Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Post con #recensioni tag

Tre volte te, il terzo capitolo di Babi e Step

14 Maggio 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Ci siamo innamorate di Step quando aveva il fascino del ribelle, del forte, del picchiatore. Quando era un po’ delinquente e un po’ scansafatiche. Quando passava le mattine a dormire e la notte a bere e a combinare guai. Ero ragazzina, ma il libro e il film fecero scalpore, cambiarono quella che era l’idea dell’amore per gli adolescenti. Era tenebroso quanto bastava per lasciare un alone di mistero, Step, ma il suo cuore non era impenetrabile. Io ho odiato Babi fin dal primo istante, però. Era snob e un po’ noiosetta, con quella sua mania di perfezione e quell’aria da ricca che traspariva da ogni sua frase.

In più di un’occasione mi ritrovai a pensare che no, non lo approvavo affatto questo amore – un amore dove lei scappava sempre – salvo poi innamorarmi anch’io dell’idea dell’amore che questo film promuoveva: malgrado le differenze ci si può innamorare follemente, senza respiro. La scritta sul ponte, le rose, la casa abbandonata in riva al mare… chi di noi non si è addormentato, a quindici anni, sognando tutto questo? Chi non ha immaginato un finale da favola?

Ricordo di aver letto il finale del libro con un nodo alla gola. Un amore che pareva non dover terminare mai, che sembrava più saldo di qualunque altra cosa nell’universo, che dava l’impressione di essere vero e puro e infinito… be’, terminò lo stesso. Lasciando l’amaro in bocca. E lei con un altro, e lui che soffriva.

Poi, con Ho voglia di te le cose sono mutate: lui è più grande. La ama ancora ma è stato fuori per tanto, troppo tempo. Si sa, il tempo lenisce i dolori. Un po’ è cambiato. Ha imparato a svegliarsi al mattino, a lavorare. Sa cosa vuole e si muove per averlo. Non è più un violento che passa le notti nei locali.

Tre volte te è il terzo capitolo, il capitolo conclusivo.

Se nel precedente la nostra mente si è dovuta abituare a uno Step più grande di due anni, più maturo, ora deve proprio impegnarsi: non pare rimasto nulla del primo Step, quello dei giubbotti in pelle, del tatuaggio e dello sguardo da duro. Oltre a essere cresciuto, è tollerante e dolce con chi incontra. Le vicissitudini della vita lo hanno portato a togliere quella corazza che faticosamente si era costruito da ragazzo, quella stessa corazza che allora lo aveva salvato.

Ma a che punto siamo? Be’, con Gin le cose vanno a gonfie vele tanto che i fiori d’arancio si possono toccare con le dita. È sereno, finalmente e dopo tanto tempo. La ama. Ha chiuso con il passato. Una bella casa, un impiego che frutta in televisione. Cosa si può desiderare di più?

Babi, però, l’ha dimenticata? Il primo amore si scorda mai? E se ricomparisse, proprio in questo momento che lui è in pace con se stesso?

Devo dire che in questo libro Babi mi piace di più. È umana, sa che nella sua vita ha fatto tanti errori e ne soffre. Piange, si dispera, capisce. Era quasi una cosa impossibile, per quella che credevo avesse il cuore di pietra. Abituati a vederla attaccata all’agio, ai soldi, ora si rende conto di quanto sia inutile una vita passata a rincorrere l’apparenza.

Non sopporto Gin, in compenso. Malgrado sia quasi inevitabile provare empatia per lei a causa di quello che le accade, questo suo modo di avere sempre ciò che vuole quando lo vuole è frustrante. Fastidioso. Antipatico. Lei dice A e vuole che A si avveri, nessuno le ha mai spiegato che una decisione va presa in due. Lei decide che ci si deve sposare, e guai se Step non arriva con la proposta. Lei decide che un figlio è una cosa meravigliosa, e guai se Step si permette di dire il contrario. Una ragazzina viziata, insomma.

Il cambiamento di Step è grande, immenso. È grande. Quasi tutti lo chiamano Stefano. È un grande, nel suo lavoro, è amato e rispettato. È cresciuto, ma è possibile cambiare così? Un amore finito può svegliare una persona al punto di cambiare totalmente il proprio essere?

Per tutto il testo ci chiederemo come finirà. Babi o Gin? Razionalità o cuore? La ragazza che lo fece innamorare la prima volta, lei così bimba e donna, oppure il suo chiodo scaccia chiodo (perché purtroppo Gin mi è sempre sembrata questo)?

Una ha dimostrato già una volta di non accontentarsi dell’amore, l’altra non lo lascerebbe per nulla al mondo.

Senza svelarvi nulla, vi dico solo che sarà un finale strappalacrime. E, in un certo senso, tutti verranno accontentati.

Il divario con Tre Metri Sopra il Cielo è evidente, però è anche vero che si cambia, ci si trasforma. Si cresce. Questi tre libri parlano di un amore infinito, è vero, ma sono anche testimoni di quella che è la crescita di un ragazzo che diventa uomo. Di una donna che capisce ciò che vale nella vita.

Ora attendiamo il film. Sperando ci sia Scamarcio, ovviamente.

Mostra altro

Fiore di fulmine: la storia della Roggeri che odora di morte, di leggenda e di Sardegna

11 Maggio 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Siamo a Monte Narba, piccolo villaggio minerario, e corre l’anno 1899.

Luigia e Antonio hanno quattro figli, tre maschi e una femmina. I maschi sono molto diversi tra loro. C’è chi, più passionale ed estroverso, si lascia andare a manifestazioni d’affetto più marcate; chi, più grande e assennato, guarda le cose con razionalità e maturità; e ancora chi, introverso e ombroso, sta agli angoli, schivo e avvicinabile quanto un cane rabbioso. E poi c’è Nora, ultima della covata. Coccolata ma abituata a una vita fatta di dure rinunce, capisce il sapore della morte fin dalla tragedia che vede come protagonista – unico attore di uno spettacolo nel quale il sipario si chiude per sempre – il povero padre. Antonio è morto dentro la miniera, per colpa di un crollo, e Luigia non si dà pace, condannando a quello che è un lutto perpetuo i suoi figli. Ma Nora non perde quello che è il suo carattere. Arguta e brillante, coraggiosa e tenace, non cede a quelle che sono le spicce spiegazioni di una mamma devastata dal dolore; la sua marmorea convinzione che il padre sia nell’infinita distesa del cielo con gli angeli non si scalfisce nemmeno con le bieche parole di Luigia la quale, con un cinismo gelido e insensibile, le sbatte in faccia quella che è la sua realtà: il padre è morto inghiottito dalla terra della miniera. Avventata ma anche sognatrice, la bambina esplora e tocca con mano, complice un’irruenta curiosità, tutto ciò che risveglia la sua attenzione.

"Eppure la piccola Nora, se solo avesse potuto, non avrebbe esitato a calarsi in uno dei pozzi della miniera per scoprire quali tesori dovevano certamente celarsi sottoterra, o a salire in cima al picco più alto per vedere con i suoi occhi i confini del mondo."

Durante l’arrivo di una tempesta, Nora, incauta e impetuosa come solo lei sa essere, esce, portandosi dietro il maiale di casa e i suoi maialini.

Si trova non troppo vicino ma nemmeno troppo lontano da casa, quando la tragedia si consuma. Un fulmine colpisce quel corpo gioioso, lo alza con violenza inaudita e lo ridona alla fredda terra esanime. È gelida, Nora, e nel suo viso livido il pallore è un cupo presagio di morte. È il fratello a trovare quel corpicino inanimato, lo porta in braccio fino a casa ma le sue lacrime – e quelle della mamma Luigia, rotta in due da pianto e dolore al cuore – non la svegliano. Viene messa in una bara di legno, la piccola Nora, ed è pronta per il rituale del cenere alla cenere e polvere alla polvere. Ma poi qualcosa accade, qualcosa strappa quel germoglio dalla tristezza dell’aldilà per riadagiarla con dolcezza tra i vivi. Non è la stessa: è pallida e sempre un po’ fredda, più del normale, benché sia viva. Ha un’infiorescenza che si staglia nel suo corpo, un fiore di fulmine che le ricopre il lato sinistro del corpo, quello del cuore, dal collo alla caviglia. Il suo cuore batte, nelle sue vene scorre sangue. È comunque cambiata per sempre e alla sua famiglia tutto questo cambiamento appare chiaro come il sole in una sera che sa di tenebra.

 

«Sai che cosa penso?» continuò Teresa con occhi stretti.

«Cosa, Teresa?» domandò Luigia con un filo di voce.

«E se tua figlia fosse una di quelle che vedono i morti? Com’è che le chiamano?» Rimestò nei propri ricordi per alcuni istanti, poi schioccò le dita trionfante. «Ecco! Mia nonna le chiamava così: bidemortos», scandì con tutti i denti in bella mostra."

 

Nora è capace di vedere le persone che non ci sono più, le vede nitide come fossero composte di ossa e carne e sangue. Le vede ferme davanti al suo letto, prima di addormentarsi, una cupa riunione di anime il cui corpo giace decomposto sotto la nuda terra.

Cosa può esserne di lei in un villaggio dove un dono del genere mette paura anche a chi è dotato dello spirito più ardimentoso? La sua nuova dimora a quel punto diventa la Casa delle Figlie della Carità, un orfanotrofio per orfanelle sito a Cagliari.

La cosa che ama più di qualunque altra è il ricamo. Quando può perdersi tra stoffe e punti e disegni, il suo cuore trova pace, finalmente. Placa i pensieri, quella sua passione che fa sembrare le sue mani fatate, e quieta quella che è una profonda nostalgia di casa, di amore, di tenerezza. Nessuno la abbraccia, lì dentro, e lei vorrebbe poter stare anche solo per un secondo con la madre e i fratelli. Piano piano, la speranza muore.

 

"La punta delle dita tracciò sul tessuto un progetto segreto di linee e di forme, la pupilla seguì un sentiero fatto d’oro che alla viscontessa non era dato di percepire."

 

Il suo dono è ancora vivo, una benedizione e una maledizione insieme.

 

"I piedi di Nora però non si mossero, rimasero inchiodati come sull’orlo di un precipizio. L’improvvisa certezza che sua madre fosse morta la riempì di infelicità uccidendo ogni desiderio di correre dietro allo spettro tanto amato. La bambina avrebbe voluto piangere, ma gli occhi rimasero asciutti e i singhiozzi non giunsero a portarle sollievo. Fu così che, per la prima volta in vita sua, Nora Musa ebbe paura di affrontare l’oscurità.2

 

Un giorno, però, una ricca signora, donna Trinez, la nota e la vuole a casa sua. Così inizia quella che è la sua nuova vita.

 

"Dietro le spalle di Annica, che era mezza testa più alta di lei e copriva buona parte della visuale, Nora scorse donna Trinez incastonata come una perla nel piccolo salottino dorato che completava la camera privata della nobildonna e di suo marito. Era vestita con gonna e corpino in seta color avorio ornato di gale, una sorta di nuvola immacolata piena di grazia e compostezza."

 

Nell’abitazione dei ricchi signori, Nora si sente per la prima volta apprezzata. Ma non sa che donna Trinez l’ha notata per qualcosa di cui lei non parla mai.

In un crescendo di intensità e di suggestione, la Roggeri si insinua in ogni anfratto della nostra mente. Tesse una tela impareggiabile per precisione e bellezza, una tela che è preziosa e tetra allo stesso tempo. Un cupo mistero, un segreto che odora di perdita e di pianto, una scoperta che ghiaccia il sangue. La capacità degli umani di mentire, di ingannare, di fare del male. Volontariamente e senza scrupolo. Ma non si ferma certo solo a questo, Fiore di fulmine: è una storia di forza e coraggio, di morte e di vita. Di amore e di odio. Penetreremo nella mente della piccola Nora con le sue paure folli e le sue certezze granitiche, ma anche in quella dei personaggi secondari, tutti dipinti con maestria.

La Sardegna è presente, si sente. Si può annusare e toccare.

Un capolavoro.

 

SULL’AUTRICE

Vanessa Roggeri è nata e cresciuta a Cagliari, dove si è laureata in relazioni internazionali. Ama definirsi una sarda nuragica, innamorata della sua isola così aspra e coriacea ma anche fiera e indomita. questo è il suo secondo romanzo, dopo il successo de Il cuore selvatico del ginepro.

 

Mostra altro

STORIA DI UN UOMO INUTILE di Maksim Gor’kij (1868 – 1936)

10 Maggio 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

 

 

Maksim Gor'kij nelle gerarchie letterarie occupa un posto senz'altro alle spalle dei vari Cechov e Tolstoj, suoi contemporanei. Eppure questo libro poco noto, letto nell'edizione UTET, mi fa dire che lo scrittore meriterebbe maggiore attenzione.

Gli aspetti salienti sono letterari ma anche storici e politici e lasciano per certi aspetti sbalordito chi legge.

Il protagonista è Evsej, un ragazzo cresciuto in campagna tra molti stenti, nella Russia zarista scossa dai tremiti rivoluzionari. Orfano, capisce ben presto che l'unica via di salvezza per lui, debole e solo, è sottomettersi ai più forti. Davanti al cugino prepotente o agli adulti arroganti, pensa solo a piegarsi per evitare guai peggiori. In fondo, come gli spiega una conoscente dei bassifondi di Mosca, la vita è un posto dove qualcuno ti impartisce ordini, ti dice cosa fare e dove andare. Tutto qui.

In città trova una specie di grande Suburra; costretto a lavorare come informatore della polizia, vede vizio e violenza dovunque. Il regime lotta contro i sovversivi e lo fa con poliziotti non certo irreprensibili, ma dediti al bere e al gioco. In questo clima fatto di doppiezza e cinismo, l'informatore ha la sensazione che sia tutto sbagliato. È ancora giovanissimo e nessuno gli ha dato una formazione; ha una generica intuizione del bene e del male. Non si dovrebbe vivere per fare del male, pensa, mentre compie pedinamenti o si finge amico di persone che dovrà far arrestare. Da bambino, nel suo villaggio, durante un incendio la gente dimenticò i reciproci dissapori e gioiosamente partecipò allo spegnimento del fuoco. Ci vuole un pericolo per avvicinare le persone? È possibile un mondo diverso come raccontano i rivoluzionari che lui fa incarcerare?

Il ragazzo però non ha avuto nessun adulto che lo abbia indirizzato e fatto maturare; non gli resta che fare il suo lavoro, piegarsi come sempre per evitare conseguenze peggiori, pur con un travaglio interiore in crescita.

C'è però un lato storico-politico ancora più interessante. L'opera proietta la sua ombra sul futuro per parecchi aspetti. Tra i colleghi del giovane, quasi tutti malconci, fanatici, viziosi, quello che impressiona è uno dei capi, un uomo di modesta estrazione, figlio di contadini. Ha un odio sociale per i nobili, i ricchi, gli istruiti; è spregiudicato e spietato. Soffia sul fuoco delle tensioni sociali, favorisce con i suoi agenti i disordini per dimostrare al popolo che la libertà è omicidio e anarchia. Opera quindi sul piano di una sorta di destabilizzazione stabilizzante; il caos alla fine favorirà il ritorno al poco amato ma rassicurante ordine e questa è una tattica usata anche in tempi per noi abbastanza recenti.

Inoltre ha un'utopia delirante, espressa con parole feroci: "Le città andrebbero distrutte. E tutto il superfluo, tutto ciò che impedisce di vivere con semplicità, come vivono le capre e i galli, tutto questo vada pure al diavolo!".

La sua chimera ruralista sarà parte del progetto del sanguinario dittatore Pol Pot.

Lo stesso poliziotto prevede la fine del regime zarista ma afferma che il popolo continuerà a patire la fame: "Il nuovo sistema di governo li distruggerà: le persone tranquille creperanno di fame e i ribelli marciranno in prigione".

Pensando a quanto accadrà nell'Unione Sovietica, le sue parole appaiono profetiche.

Tutto questo, incredibilmente, venne scritto in un romanzo pubblicato nel 1908.

Mostra altro

Umberto Bieco espleta funzioni fisiologiche su “La solitudine dei numeri primi”

9 Maggio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #recensioni, #le prese per il deretano di umberto bieco

 

 

La lettura, come il tempo di amare, dilata il tempo di vivere, e a quanto pare anche il tempo di defecare. Alle vittime della defecazione è infatti dedicato il primo capitolo di questo capolavoro scatologico, che, vincitore del Premio Strega, ha stregato centinaia di migliaia di lettori - mentre altri se lo sono preso come un'influenza intestinale, a Natale, impacchettato sotto l'albero: non c'è niente di più letale dei libri che ti vogliono regalare.

 

Il libro narra di Mattia, Alice, e della terrificante sofferenza dell'essere incongruenti con il mondo circostante – benché da due prospettive diverse, quella di chi – autistico genio matematico autolesionista - non vuole farne parte e quella di chi – sciancata e anoressica – non riesce ad integrarvisi: data questa affinità riusciranno almeno ad incontrarsi tra di loro?

Come anticipato, il romanzo inizia subito col più sublime tripudio intimistico: una fatale scarica fecale, per quanto peculiare, questa è in ultima analisi la causa dell'azzoppamento della protagonista femminile. Caspita, che deiezione violenta!

L'artefice di queste pagine, del resto, si compiace di crogiolarsi nei più svariati umori umani e sporcizie miscellanee, costellando il suo capolavoro con imbarazzanti water traboccanti, a coronamento della cena romantica più fallimentare di sempre [capitolo 29], con vomitate poltigliose [capitolo 15], nonché con l'ingerimento di luridume rivoltante [capitolo 5] – tanto che vien da sospettare sia questa la materia di cui son fatti i sogni dell'autore, e quindi del libro stesso.

Lo stile secco complessivamente sembra indeciso tra momenti, nel loro piccolo, spettacolarmente drammatici e una narrazione psicoesistenziale sobria e contrita, densa del grigiore della banalità quotidiana – e così troviamo sequenze eccessive da film o telefilm americano, se non proprio alla Stephen King: il rapporto di Alice con le sue coetanee adolescenti – tipiche aguzzine televisive bidimensionali senza un perché - si cristallizza nella deliziosa circostanza accennata, quella del capitolo 5 – una violenza psicologica che si espleta in modo fisicamente disgustoso, e che potrebbe uscire, per l'appunto, da Carrie di King – ma che in questo contesto risulta effettisticamente becero. Così come l'esagerazione sensazionalistica di Mattia, che al compagno di scuola che cerca di confessargli la propria omosessualità con un baratto di segreti, rivela il suo in questo modo:

 

Strinse il coltello con tutte e cinque le dita. Poi se lo piantò nell'incavo tra indice e medio e lo trascinò giù fino al polso”.

 

In altre parole, sembrano generose porcate con cui intrallazzare facilmente il lettore impressionabile – per quanto, certamente, veicolino bene il concetto che per i due protagonisti gli anni formativi siano stati Puro Orrore – un po' come la lettura di questa gemma letteraria per il sottoscritto.

Intanto, laureatosi, Mattia confessa ad Alice il proprio colpevole trauma originario – e ciò li porta finalmente vicini, ma non a sufficienza: il culo colloso del giovane matematico rimarrà appiccicato alla sua comoda inerzia anaffettiva, lui partirà per un'università straniera, e lei si accontenterà di un surrogato, per la verità un gradevole e appetibile partito, di cui però non è davvero e innamorata e che però non la conosce davvero, né la conoscerà davvero durante la vita matrimoniale – la quale quindi si spezzerà dopo qualche anno.

A questo punto lei spedirà un messaggio a Mattia.

Avrei trovato maggiormente appassionante uno sviluppo della tematica sollevata a pagina 129:

 

“Non so” rispose Mattia alle zucchine.

 

Più conversazioni con le zucchine, e, possibilmente, anche con altri ortaggi.

Perchè questo spunto è stato lasciato intentato?

In definitiva, che dire di questo angoscioso e poltiglioso Capolavoro Assoluto della Recente Narrativa Italiana?

Che il giudizio coincide con l'inizio: una evacuazione indesiderata.

Mostra altro

LA STRADA di Cormac McCarthy

7 Maggio 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #fantascienza

 

 

Lo scrittore Cormac McCarthy ci offre un intenso e direi attuale romanzo.

All'indomani di una distruzione immane (forse nucleare), il mondo è ridotto a pura desolazione; i sopravvissuti si aggirano impauriti e affamati, pronti a uccidersi e anche a mangiarsi.

Padre e figlio, protagonisti del libro, si muovono a piedi verso Sud, verso l'oceano; cercano cibo, un clima più decente, una via di fuga dai tanti pericoli. Intorno ci sono le macerie di città vuote, supermercati saccheggiati, auto piene di cadaveri. Un'aria fredda e piena di cenere opprime i pochi vivi.

Il senso di angoscia è accentuato dall'assenza di nomi; le città e le persone sembrano non averli più. Ora c'è solo un grande nulla, un vuoto di senso, un indistinto squallore in cui nemmeno i due protagonisti hanno un nome. Per il poeta Rilke l'uomo è superiore a ogni specie perché ha la parola e può nominare le cose dando sostanza e stabilità al mondo. Ora tutto invece è precario, l'uomo innanzitutto. Viaggiano tra mille peripezie, a piedi come viandanti di epoche lontane, in una modernità di cui restano solo le ormai inutili strutture materiali che cingono un degrado totale, come enormi carcasse di metallo e cemento.

È un libro denso di immagini cupe e di sogni atroci; non esistono autorità, si è all'homo homini lupus; le peggiori visioni degli antichi profeti trovano conferma nell'Apocalisse che i sopravvissuti subiscono. Eppure vanno avanti, spingendo un​ carrello di supermercato con qualche coperta e un po' di cibo; se troveranno altri "buoni" come loro forse ci sarà ancora un futuro. Per ora si è al capezzale dell'umanità. Noi siamo i buoni, noi portiamo il fuoco, ripete il ragazzino cercando l'assenso del padre, in una involontaria allusione al mito di Prometeo che portò civiltà e tecnica tra gli uomini. Sono loro due la riserva etica di un mondo senza luce, precipitato in una specie di età della pietra dove chi ha un accendino o una pistola può sopravvivere più di altri. Ma servono anche speranza e solidarietà tra gli uomini, per andare oltre un individualismo infecondo. La vicenda scorre su binari tristi, ma forse resta qualche residua possibilità di salvezza dato che c'è ancora un bambino che si fa raccontare le favole dal genitore e crede che si possa uscire dalla desolazione. La distruzione dei luoghi potrebbe non aver annientato i cuori di tutti. Cercando altre persone perbene, come vorrebbe fare il bambino e recuperando il senso della comunità, qualcosa potrà risorgere. Resta il pensiero che l'individualismo selvaggio del mondo descritto nel libro abbia qualche legame con l'individualismo diffuso nei tempi moderni, nei quali il consumismo costante è la colonna sonora del vivere. Non a caso gli affamati e sofferenti protagonisti del libro spingono un carrello di supermercato, residuo rumoroso dell'epoca dello spendere incontrollato. Peraltro il romanzo​ è incentrato principalmente sul rapporto padre-figlio e sul bisogno di sopravvivere, lasciando sullo sfondo l'approfondimento delle cause della catastrofe in cui sono precipitati.

La parte finale del romanzo lascia comunque trasparire qualche lieve segno di luce, anche se l'aria fredda e sporca efficacemente descritta in tante pagine non induce all'ottimismo.

Mostra altro

Mirko Tondi, "Istruzioni di fuga per principianti"

4 Maggio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #mirko tondi

 

 

Istruzioni di fuga per principianti

Mirko Tondi

 

Caffèorchidea, 2017

pp 122

12,00

 

Per come si pone, per le citazioni colte, per il modo in cui dialoga col lettore, ci sembra che questo romanzo ambisca a essere un po’ più di quello che è. Istruzioni di fuga per principianti contiene molti cliché cinematografici. La fuga on the road, la valigetta rubata, il viaggio con la nonna (che ci fa venire in mente quello di Mimmo in Bianco, rosso e Verdone.)

Il viaggio è molto limitato nello spazio e nel tempo, dura un giorno ed una notte soltanto, si snoda per la Maremma grossetana, dall’Amiata alla costa, e si conclude a Follonica, fra inseguimenti e fuggifuggi, arabi, pistole e mazzette di soldi. La fuga rappresenta un allontanamento provvisorio da quello che è il tema del capitolo quinto, perno del romanzo, in cui ricorre il leitmotiv del “sono stanco”. La stanchezza del protagonista è la stessa di tutti noi, siamo stanchi delle cattive abitudini, di una società alienante, delle persone - i nostri stessi parenti e amici - che non ci danno mai quello che vorremmo ma anzi acuiscono la nostra solitudine, siamo stanchi di ciò che non possiamo cambiare e siamo costretti ad accettare, siamo stanchi, insomma, delle cose come stanno. Da lì il gesto impensabile fino al giorno prima, lo scarto, l’occasione che fa l’uomo ladro, la ribellione, il furto della valigetta che innesca un mini percorso liberatorio.

Il protagonista Giacomo è un giovane montatore di mobili, orfano di mamma, legato a una ragazza che sembra più un’amica che una vera e propria fidanzata. Lei è intellettualoide, lui invece razionale e vede nella vita solo una serie di numeri e teoremi prevedibili, fino a che la stanchezza lo sopraffà e decide di compiere un furto, pur di portare la nonna, che lo ha cresciuto come una madre e che sta per morire, a vedere per la prima volta la montagna e il mare. La nonna novantenne è un personaggio immobile e taciturno, e nel suo silenzio e nella sua imperscrutabile espressione c’è tutto il non detto del protagonista, la sua vita, i suoi ricordi, i suoi sensi di colpa e d’inadeguatezza. Prima di morire, la donna spreme una lacrima che simboleggia l’abisso del sentimento, il tumulto dell’anima che nessun numero e nessuna società consumistica potrà mai distruggere, comprare, alienare.

Il finale ha un che di rocambolesco e ricorda certi ultimi atti di commedie degli equivoci o di film dove tutti rincorrono tutti – e qui siamo fra Kerouac e Ciccio e Franco - ma c’è anche un tocco di “questione sociale” con il riferimento al tema attuale dell’immigrazione e di chi ci specula sopra.

La musica, come spesso accade, fa da colonna sonora a questo libro/film. Ed è alle canzoni che è demandato il compito di sottolineare ed esplicitare i sentimenti del protagonista, un po’ quello che accadeva nei romanzi ottocenteschi con la descrizione del paesaggio.

 

Poi mi ero soffermato un attimo su Road to nowhere dei Talking Heads, perché la strada in effetti non aveva portato da nessuna parte se non dentro di me” (pag 119)

 

E pure i numeri, che rappresentano la razionalità con cui Giacomo ha dovuto fare i conti – perdonate il gioco di parole – tutta la vita, soccombono alla fine davanti alle emozioni e agli affetti, “alla polvere di nonna che pizzica le narici”, l’unica cosa per la quale valga la pena vivere.

Il mini viaggio all’interno di se stesso porterà infine il protagonista a riconoscere come valori proprio quelle cose e quelle persone di cui si sentiva stanco, dal padre alla fidanzata per finire col suo stesso lavoro, perché ciò che conta è solo dentro di noi e solo nostra è la capacità di guardare alla realtà con gli occhi dell’amore.

Mostra altro

Jean- Michel Guenassia, "Il valzer degli alberi e del cielo"

28 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #pittura, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Il valzer degli alberi e del cielo

Jean Michel Guenassia

 

Salani, 2017

pp 280

 

 

Il valzer degli alberi e del cielo, di Jean Michel Guenassia, avrebbe, e dico avrebbe, tutte le carte in regola per essere un meraviglioso e affascinante racconto romantico, invece - vuoi perché a scriverlo è un uomo, vuoi perché continuamente intramezzato da riferimenti a lettere e diari che sortiscono sul lettore un effetto di straniamento - se si eccettuano rari momenti nel finale e le descrizioni appassionate dei quadri, il pathos che sprigiona è scarso e l’interesse è tutto documentaristico. Indubbiamente, grazie a questo libro facciamo un tuffo in quella fine ottocento francese percorsa da slanci di emancipazione femminile e da fermenti artistici e sociali che partorirono i capolavori oggi racchiusi al museo d’Orsay e l’inconfondibile merletto di ferro della torre Eiffel.

La storia si basa su un’ipotesi intrigante, su “come potrebbe essere andata”. La trama ricostruisce gli ultimi sessanta giorni della vita di Vincent Van Gogh, quelli trascorsi ad Ausers sur Oise, investigando i dubbi che circondano la sua fine, e ipotizzando un amore, mai confermato, con Marguerite, la figlia diciannovenne del medico, mecenate d’impressionisti, Paul Ferdinand Gachet, colui che ebbe in cura il pittore olandese negli ultimi mesi e che si trovò a fronteggiare la fatale ferita d’arma da fuoco. L’ipotesi di Guenassia è che Gachet non sia stato l’amico degli impressionisti bensì un opportunista che ha contribuito alla morte di Van Gogh e alla diffusione di falsi sui quali ha lucrato.

Come dicevamo, la storia d’amore, pur tormentata e romantica, non ci cattura quanto la rappresentazione della pittura di Van Gogh. La descrizione dei quadri, tempestosi, mossi, tormentati, è più vivida e riuscita della caratterizzazione dei personaggi e dei loro sentimenti un po’ di maniera. Van Gogh stesso rimane sullo sfondo come persona, risaltando solo nell’atto di dipingere, anzi, di aggredire la tela.

In piedi di fronte al paesaggio – fra campi di grano, pagliai, voli di corvi, tetti e girasoli – Van Gogh dipinge senza gettare mai uno sguardo all’esterno, a ciò che deve ritrarre, concentrato su una visione solo mentale, seguendo l’onda di una burrascosa sinfonia interiore.

La personalità di Van Gogh ci sfugge, la sua malattia mentale non traspare, centrale resta il bisogno di dipingere tele su tele, inondandole di luce e colore con delirio ossessivo. Il suo carattere è un mistero, non capiamo se sia soltanto un egoista preda di demoni interiori o se, a suo modo, ami Marguerite e cerchi di salvarla da se stessa.

Marguerite, invece, è l’immagine della ragazza ingenua, libera, ribelle, che coraggiosamente e con incoscienza giovanile spezza per amore tutti i vincoli che la legano al mondo borghese e conformista rappresentato dal meschino padre e dal vile fratello. Per amore è disposta a tutto e vede nell’uomo di cui si è innamorata non solo l’incarnazione della passione romantica ma anche il maestro che potrebbe rivelarla a se stessa, plasmarla, scioglierla dalle catene e farla brillare della fiamma di un’arte che in realtà non possiede, perché lei sa solo imitare i pittori prediletti ma non riesce a dipingere qualcosa di originale. Vincent la chiama “mio piccolo girasole”, fanno l’amore nella pensione bohemienne dove lui alloggia e parlano fitto tenendosi abbracciati ma rimangono due solitudini inconciliabili.

 

Ma lui sapeva che il nostro tempo era contato. Io no. Lui sapeva, d’istinto, molto prima che io l’ammettessi, che siamo soli sulla Terra e che contro questo non possiamo fare nulla. Soli di fronte a noi stessi. Soli in mezzo agli altri. Qualunque cosa ci si possa inventare per far credere il contrario. E Vincent è riuscito a dipingere proprio la bellezza di questa profonda solitudine” (pag 271)

 

 

 

Mostra altro

Calciomania – Libri sul calcio Madeleine calcistica

23 Aprile 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #sport

 

 

Calciomania che mi contagia e che mi ha sempre contagiato, in fondo, visto che il mondo del calcio è stato il mio mondo dai 16 ai 39 anni. Adesso non seguo più il calcio importante, credo che sia una crisi di rigetto perché ha occupato troppo tempo della mia vita. Ma non posso fare a meno di seguire le gesta eroiche della squadra della mia città - l’Atletico Piombino - che disputa l’Eccellenza Toscana e quest’anno si trova a un passo dalla Serie D. Come non posso resistere alla tentazione di sfogliare libri di ricordi calcistici che mi riportano al passato, cavalcando al contrario il percorso del tempo. E allora se arriva La religione granata di Nicola Morello (Yume Edizioni, 15 euro, pagine 180) corro subito a sfogliare le pagine che riguardano Aldo Agroppi e Lido Vieri, calciatori piombinesi che hanno fatto grande il Torino, protagonisti di alcuni miei libri di fiction (Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino), e mi dico che quando vedo Agroppi magari glielo regalo, questo libro, ché sono sicuro gli farà piacere. La religione granata non è consigliato per coloro che vedono il mondo in bianco e nero, ma è un affresco imperdibile che racconta l’universo granata, dalla strage di Superga ai tempi di Sala, Pulici, Graziani, Mondonico, Radice e compagnia cantante…

Fabio Belli e Marco Piccinelli, invece, pubblicano Calcio e martello - Storie e uomini del calcio socialista (Rogas edizioni, pag. 105, euro 10,90), un libro un tantino più ideologico e meno di cuore, ma interessante per come compone un affresco storico - sociale che va dall’Ungheria di Puskas alla Polonia di Lato, passando per il Perugia di Sollier e l’Urss del portierone saracinesca Lev Yashin. Indovinatissimo il titolo.

Edizioni Incontropiede non finisce di stupirci con l’idea innovativa delle guide di secondo livello che affiancano le guide classiche, tascabili, guide di città europee che tratteggiano itinerari calcistici imperdibili per l’appassionato. Primi due volumi Zagabria e Lisbona, a cura di Alberto Facchinetti (factotum della casa editrice e grande esperto di calcio), Jvan Sica e Enzo Palladini (ha contribuito solo per Lisbona). Prezzo economico: 12,50 per 120 pagine in formato tascabile. Unica pecca: poche fotografie e piuttosto scure. Ma i librettini sono pieni zeppi di curiosità, dalla storia di Benfica, Sporting, Belenenses e il ricordo degli stadi dove giocò il Grande Torino, passando per il mito di Eusebio, per toccare i luoghi simbolo della Zagabria calcistica, narrando le stagioni della Dinamo di Jerkovic e Boban. Molte interviste.

Rileggere questi libri è per me fare un tuffo nel passato, addentare una madeleine, lasciarmi tentare dal sapore del tempo perduto. E per un attimo mi rivedo a correre sui campi della Terza Serie, magari quelli assolati e sterrati del Sud che ho sempre amato, campetti dove ho lasciato il cuore e che di tanto in tanto torno frequentare, in sogno o nei romanzi, grazie a personaggi che sono di fantasia solo per il lettore ma che rappresentano la mia vita. Tanto lo so che il tempo perduto non torna. E allora non resta che leggere e sognare.

 

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Calciomania – Libri sul calcio Madeleine calcistica
Calciomania – Libri sul calcio Madeleine calcisticaCalciomania – Libri sul calcio Madeleine calcistica
Mostra altro

Siamo tutti gay

18 Aprile 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #recensioni, #le prese per il deretano di umberto bieco

 

 

 

C'era l'artista vanitoso e narcisista, che era dichiarato. Si sapeva. Si era anche lasciato, diciamo, maneggiare e usare dal direttore di una qualche mostra per tentare di, come dire, promuovere la propria produzione artistica. C'era l'aspirante architetto un po' indeciso, ok - apparentemente bisessuale. Si sapeva. Poi c'era il tizio misterioso e invalidato da un qualche altrettanto misterioso incidente, il protagonista, il tormentato, il delicato - che alla fine è "venuto fuori dall'armadio", e quindi si è saputo.
Poi c'era il bell'attore etero e virile. Piaceva a tutte le ragazze. E stava con le ragazze.

Ma non sarà mica che...  Non staremmo per caso arrivando a... Non starà per succedere che... Ed è successo: il ridicolo colpo di scena paventato si è materializzato senza ritegno.
Quattro su quattro: siamo tutti gay.

Ad ogni modo, fosse solo questo, ma non è. Questo libro è un monumento di migliaia e migliaia di parole che comunicano nozioni e particolari privi di qualsiasi interesse, che nutrono solo la mania e l'illusione dell'autrice di descrivere, o costruire, un mondo: quello di cui non si accorge è che si tratta di un mondo senza mondo - difatti, non esiste nulla al di fuori delle "vite come tante" di questi personaggi, non c'è società, non c'è politica, non ci sono avvenimenti globali: ci sono solo i loro problemi artistici, sessuali, carrieristici quando non i problemi organizzativi per la festa dell'ultimo dell'anno, riportati ovviamente con imprescindibile minuziosità. Ci sono solo individui senza un mondo attorno, se non un vacuo microcosmo nuovayorchese di ambito più che altro artistico: un miope sguardo su dei miopi.

Per fortuna, per gli appassionati di polpettoni misti a pulp, vi è la svolta di violenza raccapricciante - psicologica, emotiva, sessuale, sadica, punitiva, corporale - quando finalmente finisce il teasing durato centinaia di pagine sulla storia nascosta del vero e proprio protagonista, verso cui l'autrice magnetizza pian piano il lettore, lasciandolo avvolto nel mistero, lasciandolo per ultimo, mentre racconta gli altri tre, la loro formazione, il loro percorso, la loro psicologia:

ne valeva la pena?

No, ovviamente: tutta la lenta edificazione esplode come materia organica nel tripudio sguaiato dei colpi di scena da filmetto thriller-horror di quarta serata, o da drammatico pasticcio sadomaso: poteva arrivarci 300 pagine prima senza problemi.

Poteva, anzi, direttamente fare a meno di scrivere il libro: o scriverne uno sulla psicologia del magnaccia pedofilo, una delle poche cose interessanti del romanzo, che è una monumentale schifezza.

Mostra altro

Pee Gee Daniel, "Il suocero e il genero"

9 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #pee gee daniel

 

 

Il suocero e il genero

Pee Gee Daniel

 

Leucotea, 2017

pp 133

13,90

 

 

Rispetto a Lo scommettitore, Il suocero e il genero di Pee Gee Daniel - che pare faccia parte di una trilogia dal titolo Once upon a time in Valdiguggio - accentua sempre più la ricercatezza barocca del linguaggio, a scapito della scorrevolezza, fin quasi a ricordare lo stile di Eco, e trasforma l’ironia in, meno divertente e più cattivo, sarcasmo.

Stevo Manini dirige da anni e senza successo una rivista locale in quel di Valdiguggio, paese vagamente riconducibile al Piemonte. Suo malgrado è costretto a far entrare in redazione il genero, un buono a nulla che in breve trasforma il giornale in un magazine di gossip e lo fa con tale successo da scatenare il livore e l’invidia del suocero.

Tutto qui, non c’è altro ma ciò che conta è la messa alla berlina, beffarda e surreale, di certi ambienti pseudo culturali di provincia, che ruotano spesso attorno a riviste e giornalini. E così abbiamo l’ignoranza travestita da cultura, il provincialismo spacciato per sapere di nicchia. Alla fine sarà proprio Doriano Di Marzio, l’odiato genero, a scoperchiare il sepolcro imbiancato del circolo cittadino per mostrare cosa c’è sotto: solo volgarità e ignoranza.

È facile, quando vivi in provincia, essere orbo in un mondo di ciechi, sentirti grande senza motivo, circondarti solo di chi ti plaude perché non conosce altro che te, perché è ancora più ignorante di te. Ma certa autostima ha i piedi di argilla ed è pronta a crollare al primo cedimento, alla prima critica esterna.

 

Ecco che di nuovo quell’edificio che fino a poche ore prima rifulgeva sotto al sole, nella sua liscia consistenza crisoelefantina, costruito con le centinaia di belle parole spese a suo proprio decoro, si faceva ora di cartapesta e cedeva, giù, strepitoso, afflosciandosi infine sul selciato, a causa di una miserrima, singola amenità mossagli contro a suo detrimento.” (pag. 43)

 

Al centro di tutto ci sono i caratteri, chiamarli personaggi diventa difficile, da quanto sono distorti attraverso una lente caricaturale che ne mette in risalto i difetti. Le peggiori, ma comunissime, emozioni umane sono descritte senza pietà: invidia, ambizione, mania di grandezza, odio e meschinità.

Il lessico, come dicevamo, è molto elaborato, e le note finto-filologiche finali ci ricordano tanto i dizionari del Borzacchini.

Mostra altro
<< < 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 20 30 > >>