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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

valentino appoloni

… E ALLORA NON DIMENTICATECI di Arturo Marpicati (1895-1961)

2 Maggio 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

… E ALLORA NON DIMENTICATECI di Arturo Marpicati (1895-1961)

Marpicati, scrittore e gerarca nell’ambito del Partito Fascista, racconta la guerra sul Carso, sull'Ortigara, in Valsugana e sul Grappa, in un diario ricco di episodi riportati con buon ritmo. Inquadrato nella Territoriale, parte da Firenze con Giuseppe Prezzolini e finisce nelle prime linee per un errore formale, ma decide di restare a combattere anche quando ha la possibilità di tornare nelle retrovie. Dopo poche settimane è già un veterano; partecipa ad assalti furiosi, fa la dura vita di trincea, riceve una medaglia d'argento. Incontrerà Badoglio, il re Vittorio Emanuele III, diverrà amico di Bottai.

Lo incaricano, in un secondo momento, di occuparsi del vettovagliamento; servono grandi doti organizzative e inesauribile energia. In particolare sull'Ortigara deve prodigarsi nei difficilissimi rifornimenti durante la Strafexspedition. La guerra si fa sempre più bramosa di rincalzi che vengono mandati al fronte sprovvisti di tutto:

"Questi poveri ragazzi del '97 sono violacei e inebetiti dal freddo. Molti non hanno il passamontagna e calzano scarpe leggere".

Nonostante tante situazioni gravi, tra cui una rivolta di soldati duramente sedata, aumentano il suo orgoglio e la sua consapevolezza di ufficiale (pur criticando alcune severe decisioni dei superiori, in particolare del generale Caviglia che dopo un fallito attacco sull'Ortigara si rifiuta di proporre ricompense per i suoi uomini). Si oppone con forza ad alcune pratiche poco limpide nella gestione delle spese, scontrandosi con un colonnello e col suo aiutante maggiore; il denaro a sua disposizione, afferma con successo il diarista, deve essere speso in toto per migliorare il rancio delle truppe e non sprecato. Capacità e carattere non gli mancano e nessuno si lamenta del suo servizio. Diventa capitano dopo un corso per mitraglieri e riprende a comandare una compagnia nel Carso e poi in Trentino (prenderà parte anche al controverso Fatto di Carzano). Si troverà sistemato in un lugubre tratto di trincea ricavato sotto il cimitero di Tolmino, dove il precedente comandante era stato pugnalato durante un attacco di bosniaci:

"Per ripararsi i vivi hanno disturbato anche i morti, di cui affiorano qua e là le ossa".

Quando descrive certe trincee che sono solo modesti ripari, il pensiero corre alle descrizioni che ci ha magistralmente lasciato un altro grande diarista come Carlo Salsa.

La guerra è sempre più cruenta e determina in lui una lenta e laboriosa metamorfosi; il giovane ufficiale che nelle prime battaglie, pistola alla mano, spingeva avanti i recalcitranti e timorosi soldati, ora si interroga su se stesso, sulla sua abilità di mitragliere e tiratore, sulla legittimità del massacro che si compie ogni giorno e ogni notte:

"E' la guerra e si spara: ed è meglio sparar bene che male. Pure serpeggia dentro di me un malessere, un senso di orrore che si va accrescendo a mano a mano che acquisto coscienza ed esperienza del mio nuovo stato di guerriero".

Anche questo disagio, insieme alla sua situazione materiale, lo spinge a non tralasciare gli studi; perfino in trincea, sul suo rozzo tavolo ci sono le scartoffie ma anche i libri di greco e di storia dell'arte. Dà esami a Firenze con Gaetano Salvemini e si laurea in Lettere e filosofia, nel luglio del 1918, a guerra ancora in corso.

Il titolo dell'opera di Marpicati, che esprime un caldo invito alla memoria di ciò che è stato, gli fu ispirato da alcune sue conversazioni nel secondo dopoguerra con dei dotti giovani che quasi nulla sapevano della Grande Guerra e del sacrificio di tanti italiani.

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LA GUERRA VISTA DA UN IDIOTA di Giuseppe Personeni

29 Aprile 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

LA GUERRA VISTA DA UN IDIOTA di Giuseppe Personeni

Giuseppe Personeni, notaio bergamasco, racconta la sua esperienza nella Grande Guerra in cui servì come ufficiale di complemento. L'autore è un osservatore attento, un uomo pragmatico, di buon senso. Queste sue qualità, si rileva, stentano a trovare corrispondenza in buona parte dell’organizzazione militare con cui entra in contatto. Vede tante storture e assurdità, perciò è molto critico e si affida all’arma dell’ironia, spesso di stampo manzoniano; non a caso la prima edizione dell’opera venne sequestrata nel 1922 dalle autorità. Ritiene, come afferma nella prefazione appunto alla prima edizione, di aver dipinto uno stato d’animo comune a molti combattenti fino al tracollo di Caporetto. Non risparmia, ad esempio, sarcasmi a danno della cavalleria, rea di essere stata troppo timida e cauta nelle prime settimane di combattimento:

"Era la prima del mondo... a Pinerolo! Ma sull'Isonzo credo abbia dimostrato di essere l'ultima".

Tramontata la speranza di una rapida vittoria, inizia ben presto la fase della guerra statica. Pur non essendo entusiasta del conflitto, ha voglia di combattere e orgoglio da vendere. In questa fase l'ironia è temperata da uno spirito agonistico che mal sopporta la stasi delle trincee:

"Cosa m'importava di morire? Ma volevo morire guardando in faccia il nemico, urlandogli addosso l'ira di cui mi sentivo invaso. Morire così come un insetto schiacciato sotto le ruote di un carro, non mi piaceva affatto".

Le offensive sull’Isonzo si susseguono, ora inconcludenti, ora fruttuose come nel caso della conquista di Gorizia; ma c'è sempre qualcosa a impedire che i successi diventino decisivi. Troppi sono gli errori nella conduzione delle operazioni. Personeni, come in parte aveva fatto un altro soldato e scrittore come Gadda, ne aveva individuati alcuni, trovando conferma nelle considerazioni espresse da qualche ufficiale austriaco prigioniero. Li enumera con cura: l'italiano attacca con impeto, ma si accontenta di piccole conquiste e perde slancio in fretta; quando si dovrebbero affondare i colpi, ecco che invece si rallenta permettendo al nemico di riprendersi. Inoltre, le artiglierie tirano disordinatamente, invece di scegliere bene alcuni bersagli da cannoneggiare in modo breve ma intenso. A ciò va unita la pessima gestione degli uomini, assillati dalle vacue disposizioni di certi comandanti sia in trincea, sia nei turni di riposo. Cadorna non è Napoleone, dice il memorialista; il generale Capello invece gode della sua stima. Una vera calamità sono certi ufficiali superiori che vogliono fregiarsi a tutti i costi di qualche successo; dalla loro ambizione nascono iniziative fallimentari, duramente pagate dai soldati. Ecco come commenta uno degli ordini che è costretto a far eseguire, in uno dei passi più intensi dell’opera, mandando in postazioni allo scoperto qualche fante:

"Non vedevo la convenienza di far uscire tre o quattro soldati per il bel gusto di vederli stramazzare".

Ma non c'è nulla da fare. In quella fase in cui le conquiste si misurano col metro, anche avanzare di dieci metri faceva salire un comandante nella considerazione delle alte sfere. Questa è la guerra che Personeni vede e allora non può che sentire ammirazione per gli umili fanti che sopportano docilmente le peggiori fatiche:

"La maggior parte di essi erano contadini, attaccati come l'edera al tronco, al focolare, al loro campo ... Si poteva fare di loro quello che si voleva: farne dei traditori o mandarli contenti al macello a seconda del solco che sapeva aprire nel loro cuore vergine il lavoratore che doveva seminarvi".

In loro il dovere significa sottomissione, sentita come un fatto naturale. L’inferiorità che provano li porta a tollerare ogni onere, fino a che si comincia a chiedere troppo anche a loro.

Il dovere di combattere per il proprio Paese, nota Personeni, dovrebbe vincolare tutti, non solo una categoria sociale, eppure chi ha appoggi importanti riesce a imboscarsi nelle retrovie. Davanti a tante iniquità e furberie, non gli resta che dichiararsi un idiota, dato che non capisce il senso di molte scelte che considera sbagliate, sciagurate, prive di razionalità. Frequenti sono le critiche all'organizzazione militare in cui tanti vogliono essenzialmente evitare le grane più che svolgere azioni efficaci. "Lei ragiona come un ufficiale di complemento!", si sente dire da un ufficiale effettivo preoccupato solo di evitare noie con i superiori e non di contribuire a rifornire di mezzi le truppe in prima linea. Anno dopo anno, il clima morale peggiora; la fibra del soldato sta per cedere davanti allo spettacolo dello stuolo di imboscati e graduati assenti dal fronte ma coperti di medaglie, mentre molti fanti stanchi aspettano da troppo tempo la licenza. Chi si sente maltrattato non ha voglia di dare nulla agli altri e non fa che accrescere il malumore tra i compagni, nota il memorialista. Il malessere aumenta mentre Personeni si occupa dell'istruzione di alcuni giovani; scartoffie e burocrazia, mancanza di materiale necessario, circolari contradditorie e nemici agguerriti portano al massimo il disagio nelle trincee. Si arriva a Caporetto e la viva descrizione di quei giorni chiude l'opera, lasciando molti interrogativi su come non sia stato possibile arginare un’offensiva sulla quale erano trapelate tante informazioni dettagliate.

La guerra vista da un idiota è un testo fresco, vivace, in cui il sale dell'ironia in parte alleggerisce il dramma; c'è anche un gustoso capitolo dedicato a un asino "portalettere" dell'esercito, quasi una piccola favola nell'orrore, con una rinnovata attenzione per gli ultimi, uomini o animali, decisivi nel portare il peso della guerra, come già aveva notato, ancora una volta, Carlo Gadda.

Personeni resta sempre dalla parte delle vittime di tanto miope sfruttamento e immagina già cosa faranno gli sbandati di Caporetto, riproponendo un atto d’accusa verso le gerarchie:

" ... oso ringraziare il cielo che mi ha risparmiato di assistere alla bestiale rivincita che una folla anonima di abbruttiti e di calpestati ha voluto prendersi contro tutte le insipienze di un'altra folla meno bestiale ma più pervertita che non ha saputo distinguere nel soldato lo spirito dal corpo, che lo ha tenuto sotto il giogo imperioso della sua superiorità materiale, ma che non ha saputo farle apprezzare la sua superiorità morale perché non l'aveva".

Chi è interessato al libro, la cui nuova edizione, realizzata per opera del Comitato “Pro Chiesa di Plave”, è finalizzata alla raccolta di fondi per il restauro della chiesetta dell'ex cimitero militare italiano di Plava, può scrivere a prochiesadiplave@tiscali.it

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L’ULTIMO FANTE di Nicola Bultrini - La Grande Guerra sul Carso nelle memorie di Carlo Orelli

12 Aprile 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

L’ULTIMO FANTE di Nicola Bultrini - La Grande Guerra sul Carso nelle memorie di Carlo Orelli

Nicola Buldrini raccoglie e riporta la testimonianza di Carlo Orelli (1894-2005), ultimo fante italiano a poter raccontare la sua esperienza nella Grande Guerra. Le sue parole, pur riferite a grandissima distanza dai fatti vissuti, sono importanti per tracciare il quadro che si presentava a un giovane giunto al fronte subito dopo l’apertura delle ostilità, quando ancora c’era ottimismo sulla rapida riuscita delle operazioni militari. Il ventunenne soldato, originario di Perugia, combatté nel Carso nei primi quattro mesi di guerra, senza che il suo reparto ricevesse il cambio. Alla partenza da Napoli, inquadrato nella Brigata Siena, vide le persone per strada commosse:

Sapevano anche loro che andavamo incontro alla morte, come se ormai sapessero quello che sarebbe accaduto dopo”.

Questo mesto aspetto ricorda un punto iniziale del diario di un altro giovane che in treno si avvia verso il fronte. Si tratta di Giovanni Comisso che nel suo Giorni di guerra scrisse:

A un passaggio a livello, un vecchio si tolse il cappello come se passasse un funerale, alcune donne ci salutarono con le mani lentamente”.

Ci spiega come l'equipaggiamento fosse scarso a differenza di quello degli Austriaci, tanto da spingere gli uomini a prendere indumenti intimi femminili nelle case abbandonate, buttando i propri pieni di pidocchi. Si andava all'assalto, talvolta camminando, non correndo, subendo i micidiali colpi del nemico dotato di mitragliatrici e cannoni da 420 millimetri, cui gli Italiani contrapponevano i cannoncini da montagna che gli Alpini trasportavano con grande fatica e coraggio in luoghi impervi. C'erano il filo spinato e le mine davanti alle trincee. Prima dell'attacco gli uomini bevevano un liquore per avere più impeto; Orelli evitava di prenderlo per restare lucido. Soprattutto durante i combattimenti non si guardava ai gradi; ufficiali e soldati erano solidali tra loro. Parla anche di carabinieri con l'incarico di sparare a chi tornava indietro anziché avanzare. Passati i primi tempi in cui il nemico si arrendeva facilmente, gli Austriaci si sistemarono in ricoveri e difese molto solidi; iniziò la lunga e logorante guerra di posizione. Gli italiani, racconta, erano sempre all'offensiva e per questo non si curavano di costruire vere e proprie trincee per ripararsi. Prevaleva la volontà di avanzare e così un giorno il reparto di Orelli si trovò allo scoperto; l’azzardo fu pagato a caro prezzo. La Compagnia fu distrutta e il fante venne ferito per la prima volta. Ma capitava spesso di venire duramente bersagliati già prima di attaccare, quando i soldati si ammucchiavano dietro a modesti ripari in attesa di "fare lo sbalzo". Della Compagnia di Orelli solo lui e un altro si salvarono e tornarono a casa.

Aggiunge che i ricordi della guerra non lo abbandonano mai; pensa che in ogni Paese ci sia una minoranza, poche persone che "non si accontentano mai" e che determinano la guerra, "distruzione dell'essere umano". Non si considera un eroe, ha solo obbedito agli ordini, combattendo senza odio o disprezzo verso il nemico, facendo intravedere la propria superiorità verso la propaganda:

Quando la nostra artiglieria bombardava le posizioni nemiche, spesso alla fine gli austriaci si arrendevano. Perché in fondo erano uomini come noi e non bestie come volevano farci credere”.

Le memorie di Orelli, espresse in forma pacata e sobria, si accompagnano a interessanti approfondimenti di Nicola Bultrini su temi legati al conflitto, quali l’equipaggiamento del fante, il territorio carsico, le trincee, gli armamenti dei due eserciti.

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NELLE TEMPESTE D’ACCIAIO DI Ernst Jünger (1895 – 1998)

8 Aprile 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

NELLE TEMPESTE D’ACCIAIO DI Ernst Jünger  (1895 – 1998)

Questo è il diario di un giovane impegnato nelle Fiandre e sul fronte francese durante la Grande Guerra. Lotta e combatte con lo spirito di un guerriero antico in un conflitto moderno dove la morte arriva da lontano, azionata freddamente attraverso macchine potenti. Il devastante conflitto è infatti il regno della tecnica e delle sue armi distruttive:

“Un giorno vedemmo un pilota proiettato, in una lunga curva, fuori dall’apparecchio e cadere dal cielo come un pezzo staccato dalla sua macchina”.

Si usano grandi artiglierie e i terrificanti gas. Ci sono anche le bombe a scoppio ritardato, ordigni divisi in due parti da un diaframma di metallo. In una parte, spiega il memorialista, c’era l’esplosivo, nell’altra un acido che lentamente corrodeva il diaframma metallico determinando poi l’esplosione:

Uno di questi ordigni diabolici fece saltare il municipio di Bapaume, nell’istante in cui le autorità erano radunate per celebrare la vittoria”.

Un sibilo che lacera l’aria può annunciare la distruzione di una compagnia, ridotta a brandelli qualche secondo dopo dall’esplosione:

Mezz’ora prima comandavo una compagnia sul piede di guerra, ora mi trovavo con qualche compagno disfatto a vagare verso la rete delle trincee”.

Perciò le armi si sono fatte micidiali, si impiegano quantità senza precedenti di uomini e mezzi, forze enormi rendono la morte per molti uguale, indistinta, orrenda. Si combatte in massa e si muore in massa.

C'è ancora spazio per l'eroismo individuale in un simile conflitto in cui un ordigno piomba da distante dilaniando molti uomini e un pilota abbattuto appare solo come un pezzo dell’aereo? Il greco Protagora affermava che l’uomo è misura di tutte le cose. Questa asserzione sembra trovare ancora conferma nelle memorie del soldato che concluderà l’esperienza al fronte col grado di tenente. Infatti, in mille azioni sottolinea l'importanza dello stato d'animo, della tempra, del carattere degli uomini che possono decidere l'esito della lotta anche in situazioni quasi disperate e combattendo in posizioni molto precarie.

Forte è l'ammirazione per il coraggio e il valore. Ecco cosa dice (quasi come epitaffio) del soldato Kloppmann, commilitone coraggiosissimo durante le incursioni notturne nelle trincee nemiche e destinato a cadere:

Kloppmann era uno di quegli uomini che non si possono immaginare prigionieri”.

Un ufficiale inglese appena catturato si guadagna subito la sua stima quando si sente tenuto a spiegare che la resa è stata dovuta al fatto di essere completamente circondati e non a una scelta di viltà. Lo scrittore sembra avere il carattere dell'immortalità; ferito quattordici volte, sempre pronto a tornare in trincea, sfiorato da tanti proiettili, ma sempre salvo. La guerra è esperienza unica che offre sensazioni quasi inspiegabili nel momento drammatico ed esuberante dell’assalto:

“ … io mi sentivo, in compenso, completamente estraneo alla mia persona, come se i piccoli proiettili che mi fischiavano alle orecchie avessero sfiorato un oggetto qualsiasi. Il paesaggio aveva la trasparenza del vetro”.

Altrettanto dense sono le sensazioni dopo una ferita grave:

“Mentre crollavo pesantemente sul fondo della trincea, ebbi la certezza di essere definitivamente perduto. Eppure, cosa strana, quel momento è stato uno dei rarissimi in cui possa dire di essere stato veramente felice. Compresi in quell’attimo tutta la mia vita nella sua più intima essenza”.

Il fratello ferito gravemente qualche tempo prima aveva espresso considerazioni simili:

Pensavo alla morte senza che ne fossi turbato. Tutti i legami col mondo mi sembravano tanto semplici da rimanerne stupefatto”.

Si tratta sicuramente di un diario difficilmente accostabile ad altri testi lasciati dai soldati. Il dramma della morte incombente non genera disperazione ma è fonte di conoscenza del proprio sostrato intimo; la vita sembra schiudere i suoi segreti all’individuo nel momento in cui sta venendo meno. Il pericolo desta un’inesauribile volontà di lotta anche davanti ad avversari sempre più agguerriti e ormai nel 1918 ampiamente superiori in mezzi. Non c’è fanatismo, ma eroismo intrepido e senso aristocratico della guerra. Jünger non sempre porta l’elmetto, va all’assalto calzando i guanti, tenendo la pistola nella sinistra e un frustino di bambù nella destra, guadagnandosi una fama di temerarietà e di quasi invulnerabilità. Intrattiene buoni rapporti con i civili belgi come i signori Plancot che per quanto privati di quasi tutto gli mandano dei doni mentre lui è convalescente all’ospedale. I subordinati lo apprezzano e rischiano la vita per trascinarlo via sotto il fuoco nemico quando viene ferito per l’ultima volta sul finire del conflitto. È giusto concludere l’esame di questo complesso libro con alcune sue significative parole che condensano l’etica del diarista:

Durante la guerra mi sforzai sempre di considerare l’avversario senza odio, di apprezzarlo secondo la misura del suo coraggio”.

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LA BATTAGLIA COME ESPERIENZA INTERIORE di Ernst Jünger (1895 – 1998)

3 Aprile 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

LA BATTAGLIA COME ESPERIENZA INTERIORE di Ernst Jünger (1895 – 1998)

Testo impegnativo, da leggere dopo il monumentale Nelle Tempeste d'acciaio (che affronteremo in questo blog), di cui in un certo senso è figlio sul piano filosofico ed etico. Scritto nei primi anni venti, al tempo della debole e poco amata repubblica di Weimar, il saggio del pensatore tedesco è rimasto a lungo inedito in Italia. L’autore insiste sull'importanza di accettare la guerra come attività umana. Finché ci saranno gli uomini, ci sarà anche la guerra. Essa è madre di ogni cosa: è una legge di natura, non si può ignorarla. Anche le idee più grandi sono state decise in seguito a una disputa sanguinosa. Gli orrori delle trincee aiutano ad apprezzare la quotidianità domestica e la pace, ma non devono portare a bandire il conflitto. Le cose vanno viste dialetticamente; non si può eliminare uno dei due poli senza danneggiare la spiritualità dell'uomo che si è ricomposta con la guerra stessa perché essa ha permesso che istinti e pulsioni antichissime, proprie dell'uomo preistorico, riemergessero. La guerra è distruzione e creazione nello stesso tempo.

Torna, vivissima, la lezione del filosofo greco Eraclito; un mondo senza antitesi non è possibile. C'è un divenire che è passaggio da uno stato al suo contrario. Con la guerra si è recuperato il lato ferino e sanguinario degli individui che sembrava scomparso; il soldato che nel buio della trincea, spiega Jünger, afferra un'arma al minimo rumore sospetto, ricorda il primitivo pronto a difendersi in ogni momento in mezzo a una natura pericolosa. L’uomo sostanzialmente resta un selvaggio; la vita civile è un abito che finisce per cadere scoprendo la vera natura umana, legata agli istinti e alla violenza.

La normalità impoverisce e rende mediocre la vita:

"Abbiamo convissuto nel grembo di una cultura strampalata, più stretti dei nostri antenati, disintegrati tra voglie e affari, a rotta di collo tra piazze scintillanti e tunnel della metropolitana, attirati nei caffè dai bagliori degli specchi, viali, fasci di luce colorata, bar pieni di liquori scintillanti, tavoli di conferenze, tutto all'ultimo grido, una novità all'ora, ogni giorno un problema risolto, una nuova sensazione a settimana e una grande, rintronante insoddisfazione di fondo”.

In più punti il testo esprime una cultura vivacemente antiborghese.

La Grande Guerra ha permesso agli istinti più antichi di tornare in auge e ha fatto emergere una nuova "classe", un ceto aristocratico che ha sfidato la morte senza poi restare prigioniero di una visione meramente negativa del conflitto. Chiunque, dal bracciante allo studente, se valoroso può farne parte. Si insiste molto sul primato dell’uomo che ha combattuto, sulla sua tempra e sulla sua etica basata sul coraggio; le macchine di distruzione, sempre più potenti, hanno avuto un ruolo enorme, ma questo non intacca la centralità dell'uomo e della sua forza morale. Lo scrittore spiega che l'avversario deve essere combattuto con ogni mezzo, ma senza odio; i coraggiosi rispettano i coraggiosi per evidente affinità. Jünger ricorda un episodio al fronte; dopo un tremendo acquazzone che aveva reso inospitali i ricoveri, i tedeschi uscirono nella terra di nessuno e trovarono nel pantano i loro dirimpettai inglesi, anch'essi costretti a uscire dalle trincee. Venne naturale scambiarsi saluti e segni di stima, prima di tornare a spararsi. Una dialettica necessaria è quindi anche quella col nemico, una sorta di “fratello” che arriva a comporre la propria identità, come due lati della stessa medaglia, come un solo corpo.

Un libro certamente non facile, forse terribile, senz'altro spregiudicato e stilisticamente seducente, ma anche un punto di vista diverso dalla vulgata e soprattutto onesto, nel senso che l'autore scrive di guerra dopo averla conosciuta nel corso di tre durissimi anni passati a combattere.

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DUE DIALOGHI DALLE OPERETTE MORALI di GIACOMO LEOPARDI

3 Febbraio 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #saggi

DUE DIALOGHI DALLE OPERETTE MORALI di GIACOMO LEOPARDI

Il Dialogo d’Ercole e di Atlante apre la serie dei dialoghi delle Operette Morali; invece, il Dialogo di Timandro e di Eleandro nell’edizione del 1827 era posto come testo conclusivo dell’opera. Ambedue i testi risalgono al 1824.

Il primo dialogo vede come protagonisti Atlante e Ercole alle prese con il mondo; il grande eroe è stato mandato da Giove per alleviare per qualche momento la fatica di Atlante, stanco di reggere l’universo.

Ma a sorpresa il vecchio dio spiega che il mondo, chiamato “pallottola”, si è fatto leggero; gli pesa di più il mantello che usa per ripararsi dalla neve. Il termine leggero non è riferito solo al peso materiale, in quanto Leopardi considera la parola anche in senso morale. Gli uomini sono mediocri, senza slancio, meschini. Infatti, i due personaggi notano che il mondo si è fatto anche silenzioso. L’umanità è muta, non ha nulla da dire, non si segnala più per attività e forza. Sembra che si tratti di un peso morto; il mondo non dà segni di vita e può stare in una mano di Ercole che volentieri lo usa per giocare. L’eroe ricorda il coraggio e la grandezza degli uomini quando lui compì le grandi imprese; un tempo, l’umanità affrontava a corpo a corpo i leoni, ora solo le pulci. C’è quindi in questo dialogo l’idea che in passato vi era un’epoca d’oro, ora scomparsa; in altri momenti del pensiero leopardiano l’uomo invece viene visto come tristo e infelice in ogni epoca. Qui si parla di un sopraggiunto peggioramento ed è più viva la polemica del poeta verso gli italiani suoi contemporanei, ritenuti incapaci si scuotersi dal torpore morale in cui sono precipitati. Ci vorrebbe una scossa per provocare una reazione. Capita che il mondo sfugga di mano a Ercole e cada malamente. L’ammaccatura sul pianeta non determina reazione alcuna; sembra che gli abitanti continuino a dormire. La “pallottola” resta muta oltre che insignificante. Non c’è quindi speranza di abbracciare un nuovo corso per l’umanità, sembra dire sconsolato l’autore. Rimane, felicissima, una battuta finale, in cui si scomoda il poeta Orazio: “Questo poeta va canticchiando certe sue canzonette, e fra l'altre una dove dice che l'uomo giusto non si muove se ben cade il mondo. Crederò che oggi tutti gli uomini sieno giusti, perché il mondo è caduto, e niuno s'è mosso”.

Ma il dialogo è prevalentemente satirico e gustoso, tanto da stemperare la forza della conclusione pessimistica.

L’altro dialogo, più corposo, è tra Timandro (ossia colui che onora l’uomo) ed Eleandro (ossia colui che commisera l’uomo); il primo personaggio rinfaccia al poeta le accuse che all’epoca erano scagliate contro di lui dai suoi contemporanei, l’altro rappresenta invece il punto di vista dello scrittore recanatese.

Si contesta a Eleandro/Leopardi di scrivere libri pieni di pessimismo in un’epoca in cui si parla tanto di progresso; gli si rinfaccia di ricordare all’uomo la sua bassezza, quando l’uomo senz’altro un giorno diverrà perfetto. Il poeta nel replicare ha modo di esprimere il suo articolato pensiero.

Non crede nel progresso (“le magnifiche sorti e progressive”), ritiene che l’uomo sia sempre stato un essere sfortunato e condannato dalla natura a soffrire. In fondo, si può aggiungere, lui la pensa come Tucidide e Machiavelli; gli uomini non cambiano da un’epoca all’altra, sono sempre preda delle stesse passioni e delle stesse sofferenze. Leopardi non ha fede nel sopraggiungere della perfezione umana. Dice che non può che dire e scrivere quello che considera il vero, ossia parlare dell’infelicità umana; non potrebbe invece parlare di progresso dato che non vi crede. C’è un forte nihilismo; tutto è vano, anche la testimonianza del vero è inutile. L’arte stessa non serve; la filosofia, raccontando i mali dell’umanità, non la rende certo felice e perciò la conclusione è che è meglio non filosofare. Conoscere la verità della propria condizione non porta giovamento perché l’infelicità è un dato “necessario”, non eludibile. Il sapere conferma l’infelicità, perciò, meglio astenersi dagli sforzi intellettuali.

Si salvano solo i libri che fanno appello alla fantasia e all’immaginazione o che ricorrono al riso anziché al commiserare, poiché ciò allevia il dolore del vivere, distogliendo dalle pene che restano però reali e inevitabili.

Se tutto è vano, anche la poesia lo è dato che al massimo distrae dal costante soffrire. Allora, ci chiediamo, perché scrivere? Forse perché un’umanità matura merita di sentirsi dire la verità, per quanto dura e amara. Può capitare che si reagisca duramente verso chi dice la verità che in fondo pochi vogliono sentire. Qui sta l’eroismo senza tempo del grande recanatese che si staglia con forza, bevendo l’amaro calice della solitudine e dell’incomprensione dei suoi contemporanei. Quando Timandro gli rinfaccia di scrivere libri fuori moda che biasimano l’uomo, la risposta è ficcante: "Anche il mio cervello è fuori di moda".

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Valentino Appoloni, "Ombre"

25 Gennaio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #valentino appoloni, #recensioni, #racconto

Valentino Appoloni, "Ombre"

Ombre

Valentino Appoloni

Ilmiolibro.it

pp 256

10,90

ebook 0,99 su La Feltrinelli e Amazon.

“Ombre”, ventisette racconti sorprendenti, non tanto per il contenuto, quanto per l’aura ottocentesca che li pervade. Sembrano scritti da Tolstoj, da Gogol e di certo Appoloni è debitore verso i maestri russi che così ben conosce e sa analizzare, ma anche verso il primo novecento, di Kafka prima e Calvino poi.

Seppure alcune novelle traggano ispirazione dalla storia (ad esempio la Rivoluzione francese) mantengono tutte un sapore fiabesco, ambientate in tempi e luoghi dove sogno e inconscio intrecciano trame fantastiche ma con una morale di fondo. Surrealismo, insomma, o meglio, realismo magico.

Allegorie con fine pedagogico, in un ambiente che, seppur rarefatto, non è solo simbolico. La bellezza delle storie non è nella trama e nemmeno nello stile, pur elegante e raffinato, quanto proprio nella vivezza fiabesca di certe ricostruzioni sceniche e nella maestria con cui sono descritte. Paesi, colline, boschi, regni, contee, chiese di campagna, castelli, vicoli, piazze e palazzi. Oggetti che hanno un’anima, libri, statue, ponti, una ghigliottina, buchi nel terreno, muri che acquistano una loro vita segreta per vendicarsi della malvagità, dell’incuria o dell’incredulità degli uomini. Spesso è il diavolo a metterci di nascosto lo zampino e a punire chi rifiuta la sua esistenza. Ogni storia mette in evidenza le storture dell’animo umano, l’ipocrisia, l’avidità, la cattiveria cieca della folla, degli uomini di potere e della politica, come “Il santo”, dove viene ucciso chi brama il potere ma anche chi se ne tiene lontano. “Le statue” ricorda il Marcovaldo di Calvino; qui non è la natura a sopravvivere alla cementificazione ma l’arte, i monumenti, le vestigia del passato violentate dalla modernità che si riappropriano del loro spazio. Le ombre del titolo ricorrono nel tema del doppio e del sosia. La parte oscura, il rimosso ma anche, forse, il moltiplicarsi del possibile, del reale, lo specchio, il labirinto.

Alcuni racconti hanno il passo lento e morale dei testi dei maestri russi o di Dickens, altri la lieve ironia, la satira dei difetti umani propria di una fiaba come “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Andersen. La narrazione è supportata da uno stile di notevole respiro. Forse non è un caso se fra i personaggi minori sono citati proprio due fratelli che si chiamano Grimm.

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DIALOGO DI CRISTOFORO COLOMBO E DI PIETRO GUTIERREZ

19 Gennaio 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #saggi

DIALOGO DI CRISTOFORO COLOMBO E DI PIETRO GUTIERREZ

Il Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez è stato composto nel 1824 e fa parte delle Operette Morali, il grande affresco filosofico in cui Giacomo Leopardi espresse il suo pensiero in forma discorsiva o dialogica.

Gutierrez accompagna il celebre navigatore nel viaggio alla ricerca delle Indie; una notte, la stanchezza per la finora frustrata attesa di arrivare alla terraferma fa sorgere questo dialogo. L’uomo chiede a Colombo se crede che lo scopo verrà raggiunto: “... se ancora hai così per sicuro come a principio di trovar paese in questa parte del mondo; o se dopo tanto tempo e tanta esperienza in contrario, cominci niente a dubitarne”.

La risposta accoglie alcuni dubbi: “... confesso che sono entrato un poco in forse”. Perciò, di primo acchito, sembra di leggere un testo dedicato alla vanità dell’agire umano; tanti calcoli, studi, progetti destinati ad approdi incerti, insicuri, contradditori o diversi da quanto ci si era prefissato. Il genovese passa in rassegna i segni che nel viaggio lo avevano fatto inutilmente sperare. Ora è giunto a pensare perfino che sia “ … vana la congettura principale, cioè dell’avere a trovare terra di là dall’oceano”. La pratica, nota ancora, spesso discorda dalla speculazione e quindi ogni ipotesi potrebbe rivelarsi fondata o infondata. Si potrebbe trovare solo un immenso mare, oppure effettivamente la terra, o un elemento diverso da acqua e terra. Magari sarà un posto disabitato e inabitabile. Nonostante tanto sferragliare di cervelli, nulla si sa con certezza. Il sapere deve attendere il vaglio della realtà: “… veggiamo che molte conclusioni cavate con ottimi discorsi, non reggono all’esperienza”. A questo punto Gutierrez, in modo misurato ma esplicito assesta una dura domanda diretta. Il navigatore sulla base di una semplice opinione speculativa, ha esposto la vita sua e degli altri? Una mera ipotesi, una labile congettura giustifica un viaggio così pericoloso? È la fase più drammatica del dialogo, quella in cui la debolezza della ragione umana viene smascherata pienamente e con essa una certa consapevole spavalderia dell’uomo che vuole comunque “andare a vedere”, rischiando col suo azzardo di trovare con lo smacco per le proprie teorie sbagliate anche la morte. Ma da qui in avanti il tono si apre alla speranza e a una certa fiducia, per quanto tutto il testo in generale si mantenga su un livello sobrio. Colombo ammette che c’è solo una congettura dietro al suo viaggio. Forse si arriverà alla terra tanto cercata, forse invece i calcoli si riveleranno errati. Ma già questo permette di fare passi avanti; il viaggio consente di rilevare gli errori negli scritti del passato e questo fa crescere tutta l’umanità. Il genovese all’inizio era parso come l’uomo che erra due volte, sia nel senso di viaggiare, sia in quello di sbagliare. Ora invece appare come un faro dell’umanità, conscio della limitatezza dei mezzi della scienza, ma pronto a cogliere nel calcolo smentito dall’esperienza un’occasione di crescita. Il viaggio di Colombo è il viaggio dell’uomo che procede per tentativi, fa tesoro degli errori, si muove con raziocinio e senza drammi, poiché fin dall’inizio non nega la propria fallibilità. Soprattutto, e questo appare il nucleo più leopardiano, il viaggiare permette di tenere lontana la noia che fa scoprire il vuoto del vivere. Cercare e arrischiare permettono di tenere cara la vita, facendo stimare cose altrimenti non tenute in debito conto come la vita stessa, la casa, la tranquillità. Quindi lo stimolo che viene da questo scritto è un invito all’azione, all’attività, all’avere obiettivi anche ambiziosi. Cosi la piaga della noia resta distante e cercando le grandi cose si apprezzano le piccole che stanno nella quotidianità. Se nel Dialogo tra un venditore d’almanacchi e di un passeggere si insisteva sul fatto che l’uomo pone il piacere sempre nell’avvenire, non avendone esperienza nel passato e nel presente e là questo era un disincantato prendere atto di come ci si voglia autoingannare nel pensare che la felicità (mai vissuta né ieri né oggi) sia sempre possibile in un domani (cui forse mai si giungerà), qui il testo offre, invece, puntelli di speranza e fiducia. Colombo tiene sempre lo sguardo alla natura e ne osserva attentamente le manifestazioni. Le nuvole, l’aria, il vento, gli uccelli, qualche ramicello nell’acqua lo inducono a un cauto ottimismo: “… tutti questi segni, per molto che io voglia essere diffidente, mi tengono pure in aspettativa grande e buona”. Così termina il dialogo, con queste note di azzurro; i due personaggi non sono per niente spaventati dall’immensità dell’oceano, tanto che la loro apprensione si fa sempre più tenue. La natura qui non incute timore all’uomo, ma si offre docile alla sua osservazione. Le congetture di Colombo sono una teoria nel senso greco del termine, sono ossia un attento osservare, un ragionare tenendo gli occhi sul mondo circostante. Si potrebbe dire che il bellissimo dialogo in realtà è un “trialogo”. Tre sono infatti le voci; Gutierrez, Colombo e la natura stessa.

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IL PADRONE E IL SERVITORE di LEV TOLSTOJ (1928 – 1910)

19 Dicembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto, #unasettimanamagica

IL PADRONE E IL SERVITORE di LEV TOLSTOJ (1928 – 1910)

Vasilij è un facoltoso proprietario, pieno di forza e volontà. C’è in gioco per lui un affare importante; potrebbe, infatti, acquistare a poco prezzo un bosco. Non può aspettare a concludere la trattativa perché ci potrebbero essere altri concorrenti; decide di partire in slitta per raggiungere il venditore e non farsi sfuggire l’affare. Nevica molto; il buon senso consiglierebbe di rimandare. Ma Vasilij è incontenibile; parte insieme al suo servo più capace, Nikita. Il padrone si ritiene molto abile nel guadagnare, ma pretende anche di essere un piccolo benefattore per i propri dipendenti. In realtà, Nikita, pur bravo, viene pagato male e in ritardo. Il servitore ha anche problemi a casa con la moglie e talvolta si è dato al bere. Ma poi ha fatto voto di rimanere sobrio e in fondo sopporta con pazienza ogni cosa. La sua bonomia gli fa scivolare addosso anche le bizze dell’esigente padrone. Il viaggio in slitta ora dopo ora si fa complicato; i due si perdono e trovano ospitalità nella casa di un villaggio, in una famiglia messa in crisi dall’avidità di uno dei figli. Potrebbero aspettare l’indomani e riposarsi, ma l’urgenza di compiere l’acquisto assilla Vasilij e quindi si riparte. Il resto del viaggio è altrettanto sfortunato. La tormenta di neve costringe a fermarsi e dopo una sosta il padrone tenta all’improvviso di ripartire da solo, salendo sul cavallo e abbandonando il servo. Alla fine l’uomo, dopo essersi di nuovo perso, in preda alla paura ritorna per caso alla slitta dove nel frattempo era salito l’infreddolito Nikita, ormai sul punto di congelare. Il proprietario è ora cambiato; non pensa più ai soldi, tenta di salvare l’altro, si preoccupa per lui e lo conforta. L’indomani i contadini della zona disseppelliranno dalla neve i due uomini. Solo il servo, per quanto malconcio, sopravvivrà.

È un racconto pubblicato nel 1895 e fu uno dei maggiori successi editoriali dell’autore russo. È chiaramente incentrato sull’avidità e i disastri che ne vengono; lo stimolo del guadagno a tutti i costi segna la vita di Vasilij abituato a considerare gli altri come mezzi a sua disposizione, legittimamente sacrificabili. La sua arroganza smodata porterà a una tragedia. Quando però il padrone, dopo aver tentato di ripartire da solo si perde, allora davvero la sua vita cambia. Il tempo trascorso nell’angoscia e nella solitudine lo ha scosso anche interiormente. Al ritorno presso la slitta dove c’è il malconcio Nikita, è un altro uomo; ha capito di essere vissuto in base a valori falsi, mettendo in pericolo il fedele servo. Muore pentito per la sua disumanità, ma contento di essere cambiato. Il lavorante, calmo e paziente, merita di salvarsi. Tolstoj non condanna la ricerca del profitto, ma quella sorta di tracotanza, di ὕβϱις che emerge in vari momenti; il padrone nel gelo riflette su quanto potrà guadagnare e su come incrementerà il suo già cospicuo patrimonio. Ha senso mettere in pericolo se stesso e gli altri per accumulare altri possessi? Giunto all’epilogo della propria vita, Vasilij capisce di aver sbagliato e questo è il suo momento più felice. Lui che portava due pellicce e che aveva preteso di ripararsi da solo sulla slitta, finalmente si cura del servo che calzava due logori stivali, di cui uno bucato. Ecco come si vede ora, dopo la sua “conversione”: “E si ricorda dei soldi, della bottega, della casa, degli acquisti, delle vendite e dei milioni dei Mironov, fa fatica a capire perché quest’uomo che chiamavano Vasilij Brechunòv si occupasse di tutte le cose di cui si occupava”. Il povero lavorante invece non ha bisogno di conversioni; non teme la morte perché in fondo la sua vita è stata un incessante e faticoso servire gli altri, ma non dimentica nemmeno i suoi peccati per i quali chiede perdono a Dio nel momento peggiore del viaggio. Il lato moraleggiante del racconto è diluito in una narrazione non priva di suspense; la strada sempre meno visibile, il cavallo costretto a superare mucchi di neve, l’attenzione per la fisicità dei due uomini e dell’animale che soffre sono aspetti declinati in pagine curatissime. Il percorso seguito ha qualcosa di kafkiano; si corre, si briga, si crede di aver trovato la strada giusta, ma alla fine ci si accorge di aver girato in tondo, di essere di nuovo al punto di partenza, ormai senza forze. Il viaggio di Vasilij è metafora dell’inutilità e dell’inconcludenza di una vita spesa a cercare fanaticamente il profitto; il padrone si infila nella tormenta e nella notte per cercare lontano quello che crede dia valore alla sua vita. Durante la sosta nel villaggio, ha l’ultima possibilità per mutare atteggiamento. È un’occasione che forse un Dio generoso offre a chi sa guardarsi dentro. Infatti, nella famiglia che li ospita c’è apprensione perché uno dei figli sta per provocarne la distruzione pretendendo la sua parte di patrimonio. L’avidità distrugge, sembra dire Tolstoj. Ma l’uomo è cocciuto e non impara dagli errori degli altri, si può dedurre. Le cose devono capitare sulla propria pelle. Il padrone capisce tardi che quanto poteva meglio indirizzare la sua vita non era lontano; stava seduto accanto a lui, sulla slitta.

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IL NASTRINO di Sergej Butkov

16 Dicembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL NASTRINO di Sergej Butkov

Questo è un racconto che fa parte della raccolta Le cime di Pietroburgo di Sergej Butkov (1821-1858), amico del giovane Dostoevskij e scrittore sommerso dai giganti letterari della sua epoca. L’autore di Delitto e Castigo commentò con tristezza la sua precoce morte in una lettera dalla Siberia al fratello Michail.

Il protagonista è Ivan, un impiegato di basso rango, senza ambizioni e privo di particolari attitudini a parte la precisione nel lavoro. Sa copiare con cura i documenti, ma va in ambasce se gli si conferisce un incarico più complesso. Vive in un piccolo appartamento ai piani bassi di un palazzo perché non sopporta le grandi altezze; in realtà non le sopporta nemmeno nella vita. Strimpella un vecchio piano. Quindi, un uomo senza qualità che non beve, non urla e conduce un’esistenza senza squilli di tromba: “Da dieci anni manteneva lo stesso impiego, con lo stesso stipendio, sulla stessa sedia, allo stesso tavolo e svolgendo lo stesso incarico”. Esce poco perché si sente goffo oltre che povero.

Nel suo grigiore arriva finalmente una nota di azzurro. La figlia dei suoi vicini tedeschi suona come lui il piano e Ivan se ne innamora. In quel periodo il suo superiore gli concede il nastrino, una decorazione per un lavoro importante ben svolto. In realtà Ivan non ha fatto molto per meritarsela; è stato principalmente un colpo di fortuna. Ma ora è il momento dell’ottimismo. Non vede l’ora di sfoggiare il nastrino all’occhiello davanti alla ragazza che ogni tanto va a trovare. Ma le sue aspirazioni vengono rintuzzate e poi distrutte. La giovane gli dice duramene: “E allora? Oggi chi non ha un nastrino?”. Subito dopo lei gli confida di avere anche lei qualcosa di simile regalatole … dal suo fidanzato. Ivan, appresa la notizia, è devastato; non gli resta che andarsene barcollando e tornare nel suo piccolo e mesto alloggio. In fondo la ragazza in prima battuta ha ragione. Quello è solo un pezzo di stoffa. Onorificenze, medaglie, premi sono in gran parte vanità e segni di distinzione; il sistema le concede dall’altro per fidelizzare e far aderire a sé i sottoposti. Il cappotto del noto racconto di Gogol’ prima di essere un cappotto è un simbolo sociale. Napoleone Bonaparte, abile dispensatore di premi e decorazioni (maresciallo di Francia, cavaliere dell’Impero, titoli nobiliari) ai suoi seguaci, si sentì obiettare che quelli erano giocattoli. L’imperatore rispose significativamente che gli uomini sono governati dai giocattoli. C’è probabilmente un livello sano in cui questi “giocattoli” sono mezzi positivi e rappresentano uno stimolo a crescere, oltre che essere un mezzo per tenere saldi i corpi della società. Oltre quel livello, c’è solo la vanità.

Tornando al racconto, non è un tronfio e borioso carrierista a venire ridimensionato. A subire il colpo, per aver sfoggiato il nastrino, è un piccolo e sobrio impiegato, tranquillo e senza artigli, costretto dopo lo smacco a dover ricominciare a volare basso. A chi sta ai piani inferiori, basta poco per esaltarsi e ancor meno per precipitare. Ivan, timoroso, come già detto, delle grandi altezze, ne ha avuto una dura conferma. Per questo, alla fine, il racconto di Butkov, è proprio triste, oltre che realistico.

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