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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

miti e leggende

I pioppi e il cigno

15 Ottobre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

La madre di Fetonte, senza più pace, girò il mondo cer­cando il corpo del figlio e, quando trovò la lapide, l’abbracciò e pianse disperatamente.

Anche le sorelle di Fetonte piangevano il loro fratello, giorno e notte: da quattro mesi erano in lutto e niente riusciva a confortarle ...

Improvvisamente, la sorella maggiore si accorge che non può chinarsi a terra: i piedi le si sono irrigiditi; l’altra sorella cerca di aiutarla, ma è trattenuta da una radice nata all'improvviso; la terza, infine, fa per strapparsi i capelli dal dolore, ma ormai sono diventati foglie ... Un tronco stringe le loro gambe, le braccia divengono lunghi rami, la corteccia fascia il corpo, le mani, le spalle; le lacrime sono ambra, che indurisce al sole e cade nel fiume luminoso.

Da allora le rive del Po sono ricche di fragili pioppi; nei mesi estivi, con le loro fronde delicate, riparano la terra dal calore del sole …

Anche Cicno, il più caro amico di Fetonte, piangeva disperatamente lungo le sponde del fiume e non sapeva darsi pace.

Un tratto la sua voce iniziò ad affievolirsi, i capelli divennero bianche piume, il collo si allungò, le ali gli fasciarono i fianchi, al posto della bocca spuntò un becco rossiccio

L’amico fedele di Fetonte diviene un cigno, che non si fida a volare alto nel cielo perché ricorda la punizione di Giove e teme i suoi fulmini. Odia il fuoco, perciò cerca luoghi tranquilli e silenziosi, ricchi di fresco e d’acqua.

 

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Il cervo volante e gli uomini

8 Ottobre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

Da Le Metamorfosi di Ovidio, storie del diluvio 

 

 

Giove smise di parlare e la grande sala rimase in silenzio. Ma fu un attimo...

 

- Non solo la casa di Licaone doveva essere distrutta, ma tutte le case! - gridò Marte,il dio della guerra.

 

- Sì! Gli uomini non meritano pietà: sono creature sel­vagge, assetate di sangue! – fece eco Vulcano, il dio del fuoco.

 

- Oppure esseri impauriti, senza dignità, senza corag­gio! - incalzò Apollo, il dio della musica.

 

Alcuni dèi scossero tristemente il capo, altri mormorarono: - Ma come sarà la Terra quando avremo distrutto gli uo­mini? Chi ci offrirà incenso sugli altari? Il mondo sarà abitato solo dalle belve feroci? -

Dopo l’ira, nel cuore dei numi si faceva strada lo sgomento.

 

- Non temete! - li rassicurò Giove - Io vi prometto una stirpe diversa da questa, fatta di uomini nuovi: essi ame­ranno la vita e la pace, il loro cuore sarà giovane e innocente... Ora però lasciatemi solo: devo pensare, riflettere... -

 

Gli dèi uscirono uno dopo l’altro; parlavano fra loro tur­bati, con il cuore diviso fra la rabbia e il dolore.

Quando la grande sala fu vuota, Giove rimase solo con i suoi pensieri.

 

- Colpirò la Terra con tutti i miei fulmini e la ridurrò a un deserto di cenere! - disse fra sé - No, è pericoloso: non de­vo dimenticare la profezia ... -

 

Quando era salito al trono, Giove aveva potuto leggere nel libro del Destino:«Un giorno le fiamme avvolgeranno il mare, la Terra, il cielo e le dimore degli dèi precipiteranno dall’ Olimpo!» c’era scritto.

 

- So che questo accadrà... - sospirò Giove - Nessuno può cambiare il Destino; però non voglio affrettarlo! Userò l’acqua, non fuoco, per annientare gli uomini: scatenerò il diluvio! -

 

Quindi, senza indugiare ancora, chiamò Eolo, il re dei venti.

Eolo accorse veloce dalle sue lontane isole, circondate da mura di bronzo; lì viveva felice, insieme alla moglie e ai do­dici figli, sei maschi e sei femmine, tutti giovani, allegri e ro­busti; un’altra figlia, Alcione, sposa fedele di re Ceice, abitava in Tessaglia.

I dodici principi passavano il tempo ban­chettando nel loro palazzo, sdraiati su letti di nuvole; la men­sa era sempre imbandita con ricche vivande e il profumo del cibo avvolgeva i commensali in un dolce torpore ...

Appena giunto, Eolo si inchinò davanti al re degli dèi: una veste dorata gli ricopriva il corpo tozzo; lunghi capelli bian­chi, ricciuti e scomposti, incorniciavano il volto paffuto e bo­nario.

 

- Il momento è grave e ho bisogno di te! - disse Giove con aria cupa.

 

Subito gli occhi grigi di Eolo si fecero attenti.

 

- Ordina ad Aquilone e a tutti i venti che disperdono le nubi, di non muoversi dalle loro grotte - proseguì il re degli dèi - Invece dai via libera a Noto, il vento del Sud che porta le tempeste, e scatena la sua furia: lo fermerai solo quando la mia aquila volerà alta nel cielo!-

 

- Farò come chiedi, mio signore - rispose Eolo.

 

Dalla sua faccia rubiconda era scomparsa l’aria serena di sempre: capiva che qualcosa di terribile stava per accadere, perciò non fece domande e volò nelle sue isole a eseguire gli ordini di Giove ...

Ed ecco, Noto esce furibondo dalla sua reggia di pietra: ha il corpo di un uccello gigantesco, coperto di piume nere; le grandi ali sono madide di pioggia, gli occhi mandano lampi; la barba incolta, la chioma, la fronte corrucciata, sono avvolte da scure nebbie. Vola sopra le nubi e le preme con forza; poi scuote le ali ...

Subito il cielo echeggia di tuoni, le saette fendo­no l’aria e la pioggia si rovescia scrosciando sulla Terra! Anche Iride, la dea dell’arcobaleno, vola in aiuto di Noto: solleva la lunga veste colorata per muoversi in fretta, poi raduna le nubi e le riempie d’acqua, per renderle più gonfie.

Giove osserva e riflette.

 

- Il cielo non basta... - pensa - Devo scatenare il mare! -

 

Allora si rivolge a Nettuno, suo fratello e re di tutte le ac­que. Il dio promette aiuto e convoca i fiumi.

 

- Non c’è tempo da perdere - dice loro, scuotendo la chioma azzurra - Parlo in nome di Giove, perciò non fate domande: date via libera alle correnti e lasciate che esse dila­ghino ovunque, senza alcun freno!-

 

I fiumi non osano replicare e subito aprono le bocche delle sorgenti: valanghe d’acqua precipitano rombando verso il ma­re...

Intanto Nettuno, col suo tridente, percuote il suolo: la terra trema e gli argini che trattengono i fiumi crollano rovi­nosamente. L’acqua si rovescia nelle campagne, travolge gli alberi, i campi di grano, i greggi, le case, i templi, gli uomini; ciò che non crolla, viene sommerso. Da quell’oceano di fango, affiorano solo le punte delle torri; poi anch’esse scompaiono. Non c’è più confine fra terra e mare: tutto è un’immensa di­stesa d’acqua fredda e grigia ...

Gli uomini, sconvolti, cercano scampo: alcuni fuggono so­pra le alture, altri salgono sulle barche e remano nella tempe­sta; sotto le prore, vedono i campi sommersi e i tetti delle lo­ro case; i pesci guizzano fra gli alberi dei giardini; dove prima pascolavano i greggi, ora le foche rotolano i loro corpi tozzi. Il lupo nuota accanto alle pecore; l’acqua insegue le tigri, i leo­pardi e il veloce cerbiatto; la corrente travolge il cinghiale ro­busto; gli uccelli, stanchi per il lungo volo, precipitano nei gorghi perché non c’è terra su cui posarsi. Il mare, orribilmen­te gonfio, ha coperto le valli e i flutti mescolano la loro bianca schiuma alla neve che copre le cime dei monti ...

Giove, dall’alto del cielo, osserva l’immane tragedia: il volto è di pietra, gli occhi lucenti; una mano stringe forte lo scettro, l’altra è premuta sul petto, per sostenere il peso che lo opprime.

 

- Nessuno ha chiesto perdono agli dèi e a me, che sono il padre di tutti i mortali. Solo imprecazioni, grida di rabbia e di odio, fino alla fine... – sospira - Basterebbe una parola, una parola pietosa e fermerei il diluvio: una parola, per crede­re di nuovo negli uomini e nel futuro!-

 

Ed ecco ...

 

- Perdonaci, re degli dèi e nostro padre: abbiamo merita­to la tua ira, ma vieni ugualmente in nostro aiuto ... -

 

Sono frasi dette con voce sommessa, ma vincono il fragore della tempesta e giungono dritte alle orecchie di Giove!

Egli scruta fra le nebbie, percorre con occhio attento il mare infuriato e vede ...

Su una piccola barca, un uomo e una donna, abbracciati, pregano devotamente: sono Deucalione, figlio di Prometeo, e sua moglie Pirra. Per nove giorni e no­ve notti hanno resistito alla bufera; ora si sentono vicini alla fine e vogliono morire insieme, pregando gli dèi. Di tanti uo­mini e donne che popolavano la Terra, solo loro sono rimasti: gli unici esseri capaci di pronunciare parole pietose.

Subito Giove scuote lo scettro e l’aquila che stava immo­bile sulla punta d’oro, vola in alto nel cielo. Eolo la vede ed esulta: è giunto il momento di fermare il diluvio! Il dio fa un cenno ... Subito cessano i tuoni e la coltre delle nubi si squarcia; Noto fugge nella sua reggia di pietra, mentre Aquilone e gli altri venti benigni soffiano con forza e disperdono le neb­bie scure.

Il padre Giove guida la piccola barca verso le terre della Focide, dove sorge il monte Parnaso: è così alto che le sue due cime sovrastano le nubi e toccano le stelle; solo quelle punte aguzze, coperte di alberi scuri, sporgono dal mare.

Lì Giove fa approdare i due sposi e quando essi pongono piede sulla terra, il cervo volante, sporgendosi da un ramo, li guarda incuriosito.

Pochi giorni prima quello strano insetto era un cacciatore di cervi, Cerambo, amico delle ninfe dei boschi. Quando il mare stava per sommergere la terra, le fanciulle divine lo avevano trasformato. Cerambo, sollevato in aria da solide ali, era sfuggito al diluvio volando sulla cima del monte Parnaso; lì si era rifugiato fra i rami di una quercia.

Da allora, la sua testa adorna di corna robuste, in ricordo dei cervi che uccise; questo insetto teme ancora di restare som­merso, perciò sta aggrappato alle foglie degli alberi...

 

 

Dopo aver condotto in salvo Deucalione e sua moglie, Giove torna veloce sull’Olimpo e convoca Nettuno.

- Fratello, - gli dice - ferma la furia dei mare, arresta i fiumi: è tempo che il diluvio cessi e che la vita ritorni sulla terra!-

Subito il dio del mare depone a terra il tridente e chiama a gran voce suo figlio.

Tritone emerge dalle acque in tempesta: fra le onde affiorano le spalle coperte di alghe e la coda di pesce. Porta al collo una conchiglia cava e ritorta, legata a un filo di perle: è la buccina, il cui suono ha il potere di scatenare o di placare le bufere.

- Figlio, - esclama Nettuno - ordina ai fiumi di tornare nei loro letti e alle onde di placarsi! -

Il dio scuote la barba verde, coperta di gocce salate, porta alla bocca la conchiglia e soffia con tutto il suo fiato ... Un suono intenso si propaga sulla grande distesa grigia: i fiumi, i ruscelli, le fonti odono quel richiamo e subito, obbedienti, tornano nelle loro dimore.

Di nuovo si vedono spuntare le cime dei monti, poi le torri, i colli, gli alberi e i tetti delle case; infine riemerge la terra, gonfia d’acqua e coperta di fango: il diluvio è cessato!

Deucalione e Pirra, dall’alto del Parnaso, osservavano quel mondo desolato; i loro occhi erano colmi di lacrime.

- Moglie mia, - disse Deucalione rompendo per primo il silenzio - noi siamo gli unici esseri viventi rimasti sulla Terra: tutto il resto l’ha portato via il mare –

- Ringrazio gli dèi per averti salvato, caro sposo - rispose Pirra - Cosa avrei fatto senza di te, in questo mondo deserto? È terribile vivere soli!-

- Oh, se potessi anch’io creare gli uomini dalla terra e dare loro la vita, come fece mio padre ... - sospirò Deucalione - Sorgerebbero nuove città, le campagne avrebbero ricche messi e gli altari incenso odoroso ... Ma come possiamo, noi due, ridare vita alla Terra?-

- Preghiamo gli dèi!- esclamò Pirra - Loro ci hanno salvato dalle acque e loro ci daranno aiuto anche in questa difficile prova ... -

In mezzo a un prato coperto di fango, sorgeva un tempio, prima bianco e lucente, ora grigio e disadorno. Era dedicato a Temi, la dea che predice il futuro. Lì vicino scorreva un fiume, da poco rientrato nei suoi argini ma ancora gonfio di pioggia. I due sposi si avvicinarono, attinsero acqua e si bagnarono il capo per purificarsi; poi entrarono nel tempio.

Sull’altare nasceva il muschio e la fiamma era spenta. Pirra, con le dita delicate, strappò le erbe dal marmo prezioso; Deucalione, raccogliendo l’acqua nel cavo della mano, lavò gradini del tempio e li asciugò con la veste consunta. Poi i due sposi si inginocchiarono e, baciando la terra, pregarono così:

- Grande Temi, ormai l’ira degli dèi si è placata e il diluvio è cessato. Non lasciare che il mondo rimanga un deserto, insegnaci come porre rimedio a una tale rovina!

La dea si commosse e dette questo responso:

- La vostra preghiera è stata accolta: voi popolerete di nuovo la Terra! Ora lasciate il mio tempio, velatevi il capo, sciogliete le vesti e mentre vi allontanate, gettate dietro le spalle le ossa dell’Antica Madre... -

Deucalione e Pirra rimasero a lungo muti per lo stupore.

- Che cosa dobbiamo fare, moglie mia? - chiese infine Deucalione, desolato - Che cosa significano queste parole? -

-  Non so, ma io non spargerò al vento le ossa della mia cara madre: sarebbe un sacrilegio… - rispose Pirra - Perdonami o dea, ma non posso obbedirti! -

Poi si inginocchiò, raccolse una zolla fangosa dalla quale spuntavano fili d’erba e disse, piangendo: - Non ci saranno più uomini al mondo: solo la terra continuerà a generare frutti, a dare la vita ... -

A quelle parole, il volto di Deucalione s’illumina e i suoi occhi brillano di viva luce.

Tende le braccia a Pirra e la stringe a sé.

- La terra ... dare la vita ... Oh, mia saggia sposa! - esclama. - Tu hai saputo comprendere il volere della dea! È la Terra L’Antica Madre: da lei sono nati i primi esseri viventi, da lei nasceranno i nuovi! -

- E le pietre, che stanno dentro la terra, sono le sue ossa: queste dobbiamo gettarci dietro le spalle! - fa eco Pirra - Forse stiamo sbagliando, forse i nostri sono folli pensieri... ma perché non tentare?-

Così i due sposi si allontanano dal tempio, l’uno accanto all’altra, e, mentre camminano, lanciano all’indietro dei sassi, come ha ordinato la dea Temi.

Ed ecco, le pietre perdono la loro durezza, si ammorbidiscono, si allungano e cominciano a prendere forma... Una forma non ancora distinta, simile a quella di una statua appena iniziata, ma umana! I sassi scagliati da Pirra diventano donne, quelli lanciati da Deucalione, uomini; e quelle creature nuove sono tutte belle, giovani e serene.

Di nuovo il Sole brilla nel cielo e scalda la Madre Terra col suo abbraccio luminoso: fiori, piante e messi dorate spuntano nei campi e sulle colline; poi fanno la loro comparsa gli animali, gli uccelli, le eleganti farfalle. La terra diventa uno splendido giardino ...

Dall’alto dell’Olimpo, Giove osserva quel mondo nuovo e sorride ai suoi figli.

 

 

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Il lupo

1 Ottobre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

Da Le Metamorfosi di Ovidio, Storie del diluvio 

 

L’Olimpo è il monte più alto di tutta la Grecia e la sua ci­ma è sempre ammantata di nubi; lassù vivono gli dèi, eterna­mente belli e felici: la pioggia non bagna le loro case di marmo e il vento gelido non soffia alle loro porte, la malattia e la mor­te non spezzano lo scorrere dei loro giorni.

Ci fu un tempo, però, un tempo molto lontano, in cui quella serenità fu tur­bata ...

Giove, il re degli dèi, sedeva sul trono d’avorio posto al centro della sua reggia. Il volto maestoso era sconvolto dall’ira e dal dolore.

 

- Non riesco a credere a ciò che è accaduto... - pensava fra sé - Ricordo quando nei mondo regnava l’età dell’oro: la terra produceva da sola i suoi frutti, il miele stillava dagli al­beri e ovunque scorrevano fiumi di tiepido latte, la primavera regnava eterna! Le città non avevano mura per la difesa perché non c’erano nemici, non esistevano soldati, né elmi, né spade. Come tutto è diverso da allora! Sono il re dell’ Olimpo: devo agire e provvedere... Ma come?-

All’improvviso Giove si scosse dai suoi pensieri.

 

- Ho deciso! - esclamò - Convocherò un’assemblea di tutti gli dèi: racconterò loro la verità e insieme stabiliremo che cosa fare -

 

Nell’alto del cielo, quando è sereno, si vede una strada fat­ta di stelle: si chiama via Lattea, perché è candida e luminosa. Le dimore di molti numi sorgono sui due lati della strada e, quando Giove li convoca, essi percorrono frettolosi il sentiero che li porta alla reggia.

Anche quella volta gli dèi risposero senza indugiare all’ap­pello del loro sovrano. Quando furono riuniti, Giove fece il suo ingresso nella sala adorna di marmi e sedette sui trono, dal quale dominava l’intera assemblea: stringeva in mano lo scettro e i suoi occhi mandavano strani bagliori.

 

- Che cosa è mai accaduto? - pensavano gli immortali.

 

Quando Giove iniziò a parlare, nella grande sala scese un silenzio carico d’attesa.

 

- Ciò che sto per dirvi è terribile. Io stesso tremo nel pro­nunciare queste parole, ma non c’è scampo: è necessario che gli uomini siano annientati e che il loro mondo venga distrutto!-

 

Un fremito di orrore si levò dai troni di marmo: nessuno degli dèi parlava, ma i loro occhi erano pieni di domande.

 

- Ho tentato ogni altra via, credete, ma invano... - ri­prese a dire Giove dopo un attimo di silenzio - Gli uomini sono divenuti belve feroci: giorno e notte scavano la terra in cerca d’oro per i loro forzieri e di ferro per le armi, ovunque ci sono soprusi, inganni, violenze. Marito e moglie si odiano, i figli disprezzano i genitori, i fratelli ingannano i fratelli ... Il sangue scorre a fiumi sulla Terra! Ascoltate la mia storia, poi giudicherete se quanto affermo corrisponde a verità. L’Arcadia è stata a lungo una terra felice, governata da uomini saggi; poi è salito al trono Licaone, un tiranno crudele; egli ha osato sfidarmi e ha ordito trame contro di me, Giove, che sono il signore del tuono e del fulmine!!! -

 

Sul volto del dio la tristezza era scomparsa e il ricordo dell’affronto subito faceva balenare lampi sinistri nei suoi occhi; furente, scosse la testa ricciuta e il cielo, la terra e il mare tre­marono sotto la collera divina.

 

- Come è potuto accadere?!? - esclamarono all’unisono i numi, frementi di sdegno –Dopo che abbiamo sconfitto i Giganti, nessuno ha mai osato ... -

 

- Licaone ha già pagato per i suoi delitti, non temete! Tuonò Giove - Ora vi dirò in che modo mi sono vendicato -

 

La voce severa e i gesti autorevoli fecero cessare il clamo­re. Quando il silenzio calò di nuovo nella grande sala, il re de­gli dèi riprese a narrare:

 

- Da tempo giungevano alle mie orecchie tristi notizie sul­la malvagità degli uomini; così, un giorno, decisi di andare a vedere di persona, sperando che ciò non fosse vero. Scesi dall’Olimpo e, travestito da viandante, esplorai la Terra in tutte le direzioni. Voi non potete sapere quello che vidi: la realtà era peggiore di ogni immaginazione! Non ci sono parole per de­scriverla …

Dopo molti giorni di cammino, avevo ormai percorso monti coperti di foreste, valli abitate da animali selvatici, cit­tà protese verso il mare: ovunque regnavano violenza e morte. Ero stanco e affranto. Scendeva la sera, quando giunsi nella terra di Licaone.

La sua dimora, dalle mura scure e massicce, sorgeva su un’altura e dominava le casupole raccolte intorno a una piazza, strette l’una all’altra come per difendersi da un'oscura mi­naccia. In cielo già brillava la luna, bianca e fredda. Tutto era sinistro, cupo, come avvolto in una cappa di piombo. Quan­do giunsi nella piazza, uomini, donne e bambini si avvicinaro­no a me, timorosi...

 

- Perché sei venuto in questo luogo maledetto? Fuggi, finché sei in tempo! Fuggi!-mormoravano, pieni di sgomen­to.

 

Allora mi feci riconoscere! Tutti si inginocchiarono e co­minciarono a pregare e a piangere. Cercavo di confortarli, ma invano: avevano perduto il coraggio, la speranza; non erano più persone, ma animali braccati, in preda a una sconfinata paura.

 

- Vengo a darvi aiuto e giustizia... - ripetevo - Non temete: sono Giove, il re degli dèi e degli uomini!-

 

- Ma questi non sono uomini! - esclamò all’improvviso una voce beffarda e sinistra - Sono bestie stupide e codar­de! -

 

Preceduto da una schiera di armati, Licaone fa irruzione nella piazza: i suoi capelli sono grigi, grigio il mantello, grigio il volto, nel quale, come una ferita, si apre la bocca crudele.

 

- Pregate pure questo dio... se è veramente un dio! - dice guardando con feroce disprezzo i sudditi inginocchiati e tre­manti - Domani lui tornerà nel suo regno, e voi resterete qui, nel mio... -

 

La luna lo bagna con la sua luce fredda e Licaone si stringe nel mantello. Odia la luna: quell'astro lucente lo riempie di terrore e di furore.

Fisso il suo volto rabbioso, ma lui sostiene il mio sguardo; all’improvviso in quegli occhi brilla una luce sinistra. Io leggo, inorridito, i suoi pensieri ...

 

- Stanotte saprò se costui è veramente un dio! - dice fra sé lo sciagurato - Mentre dorme, gli taglierò la gola! Prima, però, ho in mente un’altra prova, una prova veramente degna di Giove, il protettore degli ospiti! -

 

Licaone mi invita alla sua mensa, poi se ne va, circondato dai soldati. La piazza ora è deserta, tutto è tornato silenzioso

Non sono l’unico straniero in quell’infelice paese. C’è un altro ospite alla reggia: il figlio del re dei Molossi. Il padre l’ha mandato a invocare pietà per la sua terra, che Licaone sta mettendo a ferro e fuoco. Il giovane principe teme Licaone, ne conosce bene la ferocia …  Ma sa che Giove protegge gli ospi­ti: la sua ira si abbatte senza pietà su chi non li rispetta.

 

- Il re dell’Arcadia non oserà sfidare il re degli dèi! - pensa il giovane; e si abbandona fiducioso al sonno.

 

Nella sala del castello, le fiaccole illuminano la grande ta­vola e le stoviglie d’oro mandano bagliori. Non c’è cibo sul de­sco; al centro, solo una brocca di cristallo: il vino che contie­ne ha il colore del sangue ...

Licaone, avvolto nel suo manto grigio, siede sul trono a un lato della mensa; io gli sono di fronte, su una panca di quercia. Mi guarda dritto negli occhi, senza dire una parola: fra poco saprà se sono veramente un dio!

All’improvviso, uno squillo di tromba rompe il silenzio. Il re sorride: la bocca crudele si apre in un ghigno e scopre denti affilati, bianchissimi.

 

- Ora porteranno la cena... - dice sibilando - È una pietanza raffinata quella che ti offro, o Giove, creata per te, che proteggi l’ospite -

 

Due servi entrano nella sala: sorreggono un enorme vas­soio colmo di carne fumante; le loro mani tremano, gli occhi non osano guardare quella vivanda ...

Balzo in piedi gridando: la mensa si capovolge, il vassoio si rovescia e il cibo si sparge per terra ... Un cibo orrendo: ciò che resta del principe dei Mo­lossi!

Le fiaccole si spengono, ma subito un nuovo fuoco, divi­no, invade la reggia maledetta: le colonne si spezzano, le mura crollano, la cenere avvolge le scure macerie. Licaone compren­de e trema: solo un dio poteva indovinare il suo misfatto … L’ospite misterioso era veramente Giove!

Il re fugge nella campagna, e mentre corre, ulula di furore; sì, ulula, perché la sua gola non sa più proferire parole, il man­tello grigio è divenuto pelo irto e fitto, le braccia sono lunghe zampe. Ora Licaone è un lupo che strazia i deboli agnelli. Del re che era un tempo, ha conservato la bocca feroce, l’ani­ma rabbiosa e il terrore per la bianca luna ... »

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Gli Etiopi, il deserto della Libia e le acque del Nilo

24 Settembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

Dall’amore di Io e Giove nacque Epafo.

Epafo divenne un giovane molto orgoglioso che non sopportava le umiliazioni.

Un giorno Fetonte, il suo compagno di giochi, figlio del Sole, si vantò di essere superiore a lui.

- Mio padre è la luce del mondo - diceva - mentre tu non hai padre e tuo nonno è un semplice mortale!-

Epafo, ferito nell’orgoglio, rispose: - Sei uno sciocco, Fetonte! Tu credi a tutto ciò che ti dice tua madre, ma lei ti inganna: non sei figlio del Sole! In realtà non hai padre, come me, e neppure un nonno di cui andare fiero, mentre il mio è dio di un fiume ...-

Fetonte, colpito nel vivo, si recò da sua madre, la bella Climene, e le raccontò ciò che gli aveva detto Epafo. Fetonte piangeva disperatamente: - Mamma, non permettere che io sia umiliato! Dimmi la verità: sono veramente figlio del Sole? E se lo sono, dammene la prova! -

Climene, addolorata dal pianto del figlio e ferita anche lei nell’orgoglio, rispose: -   Ti giuro che sei figlio del Sole e se mento, chiedo agli dèi che non mi facciano più vedere la sua bella luce! Ma se le mie parole non ti bastano, allora va’ da lui e chiedigli la verità: il luogo dove tuo padre abita e sorge è qui vicino, ti sarà facile raggiungerlo –

Fetonte, pieno di gioia, non se lo fece dire due volte e subito si mise in viaggio. Lasciò l’Etiopia, attraversò l’India e finalmente arrivò alla casa di suo padre.

La reggia del Sole si ergeva alta nel cielo, scintillante d’oro e di rame, sorretta da immense colonne. Il frontone era rivestito di candido avorio e la porta mandava luci argentate.

Fetonte, dopo aver percorso una strada in salita, finalmente giunse in questa reggia lucente e subito si recò al cospetto di suo padre: non gli andò troppo vicino, però, perché non riusciva a sostenerne la vista.

Il Sole sedeva su un trono di smeraldi ed era avvolto in un manto di porpora. Alla sua destra e alla sua sinistra stavano il Giorno, il Mese, l’Anno, il Secolo e le Ore, disposte a una distanza uguale l’una dall’altra; poi c’erano la Primavera, incoronata di fiori, l’Estate, coperta di spighe intrecciate a ghirlanda, l’Autunno, odoroso di uva spremuta, e infine il gelido Inverno, dai capelli candidi e irrigiditi.

Il Sole, con il suo sguardo che vede ogni cosa, si accorse del giovane che osservava sbalordito e gli disse:

- Come mai sei venuto fin qui Fetonte, mio caro figlio? Che cosa vuoi? –

- O Sole, luce di tutto il mondo, dammi la prova che sei davvero mio padre e che mia madre non mente! Toglimi questo peso dal cuore! - rispose Fetonte.

Il Sole si commosse per la tristezza del suo figliolo: si tolse dal capo i raggi che sfolgoravano e si avvicinò al giovane, poi lo abbracciò e gli disse:

- Tua madre ti ha detto la verità: sei mio figlio! E per toglierti ogni dubbio, giuro che ti concederò qualunque cosa mi chiederai -

Subito Fetonte chiese al padre il permesso di guidare per un giorno il suo cocchio

 trainato dai cavalli alati.

Il Sole si pentì di aver giurato e scosse tristemente il capo, esclamando:

- Sono stato pazzo a farti quella promessa, perché mi chiedi l'unica cosa che non vorrei darti! Quello che desideri è molto pericoloso. Chiedi cose troppo grandi, Fetonte, non adatte a un fanciullo come te ... Nemmeno un dio oserebbe guidare il carro del Sole: nessuno all’infuori di me è capace di farlo! La via, all’inizio, è molto ripida e i cavalli, anche se freschi e riposati, faticano a salire; quando si giunge a metà, siamo così in alto che anche a me a volte viene paura se da lassù guardo il mare e la terra; infine, l’ultimo tratto è una discesa a strapiombo e richiede mano ferma: perfino Teti, la dea del mare, che mi accoglie nelle sue onde, teme sempre che precipiti ... Inoltre il cielo gira vorticosamente, senza fermarsi mai, trascinando con sé le stelle. E ci sono tanti altri pericoli: dovrai passare fra le corna che il Toro rivolge contro di te, sfuggire all’arco del Sagittario, alle fauci del Leone feroce, evitare le chele terribili che lo Scorpione e il Granchio fanno roteare da una parte e dall’altra del cielo! Come farai a controllare i cavalli che soffiano fiamme fuori dalla bocca e dalle narici? A stento obbediscono a me, quando sono lanciati nella loro corsa ... Sono tanto in pena per te, figlio mio! Chiedi un’altra cosa, non ti rifiuterò nulla, ma non questo. Esprimi un desiderio più saggio, che non ti porti alla rovina! -

Il padre aveva cercato di convincerlo, ma il giovane continuava a insistere e smaniava dal desiderio di guidare.

Alla fine il Sole fu costretto a cedere: doveva rispettare il giuramento! Così, sospirando, lo condusse al cocchio. Era tutto d’oro: l’asse, le stanghe, il cerchio delle ruote; solo i raggi erano d’argento, e i bordi sfavillavano di topazi e pietre preziose.

Mentre Fetonte contemplava stupito questa meraviglia e ne studiava i particolari, da oriente l’Aurora, puntuale come sempre, spalancò le porte di rame e il cortile pieno di rose: le Stelle si dileguarono e anche Lucifero, per ultima, abbandonò il cielo.

Quando il Sole vide il mondo tingersi di rosso e la falce della luna dissolversi, ordinò alle Ore di aggiogare i cavalli. Subito le dee li condussero fuori dalle stalle e misero loro le briglie dorate. Scalpitavano e soffiavano fiamme.

Allora il padre spalmò il volto del figlio con un unguento sacro perché lo difendesse dal calore, gli pose in testa i raggi e gli disse sospirando, pieno di timori e di tristi presagi:

- Segui almeno questi consigli, figlio mio: non spronare cavalli, anzi, usa le briglie. È difficile trattenerli perché vogliono correre! Poi mantieniti a mezza strada, così il cielo e la terra riceveranno il giusto calore: se tu salissi troppo in alto, bruceresti le case degli dèi, se scendessi troppo in basso, la Terra andrebbe in fiamme. Buona fortuna, figlio caro! Spero che la sorte ti aiuti ... Ma perché non abbandoni la tua idea? Lascia andare me e rimani qui, al sicuro ...

Ormai Fetonte non lo ascoltava più: era balzato sul cocchio, stringeva fra le mani le briglie e, felice, salutava il padre, che lo guardava disperato.

Intanto i cavalli alati scalpitavano e percuotevano con gli zoccoli i cancelli d’argento; appena Teti li schiuse, si slanciarono fuori, agitarono le zampe nell’aria e squarciarono la nebbia, sollevandosi in alto ...

Piroente, Eoo, Etone e Flegetonte sono cavalli inquieti, ribelli, astuti. Si accorgono subito che il carro è più leggero, che la mano che li guida non è ferma e implacabile come sempre. Sta accadendo qualcosa di strano...

Allora i cavalli si scatenano, scalpitano, abbandonano la strada di sempre e si mettono a correre nel cielo, senza più ordine. Fetonte non sa come tenerli a freno, non sa più dove si trova. Si volge a guardare la Terra, infinitamente lontana ... Il terrore gli fa tremare le ginocchia:

- Perché non ho dato ascolto a mio padre? Perché sono stato tanto orgoglioso? Non m’ importa più di essere figlio del Sole: vorrei solo tornare a casa, abbracciare mia madre, scendere da questo carro maledetto! –

E intanto guarda avanti e indietro, cerca di capire dove può dirigersi, ma invano: non conosce il nome dei cavalli, non ha la forza di tirare le briglie ...

Un terribile mostro gli viene incontro: è lo Scorpione, con le pinze ricurve e la coda terribile. Sputa nero veleno e cerca di colpirlo con il pungiglione! Fetonte, atterrito, abbandona le redini: i cavalli, finalmente liberi, si lanciano all’impazzata nello spazio, senza più freni. Volano in alto, cozzano contro le stelle e poi si precipitano giù, verso la terra ...

I boschi bruciano, il grano ingiallisce, le città sono ridotte in cenere, la neve si scioglie sui monti, le sorgenti si prosciugano, il mare si ritira e lascia il posto a distese di sabbia. Il popolo degli Etiopi, per il gran calore, diviene nero; il territorio della Libia, per l’evaporazione, si trasforma in un deserto; il Nilo, spaventato, nasconde sotto terra le sue acque. La terra, arida, si apre e la luce accecante penetra nel regno dei morti, che tremano per il terrore.

Fetonte vede la Terra in fiamme, avvolta in una nuvola di fumo. Il calore è terribile, il cocchio incandescente, ceneri e lapilli sono ovunque; i cavalli trascinano il giovane in una corsa senza fine. Non c’è più scampo!

Allora la madre Terra, con la voce roca per il fumo e il calore, mentre cercava di proteggere le poche acque rimaste, si rivolse a Giove chiedendo aiuto:

- È la fine, re degli dèi! Non ho scampo se non intervieni! Che male ti ho fatto per meritarmi questo? Ormai il cielo è incandescente e anche la tua reggia sta per  crollare … Salva dalle fiamme ciò che resta, non aspettare ancora!

Giove chiamò a testimoni tutti gli dèi, compreso il Sole, che piangeva in silenzio, tristemente.

- Bisogna fermare il cocchio o tutto l'Universo sarà distrutto - disse.

Il suo tono era addolorato ma inflessibile: il suo caro nipote doveva morire. Salì sulla rocca più alta dell'Olimpo, afferrò un fulmine, lo librò e lo scagliò contro Fetonte!

Una rossa fiamma avvolse i capelli dello sventurato, che rovinò giù dal cocchio e precipitò verso la Terra, come una luminosa cometa.

Il corpo del giovane cadde nel Po e il fiume, con le sue acque, dolcemente gli tolse dal viso la nera fuliggine. Poi i pastori lo seppellirono e sulla sua tomba scrissero:

«Qui giace Fetonte, che volle guidare il cocchio di suo padre. Non seppe farlo e trovò la morte, ma la sua fu un’impresa grandiosa!»

Il Sole, affranto, nascose il volto distrutto dal dolore e per un giorno il mondo rimase senza sole ...

 

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La siringa, il pavone e la dea Iside

17 Settembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

 

Da Le Metamorfosi di Ovidio, Storie della Tessaglia

 

La notizia della trasformazione di Dafne si diffuse per tut­ta la Tessaglia e i fiumi di quella regione si recarono dal padre di lei, Peneo. In realtà, non sapevano se consolarlo o congra­tularsi con lui: certo, aveva perduto la figlia, ma ora Dafne era diventata l’albero di Apollo, un dio grande e potente!

Comunque i fiumi accorsero alle falde del monte Pidno, dove viveva Peneo: mancava solo l’Inaco che, chiuso nel fon­do della sua grotta, piangeva disperato la scomparsa della fi­glia Io. Da giorni non sapeva più niente di lei; l’aveva cercata a lungo invano, e ora temeva il peggio...

Giove aveva visto Io che usciva dalla casa di suo padre e le aveva detto:- Sei una fanciulla bellissima, degna del re dell'Olimpo: beato chi ti sposerà!- Poi, indicandole il bosco ombroso, aveva aggiunto: - Perché non ti riposi fra quegli alberi freschi? Fa tanto caldo e il sole è alto nel cielo ... Non temere di incontrare le be­stie feroci, stai tranquilla: tu sei protetta da un grande dio ... da me, Giove in persona, che governa il cielo e scaglia i suoi terribili fulmini!

Io, spaventata e affascinata insieme, entrò nel bosco e Giove avvolse quel luogo in una fitta nebbia ...

Sua moglie Giunone, dall’alto dell’Olimpo, volse per caso lo sguardo verso la Terra e si accorse con meraviglia che la nebbia avvolgeva una vasta zona in un buio notturno. Capì che, in pieno giorno, quella nebbia non era naturale e si guar­dò intorno per cercare il marito: conosceva bene la sua passio­ne per le avventure amorose! In cielo non lo trovò. "Se non sbaglio, mi ha tradito un’altra volta!" pensò fra sé; e, mentre scendeva velocemente dall’Olimpo, ordinò alle nebbie di dissolversi.

Giove, prevedendo l’arrivo della moglie, aveva trasforma­to Io in una giovenca dal manto lucente. Anche così Io era bel­lissima; i suoi grandi occhi neri, però, erano pieni di tristezza e di sgomento ...

Giunone finse di non aver capito la verità, lodò la bellezza della giovenca e pregò Giove di regalargliela.

Il re dell'Olimpo è nei guai: che cosa deve fare? Se conse­gna la sua innamorata, si comporta in modo crudele, se non la consegna, scatena i sospetti della sua consorte: come si può negare a una moglie, a una regina, una semplice giovenca ... se è veramente solo una giovenca?

Così la dea ebbe in dono la sua rivale e, perché Giove non gliela portasse via di nascosto, la fece sorvegliare da Argo.

Ar­go era un essere mostruoso: aveva la testa coperta da cento oc­chi che dormivano a turno, due per volta, mentre gli altri ri­manevano aperti e continuavano a vigilare. Non perdeva mai di vista la povera Io; di giorno la faceva pascolare e di notte la chiudeva nella stalla, con un pesante giogo intorno al collo.

La fanciulla infelice brucava le foglie degli alberi e beveva l’acqua fangosa. Ogni tanto cercava di lamentarsi, ma dalla bocca uscivano solo muggiti e a quel suono subito taceva, spaventata dalla sua voce.

Un giorno andò a bere sulle rive del fiume, dove aveva gio­cato tante volte: quando vide il muso e le lunghe corna riflesse nell’acqua, si allontanò subito, terrorizzata e sbigottita ...

Anche il padre e le sorelle erano venuti a passeggiare sul fiume e Io si mise a seguirli sempre più da vicino ...

È cosi bella e mansueta quella giovenca! Il vecchio re l’accarezza, poi co­glie delle erbe e gliele porge: la giovenca lecca le mani del pa­dre, le riempie di baci e di lacrime. Vorrebbe parlare, dire chi è, raccontare la sua triste storia, ma come? Infine, con le zampe, traccia sulla sabbia delle parole che rivelano la verità! Allora il padre e le sorelle capiscono cosa è accaduto e piango­no disperatamente, abbracciando la giovenca bianca come la neve ... Ma Argo strappa Io a quell’abbraccio disperato e la spinge verso i monti; poi, dall’alto della cima, si mette di nuo­vo in guardia e scruta senza tregua da ogni lato.

Giove, però, non poteva più sopportare che Io soffrisse tanto; così chiamò Mercurio, suo figlio, e gli ordinò di uccide­re Argo.

Mercurio era un dio vivace e intelligente. Gli piaceva scherzare e passare il tempo in allegria, ma era sempre dispo­nibile a dare una mano a chi si trovava nei guai. Non sopporta­va i prepotenti e quando si trattava di dar loro una lezione sap­eva essere molto severo ... Amava moltissimo i viaggi, perciò Giove gli aveva regalato un paio di sandali alati, un bastone magico che dava il sonno e lo aveva nominato suo messaggero: così Mercurio faceva la spola fra il cielo e la Terra per far co­noscere agli uomini la volontà di suo padre.

Era fidato, veloce e aveva una gran parlantina: quando vo­leva convincere qualcuno, era capace di chiacchierare per ore e di raccontare splendide storie con una voce così delicata e suadente che era impossibile resistergli.

Anche quella volta Mercurio ascoltò con attenzione l’or­dine di suo padre Giove; poi, senza perdere tempo, mise ai piedi i sandali alati, prese il bastone che dava il sonno e scese in volo dall’Olimpo.

Era proprio contento di quell’incarico! Argo non gli piaceva affatto, così orrendo e senza pietà, mentre aveva una gran simpatia per Io: anche trasformata in giovenca continuava a essere molto bella ...

Quando giunse sulla Terra, si tolse subito i sandali alati, per non dare nell'occhio; conservò invece il bastone magico e finse di essere un pastore che guidava il suo gregge al suono di uno strano strumento fatto di canne.

Argo, sempre di vedetta sulla cima del monte, lo vide arri­vare da lontano e rimase affascinato da quella musica così par­ticolare.

Il giovane pastore veniva avanti ballando, seguito dalle sue pecore bianche. Aveva un'aria allegra e spensierata ...

"Cosa posso temere da lui?" pensò Argo "È un ragaz­zino e io sono un gigante, ha solo un bastone sottile mentre io ho cento occhi e braccia possenti! E poi, mi piacerebbe tanto sentire ancora le sue canzoni ..."

Così, quando il pastore fu più vicino, gli disse: -Perché non vieni a sederti all’ombra, insieme a me? È un bel posto per riposare! -

Mercurio sedette e subito iniziò a raccontare storie e a suonare dolcemente.

Il giorno passava e gli occhi di Argo si facevano pesanti per il sonno... Ma egli resisteva, non voleva chiuderli e, per svegliarsi, chiese chi aveva inventato quello strumento misterioso. Allora Mercurio cominciò a raccontare:

- Sui monti dell'Arcadia viveva una bellissima fanciulla di nome Siringa, Molti déi e divinità dei boschi ne erano inna­morati, ma lei adorava Diana e non voleva sentir parlare dell’amore. Vestiva come Diana e si distingueva da lei solo per l’arco di legno: quello della dea era tutto d’oro! -

Gli occhi di Argo cominciavano a chiudersi e Mercurio continuava a raccontare:

-Un giorno Pan, il dio dei pastori, le dichiarò il suo amore. La fanciulla rimase

 sconvolta alla vista del suo innamorato: aveva la barba caprina, gli zoccoli al posto dei piedi e due cor­na appuntite in mezzo alla fronte ... Terrorizzata, cominciò a fuggire; ma il fiume Ladone, amico di Pan, la raggiunse con le sue acque e frenò la corsa.

- Aiutatemi divinità dei monti, amici fedeli, trasforma­temi! - gridò Siringa, mentre il dio ormai le era accanto …

Così Pan si trovo fra le mani un ciuffo di canne palustri!

Sconsolato, Pan sospirò e l’aria, vibrando dentro le canne, produsse un suono sottile, simile a un lamento. Pan rimase in­cantato da quella musica dolce e nuova.

 

- In questo modo potrò continuare a stare con te! - disse; e con la cera unì insieme alcune canne di lunghezza diversa. Era nato un nuovo strumento, che ebbe il nome della fan­ciulla: Siringa! -

 

Mercurio raccontava, raccontava ... E alla fine tutti gli oc­chi di Argo si velarono e si chiusero.

Quando lo vede cedere, il dio smette di narrare, rende il sonno ancora più pesante toc­candogli le palpebre con la verga magica e, con una falce, taglia la terribile testa.

Ora tutti gli occhi di Argo sono spenti ... Giunone li prende e li pone sulla coda del pavone, animale a lei sacro: da allora quelle piume sono adorne di occhi lucenti!

Poi, piena d’ira, la dea manda un tafano a punzecchiare la giovenca:

 

- Tormentala, non darle tregua! Costringila a fuggire per tutto il mondo e fa’ che  non possa fermarsi mai!

 

Così Io si mette a correre senza posa, piena di terrore, finché non giunge al flume Nilo e si getta per terra, ormai pri­va di forze; poi solleva il muso verso l’alto e piange, rivolgen­do al cielo muggiti e gemiti disperati ... Giove allora abbraccia la moglie e le chiede perdono:

 

- Non far soffrire ancora quella povera fanciulla: ti giuro che non avrò più niente a che fare con lei!-

 

A tali parole la dea si calma ed ecco, Io riprende l’aspetto di una volta: le setole cadono dal corpo, le corna spariscono, l’occhio diviene più piccolo, il muso si ritira, le mani e le braccia compaiono di nuovo, mentre lo zoccolo si divide in cinque dita ...

È tornata una fanciulla: solo la sua pelle è rimasta can­dida, come il manto della giovenca.

Ora, in Egitto, è Iside, una dea famosissima che ha la te­sta adorna di splendide corna lucenti ...

 

 

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Narrare e leggere "belle storie"

14 Settembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #cultura, #educazione, #miti e leggende

 

 

 

 

 

Poiché non si può parlare di lettura senza parlare di libri, inizierò col raccontare qualcosa che ha a che fare con uno dei miei autori preferiti, Robert Louis Stevenson... Come è noto, nel 1889, a trentanove anni, Stevenson si trasferisce con la famiglia nelle isole Samoa, dove rimarrà fino al termine della sua breve e intensa vita. In questi anni di permanenza, Stevenson si meriterà dagli indigeni il nome di “Tusitala”, cioè “colui che racconta belle storie”, in particolare quelle della tradizione della Scozia, di cui era originaria la sua famiglia. Scrive Stevenson nel suo libro-diario “Nei mari del Sud”:

 

Quando volevo cercare qualche particolare di un costume selvaggio o di una credenza superstiziosa, frugavo indietro nella storia dei miei padri e ripescavo qualche tratto di eguale barbarie: Michael Scott, la testa di Derwentwater, la seconda vista, lo Spirito delle acque, ciascuno di questi ho trovato che funzionava come esca; la testa del toro nero di Sterling mi ha procurato la leggenda di Rahero; e ciò che sapevo dei Cluny Macpherson o degli Appin Stewart mi permise di conoscere i Tevas di Tahiti e mi aiutò a capirli. L’indigeno non si vergognava più, il suo senso di fratellanza cresceva e le sue labbra si aprivano”. (1)

 

Stevenson è orgoglioso di saper comunicare con queste persone con questi “ascoltatori e  narratori di storie”,(2) come egli li chiama. Così descrive una serata di veglia trascorsa in compagnia di uno straordinario narratore delle isole Paumotu: “Stretti intorno alla lampada serale, col sottofondo della risacca, pendevamo dalle sue labbra, emozionati” (3). Un intero capitolo di “Nei mari del Sud” è dedicato alla “storie cimiteriali” raccontate da costui, storie che venivano narrate durante le veglie funebri per esorcizzare la paura della morte e per consolare.(4)

Il 3 dicembre 1894, Robert Louis Stevenson si spegneva all’improvviso, colpito da emorragia cerebrale. Il suo biografo, Graham Balfour, racconta puntualmente la solenne cerimonia funebre: i capi indigeni, grati allo scrittore per essersi opposto alla colonizzazione americana e tedesca delle Samoa, aprirono in poche ore una strada nella foresta perché Stevenson, com’era suo desiderio, potesse essere sepolto sulla cima del monte Vea, “alto sui litorali bianco e celesti dell’isola di Upolu”, ai piedi del quale aveva costruito la sua casa, “una casa grande, e con un  grande e inutile caminetto di pietra, e un’ampia veranda affacciata sul panorama” (5)

Certo, Stevenson si guadagnò la riconoscenza degli indigeni per essersi opposto alla colonizzazione tedesca ed americana delle isole Samoa, ma si può di certo pensare, e mi piace pensare, che è anche al fascino delle storie da lui raccontate che deve gli onori che gli indigeni gli tributarono seppellendolo in cima a quel monte. Non sappiamo quanto le sue storie fossero comprese nel loro profondo significato, se la loro struttura fosse evidente, se i personaggi fossero individuati nelle loro caratteristiche, e francamente questo non è  affatto importante; ciò che conta è il fascino che quelle storie emanavano, la suggestione, la magia: sono questi i fili invisibili che hanno incatenato gli abitanti delle Samoa, così diversi per cultura, lingua, tradizioni, visione del mondo, ad un grande scrittore dalla strana vita proveniente dall’altro capo del mondo, e lui a loro; e ciò che ha reso possibile questo legame è stata proprio la narrazione, l’incanto della parola, della voce umana.

Stevenson quindi, fornisce “indicazioni didattiche” molto utili a chi vuol sperimentare nuovi modi per motivare alla lettura: un ambiente caratterizzato dalla piacevolezza, dall’intimità e dalla presenza della voce umana, la gratuità del raccontare, l’amore che il narratore nutre per le sue storie, la narrazione che veicola la letteratura e in genere l’insegnamento...

Queste indicazioni le ritroviamo anche in Daniel Pennac, autore contemporaneo di romanzi per adulti come Il paradiso degli orchi, La fata carabina, La prosivendola e di Signori bambini. Pennac, in Come un romanzo, un saggio piacevolissimo e molto stimolante che appunto si legge  come un racconto, affronta il problema della disaffezione alla lettura nei giovani e indaga sul perché il libro si stia sempre di più trasformando in una “muraglia” che ci separa dai nostri figli e dai nostri allievi.

Nel saggio Pennac parte dalla sua esperienza di genitore di un ragazzo che non ama leggere e ripercorre all’indietro le tappe che hanno portato il figlio a questa disaffezione, un “male” che colpisce anche gli alunni del liceo parigino dove l’autore insegna francese. Così inizia il suo libro:

 

“Il verbo leggere non sopporta l’imperativo, avversione che condivide con alcuni altri verbi: il verbo “amare”... il verbo “sognare”... Naturalmente si può sempre provare. Dai, forza: “Amami!”, “Sogna!” “Leggi!”... Risultato? Niente.”(6)

 

Questa avversione alla lettura, continua Pennac, diventa una muraglia perché è veramente inconcepibile per noi, soprattutto “...se apparteniamo a una generazione, a un’epoca, a un ambiente, a una famiglia dove la tendenza era piuttosto quella di impedirci di leggere. ‘Ma smettila di leggere, insomma, ti rovinerai gli occhi!... Spegni la luce! E’ tardi!... Leggere a quei tempi era un atto sovversivo. Alla scoperta del romanzo si univa l’eccitazione di disobbedire alla famiglia. Duplice incanto! Oh, il ricordo di quelle ore di lettura rubate sotto le coperte alla luce di una torcia elettrica!”(7). Dopo aver riflettuto su se stesso bambino, Pennac riflette su se stesso genitore:

 

“Siamo giusti: non abbiamo pensato subito di imporgli la lettura come dovere. All’inizio abbiamo pensato subito al suo piacere. I suoi primi anni ci hanno messo in uno stato di grazia e l’assoluto stupore dinanzi a questa nuova vita ci ha conferito una sorta di genialità. Per lui siamo diventati narratori. Dal primo sbocciare in lui del linguaggio abbiamo incominciato a raccontargli delle storie. Era un talento che ignoravamo di avere... Se invece non abbiamo avuto questo talento, se gli abbiamo raccontato le storie di altri, e anche piuttosto male, cercando le parole, storpiando i nomi propri, confondendo gli episodi... poco importa. E se anche non abbiamo raccontato affatto, se ci siamo limitati a leggere a voce alta, eravamo il suo romanziere, il narratore unico grazie al quale ogni sera lui si infilava nel pigiama del sogno prima di scomparire sotto le lenzuola della notte. O meglio, eravamo il Libro. Ricordatevi di quell’intimità così ineguagliabile. Come ci piaceva spaventarlo per il puro piacere di consolarlo! E lui, come chiedeva quello spavento! Già così poco credulone, eppure tutto tremante di paura. Un vero lettore, insomma... Che pedagoghi eravamo, quando non ci curavamo della pedagogia!” (8)

 

Anche Pennac, quindi, ci invita a creare ambienti “caldi”, leggere per il piacere di farlo, e soprattutto a narrare, legando quindi strettamente lettura e narrazione.

La narrazione, infatti, “è una delle forme di discorso più diffuse e più potenti della comunicazione umana”(9) Fra le sue straordinarie caratteristiche ha quella di ordinare in sequenza gli eventi, di renderli lineari, di collegarli logicamente, ma anche di elaborare ciò che esula dalla norma, “l’elemento insolito”, e quindi di dargli significato. La curiosità del bambino verso il nuovo, l’inusuale, il divergente, che diventa nell’adulto desiderio di conoscenza, amore per la ricerca e la scoperta, potrebbe avere qui le sue radici. La narrazione infatti investe fin dall’inizio la vita dell’uomo: i concetti di bene e di male, i valori, i comportamenti, i canoni estetici ecc., vengono trasmessi al bambino attraverso racconti ed egli, a sua volta, per rapportarsi al mondo, impara a raccontare attraverso suoni, gesti, parole, frasi che l’adulto trasforma in storie, in comunicazione. Il meccanismo della narrazione è così connaturato all’uomo che i bambini comprendono le storie ancora prima di aver appreso a parlare ed avanza l’ipotesi che “la struttura della grammatica umana potrebbe aver avuto origine da una pulsione protolinguistica a narrare.”(10)

Narrare quindi, e narrare belle storie” a casa e a scuola, creando ambienti gradevoli dove il clima sia quello descritto da un altro dei miei autori preferiti, Italo Calvino, nella prefazione al suo libro “Se una notte d’inverno un viaggiatore”:Mettetevi comodi...”

La lentezza, la piacevolezza, la gratuità: modi di essere spesso sconosciuti a scuola. Ci sono i programmi da finire, le verifiche da fare, e poi le aule sono disadorne, i banchi rotti, la luce fredda... Chi di noi, anche se appassionato lettore, amerebbe immergersi nel suo libro in un ambiente simile? Allora, per prima cosa, creiamo con i ragazzi un luogo nuovo, “nostro”, dove stare bene. Se nella scuola c’è uno spazio che nessuno utilizza, si può trasformare in un luogo magico, dove perdersi nelle storie (“Siate maghe!” raccomanda Pennac alle bibliotecarie, e l’invito potrebbe di certo estendersi a tutte le insegnanti, “e i libri voleranno direttamente dagli scaffali alle mani del lettore”) (11). Si può trasformare, ad esempio, in una sala oscurabile, quasi buia, dove gli alunni stanno seduti su tappeti o stuoie; si chiede loro di rilassarsi come desiderano; l’insegnante legge in modo lento ed espressivo, illuminata da un faretto; al termine della lettura si rimane per un poco in silenzio (Pennac suggerisce di non uscire bruscamente dalle storie...), poi l’insegnante invita gli alunni a sedersi in cerchio, all’indiana, e, senza accendere la luce, chiede loro come sono stati, se sono riusciti a concentrarsi, se c’è un’immagine che li ha particolarmente colpiti, se questa immagine suscita in loro ricordi personali o di altre storie; nelle risposte si segue l’ordine del cerchio, ma nessuno è obbligato a parlare... Se lo spazio non c’è, si può trasformare la propria classe: ognuno porta da casa un cuscino, da conservare insieme a quelli dei compagni dentro un grande sacco “parcheggiato” in un angolo della classe insieme ad una stuoia o ad un tappeto, e quando è il momento opportuno, si stendono stuoie e tappeti, il sacco si apre, le finestre si chiudono un poco, l’insegnante si siede in mezzo ai ragazzi, apre il libro e... comincia il viaggio nelle storie!

Come avrete notato in questi piacevoli luoghi si legge ad alta voce. Insieme alla narrazione, questo tipo di lettura è un altro “mezzo magico” troppo spesso trascurato. “Il leggere con forte motivazione e partecipazione emotiva, e quindi con gioia e gratificazione personale, è la vera decisiva pratica che deve mirare a promuovere una valida educazione alla lettura” (12), e la lettura ad alta voce, contrariamente a quanto spesso si ritiene, stimola il desiderio di leggere attraverso il suono, il ritmo ed anche la gestualità. Questi preziosi strumenti della comunicazione, che non vengono utilizzati nella lettura, facilitano la comprensione del testo e lo rendono più piacevole arricchendolo di quella “teatralità” che rende tanto accattivanti i mass-media:

La narrazione non può essere senza voce”, scrive Bruner.(13)

Infatti “...leggere significa stabilire una relazione attraverso il tatto, la vista, l’udito (le stesse parole risuonano). Si legge con tutto il corpo... Le parole, il modo in cui si succedono, le ripetizioni, la loro musica, il loro corpo affascinano. E il piacere viene leggendo, inspiegabile e desiderabile” (14); e nella lettura, “la voce della madre, del padre (del maestro, del professore) ha una funzione insostituibile... per la promozione del libro da mero oggetto di carta stampata a ‘medium’ affettuoso, a momento della vita” (15)

James Joyce a chi lo accusava di scrivere opere troppo complesse, rispondeva che tutti sarebbero stati in grado di capirle se fossero state lette ad alta voce.

Quindi, attrezzare luoghi “caldi” dove narrare e leggere ad alta voce “Belle Storie”. Ma che cosa s’intende per “belle storie”? Quali racconti, quali libri possono essere definiti tali e quindi proposti perché possano catturare alla lettura?

Fra i dieci diritti del lettore elencati da Pennac nel suo già citato saggio, c’è anche quello di “leggere qualsiasi cosa” (16), sia i “buoni” che i “cattivi” romanzi, perché, come quelle del Signore, le vie della lettura sono infinite ed alla fine, se non si è stati demonizzati e repressi, arriva il momento in cui “al romanzo chiediamo qualcosa di più della soddisfazione immediata ed esclusiva delle nostre sensazioni”, e le buone letture  hanno la meglio sulla letteratura “usa e getta” che “si limita a riprodurre all’infinito gli stessi tipi di racconti, che fabbrica stereotipi a catena, fa commercio di buoni sentimenti e sensazioni forti, prende al volo tutti i pretesti offerti dall’attualità per sfornare una narrativa di circostanza...” (17)

Se questo è vero, esistono comunque “belle storie”, più capaci di altre di affascinare e quindi di motivare alla lettura? Italo Calvino aveva un’opinione in proposito. Nel suo libro “Perché leggere i classici” (il titolo è da leggersi come un’affermazione, e non come un interrogativo...) egli dà 14 definizioni di che cosa è un classico; ve ne propongo alcune fra quelle più significative per me:

“i classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale...

... i classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti...

... il classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire...

... il TUO classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui...

... si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati...

...le letture in gioventù possono essere poco proficue, per impazienza, distrazione, inesperienza delle istruzioni per l’uso, inesperienza della vita. Possono essere (magari nello stesso tempo) formative nel senso che danno una forma alle esperienze future, fornendo modelli, contenitori, termini di paragone, schemi di classificazione, scale di valori, paradigmi di bellezza: tutte cose che continuano a operare anche se del libro letto in gioventù ci si ricorda poco o nulla. Rileggendo il libro in età matura, accade di ritrovare queste costanti che ormai fanno parte dei nostri meccanismi interiori e di cui avevamo dimenticato l’origine. C’è una particolare forza nell’opera che riesce a farsi dimenticare in quanto tale, ma che lascia il suo seme... Naturalmente  questo avviene quando un classico “funziona” come tale, cioè stabilisce un rapporto personale con chi legge. Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore. Tranne a scuola: la scuola deve farti conoscere bene o male un certo numero di classici tra i quali (o in riferimento ai quali) tu potrai in seguito riconoscere i “tuoi” classici. La scuola è tenuta a darti degli strumenti per esercitare una scelta...” (18)

Forse, tenendo conto di tutto questo, la classicità, la lettura dei classici, come elemento di identità culturale ma anche di apertura alle altre culture, come motivazione al leggere, chiave di accesso allo scrivere, stimolo al narrare, come contributo alla formazione della persona, potrebbe essere un elemento di continuità della scuola dell’obbligo. Se lavorare in continuità nella scuola significa soprattutto eliminare i “disturbi” che impediscono la progressiva formazione e crescita culturale e personale dell’alunno, quale disturbo più grande ci può essere della disaffezione alla lettura? Per tutte le caratteristiche che Calvino ci ha elencato, i classici possono essere considerati fra gli “apprendimenti significativi”, cioè quegli apprendimenti che rimangono nella memoria, sui quali è possibile saldare altre conoscenze e che motivano ad altri apprendimenti.

Scrive Pennac: “In argot (19) francese leggere si dice ‘ligoter’, che vuole anche dire ‘incatenare’. Nel linguaggio figurato un grosso libro è un ‘mattone’. Sciogliete quelle catene e il mattone diventerà una nuvola.”

La lettura dei classici, "facilitando” la riconciliazione fra i nostri ragazzi ed i libri, può contribuire forse a tale magia.

Ma quali classici si devono privilegiare nella scuola dell'obbligo? A mio parere, i racconti tradizionali, cioè le fiabe, le favole, i miti, le saghe e le leggende epiche, devono avere un ruolo fondamentale. Perché? Perché sono storie che “hanno una storia”, che vengono da lontano, che “hanno viaggiato attraverso il mondo e si sono colorate qua e là di sfumature, riferimenti, chiaroscuri attinti cammin facendo” (20); sono storie nate dalla narrazione, dalla tradizione orale (perciò si prestano ad essere narrate, raccontate) e sono divenute poi letteratura (perciò si prestano ad essere lette, indagate nella loro struttura, “ricalcate” per dar vita ad altre storie).

Questi racconti sono anche patrimonio della nostra cultura ed una identità culturale forte è importante proprio nel momento in cui ci si apre all’Europa e si incontrano, cosa che sarà sempre più frequente, altre culture. Non dimentichiamo fra l’altro che oggi le trame ed i motivi di questi classici sono conosciute dai ragazzi attraverso il cinema e la televisione. Ciò rappresenta un vantaggio per l’insegnante che può contare, contrariamente a quanto avviene quando si affrontano altri generi, su un repertorio a cui può fare riferimento.

Oltre a motivare, i racconti tradizionali servono a “leggere la realtà”: il linguaggio della pubblicità, dei giornali, dei mass-media in genere fa continuo riferimento ai classici (l’Odissea dei profughi, il governo è in un dedalo, è fra Scilla e Cariddi, quel ministro è più ricco di Mida, il delitto della Circe della Versilia ecc.); come pure la pittura e l’arte di tutti i paesi ed in particolare del nostro Rinascimento.

Spesso i grandi classici giungono nelle mani dei ragazzi attraverso riscritture e riduzioni. Molti si chiedono: è opportuna questa procedura? Non è forse lesiva della personalità dell’autore? Non è fuorviante per il lettore che crede di leggere il testo di un autore mentre in realtà legge l’interpretazione che di quel testo ha dato un altro?

A questi interrogativi, alcuni rispondono di sì, e si schierano nettamente contro le riduzioni e le riscritture; altri sostengono che dipende: dalla riduzione, dalla riscrittura, dal testo “trattato”. Ci sono storie che i bambini amano, che possono accendere in loro immaginazione e fare “da esca”, come diceva Stevenson, ad altre storie. I miti della classicità e le leggende epiche ne sono un esempio. Ma per un alunno della scuola dell’obbligo leggere in versione integrale le Metamorfosi di Ovidio, l’Asino d’oro di Apuleio, la Saga dei Nibelunghi, la Canzone di Orlando, il Cantare del Cid è impossibile e penso rappresenterebbe un deterrente infallibile verso qualsiasi desiderio futuro a proseguire nella conoscenza. Però queste storie ai ragazzi piacciono, e molto. Allora ben vengano le riduzioni e le riscritture, fondate però su una profonda conoscenza dei testi che permetta di rispettare le caratteristiche dell’opera e di raccontarla con un linguaggio capace di suscitare emozioni e di stimolare l’immaginazione.

Accanto a tanti denigratori delle riscritture, mi piace citare un autorevolissimo difensore dei classici a misura di bambino, Elia Canetti, che, a proposito delle sue prime esperienze di lettore, racconta:

 

Andavo già a scuola da qualche mese, quando accadde una cosa solenne ed eccitante che determinò tutta la mia successiva esistenza. Mio padre mi portò un libro. Mi accompagnò da solo nella stanza sul retro dove dormivamo noi bambini e me lo spiegò. Era le ‘Mille e una notte’ in un’edizione adatta alla mia età... Lui stesso mi lesse ad alta voce una storia: altrettanto belle sarebbero state tutte le altre. Dovevo cercare di leggerle da solo e poi la sera raccontargliele. Quando avessi finito quel libro, me ne avrebbe portato un altro... Mi gettai subito su quel libro meraviglioso e ogni sera avevo qualcosa da raccontargli. Lui mantenne la promessa, ogni volta c’era un libro nuovo... Era una collana di libri per bambini... Che collana stupenda e impareggiabile! Non ce n’è mai stata un’altra simile. I titoli li ricordo tutti. Dopo Le Mille e una notte vennero le fiabe dei Grimm, Robinson Crusoe, i viaggi di Gulliver, i racconti tratti da Shakespeare, Don Chisciotte, Dante, Guglielmo Tell. Mi domando come fosse possibile ridurre il poema per renderlo adatto ai bambini. Ogni volume aveva parecchie illustrazioni a colori che però non mi piacevano, erano molto più belle le storie (ecco un prezioso suggerimento per chi produce testi, antologie ecc troppo carichi di immagini e abbellimenti in genere...); non so se nemmeno oggi sarei in grado di riconoscere quelle figure. Sarebbe facile dimostrare che quasi tutto ciò di cui più tardi si è nutrita la mia esistenza era già contenuto in quei libri, i libri che io lessi per amore di mio padre nel mio settimo anno di vita. Dei personaggi che poi non mi avrebbero più abbandonato mancava soltanto Ulisse”(21)

Buone riduzioni, unite all’intimità ed alla voce paterna, hanno guidato questo bambino verso altissime mete; forse possiamo sperare in qualcosa di positivo anche per i nostri ragazzi.... Da Canetti ci viene anche un altro prezioso suggerimento: è bene ripensare a che cosa ci ha spinto ad essere lettori appassionati e poi, nel nostro caso, insegnanti appassionati perché questi due aspetti non possono essere disgiunti: 1989 “l’insegnante ... trasmette, per vie soprattutto indirette, il piacere da lui vissuto di leggere, ...‘contagia’ l’alunno  col suo amore della lettura” (22)

Un ultimo accenno alle rivisitazioni dei testi. Italo Calvino, per “giustificare” i suoi interventi sulle fiabe da lui raccolte, racconta di essersi fatto forte di un proverbio toscano: “la novella nun è bella se sopra nun ci si rappella”, cioè “la novella vale per quel che su di essa tesse e ritesse ogni volta chi la racconta, per quel tanto di nuovo che ci s’aggiunge di bocca in bocca” (23). Credo che questo possa valere per gli altri racconti tradizionali anch’essi figli della tradizione orale. Infatti è passando di bocca in bocca, di generazione in generazione, che i racconti tradizionali si sono sviluppati e arricchiti, sono mutati nei particolari perché cambiavano gli interessi e le caratteristiche di chi ascoltava; i temi centrali invece, i messaggi universali che questi racconti volevano trasmettere sono rimasti costanti nel tempo e sono giunti fino a noi. Rileggendo e raccontando con voce nuova antiche storie non si fa altro che camminare nella strada che esse percorrono da millenni e continuarne la trasformazione, per contribuire alla continua rinascita del mondo dell’immaginario.

 

 

(1)R.L.Stevenson, Nei mari del Sud, Mondadori, 1994

(2)R.L.Stevenson, Op.cit.

(3)R.L.Stevenson, Op.cit.

(4)La funzione “terapeutica” della narrazione viene utilizzata anche da Tilde Giani Gallino in Il fascino dell’immaginario, SEI, 1988, un libro che insegna ad usare l’immaginazione per dialogare con il proprio inconscio.

(5) R. L. Stevenson, Lettera al dottor Hyde, a cura di A.Bigongiali, Sellerio 1994

(6) D.Pennac, Come un romanzo, Garzanti, 1992

(7) D.Pennac, Op.cit.

(8) D.pennac, Op.cit.

(9) J.Bruner,“La ricerca del significato”, Boringhieri 1992

(10) J.Bruner, Op.cit.

(11) D.Pennac, Op.cit.

(12) F.Cambi-G.Cives, Il bambino e la lettura, ETS, 1997

(13) J.Bruner, Op.cit.

(14) Lionel Bellenger, Saper leggere, Editori Riuniti, 1980

(15) G.Rodari, Nove modi per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura, in Scuola e fantasia, Editori Riuniti, 1992.

(16) D.Pennac, Op.cit.

(17) R.Valentino Merletti, Leggere ad alta voce, Mondadori, 1996

(18) I.Calvino, Perché leggere i classici, Mondadori,1991

(19) argot: è il gergo dei malviventi parigini

(20) D.Demetrio, Agenda interculturale, Meltemi, 1990

(21) E.Canetti, La lingua salvata, Adelphi, 1991

(22) Maria Luisa Altieri Biagi, in  R. Cardarello- A. Chiantera (a cura di), Leggere prima di leggere. Infanzia e cultura scritta, La Nuova Italia, 1989

(23) I.Calvino, Fiabe italiane, Einaudi, 1988

 

 

 

 

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L'alloro

10 Settembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

Da Le Metamorfosi di Ovidio, Storie della Tessaglia

 

Febo Apollo, figlio di Giove, era il dio della musica e della poesia. Spesso, accompagnandosi con la cetra, cantava splendide storie che facevano dimenticare ogni dolore a chi aveva la fortuna di ascoltarle. Possedeva un bellissimo arco d’argento ed era orgoglioso della sua mira infallibile, troppo orgoglioso ...

Anche Cupido, il dio dell’Amore, possedeva un arco. Cupido era un bambino bellissimo e aveva costruito questo arco da solo, con legno di frassino, perciò ne andava molto fiero. Certo, il suo arco non era d’argento come quello di Apollo, ma poteva scagliare frecce d’oro o di piombo che avevano straordinari poteri e raggiungevano sempre il bersaglio: chi veniva colpito dalle frecce d’oro, si innamorava; chi veniva colpito da quelle di piombo non riusciva ad amare. Cupido era molto potente! Gli altri dèi, però, non lo prendevano sul serio perché era solo un bambino e questo lo mandava su tutte le furie.

Un giorno Febo aveva visto il piccolo dio mentre tentava di piegare l’arco per allacciare la corda ai due estremi.

- Cosa vuoi fare, tu, un fanciullo, con armi così grandi? - gli aveva detto - Questa è roba per me, che ho una mira infallibile e so colpire al volo belve e nemici! Fai pure i tuoi giochi da ragazzino e non tentare di imitarmi!

Il dio dell’amore gli rispose:

- Il tuo arco può trafiggere tutti, caro Apollo, ma il mio può trafiggere te ... –

Così dicendo, si alzò veloce nell’aria e trasse dalla faretra una freccia d’oro e una freccia di piombo: con quest’ultima Cupido trafisse Dafne, figlia di Peneo, fiume della Tessaglia; con l’altra colpì Apollo, trapassandolo fino al midollo.

Subito Febo si innamorò, mentre la fanciulla non voleva neppure sentire la parola «amore»: desiderava stare nel fitto dei boschi, a caccia di animali selvatici, con i capelli scarmigliati, trattenuti solo da una fascia. Molti, in passato, l’avevano chiesta in sposa, ma Dafne non voleva saperne: amava solo la sua foresta. Spesso il padre le diceva:

-  Figlia mia, scegli un marito, dammi dei nipoti!-

Ma lei lo abbracciava teneramente e lo pregava di lasciarla sola e libera, come la dea Diana.

Il padre, alla fine, si era rassegnato: se la sua Dafne non voleva sposarsi, non poteva certo costringerla ... Ma Apollo non si dava pace, era troppo innamorato! La seguiva ovunque, la spiava ... Guardava i capelli che le scendevano in disordine sulle spalle e pensava: «Come sarebbero belli, se li pettinassi!»

Gli occhi di Dafne erano per lui come stelle luminose; le dita, le mani, le braccia, tutto di lei gli sembrava bellissimo ...

La fanciulla invece lo sfuggiva e non si curava del suo innamorato. Un giorno Apollo la sorprese mentre riposava a¬l’ombra di un grande albero.

«Finalmente potrò dirle quello che ho nel cuore» pensò il dio, pieno di speranza.

Però non osava avvicinarsi, non voleva spaventarla: quegli occhi stupendi che si riempivano di terrore alla sua vista, lo facevano tanto soffrire ...

- Dafne ... - chiamò con un filo di voce, da lontano.

Sentendo pronunciare il suo nome, la figlia di Peneo si svegliò, si guardò intorno ... Da dietro una siepe Apollo le sorrideva, emozionato e tremante ...

Subito la fanciulla balzò in piedi e si mise a correre, più svelta del vento; correva, correva e non si fermava alle parole del dio:

- Ti prego Dafne, fermati! Non voglio farti del male, aspetta! Ho paura che tu cada, che i rovi ti graffino le gambe, che ti faccia male per colpa mia ... Corri più adagio, non fuggire!  Sai, io non sono un semplice pastore, sono i1 signore della terra di Delfi: Giove è mio padre! Rivelo agli uomini il futuro e so suonare la cetra. Io ho inventato la medicina e conosco i segreti delle erbe, ma non c’è erba che guarisca dall’amore! Le mie frecce sono infallibili ma una, più potente delle mie, mi ha ferito al cuore e nessuna medicina può aiutarmi ...

Avrebbe voluto dire tante altre cose, ma Dafne continuava a fuggire impaurita, lasciandolo con il discorso a metà. La paura la rendeva ancora più bella: il vento lieve le mandava indietro i capelli e agitava la veste leggera ...

Ma il dio è più veloce, non le dà tregua e infine è alle sue spalle ... Dafne non ha più forze, è pallida, disperata ...

- Aiutami padre! – dice - Se voi fiumi avete qualche potere, trasformatemi, fate scomparire il mio corpo che è troppo piaciuto ...

Ha appena finito la sua preghiera, che una grande stanchezza la invade, il petto delicato si fascia di una corteccia sottile, i capelli diventano fronde, le braccia si trasformano in rami; il piede, prima così veloce, è trattenuto da profonde radici; il volto si copre di foglie, lucenti come i suoi occhi.

Ma anche così Febo è innamorato e stringe fra le sue braccia i rami, bacia il legno, che però cerca di sfuggire ai suoi baci ... Allora dice:

Se non puoi essere la mia sposa, sarai il mio albero: ti porterò sempre sui capelli e sulla cetra, adornerai il trionfo dei condottieri vittoriosi. E come i miei capelli rimangono eternamente giovani, così tu avrai le foglie sempre verdi e sarai eternamente bella.

Poi Febo tacque. L’alloro fece cenno con i rami appena nati e agitò la cima come per dire di sì col capo.

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La struttura de Le Metamorfosi di Ovidio

3 Settembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

Chi legge le Metamorfosi ha l'impressione di trovarsi di fron­te a un'opera molto varia, ma anche profondamente unitaria e armoniosa. Questa unità è dovuta alla presenza di alcuni elementi che si ripetono costantemente:

 

a) Tutti i racconti hanno due temi comuni: la trasformazione di esseri umani in forme sempre nuove, e l'amore, narrato in tutti i suoi aspetti: la fedeltà fra marito e moglie, l'affetto fra genitori e figli, il desiderio di avventura, la passione.

b) La trasformazione avviene sempre attraverso il cambiamento degli stessi elementi fisici: dimensione, posizione, volume, numero degli arti, colore della pelle, voce; inoltre si verifica generalmente di pomeriggio, quando il caldo è più intenso, e vicino a un fiume, a una fonte o in un bosco, dove i protagonisti della storia giungono assetati e in cerca d'ombra.

c) L'amore passa sempre attraverso gli occhi: i vari personaggi si innamorano al primo sguardo, affascinati dalla bellezza di giovani e fanciulle.

Non sempre però l'amore è corrisposto e spesso le fanciulle cercano di sfuggire ai loro innamorati; quindi, un altro elemento costante è l'inseguimento, che spesso si conclude con una trasformazione quando le belle fuggitive stanno per essere raggiunte.

d) Ogni storia è collegata all'altra e i legami che più di frequente le uniscono, sono:

• la somiglianza o la diversità dei temi (alcuni racconti hanno tutti per tema l'amore o la vendetta o l’amicizia, mentre altri contrappongono il rispetto per gli déi all'empietà, la generosità alla cupidigia...);

• il personaggio (i racconti hanno io stesso protagonista);

• la parentela (il protagonista di un racconto è padre o figlio o marito… di quello del racconto successivo);

• il luogo ( le avventure dei vari personaggi si svolgono nello stesso luogo).

In molti casi i racconti sono incastonati gli uni negli altri: mentre si svolge una vicenda, i personaggi narrano altre storie per alleviare la fatica del lavoro, per farsi conoscere meglio, per divertire, per consolare, per dare insegnamenti.

Ogni storia, quindi, richiama l'altra, in modo da tenere viva l'attenzione di chi legge. Infatti ciò che interessa Ovidio è proprio raccontare, all'infinito: questo grande poeta è un «mitologo» nel senso più antico del termine, cioè un «narratore di storie». E sempre per garantire questa curiosità, questa tensione del lettore, Ovidio non fa coincidere la fine di una storia con la fine di un libro, ma la continua nel successivo, dove ha inizio una nuova vicenda.

Inoltre, per intere pagine i verbi sono al presente, allo scopo di rendere il lettore partecipe del racconto: tutto avviene sotto i suoi occhi. Anche le descrizioni che Ovidio fa di luoghi, personaggi, fenomeni naturali, sono ricche di particolari: chi legge, deve anche «vedere» ciò che accade. C’è un legame molto stretto fa le scene descritte dal poeta e antiche statue greche e romane o affreschi ritrovati a Pompei. Probabilmente Ovidio conosceva queste opere e ne fu colpito; certamente le sue storie ispirarono in seguito artisti come Botticelli, Tintoretto, Tiziano, Veronese,Raffaello, Rubens, Bernini.

Anche in questo modo Ovidio, e soprattutto i miti, continuano a vivere e a raccontare le loro eterne, affascinanti storie.

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"Le Metamorfosi" di Ovidio

27 Agosto 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

Le Metamorfosi (Le Trasformazioni), sono un poema in 15 libri e comprendono miti e leggende di origine greca e romana: in circa 250 racconti, Ovidio riassume tutto l'antico mondo della mitologia, che va da Omero fino ai poeti dell'età di Augusto. Ovidio infatti si propone di narrare una «storia dell'universo» attraverso le trasformazioni che in esso sono avvenute, e per far questo, si ispira a tutta la mitologia classica, ma soprattutto a quella dell'età ellenistica.

La letteratura dell'età ellenistica ebbe, infatti, un interesse molto vivo per il tema delle trasformazioni e in particolare per l’eziologia (dai greco «aition» = causa), cioè la ricerca della causa, dell'origine di alcuni fenomeni. I racconti eziologici erano destinati a spiegare fatti sorprendenti: cerimonie particolari, strane usanze, nomi di luoghi, di piante, di animali ecc., dei quali si era perduto il significato e che perciò apparivano misteriosi, incomprensibili.

Partendo dall'osservazione dei fenomeno e tenendo conto delle sue particolari caratteristiche, si costruiva una storia fantastica che ne dava una spiegazione e una motivazione.

La letteratura ellenistica, inoltre, utilizzava la tecnica di incastonare racconti in altri racconti o di raggruppare una serie di storie indipendenti l'una dall'altra ma con in comune uno stesso tema.

Nelle Metamorfosi, Ovidio usa queste tecniche narrative e rielabora con la sua fantasia i racconti mitici tradizionali, nelle loro versioni più rare, raffinate e sconosciute.

I miti, in realtà, hanno ormai perduto da tempo il loro valore religioso. Gli dèi descritti da Ovidio non regolano le sorti dei mondo dall'alto dell'Olimpo, ma scendono spesso sulla terra, amano, sono gelosi, si adirano, hanno sete di vendetta; queste passioni, così umane, coinvolgono e travolgono giovani, donne, fanciulli, e sono spesso causa della loro trasformazione. La metamorfosi, quindi, crea un legame fra il mondo degli dèi e quello dei mortali che dà nuova vita ai miti perché li fa diventare storia della natura e dell'uomo: infatti in ogni fiore, in ogni scoglio si nasconde una storia che ha per protagonisti amanti infelici, donne innamorate, fanciulli  imprudenti.

La metamorfosi può essere un premio (ad esempio Ercole, per il suo coraggio, viene trasformato in divinità e assunto in cielo); il rimedio a un errore commesso dagli déi o a un'ingiustizia degli uomini (ad esempio Giacinto, ucciso involontariamente da Apollo, e Leucotoe, condannata a morte dal padre infuriato, divengono piante odorose); una punizione (ad esempio il feroce tiranno Licaone è mutato in lupo): in ogni caso, anche se sotto nuova forma, buoni e cattivi continuano a esistere come elementi della natura.

Inoltre, questi esseri trasformati, anche dopo la metamorfosi non dimenticano chi erano e perché sono diventati così: il girasole continua ad amare il Sole, la pernice non ha più il coraggio di volare in alto, lo scoglio di Perimele desidera ancora gli abbracci del suo innamorato. Animali, piante, rocce conservano quindi la loro umanità.

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L'età di Augusto

13 Agosto 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera, #storia

 

 

 

 

 

Publio Ovidio Nasone nacque a Sulmona, nella terra dei Pe­ligni (oggi, l’Abruzzo), da un' antica famiglia di cavalieri, il 20 marzo del 43 a. C.

Alcuni anni dopo, ad Azio (31 a. C.), Ottaviano sconfiggeva Antonio: terminava cosi il lungo e sanguinoso periodo delle guerre civili e iniziava l'eta del principato di Augusto. Il nipote di Cesare, infatti, assumerà prima il titolo di «princeps» (che in latino significa « primo», «il migliore di tutti i cittadi­ni»), poi quello di «Augusto» (cioè «sacro», «venerabile»). Questa nuova forma di governo, il principato, anche se lasciava in piedi le istituzioni repubblicane (senato, comizi, magistrature), di fatto era una monarchia che durò per ben 45 anni, fino alla morte del­l'imperatore Augusto, avvenuta nel 14 d. C.

Durante il principato, Roma, dopo la rovina causata dalle guerre civili, ebbe un periodo di grande prosperità e pace, e ci fu uno straordinario sviluppo della letteratura e dell'arte.

Alcuni fra i più grandi poeti e scrittori latini (Virgilio, Orazio, Livio, Properzio, Tibullo),che a causa delle guerre civili avevano subito gravi danni economici, trovarono in Ottaviano aiuto e protezione: egli restituì loro le proprietà confiscate e promise l'ordine, la fine delle discordie, quella pace tanto desiderata che sembrava perduta per sempre.

In realtà, durante il suo principato, Augusto fece molte guerre, ma esse si svolsero sempre ai confini dell'impero, contro popolazioni straniere, e non fra Romani. Così, dopo la battaglia di Azio, i poeti si rivolsero al «princeps» con gratitudine, come a colui che garantiva loro la pace e una vita tranquilla, nella quale potevano dedicarsi all'«otium», cioè allo studio e all'arte. In cambio, Augusto chiese agli uomini di cultura di celebrare nelle loro opere gli ideali che stavano alla base della sua politica: l'amore per la campagna, il rispetto per la tradizione, il rifiuto del lusso, dei costumi immorali, degli influssi orientali.

Nel frattempo era cresciuta una nuova generazione di uomini, e quindi anche di artisti e di poeti, per i quali gli orrori delle guerre civili rappresentavano solo un vago ricordo: la pace era ormai consolidata, non veniva più vissuta come una preziosa e dolorosa conquista. Questi giovani provavano insofferenza per i progetti di Augusto, che voleva ricreare l'antica repubblica romana, basata sull'amore per gli dèi, sulla famiglia, sulla semplice vita contadina, e desideravano invece un'esistenza agiata, raffinata, di tipo orientale; Roma infatti aveva sottomesso l'Egitto, ma in realtà i costumi, i gusti, le idee, le credenze religiose di quella terra influenzavano profondamente la capitale dell'Impero.

Ovidio, ultimo dei grandi poeti dell'età di Augusto, si fece interprete delle aspirazioni e delle contraddizioni della nuova generazione; forse anche per questo terminò la sua vita in esilio, nelle lontane terre della Scizia.

 

 

 

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