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Carlo Bini

28 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere, #storia

“Città di pittori, Livorno neanche sospetta di aver avuto tra i suoi figli migliori anche qualche buon poeta. Incuriosa di sé e della sua storia, ferma ai miti del Fattori e del Mascagni (gli unici a suo avviso – che le servono a tener testa alla boria delle consorelle toscane), Livorno si è dimenticata così anche di Carlo Bini.”g>

Così Giorgio Fontanelli esordisce nella prefazione a Il forte della Stella di Carlo Bini, (1806 – 1842) un altro dei personaggi dimenticati e trascurati della storia e della letteratura, non solo livornese ma nazionale.

Democratico e romantico, fu brillante, intelligente, creativo, ma di carattere irrequieto, indocile e ribelle. Nacque da famiglia umile, in Via delle Galere, frequentò il collegio dei barnabiti, dove conobbe il Guerrazzi, ma fu costretto a interrompere gli studi e dedicarsi controvoglia al banco di granaglie e cereali del padre, cosa che lo umiliò e condizionò per tutta l’esistenza, frustrando le sue aspirazioni politiche e intellettuali. Continuò a studiare da autodidatta, imparando da solo greco e latino ma anche tedesco, francese e inglese, traducendo Byron e Sterne

Insieme a un gruppo di giovani di buona volontà, fra i quali Guerrazzi e Mazzini, fondò nel 1829 L’indicatore livornese, giornale politico ma anche letterario, il cui motto era Alere flammam, alimentare la fiamma! Lo diresse con Guerrazzi fino al trenta, poi attirarono l’attenzione del granducato per la loro vicinanza a Mazzini e alla Giovane Italia e per il proselitismo negli ambienti popolari. Bini amava frequentare, infatti, i quartieri più umili della città, mescolandosi a operai e navicellai, restando coinvolto nelle zuffe in bettole e taverne fino a esserne seriamente ferito. Come afferma Mazzini: “La sua gioventù trascorse fra i rozzi e rissosi popolani della Venezia.” C’è chi sostiene che l’arresto fu dovuto anche ad un articolo scritto da Bini contro l’accademia culturale labronica, che, a suo dire, si occupava solo di "cianciafruscole in prosa ed in rima". Gli accademici livornesi fecero giungere l'eco delle loro querele per gli oltraggi del Bini sino all'orecchio del Granduca.

Nel carcere di Portoferraio, in cui rimase da settembre a dicembre del 1933, Bini scrisse le sue due opere principali. La più conosciuta è il Manoscritto di un prigioniero, che è rimasto famoso nella memorialistica risorgimentale come scritto rivoluzionario per l’epoca, perché rivendicava i diritti dei poveri alla stregua del Saint Simon, il fondatore del socialismo.

Una ferma volontà di rigore stilistico, col proposito di alleggerire e sollevare la materia in un romantico arabesco di riflessioni ironiche, di fantasie e di umorismo alla Sterne, si vede […] nel Manoscritto di un prigioniero (1833) del livornese CARLO BINI, ma dietro lo scintillio di quell’arte ancora immatura e apparentemente svagata sta uno spirito serio, pensoso, preoccupato delle ingiustizie sociali” (Natalino Sapegno)

L’altra opera è Il forte della stella, atto unico teatrale di cui furono pubblicati solo pochi esemplari.

Messere, io non ho mai visto la giustizia; però non so dirvi se ella sia cieca, o se abbia vista di lince, o se porti gli occhiali. La vedrei bensì volentieri cotesta matrona; la vedrei volentieri non per altro, badate, che per baciarle le mani. Solamente vi dirò, che a Livorno un contadino una volta affacciandosi a un tribunale a dimandare se stesse lì la Giustizia, gli fu risposto aspramente: - Fuori, fuori; qui non ci sta la Giustizia.” Carlo Bini, “Il forte della Stella” (pag.226)

Anche quando frequentò i salotti, Bini vi trasferì il suo gusto guascone, l’irriverenza labronica, il sarcasmo che mitigava la retorica romantica, la capacità di trasformare in cultura il quotidiano - forse tutte caratteristiche dovute ai suoi trascorsi da venditore - ma seppe arricchirle di uno spirito intellettuale tutt’altro che provinciale, bensì europeo.

Oltre agli scritti politici, produsse anche testi privati, come l’accorata lettera al padre e le settantotto epistole per Adele Perfetti, adultera alto borghese, sua amante per un anno, poi deceduta. La morte di Adele lo gettò nello sconforto e lo allontanò dalla politica, suscitando lo sdegno morale del Guerrazzi.

A rivalutarlo, invece, fu Mazzini, che scrisse una prefazione anonima ai suoi scritti, dopo la sua morte, avvenuta nel 1842.

Riferimenti

Giorgio Fontanelli, prefazione a Carlo Bini, Il forte della Stella, Successori Le Monnier, Firenze, 1869

www.intratext.com/IXT/ITA2438/_P6.HTM

Democratic and romantic, Carlo Bini was brilliant, intelligent, creative, but restless, indocile and rebellious. He was born of a humble family, in Via delle Galere in Livorno, he attended the college of the Barnabites, where he met Guerrazzi, but was forced to interrupt his studies and unwillingly devote himself to the father's grain and cereal stand, which humiliated and conditioned him throughout the existence, frustrating his political and intellectual aspirations. He continued to study as a self-taught, learning Greek and Latin alone but also German, French and English, translating Byron and Sterne

Together with a group of young people of good will, including Guerrazzi and Mazzini, he founded the Indicatore livornese, political but also literary newspaper, whose motto was Alere flammam, to feed the flame! He directed it with Guerrazzi until the thirties, then they attracted the attention of the Grand Duchy for their proximity to Mazzini and for Young Italy and for proselytism in popular circles. In fact, Bini loved to frequent the humblest districts of the city, mixing with workers and shipbuilders, getting involved in the scuffles in taverns until he was seriously injured. As Mazzini states: "His youth was spent among the rough and quarrelsome people of Venice district." There are those who argue that the arrest was also due to an article written by Bini against the Labronic cultural academy, which, according to him, dealt only with "pranks and rhyming jokes". The Livornese academics sent the echo of their lawsuits for Bini's outrages to the ear of the Grand Duke.

In the Portoferraio prison, where he stayed from September to December 1933, Bini wrote his two main works. The best known is the Manuscript of a prisoner, who remained famous in the Risorgimento memorials as a revolutionary writing for the time, because he claimed the rights of the poor in the same way as Saint Simon, the founder of socialism.

 

"A firm will of stylistic rigor, with the aim of lightening and raising the material in a romantic arabesque of ironic reflections, fantasies and humor as the one of Sterne, can be seen [...] in the Manuscript of a prisoner (1833) by CARLO BINI from Livorno, but behind the sparkle of that still immature and apparently absent-minded art lies a serious, pensive spirit, worried about social injustices "(Natalino Sapegno)

 

The other work is Il forte della stella, a single theatrical act of which only a few copies were published.

 

Sir, I have never seen justice; so I can't tell you if she is blind, or if she has a lynx sight, or if she wears glasses. I would rather see this matron willingly; I would gladly see her for nothing else, mind you, to kiss her hands. Only I will tell you, that in Livorno a farmer once looking out to a court to ask for justice, was replied harshly: - Outside, outside; here there is no justice. " Carlo Bini, "The Fort of the Star" (pag.226)

 

Even when he frequented the literary salons, Bini transferred there his Gascon taste, the Labronic irreverence, the sarcasm that mitigated the romantic rhetoric, the ability to transform everyday life into culture - perhaps all characteristics due to his past as a seller - but he was able to enrich them with an intellectual spirit that is anything but provincial, rather European.

In addition to political writings, he also produced private texts, such as the heartfelt letter to his father and the seventy-eight epistles for Adele Perfetti, an adulterer of the bourgeois, his lover for a year, then deceased. Adele's death threw him into despair and turned him away from politics, arousing Guerrazzi's moral indignation.

 

To revalue him, however, was Mazzini, who wrote an anonymous preface to his writings, after his death, which occurred in 1842.

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