcosa. Le due lettere raccontano la forza di Ida, la sua capacità di trasformare sempre il negativo in positivo, il rancore in compassione, l’odio in amore.

 

Si chiamava Gina, aveva qualche anno meno di te e una fonderia che avrebbe aiutato le finanze della tua famiglia. La figlia della contadina sembrava lei, non io, con le guanciotte rosse, i vestitini tirati sul petto e sui fianchi, la faccia tonda, i capelli da brava figliola. La vidi il giorno del fidanzamento, ché venne su con suo padre e sua madre, e poi un altro paio di volte.

Il mattino del vostro matrimonio sentii le campane dalla cucina di quella che, ancora per poco, sarebbe stata la mia casa. Non mi affacciai, continuai a pulire il pavimento, pensando che non stava accadendo. Amedeo è mio, mi dicevo, mio, solo mio, è mia la chiazza di sudore che il sole gli forma sotto le ascelle, è mia la frangia scompigliata dal libeccio, sono mie le dita intrecciate nella tasca del paltò. Amedeo è con me che vuole stare, nell’angolo di soffitta che è l’universo intero, noi soli, il fuoco in mezzo, e tutto il resto fuori. Mi dicevo no, dai, non è possibile, vedrai che ci ripensa, vedrai che te lo ritrovi sulla porta. Ma ti sposasti, successe, le campane alla fine smisero di suonare, il riso si posò sul sagrato e i piccioni scesero a beccarlo, le mie unghie si spezzarono sui commenti dei mattoni, i polpastrelli sanguinarono, io rimasi china a strofinare col bruschino, dando le spalle al mondo perché non mi vedesse piangere, rimasi sola a chiedermi com’era che respiravo ancora e se il freddo che sentivo dentro sarebbe cresciuto fino ad uccidermi. «Potessi io morire durante il tuo viaggio a Capri» mormoravo. Volevo chiudere gli occhi e stendermi in una bara, i capelli sciolti, un bel vestito addosso, i fiori fra le dita, come Ofelia impazzita per Amleto. Forse saresti venuto a vedermi, avresti pianto. «Che il mare t’inghiotta» ripetevo, «che ti uccida, che il traghetto si sfracelli sui Faraglioni, che tu sia maledetto. Spero che lei ti renda infelice, sì, spero che tu sia infelice per tutta la vita.»

 

Pensavano che non ti avessi più in mente perché ridevo e chiacchieravo con lei, con Paolina che m’era rimasta amica, con mio cognato Natale, invece non c’era giorno che non ricordassi l’odore di sale e di barche, specialmente quando il fine settimana venivo in città a trovare mia sorella e già lì da Colline mi arrivava il vento di mare. Ricordavo la chiazza che il sole ti formava sotto le ascelle, mentre camminavi con la giacca di traverso sulle spalle ed io, intanto, gettavo intorno sguardi per paura che ci vedessero. Ricordavo i tuoi capelli agitati dal libeccio, la mano intrecciata alla mia nella tasca del paltò. Sono immagini che continuo a ripeterti perché mi si sono conficcate dentro, anche ora che tante cose non le rammento più come vorrei. Per me eri sempre come ti avevo conosciuto io, con la camicia alla moda di prima, con la zazzera che ancora ti cadeva liscia e nera sull’occhio, e con lo stesso odore di sole sulle mani; il tempo si era fermato a quando eravamo giovani, a quando c’incontravamo per le scale e all’angolo della strada.

Invece il tempo passava, passavano i giorni, i mesi, gli anni, io cucivo, affondavo le mani e gli occhi nei punti e mi mancavi quanto manca il sole fra le gole buie delle montagne, ma non lo dicevo a nessuno e fingevo di essere felice di tutto, della casetta, del lavoro, della nipote che mia sorella aveva partorito. Volevo scappare dalle colline e tornare in centro, come aveva fatto mia madre tanto tempo prima, correre sotto casa tua e buttarti giù dal letto dove dormivi con tua moglie.

Poi, una mattina ch’ero scesa in città con la corriera, ti vidi al mercato. Eri con tua moglie e con tuo figlio. Tua moglie era ingrassata ancora, tu cominciavi a spiazzarti sulla fronte. La frangia non c’era più, per compensare portavi i capelli un po’ lunghi dietro ma erano radi. Stavi alle spalle di tua moglie mentre lei sollevava oggetti dal banco per guardarli meglio. Tenevi per mano tuo figlio senza parlargli, avevi lo sguardo insofferente. Io ero all’incrocio fra i barroccini, volevo incedere sdegnosa davanti a te, come quando mi vestivo per le signore e attraversavo lo stanzone di Rosachiara con tutti gli occhi puntati addosso, invece mi nascosi dietro le tovaglie appese, calai i capelli sugli occhi, rialzai il bavero del soprabito.

Tuo figlio ti somigliava ma aveva preso qualcosa anche da sua madre. Lo tenevi per mano come se ti aggrappassi a un salvagente, come se  il padre fosse lui e tu un bambino o un vecchio, non l’Amedeo che conoscevo io, ma uno misero, grigio, rassegnato. Tornai a casa e cercai il tuo numero sull’elenco. Non lo avevo mai fatto prima.

 

Diversamente da Glauce, Ida non si lascia “uccidere” da Giasone ma, diversamente da Medea, neppure lo uccide dentro di sé o cerca di punirlo, non si lascia agire dall’odio: lei continua ad amarlo, ad amare e così salva se stessa, lui e tutto ciò con cui viene in contatto. Rosanna, la sorella di Michela, ricorda Ida in questa capacità di amare che la porta a superare i propri limiti, a dominare la paura per essere finalmente madre e persona.

 

Ha paura, ancora la stessa maledetta paura di sempre, ha paura di tutto ciò che può accadere e persino di ciò che è già accaduto. Ha paura di essere figlia e di essere madre, ha paura di somigliare a Neda e a Michela, di non saper dimostrare l’amore che prova. Ma lo ama, ama questo bambino.

“Non so se sarò tua madre, non so se saprò esserlo fino in fondo. Ma ti amo, ti amo e  non m’interessa come sei nato, ti amo e basta. Stai sereno, bimbo mio, vedrai che tuo padre prima o poi torna. E vedrai che tua madre se la cava. Forse.

 

Amedeo entra in scena attraverso lo sguardo del figlio Francesco. Nel libro i personaggi vengono presentati da altri personaggi e Amedeo è quello descritto da più voci. La prima è  appunto quella di Francesco. Per lui Amedeo è un  padre  severo che gli metteva una mano sulla spalla solo per farsi fotografare e che non era mai contento dei voti che portava a casa, e un marito distante, che vive in una casa piena di silenzi. Ma da subito, proprio attraverso lo sguardo del figlio, si intuisce che Amedeo non è solo questo. Ci sono degli indizi. C’è un famoso materasso che suo padre insisteva per portare giù, nel fondo dove trascorreva tutte quelle ore di pomeriggio dopo il lavoro; c’è quella strana abitudine di farsi sempre la barba dopo mangiato; ci sono quelle scarpe di cuoio marrone che anche da vecchio, quando ormai non si sbarbava più, continua a tenere lustre, a lucidare con la ceretta. È ciò che rimane del ragazzo elegante e scanzonato, col soprabito color cammello, la cravatta un poco allentata, una zazzera di capelli neri più lunghi del dovuto che ha fatto innamorare Ida tanti anni prima. Per lei Amedeo è da subito l’Uomo, il suo uomo dalla voce forte e bella, che le punta in faccia due occhi neri ch’erano due fanali. Michela, invece, vede Amedeo  solo com’è diventato, un vecchio, un anziano come tanti ma non di quelli simpatici, chiuso nel suo ruolo di suocero, utile – solo utile – che si occupa del nipote, fa la spesa, paga le bollette e poi se ne torna a casa sua. E forse anche per Francesco gli indizi resterebbero solo indizi e il padre solo una figura severa e sbiadita se non ci fosse l’incontro con le lettere di Ida, che trova per caso mettendo a posto la casa di Amedeo dopo la sua morte.

 

Ecco un pacco di lettere, tutte simili, mantrugiate, sporche, evidentemente lette e rilette. Ne prende in mano una a caso, la prima che gli capita. Ha un vago sentore di cipria, di spigo stantio, di roba da donna vecchia. (...)

Ora ha in mano una pagina vergata con una calligrafia strana, che ricorda quella antica che hanno tutti i vecchi, ma pende verso destra e sembra scritta da qualcuno ubriaco o malato.

Non mi sono fatta più viva dall’ultima lettera, quella nella quale ti ho mandato la fotografia di me coi fiori, scattata quando ero giovane e ci siamo conosciuti, ma la mia mente se ne va e ti scrivo prima che si oscuri di nuovo e torni il buio. (...) amore mio, mio unico amore, e loro dicono che devo morire e io ho paura perché non so più chi sono e allora vado a imbucare la lettera prima di dimenticare dov’è la cassetta della posta.

 Tua Ida. Sì, è il mio nome, questo lo so, mi chiamo Ida.

 

Il primo istinto di Francesco è non andare oltre: “Ok”, pensa, “ Amedeo era mio padre. Ok, questa donna lo ha conosciuto e forse amato. Il passato è passato, certe cose stanno meglio sepolte”. Ma vuole sapere, ne ha bisogno…

Perciò decide di andare avanti. È il primo passo verso il cambiamento, l’inizio della trasformazione, segnato nella scrittura (la magistrale scrittura di Patrizia) da quel Ma collocato dopo il punto fermo, a segnare il distacco da ciò che precede e dal passato.

 Così Francesco continua a leggere, non per suo padre o per sua madre, per sé, perché in quelle lettere ha intravisto una scintilla … qualcosa che capisce di avere cercato da tanto tempo, qualcosa di cui ha bisogno e gli mancava. E  sente che ora ha qualcosa in mezzo al petto, qualcosa che fino a ieri non c’era: il padre ritrovato, il nonno nascosto di Loris, comincia ad “agire” e gli permette di “origliare se stesso”, come direbbe Bloom, cioè di ascoltare e riconoscere la propria voce interiore,  di  immaginare un se stesso possibile.

Ma chi tocca profondamente Francesco, più del padre, è Ida, una donna che lascia il segno, un’unghiata: di lei si sente quasi innamorato, è anche la sua Ida ormai. Così, leggendo il racconto dell’abbandono, sente il suo dolore e diventa insieme padre e figlio:

 

Il cuore di  Francesco sta battendo forte, vede Ida davanti alla porta, i capelli sciolti, le spalle che tremano. Sente il suo dolore. Vede anche suo padre … è giovane come nella foto, ha l’espressione sgomenta, lacerata, e sta scuotendo la testa. “No, babbo, no, non lo fare” vorrebbe gridargli “non dire no, c’è un’altra possibilità, diventa davvero Amedeo, diventa  quello che lei vuole, abbi coraggio, è la tua possibilità, ce l’hai ancora” Ora è lui Amedeo, e compirebbe senza alcun indugio o timore quel passo difficile – far entrare in casa Ida, chiuderla nelle sue braccia, baciala sui capelli morbidi, difenderla da chiunque. Ora è tutto semplice e possibile.

 

Ed è su questa apertura al “possibile” che, tempo dopo, dopo altre lettere e altre vicende, termina il lungo viaggio di Francesco. Ancora una volta la scrittura sottolinea con un Ma la trasformazione in atto, il cambiamento di prospettiva.

 

Magari, se un giorno riprenderemo a vivere insieme, Michela e io, torneremo a non vederci, a non ascoltarci … Ma c’è un sussurro ora nella sua voce che mi è caro, che raggiunge quella parte di me dove lei è ancora quella di un tempo.

Sono parole che echeggiano quelle dell’ultima lettera di Ida e che il destino e Francesco porteranno a compimento

 

Amore… ora non ricordo il tuo nome, sulla busta però l’ho scritto giusto, accanto all’indirizzo. (...) Amore… è quello che volevamo, no? Vedi, ci siamo riusciti a invecchiare insieme, a morire insieme. Mi guardavi negli occhi e dicevi insieme, sempre insieme, figli, nipoti, cane, sì, anche noi col cane, e poi seppelliti vicini. Ti amo, amore, non mi ricordo tutto per bene, non mi ricordo chi sei, non so più il tuo nome, però ti amo, ti ho sempre amato, ti amerò sempre.

 

Ci sarà questo nuovo inizio? Si potrà dire, con Andrea Chenier, “è dal dolore che a me venne l’amore”? Dopo la purificazione dell’autunno e il sonno dell’inverno, ci sarà finalmente una primavera? Sta a chi legge immaginare il seguito della storia, cercandone accenni e indizi nelle pagine del libro e nelle strategie testuali dell’autrice. Una cosa però mi sento di affermare a conclusione di questo viaggio tra il dire e il non dire, fra il mostrare e il nascondere, e cioè che tutte le storie narrate, drammatiche, intense, emozionanti, ma anche amare e impietose, sono tutte storie d’amore. Perché, secondo me, il vero protagonista di Una casa di vento è l’Amore, quello che, per dirla con Dante “muove il sole e l’altre stelle”. L’amore in tutti i suoi aspetti e sfumature, non certo solo l‘amore romantico o l’amore luminoso. L’amore di cui parla Patrizia è a volte durissimo e crudo. Del resto, per tirare in ballo ancora Dante, lui che inizia e conclude la sua Commedia parlando di Amore, ci ha fatto conoscere tutte le sue sfumature, da quello che redime dal male a quello che al male conduce e uccide l’anima e il corpo. Ed è l’Amore che trionfa alla fine del viaggio che l’ha fatto sprofondare nell’inferno e scalare la montagna del purgatorio prima di approdare alla luce. Un viaggio voluto da una donna che lo ama così tanto da lasciare il Cielo per dargli soccorso. Il viaggio di Dante è il viaggio di un credente sorretto da una fede senza dubbi, la fede granitica e intera del suo secolo. Per chi, come Francesco, Michela, Luca, Rosanna - come noi - vive in questo secolo “liquido”, credere nell’Amore che redime, nell’Amore come dio che vince la morte del corpo e dell’anima, non è semplice. Quello che Patrizia fa in questo libro è raccontarci un amore non perfetto, non luminoso, non divino, un amore squassato dal vento, terrestre e solo possibile, ma forse proprio per questo capace di farci da guida, perché tanto ci somiglia e perché, come dice Francesco “ Quando uno ha l’amore, babbo, se lo deve tenere stretto, perché non c’è altro, davvero non c’è altro, credimi”.

 

 

 

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Kim Ki Duk, "Ferro tre"

22 Aprile 2020 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #cinema

 

 

Corea, 2004

 

È difficile dire se il mondo in cui viviamo è una realtà o una fantasia”. Questa frase appare in sovra impressione nella famosa sequenza finale del film, in cui si vedono due delicati talloni femminili racchiusi tra due piedi maschili che puntano verso di noi, entrambi su una bilancia che segna 0 kg. Impossibile. Deve essere rotta, come nel film ci hanno mostrato già 2 volte. Solo che durante il film la bilancia andava ricalibrata verso il basso, perché dava pesate eccessive. Forse perché segnava la pesantezza della gabbia lussuosa in cui è rinchiusa la protagonista, il cui nome, come quello del ragazzo, non è mai pronunciato. Entrambi invisibili, lui agli occhi della società, lei a quelli del marito che la riempie di oggetti ma anche di botte e urla, che la svuota di ogni aspirazione, di ogni bellezza, di quello sguardo fiero e profondo che conserva solo nelle fotografie che la immortalano in un momento certamente più felice della sua vita. Lui, pur non essendo un barbone è fondamentalmente un senza fissa dimora: entra in abitazioni private i cui occupanti sono provvisoriamente assenti, usa il letto, la cucina, ma ripara anche le piccole cose che non vanno più, lava i vestiti e i piatti, rimette in ordine le vite altrui, a suo modo. Lui, una vita da tenere in ordine non la ha, vive il momento. E per errore entrerà nella casa di lei, proprio perché, essendo invisibile, a differenza dei lividi sulla sua faccia, freschi di una lite col marito, lui non ne percepisce la presenza. Ma si vedono. Non pronunceranno una sola parola tra loro. Ci sarà solo la fuga, mai disperata, mai affrettata, mai spaventata. Nemmeno quando troveranno il cadavere di un uomo morto in casa, anzi, gli faranno un piccolo ma dignitoso funerale e lo seppelliranno. Perché il mondo è disordinato, anche in certe morti lontani dai figli che si preoccupano solo quando non rispondi più al telefono e non ti vengono a trovare pur sapendoti gravemente malato, e la gentilezza è il migliore atto di cura delle cose e delle persone. Ma quella pausa di doverosa delicatezza verso chi non può più provvedere a sé stesso segnerà la fine del viaggio. Lei torna alla odiata vita coniugale, con un coniuge che non si rassegna ad averla triste e sfiorita per sempre, col costante pensiero al ragazzo senza nome. Lui, invece, col sorriso che non lo abbandona mai, sfrutta la detenzione per rapimento per diventare invisibile agli occhi di chi usa la vista per vedere solo ciò che cerca. Solo così potrà tornare da lei evitando la feroce vendetta del marito. E lei per l’unica volta in 87 minuti di pellicola infrange il silenzio e pronuncia una frase, una bugia, enorme, su di sé e i suoi sentimenti. Ma deve farlo, per sopravvivere a quella gabbia dorata di indifferenza. Perché quando vivi in un mondo che costantemente ti ignora, a volte devi tradirlo per potere preservare il reame invisibile in cui puoi essere te stesso e fare entrare l’unica persona o cosa che ti fa nascere un sorriso. E pazienza per gli altri che pensano di esser solo la causa di quella incomprensibile gioia: alla fine vediamo solo ciò che ci conviene vedere. Solo la contentezza può andare contro la forza di gravità. 

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