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Elbabook: la voce degli editori indipendenti

10 Luglio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #case editrici

Elbabook: la voce degli editori indipendenti

Torna Elbabook: la voce degli editori indipendenti

I libri come beni pubblici e strumenti di integrazione, le biblioteche come case del dialogo

Dal 26 al 29 luglio torna in scena Elbabook, l’unico festival isolano dedicato all’editoria indipendente. Alla base c’è un progetto di riqualificazione turistica e artigianale di Rio nell’Elba: riscoprire un borgo affascinante, lontano dal clamore delle spiagge più note, unito al panorama che si ha dell’isola, offre la possibilità di esplorare l’entroterra, di sentire l’ospitalità semplice delle persone. La direzione artistica di Marco Belli, sorretta da quella organizzativa di Roberta Bergamaschi, Giorgio Rizzoni e Andrea Lunghi, ha dato origine a quattro giorni di incontri, tavole rotonde, spettacoli e presentazioni per dare voce alle piccole e medie realtà editoriali, insieme alle piccole e medie istituzioni, e disegnare strategie per la loro valorizzazione, a favore della “bibliodiversità”. La mappa del Festival conterà 24 case editrici provenienti dall’intera Penisola, tra cui Tunuè, NN Editore, Henry Beyle, Edicola, Mille Gru e AltraEconomia. Nel dettaglio:http://www.elbabookfestival.com/

A rendere possibile un evento per la collettività all’insegna della cultura è stato il supporto di Acqua dell’Elba, main sponsor, eccellenza internazionale dell’hand-made toscano in materia di profumi ed essenze, di Comieco, Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo degli Imballaggi a base Cellulosica, di Locman orologeria italiana, di Moby Lines traghetti, di Dampaì accessori monda, di Zurich Assoprofin Consulting, nonché il patrocinio di Symbola, virtuosa “Fondazione per le qualità italiane”, della Regione Toscana, della prestigiosa Fondazione “Elba”, e del Parco dell’Arcipelago Toscano, che festeggerà insieme allo staff del festival i vent’anni dalla sua nascita.

LE NOVITÀ IN PROGRAMMA

Il sipario si alzerà su Piazza Matteotti, sul dibattito Biblioteche, granai contro l’inverno dello spirito, per spaziare dalla tutela dei depositi pubblici alla legittimazione dei cataloghi editoriali di fronte ai mass media. Entreranno nel merito Andrea Kerbaker e Giuseppe Marcenaro, giornalisti e scrittori, e Matteo Codignola, editor e traduttore di Adelphi. Il programma è ricco: si prosegue con le colazioni in compagnia degli editori, presentazioni delle novità sul mercato, spettacoli teatrali con la Compagnia Kublakan e di giocoleria con i Metà e Mavà. Di maggiore concentrazione saranno le due tavole rotonde: la Terrazza del Barcocaio si affaccerà sul mondo con Libri, scuola e nuove cittadinanze, insieme agli scrittori Tahar Lamri e Mihai Butcovan, alla docente Carla Bagna dell’Unistrasi e a Silvia De Marchi, editor e collaboratrice parlamentare; mentre l’altro tema portante sarà necessariamente nostrano, Diritto d’autore e nuove configurazioni dell’editoria indipendente in Italia, a cominciare dal destino della SIAE. Ne discuteranno Roberto Caso, docente dell’Università degli Studi di Trento, Simone Aliprandi, fondatore del progetto Copyleft-Italia, l’editore Paolo Primavera e Mario Sileo, docente e responsabile del progetto ComunEbook, la prima casa editrice digitale costituita da un’istituzione, il Comune di Ferrara.

Non mancheranno i laboratori per i più piccoli, all’interno del Teatro Garibaldi, o il viaggio Alla scoperta dei fondali marini, nella Casa del Parco “Franco Franchini, a cura della biologa marina Chiara Luciani. Non si conteranno neanche le degustazioni enogastronomiche offerte dai Consorzi Visit Elba e Visit Ferrara che accoglieranno lo chef stellato Mauro Spadoni.

L’Illustration Marathon, organizzata dalla casa editrice Kleiner Flug, chiuderà il palinsesto. I disegnatori si cimenteranno in una graphic novel dal titolo Ferro, manifesto del debito storico con le miniere degli anni ’80.

IL PREMIO “LORENZO CLARIS APPIANI”

Non va tralasciato che Elbabook conta sulla consulenza scientifica dell’Università per Stranieri di Siena. Una sinergia che per la seconda edizione ha istituito un premio alla migliore traduzione in italiano. Il Premio dedicato a Lorenzo Claris Appiani, il giovane avvocato assassinato, è un’ulteriore testimonianza di quanto l’attenzione al particolare sia la via per una società più coesa e meno indifferente nei confronti delle minoranze. La famiglia Appiani è di origini elbane e si è sempre impegnata a sostegno dello sviluppo intellettuale della propria isola. Non a caso, la lingua scelta per la traduzione in italiano è l’arabo, a dimostrazione che i bacini culturali a noi lontani muovono saperi preziosi da condividere. Conoscere significa essere disposti ad ascoltare l’altro, significa combattere la paura cieca e facilitare la comprensione tra i popoli.

L’integrazione, però, interessa da vicino anche la nostra società; perciò i detenuti del carcere di Porto Azzurro terranno letture delle loro esperienze. A questo proposito, sarà proiettato in Piazza Matteotti il documentario Asmarina, alla cui visione seguirà l’intervista ai registi Alan Maglio e Medhin Paolos, di ritorno dagli Stati Uniti.

Elbabook: la voce degli editori indipendenti
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Il gigante dai piedi di argilla

9 Luglio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #personaggi da conoscere, #sport

Il gigante dai piedi di argilla

Il “GIGANTE DAI PIEDI DI ARGILLA” , così fu soprannominato Primo Carnera, ricordato per la sua forza straordinaria, per le sue doti agonistiche ma, prima di essere un grande campione, fu soprattutto un uomo buono e gentile che amò la sua famiglia.

Era nato a Sequals, oggi provincia di Pordenone, il 25 ottobre 1906, la sua era una umile famiglia di contadini e la nascita di un figlio non avrebbe fatto notizia a quei tempi e in quella realtà, se non fosse che il neonato era un bambino di dimensioni fuori dal comune. Si parla di sette, otto chili, non ci sono ovviamente notizie certe, ma lo scalpore che causò fa sicuramente propendere per dimensioni eccezionali. Il padre era un mosaicista, la madre casalinga, e con gli scarsi introiti della famiglia si faticava a mantenere Primo, un bambino che cresceva a vista d'occhio, per il quale era difficile trovare le scarpe e che mangiava tanto: era sempre affamato e il cibo non gli bastava mai. Era cresciuto oltremisura e nel 1917, a soli undici anni, rischiò di finire davanti a un plotone di esecuzione perché, durante la prima guerra mondiale, i soldati diretti al fronte, passando dal suo paese, lo videro salutare festoso ma così grande e grosso che pensarono si trattasse di un imboscato. Si salvò grazie ai suoi documenti che testimoniavano in maniera inoppugnabile che si trattava effettivamente di un bambino.

Date le sue dimensioni fisiche aveva difficoltà a rapportarsi con i coetanei, faticava persino a entrare nel banco della scuola, così inadatto a un gigante come lui, e lasciò presto lo studio quando a malapena sapeva leggere e scrivere. Si cercò un lavoro ma per lui, come per tanti in quel periodo, in Italia non ce n'era. Così, nel 1920, esattamente il 29 giugno, Primo lasciò il suo paese in cerca di fortuna, per recarsi a Le Mans presso una zia. Il nuovo inizio non fu facile, anche in terra francese lo aspettavano lavori umili, faticosi, pagati miseramente e i pochi soldi che riusciva a guadagnare non gli bastavano nemmeno per soddisfare il suo smisurato appetito. Qui però avvenne il suo primo incontro con la boxe, un rapporto che gli cambiò la vita per sempre.

Gli Italiani emigrati, un po' per passione, un po' per sfogare le frustrazioni di una vita grama lontano dalle famiglie, si riunivano nella palestra dell'Unione sportiva di Le Mans per scambiarsi quattro cazzotti. Da questa palestra un impresario da baraccone lo convinse, in cambio di pochi soldi ma di cibo a volontà, a intraprendere una carriera che ben poco aveva a che fare con quella del pugile vero e proprio. Primo divenne “il Terribile Giovanni”, l'uomo forzuto che sfidava in match di lotta e pugilato gli avventori dello spettacolo itinerante che teneva questo circo da quattro soldi. Dopo qualche tempo fu però notato, mentre sotto il tendone spostava da solo un pianoforte, da un ex boxeur, Paul Journée, campione dei pesi massimi, che contattò il suo manager e lo convinse che il ragazzo aveva enormi potenzialità che andavano indirizzate e che, con tecnica e allenamento, ne avrebbero fatto un grande campione.

L'impresario era Léon Sée e, insieme al suo allenatore Maurice Eudeline, iniziarono ad allenare Primo Carnera e lo prepararono atleticamente e tecnicamente al primo incontro, che avvenne a Parigi il 12 settembre 1928. Salendo sul ring il gigante italiano lasciò a bocca aperta tutto il pubblico che seguiva ogni suo movimento con esclamazioni di stupore. In due riprese liquidò il suo primo avversario e iniziò così la sua brillante carriera. Va detto comunque che vinceva per la sua grande forza ma anche che fu proiettato ai massimi livelli del pugilato senza una vera gavetta, mancava di esperienza e divenne una stella ancora prima di essersi fatto le ossa sul ring.

Di successo in successo nel 1929 sbarcò in America, dove gli fu tributata un'accoglienza molto calorosa e soprattutto riscosse il tripudio di tutti gli Italiani emigrati che vedevano il lui il mito, il simbolo del riscatto sociale da contrapporre al pregiudizio che avvertivano da parte degli Americani. Nel 1930 Primo Carnera sostenne ventiquattro incontri di cui ventitré furono vinti per KO e uno solo perso ai punti. Il 27 ottobre fece ritorno in Italia e al porto di Genova, sbarcando dalla nave, salutò romanamente il popolo che, sentiti gli echi dei successi americani, lo acclamava dalla banchina. La fama, il successo, la sua grande forza richiamavano molte persone ai suoi incontri, Carnera era richiestissimo e, più cresceva la sua fama, più aumentavano gli introiti, inevitabilmente un tale giro di affari non poteva non attirare la mafia italo-americana che riuscì ad ottenerne il management attraverso il “sindacato”, un'associazione legalmente costituita ma succube del controllo di Al Capone, che la usava come agenzia per gestire il suo giro di scommesse clandestine. Primo Carnera si trovò così gestito da personaggi equivoci, che gli organizzavano incontri su incontri, a volte vinceva altre perdeva ma la sua fama aumentava e gli organizzatori guadagnavano un mare di soldi, di cui al diretto interessato andavano soltanto le briciole.

Lui si accontentava di sfamarsi a volontà, di fare la bella vita comprando auto di lusso, vestendosi in maniera molto elegante e circondandosi di starlette in cerca di notorietà. L'unico investimento che riuscì a fare fu di costruire una villa al suo paese natale in Italia. Quell'omone così forte, così coriaceo e massiccio, nascondeva sentimenti leali verso la sua Patria ed era dotato di una sensibilità pari alla sua grandezza. Quando, durante un incontro, un avversario rimase disteso al tappeto senza vita, si chiuse in sé stesso, cadde in una profonda depressione, da cui uscì soltanto quando la madre del pugile morto gli scrisse una commovente lettera, assolvendolo da ogni colpa e spiegandogli che le lesioni che avevano causato il decesso del figlio erano dovute a un precedente incontro con un altro pugile.

Rimessosi in forze e riacquistato il suo equilibrio, Primo Carnera affrontò l'incontro della vita, non aveva più solo forza da vendere, ora aveva acquistato anche tecnica, una certa eleganza nei movimenti e, il 29 giugno 1933, affrontando Jack Sharkey dispustò l'incontro più bello e importante di tutta la sua carriera. Dopo sei riprese l'avversario era a terra svenuto e lui, vincendo per KO, era diventato campione del mondo. “Ho vinto per l'Italia e per il Duce” dichiarò scendendo dal ring e presto fu invitato a combattere un incontro in Italia che si svolse a Roma, al quale presenziarono tutte le autorità, Mussolini compreso con i due figli maschi. Fu l'evento sportivo con maggiore partecipazione di tutto il Ventennio, Carnera vinse l'incontro osannato da tutta l'Italia e questo si può senz'altro considerare l'apice della sua carriera.

Tornato in America si trovò ad affrontare di nuovo l'incontro per la detenzione del titolo mondiale e, nonostante si fosse battuto come un leone, dimostrando coraggio e determinazione, lo perse. Il peggio purtroppo doveva ancora avvenire e arrivò quando si trovò di fronte Joe Luis, l'astro nascente del pugilato internazionale. Carnera finì al tappeto piuttosto malconcio. Questa brutta e pesante sconfitta ebbe conseguenze devastanti, l'ormai ex campione provò possibili rivincite in nuovi e diversi incontri che si rivelarono inevitabilmente pesanti sconfitte. Primo divenne l'ombra dell'immenso campione che era stato, si avviò verso un progressivo declino fisico che culminò con un intervento per l'asportazione di un rene. Pochi i soldi messi da parte, non potendo più combattere si trovò anche in difficoltà economica, unica nota positiva fu l'incontro con la donna della sua vita, Pina, si sposarono ed ebbero due figli.

Per guadagnarsi da vivere accettò di lavorare in Italia con la compagnia teatrale di Renato Rascel, ebbe qualche parte anche in diversi film e fu un'altra volta baciato dalla fortuna e dal successo: la gente lo amava, lo applaudiva, lo aveva amato da pugile, lo amava da attore e non lo avrebbe mai dimenticato. Questo sincero e genuino amore che tutti nutrivano per lui gli salvò la vita, quando, per la seconda volta, stava finendo davanti a un plotone di esecuzione. Era finita la seconda guerra mondiale ed era stato arrestato da alcuni partigiani che lo volevano fucilare per essersi in passato proclamato fascista, ma trovò anche fra di loro qualcuno che non poteva uccidere chi lo aveva fatto sognare.

Primo Carnera finì la sua carriera in America sui ring del catch e anche in questa disciplina conquistò il titolo mondiale nel 1957, titolo che detenne fino al '62, data del suo definitivo ritiro dalla scena agonistica. Trascorse anni di vita tranquilla in famiglia con la moglie e i figli che lo aiutavano nella gestione di un ristorante e di un negozio di vini in California. Qualche anno più tardi si ammalò gravemente, un tumore del fegato lo portò inesorabilmente verso la morte, l'ultimo desiderio fu di rivedere il suo paese natale e arrivò all'aeroporto di Fiumicino nel mese di maggio: l'uomo che scese dalla scaletta dell'aereo non ricordava nemmeno lontanamente il gigante che aveva conquistato il mondo, la malattia lo stava divorando ed era l'ombra di se stesso, pesava una trentina di chili e non riusciva nemmeno a reggersi in piedi. L'Italia non lo aveva dimenticato, durante il suo ultimo viaggio verso Udine, le persone lo aspettavano lungo i binari alle stazioni per acclamarlo e salutarlo.

Andò a morire nella sua Sequels, la cittadina che lo aveva visto bambino, era il 29 giugno 1967. Un'altra volta il 29, la stessa data che aveva segnato tutte le tappe importanti della sua vita, quando era partito per la Francia, quando aveva vinto il titolo mondiale e ora chiudeva per sempre la parabola della sua esistenza.

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Gordiano Lupi, "L'Avana, amore mio"

8 Luglio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #gordiano lupi, #luoghi da conoscere, #il mondo intorno a noi, #recensioni

Gordiano Lupi, "L'Avana, amore mio"

L’Avana amore mio

Gordiano Lupi

Edizioni il Foglio, 2016

pp 161

12,00

Che sia Piombino, che sia L’Avana, la nostalgia di ciò che è perduto strazia Gordiano Lupi allo stesso modo. Nel primo caso si tratta di qualcosa di lontano nel tempo, che non può tornare perché non esiste più, cioè la città natale di quando l’autore era ragazzo. Nel secondo è un luogo che non si può riavere, perché distante nello spazio e proibito, l’Avana che Lupi non deve visitare in quanto “persona non gradita”, L’Avana che sua moglie Dargys si è portata dietro nell’abbandonarla, consapevole che salire sull’aereo significava dare un taglio al passato, rompere i ponti con la famiglia e con tutto il mondo conosciuto fino a quel momento. È la stessa Avana di tanti poeti e scrittori esuli, invisi al regime e desiderosi di libertà, una libertà che ha un sapore non dolce bensì dolciastro, quasi stucchevole, mentre le memorie si tingono del rosso acceso degli alberi flamboyant, del sangue dei tramonti, del muro sgretolato del Maleςon.

Sia che parli di Piombino, sia che rimembri i giorni perduti dell’Avana, Gordiano Lupi ha la stessa marcia struggente, la stessa malinconia che ti afferra, lo stesso stile fatto di ripetizioni estenuanti, di parole reiterate, che mi fa venire in mente come Anne Rice descrive la sua New Orleans.

L’Avana è un luogo amato perché vi si è amato, un luogo di cui, per apprezzarlo a pieno, bisogna sentire la mancanza, magari morendo esule fra le nebbie di Londra. Lupi si riconosce nel dolore degli scrittori, specie di quelli proscritti, Carpentier e Cabrera Infante, ci racconta la città attraverso le loro parole, parafrasandole, riprendendole qua e là come in un contrappunto, una melodia triste e sensuale.

L’Avana affacciata sul mare, sgretolata, fatiscente, fetida di odori scaldati dal sole, eppure bellissima per chi sa vedere, per chi ama le cose come sono e non come dovrebbero essere. Sole spietato, belle donne dai fianchi sensuali, jineteras maliziose, vicoli e colonne, facciate di vecchie case coloniali mai restaurate, rovine del tempo di Battista e penosi cartelloni pubblicitari di un regime che ha “nazionalizzato la miseria”. A Cuba io sono stata di recente e posso confermare che c’è giustizia sociale, nel senso che stanno male tutti allo stesso modo.

Fanno sorridere le idee dei propagandisti della fame, della serie a Cuba non c’è niente ma sono tutti felici. Felici un cazzo. Vorrei vedere voi, razza di cretini, vivere con dieci dollari al mese in tasca in un posto dove per campare decentemente ne servono almeno cento. I cubani hanno un buon carattere, questo è vero, ma non ci dimentichiamo che soffre anche chi prende la vita per il verso giusto.” (pag 84)

È proprio così, i cubani sono sereni e gentili, uno mi ha detto, con uno sguardo malinconico dove si leggeva il contrario: “Non mi manca ciò che non conosco”. Ma la vita sull’isola è dura se non hai soldi in tasca, se i negozi sono vuoti e sprovvisti di tutto, se solo ai visitatori è riservato il meglio, se essere laureato significa fare la fame e bisogna inventarsi guida turistica per campare.

Andarsene, però, comporta il rischio del dolore perenne, della rinuncia, della delusione di un consumismo che riempie la pancia ma non il cuore, di perdere per sempre “la felicità di una notte di luna piena con una bottiglia di rum e un registratore che suona un bolero spagnolo.”

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Nasce Dea Classici

7 Luglio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #segnalazioni

Nasce Dea Classici

Sono usciti in libreria i primi quattro titoli con il marchio DeA Classici, la nuova collana De Agostini Libri che propone le grandi storie d’amore della letteratura classica agli adolescenti.

Il progetto è pensato per raccontare le più belle storie romantiche di tutti i tempi ai teenager e avvicinare così i giovani lettori ai capolavori immortali della letteratura. Questa è la linea guida che ha orientato la scelta dei titoli: Romeo e Giulietta di William Shakespeare, Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, La signora delle camelie di Alexandre Dumas e Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald.

«Abbiamo puntato sia sul testo, traduzione integrale e con un linguaggio moderno, che sulla confezione, scegliendo una veste grafica accattivante, preziosa, che dialoghi direttamente con il target di riferimento» spiega Annachiara Tassan, direttore editoriale De Agostini Libri.

Per conferire ulteriore autorevolezza ai titoli sono stati scelti quattro grandi autori contemporanei in qualità di prefatori dei romanzi sopracitati: Romeo e Giulietta ha la firma di Emanuele Trevi, Orgoglio e pregiudizio quella di Paola Zannoner, La signora delle camelie e Il grande Gatsby sono contrassegnati rispettivamente dalla penna di Simona Sparaco e Pierdomenico Baccalario, il quale ha curato anche la traduzione del romanzo.

La collana si arricchirà di nuove uscite nel 2017.

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Cincinnato

6 Luglio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

Cincinnato

Gli Equi, un popolo di montanari che abitava le regioni dell'attuale Abruzzo nei pressi del lago Fucino, stava per occupare Roma e il senato affidò il comando a Lucio Quinzio Cincinnato.

Due senatori lo contattarono mentre era nel suo campo, ai Prata Quinctia, intento ad arare. «Cincinnato, Roma ha bisogno di te. Il console romano Minucio è rimasto accerchiato dagli Equi nella valle sotto il monte Algido».

Nominato dittatore, Cincinnato lasciò l’aratro ancora nel solco, chiese alla moglie di portargli la toga, si deterse il sudore e indossò le armi.

“Is cum in opere et arans esset inventus, sudore deterso togam praetextam accepit et caesis hostibus liberavit exercitum. »

“Egli trovandosi al lavoro impegnato nell'aratura, si deterse il sudore, indossò la toga praetexta, accettò la carica, sconfisse i nemici e liberò l'esercito.”

(Eutropio, Breviarium ab Urbe condita lib. I,17)

Quando gli Equi furono sconfitti, il popolo romano voleva portare in trionfo il valoroso generale ma Cincinnato rifiutò gli onori. Solo sedici giorni dopo, tornò al suo campo, riprese l’aratro e finì il solco che aveva interrotto.

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Segnalazione: il nuovo romanzo di Tommaso Carbone

3 Luglio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #segnalazioni

Segnalazione: il nuovo romanzo di Tommaso Carbone

È uscito ad aprile in formato ebook il nuovo romanzo di Tommaso Carbone Non avrete scampo, Libromania-De Agostini, 232 pagine, euro 3,99, un thriller su un tema di scottante attualità come lo smaltimento illegale di pericolosissimi rifiuti ad opera delle ecomafie. Una trama avvincente, personaggi ben caratterizzati, uno stile scorrevole e un ritmo narrativo che tiene incollati alle pagine sono gli elementi che connotano questo libro.

La prima vittima sembra essere stata sepolta viva, la seconda viene ritrovata annegata nelle gelide acque di un lago, la terza intossicata dai gas di scarico di un auto abbandonata in campagna: il commissario Bonanni indaga sulla morte di tre industriali legati a diverso titolo a gravi atti di inquinamento ambientale. Le vittime sono tutti pezzi grossi, la pressione dei media sugli inquirenti è enorme e la posizione del commissario si fa sempre più scomoda ogni giorno che passa. L'unica traccia è un bigliettino che ha ricevuto e collega le modalità di esecuzione dei delitti agli elementi primordiali della filosofia di Empedocle: terra, acqua, aria e fuoco. Un indizio che rimanda a moventi molto più profondi di quanto il commissario stesso riesca a immaginare

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Domenico Vecchioni, "Raul Castro, il Rivoluzionario Conservatore"

2 Luglio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #personaggi da conoscere, #il mondo intorno a noi

Domenico Vecchioni, "Raul Castro, il Rivoluzionario Conservatore"

Domenico Vecchioni ha appena pubblicato la nuova edizione della sua biografia di Raul Castro, aggiornata agli eventi che hanno portato alla normalizzazione dei rapporti USA/Cuba (17 dicembre 2014), dopo cinquant’anni di rottura delle relazioni diplomatiche (Raul Castro, il Rivoluzionario Conservatore, Greco e Greco editori, 210 pagine, 12 euro).

L’autore affronta in particolare il quesito che tutti gli osservatori si sono posti: l’apertura americana ha beneficiato il regime castrista o ha schiuso prospettive di evoluzione democratica del paese a favore del popolo cubano?

Secondo Vecchioni, che è stato ambasciatore d’Italia all’Avana dal 2005 al 2009, per il momento il principale beneficiario della nuova politica di Washington è stato unicamente Raul Castro, che ha raggiunto tutti i suoi obiettivi senza nulla concedere il cambio. Niente in effetti è cambiato nella sua strategia tesa a correggere gli errori e gli eccessi del regime per poterlo preservare, non certo per abbatterlo. Quindi ben vengano le riforme economiche e le aperture internazionali, purché non intacchino le strutture e le gerarchie “rivoluzionarie”. Cuba rimane il paese del partito unico, del sindacato unico, del pensiero unico, del Capo unico: in sostanza una dittatura.

Sarà in ogni caso interessante, comunque la si pensi, conoscere un po’ più da vicino, Raul Castro, un personaggio alquanto enigmatico, forse meno carismatico del mitico fratello Fidel, che però ha imparato alla perfezione i meccanismi per acquisire e, soprattutto, per conservare il potere assoluto.

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ACCIAIO CONTRO ACCIAIO di Israel Singer

1 Luglio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

ACCIAIO CONTRO ACCIAIO di  Israel Singer

Ho preso questo romanzo perché sono appassionato di Grande Guerra e di letteratura ebraica dell'Europa orientale. Il fratello dell'autore, Isaak, fu Nobel per la letteratura nel 1978.

Il protagonista dell’opera, il giovane Lerner, si muove nella Varsavia abbandonata dai russi e occupata dai tedeschi durante il primo conflitto mondiale; il mondo della città è quello dei bassifondi resi ancora più cupi e disperati dalla guerra. Vediamo disertori, prostitute, prigionieri di guerra, lavoratori coatti, occupanti tedeschi che affamano e opprimono nei cantieri della città in cui una umanità litigiosa si accalca. Sono scenari durissimi che fanno pensare alla Varsavia dei primi anni 40.

Lerner per resistere sa che deve opporre acciaio all'acciaio; ossia deve trovare in sé forze enormi per resistere alla violenza quotidiana. Solo la sua umanità e il suo carattere gli danno risorse. Sembra un Barry Lindon che passa di peripezia in peripezia, ma senza opportunismo e furbizia. Sia nel cantiere organizzato dai tedeschi, sia nella comunità dove il giovane, con l'aiuto di un ricco amico ebreo, cerca di offrire una risposta ai bisogni della popolazione (vittima di malattie e povertà), tutti litigano e fanno il proprio interesse. Lerner capisce che solo il pugno di ferro può obbligare la gente a piegare il proprio bieco e meschino individualismo. Quasi nessuno infatti si salva tra i tanti personaggi, devastati dalla nullità morale imposta dalla guerra e dalle sue conseguenze. Pur essendo una fase politicamente feconda, con la Rivoluzione Russa sul punto di scoppiare, i dibattiti tra i personaggi sono ideologicamente molto semplici. Tutto è visto dal basso, in modo istintivo, viscerale, con disperazione ed entusiasmo che si avvicendano. Lo stesso protagonista non ha una impostazione politica approfondita; la sua umanità e la sua tempra sono quanto viene evidenziato. Perciò il romanzo si legge rapidamente, facendosi apprezzare per il ritmo e l’intensità più che per i contenuti; è soprattutto un grande romanzo di azione, impreziosito da pagine iniziali di grande impatto in cui il lettore ha l’impressione di accompagnare Lerner nel caos delle strade di Varsavia. La forza drammatica del racconto si accompagna quindi a una grande agilità narrativa e di intreccio. Questo aspetto può forse deludere chi si aspettava un romanzo più profondo.

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