Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Post con #recensioni tag

Alberto Facchinetti, "La versione di Gipo"

22 Marzo 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #sport

 

 

 

Alberto Facchinetti

La versione di Gipo

Edizioni Incontropiede – www.incontropiede.it

Pag.- 170 - Euro 16,50

 

In Italia il calcio è lo sport più popolare, ma sia in letteratura sia al cinema non ha mai riscosso grandi successi, nonostante buone opere come Azzurro tenebra di Arpino e Ultimo minuto di Avati. Vogliamo peccare di immodestia e metterci anche il mio Calcio e acciaio, selezionato al Premio Strega nel 2014? Facciamolo. Tanto non costa niente. Aggiungo che il calcio ha dato vita a gustose parodie cinematografiche come Il presidente del Borgorosso con Sordi, I due maghi del pallone con Franco & Ciccio, L'allenatore nel pallone interpretato da Banfi e Mezzo destro e mezzo sinistro con Gigi & Andrea. L’elenco non sarebbe finito, anche se di successi veri e propri - se non in ambito comico - non ce ne sono mai stati. Come dice Pupi Avati, la gente il calcio lo vuol vedere allo stadio, partecipando al rito collettivo della gara calcistica, non leggerlo tra le pagine di un libro o guardarlo in un film. Forse ha ragione il grande regista bolognese, ma per me cresciuto a pane, calcio e fumetti (educazione postmoderna!) il calcio resta affascinante anche da leggere, da scrivere e da vedere nella sala di un cinema di periferia (ce ne sono ancora?).

Alberto Facchinetti deve pensarla come me, se ha messo su una casa editrice che pubblica solo libri di calcio e se scrive quasi esclusivamente biografie romanzate, affascinanti come quelle su Julio Libonatti e Vittorio Scantamburlo (lo scopritore di Del Piero), documentate ed esaustive come la sua ultima fatica: La versione di Gipo. Titolo azzeccatissimo, che ricorda un romanzo di successo, ma che in realtà nasconde la vita avventurosa del grande Gipo Viani. Certo, ai ragazzini che seguono il calcio artefatto dei nostri tristi anni Duemila - che a me interessa zero, dico la verità - è un nome che non dirà niente, ché non si faceva tatuaggi e non si scopava le veline, ma era soltanto uno capace di lavorare sodo.

Facchinetti ripercorre l’epopea di un calciatore di buon mestiere, ma soprattutto di un grande allenatore, inventore di nuove tattiche e schemi, vero e proprio punto di non ritorno tra il calcio del passato e quello degli anni Sessanta, dove sono cresciuto anch’io, prima modesto calciatore poi arbitro della vecchia Lega Semiprofessionisti. Viani si racconta, come in un'immaginaria intervista, come se stesse scrivendo brani di diario della sua vita, tracciando brandelli di un’esistenza che attraversa tutto il calcio italiano degli anni Sessanta. Un libro che fa tornare alla memoria nomi troppo amati da un bambino che collezionava figurine Panini e che ci giocava nel tinello componendo formazioni e inventando immaginarie partite: Rocco, Rivera, Janich, Brera, Pascutti, Carniglia, Nicolè, Pelé... e poi si parla del Milan, del Bologna, della Nazionale, della coppa dei Campioni dei tempi in cui si fremeva nell’attesa di vedere la partita televisiva del mercoledì. Insomma, La versione di Gipo è un libro che profuma di tempo perduto per noi che siamo nati negli anni Sessanta (io nell'anno zero!), che fa commuovere mentre pensiamo a quanto eravamo ingenui e a quanto fosse genuino il calcio d'allora. Tornare indietro è impossibile, quel bambino non può riprendere la pallina del calcio balilla per giocare partite sulle mattonelle, immaginando Peirò centravanti dell’Inter e Pizzaballa portiere del Verona. Ma leggere questo libro ci fa star bene. E tanto basta.

Mostra altro

Un tuffo nel passato

20 Marzo 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Quando da piccola la mia mamma mi metteva tra le mani un libro – per “leggere come lei”, malgrado fossi ancora troppo piccola per farlo – non aveva idea di ciò che la lettura sarebbe divenuta per me. Non sapevo ancora cosa quegli scarabocchi scuri significassero, badate bene, ma quel testo tra le mani mi dava sicurezza. Mettendolo al contrario, lo sfogliavo, percependo già il fascino nascosto e un po’ misterioso delle pagine ingiallite dal tempo e rovinate dall’uso. Guardavo, scandagliavo con attenzione. Cercavo di fare come lei, sfogliando ogni pagina con calma e cura maniacale e focalizzando la mia attenzione su dettagli che, di fatto, non ero in grado di percepire. Con ossessione. Con passione. Quando poi ho imparato a leggere, ho volto la mia attenzione verso la sua immensa libreria, e da lì è iniziato tutto.

La cosa bella è che ancor oggi sento un immenso amore per i libri antichi, quelli che hanno una storia, un passato, qualcosa da raccontare che sia di cornice a quella che è la vicenda narrata vera e propria. Ogni pieghetta e sottolineatura è un ornamento, un decoro. Ogni foglietto dimenticato – magari tra il capitolo 7 e l’8 – è una storia dentro la storia. Amo l’odore di vecchio che impregna le pagine, quell’odore che sa un po’ di muffa e un po’ di polvere. È diverso da quello dei libri nuovi, di quelli che se li metti sotto il naso senti la fragranza dell’inchiostro e di fogli vergini su cui tu per primo imprimerai la vita, la tua vita.

Ho letto di tutto, prendendo avidamente dalla sua collezione ogni testo che pensavo potesse darmi sollievo.

Ho letto Stephen King – che poi si è impossessato del mio cuore, rimanendo impresso come un tatuaggio –, ma anche Mary Higgins Clark, Ken Follett, Jeffery Deaver e molti altri. Amavo il thriller e il risvolto macabro già allora, quando per spaventarmi bastava uno spiffero e una finestra ballerina. Ho letto qualche romanzo rosa, all’epoca, ma poco capivo dell’amore e delle sue sfumature… Preferivo quelle del terrore, più comprensibili e a portata di mano.

Amavo stare sveglia – gli occhietti aperti, spalancati verso la porta e quel tremore alle mani che non andava via nemmeno con la camomilla della mamma –, in preda all’agitazione, malgrado non lo potessi ammettere nemmeno a me stessa. La sensazione di rendere un libro tanto vivo nella realtà da permettergli di condizionare la mia mente era la forma di legame più forte cui potessi dare luce. Bambina paurosa e un po’ chiusa, facevo di quegli incubi impressi su carta ragione di vita o di morte. Mi ci avvolgevo completamente; davo il cuore e l’anima.

Poi i miei interessi si sono differenziati e ho ampliato le mie letture. Ora leggo di tutto, insomma, ma allora, in quei giorni lontani nel tempo e nello spazio, quello che cercavo era proprio il brivido. Il brivido di non poter chiudere gli occhi; il brivido di sentire rumori e sussurri e rintocchi; il brivido di fare della fantasia realtà.

Le mie letture giovanili mi sono tornate in mente nei giorni scorsi.

Ho scovato, recentemente, una vecchia libreria e l’ho eletta a paese dei balocchi. Mentre rivolgevo il mio sguardo un po’ qua e un po’ là, mi sono imbattuta in un’enciclopedia. La biblioteca del brivido. Ho letto qualche titolo, qualche autore. Poi mi sono fermata.

Mary Higgins Clark, Nella notte un grido.

Mi sono ricordata de La culla vuota e del brivido che mi aveva percorso la schiena all’ultima pagina. Avevo sì e no dieci anni. Rimasi sveglia per qualche giorno, dopo averlo letto, impaurita e condizionata da quella trama forte, da quei personaggi enigmatici. Da quel mistero che sapeva di abominio.

Allora l’ho comprato.

L’ho letto con avidità e con interesse, quasi fossi tornata quella bambina che, a lume di un’abat-jour della Disney e avvolta dalle coperte degli Aristogatti, trovava i meandri della terra e ci si immergeva.

La bella protagonista, Jenny, è una donna che va avanti, nonostante tutto… nonostante due figlie, nonostante i problemi economici pressanti e nonostante un lavoro dove non viene valorizzata. Ogni sera torna a casa e non ha tempo di essere felice, di godersi i migliori anni della sua vita. Quando il bell’Erich, pittore di spicco schifosamente ricco, inizia a farle la corte, a lei non sembra nemmeno vero.

Ho affrontato, durante la lettura, le sue stesse paure e i suoi stessi dubbi. Ho amato quel bell’artista tenebroso, voglioso di sicurezza e tranquillità. Così come Jenny, ho avuto pena per lui, per la sua incapacità di lasciare indietro la morte e il passato. Poi ho avuto, proprio come lei, paura. Sono stata confusa, stranita.

Dimentica di ciò che la Higgins Clark era capace di provocare, mi sono donata alle sue parole.

Un tuffo nel passato, un salto nel vuoto.

Sono rimasta sveglia a lungo, dopo la parola fine.

Alla luce di un’abat-jour viola, da adulta, in un letto matrimoniale grigio-pallido sito in una camera sobria in legno chiaro, mi sono sentita un po’ come allora.

Poi mi sono girata, ho spento la luce e ho dormito. No, il passato è solo passato.

 

Mostra altro

Sergio Toppi, "Sharaz-De le mille e una notte"

19 Marzo 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #vignette e illustrazioni

 

 

 

Sergio Toppi

Sharaz-De Le mille e una notte

NPE – euro 29,90 – pag. 255

 

Sergio Toppi (1932 - 2012) è uno dei grandi nomi del fumetto italiano degli anni Sessanta e Settanta - quando era un genere vitale e popolare non roba d’elite come adesso - uno che può stare alla pari con Hugo Pratt, Dino Battaglia, Milo Manara e Guido Crepax. Eppure molti se ne sono dimenticati, come capita spesso a grandi autori che hanno rappresentato il fulcro della nostra letteratura per immagini. Non io, cresciuto a pane e fumetti, senza per questo disdegnare i classici e i romanzi contemporanei, frutto come sono di una sana educazione postmoderna.

Toppi aveva il vantaggio di scrivere per il Corriere dei Ragazzi, per riviste considerate educative, rifaceva a fumetti i racconti di Buzzati, le Mille e una notte, scriveva racconti storici insieme a Mino Milani… Mio padre era un suo fan sfegatato, diceva che era un disegnatore che si rifaceva alla vecchia scuola del fumetto americano. A mio parere non è così vero, con Toppi siamo dalle parti dell’espressionismo tedesco e del realismo magico sudamericano. Toppi - per fortuna - non è stato dimenticato neppure da un piccolo editore colto e capace come Nicola Pesce, che dopo aver riscoperto Dino Battaglia prosegue nella sua opera meritoria di ristampare grandi opere del fumetto italiano. Il primo volume della collana Toppi è Sharaz-De, un modo agevole per avvicinare i ragazzi alla complessa lettura de Le mille e una notte, sceneggiate per immagini con estrema cura e con una ricerca linguistica certosina.

Il libro di NPE è stupendo, grande formato, rilegato, molte pagine a colori, dipinte ad acquarello, tanti originali in bianco e nero, schizzate con il tratto inconfondibile dell’artista milanese, stilizzato e nervoso, a base di chiaroscuri. Ottimi apparati critici, con una dotta introduzione di Matteo Stefanelli e un’intervista che Toppi ha rilasciato a Mariangela Rado, l’8 marzo del 2010, due anni prima di morire. Il nostro premio Yellow Kid 1975 fa sfoggio di modestia, dice di non ritenersi un maestro e di aver cominciato a disegnare fumetti per necessità, imitando modelli di autori più esperti.

La collana dedicata a Toppi andrà avanti con Blues, Bestiario, Naugatuck 1757, Chapungo, Ogoniok, Il dossier kokombo, Il Dio minatore, Krull, Il Collezionista, Colt Frontier, Tanka, Warramunga, La leggenda di Potosi, Sic Transit Gloria Mundi… l’archivio di cui dispongono gli eredi è sterminato. Per fortuna recuperabile, perché in certi casi non si riescono a ristampare vecchi fumetti per un problema di diritti, come nel caso dei fumetti Bianconi, dove ci sarebbe del buono da recuperare.

Lasciatemi dire che i grandi editori hanno abdicato al loro compito istituzionale di fare cultura e che per fortuna esistono piccole e dinamiche realtà come la Nicola Pesce Editore. Se così non fosse, saremmo nelle mani di chi sforna prodotti commerciali, li presenta al Premio Strega per allargare la platea dei possibili fruitori, spacciando per arte dei patetici quanto sterili virtuosismi.

Mostra altro

Claudia Muscolino, "A casa per Natale

18 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #racconto

 

 

A casa per Natale

e racconti per tutto l’anno

Claudia Muscolino

 

Porto Seguro Editore, 2016

pp 113

12,90

 

Per costruire un buon racconto breve, a mio avviso, occorrono quattro elementi: un’idea originale, un’atmosfera particolare, un linguaggio non banale e uno sviluppo da un punto di partenza fino ad un punto di arrivo.

Claudia Muscolino ci presenta la sua raccolta di racconti, A casa per Natale. La prima parte è ambientata nelle immediate vicinanze del Natale, la seconda, come indica il sottotitolo, in altri momenti dell’anno. Ma qui forse manca qualcosa, non tutti i racconti soddisfano i suddetti elementi, manca una sorpresa finale, un capovolgimento della prospettiva. Insomma, queste novelle lasciano poco dietro di sé, non impattano e non segnano.

Alcune storie sono molto reali, altre al limite del fiabesco e del gotico. I racconti che hanno come fulcro il Natale si basano sul contrasto fra il clima festivo e le tempeste interiori, i problematici rapporti interpersonali di famiglie riunite a forza e per convenienza.

Le protagoniste sono quasi sempre donne – ma anche qualche uomo - streghe, sensitive, assassine, omosessuali, ma pure persone comuni alle prese coi problemi di tutti i giorni, con difficili rapporti domestici, con sorelle, madri e nonne livorose e rancorose. Le loro storie, però, sono spunti, idee che abortiscono senza dare il senso della profondità, del percorso e dell’evoluzione.

Lo stile è corretto e piano, grande spazio è dato al dialogo - che suona, però, un poco artificioso, non spontaneo – perché contano i personaggi più che gli accadimenti, contano le loro interazioni, i loro rapporti non facili. Come è scritto nella quarta di copertina, “ciò che si vede è solo la punta di un iceberg emotivo”.

Mostra altro

Umberto Bieco, "Alcune note su una non entità"

11 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #psicologia

 

 

 

Alcune note su una non entità

Umberto Bieco

 

Youcanprint, 2016

pp 234

15,00

 

Il Superato, protagonista del romanzo Alcune note su una non entità, si confronta col Superatore e ne esce perdente. Il superato non ha nome, è una non entità, lo immaginiamo fra i trenta e i quaranta, nullafacente, vivere ancora insieme ai genitori e sulle loro spalle. Sognatore, poeta, passa la vita a scrivere testi di canzoni in inglese e a rimuginare su se stesso, autoanalizzandosi senza pietà e giudicando il mondo in modo solipsistico, un mondo che gli appare sbagliato e poco attraente.

È immaturo, presumibilmente affetto da ansia sociale, o, almeno, ne ha tutti i sintomi, condizione che purtroppo conosco bene per doverla vivere ogni giorno sulla mia pelle. In pratica è uno che guarda la vita da fuori, la vede scorrere come un fiume nel quale vorrebbe entrare senza mai avere il coraggio di saltarci dentro. È una parodia del giovane favoloso, di un Leopardi ingobbito, pronto a scrivere versi per la fanciulla di turno capace di catalizzare il suo sguardo e infiammare la sua mente.

 

“Si confermava come una di quelle persone perse negli anfratti sotterranei della non esistenza, mentre i vivi passavano sopra. Come quasi ogni altro, concentrato su se stesso, ignorava la fitta popolazione di quei luoghi. I suoi simili”. (pag 19)

 

Gli Altri – chiamarli amici sarebbe eccessivo – stanno all'esterno e vivono, lui li guarda mentre giocano, studiano, si sposano, procreano, guadagnano una posizione e una carriera. Lui rimane sempre fermo al palo, impaurito, impigrito. E la scrittura è solo un altro alibi per rimandare il processo di maturazione.

In più, è un erotomane sessuofobico, laddove i due termini sembrerebbero in contraddizione senza esserlo. È enormemente attratto dal sesso e dall’amore, ma non riesce a mettere in pratica le sue fantasie, vuoi per la solita ansia da prestazione, vuoi per un disgusto che subentra a punirlo e distoglierlo dall’obiettivo. S’innamora di alcune ragazze, le spia, le segue, instaura con loro un rapporto virtuale o telefonico, scrive su di loro pagine e pagine di diario, ma non riesce mai a concludere, per timidezza, per paura e per ripugnanza. Il sesso lo spaventa, gli appare come uno svilimento dell’ideale, del romantico, del trascendente. Le ragazze passano dal ruolo di muse angelicate a mero oggetto di masturbazione colpevole.

La storia si muove avanti e indietro nel tempo, recuperando episodi remoti per analizzarli senza compassione. È il “movimento di una stasi”, sono le increspature di un tempo che scorre inesorabile lasciando tutto com’era, eppure spostando comunque ogni cosa in avanti. Il mondo intorno muta e lui rimane bloccato nelle stesse tossiche elucubrazioni sulla propria inconcludenza, sull’incapacità di provare sentimenti autentici, sulla struttura nevrotica del proprio io.

Sogni, libri, film, saggi, recensioni, scrittori e registi vengono sbeffeggiati ma anche analizzati con intelligenza, i nomi sono camuffati ma riconoscibilissimi, come lo stesso divertente pseudonimo dell’autore, Umberto Bieco, che non dà alcuna informazione su di sé.

Che cosa distingue questo ennesimo tentativo di diario trasformato in romanzo di (de)formazione - in “nevroromanzo”, come l’autore stesso lo definisce - dal mero onanismo su carta? Cosa, in parole povere, mi fa leggere volentieri questa storia non originale? Non lo so, forse il modo in cui è scritta, personale, intessuto di allitterazioni ritmiche, intellettuale ma non noioso; forse l’ironia crudele che diventa, insieme, pietà, schifo e sarcasmo verso se stesso; forse quel mescolare generi, dai testi di canzoni, ai saggi letterari e cinematografici, a libri e, soprattutto, film che conosco e prediligo; forse è perché anch’io amo la lingua inglese; o, forse, è solo perché personalmente mi ritrovo nella descrizione dell’ansia sociale e dell’introversione spinta fino all’asocialità. Eh, già, quanto sarebbe bello non “doversi capire e ricreare in continuazione” ma semplicemente esistere.

 

“Era molto più semplice continuare a lasciarsi morire che vivere. E allo stesso tempo non si rassegnava ciò.” (pag 118)

 

Mostra altro

Niko Parente, "Ciak, si spara"

10 Marzo 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

 

 

 

Nico Parente

Ciak, si spara

euro 9,90 – pag.160

NPE – edizioninpe.it

 

Nico Parente è un saggista cinematografico che conosco molto bene per aver pubblicato - con Il Foglio Letterario - L’esorcista e Mare blu morte bianca, due opere agili e informative, la prima sul famoso film di William Friedkin, la seconda sul fenomeno del cinema degli squali, apocrifi italiani compresi. Non solo. Parente è stato indispensabile anche per completare la corposa Storia del Cinema Horror Italiano in cinque volumi, perché il suo contributo alla parte sui giovani cineasti italiani (quinto volume) è fondamentale. Adesso lo scopro alla corte di Nicola Pesce, giovane e valente editore che fa cose egregie nel campo del fumetto (Jacovitti, Battaglia, Matteucci e chi più ne ha più ne metta) ma che non conoscevo come cultore di cinema.

La prefazione è niente meno che del mio amico perduto Fabio Giovannini - perduto nel senso proustiano del termine, sono anni che non lo vedo e che non lo sento - vero esperto del cinema italiano (e non solo!), un autore dal quale tutti noi piccoli autori abbiamo imparato qualcosa. Il libro parte in quarta con la materia viva, da Romanzo criminale a Gomorra e Suburra, analizzando – come dice il sottotitolo - il crimine italiano sul grande e piccolo schermo. Vi confesso di non nutrire alcuna passione per Gomorra (il pessimo non romanzo di Saviano o la serie televisiva di Garrone non fa differenza), ancor meno per il pasticciato Suburra, ma di amare visceralmente il cinema di Caligari e il suo canto del cigno Non essere cattivo. Purtroppo Parente non ne parla, ma mi consolo con la Uno Bianca di Michele Soavi, passato in TV ai tempi dei veri sceneggiati, di cui sono stato un fan sfegatato.

In ogni caso Parente ci conferma che i generi - come ai tempi del noir alla di Leo e del poliziottesco - siano cinematografici, politici o letterari - possono aiutare a riflettere sulla politica, sulla realtà, sulle condizioni sociali di un’epoca. E anche se in merito a Gomorra chi scrive ha un pensiero diametralmente opposto a quello di Parente, ritengo utile una pubblicazione che affronta temi e problemi messi in evidenza da Uno Bianca, Romanzo Criminale (film e serie), Gomorra (idem), Vallanzasca, Faccia d’angelo e Suburra.

Edizione spartana, con il merito di un costo abbordabile, a imitazione Newton & Compton (mica c’è niente di male), molte foto in bianco e nero, un’intervista finale a Stefano Sollima. Un libro commerciale, visti i tempi, ma corretto. (Gordiano Lupi)

Mostra altro

Massimiliano Massa, "La guerra degli Elohim"

9 Marzo 2017 , Scritto da Simone Giusti Con tag #simone giusti, #recensioni, #fantasy

 

 

LA GUERRA DEGLI ELOHIM

Massimiliano Massa

(400 pagine, Amazon. E-book a 0,99; Cartaceo a 15,49)

 

Io ho detto: «Voi siete Elohim, siete tutti figli dell’Altissimo». Eppure morirete come ogni uomo, cadrete come tutti i potenti. (Salmi 82:6/7)

 

John Miller è un giornalista newyorkese di basso profilo. Passa le sue giornate occupandosi di servizi scadenti per la tv d’intrattenimento. La sua vita cambia di colpo non appena un tizio che neanche conosce gli chiede di poter rilasciare un’intervista molto particolare. Il tizio è un professore ed è in possesso di un video del KGB con rivelazioni scottanti.

La guerra degli Elohim parte come un thriller con tutte le carte in regola per trasformare la lettura in un’avventura intricatissima fra vecchi segreti della Guerra Fredda e realtà celate dietro il sipario di un complotto internazionale. Eppure dietro il thriller spionistico si nasconde un romanzo che affonda la sua ricerca fino all’origine dell’uomo.

La guerra degli Elohim è un romanzo con tantissimi strati di lettura. È un’avventura thriller-fantasy-fantascientifica, ma è anche uno sprone per porsi domande e iniziare a indagare, ed è ancora di più, è un passo per renderci consapevoli del Velo di Maya attraverso cui siamo abituati a filtrare la realtà. Insieme a John Miller avremo la possibilità di vivere un’avventura memorabile, ma non solo, di vivere un’avventura che ci cambierà così nel profondo da migliorare il mondo in cui viviamo.

Cambia te stesso e cambierai il mondo. Ma per farlo dovrai prima capire.

Questo è il messaggio del romanzo. Un messaggio cucito in una trama formidabile e in un intreccio da grandioso film d’azione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mostra altro

Vincenzo d'Alessio, "Immagine convessa"

8 Marzo 2017 , Scritto da Angela Caccia Con tag #angela caccia, #recensioni, #poesia

 

 

Conosco l’autore e ho aperto questo libro, Immagine convessa – Fara Editore 2017, conscia di trovare all’interno, oltre alla poesia, il sapore del grande romanzo: quel tutto organico che restituisce una precisa atmosfera da cui, tu lettore, non ti divincoli tanto è solida e ben costruita. Un buon libro di poesie - e questo è un libro di poesie - è come entrare in una casa che ha una sua precisa identità: ne percepisci i profumi, le ombre tenaci e quelle più docili alla luce variabile del giorno, gli angoli già carichi di storia, quelli con pareti pastello pronti a darti il benvenuto e altre dove fanno da protagoniste tende immobili statuarie e, dietro, una finestra che da tempo non si apre più. Un buon libro di poesie ha in sé l’invito ad entrare nello spazio esistenziale di chi l’ha scritto, di chi ha saputo raccogliere nell’unico linguaggio che gli è più consono, i suoi silenzi.

Titolo e copertina - che rappresenta la foto del figlio dell’autore, Antonio, morto giovane e bello -, sono un tutt’uno: l’uno spiega l’altra e viceversa. Non penso esista un genitore che vorrebbe sopravvivere alla morte di un figlio: con lui - il figlio - si spegne il mondo di chi, come un genitore appunto, lo ha amato visceralmente ed ha intrecciato nel bene e nel male la propria vita alla sua; di chi, ora, non sa più che farsene della propria vita così sprogrammata e, per sempre, disarticolata da tanto dolore. A meno che - a meno che … - non si raggiunga un compromesso e, quindi, una sorta di possibile convivenza con una sofferenza accesa sempre, ma che ora si lascia centellinare. Vela ancora gli occhi e ancora deforma l’immagine: ogni immagine, che torna convessa verso l’alto come un calice colmo di tanta appassionata umanità: chiavi di un regno, mappa di tanti orizzonti.

Da pag. 79 (meravigliosa!)

 

Posso dirti che non mi piace

vederti seduto ad aspettarmi

tra lapidi bianche al cimitero

meglio è sentirti con me

immergere gli occhi nel cielo

limpido delle terre verdi

dove siamo nati, Antonio

concerto di mare verso le sabbie

dorate di Camerota i frulli

salmastri del rosmarino nel vento

ci insegue mordendo i capelli

vieni, i fratelli vicini, mia moglie

ti guarda, quasi spia, la tua dolcezza

che piace a Dio.

 

Da pag 75

 

Ti hanno vestito con l’abito

buono, sorridevi baciato

dal tuo amore per la vita

le lunga dita ancora in fiore

come le corde del contrabbasso

 

Sei bello per sempre di fronte

all’eterno cuore leggero

del tuo sogno: si muore

dormendo dopo una lunga

notte d’amore.

 

In quanto esposto prima, la chiave di lettura del libro. Mi accosto ora ad altri argomenti, cari al nostro D’Alessio, precisando che ogni tema non è presentato - e affrontato - da nostalgico, ma da testimone, uno di quelli che teme l’adattamento a ciò che non va, la resa ad una memoria/automatismo senza la vividezza del ricordo; quel testimone, insomma, che non ha fatto il callo a ciò che non va e lo denuncia ancora una volta. Ecco che il verso è una sorta di memento lasciato al vento perché almeno una folata raggiunga e allerti sempre il futuro.

Da pag. 76

 

Padre Bosco che sei

più in alto siano santificati

i tuoi faggi vengano

le tue sorgenti a rinnovare

le valli sia fatta la tua volontà

uccelli nel cielo fiori sulla terra

dacci sempre il tuo fresco quotidiano

perdona i nostri errori

non ci privare dei tuoi doni

ma rinnovali nell’eterno

delle tue stagioni: Amen!

 

Da pag. 77

 

Dove vanno i giovani del Sud

i loro cognomi sparsi

ai quattro venti, gli occhi

spiritati di colore, le mani

calde di lavoro? Sciamano

rondini anonime dal deserto

delle nostre terre

pugni stretti ai fianchi solchi

sulla fronte portano la dignità

dei sogni avuti al sole.

 

Il Nord del mondo è

tempesta d’odio e di serpenti.

Giovani del sud onore

mai smarrito.

 

C’è una dimensione che pregna l’intero libro ed è quella della preghiera. Non è tanto l’esplicita devozione a Dio, comunque molto presente nel Nostro, ma una sorta di condivisione e partecipazione alla Vita di sempre e di tutti, con le proprie umane e precarie capacità, da figlio e fratello - veri e propri legami di sangue da quell’umanità che stilla un dolorepersempre.

Pregare è pensare al senso della vita, citazione di Wittgenstein alla quale fa quasi da rifinitura quella di Martin Heidegger, pensare è ringraziare, come a dire che quando si iniziano a toccare certe profondità si incontrano tanti e tali cieli che il porgersi di un poeta ha sempre un sottofondo di gratitudine e pelle accapponata

 

Da Pag. 33

 

La notte è un groviglio di rovi

per gli occhi in preghiera

per mani mansuete al giaciglio

il sole arancio sulle terre

nel sacro velo del cielo

beata te rondine che torni

 

non sappiamo se figlia

madre sposa della passata

stagione il tuo volo non muore

il nostro cade nel rantolo

antico delle ore.

 

Da pag. 97

 

Signore, posso chiederti dove

comincia il cielo dei poveri?

L’acqua del loro pianto è

polvere nel fuoco delle armi

il sangue dei figli è rosa

del deserto, puoi sentire

per amore della tua carne

queste grida?

 

E termino la mia riflessione che, come altre precedenti, non nasconde un pensiero affettuoso e di stima verso questo Poeta - in privato gli ho scritto che avrei voluto essere io l’autore del suo libro - col finale di una poesia di Paul Celan che ben si adatta a condensare il sapore lasciato dalla lettura

 

fanno restare senza fiato, oggi,

le mani giunte.

 

 

Angela Caccia

Mostra altro

Un mucchio di ossa per ritrovare l’equilibrio

6 Marzo 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Per un’inguaribile abitudinaria come me, i cambiamenti – sintomo, ahimè, del tempo che passa – sono fonte di terrore e di ansia. Malgrado mi renda conto che uscire dalla propria zona di comfort sia utile – come dicono gli specialisti? – a sentirsi vivi, io sto bene quando le cose sono stabili. Con una tazza di cioccolata bianca tra le gambe, una copertina in pile sulle ginocchia – la stessa da sempre –, il cane che sonnecchia ai miei piedi e un buon libro. Ecco perché mi capita, talvolta, di sentirmi indietro… rispetto a tutto. Capita mai anche a voi di aver voglia di fermare il tempo? Sì, quando tutto va veloce e non si riesce a dominare lo scorrere dei minuti, delle ore, dei giorni. Quando mi capita, be’, io leggo Mucchio d’ossa di Stephen King. È una storia un po’ d’amore e un po’ di morte – e chi mi conosce capirà perché mi piace così tanto – ma non è tanto la trama a rendermi così tranquilla, così certa che tutto andrà bene, mentre lo stringo tra le mani. Sarà che l’ho letto per la prima volta a dodici anni – quando l’unico cruccio era arrivare preparati all’interrogazione di storia – o sarà che King ha su di me lo stesso effetto che hanno le coccole nel collo sul mio cane, fatto sta che non saprei spiegare quel misto di dolce quiete che mi investe quando leggo di Mike Noonan e della sua bella, defunta Jo. Lui viene assalito, con la stessa potenza di un treno in corsa, dal senso di perdita. La ama alla follia, e di follia quasi muore quando la vede in sogno. Se c’è una cosa che è irreversibile, questa è certo la morte. Alla morte non si può trovare una ragione, una spiegazione. Quando qualcuno che amiamo muore, non ci resta che farcene una ragione… ed è proprio ciò che prova a fare Mike. Afflitto da un terribile blocco dello scrittore, si trasferisce nella casa del lago. Un’imponente dimora vecchio stile che domina uno specchio d’acqua salmastra: ecco dove lo scrittore dal cuore rotto cerca la pace. Ma qui c’è un segreto. Con la sua classica vena horror, King ci trasporta in un mondo che sa di presenze e di sussurri, di nomi sputati fuori dalle viscere della terra e di alberi che hanno un’aura strana. Di una casa che pare voler ingoiare chi c’è dentro. Di una maledizione che va avanti da anni e che pare non voler risparmiare nessuno. La morte aleggia, circonda tutto e minaccia tutto, fino a farci sentire la gola chiusa e il respiro mozzato. Vorremmo correre ma le nostre gambe, rese ferme dall’immaginazione che non può sfogarsi in modo totale, sono anch’esse fredde e rigide e cadaveriche. Alla fine crederemo più nell’amore, certo, ma anche nell’odio. Nella cattiveria. Nella estrema capacità dell’uomo di produrre male, di produrre abominio. E quella casa nel lago, triste testimone di un fatto aberrante, tornerà e tornerà e tornerà nei nostri pensieri.

Più volte mi sono ritrovata a parlare di questo libro con chi, come me, l’aveva letto. Ho notato, con rammarico, di essere la sola a trovarci tutto questo. Sì, è bello, come ogni capolavoro firmato S. K., ma nessuno vede tra quelle righe tutti i significati che io sono stata capace di fare miei. Nessuno lo legge per trovare se stesso. Nessuno ci basa la propria salvezza mentale.

Be’, avete presente il detto: “Il primo amore non si scorda mai”?

Mucchio d’ossa è il mio primo amore.

Chiudo con un passo del romanzo, un significativo passo che quasi ricordo a memoria:

“Seduto dalla sua parte del letto, reggendo in mano la sua polverosa edizione tascabile di La luna e sei soldi, piansi. Credo che fosse la sorpresa non meno del cordoglio; nonostante la salma che avevo visto e identificato su un monitor ad alta risoluzione, nonostante il funerale e Blessed Assurance cantata da Pete Breedlove con un’acuta e dolce voce tenorile, nonostante la funzione al cimitero con le sue ceneri alle ceneri e polvere alla polvere, in fondo io non ci avevo creduto. Quel paperback della Penguin suppliva a quello che la grande cassa grigia non era stata capace di fare: mi diceva senza mezzi termini che era morta.

Buffo ometto, disse Strickland.

Mi distesi sul nostro letto, incrociai gli avambracci sul volto e piansi tanto da assopirmi come capita ai bambini quando sono infelici. Feci un sogno orribile. In esso mi svegliavo, vedevo il tascabile di La luna e sei soldi ancora sul copriletto accanto a me e decidevo di rimetterlo sotto il letto dove l’avevo trovato. Sapete come sono confusi i sogni, dove la logica è come orologi di Dalì divenuti così flaccidi da poterli appendere come stracci ai rami degli alberi. Rinfilai la carta da gioco tra le pagine 102 e 103, a un giro d’indice da Buffo ometto, disse Strickland ora e per sempre, e mi girai sul fianco sporgendomi con la testa oltre la sponda del letto con l’intenzione di riporre il libro precisamente dove l’avevo trovato. Là sotto, tra i riccioli di polvere, era sdraiata Jo. Un lembo di ragnatela che pendeva dal fondo del materasso a molle le accarezzava la guancia come una piuma. I suoi capelli rossi erano opachi, ma i suoi occhi erano scuri e vigili e feroci nel bianco del viso. E quando parlò, capii subito che la morte l’aveva fatta impazzire.

«Dammelo» sibilò, «è il mio acchiappa polvere.»

Me lo strappò dalla mano prima che potessi offriglielo. Per un momento le nostre dita si toccarono e le sue erano fredde come ramoscelli dopo una gelata. Aprì il libro al segno, lasciando svolazzare fuori la carta da gioco, e si sistemò Somerset Maugham sul volto: un sudario di parole. Quando si incrociò le mani sul petto ridiventando immobile, mi accorsi che indossava il vestito blu con cui l’avevo seppellita. Era uscita dalla sua tomba per nascondersi sotto il nostro letto.”

Mostra altro

Vincenzo Trama, "Se fossi postumo sarei (Ba)ricco"

1 Marzo 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #recensioni, #editoria, #gordiano lupi

 

 

Vincenzo Trama

Se fossi postumo sarei (Ba)ricco

Edizioni Il Foglio - Pag. 165 - Euro 12

www.ilfoglioletterario.it

 

Un libro geniale sin dal titolo. Un atto d’accusa in forma di romanzo. Un’invettiva ironica e sarcastica scagliata in faccia a un mondo editoriale ormai alla frutta. Chi sono gli autori italiani che vendono? Si chiede il protagonista, uno sfigatissimo scrittore inedito, supportato dalla fumettistica spalla Mombu, lui, invece, edito ma incazzatissimo. Volo, Moccia, Gramellini, (Dio ce ne scampi e liberi dai suoi incubi, altro che bei sogni!), ogni tanto una Melissa P., a volte uno Scarpa che vince lo Strega con un libro del cazzo (Stabat mater!), uno sceneggiatore che fa i riassunti, un nano, un elfo, una ballerina, la fidanzata d’un calciatore, la bella figa di turno e via di questo passo. Non va meglio con gli stranieri, a suon di Ken Follet e di gialli svedesi, stile Ikea - Iperborea.

Leggo Trama e rido come un matto quando scrive che in Italia tutti scrivono gialli, da Camilleri a Vitali, passando per Lucarelli e Malvaldi, non solo, tutti vogliono imparare a scrivere gialli, come se fosse la cosa più importante del mondo, la sola cosa da fare in questo preciso momento storico. E qualche scrittore tipo Roversi - Trama non fa nomi ma li faccio io - si crede figo perché ha inventato il noir milanese. E Scerbanenco, povero illuso? E Fernando di Leo che faceva cinema polar pescando a piene mani dalle storie di uno degli autori meno considerati della letteratura (sì, lo era, caro critico del cazzo che storci la bocca!) italiana?

Trama ne ha per tutti, anche per le fiere del libro, da Chiari dove alberga la tristezza d’un paese affogato nella depressione padana, a Pisa e Torino, fiere a base di vanità e lustrini per autori ormai stremati in attesa di esalare l’ultimo respiro.

Sì, lo so che Giulio Mozzi direbbe: “Caro Gordiano Lupi, un romanzo che parla di uno scrittore non sa di niente, tanto tanto lo può scrivere John Fante, mica Vincenzo Trama. E poi non si è mai visto un editore che scrive la recensione al libro di un suo autore. Non è credibile”. Aspetta Primavera, Giulio! Aspettala, che io intanto fo’ come mi pare. E proprio perché in vita mia non ho mai scritto una recensione a un mio autore, credo che questa sia parecchio credibile. Punto primo perché non è una recensione ma un racconto incazzato, di quelli che non piacciono a te perché non puzzano abbastanza. Punto secondo, perché penso che questo sia un libro utile e che in parecchi dovrebbero leggerlo, facendosi delle domande, ponendosi dei dubbi. Magari un giorno immagino un lettore che prende tutte le cazzate di Moccia, Volo, Baricco, Gramellini, Serra (roba tipo Gli sdraiati, cazzo! Un libro inutile, deleterio, da macero) e ci fa un enorme falò sul terrazzo di casa propria. Immagino quel lettore depresso risorgere dal sonno di una ragione che ormai ha generato il suo mostro, brandire una copia di Se fossi postumo sarei (Ba)ricco stile lancia metaforica contro l’ingiustizia del mondo. E vedo in lontananza Mombu danzare un rito magico, resuscitare l’anima di Brizzi ai tempi in cui scriveva Jack Frusciante, Bastogne e i ragazzi immaginari, scorgo Bianciardi volare da tremendo fantasma vendicatore, intravedo Pavese e Cassola prendere per mano Pasolini e ribellarsi contro la merda che ci circonda. Perché, come disse Bombolo in un famoso film con Tomas Milian, anche se condita con il parmigiano, sempre merda resta! E questo è lo stato dell’editoria italiana oggi, della pseudo letteratura che ci fagocita, commercialmente parlando.

Bravo Trama. Invidio il tuo giovanile furore, ché hai giusto l’età di quando scrissi Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura. Posso morire felice, perché so di avere se non proprio un erede - ché da ereditare c’è poco - almeno un collega di merende sotto forma di salutari incazzature. Poi, Giulio, si fa per ride’- come diceva Benigni, quello vero, non il sosia bonaccione che ha preso il suo posto e vota Renzi - lo sappiamo anche noi che i problemi sono altri. Ma, pensaci bene, vedrai che te ne rendi conto anche te, se solo per un istante abbandoni l’ultimo racconto di Carver, quello che narra la triste vicenda di un cuoco dell’Oregon che puzza di frittura di pesce, che una letteratura del niente è la cartina di tornasole per scoprire la nostra povera Italia del niente.

 

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

 

Mostra altro
<< < 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 20 30 > >>