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valentino appoloni

LA CASA DI MATRJONA di Aleksandr Solženicyn (1918 – 2008)

27 Settembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

LA CASA DI MATRJONA di Aleksandr Solženicyn (1918 – 2008)

Matrjona è una signora ormai anziana che vive da sola in un piccolo villaggio, durante il periodo staliniano. La sua vicenda è narrata da un ex-soldato che trova ospitalità presso di lei e che viene impressionato dalla sua bonomia e dalla sua umiltà. La donna possiede poco; avrebbe diritto a una pensione, ma nessuno la aiuta a procurarsi la documentazione per fare domanda nel lontano ufficio. Nel villaggio è oggetto di commenti negativi e di maldicenze gratuite. Eppure è sempre pronta a prestarsi per gli altri. Chi le chiede una mano ha sempre una risposa positiva; anche l’arrogante moglie del presidente del Kolchoz ricorre a lei. Matrjona non sta mai in ozio. Accorre e aiuta anche chi la critica alle spalle. Nessuno la paga per il suo lavoro; peraltro è lei che non vuole ricevere denaro. Passano gli anni e alla fine riesce a ottenere la pensione. Potrebbe addirittura considerarsi quasi agiata, visti i tempi di magra. Ora sono i parenti a farsi avanti; divisi in due fazioni, s’insinuano nella sua casa e mettono gli occhi sui suoi beni. Matrjona sopporta e continua a essere attiva e generosa. Capita però un grave incidente ferroviario in cui sono coinvolti alcuni dei parenti e la stessa anziana donna, intervenuta come sempre solo per dare una mano. Matrjona muore e ancora c’è chi si permette di dire che si è andata a cercare quella fine. Poteva non fare nulla e restare a casa, dicono alcuni. I parenti, poco rattristati, si dividono i suoi beni.

Di primo acchito, si potrebbe dire che la donna è solo una persona inerme e sciocca, sfruttata e manipolata dagli altri. Il narratore stesso dice che la donna era “pronta a lavorare stupidamente per gli altri senza compenso”.

Non è la prima volta che la letteratura russa ci presenta figure assolutamente buone; pensiamo a L’idiota di Dostoevskij e al suo protagonista, il Principe Myskin che per l’autore doveva essere un uomo del tutto buono, calato in quella foresta piena di lupi che a volte è la vita. Anche In Delitto e Castigo è una persona umile, la prostituta Sonja, a indicare all’assassino la via del pentimento e della penitenza per salvarsi.

Tornando al racconto, il paese dove vive la protagonista è un piccolo universo in cui grettezza e avidità dominano. Il terribile disastro ferroviario sta a indicare l’inefficienza dei pubblici poteri. Nessuno crede che nel miglioramento della comunità ci sia anche la propria crescita personale. Anche questo è il segno del fallimento dei piani di costruzione di una nuova società armoniosa, nella quale ciascuno avrebbe dovuto trovare nelle occupazioni collettive la realizzazione di sé. La meschinità e l’avarizia di epoca zarista sopravvivono ancora; molti passi ricordano da vicino il nostro Giovanni Verga e le sue novelle in cui è la roba il fulcro di ogni aspirazione e di ogni azione.

In realtà Matrjona rappresenta una figura astorica che va oltre ogni specifica società, visto che applica un codice di principi assurdo e irragionevole in pressoché qualsiasi contesto; infatti mostra generosità verso chi sembra non meritarla, non si fa pagare, lavora più per gli altri che non per sé. Si tratta di un’icona di virtù che pratica il bene in ogni circostanza, con zelo ma senza fatica perché non le costa nulla seguire la sua natura. La protagonista è una riserva di valori etici che in fasi di sbandamento offrono ancora una speranza di salvezza per tutti: “Le eravamo vissuti accanto, ma non avevamo capito che lei era il Giusto senza il quale, come dice il proverbio, non esiste il villaggio. Né la città. Né tutta la terra nostra”. La società si può risollevare grazie a risorse morali interiori e non tramite una nuova organizzazione calata artificialmente dall’alto sulle comunità.

Il suo sacrificio è quindi fecondo di conseguenze positive; assistiamo quasi a una Passione, visto che sopporta e soffre fino a morire per gli altri e solo dopo la sua morte, come sul Golgota, le persone aprono gli occhi, iniziano a capire e scoprono che l’infinito può essere molto vicino.

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LA GROTTA di Giani Stuparich

23 Settembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

LA GROTTA di Giani Stuparich

Giani Stuparich (1891 – 1961) scrittore triestino, ci ha lasciato un’ampia produzione legata in buona parte alla sua città, al Carso (in cui combatté nella Grande Guerra), all’Istria. Con il racconto La grotta vinse nel 1948 il primo premio per l’Epica alle Olimpiadi di Londra.

“Andavano con passo gagliardo, con la sicurezza d’animo di quelli che si sentono in pochi ma uniti. Il ritmo delle sei scarpe ferrate faceva echeggiare le strade deserte”. Inizia così il racconto La grotta, letto nell’edizione Einaudi.

Delio, Renzo e Lucio progettavano da tempo di scendere lungo una grotta da loro scoperta. Si sono attrezzati per esplorarla. Ci vuole coraggio, ma anche preparazione. Ci troviamo nel Carso, quindi “a casa” dello scrittore Stuparich. Tra i tre giovani c’è affiatamento, ma anche una certa competizione. Lucio è piuttosto timido; i suoi amici invece appaiono più risoluti e determinati. Ma l’avventura diventa presto una tragedia; Delio e Renzo precipitano nel buio della grotta. Lucio è l’unico a salvarsi; sconvolto dal dramma, deve cercare aiuto. Il villaggio più vicino è molto lontano e il ragazzo è a piedi. Da qui in avanti il giovane è travolto dall’indifferenza delle persone che incontra. Il campionario di reazioni che trova è simile a quanto a volte si sente anche oggigiorno quando capita una disgrazia. Non c’è nessuna mobilitazione per cercare i due sfortunati ragazzi. Si decide che fino all’intervento dei pompieri non si potrà fare nulla. Questa scelta procura sollievo a tutti perché “salva” la domenica e giustifica l’inerzia e il disinteresse. La società distratta dagli impegni del giorno di festa trova in questo comodo atteggiamento una forte unione che mette insieme giovani e anziani. Meschinità ed egoismo dominano. D’altronde è domenica e nessuno ha voglia di occuparsi di cose tragiche. Solo un’insegnante permette al ragazzo di telefonare ai pompieri. Il resto della giornata il superstite lo passa in una piazza, in attesa; ha corso, ha brigato, ha lottato duramente per scuotere la gente. Ora non può più fare nulla. Resta in disparte, mentre dalle case proviene il rumore delle posate e delle chiacchiere del pranzo.

Diversi sono gli spunti di questo racconto. Davanti a un evento luttuoso che riguarda gli altri e che richiede un’impegnativa mobilitazione, è facile celarsi dietro frasi di rito come “Se la sono cercata”, oppure dietro il paravento dell’autorità cui si demanda l’effettivo intervento, in attesa del quale non si fa niente. Solo la maestra è solidale col ragazzo che in quella domenica rappresenta “il portatore di tragedia” con cui non si vuole avere a che fare, anteponendo la propria tranquillità a tutto. L’unico risvolto positivo è che Lucio in quella giornata è cresciuto; ora ha perfino una ciocca bianca, è maturato, è un adulto, ha abbandonato la timidezza e si è battuto strenuamente da solo per cercare aiuto. Ha manifestato un carattere determinato che prima non aveva. Il dolore porta conoscenza, come dicevano gli Antichi Greci.

La sua iniziazione alla vita è stata triste e dura: “Il cuore gli picchiava alle pareti del petto come il pendolo in una cassa vuota”. Nei suoi pensieri, mentre in piazza attende l’arrivo dei pompieri, c’è la riflessione sul suo futuro. Dovrà in un certo senso spiegare perché lui è ancora vivo a differenza dei compagni e per quali ragioni oscure il destino lo ha salvato. Questo aspetto si lega alla vita di Giani Stuparich, volontario nella Grande Guerra in cui perse l’amico Scipio Slataper e l’amato fratello Carlo, suicidatosi nel 1916 sul Monte Cengio per non essere catturato dagli Austriaci. Dei tre giovani triestini, volontari di guerra e collaboratori della Voce di Prezzolini, rimase solo Giani; come Lucio nel racconto, sentì probabilmente anche lui l’esigenza di dover giustificare, dopo il conflitto, il fatto di essere tornato a casa da solo, provando il fardello del sopravvissuto che può essere alleggerito, forse, soltanto dal tempo. Lo scrittore farà ricorso anche alle armi del pensiero e della letteratura, scrivendo in ricordo di Carlo, I Colloqui con mio fratello.

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1915-1919 DIARIO DI GUERRA di PAOLO CACCIA DOMINIONI

9 Settembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

1915-1919 DIARIO DI GUERRA di PAOLO CACCIA DOMINIONI

Il diario è opera di un soldato indomito e volitivo, mai spezzato dalle sofferenze e dalle ferite (non solo fisiche) della guerra. Si comincia con il clima entusiastico della piazza che sta premendo sul Governo italiano per spingerlo a dichiarare guerra all’Austria-Ungheria: la mobilitazione delle componenti interventiste naturalmente coinvolge anche il mondo della scuola e dell’università. Paolo Caccia Dominioni è uno studente non troppo zelante quando nel maggio 1915 c’è sentore che la guerra sia vicinissima anche per il nostro Paese. Il giovane si arruola, come molti altri studenti e inizia l’addestramento. Forte è la smania di raggiungere il fronte dove si hanno le prime offensive italiane. Poco sa il diciottenne Paolo di cosa sia la guerra; un incontro con un soldato in treno gli permette di sapere che sull’Isonzo si è trovata una coriacea resistenza e ci sono stati tanti morti. Il giovane viene inviato sul Carso nel Genio Pontieri e diventerà tenente. Molti suoi amici vengono feriti o uccisi. Il diarista riesce a dare immagini crude ed efficaci della vita al fronte. Ci racconta di un ragazzo, classe 1899, trovato un mattino ferito a morte alla testa, dagli occhi semiaperti, celesti (“sembra un bambino”). In particolare ha notizia di un amico colpito da una pallottola all’intestino; sembra spacciato ma si salva perché non mangiava da oltre trenta ore e allora l’intestino era vuoto. Il soldato è quindi fuori pericolo. Questa è la guerra e il reparto di Paolo deve partecipare a una temeraria e prolungata iniziativa sull’Isonzo; bisogna predisporre i ponti di barche per i fanti che si lanceranno dall’altra parte del fiume. Il lavoro viene svolto sotto il flagello dell’artiglieria nemica. Anche il diarista viene ferito; durante la convalescenza, scosso dalla perdita di tanti compagni, decide di entrare nel reparto lanciafiamme in quanto considerato arma più combattente. Dopo l’addestramento, torna sul Carso e ci descrive con una prosa curata l’ambiente martoriato da due anni di conflitto e in particolare la sua logorante attività di presidio di Quota Innominata. Nell’ottobre 1917 c’è il dramma di Caporetto. Paolo e i suoi compagni evitano la cattura ma grandissima è la sofferenza per il doversi ritirare. Un segno di ripresa viene individuato in un giovane che compie il percorso inverso rispetto alle truppe in fuga; accompagnato dal padre, cerca di raggiungere il suo reparto per combattere, pur non essendo tenuto a farlo dato che era in licenza. Perché Caporetto? Paolo, ne discute con i commilitoni; la responsabilità è degli alti ufficiali che hanno fiaccato gli uomini in inutili attacchi frontali. Caccia Dominioni parla anche di ordini (da lui non eseguiti) che ingiungevano di perquisire i soldati alla ricerca di documenti sovversivi o disfattisti. Si cita invece come figura positiva il generale Venturi, una mosca bianca nell’ambiente: “Lui preparava le azioni passando settimane in trincea, e anche davanti alla trincea, pigliando appunti e notando ogni buca e ogni pietrone (…). Risultato: ha preso il Passo della Sentinella e il Sabotino con perdite irrisorie”. Poco stimato dai superiori per la sua autonomia e la difficoltà a sposare la tattica degli assalti frontali, Venturi verrà allontanato dal fronte.

Nel 1918 c’è una drammatica cesura nella vita di Paolo; muore in un attacco Cino, fratello del diarista. I due fratelli in alcune occasioni si erano incontrati in trincea e il loro rapporto stretto ricorda anche nel destino tragico quello di altre coppie di soldati fratelli come Giani e Carlo Stuparich e Carlo ed Enrico Gadda. Pur essendo di famiglia influente e imparentata con il generale Porro, i Caccia Dominioni non avevano mai chiesto agevolazioni per evitare le prime linee e nemmeno avevano mai pensato di farlo. La fine di Cino significa il termine dell’esperienza bellica del giovane ufficiale; raggiunge infatti la famiglia in lutto a Tunisi e poi viene trasferito in Tripolitania. Il fisico è logorato da tante battaglie, ma il clima da “Fortezza Bastiani” che si respira nella colonia non gli piace. Noia e scartoffie da ufficio lo esasperano. Chiede più volte di tornare in Italia, al fronte, ma senza successo. In terra d’Africa, riceverà la notizia della fine della guerra e della Vittoria.

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UNA GIORNATA di IVAN DENISOVIC di Aleksandr Solženicyn

7 Settembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

UNA GIORNATA di IVAN DENISOVIC di Aleksandr Solženicyn

Aleksandr Solženicyn (1918 – 2008) vinse nel 1970 il Premio Nobel che però non ritirò per il timore che le autorità sovietiche non gli permettessero di rientrare nel suo Paese. Oppositore indomito del regime, passò molti anni nei Gulag. Le sue opere più note sono Una giornata di Ivan Denisovič e Arcipelago Gulag.

“Come sempre, alle cinque del mattino, suonarono la sveglia percuotendo con un martello un pezzo di rotaia appeso vicino alla baracca del comando. Il suono intermittente attraversò, debole, i vetri, coperti di due dita di ghiaccio e presto si spense: faceva freddo, e la guardia non aveva voglia di battere a lungo”.

Così si apre il lungo racconto. Il protagonista è rinchiuso in un campo di lavoro staliniano e lotta quotidianamente contro il freddo, la fame, gli abusi dei carcerieri. Come è finito qui? Nel 1941, in guerra, è stato preso dai tedeschi che avevano invaso l’Unione Sovietica. Riuscito ben presto a scappare, era tornato nelle proprie linee. Qui però aveva subito il volto diffidente e cinico del potere sovietico; ogni prigioniero era sospettato di essersi arreso volontariamente al nemico. Ivan è condannato a dieci anni per alto tradimento. I reclusi del campo devono rispettare dure regole e sono costretti a lavorare quasi ogni giorno, salvo che non ci siano più di quaranta gradi sotto zero. Le fatiche sono immani ma Ivan e gli altri per sopravvivere devono avere sempre una buona reattività fisica e mentale. Ci si salva se si riesce a strappare con l’astuzia una razione in più, se si protegge il proprio cibo dalle mani fameliche dei compagni, se si è pronti a fare qualche piccolo favore a chi in cambio può dare una sigaretta o qualche pezzetto di pane. Ci vuole sempre destrezza per non subire punizioni perché il regime del campo è severo, burocratico, infido; ci sono guardie, capiscorta, detenuti con qualche mansione di responsabilità, delatori. Denisovič sa già che dopo i dieci anni scontati verrà ancora trattenuto in qualche modo, senza una specifica ragione. Non c’è speranza, bisogna solo vivere il presente e arrivare fino al giorno dopo. Ha già fatto sapere alla moglie di non mandargli pacchi, per quanto sia tormentato dalla fame. Non può essere sostenuto per tanti anni dalla sua povera famiglia. L’attenzione dell’autore per gli ambienti, la fisicità degli uomini, per i volti abbruttiti, per i corpi stretti e pressati nella mensa o nella baracca, richiamano il kafkiano La città effimera di Giuseppe Scortecci, soldato e prigioniero dopo Caporetto nella Grande Guerra. Inevitabile il confronto con Se questo è un uomo di Primo Levi. Alcuni compagni di Ivan discutono tra loro di cinema e teatro. Hanno trovato un articolo di giornale che parla di uno spettacolo a Mosca e si confrontano su questi temi. Anche Levi nel suo libro ricorda una conversazione nel lager con un amico, incentrata sulla figura di Ulisse e sui versi danteschi dedicati all’eroe omerico. Parlare di un evento culturale o di un poema come si farebbe altrove a cena con un amico significava allontanarsi per qualche momento dall’inferno quotidiano. Ivan quel giorno si occupa con i suoi compagni di costruire un muro. Lo fa con giudizio e cura. Ha lavorato e patito per i suoi aguzzini, ma alla fine della giornata è soddisfatto sia per aver mangiato “abbastanza”, sia per la brillantezza del lavoro svolto. Questo aspetto si trova anche nelle memorie di alcuni ebrei vittime dell’Olocausto. Svolgere il proprio lavoro con competenza è un aspetto gradevole, segno di un animo pulito e limpido. Questa soddisfazione può sembrare assurda, come lo è la sua condanna a dieci anni di cui abbiamo parlato all’inizio. Ma ciò significa che Ivan non è ancora stato devastato interiormente dalla spietata e annichilente detenzione. Ha ancora dei principi e dei valori; la sera, aiuta un compagno meno scaltro di lui a nascondere il cibo ricevuto da casa e lo fa per pura amicizia.

Si chiude così, con qualche segno di azzurro, una giornata di ordinario lavoro in un campo staliniano; Denisovič sorride quando finalmente può andare a dormire, anche se sa che la sua prigionia sarà molto lunga. La pena che deve subire conta, infatti, tremilaseicentocinquantatré giornate come questa.

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MENDEL DEI LIBRI di Stefan Zweig

5 Settembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

MENDEL DEI LIBRI di Stefan Zweig

Stefan Zweig (1881 - 1942) nasce a Vienna, una delle capitali culturali europee di inizio ‘900; la sua formazione si completa tramite frequenti soggiorni all’estero. Si impone negli anni venti e trenta soprattutto come autore di novelle e biografie, diventando così molto popolare tra il grande pubblico dei lettori. Dal 1934, con l’ascesa del nazionalsocialismo, ripara a Londra e poi in altre città. Zweig è di origine ebraica; anche i suoi libri sono tra quelli messi al bando dalle autorità tedesche. La sua vita si chiude all’insegna del mistero e del dramma; nel 1942 si suicida insieme alla moglie a Petrópolis, in Brasile.

Il racconto si apre con una scena di pioggia a Vienna. Il protagonista si rifugia precipitosamente in un vicino caffè. L’uomo vi è entrato solo per sfuggire al maltempo. Ha bisogno di ricomporsi. Dopo qualche minuto inizia a guardare con attenzione il locale; i clienti, il personale, i mobili. Capisce di essere già stato lì quando era studente. Non sappiamo quanti anni siano passati da allora; apprenderemo che in mezzo c’è stata la drammatica cesura della Grande Guerra che ha radicalmente cambiato il mondo. Si ricorda che, seduto a uno dei tavolini del locale, un tempo c’era sempre il grande intellettuale Jakob Mendel. Veniva chiamato Mendel dei Libri; si trattava di un pittoresco erudito che aveva fatto di quel posto il suo ufficio. Faceva il rigattiere di libri; il narratore della vicenda da studente lo aveva avvicinato per avere aiuto nella ricerca di un testo di difficile reperibilità. Mendel aveva una memoria straordinaria; ricordava nel dettaglio un’infinità di libri (contenuto, copertina, prezzo) ed era in grado di procurarli. In cambio di consulenze e altro, accettava piccole somme. Si accontentava di vivere spartanamente, seduto dietro pile di volumi, immerso in una quasi continua lettura che svolgeva piegando ritmicamente avanti e indietro il busto. Il proprietario del locale e i suoi dipendenti lo stimavano; in particolare la signora delle pulizie, pur illetterata, gli si era affezionata. A lui si rivolgevano anche illustri studiosi. Una vita consacrata allo studio. Ma ora quel tavolino era tristemente vuoto. Nel caffè lavorava ancora la signora delle pulizie; per il resto, cambiata la gestione, non era rimasto nessuno del precedente personale. Ma cosa ne era stato di Jakob? La signora racconta all’ex-studente che dopo lo scoppio della Grande Guerra iniziarono i guai per il vecchio erudito che nei primi tempi del conflitto aveva continuato a leggere tutto il giorno, senza mutare le sue abitudini. Convocato dalla polizia per alcune innocue lettere mandate all’estero in Paesi che combattevano contro l’Austria, si scoprì che era cittadino russo, essendo nato nella Polonia zarista e non avendo mai provveduto a chiedere la cittadinanza austriaca. Era quindi uno straniero, cittadino di uno stato in guerra contro l’Impero di Francesco Giuseppe. Venne arrestato e poi internato, racconta la donna. Dopo oltre due anni durissimi, fu finalmente rimesso in libertà. Ridotto a uno straccio, tornò nel locale e si diresse verso il tavolino dove aveva passato oltre trent’anni. Lì, coccolato dal personale, cercò di riprendere la vita abitudinaria di prima. Ma era stanco, squattrinato e soprattutto il mondo intorno era cambiato. La nuova gestione finì per cacciarlo via, umiliandolo pubblicamente. Il vecchio proprietario invece era orgoglioso della sua presenza.

Mendel ci riporta ad altre figure della grande letteratura ebraica dell’Europa centrale e orientale (pensiamo alle opere di scrittori come Joseph Roth, Isaak Singer, Elias Canetti); incarna fino al parossismo l’amore per lo studio e la lettura che tuttora fa degli Ebrei un popolo estremamente dotto. La cacciata dal locale è l’espulsione dal suo mondo, dalla sua piccola patria e ricorda il destino errabondo del popolo israelita. L’uomo è vittima del ciclone della Grande Guerra; gli stati belligeranti accrebbero il loro potere e la loro interferenza nella sfera privata dei cittadini, motivata dalla ricerca, a volte paranoica, di delatori e nemici. L’internamento degli stranieri e dei sospetti di possibile intelligenza col nemico furono il risvolto drammatico di questa situazione; persone inoffensive patirono grandi sofferenze.

Ma Mendel è davvero esente da colpe? Si è detto che viveva di letteratura. Si riusciva a fargli alzare gli occhi dalle pagine solo parlandogli di libri. Le conversazioni non erano veri e propri dialoghi, bensì unilaterali sfoggi di erudizione e di conoscenza. Il grande intellettuale non si accorgeva di nulla, né delle piccole cose, né di quelle più serie. Non notava che il proprietario aveva migliorato l’illuminazione dell’ambiente (facilitandogli la lettura), non rilevava che nel frattempo era scoppiata la guerra. Viveva leggendo, o meglio leggeva (molto) vivendo (poco). Quando la polizia lo fece internare, fu costretto a scoprire la vita. La detenzione gli permise di conoscere anche il dolore degli altri. Eppure, il ritorno alla libertà mostrò che Jakob non era migliorato. Per gli antichi greci l’esperienza del dolore permetteva di crescere in conoscenza di sé e del mondo; ma per lui non fu così. Tornò come un automa nel vecchio locale, si sedette al suo tavolino senza dire una parola. Nemmeno ringraziò la signora delle pulizie che per anni gli aveva custodito le sue cose. Tentò pateticamente di riprendere l’esistenza di prima. Non provò a trasformare in comunicazione la sofferenza patita. Il vento aveva preso a soffiare in direzione contraria e le sferzate lo investivano direttamente sulla carne, dato che non aveva gli strumenti per reagire e difendersi. I libri non lo avvicinavano agli altri, ma erano un diaframma tra lui e il mondo. La vita, a lungo ignorata, si prese così una terribile rivincita, come capita anche a Kien, il bibliofilo protagonista di Auto da fè di Elias Canetti. La realtà non si fa ridurre a una sola dimensione senza poi presentare il conto. La novella può essere interpretata come un invito a non escludere e a non autoescludersi. Mendel ha rifiutato la pluralità, il dialogo, la condivisione. La sua indubbia erudizione si accompagnava a un fatale disinteresse per la vita. Senz’altro è una vittima dell’arroganza del potere, ma è anche vittima di se stesso e della sua monomania.

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TAPPE DELLA DISFATTA di FRITZ WEBER (1895 – 1972)

24 Agosto 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #saggi

TAPPE DELLA DISFATTA di FRITZ WEBER (1895 – 1972)

Forte Verle, Pasubio, Monte Cimone, Hermada, Piave. In questi luoghi Fritz Weber, tenente d’artiglieria, ha svolto il suo servizio nella Grande Guerra, accumulando un’esperienza ricca e drammatica, riportata in questo diario che ci permette di conoscere anche il punto di vista di un soldato asburgico. Ogni fase del conflitto è descritta nella sua crudezza. Forte Verle subisce il duro bombardamento italiano all’apertura delle ostilità nel maggio del 1915; strutture che crollano, aria irrespirabile, orecchie che sanguinano sono la realtà di una fortezza assediata. I rinforzi permettono di resistere e di passare al contrattacco. Solo poche settimane prima il confronto sembrava nettamente impari e la situazione dei difensori quasi disperata. La fanteria italiana viene massacrata.

Sul Pasubio il pericolo maggiore è rappresentato dalle valanghe, spesso provocate dai due eserciti; sul Monte Cimone il diarista partecipa alla guerra di mine. Il fronte peggiore e più ingordo di sangue è quello dell’Isonzo; il reparto di Weber deve difendere l’Hermada. Attacchi, contrattacchi, lotte selvagge corpo a corpo, uso dei lanciafiamme mettono a dura prova i soldati dei due schieramenti, accomunati dalle medesime sofferenze. Dopo lo sfondamento di Caporetto, il giovane tenente può aggirarsi nelle postazioni italiane come in una nuova Pompei. Sgomento, osserva centinaia di corpi immobilizzati per sempre dal gas impiegato dai tedeschi. L’offensiva aveva richiesto complessi preparativi, dettagliatamente descritti; le operazioni necessarie si erano svolte in un clima di esplicita fiducia, nella convinzione di riuscire a piegare l’Italia. Ma dopo i primi nettissimi successi, l’avanzata viene, come noto, arrestata sul Piave; ricominciano la guerra di logoramento e la vita di trincea. Lo scoramento tra gli uomini è grande, rileva l’ufficiale. Le privazioni mese dopo mese si fanno enormi; quando nel giugno del 1918 viene organizzata una nuova offensiva, Weber nota come il morale dei soldati resti basso. Stavolta non c’è l’aiuto dei tedeschi, il piano non prevede una direzione d’attacco specifica e i mezzi a disposizione sono carenti. L’obiettivo sembra solo quello di strappare un po’ di risorse all’avversario, non quello di metterlo in ginocchio definitivamente. Viste le premesse, il fallimento che ne segue appare inevitabile. La fiducia nei generali cala ancora; si sono persi uomini e materiali inutilmente, mentre il nemico cresce in organizzazione e forza. Weber compie un viaggio nelle retrovie alla ricerca di cibo per il suo reparto e ha modo di vedere come il collasso del grande impero multietnico sia vicino, dato che i soldati delle varie nazionalità sono sul punto di scontrarsi tra loro. Con il successo italiano di Vittorio Veneto, inizia la drammatica ritirata. Lo sbandamento è generale. L’autorità degli ufficiali spesso non viene riconosciuta dai subordinati. Weber tra mille difficoltà conduce il suo reparto a Vienna, compiendo fino all’ultimo il proprio dovere. Lo sfascio della monarchia danubiana è comunque un nuovo inizio per molti soldati dei popoli che la componevano; invece, per la parte austriaca dell’impero, si manifesta in modo drammatico la perdita di certezze e valori che davano significato alla vita di ogni giorno. Militare di grande tempra, severo ma umanamente molto sensibile, l’autore di questo diario ha sempre rispettato l’avversario, elogiandolo apertamente: “Non ho mai veduto un ufficiale italiano che sia venuto meno alla sua dignità. Erano e sono tutti avversari veramente cavallereschi, valorosi, implacabili”.

Proprio un soldato italiano, professore a Bologna, prigioniero subito dopo Caporetto, dirà al diarista parole profetiche sull’andamento del conflitto, alludendo all’intervento americano e al suo decisivo peso economico che infatti favorirà ampiamente la vittoria dell’Intesa.

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LA RACCOLTA DI SILENZI DEL DOTTOR MURKE di Heinrich Böll (1917 - 1985)

22 Agosto 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

LA RACCOLTA DI SILENZI DEL DOTTOR MURKE di Heinrich Böll (1917 - 1985)

Si tratta davvero di un godibilissimo racconto, letto nell’edizione Bompiani; ci permette di riflettere sulla società di oggi e sul mondo della comunicazione. Siamo nel secondo dopoguerra. La ferocia della dittatura nazista e l’orrore del recente conflitto sono alle spalle. Ora c’è una realtà di crescita economica e i cittadini hanno diritti e tutele. Il dottor Murke lavora negli studi della radio. Ha ricevuto l’incarico dal direttore di revisionare il testo di due conferenze incise su nastro dallo scrittore Bur-Malottke, un intellettuale più tronfio che profondo. Perché questa revisione? Semplicemente il conferenziere, risolto un lungo travaglio interiore, ritiene di non poter più usare la parola “Dio” che andrà sostituita dall’espressione “Quell’essere superiore che veneriamo”. Si tratterà di fargli registrare varie volte quella frase, sostituendola all’altra troppo impegnativa parola. Un lavoro piuttosto lungo, dato che ci si muove nella lingua tedesca che ha vari casi a seconda del complemento. Il direttore è in soggezione davanti a Bur-Malottke che addirittura esprime la volontà di rivedere tutti i suoi testi registrati, anche quelli più vecchi. La richiesta sembra frutto di un capriccio intellettuale, ma a quest’uomo presuntuoso non si può opporre un rifiuto. Non c’è più Hitler, ma esistono ancora personaggi pieni di sé cui non si riesce a dire di no. Sono quelli che potremmo chiamare i tiranni del quotidiano; sanno come muoversi, trovano le porte aperte, non hanno bisogno di prendere appuntamento. Con loro ci si scusa se hanno dovuto attendere qualche attimo; bisogna essere quasi onorati di sciupare il proprio tempo con le loro bizze. Il dottor Murke è persona intelligente e arguta, tanto che il direttore lo guarda con diffidenza pur apprezzandolo, dato che a lui affida quell’incarico abbastanza delicato. Murke fa la sua parte, non rinunciando a prendersi gioco del pomposo intellettuale. Il mondo della radio è pieno di programmi e di parole che spesso si configurano al protagonista come una realtà fatua e vuota. La società ora è libera, libera anche di essere stupida o forse non abbastanza libera per riuscire a ridimensionare la vanità di un uomo. Bur-Malottke è infatti un uomo come tutti, ma altezzoso; la convinta centralità dei suoi piccoli pensieri lo rende ridicolo. Gli manca la distanza da sé per concepire in modo più umile il proprio ruolo.

Pensiamo a Joseph Roth e a come ci presenta il Kaiser Francesco Giuseppe in un passo tratto da La marcia di Radetzky. Il vecchio monarca sta passando in rassegna un reparto di militari. Tutta la maestà e il carisma del sovrano che governa da oltre mezzo secolo scompaiono davanti a una gocciolina che capricciosamente penzola dal suo naso imperiale, attirando l’attenzione dei soldati e naturalmente del lettore. Francesco Giuseppe appare semplicemente come un uomo, oltretutto anziano e goffo. Come sopportare i Bur-Malottke e le loro stucchevoli chiacchiere? Murke ha trovato un modo. Dal nastro di ogni programma vengono tagliati dei pezzi che non contengono nulla se non inutili pause. Il protagonista recupera queste parti; non pago di ciò, chiede alla sua ragazza di restare muta mentre lui registra. In questo modo recupera ancora un po’ di silenzio, facendo un nastro sempre più lungo. Poi lo ascolta e questo per lui è estremamente riposante. Il nulla e lo scarto diventano necessari per ristorarsi. La sua reazione al disagio del vivere con gli altri è ben diversa rispetto a quella dello scrivano Bartleby di Herman Melville. Lo scrivano rispondeva con un inatteso “Preferirei di no” a una normale richiesta del suo principale, rifiutando in blocco il mondo del fare, del produrre, del correre, dell’essere competitivi. Una scelta radicale e destinata a portare all’isolamento e alla solitudine. Invece, la via di Murke è più sottile e permette di convivere. La realtà del lavoro e della comunicazione produce vaniloqui a iosa, ma anche piccole e preziose quantità di silenzio. Ci sono il veleno e l’antidoto nello stesso mondo.

Il chiasso e il silenzio si confrontano, si alternano, hanno bisogno l’uno dell’altro, si richiamano reciprocamente. Si tratta di una dialettica che può portare a una non facile sintesi. Trovare un equilibrio tra questi due poli significa trovare quiete e serenità.

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IL DIARIO DI REDEGONDA di Arthur Schnitzler

5 Agosto 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL DIARIO DI REDEGONDA di Arthur Schnitzler

Arthur Schnitzler (Vienna 1862 – ivi, 1931) è stato uno scrittore e medico austriaco. Fu ampiamente influenzato dalla psicanalisi elaborata da Sigmund Freud. Tra le sue opere, menzioniamo Doppio Sogno, da cui Stanley Kubrick trasse ispirazione per il suo ultimo film Eyes Wide Shut.

I fatti vengono narrati in prima persona da un uomo di cui non viene detto il nome; i protagonisti del racconto sono il signor Wehwald, il capitano Teuerhim e sua moglie Redegonda.

Il narratore spiega che una sera in un parco gli si accostò a sorpresa il suo conoscente Wehwald; l’uomo si sedette accanto per iniziare poco dopo a raccontargli una vicenda personale a dir poco inverosimile. Essendosi innamorato della bella moglie del capitano Teuerheim e non sapendo come farsi avanti, giunto al parossismo della sua passione amorosa, fece ricorso alla fantasia. Nella sua immaginazione lui e Redegonda iniziarono un’intensa vita da amanti, fatta di incontri segreti e rischiosi appuntamenti. Un tale innamoramento così travolgente non gli permetteva di considerare la possibilità che la donna gli mostrasse indifferenza o manifesto disinteresse. Fantasticando e dissociandosi dalla realtà, ogni cosa diventava possibile e piacevole. Tutto proseguì fino alla tremenda notizia dell’imminente trasferimento dell’ufficiale e del suo reparto. Wehwald non poteva credere che anche Redegonda partisse. Attese a casa che la donna lo raggiungesse, abbandonando per sempre il marito. Invece, raccontò, giunse da lui proprio il capitano. Il dialogo fu rapido e drammatico; la donna contesa era morta improvvisamente e aveva lasciato un diario in cui si parlava dettagliatamente della loro relazione. Wehwald, sgomento, sfogliò il diario in cui c’erano date, luoghi, note; il loro rapporto era stato minuziosamente registrato in ogni momento della loro intimità. Eppure l’amante credeva fosse tutto una costruzione della sua mente. Si era più o meno consapevolmente autoingannato non potendo accettare che Redegonda fosse irraggiungibile. Invece, diario alla mano, doveva essere tutto vero … Il marito che gli aveva mostrato il testo, ora voleva soddisfazione. Il giovane acconsentì e all’alba si svolse il duello, concluso con l’inevitabile successo dell’ufficiale. Wehwald raccontò di essere stato colpito al cuore. In quel momento il suo attento ascoltatore, ricordò qualcosa, ma un attimo dopo il suo interlocutore scomparve dalla sua vista, lasciandolo solo sulla panchina.

L’anonimo narratore il giorno prima aveva infatti parlato con gli amici di un fatto di cronaca; la moglie del capitano Teurheim era fuggita con un sottotenente. Il marito aveva sfidato a duello e ucciso il signor Wehwald, da tutti ritenuto persona corretta e integra, tanto da far pensare che avesse pagato colpe non sue.

La matassa narrativa si è ingarbugliata, dato che la vicenda raccontata dall’innamorato si accompagna a quella, più contenuta e oggettiva, sintetizzata dal suo ascoltatore nel parco. Il lato romantico e fantastico della prima si contrappone all’asciuttezza della seconda. Probabilmente non esiste nessun vero diario di Cunegonda; si può dedurre che la donna prima della fuga col sottotenente, per guadagnare tempo inguaiò lo spasimante non ricambiato, lasciando al marito le prove artefatte di un loro inesistente rapporto. Così il giovane venne sfidato a duello e ucciso al posto di un altro. Probabilmente, ci fu un qualche suo compiacimento nel vedersi considerato come l’amante della donna, come narrato dallo stesso Wehwald. Quello che resta impresso è il ruolo forte dell’immaginazione che sembra andare oltre l’impossibile e incunearsi nella realtà fino a diventarne parte. Nelle Operette Morali di Leopardi si parla spesso della superiorità del pensiero sulla realtà; ciò che rientra nella sfera dell’immaginazione e del sogno è consolatorio, mentre la realtà è fatta di dolore e tedio. Nel Dialogo di Torquato Tasso e il suo Genio familiare si affrontano questi temi. “Quale delle due cose stimi che sia più dolce: vedere la donna amata, o pensarne?” chiede il Genio al poeta che risponde: “Non so. Certo che quando era presente mi pareva una donna; lontana, mi parve e mi pare una dea”.

Qui però, in Schnitzler, l’immaginazione sembra creare essa stessa la realtà. La sua forza appare superiore alla vita e in grado di condizionarla. Ma non appena l’innamorato scompare dal parco, ecco che la sostanza prende una piega ben diversa e infatti la conclusione del racconto è spiazzante. Alla fine tutto rischia di rivelarsi come un’allucinazione; il ciarliero signor Wehwald sparisce e il suo interlocutore si chiede poi se veramente abbia parlato con lui (o col suo fantasma). Forse l’uomo del parco ha inconsciamente arricchito una storia di cui conosceva una parte, fantasticando sui retroscena di quell’amore impossibile, nell’ambito di una faccenda triste, con un mancato amante “incastrato” e vittima sacrificale di una donna in fuga con un altro uomo.

Eppure Il diario di Redegonda ci offre una bella suggestione; sarebbe bello che le cose immaginate, pensate, sentite profondamente, potessero davvero diventare, a sorpresa, un segmento della realtà, soprattutto quando si tratta di aspirazioni pressoché irrealizzabili.

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KOBILEK di Ardengo Soffici

3 Agosto 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

KOBILEK di Ardengo Soffici

Ardengo Soffici (1879 – 1964), scrittore, poeta e pittore, fu uno dei protagonisti del vivace ambiente culturale italiano d’inizio secolo. Soggiornò a Parigi dove conobbe tra gli altri Picasso e Apollinaire (anch’egli scrittore e poi soldato nella Grande Guerra); fu uno dei fondatori della rivista Lacerba e convinto interventista. Nel dopoguerra si legò al Fascismo. Sul primo conflitto mondiale ci ha lasciato due diari: Kobilek e La Ritirata del Friuli.

Kobilek racconta la presa del Monte omonimo, nell’ambito di quell’ampia offensiva che nel 1917 permise all’Italia di occupare l’altopiano della Bainsizza. Come tenente partecipò da vicino a quelle operazioni. Si tratta di un diario pieno di verve guerresca, a tratti di ispirazione classica per i rimandi a una grandezza antica e per la ricerca di profili “plutarchiani”; in particolare il maggiore Casati, amico con cui l’autore prima della guerra aveva condiviso molte giornate fiorentine e parigine, risente di questa idealizzazione per la calma e la misura che caratterizzano il suo fermo contegno anche nelle circostanze più delicate. La prosa è potente, legata come stile ad alcune avanguardie artistiche del primo Novecento (Soffici ebbe un tormentato legame col Futurismo); in generale c’è un impatto descrittivo adatto a presentare un campo di battaglia fatto da rocce, sterpaglie bruciate dal sole, fossati, boschi annichiliti dalle artiglierie dove l’afa e la sete tormentavano i fanti. Non mancano le descrizioni liriche: “E oggi ho visto un rosignolo che saltellava ingenuamente sul reticolato, di filo in filo”.

Qualche aspetto può apparire inquietante, come quando si reclama una sorta di diritto dei combattenti a mettere in riga quella parte del Paese (il “putridume”) che non asseconda abbastanza lo sforzo bellico: “Chi ride, scherza, sopporta tanti disagi (…) in faccia alla morte imminente, ha il diritto di essere padrone della vita futura italiana, e se dovesse essere defraudato del suo diritto avrà ragione di divenir terribile”.

Le sofferenze della guerra sono presenti nel testo, ma l’entusiasmo per la lotta e per gli obiettivi da conseguire prevalgono sulla paura e sui disagi. Il diario ci presenta da vicino le manovre dei reparti e tutti i problemi di una complessa offensiva di cui ogni reparto era solo una piccola parte; accade così che gli uomini guidati da Soffici e da Casati (di cui poi lo scrittore diventa aiutante maggiore) sono costretti a fermarsi a lungo perché tre mitragliatrici nemiche bloccano il passaggio, mancano ripari sufficienti per difendersi dai colpi, si rischia di perdere il collegamento con gli altri reparti e ciò determina incertezza e alcuni momenti di panico tra i soldati. Soffici si trova varie volte senza informazioni esatte; nascono equivoci e si crea angoscia. Eppure gli ufficiali e i subalterni rispondono bene alla tensione e alla fine, grazie anche all’artiglieria, le truppe prendono il Kobilek. Soffici, fino a poco prima incerto sulla sorte della sua compagnia, raggiunge pur ferito i compagni sulle alture finalmente occupate e qui c’è il momento più emozionante del diario, in cui i soldati vittoriosi sono su “una specie di anfiteatro favoloso”, appollaiati alla meglio, simili a “uno stormo di avvoltoi che si riposassero da qualche fantastico volo”.

Lo scrittore, colpito seriamente a un occhio, viene portato nelle retrovie. In ospedale riceverà la visita del generale Capello (già incontrato prima e di cui lascia un vivace ritratto) e della Duchessa D’Aosta. Le memorie dell’artista terminano con le parole inviate dall’amico Casati, anch’egli ferito ma felice per il successo dell’avanzata. Si tratta di un diario che racconta una vittoria, con enfasi e qualche momento di retorica, ma non senza umanità e partecipazione come quando in un bosco, accanto al corpo di un austriaco, Soffici trova un libro di Schopenhauer. L’ironia che fa riferimento alla fine del “lettore pessimista” diventa subito rispetto per la vittima: “Ma no, non era il momento di ridere. La morte in battaglia, è così vicina a tutti, che ci si sente portati a rispettarla anche nel nemico”. Poco prima, a proposito di un altro nemico caduto aveva scritto: “ (…) finché dura la battaglia, tutti siamo morti nell’animo”.

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Sasso assassino

1 Agosto 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

Sasso assassino

Era stato un sasso, solo un maledetto sasso. Non particolarmente grande, affusolato, biancastro; se non avesse avuto un paio di irregolarità, lo si sarebbe quasi scambiato per un uovo. Era l’ideale, come forma, per venire lanciato con una fionda. Ancora però non si sapeva come si fossero svolti i fatti. Ora il sasso si trovava in un contenitore trasparente, posto sulla scrivania del gerarca Steiner che si tastava di tanto in tanto la testa, zeppa di pensieri e di dolori; una benda gli cingeva la fronte, da cui aveva smesso di fuoriuscire il sangue che aveva lasciato qualche traccia rossastra anche su quella pietra. A diverse ore dai fatti, il gerarca e ufficiale non cessava di ruminare intorno a quell’episodio che aveva rovinato la sua investitura a governatore della città, evento per il quale molto si era impegnato. Aveva organizzato una parata per il corso principale, delimitato da due grandi archi romani; le macerie erano state occultate alla meglio e i simpatizzanti delle truppe di occupazione erano stati mobilitati in gran numero, mentre la piazza dove il corteo sarebbe giunto per la solenne cerimonia avrebbe offerto uno scenario ideale. Là, accanto al grande anfiteatro romano, il gerarca si sarebbe richiamato alla grandezza degli antichi imperatori; a poche decine di metri c’era ancora un tratto delle mura fatte costruire dall’imperatore Gallieno. Poi era accaduto ciò che ancora angustiava tremendamente il povero Steiner. Proprio quando si era alzato in piedi sulla macchina scoperta, come aveva visto fare in tanti cinegiornali, offrendo lo statuario corpo con marziale posa alla folla, un sasso lo aveva centrato alla tempia sinistra. Un colpo netto, non fortissimo, ma sufficiente a farlo cadere sul sedile. Era stato soccorso ed era giunto un medico, mentre i soldati avevano reagito scioccamente sparando a caso tutto intorno. Proprio lui aveva interrotto la sparatoria urlando: “E’ solo un sasso! Basta!”.

Mentre nel suo studio si stava riprendendo dalla ferita, sentì profondamente la vergogna per essere stato abbattuto in quel modo. Non si sapeva che cosa fosse accaduto precisamente. Forse un altro automezzo in movimento aveva fatto schizzare quel sasso, oppure il lancio faceva parte del gioco avventato di qualche gruppo di ragazzini. Davanti a migliaia di persone, l’ufficiale era stato messo fuori combattimento da una pietruzza. Questo solo contava per lui, ora che seguitava a osservare il sasso. Chissà cosa avrebbero detto a Berlino! Un gerarca steso da quel coso a forma di uovo! Il nemico più grande per un ufficiale serio e quadrato era il ridicolo. Che cosa si poteva fare contro il ridicolo? Tirare raffiche come avevano fatto i suoi uomini? Impossibile liberarsene. Ogni tanto entrava nella stanza qualche subordinato che lo ragguagliava sulle indagini avviate; si scomodavano parole come attentato, arresti, rappresaglie. Una reazione energica e sproporzionata avrebbe solo peggiorato le cose, dando forza ai fatti accaduti. Steiner lo sapeva, ma ascoltava poco. Premette invece perché venissero dei geologi da Berlino; voleva far esaminare l’arma del delitto da loro. Bisognava capire scientificamente quanto era accaduto; mentre passeggiava nella stanza con le braccia dietro la schiena, cominciò a dettare alcune disposizioni al suo segretario, senza distogliere gli occhi dal recipiente e dal suo contenuto. Si doveva provvedere a fotografarlo, mandare le foto da qualche specialista, possibilmente far venire qualche esperto a esaminarlo direttamente. Steiner voleva capire come fosse accaduto che quel sasso si fosse frapposto fra lui e la sua apoteosi. Era arrabbiato e mortificato; non avevano preparato una bomba contro di lui, nemmeno gli avevano sparato. Si era usata un’arma rudimentale, semplice, da monelli di strada. Si ricordò di quel re che era andato su tutte le furie, dopo che uno squilibrato gli aveva sparato con un fucile di piccolo calibro, buono per tirare ai passerotti. La sua ira, si raccontò, non era legata all’attentato in sé; infatti, ogni autentica autorità dotata di fierezza e consapevolezza del proprio ruolo di argine contro il disordine, auspica quasi di subire almeno un tentativo di omicidio. Erano le modalità usate a essere francamente inaccettabili. Il re si era sentito umiliato davanti a un’arma così modesta e infatti rifiutò ogni clemenza all’attentatore.

Steiner, invece, nemmeno sapeva da chi fosse stato lanciato il sasso e se qualcuno effettivamente lo avesse tirato. Continuò a dettare le sue richieste al segretario che non osava commentare. Voleva che si scoprisse da dove veniva, quale fosse la sua storia, da quale mare o fiume fosse stato sballottato e levigato nel corso dei millenni, come fosse arrivato su quella strada, quando e soprattutto perché. Essere vittima del puro caso era doloroso, perciò voleva raccogliere ogni elemento possibile per capire se ci fosse una logica. Farsi classificare come ufficiale sfortunato avrebbe aggiunto compatimento al ridicolo che già sentiva graffiargli direttamente la carne.

Il segretario, con qualche imbarazzo, si permise di chiedergli se l’indomani desiderava farsi visitare nuovamente, ma non ricevette risposta. Il gerarca sollevò il recipiente per osservare meglio, poi ordinò di mandare a Berlino la richiesta di avere subito un geologo ben qualificato.

“Chissà che pietra sarà” disse con un sospiro. Poi ripensò a quando era in servizio vicino al Mar Baltico. Anche là gli era capitato un episodio particolare. Due soldati della sua unità erano stai trovati morti sulla riva di un fiume. Non si erano capite le cause della loro fine. Nessun segno di arma da fuoco o da taglio era stato trovato sui corpi, quindi non erano i partigiani i colpevoli. Un autentico enigma. Poco prima di venire trasferito, Steiner aveva avuto un interessante colloquio con un vecchio pescatore che gli aveva offerto questa spiegazione: “Vede signore, i suoi uomini sono stati trovati vicino a un fiume molto pescoso. Sembra che ogni tanto, tirassero qualche piccola bomba nel fiume e poi raccogliessero i pesci ammazzati che arrivavano a riva. Non è decoroso pescare così dalle nostre parti. Direi antisportivo. Qui i pesci sono patriottici e questo non stupisce nessuno, ma soprattutto sono amanti della lealtà. Si metta nei panni, o nelle pinne, di un pesce attento alle forme, tutto d’un pezzo, orgoglioso, retto da un’etica da cavaliere medievale. Se lei fosse un pesce simile, tollererebbe di essere cacciato con sistemi rudi e sleali? Ci vuole rispetto, un pesce non è una gallina. Perciò ritengo che i nostri amici dei fiumi si siano vendicati. Sono stati loro”.

Questo discorso aveva impressionato il gerarca a tal punto che con ingenuità ne aveva poi parlato a un collega, senza fargli capire che considerava quella spiegazione solo una curiosa storiella. Il prevedibile risultato era stato che tra i commilitoni le risatine solevano accompagnare la pronuncia del suo nome. Adesso, dopo quel precedente, rischiava di subire un’altra ondata di ridicolo. Dopo la storia dei pesci che ammazzavano i suoi uomini, ecco i sassi che da soli si scagliavano contro di lui. Era tutto un caso? Aspettava dei responsi scientifici per capire meglio. I medici nel frattempo giudicavano la sua ferita lieve, ma lui preferiva passare le giornate nel suo studio a guardare il sasso, senza riprendere le normali attività. Attendeva con impazienza l’arrivo del geologo che aveva richiesto. Dopo una settimana, gli giunsero invece alcune voci sui commenti fatti a Berlino. Sembrava che una vignetta lo rappresentasse qualche istante dopo il ferimento. Accanto a lui avevano disegnato Cristo che gli diceva: “Alzati e cammina”. Il governatore resse ancora per una decina di giorni, poi il disonore e lo scoramento prevalsero. Fu ritrovato con la testa appoggiata sulla scrivania, accanto all’oggetto della sua morbosa attenzione.

L’ufficiale che per primo lo vide in quello stato era venuto ad aggiornarlo sulle indagini; avevano arrestato un giovane di nome David. Chissà che cosa avrebbe pensato Steiner a riguardo. Sentendo quella notizia, forse anche da morto si sarebbe sollevato e poi avrebbe afferrato il recipiente; quindi avrebbe probabilmente preteso di accertare se fosse plausibile che quella pietra avesse già avuto un uso simile nell’antichità. Forse, in effetti, c’era una possibilità su un milione che quel sasso, viaggiando per millenni, tra infinite peripezie, subendo e partecipando ai giochi sconosciuti della natura e della terra, fosse lo stesso usato molto tempo prima da un pastorello per abbattere il più temuto dei nemici del suo popolo.

Questo è il primo racconto della raccolta PIETRE, la cui anteprima è visibile sul sito ilmiolibro.it.

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