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Post con #recensioni tag

Claudia Schreiber, "La felicità di Emma"

23 Luglio 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

La felicità di Emma

Claudia Schreiber

Edizioni Keller, 2010 

 

Un libro irritante, tanto più che inizia illudendo il lettore di trovarsi di fronte ad un racconto con personaggi fuori dagli schemi e un intreccio originale. I protagonisti vengono descritti nei primi capitoli e sono davvero ben riusciti: Emma, trentenne lercia, trasandata e disordinata un po' come i maiali che ama a modo suo, coccolandoli fino a poco prima di accopparli e trasformarli in prosciutti e salamelle; Max, ossessivo - compulsivo rupofobico, verosimilmente vergine non in senso zodiacale alla tenera età di 40 anni, che aspetta il momento giusto di vivere la sua vita e scopre che ha solo sei mesi per farlo grazie ad un tumoraccio dei peggiori; Hans, "migliore amico" di Max, che è in realtà un truffaldino da due soldi, un faccendiere di quarta categoria che nulla sa fare se non piccole truffe assicurative, tanto  alla parte dei conti ci pensa Max, e rifilare auto usate a cinquantenni incrostate di fondotinta e arroganza piccolo borghese. Un trio perfetto, un inizio spumeggiante con l'incontro dei tre che con questi presupposti può dare solo una cascata di trovate esilaranti, innovative, magari politicamente scorrette, perché no? Ripeto: PERCHÉ NO? Perché invece dopo la prima metà la scrittrice opta per immettere la storia nei binari del normale, del falsamente consolatorio e bugiardo, ipocrita e prevedibile, distruggendo l'originalità iniziale e scrivendo svogliatamente un romanzetto rosa dei più beceri, in cui TUTTI si ravvedono e si raggruppano al centro della gaussiana dove si posizionano le persone cosiddette "normali"? Dove Emma da sudiciona diventa Mary Poppins, Hans un filantropo e Max strumento per la "felicità di Emma". E quale sarebbe cotanta agognata felicità? Il sogno piccolo borghese della nostra società micragnosa e consumistica, soldi e famiglia, ci mancava la casetta col giardino e il cagnetto yorkshire, ma immagino che un paradiso tropicale con gli albatros possa fare da succedaneo in assenza delle ultime due. Pollice verso.

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Angela Angiuli, "Storie di un tempo minore"

22 Luglio 2017 , Scritto da Angela Caccia Con tag #angela caccia, #poesia, #recensioni

 

 

 

 

Storie di un tempo minore

Angela Angiuli

 

Fara Editore, 2016

 

 

È come se lanciassimo qualcosa di noi - scardinato dalla nostra struttura che ci identifica, lontano da un linguaggio comune convenzionale - oltre noi: sarà questo un buon verso. Non cade, non scivola, ma siamo noi a lanciarlo in un immaginario oltre, perché viva di vita propria; una parte che ci appartiene ma che è giusto se ne differenzi per quel suo dire e raccontare aldilà dell’io che l’ha generato.

È il gusto di un momento di grazia: in una lingua impopolare, come inesplorata, un fiato d’anima - o chi per lei - nell’attimo in cui è stritolata da un peso o avvolta da braccia possenti.

Una considerazione che mi ha suggerito la lettura di questa BELLA silloge di Angela Angiuli, Storie di un tempo minore, edito dalla Fara di Alessandro Ramberti. Il titolo, a primo acchito, spiazza un po’, ma tutto si gioca su quell’aggettivo, minore, che - forse … probabilmente… - non indica qualcosa di inferiore ma di subordinato, non di marginale ma di giovane, sorgivo.

Sul retro della copertina, sette righe dell’autrice spiegano il motivo e l’ispirazione di questi versi succosi: un prosimetro

 

“Questo libro è stato scritto per il dolore di molti e per la vita che in tutti continua a circolare e a sporgerci in avanti, nonostante tutto. È stato scritto in dialogo d’intimo silenzio con Mino, fratello minore, che a 37 anni ha lasciato questa vita per l’Altra. Continuerà ad essere scritto in tutti coloro che leggendolo troveranno voce per tutto quello che in noi non ha suono”.

 

Ma, da qui, a desumere che si tratti di pagine addolorate dolenti, di quelle che ti portano, insieme all’autore, in un baratro, si sbaglia. Mai, come in questo caso, così valide le parole del filosofo ginevrino Henri Frédéric Amiel

 

“La poesia è liberazione, perché è una forma di libertà. Lungi dall’essere un’emozione, essa è lo specchio di un’emozione; è al di fuori e al di sopra, tranquilla e serena. Per cantare una sofferenza, bisogna esser già, se non guariti di questa sofferenza, almeno convalescenti. Il canto è sintomo di equilibrio; è una vittoria sul turbamento, è la ripresa delle forze.

 

E il canto dell’Angiuli ha un che di vittorioso: il dolore trova nel verso una casa, tra le tante, che fanno villaggio e forse l’anima:

 

A Mino  (pag. 31)

 

Mio fratello è un tramonto di rose

a cui ha mangiato le spine

uno stormo di uccelli di cui ha preso la direzione

e vola vola e guida l’avanzata

delle stelle sul mare

che tanto ha amato fino a traboccare.

Voleva cavalcare le onde - lui - come un puledro,

ci è saltato sopra con un salto gentile

troppo alto per capire, è arrivato fino alle sirene,

ha avuto un bell’ardire.

Veleggia ancora lui dalla spiaggia,

ha mangiato la sua morte, ne ha trovato l’ormeggio

e il coraggio di dire - si -

ad un mondo nuovo che albeggia.

 

E ancora da pag. 24

 

I suicidi sono animali interessanti

hanno il becco di un picchio

con cui rompere la scorza della vita

mangiano ossa spellate dalla consunzione

                               quotidiana

le bucce trovano gustose e pare che gettino il frutto.

Ma io so che hanno la vista lunga

più lunga del desiderio, loro lo sanno attraversare

tarlare il creato fino in fondo

perché il loro frutto non è più qui

ha allungato i rami nel giardino del Vicino,

e loro - lì - se lo vanno a prendere.

 

La delicatezza di questi versi su un tema che raggela, il tutto “maneggiato” con dita di vento, sottile profumato: parole che non condannano non assolvono - e come potrebbero?... – si limitano a intravedere il giardino del Vicino che sa come prendersi ancora - e per sempre - cura di quei rami che hanno oltrepassato la staccionata.

Affascina in questi versi, in ogni pagina, una fede grande sincera spensierata perché, già da tempo, meditata e sofferta e, quindi, consolidata. E come ogni poesia di fede che si rispetti, di fatto, non parla - né può parlare - di morte, ma solo di resurrezioni.

La poesia è e sarà sempre intraducibile, resterà “regionale” anche se di tanto in tanto tenderà verso altre fonti d’ispirazione – così scrive Harry Martinson, poeta e scrittore svedese, Nobel per la letteratura nel 1974.

Forse - oso - la poesia vera è anche incommentabile: ogni lirica un viaggio, compiuto seguendo un tracciato preciso che ha escluso altre strade; occhi che hanno conservato e raccontato quei paesaggi e non altri; a chiosare un buon verso si rischia di togliere o aggiungere una foglia ad un albero, di suo, già perfetto. Da pag. 41

 

Scrivo fragile

sono un popolo senza storia

- tracce di mosca - tarli di carta.

Scrivo a matita per il bambino che in me aspetta il semplice

linee storte o oblique per tracciare la Speranza

                               che fugge ogni misura

 

Scrive fragile la Nostra, per non disturbare - forse - le voci che la popolano, che in lei convogliano, si intrecciano. Siamo la somma di ciò che leggiamo e più amiamo, una mirabile sintesi. Ma il superamento di quella sintesi - e Angela Angiuli lo sa bene - quando e se arriva, è voce cristallina e vergine di poeta: CHAPEAU !

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Claire Asby, "La libreria dei desideri"

18 Luglio 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

La libreria dei desideri

Claire Ashby

 

Newton Compton,2016 

 

Dopo Le Sorelle, thriller conclusosi lasciandomi l’amaro in bocca, mi sono fiondata su un altro libro, libro che risulta essere super gettonato in questi giorni. La libreria dei desideri, della Ashby, è finito sul mio telefono ma non sul mio cuore, ahimè.

Meg è una futura mamma. Malgrado abbia già un pancino discretamente visibile – siamo pressoché al quarto mese – si rifiuta di annunciare il bebè al mondo. Solo la sua amica sa che quella pancia non è dovuta alle lasagne. Non può esibire come trofeo un compagno, e questo le dà un senso di inadeguatezza incredibile. Una delle ragioni per le quali si sente così abbattuta è il suo essere single, irrimediabilmente single. D’altronde il suo ex, del quale è rimasta incinta durante una gita finita nell’alcol, è sposato e ha già quattro figli. Del quinto non vuole proprio saperne nulla.

Quindi, detto ciò, per lei l’unica cosa da fare è fingere di essere solo un po’ ingrassata. Di lì a pochi mesi partorirà un cucciolo d’uomo, ma non si pone particolari problemi.

Nel bel mezzo di tutto ciò, incontra Theo. Ha una gamba sola perché faceva il medico in guerra e un incidente si è portato via metà del suo cuore oltre che un bel pezzo del suo corpo. È forte, un po’ rude, ma interessante.

L’autrice riesce a rendere Meg incredibilmente antipatica. La presenta come una ragazzina che si addormenta sognando anelli di brillanti sull’anulare, uomini carini che accompagnano mogli sorridenti a fare la prima ecografia, una vita normale – e con normale intendo da sposata/incinta.

Sembra un po’ superficiale, un po’ snob nel suo modo di relazionarsi con il mondo circostante. Tutti guardano lei, solo perché è incinta e non ha un anello nel dito. Tutti la osservano, la giudicano, sono pronti a mettere in dubbio la sua serietà perché un marito non le cinge le spalle mentre cammina. Rimango convinta che un buono psicologo le diagnosticherebbe la “sindrome della ragazza normale” – esiste? –, certo solo dopo averle insegnato le basi riguardo ad autostima e forza interiore.

Comunque, Theo è un miracolo in quella che è la sua vita noiosa. Sì, è un po’ maschio, un po’ scorbutico, di quando in quando, ma è l’unico che la scuote dal torpore. L’unico che non capisce perché lei si senta perennemente in difetto, sempre sotto accusa. La sveglia un po’, insomma. Le ricorda che non ci si deve preoccupare di ciò che gli altri pensano. Le dice anche che non potrà comunque tenere nascosta a lungo la cosa – qualora lei non l’avesse capito già.

Theo è un uomo virile, forte. Lei comunque se ne innamora fin quasi da subito. Lui pure. E qual è il problema?, direte voi. Non ce ne dovrebbero essere. Ma lei non dice quello che pensa, lui non esprime quelli che sono i suoi stati d’animo profondi. Quindi, fino alle ultime venti pagine non si riconciliano. C’è il classico meccanismo che io amo tanto – si fa per dire – di pace, guerra, pace, guerra. Praticamente, quando le cose vanno bene, caro lettore, qualcosa di terribile e infausto si abbatterà su questa incredibile storia d’amore. Quando la tempesta è in corso, ci sarà un momento tenerezza per riequilibrare gli animi.

Be’, viva l’amore.

 

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Benedict Wells, "La fine della solitudine"

15 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

La fine della solitudine

Benedict Wells

Traduzione di Margherita Belardetti

 

Salani, 2017

pp 307

15,90

 

«Be’, uno viene al mondo ed è plasmato dal proprio ambiente, dai genitori, dalle disgrazie, dall’educazione, da esperienze casuali. A un certo punto sembra scontato poter dire: “Io sono fatto così e così”, ma con ciò si prende in considerazione solo il primo strato, l’io superficiale (…) Per trovare il proprio vero Io è necessario rimettere in discussione tutto quello che si è trovato alla nascita, talvolta anche perdere qualcosa, perché spesso solo nel dolore si impara cosa ci appartiene veramente…  È nelle lacerazioni che ci si riconosce.» (pag 237)

 

Non è un caso che le parti più belle di La fine della solitudine, del tedesco Benedict Wells, siano il principio e la fine. Un cerchio che si chiude e si riapre allo stesso tempo, l’inizio di solitudini incolmabili, di mancanze senza appello, e, tuttavia, una conclusione che lascia aperta la speranza.

I tre fratelli Moreau, Liz, Marty e Jules, crescono senza i genitori, morti in un incidente, imparano a cavarsela in un istituto per orfani e poi affrontano la vita. Ognuno si scontra col dolore a modo suo. Liz vive in maniera esagerata, preda delle dipendenze e di storie sentimentali sbagliate. Marty sviluppa un disturbo ossessivo compulsivo. Jules deve vedersela con il rimorso, a causa del quale sceglie il lavoro sbagliato.

Suo padre, inoltre, prima di morire gli ha detto che un amico vale più di tutto e, per dargli retta, Jules non riesce a concretizzare il suo rapporto con Alva, la compagna di scuola da sempre desiderata. Temendo di perderla e di sbagliare, non le dichiara il suo amore che dopo tanti anni, ottenendola in cambio di un oscuro sacrificio umano, ed espiando la conseguente colpa attraverso la morte di lei.

 

In quegli anni era un continuo mancarsi a vicenda:avevamo riconosciuto troppo tardi quello che provavamo l’uno per l’altra, legati com’eravamo al bisogno di amicizia. (pag 275)

 

Alla fine i suoi due gemelli si troveranno orfani come lui è stato orfano, ma, forse, grazie alla sua presa di coscienza e maturazione, la loro sarà un po’ meno “solitudine”, perché avranno al fianco un padre che potrà accompagnarli nella crescita e difenderli anche da se stessi.

Un romanzo imbevuto di filosofia sottesa - “Il Sé ha da essere infranto per divenire sé”-, forse un po’ squilibrato nella struttura, che dà fin troppo spazio allo sviluppo ripetitivo della personalità dei tre fratelli e lascia in ombra eventi importanti, come il suicidio assistito del marito di Alva e il misterioso passato di lei in Russia. Un romanzo che procede, a volte, un po’ troppo per accumulo, un accumulo che a tratti diventa pesante e a tratti, invece, si traduce in sottigliezza psicologica. Un romanzo che si basa su ciò che è accaduto, su ciò che accade e su ciò che avrebbe potuto essere nel caso che. Quante volte ci voltiamo indietro a guardare, chiedendo cosa sarebbe successo se avessimo scelto un’altra via, se certi eventi non ci avessero condizionato, se certe morti non ci avessero bloccato e poi rilanciato nel vuoto, deviando la nostra traiettoria.

Jules è un sopravvissuto – lo è fisicamente a un sinistro – un naufrago che alla fine deve approdare da qualche parte e ripartire da capo, da ciò che gli resta, salvaguardando i ricordi, di cui diventa custode ma anche interprete a posteriori, perché non tutto era come sembrava. Impara a sue spese che la vita è sentimento, passione, rimorso, paura, solitudine, ma anche cultura, spirito, musica, pensiero filosofico. Ce lo dice Alva prima di andarsene.

 

«Se davvero devo morire» disse, «voglio farlo a testa alta. Quindi vivere il più a lungo possibile così come ho sempre vissuto. Leggendo e imparando»

 

 

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Elena Ciurli, "Andata e ritorno"

12 Luglio 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

Elena Ciurli

Andata e ritorno

Edizioni Il Foglio - euro 12 – pag 160

www.edizioniilfoglio.com

 

 

Rileggere un libro da lettore non è come leggerlo da editore, per decidere se pubblicarlo o meno. Per prima cosa il supporto è diverso. Non ci sono fogli stampati dal computer, né la matrice bianca digitale, ma un vero e proprio libro che si apre con una copertina evocativa di un binario morto che finisce in mare. Non è la stessa cosa, soprattutto, perché non devi valutare niente, ma soltanto abbandonarti al piacere della lettura. Ti rendi conto che la seconda volta è quella giusta, ché quel romanzo te lo gusti per davvero, ne assapori profumi e parole fino in fondo. A partire dalla citazione da Rabbia di Chuck Palahniuk sul perché si fugge dai paesi di provincia (per sognare di tornarci) e per cui si resta (sognare di andarsene). Tutta la storia è permeata da un profondo senso di inadeguatezza, narrata in prima persona da Marco, un protagonista per niente eroico che non riesce a essere felice da nessuna parte. Elena Ciurli dà voce a una generazione di figli educati da genitori immaturi, da famiglie frantumate per colpa di genitori che rincorrono egoismi, tratteggia una madre assente e un padre inadeguato che si sposa di nuovo con una polacca micidiale quando decide di cucinare. Marco torna a Livorno e riscopre i luoghi che l’hanno visto adolescente, dopo aver vagato per molte città europee, da Madrid a Berlino, passando per Londra. rivede il Romito, gli scogli, la sua casa, assapora la tristezza, pensando solo al momento in cui potrà fuggire di nuovo verso un incerto futuro. Ricordi di donne nel passato di Marco, visioni di film anni Settanta che hanno contribuito alla sua iniziazione sessuale, ma anche di cibi caratteristici cucinati dalla nonna (la panzanella), visioni infantili di Super Tele, ginocchia sbucciate, panini al tonno per merenda e quel mare dove tutto finiva, nelle lunghe giornate estive, da ragazzi. Marco e la musica. Marco e gli amici. Francesco è l’amico fedele che non se n’è mai andato da Livorno. Jimi Hendrix è la colonna sonora del viaggio, sul lungomare di Antignano. La musica è una delle ragioni per cui vale la pena non suicidarsi, dice Marco, che si è appassionato al rock grazie al nonno, uno dei personaggi positivi della storia, un vero e proprio punto di riferimento. Il nonno di Marco è il solo mito familiare, la sola persona capace di consigliare libri e musica, quello che l’accompagnava al negozio di dischi per scegliere i vinili da ascoltare. Sono importanti i Ramones nel libro di Elena, che se fossero stati livornesi sarebbero andati in giro con una panda scassata proprio come quella del protagonista. La musica del gruppo rock pervade le pagine come un profumo intenso. Capitoli con nomi di piatti e bevande, segnati da musica rock e momenti culinari, ma soprattutto da ricordi, incontri, amici perduti e ritrovati, genitori inadeguati, nonni fantastici e voglia di fuga.

 

"Fin da bambino mi sono sentito come un ospite nella mia vita, intento a sopravvivere per non dare troppo fastidio al prossimo e forse, neanche a me stesso. Ho sempre visto i miei genitori come degli esseri alieni, che si facevano chiamare mamma e babbo, ma che in realtà non sapevano neanche loro da quale pianeta provenissi. Insomma io rimanevo sull’uscio e non sapevo mai se dovevo entrare o uscire, per non tornare più."

 

Andata e ritorno è un romanzo proustiano: "Quant’era bella Livorno in quelle foto in bianco e nero, quando a Castiglioncello c’erano Mastroianni, Sordi e Gassmann e la vita sembrava scorrere a colori." E ancora: "Questa valigia rotta mi sta tormentando, fin da piccolo ho sempre creduto che gli oggetti abbiano un’anima o meglio assorbano gli umori di chi li possiede." In fondo Marco è alla ricerca del suo tempo perduto, riscopre gli odori e i sapori del suo passato, consapevole che le cose vissute nell’infanzia e nell’adolescenza saranno eterne, finiranno per scandire il tempo della sua vita.

 

"Ci sono luoghi in cui le emozioni si dilatano e riescono a crescere anche senza acqua, tutto è talmente precario tra quelle mura che ci si attacca l’un l’altro ancora più forte. E come la gramigna quella sensazione di condivisione e solidarietà, ti rimane attaccata addosso per non andarsene più."

 

Se non è Proust questo… Andata e ritorno è un romanzo scritto con stile secco e asciutto, in prima persona, con un incedere incalzante e coinvolgente. E di tanto in tanto scopri pennellate di letteratura, descrizioni poetiche efficaci, come uno stupendo panorama che si ammira da Populonia Alta sul golfo di Baratti, la casa della madre, che Marco chiama la stronza, ma che deve salutare prima di ripartire. Sentori di vecchio cinema italiano affiorano tra le pagine della storia, da Amarcord di Fellini - un film che ha condizionato la cultura del Duemila - a I vitelloni (Monaldo che parte da Rimini per non tornare e saluta mentre il bambino chiede: Perché te ne vai? Non stavi bene qui?), passando per Gli amici del Bar Margherita di Pupi Avati (grande cantore della nostra provincia e del ricordo).

Marco è diventato - come molti ragazzi della sua generazione - un pacco postale che cerca lavoretti estivi per guadagnare un po’ di soldi che gli consentano di scappare di nuovo, in fuga per l’Europa, lontano da una provincia diventata troppo stretta. Marco deve tenere duro fino alla prossima partenza. Forse tornerà a Livorno, ma in un futuro diverso. Vorrebbe aggrapparsi a questa idea, sentire sue quelle radici che ha sempre strappato come erbacce. Vorrebbe tanto trovare un paio di scarpe dal numero giusto, le scarpe di un uomo che a un certo punto decide di restare, di smettere di fuggire dal suo passato. Il Bar da Paolino è un capolavoro di bar avatiano, profuma di passato, di amici che si incontrano per tirare tardi facendo il niente, parlando di donne e bevendo vino, giocando a biliardo e organizzando scherzi atroci. Marco è un protagonista sconfitto, uno che sente sulle sue spalle tutta la pesantezza del vivere. Mi siedo sul mio scoglio, il sole sta tramontando e posa il suo mantello di luce su queste oscure acque salate; mi mancherà. Come Monaldo decide di partire, sa che deve farlo, ma sa pure che la nostalgia del passato sarà compagna della sua vita. Finale straordinario, poetico e suadente, scandito dal ricordo della caduta del muro di Berlino, metafora del cambiamento, di una vita che non potrà più essere la stessa. Ma il presente e il futuro sono ancora da costruire.

Andata e ritorno è un romanzo che ti riconcilia con la letteratura, ti fa capire la sua funzione salvifica e spiazzante. Un romanzo che solleva il morale di un piccolo editore che dopo averlo letto e sottolineato lo pubblica con entusiasmo, perché è una storia che avrebbe voluto scrivere lui, narrata benissimo da una giovane autrice che - buon per lei! - non ha un grande futuro dietro le spalle.  Per noi il futuro è già passato, purtroppo, e non ce ne siamo neppure accorti.

 

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Claire Douglas, "Le sorelle"

10 Luglio 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

Le sorelle

Claire Douglas

 

Editrice Nord, 2016

 

Quasi trecento pagine. Per duecento buone non si capisce granché. Non si abbandona la lettura, però: diventa una lettura compulsiva, quasi malata, senza ombra di dubbio urgente. Perché questa frase? Ora che sarà capitato? Ma chi è il colpevole?

Ma vediamo le cose nel dettaglio.

Abi è devastata. Si sente impotente, svuotata. Dev’essere così, quando hai un gemello e il destino te lo strappa via presto, senza aver potuto dirgli addio. Ciò che non può sopportare Abi, poi, è il fatto di essere la causa della morte di Lucy, della sua gemella. All’inizio queste sono le uniche cose che comprendiamo. Lei l’ha involontariamente uccisa, non si capisce bene né dove né perché, e il senso di colpa la sta mangiando. Ah, certo, l’altra cosa che ci appare chiara come il cielo a maggio è che lei mente. Ha paura che si venga a sapere ciò che, diligentemente, ha sepolto in un anfratto della sua mente malata. Gli unici che sanno di questa ipotetica menzogna erano con lei quella sera, la famosa sera della morte di Lucy. Non sta bene, Abi, e tra le righe leggiamo di un ricovero in un ospedale psichiatrico, di antidepressivi, di un suicidio mancato.

Quindi, ricapitoliamo: abbiamo una ragazza mangiata viva dal rimorso e con problemi psicologici non indifferenti, una bugia che non vuole vedere il sole e una morte incomprensibile avvenuta un anno e mezzo prima. Ci sono gli elementi giusti affinché la nostra attenzione venga catturata.

Abi cerca Lucy in ogni ragazza che incontra, ma questo è comprensibile. Chi, dopo una morte, non cerca quel viso – quello che non si potrà mai più vedere, quello che non potrà più sorridere né piangere né vivere – tra la folla? Un giorno, però, rimane interdetta. Lucy è lì, dinanzi a lei. Poi si riprende, capisce. Non è Lucy ma sembra lei. Quella ragazza con il caschetto biondo e la personalità effervescente somiglia così tanto a sua sorella che per un attimo il dolore della sua perdita si affievolisce. Assomiglia a sua sorella gemella Lucy, sì, ma anche a lei. Perché lei e Lucy erano identiche. Solo che lei ora ha qualche ruga attorno agli occhi che la gemella non avrà mai. Lei ha quasi trent’anni e Lucy ne avrà per sempre ventotto. Lei invecchierà e Lucy sarà sempre uguale, una giovane donna strappata alla vita e consegnata alla morte.

Così, vanno a vivere insieme. Ma Beatrice ha un gemello. Strano il destino, quando decide di giocare tiri mancini. Quella ragazza così maledettamente uguale a lei, quella che le ricorda immensamente la gemella sepolta nella fredda terra, ha un gemello. Ben.

Così inizia il tunnel delle cose strane. Dei fraintendimenti. Degli avvenimenti che fanno venire la pelle d’oca. Delle incomprensioni – perché sfido chiunque a capire che avviene – e delle menzogne sussurrate a mezza voce.

Non perdiamo concentrazione neppure per un secondo, così presi dall’impulso maniacale di arrivare all’ultima pagina. Per capire. Per analizzare i fatti. Per non perderci.

Comunque, la psicologia dei personaggi – di tutti i personaggi –, anche quando si arriva alla parola “Fine” e tutti i tasselli tornano al proprio posto, rimane interessante. Nessuno è completamente sano, nessuno è completamente malato. Ci sono tragedie, colpi del destino, sbattimenti di testa. C’è il fato che talvolta si accanisce. C’è tristezza, amarezza perché non sempre si può capire tutto dalla vita.

Ma, soprattutto, c’è la cupa presenza della morte che aleggia, ricoprendo di un oscuro nero che sa di presagio tutto quello che incontra.

 

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Rosa Montero, "In carne e cuore"

4 Luglio 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

 

 

In carne e cuore

Rosa Montero

Salani, 2017

 

"La vita è un breve intervallo di luce tra due nostalgie: la nostalgia di ciò che non si è ancora vissuto e quella di ciò che non si potrà vivere. E il momento in cui bisogna agire è così confuso, così sfuggente ed effimero, che lo si spreca guardandosi intorno storditi."

 

Soledad ha quasi sessant’anni e, benché odi il passare del tempo – guardandolo non come un qualcosa di inevitabile ma alla stregua di una maledizione –, le rughe hanno avvizzito la sua pelle e scolorito un’antica ma forte bellezza. Cerca l’amore in un modo così forte, intenso, incondizionato da non riuscire mai a saziare questa sua fame.

Il suo giovane amante sposato l’ha lasciata, ha scelto la legittima compagna incinta, e lei non si dà pace. Vorrebbe urlarlo, questo suo amore, riconquistare quel legame. Così, certa che sia una soluzione, ingaggia un gigolò affinché la accompagni a un evento cui sarebbe stato presente anche il fedifrago e consorte; la gelosia, pensa, lo farà tornare da me, lo risveglierà dal torpore. Nulla di più sbagliato, ma quella sera cambia l’intero suo futuro.

Si tiene bene, Soledad, con il suo fisico sodo e il buon gusto nel vestire. Ultimamente, però, un forte senso di inadeguatezza e un profondo malessere le ghermisce il cuore con una presa fatale: è appassita, malgrado tutto. Ecco perché la sproporzione tra lei e il giovane gigolò la sente, eccome se la sente; pulsa, le entra nelle viscere, la fa tremare. 

Adam è bello, prestante. Ha poco più che trent’anni – un’età che Soledad considera ancora valida, giusta – e lei vorrebbe perdersi in quegli occhi e in quella mente così inquieta, così tormentata.

 

"Il buio della notte era davvero pieno di mostri, come Soledad temeva e sospettava fin dall’infanzia. E gli orchi si chiamano ossessioni."

 

Fanno l’amore più e più volte, durante i giorni a seguire. Soledad si vergogna quando, portafogli alla mano, lo paga; d’altronde vorrebbe essere amata, e lui – lui così strano, chiuso, cupo – non si espone. Soledad non riesce a scrutarlo dentro, nei profondi anfratti della sua anima. La speranza mista alla consapevolezza di non poter reggere il confronto la devasta.

 

"Lei si sentiva angosciata, afflitta, straziata, sconsolata, sconcertata, perduta, fallita, a pezzi, preoccupata, infelicissima... insomma, più morta che viva."

 

Esperta di arte, sta organizzando una mostra sugli scrittori maledetti alla Biblioteca Nacional di Madrid. Ci mette tutta se stessa, anima e corpo. Ama quelle vite, quei fatti, quei nomi. Hanno un non so che di magico, pur nella loro follia.

Quegli animi tormentati, afflitti, appassionati – di una passione forte da far male, da uccidere – la affascinano. Rimarrebbe ore e ore a raccontarsi di quelle vite sul filo di un rasoio, di quegli artisti che, perseguitati dalla propria mente, fecero dell’illusione e del sogno realtà, perdendosi talvolta nella spirale dell’allucinazione. Noi con lei ne veniamo toccati, cambiati, ammaliati. Seguiamo le sue parole e le facciamo nostre, le ripetiamo nella nostra mente perché il buio e la follia hanno un potere assoluto: sanno spaventare e incantare allo stesso tempo. 

 

«Essere maledetto significa sapere che la propria arte non trova alcuna eco, perché non ci sono orecchi in grado di comprenderla. In questo assomiglia alla follia» sbottò improvvisamente Soledad. «Essere maledetto è sentirsi fuori dal proprio tempo, dalla propria classe sociale, dal proprio ambiente, dalla propria lingua e dalla cultura cui si dovrebbe appartenere. Essere maledetto è voler essere come gli altri senza riuscirci. È voler essere amato e invece suscitare soltanto diffidenza o qualche risata. Essere maledetto è non sopportare la vita e soprattutto non sopportare se stessi.»

 

Soledad, nella sua incapacità di voler invecchiare, è come un frutto che, troppo maturo, non vuole staccarsi dall’albero. È come una goccia che si ferma a mezz’aria, non capace di comprendere che il suo destino è il freddo suolo – come normale, naturale conseguenza della vita stessa.

Ha un sapore dolce e amaro insieme, la certezza di non potercela fare. Lei, così persa in un’illusione, sa bene che niente è semplice, niente è scontato. Perseguitata dai fantasmi del passato, non sa vivere il presente in modo totale.

 

"Il fallimento era un lupo affamato che la osservava da lontano fin da quando era bambina, un lupo che girovagava per le lande deserte della sua vita in attesa di un suo passo falso per avventarsi su di lei."

 

Rosa Montero riesce – in un crescendo di emozione, di forte trepidazione – a catapultarci in un mondo fatto di turbamento, di paure, di angosce. In un mondo dove tutto viene capovolto, analizzato, stravolto e ricucito. In un mondo di scrittori maledetti che, a causa di menti maledette, hanno condotto vite maledette. In un mondo, quello della giovane/vecchia Soledad, dove nulla è lasciato al caso.

 

"Tutti gli amori erano ossessivi? O forse le ossessioni si nascondevano dietro le apparenze di un amore per sembrare qualcosa di bello, e non un banale squilibrio psicologico? […] L’amore avvelena, non v’è dubbio. Abbrutisce, fa commettere ogni sorta di sciocchezze e di eccessi."

 

In carne e cuore racconta la storia di Soledad, è vero, ma non si ferma qui. Diventa una profonda riflessione su temi cari, importanti, degni di nota... la Montero parla delle donne – si sofferma sul concetto di identità, sulle incertezze e sulle paure –, della morte, della passione, dell’arte. Parla di quotidianità ma anche di stranezza. Parla di bellezza e inganno. Parla di tante vite, pur soffermandosi su una in particolare.

Parla dell’animo umano.

 

 

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Oriana Fallaci, "Un uomo"

29 Giugno 2017 , Scritto da Alessio Piras Con tag #alessio piras, #recensioni, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

 

 

Nel 2002 un mio compagno di classe decise di scrivere la tesina per la maturità attorno alla figura di Oriana Fallaci. Ho frequentato l’Istituto Tecnico Industriale Statale “G. Ferraris” di Savona e andavamo, in quell’estate di 15 anni fa, a diventare periti capotecnici in elettronica e telecomunicazioni. Figurarsi: Oriana Fallaci, oltre al mio compagno, la conoscevamo in tre su diciotto e tutti per quel La rabbia e l’orgoglio scritto all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, non certo il libro migliore della scrittrice fiorentina. Chiesi a Emiliano, questo il nome del mio compagno, perché Oriana Fallaci. La sua risposta fu lapidaria: “Leggi Un uomo”. Lì per lì non ci feci molto caso, raccolsi qualche informazione sul testo, mi chiesi “ma chi era sto Panagulis?”, e dimenticai tutto per vivere quella che doveva essere la migliore estate della mia vita e che poi si rivelò essere una delle più piatte e prive di emozioni.

È stato solo di recente, e dopo un insistente consiglio di mia moglie, che ho letto, divorato e sudato Un uomo di Oriana Fallaci, un libro al quale, e non sta a me dirlo, non manca né avanza nulla: non una parola di più o di meno, non un’emozione di più o di meno. Apparentemente è la storia della prigionia e degli ultimi tre anni di vita di Alekos Panagulis, l’uomo che da solo osò sfidare la Giunta militare che tra il 1967 e il 1974 instaurò una feroce dittatura fascista in Grecia. Ma questa è la superficie: in realtà Un uomo è la storia di una donna, Oriana Fallaci, che scopre nell’amore incondizionato nei confronti di Panagulis una nuova dimensione di se stessa, un nuovo io abbastanza lontano dalla figura della giornalista in prima fila, sempre sul campo e sul pezzo, indipendente e autonoma donna in un universo professionale dominato dagli uomini.

Ma è anche, Un uomo, un canto universale alla libertà, alla giustizia, alla democrazia, all’utopia come obiettivo finale di un cammino che, nel suo divenire, comporta dolore e patimento. È una constatazione del fatto che la morte può essere un’arma sottile e ambigua: ti toglie di mezzo, ti cancella dal mondo, ma ti rende immortale. E quindi Alekos Panagulis non viene ammazzato, la sentenza di morte non viene eseguita, durante il regime. Lì viene, o ci provarono, annichilito, disumanizzato, inaridito, inutilmente. Nel carcere di Boiati, in una cella di pochi metri quadrati, senza finestre né ritirata, Panagulis si mantiene vivo con la poesia, con la letteratura, la matematica: un tentativo di soluzione del teorema di Fermat viene confuso dai suoi carcerieri con un messaggio in codice. Alekos si aggrappa alla sua prigionia quasi con affetto, quasi a capire che alla fine era più una spina nel fianco del regime così che da libero. Il reprobo, come lo definisce Oriana Fallaci, dà fastidio al Potere e il male minore è tentare di fargli dimenticare cos’è un uomo, cos’è la vita. Panagulis lo capisce, si attacca alla vita e alla morte, non come due termini contrapposti, ma complementari, e non accetta la grazia, e quando è costretto ad accettarla, cerca di uscire dalla Grecia perché “Per le tirranie il reprobo in esilio costituisce un problema più grosso del reprobo in patria perché in esilio egli pensa, si esprime, agisce e per liberarsi di lui bisogna scomodarsi a inviare un sicario che lo ammazzi a colpi di pistola o di piccozza, diciamo”.

Paradossalmente, Alekos Panagulis muore quando è meno vulnerabile e per questo più facile da attaccare. Muore da deputato, da Onorevole del Parlamento greco, a dittatura finita. E muore ammazzato da coloro che, indossando “le mutande con la scritta Popolo e quelle con la scritta Libertà”, hanno cambiato tutto per non cambiare nulla, hanno sancito una continuità latente, e per questo insidiosa, tra la dittatura e la democrazia. Georgios Papadopoulos, il dittatore, il capo della Giunta, morirà nel suo letto vent’anni dopo Panagulis, come la maggior parte dei suoi gerarchi.

Ciò che fa di Alekos un uomo vulnerabile proprio quando, in apparenza, doveva trovarsi all’inizio di una brillante carriera politica tra i politici è la solitudine. E vi è qui un filo rosso che unisce i destini di molti uomini e donne che si sono spesi, soli o in ridotta compagnia, in una battaglia che ha sortito qualche frutto solo quando essi vennero ammazzati. È il deserto che gli si crea intorno che fa dell’eroe un eroe: un don Chisciotte che, solo, combatte guerre impossibili da vincere contro mulini a vento che lui confonde con temibili giganti. Giganti che abilmente Panagulis identifica con una metafora letteraria, la seconda del libro oltre a quella cervantina, quasi premonitrice: Moby Dick. Se la Giunta è la balena cattiva, allora lui è il capitano Achab che cerca di acciuffarla ed ammazzarla, mentre Oriana sarebbe Ismaele, il nocchiero che ha il compito poi di scriverne la storia affinché se ne preservi il ricordo, il monito e l’insegnamento alle generazioni future.

È il vedere dove altri non vedono, è il non arrendersi al fatto che è così che scatena in Panagulis (e dopo di lui, per esempio, in Giovanni Falcone in Italia) questo senso universale della giustizia e della libertà, dell’etica e della morale più pura. È questa cocciuta volontà di lottare per arrivare alla libertà, alla verità o alla giustizia ad alimentare le vite di queste persone. E come don Chisciotte, queste persone hanno sempre bisogno uno scudiero, di un Sancho Panza che ne segua i disegni e le follie, che sia loro coscienza materiale e appiglio sulla realtà: questo è il ruolo che si dà Oriana Fallaci nella storia di Alekos Panagulis.

C’è un’insidia nella morte, che l’eroe greco non sottovaluta e accetta come contropartita al fatto che solo la fine della sua vita può dare inizio al trionfo delle sue idee: l’appropriazione del suo cadavere da parte dei suoi avversari, quegli stessi che l’hanno mandato a morire, che l’hanno abbandonato, lasciato solo, escluso, dimenticato, ignorato finché era vivo, ma che chiameranno eroe a partire dall’esatto istante in cui il suo cuore smetterà di battere. È il destino dell’eroe, è il prezzo da pagare per l’universalità delle sue idee, dei suoi principi e delle sue lotte, ineguagliabile detergente quando si tratta di lavare coscienze luride. Ma nella morte di Panagulis e nell’appropriazione del suo corpo da parte dei suoi amici/nemici e del popolo, nello spettacolo immondo dell’ipocrisia morale, etica e politica, Oriana Fallaci si ribella e lancia il suo grido solitario, controcorrente e ostinato: “mentre il popolo accettava questo, di nuovo, subiva questo, di nuovo, cieco e sordo e zitto, di nuovo, piegato di nuovo all’obbedienza o alla convenienza o all’impotenza; mentre nessuno osava dire assassini tutti, a destra a sinistra al centro, lo avete ammazzato tutti insieme, lerci assassini che vivete sugli alibi dell’Ordine e della Legge, della Moderazione e dell’Equilibrio, della Giustizia e della Libertà; mentre la balena del male, Moby Dick, si allontanava indenne e le acque si placavano morbide, molli, obliose sul gorgo della tua voce affondata, il Potere vinse ancora una volta. L’eterno Potere che non muore mai, che cade solo per risorgere, uguale a sé stesso, diverso solo nella tinta”.

 

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Stelvio Mestrovich, "Mar'ja Ivànova Petrova"

26 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

Mar’ja Ivànova Petrova

Stelvio Mestrovich

 

Carabba, 2017

pp 93

13,00

 

Due sono le cose che colpiscono in Mar’ja Ivànova Petrova, di Stelvio Mestrovich, la prima è la familiarità con la letteratura russa e con la Mosca di Bulgakov, la seconda è l’assoluta metanarratività.

La prima condizione fa sì che un romanzo ambientato in Russia negli anni novanta, ai tempi di Putin etc, ci appaia ottocentesco. Il conte Fedör Michaijlovic Golovkin e la sua bella amata Mar’ja – ma amata di quale amore? – sono personaggi moderni, però sembrano muoversi in una Russia addirittura prerivoluzionaria.

La trama è semplice: un uomo di nobili origini vede osteggiato il suo amore per una bella e talentuosa popolana, figlia di macellai. Geloso di lei, e dei suoi rapporti con il direttore dell’orchestra in cui ella suona magistralmente il violino, si comporterà come molti maschi odierni che non accettano di perdere l’oggetto del loro amore e scambiano l’affetto per possesso. Addirittura pagherà un killer per amputare una mano alla ragazza, fino alla tragica conclusione.

Ma torniamo un passo indietro: per ovviare alle insistenze materne di fargli sposare un’appartenente all’aristocrazia, Golovkin si era finto evirato di guerra in Cecenia. A una falsa mutilazione se ne aggiunge quindi una vera, il taglio della mano, gravissimo per una donna innamorata della sua arte come Mar’ja, a dimostrare che ciò di cui il protagonista è veramente geloso, più che di un rivale in carne ed ossa, è il talento (e l’ambizione) della donna.

Grazie al virtuosismo di Mar’ja, protagonista è la musica, dato che Mestrovich è un ricercatore del tardo barocco, con particolare conoscenza delle opere di Salieri, rivale di Mozart. Lo stile, però, non è affatto ampolloso, è sorvegliato e piacevole ma discorsivo.

La seconda condizione fa sì che questo sia uno dei romanzi più metanarrativi che io abbia letto, con l’autore che interviene fisicamente nella storia, dialoga con i personaggi, agisce e mette in moto gli eventi, come ad esempio chiamare aiuto dopo il ferimento di Mar’ja. L’effetto prepotente di straniamento non interrompe, tuttavia, la scorrevolezza della storia, che risulta appassionante comunque. La non divisione in capitoli è utilizzata per non interrompere il flusso degli eventi e dei pensieri - come se ieri fosse di nuovo oggi, come se il tempo non fosse passato - e anche per non darci l’impressione di essere in un romanzo quando, invece, ci siamo dentro fino al collo, siamo spettatori al pari dell’autore di ciò che i personaggi fanno. Siamo, forse, il terzo incomodo fra i personaggi e l’autore.

 

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Radioblog: Franco Piol, "Tana libera tutti"

21 Giugno 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #eva pratesi, #recensioni, #radioblog, #vignette e illustrazioni

 

 

Illustrazione di Eva Pratesi

 

Eccoci pronti per il secondo appuntamento con RadioBlog - Voce agli scrittori. Questo mese scopriamo Franco Piol con il suo libro Tana libera tutti , ambientato a Roma nel dopoguerra.

Vi ricordo che, durante la lettura, potrete partecipare lasciando commenti sul libro o domande che vi piacerebbe porre all’autore con il quale faremo una chiacchierata tra un mese circa.

Intanto vi leggo un piccolo estratto delle prime pagine del libro dove conosceremo subito i dubbi ed i tormenti della bella Adelaide, segnata profondamente dalle vicende della guerra, che si trova a dover rendere conto al figlio Giannino di una scomoda realtà, specie in quei tempi.

Accompagnerà la lettura un’illustrazione della brava Eva Pratesi che coglie il momento in cui madre e figlio si confrontano.

E mi raccomando, cari scrittori, se volete anche voi essere protagonisti di questo spazio scrivetemi!Buon ascolto e buona lettura.

 

Musica: http://www.bensound.com

 

Per conoscere meglio il mondo delle illustrazioni di Eva Pratesi: http://www.geographicnovel.com

Radioblog: Franco Piol, "Tana libera tutti"
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