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valentino appoloni

IL COLPO CONTRO IL PORTONE

29 Luglio 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL COLPO CONTRO IL PORTONE

Il protagonista di questo racconto di Kafka passeggia con la sorella. Fa caldo. Passano davanti al portone di un cortile. Sono in una zona a loro non nota. La giovane bussa al portone (o forse accenna a farlo). Un gesto banale, semplice, scherzoso. Eppure quasi subito c’è la percezione che le conseguenze saranno durissime. La gente del posto li guarda con aria di disperazione, come se la coppia fossero già condannata. Il ragazzo sorride e ostenta tranquillità; il fatto, apparentemente insignificante, si può facilmente spiegare. Solo delle persone ignoranti come quelle del luogo possono agitarsi tanto senza motivo. Ma un gruppo di cavalieri armati di lance poco dopo si mette al loro inseguimento. C’è anche un giudice tra loro. La ragazza riesce a dileguarsi. Il giovane viene raggiunto e condotto nella casa di un contadino. L’ambiente è davvero inquietante: “Grandi pietre per il pavimento, scure, parete grigia, nuda, non so dove un anello di ferro murato, e nel mezzo qualcosa tra il pagliericcio e la tavola operatoria”. L’arrestato credeva come cittadino di poter chiarire ogni cosa e addirittura di uscirne con tutti gli onori (anche il protagonista del Processo ha pensieri simili e ugualmente fallaci). Ma dopo essere entrato in questa prigione, dispera di salvarsi. Scopre di non avere diritti o tutele, ma solo colpe.

Colpisce la sproporzione tra il “misfatto” e la punizione; oltretutto il gesto potrebbe non essere mai stato compiuto. Sembra venga punito il presunto significato dell’atto; anche l’accennare a bussare a una casa importante è uno sberleffo o una piccola manifestazione di ribellione che un potere assoluto e paranoico non può tollerare. Il gesto è avvenuto in pubblico e questa è un’aggravante. La dura reazione seguente confermerà lo status quo; nulla deve cambiare, solo la sottomissione viene permessa come la gente del posto ha capito, a differenza dei due giovani che sono forestieri. L’ignoranza della legge non è una scusante sufficiente. Il portone è intoccabile in quanto allegoria di un contesto (con le sue gerarchie) che è esso stesso intoccabile. Impressiona anche l’istantaneità dell’intervento “giudiziario”; tra i cavalieri che arrestano il ragazzo c’è anche un giudice che quindi non sembra una figura terza. Non può esserci scampo per il “colpevole”.

Basta così poco per essere sanzionati? A volte è sufficiente uno sguardo duro.

Nel 1917, all’indomani del disastro di Caporetto, nel padovano avvenne un gravissimo episodio. Si voleva imporre all’esercito la massima disciplina in un momento drammatico in cui il nemico aveva occupato parte del suolo nazionale. Il generale Graziani, nominato da poco Ispettore Generale del Movimento di Sgombero, nel pomeriggio del 3 novembre, fece fucilare contro il muro di una casa un artigliere; il militare venne arrestato mentre sfilava con il suo plotone, reo per Graziani di averlo guardato con atteggiamento di sfida e di avere il sigaro in bocca. Il generale aveva pieni poteri, di cui fece varie volte ampio uso.

Forse il giovane non mostrò soggezione davanti al superiore, forse il suo sguardo non fu abbastanza deferente; anche in questo caso, come per il colpo al portone, non è chiaro cosa sia accaduto e abbia portato a una simile reazione. Bastò comunque un nulla perché Alessandro Ruffini, di anni ventitré, finisse fucilato, a poca distanza dalla chiesa parrocchiale di Noventa Padovana.

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IL MESSAGGIO DELL’IMPERATORE

27 Luglio 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL MESSAGGIO DELL’IMPERATORE

“L’imperatore ha mandato a te, a un singolo, a un misero suddito (…) proprio a te l’imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte”.

Inizia così questo breve racconto di Kafka, all’insegna di un’eccezionalità; il sovrano, il “sole imperiale”, giunto alla fine dei suoi giorni, intende comunicare con un anonimo suddito, scelto in base a oscuri criteri. Si fa ripetere il testo dettato al messaggero che poi finalmente può partire. Nella reggia sono state abbattute le pareti per permettere a tutti i dignitari di vedere l’illustre morente. Da qui in avanti si insiste sull’impossibilità che il messaggero possa eseguire il suo compito; troppo grande il palazzo, troppi i corridoi e i cortili affollati da superare. Sempre nuovi spazi si frappongono tra il pur determinato inviato e l’uscita dall’immensa reggia. Questa situazione ci ricorda il paradosso di Zenone, usato per negare il movimento in una corrente della filosofia greca preplatonica. L’esempio del paradosso è quello di Achille e della tartaruga: in una ipotetica gara, l’eroe omerico non potrebbe mai raggiungere l’animale, poiché per farlo dovrebbe coprire la metà della distanza che lo separa da esso, ma prima ancora la metà della metà della medesima distanza e così via. In questo modo, si negava il movimento. Anche l’inviato non riesce mai a coprire la distanza necessaria; nemmeno è in grado di uscire dalle stanze gremite di cortigiani. Anche se ci riuscisse, ne troverebbe altre e poi ancora mille cortili. Inoltre, con il messaggio di un morto, nessuno potrebbe mai passare. Il movimento, ma anche la possibilità del comunicare, sono atti impossibili. Il sovrano ha atteso troppo per cercare un rapporto con il “basso”; il vertice, il sole, la città imperiale sono un mondo chiuso e autoreferenziale. Questo è il centro del mondo e sembra non sapere cosa farsene del mondo stesso. Ricordando in generale la poetica di Kafka, viene da pensare che non sia compito del potere parlare con i sudditi. Nemmeno quando il potere cerca una comunicazione con l’esterno, vi riesce. Il tentativo appare velleitario e patetico; forse il sovrano, conscio delle difficoltà estreme, si è deciso solo in punto di morte a compiere questo passo, non avendo ormai nulla da perdere.

Eppure le ultime parole del testo, rivolte al suddito, ci spiazzano: “Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera”. Si tratta di una conclusione distensiva e all’insegna della speranza. Il messaggio non può giungere, ma lo sconosciuto attende sereno e la sua mitezza è in netto contrasto con il caos del palazzo imperiale.

Ma su cosa poggia questa tranquilla attesa? Si tratta, evidentemente, di un atto di fede che non ha bisogno di prove concrete per credere.

Il cristiano Tertulliano ci ha lasciato a riguardo una frase bella ed enigmatica; "credo quia absurdum”. Credo poiché è assurdo. Credere con gli occhi della fede, dato che quelli della razionalità nulla vedono.

Si fa comunque capire che l’uomo attende il messaggio, dopo che si è spiegato che il messaggero aveva un compito ineseguibile. Perciò, stante questa impossibilità, come può il suddito sapere che dal remoto palazzo è in arrivo un testo destinato proprio a lui, “minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale” ?

Non può essere l’ingenuità di un animo semplice; deve esserci qualcosa a giustificare questa attesa. Forse un muto dialogo interiore si è svolto tra l’uomo e il sovrano (o il suo Dio); esiste allora anche un rapporto privo di intermediari, una relazione senza messaggeri, diretta e autentica. Qualcosa che non conosciamo deve essere avvenuto, un evento che si può solo ipotizzare, ma mosso da una forza enorme che va oltre i lacci e lacciuoli che spesso nella realtà imbrigliano ogni volontà positiva e fermano le buone intenzioni

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"Un corpo" di Camillo Boito

18 Giugno 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

"Un corpo" di Camillo Boito

Camillo Boito (1836 – 1914), fratello del più noto Arrigo, fu architetto e scrittore italiano.

In questo racconto (presente nella raccolta Racconti Scapigliati, editore BUR) il protagonista è il corpo della bellissima Carlotta, legata a un giovane pittore. I due innamorati si muovono in una Vienna vivace, colorata, ricca di giardini sempre affollati. Una gioia incontenibile li guida nella città; eppure la giovane ha dei momenti di repentino turbamento in cui si rabbuia e rifugge ogni compagnia. Il pittore sa che lei non vuole mai passare accanto a un ospedale e nemmeno parlare con dei medici, ma non ne conosce le ragioni.

L’artista, nel momento più alto del loro rapporto, le fa un ritratto che verrà esposto in una mostra e venduto pochi giorni dopo a un misterioso acquirente. Dovrebbe essere il primo di una lunga serie, capace di sublimare il loro amore e di far affermare pubblicamente l’autore.

Capita però che Carlotta improvvisamene scompaia, confessando in una lettera le ragioni della sua umoralità. Una volta, in un locale pubblico, venne infatti notata dall’anatomista Gulz che disse ad alta voce: “Giuro, amici miei, giuro (…) che il corpo della bella Carlotta riposerà sul marmo della mia tavola, per rivelare al mio coltello il segreto della sua bellezza”. Da allora lei non si è mai data pace. Il suo fidanzato inizia a cercarla, allarmato da un articolo di giornale che parla di una donna annegata nel Danubio.

Allora comincia una febbrile ricerca nell’ospedale cittadino. Si tratta di una discesa nell’inferno della sofferenza. Malati di tisi, anziani, morti. C’è una grottesca mescolanza di vita e morte nei vari reparti, come un vecchio che sembrava “contento di non essere più vivo” e il corpo di un giovane dalla fronte alta e aperta, che pareva tuttavia “irta di pensieri”. La ragazza non si trova, finché il pittore non nota una scritta inquietante: “Laboratorium vom Karl Gulz”. L’anatomista ha alcune stanze nell’ospedale dove studia e disseziona i cadaveri. In effetti su un tavolo c’è il corpo di Carlotta e poco lontano anche il suo ritratto. Qui, in un’atmosfera di grande tensione, avviene il secondo dialogo tra il pittore e il medico (si erano già incontrati in un caffè). Gulz ama la scienza e vive per essa. Manifesta un misto di materialismo e di progressismo. Non esiste per lui nulla di spirituale: tutto è materiale e ogni segreto degli organismi si può scoprire con lo studio. L’anima non è che un fascio di nervi. Come nasce una foglia, come si forma un sorriso, come si sviluppa un’idea in un genio; nulla è potenzialmente escluso dalla conoscenza. L’analisi del corpo può alla lunga schiudere ogni segreto. In fondo, sostiene lo scienziato, egli non fa che omaggiare la bellezza aprendo i corpi per illuminarne le meraviglie. Le ossa e le viscere spiegano la vita e anche la bellezza. Egli aveva comprato il ritratto di Carlotta perché nella sua avvenenza vedeva un modello da studiare. Ora, come si era augurato, ha il corpo a sua disposizione. La scienza è l’unica cosa reale perché procede razionalmente, con prove e dimostrazioni. Il pittore che all’inizio era molto combattivo, non riesce a replicare. Semplicemente ricompra il suo stesso ritratto e se ne va, quasi convinto di aver amato solo “una manifestazione fuggevole della materia”.

La scienza sembra aver prevalso in nome dei suoi superiori fini che Gulz esalta, assumendo a tratti le pose solenni di un sacerdote. In fondo per lui lo studio dell’anatomia è una religione. Mentre il dialogo si spegne e si compie nel cupo studio l’acquisto del ritratto, ecco che Carlotta come persona esce idealmente dalla scena. Resta il corpo, ma senza meritare le cure che i vivi riservano ai morti. Esso non interessa più al fidanzato che gli preferisce un dipinto. Ora che è senza vita appartiene alla scienza e in un certo senso all’umanità; la dimensione romantica del culto dei morti qui tace, in favore di un criterio di secco pragmatismo.

C’è in questo racconto l’irriducibile contraddizione tra le due anime degli Scapigliati, feconda di opere poetiche; l’interesse verso il positivismo e l’amore per la poesia. La vita sentita romanticamente nel contrasto tra l’artista e la società portò molti esponenti di questa composita corrente a vivere sregolatamente, nonostante la rispettabilità borghese delle loro professioni. L’arte e la bellezza, in altri momenti poetici del movimento, sono ancora sentite come delicati tesori da difendere dal bisturi della scienza, come in una lirica di Arrigo Boito intitolata Lezione di anatomia: “Scienza vattene,/ coi tuoi conforti/ Ridammi i mondi/ del sogno e dell’anima!/ Sia pace ai morti / e ai moribondi.

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IL NANO E LA BAMBOLA di Heinrich Böll (1917 - 1985)

15 Giugno 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL NANO E LA BAMBOLA di Heinrich Böll (1917 - 1985)

Il racconto dà il nome a una collana di racconti scritti tra il 1950 e il 1970, edita da Einaudi. L’autore fu Premio Nobel per la letteratura nel 1972.

Un uomo deve intervistare dei cittadini per conto di un ente che si chiama pomposamente Istituto Intelligenza; arriva in treno nella cittadina di Opladen di buon mattino e sa già che tram prendere per svolgere le sue mansioni e arrivare nelle case dove vivono le persone da interrogare. Deve chiedere se credono in Dio e come se lo immaginano. Siamo nella Germania dell’immediato dopoguerra; la cittadina è laboriosa, ma cupa. Si sente la durezza di quegli anni. Dopo Opladen è previsto che raggiunga altre città. Ma nella casa della famiglia Meixner, non trova nessuno. Si tratta di un’abitazione dove su un davanzale c’è un nano di porcellana. Il campanello viene suonato inutilmente. Una vicina che cammina a stento, si ferma e riferisce che di quella famiglia non è rimasto quasi nessuno. In quel caso bisogna solo tirare una riga sul taccuino e ripartire. L’intervistatore esita, poi si avvia verso la stazione per raggiungere altre città, come già definito nel suo programma di lavoro.

L’attività prosegue. Le persone rispondono, lui diligentemente annota e riparte. Tutto è abbastanza rapido, anche se le risposte e gli sguardi degli interrogati non sono per niente banali e meriterebbero qualche attenzione in più. Non è peraltro previsto che ci sia un dialogo o un approfondimento. La casa dove non ha trovato risposte resta nei suoi pensieri. Quella discontinuità sembra lasciarlo insoddisfatto. Alla fine, a sera, un po’ casualmente torna a Opladen. Raggiunge di nuovo l’abitazione con il nano di porcellana. Manca il nome Meixner sul campanello che al mattino invece c’era ancora. Dietro il vetro sporco di una finestra, appare una bambina che guarda l’uomo e stringe una bambola. L’intervistatore la saluta, ma la ragazzina si spaventa e urta il nano che cade. Ne segue all’interno della casa una sgridata. L’uomo, dispiaciuto, lentamente se ne va.

Il racconto termina qui. Solo in un posto, come detto, non trova nessuno. Gli dicono che sono quasi tutti morti, o comunque fanno riferimento a qualche dramma. L’uomo dovrebbe girare i tacchi e andarsene. Eppure esita e poi sente in qualche modo la necessità di tornare. Il suo turno lavorativo è terminato e quindi non avrebbe senso fare un’altra intervista. Ma lui vuole andarci di nuovo, evidentemente non per motivi di servizio. Ha una sollecitudine verso questa casa e chi la abita che sorprende. Verrebbe da pensare che se qualcuno mostra un genuino interesse verso degli sconosciuti, allora davvero Dio esiste ed è giusto crederci.

Un altro aspetto interessante è quello strettamente lavorativo. L’intervistatore si muove in una dimensione organizzativa in cui tutto è già deciso da altri: la città dove andare, le persone da intervistare, le domande da fare. Gli viene indicato perfino il mezzo pubblico da prendere. C’è anche il progetto di munire il personale di registratori in modo da avere le risposte precise, senza trascrizioni che potrebbero essere poco fedeli. Il protagonista stesso si sforza di porre le domande con tono distaccato: “Ho l’abitudine di recitare a pappagallo il preambolo e di rivolgere meccanicamente anche le domande (…) Per di più non guardo in faccia le persone”.

La personalità e la cultura dell’intervistatore non devono palesarsi; non sono previsti dialoghi o richieste di ulteriori spiegazioni. Serve solo una risposta da riportare con cura sull’apposito foglio.

Quindi si tratta di un lavoro piuttosto alienante; la persona non viene valorizzata, è un mero strumento atto ad eseguire disposizioni date dall’alto. Si deve eseguire e basta, come capita spesso al giorno d’oggi. Perciò quando il protagonista torna in quella casa, compie un gesto di libertà. Esce da questi rigidi schemi; è qualcuno che vuole incontrare altre persone e accertarsi della loro situazione senza secondi fini. Homo sum, nihil umanum esse me alienum puto, diceva Terenzio. Quando saluta la bambina, compie un atto istintivo e semplice, squarciando una coltre di ordini spersonalizzanti. Al suo gesto, risponde con la stessa istintività la ragazzina. C’è forse il ritorno, per qualche momento, a una libertà perduta e a un tempo sentito come proprio possesso, ravvisabili solo nell’infanzia, prima che le gabbie della società e del lavoro cadano pesantemente sull’individuo. Certamente, finché vi sarà almeno la nostalgia della libertà, essa non sarà del tutto compromessa.

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I FOGLI DEL CAPITANO MICHEL

13 Giugno 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

I FOGLI DEL CAPITANO MICHEL

Claudio Rigon si è brillantemente occupato della donazione Michel, ossia del materiale fotografico e documentario presente presso il Museo del Risorgimento di Vicenza e relativo all’esperienza di guerra del pluridecorato capitano Michel (1878 - 1955) sul Monte Ortigara. Si tratta di fotografie e di messaggi scritti (fonogrammi) che i vari comandanti si mandavano tra loro per scambiarsi informazioni sui loro segmenti di competenza di quel duro fronte. Viene così ricostruito circa un mese di guerra, dal 24 giugno al 29 luglio 1916, in cui il capitano che nella vita civile era un professore di storia e filosofia, assunse il comando di truppe rimaste quasi senza ufficiali.

I luoghi di cui si parla nel libro edito da Einaudi sono familiari al vicentino Rigon, buon conoscitore anche delle memorie di Gadda, di Lussu (nel libro si citano vari passi tratti da Un anno sull’Altipiano), dei testi dello storico Pieropan e del maggiore Milanesio. La vicenda del capitano e dei suoi uomini inizia all’indomani di un arretramento austriaco che permette agli Italiani di avanzare. In questa fase alle compagnie giungono ripetuti ordini di attaccare, presupponendo che la ritirata avversaria sia un segno di debolezza e di disaggregazione. In realtà i vari fonogrammi offriranno uno spaccato diverso: gli Austriaci si sono solo riposizionati su una linea arretrata e meglio difendibile. I reparti del capitano vanno varie volte all’assalto contro trincee quasi imprendibili; l’artiglieria non è sufficientemente vicina per mettere in difficoltà un nemico che si sta gradualmente rafforzando. I battaglioni impegnati escono con le ossa rotte dai combattimenti e i vari messaggi devono segnalare grandi perdite oltre a dispersi e a qualche disertore. I fonogrammi lasciano trasparire un rapporto profondo tra ufficiali inferiori e truppa; ci si trova nel medesimo disagio, in trincee solo abbozzate e battute dalle intemperie, con difficoltà ad avere quotidianamente il rancio, mentre il nemico prosegue abbastanza indisturbato i lavori per consolidare le proprie posizioni. Gli alti comandi sono per l’offensiva, quindi reputano implicitamente inutile impegnare risorse e mezzi per migliorare la prima linea.

Qualche frase tratta dal rapporto di una pattuglia mandata in osservazione può aiutare a capire cosa dovevano affrontare i nostri fanti sull’Ortigara,: “ … esistono due ordini di reticolati dell’altezza di due metri e profondi dai quattro ai sei metri ( …) Le trincee, coperte, in parte sono scavate nella pietra e sono a doppio ordine di tiratori con feritoie a poca altezza da terra”.

Contro difese simili si scaglieranno più volte i battaglioni. Per quanto concerne i rinforzi, spesso si tratta di convalescenti o di anziani provenienti dalle retrovie, mandati all’assalto a poche ore dal loro arrivo al fronte. C’è un fonogramma con i nomi dei caduti della giornata in cui a proposito di uno di questi soldati appena arrivati, non si è in grado di indicarne il nome; lo si qualifica genericamente come “uno sconosciuto dell’ottavo”.

In un messaggio il sottotenente Pittavino comunica: “I complementi avuti, essendo completamente deficienti di istruzione e di allenamento fisico, non possono ispirare fiducia nei compagni. Per questo non si possono ottenere dai soldati lo zelo e lo slancio necessari nelle azioni”.

In questo contesto di difficoltà e di sofferenza, le note positive vengono dal senso di umanità che avvicina i soldati; ci si informa se i familiari di un caduto sono stati avvisati, si riferisce di un giovane volenteroso che in un momento di debolezza ha tentato di disertare e si cerca di alleggerire la sua delicata posizione, si mandano i propri saluti ai sottoposti al momento di essere trasferiti. Rigon con il suo lavoro di ricostruzione ci consegna una storia fatta di uomini, azioni, quotidianità. Le articolazioni di queste vicende sono tante e diverse; si spiega come far saltare il reticolato nemico, si chiedono rinforzi in un momento drammatico, si organizza il non facile arrivo delle vettovaglie, si parla dell’orologio che un ufficiale ha spedito nelle retrovie per una riparazione.

Una storia di uomini quindi, scritta dai soldati per comunicare tra loro in quel lontano 1916 sull’Ortigara; ma quei fonogrammi, esili biglietti scritti a matita e in qualche caso con la stilografica, hanno molto da dire anche a noi. Rigon si è recato spesso nelle zone di combattimento per cercare riscontri alla documentazione studiata e opportunamente ci ricorda le parole presenti sul monumento eretto sulla cima del monte che fu teatro di questi drammi: “Per non dimenticare”.

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IL SORRISO DELL’OBICE di WALTER GIORELLI

11 Giugno 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

IL SORRISO DELL’OBICE di WALTER GIORELLI

Va a Dario Malini il merito di aver recuperato questo diario e di averne curato l’edizione per Mursia. L’opera era già apparsa nel 1917, edita in forma privata e a cura della famiglia del soldato Walter Giorelli. Prima dell’arruolamento, fu allievo del pittore Aristide Sartorio, anch’egli poi impegnato nella Grande Guerra. Nel marzo 1917 ci fu una mostra postuma dedicata ai dipinti del giovane, apprezzata dalla critica.

Questo è uno dei diari più emozionanti e lirici tra quelli che abbiamo letto. Il pittore Walter Giorelli ha appena terminato gli studi e si è già segnalato a livello artistico, pur in età molto verde, quando deve arruolarsi.

Il diario si compone di note e umori diversi: ci sono l’esuberanza giovanile insofferente delle gerarchie, l’ironia del dotto umanista e la viva sensazione di un destino cupo cui non si può sfuggire. Siamo nella seconda parte del 1915; ormai è chiaro che il conflitto sarà lungo e sanguinoso. Giorelli è impegnato nell’addestramento a Bologna e mostra già di avere gli anticorpi verso ogni tipo di retorica. Viene da sorridere quando un tenente, rivolto ai futuri fanti che dovranno attaccare le mitragliatrici nemiche, dà questo consiglio: “Facite ‘a faccia feroce”.

Al fronte il giovane deve portare rifornimenti verso le prime linee, compiendo ogni notte lo stesso tragitto sugli stretti sentieri intorno al Sabotino. In questa fase, nonostante i pericoli, si mostra abbastanza sereno; il paesaggio lo stimola, può parlare di filosofia con alcuni compagni, è contento di saper governare bene il mulo carico che deve condurre verso le trincee. Gli piace ritrarre i commilitoni; un suo superiore ne nota il talento e gli affida l’incarico di disegnare le difese avversarie.

A Cividale ha la possibilità di affrontare un corso per entrare nel Genio; dopo una severa selezione, viene promosso e diventa quindi ufficiale. Da questo momento lavora in una compagnia di Zappatori in servizio a Plava. Ora ha il compito di sistemare ricoveri e camminamenti che le intemperie e i colpi dell’artiglieria austriaca danneggiano. Vede gli attacchi dei fanti, gli uomini impazziti dai bombardamenti che corrono a casaccio contro il nemico, assiste alla fucilazione di due anziani soldati. Intanto Gorizia è stata presa, ma la guerra di logoramento prosegue come prima. Il suo lavoro ricorda le fatiche di Sisifo; aggiustare e sistemare ciò che verrà comunque nuovamente distrutto. L’umore di Giorelli settimana dopo settimana cambia; è come se nel suo spirito si spezzasse per sempre qualcosa, a fronte di una guerra sempre più dura e ingorda di sangue. Interrompe la corrispondenza con una coetanea che insisteva nel parlargli della vivace e frivola mondanità romana. Prosegue a ritrarre i compagni che glielo chiedono, ma la sua arte è mutata, è diventata realistica. Infatti rappresenta i commilitoni come sono, senza nascondere sui volti i segni della fatica, della sofferenza, delle ore di sonno che mancano. L’Isonzo si ingrossa e l’artiglieria nemica è sempre più precisa. Giorelli nota che la sua capacità di guardare, di cogliere con un colpo d’occhio l’essenza del paesaggio è venuta meno: “Dovrei forse descrivere meglio ciò che mi circonda, ma non posso. Guardo tutto di sfuggita e non riesco a fermarmi su niente”. Il pittore si sente disarmato, quasi cieco.

Qualcosa in lui non è più come prima. La guerra sembra avergli tolto tutto. Eppure, anche nella trincea allagata o in mezzo ai camminamenti da risistemare, il giovane trova fino all’ultimo giorno una pausa per scrivere e per lasciare le sue memorie. Il suo diario, così fresco e vivace, è una bellissima vittoria sul tempo, sulla morte, sulla guerra.

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TRINCEE - CONFIDENZE DI UN FANTE di CARLO SALSA

15 Aprile 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #saggi, #recensioni, #storia

TRINCEE  -  CONFIDENZE DI UN FANTE di CARLO SALSA

Il milanese Salsa (1893 - 1962) fu giornalista, sceneggiatore e scrittore. Iniziò l’attività letteraria già prima della sua esperienza di combattente sul Carso durante il primo conflitto mondiale. Nel 1929 è stato tra i fondatori del Premio Viareggio.

Trincee cattura soprattutto per la forza di una scrittura potente, carica di immagini forti, a tratti espressionistica. La violenza della tecnologia militare, generata da armi sempre più distruttive, è ben descritta nel suo impatto sugli uomini e sulla natura; le batterie annullano con i propri lampi la differenza tra notte e giorno, le montagne sono martirizzate dalle artiglierie e costrette a sopportare un’enorme massa di uomini, continuamente alimentata da nuove forze che vanno a riempire i vuoti.

Nel testo si lascia ampio spazio ai dialoghi tra i soldati e ai loro canti per testimoniare gli stati d’animo e gli umori dei fanti. Il tenente Salsa viene gettato nel tritacarne della guerra che non ha nulla di glorioso o epico; già il raggiungimento del reparto, effettuato di notte, avviene all’insegna della confusione, con momenti tragicomici. La trincea è un modesto riparo che protegge poco e costringe gli uomini a una quasi totale immobilità, sempre sotto il tiro dei cecchini, nel fango e nel lezzo dei cadaveri. La contiguità con i morti è inevitabile e peraltro spostare i corpi dei caduti significa esporsi alle fucilate degli Austriaci. Salsa passa da una zona di guerra all’altra (San Michele, Merzli, Hermada e altre) stando quasi sempre in prima linea. In certi punti del fronte il nemico potrebbe anche non sparare, accontentandosi di scaricare grandi massi dall’alto, potendo contare sul vantaggio di posizioni sopraelevate. I combattimenti sono selvaggi, aggravati da ordini irrazionali. L’autore ad esempio commenta così una decisione assurda dei comandanti:

Non si trova un subalterno in tutto il reggimento che comprenda la ragione per cui questa marcia fino a Sagrado, in vista del nemico, venga effettuata in quest’ora, in tutta luce. Ma non si deve indagare; qui bisogna avere fede, come nelle faccende religiose, anche se certi ordini appaiono più impenetrabili del mistero dell’incarnazione”.

Il verbo cadorniano delle spallate contro le linee Austro-Ungariche comporta assalti temerari che si rivelano inutilmente sanguinosi; molti ufficiali superiori sposano pienamente questa linea per non vedere compromessa la propria carriera. Alcuni comandanti, abili nello stare lontano dall’orrore delle trincee, come il capitano A., insistono nel vessare i soldati già prostrati dalle battaglie, gravandoli di inutili lavori e mettendo agli arresti senza adeguate ragioni i subalterni, come capita allo stesso Salsa.

Purtroppo il diario riporta poche date e nella seconda parte diventa, a mio parere, piuttosto disorganico, per quanto la scrittura riesca ancora a essere efficace. Da alcuni elementi si può dedurre che siamo nel 1917 quando l’autore viene fatto prigioniero. Le modalità della cattura sono sintomatiche dello stato d’animo dei fanti. La guerra in due anni è cambiata; le trincee italiane non sono più il passivo bersaglio del nemico e ora le nostre artiglierie sfidano alla pari quelle avversarie. Ma i soldati sono mutati, nota il giovane ufficiale. Piegati nello spirito da inconcepibili sofferenze, non sono più disposti a sacrificarsi come prima, proprio ora che le armi non mancano. Così, durante un assalto ben sorretto dalle batterie e descritto in modo magistrale, il reparto di Salsa resta isolato perché il resto dei soldati di rinforzo non interviene. La cattura è inevitabile e porta a una lunga prigionia nei territori della monarchia danubiana. Qui è la fame a tormentare gli uomini; le descrizioni drammatiche sono attenuate dal resoconto delle varie fughe tentate dai prigionieri, pieni di estro “latino”, coraggiosi e abili nello sfidare e sbeffeggiare il comandante del campo. Mentre si allargano le crepe nel vecchio impero prossimo al collasso, c’è anche spazio per una tormentata storia d’amore tra Salsa e una ragazza del posto.

Poi, finalmente, la guerra finisce. La popolazione del luogo (siamo in Boemia) è solidale e affabile con gli Italiani che si apprestano a rientrare in patria. Si parte in treno verso casa. A Trieste, divenuta da poco italiana, l’accoglienza è dura; gli uomini non ricevono l’assistenza che si aspettavano e alcuni muoiono. Poi si arriva a Padova, con grande trepidazione. Lo scrittore ha passato sedici mesi in Austria e prima oltre un anno al fronte. Anche nella città veneta il comitato di benvenuto è formato da soldati; gli ex prigionieri, bollati come traditori, vengono considerati un problema di ordine pubblico. L’amarezza è grande e fa rivalutare al giovane tenente i carcerieri che dividevano il poco cibo, pane misto a fango, con i prigionieri. L’ultima immagine che il diario ci offre è particolarmente aspra ed è quella delle baionette puntate verso Salsa e i suoi compagni.

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Diario di Guerra - Dalla Libia all’Isonzo 1913 - 1919 di FELICE FOSSATI

28 Marzo 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

Diario di Guerra - Dalla Libia all’Isonzo 1913 - 1919 di FELICE FOSSATI

Felice Fossati (1893 – 1964), nato da famiglia italiana a Romans, in Francia, studiò a Nancy e poi a Milano dopo il rientro nel nostro Paese con i genitori. Volontario in Libia, poi mandato sull’ Isonzo allo scoppio della Grande Guerra, nel 1919 torna finalmente a Milano, dopo un anno di prigionia in Austria.

Il diario (edito da Nordpress), piuttosto breve, inizia ripercorrendo l’addestramento del giovane militare. Dapprima viene mandato a Perugia, poi a Napoli; ha modo di apprezzare la maestosità delle città d’arte, ma anche di rimanere colpito dalle aree di degrado. Il testo contiene un riferimento al terribile terremoto di Messina di alcuni anni prima, in cui ci furono ben ottantamila morti. La scrittura è semplice, ordinata, precisa; impegnato in Libia contro i ribelli, si porta nello zaino Thérèse Raquin di Zola che si accinge a leggere per la quinta volta. I ritmi della vita militare nella colonia sono piuttosto lenti; le giornate sono animate dal Ghibli e dalle marce verso le postazioni interne da difendere dagli attacchi nemici. Ma gli scontri con la guerriglia sono poca cosa rispetto al fronte dell’Isonzo in cui Fossati viene mandato nel 1916. A Grado i soldati consumano del “buon pesce fritto”; ma nello stesso giorno, a San Canziano, vedono i segni della guerra, in particolare la chiesa scoperchiata in cui si sono rifugiati i pochi abitanti impauriti. Assalti alla baionetta, il fuoco delle mitragliatrici, bombardieri che dal cielo non danno tregua ai fanti sono il pane quotidiano. Sia da parte italiana che austriaca, gli attacchi sono condotti con la stessa folle temerarietà; le trincee si prendono e si perdono in pochi giorni. Nella zona di Doberdò, teatro di aspri scontri, furono presenti durante la guerra anche Mussolini e D’Annunzio. Lo scoramento davanti ai morti e ai feriti fa comunque apprezzare al giovane l’attitudine alla lotta del soldato italiano: “ … il soldato italiano nel corpo a corpo … è il migliore combattente, forse, perché più emotivo e facilmente eccitabile”. Emerge, larvata, la polemica verso gli imboscati che si trattengono nelle retrovie, lontano dalle trincee.

Nei pressi di San Giovanni di Duino, durante uno sfortunato assalto, nota: “ … molti nostri feriti giacevano vicino a feriti nemici, assistiti da due infermieri austriaci. Una parentesi di umanità nell’infuriare della guerra”. Ancora l’autore parla di azioni volte a prendere Trieste, ma in realtà la guerra resta statica e si continua a morire per conquistare pochi metri. Poi viene il disastro di Caporetto; Felice e il suo reparto ripiegano precipitosamente a Pozzuolo del Friuli dove offrono una dura resistenza al nemico, dopo che un’automobile con alcuni ufficiali è partita precipitosamente. Qui assiste al suicidio di due commilitoni: “ … il comandante la cavalleria e il nostro maggiore … quasi simultaneamente si puntarono la pistola alla tempia”. Fossati e i superstiti, rimasti senza munizioni, si devono arrendere. In Austria la prigionia si accompagna alla fame e alla noia, finché i prigionieri non ottengono il permesso di lavorare in una fattoria, dove Felice si lega a una donna ungherese. La notizia della fine della guerra arriva improvvisa. Si rientra finalmente in Italia e qui vengono inattese amarezze. I vinti di Caporetto sono oggetto di disprezzo e ciò ferisce chi ha fatto il proprio dovere. A Trieste e Pola alcuni civili insultano gli ex-prigionieri. In particolare i soldati devono subire un’umiliante inchiesta: “Evito di parlarne perché questa sorta di processo è il più vergognoso della nostra vita di combattenti”. In seguito a uno screzio con un ufficiale, Fossati viene trasferito in Sardegna.

Finalmente, alcuni mesi dopo, ottiene il congedo e l’11 settembre 1919 (la guerra è finita da quasi un anno) torna nella sua Milano, con ben poca nostalgia per la vita militare.

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MEMORIE DI UN PAZZO di L. TOLSTOJ (1828 – 1910)

25 Marzo 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

MEMORIE DI UN PAZZO di L. TOLSTOJ (1828 – 1910)

Il racconto che abbiamo letto nell’edizione Garzanti risale al 1884. I temi espressi sono nettamente legati alla vita personale dello scrittore e ai suoi tormenti etico-religiosi.

Il protagonista della vicenda narrata ammette subito la sua pazzia, nonostante il responso dei medici sia diverso. Lo considerano “predisposto all’emotività”, ma “sano di mente”. La medicina del suo tempo lo giudica guaribile.

L’uomo parte da lontano per parlarci dei suoi disturbi. Ci narra due episodi della sua infanzia che lo hanno turbato. Nel primo la governante accusa con forza la balia di essersi appropriata di una zuccheriera. Basta questa scena per far sprofondare il bambino nell’agitazione; “ … tutto mi sembra doloroso … incomprensibile … e io nascondo la testa sotto la coperta”.

Un altro ricordo è quello del racconto della Passione di Cristo, fatto dalla zia. Il ragazzino non capisce il motivo di tanto accanirsi su un uomo buono: “Per quale motivo lo battevano? Lui aveva perdonato, ma quelli lo battevano. Faceva male? Zia, gli faceva male?”. Non c’è una risposta e il bambino singhiozza e sbatte la testa contro il muro.

Da adulto le cose sembrano migliorare. Il protagonista si sposa. Ha una famiglia, delle proprietà, un certo prestigio sociale e una carica pubblica. Si occupa razionalmente di aumentare le sue ricchezze; punta ad acquisire altre terre, non senza malizia e astuzia. Viaggiando però ritrova le sensazioni di tormento dell’infanzia. Dapprima, una notte, si sveglia spaventato e si chiede: “Per quale motivo sono in viaggio? Dove vado?”. Improvvisamente tutto quello che aveva in programma di fare si rivela insensato. I bisogni autentici sembrano essere altri.

Si arriva allora alla terribile notte di Arzamas, cittadina in cui l’uomo si ferma col suo servo, agognando riposo e serenità. Sono cose piccole ad angosciarlo subito: un rumore di passi, la macchia sulla guancia di un lavorante, la forma quadrata della stanzetta in cui si ritira. Il viaggiatore non dorme e si domanda: “Da cosa, dove scappo?”. Due domande profonde nel medesimo quesito. La paura che lo assale è quella della morte: “Tutto il mio essere sentiva la necessità, il diritto alla vita e nel contempo la morte che sopraggiungeva”.

Poco oltre aggiunge: “Non c’è niente nella vita, c’è invece la morte, ma non ci deve essere”. Cerca di pensare agli affari, agli acquisti, alla moglie, ma senza ricavarne conforto. Il vuoto della vita sembra portarlo a subire un profondo senso di orrore. A questo punto inizia a pregare, cosa che non faceva da una ventina d’anni e questo gli da un piccolo sollievo.

Quell’angoscia è sempre in agguato e per sfuggirle l’uomo si getta nel fare e nel correre: “Dovevo vivere senza fermarmi”. Conduce la sua esistenza come sempre, ma ora prega e va in chiesa. Riprende coraggio e ricomincia a viaggiare, diretto a Mosca. E’ di buon’umore quando si ferma a dormire in una locanda. Ancora una volta sono piccole cose a scatenare il dramma: un vecchio che tossisce in una stanza vicina, la fiamma della candela che illumina tra le altre cose un tavolo scrostato, la ristrettezza dell’ambiente. La notte è peggiore di quella di Arzamas; il viaggiatore prega e chiede ripetutamente a Dio le ragioni del suo turbamento.

Nella sua vita appare l’apatia: non si occupa più degli affari e la sua salute peggiora. L’unica manifestazione di vitalità è la caccia, ma durante una battuta si perde e prova un’angoscia cento volte più grande di quelle di Arzamas e di Mosca. Quando torna a casa, capisce che non avrebbe dovuto mettersi sullo stesso piano di Dio, interrogandolo riguardo ai suoi tormenti. Comincia a leggere la Bibbia, i Vangeli, le vite dei Santi. Sta cambiando anche nella sua interiorità, ma il percorso non è ancora completo.

Il protagonista sta per comprare un fondo a un prezzo fin troppo vantaggioso. Ma dopo aver parlato con una povera vecchia, capisce che il suo successo non può avvenire a spese degli altri. Anche i contadini devono vivere e meritano rispetto. La moglie non apprezza questa conversione che lui stesso definisce come l’inizio della sua pazzia. Poi si arriva alla svolta che coincide con la follia totale. L’uomo sta assistendo alla messa; improvvisamente gli portano la comunione. Gli viene quindi offerto il Corpo di Cristo, non è lui a chiederlo ed esso è come un dono inatteso (“improvvisamente mi portarono la comunione”). Troviamo quindi delle frasi piuttosto oscure, originate anche dalla presenza di alcuni mendicanti fuori dalla chiesa: “E improvvisamente mi divenne chiaro che tutto questo non doveva essere. Non solo non deve essere e non c’è, ma se non c’è, allora non c’è né morte né paura, e non c’è più in me il precedente sgretolamento, e ormai non ho più paura di niente”. Ora il tormentato cessa di essere tale; dona dei soldi ai poveri e torna a casa a piedi parlando con le altre persone.

Il percorso di crescita è stato molto lento e segnato da alcuni passaggi; la riscoperta della preghiera, il riavvicinamento alla chiesa e ai sacramenti, cose importanti ma non essenziali. Il cambiare luogo, il muoversi, lo spostarsi non giovano, come ci ricorda la saggezza di Orazio: caelum, non animun mutant qui trans mare currunt. La svolta c’è, invece, quando il protagonista rinuncia a un acquisto che avrebbe causato sofferenza ad altri. Questa è la vera follia; rinunciare al proprio interesse in favore di persone sconosciute e non in grado di ricambiare. La moglie non è d’accordo e ciò fa pensare ai contrasti che Tolstoj ebbe con la consorte nell’ambito delle sue scelte.

Il percorso si completa nel finale del racconto. La presenza dei poveri deve essere percepita come un’iniquità da eliminare; non bastano la preghiera e l’osservanza dei precetti. Ci vuole infatti azione concreta; il decidere di intervenire è in prospettiva una vittoria sulla povertà (così ci spieghiamo quel “non solo non deve essere e non c’è”). Quindi il ricco lascia i suoi rubli ai mendicanti e torna a casa a piedi, non in carrozza, “parlando col popolo”; è un segno di apertura, di voglia di parità. D’altronde Tolstoj nell’organizzare scuole per i figli dei contadini, si chiedeva cosa avesse lui da dare ai suoi servi, ma anche cosa avesse da imparare da loro. Per un certo periodo si accostò ai mestieri manuali, lavorando in età già matura presso un calzolaio.

L’autore sembra con questa storia dal sapore molto autobiografico, indicare un percorso agli uomini, dalla compiaciuta cura di sé alla scoperta degli altri attraverso il Vangelo e l’azione concreta (da non confondere con la mera elemosina o la paternalistica filantropia).

Un percorso di crescita e redenzione, nella consapevolezza di dover molto patire e fare prima di diventare veramente se stessi. Questa consapevolezza, fatta di preghiera, concretezza, impegno verso gli altri, coincide con una forma di follia. Solo un pazzo, d’altronde, rinuncerebbe a un vantaggio personale per non arrecare danno a un altro.

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GIOVANNI COMISSO - GIORNI di GUERRA

2 Marzo 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #saggi, #storia

GIOVANNI COMISSO - GIORNI di GUERRA

Originario di Treviso, Comisso (1893 - 1969) prese parte alla Grande Guerra e poi all’esperienza di Fiume con D’Annunzio. Molto legato alla sua città, fu giornalista e affermato autore di reportage di viaggio per vari quotidiani. Vinse il Premio Viareggio nel 1952 con Capricci italiani e lo Strega nel 1955 con Un gatto attraversa la strada.

Lo scrittore in Giorni di Guerra ci parla della sua esperienza nel conflitto in cui operò, dal 1915 al 1918, come soldato e poi come sottotenente del Genio, svolgendo il suo lavoro con grande scrupolo e coraggio; spesso dovette intervenire nelle zone battute dalle artiglierie nemiche per ripristinare preziosi collegamenti telefonici, mentre in altre fasi conobbe la monotonia della vita nelle retrovie.

L’esperienza al fronte di Giovanni Comisso non ci fa respirare il truce clima delle trincee e la paura della morte che può colpire in ogni momento il povero fante. Non troviamo una specifica impostazione “ideologica” affine alla guerra o contraria ad essa. Si tratta del diario di un giovane che a poco più di vent’anni si trova immerso in una “avventura” dove il drammatico trova spesso un inatteso contraltare nel grottesco.

Ad esempio ci racconta di una famiglia di contadini che parlano quasi in modo lieto di una cannonata caduta vicino alla propria casa, come se si trattasse di una piacevole novità. Oppure ci descrive una demenziale sparatoria in cui si prende di mira un aereo; anche gli ufficiali tirano con la pistola, alcuni dal tetto della cucina. Poi, finita la confusione, si viene a sapere che il velivolo era italiano. Anche nella tremenda ritirata di Caporetto, in cui dominano marasma e anarchia, Comisso riesce a farci sorridere parlando di un ufficiale che nella fuga si trascina via decine e decine di scarpe colorate, mentre altrove ci sono postazioni di soldati che non vengono avvisati dell’imminente arrivo del nemico. Quella ritirata è una piccola Anabasi, drammatica ma non priva di fasi bizzarre o di momenti lirici, come quando l’autore sogna di fermarsi per sempre in una valle spopolata con una donna appena conosciuta.

Altri passi interessanti sono quelli che si riferiscono alle battaglie del 1918 intorno al Piave, sempre con l'oscillare tra registro tragico e registro leggero. Le grandi artiglierie appostate tra gli alberi sono affiancate dai contadini che continuano a lavorare i campi vicini nonostante gli scontri. Tra i bagliori notturni delle cannonate e dei razzi, alcune donne osservano che a Nervesa doveva esserci la sagra. Un generale ordina di sparare sui fanti che fuggono; mentre ancora si combatte duramente, dietro a una chiesa si scavano fosse, destinate non ai caduti, ma ai disertori che dovevano essere fucilati.

Le ultime righe del libro sono un omaggio ai soldati vittoriosi, resi arcigni dalla sofferenza, quasi una "razza" a parte, forgiata dalla guerra e destinata a subirne le conseguenze:

"Neri, come di fumo, sporchi, stracciati, con fasciature spicciative alle mani e alla testa, sfiniti nel volto, ma accesi di sangue alle labbra e di vita negli occhi, cercai di imprimerli nella memoria, perché ormai ero certo che aspetti simili non sarebbe stato possibile rivederli più. Pareva avessero impegnata tutta la loro forza per fare all'amore o per una corsa accanita e sorridevano pesantemente come non sapessero essi stessi cosa avessero fatto e perché”.

In fondo la guerra, per chi la fa è quasi sempre una sconfitta, per il prezzo enorme che costringe a pagare. Al momento della chiamata al fronte, uno zio del giovane, già protagonista delle battaglie risorgimentali, lo ammonisce così: “Noi, appena finite le guerre, ci siamo trovati con un pugno di mosche, pensioni misere, appena guardati in faccia, mentre gli altri che erano rimasti a casa avevano pensato a farsi ottime sociali sfruttando la situazione che noi avevamo creato con il nostro sangue”.

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