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miti e leggende

La siringa, il pavone e la dea Iside

17 Settembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

 

Da Le Metamorfosi di Ovidio, Storie della Tessaglia

 

La notizia della trasformazione di Dafne si diffuse per tut­ta la Tessaglia e i fiumi di quella regione si recarono dal padre di lei, Peneo. In realtà, non sapevano se consolarlo o congra­tularsi con lui: certo, aveva perduto la figlia, ma ora Dafne era diventata l’albero di Apollo, un dio grande e potente!

Comunque i fiumi accorsero alle falde del monte Pidno, dove viveva Peneo: mancava solo l’Inaco che, chiuso nel fon­do della sua grotta, piangeva disperato la scomparsa della fi­glia Io. Da giorni non sapeva più niente di lei; l’aveva cercata a lungo invano, e ora temeva il peggio...

Giove aveva visto Io che usciva dalla casa di suo padre e le aveva detto:- Sei una fanciulla bellissima, degna del re dell'Olimpo: beato chi ti sposerà!- Poi, indicandole il bosco ombroso, aveva aggiunto: - Perché non ti riposi fra quegli alberi freschi? Fa tanto caldo e il sole è alto nel cielo ... Non temere di incontrare le be­stie feroci, stai tranquilla: tu sei protetta da un grande dio ... da me, Giove in persona, che governa il cielo e scaglia i suoi terribili fulmini!

Io, spaventata e affascinata insieme, entrò nel bosco e Giove avvolse quel luogo in una fitta nebbia ...

Sua moglie Giunone, dall’alto dell’Olimpo, volse per caso lo sguardo verso la Terra e si accorse con meraviglia che la nebbia avvolgeva una vasta zona in un buio notturno. Capì che, in pieno giorno, quella nebbia non era naturale e si guar­dò intorno per cercare il marito: conosceva bene la sua passio­ne per le avventure amorose! In cielo non lo trovò. "Se non sbaglio, mi ha tradito un’altra volta!" pensò fra sé; e, mentre scendeva velocemente dall’Olimpo, ordinò alle nebbie di dissolversi.

Giove, prevedendo l’arrivo della moglie, aveva trasforma­to Io in una giovenca dal manto lucente. Anche così Io era bel­lissima; i suoi grandi occhi neri, però, erano pieni di tristezza e di sgomento ...

Giunone finse di non aver capito la verità, lodò la bellezza della giovenca e pregò Giove di regalargliela.

Il re dell'Olimpo è nei guai: che cosa deve fare? Se conse­gna la sua innamorata, si comporta in modo crudele, se non la consegna, scatena i sospetti della sua consorte: come si può negare a una moglie, a una regina, una semplice giovenca ... se è veramente solo una giovenca?

Così la dea ebbe in dono la sua rivale e, perché Giove non gliela portasse via di nascosto, la fece sorvegliare da Argo.

Ar­go era un essere mostruoso: aveva la testa coperta da cento oc­chi che dormivano a turno, due per volta, mentre gli altri ri­manevano aperti e continuavano a vigilare. Non perdeva mai di vista la povera Io; di giorno la faceva pascolare e di notte la chiudeva nella stalla, con un pesante giogo intorno al collo.

La fanciulla infelice brucava le foglie degli alberi e beveva l’acqua fangosa. Ogni tanto cercava di lamentarsi, ma dalla bocca uscivano solo muggiti e a quel suono subito taceva, spaventata dalla sua voce.

Un giorno andò a bere sulle rive del fiume, dove aveva gio­cato tante volte: quando vide il muso e le lunghe corna riflesse nell’acqua, si allontanò subito, terrorizzata e sbigottita ...

Anche il padre e le sorelle erano venuti a passeggiare sul fiume e Io si mise a seguirli sempre più da vicino ...

È cosi bella e mansueta quella giovenca! Il vecchio re l’accarezza, poi co­glie delle erbe e gliele porge: la giovenca lecca le mani del pa­dre, le riempie di baci e di lacrime. Vorrebbe parlare, dire chi è, raccontare la sua triste storia, ma come? Infine, con le zampe, traccia sulla sabbia delle parole che rivelano la verità! Allora il padre e le sorelle capiscono cosa è accaduto e piango­no disperatamente, abbracciando la giovenca bianca come la neve ... Ma Argo strappa Io a quell’abbraccio disperato e la spinge verso i monti; poi, dall’alto della cima, si mette di nuo­vo in guardia e scruta senza tregua da ogni lato.

Giove, però, non poteva più sopportare che Io soffrisse tanto; così chiamò Mercurio, suo figlio, e gli ordinò di uccide­re Argo.

Mercurio era un dio vivace e intelligente. Gli piaceva scherzare e passare il tempo in allegria, ma era sempre dispo­nibile a dare una mano a chi si trovava nei guai. Non sopporta­va i prepotenti e quando si trattava di dar loro una lezione sap­eva essere molto severo ... Amava moltissimo i viaggi, perciò Giove gli aveva regalato un paio di sandali alati, un bastone magico che dava il sonno e lo aveva nominato suo messaggero: così Mercurio faceva la spola fra il cielo e la Terra per far co­noscere agli uomini la volontà di suo padre.

Era fidato, veloce e aveva una gran parlantina: quando vo­leva convincere qualcuno, era capace di chiacchierare per ore e di raccontare splendide storie con una voce così delicata e suadente che era impossibile resistergli.

Anche quella volta Mercurio ascoltò con attenzione l’or­dine di suo padre Giove; poi, senza perdere tempo, mise ai piedi i sandali alati, prese il bastone che dava il sonno e scese in volo dall’Olimpo.

Era proprio contento di quell’incarico! Argo non gli piaceva affatto, così orrendo e senza pietà, mentre aveva una gran simpatia per Io: anche trasformata in giovenca continuava a essere molto bella ...

Quando giunse sulla Terra, si tolse subito i sandali alati, per non dare nell'occhio; conservò invece il bastone magico e finse di essere un pastore che guidava il suo gregge al suono di uno strano strumento fatto di canne.

Argo, sempre di vedetta sulla cima del monte, lo vide arri­vare da lontano e rimase affascinato da quella musica così par­ticolare.

Il giovane pastore veniva avanti ballando, seguito dalle sue pecore bianche. Aveva un'aria allegra e spensierata ...

"Cosa posso temere da lui?" pensò Argo "È un ragaz­zino e io sono un gigante, ha solo un bastone sottile mentre io ho cento occhi e braccia possenti! E poi, mi piacerebbe tanto sentire ancora le sue canzoni ..."

Così, quando il pastore fu più vicino, gli disse: -Perché non vieni a sederti all’ombra, insieme a me? È un bel posto per riposare! -

Mercurio sedette e subito iniziò a raccontare storie e a suonare dolcemente.

Il giorno passava e gli occhi di Argo si facevano pesanti per il sonno... Ma egli resisteva, non voleva chiuderli e, per svegliarsi, chiese chi aveva inventato quello strumento misterioso. Allora Mercurio cominciò a raccontare:

- Sui monti dell'Arcadia viveva una bellissima fanciulla di nome Siringa, Molti déi e divinità dei boschi ne erano inna­morati, ma lei adorava Diana e non voleva sentir parlare dell’amore. Vestiva come Diana e si distingueva da lei solo per l’arco di legno: quello della dea era tutto d’oro! -

Gli occhi di Argo cominciavano a chiudersi e Mercurio continuava a raccontare:

-Un giorno Pan, il dio dei pastori, le dichiarò il suo amore. La fanciulla rimase

 sconvolta alla vista del suo innamorato: aveva la barba caprina, gli zoccoli al posto dei piedi e due cor­na appuntite in mezzo alla fronte ... Terrorizzata, cominciò a fuggire; ma il fiume Ladone, amico di Pan, la raggiunse con le sue acque e frenò la corsa.

- Aiutatemi divinità dei monti, amici fedeli, trasforma­temi! - gridò Siringa, mentre il dio ormai le era accanto …

Così Pan si trovo fra le mani un ciuffo di canne palustri!

Sconsolato, Pan sospirò e l’aria, vibrando dentro le canne, produsse un suono sottile, simile a un lamento. Pan rimase in­cantato da quella musica dolce e nuova.

 

- In questo modo potrò continuare a stare con te! - disse; e con la cera unì insieme alcune canne di lunghezza diversa. Era nato un nuovo strumento, che ebbe il nome della fan­ciulla: Siringa! -

 

Mercurio raccontava, raccontava ... E alla fine tutti gli oc­chi di Argo si velarono e si chiusero.

Quando lo vede cedere, il dio smette di narrare, rende il sonno ancora più pesante toc­candogli le palpebre con la verga magica e, con una falce, taglia la terribile testa.

Ora tutti gli occhi di Argo sono spenti ... Giunone li prende e li pone sulla coda del pavone, animale a lei sacro: da allora quelle piume sono adorne di occhi lucenti!

Poi, piena d’ira, la dea manda un tafano a punzecchiare la giovenca:

 

- Tormentala, non darle tregua! Costringila a fuggire per tutto il mondo e fa’ che  non possa fermarsi mai!

 

Così Io si mette a correre senza posa, piena di terrore, finché non giunge al flume Nilo e si getta per terra, ormai pri­va di forze; poi solleva il muso verso l’alto e piange, rivolgen­do al cielo muggiti e gemiti disperati ... Giove allora abbraccia la moglie e le chiede perdono:

 

- Non far soffrire ancora quella povera fanciulla: ti giuro che non avrò più niente a che fare con lei!-

 

A tali parole la dea si calma ed ecco, Io riprende l’aspetto di una volta: le setole cadono dal corpo, le corna spariscono, l’occhio diviene più piccolo, il muso si ritira, le mani e le braccia compaiono di nuovo, mentre lo zoccolo si divide in cinque dita ...

È tornata una fanciulla: solo la sua pelle è rimasta can­dida, come il manto della giovenca.

Ora, in Egitto, è Iside, una dea famosissima che ha la te­sta adorna di splendide corna lucenti ...

 

 

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Narrare e leggere "belle storie"

14 Settembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #cultura, #educazione, #miti e leggende

 

 

 

 

 

Poiché non si può parlare di lettura senza parlare di libri, inizierò col raccontare qualcosa che ha a che fare con uno dei miei autori preferiti, Robert Louis Stevenson... Come è noto, nel 1889, a trentanove anni, Stevenson si trasferisce con la famiglia nelle isole Samoa, dove rimarrà fino al termine della sua breve e intensa vita. In questi anni di permanenza, Stevenson si meriterà dagli indigeni il nome di “Tusitala”, cioè “colui che racconta belle storie”, in particolare quelle della tradizione della Scozia, di cui era originaria la sua famiglia. Scrive Stevenson nel suo libro-diario “Nei mari del Sud”:

 

Quando volevo cercare qualche particolare di un costume selvaggio o di una credenza superstiziosa, frugavo indietro nella storia dei miei padri e ripescavo qualche tratto di eguale barbarie: Michael Scott, la testa di Derwentwater, la seconda vista, lo Spirito delle acque, ciascuno di questi ho trovato che funzionava come esca; la testa del toro nero di Sterling mi ha procurato la leggenda di Rahero; e ciò che sapevo dei Cluny Macpherson o degli Appin Stewart mi permise di conoscere i Tevas di Tahiti e mi aiutò a capirli. L’indigeno non si vergognava più, il suo senso di fratellanza cresceva e le sue labbra si aprivano”. (1)

 

Stevenson è orgoglioso di saper comunicare con queste persone con questi “ascoltatori e  narratori di storie”,(2) come egli li chiama. Così descrive una serata di veglia trascorsa in compagnia di uno straordinario narratore delle isole Paumotu: “Stretti intorno alla lampada serale, col sottofondo della risacca, pendevamo dalle sue labbra, emozionati” (3). Un intero capitolo di “Nei mari del Sud” è dedicato alla “storie cimiteriali” raccontate da costui, storie che venivano narrate durante le veglie funebri per esorcizzare la paura della morte e per consolare.(4)

Il 3 dicembre 1894, Robert Louis Stevenson si spegneva all’improvviso, colpito da emorragia cerebrale. Il suo biografo, Graham Balfour, racconta puntualmente la solenne cerimonia funebre: i capi indigeni, grati allo scrittore per essersi opposto alla colonizzazione americana e tedesca delle Samoa, aprirono in poche ore una strada nella foresta perché Stevenson, com’era suo desiderio, potesse essere sepolto sulla cima del monte Vea, “alto sui litorali bianco e celesti dell’isola di Upolu”, ai piedi del quale aveva costruito la sua casa, “una casa grande, e con un  grande e inutile caminetto di pietra, e un’ampia veranda affacciata sul panorama” (5)

Certo, Stevenson si guadagnò la riconoscenza degli indigeni per essersi opposto alla colonizzazione tedesca ed americana delle isole Samoa, ma si può di certo pensare, e mi piace pensare, che è anche al fascino delle storie da lui raccontate che deve gli onori che gli indigeni gli tributarono seppellendolo in cima a quel monte. Non sappiamo quanto le sue storie fossero comprese nel loro profondo significato, se la loro struttura fosse evidente, se i personaggi fossero individuati nelle loro caratteristiche, e francamente questo non è  affatto importante; ciò che conta è il fascino che quelle storie emanavano, la suggestione, la magia: sono questi i fili invisibili che hanno incatenato gli abitanti delle Samoa, così diversi per cultura, lingua, tradizioni, visione del mondo, ad un grande scrittore dalla strana vita proveniente dall’altro capo del mondo, e lui a loro; e ciò che ha reso possibile questo legame è stata proprio la narrazione, l’incanto della parola, della voce umana.

Stevenson quindi, fornisce “indicazioni didattiche” molto utili a chi vuol sperimentare nuovi modi per motivare alla lettura: un ambiente caratterizzato dalla piacevolezza, dall’intimità e dalla presenza della voce umana, la gratuità del raccontare, l’amore che il narratore nutre per le sue storie, la narrazione che veicola la letteratura e in genere l’insegnamento...

Queste indicazioni le ritroviamo anche in Daniel Pennac, autore contemporaneo di romanzi per adulti come Il paradiso degli orchi, La fata carabina, La prosivendola e di Signori bambini. Pennac, in Come un romanzo, un saggio piacevolissimo e molto stimolante che appunto si legge  come un racconto, affronta il problema della disaffezione alla lettura nei giovani e indaga sul perché il libro si stia sempre di più trasformando in una “muraglia” che ci separa dai nostri figli e dai nostri allievi.

Nel saggio Pennac parte dalla sua esperienza di genitore di un ragazzo che non ama leggere e ripercorre all’indietro le tappe che hanno portato il figlio a questa disaffezione, un “male” che colpisce anche gli alunni del liceo parigino dove l’autore insegna francese. Così inizia il suo libro:

 

“Il verbo leggere non sopporta l’imperativo, avversione che condivide con alcuni altri verbi: il verbo “amare”... il verbo “sognare”... Naturalmente si può sempre provare. Dai, forza: “Amami!”, “Sogna!” “Leggi!”... Risultato? Niente.”(6)

 

Questa avversione alla lettura, continua Pennac, diventa una muraglia perché è veramente inconcepibile per noi, soprattutto “...se apparteniamo a una generazione, a un’epoca, a un ambiente, a una famiglia dove la tendenza era piuttosto quella di impedirci di leggere. ‘Ma smettila di leggere, insomma, ti rovinerai gli occhi!... Spegni la luce! E’ tardi!... Leggere a quei tempi era un atto sovversivo. Alla scoperta del romanzo si univa l’eccitazione di disobbedire alla famiglia. Duplice incanto! Oh, il ricordo di quelle ore di lettura rubate sotto le coperte alla luce di una torcia elettrica!”(7). Dopo aver riflettuto su se stesso bambino, Pennac riflette su se stesso genitore:

 

“Siamo giusti: non abbiamo pensato subito di imporgli la lettura come dovere. All’inizio abbiamo pensato subito al suo piacere. I suoi primi anni ci hanno messo in uno stato di grazia e l’assoluto stupore dinanzi a questa nuova vita ci ha conferito una sorta di genialità. Per lui siamo diventati narratori. Dal primo sbocciare in lui del linguaggio abbiamo incominciato a raccontargli delle storie. Era un talento che ignoravamo di avere... Se invece non abbiamo avuto questo talento, se gli abbiamo raccontato le storie di altri, e anche piuttosto male, cercando le parole, storpiando i nomi propri, confondendo gli episodi... poco importa. E se anche non abbiamo raccontato affatto, se ci siamo limitati a leggere a voce alta, eravamo il suo romanziere, il narratore unico grazie al quale ogni sera lui si infilava nel pigiama del sogno prima di scomparire sotto le lenzuola della notte. O meglio, eravamo il Libro. Ricordatevi di quell’intimità così ineguagliabile. Come ci piaceva spaventarlo per il puro piacere di consolarlo! E lui, come chiedeva quello spavento! Già così poco credulone, eppure tutto tremante di paura. Un vero lettore, insomma... Che pedagoghi eravamo, quando non ci curavamo della pedagogia!” (8)

 

Anche Pennac, quindi, ci invita a creare ambienti “caldi”, leggere per il piacere di farlo, e soprattutto a narrare, legando quindi strettamente lettura e narrazione.

La narrazione, infatti, “è una delle forme di discorso più diffuse e più potenti della comunicazione umana”(9) Fra le sue straordinarie caratteristiche ha quella di ordinare in sequenza gli eventi, di renderli lineari, di collegarli logicamente, ma anche di elaborare ciò che esula dalla norma, “l’elemento insolito”, e quindi di dargli significato. La curiosità del bambino verso il nuovo, l’inusuale, il divergente, che diventa nell’adulto desiderio di conoscenza, amore per la ricerca e la scoperta, potrebbe avere qui le sue radici. La narrazione infatti investe fin dall’inizio la vita dell’uomo: i concetti di bene e di male, i valori, i comportamenti, i canoni estetici ecc., vengono trasmessi al bambino attraverso racconti ed egli, a sua volta, per rapportarsi al mondo, impara a raccontare attraverso suoni, gesti, parole, frasi che l’adulto trasforma in storie, in comunicazione. Il meccanismo della narrazione è così connaturato all’uomo che i bambini comprendono le storie ancora prima di aver appreso a parlare ed avanza l’ipotesi che “la struttura della grammatica umana potrebbe aver avuto origine da una pulsione protolinguistica a narrare.”(10)

Narrare quindi, e narrare belle storie” a casa e a scuola, creando ambienti gradevoli dove il clima sia quello descritto da un altro dei miei autori preferiti, Italo Calvino, nella prefazione al suo libro “Se una notte d’inverno un viaggiatore”:Mettetevi comodi...”

La lentezza, la piacevolezza, la gratuità: modi di essere spesso sconosciuti a scuola. Ci sono i programmi da finire, le verifiche da fare, e poi le aule sono disadorne, i banchi rotti, la luce fredda... Chi di noi, anche se appassionato lettore, amerebbe immergersi nel suo libro in un ambiente simile? Allora, per prima cosa, creiamo con i ragazzi un luogo nuovo, “nostro”, dove stare bene. Se nella scuola c’è uno spazio che nessuno utilizza, si può trasformare in un luogo magico, dove perdersi nelle storie (“Siate maghe!” raccomanda Pennac alle bibliotecarie, e l’invito potrebbe di certo estendersi a tutte le insegnanti, “e i libri voleranno direttamente dagli scaffali alle mani del lettore”) (11). Si può trasformare, ad esempio, in una sala oscurabile, quasi buia, dove gli alunni stanno seduti su tappeti o stuoie; si chiede loro di rilassarsi come desiderano; l’insegnante legge in modo lento ed espressivo, illuminata da un faretto; al termine della lettura si rimane per un poco in silenzio (Pennac suggerisce di non uscire bruscamente dalle storie...), poi l’insegnante invita gli alunni a sedersi in cerchio, all’indiana, e, senza accendere la luce, chiede loro come sono stati, se sono riusciti a concentrarsi, se c’è un’immagine che li ha particolarmente colpiti, se questa immagine suscita in loro ricordi personali o di altre storie; nelle risposte si segue l’ordine del cerchio, ma nessuno è obbligato a parlare... Se lo spazio non c’è, si può trasformare la propria classe: ognuno porta da casa un cuscino, da conservare insieme a quelli dei compagni dentro un grande sacco “parcheggiato” in un angolo della classe insieme ad una stuoia o ad un tappeto, e quando è il momento opportuno, si stendono stuoie e tappeti, il sacco si apre, le finestre si chiudono un poco, l’insegnante si siede in mezzo ai ragazzi, apre il libro e... comincia il viaggio nelle storie!

Come avrete notato in questi piacevoli luoghi si legge ad alta voce. Insieme alla narrazione, questo tipo di lettura è un altro “mezzo magico” troppo spesso trascurato. “Il leggere con forte motivazione e partecipazione emotiva, e quindi con gioia e gratificazione personale, è la vera decisiva pratica che deve mirare a promuovere una valida educazione alla lettura” (12), e la lettura ad alta voce, contrariamente a quanto spesso si ritiene, stimola il desiderio di leggere attraverso il suono, il ritmo ed anche la gestualità. Questi preziosi strumenti della comunicazione, che non vengono utilizzati nella lettura, facilitano la comprensione del testo e lo rendono più piacevole arricchendolo di quella “teatralità” che rende tanto accattivanti i mass-media:

La narrazione non può essere senza voce”, scrive Bruner.(13)

Infatti “...leggere significa stabilire una relazione attraverso il tatto, la vista, l’udito (le stesse parole risuonano). Si legge con tutto il corpo... Le parole, il modo in cui si succedono, le ripetizioni, la loro musica, il loro corpo affascinano. E il piacere viene leggendo, inspiegabile e desiderabile” (14); e nella lettura, “la voce della madre, del padre (del maestro, del professore) ha una funzione insostituibile... per la promozione del libro da mero oggetto di carta stampata a ‘medium’ affettuoso, a momento della vita” (15)

James Joyce a chi lo accusava di scrivere opere troppo complesse, rispondeva che tutti sarebbero stati in grado di capirle se fossero state lette ad alta voce.

Quindi, attrezzare luoghi “caldi” dove narrare e leggere ad alta voce “Belle Storie”. Ma che cosa s’intende per “belle storie”? Quali racconti, quali libri possono essere definiti tali e quindi proposti perché possano catturare alla lettura?

Fra i dieci diritti del lettore elencati da Pennac nel suo già citato saggio, c’è anche quello di “leggere qualsiasi cosa” (16), sia i “buoni” che i “cattivi” romanzi, perché, come quelle del Signore, le vie della lettura sono infinite ed alla fine, se non si è stati demonizzati e repressi, arriva il momento in cui “al romanzo chiediamo qualcosa di più della soddisfazione immediata ed esclusiva delle nostre sensazioni”, e le buone letture  hanno la meglio sulla letteratura “usa e getta” che “si limita a riprodurre all’infinito gli stessi tipi di racconti, che fabbrica stereotipi a catena, fa commercio di buoni sentimenti e sensazioni forti, prende al volo tutti i pretesti offerti dall’attualità per sfornare una narrativa di circostanza...” (17)

Se questo è vero, esistono comunque “belle storie”, più capaci di altre di affascinare e quindi di motivare alla lettura? Italo Calvino aveva un’opinione in proposito. Nel suo libro “Perché leggere i classici” (il titolo è da leggersi come un’affermazione, e non come un interrogativo...) egli dà 14 definizioni di che cosa è un classico; ve ne propongo alcune fra quelle più significative per me:

“i classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale...

... i classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti...

... il classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire...

... il TUO classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui...

... si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati...

...le letture in gioventù possono essere poco proficue, per impazienza, distrazione, inesperienza delle istruzioni per l’uso, inesperienza della vita. Possono essere (magari nello stesso tempo) formative nel senso che danno una forma alle esperienze future, fornendo modelli, contenitori, termini di paragone, schemi di classificazione, scale di valori, paradigmi di bellezza: tutte cose che continuano a operare anche se del libro letto in gioventù ci si ricorda poco o nulla. Rileggendo il libro in età matura, accade di ritrovare queste costanti che ormai fanno parte dei nostri meccanismi interiori e di cui avevamo dimenticato l’origine. C’è una particolare forza nell’opera che riesce a farsi dimenticare in quanto tale, ma che lascia il suo seme... Naturalmente  questo avviene quando un classico “funziona” come tale, cioè stabilisce un rapporto personale con chi legge. Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore. Tranne a scuola: la scuola deve farti conoscere bene o male un certo numero di classici tra i quali (o in riferimento ai quali) tu potrai in seguito riconoscere i “tuoi” classici. La scuola è tenuta a darti degli strumenti per esercitare una scelta...” (18)

Forse, tenendo conto di tutto questo, la classicità, la lettura dei classici, come elemento di identità culturale ma anche di apertura alle altre culture, come motivazione al leggere, chiave di accesso allo scrivere, stimolo al narrare, come contributo alla formazione della persona, potrebbe essere un elemento di continuità della scuola dell’obbligo. Se lavorare in continuità nella scuola significa soprattutto eliminare i “disturbi” che impediscono la progressiva formazione e crescita culturale e personale dell’alunno, quale disturbo più grande ci può essere della disaffezione alla lettura? Per tutte le caratteristiche che Calvino ci ha elencato, i classici possono essere considerati fra gli “apprendimenti significativi”, cioè quegli apprendimenti che rimangono nella memoria, sui quali è possibile saldare altre conoscenze e che motivano ad altri apprendimenti.

Scrive Pennac: “In argot (19) francese leggere si dice ‘ligoter’, che vuole anche dire ‘incatenare’. Nel linguaggio figurato un grosso libro è un ‘mattone’. Sciogliete quelle catene e il mattone diventerà una nuvola.”

La lettura dei classici, "facilitando” la riconciliazione fra i nostri ragazzi ed i libri, può contribuire forse a tale magia.

Ma quali classici si devono privilegiare nella scuola dell'obbligo? A mio parere, i racconti tradizionali, cioè le fiabe, le favole, i miti, le saghe e le leggende epiche, devono avere un ruolo fondamentale. Perché? Perché sono storie che “hanno una storia”, che vengono da lontano, che “hanno viaggiato attraverso il mondo e si sono colorate qua e là di sfumature, riferimenti, chiaroscuri attinti cammin facendo” (20); sono storie nate dalla narrazione, dalla tradizione orale (perciò si prestano ad essere narrate, raccontate) e sono divenute poi letteratura (perciò si prestano ad essere lette, indagate nella loro struttura, “ricalcate” per dar vita ad altre storie).

Questi racconti sono anche patrimonio della nostra cultura ed una identità culturale forte è importante proprio nel momento in cui ci si apre all’Europa e si incontrano, cosa che sarà sempre più frequente, altre culture. Non dimentichiamo fra l’altro che oggi le trame ed i motivi di questi classici sono conosciute dai ragazzi attraverso il cinema e la televisione. Ciò rappresenta un vantaggio per l’insegnante che può contare, contrariamente a quanto avviene quando si affrontano altri generi, su un repertorio a cui può fare riferimento.

Oltre a motivare, i racconti tradizionali servono a “leggere la realtà”: il linguaggio della pubblicità, dei giornali, dei mass-media in genere fa continuo riferimento ai classici (l’Odissea dei profughi, il governo è in un dedalo, è fra Scilla e Cariddi, quel ministro è più ricco di Mida, il delitto della Circe della Versilia ecc.); come pure la pittura e l’arte di tutti i paesi ed in particolare del nostro Rinascimento.

Spesso i grandi classici giungono nelle mani dei ragazzi attraverso riscritture e riduzioni. Molti si chiedono: è opportuna questa procedura? Non è forse lesiva della personalità dell’autore? Non è fuorviante per il lettore che crede di leggere il testo di un autore mentre in realtà legge l’interpretazione che di quel testo ha dato un altro?

A questi interrogativi, alcuni rispondono di sì, e si schierano nettamente contro le riduzioni e le riscritture; altri sostengono che dipende: dalla riduzione, dalla riscrittura, dal testo “trattato”. Ci sono storie che i bambini amano, che possono accendere in loro immaginazione e fare “da esca”, come diceva Stevenson, ad altre storie. I miti della classicità e le leggende epiche ne sono un esempio. Ma per un alunno della scuola dell’obbligo leggere in versione integrale le Metamorfosi di Ovidio, l’Asino d’oro di Apuleio, la Saga dei Nibelunghi, la Canzone di Orlando, il Cantare del Cid è impossibile e penso rappresenterebbe un deterrente infallibile verso qualsiasi desiderio futuro a proseguire nella conoscenza. Però queste storie ai ragazzi piacciono, e molto. Allora ben vengano le riduzioni e le riscritture, fondate però su una profonda conoscenza dei testi che permetta di rispettare le caratteristiche dell’opera e di raccontarla con un linguaggio capace di suscitare emozioni e di stimolare l’immaginazione.

Accanto a tanti denigratori delle riscritture, mi piace citare un autorevolissimo difensore dei classici a misura di bambino, Elia Canetti, che, a proposito delle sue prime esperienze di lettore, racconta:

 

Andavo già a scuola da qualche mese, quando accadde una cosa solenne ed eccitante che determinò tutta la mia successiva esistenza. Mio padre mi portò un libro. Mi accompagnò da solo nella stanza sul retro dove dormivamo noi bambini e me lo spiegò. Era le ‘Mille e una notte’ in un’edizione adatta alla mia età... Lui stesso mi lesse ad alta voce una storia: altrettanto belle sarebbero state tutte le altre. Dovevo cercare di leggerle da solo e poi la sera raccontargliele. Quando avessi finito quel libro, me ne avrebbe portato un altro... Mi gettai subito su quel libro meraviglioso e ogni sera avevo qualcosa da raccontargli. Lui mantenne la promessa, ogni volta c’era un libro nuovo... Era una collana di libri per bambini... Che collana stupenda e impareggiabile! Non ce n’è mai stata un’altra simile. I titoli li ricordo tutti. Dopo Le Mille e una notte vennero le fiabe dei Grimm, Robinson Crusoe, i viaggi di Gulliver, i racconti tratti da Shakespeare, Don Chisciotte, Dante, Guglielmo Tell. Mi domando come fosse possibile ridurre il poema per renderlo adatto ai bambini. Ogni volume aveva parecchie illustrazioni a colori che però non mi piacevano, erano molto più belle le storie (ecco un prezioso suggerimento per chi produce testi, antologie ecc troppo carichi di immagini e abbellimenti in genere...); non so se nemmeno oggi sarei in grado di riconoscere quelle figure. Sarebbe facile dimostrare che quasi tutto ciò di cui più tardi si è nutrita la mia esistenza era già contenuto in quei libri, i libri che io lessi per amore di mio padre nel mio settimo anno di vita. Dei personaggi che poi non mi avrebbero più abbandonato mancava soltanto Ulisse”(21)

Buone riduzioni, unite all’intimità ed alla voce paterna, hanno guidato questo bambino verso altissime mete; forse possiamo sperare in qualcosa di positivo anche per i nostri ragazzi.... Da Canetti ci viene anche un altro prezioso suggerimento: è bene ripensare a che cosa ci ha spinto ad essere lettori appassionati e poi, nel nostro caso, insegnanti appassionati perché questi due aspetti non possono essere disgiunti: 1989 “l’insegnante ... trasmette, per vie soprattutto indirette, il piacere da lui vissuto di leggere, ...‘contagia’ l’alunno  col suo amore della lettura” (22)

Un ultimo accenno alle rivisitazioni dei testi. Italo Calvino, per “giustificare” i suoi interventi sulle fiabe da lui raccolte, racconta di essersi fatto forte di un proverbio toscano: “la novella nun è bella se sopra nun ci si rappella”, cioè “la novella vale per quel che su di essa tesse e ritesse ogni volta chi la racconta, per quel tanto di nuovo che ci s’aggiunge di bocca in bocca” (23). Credo che questo possa valere per gli altri racconti tradizionali anch’essi figli della tradizione orale. Infatti è passando di bocca in bocca, di generazione in generazione, che i racconti tradizionali si sono sviluppati e arricchiti, sono mutati nei particolari perché cambiavano gli interessi e le caratteristiche di chi ascoltava; i temi centrali invece, i messaggi universali che questi racconti volevano trasmettere sono rimasti costanti nel tempo e sono giunti fino a noi. Rileggendo e raccontando con voce nuova antiche storie non si fa altro che camminare nella strada che esse percorrono da millenni e continuarne la trasformazione, per contribuire alla continua rinascita del mondo dell’immaginario.

 

 

(1)R.L.Stevenson, Nei mari del Sud, Mondadori, 1994

(2)R.L.Stevenson, Op.cit.

(3)R.L.Stevenson, Op.cit.

(4)La funzione “terapeutica” della narrazione viene utilizzata anche da Tilde Giani Gallino in Il fascino dell’immaginario, SEI, 1988, un libro che insegna ad usare l’immaginazione per dialogare con il proprio inconscio.

(5) R. L. Stevenson, Lettera al dottor Hyde, a cura di A.Bigongiali, Sellerio 1994

(6) D.Pennac, Come un romanzo, Garzanti, 1992

(7) D.Pennac, Op.cit.

(8) D.pennac, Op.cit.

(9) J.Bruner,“La ricerca del significato”, Boringhieri 1992

(10) J.Bruner, Op.cit.

(11) D.Pennac, Op.cit.

(12) F.Cambi-G.Cives, Il bambino e la lettura, ETS, 1997

(13) J.Bruner, Op.cit.

(14) Lionel Bellenger, Saper leggere, Editori Riuniti, 1980

(15) G.Rodari, Nove modi per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura, in Scuola e fantasia, Editori Riuniti, 1992.

(16) D.Pennac, Op.cit.

(17) R.Valentino Merletti, Leggere ad alta voce, Mondadori, 1996

(18) I.Calvino, Perché leggere i classici, Mondadori,1991

(19) argot: è il gergo dei malviventi parigini

(20) D.Demetrio, Agenda interculturale, Meltemi, 1990

(21) E.Canetti, La lingua salvata, Adelphi, 1991

(22) Maria Luisa Altieri Biagi, in  R. Cardarello- A. Chiantera (a cura di), Leggere prima di leggere. Infanzia e cultura scritta, La Nuova Italia, 1989

(23) I.Calvino, Fiabe italiane, Einaudi, 1988

 

 

 

 

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L'alloro

10 Settembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

Da Le Metamorfosi di Ovidio, Storie della Tessaglia

 

Febo Apollo, figlio di Giove, era il dio della musica e della poesia. Spesso, accompagnandosi con la cetra, cantava splendide storie che facevano dimenticare ogni dolore a chi aveva la fortuna di ascoltarle. Possedeva un bellissimo arco d’argento ed era orgoglioso della sua mira infallibile, troppo orgoglioso ...

Anche Cupido, il dio dell’Amore, possedeva un arco. Cupido era un bambino bellissimo e aveva costruito questo arco da solo, con legno di frassino, perciò ne andava molto fiero. Certo, il suo arco non era d’argento come quello di Apollo, ma poteva scagliare frecce d’oro o di piombo che avevano straordinari poteri e raggiungevano sempre il bersaglio: chi veniva colpito dalle frecce d’oro, si innamorava; chi veniva colpito da quelle di piombo non riusciva ad amare. Cupido era molto potente! Gli altri dèi, però, non lo prendevano sul serio perché era solo un bambino e questo lo mandava su tutte le furie.

Un giorno Febo aveva visto il piccolo dio mentre tentava di piegare l’arco per allacciare la corda ai due estremi.

- Cosa vuoi fare, tu, un fanciullo, con armi così grandi? - gli aveva detto - Questa è roba per me, che ho una mira infallibile e so colpire al volo belve e nemici! Fai pure i tuoi giochi da ragazzino e non tentare di imitarmi!

Il dio dell’amore gli rispose:

- Il tuo arco può trafiggere tutti, caro Apollo, ma il mio può trafiggere te ... –

Così dicendo, si alzò veloce nell’aria e trasse dalla faretra una freccia d’oro e una freccia di piombo: con quest’ultima Cupido trafisse Dafne, figlia di Peneo, fiume della Tessaglia; con l’altra colpì Apollo, trapassandolo fino al midollo.

Subito Febo si innamorò, mentre la fanciulla non voleva neppure sentire la parola «amore»: desiderava stare nel fitto dei boschi, a caccia di animali selvatici, con i capelli scarmigliati, trattenuti solo da una fascia. Molti, in passato, l’avevano chiesta in sposa, ma Dafne non voleva saperne: amava solo la sua foresta. Spesso il padre le diceva:

-  Figlia mia, scegli un marito, dammi dei nipoti!-

Ma lei lo abbracciava teneramente e lo pregava di lasciarla sola e libera, come la dea Diana.

Il padre, alla fine, si era rassegnato: se la sua Dafne non voleva sposarsi, non poteva certo costringerla ... Ma Apollo non si dava pace, era troppo innamorato! La seguiva ovunque, la spiava ... Guardava i capelli che le scendevano in disordine sulle spalle e pensava: «Come sarebbero belli, se li pettinassi!»

Gli occhi di Dafne erano per lui come stelle luminose; le dita, le mani, le braccia, tutto di lei gli sembrava bellissimo ...

La fanciulla invece lo sfuggiva e non si curava del suo innamorato. Un giorno Apollo la sorprese mentre riposava a¬l’ombra di un grande albero.

«Finalmente potrò dirle quello che ho nel cuore» pensò il dio, pieno di speranza.

Però non osava avvicinarsi, non voleva spaventarla: quegli occhi stupendi che si riempivano di terrore alla sua vista, lo facevano tanto soffrire ...

- Dafne ... - chiamò con un filo di voce, da lontano.

Sentendo pronunciare il suo nome, la figlia di Peneo si svegliò, si guardò intorno ... Da dietro una siepe Apollo le sorrideva, emozionato e tremante ...

Subito la fanciulla balzò in piedi e si mise a correre, più svelta del vento; correva, correva e non si fermava alle parole del dio:

- Ti prego Dafne, fermati! Non voglio farti del male, aspetta! Ho paura che tu cada, che i rovi ti graffino le gambe, che ti faccia male per colpa mia ... Corri più adagio, non fuggire!  Sai, io non sono un semplice pastore, sono i1 signore della terra di Delfi: Giove è mio padre! Rivelo agli uomini il futuro e so suonare la cetra. Io ho inventato la medicina e conosco i segreti delle erbe, ma non c’è erba che guarisca dall’amore! Le mie frecce sono infallibili ma una, più potente delle mie, mi ha ferito al cuore e nessuna medicina può aiutarmi ...

Avrebbe voluto dire tante altre cose, ma Dafne continuava a fuggire impaurita, lasciandolo con il discorso a metà. La paura la rendeva ancora più bella: il vento lieve le mandava indietro i capelli e agitava la veste leggera ...

Ma il dio è più veloce, non le dà tregua e infine è alle sue spalle ... Dafne non ha più forze, è pallida, disperata ...

- Aiutami padre! – dice - Se voi fiumi avete qualche potere, trasformatemi, fate scomparire il mio corpo che è troppo piaciuto ...

Ha appena finito la sua preghiera, che una grande stanchezza la invade, il petto delicato si fascia di una corteccia sottile, i capelli diventano fronde, le braccia si trasformano in rami; il piede, prima così veloce, è trattenuto da profonde radici; il volto si copre di foglie, lucenti come i suoi occhi.

Ma anche così Febo è innamorato e stringe fra le sue braccia i rami, bacia il legno, che però cerca di sfuggire ai suoi baci ... Allora dice:

Se non puoi essere la mia sposa, sarai il mio albero: ti porterò sempre sui capelli e sulla cetra, adornerai il trionfo dei condottieri vittoriosi. E come i miei capelli rimangono eternamente giovani, così tu avrai le foglie sempre verdi e sarai eternamente bella.

Poi Febo tacque. L’alloro fece cenno con i rami appena nati e agitò la cima come per dire di sì col capo.

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La struttura de Le Metamorfosi di Ovidio

3 Settembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

Chi legge le Metamorfosi ha l'impressione di trovarsi di fron­te a un'opera molto varia, ma anche profondamente unitaria e armoniosa. Questa unità è dovuta alla presenza di alcuni elementi che si ripetono costantemente:

 

a) Tutti i racconti hanno due temi comuni: la trasformazione di esseri umani in forme sempre nuove, e l'amore, narrato in tutti i suoi aspetti: la fedeltà fra marito e moglie, l'affetto fra genitori e figli, il desiderio di avventura, la passione.

b) La trasformazione avviene sempre attraverso il cambiamento degli stessi elementi fisici: dimensione, posizione, volume, numero degli arti, colore della pelle, voce; inoltre si verifica generalmente di pomeriggio, quando il caldo è più intenso, e vicino a un fiume, a una fonte o in un bosco, dove i protagonisti della storia giungono assetati e in cerca d'ombra.

c) L'amore passa sempre attraverso gli occhi: i vari personaggi si innamorano al primo sguardo, affascinati dalla bellezza di giovani e fanciulle.

Non sempre però l'amore è corrisposto e spesso le fanciulle cercano di sfuggire ai loro innamorati; quindi, un altro elemento costante è l'inseguimento, che spesso si conclude con una trasformazione quando le belle fuggitive stanno per essere raggiunte.

d) Ogni storia è collegata all'altra e i legami che più di frequente le uniscono, sono:

• la somiglianza o la diversità dei temi (alcuni racconti hanno tutti per tema l'amore o la vendetta o l’amicizia, mentre altri contrappongono il rispetto per gli déi all'empietà, la generosità alla cupidigia...);

• il personaggio (i racconti hanno io stesso protagonista);

• la parentela (il protagonista di un racconto è padre o figlio o marito… di quello del racconto successivo);

• il luogo ( le avventure dei vari personaggi si svolgono nello stesso luogo).

In molti casi i racconti sono incastonati gli uni negli altri: mentre si svolge una vicenda, i personaggi narrano altre storie per alleviare la fatica del lavoro, per farsi conoscere meglio, per divertire, per consolare, per dare insegnamenti.

Ogni storia, quindi, richiama l'altra, in modo da tenere viva l'attenzione di chi legge. Infatti ciò che interessa Ovidio è proprio raccontare, all'infinito: questo grande poeta è un «mitologo» nel senso più antico del termine, cioè un «narratore di storie». E sempre per garantire questa curiosità, questa tensione del lettore, Ovidio non fa coincidere la fine di una storia con la fine di un libro, ma la continua nel successivo, dove ha inizio una nuova vicenda.

Inoltre, per intere pagine i verbi sono al presente, allo scopo di rendere il lettore partecipe del racconto: tutto avviene sotto i suoi occhi. Anche le descrizioni che Ovidio fa di luoghi, personaggi, fenomeni naturali, sono ricche di particolari: chi legge, deve anche «vedere» ciò che accade. C’è un legame molto stretto fa le scene descritte dal poeta e antiche statue greche e romane o affreschi ritrovati a Pompei. Probabilmente Ovidio conosceva queste opere e ne fu colpito; certamente le sue storie ispirarono in seguito artisti come Botticelli, Tintoretto, Tiziano, Veronese,Raffaello, Rubens, Bernini.

Anche in questo modo Ovidio, e soprattutto i miti, continuano a vivere e a raccontare le loro eterne, affascinanti storie.

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"Le Metamorfosi" di Ovidio

27 Agosto 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

Le Metamorfosi (Le Trasformazioni), sono un poema in 15 libri e comprendono miti e leggende di origine greca e romana: in circa 250 racconti, Ovidio riassume tutto l'antico mondo della mitologia, che va da Omero fino ai poeti dell'età di Augusto. Ovidio infatti si propone di narrare una «storia dell'universo» attraverso le trasformazioni che in esso sono avvenute, e per far questo, si ispira a tutta la mitologia classica, ma soprattutto a quella dell'età ellenistica.

La letteratura dell'età ellenistica ebbe, infatti, un interesse molto vivo per il tema delle trasformazioni e in particolare per l’eziologia (dai greco «aition» = causa), cioè la ricerca della causa, dell'origine di alcuni fenomeni. I racconti eziologici erano destinati a spiegare fatti sorprendenti: cerimonie particolari, strane usanze, nomi di luoghi, di piante, di animali ecc., dei quali si era perduto il significato e che perciò apparivano misteriosi, incomprensibili.

Partendo dall'osservazione dei fenomeno e tenendo conto delle sue particolari caratteristiche, si costruiva una storia fantastica che ne dava una spiegazione e una motivazione.

La letteratura ellenistica, inoltre, utilizzava la tecnica di incastonare racconti in altri racconti o di raggruppare una serie di storie indipendenti l'una dall'altra ma con in comune uno stesso tema.

Nelle Metamorfosi, Ovidio usa queste tecniche narrative e rielabora con la sua fantasia i racconti mitici tradizionali, nelle loro versioni più rare, raffinate e sconosciute.

I miti, in realtà, hanno ormai perduto da tempo il loro valore religioso. Gli dèi descritti da Ovidio non regolano le sorti dei mondo dall'alto dell'Olimpo, ma scendono spesso sulla terra, amano, sono gelosi, si adirano, hanno sete di vendetta; queste passioni, così umane, coinvolgono e travolgono giovani, donne, fanciulli, e sono spesso causa della loro trasformazione. La metamorfosi, quindi, crea un legame fra il mondo degli dèi e quello dei mortali che dà nuova vita ai miti perché li fa diventare storia della natura e dell'uomo: infatti in ogni fiore, in ogni scoglio si nasconde una storia che ha per protagonisti amanti infelici, donne innamorate, fanciulli  imprudenti.

La metamorfosi può essere un premio (ad esempio Ercole, per il suo coraggio, viene trasformato in divinità e assunto in cielo); il rimedio a un errore commesso dagli déi o a un'ingiustizia degli uomini (ad esempio Giacinto, ucciso involontariamente da Apollo, e Leucotoe, condannata a morte dal padre infuriato, divengono piante odorose); una punizione (ad esempio il feroce tiranno Licaone è mutato in lupo): in ogni caso, anche se sotto nuova forma, buoni e cattivi continuano a esistere come elementi della natura.

Inoltre, questi esseri trasformati, anche dopo la metamorfosi non dimenticano chi erano e perché sono diventati così: il girasole continua ad amare il Sole, la pernice non ha più il coraggio di volare in alto, lo scoglio di Perimele desidera ancora gli abbracci del suo innamorato. Animali, piante, rocce conservano quindi la loro umanità.

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L'età di Augusto

13 Agosto 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera, #storia

 

 

 

 

 

Publio Ovidio Nasone nacque a Sulmona, nella terra dei Pe­ligni (oggi, l’Abruzzo), da un' antica famiglia di cavalieri, il 20 marzo del 43 a. C.

Alcuni anni dopo, ad Azio (31 a. C.), Ottaviano sconfiggeva Antonio: terminava cosi il lungo e sanguinoso periodo delle guerre civili e iniziava l'eta del principato di Augusto. Il nipote di Cesare, infatti, assumerà prima il titolo di «princeps» (che in latino significa « primo», «il migliore di tutti i cittadi­ni»), poi quello di «Augusto» (cioè «sacro», «venerabile»). Questa nuova forma di governo, il principato, anche se lasciava in piedi le istituzioni repubblicane (senato, comizi, magistrature), di fatto era una monarchia che durò per ben 45 anni, fino alla morte del­l'imperatore Augusto, avvenuta nel 14 d. C.

Durante il principato, Roma, dopo la rovina causata dalle guerre civili, ebbe un periodo di grande prosperità e pace, e ci fu uno straordinario sviluppo della letteratura e dell'arte.

Alcuni fra i più grandi poeti e scrittori latini (Virgilio, Orazio, Livio, Properzio, Tibullo),che a causa delle guerre civili avevano subito gravi danni economici, trovarono in Ottaviano aiuto e protezione: egli restituì loro le proprietà confiscate e promise l'ordine, la fine delle discordie, quella pace tanto desiderata che sembrava perduta per sempre.

In realtà, durante il suo principato, Augusto fece molte guerre, ma esse si svolsero sempre ai confini dell'impero, contro popolazioni straniere, e non fra Romani. Così, dopo la battaglia di Azio, i poeti si rivolsero al «princeps» con gratitudine, come a colui che garantiva loro la pace e una vita tranquilla, nella quale potevano dedicarsi all'«otium», cioè allo studio e all'arte. In cambio, Augusto chiese agli uomini di cultura di celebrare nelle loro opere gli ideali che stavano alla base della sua politica: l'amore per la campagna, il rispetto per la tradizione, il rifiuto del lusso, dei costumi immorali, degli influssi orientali.

Nel frattempo era cresciuta una nuova generazione di uomini, e quindi anche di artisti e di poeti, per i quali gli orrori delle guerre civili rappresentavano solo un vago ricordo: la pace era ormai consolidata, non veniva più vissuta come una preziosa e dolorosa conquista. Questi giovani provavano insofferenza per i progetti di Augusto, che voleva ricreare l'antica repubblica romana, basata sull'amore per gli dèi, sulla famiglia, sulla semplice vita contadina, e desideravano invece un'esistenza agiata, raffinata, di tipo orientale; Roma infatti aveva sottomesso l'Egitto, ma in realtà i costumi, i gusti, le idee, le credenze religiose di quella terra influenzavano profondamente la capitale dell'Impero.

Ovidio, ultimo dei grandi poeti dell'età di Augusto, si fece interprete delle aspirazioni e delle contraddizioni della nuova generazione; forse anche per questo terminò la sua vita in esilio, nelle lontane terre della Scizia.

 

 

 

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Mito e fiaba

6 Agosto 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

 

Non sempre, comunque, è necessario o possibile distinguere il mito dalle altre storie tradizionali, in particolare dalla fiaba: spes­so libri di fiabe contengono storie che altrove sono indicate come miti e antichi miti vengono raccontati come fiabe.

Si possono invece individuare più facilmente gli elementi che il mito ha in comune con la fiaba e quelli per i quali se ne distin­gue. Ecco alcuni elementi di distinzione:

a) Le fiabe raccontano soprattutto la vita, i problemi, le aspi­razioni della gente comune, dei popolo i miti parlano di dèi, di eroi o comunque di figure lontane dalla gente comune per nascita e ambiente.

b)Le fiabe affrontano problemi riguardanti in modo particolare l'ambito familiare: matrigne o sorelle gelose, donne senza figli, genitori poveri che abbandonano i loro bambini.

Il mito tratta «grandi problemi», come la necessità di morire; questioni sociali, come la motivazione dell'istituzione monarchica; problemi morali, come l'obbligo di rispettare gli dèi.

Nella fiaba, gli elementi soprannaturali sono giganti, mostri, streghe, che possiedono oggetti magici (bacchette, polveri, stivali fatati e compiono sortilegi) nel mito compaiono gli oracoli,le divinità immortali, il Destino.

Le fiabe sono ambientate in tempi e luoghi indeterminati e i protagonisti sono indicati con nomi comuni (ad esempio: Caterina la sapiente; La volpe Giovannuzza, Giovan Balento) o con locuzioni nominali che spiegano le loro caratteristiche (ad esempio: Il principe azzurro; La bella addormentata nel bosco;Il gatto con gli stivali); il mito, a volte si svolge in un passato non definito, a volte, almeno per quanto riguarda i miti greci, ha una sua collocazione nel tempo (ad esempio fatti accaduti prima, dopo o durante la guerra di Troia). I luoghi e i personaggi, invece, sono sempre identificati con precisione.

I miti, quindi, hanno una natura pii complessa delle fiabe e in essi sono presenti riflessioni sul mondo, sulla vita, sulla storia dell'uomo e della divinità. Questi racconti tradizionali hanno però anche alcuni elementi comuni:

a) La prova o la missione difficile e pericolosa che l'eroe deve compiere per sopravvivere, per conquistare un regno, per eliminare un malvagio (ad esempio: Perseo deve uccidere il drago; Ercole è costretto a lottare contro Acheloo e Nesso).

b) Il motivo dell'«unico superstite» per cui solo l'eroe protagonista riesce a salvarsi e a superare le prove ad esempio: Ulisse è l'unico a salvarsi nel viaggio di ritorno da Troia; Ippomene è l'unico dei pretendenti alla mano di Atalanta che non viene ucciso).

c) Il ricorrere del numero tre o dei suoi multipli (ad esempio: Venere dà ad Ippomene tre mele d'oro; le Muse sono nove sorelle; Ercole compie dodici fatiche).

d) Il premio finale, per cui l'eroe riceve in premio un regno e si sposa la figlia del re (ad esempio: Perseo sposa Andromeda; Erco­le, Deianira; Ippomene, Atalanta).

e) La presenza di una moglie bisbetica che tiranneggia il mari­to (ad esempio i litigi fra Giove e Giunone).

f) La trasformazione e il mascheramento (ad esempio: Giove si trasforma in pioggia d’oro; Mercurio si traveste da pastore).

La presenza di questi elementi comuni è dovuta al fatto che mito e fiaba vengono soprattutto agli inizi raccontati a voce, quindi sono figli entrambi della stessa tradizione orale.

Chi narra una storia deve avere la capacità di tenere alta l'at­tenzione del suo pubblico, perciò i cantastorie fanno ricorso ad espedienti che permettono a chi ascolta di seguire agevolmente il racconto, di stupirsi, di immedesimarsi nel protagonista.

Anche nel narrare i miti, che riflettono problemi più com­plessi e profondi di quelli delle fiabe e degli altri racconti tradizio­nali, vengono usati gli stessi espedienti narrativi e probabilmente la sopravvivenza di certi miti rispetto ad altri dipende anche dall’efficacia con la quale questi meccanismi sono usati nella crea­zione della storia.

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Il mito

30 Luglio 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

I miti originari, anche greci e romani, non sono quelli conte­nuti nei testi poetici giunti fino a noi.

Il mito ha un argomento, una trama fissata a grandi linee, dei personaggi che ogni poeta può trasformare e rielaborare. Queste trasformazioni e rielaborazioni hanno un autore, il mito no: esso viene trasmesso oralmente da una generazione all'altra, senza che si sappia chi lo ha creato; la sua storia si perde nel tempo e nello spazio. Per questo il mito è un «racconto tradizionale».

Quindi anche le storie narrate da Omero, e da altri grandi poe­ti greci, provengono da un passato lontanissimo, di cui si è perduta ogni traccia. I miti originari sono racconti trasmessi oralmente, una forma particolare del «raccontar storie»; e queste storie sono così affascinanti e importanti per gli antichi da venir tramandate di generazione in generazione, fino a raggiungere la forma scritta.

Perché proprio alcuni racconti sopravvivono attraverso i seco­li mentre tanti altri vanno perduti? Molto probabilmente per la bellezza della storia in quanto tale e per l'importanza che essa ri­veste presso il popolo che ne è l'autore. I miti, infatti, vogliono esprimere delle leggi eterne, che spiegano la nascita del mondo e dell'uomo, degli animali e delle piante, della società e delle sue istituzioni; raccontano fatti accaduti in epoche primordiali, fuori dal tempo, in seguito ai quali l'uomo è diventato quello che è, cioè una creatura che deve nascere, crescere, invecchiare, morire; motivano l'esistenza di alcuni riti e definiscono i rapporti fra dèi e mortali.

Il mito è quindi una storia piacevole da ascoltare, cioè ben riuscita dal punto di vista della narrazione, che trasmette messaggi importanti riguardo alla vita in generale, e alla vita nell'ambito della società, in particolare.

In una civiltà che non usa la scrittu­ra, i racconti rappresentano la principale forma di comunicazione fra persone della stessa età e fra giovani e anziani, sono un modo per istruire, per tramandare conoscenze e valori, una specie di sa­pienza ereditata dai passato: la memoria è uno strumento impor­tantissimo per trasmettere la cultura di un popolo.

Una figura di grande rilievo in questo tipo di società è «ae­do», il poeta girovago, simile al cantastorie medievale, che cono­sce moltissimi racconti e va in giro a narrarli, accompagnandosi con la cetra. Queste storie, destinate soprattutto ad allietare le se­re dei ricchi signori del tempo e dei loro ospiti, possono durare per ore e vengono perciò ogni volta trasformate e ampliate.

Così, passando di bocca in bocca, di generazione in genera­zione, i miti si sviluppano e si arricchiscono, mutano nei partico­lari perché cambiano gli interessi e le caratteristiche di chi ascolta; i temi centrali invece, i messaggi universali che questi racconti vo­gliono trasmettere, rimangono costanti nel tempo.

Oltre ai miti, esistono altre storie tradizionali che hanno delle caratteristiche proprie e particolari: le saghe, le leggende, le favole e le fiabe.

In generale, per «saga» si intende il racconto o la storia ro­manzata di una famiglia o di un gruppo (ad esempio la saga dei Nibelunghi); la leggenda, invece, parla di un evento storico non troppo lontano nei tempo, che é stato rielaborato dalla fantasia popolare (ad esempio la leggenda della fondazione di Roma; le leggende riguardanti la vita di Carlo Magno); la favola è caratte­rizzata dalla presenza di animali o cose che pensano o agiscono come uomini e ha scopi moraleggianti (ad esempio le favole di Fedro, Esopo, La Fontaine); la fiaba, infine, è una storia di intri­ghi, nella quale sono presenti mostri, giganti, esseri fantastici co­me fate, streghe, gnomi… (ad esempio le fiabe dei fratelli Grimm).

 

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La mitologia classica

23 Luglio 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

«Mito» e «Mitologia» sono due parole di origine greca e per gli antichi greci «mito» significava semplicemente «racconto», «storia»; la «mitologia» era l'insieme di questi racconti. Per noi, oggi, la mitologia classica è l'insieme dei racconti mitici di origine greca e romana, appartenenti a epoche diverse.

La mitologia greca è più ricca di quella latina e la influenza moltissimo; tuttavia anche la mitologia romana ha mantenuto una sua originalità e ha conservato e rielaborato storie antichissi­me, precedenti al contatto con i Greci, come le vicende di Romolo e degli Orazi. La mitologia greca, d'altra parte risente delle in­fluenze delle civiltà del Mediterraneo e dell'Oriente (Cretesi, Si­riani, Sumeri, Assiri, Babilonesi, Ittiti...); anche questi contributi esterni, però, hanno raggiunto la loro espressione più alta proprio nell'incontro con la cultura dei Greci, per cui oggi, comunemente, la parola «mitologia» è sinonimo di «mitologia greca».

Quando gli antichi Greci parlavano di miti, si riferivano alle storie tradizionali degli dei e degli eroi, senza preoccuparsi di di­stinguere gli elementi di verità da quelli puramente fantastici pre­senti in esse. Solo nel v secolo a. C., storici come Tucidide e filo­sofi come Platone separarono la narrazione di fatti reali dal sem­plice racconto, il ragionamento logico dal mito, che spesso era opera di fantasia e quindi non veritiero.

Il significato che hanno oggi per noi espressioni come «il mito del successo» o «il mito della razza», derivano proprio da questa interpretazione dei mito come idea nella quale si crede profonda­mente, ma che è altrettanto profondamente falsa.

 

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Miti e leggende per tutte le età!

16 Luglio 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #sezione primavera, #miti e leggende

 

 

 

 

 

Ragazze, ragazzi, bambine, bambini e adulti di tutte le categorie (genitori, parenti, amici, conoscenti …), CIAO! Se – come me - siete innamorati dei miti, delle leggende, delle fiabe,  insomma di tutte le “grandi storie” che le persone si raccontano da quando è nato il mondo, questo è il posto giusto per voi.

 

Chi sono io? Mi chiamo Laura, insegno alla scuola media Mazzini di Pisa, e mi piace moltissimo la mitologia classica: i miti greci e romani (ma anche le fiabe e le leggende) sono da sempre la mia grande passione.

 

Nessuno sa chi abbia inventato le “grandi storie”. Miti, leggende e fiabe hanno attraversato il tempo  (secoli, millenni …) e lo spazio (stati, continenti …) passando di bocca in bocca, di racconto in racconto fino a quando “qualcuno” non ha deciso di scriverle. Così sono giunte fino a noi. Di questo “qualcuno” che le ha scritte (Omero, Ovidio, i Fratelli Grimm) noi conosciamo il nome, dell’autore “vero”, di chi per primo le ha raccontate, no. Queste storie  perciò sono un po’ di tutte le donne e gli uomini del mondo, da quando il mondo esiste.

 

Ma perché proprio alcune storie arrivano fino a noi mentre tante altre vanno perdute? Perché sono storie molto molto belle e molto molto importanti. Non a caso vengono chiamate “grandi”!

 

Per questo mi è venuta voglia di raccontare alcuni miti presenti nelle Metamorfosi del poeta latino Ovidio, scelti fra quelli che spiegano l’origine di animali, piante e fenomeni naturali. Ho voluto raccontarli in modo “leggero”, senza però tradire la splendida scrittura di Ovidio.

 

Ogni settimana troverete in questo blog alcune di queste storie. Vi piaceranno? Spero tanto di sì. Fatemi sapere …

 

A PRESTO

 

 

 

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