Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

valentino appoloni

IL FUGGIASCO di CESARE PAVESE (1908 – 1950)

26 Novembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL FUGGIASCO di CESARE PAVESE (1908 – 1950)

Il protagonista del racconto è appunto un fuggiasco; ci troviamo in una zona di collina di qualche provincia dell’Italia settentrionale durante la guerra civile che dal 1943 al 1945 vide attentati, rappresaglie e violenze da una parte e dall’altra. Bastano all’autore poche pennellate per tratteggiare il quadro fosco; siamo in campagna, c’è un pugno di case, il clima è freddo anche dal punto di vista umano. L’uomo è in fuga; la sua solitudine è aggravata dalla diffidenza degli altri. Trova rifugio in una cappella abbandonata; piove e le poche persone del posto hanno paura. Il disagio è evidente: “Non lontano, un cane abbaiava e lo immaginavo randagio sotto l’acqua e dolorante di fame. In quel buio invernale sembrava la voce di tutta la terra”. Ci sono state nei dintorni alcune stragi dovute, si deduce, ad azioni di partigiani che hanno determinato feroci ritorsioni. La gente è stanca di violenze e vive nel terrore. Così, se concedono un piatto di minestra, non vogliono che si sappia; il fuggiasco o partigiano della vicenda deve consumarla lontano, stando nascosto. Anche le chiese vengono bruciate nelle rappresaglie; non ci sono più né sicurezza e nemmeno civiltà. Un ragazzo del posto, Otino, si intrattiene con lui e dice significativamente che in quel momento non si può chiedere a nessuno chi è. L’identità personale è diventata pericolosa, crea sospetti e pericoli; sapere significa poter essere accusati di qualche forma di complicità. Meglio non chiedere. Meglio anche non essere nessuno, annullarsi in un nascondiglio dormendo su un sacco pieno di foglie aspettando il sole. Eppure stando nella piazza del paese, durante il giorno, accanto alla chiesa, sembra riaffiorare nel protagonista una certa speranza; la guerra non può continuare, la quiete piacevole della pace deve tornare. Ma dalla chiesa esce una donna che evita per prudenza di guardarlo; torna il pessimismo. La paura spezza la solidarietà. Giungono notizie di attacchi a paesi innocenti. Qualche fucilata echeggia lontano. Oltre le colline, c’è probabilmente una possibilità di libertà. Il fuggiasco le guarda avvolte dalla nebbia, ma alla fine sembra chiedersi se valga la pena di partire e rischiare ancora.

È un racconto breve ma sostanzioso; i colori dell’inverno si mescolano ai colori della paura. Non è giunto molto in quel luogo del valore ideale ed etico di quella guerra (ossia della Resistenza); il timore di ritorsioni è troppo grande e crea barriere tra le persone. Il piccolo Guido di cui si parla nel finale del racconto, gioca a fare il soldato e dice spensierato che la guerra non finirà mai. Nessuno ha saputo spiegargli il dramma di quel momento. Ma l’attenzione si concentra sul fuggiasco; da cosa fugge? Dalla violenza del conflitto o forse da una responsabilità che non vuole più assumersi? A Otino lui chiede fuori dai denti se non si vergogni a starsene lontano dai pericoli, quasi al sicuro, mentre altri si battono. Ma è il fuggiasco stesso, qualche ora dopo, ad accarezzare la quiete, il disimpegno, il silenzio: “Avevo visto di lassù nel campo bruno i buoi d’Otino che sembravano fermi. Nell’aria fresca si sentivano le voci suonare tranquille, e se un urlo, uno sparo, avesse rotto quella calma i buoi laggiù non si sarebbero mossi. Quella sera ero contento; dovevo mangiare una minestra nel cortile di Otino, poi tornarmene solo nella vecchia cappella e star nascosto”. Improvvisamente il paese sembra immoto, sereno, lontano dai drammi, quasi fuori dalla storia. Anziché accettare il rischio di andare oltre le colline, l’uomo sembra preferire il sostare apatico nella campagna immobile: “Qui non c’era che terra e colline e bastava appiattirsi alla terra per vivere ancora”. Se prima, con una certa arroganza, aveva chiesto spiegazioni dell’inerzia altrui, ora ha perso in parte la sua superiorità morale; non può più giudicare. In fondo è un uomo come gli altri; probabilmente ha combattuto con coraggio in nome di una fede, ma ora è stanco e sfiduciato. Sembra provare in anticipo una certa disillusione che si prova spesso dopo aver preso parte a una trasformazione storica che si voleva rivoluzionaria, ma che spesso ha esiti di portata limitata. La vecchia cappella gli garantisce pace e rifugio. Ciò fa pensare che i partigiani non erano superuomini, ma persone che in lunghi mesi di lotta feroce (soprattutto nel tardo 1944, quando il freddo e i rastrellamenti si fecero particolarmente pesanti) avevano momenti di debolezza e fiacchezza. La lotta era (ed è) fuori ma anche dentro a ogni uomo, sempre con la tentazione di scegliere il percorso più semplice e meno impegnativo, magari in attesa che le conquiste vengano realizzate grazie al sacrificio degli altri. Forse nel protagonista è in atto questo tipo di conflitto. Il racconto ha qualche affinità con un romanzo dello stesso autore, La casa in collina, dove il protagonista fugge dai fascisti, evita di schierarsi e si accontenta della precaria pace in un istituto religioso: “In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia. Volevo essere buono per essere salvo".

Questo rimanda anche alla vita personale di Pavese che visse sempre con sofferenza e travaglio il non aver preso parte alla Resistenza, pur avendo peraltro già patito alcuni anni di confino; anche nello scrittore probabilmente divampò la stessa cruenta lotta.

La scelta della “tranquillità”, del trattenersi anziché continuare a fuggire sembra prevalere anche nel racconto, scelta appunto non da eroe ma profondamente umana. C’è d’altronde bisogno di un posto, piccolo o grande, in cui stare come spiega lo stesso scrittore in La luna e i falò: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Mostra altro

PRODITORIAMENTE di ITALO SVEVO (1861 – 1928)

17 Novembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

PRODITORIAMENTE di ITALO SVEVO (1861 – 1928)

Maier è un imprenditore di discreto successo; ha da poco superato i sessant’anni quando un cattivo affare, condotto con una persona disonesta, lo mette sul lastrico. Per riprendersi capisce che dovrà lavorare duramente, condannando se stesso e la famiglia a una vita di disagi e ristrettezze. Ci sarebbe una possibilità per riuscire a pagare i debiti contratti; ottenere un prestito dal suo caro amico Reveni, anch’egli imprenditore. Ma come chiedergli una mano? Qui emergono le difficoltà psicologiche del protagonista poiché la cultura borghese vuole sicurezza e forza; chi si è dimostrato improvvido e sciocco, sia pure in una sola sfortunata circostanza, è in un certo senso compromesso nella cerchia dei bravi uomini d’affari. Maier si reca quindi a casa dell’amico incerto su come procedere; vuole essere aiutato, ma non può accettare umiliazioni. L’ideale sarebbe che Reveni leggesse tra le righe e gli venisse fraternamente incontro, senza costringerlo ad abbassarsi a una esplicita richiesta. “Erano stati buoni amici tutta la loro vita”, ci viene detto. Il dialogo avviene alla presenza della consorte dell’amico con la quale Maier non è mai stato in confidenza. L’uomo parla, compie lunghi giri di parole, si spazientisce a tratti, ma non riesce a dare all’interlocutore l’esatta idea del suo dramma. Reveni ascolta ma senza farsi coinvolgere e quando parla, lo fa da una posizione di tranquillità e di superiorità; lui è ancora un imprenditore di successo. Non riesce a immedesimarsi in una situazione di grave difficoltà. Parla di logica e di lucidità negli affari; quello che Maier non ha avuto. A un certo punto lo sfortunato commerciante sente di avere tutto contro di sé, l‘amico che non lo capisce, la moglie che forse gli è ostile da sempre, gli oggetti stessi della casa che rimandano a una solidità economica che lui ha perso: “Egli vedeva quella sala da pranzo per la prima volta luminosa per la luce delle grandi finestre riverberata da marmi agli abbassamenti delle pareti, dagli ori in certe filettature alle porte, dai cristalli che ancora si trovavano sul tavolo”. Mentre Maier nota tutto questo, l’altro si sente male; viene chiamato un dottore, ma inutilmente. Muore invece che farmi un prestito, sembra pensare l’indebitato commerciante che poi con una buona scusa se ne va e giunto in strada si sente sollevato; la disgrazia dell’amico rende più sopportabile il suo fardello. Il protagonista ragiona solo in rapporto alle sue impellenti esigenze; il suo è un mondo economicistico. Non c’è dispiacere per quella morte che anzi lo riconforta; ciò fa pensare alle mille considerazioni anche ciniche che si fanno pur di trovare un appiglio che offra un aiuto almeno a livello psicologico in momenti delicati. Ma Svevo ci insegna col suo romanzo principale, La coscienza di Zeno, che ogni cosa è vista da un punto di vista soggettivo e quindi limitato, relativo; in una parola, malato. Non è salutare dare tanto credito a una visione incompleta delle cose. La psicologia di Maier lo porta a varie oscillazioni nel dialogo, a seconda di ciò che percepisce nell’atteggiamento dei due interlocutori; speranza e pessimismo si alternano capricciosamente, ma tutto è descritto in base appunto alla sua visione soggettiva. In fondo lui non domanda chiaramente il prestito così necessario; cerca di presentare a grandi linee la situazione, ma senza darne i precisi dettagli, per non sentirsi mortificare nella sua dignità di imprenditore ora in affanno. Forse se avesse chiesto in modo schietto, parlando da amico ad amico, avrebbe ottenuto qualcosa. Invece non chiede; quindi non si può nemmeno dire che Reveni rifiuti di aiutarlo. Il suo atteggiamento freddo e distaccato potrebbe essere solo il risultato del punto vista parziale e malato del protagonista, vittima di una morale borghese degli affari che predica successo e non ammette sfortuna. La conclusione ci rimanda ai paradossi cari a Svevo; l’inetto (vero o presunto), pur pieno di assilli e incertezze, alla fine cade in piedi e se ne va quasi rasserenato. L’amico, apparentemente superiore nella solidità economica esemplificata dalla lussuosa casa, muore (come succede anche all’aitante Guido nella Coscienza di Zeno). Non c’è sicurezza per nessuno; il fiuto per gli affari non elimina l’irriducibile precarietà della nostra esistenza.

Ma la domanda amara che sorge con immediatezza, in un ambiente così materialistico, è questa; i due signori del racconto erano poi veramente amici?

Mostra altro

IL CARCERE di CESARE PAVESE (1908-1950)

29 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL CARCERE di CESARE PAVESE (1908-1950)

Stefano, protagonista di questo racconto pubblicato nel 1948, giunge in un piccolo paese dell’Italia centro-meridionale. È stato mandato qui dal regime fascista a scontare una pena, come capitò nella realtà a Pavese, condannato nel 1935 a tre anni di confino a Brancaleone, in Calabria. Non sappiamo nel dettaglio quale sia il reato specifico, anche se è chiaro che si tratta di un reato politico. Ma di politica non si parla; solo un signore del posto rende omaggio al suo impegno, ma si tratta di alcune parole estemporanee. In una borgata vicina verrà mandato un altro confinato di cui si sa che è un anarchico voglioso di incontrare Stefano che però rifiuterà. Il giovane non ha più interesse per la politica o per temi generali; rifluisce fin da subito in se stesso. È arrivato in manette, ma poi la sua esistenza ha potuto dispiegarsi in modo diverso, in uno stato di semilibertà. Infatti vive in una piccola casa che non è una prigione; riceve un sussidio, una donna viene a occuparsi delle pulizie, può muoversi e girare a patto di rientrare ogni sera per le sette. Il maresciallo dei carabinieri viene a controllarlo nei primi giorni, poi lo lascia in pace. Può andare a nuotare, accompagnare un giovane del posto a caccia, stare all’osteria. La sua è una situazione sospesa e indefinita; tiene una valigia pronta, nel caso gli venga comunicato l’avviso del recupero della libertà o del passaggio a un carcere vero. Anche molti giovani del paese sono in una situazione sospesa; tanti parlano di andare via, di partire, qualcuno sembra vicino a sposarsi, ma rimanda. Non c’è il senso di attesa di certe opere di Buzzati; qui ci sono la staticità e l’incompiutezza, il ruotare acritico intorno allo stesso punto. La vicenda è declinata da una prosa che descrive con calde carezze pittoriche il paese sul mare dove c’è vita solo nelle chiacchiere dell’osteria e nella malizia di certi sguardi femminili. Nel villaggio non arrivano le fanfare del regime a celebrare un risultato o a indicare una meta; tutto è ripetitivo, senza sbocchi. Solo il dolce rumore del mare e il fragore improvviso del treno danno l’idea che lontano da lì ci siano altri posti, altri mondi, reali possibilità di libertà e di avventura. Stefano non sembra l’unico confinato.

Viene soprannominato ingegnere; in realtà non ha ultimato gli studi. Non parla quasi mai del futuro, passa molte ore a casa e ama stare solo. Solo Giannino, tra i giovani del luogo, entra in confidenza con lui, ma rispettandone la voglia di solitudine. Nasce una relazione tormentata con Elena, la signora delle pulizie; ma è un rapporto carnale, sono due sconosciuti che passano alcune ore insieme in clandestinità, senza dialoghi veri. È attratto in realtà da un’altra donna; anche qui è un’attrazione priva di sentimenti. Conosce tanti coetanei del paese, ma c’è sempre un muro a frapporsi; fatica a capire la mentalità del posto e in definitiva non porta alcun miglioramento, nonostante sia una persona colta. Quando gli arriva l’annuncio della libertà, l’amico Giannino è in carcere e quindi non può incontrarlo; vorrebbe salutare in modo affettuoso Elena che però rimane fredda e distaccata. Il giovane parte e il piccolo paese viene lasciato nell’oblio.

Sembra un racconto in cui tutti sono sconfitti, forse prima di aver iniziato a combattere. Il protagonista è abulico e pavido, le autorità presenti sono solo quelle di pubblica sicurezza, manca ogni slancio e si vive attendendo che altri decidano al proprio posto: c’è un confino politico, ma anche uno esistenziale, passivamente accettato, forse segno di immaturità. Il piccolo centro sembra non interessare a nessuno, né al regime e nemmeno a chi l’ha sfidato ed è stato per questo condannato. È un incontro tra sordi; il confinato e la gente del paese restano divisi da un solco profondo, nonostante le ore che Stefano passa all’osteria: “A volte, giocando alle carte nell’osteria, fra i visi cordiali o intenti di quegli uomini, Stefano si vedeva solo e precario, dolorosamente isolato, fra quella gente provvisoria, dalle sue pareti invisibili”. Non c’è autentica comunicazione; il giovane non vive in un vero carcere e in una vera cella, come abbiamo visto, ma ci sono le mura invisibili tra le persone, nel racconto come nella realtà, costruite dalla paura, dall’apatia, dalla mancanza di volontà. Sono queste mura a vincere.

Mostra altro

La prova del fuoco di Carlo Pastorino

27 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

La prova del fuoco di Carlo Pastorino

Il ligure Carlo Pastorino (Masone 1887 – 1961) ci presenta le sue esperienze di combattente nella Grande Guerra in Vallarsa e sul Carso. I suoi testi denotano una patina di forte moralità e sensibilità umana e a volte ciò può portare a una prosa un po’ mielosa. Ma questo è il mondo di Pastorino che poggia su solide fondamenta civili, ossia la fedeltà alle Istituzioni e alla Patria, e anche religiose, ossia un’intensa fede cristiana. Le sofferenze al fronte non intaccano le sue convinzioni; anche fare la guerra è un dovere civico e l’imboscato è un infelice da compatire, come spiega alla fidanzata a Milano, poco prima di tornare a combattere. La guerra uccide ma può anche far rinascere; il torinese Fenoglio in Vallarsa sente di voler rinunciare a una vita di nefandezze. Confessa i suoi misfatti; Pastorino ne accompagna la graduale risalita morale. L’ambiente solidale dei commilitoni ha trasformato un criminale in un buon soldato stimato da tutti. Il diarista è attentissimo all’umanità dei compagni cui si lega con rapporti di reciproca stima e affetto. Memorabile l’incontro con un maggiore valdostano e con un vecchio garibaldino vicino ai settant’anni; il giovane accompagna quest’ultimo in una ricognizione avanzata, notandone il coraggio e la prestanza. Terribile invece il resoconto di quanto capita a un gruppo di zappatori diciottenni, dilaniati da una granata mentre consumavano il rancio.

Rare e pacate, ma non insignificanti sono le sue manifestazioni polemiche. Butta via una sua lettera che probabilmente sarebbe stata bloccata dalla censura: “Le lettere gaie, si, arrivano agli amici e alle nostre case; non le desolate che non son da uomo d’armi, il quale deve essere immaginato ritto sempre e feroce in faccia al nemico”. Come altri soldati impegnati in prima linea, anche Pastorino ha una sensazione di disagio durante le cerimonie ufficiali che si svolgono nelle retrovie davanti ai comandanti. Gli imboscati che non vedono mai il fronte in quei momenti si fanno avanti con le loro uniformi linde e splendenti, spingendo da parte i fanti che portano l’odore delle trincee. La sensazione è che questi uomini sapranno occupare la scena anche dopo la fine della guerra, come viene ben spiegato in un passo che ci ricorda almeno altri due memorialisti della Grande Guerra come Carlo Salsa e Giovanni Comisso: “Con l’immaginazione sono corso all’avvenire; e ho visto che l’avvenire non sarà nostro ma di costoro. In tutti i campi saranno in testa, in tutti meno che in quello di battaglia (…) Nei cortei terranno tutta la via, loro; saranno i vessilliferi, loro; canteranno le canzoni di vittoria, loro (…) saran per essi i titoli, le prebende, i primi seggi (…)”.

In Vallarsa è la sete a tormentare i fanti; le colonne di rifornimenti sono bersagliate dai bombardamenti e spesso alle prime linee non arriva abbastanza: “Le ghirbe arrivano quasi vuote, flaccide come vesciche sgonfie. A ogni soldato un fondo di gamella: una golata, un respiro: e nulla più. Chi pensava a lavarsi gli occhi? Chi a pulirsi in qualche modo?”.

In un assalto, Pastorino è alla testa di un pugno di Arditi; l’attacco è temerario, diretto verso la selletta Battisti. Il diarista e Fenoglio guidano gli uomini, sotto gli occhi dei superiori. Ecco la descrizione dei momenti iniziali dell’operazione: “Solo, ecco, so che si corre, si cade, poi ci si rialza; sudanti, anelanti, tra il fumo e il fuoco. Mille incendi sono nulla in confronto a questo. È l’orrore. È il pazzo terrore che scalpita e rugge. Il mondo finisce”. La descrizione magistrale dell’attacco, condotto con furia quasi disperata, ci porta fino all’ultima fase in cui gli italiani filtrano tra i reticolati e sono a tu per tu con il nemico che poi fuggirà.

In seguito Carlo viene trasferito nel più sanguinoso fronte del Carso. Partecipa a una grande battaglia ai piedi dell’Hermada (questa è la parte del diario letterariamente più alta); viene fatto prigioniero e finisce a Therensienstadt, in Boemia. Qui riprende a scrivere, incoraggiato dai compagni di sventura. Nei primi tempi in Vallarsa aveva gettato via i propri libri, come se fossero cose inutili e buffe, appartenenti a un passato che cozzava contro il presente. L’io purificato dalla guerra si ribellava contro il vecchio io, spiegava il diarista. Aveva quindi eliminato i libri: “Lì cominciai a svolgere i fogli e a strapparli uno a uno, riducendoli in minuti pezzi”. È uno dei rari punti in cui il fronte con i suoi orrori sembra alterare la compostezza dell’autore, privandolo inoltre di una parte della sua identità. Finito il conflitto, Pastorino si dedica all’insegnamento e anche alla scrittura, ricomponendo la propria identità spezzata. Ha sofferto ma quasi senza lamentarsi, ha accettato tanti sacrifici, evitando di farsi interiormente scalfire dall’orrore, mantenendo la fiducia nell’uomo e il senso dei doveri del singolo verso istanze più alte. Il vittorioso ritorno alla scrittura, così fecondo di risultati, segnala che davvero le armi etiche di Pastorino erano più forti di quelle della guerra. La prova del fuoco può dirsi superata.

Mostra altro

IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO di ITALO CALVINO

22 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO di ITALO CALVINO

Con Il sentiero dei nidi di ragno anche Italo Calvino affronta i delicati temi della Resistenza. Beppe Fenoglio, Carlo Cassola, Luigi Meneghello, Elio Vittorini e Cesare Pavese sono i principali scrittori ad aver dedicato opere a quella calda stagione storica. Calvino offre a questo filone letterario un contributo molto particolare; in fondo il libro oscilla tra atmosfera fiabesca e gusto picaresco. Il protagonista è un simpatico monello; si chiama Pin, è un ragazzino senza genitori (ha solo una sorella che si prostituisce), sta sempre in mezzo ai guai, viene trascurato dai coetanei e passa molte ore all’osteria con i grandi. Stando con gli adulti ha imparato parolacce, malizie, canzoni oscene, ma sa pochissimo della vita. Finisce in un gruppo di partigiani in gran parte strampalati e goffi. La banda è guidata dal Dritto, un comandante che non vuol comandare, apatico e malaticcio; il formatore politico è un cuoco estremista che tutti prendono in giro. Due altri personaggi risaltano, uno si fa chiamare col nome di battaglia di Lupo Rosso; ha solo qualche anno in più di Pin ma cita Lenin e non teme i fascisti. Viene catturato, picchiato duramente, scappa e torna a combattere, ma in una banda diversa da quella scalcagnata di Pin. Lupo Rosso sembra indistruttibile, quasi un eroe da fumetto o cartone animato. L’altro è il tenebroso Cugino; uomo di poche parole e di molte azioni, pronto a fare il suo dovere senza che nessuno gli dia ordini, combatte perché bisogna farlo, agisce quasi di malanimo e non si tira mai indietro. Porta in sé qualche segreto che lo tormenta, probabilmente una devastante delusione sentimentale. È implacabile e deciso; come l’eroe di qualche mito o il guerriero di una saga antica, la notte prende le armi e parte da solo per andare a uccidere i nemici. Sembra un gigante buono, impegnato in una guerra solitaria contro il male.

La banda si muove in modo pasticciato, senza coesione, dando principalmente un contributo di confusione alla lotta in montagna; la consapevolezza politica del gruppo non è certo notevole e viene declinata tra gli altri da uno stagnino che esprime parole semplici, ma più sensate rispetto ai fanatici sermoni del cuoco.

Non mancano gli episodi truci e sanguinosi. La lotta con i fascisti è spietata. Colpiscono le osservazioni del giovane Kim, commissario politico partigiano che spiega che in quei mesi resi tremendi dalla fame e dalla violenza, un giovane poteva fare scelte opposte, ossia andare in montagna a combattere oppure finire in camicia nera, avendo in sé come stimolo la stessa rabbia. Queste scelte non erano sempre definitive; solo la morte le rendeva tali. Un partigiano fanatico delle armi come Pelle, ad esempio, passa improvvisamente dall’altra parte. Kim insiste appunto nel dire che questa rabbia viene dalla stessa fonte, dalla voglia di reagire alla miseria della vita, alle umiliazioni subite fin da piccoli: “E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova a sparare dall’altra parte, come Pelle, dalla brigata nera, a sparare con lo stesso furore, con lo stesso odio, contro gli uni o contro gli altri, fa lo stesso”.

Solo che la rabbia fascista era improduttiva, quella dei resistenti voleva invece essere feconda di un mondo nuovo e più giusto:Da noi niente va perduto, nessun gesto, nessun sparo, pur uguale al loro, m’intendi? (…) tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi”. La controparte politica, conclude il commissario, è quella dei gesti perduti che ripropongono dolore e violenza anziché liberare da essi.

Ma il protagonista resta il vivace Pin che sta a fatica crescendo nel mondo dilaniato dalla guerra civile. Il romanzo narra anche della sua formazione, rallentata dalla miseria (concreta e morale) e dal conflitto in corso. Il ragazzo incanta i compagni con battute e canzonacce, ma non riesce ad avere amici. Spesso si sente usato. Tutti lo deludono; gli adulti sono astuti, maliziosi, pieni di voglie che lui non capisce. Pin ha un segreto; conosce un posto meraviglioso e unico, dove i ragni si fanno dei nidi. Ci porterà solo chi saprà essere suo amico. Si trova bene con Cugino che però non gli racconta tutti i suoi terribili segreti. A lui il ragazzo decide di mostrare la meraviglia del sentiero dei nidi di ragno. Dall’amico finalmente riceve un insegnamento che nessun adulto finora gli aveva dato, ossia il rispetto per la vita. Quando una notte, con un fiammifero acceso, osservano pieni di stupore la lunga galleria costruita da un ragno e Pin vorrebbe, per un gioco crudele, bruciarla, l’uomo lo ferma dicendogli: “Perché, povera bestia?”.

Mostra altro

ED ORA, ANDIAMO! IL ROMANZO DI UNO “SCALCINATO” di Mario Muccini

18 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

ED ORA, ANDIAMO! IL ROMANZO DI UNO “SCALCINATO” di Mario Muccini

Il livornese Mario Muccini, classe 1895, è autore di questo diario che racconta la sua esperienza di combattente sul Carso, in Carnia e sul fronte trentino. Si tratta di un ragazzo intrepido; riceve infatti due Medaglie al Valore, una di Bronzo sul Pal Piccolo e una d’Argento sul Mrzli. Energia e lucidità anche nelle circostanze più drammatiche sembrano i suoi pregi. È un ufficiale e dopo i fatti di Caporetto viene promosso capitano. Impressiona il gran numero di individualità che incontra e che si susseguono rapidamente; persone semplici come il suo fedele attendente Benvenuto, imboscati muniti di decorazioni, commilitoni come il sottotenente Rusca che si arruola per poter, un domani, dire al figlio di otto anni di aver fatto la sua parte in guerra. Un giorno, in Carnia, il diarista si affaccia a una feritoia e guarda la terra di nessuno: “Il terreno è bello, vario. Ma dà una sensazione atroce di silenzio, di finta pace. Dall’altra parte certo, gli austriaci guardano in egual modo questo deserto e sentono questo silenzio. Basta uscir fuori per empir di grida, di urla, di spasimo, questo spaventoso, terribile spazio”. La bellezza del paesaggio, alterata dall’angoscia della morte sempre incombente, sembra generare un urlo di protesta contro l’assurdo. Ecco come gli uomini patiscono in trincea: “Il nostro battaglione si disfa a poco a poco in una strage senza impeti, terribile, irreparabile. I comandi vogliono sapere qual è il morale della truppa e bisogna rispondere che è ottimo e questi disgraziati eccoli lì, assiderati, distrutti dal fango, dal freddo, dall’acqua putrida e inquinata”. Cadono molti compagni di Muccini; in un’azione muore il sottotenente Rusca, mentre l’arrogante capitano che comanda il diarista rimane al riparo in trincea. Durante un assalto, c’è il toccante incontro con Franz Petzoldt, un austriaco morente che gli affida il portafoglio in cui Muccini trova un foglietto con dei versi di Goethe, scrittore amante dell’Italia che visitò lasciando un diario di viaggio. Nelle sofferenze di questo periodo, in cui la fanteria paga un pesante tributo, emerge la figura positiva del colonnello Ferretti, uomo integro e schietto, destinato però a essere rimosso. Aveva rimesso in sesto il reggimento, ma viene allontanato dal fronte e mandato in uno zuccherificio, nota con tristezza il giovane livornese. La sorte riservata a Ferretti ricorda quella del generale Venturi di cui parla Paolo Caccia Dominioni nel suo 1915-1919 Diario di Guerra.

Precedentemente, presso Boscomalo, Muccini aveva invece potuto registrare con vivo piacere l’arrivo del nuovo comandante di battaglione, elogiandone l’atteggiamento serio e senza boria: “Poi ha riunito il battaglione e parlato per pochi minuti. La sua voce calda e umana è scesa in quei cuori smarriti e ad ognuno è sembrato di avere finalmente, e forse per la prima volta, compreso, dopo due anni di massacri e di vita tormentata, che il sangue di migliaia e migliaia di combattenti non era versato invano”.

Nelle licenze Mario nota la distanza che lo separa dai civili, molti dei quali spesso non capiscono l’urgenza che i militari hanno di vivere intensamente ogni momento prima di tornare ad affrontare la morte in trincea. Un suo conoscente, il professor Perotti, lo annoia indicandogli le gravi carenze in fatto di studi sulla poesia cortigiana del ‘400.

Arriva la tragedia di Caporetto e Muccini assiste con indignazione allo sfasciarsi del fronte; nello sbandamento e nel caos emerge anche il bisogno di vita sentimentale del diarista, attratto da una donna nella casa in cui viene provvisoriamente ospitato. Divenuto capitano, viene assegnato al fronte trentino, relativamente più tranquillo di altri settori. La morte aleggia sempre, pronta a ghermire repentinamente le sue prede: “Una granata è entrata nel baracchino di Giliberti, mentre dormiva, e lo ha preso in pieno. È irriconoscibile”.

Nell’ultimo assalto nei pressi di Mori, emerge ancora il carattere del pluridecorato livornese che si rifiuta di attaccare finché il tiro troppo corto dell’artiglieria italiana non viene allungato. Nella parte conclusiva del diario trova spazio il disagio del reduce; terminato il conflitto con la sofferta vittoria italiana, Muccini cerca un nuovo ruolo sociale, notando inevitabilmente lo scarso peso nella vita civile delle ferite e delle medaglie ricevute. Mentre si palesano le suggestioni dell’impresa fiumana di D’Annunzio, il giovane, cresciuto e maturato al fronte, si appresta a costruirsi un nuovo percorso personale. Ecco cosa aveva scritto appena giunto a Trento, all’inizio del novembre 1918: “Io sono solo, terribilmente solo, non più con la morte davanti, ma con la vita, con tutta la vita che mi viene incontro e mi fa, per la prima volta paura”.

Durante le ultime ore da militare prima del congedo, esamina le proprie cose e mille emozionanti immagini di volti conosciuti si affacciano nella sua mente, riemergendo con forza; l’austriaco morente che gli ha lasciato la poesia di Goethe, la madre scomparsa, la madrina di guerra e tantissimi compagni indimenticabili. Ma è tempo di andare verso un nuovo avvenire, con la decisione mostrata tante volte davanti al nemico: “Ed ora, andiamo! …”.

L’opera, edita dapprima nel 1938, è tornata alle stampe in un’edizione ricca di notevoli approfondimenti, curata da Sergio Spagnolo del Gruppo Ricerche e Studi Grande Guerra e Associazione Storica Cimeetrincee e con la collaborazione di Fabrizio Corso.

Mostra altro

UTZ di Bruce Chatwin (1940 - 1989)

15 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

UTZ di Bruce Chatwin (1940 - 1989)

“Il 7 marzo 1974, un’ora prima dell’alba, nel suo appartamento di via Sirokà 5 che dava sul vecchio cimitero ebraico di Praga, Kaspar Utz morì di un secondo colpo da tempo previsto”.

Così si apre il romanzo (l’ultimo scritto da Chatwin, a circa un decennio dal capolavoro In Patagonia); questo testo piacerà a chi ama il lato magico di Praga ed è in fondo anche un atto d’amore e di fedeltà verso la città. La passione del barone Utz sono le ceramiche di Meissen di cui è grande collezionista. Il protagonista della vicenda ricorda molto l’imperatore Rodolfo II di Boemia, mecenate, protettore di Brahe e Keplero, appassionato di alchimia e Cabbala, nonché estimatore del giocoso pittore Arcimboldi. L’altra figura praghese di riferimento per lui è il rabbino Loew che secondo la leggenda costruì con l’argilla l’essere vivente noto come Golem. Ci viene spiegato che il Golem in quanto plasmato dall’uomo e non da Dio, era una bestemmia e una creatura votata alla disintegrazione: “Un Golem con la sua presenza era un monito contro l’idolatria - e sollecitava attivamente la sua distruzione”. Anche la passione dell’aristocratico, ossia il collezionare beni artistici, è una forma di idolatria di cui Kaspar è consapevole. Il trinomio Golem-idolatria-distruzione percorre tutto il romanzo.

Questi due personaggi, Rodolfo II e Loew, forniscono l’intelaiatura storica e filosofica al protagonista e alle sue manie; in pieno ‘900, il barone, con la giocosità e i paradossi cari a tante storie ebraiche, racconta a uno scrittore straniero in visita a Praga come è nata la ceramica, mescolando Paracelso, gli alchimisti, rabbini e imperatori. Abile affabulatore, non manca di lasciare sempre un velo di compiaciuta ambiguità. In una delle conversazioni, il suo interlocutore gli chiede se le ceramiche sono vive. “Lo credo e non lo credo”, risponde sornione. Aggiunge significativamente: “Nel fuoco le porcellane muoiono e poi tornano a vivere. Il forno, deve capire, è l’inferno”. La celebrazione di questi oggetti fa capire che essi per Kaspar sono una sostanza autentica, un “antidoto alla decadenza”, cercati dai potenti per la loro forza di talismani, dotati di una energia immutabile che fa risaltare invece la labilità dell’uomo: “Le cose sono lo specchio immutabile in cui osserviamo la nostra disgregazione. Nulla ci invecchia di più di una collezione di opere d’arte”. Utz considera le sue porcellane come la vera realtà; sono un Assoluto, mentre tutto il resto è secondario, imperfetto, corrotto e come tale pericoloso. Il barone deve difendere i suoi tesori proprio dalla prosa del vivere, dai “rumori di fondo” della storia, in cui rientra tutto, dalle guerre, alla Gestapo, al regime comunista e ai suoi sgherri.

Kaspar colleziona anche statue che rappresentano tra gli altri Arlecchino, Pantalone, Pulcinella; lo stesso aristocratico, come le maschere della Commedia dell’Arte, deve ricorrere a trucchi e furbizie per proteggere le sue cose. Le autorità del regime giungeranno a lasciargli solo la custodia dei beni (dichiarati proprietà dello Stato) e a mettergli microfoni in casa per controllarlo.

Il romanzo si era aperto con il funerale di Utz; la conclusione ci parla di un’altra scomparsa, quella della collezione, misteriosamente sparita e inutilmente cercata dopo il decesso dell’uomo. Dov’è finita? Lo scrittore che ha conosciuto il collezionista indaga nella Praga degli anni ’70, rintracciando e interrogando conoscenti e amici del defunto. Potrebbe essere un trucco alla Arlecchino di Utz, oppure la moglie sa qualcosa ma non parla; forse Kaspar ha distrutto tutto e ammucchiato gli amati tesori nei cassonetti sotto la sua casa, dato che gli oggetti idolatrati sono una bestemmia e vanno liquidati.

Hanno vinto i “rumori di fondo” della storia o l’astuzia del barone? L’enigma è affascinante. Il lettore potrà ragionare e riflettere sulle varie ipotesi, ricordando sempre che siamo a Praga, la misteriosa città dove il soprannaturale è ancora possibile.

Mostra altro

IL DIARIO dei GONCOURT

11 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni

IL DIARIO dei GONCOURT

Il diario (o Journal) dei fratelli Jules e Edmond Goncourt, si apre il 2 dicembre 1851, lo stesso giorno in cui Luigi Napoleone attua il colpo di stato che lo porterà a diventare Napoleone III. I due fratelli hanno la possibilità di vedere da vicino e frequentare tutti i grandi letterati della Parigi del tempo di cui lasciano ritratti, immagini e spesso caricature. Dal 1870 il diario è portato avanti dal solo Edmond, dopo la prematura e dolorosa scomparsa di Jules.

I Goncourt mostrano una visibile consonanza spirituale, come viene sottolineato: “Io ero a una delle estremità del grande tavolo. Edmond, all’altro capo, parlava con Thérèse. Non sentivo nulla, ma quando sorrideva, sorridevo involontariamente e con la stessa posa del capo”.

I due diaristi sono impegnati in attività di collezionismo di antichità e di libri; hanno inoltre progetti di scrittura da portare avanti in comune, condotti con la serietà di un apostolato: “Durante tutto l’inverno, lavoro rabbioso per la nostra Histoire de la Societè pendant la revolution (…) Niente donne, niente piaceri, niente distrazioni”. L’orientamento seguito è quello del naturalismo; chi scrive, dicono, deve essere dappertutto, ma non mostrarsi mai nell’opera.

I giganti della letteratura sono straordinariamente concentrati nella capitale francese; Flaubert, Zola, Saint-Beuve, Gautier, Turgenev. Edmond ci parla anche del pittore De Nittis, del politico Clemenceau, di Rimbaud, Verlaine, Maupassant. A tratti troviamo schizzi alla Svetonio, con riferimenti a manie e vizi di questo o quel collega. Sono particolarmente maltrattati l’autore di Madame Bovary e Zola, accusati di rozzezza e di vanità. Dello scrittore Saint-Beuve scrivono: “Saint-Beuve ha visto una volta Napoleone I: era a Boulogne e stava pisciando. Ed è un po’ la stessa posizione in cui più tardi ha visto e giudicato tutti i grandi uomini”.

Da notare che i fratelli, nonostante l’impegno, non riescono mai a entrare nell’Olimpo della letteratura. Il successo arride a molti di quelli con cui cenano o si intrattengono in quegli anni; da qui si può in parte spiegare un certo livore. Nel Journal, si racconta come esempio della difficoltà ad affermarsi, di uno spettacolo teatrale tratto da una loro opera che viene pesantemente fischiato, causando un grande scoramento nella coppia.

Dopo la morte del più giovane, la penna rimane in mano a Edmond; con lui la scrittura in parte diventa più ariosa, più curata, con descrizioni pittoriche efficaci. L’autore, rimasto solo, si occupa non solo di letteratura, ma anche del suo giardino, si muove nelle campagne intorno alla città e mostra un caldo lato umano. Sta scoppiando la tragedia che porterà a durissime repressioni a Parigi; la città è dapprima assediata dai Prussiani, vive poi l’esperimento politico e sociale della Comune e quindi il ritorno all’ordine per opera dell’esercito mandato dal governo di Thiers.

Questa parte rappresenta un interessante documento storico: “Inizia la fame, e la carestia è all’orizzonte. Le parigine eleganti cominciano a trasformare i loro stanzini da toeletta in pollai”. La città soffre. Sono giornate buie e difficili: “Essere preso da un amore stupido per degli arbusti (…) Passare delle ore a togliere con un potatoio i ramicelli morti delle vecchie edere, tutto questo mentre i cannoni Krupp minacciano di distruggere la mia casa e il mio giardino: Che sciocchezza!”.

Nel dramma di quelle settimane torna il ricordo del fratello. Edmond si rimprovera di essere in parte responsabile della sua fine, avendolo caricato di troppo lavoro letterario. In particolare scrive: “Oggi, siccome non ho il coraggio di andare a Parigi e non ho nulla da mangiare, uccido un merlo nel mio giardino (…) E’ scivolata in me allora come la superstizione che qualcosa di mio fratello fosse passato in questo animale alato, in questo uccello di lutto”.

Il diarista assiste al passaggio di tante donne e uomini della Comune catturati e destinati alla fucilazione; ne tratteggia con rispetto l’orgoglio e la sofferenza, pur considerando gli operai come “agenti della dissoluzione”.

Parigi torna alla normalità e Edmond riprende le sue attività. Scrive ancora, cura le sue collezioni, frequenta gli amici. La notizia della morte improvvisa di Flaubert lo lascia sgomento: “Ho sentito che un legame, a volte allentato ma indissolubile , ci univa segretamente. In fondo, eravamo i due vecchi campioni della nuova scuola, oggi, io, mi sento molto solo”.

Lo scrittore è considerato un caposcuola negli ambienti culturali, più per anzianità di servizio che per meriti. Ha scritto molto, ma in fatto di qualità ha sempre avuto pochi elogi. L’età lo rende scontroso e severo; alcuni suoi giudizi appaiono come minimo frettolosi. Stronca il pittore Manet e vede nell’apparire sulla scena francese di un autore come D’Annunzio un segno di decadimento e di servilismo verso le letterature straniere.

Si lega ad Alphonse Daudet, in cui probabilmente vede una controfigura dell’amato fratello. Proprio in casa di Daudet, Edmond morirà il 15 luglio 1896. Nonostante alcune sue parti riportino pettegolezzi e commenti malevoli, l’opera resta un importante documento, capace di regalare considerazioni in parte attuali come questa, in merito alla scomparsa delle sedie dai marciapiedi davanti alle librerie: “Ora i libri si comprano in piedi (…) Una domanda e un prezzo: ecco a che punto la divorante attività del momento ha portato la vendita dei libri che un tempo comportava una passeggiata, un abbandono all’ozio, e a una conversazione, fitta e famigliare, sfogliando i volumi”.

Mostra altro

Patrizia Poli, "Signora dei Filtri"

3 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #poli patrizia, #miti e leggende

 

 

 

Signora dei Filtri

Patrizia Poli

Marchetti Editore, 2017

 

 

La rilettura del mito di Medea si esplica attraverso termini e temi ricorrenti nel testo che cercheremo di focalizzare, per definire il formarsi della personalità della protagonista attraverso alcuni passaggi importanti.

Ti faccio frustare” è una delle prime frasi della giovanissima Medea, pronunciata contro una serva mentre la madre sta per partorire. Medea reagisce duramente quando qualcuno si frappone tra sé e il suo bisogno di essere amata senza compromessi. La sua sensazione è che il nascituro la priverà di centralità, togliendole le attenzioni della madre e provocando la sua solitudine. Da qui in fondo inizia il suo dramma. Medea ha bisogno innanzitutto di essere amata per poter anche lei amare.

Dalla perdita di amore scaturisce l’odio, altra parola chiave: “Sono preoccupata e odio mio padre. Lo odio perché ha mia madre tutta per sé, perché la rende infelice e perché ha messo al mondo quel mostro di mio fratello. Da quando c’è Absirto, la mamma si occupa solo di lui”.

La protagonista si sente oscurata e ne soffre indicibilmente. Nel rapporto infelice con la madre va ricercata la genesi delle sue pene e dei suoi eccessi:

Ti voglio bene, Morgar - aveva mormorato Medea. Erano le parole che non le aveva mai detto quando era viva, parole che da sempre le urgevano in petto e che, se non pronunciate, si trasformavano in un grumo duro di dolore. Erano le stesse parole che avrebbe voluto gridare a sua madre quando era piccola, quando ancora la amava ferocemente e la voleva tutta per sé, prima che l’amore respinto si tramutasse in odio”.

La morte della sua unica amica, Morgar, che l’aveva iniziata ai misteri della Signora del cielo, esacerba l’avversione verso la sua famiglia. Torna la parola odio, mentre prega il padre di risparmiare l’amica, sottoposta a crudele lapidazione:

Medea strinse i pugni, inghiottì il terrore che il padre le ispirava, si concentrò solo sull’odio che provava per lui. – Se sei davvero mio padre, se sono nata dal tuo sangue, se mi ami, ti supplico di risparmiare una persona che mi è cara”.

Il risentimento è penetrato in lei dopo la fine di Morgar, inquinando in modo irrimediabile la sua visione del mondo come noterà la sorella Calciope:

“(…) Medea, ma tu non sai più vivere nella gioia e nell’amore. Ti vedo così cupa, così piena di odio, mentre Morgar c’insegnava la compassione”.

Il bisogno di assolutizzare i rapporti torna anche nella sua relazione con Giasone, all’insegna di un tertium non datur da cui non si deroga:

Siamo noi due, tutto il resto non conta, nemmeno nostro figlio, non lo amerò mai quanto amo te. Tu sei il mio respiro e le mie ossa, non ci sono confini fra noi, tu sei me ed io sono te. Ogni altro sentimento, perfino l’odio, è una pallida ombra di ciò che provo per te”.

Giasone rappresenta l’insperata possibilità di recuperare una relazione più sana (ma non interamente sana) col mondo e anche con la vita che lei ha già definito come “una fatica inutile”. La giovane resta però non assimilabile agli altri, come nota Orfeo, l’assennato amico di Giasone. Solo lui tra gli Argonauti ne capisce la fragilità e ne coglie gli spigoli della psiche. Varie volte ammonisce il compagno, fino al dramma finale:

Giasone, tu non hai mai compreso l’intensità del sentimento di Medea per te. Lei non è come le altre donne, il suo odio è potente quanto il suo amore. Aveva solo te al mondo. Adesso è una belva ferita e devi guardarti da lei”.

La donna passa da un estremo all’altro, incapace di mediazioni; aveva la madre, poi Morgar (la donna del fiume), infine Giasone. I rapporti sono totalizzanti o meglio lei li sa vivere solo così. Questo conduce in caso di delusione a grandi reazioni, senza mezze misure. Colpirà spietatamente il padre, poi si vendicherà del tradimento di Giasone con la vendetta più orrenda e insensata; ucciderne i figli di cui essa stessa è madre. Nella sua visione estrema la vendetta è implacabile.

Anche la parola vendetta è abbastanza ricorrente:

Dal giorno in cui era morta la donna del fiume, si era chiusa in un silenzio greve di accuse e grondante desiderio di vendetta”.

Medea e Giasone sono diversi, come emerge da uno dei dialoghi conclusivi tra i due amanti:

Io no, Giasone - disse lei, la voce innaturalmente calma - è questa la differenza fra noi. Io non rinuncerei a ciò che è stato, mai! Rivivrei tutto dal principio, con i bambini e con te. Rivivrei il nostro amore e anche l’affetto dei miei figli, ciò che mi hanno dato in questi pochi anni. Io li ho portati nel mio grembo, io ho sofferto i dolori del parto, io li ho allattati. Il giorno che sono nati tu eri alla reggia, con Creonte, a tramare il mio esilio e la mia rovina. Li ho aiutati a morire prima che tu ne facessi dei bastardi, prima che tu li umiliassi preferendo i figli di un matrimonio falso e sacrilego. Non avrei sopportato che un estraneo li toccasse, sono morti per mia mano, dolcemente, e resteranno con me per sempre. Tutti dobbiamo morire, tu, io, mio fratello, Pelia, Glauce. Che differenza fa quando?”.

Ritorna la convinzione già espressa precedentemente dalla donna che vede nella vita un vano travaglio, per cui non c’è da temere la morte e i figli non vengono considerati come prosecuzione di sé.

Rancore e amore, risentimento e passione si mescolano in lei quando il rapporto con Giasone si è ormai deteriorato. Fuori dagli aspetti più truci, un’altra sua caratteristica è la curiosità che la distingue nettamente dall’atteggiamento stoltamente chiuso e retrogrado del padre. Questo pregio però non la salva dalla solitudine:

Aveva mostrato curiosità e interesse per tutto ciò che la circondava e Morgar gioiva a insegnarle ciò che sapeva”. Questo passo va visto insieme a un altro, sempre nel periodo fanciullesco della protagonista: “La sua compagna più fidata era la solitudine, unita a una forte sensibilità”.

Orfeo come detto, è la persona che sembra inquadrare meglio Medea:

Questa straniera, questa Medea, ha qualcosa che mette i brividi addosso. I suoi capelli sono lunghi e intrigati dal vento di mare, la pelle si arrossa ma non si abbronza, le mani hanno dita lunghe come tentacoli di medusa. La sua voce è imperiosa e si vede che è abituata a comandare. Scorgo in lei un’assoluta estraneità al resto del mondo”.

Questo sigillo cupo dell’estraneità non l’abbandona mai, nemmeno nel momento di maggiore intensità nella relazione con Giasone, il quale mostra atteggiamenti contraddittori. Ha forza e coraggio nell’impresa degli Argonauti, ma prima di compiere azioni più “politiche”, ondeggia e temporeggia. Teme di compromettere i rapporti con lo zio usurpatore e responsabile dell’esilio del padre; compie l’impresa assegnata acquisendo finalmente legittimità davanti a tutti, ma ancora stenta a liquidare il vecchio parente. Paradossalmente l’unico rapporto che Giasone ridimensiona senza troppi patemi è quello con la persona che lo ama di più, ossia Medea. Per liquidare l’usurpatore ci vuole sempre Medea che con la sua spregiudicatezza sa dipanare queste situazioni, poiché lei non sente soggezione verso nessuno (re, parenti, anziani) e non teme di compiere azioni tremendamente risolutive.

La sua radicalità discende da quanto ha subito fin dall’infanzia. Il male è stato fatto a me, dice Medea dopo aver ucciso i figli.

Ha troppo amato e troppo sentito e chi ha tanta passione, non dura. Verrà relegata su un’isola e ancora la solitudine la avvolgerà, alleviata solo dal contatto con la Signora, sua unica vera amica:

“A volte vedo l’acqua del mare incresparsi. C’è qualcosa che nuota sotto la superficie ed io so che è la creatura della dea. Succede di notte, quando la Signora mi parla dal buio del cielo. Medea, figlia mia, tu hai tanto amato, dice, perciò tutto ti sarà perdonato. Io l’ascolto, levo le braccia al cielo, poi m’incammino verso di lei”.

Mostra altro

LA GUERRA DEL ’15 di Giani Stuparich

29 Settembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

LA GUERRA DEL ’15 di Giani Stuparich

Giani Stuparich (1891-1961), triestino, fu combattente nella Grande Guerra nell’esercito italiano col fratello Carlo, destinato a una tragica fine nel 1916 sul Monte Cengio. Giani verrà invece fatto prigioniero. Nel dopoguerra sarà attivo come scrittore e curatore delle opere del congiunto e degli scritti dell’amico Scipio Slataper. A Carlo dedicò “Colloqui con mio fratello”. Durante l’occupazione tedesca della sua città nella Seconda Guerra Mondiale, venne rinchiuso nella Risiera di San Sabba.

“Al Portonaccio! Al Portonaccio!”: si apre così il diario di Stuparich che parte con i commilitoni dall’omonima stazione di Roma per raggiungere il fronte. Ex-studente a Praga e Firenze e cittadino dell’Austria-Ungheria, si è arruolato nell’esercito italiano. Aveva da poco scritto un saggio sulla nazione ceca, auspicando l’approdo a un assetto federale della compagine asburgica. Ma dopo i fatti di Sarajevo la penna ha lasciato posto alla spada.

All’inizio c’è un certo entusiasmo, sommato alla consapevolezza dell’aver scelto volontariamente l’arruolamento; per Giani (con lui ci sono il fratello Carlo e per qualche tempo anche Scipio Slataper) si tratta di adempiere una missione “sacra”, quella della liberazione delle terre care all’Irredentismo. I soldati avanzano (nella zona di Monfalcone) come “guerrieri e martiri della croce”, con decisione ma anche con levità, complice un nemico che stenta ad apparire. Alla stazione di Mestre si erano visti parecchi feriti, muti, rassegnati, senza più nulla da dire. Eppure pochi giorni dopo, si parla invece di un facile attraversamento dell’Isonzo da parte delle avanguardie e questo lascia sperare in una guerra rapida. Il pensiero di Giani va sempre alla città natale e alla madre; a mano a mano che ci si addentra nel Carso cresce il flusso dei ricordi legati all’infanzia. All’arrivo nelle zone di combattimento i due giovani triestini ricevono la buona accoglienza degli ufficiali che in generale appaiono vicini alle sofferenze dei loro uomini (il colonnello Coppi in un’occasione delicata riuscirà a far sospendere un attacco che sarebbe sfociato in una probabile strage). Essi stessi, consci della differenza tra volontari e coscritti, fanno un passo avanti se c’è qualche missione pericolosa da compiere (si può leggere un interessante resoconto dell’addestramento per i soldati che di notte andavano a far saltare i reticolati nemici con i tubi esplosivi). Non manca però la diffidenza del loro capitano in una specifica circostanza e ciò crea amarezza; chi ha tradito, potrebbe farlo di nuovo, sembrano pensare alcuni commilitoni.

A tratti il diario si fa cronaca minuta dei movimenti delle truppe, degli attacchi, del correre a perdifiato da una postazione all’altra sotto i colpi dell’artiglieria che diventa la voce principale della guerra: “Ad ogni nuovo sibilo che si avvicina, i corpi si raggricciano ancora di più, le teste si ritirano dentro le spalle, sotto lo zaino, cercano riparo tra i corpi dei compagni, frugano nel terreno come per entrarvi”. Siamo sempre a Monfalcone, quando, durante gli assalti, una bomba fa strage di fanti e allora l’incantesimo della guerra rapida e poco cruenta si rompe di netto: “La grande pianura verdeggiante che abbiamo attraversato baldanzosi, in un’aureola di gloria, si restringe in quella buca terrosa di cadaveri”.

Si muore con facilità e senza vedere il nemico. Stuparich nota significativamente che prima di ogni azione ci si deve “ripreparare alla morte”; non ci si è mai preparati definitivamente. Grande è la severità dell’autore verso se stesso; si critica e mette il dito nella piaga delle proprie umane debolezze. Ha voluto la guerra, ma teme di essere ucciso o ferito; quando è di sentinella ha paura di dover fronteggiare e uccidere in una lotta corpo a corpo un singolo nemico, perché nel confronto diretto a quel punto lo vedrebbe innanzitutto come un uomo, spogliato della divisa. All’inizio Giani riceveva volentieri La Voce, con cui aveva collaborato, ma dopo poche settimane il suo umore è cambiato: “Un nuovo numero de La Voce: un mese fa l’arrivo delle Voci mi faceva ancora piacere, sentivo in questa rivista come l’espressione di qualche cosa che m’era vicina, ora invece la sento estranea, una rivista letteraria d’una città lontana”.

Gli attacchi sono inconcludenti e la città natale resta lontana. Anche i compagni sono mutati; la guerra sarà lunga e soprattutto è doloroso avere la sensazione di morire per niente, dato che non si avanza e si fa da quasi inerte bersaglio ai cannoneggiamenti nemici. Tante sono le immagini vive di una scrittura sempre efficace nell’esprimere la vivacità degli scontri: “Il cielo è una lastra sonora”, annota il diarista durante alcuni duelli di artiglieria.

Dopo due mesi gli Stuparich sono già logori come veterani e hanno visto immagini crude come questa: “Vengono giù i feriti, molte barelle. Interrogherei tutti quelli che possono ancora camminare, reggersi da sé, ma basta guardare le loro facce: non una che mostri coscienza di quel che succede; esprimono, ugualmente, una stanchezza cieca, una fatale passività; sono come delle bestie sfinite, vicine a morire, che non desiderano altro che un angolo appartato, per finir tranquille”. A Giani è capitato anche di individuare due uomini che si erano nascosti sotto sacchi di terra in una trincea, sperando infantilmente di non essere scovati; il disgusto in quel caso si è mescolato alla pietà. Subito dopo questo episodio il fratello gli mostra un portafoglio sporco e alcune cartoline quasi illeggibili; forse è quanto resta di un caduto di cui si riesce solo, nella poca luce, a conoscere il nome di battesimo. C’è quindi chi per paura si nasconde e chi muore lasciando di sé solo alcuni laceri e anonimi oggetti. Per quanto diversi, sono aspetti dello stesso dramma.

Proprio in questo contesto cupo arriva improvvisa la nomina a ufficiali per i due volontari; devono raggiungere le retrovie per svolgere dei corsi. Considerano anche la possibilità di rifiutare, per solidarietà verso i commilitoni che resteranno in trincea. Ma alla fine accettano; hanno dato molto, sono stanchi e hanno la percezione che in quel tratto del fronte (le trincee del Lisert) si muoia inutilmente. Il diario si chiude l’8 agosto 1915 con la parola “irraggiungibile”, riferita alla madre del diarista. Già il 18 luglio il giovane aveva scritto: “Non spero più, come nei primi giorni, di poter arrivare d’un balzo a Trieste: quelle erano illusioni che abbiamo scontate”. Il pensiero va fino all’ultimo ai propri affetti e alla propria città. Lasciano il fronte. Durante il viaggio, trovano cordiale ospitalità presso la casa di alcuni amici, lontano dai pericoli della guerra, in un’atmosfera distesa; ma è proprio questo clima familiare a dare una nota di mestizia ai due soldati. In fondo Carlo e Giani scoprono di avere un’identità “sospesa”; il loro travaglio potrebbe concludersi solo con il ritorno a Trieste che per ora resta appunto “irraggiungibile”.

Il diario termina qui, mentre la guerra continuerà, riservando ai due fratelli i fatti terribili del Monte Cengio nel 1916.

Mostra altro
<< < 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 > >>