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valentino appoloni

L’ULTIMO VOTO di Federico De Roberto

27 Aprile 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto, #storia

L’ULTIMO VOTO di Federico De Roberto

Questa è una novella all'altezza del miglior De Roberto, letta nell'edizione Garzanti; è il De Roberto che pur non avendo servito nella Grande Guerra si dimostra ottimo scrittore di cose militari.
I protagonisti sono due ufficiali e l'ambiente è quello della guerra in montagna. La neve ha costretto italiani e austriaci ad arretrare alla ricerca di posti più riparati. Gli ultimi attacchi invernali del regio esercito non hanno prodotto risultati; anzi, una compagnia, guidata dal capitano Colombo e in possesso solo di armi leggere, è sparita senza lasciare tracce dopo un assalto quasi suicida.

L’inverno passa e quando il tempo migliora, il capitano Tancredi manda pattuglie verso le linee nemiche; i parenti dei soldati scomparsi e soprattutto la moglie di Colombo fanno pressione per avere notizie sui loro cari. Tutti morti? Oppure ci saranno dei prigionieri? Servono risposte.

Qui il mistero si fa gradualmente più fitto; il reparto sparito tra le fredde rocce, l'individuazione di un soldato impigliato nei vecchi reticolati, l'insuccesso di ogni pattuglia mandata a recuperarlo accrescono l'interesse per la vicenda. Chi è quel soldato? Bloccato da mesi, irrigidito dal gelo, sembra racchiudere la soluzione al mistero. Ma gli uomini che devono riprendere quel corpo falliscono e si nascondono dietro a laconiche giustificazioni; è pericoloso intervenire perché c'è una mina vicina, sostengono con poca convinzione. Tancredi, pur avendo ottenuto una sospirata licenza, decide di andare a vedere di persona conducendo pochi uomini; è suo dovere farlo.

Qui c'è la parte più emozionante; sembrano pagine tratte da un diario di guerra. L'ufficiale si muove nella nebbia, sfida i cecchini, raggiunge il corpo martoriato dai colpi e dal freddo; il recupero riesce con grande fatica. Non c’è nessuna mina. Si trattava proprio del capitano Colombo che guidò lo sfortunato assalto alla trincea austriaca; i commilitoni che lo conobbero raccontano del suo valore e dell'amore per la giovane moglie, più volte ribadito in modo appassionante.

Proprio Tancredi si assume l'onere di andare a Roma a riferire la tragica notizia alla donna. Non vorrebbe farlo; è molto a disagio e allora si fa accompagnare dall'amico Laurana, un imboscato piuttosto sfacciato. Davanti alla vedova, una contessa, il disagio diventa sconcerto; la donna non mostra dolore. In realtà voleva conoscere in modo sicuro la sorte del marito per avviare le pratiche per avere la pensione.

Laurana si offre di aiutarla a reperire la documentazione.

Più tardi, al ritorno al fronte, Tancredi apprenderà che l'amico e la contessa stanno per sposarsi.
È una novella amara; il divario tra fronte e Paese è enorme. Uomini di trincea da una parte e imboscati e civili dall'altra appaiono separati da una distanza fisica e morale incolmabile; sono due mondi che usano linguaggi diversi e che anzi non si parlano. Su tutto domina la figura del capitano Colombo, con il suo corpo martoriato, quasi "cristico", offeso dai colpi nemici e dalla corona di spine dei reticolati: “ … il braccio destro disteso e la pistola ancora spianata; il capo eretto e la mascella fracassata … le palpebre chiuse, l’uniforme lacera … pareva un’opera di scultura, un simulacro intagliato nella pietra e nel legno”. Sembra già di vedere uno dei monumenti ai caduti che nel dopoguerra saranno costruiti in ogni paese.

Ma il suo sacrificio non è capito da chi lo aspetta a casa; è un'icona di sofferenza che però lontano dal fronte non suscita interesse o emozione. Tancredi invece è turbato da quella fine e ne apprezza la statura morale. L'unico vero e intenso “dialogo” dello stesso capitano Tancredi è infatti quello virtuale con la salma del commilitone caduto che egli stesso ha fisicamente staccato dal luogo di morte; è la sola persona che ha voglia di conoscere meglio, attraverso le testimonianze di chi gli era accanto in guerra. Tutto concorre nella novella, in definitiva, a fare dei combattenti una categoria morale diversa da chi non ha mai visto il fronte e l’inumanità delle sofferenze che affratellano i soldati.

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IL VITALIZIO di Luigi Pirandello

25 Aprile 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL VITALIZIO di Luigi Pirandello

In questa novella il vecchio Maràbito cede il suo terreno al mercante Maltese; in cambio avrà un vitalizio che l'acquirente spera naturalmente di breve durata. L'anziano dice, per rassicurare l'avido interlocutore, che dopo la vendita andrà nella sua casa in paese aspettando la morte. E aggiunge di voler lasciare il podere non per pigrizia ma perché stanco e fiducioso che altri più forti di lui lo lavoreranno meglio.

In poche frasi c'è quasi tutto il protagonista della vicenda, con la sua moralità e la sua schiettezza. Il mercante Maltese spera di ripetere l'affare di qualche anno prima quando un altro vecchio morì appena sei mesi dopo aver firmato un contratto simile. Spera quindi che il contraente anche stavolta muoia presto.

Maràbito non chiede più nulla alla vita; ha già dato tutto e gli basta quanto avuto.

Il tempo passa e l’uomo fatica a vivere senza le sue attività. La noia lo assale.

Soffre in silenzio quando viene a sapere che il nuovo proprietario amministra male il terreno. Ma non protesta; il suo ruolo è solo quello di attendere la morte nel suo alloggio, circondato dalle donne del vicinato che gli sono solidali perché detestano il cinico Maltese.

Gli anni scorrono, il vecchio ancora vive e il mercante gli paga il vitalizio con crescente rabbia, scoprendo di aver fatto male i suoi calcoli. Accade poi però che proprio Maltese muoia improvvisamente. Sono passati oltre cinque anni in cui il vecchio è diventato ottantenne e sta abbastanza bene. Quando una malattia sembra stroncarlo, le cure stregonesche di una delle donne lo salvano. È molto a disagio; accusato in modo strampalato dalla vedova del mercante che gli rinfaccia di essere ancora vivo, crede suo malgrado di essere uno strumento di vendetta dell'altro anziano morto poco dopo la firma del contratto.

Ora è lo scaltro notaio Zagàra a prendersi il podere e i relativi oneri; il vecchio non può durare a lungo, pensa. Invece fa in tempo a morire lui, mentre si festeggia il compleanno di Maràbito, ora addirittura centenario.

Tutti quindi scommettono frettolosamente sulla prossima fine del protagonista, associato a una morte che non arriva. Lui stesso soffre quando sopravvive ai più giovani. Gli sembra di essere un peso. Avete il vizio di campare a lungo, gli diceva il notaio facendolo irritare. In mezzo alle furbizie di tanti che non lo rispettano, lui brilla per equilibrio, coerenza, dignità. Ha sempre lavorato, è stato un emigrato, ha dato tutto; nella sua moralità non trova spazio ciò che non è meritato. A un certo punto, infatti, vorrebbe non ricevere più vitalizi, avendo avuto dopo tanti anni nel complesso ben più del valore della proprietà. Sembra il vincitore, dato che alla fine si riprende il podere dopo la morte del notaio. Eppure lo troviamo triste mentre da centenario guarda le nuvole stando nel suo terreno.

Non ci sono vincitori nella novella. Vince l'assurdo; chi voleva vivere muore, chi è stanco di campare continua a dover sopportare l'afa della vita. L'eternità senza la giovinezza è un fardello durissimo, come insegna la figura mitologica di Titone. Perciò più che il cinismo che domina la vicenda ambientata in un paesino siciliano, colpisce il lato enigmatico dell'esistenza. Si può essere beffati dalla morte che arriva inattesa, ma anche dalla vita che si aggrappa a chi non la vorrebbe più e diventa una condanna.

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DUE MORTI di Federico De Roberto

16 Aprile 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto, #storia

DUE MORTI di Federico De Roberto

Si tratta di un racconto scritto nel 1920 dall’autore del noto romanzo I viceré. Siamo senz’altro al di sotto come forza narrativa rispetto alla novella La Paura, già affrontata in questo blog. Comunque gli spunti stimolanti non mancano; il contesto è ancora quello della Grande Guerra. Un cappellano militare narra al suo interlocutore due casi drammatici della sua esperienza nel conflitto.

Due soldati, fra i tanti che dovette assistere, gli sono rimasti particolarmente impressi. Uno era un soldato del reparto Sanità; apprezzato dai colleghi e dai superiori, coraggioso e altruista, la sua malattia rattrista tutti. Il decorso non lascia molte speranze. A lui si contrappone un sergente degli Arditi; portato in ospedale dopo essere stato rilasciato dal nemico nell’ambito di uno scambio di prigionieri, si presenta subito nel modo peggiore. Urla, grida, strepita, protesta. La serenità con cui il giovane infermiere affronta la sua sorte cozza con l’agitazione incontenibile dell’altro; perché tanta foga? Il sergente grida la sua colpa; fu catturato mentre si era rifugiato in un tunnel anziché dare manforte a un reparto in prima linea che da otto ore resisteva al nemico. Confessa a gran voce e chiede di essere processato e fucilato. Con i suoi modi non fa altro che accrescere la sua solitudine; solo il cappellano tenta un dialogo con lui. Quando i due muoiono, sostanzialmente insieme, le differenze di trattamento sono ancora più evidenti. I colleghi dell’infermiere lo portano al cimitero; nella commozione generale, la bara viene ornata di fiori. Nessun amico o familiare accompagna invece l’altro feretro.

Il sergente commise una grave colpa; quel misfatto sembra giustificare la freddezza del trattamento. Perfino l’infermiere, già malato, lo aveva giudicato severamente, chiedendosi cosa ci aveva guadagnato col suo egoismo, ora che era prossimo alla fine.

Può un solo fatto negativo segnare una vita e soprattutto vincolare il giudizio degli altri? Nella novella sembra proprio di sì. Probabilmente il sergente compì degli atti di valore nella sua via di soldato; di questo però non rimane traccia. Essendo un Ardito, prendeva parte ad azioni spericolate; le missioni di questo reparto d’assalto richiedevano spesso un prezzo altissimo come perdite.

Quel soldato probabilmente avrà fatto il suo dovere fino al giorno in cui preferì cercare di salvarsi anziché andare ad assistere i commilitoni in difficoltà. Eppure quel solo episodio offusca una carriera e una vita; non si pensa a fucilarlo dato che la morte appare già molto vicina. Disprezzo e ostilità nell’ospedale accompagnano le sue ultime ore e sono già un castigo che l’uomo accetta e sente di meritare.

Nessuno lo considera una vittima di una tragedia come la guerra in cui le debolezze umane erano catalogate sbrigativamente come vigliaccheria. La bara dell’infermiere come detto viene onorata; a quella del sergente, spetta solo il tricolore, appoggiato sopra ad essa solo per ragioni di prassi: “ .. quando la nuda bara fu introdotta nel carro, gli artiglieri vi distesero, come prescritto, il simbolo della Patria, il tricolore. Senza distinzione di colpe e di meriti, senza sceverare i buoni dai cattivi, la Patria accoglie tutte le sue creature nel suo grembo materno”.

Quella bandiera messa sul feretro come si faceva con ogni caduto, come atto dovuto, ristabilisce un po’ di equilibrio. Per una volta, un atto di forma, porta un po’ di giustizia. Una sola macchia non può e non deve compromettere una vita.

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VIAGGIO COL PADRE di Carlo Castellaneta (1930-2013)

21 Marzo 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

VIAGGIO COL PADRE di Carlo Castellaneta (1930-2013)

Di cosa tratta il libro? La storia si sviluppa con indubbia originalità di costruzione su due piani temporali e spaziali: il protagonista è in viaggio in treno col padre da Milano verso Foggia dove il genitore deve ricevere un'eredità. Siamo nel secondo dopoguerra. Il racconto del viaggio si accompagna a vari ricordi dell'infanzia e della giovinezza, vissute a Milano, in una casa vicino alla ferrovia, con descrizioni di luoghi e ambienti molto curate. Mentre si scende verso sud, il giovane, ora uomo maturo, ripensa con sofferenza agli anni del regime e della guerra e al viluppo di contrasti familiari che ancora lo tormentano. Il significativo sottotitolo dell’opera è infatti La caduta del fascismo visto all’interno di una famiglia piccolo-borghese. Il padre era un convinto fascista; severo, autoritario, coerente fino alla fine con le sue idee, nonostante lo sfacelo avanzante.

A distanza di tanti anni il figlio cerca di parlare a quel genitore duro come un macigno, capace di tradire la moglie e di lasciare la famiglia nel momento peggiore. Sente di avere tredici ore, quelle del viaggio, per costruire un dialogo che non c'è mai stato prima e avere un chiarimento non più rimandabile; è un piccolo processo a una generazione che affollò acriticamente le piazze, portando il paese al baratro. La vicenda quindi ha alcuni aspetti di universalità per la società del tempo. Colpe politiche e familiari si accavallano, aggravate dall’orgoglio di chi non sente il bisogno di doversi scusare. Stazione dopo stazione, si sviluppa la tensione dovuta a questo storico vuoto di parole e di significato, a tanti silenzi e asti che hanno reso estranei tra loro i due viaggiatori. Tredici ore per iniziare a confrontarsi, in un’Italia ormai cambiata. In fondo sono uomini non così diversi: il padre odiava i voltagabbana, ma anche il figlio rompe i ponti con chi si è arricchito col mercato nero, ha vezzeggiato i tedeschi per poi finire nei cortei dei partigiani vittoriosi.

Il padre peraltro era un idealista; non si curava di dare particolari vantaggi materiali alla sua famiglia in crescente difficoltà. Quanto faceva per il regime, di cui era uno dei tanti anonimi ingranaggi, lo faceva per pura convinzione ideale. Ma non ha mai voluto dialogare e ascoltare, in quanto prigioniero della propria arrogante superiorità. Ora il figlio, pur arrabbiato, è quasi pronto a perdonare, come implicitamente gli ha insegnato il signor Ottavio, ex condannato al confino e poi partigiano, che tornò a Milano nel 1945, vincitore ma senza boria. Ottavio era stato decisivo nel formare il protagonista, più con l’esempio che con i discorsi. Gli spiegò, ad esempio, che ogni scelta è politica; quale film vedere o quale libro leggere, sosteneva, sono decisioni politiche, legate a valori e principi, non sono atti da fare acriticamente in nome di un conformismo di convenienza.

Ma per perdonare, devono pur sgorgare parole nuove da quel padre così poco esemplare che ha saputo insegnare solo come esempio negativo.

La tensione che si crea intorno al discorso tra i due, continuamente rimandato, mentre ormai la periferia di Foggia si avvicina, è la parte più bella; solo le ultime pagine diranno se la non facile disponibilità al perdono troverà, finalmente, le necessarie parole di rincrescimento dal vecchio genitore. D'altronde, se il libro invita a voltare pagina dopo tante sofferenze, esso spiega anche che una comprensione del passato sembra comunque irrinunciabile, pur a distanza di molti anni.

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DIARIO DI UN IMBOSCATO di ATTILIO FRESCURA (1881 – 1943)

16 Marzo 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

DIARIO DI UN IMBOSCATO di ATTILIO FRESCURA (1881 – 1943)

L'autore, scrittore e giornalista originario di Padova, fa parte della Territoriale e quindi vede abbastanza poco la prima linea e non partecipa agli assalti; subisce e accetta simpaticamente la definizione di imboscato, pur precisando che ogni soldato pensa sempre di avere alle spalle degli imboscati. Perfino nelle prime linee alcuni chiamano imboscati quelli che si trovano appena pochi metri più indietro.

Vede comunque da vicino il dolore e il dramma di chi va all'attacco; in uno dei passi più intensi, deve spingere avanti gli uomini terrorizzati. Ha spirito d'osservazione, arguzia, sensibilità. Caratteristiche simili non possono che farne un notista disincantato e ironico delle storture e delle falle che il mondo militare gli mostra. L'involontaria comicità della burocrazia, il giornalismo di regime di Fraccaroli e Barzini, i sistemi di cura negli ospedali, le fucilazioni, le battute dei compagni si offrono al suo vaglio critico. E' pronto a bacchettare i comandi che non prendono sul serio i mille indizi sulle offensive nemiche (pur tendendo ad assolvere il vertice, ossia Cadorna), mentre ha parole commosse per il lacero fante che pur nella disperazione continua a obbedire e a morire. Canestari, Murari Bra, Porta sono alti ufficiali (sconosciuti ai più) che l'autore apprezza per il loro polso e l'onestà; bravi, schietti, poco inclini all'adulazione e quindi purtroppo candidati ideali per venire rimossi dall'alto comando.

Le pagine più dolorose sono quelle di Caporetto. Lo sfaldamento totale è descritto in modo impressionante, offrendo forse le pagine più efficaci nell’ampia letteratura memorialistica sulla terribile rotta. Ci parla dei pochi eroi silenziosi che vanno a bruciarsi nei focolai di resistenza, di donne e civili terrorizzati, dei saccheggi compiuti mentre il nemico in ogni momento può irrompere; è un mondo che si schianta. Ancora viene offerto qualche momento tragicomico anche nella fuga, ma davvero il senso della caduta imminente è ben reso, rendendo per certi aspetti quasi miracolistico l'epilogo trionfale della guerra a Vittorio Veneto, appena un anno dopo.

Al termine del libro, viene da pensare che l'ironia, le battute, le freddure che l'autore riserva a profusione (forse troppo), siano in fondo l'unica reazione da parte di una persona acuta davanti all'incongruenza eretta, sembrerebbe, a cardine del sistema organizzativo.

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"Il mio diario di guerra" di Benito Mussolini

30 Gennaio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia, #personaggi da conoscere

"Il mio diario di guerra" di Benito Mussolini

Benito Mussolini fu bersagliere nella Grande Guerra; le sue memorie abbracciano un arco di tempo che va dal settembre 1915 fino ai primi mesi del 1917; seriamente ferito nel febbraio dello stesso anno, al termine di una lunga convalescenza verrà messo in licenza e poi congedato.

Devo ammettere che dopo aver letto e commentato molti diari e memoriali di guerra, sia italiani sia stranieri, intendevo passare ad altre letture, ma il riapparire sulla scena editoriale del diario di Mussolini (editore Il Mulino, con prefazione di Mario Isnenghi), mi ha ridato interesse per questi temi. Nell’edizione che ho letto ci sono i brani che l’autore scrisse e fece pubblicare già durante il conflitto dal suo giornale, Il Popolo d’Italia; sono stati aggiunti però i due testi finali che furono pubblicati in un volume nel 1923. Si tratta di Gennaio-febbraio 1917 e del testo conclusivo Ferito!.

Non può non rimanere impresso (soprattutto nelle parti iniziali) lo stile semplice, diretto, giornalistico; attraverso brevi raffiche di parole si evidenzia l'emozione di un momento e si mostra una serie di belle istantanee di vita di trincea, non senza accenti lirici. Il diarista è un militare dotto e curioso che si muove alla ricerca di importanti tracce di italianità nelle terre appena conquistate. Come soldato semplice opera tra gli umili fanti, essendogli preclusa per ragioni politiche la possibilità di fare il corso per ufficiali. Soldato tra i soldati, è pur sempre un giornalista e un politico in ascesa; innumerevoli sono i commilitoni (anche tra gli ufficiali) che lo cercano e che vogliono stringergli la mano. Riceve persino una lettera da un soldato impegnato sul fronte belga.

In trincea può osservare il grande arcipelago di culture, dialetti, sensibilità che la guerra amalgama nella forzata convivenza, tanto da fargli esclamare che ormai il regionalismo era finito.

La freschezza di tante pagine in cui riporta i neologismi della vita di trincea, le battute vivaci dei compagni e le proprie sensazioni, si perde in alcuni punti dove emerge la retorica; ad esempio quando ci racconta di aver bevuto "con devozione" l’acqua dell'Isonzo, definito “fiume sacro” o in altri momenti in cui rileva con ridondanza il coraggio indefesso di molti soldati o lo stoicismo ferreo dei feriti anche gravi. Non è un diario ricco di grandi imprese; sul Carso la lotta contro l’austriaco si accompagna a quella contro le intemperie, contro i pidocchi, contro la noia di certe giornate. Mussolini ottiene i galloni di caporale per la premura con cui ha comandato una squadra in Carnia, impegnato soprattutto a rafforzare ricoveri in mezzo alla neve. Non sono quindi gli eroismi a essere messi sotto i riflettori, ma la quotidiana sofferenza e la forte tempra degli uomini. Ecco un passo che offre un’idea dello stile e del contenuto dell’opera:

“Verso mezzanotte, dopo sei ore di pioggia e di tuoni, si fa un grande silenzio bianco. È la neve. Siamo sepolti nel fango, fradici fino alle ossa”.

La guerra è una lotta senza sbocchi; ricognizioni, congelamenti, allarmi notturni, lavori di riattamento dopo i tiri nemici, ma anche tedio, scoramento e monotonia, esemplificati dal memorialista con la consueta efficacia:

È giunta la posta. Molte cartoline illustrate. Domani è Pasqua. Senza le cartoline illustrate nessuno si sarebbe ricordato della solennità”.

Eccolo invece in un momento ben diverso:

"Stamane all'alba ho dato il buon giorno ai tedeschi, con una bomba Excelsior tipo B, che è caduta in pieno nella loro trincea. Il puntino rosso di una sigaretta accesa si è spento e probabilmente anche il fumatore”.

Fante tra i fanti, calato tra il popolo, Mussolini si sente comunque un capo e riflette sul linguaggio più opportuno per motivare la truppa in cui nel 1916 la parola pace comincia a circolare con insistenza dopo tanti macelli; ma, afferma, nessuno dei combattenti accetterebbe una pace senza vittoria e quindi senza le sudate conquiste. Dal suo osservatorio il futuro Duce ha modo di ragionare sul morale dei soldati, notando che in ogni reparto ci sono i coraggiosi che credono nelle ragioni della guerra, poi quelli che fanno il proprio dovere (pur senza strafare) e infine altri che è difficile decifrare; potrebbero essere affidabili oppure no. Da chi dipende la forza di un reparto? Dalla capacità dei comandanti. Sulla necessità di guide adeguate, Mussolini ragiona ulteriormente su un piano più ampio, mentre in trincea legge avidamente un testo di Mazzini che individua nell’assenza di capi un male storico per l’Italia: “Mancano i capi, i pochi a dirigere i molti …”. Parole che fotografano anche il presente, commenta significativamente il diarista.

Una delle chiavi del testo, nel suo complesso, è questa dialettica tra la necessità di essere nella massa e il sentirsi comunque superiore ad essa e in grado di guidarla. C’è un punto in cui l’individualità dell’autore emerge nettamente, distinguendosi dagli altri e da una promiscuità non sempre gradita? Direi che nel brano finale il diarista approda a una sottolineata e significativa solitudine. Vediamo da vicino. Mussolini, gravemente ferito nel corso di un'esercitazione come tante, viene ricoverato in ospedale. Piovono granate nemiche; non sono colpi isolati, ma un bombardamento che sembra sistematico. Eppure c’è la bandiera della Croce Rossa ben visibile; il nemico l’ha sempre rispettata, nota con angoscia uno degli infermieri. Il pericolo cresce. Alcuni uomini vengono colpiti. Allora si impartisce l’ordine di evacuare i degenti, vista l’insistenza del micidiale cannoneggiamento. Mussolini per il dottore non è trasportabile; rimane allora l’unico ricoverato nell’ospedale, ferito in circostanze banali e antieroiche, eppure in qualche modo diverso dagli altri. Così finisce il diario, lasciando l’autore in primo piano, ancora in pericolo ma lucido, in una solitudine emblematica che può essere variamente interpretata.

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UN RACCONTO di BORIS PAHOR

22 Gennaio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

UN RACCONTO di BORIS PAHOR

Boris Pahor, nato a Trieste nel 1913 e noto principalmente per Necropoli che ricorda la sua esperienza nei lager, scrisse anche i racconti che compongono la raccolta Il rogo nel porto. I testi in generale riportano il dramma della popolazione slovena di Trieste (fin dal passaggio all’Italia della città nel 1918), ma sono anche un tributo alla sofferenza delle persone semplici.

Uno dei più intensi racconti è Nuove fibre. Tre ex internati nel maggio 1945 giungono a Lille, stanchi, laceri, ma salvi. Hanno ancora la divisa zebrata. C’è la voglia, almeno da parte di uno di loro, di sensibilizzare le persone su quanto hanno subito nei lager: “Dovremo però fare di tutto perché il mondo non tiri un frego dimenticando quanto successo”.

Ma c’è il piacere di rivedere la normalità. Si muovono goffamente, desiderosi di visitare dopo tanto tempo una città e allora si addentrano verso il centro. Si fermano davanti alle vetrine con un misto di incredulità e curiosità; dovranno reimparare ogni cosa, anche gli aspetti più banali e quotidiani. Cercano di riscoprire la vita nelle viuzze dove le case si stringono tra loro come se fossero bisognose di solidarietà, aspetto etico che sembrava ormai tramontato.

Il terzetto subisce le reazioni dei passanti, ora solidali, ora imbarazzati davanti al loro abbigliamento. Un barbiere li fa entrare nella sua bottega; si offre di raderli gratuitamente ricordando la sua prigionia in Germania nella Grande Guerra. Ma i lager hitleriani furono ben peggiori e questo è un aspetto ben difficilmente spiegabile; emerge già la difficoltà a comunicare un dramma inaudito di proporzioni enormi.

Un tassista si ferma bruscamente davanti ai tre ex prigionieri; li fa salire e poi offre dei vestiti, sollecitando il gruppetto a dismettere le tenute zebrate.

La sua insistenza è particolarmente forte. Il loro aspetto crea disagio e un po’ di insofferenza; esprimono una diversità non del tutto accettata. Si deve voltare pagina, questa è la volontà delle persone, anche se la guerra non è ancora conclusa; giungono via radio notizie dalla Germania e dall’Italia sugli ultimi drammatici fatti. Intanto le violenze subite tornano alla memoria dei tre sancendo tutta la difficoltà di assaggiare di nuovo la vita che i dittatori hanno avvelenato, creando le basi per rivalse e ulteriori violenze. Uno di loro alla fine vorrebbe avere nuove fibre per rinnovare il proprio tessuto cellulare; non basta infatti un nuovo abito per ripresentarsi sulla scena del mondo dopo la violenza dei regimi che aveva piagato i corpi, le anime e le menti delle vittime.

Aleggiano nell’aria le parole amaramente ironiche dei tre compagni di sventura, dopo le insistenze del tassista che li invitava a cambiare la divisa. Meglio metterla da parte, tenerla nell’armadio, “così la prossima volta (…) sarà a portata di mano”.

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LA VILLA SUL LAGO di Boris Pahor

14 Gennaio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

LA VILLA SUL LAGO di Boris Pahor

Boris Pahor, decano della letteratura slovena, scrisse questo breve romanzo nel 1955. La vicenda è ambientata nel 1948 e illustra il non facile tentativo di un reduce dalla guerra e dai lager di trovare una dimensione di umanità e fiducia dopo l'orrore. Mirko Godina, il protagonista, si reca sul lago di Garda dove fu soldato nel 1943. È triestino, di origine slovena, fa l’architetto; il suo pensiero ritorna spesso a Trieste e al Carso, cercando nello scenario lacustre assonanze paesaggistiche con i luoghi natali. Nasce ben presto una storia d'amore con la più giovane Luciana che lavora in una filanda; ma le ferite dell’ultima guerra sono ancora aperte e Mirko mostra rabbia nel vedere come la ragazza e altri del posto difendano la recente dittatura (per ignoranza, debolezza, efficacia della propaganda del vecchio regime). Questa ira viene gradualmente mitigata dalla speranza che nonostante tutto si possa rifondare un nuovo vivere senza violenza.

La villa del titolo è quella in cui visse il Duce, ancora carica di forza e quasi capace di stregare la gente del luogo tenendola avvinta in una sudditanza acritica. Proprio questo aspetto sgomenta il protagonista che ha patito sotto i totalitarismi, come accadde allo stesso Boris Pahor. I deboli si erano ribellati al giogo, ma poi, nota l’ex-soldato, si erano di nuovo assopiti, pronti a stornare vecchi ricordi in realtà piuttosto freschi e quindi mettendosi a rischio di diventare schiavi di altri padroni. La vicenda dura pochi giorni che sono raccontati lentamente, tra riferimenti al paesaggio ora cupo, ora rassicurante, in una stagione in cui il lago è ancora poco popolato di turisti e permette quindi un'osservazione calma e meditata di cose e persone. L’interiorità di Godina è un piccolo laboratorio in cui speranze e inquietudini lottano, sommandosi alle sensazioni non univoche che vengono dalla natura circostante; in fondo c'è l'ottimismo di riuscire a voltare pagina ammaestrando gli altri che non hanno visto l'orrore, spiegando in modo ragionato la differenza tra dittatura e libertà.

La giovane Luciana ha le risorse per crescere e può cogliere, con l’aiuto di Mirko, la manipolazione del potere che ha colpito anche lei. Pahor costruisce con delicatezza il loro dialogo; lui colto, di origine slovena, lei un'operaia del posto, istintiva, ingenua ma ricca di personalità. Un binomio sentimentale particolare, forse poco realistico (se questo può contare) in cui ciascuno comunque arricchisce l'altro, o con l’esperienza o con la sensibilità. In fondo i drammi sono tutti alle spalle e lentamente anche la villa perde il suo aspetto torvo; si guarda al futuro. Il reduce è un architetto, ama la bellezza, vuole costruire case per persone comuni, l'amore che mette nel suo lavoro ispira fiducia nell’avvenire. Il litorale sloveno in quegli anni dipendeva dalle decisioni internazionali; eppure c’era voglia di guardare avanti e di fare progetti come intende fare il protagonista.

Si può amaramente notare che la storia da sola insegna poco. A Luciana e ad altri servono purtroppo delle guide; la devastazione del conflitto non è stata sufficiente ad aprire gli occhi. Quindi anche eventi ben più piccoli dell’ultima guerra mondiale ma comunque importanti, si potrebbe aggiungere pensando alla nostra quotidianità democratica, troveranno, forse, scarsa capacità di interpretazione e comprensione da parte di molti, con evidenti rischi. Tornando al libro, un mondo nuovo sta nascendo; resta da capire ai due innamorati fino a che punto sarà migliore, se la distanza tra i vari ceti si ridurrà, se democrazia e libertà porteranno sensibili miglioramenti anche per chi come Luciana percorre ogni giorno chilometri e chilometri in bicicletta per andare a lavorare in fabbrica. A chi legge il libro oggi, spetta dare la risposta.

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J. Wittlin, "Il sale della terra"

3 Gennaio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

J. Wittlin, "Il sale della terra"

Józef Wittlin (Dymitrów, 1896 – New York, 1976), di famiglia ebraica, nativo della Galizia asburgica, fu soldato nella Grande Guerra, anche se non vide il fronte a causa delle pessime condizioni di salute. Divenne un grande traduttore dell'Odissea e un poeta; Il sale della terra è la sua unica opera in prosa che in origine doveva essere il primo atto di una trilogia, ma la bozza del seguito andò perduta nel corso del precipitoso viaggio dalla Polonia agli Usa che l'autore compì nel 1940 per sfuggire alle grinfie del nazismo.

Siamo in un angolo delle province orientali dell'impero Austro-Ungarico. Il protagonista, Piotr, appartenente alla piccola etnia hutzuli, sta per essere travolto dalla Grande Guerra come milioni di altri. Lavora in una stazione come uomo di fatica, possiede una casa malconcia in comproprietà con una sorella prostituta, ha un cane e un'amante con cui sta principalmente per abitudine. Il suo è un mondo semplice che ruota intorno alla ferrovia; è docile e remissivo verso le autorità. La guerra sconvolge gradualmente tutto; i treni civili cedono il passo a quelli militari, un sottufficiale prende il posto del capostazione, infine arriva la cartolina di precetto anche per Piotr. L'Imperatore può aver bisogno anche di lui, quarantenne e analfabeta? Evidentemente sì. All'imperatore probabilmente non interessa che lui non distingua la destra dalla sinistra e che trovi spiegazioni “magiche” e irrazionali davanti a ciò che non capisce. Ad esempio, accanto alla stazione riesce a orientarsi, invece poco lontano dal posto di lavoro già si confonde:

"Fuori, invece, spesso il diavolo rovescia la terra, e quello che un momento prima era a sinistra, all'improvviso si sposta a destra".

Anche la cartolina precetto per lui ha un'essenza diabolica; non potrebbe spiegarsi diversamente il potere di quelle lettere nere su un uomo. Un altro uomo, Francesco Giuseppe, con quel foglio esprime il suo diritto di appropriarsi di un suddito. Piotr deve partire e in caserma giura obbedienza al sovrano e ai suoi rappresentanti; non gli sfugge la portata di quel giuramento così diverso da altri fatti in vita sua e legati a impegni banali e di corto respiro. Questo vincolo non ha scadenza definita (non si sa quanto finirà il conflitto) e gli impone anche di essere pronto a morire. Sarebbe bello avere due vite, pensa, una per il sovrano e una da riprendersi una volta tornati dal fronte. Burocrazia ed esercito avviano disciplinatamente al fronte i morituri, privandoli della libertà di prima e trasformandoli in una "cosa" dello stato, sempre pronta all'obbedienza. Nella preparazione militare, per i futuri soldati si apre una fase diversa; con la divisa indossano un'altra identità, stretta tra regolamenti e punizioni.

La guerra, famelica di risorse, rastrella metodicamente ogni provincia; anche uno strampalato analfabeta che non ha mai fatto un viaggio vero lontano da casa, può servire al pari di ogni tipo di materiale:

"Partiti. Sono partiti gli uomini, sono partiti i cavalli, gli asini, i muli, le bestie da macello. E' partito il ferro, l'ottone, il legno e l'acciaio".

Un libro notevole, un piccolo poema, a lungo colpevolmente dimenticato anche nella Polonia comunista, frutto della sapienza ebraica, in cui la tragedia si avvicina con passo lento ma continuo, aggraziata sempre dall'ironia.

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IL SOGGIORNO di Andrew Krivak

9 Dicembre 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

IL SOGGIORNO di Andrew Krivak

L'autore si ispira alla storia della sua famiglia per offrirci questo romanzo, ambientato tra gli Stati Uniti di fine Ottocento e l'Europa della Prima Guerra Mondiale.

All'inizio lo sfondo è quello tipico del Far West; villaggi minerari, cacciatori, natura bella e pericolosa, gente in caccia di fortuna. Un padre di origine slovacca, dopo alcuni anni piuttosto sventurati, deve lasciare l’America e tornare sulle montagne di Pastvina, nell'Impero Austro-Ungarico. Nelle zone natali insegna a cacciare al figlio Josef e al nipote, conducendo una vita spartana e spesso assillata dalle beghe familiari. Quando scoppia la guerra, Josef e il cugino sono mandati sul fronte italiano; già abili cacciatori, diventano cecchini quasi infallibili. Combattono insieme come Castore e Polluce, aggirandosi in coppia tra i monti innevati, in una natura selvaggia dove il freddo uccide quanto la guerra. Non mancano le descrizioni liriche:

E in quel tardo autunno, per alcuni giorni, durante i quali camminammo di buon passo e senza sosta (…) provai per la prima volta un senso di pace in quella guerra, dentro e fuori di me, nell’inattesa bellezza delle cime che ci adescavano e ci minacciavano al pari del nemico, ma era una minaccia ben diversa dall’arbitrarietà della battaglia sull’Isonzo, perché le montagne apparivano in egual misura implacabili e disposte a perdonare”.

Dopo mille peripezie, sopravvivendo a tante battaglie e anche alla prigionia, Josef torna a casa in un impero defunto, dominato dal caos e scosso dalle agitazioni nazionalistiche. Nello sfascio del mondo asburgico, non c’è sicurezza; inoltre l’emergere di nuovi stati lo fa sentire privo di una chiara identità. L'Europa è troppo carica di lutti e di anni; per il giovane, alle prese con dolorosi ricordi e con ferite fisiche e morali, l'America rappresenta il mondo delle possibilità sempre aperte dove ancora ci può essere futuro.

Il libro è scorrevole e interessante, ma il suo limite è lo stile. Il periodare compassato e il tono sempre abbastanza controllato nonostante i drammi vissuti, alla fine stonano e tolgono infatti ritmo alla narrazione.

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