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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

miti e leggende

Mito e fiaba

6 Agosto 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

 

Non sempre, comunque, è necessario o possibile distinguere il mito dalle altre storie tradizionali, in particolare dalla fiaba: spes­so libri di fiabe contengono storie che altrove sono indicate come miti e antichi miti vengono raccontati come fiabe.

Si possono invece individuare più facilmente gli elementi che il mito ha in comune con la fiaba e quelli per i quali se ne distin­gue. Ecco alcuni elementi di distinzione:

a) Le fiabe raccontano soprattutto la vita, i problemi, le aspi­razioni della gente comune, dei popolo i miti parlano di dèi, di eroi o comunque di figure lontane dalla gente comune per nascita e ambiente.

b)Le fiabe affrontano problemi riguardanti in modo particolare l'ambito familiare: matrigne o sorelle gelose, donne senza figli, genitori poveri che abbandonano i loro bambini.

Il mito tratta «grandi problemi», come la necessità di morire; questioni sociali, come la motivazione dell'istituzione monarchica; problemi morali, come l'obbligo di rispettare gli dèi.

Nella fiaba, gli elementi soprannaturali sono giganti, mostri, streghe, che possiedono oggetti magici (bacchette, polveri, stivali fatati e compiono sortilegi) nel mito compaiono gli oracoli,le divinità immortali, il Destino.

Le fiabe sono ambientate in tempi e luoghi indeterminati e i protagonisti sono indicati con nomi comuni (ad esempio: Caterina la sapiente; La volpe Giovannuzza, Giovan Balento) o con locuzioni nominali che spiegano le loro caratteristiche (ad esempio: Il principe azzurro; La bella addormentata nel bosco;Il gatto con gli stivali); il mito, a volte si svolge in un passato non definito, a volte, almeno per quanto riguarda i miti greci, ha una sua collocazione nel tempo (ad esempio fatti accaduti prima, dopo o durante la guerra di Troia). I luoghi e i personaggi, invece, sono sempre identificati con precisione.

I miti, quindi, hanno una natura pii complessa delle fiabe e in essi sono presenti riflessioni sul mondo, sulla vita, sulla storia dell'uomo e della divinità. Questi racconti tradizionali hanno però anche alcuni elementi comuni:

a) La prova o la missione difficile e pericolosa che l'eroe deve compiere per sopravvivere, per conquistare un regno, per eliminare un malvagio (ad esempio: Perseo deve uccidere il drago; Ercole è costretto a lottare contro Acheloo e Nesso).

b) Il motivo dell'«unico superstite» per cui solo l'eroe protagonista riesce a salvarsi e a superare le prove ad esempio: Ulisse è l'unico a salvarsi nel viaggio di ritorno da Troia; Ippomene è l'unico dei pretendenti alla mano di Atalanta che non viene ucciso).

c) Il ricorrere del numero tre o dei suoi multipli (ad esempio: Venere dà ad Ippomene tre mele d'oro; le Muse sono nove sorelle; Ercole compie dodici fatiche).

d) Il premio finale, per cui l'eroe riceve in premio un regno e si sposa la figlia del re (ad esempio: Perseo sposa Andromeda; Erco­le, Deianira; Ippomene, Atalanta).

e) La presenza di una moglie bisbetica che tiranneggia il mari­to (ad esempio i litigi fra Giove e Giunone).

f) La trasformazione e il mascheramento (ad esempio: Giove si trasforma in pioggia d’oro; Mercurio si traveste da pastore).

La presenza di questi elementi comuni è dovuta al fatto che mito e fiaba vengono soprattutto agli inizi raccontati a voce, quindi sono figli entrambi della stessa tradizione orale.

Chi narra una storia deve avere la capacità di tenere alta l'at­tenzione del suo pubblico, perciò i cantastorie fanno ricorso ad espedienti che permettono a chi ascolta di seguire agevolmente il racconto, di stupirsi, di immedesimarsi nel protagonista.

Anche nel narrare i miti, che riflettono problemi più com­plessi e profondi di quelli delle fiabe e degli altri racconti tradizio­nali, vengono usati gli stessi espedienti narrativi e probabilmente la sopravvivenza di certi miti rispetto ad altri dipende anche dall’efficacia con la quale questi meccanismi sono usati nella crea­zione della storia.

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Il mito

30 Luglio 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

I miti originari, anche greci e romani, non sono quelli conte­nuti nei testi poetici giunti fino a noi.

Il mito ha un argomento, una trama fissata a grandi linee, dei personaggi che ogni poeta può trasformare e rielaborare. Queste trasformazioni e rielaborazioni hanno un autore, il mito no: esso viene trasmesso oralmente da una generazione all'altra, senza che si sappia chi lo ha creato; la sua storia si perde nel tempo e nello spazio. Per questo il mito è un «racconto tradizionale».

Quindi anche le storie narrate da Omero, e da altri grandi poe­ti greci, provengono da un passato lontanissimo, di cui si è perduta ogni traccia. I miti originari sono racconti trasmessi oralmente, una forma particolare del «raccontar storie»; e queste storie sono così affascinanti e importanti per gli antichi da venir tramandate di generazione in generazione, fino a raggiungere la forma scritta.

Perché proprio alcuni racconti sopravvivono attraverso i seco­li mentre tanti altri vanno perduti? Molto probabilmente per la bellezza della storia in quanto tale e per l'importanza che essa ri­veste presso il popolo che ne è l'autore. I miti, infatti, vogliono esprimere delle leggi eterne, che spiegano la nascita del mondo e dell'uomo, degli animali e delle piante, della società e delle sue istituzioni; raccontano fatti accaduti in epoche primordiali, fuori dal tempo, in seguito ai quali l'uomo è diventato quello che è, cioè una creatura che deve nascere, crescere, invecchiare, morire; motivano l'esistenza di alcuni riti e definiscono i rapporti fra dèi e mortali.

Il mito è quindi una storia piacevole da ascoltare, cioè ben riuscita dal punto di vista della narrazione, che trasmette messaggi importanti riguardo alla vita in generale, e alla vita nell'ambito della società, in particolare.

In una civiltà che non usa la scrittu­ra, i racconti rappresentano la principale forma di comunicazione fra persone della stessa età e fra giovani e anziani, sono un modo per istruire, per tramandare conoscenze e valori, una specie di sa­pienza ereditata dai passato: la memoria è uno strumento impor­tantissimo per trasmettere la cultura di un popolo.

Una figura di grande rilievo in questo tipo di società è «ae­do», il poeta girovago, simile al cantastorie medievale, che cono­sce moltissimi racconti e va in giro a narrarli, accompagnandosi con la cetra. Queste storie, destinate soprattutto ad allietare le se­re dei ricchi signori del tempo e dei loro ospiti, possono durare per ore e vengono perciò ogni volta trasformate e ampliate.

Così, passando di bocca in bocca, di generazione in genera­zione, i miti si sviluppano e si arricchiscono, mutano nei partico­lari perché cambiano gli interessi e le caratteristiche di chi ascolta; i temi centrali invece, i messaggi universali che questi racconti vo­gliono trasmettere, rimangono costanti nel tempo.

Oltre ai miti, esistono altre storie tradizionali che hanno delle caratteristiche proprie e particolari: le saghe, le leggende, le favole e le fiabe.

In generale, per «saga» si intende il racconto o la storia ro­manzata di una famiglia o di un gruppo (ad esempio la saga dei Nibelunghi); la leggenda, invece, parla di un evento storico non troppo lontano nei tempo, che é stato rielaborato dalla fantasia popolare (ad esempio la leggenda della fondazione di Roma; le leggende riguardanti la vita di Carlo Magno); la favola è caratte­rizzata dalla presenza di animali o cose che pensano o agiscono come uomini e ha scopi moraleggianti (ad esempio le favole di Fedro, Esopo, La Fontaine); la fiaba, infine, è una storia di intri­ghi, nella quale sono presenti mostri, giganti, esseri fantastici co­me fate, streghe, gnomi… (ad esempio le fiabe dei fratelli Grimm).

 

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La mitologia classica

23 Luglio 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

«Mito» e «Mitologia» sono due parole di origine greca e per gli antichi greci «mito» significava semplicemente «racconto», «storia»; la «mitologia» era l'insieme di questi racconti. Per noi, oggi, la mitologia classica è l'insieme dei racconti mitici di origine greca e romana, appartenenti a epoche diverse.

La mitologia greca è più ricca di quella latina e la influenza moltissimo; tuttavia anche la mitologia romana ha mantenuto una sua originalità e ha conservato e rielaborato storie antichissi­me, precedenti al contatto con i Greci, come le vicende di Romolo e degli Orazi. La mitologia greca, d'altra parte risente delle in­fluenze delle civiltà del Mediterraneo e dell'Oriente (Cretesi, Si­riani, Sumeri, Assiri, Babilonesi, Ittiti...); anche questi contributi esterni, però, hanno raggiunto la loro espressione più alta proprio nell'incontro con la cultura dei Greci, per cui oggi, comunemente, la parola «mitologia» è sinonimo di «mitologia greca».

Quando gli antichi Greci parlavano di miti, si riferivano alle storie tradizionali degli dei e degli eroi, senza preoccuparsi di di­stinguere gli elementi di verità da quelli puramente fantastici pre­senti in esse. Solo nel v secolo a. C., storici come Tucidide e filo­sofi come Platone separarono la narrazione di fatti reali dal sem­plice racconto, il ragionamento logico dal mito, che spesso era opera di fantasia e quindi non veritiero.

Il significato che hanno oggi per noi espressioni come «il mito del successo» o «il mito della razza», derivano proprio da questa interpretazione dei mito come idea nella quale si crede profonda­mente, ma che è altrettanto profondamente falsa.

 

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Miti e leggende per tutte le età!

16 Luglio 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #sezione primavera, #miti e leggende

 

 

 

 

 

Ragazze, ragazzi, bambine, bambini e adulti di tutte le categorie (genitori, parenti, amici, conoscenti …), CIAO! Se – come me - siete innamorati dei miti, delle leggende, delle fiabe,  insomma di tutte le “grandi storie” che le persone si raccontano da quando è nato il mondo, questo è il posto giusto per voi.

 

Chi sono io? Mi chiamo Laura, insegno alla scuola media Mazzini di Pisa, e mi piace moltissimo la mitologia classica: i miti greci e romani (ma anche le fiabe e le leggende) sono da sempre la mia grande passione.

 

Nessuno sa chi abbia inventato le “grandi storie”. Miti, leggende e fiabe hanno attraversato il tempo  (secoli, millenni …) e lo spazio (stati, continenti …) passando di bocca in bocca, di racconto in racconto fino a quando “qualcuno” non ha deciso di scriverle. Così sono giunte fino a noi. Di questo “qualcuno” che le ha scritte (Omero, Ovidio, i Fratelli Grimm) noi conosciamo il nome, dell’autore “vero”, di chi per primo le ha raccontate, no. Queste storie  perciò sono un po’ di tutte le donne e gli uomini del mondo, da quando il mondo esiste.

 

Ma perché proprio alcune storie arrivano fino a noi mentre tante altre vanno perdute? Perché sono storie molto molto belle e molto molto importanti. Non a caso vengono chiamate “grandi”!

 

Per questo mi è venuta voglia di raccontare alcuni miti presenti nelle Metamorfosi del poeta latino Ovidio, scelti fra quelli che spiegano l’origine di animali, piante e fenomeni naturali. Ho voluto raccontarli in modo “leggero”, senza però tradire la splendida scrittura di Ovidio.

 

Ogni settimana troverete in questo blog alcune di queste storie. Vi piaceranno? Spero tanto di sì. Fatemi sapere …

 

A PRESTO

 

 

 

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Patrizia Poli, "Signora dei filtri"

23 Giugno 2018 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #poli patrizia, #recensioni, #miti e leggende

 

 

 

 

 

Medea è una ragazzina complicata, cupa e dall’animo oscuro. È la figlia di Eeta, re della città di Ea, nella Colchide. Non è come gli altri, Medea, è capace di picchi d’amore ma anche di odio, prova talvolta sentimenti buoni ma nel suo cuore c’è anche un grande, immenso buio. Una tenebra le avvolge il cuore e le membra. Ha occhi grandi, Medea, grandi e spalancati su un mondo che non capisce, che non ama, che non è capace di fare suo. Solo la straniera Morgar la capisce. Al suo fianco, Medea conosce le erbe, impara come miscelarle per fare del bene ma anche del male. Al suo fianco, Medea scopre la Signora della notte, la dea che tutto può e che tutto comanda. Al suo fianco, in un modo persino difficile da capire, Medea si sente amata, coccolata, protetta da quella gente che la addita, che tenta di domarla, che vuole cambiarla. Ecco perché quando Morgar le viene strappata via e uccisa in un modo brutale lei piange tutte le sue lacrime. E giura vendetta. E mai nessuno come Medea di Colchide è capace di giurare vendetta.

Giasone si trova, cresciuto da un uomo con le sembianze di cavallo, in un posto sperduto della Tessaglia. Lui è il figlio di Esone, legittimo re della città di Iolco, spodestato illegittimamente dal fratello: molti anni prima, Pelia salì al trono con la forza ordinando che suo fratello e il figlioletto venissero abbandonati in un’isola deserta. Però, al momento della partenza, del piccolo non si trovò nessuna traccia. Un complotto venne attuato alle spalle di Pelia affinché un giorno pagasse per il suo malvagio piano. Giasone è forte e sano, bello e robusto. L’uomo cavallo gli spiega fin dalla sua infanzia che un giorno dovrà affrontare suo zio, combattere per ciò che è suo e che gli venne strappato. Lui non ha un temperamento aggressivo ma accetta quello che pare essere il suo destino. Al suo fianco, sempre presenti, Orfeo – in compagnia della sua cetra – e il forte Eracle.

Come due personalità così diverse, così lontane e così particolari, possano diventare parte una dell’altra è mistero. Mitologia. Magia.

Patrizia Poli prende un mito conosciuto, trito e ritrito e lo ricama, lo anima, lo romanza. Giasone e Medea, Orfeo ed Euridice, Eracle, Pelia e tutti i personaggi di questa storia diventano veri, vivi. Si stagliano dinanzi ai nostri occhi e respirano. Come tutti noi, amano. Come tutti noi, sbagliano. Come tutti noi, odiano.

L’amore che unisce Medea e Giasone è un amore forte, potente, che brilla di una luce accecante, dolorosa, deleteria. Una luce che si trasforma in buio perché, troppo forte, risulta morbosa, terrificante.

Avere in petto un cuore così era come non averlo, amare in quelle condizioni significava smettere di amare. Ogni giorno che passava, sentiva arrivare il letargo, il buio, l’ombra.

Medea è capace di amore sconfinato così come di odio incomprensibile e quando odia è pericolosa, cattiva – forse ancor di più perché scambia follia per razionalità – e mostruosa. Giasone, dal canto suo, è unito a lei come il giorno è unito alla notte, come l’inverno è legato alla primavera... è unito a lei da un legame inscindibile, da un filo intrecciato d’oro e di ragnatela.

Ecco perché quando lui minaccia di umiliarla lei perde la testa. Ecco perché impazzisce. Ecco perché lo maledice.

«Giasone, con tutta me stessa io ti maledico. Tu che sei incapace di amare anche se cerchi l’amore in tutte le donne. Il mio amore per te morirà solo insieme a me, ma questo dolore è troppo grande per restare impunito».

L’uccisione dei bambini per mano della donna è macabra, reale, dolorosa. Un amore così, come quello che Medea sente per Giasone, non può comunque portare a nulla di buono, a nulla di sano, a nulla di bianco. È il nero, il nero più cupo, il nero più forte, il nero più agghiacciante. Lei ama Medeo e Ferete ma li guarda morire, appoggiando il capo sui loro petti. Per colpire Giasone, colpisce se stessa. È un male faticoso da sopportare, questo, un male che trova tuttavia nutrimento in quello che siamo, nel nostro essere umani imperfetti. Esseri umani fatti di carne e di cuore. Di risentimento, tanto. Di perdono, poco.

«Li avrebbero trovati così, l’indomani, addormentati fianco a fianco, con le gambe intrecciate nel sonno, le testoline che si toccavano […] Ma non avrebbero più aperto gli occhi, non sarebbero più balzati giù dal letto correndole intorno con i piedi nudi, le braccia spalancate e due candidi baffi di latte sul labbro superiore […] Rimase con loro fino alla fine, assorbendo con le guance fino all’ultimo calore rimasto nei  lor corpi, raccogliendo sulla bocca l’estremo respiro delle loro vite incompiute.»

Ciò che li unisce è impossibile da scindere.

«Tu l’ami ancora?»

«Sì, Orfeo. Medea di Colchide non si dimentica.»

Alla fine cosa ci rimane?

Un mito che conoscevamo ma che non avevamo imparato a contestualizzare. La Poli ha un talento innato nel farci entrare in storie lontane ma vicine. Perché l’amore e l’odio sono cose che possiamo capire facilmente, purtroppo e per fortuna insieme.

E ci rimane anche un’altra cosa... la pelle d’oca.

Si legge d’un fiato, rapisce e scombussola. È bello ma è anche cattivo, duro, crudo. È un lampo in una giornata di sole. È un taglio. È una verità scomoda.

Una cosa è certa: Medea di Colchide scaverà un tunnel nel nostro cuore. E Giasone la seguirà.

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Ercole: che fatica essere un eroe

13 Giugno 2018 , Scritto da Marco Castaldi Con tag #marco castaldi, #eventi, #miti e leggende

 

 

 

 

“Ercole: che fatica essere un eroe” è il titolo del secondo appuntamento di “Che Mito! Storie e leggende dalla collezione museale e dal territorio”, in programma per domenica 16 Dicembre, alle ore 10:30, a piazza del tempio di Ercole. Il progetto, rivolto alle famiglie, è ideato e realizzato dall’associazione culturale “Arcadia” nell’ambito dei servizi educativi del Museo della Città e del Territorio di Cori, con la collaborazione della Libreria “Anacleto” di Cisterna di Latina ed “Utopia 2000” Società Cooperativa Sociale Onlus, sotto il patrocinio del Comune di Cori.

I protagonisti del prossimo incontro saranno Ercole e il tempio sull’acropoli dell’antica Cora, tradizionalmente attribuito ad esso, costruito durante la seconda metà del II secolo a.C. Dopo l’introduzione al monumento, seguirà la presentazione dell’eroe Eracle per i greci, Ercole per i Romani, figlio di Zeus e di Alcmena, che sin dalla nascita si caratterizzò per la sua forza sovrumana. Al servizio di Euristeo compì le dodici fatiche, impostegli dall’oracolo di Delfi come espiazione di una colpa, il superamento delle quali lo portò a conquistare l’immortalità.

Verrà dato particolare risalto a quattro delle sue fatiche più rappresentative – Ercole e il leone di Nemea; la pulizia delle stalle di Augia; i pomi delle Esperidi e la cattura di Cerbero – delle quali verrà data lettura animata durante un percorso itinerante che attraverserà alcune delle suggestive piazzette del centro storico di Cori monte - Monte Pio, San Giovanni, Pace - fino ad arrivare a Piazza Signina, dove avrà luogo il laboratorio di pittura a tema su grandi tele. L’evento, a partecipazione gratuita, è inserito nel cartellone “Natale Insieme” a cura dell’associazione culturale “Event Art”.

La prenotazione è obbligatoria: 3319026323 – arcadia@museodicori In caso di maltempo la giornata si terrà al Museo della Città e del Territorio. L’iniziativa proseguirà nei prossimi tre mesi con altrettante date: il 20 Gennaio, alle ore 10:30, al Museo della Città e del Territorio di Cori, “Castore e Polluce: uguali ma opposti”; il 17 Febbraio, alle ore 10:30, al Museo della Città e del Territorio di Cori, “Kore: la fanciulla che diede vita alle stagioni”; il 17 Marzo, alle ore 10:30, al Museo della Città e del territorio di Cori,“Dardano: il cavaliere dal mantello svolazzante”.

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La spada nella roccia

9 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #miti e leggende, #storia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

La vera spada nella roccia non è in Bretagna ma in Toscana, presso la Rotonda di Montesiepi, vicina a una fantastica basilica cistercense di cui rimangono le rovine a cielo aperto. Spettacolo suggestivo sia la chiesa, col suo tetto di stelle e il suo pavimento di prato, sia la spada conficcata nella roccia, a mo’ di croce da adorare, presso Chiusdino.

Galgano Guidotti da Chiusdino (1148-1181), dopo una vita scapestrata, si fece prima cavaliere, a seguito di una visione di San Michele, e poi eremita. Fu lui a conficcare la spada nel terreno in segno di rinuncia. Del suo mito si appropriarono i cistercensi che eressero la basilica adiacente al luogo in cui riposa la spada. La figura di Galgano è collegata a quella di un altro eremita, Guglielmo, padre, fra l’altro, di Eleonora d’Aquitania, che pare fosse un trovatore esperto di materia arturiana. Accanto alla spada è stata rinvenuta agli inizi del secolo una scatola contenente ossa, con sopra scritto “ossa di San Galgano”.

Galgano viveva nei boschi, usava il mantello come saio, si nutriva di erbe selvatiche. La sua figura ha molti punti di contatto sia con San Francesco sia con re Artù. Il nome Galgano ricorda sir Gawain e la sua mitica e mistica cerca del Graal.

La spada, almeno fino al 1924, era semplicemente conficcata nella roccia. Poteva dunque essere facilmente estratta. Don Ciompi, il parroco dell’epoca, decise tuttavia di bloccarne la lama versando nel piombo fuso nella fessura. Negli anni settanta e novanta alcuni balordi danneggiarono la preziosa arma credendosi novelli re Artù, per cui adesso è protetta da una teca di plexiglass.

Gli atti del processo di beatificazione di Galgano risalgono al 1185, cinque anni prima che Chrétien de Troyes scrivesse il suo Perceval, dando origine ai miti della cosiddetta "materia di Bretagna". In ogni caso,  la spada di San Galgano non è l’unica arma medioevale conficcata nella roccia in Europa. Ne esiste una molto simile anche a Rocamadour, nel Perigord, altro posto da fiaba, meraviglioso paesino arroccato, dove si sale tramite ascensore nella roccia.

Le analisi chimiche dicono che la spada di Montesiepi è tutta di ferro purissimo e risale effettivamente al dodicesimo secolo. Il resto rimane sospeso fra storia e leggenda.

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Ovunque è Legnano

5 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #miti e leggende

 

 

L’imperatore Federico Barbarossa ordinò di radere al suolo il più importante dei Comuni medievali: Milano, che si trovava all’incrocio dei traffici fra le repubbliche marinare e il cuore dell’Europa. I Milanesi assistettero alla distruzione della loro città giurando vendetta. Si riunirono con molti altri comuni nella Lega Lombarda e affrontarono il potente esercito dei cavalieri imperiali sotto la protezione del papa.

L’esercito dell’imperatore era forte, composto di cavalieri pesantemente armati. Quello della lega lombarda, invece, si basava sulla fanteria, una fanteria, però, di tipo nuovo, non più i contadini armati di forcone dei tempi di Carlomagno, bensì mercanti e artigiani facoltosi, attrezzati con ottime e leggere armature. Era proprio nel bergamasco che si costruivano, infatti, le migliori armi d’Europa.

Si riunirono tutti attorno al Carroccio, un grande carro a quattro ruote recante le insegne cittadine. Inizialmente usato come carro da guerra, aveva assunto col tempo un valore puramente simbolico. Pavesato con i colori del Comune, era trainato da buoi e trasportava un altare, una campana, una croce e le insegne cittadine. In tempo di pace era custodito nella chiesa principale della città cui apparteneva.

Il Carroccio fu protagonista nella battaglia di Legnano, durante la quale fu difeso, secondo la leggenda, dalla Compagnia della Morte, ovvero un'associazione militare di 900 giovani cavalieri accomunati dall'ordine di battersi fino alla morte senza mai retrocedere, guidata da Alberto da Giussano, personaggio immaginario che comparve in realtà solo in opere letterarie del secolo successivo. Sempre secondo la leggenda, durante il combattimento, tre colombe, uscite dalle sepolture dei santi Sisinnio, Martirio e Alessandro, si posarono sul Carroccio causando la fuga di Federico Barbarossa. Questo scontro è stato poi celebrato durante il Risorgimento come una vittoria del popolo italiano contro l'invasore straniero, tanto da essere menzionato ne Il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli e Michele Novaro, inno nazionale italiano dal 1946.

 

Fratelli d'Italia,

l'Italia s'è desta,

dell'elmo di Scipio

s'è cinta la testa.

Dov'è la Vittoria?

Le porga la chioma,

che schiava di Roma

Iddio la creò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

Noi fummo da secoli

calpesti, derisi,

perché non siam popoli,

perché siam divisi.

Raccolgaci un'unica

bandiera, una speme:

di fonderci insieme

già l'ora suonò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

Uniamoci, uniamoci,

l'unione e l'amore

rivelano ai popoli

le vie del Signore.

Giuriamo far libero

il suolo natio:

uniti, per Dio,

chi vincer ci può?

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

Dall'Alpe a Sicilia,

Dovunque è Legnano;

Ogn'uom di Ferruccio

Ha il core e la mano;

I bimbi d'Italia

Si chiaman Balilla;

Il suon d'ogni squilla

I Vespri suonò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

Son giunchi che piegano

Le spade vendute;

Già l'Aquila d'Austria

Le penne ha perdute.

Il sangue d'Italia

E il sangue Polacco

Bevé col Cosacco,

Ma il cor le bruciò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

In realtà il vero protagonista della battaglia di Legnano fu Guido da Landriano. Giussano non è mai esistito.

I cavalieri del Barbarossa erano appesantiti da molta ferraglia, si muovevano male, abituati com'erano a battersi contro un’altra schiera di cavalieri. Fu così che a Legnano (1176) i fanti lombardi accerchiarono la cavalleria imperiale, disarcionandola.

Fu in seguito a battaglie come questa che la cavalleria pian piano scomparve e con lei quell’aura favolosa che aveva accompagnato l’alto medioevo di Artù ed Excalibur, della Chanson de Roland e dell’amor cortese. Si prospettava un’aria nuova più prosastica, che avrebbe portato all’ascesa della classe media, la borghesia che preferirà il romanzo all’epica medievale.

Da allora in poi i Comuni furono liberi di governarsi da soli, di commerciare e persino farsi la guerra fra loro.

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Il Barbarossa e la saga di Kyffhäuser

10 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

 

 

Mentre i Comuni a poco a poco s’ingrandivano, papi e imperatori discutevano fra loro su chi fosse più importante. Gli imperatori si sentivano eredi dell’Impero romano che aveva dominato il mondo e pensavano che anche la Chiesa dovesse loro ubbidienza. I papi ritenevano che farsi carico delle anime fosse più importante che occuparsi dei corpi. Inoltre il Sacro Romano Impero era stato concesso a Carlo Magno da un papa. La chiesa sosteneva, dunque, che il Papa fosse il vero padrone dell’Impero e avesse il diritto di affidarlo solo a quei signori che godessero della loro fiducia. E qui entra la questione del diritto. A quei tempi era normale pensare che qualcuno avesse il diritto di governare su altre persone, solo per il fatto di essere figlio di persone già potenti e famose.

La lotta fra papato e impero divenne più aspra circa milleduecento anni dopo la nascita di Cristo. L’Imperatore si accorse di perdere terreno e cercò una terra sulla quale rafforzare il proprio potere. La scelta cadde sull’Italia. Da noi i feudi erano piccoli e fedeli all’imperatore, c’erano molti Comuni ma l’Imperatore sottovalutava la forza di artigiani e commercianti, in una parola della borghesia. Quanto al Papa, non aveva un esercito.

L’imperatore Federico, detto il Barbarossa, (1122-1190) raccolse un esercito di nobili feudatari fedeli e attraversò le Alpi, in cerca della nostra terra solatia e ricca. Pensava a una facile conquista. Come potevano i Comuni mercantili ribellarsi ai migliori cavalieri di Europa? Ai Comuni interessava solo rimanere liberi e commerciare, ma l’Imperatore voleva davvero diventare il padrone di tutto e di tutti. Riuniti nel suo accampamento i rappresentanti dei Comuni, impartì i suoi ordini: ogni Comune non avrebbe più dovuto battere moneta, né legiferare, né amministrare la giustizia. Avrebbe dovuto accogliere come capo un feudatario fedele all’Imperatore, avrebbe dovuto pagare tutte le vecchie tasse come i pedaggi e i pontatici, insomma tutto doveva tornare come prima e i cittadini si dovevano rassegnare a non essere più uomini liberi.

Poi fu la volta del Papa. Barbarossa chiese che Roma diventasse la capitale del suo Impero e che il Papa riconoscesse la sua inferiorità all’Imperatore.

I Comuni non ubbidirono e il Papa nemmeno.

Sul Barbarossa circolarono molte leggende, anche a causa della sua morte improvvisa mentre guadava un fiume. Una è quella dell'eroe dormiente, collegata alle più antiche britannico-celtiche di Artù e del Mabinogion. Tale leggenda vuole che egli non sia morto, ma addormentato con i suoi cavalieri in una caverna nelle montagne di Kyffhäuser in Turingia e che quando i corvi cesseranno di volare intorno alla cima, si desterà e porterà la Germania alla sua antica grandezza. A dominare il monumento eretto in suo ricordo è una torre alta 57 metri sormontata da una enorme corona imperiale. Una scalinata di 247 gradini conduce alla sommità della torre.

La saga di Kyffhäuser era nata per suo nipote Federico II, ma nel corso del secolo XIX, alcuni scrittori tra cui i fratelli Grimm, nell'opera le Saghe germaniche, ripresero la saga del monte Kyffhäuser, attribuendola al Barbarossa, dove egli è addormentato, seduto a un tavolo e la sua barba rossa cresce smisuratamente e ha già fatto due giri intorno al tavolo. Quando si completerà il terzo giro, Federico si sveglierà e combatterà una straordinaria battaglia: sorgerà il giorno del giudizio.

In realtà Barbarossa, come si usava allora, dopo la morte fu messo in acqua bollente per staccare la carne dalle ossa, ossa che dovevano in seguito essere portate in Terrasanta. Non ci arrivarono mai.

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La pietra nera

16 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

 

 

La leggenda narra che gli Arabi sono i discendenti di un figlio di Abramo, Ismaele, perdutosi nel deserto insieme a sua madre Agar. Agar e Ismaele, stanchi e assetati, furono soccorsi da un angelo che consegnò loro una pietra candida sulla quale posare il capo durante la notte. È questa pietra che viene custodita nella Kaaba, solo che, col passare degli anni, si è lentamente annerita a causa delle colpe degli uomini verso Allah. In realtà, non sappiamo se sia un meteorite o se appartenga a un precedente passato litolatrico.

Maometto nacque alla Mecca, figlio unico, presto orfano, di una famiglia di mercanti. Pare che fra le scapole avesse un neo che lo predestinava alla vita profetica. Sposò una vedova molto più vecchia di lui, della quale curava gli interessi economici. Ebbero sei figli tutti deceduti troppo presto. 

Crebbe in un clima già imbevuto di monoteismo. Nell’Arabia preislamica, infatti, erano presenti comunità di cristiani ed ebrei, e anche altre che non si riferivano a una struttura religiosa particolare. La pietra nera era nel frattempo stata rimossa per restaurare la Kaaba, ma i principali esponenti dei clan della Mecca, non riuscendo ad accordarsi su quale di essi dovesse avere l'onore di ricollocare la pietra al suo posto originario, decisero di affidare la decisione alla prima persona che fosse transitata sul posto: quella persona fu Maometto. Egli chiese un panno e vi mise al centro la pietra, poi la trasportò insieme agli esponenti dei clan più importanti, ognuno della quale reggeva un angolo del tessuto. Fu Maometto a inserire la pietra nel suo spazio, mettendo tutti d’accordo.

In base ad una rivelazione ricevuta dall’arcangelo Gabriele, Maometto cominciò dal 610 a predicare una religione strettamente monoteista. Le sue rivelazioni saranno raccolte, dopo la sua morte, nel Corano, il libro sacro dell’Islam. Anche lui, come Gesù, non fu profeta in patria. Pochissimi dei suoi compaesani si convertirono o lo ascoltarono all’inizio. 

Come nel Cristianesimo, vi fu un primo periodo di opposizione alla nuova religione, e di persecuzioni, con alcuni martiri che pagarono con la vita il rifiuto di abiurare all’Islam. Poi, sempre come nel Cristianesimo, la situazione si capovolse. Inizialmente Maometto si ritenne un profeta inserito nel solco antico-testamentario, ma la comunità ebraica di Medina non lo accettò come tale perché non appartenente alla razza di Davide. Cominciò così un periodo di guerre fra ebrei e musulmani. L’Islam fu imposto a forza e con la spada, da Medina alla Mecca.

Dopo aver assoggettato tutti i territori, Maometto morì senza aver nominato il suo successore. Lasciò nove vedove e una figlia femmina, Fatima, che perì pochi mesi dopo, ma fu destinata a divenire una figura di spicco nell’Islam.

All’inizio gli occidentali considerarono l’Islam come una delle eresie del Cristianesimo. La religione di Maometto si basava, infatti, su tradizioni arabe preislamiche (come il culto della Pietra Nera della Mecca) e su tradizioni cristiane siriache ed ebraiche.

Dopo la morte di Maometto gli Arabi uscirono dai confini della loro terra e si lanciarono alla conquista dei paesi vicini. Caddero nelle loro mani la Siria, la Mesopotamia, la Persia, l’Egitto, la costa settentrionale dell’Africa, la Spagna. Sembrava che l’impero arabo dovesse sostituire quello romano, ma l’avanzata fu arrestata su due fronti. A est gli Arabi si fermarono davanti alla penisola mediorientale, protetta dal mare e dalle montagne, grazie all’intervento bizantino. A ovest furono bloccati sui Pirenei dai Franchi.

I Franchi abitavano la Francia, anche se provenivano dalla Germania. Si erano mescolati ai Galli e ai romani che già popolavano la regione. Erano stati fra i primi ad accettare il Cristianesimo, a ubbidire al papa e a parlare la lingua di Roma, in parte mescolata al loro linguaggio. Il capo che sconfisse gli Arabi si chiamava Carlo, detto Martello per aver martellato i musulmani con la sua vittoria.

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