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Post con #recensioni tag

Dall’Isonzo a Mladà Boleslaw di Italo Maffei

9 Settembre 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

L’Associazione Carsoetrincee propone questo memoriale di Italo Maffei, ufficiale modenese nella Grande Guerra. Il suo scritto è stato ristampato dopo la prima edizione del 1968 uscita a tiratura molto limitata; sicché ora gli appassionati possono accostarsi a un memoriale pressoché sconosciuto. Maffei fu impegnato sul medio Isonzo, sull’altopiano di Asiago e sul Carso; si distinse, infine, sulla Bainsizza nell’agosto del 1917.

Ufficiale e uomo di trincea, ci affascina con uno stile per nulla inferiore a Carlo Salsa e al suo notissimo Trincee. Il racconto di Maffei aggiunge una nota di vivacità o passione in ogni evento del logorante stare nelle prime linee. Tante cose parlano di morte, ma la distruzione è talmente costante da investire tutto, il paesaggio, i vivi e anche i caduti in un certo senso riavvicinati ai vivi da un comune patire senza fine:

 

È tutto un caos di cose morte, ma terribilmente vive e presenti che ci avvolge (..) Ci sono qua e là dei morti insepolti e anch’essi vivono una loro vita terribile nelle tragiche pose, supini, arrovesciati,  aggomitolati, protesi taluni, ancora in uno slancio felino (..) altri ancora maciullati, coi volti che pare che ridano biecamente e minaccino”.

 

La vicinanza del nemico impone vigilanza, estrema attenzione verso i subordinati, riposo minimo. Con il suo stile vivo l’autore ci trasmette questa tensione, vivacizzata dal rapporto franco con l’attendente Balestri, abbastanza simile al Benvenuto attendente di Mario Muccini, altro notevole  memorialista che ci ha lasciato lo splendido Ed ora, andiamo!. Ma sono tanti i temi affrontati; il rapporto con i civili improntato a non poca affabilità, il confronto con gli ufficiali superiori, la scarsa cura per le vite dei soldati che emerge in certi episodi. Il reparto di Maffei, ad esempio, rimane in attesa per quattro giorni per un’azione più volte rimandata e poi sospesa, esposto ai tiri nemici, perdendo uomini e vigore.

Serviva, poi, bombardare intensamente il nemico e procedere all’assalto, nella frettolosa convinzione che le difese fossero piegate? Maffei osserva un giorno un bombardamento con il suo capitano; i tiri sono micidiali e apparentemente precisi. Ma il seguente attacco cozza contro reticolati integri e le Schwarzlose dominano facilmente. Lo vede bene il disastro da lontano, il Maffei. Gli attacchi come quello erano destinati allo scacco, lo si notava vedendo i reticolati in piedi. Senza bombarde (armi decisive successivamente davanti a Gorizia nell’agosto del 1916), spiega in un altro momento e con efficacia a un superiore di buon senso, è inutile attaccare. Attacchi simili fanno eroi, non vittorie.

E sulla Bainsizza Maffei c’è ancora, pieno di energia, pronto all’undicesima offensiva che con uno spiegamento colossale di mezzi avrebbe dovuto spezzare in profondità il nemico. Il memorialista ci offre il suo drammatico punto di vista di comandante quasi sempre in prima linea in quella fase; ci parla di coraggio estremo e quasi spavaldo (a tratti sembra di leggere pagine di Ernst Jünger), avanzate mal coordinate, ufficiali inferiori costretti a prendersi fin troppe responsabilità, sacrifici fatti da poche truppe logore e senza armi pesanti.

Un memoriale intenso; parla di soldati e soprattutto di rapporti tra persone (in particolare durante la prigionia del giovane ufficiale modenese), senza dimenticare l’etica del dovere e della responsabilità.

Da leggere con cura, infine, dopo aver apprezzato le tante fotografie, le appendici all’edizione, specialmente le memorie difensive presentate alle autorità al rientro in Italia, ricche di energiche puntualizzazioni da parte dell’autore sugli scontri sulla Bainsizza.

 

 

 

 

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L’armata tradita di Heinrich Gerlach

7 Settembre 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

L'armata tradita è un romanzo di Heinrich Gerlach, pubblicato nel 1956 da Garzanti.

L’autore è uno tra i pochi sopravvissuti dei tedeschi presi prigionieri dai russi sul fronte orientale. Scrisse le sue memorie in prigionia nel 1944-45, ma nel 1949 il manoscritto gli venne sottratto dai carcerieri. Tornato in patria solo nel 1950, l’autore ricostruì l’opera tra il 1951 e il 1956, naturalmente con immensa fatica; rinacque così il testo che in forma di romanzo narra un grande dramma militare e umano. Seguendo la vecchia edizione Garzanti, diamo gli elementi della vicenda storica; circa 270 mila tedeschi restano intrappolati nella città nel novembre del 1942. Saranno progressivamente decimati soprattutto dal freddo e dalla fame, oltre che dai soldati sovietici. Circa 90 mila verranno imprigionati a fine gennaio del 1943 e solo poche migliaia torneranno a casa dopo la fine  della guerra.

Il romanzo è corale; i protagonisti sono sottufficiali e ufficiali tedeschi costretti a fare i conti con ordini sempre più assurdi in una situazione senza via di uscita. Alcuni reparti hanno persino avuto ordine di entrare nella sacca autointrappolandosi, non essendo per il comando accettabile alcun arretramento. Ma comunque il morale resta alto.  Inizialmente infatti si spera nei rinforzi; Hitler non può abbandonare un’intera armata. Arriveranno le truppe corazzate di Manstein, si ripetono i soldati. Vi saranno opportuni rifornimenti dal cielo, sperano. Ma Manstein non giunge e i rifornimenti sono limitati, mancando aerei adeguati. Le condizioni di vita peggiorano di settimana in settimana; eppure Hitler invita le truppe accerchiate a confidare in lui. Gerlach mostra un’ampia tipologia di reazioni davanti al vicino collasso dell’armata; chi ostenta apertamente le convinzioni antinaziste, chi riflette criticamente su una vita di compromessi e quieto vivere, chi cerca fino all’ultimo una medaglia, chi ripropone fanaticamente gli ordini di Berlino che impongono la lotta a oltranza. C’è del miracoloso in questa resistenza sempre più disperata; si formano battaglioni composti da cucinieri, da autisti, dal personale delle retrovie, mandati in linea con scarsa preparazione. Si riesce a procrastinare il crollo, sacrificando altri uomini  stremati. Mentre i russi penetrano nelle difese sempre più scarne, ai sopravvissuti non resta che tornare a sentirsi semplicemente uomini, animati da solidarietà e umanità, rigettando i valori del nazismo. Ma è comunque  significativo, in uno degli episodi descritti, che l’urlo “Heil Hitler” si elevi ancora in uno degli ultimi fortini tedeschi, segno che molti non rinnegavano il regime che li stava sacrificando.

Il libro fa sentire l’odore degli ospedali zeppi di feriti, la sofferenza fisica di uomini sempre più affamati e oppressi dal gelo, l’angoscia di essere chiusi da un accerchiamento micidiale. Due frasi di Hitler restano impresse; “Potete fondarvi su di me come su una roccia” (da uno dei tanti messaggi mandati da Berlino all’armata) e poi un’altra, pronunciata dopo la fine dell’assedio: “Gli uomini di Stalingrado devono essere morti”. Chi aveva perso nella grande battaglia di Stalingrado, infatti, non poteva che essere morto per non poter raccontare lo svolgimento di una disfatta e per essere utilizzabile come eroe nella propaganda di regime. Per essa Stalingrado era come le Termopili e la Germania si poneva come baluardo occidentale contro il pericolo sovietico. La resa o la ritirata non erano accettabili, nemmeno davanti all’imminenza del disastro. La massa dei caduti di Stalingrado serviva a creare un possente mito patriottico buono per motivare una rinnovata volontà di combattere contro il nemico ideologico. Irrazionalità e paranoia erano ormai di casa a Berlino e infatti pochi dei capi conoscevano realmente la situazione nei punti peggiori del fronte, ma senza problemi promettevano interventi del tutto irrealizzabili per mancanza di risorse.

Gerlach, uno dei superstiti di questi eventi, ha cercato di raccontare tutto questo, ossia l’olocausto di un’armata voluto dal suo capo supremo.

 

 

 

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Hakan Gunday, "A con zeta"

5 Settembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

A con zeta

Hakan Gunday

Markos y Markos, 2015

 

Quando questo libro uscì due anni fa ricordo ancora alcuni commenti entusiasti: “libro doloroso”, “libro commovente”, “quanto male fa ma va letto”ecc. Ora l’ho letto. In effetti le prime 30 pagine del libro danno ragione ai commenti di cui sopra: in apparenza si denuncia la situazione delle donne in certe regioni della Turchia dove la religione ha un peso elevatissimo sulla società, per cui fin da bambine anche solo il fatto che non restino analfabete può costituire un ostacolo al matrimonio, spesso con uomini con il triplo dei loro anni. Le stesse donne colte, quali le insegnanti, non godono di buona salute mentale. Nel momento in cui Derda, la protagonista femminile, va in sposa ad un criminale turco emigrato a Londra che la tiene segregata in casa e ne abusa sessualmente e fisicamente, la storia vira inaspettatamente verso un genere che potrei definire grottesco, in cui è richiesta al lettore una sospensione dell’incredulità eccessiva per giustificare come la giovane si salvi dal suo aguzzino: peccato che appaia troppo forzato che una sedicenne che non parla una parola di inglese, nella Londra con milioni di abitanti, finisca per incontrare 3-4 persone, guarda caso tutte correlate tra di loro, pur in momenti e posti diversi, con delle coincidenze davvero irritanti. Derda andrà incontro a peripezie degne di un’eroina ottocentesca che si risolveranno nel lieto fine. Ma qui inizia la seconda parte del libro in cui si parla di Derda maschio, orfano turco che si arrabatta a guadagnare pochi spiccioli pulendo tombe al cimitero di Istanbul. Questa storia invece inizia sotto il segno dell’humor nero, la satira e l’ironia verso certa società turca, i suoi problemi politici sono qui più evidenti e resi meglio rispetto alla storia della Derda femmina: il giovane infatti cresce da analfabeta finché non incontra in una stamperia clandestina il libro di Oguz Atay, un romanziere turco poco noto all’estero ma poco ricordato anche in Patria, e in nome di costui, travisando la storia dello scrittore, inizia ad attuare scorribande e omicidi finendo giovanissimo in prigione. Che la fine preveda l’incontro dei due Derda nemmeno lo dico perché pare scontato, le modalità sono abbastanza sgangherate e al limite del ridicolo, come mi pare lo sia stato tutto l’intreccio del libro. A parte l’utilizzo di una lingua semplice, la povertà di descrizioni con un interesse prevalente per le azioni e il loro susseguirsi in maniera meccanicistica, con dialoghi essenziali e di contenuto elementare, forse dovuta al fatto che i due protagonisti sono scarsamente scolarizzati, non solo non mi ha coinvolto ma l’ho trovato stancante alla lunga come stile. Il continuo deviare bruscamente da un genere all’altro non mi ha permesso di capire cosa volesse dire lo scrittore: denuncia sociale? Satira sociale? Dichiarazione d’amore per le letteratura con suo inevitabile ruolo salvifico? Semplice romanzo di intrattenimento che ogni tanto strizza l’occhio come per dire “Ehi, non è solo questo?”. Insomma nel complesso un libro che non ho apprezzato. Votato Miglior Romanzo Turco del 2011.

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Paolo Zardi, "XXI secolo"

3 Settembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

XXI secolo

Paolo Zardi

Neo, 2015

 

Ingegnere con la passione per la scrittura, che ha espresso in diversi romanzi e racconti precedenti a questo, candidato Strega per il 2015, Zardi ci propone un romanzo distopico ambientato in un anno imprecisato della prima metà del XXI secolo. L’Italia, ma più in generale l’Europa, attraversano una fase di declino sociale, economico e politico, non descritta nei dettagli ma che si evince facilmente da frammenti di notiziari in cui a dominare la scena internazionale sono Paesi asiatici e sudamericani, da un mondo del lavoro sempre più spietato e precario, dalle descrizioni del paesaggio grigio, fatto di casermoni popolari periferici, case e quartieri degradati, centri commerciali come oasi nel deserto, il lavoro del protagonista che piazza depuratori per l’acqua a famiglie, che devono accendere onerosi mutui per permetterseli, con la pervicacia e ostinazione di un adepto che cerca di fare proseliti per una nuova religione. L’incipit ci getta subito nel mezzo della storia: la moglie, presumibilmente una quarantenne come il personaggio principale, va in coma (in parallelo col mondo in declino quindi in una allegoria abbastanza semplice da individuare) a seguito di un imprevedibile e raro evento cerebrovascolare, lasciandolo solo con i due figli ancora non adolescenti e un dubbio scaturito da un mazzo di chiavi abbandonato a lui sconosciuto, che dopo poche ricerche si materializza in una prova schiacciante data dalla foto del viso della moglie troppo vicino ad un’appendice maschile che non è la sua. Insomma, l’amatissima moglie per cui lui passa intere giornate a macinare kilometri piazzando inutili aggeggi in casa di gente che non può permetterseli con la fantasia di un saltimbanco, va a fare fellatio ad uno sconosciuto di cui lui non sa nulla mentre lui porta il pane a casa. Brutto colpo, eh? A differenza però del protagonista di Caos Calmo, il protagonista di Zardi decide di andare al fondo della questione e interroga le amiche o pseudo-tali della moglie, e in questo percorso investigativo si rende conto che della moglie conosceva molto poco, ignorava i nomi delle amiche, tanto da confondere due omonime, ignorava che avesse un avvocato, e la professionista una volta rivelatasi nemmeno gli dice per quale motivo avesse l’incarico. Per cercare di capire giunge persino a fare un viaggio in Austria a casa della moglie e dove tuttora vive la suocera ormai demente, alla ricerca di un indizio, una parola, una password. Invece troverà solo una domanda: “Era da quando aveva dieci anni che sentiva la storia degli eschimesi e delle loro venti parole per indicare i diversi tipi di neve, ma nessuno pareva stupirsi del fatto che per l’amore, in fondo ne esistesse solo una. Quale era la parola esatta che definiva l’amore di Eleonore con le sue svariate declinazioni? Venti parole sarebbero bastate a definirlo nella sua interezza? La voglia che ogni tanto le prendeva di succhiargli il cazzo fino al midollo (all’amante, inteso), sotto quale sfumatura dell’amore rientrava?”. Quesito tagliente a cui si ha paura di dare una risposta. Lui ne tenterà una con un finale che però non mi ha convinto, forse perché l’ho trovato stridente con la storia, che lascia in sospeso parecchio, col protagonista, che si avverte molto più cinico di quanto poi non si riveli, con una soluzione che forse io stessa non approvo (magari in questo periodo, tra 5 anni penserò il contrario) perché avrei forse agito diversamente, forse sarei cambiata come persona se avessi vissuto un trauma simile. Del resto, come ha detto qualcuno più in gamba di me, un libro è buono quando lascia delle domande a cui devi ancora cercare di rispondere dopo che lo hai terminato, quindi lo consiglio.

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Simona Lo Iacono, "Le streghe di Lenzavacche"

1 Settembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Le streghe di lenzavacche

Simona Lo Iacono

Edizioni E/O, 2016

 

 

Il magistrato Lo Iacono, scrittrice attiva sia in campo culturale che sociale, confeziona con questo suo romanzo, candidato al Premio Strega 2016, un vero e proprio inno alle donne che osano ribellarsi alla società che le vuole rigidamente segregate in una categoria da sempre troppo angusta. Scritto sotto forma di fiaba apparentemente nera, con una donna discendente da una famiglia di streghe, intese non come esseri dotati di poteri soprannaturali, bensì come donne libere, colte e soprattutto coese tra di loro a costo delle loro stesse vite, con un bambino nato affetto da una patologia che lo rende tetraplegico e muto, vista come chiaro segno della maledizione che sul piccolo incombe, essendo figlio di un rapporto clandestino nonchè nipote di nonna Tilde, nota “strega” che conosce le segrete arti della guarigione con le erbe. Come in una vera fiaba troviamo molti elementi tipici di quelle tradizionali: il protagonista e cavaliere è incredibilmente proprio il piccolo Felice, che già col nome di battesimo dato dalla madre Rosalba dal primo fiato di vita si oppone ad un destino atroce fatto di scherno, superstizione e disprezzo da parte dei compaesani. Ad aiutarlo nel suo percorso di ricerca il farmacista del paese, donnaiolo e vulcanico, con un cuore grande solo quanto la sua epa, la nonna che consulta indefessamente un misterioso libro (lo strumento magico fiabesco) e ovviamente la madre, donna coraggiosa e sensuale che ha per il figlio un solo desiderio: che possa essere felice non solo di nome. La strada di Felice e dei suoi bislacchi scudieri interseca quella del maestro Alfredo, le cui lettere occupano ogni metà dei capitoli della prima parte del libro, giovane insegnante non prono alla retorica del Fascio e che vorrebbe formare poeti e non soldati nel piccolo paese di Lenzavacche. La seconda parte del libro disvela invece il contenuto del libro di Tilde, scritto in italiano volgare del XVII secolo e in cui si narra la natura delle streghe di Lenzavacche. L’ultima, brevissima parte, si limita a esporre  le conclusioni di tutta la storia e offrire al lettore la soddisfazione di sapere cosa è successo ai tanto amati protagonisti: “Al che ho capito che ogni volta che una donna sarà madre a dispetto del mondo, e racconterà storie vincendo la morte, le streghe torneranno cara zia, ancora e ancora, con tenacia e compassione”. Una nota vorrei dedicarla alla scrittura evocativa e per immagini che utilizza parole desuete come “scoscendere” o onomatopeiche come “gloglottare” e che fa con piacere aprire il dizionario non tanto frequentemente ma nella misura giusta per apprezzare un uso sapiente della lingua italiana.

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Claudio Volpe, "La traiettoria dell'amore"

30 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

La traiettoria dell'amore

Claudio Volpe

 

Laurana, 2017

 

La prima cosa che mi ha colpito di questo libro è la capacità linguistica dello scrittore, giovane eppure già al suo terzo libro. Notevole, variegata, mai barocca o leziosa. La seconda è stato il mix di cultura classica (Antigone) e pop (le frasi di chiusura e apertura del serial "Grey's anatomy") che si alternano in una interessante contaminazione, oggi si dice così, e che in principio provocano un effetto originale ma che a lungo andare a mio parere cedono troppo al lato pop abbassando il livello stilistico con contenuti che avrebbero richiesto più profondità. La narrazione è in prima persona, a farla è la protagonista Andrea, donna che si definisce lesbica pur essendo bisessuale e che a mio parere è un altro lato debole del libro in quanto personaggio troppo ingombrante. Andrea si parla addosso, spesso conducendo il racconto ad avvitarsi su se stesso con le sue elucubrazioni sull'amore e la sua potenza salvifica che, però, a lungo andare perdono di nerbo e vigore, diventando quasi uno sfoggio forse un po' compiaciuto di capacità linguistica, nel comporre un numero a tratti eccessivo di metafore e similitudini che spezzano il filo dell'intreccio, già di per sé poco omogeneo, con una fuga che abortisce dopo l'introduzione dei due personaggi di paese che avrei conosciuto meglio. Giuseppe e Sara da comprimari diventano due sagome sullo sfondo, schiacciati dalla personalità quasi dispotica con cui Andrea domina la scena, decide, narra, sviscera. In più non ho colto bene l'esigenza narrativa delle numerose scene erotiche, mai volgari, in cui viene ostentata una sessualità ricca e legata al sentimento ma appunto anche questa alla fine prepotente nell'occupare spazio che avrei concesso ad altro. Insomma ho trovato questo romanzo squilibrato nelle sue componenti.

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Juan Gabriel Vasquez, "La forma delle rovine"

28 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

La forma delle rovine

Juan Gabriel Vasquez

 

La Feltrinelli, 2016

 

"Cosa accade... quando la disputa con il mondo è un riflesso o una trasfigurazione dello scontro sotterraneo ma costante che abbiamo con noi stessi? Allora si scrive un libro, come quello che sto scrivendo ora, e si nutre la cieca speranza che il libro abbia un significato anche per qualcun altro".

Questo romanzo, che non è nemmeno un romanzo, è più un approccio romanzato alla Storia della Colombia - Paese di cui si parla poco, si sa poco, escluso il nome di Pablo Escobar e una manciata di stereotipi che non si negano a nessuno - è forse riassunto al meglio da questa citazione. Il protagonista, che coincide con lo scrittore, immagina di venire a contatto con un "complottista", tale Carlo Carballo con cui rileggerà due fatti fondamentali della storia del suo Paese, che Vasquez ha davvero abbandonato per 16 anni per vivere a Barcellona, essendo tornato recentemente a vivere a Bogotà. L'antipatico e imbarazzante Carballo, che pare uscito dalla peggiore pagina Facebook di complottari, si rivela inaspettatamente un modo per osservare la "terza faccia della medaglia" di due omicidi politici illustri avvenuti nel centro di Bogotà: l'assassinio di Gaitàn nel '48, paragonato a quello di Kennedy a Dallas per le conseguenze e l’eco avuta nel Paese, e quello di Uribe nel '14. In entrambi i casi gli assassini sono stati presi, nel primo caso linciato dalla folla, nel secondo regolarmente imprigionati. Ma.

 Ma.

Da qualunque punto si osservino le vicende alcuni dettagli non tornano. Proiettili sparati di cui non si trova traccia nel corpo della vittima, ferite incompatibili con le armi del delitto. E se state pensando di esservi invischiati in un noiosissimo e terribile pseudo-saggio di medicina legale con tanto di fotografie dell'epoca (uno dei punti di forza del libro), scordatevelo, non è assolutamente così, le minuziose descrizioni dei fatti storici, l'accuratezza nel riportare documenti e dati, sono tutti funzionali ad un discorso molto più ampio e superiore sulla Letteratura. Vasquez infatti si rende conto del fatto che la Colombia, esattamente come l'Italia, e questo non può non rappresentare per un connazionale una spinta inarrestabile a proseguire senza sosta la lettura, ha una storia frastagliata, costellata di eventi ufficialmente risolti ma che nascondono inquietanti e numerose zone d'ombra, un Paese in cui si può quasi parlare di una "strategia della tensione" che ha consentito per un secolo di governare, pur con tutte le contraddizioni e le piaghe sociali che conosciamo. Ciò che rende questo libro davvero gustoso è che inizia come un giallo a ritroso, partendo da un fatto apparentemente banale, un uomo che viene arrestato per avere cercato di rubare una reliquia in un museo, il cui responsabile è proprio il Carballo che impareremo a conoscere nelle pagine successive, con il protagonista- scrittore che rievoca l'intera vicenda nell'arco degli anni insieme alle sue bellissime riflessioni sulla Verità, sia essa ufficiale o reale, sulla Letteratura, vista come mezzo per recuperare una Verità storica incompleta (e non siamo certo gli unici due Paesi a vantare omicidi insoluti o risolti in maniera approssimativa), ma non facendo semplicemente da "tappabuchi" intervenendo a colmare con la fantasia le mancanze di inquirenti corrotti o svogliati, bensì come strumento per "dare forma alle rovine" intese come un passato pesante, inquieto, problematico, irrisolto da tramandare alle generazioni successive. Non accontentarsi delle spiegazioni ufficiali, accertare coincidenze pur non dando loro il peso di una prova, cercare di ricostruire percorsi alternativi di indagine è forse tutto ciò che ci resta davanti al secolo più tumultuoso che la Storia dell'Umanità abbia mai visto e che ormai è alle nostre spalle con tutte le macerie storiche, politiche, economiche, criminologiche che spesso non trovano un'adeguata collocazione nei cassetti mentali della logica e della coerenza. Un discorso e un inno alla Letteratura originale e impegnato come mai mi era capitato di leggere e che fa di questo romanzo uno dei più bei libri letti quest'anno.

 

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Stefano Corbetta, "Le coccinelle non hanno paura"

26 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Le coccinelle non hanno paura

Stefano Corbetta

Morellini, 2017

 

Se dovessi definire la scrittura di questo libro direi semplicemente che è scritto con grazia. E lo dico nonostante il mio pregiudizio iniziale quando lessi il soggetto del libro che mi allontanò dalla sua lettura istintivamente appena ne sentii parlare. Ma, come mi ha giustamente risposto lo stesso Stefano Corbetta, l'argomento era quello e non si poteva fare diversamente. E ha ragione. Perché la vita stessa è così, ti impone un soggetto e tu non puoi cambiarlo solo perché a te non garba. Per cui capita che sposi un violento buono a nulla e poi conosci l'amore della tua vita un fine settimana in trasferta per perderlo per sempre, o pensi di avere una vita soddisfacente per poi scoprire che non ti è mai appartenuta e decidi di piantarla così di punto in bianco per andare a fare l'eremita. Oppure come a Teo, il protagonista, che proprio quando scopre di avere ancora tanto da fare, da dire, da dare al mondo scopre anche di avere poche settimane di vita: le restanti gliele ha vinte a testa o croce un tumore al cervello inattaccabile e incontrastabile. Così è la vita. E allora che fai? Te la togli tu prima per non darle soddisfazione? Ti rinchiudi in una campana di vetro, ti metti a piangere con tutti quelli che ti conoscono, speri nel miracolo? Sono tutte risposte possibili ma nessuna viene attuata da Teo. Una delle caratteristiche di questo romanzo che mi ha colpito favorevolmente è proprio la sua mancanza di risposte falsamente consolatorie. Teo continua a vivere come sa fare, come ha sempre fatto, non spera nel colpo di scena, la fine è nota, nonostante tutto lui continua a registrare le scene di vita che maggiormente lo colpiscono come se fossero scatti fotografici e archiviarli nel suo cervello come un hard disk che nessuno visionerà mai. Eppure in un contesto apparentemente così statico e inerte Teo vivrà la sua ultima avventura incrociando il destino di due persone e avendo come unico indizio una fotografia, la grande passione della sua vita. Alla fine la nostra vita si risolve in un'unica ricetta: portare a compimento delle cose prima di morire, nel bene e nel male, senza che da queste scaturisca chissà quale significato universale o un senso recondito. E qui occorre il coraggio delle coccinelle, come gli spiega un giovanissimo fotografo: non avere paura di nulla, nemmeno della vita che sta per finire e perseverare. Il finale non è né banale né scontato e tantomeno melenso e questo è un'ulteriore nota di merito allo scrittore. È a suo modo un finale aperto ma ... io vi suggerisco di buttare un occhio al parabrezza di Luca. Così come suggerisco caldamente di leggere questo sorprendente esordio.

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Davide Enia, "Appunti per un naufragio"

25 Agosto 2017 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #recensioni, #il mondo intorno a noi

 

 

 

 

APPUNTI PER UN NAUFRAGIO

 Davide Enia

Sellerio, 2017

 

L'incipit è micidiale, spiazzante:

 

«A Lampedusa un pescatore mi aveva detto: “Sai che pesce è tornato? Le spigole.”

Poi si era addumàto una sigaretta e se l'era svampata tutta in silenzio.

“E sai perché le spigole sono tornate in mare? Sai di cosa si nutrono le spigole? Ecco”

 

Perché le spigole si cibano di cadaveri in decomposizione. In questo caso, dei corpi di coloro che, dentro la massa di poveri cristi che dalla punta nord dell'Africa tentano la fortuna attraversando il Mediterraneo sino alla punta sud dell'Europa, non ce l'hanno fatta.

Di questo parla (e, come vedremo, di tanto altro) l'ultimo libro di Davide Enia, attore, scrittore di testi teatrali, regista operistico, telecronista occasionale per la Gialappa's, reporter, articolista e, sopra ogni altra cosa, grande romanziere, già autore tra l'altro del romanzo capitale Così in terra (la cui lettura mai mi stancherò di consigliare) tradotto in 18 lingue!

Andando per classificazioni, già da subito sorge la difficoltà di definire Appunti per un naufragio: spacciato sbrigativamente per romanzo è forse altro e di più. Rientra a pieno titolo in una nuova forma di narrativa a suo tempo teorizzata dai Wu Ming (che la sostenevano inaugurata dal Gomorra di Saviano), la cui cifra è uno stile a collage capace di accostare parti letterarie a sezioni documentali, autobiografismi, narrazioni impersonali e via dicendo.

Si potrebbe forse ricorrere alla neo-categoria di autofiction, coniata da Gianluigi Simonetti sullo scorso inserto culturale del Sole 24 Ore. Eppure ci pare che anche questa definizione vada stretta al tipo di ibridazione da cui è costituito il libro in questione, soprattutto perché, almeno all'apparenza, ne risulta piuttosto carente la parte finzionale vera e propria, visto che parliamo di un testo che si propone di essere quanto più fedele possibile alla realtà che racconta (forse potremmo spingerci a dire: che registra). Ed è qui che risiede la sua forza.

Senz'altro però - ricorrendo a un'aggettivazione critica da terza pagina - possiamo definirlo un libro necessario. Se non altro perché tratta di uno dei più grandi temi che investano la storia e la politica attuali, nonché le nostre vite quotidiane: ovvero, come già accennavamo, l'esodo di massa di migranti specificamente verso Lampedusa. E lo fa sapientemente.

Quello che Enia cerca è un approccio non ideologico. Si pone nei panni di chi vuol scoprire e sapere, non di chi intenda vedere riconfermati in loco giudizi preformati a distanza (e dunque...  pregiudizi).

Lo si capisce sin dall'inizio, da una delle figure con cui si apre questo romanzo anomalo: un sommozzatore dal fisico monumentale, proveniente dal Nord-Italia, che per tradizione famigliare e convincimenti personali professa la sua adesione a una destra politica anche estrema, il quale tuttavia, lì, sul campo, perde ogni impostazione e sovrastruttura mentale e si limita a eseguire il compito che gli è stato assegnato: salvare vite. Ma non in maniera meccanica e freddamente professionale: salva vite, strappa questi ragazzi perlopiù africani da morte certa scientemente e con grande trasporto emotivo, fino a sentirsi lacerato nel profondo al ricordo di quando un soccorso non abbia avuto successo. Senza chiedersi neppure per un attimo se tutto ciò sia coerente con le proprie idee di base.

Perché di questo si tratta: l'umanità che Enia ci mostra non gode del privilegio di poter dissertare comodamente sui social e dentro ai bar su che cosa sia giusto fare e come sia giusto comportarsi in determinate situazioni. La popolazione di Lampedusa, come tutti gli organi istituzionali preposti al salvataggio e all'accoglienza degli arrivi, dentro quelle situazioni c'è, con tutte le scarpe, senza la possibilità di tirarsi indietro o di avere tempo per ragionamenti capziosi. E la risposta che tutti costoro danno è molto semplice e precedente a ogni dibattito culturale o socio-politico: di fronte a chi implora aiuto, glielo forniscono, senza indietreggiare di un passo. È un'umanità spoglia, pura, empatica, immediatamente reattiva, quella che la penna di Enia ci restituisce.

 

«Esistono due istinti, solo che uno protegge l'altro: il proteggersi e l'aiutare il prossimo. Perché anche quello di aiutare è un istinto. La paura del diverso, di quello che non conosci, qualunque cosa essa sia, umano, animale, naturale, è normale. E se la superi la prima volta probabilmente non ti si ripresenterà più. O, almeno, ogni volta che ti si ripresenterà, avrai tempi di reazione sempre minori per superarla.» (p. 37)

 

Non c'è tempo per teorie da talk show, qua c'è giusto lo spazio d'azione per praticare un aiuto emergenziale, che è, per prima cosa - risalendo alle origini stesse dell'uomo - aiuto tra simili.

Sotto il profilo contenutistico, le descrizioni sono vive, palpitanti, dettagliate (Appunti per un naufragio è, tra le altre cose, anche un manuale preciso e imprescindibile di tali trasmigrazioni, sotto ogni loro aspetto). Esse ci portano a vivere per così dire in diretta le operazioni di sbarco o i soccorsi in alto mare, ma senza appiattimento cronachistico: il lettore si ritrova lì, sul posto, spalla a spalla con Davide, i volontari e gli addetti presenti sul posto. Anche grazie a una scrittura preziosa e allo stesso tempo fluida, nitida, ma puntualmente sostenuta dai rintocchi di un vocabolario palermitano che rende la prosa ancor più verace ed espressionistica.

La storia dei naufraghi e dei loro salvataggi ci consegna le tracce di un'umanità spicciola, feriale e, al tempo stesso, emblematica. Annotazioni minute entro cui prorompe l'immenso incanto della vita:

 

«Si stringevano alla coperta termica. Una bambina cominciò a giocarci: era diventata un mantello che, colpito dal sole, creava scaglie di luce. Un altro piccirìddo era talmente stanco che si sedette a terra, appoggiandosi con le spalle al muretto del molo e, chiudendo gli occhi, si addormentò.» (p.45)

 

Un afflato di speranza, di vita recuperata in extremis che contrasta con gli stupri subiti durante o prima delle traversate dalle giovani donne presenti, le agonie, i corpicini esanimi dei neonati, l'intera ecatombe di questi disperati, che Enia espone anche brutalmente.

La vita e la morte, come sempre, in un gioco perenne e beffardo di cui sovente non sembriamo che ininfluenti pedine:

 

«cosa vuoi che gliene fotta alla Storia della tua, della mia, della nostra percezione? La Storia sta già determinando il corso del mondo, tracciando il futuro, modificando strutturalmente il presente. È un movimento inarrestabile.» (p.21)

 

All'interno della narrazione di quell'evento epocale, che è l'immigrazione di massa come la conosciamo da decenni a questa parte, si inserisce un fitto amarcord (ma meglio sarebbe dire un marricuaiddu) di momenti spesso toccanti della vita di Enia ragazzo e bambino: la prima drastica lezione di nuoto, la malattia dell'amato zio Beppe e il suo inesorabile decorso, un recuperato rapporto col padre Francesco, le gite da giovanotto, l'amore quale sostegno irrinunciabile, una fumetteria frequentata assiduamente da adolescente nel centro di Palermo, la prima tazzina di caffè, i telefoni a gettoni. Ogni tassello concorre a un mosaico armonico, la cui visione d'insieme restituisce un'apertura alla vita senza remore, per quanto assurda e travolgente essa si possa manifestare. Come nel passo in cui un sub, dopo la spaventosa moria avvenuta il 3 ottobre del 2013, rifiuta di calarsi nuovamente in mare. Fino a che, preso coraggio, anni dopo si tuffa nuovamente proprio laddove tanti corpi senza vita emersero e riaffondarono, e quel che trova è sempre e comunque un tripudio vitalistico, quasi del tutto immemore dell'immane tragedia umana ivi consumatasi:

 

«La prima volta c'erano solo i cadaveri, oggi invece il mare ha trasformato tutto. Ho visto un superamento della morte. Un ritorno della vita, ecco.» (p.198)

 

I migranti come estraneità e rispecchiamento di noi stessi e della nostra società, la cui fragilità il loro arrivo sa mettere in così seria crisi:

 

«E saranno loro a spiegarci cosa è diventata l'Europa e a mostrarci, come uno specchio, chi siamo diventati noi». (p.146)

 

Che vi piaccia o meno, gli individui che, dopo mille sconsolanti peripezie, approdano sulle nostre coste, non rappresentano semplicemente un'emergenza contingente, bensì il futuro che ci attende, e di cui loro e i loro figli saranno in gran parte partecipi. Perché, come già scriveva Joyce: Strangers are contemporary posterity.

 

Dati del libro:

Autore: Davide Enia

Titolo: Appunti per un naufragio

Anno di pubblicazione: 2017

Editore: Sellerio

Pagine: 216

EAN: 9788838936579

Cartaceo: 5,00 euro

E-book: 9,99 euro

 

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Helen Humphreys, "Cani selvaggi"

24 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Cani Selvaggi

Helen Humpreys

2007

Siamo dalle parti del Nord America rurale, quella provincia profonda e abbandonata a se stessa, vittima principale di questa crisi globale, di cui poco si parla. La prima metà del libro, quella che mi ha convinto meno, è lasciata al racconto di Alice sotto forma di un lungo monologo a “Tu”, il cui nome, Rachel, viene svelato nella seconda metà del romanzo, la biologa con cui ha intrecciato una relazione sentimentale ed erotica molto sensuale e appassionata. Alice e Rachel, insieme a Jamie, Lily, Walter e Malcolm, si incontrano a margine del bosco ogni sera per cercare di rintracciare i loro cani, più il lupo di Rachel, che sono misteriosamente fuggiti e vivono come animali selvatici. E’ accaduto così, di punto in bianco, e l’inizio della storia in medias res non ci fornisce una valida spiegazione. Da un punto di vista prettamente razionale l’intreccio così come è non regge: la fuga dei cani rappresenta qualcosa di metaforico e la scrittrice ce lo rivela nella prima pagina: “L’amore è come quei cani selvaggi. Se ti salta addosso, non molla la presa. E quello che non puoi mai sapere all’inizio è con quale intensità e quanto a lungo amerai; in quali modi un amore finito ti darà la caccia, un salto dopo l’altro come fuoco misterioso che ti scorre nelle vene. I cani selvaggi esistono davvero. Sono lì fuori, oltre la sicurezza delle strade e delle case, oltre le luci della città. E uno di questi è il mio.” Questo è stato il primo motivo di perplessità: a mio parere uno scrittore dovrebbe lasciare al lettore il piacere di immaginare e scegliere sottotesti e simbolismi secondo la propria sensibilità, e non il contrario. La metafora cani/amore peraltro non mi è sembrata aderire perfettamente a quanto poi accade nella storia, personalmente l’ho associata più alla vita non vissuta, ai desideri abbandonati e alle aspirazioni non seguite, considerato che i sei narratori che si avvicendano sono tutte persone con una vita al limite del disagio economico, sociale e psichico. La prima parte in cui ad Alice spetta il compito di raccontarci la storia per intero dal suo punto di vista è stata per me gravata da questo intollerabile amore ossessivo e intrusivo per Rachel, sottolineato da una serie di immagini erotiche patinate di corpi che si uniscono, gemiti, sussurri, palmi di mani sudati che si appoggiano su incavi interscapolari, adornate e adombrate dai di lei dubbi sulla vera natura di questo rapporto: “Tu”, futura Rachel, sembra avere un atteggiamento ambiguo, a tratti manipolatore e bugiardo, come se nascondesse qualcosa. Nella seconda parte la medesima storia viene lasciata al punto di vista degli altri cinque partecipanti alle ronde notturne e qui si disvela la penna della Humphreys che, con poche pagine a disposizione per ogni personaggio, riesce a fare emergere intere vite allo sbando, esistenze apparentemente adeguate ma che nascondono, come le cicatrici sotto una maglia, storie di malattia psichiatrica mal curata, sofferenza fisica, violenza e incomprensioni familiari, vecchiaia nella solitudine dei propri affetti più cari. La storia a mio parere è più distesa, il lirismo della scrittura della Humphreys, anche poetessa, si amalgama meglio col registro narrativo del romanzo e ci conduce al finale che non chiude le porte alla speranza ricordandoci che “Il cuore è una creatura selvaggia e in fuga. Il cuore è un cane che torna a casa.”. A noi la scelta.

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