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Il piroscafo Andrea Sgarallino

10 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia

Il piroscafo Andrea Sgarallino

L’Andrea Sgarallino era una nave passeggeri varata dal Cantiere Luigi Orlando di Livorno. Fin dal 1930, fece la spola fra Piombino e Portoferraio. Deve il suo nome al garibaldino livornese Andrea Sgarallino, eroe dei moti del 48.

Nel 43, durante la seconda guerra mondiale, fu requisito dalla Regia Marina, armato, dotato di livrea mimetica, e adibito a servizi militari.

Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, venne di nuovo destinato a prestazioni civili, soprattutto con il compito di riportare a casa i militari smobilitati e favorire gli approvvigionamenti dell’isola. I tedeschi, che occuparono l’Elba il 18 settembre, però, gli fecero battere bandiera nazista.

Il 22 settembre, a una settimana di distanza dal rovinoso bombardamento che distrusse gli stabilimenti dell’Ilva, lo scalo e parte del centro storico di Portoferraio, l’Andrea Sgarallino fu colpito a morte.

Sono le 9,30, il piroscafo è ormai in vista della costa, in località Nisportino. Un sommergibile della marina britannica incrocia poco distante. Il capitano Herrik vede la bandiera nemica e la livrea militare e non ha dubbi: ordina l’immediato affondamento. Un paio di siluri colpiscono la nave e la spezzano in due tronconi.

Il piroscafo è avvolto dalle fiamme e da un fumo denso. Gli abitanti dell’Elba assistono impotenti, impietriti: a bordo ci sono i loro familiari, i soldati che stanno tornando a casa e che non riabbracceranno mai più. Il vento porta le urla dei disperati. Nessuno ha il coraggio di avvicinarsi perché si teme che il sommergibile sia ancora nelle vicinanze, pronto a colpire di nuovo. Poi le fiamme si spengono, la nave scompare sott’acqua. A decine i corpi vengono distesi sul molo e gli abitanti attoniti li rivoltano, per identificarli. Le donne portano lenzuola per coprire i cadaveri.

Il numero delle vittime non fu mai accertato con precisione ma si aggirò intorno alle trecento unità, sopravvissero solo quattro persone, quasi ogni famiglia elbana pianse un morto a bordo dello Sgarallino.

Il relitto oggi giace a 66 metri di profondità, al largo della costa. Nel 2003 è stato raggiunto da un gruppo di sub che ha deposto una targa commemorativa in ricordo delle vittime.

Esiste anche un canto popolare, di dubbia attribuzione: Il siluramento dell’Andrea Sgarallino che, nel ritornello, ricorda molto La spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini.

Eran tutt’a bordo, eran ben stipati

Eran più di trecento e non son più tornati

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Lucio Battisti

9 Settembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #musica

Lucio Battisti

A 17 anni dalla morte le sue canzoni accompagnano ancora i nostri giorni... Lucio Battisti credo sia stato il cantautore più amato dalla mia generazione ed è a ragione considerato uno dei maggiori compositori e interpreti di sempre. In tutta la sua carriera ha venduto oltre 45 milioni di dischi. Innovatore, portò con la sua musica così diversa, col suo stile così unico, una ventata di freschezza nel mondo della musica leggera, personalizzando e innovando in ogni senso la forma della canzone tradizionale e melodica.

Era nato a Poggio Bustone in provincia di Rieti il 5 marzo 1943, figlio di una casalinga e di un impiegato all'ufficio imposte di consumo che si trasferì a Roma con tutta la famiglia intorno al 1950. Lucio è sempre stato molto geloso della sua privacy e le notizie circa la sua infanzia, e la sua vita privata in generale, sono davvero poche e per questo motivo circolano tante storie di cui non c'è vero riscontro, ma fanno ormai parte della sua leggenda. Alla rivista Sogno, in un'intervista in riferimento ai suoi ricordi, dichiarò:

"I capelli ricci li avevo anche da bambino e così lunghi che mi scambiavano per una bambina. Ero un ragazzino tranquillo, giocavo con niente, con una matita, con un pezzo di carta e sognavo. Le canzoni sono venute più avanti. Ho avuto un'infanzia normale, volevo fare il prete, servivo la messa quando avevo quattro, cinque anni. Poi però una volta, siccome parlavo in chiesa con un amico invece di seguire la funzione - io sono sempre stato un grosso chiacchierone - un prete ci ha dato uno schiaffo a testa. Magari dopo sono intervenuti altri elementi che mi hanno allontanato dalla chiesa, ma già con questo episodio avevo cambiato idea".

Fin da ragazzino amava suonare la chitarra e ne era innamorato tanto da manifestare il desiderio di diventare un cantante, cosa che non piacque al padre il quale, si racconta, alla notizia gli ruppe in testa proprio una chitarra. Questo non bastò a scoraggiarlo, dopo il diploma di perito industriale, ottenuto nel 1962, con l'aiuto della madre che nascostamente lo incoraggiava, Lucio, girando con amici per i locali romani, cantava canzoni sue o di altri, poi iniziò a guadagnare qualche piccola somma suonando e cantando con dei complessini, espressione musicale allora molto in voga tra i giovani, “I Mattatori” , “I Satiri” , ma quando ricevette la proposta di suonare come chitarrista nei “Capitani”, gruppo già più conosciuto, si recò con loro a Milano, dove restò praticamente per tutta la vita.

Testardo, coraggioso, tenace, perseguì il suo scopo fino a ottenere un'audizione da una casa discografica che gli fece incidere il suo primo disco “Per una lira”. Era il 1964 , l'anno successivo incontrò Giulio Rapetti , in arte Mogol, uno dei più grandi parolieri italiani, e nacque un sodalizio che durò oltre quindici anni, durante i quali insieme scrissero e musicarono alcune delle più belle e indimenticabili canzoni che hanno fatto la storia della musica leggera italiana.

I maggiori successi arrivarono senza dubbio intorno agli anni 70 e 80, quando Lucio interpretò “Emozioni” “Anche per te” e “La canzone del sole”, solo per citarne alcune. Il grande successo ottenuto non riuscì a cambiare il suo carattere schivo, quasi scorbutico, continuò a disertare televisioni, concerti e interviste, preferendo sempre la sua famiglia e la sua casa in campagna. Meticoloso, preciso, studiava e preparava i suoi dischi con grande impegno alla ricerca di un suono sempre più moderno e accattivante.

Lucio Battisti lasciò le scene molto presto e troppo presto lasciò anche questo mondo, il 9 settembre 1998 si spense con soltanto i suoi famigliari accanto dopo una malattia che, nel suo stile, aveva saputo tenere assolutamente segreta. La notizia colpì l'Italia come una frustata, suscitando clamore, commozione, tristezza infinita nell'animo di tutto il paese, che negli anni aveva canticchiato le sue canzoni e non aveva smesso mai di amarlo.

Con i titoli delle sue canzoni, che ancora oggi sono cantate e conosciute da tutti, ho molto immodestamente composto il brano che segue:

Oggi “mi ritorni in mente” e sul foglio si rincorrono “pensieri e parole”, che si nutrono “nel cuore e nell’anima”, tu chiamale se vuoi “emozioni”. Sono qui seduta, “una poltrona un bicchiere di cognac”, mentre vedo sorgere “la luce dell’est” e, “sognando e risognando”, ti rivedo sorridente venirmi incontro e dirmi “balla Linda”. Io risposi “No mio Dio no”, non sarò una delle tue “dieci ragazze”, poi, tremante, “io vorrei non vorrei ma se vuoi”, e, quando tu mi abbracciasti dicendo non sarà “un’avventura”, mi lasciai guidare nei “giardini di marzo”, dove sbocciavano “fiori rosa, fiori di pesco” . Corremmo insieme verso “innocenti evasioni” e fu “ il fuoco”, “vento nel vento”, e, nella passione, mi sentii una regina “comunque bella”. Per noi “il nostro caro angelo” cantò “la canzone della terra”, ah “questo amore”, mi sussurravi, “amore mio di provincia”, e, mano nella mano, mi portasti “al cinema”, poi mi salutasti “arrivederci a questa sera”, l’appuntamento era alle “7e40”, e vidi il tuo “monolocale” dove “amarsi un po’” “soli” fu “questione di cellule”, e vissi un sogno. Eri bello, giovane, eri “acqua azzurra, acqua chiara”, ridevi, gridavi “sì viaggiare”, mentre mi stringevi a te. Poi venne quel brutto “29 settembre” mi dicesti “ho un anno di più” e voglio “Anna”. Non restai un attimo a sentire il cuore spezzarsi “neanche un minuto (di non amore)” avrei sopportato . “Respirando” forte, ti dissi “Io vivrò senza te” , ma ebbi solo “il tempo di morire” sulla nostra “collina dei ciliegi “. Dimenticai poi “il mio canto brasileiro “ che mi aveva fatto volare. Con “un uomo in più” provai a vivere “il mio canto libero” da te e dimenticai “le allettanti promesse” che ci eravamo scambiati. “Prendila così”, pensai, e non volli incontrarti più: non sarei mai stata per te “una donna per amico” Ma oggi è “una giornata uggiosa” ed eccoti “ancora tu” a portare “confusione” tra i miei ricordi e non posso farne a meno, rivado con la mente a quei giorni, quando il cielo per noi cantava “la canzone del sole “ e ancora una volta ….”penso a te”. (Franca Poli)

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Francesco Domenico Guerrazzi

8 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

Francesco Domenico Guerrazzi

Avere in casa un libro di Francesco Domenico Guerrazzi (1804- 1873) voleva dire essere arrestati. Eppure, i suoi romanzi, animati da tensione patriottica risorgimentale e da spirito pessimistico, conobbero un enorme successo di popolo.

Il Guerrazzi venne alla luce nel 1804, nella vecchia Livorno, mentre in città dilagava l’epidemia di febbre gialla; la sua nascita non fu ben accolta dai genitori e questo lo immalinconì per tutta la vita, contribuendo a forgiare il suo carattere triste, solitario, vendicativo, attaccabrighe. Studiò presso i Barnabiti ma non amò la scuola, considerandola tetra, litigò col padre e fuggì da casa. Fu coinvolto in risse con gli ebrei ed espulso dall’università

Per tutta la sua esistenza fece avanti e indietro dal carcere, sempre per motivi politici, subì processi, condanne e il confino. Fervente mazziniano affiliato alla Giovane Italia e ardente repubblicano, ebbe gran parte nei moti del 48, diventando persino dittatore per quindici giorni, durante la rivoluzione toscana. Fu incarcerato nel Forte della Stella insieme a Carlo Bini, con cui aveva fondato l’Indicatore Livornese, poi soppresso dal regime.

Teorico della rivoluzione, ma anche piuttosto realista in politica, vide sempre disattese le sue aspirazioni, sviluppando una crescente amarezza e disillusione. Solo l’educazione dei nipoti lo distolse, in parte, dal suo impegno.

Oltre che alla politica attiva, si dedicò anche alla scrittura, intesa sempre come veicolo d’idee risorgimentali e civili. Conobbe Byron e la sua poetica, soprattutto quella degli inizi, ne fu influenzata.

I suoi testi più famosi sono “L’Assedio di Firenze”, “La Beatrice Cenci” e “La Battaglia di Benevento”, si può dire che con lui nacque il romanzo storico risorgimentale.

“Nella sua fantasia esuberante e violenta”, spiega il Cappuccio, “nel suo gusto del truce, del macabro, dell’orrendo, nei modi stessi dell’espressione convulsa ed enfatica, si rispecchiano, più forse che in nessuno degli altri scrittori italiani dell’Ottocento, certi aspetti estremi del romanticismo europeo, da Byron a Victor Hugo”.

Ciò non toglie che i suoi romanzi andavano a ruba nonostante il prezzo elevatissimo. Passavano di mano in mano, e piacevano per gli ideali ma anche per il sensazionalismo, a onta di quella che il Sapegno definisce “turgida oratoria tribunizia”. Anche Carducci fu un ammiratore del Guerrazzi, che difese la tradizione linguistica italiana, fu di orientamento classicista e non disdegnò nemmeno tratti umoristici. Il successo si attenuò nella seconda metà dell’ottocento, con l’affermarsi del positivismo.

Guerrazzi visse gli ultimi anni alla “Cinquantina”, una fattoria presso Cecina, dove si prese cura dei nipoti fino alla sua morte, avvenuta nel 1873.

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Il Titanic

7 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

Il Titanic



Quella immensa tragedia della nave passeggeri il cui nome era Titanic, nel corso degli anni - e ancora oggi ciò avviene - è stata narrata in tantissimi libri, documentari, film di successo, e altro.
La compagnia Olimpic Class aveva progettato tre grandi navi transoceaniche, tutt'e tre uguali, navi gemelle dunque; le altre due portavano il nome di Olympice Britannic; la terza, ma la seconda in costruzione, era appunto ilTitanic.
Le tre navi dovevano assicurare traversate settimanali tra l'Inghilterra e le Americhe, così da dare il monopolio sui mari alla propria compagnia di bandiera.
Per le sue caratteristiche estetiche ed interne, per le sue comodità e il suo lusso, il Titanic era il migliore transatlantico al mondo in senso assoluto, una meraviglia che di simile non se ne erano mai viste.
Rifare brevemente la storia è d'uopo, per ricordare quell'infausto avvenimento.
Mancavano venti minuti alla mezzanotte della sera del 14 aprile del 1912, quando il transatlantico - che era salpato da Southampton diretto a New York, e che affrontava il suo viaggio inaugurale - andò a cozzare contro un iceberg di proporzioni enormi.
Quando ci si accorse di quella smisurata parete di ghiaccio che si avvicinava pericolosamente era ormai troppo tardi, perché quella montagna trasparente aveva già toccato la fiancata destra della nave causando diverse falle, che ne provocarono un lento, inesorabile affondamento, non prima di aver prodotto la spaccatura dello scafo in due tronconi.
La tragedia durò a lungo: quasi tre ore di terrore tra i più di duemila passeggeri, compreso l'equipaggio ( circa 800 persone).Ci furono poco più di 1500 morti.
Per costruire la nave erano occorsi più di due anni (1909 -1911), per un costo complessivo di sette milioni di dollari, corrispondenti a circa 500 milioni di oggi.
Era una nave per ricchi, per benestanti, per gente che poteva permettersi un esborso per il costo del biglietto che era di poco superiore ai 3.000 dollari - circa 70.000 dollari di oggi.
Chiaramente parliamo del costo della prenotazione di un passaggio nella classe migliore, la prima, perché la terza classe si poteva affrontare per soli 32 dollari (oggi: 700).
Lo sfarzo a bordo era inusitato, saloni, sale, salette per giocatori di carte, per fumatori, per l'orchestra, per ballare, per la scrittura; e inoltre varie sale reception, ristoranti, caffè, bar.
E gli stili non si contavano. Si andava dal Luigi XVI al Versailles, dal Georgiano al Seicento inglese, dal Rinascimento Italiano all'Olandese moderno e Antico.
Insomma, un piacere per la vista e per i gusti dei passeggeri; e poi ascensori tra i vari ponti, finestre e finestroni, cupole di vetro a cielo aperto, vetrate colorate, rifiniture in mogano e in madreperle, porte girevoli, piante e fiori di tutti i tipi; per non parlare della cucina che poteva servire qualsiasi tipo di pietanza.
E poi gli appartamenti: suites presidential, suites royal, e appartamenti di minore consistenza ma pur sempre elegantissimi per i più ricchi e per la borghesia più agiata; fino a semplici cabine, per scendere a quelle più alla portata di tutti.
Una suite era press'a poco costituita così: una spaziosa anticamera, tre camere da letto, di cui una matrimoniale e due singole, due o tre bagni privati, due guardaroba e un ponte privato per poter fare, volendo, le passeggiate.
Il transatlantico andava a vapore, bruciando, nelle cinque grossissime caldaie, circa 600 tonnellate di carbone per ogni giorno di navigazione. Il fumo che generavano usciva da tre delle quattro grosse ciminiere di cui era dotata, poste di traverso sulla parte più alta del ponte superiore; ciminiere che, esteticamente, donavano alla nave un fascino particolare.
Il tutto mostrava una forma imponente e caratteristica, che faceva della nave una regina dei mari.
Non era velocissimo, ma raggiungeva pur sempre 23 nodi all'ora (una quarantina di chilometri circa), che non era niente male davvero.
Per quel viaggio inaugurale la compagnia non aveva fatto il pienone, la nave aveva una capacità di 3.500 passeggeri, ma per quel primo viaggio, come abbiamo detto, di passeggeri - escluso equipaggio - ne portava circa 1200-1300.
Ascensori (tre), piscina coperta (su uno dei ponti, ed era la prima nave dotata di una piscina coperta), camere sfarzosamente arredate (prima classe); pensate: ogni alloggio aveva camera da letto, salotto, soggiorno, sala di lettura, ambiente per fumatori.
E ognuno dei trentaquattro alloggi privati era arredato in maniera diversa dall'altro; inoltre bagno turco, palestra, saloni ristorante (persino quello di terza classe aveva un pianoforte).
Era una cosa impensabile per quei tempi; le maestranze che avevano lavorato al progetto, e la pubblicità, la consideravano una nave inaffondabile; anche perché dotata di un sistema-radio il più moderno e potente che si sia mai stata installato a bordo di un transatlantico; e di tanti altri sofisticati congegni di sicurezza che le altre navi, e in particolare quelle della più grande compagnia inglese concorrente, si potevano solo sognare.
La sicurezza assicurata era la più grande attrazione per gli amanti dei viaggi per mare: tra le altre cose contava su un sistema di scialuppe incredibile. Ogni gru a bordo poteva sostenere e calare in acqua ben 32 scialuppe in contemporanea; inoltre lo scafo era suddiviso in moltissimi compartimenti stagni (circa una ventina) sì da assicurare il galleggiamento in caso di sfondamento di uno o due e anche tre di essi (peccato che questi stessero solo su una metà dello scafo).
Attraversata la Manica, il transatlantico fece scalo a Cherbourg in Francia, poi da lì salpò le ancore diretto in Irlanda per imbarcare emigranti locali che andarono a occupare le cabine della terza classe.
Dopo quattro giorni dalla partenza, si verificò la tragedia.
Il comandante fu avvisato più volte di banchi di ghiaccio in avvicinamento, - la prima volta questi erano stati avvistati a circa 400 chilometri dal Titanic; ma ritenne di dover modificare la rotta solo di poco, e seguire in tutta sicurezza, pensava, quel corridoio consigliato per le navi di linea.
Mantenne però la velocità, senza ridurla - come consigliato in casi di questo genere - per arrivare a New York con un giorno di anticipo sul tempo previsto.
Del resto erano circa le ore 13.00 e la visibilità era ottima.
E forse fu una delle concause che generarono l'impatto con l'iceberg.
Alle nove di sera la temperatura scese a un grado centigrado.
Il mare era calmo, e questo abbassamento di temperatura confermò ai marconisti che il transatlantico si stava avvicinando ai banchi di ghiaccio, segnalati più volte anche da altre imbarcazioni nel corso della giornata.
Una nave che incrociò il Titanic - erano le 22,30 - mise questo in allarme, segnalò infatti che essa era appena uscita da una banchisa di ghiaccio, e confermò che intorno c'erano iceberg.
Il mare continuava ad essere piatto, e ciò non annunciava pericoli (in genere si scorgevano da onde e ondette).
Un altro messaggio di pericolo di presenza di iceberg sulla rotta del Titanic giunse alle 11.00, ma il marconista non lo recapitò.
L'impatto sfondò ben cinque dei settori stagno del transatlantico, e la tragedia fu irreparabile. Quando l'iceberg sbatté contro la fiancata destra della nave, lo abbiamo già detto, la spezzò in due parti, una metà di circa 120 metri e l'altra di 150, provocando panico e - più tardi - molte morti.
Si raccontano storie sul Titanic; una di queste era la sensazione che il comandante in seconda assegnato al Titanic - su richiesta del capitano Edward Smith -, il vice comandante Henry Wlide, ebbe ad esprimere prima di imbarcarsi: "Ho uno strano sentore; me lo dà questo transatlantico; non mi piace...
Altra storia
Un commerciante, J. Connon Middleton di Londra, che aveva prenotato una cabina sul transatlantico, attirato dalla grande pubblicità che si faceva per quel viaggio inaugurale, ebbe in sogno la visione nitida e spaventosa della catastrofe che sarebbe avvenuta, e per questo decise di rinunciare al viaggio, salvandosi. Lo stesso Middleton raccontò di aver fatto lo stesso sogno per due notti di seguito, in tutt'e due vedeva chiaramente che il Titanic affondava in mare aperto; e la nave che colava a picco; e intorno ad essa centinaia di persone che si dibattevano sulla nave stessa inclinata, in mare, alcune sulle scialuppe, altre in acqua, che tentavano disperatamente di salvarsi dal naufragio.
A questo proposito si narra che moltissimi altri casi di precognizione siano stati registrati.

marcello de santis

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Il collegio dei Barnabiti

6 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #luoghi da conoscere

Il collegio dei Barnabiti

I chierici regolari di San Paolo sono detti Barnabiti e pospongono al loro nome la lettera B. Quello dei Barnabiti è uno degli ordini regolari più antichi, il cui nome deriva dalla casa madre, presso la chiesa di San Barnaba a Milano. Sottostanno a voti di carità, di ubbidienza, di castità, e al giuramento di non ricoprire cariche di nessun genere.

Risale al XVII secolo la presenza a Livorno dell'ordine. Durante la peste del seicento, si distinsero come soccorritori e fu loro concessa come ricompensa la possibilità di costruire la chiesa di San Sebastiano, protettore, appunto, degli appestati.

Nel 1779 divennero custodi della Biblioteca comunale di San Sebastiano, ma la loro funzione precipua fu di educatori. Il loro collegio istruì la migliore gioventù labronica, non tutta, però, solo quella appartenente alle famiglie più facoltose, com'è ancora nello spirito dei collegi Barnabiti d'Italia.

Nell'ottocento, la loro scuola, considerata da molti giovani tetra e oppressiva, formò, e mise in contatto fra loro, molte di quelle che sarebbero poi diventate le personalità di spicco della cultura risorgimentale labronica, da Carlo Bini a Francesco Domenico Guerrazzi.

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Lucia

5 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

 Lucia


Quando agli inizi nacque il complesso Lucia non c'era. E non c'era nemmeno quello che poi diverrà suo marito, Virgilio Savona, la mente eccelsa del gruppo, di quella formazione musicale che stette sull'onda del successo per tutti gli anni cinquanta sessanta e settanta.
Il primo complesso si chiamava Quartetto Egie, ma ebbe breve durata, ché cambiò presto nome, per assumere solo più tardi quello definitivo di Quartetto Cetra, prendendo il nome della casa discografica che li sponsorizzava; c'era soloTata (Giovanni) Giacobetti, che deve considerarsi quindi il primo socio fondatore, romano de Roma; e con lui un altro romano, quell'Enrico De Angelis che lasciò il posto, preso - era l'anno 1947 -da Lucia Mannucci, la dolce Cia tanto amata dai suoi compagni di lavoro.
A Giacobetti e De Angelis si aggiunsero quasi subito il siciliano Virginio Savona e un altro laziale, nato a Fondi, una cittadina in provincia di Latina, il pelato Felice Chiusano.

Lucia era nata a Bologna, nel 1920, e quindi era giovane - e graziosa -, con una voce calda e bene impostata; aveva 27 anni (nel 1944 sposò Virgilio Savona), e nel complesso venne a lavorare accanto a compagni eccezionali: Tata, che di anni ne aveva 25, Virgilio, suo coetaneo, Felice anche lui venticinquenne.

Da Bologna si era portata a Milano per sottoporsi a una audizione della Rai, che allora ancora si chiamava EIAR, aveva appena 21 anni, e passò l'esame. Assunta, stette a disposizione delle orchestre proprie della radio, come cantante solista. E in questa veste fece diversi spettacoli in giro per l'Italia, esibendosi col maestro Gorni Kramer, e insieme a compagni già affermati, come ad esempio il grande Natalino Otto.
Lucia conobbe Virgilio, si innamorarono - e innamorati lo furono per tutta la vita, un amore che durò ben sessantacinque anni - prima ancora che ella entrasse nel Quartetto; bisognò aspettare tre anni, e ciò poté avvenire allorché De Angelis, per mettersi a fare l'imprenditore, abbandonò il gruppo.
Visse - sola - fino dalla morte del suo amato Virgilio, (gli altri compagni di avventura e di vita li avevano lasciati andandosene uno alla volta, e da allora Virgilio e Cia non avevano più calcato i palcoscenici e frequentato gli studi radio-televisivi.)
Lucia aveva vissuto una vita stupenda, facendo il mestiere che amava più di ogni altra cosa, vicina ad amici e compagni eccezionali per bontà, per simpatia, per altruismo; aveva raggiunto la bella età di novantadue anni.
Ritiratasi dalle scene, essendo rimasta sola, dopo la dipartita di suo marito, pure se con la sua voce dolcissima da solista, come solista appariva talvolta nelle interpretazioni del complesso, poteva benissimo continuare a conquistare successi e applausi; del resto era amatissima dal pubblico radiofonico televisivo e teatrale.
Non starò qui a elencare le più belle canzoni del loro repertorio, porte al pubblico con garbo sempre, con ironia talvolta, e quindi anche di Lucia, in alcune delle quali era una sofisticata e bravissima solista, ché sarebbe inutile e tedioso. Ma le mamme di oggi ai loro bambini comprano ancora i cd che contengono anche la canzone nella vecchia fattoria, dove la voce della cantante era contornata dal coro, sempre sommesso eppure essenziale, dei suoi compagni di volo.
E quando i miei nipotini inseriscono talvolta il cd della canzoni per bambini nel mio apparecchio, mi girano intorno cantando insieme a Lucia Mannucci nella vecchia fattoria.. ia.. ia... aaaaaaaaa... eppoi tutti insieme

c'era il gatto... miao miao
c'era il cane... bau bau
nella vecchia fattoria i
a.. ia.. aaaaaa...

Come ho avuto modo di dire, era una dolce signora, sorridente, briosa, musicalmente preparatissima e sempre disponibile.
Era un complesso, Il Quartetto, ben amalgamato, con voci così compatibili e affiatate che la canzone che eseguivano sembrava quasi cantata da una sola voce; sulla quale emergeva - a dare un senso di grazia e di armonia - quella di Lucia. Furono sempre uniti, per più di quarant'anni.
Quante, quante canzoni non abbiamo cantato insieme a loro! La gran parte era anche opera loro, infatti erano state scritte da Virgilio Savona e da Tata Giacobetti; canzoncine allegre, eseguite con un fare sempre elegante.
Lucia spiccava tra quei tre mattacchioni come una vera dama, faceva, quando toccava a lei, un leggero passo avanti e - talvolta - mentre cantava sceneggiava la storia che essi raccontavano volando sulle note musicali, e dolcemente accennava brevi mosse come di danza. Oppure recitava, immedesimandosi in scene d'altri tempi, come quando narrava di quella storia nata in un vecchio palco della scala, scritta per loro da Pietro Garinei, Sandro Giovannini e musicata da quel grande fisarmonicista e direttore d'orchestra che fu il maestro Gorni Kramer.

In un vecchio palco della Scala,
nel gennaio del novantatre,
spettacolo di gala,
signore in decoltée,
discese da un romantico coupée.

Quanta e quanta gente nella sala,
c'e tutta Milano in gran soiree
per ascoltar Tamagno,
la Bellincion
i, Stagno,
in un vecchio palco della Scala

Dopo che Tata Giacobetti, nel 1988, li lasciò soli e sconsolati, Lucia, Virgilio e Felice capirono che non era il caso di continuare, come qualche altro complesso ha fatto sostituendo l'elemento perso per strada, o con un numero ridotto di persone. Decisero di chiudere un'avventura musicale che ha dell'incredibile. Lo dichiararò la stessa Lucia, quando per l'ennesima volta un impresario chiese ai due coniugi della canzone di tornare sulle scene. Si era intorno all'anno duemila, e Lucia disse: abbiamo chiuso, carissimo (aveva conosciuto tutti i più grandi impresari di spettacolo, e adesso conosceva quelli della sua età ancora viventi, e i nuovi), cerca di capire... non c'è più Tata... non c'è più Felice... e noi due poverini, che possiamo ancora dare...
Passava il suo tempo, ora che era rimasta sola, orfana anche di Virgilio, davanti alla televisione: solo buoni film, magari quelli di una volta, i classici, per intenderci, e basta; del resto aveva una cattiva opinione dei cosiddetti varietà, lei che ne aveva recitati e cantati tanti insieme ai suoi compagni di lavoro; quelli di oggi non potevano stare al passo con quelli del loro tempo...
A Sanremo una volta parteciparono con quella stupenda canzone che presentarono insieme con la loro amica Vittoria Mongardi, canzone scritta da quel grande autore della musica leggera italiana che rispondeva al nome di Mario Panseri; che ha al suo attivo una cinquantina di grandi grandissimi successi (grazie dei fior, io tu e le rose, nessuno mi può giudicare, casetta in canadà, papaveri e papere, come prima).
Era l'anno 1954, la canzone raccontava la storia della bella gigogin, che morì annegata; per il dolore si uccise anche il fidanzato. Faceva così, forse la ricorderete, almeno la ricorderanno quelli della mia età:

Nelle sere fredde e scure
presso il fuoco del camino,
quante storie, quante fiabe
raccontava il mio nonnino.

La più bella ch'io ricordo
è la storia di un amore,
di un amore appassionato
che felice non finì.

Ed il cuore di un poeta
a tal punto intenerì
che la storia di quei tempi
mise in musica così:

Aveva un bavero color zafferano
e la marsina color ciclamino,
veniva a piedi da Lodi a Milano
per incontrare la bella Gigogin.

Passeggiando per la via
le cantava "Mio dolce amor,
Gigogin speranza mia
coi tuoi baci mi rubi il cuor."

(Parlato)
E la storia continua:
Lui fu mandato soldatino in Piemonte
ed ogni mattina le inviava un fiore
sull'acqua di una roggia
che passava per Milano.
Finché un giorno:

Lui, saputo che il ritorno
finalmente era vicino,
sopra l'acqua un fior d'arancio
depone
va un bel mattino.

Lei, vedendo e indovinando
la ragione di quel fiore,
per raccoglierlo si spinse
tanto tanto che cascò.

Sopra l'acqua, con quel fiore,
verso il mare se ne andò,
e anche lui, per il dolore,
dal Piemonte non to
rnò.

Aveva un bavero color zafferano
e la marsina color ciclamino,
veniva a piedi da Lodi a Milano
per incontrare la bella Gigogin.

Lei lo attese nella via
fra le stelle stringendo un fior
e in un sogno d
i poesia
si trovarono uniti ancor.

Ho voluto riportarlo per intero il testo della canzone, perché, grazie all'interpretazione di Lucia Mannucci e dei suoi compagni del Quartetto Cetra, la storia disgraziata di questi due innamorati divenne un piccolo grande capolavoro; la canzone conquistò l'animo di tutti gli ascoltatori della radio e i telespettatori, ogni volta che il gruppo si presentava sulla scena interpreti o ospiti di programmi televisivi.

I due coniugi Lucia e Virginio - ma questa è solo una notizia di cronaca - alla rispettabile età di ottantasette anni, incisero il loro ultimo disco dal titolo Capricci.
.

marcello de santis

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Foscolo a Livorno

4 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Foscolo a Livorno

È opinione accreditata, ci dice lo storico Pietro Vigo, che Ugo Foscolo (1778- 1827) abbia soggiornato nei pressi di Montenero nella villa detta del Buffone, un edificio di origine medicea che sorge sulla strada che da Ardenza porta a Montenero e che appartenne ai principi armeni Mirman Aructium. Si reputa che il Foscolo vi soggiornasse nel 1813, benché Vigo affermi che:

Non sapremmo per altro dir con sicurezza in qual mese ed anno il Cantor dei sepolcri abbia dimorato sulle nostre colline, ma dal bellissimo saggio sui poemi narrativi o romanzeschi italiani scritti dal Foscolo in inglese e poi tradotto, attingiamo con certezza che il Foscolo è stato a Livorno e nei suoi dintorni. Si legge infatti sul finire di quello scritto. «E non sono molti anni che noi trovammo presso Livorno una brigata di galeotti i quali tornavano sul far della notte dai loro lavori e incatenati due a due, mentre passavano lenti lungo la spiaggia cantavano le litanie con malinconica devozione, ripetendo quei versi dei quali il Tasso vestì la preghiera dei crociati che si preparano alla battaglia.”

Riferimenti

Pietro Vigo, “Montenero” in www.infolio.it

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Ardengo Soffici

3 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #pittura

Ardengo Soffici



ARDENGO SOFFICI (1879-1964), fiorentino di Rignano sull'Arno, ad un certo punto della sua vita, come moltissimi altri giovani fiorentini dell'epoca, venne affascinato dalla figura carismatica di quell'istrione che rispondeva al nome di Filippo Tommaso Marinetti, il quale giunse in Italia dalla vicina Francia, con in tasca il suo Manifesto del Movimento Futurista, che, nel 1909, aveva pubblicato oltralpe, e che, di lì a poco, avrebbe abbacinato le menti e i cuori di tanti artisti italiani prima ed europei dopo.

Quando il buon Filippo cominciò la sua avventura in Italia, Ardengo, già pittore di buon nome, aveva poco più di trent'anni. Ma fu folgorato, come tanti altri, anche lui. E divenne un futurista, ma, come si definiva lui: un futurista oltre il futurismo.
Ardengo Soffici fu un pittore di vaglia e un valido scrittore, nonché critico apprezzato.
Il periodo che lo vide rivoluzionario durò lo spazio di un mattino, ché presto "tornò all'ordine" come amava dire, cioè a quella pittura personale intimistica, e talvolta paesaggistica, nata nel ritiro del suo Poggio a Caiano. Dove visse a lungo e dove è stato sepolto.

In una intervista del 1957 alla RAI affermò: "Anche oggi dopo 55 anni di pittura, il mio lavoro è una specie di identificazione tra me e il paese in cui vivo…
Fu una vita piena, la sua, (quando morì aveva 85 anni) e fu grazie a lui che l'Italia conobbe i pittori e gli artisti d'oltralpe, gli impressionisti (Medardo Rosso) e i cubisti (Picasso).
Soffici conobbe e frequentò tutti gli artisti di quella Firenze del primo novecento, ma fu assiduo di uno solo, Giovanni Papini, col quale fondò la rivista letteraria Lacerba, che vide la luce nel 1913, per permettere agli artisti che lo desideravano di dar voce alle loro aspirazioni futuriste (e non).
Uno di questi che nulla aveva a che vedere coi futuristi era Dino Campana, da Marradi.

Ricordo che la rivista era appena nata, quando si presentò a Firenze alla redazione del giornale, un tale che si dichiarò mio lontanissimo parente, ma che io non conoscevo affatto; si presentò come Dino Campana, disse che scendeva da Marradi e trasse di tasca una sua operetta, dal titolo "Il più lungo giorno" che voleva sottoporre a un giudizio nostro, perché esaminassimo la possibilità di pubblicare qualche parte di essa su Lacerba, appunto.
Debbo dire che là per là non presi in considerazione né quel signore, era sporco e malmesso, né la sua opera; ma mi sembra di ricordare addirittura che io non fossi in sede, però potrei sbagliarmi. Insomma, questo strano personaggio lascia un manoscritto ancora più strano di lui, scritto su carta comune, con molte correzioni.
Avevamo molto da fare io e Papini, con i nuovi scrittori francesi; ero appena tornato da Parigi, dove avevo visitato l'Esposizione Universale, e avevo esposto là le mie opere, ricevendo favorevoli consensi, e poi amicizia, dei e coi vari Braque, Picasso, Matisse, tra i pittori, ed Apollinaire tra i poeti; per dire dei già celebri colleghi francesi.
E il caso volle che quel manoscritto andasse smarrito.
Quello che accade poi ha dell'inverosimile, ma voglio raccon
tarvelo.
Dopo qualche tempo quel tale, Dino Campana appunto, torna da Marradi, in ancora più cattivo stato d'animo della prima volta e con un aspetto da paura (pareva che ce l'avesse col mondo intero, e non si sa per cosa), e a Papini richiese indietro il manoscritto. Ma il buon Giovanni non ce l'aveva, e lo mandò da me.
Stessa richiesta fece a me, ma io, in tutta onestà, non ricordavo di averlo avuto, nonostante lui insistesse che l'aveva messo proprio "nelle mie mani". E a malincuore lo licenziai, ma quel signore dette in escandescenze, e inveiva contro i letterati fiorentin
i.

E forse aveva proprio ragione, Campana, ad avercela col Soffici, perché il manoscritto della sua opera, "Il più lungo giorno" che prima di essere stampato cambiò titolo in Canti orfici, opera che improntò di sé quella prima parte del novecento letterario italiano, fu ritrovata dopo circa sessant' anni, precisamente nell'anno 1971, tra le carte del pittore nella sua casa di Poggio a Caiano; e per puro caso, dalla vedova di lui, che stava spostando carte e documenti da una stanza all'altra (manoscritto importantissimo che attualmente si trova nel Gabinetto Viesseux di Firenze).

Insomma, il fatto è che io non ce l'avevo e glielo dissi; e glielo ripetei alla noia. Ma lui continuò a dare in escandescenze, e nulla potei contro quella sua rabbia incontrollata. Gridava che aveva solo quella copia, e che se non l'avesse avuta indietro sarebbe tornato con un coltellaccio e ce l'avrebbe fatta vedere!
Mi sembra che in seguito ci inviasse anche lettere di minaccia, ma ciò non fece altro che acuire la nostra indifferenza e quella di tutto il mondo letterario di Firenze, che aveva cominciato a conoscerlo da questo increscioso episodio, che noi raccontavamo; e non solo indifferenza, ma da parte di qualcuno anche disprezzo.
Insomma, venimmo a sapere poi che era un labile di mente… Ricordo, ci definì "sciac
alli".
In una delle tante lettere che giunsero in redazione quel signore si definiva "di una intelligenza superiore alla media (Sapete, - scrisse a Papini - essendo voi filosofo sono in diritto di dire tutto: del resto vi sarete accorto che sono un'intelligenza superiore alla media…). E ci definiva, noi letterati fiorentini e in particolare noi della redazione di Lacerba: … una massa di lecchini, finocchi, camerieri, cantastorie, saltimbanchi, giornalisti e filosofi come siete a Firenze…

Poi Campana nel giro di pochi giorni fu costretto a riscrivere la sua opera a memoria, (secondo la critica successiva, anche servendosi di appunti che aveva conservato) ma insomma fu così. E fu così che si accentuò la sua instabilità mentale, tanto che qualche anno dopo finì in una casa di cura vicino a Firenze, dove stette quattordici lunghissimi anni senza scrivere più una riga, cucinando per gli altri reclusi, malati di mente come e più di lui, che apprezzavano le sue polpette…

Abbiamo detto che Ardengo Soffici fu un pittore di vaglia. La sua pittura risentì delle esperienze francesi, (molto influì su di lui Cezanne). Ma a questa sua principale attività si affiancò come abbiamo detto anche quella di scrittore e critico, nonché redattore prima ne La Voce (1908), poi in Lacerba.

Il lavoro alla rivista Lacerba mi dava molto da fare, e io cercavo e trovavo però il modo e il tempo di coltivare la pittura che era la mia principale occupazione. Si avvicinavano tempi bui per l'Italia, tirava una brutta aria, ed io ero allineato con le idee del fascio, lo ammetto, che tendeva a rigenerare un po' tutto di questa nostra terra di poeti e artisti, non tollerando l'arte e tutto ciò che veniva da fuori, respingeva l'esotismo in ogni maniera si presentasse. Insomma, era un movimento politico rivoluzionario, sotto questo aspetto, e io ne ero un seguace attento e scrupoloso. Ma non ero rigido come richiedeva il partito, ma ero piuttosto aperto elle nuove indicazioni e proposte che venivano dalla Francia, tanto che tornato da Parigi, vi avevo vissuto e studiato, e lavorato, per alcuni anni, per l'esattezza dal 1900 al 1907, come ho detto, importai artisti come Degas e Cezanne. Fui proprio io a scoprire e far conoscere agli italiani il genio di Cézanne, fui io a organizzare nel 1910 a Firenze, la prima grande mostra degli impressionisti.

Le opere di Soffici, ormai artista tra i più importanti d'Italia, vengono esposte in una mostra a Londra, insieme ai grandi di quel 900 italiano molto prolifico sotto l'aspetto dell'arte pittorica; come De Chirico, Boccioni, Carrà, Modigliani e Morandi; e Rosai, e molti altri.

A Parigi collaborai a diverse riviste, e per un lungo periodo non me la passai bene, feci, come si dice, la fame, ma tiravo avanti, ne andava della mia carriera. Là conobbi anche artisti e letterati come Guillaume Apollinaire, Max Jacob, e altri. E anche scrittori italiani, come Vailati e Papini.

Scriverà poi nel suo libro Giornale di Bordo, di cui più sotto parleremo: A Parigi, in una camera oscura del Boulevard Saint Michel, ho sofferto il freddo e la fame. Ho passato una notte di pioggia su una panchina del Quai Voltaire. Una donna straniera ha calpestato il mio cuore dalle parti di Vaugirard: altre donne l’han calpestato un po’ dappertutto. Un amico, due amici, tre amici mi hanno fatto soffrire. Ho pensato seriamente alla morte nella foresta di Saint Germain, a Basilea sul ponte del Reno, in riva al mare nel golfo di Genova; più d’una volta in questa vecchia casa campagnola. Sono stato infelice sotto tutti i cieli. Sia benedetta la vita.

Con Giovanni Papini la simpatia e la condivisione di idee fu immediata, … pur se i nostri caratteri erano agli antipodi. Anche il caro Giovanni ha sofferto molto l'indifferenza nei suoi confronti da parte dei letterati italiani; non ne hanno grande stima, ma sbagliano, e di grosso, Papini è un grande, e il futuro lo dirà. Tornati a Firenze abbiamo creato, come ho detto, la rivista Lacerba, dopo che avevo militato per qualche tempo con la Voce.
Ma quello della Voce era un periodo ormai superato; io là facevo i disegni per la testata della rivista. Era il 1908, e scrivevo ogni tanto qualche articolo di critica letteraria o saggio.

Va a Milano richiamato colà da una mostra di pittori futuristi; ma ne rimane deluso, e si arrabbia molto a vedere "i suoi canoni" gettati la vento. Ne scrive (male) su La Voce, e ne subisce subito le conseguenze: i pittori della mostra, tra i quali c'era lo stesso Marinetti, il giovanissimo Umberto Boccioni, e altri, risposero per le rime, e decisero di andare a Firenze per incontrare quel signore, che non conoscevano. Con loro c'era anche il buon Palazzeschi, che tutto aveva fuorché il carattere combattivo proprio dei suoi compagni. Obiettivo: il caffè delle Giubbe Rosse ove era solito stazionare il gruppo de La Voce.

Ricordo, adesso con simpatia, che Boccioni, cui fui indicato da qualcuno, mi affrontò a brutto muso, e volarono dei ceffoni, tra noi due, si scatenò una rissa non da poco tra me e i vociani che vennero in mio soccorso, e quegli scatenati di futuristi. Ma finì lì, poi simpatizzammo, ascoltammo le loro idee rivoluzionarie e fu così che sia io che Papini lasciammo La Voce e fondammo Lacerba per accogliere tutte le voci letterarie, anche quelle futuriste. Instaurando rapporti e discussioni costruttive intorno alla letteratura.

Come letterato Ardengo Soffici fu uno scrittore di buon livello, e il Giornale di Bordo, che vide la luce a Firenze nell'anno 1915 per le edizioni della Libreria della Voce, per la quale rivista letteraria egli lavorava come vignettista, ne è la dimostrazione più efficace.
Un eminente saggista italiano, nel 1987, definisce il libro come prosa antinarrativa di derivazione impressionistica, e non poteva essere altrimenti, se consideriamo lo stile pittorico dell'artista fiorentino. Del resto era quello il periodo in cui molti poeti e scrittori d'avanguardia usano per esprimersi il frammento lirico, di cui anche il nostro fa largo uso, per mezzo dei quali frammenti Il Soffici fa un'opera in parte biografica, in parte di vita corrente, ritraendo gli artisti che lo circondavano nella Firenze di allora.
Lo diceva lui stesso: voglio una letteratura breve, efficace, essenziale, che giunga al sodo senza giri di parole inutili, e perifrasi intellettuali superflue.
Va da sé che in un'opera con questi scopi, indagatori e descrittivi di una realtà reale, non può non parlare, oltre che dei poeti, pittori e scrittori a lui vicini, anche dei colleghi della Voce, che non apprezzano i suoi giudizi, né tanto meno dagli amici/nemici del futurismo milanese.
Che lo ritengono fin troppo ironico.
Conseguenza di questo suo modo di giudicare: futurismo: l'unico movimento cui possiamo associarci. Per poi aggiungere, quasi a rinnegare quanto detto: «Siamo per l’eleganza, la raffinatezza e lo spirito, contro la violenza il virtuosismo e la serietà».) è l'isolamento in cui venne a trovarsi di lì a poco.
Scrisse: Malinconia di non somigliare a nessuno, d’essere in disaccordo con tutti! Orgoglio immenso di sentirsi soli, tremendamente…
Io cercavo altro, nella pittura. Ho combattuto per le idee futuriste, non lo nego. Ma io cercavo sì di ricostruire, come affermavano loro, ma vedevo una ricostruzione che tenesse conto delle basi dei grandi pittori del passato.
Ardengo Soffici morì a Vittoria Apuana, nei pressi di Forte dei Marmi, nel 1964

marcello de santis

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Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

2 Settembre 2015 , Scritto da Ida Verrei Con tag #recensioni, #ida verrei, #poli patrizia, #luomodelsorriso

Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

L’uomo del Sorriso

di Patrizia Poli

Marchetti Editore

pp.277

Euro: 13,00

Quid est veritas?

“Maria di Migdal aveva sentito un’altra voce, proveniente da un altro tempo. Aveva visto un bosco di ulivi illuminati dalla luna, un uomo che piangeva, infinitamente solo”

Inizia così, con questa visione della Maddalena, la storia di un uomo il cui nome ha dato origine ad una Religione che, diffusasi nel mondo, è diventata, al di là delle intenzioni stesse di colui che l’ha fondata, progetto di rinnovamento spirituale, di riscatto, di redenzione.

L’incipit introduce subito ad uno dei temi fondamentali del libro: la solitudine. Solo è infatti l’uomo Gesù, pur tra i seguaci e quanti da subito lo venerarono; sola è Maria di Migdal, la prostituta, la cestaia, la reietta, senza Fede e senza speranze, acuta e sensibile, dura e amorevole, fuori del suo tempo e del suo mondo, che vive con rabbia e passione un amore impossibile, alla ricerca di una Verità che crede solo Lui possa rivelarle; solo è il Battista, che abbandona gli Esseni, il movimento a cui fu vicino anche Gesù, per denunciare la dissolutezza, la corruzione dei costumi e annunciare la venuta del Messia; sola è Maria di Nazareth, la madre, a cui mancava il figlio “di cui avvertiva l’assenza come ci fosse un buco nel terreno, un vuoto nell’aria, come se nel paesaggio non ci fosse più una roccia, una montagna, un fiume…” e solo è Ponzio Pilato, “questo nazareno capitava all’apice di una crisi covata per anni… Quid est veritas?”. Come solo è Barabba, “ …‘Sua’ madre, invece, lo aveva abbandonato come un cane, ‘sua’ madre non sarebbe stata lì a vederlo morire, era questa la differenza”

Storia nota quella di Gesù, anche tra i non credenti.

Sulla figura del nazareno molte sono state nei secoli le leggende, poche le verità storiche. L’autrice non tenta una ricostruzione della figura messianica, non vuole aggiungere una sua interpretazione alle molte già esistenti; studia i Vangeli, gli Atti degli Apostoli, ma non come fonti detentrici di Verità: si documenta, seleziona fatti, dialoghi ed eventi operando, come lei stessa afferma, una scelta funzionale alla finzione narrativa. Perché nelle intenzioni e nell’attuazione, non di romanzo storico si tratta, non di tentativo di approfondire un’identità religioso-culturale, ma, come ancora lei stessa ci spiega, del racconto di una grande struggente storia d’amore.

Ed è l’Amore il vero protagonista del romanzo. Quello per un Dio annunciato ma mai davvero conosciuto, per l’umanità più derelitta ed emarginata, quello materno, dolente e disperato, quello coniugale, tenace e rassegnato, quello dolce, tenero e infelice di un diverso che tace pieno di pudore, e quello umanissimo, fatto di palpitazioni, sguardi furtivi, contatti rubati, pulsioni del cuore e dei sensi.

E così la storia di Gesù viene reinventata, ricostruito lo straordinario stile di vita che provocò, da un lato, entusiasmo e seguaci, dall’altro, diffidenza e ostilità, con analisi che rivelano le più umane delle emozioni: gelosia, invidia, angoscia, trasporto amoroso.

Gli eventi più incisivi si susseguono secondo la tradizione, anche se con un’interpretazione singolare, sempre riferita a spiegazioni naturalistiche suggestive, e i personaggi appaiono in una luce nuova, diversa, eppure intrisa di spiritualità.

Struggenti, drammatiche e angosciose le pagine che narrano la crocifissione e la morte di Gesù; immagini forti, molto visive, capaci di provocare turbamento e commozione. E strabiliante il finale: l’autrice, con un colpo di teatro, trasforma il più grande mistero della Cristianità, in un ultimo, estremo, gesto d’amore che avrebbe, poi, segnato il destino della nostra cultura, presente e passata, influenzata appunto dal Cristianesimo e su di esso modellata.

Un bel libro, non blasfemo, tutt’altro, una scrittura superba che riesce a coinvolgere dall’inizio alla fine, la storia di un uomo nel cui sorriso c’è Dio.

Patrizia Poli, atea, come ci racconta nella nota finale, scrive pagine di grande religiosità, dove, come già sottolineato da qualcuno, il soffio divino è ovunque.

“Poi, finalmente, nel suo cuore fu silenzio. Scomparvero tutte le voci, tutti i suoni che non fossero la parola di Yavhè. Passo dopo passo, incurante del tempo che scorreva, Yeshua’ si calò dentro di sé, nell’immensità senza fondo della sua anima. Cercò, trovò, si stupì scoprendo che il regno di Dio era riposo, dominio di se stesso, quiete infinita. Non c’erano più fratture, divisioni, antinomie. Unicità e molteplicità coincidevano. La parte era il tutto. Dio era nell’infinito. Ma era anche dentro ogni essere umano…”

I. V.

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Canta Napoli

1 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Canta Napoli

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Gegé di Giacomo, (Napoli 1918- Napoli 2005) Aveva 87 anni quando se n'è andato, era l'aprile del 2005; Gegè era tornato a Napoli, dove era suo desiderio finire la sua vita.
Chissà se prima di morire abbia voluto dare una ripassata di spazzole sui magici piatti della sua magica batteria... e magari, perché no, ripetere al ritmo di esse, magari con il filo di voce che gli era rimasta, un sshhhh... canta napoli... come aveva fatto mille volte nel corso delle sue serate musicali, seduto al suo strumento che dominava come pochi al mondo. Se si esclude il grande Gene Krupa, che suonò con l'orchestra del mitico Benny Goodman, e, guarda caso, era un virtuoso proprio come lui; e come lui era uno dei pochissimi, anzi rarissimi, giocolieri della batteria.
Prima di Gene Krupa, narra la storia della musica, non esistevano o quasi gli "assolo" di batteria, o quanto meno erano rarissimi, anche perché lo strumento all'interno di una band o di una orchestra era considerato di secondaria importanza. Lui fu il primo ad esibirsi da solo facendo impazzire i suoi fans.
Noi ricordiamo Gegè come batterista del complesso di Renato Carosone, ma pochi sanno che,prima che col grande Renato, Gegè ha suonato per anni con altre orchestre dirette da illustri maestri, basti ricordare, tra gli altri, i maestri Gino Conte e Nello Segurini; erano gli anni della seconda guerra mondiale, e Gegè era un giovanotto pieno di idee e di belle speranze di circa 25 anni. Fu solo verso la fine del 1949 che Gegè incontra Renato Carosone; i due erano coetanei, Renato era un pianista di valore, con alle spalle già una quindicina di anni di esperienza di pianoforte, e aveva appena due anni di più; intendersi fu facile. Renato avrebbe valorizzato la sua grande personalità, e lo avrebbe condotto per mano alla fama, e come batterista e come cantante. Carosone, infatti, che cercava musicisti e strumentisti per mettere su un complesso musicale, conosce e ingaggia all'occasione un chitarrista di talento, olandese di nascita, il suo nome è Peter Van Wood.
Van Wood è un chitarrista giovanissimo, è un ragazzo dal sorriso accattivante che si presenta subito mettendo sul tavolo tutta la sua arte: fa sentire a Renato le sue variazioni e i suoi equilibrismi, trattando le corde del suo magico strumento, sa fare l'eco e il riverbero, e mostra il suo curriculum che non è niente male: ci sono in prima pagina i suoi concerti all'Olimpia di Parigi (1947) e alla Carnegie Hall di New York (1948). Resta con Carosone fino alla fine del '54 quando lo lascia per formare un quartetto di cui sarà direttore e primo attore. E si dedica quasi esclusivamente a suonare nei night club più importanti d'Europa.
Tanti i suoi successi, canzoni di cui scrisse musica e parole: Tre numeri al lotto, Mia cara Carolina, e poi quel motivetto che in brevissimo tempo vola sulle ali del successo; parliamo di Butta la chiave, dove il chitarrista-cantante, ormai italiano e napoletano d'adozione, presenta un dialogo tra il cantante (lui) e la sua chitarra (che con riverberi particolari sembra parlare e rispondere all'innamorato che canta).

Gelsomina... Apri il portone... va bene, butta la chiave allora...
Butta la chiave, butta la chiave,
cara piccina, lasciami entrare, butta la chiave del porton.
Mamma che freddo, freddo da cani,
fammi salire, non si può stare tutta la notte sul porton.
Se il tuo perdon questa sera avrò,
mai più, mai p
iù ritarderò.

Poi lascia definitivamente la musica per l'astrologia, di cui è uno studioso altrettanto appassionato, pur continuando a suonare per sé e per gli amici e ad incidere dischi, muore a Roma nel 2010, alla venerabile età di 83 anni, dopo aver sofferto a lungo per un brutto male..
Ma torniamo a Gegé: a Carosone serviva un terzo elemento, e lo trovò appunto in Gegè, e con questi due compagni di viaggio, Peter e Gegè, mette su il primo complesso della sua carriera, che chiama Trio Carosone, riesumando il nome che ha già utilizzato nei primi anni della sua avventura musicale. Il Trio Carosone infatti ha una storia antica, e non tutti la conoscono.
Il primo complesso era formato da tre persone, dallo stesso Renato, che aveva si è no sedici anni, e chiamò a collaborare con sé il fratello Ottavio e la sorella Olga.
Poi avvenne questo: Carosone, appena diciassettenne, dopo anni di studio al pianoforte, viene invitato a recarsi in Africa dal titolare di una compagnia di artisti di vario genere, che cercava un pianista, appunto, perché suonasse lo strumento e facesse anche da direttore della piccola orchestrina che la compagnia si portava appresso. E alla fine di quella imprevista (per il nostro artista) tournée, la compagnia rientra in Italia, ma Renato decide di restare laggiù perché nel frattempo ha ricevuto una richiesta di far parte di un complesso jazz ad Addis Abeba.
Accetta immediatamente, tutto è buono per accumulare esperienza (e un poco di denaro, che non fa mai male) e lui non si tira indietro; da questo momento le scritture si susseguono, il suo nome comincia a fare cartello e viene corteggiato e ricercato da vari impresari.
Torna a Napoli alla fine della guerra, siamo nel 1946, con esperienza da vendere e con tante idee nella testa, che bolle come le viscere del Vesuvio. Intanto si è sposato con Lita che gli darà un figlio, Pino. Il padre di Renato è un impresario che lavora per il Teatro Mercadante di Napoli, e lo vorrebbe là, nella sua città, magari proprio al Mercadante, ma Carosone non se la sente; parte per Roma, dove ottiene successi come solista col suo strumento fatato. Già affermato, torna a Napoli per la seconda volta, e stavolta la cosa è definitiva.
Qualcuno che lo ha sentito suonare e cantare, e lo conosce per la fama che comincia a circolare anche nella città del Vesuvio, un signore che ha intenzione di aprire un nuovo night club a Napoli, gli chiede di formare un complesso musicale. Siamo nell'anno 1949. Carosone ha 29 anni.
Renato, perché non metti su un complessino?
E Renato non se lo fa ripetere due volte. E comincia a pensarci su seriamente. Intanto già conosce Van Wood, che ha 22 anni. Gli viene in aiuto lo stesso signore che lo assume per questa nuova avventura, segnalandogli Gegè di Giacomo, un simpatico ragazzo che si presenta dietro dei grossi occhiali da vista che gli calano costantemente sul naso, e che lui si tira su con l'indice della mano. E senza batteria.
Immagino che in quell'incontro tra i due, presente l'amico Peter, si sia svolto un dialogo press'a poco così:

E tu chi si'?
J' songo Gegè.
Ebbe' che vuò?
Ma comme, j' sono 'a batteria.
E addo' sta 'o strumento?
' o str
umento? ... mmhhh...

Renato è perplesso e Gegè lo nota, non si scompone più di tanto; servendosi di una sedia, un cabaret che prende da sopra un tavolo, e due o tre bicchieri diversi tra di loro, di un fischietto tirato fuori dalla tasca alla maniera di un giocoliere, cerca e trova due pezzi di legno e improvvisa una batteria
Eccolo lo strumento, Rena', stamm' a senti'...
E comincia a fare il suo pezzo che lascia esterrefatti ed estasiati sia Renato Carosone che Peter Van Wood.
Il Trio Carosone è nato.
Renato e i suoi due amici raggiungono un successo enorme in brevissimo tempo, lui è già conosciuto come solista al pianoforte, ma adesso, con questo trio fantastico, viene richiesto da i night club di Napoli, di Roma, e di tutta Italia, e in breve comincia a girare il mondo.
La radio e i dischi contribuiscono al successo, presto viene la televisione, e il trio Carosone è richiestissimo; molte le apparizioni, poi sostituite dal quartetto e quindi dal quintetto e, infine, complesso definitivo, dal sestetto, che prenderà il nome di "Renato Carosone e il suo complesso".
La fama aumentava ad ogni performance e ad ogni apparizione sul mercato dei dischi; anche perché alle canzoni celebri napoletane, che riproponeva ed interpretava con arrangiamenti particolari da lui stesso studiati, cominciò ad aggiungere canzoni nuove, sempre in napoletano, ma con una verve e con un piglio tutto particolare, affidandone alcune alla voce sbarazzina di quel grande personaggio che sedeva alla batteria, sempre con quegli occhialoni calati sul naso, che si tirava su con l'indice della mano destra, Gegè Di Giacomo.
Renato componeva la musica delle canzoni, e le parole le scriveva quel grande paroliere napoletano che risponde al nome di Nisa, al secolo Nicola Salerno, che aveva nella testa e davanti agli occhi la voce e le movenze del batterista, il quale inventò l'idea fantastica di iniziarle con quel

sssshhhhhh... canta napoli, napoli...

Il successo strepitoso di quel ... canta napoli... nacque per caso.
Il complesso di Renato Carosone si esibiva al Caprice di Milano; era l'anno 1954; e la storia dice anche il giorno: la del 13 maggio; gli strumentisti stavano suonando l'introduzione alla canzone la pansé (Nisa-Carosone) quando Gegè se ne uscì con un inaspettato ... canta napoli... napoli in fiore... e poi attaccò al momento opportuno a cantare.
Da quel momento ad ogni canzone da lui eseguita, Gegè introduceva la sua esibizione con
.. ssssshhhhh... canta napoli...

canta napoli... napoli a sospiro... ('o suspiro)
canta napoli... napoli in fiore... (la pansè)
canta napoli... napoli in farmacia... (pigliate 'na pastiglia)
canta napoli... napoli matrimoniale... (t'è piaciuta)
canta napoli... napoli petroliera... (caravan
petrol)

a stigmatizzare la Napoli che scaturiva dai testi delle canzoni.

Quando Peter Van Wood lascia il complesso, Carosone ha necessità di rivedere le cose; il trio infatti non esiste più; ecco allora che mette su un quartetto, che poi si trasforma in quintetto, fino ad assestarsi definitivamente in sestetto: pianoforte, batteria, chitarra, sassofono, clarino, contrabbasso.
I successi si susseguono ai successi, da maruzzella (1955, Enzo Bonagura parole, e Carosone musica) a 'o sarracino (1958, testo Nisa), da torero (1958, Nisa) a tu vuo' fa' l'americano (1958, Nisa) ) a caravan petrol (1959, Nisa), per ricordarne solo alcuni, e applausi a scena aperta quando esegue per la prima volta Pianofortissimo, che Renato aveva composto per eseguire da solista.


Caravan petrol!... Caravan petrol!... Caravan...
M'aggio affittato nu camello,
m'aggio accattato nu turbante,
nu turbante â Rinascente,
cu 'o pennacchio russo e blu...
Cu 'o fiasco 'mmano e 'o tammurriello,
cerco 'o ppetrolio americano,
mentre abballano 'e
beduine
mentre cantano 'e ttribbù...

Comme si' bello
a cavallo a stu camello,
cu 'o binocolo a tracolla,
cu 'o turbante e 'o narghilè...
Gué, si' curiuso
mentre scave stu pertuso...
scordatello, nun è cosa:
Ccá, 'o ppetrolio, nun ce sta...
Alláh
! Alláh! Alláh!
Ma chi t''ha ffatto fá? ...

Renato Carosone decide di ritirarsi dalla scena, è il settembre del 1960, e lo fa in diretta Tv, ha appena quarant'anni. Posso dire, io c'ero, davanti al teleschermo, avevo finito il liceo e frequentavo i primi anni dell'Università a Roma, iscritto alla facoltà di giurisprudenza; e fui sorpreso non poco dell'annuncio:

"preferisco ritirarmi ora sulla cresta dell'onda, che dopo, assalito dal dubbio che la moda jè-jè e le nuove armate in blue jeans possano spezzare via tutto questo patrimonio accumulato in tanti anni di lavoro e di ansie".

Stavano uscendo i famosi urlatori (Tony Dallara e company) e avanzavano quattro giovani inglesi che avrebbero occupato la scena internazionale a lungo, The Beatles.
Fu così che Gegè rimase solo; in dubbio se continuare o lasciare anche lui.
Decide per la prima soluzione; e da solo partecipa al Festival della Canzone Napoletana l'anno appresso, interpretò due canzoni, ma senza successo. Cosa che si ripeté nel 1962.
Nonostante tutto, mise su un complesso, Mister CantaNapoli e il suo complesso; al Teatro Massimo di Milano Gegè dette uno spettacolo indimenticabile, suonò la batteria con le mani, i gomiti, le braccia, sedendocisi sopra, e poi - riprese le sue bacchette - prese a batterle su ogni cosa gli capitasse a tiro, muovendosi sul palcoscenico, le chitarre, il pavimento, sul contrabbasso facendo con questo ingombrante strumento un vero e proprio dialogo musicale. Tra le altre canzoni, quella sera, cantò O pellirossa, una canzone scritta per lui dall'amico Renato, quasi un omaggio al suo vecchio capitano, che faceva così

Tumba Catumba Tumba CatumbaUè! Uè!
So' Catumbo o pellirossa
'o cchiù bello d''a tribù.
io me faccio nu tatuaggio
col rossetto di mammà!
So Catumbo o pellirossa,
tengo a lancia e a pippa 'e gesso.
Cca nisciuno me fa fesso!
Songo 'o meglio d' 'a tribù!
Chi me chiamma: Freccia nera
Chi me chiamma: Penna gialla
Uh! Ma ll'anema d' 'a palla!
Nun
capisco niente cchiù!

Ma i bei giorni erano ormai andati. Chiuse così anche lui.
Renato riapparve quindici anni dopo, e vicino a lui anche Gegè, ma per un breve flash; riapparve vicino all'amico di sempre Renato, che voleva rientrare nel mondo dello spettacolo. Gegè viveva ormai stabilmente a Milano. Ritornò nella sua città, perché malato, negli anni novanta (era stato per una quarantina d'anni a Milano), e per l'occasione, Carosone, che lo sapeva gravemente malato, gli scrisse - dedicandogliela - una canzone: Addo sta Gegè. Che non fece in tempo ad incidere; Renato Carosone, infatti, per una strana sorte, morì quattro anni prima di Gegè, nel maggio del 2001.
I funerali, a causa delle sue gravi condizioni di salute, non videro presente Gegè; che due anni dopo fu costretto su una carrozzina; fino alla fine. La Regione Campania nel 2003 consegnò, al nipote del grande Salvatore di Giacomo, in una cerimonia svoltasi nella casa del cantante a Poggioreale, il premio Carosone.
Due anni dopo, nel 2005 Gegé ci lasciò per sempre insieme alle sue canzoni scenette.



marcello de santis

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