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DOBERDO’ di PREŽIHOV VORANC

20 Settembre 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

DOBERDO’ di PREŽIHOV VORANC

Prežihov Voranc nasce nel 1893 nella Carinzia slovena; partecipa alla Grande Guerra combattendo sul Carso e ad Asiago. Nel 1916 diserta e raggiunge le linee italiane. Tenuto in una blanda prigionia per circa due anni, solo nelle ultime settimane di guerra ottiene finalmente il permesso di combattere contro l’Austria in una apposita legione. Successivamente aderisce al comunismo e diventa un funzionario del Comintern; inizia una vita non facile di clandestino o di esule. Studia da autodidatta. Nel 1929, con la svolta autoritaria di re Alessandro, lascia la Jugoslavia. Nel 1939 torna nella terra natale e vive ancora da clandestino; nel 1943 viene preso dagli italiani e consegnato ai tedeschi. Internato nei campi nazisti, si salva ma muore pochi anni dopo, nel 1950, a Maribor. È considerato uno dei massimi scrittori di lingua slovena.

Sicuramente il mondo asburgico di Voranc non è quello di Joseph Roth. Doberdò illustra l’Impero come carcere per le varie nazionalità; in particolare sloveni, croati, ucraini e bosniaci ne sono le vittime. L'opera è un romanzo corale e si divide in quattro parti; Battaglione complementi, in cui si presenta nelle sue mille articolazioni etniche il malfamato Battaglione n. 100, Doberdò, in cui c'è l'impatto con la guerra sul Carso, poi Lebring e Judenburg, in cui appaiono in primo piano dolori e vicissitudini dei soldati (o dei relitti umani) reduci dal fronte e tenuti in appositi campi dalle autorità, in attesa di decisioni sulla loro sorte personale (congedo, ritorno a combattere o rimando di ogni decisione). In buona parte si descrivono caserme, ospedali, campi di raccolta per convalescenti; luoghi chiusi e sorvegliati, istituzioni (quasi) totali come le definirebbe la sociologia. Lo spirito pacifista è palese; uomini di modesta estrazione, con un passato difficile, politicamente sospetti, finiscono in un battaglione accanto a pochi elementi "tedeschi" considerati fidati. Come succede al giovane Amun, sloveno, la notizia di essere finito sul "libro nero" delle autorità asburgiche arriva in modo del tutto inaspettato e non fa che spingerlo verso la diserzione.

Nel capitolo Doberdò l’orrore del fronte risalta con la forza di una prosa semplice ma dettagliata nel descrivere l’impatto dei lunghi bombardamenti italiani sui fanti nemici. In molte fasi il dramma della guerra è soprattutto vissuto sul piano individuale. C'è paura e soggezione verso gli ufficiali. I soldati stentano a confidarsi tra loro, anche tra sloveni; chi fugge e raggiunge le linee nemiche come Amun lo fa da solo, pur temendo che gli italiani saranno i padroni di domani al posto degli Asburgo. Verso la fine del conflitto emerge una prima larvata coscienza politica collettiva; la parola Jugoslavia comincia a farsi strada tra i logori soldati. La narrazione si focalizza gradualmente sull’elemento sloveno, pur non dimenticando del tutto le altre nazionalità (in particolare quella ucraina).

I reduci dal fronte russo portano una speranza nuova (quella della rivoluzione bolscevica), ma sono principalmente il trattamento tirannico riservato ai soldati e le infinite sofferenze materiali ad accendere lo spirito ribelle. Una grande rivolta nel campo di Judenburg viene duramente domata, come accadde anche storicamente nel maggio 1918.

Da sottolineare come alcuni di questi uomini, pur nell'orrore quotidiano, conservino scintille di umanità; così ad esempio si soccorrono gli italiani falcidiati dalla fucileria a Doberdò e si riflette sul fatto che anche i nemici sono là a combattere perché costretti a farlo.

Il finale riprende il sottotitolo del libro, "Gli umili nell'impero austro-ungarico", a indicare una dicotomia di fondo tra ufficiali e soldati peraltro non esclusiva dell’esercito imperiale. Un graduato sloveno che si è astenuto dal prendere parte alla sollevazione esprime, infatti, parole di pentimento per la passività sua e degli ufficiali che hanno lasciato i soldati soli con la propria esasperazione, condannandoli a una rivolta velleitaria.

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Sergio Corazzini

19 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #poesia, #personaggi da conoscere

Sergio Corazzini


Sergio CORAZZINI
(1886-1907)



Non vorrei morire… non ancora…
Mio Dio! Mi trema la mano, e la penna riesce solo a graffiare questo foglio ancora bianco, con fatica, senza niente scrivere… Il mio petto è in fiamme, questo male al polmone mi soffoca, mi sfianca, mi strazia ogni giorno di più. Non mi riesce non solo di scrivere, ma anche soltanto di pensare.
Voglio lasciare questo ospedale. M'hanno detto i medici che l'aria di questo mare verde di Nettuno mi gioverà senz'altro, ma io non sento alcun beneficio. Non voglio chiudere i miei vent'anni in sanatorio, non voglio, no! Non voglio.
Desidero tornare a Roma, a casa mia; se deve succedere l'irreparabile, che avvenga a casa mia, tra i miei libri, tra le mie cose, tra i miei versi.
Ho appena fatto in tempo a respirare l'aria del nuovo secolo, e già debbo salutare la vita…
Vorrei farlo senza piangere… ne sarò capace?
Caro Fausto Maria Martini abbi cura della mia memoria, e i versi che lascio e che tanto amo, leggili… Leggeteli tutti, e fatelo spesso, nei vostri lunghi silenzi; le mie Dolcezze siano le vostre, cari amici, Le piccole foglie morte vi facciano compagnia; il Libro inutile, fate che non sia inutile; se non per me che non ci sarò più.
E, nell'attesa, L'amaro calice sia amaro solo per me.
Amici, salutatemi tutti, mandate un grazie per la loro dolcezza nei miei riguardi ai grandi Palazzeschi e Govoni, - vedete, li nomino coi loro cognomi, i cari Aldo e Corrado, - ché loro sono già grandi poeti.

(Nell'anno 1906, Sergio ha solo vent'anni, la malattia del giovane poeta si aggrava, e allora a casa si decide di ricoveralo e curarlo presso l'ospedale Fatebenefratelli di Nettuno. I sanitari della casa di cura fanno tutto il possibile per lui, ma non cè niente da fare. La tisi allora era un male incurabile, ed era molto espansa per ogni e dove.
Fu qui che Sergio Corazzini prende a corrispondere con i poeti già noti Aldo Palazzeschi e Corrado Govoni.
Corrado Govoni, che il poeta aveva conosciuto e frequentato seppure per breve tempo, a Roma al Caffè Sartoris, così lo ricorda dopo la sua morte:

Il povero indimenticabile Sergio lo vedo sempre come a vent'anni, con quella sua andatura incerta, a corto respiro come il volo dell'allodola prima di prendere quota, o come quella di una bella ragazza troppo ammirata: con quella sua bella faccia un po' reclina, gli occhi sorridenti, e la voce così soave e calda in quella bocca sensuale.)

La mia anima è triste, la mia anima è dolce.
Bene mi hanno fatto, specie in questi ultimi tempi, le parole di conforto di Corrado Govoni; le sue Fiale sono gemme preziose da tenere in uno scrigno d'oro. E la presenza epistolare del caro Aldo Palazzeschi è stata una delle più belle esperienze della mia breve vita. Ho i suoi Cavalli bianchi, qui, sul comodino. E di tanto in tanto leggo qualcuna delle sue galoppate senza suoni.
Caro Aldo, caro Corrado, vogliatemi bene anche quando non ci sarò più. Abbiate nel cuore, come io ho le vostre, le mie modeste raccolte di versi.
Ho risolto il dubbio dell'amico Jammes, il caro Francis Jammes. Gli scrivevo: Io non sono un poeta, io non sono che un piccolo fanciullo che piange… Caro Francis Jammes! T'ho letto, studiato, amato; e ti ho riposto dentro la mia anima. Le tue cose… le tue cose tristi e dolci, la tua chère douceur de tes elegies, sono diventate cose mie; e non poteva essere altrimenti, tanto mi sento a te simile.
Lascerò, spero, anch'io un piccolo segno in questo nostro mondo letterario che va lentamente cambiando; un piccolissimo segno.Che resti!Non sarò stato inutile, allora…

Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ha che le lag
rime da offrire
al Silenzio.

Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia
di morire.

Sono stanco, stanco di soffrire; il mio cuore è in affanno; non attendo che l'alba, ormai… Ieri ho scritto un'ultima esile poesia, esile come lo sono io in questo momento, ma penso che dia un ritratto di quello che sono e di ciò che mi sento.

Il mio cuore è una rossa/ macchia di sangue dove
io bagno senza possa/ la penna a dolci prove
eternamente mossa.
E la penna si move/ e la carta s'arrossa
sempre a passioni nove.
Giorno verrà, lo so/ che questo sangue ardente
a un tratto mancherà/ ché la mia penna avrà

uno schianto stridente…/ e allora morirà…

E' il mio testamento letterario, abbiatelo caro…

marcello de santis

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Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

18 Settembre 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poli patrizia, #recensioni, #luomodelsorriso

Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

L’uomo del sorriso

Di Patrizia Poli

Marchetti editore.

L’UOMO DEL SORRISO, un libro che testimonia l’impegno letterario di Patrizia Poli, impegno vissuto come ricerca, studio e riflessione su una materia di non facile approccio, nonché il rigore stilistico, la sobrietà, l’interiore soffusa lacerazione nel timore di raccontare male o dire troppo su un personaggio di cui la tradizione ci ha regalato numerose testimonianze, alcune condivisibili e di fonte sicura, altre dubbie e difficili da accettare; in realtà un tentativo forse inconsapevole di narrare a se stessa una verità essenziale circa lo speciale protagonista, attraverso le sfaccettature di tutti i personaggi che ruotano intorno alla sua figura fino all’epilogo doloroso della morte.

La personalità di Maria di Magdala appare fin dalle prime pagine complessa e assetata di conoscenza, così come a tratti disperata e solitaria, fino al punto di abituarsi a parlare da sola da quando sua madre muore. Non è contenta della sua esistenza e, nel degradarsi, si disprezza e non comprende il senso della vita e di tutte le cose, tuttavia, pur non avendone nessuna, cerca una via d’uscita. Forse per questo è tanto attirata dalla comunità degli Esseni, sicura che possiedano la conoscenza, mentre il tormento della ricerca di senso la angustia fino a crearle un vuoto interiore difficile da identificare. Apprende, spiando gli incontri del gruppo di adepti, la necessità di una vita pura e rigorosa e l'obbedienza alle leggi; si insinua in lei il pensiero che Dio sia un’unica identità e tutto ciò che esiste nell'universo trovi compimento in uno solo.

Il colloquio con Giovanni il Battista mette in crisi certezze che in entrambi non sono più tali soprattutto per la presenza dell’Emmanuele, figlio di Maria di Nazareth, nato ai tempi della stella, vicino a Dio come nessuno. Proprio per questo Giovanni si è ritirato in crisi profonda nel deserto, ormai ostile a tutti e sempre più conquistato dalle parole di lui. Ritornato nella comunità, si dà a battezzare, preannunciando l’arrivo del Messia e la venuta del Regno di Dio. Maria di Magdala, privata del sostegno dell’amato Giovanni, sente sempre più che non può fare a meno di seguire, insieme a tutti gli altri, il figlio del falegname che tutti chiamano Yeshua ed è cugino di Giovanni. Ne rimane folgorata, pur non comprendendo il motivo della sua grandezza e della grande capacità di catalizzare le folle. Ne riceve in cambio un sorriso che è dolce e ironico insieme, ma il ragionamento la porta a negare qualunque particolare dignità a Yeshua.

Proprio come è avvenuto a Giovanni nel deserto, quando, nell’asserire l'esistenza di Dio, si è chiesto come abbia dato vita a tutte le cose e se ami proprio tutto quello che ha creato, e poi ancora le stesse domande che ogni uomo mortale si fa, domande che si materializzano giusto il tempo prima di morire per soddisfare il capriccio di Salomè, ma in tempo per esortare a seguire il Messia: chi sia poi il Messia tanto misterioso non capisce, capisce invece l'immensa forza generatrice che chiama vita.

Maria si deve confrontare ora con la morte, quella che diventa realtà concreta nella minaccia operata nei confronti di Giovanni il Battista. La disperazione l’assale e l’inquietudine la tormenta, come avviene peraltro in Maria Madre di Yeshua, e come in Yeshua stesso, nell’una perché le pesa il distacco di un figlio sempre lontano a predicare e perché presagisce il dolore imminente e il pesante destino dell’uomo, nell'altro perché ogni cosa, ogni gesto e ogni parola che esce dalle sue labbra è espressione, in lui umano e prescelto, fragile e carismatico insieme, della volontà di Dio, che ha posto la sua mano sul suo capo. Anch’egli è rimasto a tratti incuriosito da Maria di Magdala, sin dalle prime apparizioni, e in lei ravvisa il piacere e la profonda umanità del peccato, quale inclinazione naturale della imperfezione umana tranne che per lui, e lo sa bene, essendo stato prescelto, che dovrà vincere il dissidio interiore e abbandonare tutto quello che ama e tutto quello che arricchisce la vita di un essere umano per conformarsi a una Volontà superiore.

Tale consapevolezza finisce col trascinare nella solitudine lui e i compagni che lo seguono, soprattutto Kefa, anch’egli prescelto tra i discepoli, dal cuore gonfio d'inquietudine, spinto dalla ricerca di senso della vita. Egli si acquieta solo all'ascolto della parola del Maestro che parla di pace, amore, fratellanza, perdono. Una conquista ancora lontana se basta intravedere tra la folla Maria di Magdala per insultarla nel tentativo di cacciarla via. La pronta reazione e lo sguardo infuocato di Yeshua salvano la donna dalle offese e dal tentativo di lapidazione e, con un leggero sorriso sulle labbra, questi la protegge e insegna che tutto ciò che proviene dal cuore è gradito a Dio e che nessuno ha il diritto di giudicare un altro per le colpe o per i peccati commessi.

Non avviene però che gli insegnamenti del maestro trovino facilmente eco nel cuore di Maria di Magdala, che ha ormai iniziato a seguirlo per ascoltarne le parole, che risultano tuttavia quanto mai ostili all’animo rabbioso. Eppure la voce dell’Uomo la rasserena, è come un balsamo per l'animo esacerbato, al punto che la donna ha il coraggio di intrufolarsi tra gli interrogativi che minano la serenità anche del Maestro e osa chiedergli se esiste Dio. Non ha, invero, una risposta certa, definitiva, ma si convince che tutto ciò che è vita, energia e amore proviene da Dio e consiste in Lui. E inoltre “Dio è ovunque, è nell’infinito”. Ma anche dentro ogni essere umano, benché peccatore, perché non vi è nessun limite al recupero della dignità, purché si diventi docili alla voce dell’amore.

Maria non capisce come possa lei, così peccatrice, essere ritenuta degna di affiancare il Maestro nelle sue opere di misericordia, suscitando peraltro la gelosia dei discepoli. Se ne sente attratta e, allo stesso tempo, lo considera troppo distante da sé, dalla sua umanità perduta, eppure lo accompagna dovunque ci sia bisogno di opere di misericordia. Poco a poco uno stuolo di seguaci prende a seguire Yeshua, e tra essi Maria, e chiunque lo segue se ne innamora, purtroppo non comprendendo in pieno il messaggio, spesso stridente rispetto alla vita quotidiana. Ognuno conserva il suo carattere, chi scontroso e dubbioso, chi duro, chi ossequioso, chi dubbioso, chi infine con animo inquieto, fino a non essere capace di guardarlo serenamente negli occhi, ma sempre tutti con piena ammirazione e turbamento insieme.

Turbamento che coglie lo stesso Yeshua, che a volte sente cedere la sua umanità sotto il peso di una volontà altra dalla sua. Presagisce anche il suo destino di morte, in un contesto di confusione civile e politica, e ogni giorno sperimenta la difficoltà dell'incontro con l'altro, con chi non accetta i suoi insegnamenti ma continua a parlare e ad aiutare la gente semplice, bisognosa di aiuto, i deboli, gli storpi, i bambini. Capisce che questo è il suo compito, i suoi discepoli non lo comprendono fino in fondo ma, per diffondere questo messaggio hanno lasciato casa e famiglia e spesso si sono ritrovati in una dimensione di forte solitudine, di sofferenza e di dubbio. Tentano di rincuorarli le parole del Maestro a volte oscure, a volte enigmatiche, a volte piene di speranza, quando parla di amore di Dio, di fratellanza, di uguaglianza ma soprattutto d amore.

” Ama il tuo prossimo come ami te stesso” è una verità capace di distruggere il vissuto di ognuno: amore fatto anche di grande rinuncia e grandi sofferenze come quello di Maria di Nazareth che si vede ogni giorno portar via l’amato figlio.

“Questo il destino dei profeti”. Nelle sue parole un misto di terrore e speranza ma soprattutto di dolore e di solitudine che lo affliggeranno l'ultima ora, come ogni essere umano ma non prima di istruire su tutti i doni che sono stati disseminati nella vita e per la vita da Dio Creatore.

“Il male va accettato e la morte è un atto di generosità”, nonostante, ogni volta che incontra la morte in un essere umano, chiede a Dio Padre il perché.

Più pressante la solitudine e il senso di impotenza, più pressante si fa il compimento doloroso della sua vita mentre sperimenta l’abbandono anche da parte di chi gli vuole bene.

Ma “Padre nostro che sei nei Cieli sia santificato il tuo nome venga il tuo regno sia fatto il volere tuo” e per questo volere con il cuore triste fino alla morte affronta tutti i pericoli e le cattiverie degli uomini e del potere ma ogni volta “sia fatta la tua volontà Padre mio”, desiderando, come qualunque mortale, la vita ed anche la compagnia di una donna e sa che Maria di Magdala non lo abbandonerà mentre qualcun altro arriverà perfino a rinnegarne la conoscenza.

Nessuno ha il coraggio di salvarlo, neppure Pilato. Intanto l'amarezza di non capire, di non riuscire ad accettare ciò che sta per succedere sempre più lo attanaglia, ma sempre “Sia fatta la tua volontà, non la mia”.

Le sequenze delle torture, dei patimenti e della crocifissione si susseguono come una serie di quadri caravaggeschi per la crudezza delle descrizioni e il grande pathos che riescono ad esprimere.

Le ultime scene del romanzo vedono ancora una volta protagonista Maria di Magdala, sostegno per la madre del Nazareno al momento della morte, e pietosa e addolorata testimone del rito di sacrificio. Colpisce l'espediente del seppellimento; ancora una volta si evidenzia lo spessore umano della protagonista e il riscatto della sua dignità. E il non far cenno ad alcuno della sua pietà permette che si diffonda la convinzione che il Messia sia risorto, ma non per lei, che continua a desiderarne la presenza fisica, un abbraccio affettuoso, un sorriso consolatorio.

Nell'animo ridotto ad un deserto sterile, sopraffatta dal sonno, lo rivede splendido come non lo ha mai visto, sente la sua voce chiamarla premurosamente, sente la morsa dell'abbraccio e il solito sorriso capace di contenere il mondo e rassicurarla della sua presenza. Occorrerebbe tracciare il profilo di altri personaggi come Giuda o gli apostoli, Pilato o la folla, ma vale molto di più farne una lettura personale perché infinite sono le suggestioni, infiniti i dubbi, infinita la ricerca della verità.

In conclusione posso affermare che in tutta la narrazione circola un grande afflato d’amore che finisce col prevalere sul male e sul dolore, in una prospettiva forse sovrumana, che è anche espressione della volontà dell'Autrice di rendere più vicino alla sensibilità umana una figura enigmatica come quella di Jeshu.

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Guido Gozzano

17 Settembre 2015 , Scritto da Marcello De Santis Con tag #marcello de santis, #poesia, #personaggi da conoscere

Guido Gozzano

Guido GOZZANO
(1883-1916)



"… appena un lieve sussurro all'apice… qui… la clavicola…/
e con la matita ridicola disegnano un circolo azzurro./ Nutrirsi…
non fare più versi… nessuna notte più insonne.../ non più sigarette..
non donne… tentare bei cieli più tersi:/ Nervi… Rapallo… San Remo…
cacciare la malinconia; / e se permette faremo qualche rad
ioscopia…

Leggo ancora i miei versi, in lunghi silenziosi colloqui con me stesso, stando disteso sulle foglie e sull'erba di questo prato, in questo caldo agosto che passo qui, alla casetta; lo stagno coi pesci rossi, e laggiù, il Meleto della mia infanzia. Ho appena trentadue anni, e sono già otto anni che mi rilevarono questo male al polmone. Ogni tanto sembra regredire la fiamma che brucia dentro il mio petto, ma non è così; avanza, purtroppo! E a me non resta che assistere impotente; e seguire con amarezza il corso della malattia.

"… mio cuore monello giocondo che ride pur anco nel pianto…"

E che cosa ho ancora da dirti, mio cuore!
Questo: di essere contento di vivere ancora qualche tempo, godendo questo nostro, mio e tuo, angolo di paradiso. Anche se non è più nostro il Meleto, - mio cuore - gustiamo ancora un poco la gioia di essere insieme.
Qui, l'aria è buona; abbiamo vagato tra il mare di Liguria a respirare iodio, e l'aria buona delle colline - balsamiche, a detta dei medici - per immettere ossigeno dei polmoni, che può far bene…".
Ma le crisi, ciò nonostante, continuano - più o meno leggere - ma continuano… e più o meno crudeli.
Ah, quest'edera al balcone, i glicini, gli oleandri, i limoni!
E noi, tu e io, mio povero cuore, costretti ad attendere…
Trentadue anni! e nell'attesa, vivo di ricordi…
Mia madre, giovane e bella, elegante nella sua figura minuta, che sempre mi è stata vicina, quand'ero fanciullo, oggi ha bisogno di me, nel suo male. Oggi è rimasto soltanto un fantasma, della donna di ieri.
L'immobilità l'ha toccata, e adesso sono io che l'assisto. Sono io il faccendiere di casa. Da tempo, oramai, io vivo per lei, e… per i miei versi. E nei miei versi ho descritto le cose di casa mia, quelle cose "di pessimo gusto" che ornano ancora le antiche stanze adorate.
Il mio sogno di laurea è svanito da molti anni. E sono avvocato; ma solo di nome.
Poeta? Non so.
Ho scritto tantissimi versi, ma sempre col cuore; per quel che mi resta di questa dolcissima vita, e crudele.
I miei giovani anni trascorsi in cure - inutili? - ora qua, ora là, stanno per finire. Lo sento.
E niente, niente ho creato di definitivo, se non i miei versi, i poveri miei versi…
Non l'affetto per la cara Amalia.
Non la stima degli e per gli amici e poeti. Non la corsa alla laurea, presto interrotta.
E il viaggio in India a cercare un po' di salute per i miei polmoni malati; sena risultati concreti; è stata solo un'esperienza letteraria, da terapeutica che si pensava.
I miei frammenti raccolti nelle ore che inseguivo con ansia, ora sono fissati sulla carta, e resteranno a mio ricordo; perenne, spero…


le miniature, / i dagherotipi: figure sognanti in perplessità, //
il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone /
e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto, //
il cucù dell'ore che canta, le sedie parate a damasco /
cremisi... rinasco, rinasco del mille ottocento ci
nquanta!»

****

"Una cocotte!..."
"Che vuol dire, mammina?"
"Vuol dire una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!"
Co-co-tte... La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d’ovo
e di gallina...

Un giorno - giorni dopo - mi chiamò
tra le sbarre fiorite di verbene:
"O piccolino, non mi vuoi più bene!..."
"È vero che tu sei una cocotte?"
Perdutamente rise... E mi baciò
con le pupille di trist
ezza piene.

Ho pudore del mio male: i dottori dicono che forse potrei metterci una pezza andandomi a chiudere in quella prigione nevosa, sterilizzata e mondana, che è il Santuario di Davos.
Non vado, io soffro il freddo.
Preferisco morire ad Aglié o a Torino, a Sturla o a Rapallo…

marcello de santis

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Le grandi epidemie a Livorno

16 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Le grandi epidemie a Livorno

I casi di meningite su navi da crociera confermano che a Livorno il contagio è sempre arrivato dal mare. I lazzaretti erano luoghi deputati all’isolamento e cura dei malati ma anche alla quarantena delle merci. Nel corso dei secoli, l’Italia e l’Europa hanno conosciuto ricorrenti epidemie, favorite dalle carestie e dalla malnutrizione, e Livorno è stata spesso la porta d’ingresso dell’infezione.

La peste nera, che falcidiò l’Europa nel 1348, quella stessa che fa da cornice ai racconti del Decameron, è frutto di un’antica guerra batteriologica. In oriente, infatti, i popoli dell’Orda d’Oro, il regno turco - mongolo fiorito in Russia nei secoli XIII - XVI, catapultarono mucche infette sui genovesi contro i quali erano in guerra. Tornati a casa, i genovesi sparsero la malattia. Livorno, insieme a Marsiglia, fu uno dei maggiori centri di diffusione.

L’altra grande epidemia di peste, di cui racconta il Manzoni ne I Promessi Sposi, infuriò in Europa attorno al 1630. Felice Casati, che organizzò il lazzaretto di Milano - ed è immortalato fra i personaggi del romanzo - morì proprio a Livorno. I padri barnabiti parteciparono all’opera di soccorso.

Fatale per la nostra città fu anche la febbre gialla del 1804. Nel porto attraccò il bastimento Anna Maria, partito da Veracruz e transitato da Cadice. La Spagna era considerata zona sicura e non furono prese precauzioni, ma l’intero equipaggio, affetto da febbre gialla (detta anche vomito nero) presto diffuse il morbo fra tutta la popolazione. La malattia fu passata sotto silenzio, per timore di dispiacere alle autorità e di danneggiare l’economia portuale, e così si estese sempre più. Venne chiamato, allora, il famoso epidemiologo Gaetano Polloni che riuscì a debellarla, dopo essersi ammalato egli stesso. Fu nominato perciò medico di Sanità del porto. Ordinò i suffumigi di cloro nei bastimenti e riorganizzò il sistema dei lazzaretti, introducendo misure sanitarie che protessero la città dal tifo e da ulteriori focolai di peste.

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Filippo Tommaso Marinetti

15 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere

Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini.
Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini.

Filippo Tommaso MARINETTI
(1876-1944)



Accademico d'Italia, alfine!
A cinquantasei anni questo riconoscimento viene a premiare la mia rivoluzionaria attività rivolta a cambiare la vecchia letteratura, la vecchia poesia. In una esplosione di versi mai tentata ed ottenuta da alcuno. Quanto tempo è passato da quel primo "manifesto" del 1909!
Questa data passerà alla storia della letteratura e delle arti mondiali per aver fatto sussultare e ribaltare dalle fondamenta il mondo letterario arcaico, vecchio, consunto, un mondo letterario che ci stava affossando tutti.
Ho bruciato - veramente - i vecchi musei zeppi di scartoffie ammuffite, fitte di sdolcinature e di marciume.
Ho distrutto definitivamente gli antichi e barbuti professori, rimbambiti, che si parlavano addosso; e si scrivevano addosso tutto l'ottocentume imperante.
Ho sepolto poeti, scrittori, attori, musicisti sedicenti tali, che stavano naufragando da tempo immemorabile in un mare di idee inaridite e sciocche; idee non più pensabili, non più sopportabili.
Io! Io ho generato un nuovo universo letterario!
Io! Io sono l'artefice del rinnovamento artistico!
E al mio fianco hanno combattuto - è proprio il caso di usare questa parola, ché le nostre indimenticabili "serate futuriste" a Roma, al teatro Costanzi, a Trieste, a Milano al Lirico, e dovunque ci siamo proiettati, si sono chiuse con vere e proprie battaglie tra noi e un pubblico sbigottito e giornalisti increduli…
E tutti noi, là sul palco, tanti amici poeti e pittori e musici
Ah, le nostre poesie urlate al vento della follia!
Paolo Buzzi, con i suoi "Aeroplani", Giampiero Lucini con le sue "Revolverate".
E Palazzeschi, che ha appiccato il fuoco ai fondali velati di sonni e crepuscoli, con il suo imperituro L'incendiario.
Come era buono, il caro Aldo Palazzeschi! Così fine, così timido, tanto che sul palco non riusciva a far sentire la sua flebile voce, tremolante, fioca; neppure un terzo dei suoi versi meravigliosi e rivoluzionari riuscivano ad arrivare alla platea ,si perdeva infatti nel boato degli urli e dei fischi degli spettatori. Che non se ne accorgevano, ma così facendo partecipavano in prima persona - da attori!- alle esplosioni letterarie del futurismo.
Che variazioni di atmosfera, che emozioni! Che fantastiche novità nei versi più o meno liberi dei nostri grandi poeti, che splendide sensazioni si ricavavano dai colori di Umberto Boccioni, e di Giacomo Balla; colori sbattuti sulle tele a ricercare velocità, fughe in avanti.
Quale terremoto nei ghirigori della musica di Russolo!
Un manipolo di portenti, di artisti con la "A" maiuscola; tutti dietro di me, tutti a seguirmi con la spada sguainata a colpire le stelle; e la luna! Quante volte abbiamo gridato quell'esclamazione diventata celebre Uccidiamo il chiaro di luna!
Il nostro vento di follia cosciente ha attecchito, ha dato i suoi frutti, vicino e lontano.
Era nato "il futuro"!
I tempi erano maturi, e noi l'avevamo capito prima degli altri.
Il novecento era come un monello di appena una decina d'anni, ma era già pronto a correre, a galoppare!
Ma per spingerlo a questo genere di galoppo ci voleva qualcuno che ne strigliasse bene i cavalli.
Arrivammo noi!
Che botte per le strade!
Quanta frutta, quanti ortaggi, quanti cespi di verdura volavano intorno alle nostre figure, a noi che imperterriti combattevamo rispondendo con le poesie, con i racconti, con la musica, nuovi! Rispondevamo a colpi di letteratura futura!
I nostri proclami declamati a gran voce (tranne quella del malcapitato Palazzeschi, come ho detto) in tutti i principali teatri d'Italia! Abbiamo distrutto la sintassi, abbiamo creato "parole in libertà", abbiamo gettato alle ortiche la metrica classica, le rime, le assonanze; avevamo creato nuovi versi, versi liberi di volare…

E sulle tele i colori nuovi in movimento, a rincorrersi, scandito il tempo da musiche nuove.
Eppoi i manifesti, per quelli lontani, per coloro che non potevano seguirci da vicino: a Londra Mosca Madrid Parigi.
I manifesti!
Della danza, della pittura, della letteratura, della musica. E ancora, del teatro, della moda, della cucina… e tanti tanti altri, tanti che quasi non li ricordo più tutti.
Il mondo era nostro; il mondo ci capiva, il mondo… capiva che era giunto il momento di scrollarsi di dosso tutto il vecchio e il decrepito che si portava ancora appresso. E lo ha fatto con un coraggio degno della nostra forza e della nostra lucida follia.
Dopo di me, il vuoto… l'arte andrà avanti…
… e non si volerà indietro…

marcello de santis

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Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"

14 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #adriana pedicini, #recensioni, #poesia

Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"

Il fiume di Eraclito

Adriana Pedicini

Mnamon, 2015

pp 89

10,00

Dietro il lento oscillare delle acacie

Sale la filigrana del ricordo

Del lungo ramo

Che sbatteva alla finestra

E tra i fiori acri sfiorito il volto

E immobile lo sguardo.

Anche oggi

Tra i passi lenti

Di questa primavera

Solo si spande nell’aria

il profumo dolceamaro delle acacie.

Questa silloge di Adriana Pedicini, Il fiume di Eraclito, tocca e ripercorre tutti i temi cari all’autrice, in particolare uno spasmodico bisogno di vita e un immenso timore della morte. A ben guardare, salvo poche eccezioni, sono questi, uniti alla nostalgia (la nostalgia porta di una vita/che non è quella da vivere), e al triste fuggire del tempo, gli argomenti più cari agli scrittori non più giovanissimi. Il tempo scorre, come il fiume di Eraclito; mentre si vive, l’attimo presente è già diventato qualcos'altro, non viene goduto per l’ansia del futuro o il rimpianto del passato.

La vita è amata in modo pudico, trepido, ma con passione che s’intuisce violenta, quasi sconveniente, seppur tenuta a freno: più forte è il desiderio/di questa precaria vita, la vita è un desiderio/strozzato nel cuore. Si manifesta nella natura, nel ramo che fiorisce e si rinnova, nella montagna, nel lago, nel prato, nel fiume. Soprattutto nel bambino che nasce (della casa rinnovata /da rosei vagiti/al rifiorire della vita) e, per un momento, col suo venire al mondo, sconfigge la Morte, la quale, però, subito torna ad avere il sopravvento, come accadimento reale, ma anche come pensiero angoscioso, onnipresente. In questo pensiero si è soli, perché è difficile confidarsi, forse non si otterrebbe ascolto, magari solo un blando invito a essere ottimisti, magari solo un rapido e furtivo scongiuro.

Tutto è permeato di malinconia, il tessuto poetico a volte si lacera in squarci di dolore e paura, altre volte si stempera in dolcezza, verso il bimbo che nasce, verso l’amore coniugale (amore tenero e necessario) che, pur nel silenzio dei sensi, è ancora quello dolce e ardente dei primi tempi, ma è anche divenuto rifugio, consolazione quasi filiale (come piccolo bimbo), in grado di trasformare i sassi aguzzi in sassi tondi, un amore indispensabile alla sopravvivenza stessa.

Altra fonte di conforto – persino di rara gioia epifanica – è la religione. Viva la speranza di confluire in un Assoluto, capace di riscattare l’ingiustizia, se il mondo dimentica i deboli, gli emarginati, e soccombe al male, alla violenza bellica. Dio pacifica e affranca ma resta comunque un mistero inconoscibile, un abisso insondabile.

Il Weltschmerz, cui fa cenno la stessa autrice nella prefazione, è pena privata, ma anche fatto storico, senza mai perdere la sua universalità. Un dolore, come dicevamo, frenato, espresso con difficoltà, che si pone come dolenzia sorda ma, a tratti, lascia anche trapelare un orrore acuto, una sofferenza lancinante, alla quale non ci si rassegna, e che la ragione non sa accettare né combattere. Questo soffrire è romantico ma non patetico, è un dolore in cui tutti possiamo riconoscerci e che tutti, pur non ammettendolo, proviamo.

Lo stile non è moderno, queste liriche potrebbero essere state scritte nel secolo scorso, discendono dagli studi classici dell’autrice, ma vi si ritrovano anche Leopardi - spesso citato direttamente e come richiamo all’inutilità della vita (il vivere sia fatto invano) - Pascoli e Ungaretti. Ci piacciono proprio per questo, perché accantonano inconsistenti sperimentalismi per soggiacere a un imperativo di classicità, di eleganza, che non teme il suo sapore antico e i termini cari alla nostra tradizione poetica.

Così come abbiamo aperto con una delle poesie più caratteristiche, concludiamo riportando la più atipica della raccolta, che tratta il delicato tema dell’autismo, ed è bella per la rarefazione del linguaggio, qui essenziale e quasi scabro.

Senza parole

Chissà

Se il lago dei tuoi occhi

Agitano al fondo torve

Onde brune

O lo trapassano guizzi

Di luce cristallina,

se il silenzio notturno

fa della tua anima

tenda in cui cercar riparo

o se le foglie inaridite

rallentano la corsa

nell’aritmia della vita.

Nella luce del mattino

Come un bimbo

Incapace di salire

Ai piedi di una scala solitaria

Senza cordame

Miri al monte

Che in te ha inabissato

La sua cima.

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L'omino di fumo

13 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

L'omino di fumo

Nella prima edizione del libro Il codice di Perelà, Aldo Palazzeschi pose una dedica, che dettava così:

AFFETTUOSAMENTE DEDICO AL PUBBLICO!
QUEL PUBBLICO CHE CI RICOPRE DI FISCHI,
DI FRUTTI E DI VERDURE,
NOI LO RICOPRIREMO DI DELIZIOSE OPERE D'ARTE.

Parlava al plurale maiestatis, riferendosi solo a se stesso, il buon Palazzeschi, oppure quel "NOI" si riferisce ai poeti e scrittori futuristi, che, seguendo l'esempio e l'invito del fondatore del movimento Filippo Tommaso Marinetti, sui palchi di mezza Italia si dedicavano alla recita delle poesie e delle prose le più strampalate che si potessero (concepire e) recitare, tra un tumultuare di fischi e di pernacchie, e tra lanci di ortaggi vari, e perché no, di uova?
Non lo sapremo, ma sappiamo benissimo quale era l'opera che si accingeva a presentare a "quel pubblico": era l'anno 1911, e il libro era Il Codice di Perelà (cui lo scrittore aveva lavorato a iniziare intorno al 1908, e che ora finalmente vedeva la luce nelle Edizioni Futuriste di Poesia, grazie appunto al Marinetti). Luce che risplendé per tutto il primo e il secondo novecento, e che ancor oggi non si spegne.
Quando Aldo Giurlani, figlio di una famiglia di commercianti di Firenze, decise di mettersi a scrivere, stabilì che il suo cognome l'avrebbe cambiato, si sarebbe chiamato non più Giurlani, ma Palazzeschi, assumendo quello della nonna materna, la adorata nonna Anna, le cui favole, racconta il poeta, "gli avevano reso la fanciullezza un giardino incantato".
E figurarsi che a diventare scrittore non ci pensava proprio, preso com'era dalla sua passione per il teatro: tutt'al più avrebbe potuto diventare un attore, e nelle sue speranze "anche bravo", insieme al suo inseparabile amico (poi diventato scrittore e poeta anche lui), Marino Moretti.
E questo a dispetto del padre Alberto che lo obbligava a studiare ragioneria - cosa che lui coscienziosamente fece - perché un figlio ragioniere, pensava, avrebbe potuto essergli utile nel suo lavoro di commerciante.
Ma il giovane Aldo niente, aveva la passione per il palcoscenico, tanto che si iscrissero tutt'e due - lui e il coetaneo Marino, appena diciottenni - alla Scuola di Recitazione "Tommaso Salvini", dove ebbero modo di conoscere e frequentare il figlio del grande Gabriele D'Annunzio, il ragazzo Gabriellino.
Il padre cercò in tutti i modi di distoglierlo da queste idee (balzane, a suo modo di vedere), e di tarpargli le ali che cominciavano già allora a spuntare, per poi permettergli di volare alto sui cieli della letteratura italiana prima, ed europea dopo. E poi, 'sto padre commerciante esclamava ad ogni occasione, metterti a recitare col nome onorato dei Giurlani! Non sia mai!
Fu così che decise, come detto, di cambiarlo, l'onorato cognome, e prendere quello di nonna Anna; e che forse - si disse - suonava anche meglio. Era il 1905 e Aldo era un ventenne di belle speranze, niente male neppure come giovanotto, bell'aspetto, buon fisico. E' chiaro che continuò a studiare ragioneria, ma nel contempo non demordeva; frequentava la scuola per diventare attore. E il padre, visto che niente poteva più per far sì che Aldo seguisse i suoi consigli, (lo racconta anni dopo il poeta in una intervista) non pronunziò più una parola che suonasse giudizio o rimprovero verso di me.

Il teatro fu il mio primo maestro e una vera scuola, ebbe a dire in una intervista in tarda età. E nel frattempo, tra un libro di scuola, una recita-prova sul palcoscenico, prese a scrivere versi. E dopo alcune prove di poesia, ecco il suo primo romanzo: Il codice di Perelà:

Pena! Rete! Lama! Pena! Rete! Lama! Pe… Re… La…
Voi siete un uomo, forse?
No, signore. Io sono una povera vecchia.
E' vero, è vero, sì, scusate, avete ragione, voi siete una povera vecchia, un uomo sono io.
Voi che cosa siete signore?
Io sono… io sono… molto leggero… io sono un uomo molto leggero; e voi siete una povera vecchia: come Pena, come Rete, come Lama, anche loro erano vecchie: Vorreste dirmi se quello che si vede laggiù, in fondo a questa via, è la città?
Sì.
Quella che si vede laggiù… sarebbe forse la casa del Re?
Quella è la porta della città: La casa del Re è situata nel mezzo, ed è circondata da mura, ed è guardata dai vigili. Quei cittadini uccidono sempre il loro Re . Ora è Re Torlindao. Voi andate alla città signore?
Sì.
Ci sarete tra poco. Di dove venite?
Di lassù.
Non vi ànno mai veduto in città?
Ci vado per la prima volta.
Guardate, guardate, vedete quella nuvola di polvere che viene verso di noi? Sono i vigili del Re, è la scorta a cavallo, vengono per fare la perlustrazione nelle vicinanze, io vi saluto, addio addio signore, vedendomi qui con voi potrebbero sospettare, sappiategli rispondere nel caso, voi potete colpire i lor
o occhi. Addio buon viaggio.

Questa che ho appena riportato è la prima pagina del romanzo.
Alla domanda "di dove venite?" questo "fumoso" straniero dagli scarponi grossi e ben visibili, interrogato, risponde: "di lassù", risposta vaga che dice e non dice (di lassù dove?). Ma si presenta anche con altre stranezze, come quei tre nomi che ripeteva e ripeteva, per esempio: Pena Rete Lama (e chi sono?) poi afferma, ma sempre stando nel vago: "anche loro erano vecchie…"
Mah!
Leggiamo la seconda pagina e forse qualcosa di più capiremo.

Eccolo dunque descrivere i vigili del re che avanzano galoppando e sollevando nugoli di polvere. tanto che uno di essi, appena si fermano, dice:

Ài veduto come lo abbiamo impolverato? Non si capiva più che cosa fosse.
Quando siamo stati vicini mi sembrava di averlo veduto scomparire.
Scomparire?
Sicuro, anche a me.
Ma quello non era un uomo sapete!
Che cos'era sentiamo?
Sembrava una nuvola.
Lo abbiamo ricoperto di polvere, una nuvola sembriamo noi caro mio, in questa porca strada!
No no, l'ò veduto prima che la strada fosse invasa dalla polvere, è un uomo di fumo!
Imbecille!
Va' là, uomo di fumo, sarà un arrosto di asino, ài sbagliato.
Io gli ò veduto benissimo le scarpe.
Aveva degli stivaloni lucidi come quelli dei nostri ufficiali.
Ma è un cavaliere antico però.
Fermiamoci un moneto.,
Perché non torniamo indietro?
Per far che?
per vederlo, almeno per interrogarlo.
Per niente io non faccio un passo in più.
Scommettiamo.
Che cosa?
Dite voi.
un paio di stivali come q
uelli del tuo asino antico, asino alla moda!

Eccolo l'omino di fumo del quale si vedono reali solo gli stivali che tanto colpiscono coloro che assistono al suo passaggio
E' il dialogo che si svolge tra i vari sudditi del Re, che giunti sul posto si vedono svanire sotto gli occhi la figura dell'uomo misterioso. E uno di essi esclama: … è un uomo di fumo!
E si prende da un compagno, gridato, l'epiteto di: imbeci
lle!
Ecco, Palazzeschi ci presenta quest'uomo di fumo che, in qualche maniera contorta, ci dice il suo nome, Perelà, formato dalle iniziali dei nomi che egli attribuisce a tre vecchie non meglio identificate.
Già nella sua prima raccolta, che risale a sei anni prima (1905, I cavalli bianchi, libro di poesie pubblicato a sue spese, per una casa editrice Cesare Blanc, inventata da lui col nome del suo gatto) il poeta nella poesia ara mara amara parla di tre vecchie (ara mara amara sono i loro nomi) che si stanno nell'ombra giocando.

in fondo alla china
tra gli alti cipressi
è un piccolo prato
si stanno in quell'ombra
tre vecchie
giocando coi dati
non alzan la testa un istante
non cambian di posto un sol giorno
Sull'erba in ginocchio
si stanno in qu
ell'ombra giocando.

(Attenzione alla metrica: tre senari, un novenario diviso in due parti, ancora un senario, due novenari, un ulteriore senario, e per chiudere un novenario - in una musicalità tutta nuova per il periodo; una musicalità che sarà la costante del poeta in quasi tutte le sue composizioni. L'accento batte sempre sulla seconda sillaba.)
Una piccola nota per gli appassionati di poesia e di metrica.
Da notare nel Palazzeschi delle poesie serie, quelle cioè che non seguono il ritmo dal verso libero, prettamente futurista, un metro sempre uguale: il poeta ama usare il trisillabo, quindi il verso ternario, e versi che sono multipli di tre (quindi senario, novenario, e così di seguito), cosa che gli permette di creare una monotonia quasi sonnolenta, quasi onirica; che si va ad affiancare a una sensazione di staticità delle scene e dei personaggi che le poesie presentano.
Ed era una novità, una novità assoluta, per l'epoca!
Si potrebbe dire che dipinge con le parole dei quadri quasi impressionisti, in cui la staticità la fa da padrona, quasi come se il lettore venga a trovarsi ad ammirare una tela e non riesca più a muoversi, attratto da una forza misteriosa ad entrare in quella natura fissata coi colori, per venire a far parte della scena, fianco a fianco con i personaggi).
Che siano le stesse tre vecchie - con il nome cambiato da ara mara amara in pena rete lama - che poi aprono quel suo primo romanzo?
Non ce lo dice, il poeta, né lo troviamo in alcuno dei suoi scritti, un riferimento alla coincidenza di queste tre vecchie. Nella copertina si legge, oltre alla data che indica l'anno 1911, appena sotto il titolo: romanzo futurista. E' alla sua prima prova e si adegua allo stile e alla sostanza di quel movimento, che doveva mostrare novità, stranezza, scompiglio della punteggiatura, della grammatica, della sintassi. E lo scrittore, in questa sua prima opera in prosa, lo fa in maniera egregia.
Però a chi legge e rilegge con attenzione, appare chiaro che lo fa, come dire? Come di controvoglia, quasi facendo violenza a se stesso; quelli del movimento futurista, aspri fino all'esasperazione, mentre lui, è, sì provocatorio, ma non dotato completamente di quell'aggressività che il futurismo richiedeva. Ed era tanto vero che allo scoppio della grande guerra si spegne il suo entusiasmo per il movimento di Marinetti, convinto interventista. La guerra, affermava il buon Filippo Tommaso - unica igiene del mondo - con Palazzeschi che si dichiarava neutralista (e che, chiamato a fare il militare, riuscì in qualche modo a sfangarla dalle esercitazioni con le armi, prima, e dal fronte, poi; e a passare quasi completamente il suo tempo impiegato in una fureria, a Tivoli).
Esce il libro di Marinetti che inneggia alla grande guerra, 1914-1915, sola igiene del mondo, e incita all'intervento armato. E con Marinetti elogia la guerra tutto il Gruppo Futurista, che inneggia all'ultranazionalismo e al militarismo. Molti artisti, che facevano parte del movimento, aderirono all'idea interventista e, all'entrata in guerra dell'Italia, partirono volontari per il fronte col Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti ed Automobilisti. Quelli richiamati per la leva fecero invece parte delle truppe comuni.Tra gli altri: lo stesso Marinetti, scrittore e fondatore del movimento, Umberto Boccioni pittore, Antonio Sant'Elia architetto, Mario Sironi pittore, Achille Funi pittore, Luigi Russolo musicista compositore e pittore. Tra quelli che non tornarono ci furono Boccioni e Sant'Elia.


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Byron a Livorno

12 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Byron a Livorno

Nel 1822 per lo spazio di sei settimane dimorò a Montenero Lord Giorgio Byron, il più celebre fra i poeti della moderna Inghilterra. Egli abitò la villa Dupouy ora De Paoli, e secondo quello che si dice, la camera in cantonata tra il fronte principale e il lato occidentale della villa medesima. In fondo a questa camera è una piccola alcova dove trovavasi il letto occupato dal Byron. (…) Insieme al Byron era venuto a Montenero il conte Ruggero Gamba con suo figlio Pietro e la figlia Teresa maritata al conte Guiccioli, con seguito di domestici delle parti di Romagna, sui quali tutti, perché appartenenti alla società segreta dei Carbonari, teneva una gran vigilanza la polizia toscana, per la quale era ospite poco gradito anche Lord Byron di cui si conoscevano non solo le idee ardentemente liberali, ma altresì la vita disordinata e scorretta e l'indole intollerante di ogni freno e di ogni sottomissione” Pietro Vigo.

George Gordon Byron (1788 – 1824) da Pisa, dove risiedeva sui Lungarni, venne a Montenero nel 1822. Lo storico Pietro Vigo, nella sua guida di Montenero, ne dà ampio resoconto.

Al prezzo di cento francesconi il mese, Byron prese in affitto villa Dupouy, dal banchiere Francesco Dupouy, con stalle, rimesse, giardini, cisterne e pozzi d’acqua pulita.

A Montenero Byron scrisse parte del suo “Child Harold” e l’iscrizione per la tomba della figlia allegra.

Un gruppo di americani ancorati al porto di Livorno lo invitò a bordo e gli tributò onori da grande celebrità.

Pietro Vigo riporta una contesa scoppiata il 28 giugno, verso le 17, fra le persone al servizio di Byron e quelle al servizio della contessa Guiccioli. Furono coinvolti anche i Gamba, s’impugnarono coltelli e pistole, Pietro Gamba rimase contuso. Questa rissa diede occasione alla polizia toscana di sfrattare gli invisi conti Gamba, col pretesto di clamori e intemperanze che disturbavano il quieto villaggio di Montenero. A tal proposito, Byron scrisse al governatore la seguente lettera, che Vigo dichiara di aver trovato solo nella traduzione italiana.

I miei amici conte Gamba e famiglia hanno ricevuto l'ordine di lasciar la Toscana in termine di quattro giorni, come pure il mio corriere, svizzero di nascita. Non farò alcuna osservazione sopra quest'ordine, almeno per ora. Io lascerò in lor compagnia questo territorio, non essendo luogo di dimora adatto per me quel paese che ricusa un rifugio agli sventurati ed un asilo ai miei amici. Ma siccome io ho qui un capitale considerabile in mobilia ed altri articoli che richiedono qualche tempo per disporre l'allontanamento, sono a pregarla di una dilazione di qualche giorno in favore dei miei amici, come pure del mio corriere, il quale mi accompagnerà se ciò vien permesso, ed io suppongo che un giorno o due di più sarà cosa di piccolissima conseguenza.

Siccome io accompagnerò i miei amici qualunque volta essi partano, chiedo il permesso di pregarla d'onorarmi d'una sua risposta.”

Ma il poeta inglese non ottenne ciò che chiedeva. Come non la ebbe vinta nella disputa dell’acqua.

Byron era molto difficile in fatto d’acqua, la digeriva solo se purissima e cristallina, ma la siccità portò all’esaurimento dei pozzi. Byron, allora, si rifiutò di pagare la pigione e fece causa a Dupouy, nel tribunale di Livorno. Perse e dovette pagare le rate arretrate, gli interessi e le spese giudiziarie.

Mentre ancora era a Montenero, ricevette una lettera in versi da Goethe, che si fece tradurre da Enrico Mayer, giovane scrittore di padre tedesco. Rispose che sarebbe partito presto alla volta della Grecia, dove si combatteva per l’indipendenza. Partì, infatti, dal porto di Livorno, sull’Ercole e raggiunse Missolungi, dove morì nel 24, ma non in battaglia, bensì di meningite.

Nel 1900 gli fu intitolata una via di Montenero.

Riferimenti

Pietro Vigo, “Montenero”, 1902 dal sito www.infolio.it

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Marechiaro

11 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #poesia, #luoghi da conoscere

Marechiaro

Il parapetto dal quale ci si affaccia nel breve specchio di mare su cui si apre la celebre finestrella, è un posto che pare che il cielo abbia creato solo per gli innamorati. Tutto è incanto, tutto è poesia, tutto è amore, nel silenzio dei pensieri che riportano ai versi della poesia di Salvatore Di Giacomo.
Io ci sono stato, tanti anni fa, e a mirare la lapide che ricorda la canzone, io che sono un amante incallito delle canzoni di Napoli, ho avuto un balzo al cuore, e confesso che ho represso a malapena una lacrima.

Quanno sponta la luna a Marechiare
pure li pisce nce fanno a ll’ammore,
se revoteno ll’onne de lu mare,
pe la priezza cagneno culore,
quanno sponta la lu
na a Marechiare…

A Marechiare ce sta na fenesta,

« Quando spunta la luna a Marechiaro,
anche i pesci vi fanno l'amore.
si rivoltano le onde del mare.
per l' allegrezza cambiano colore…

a marechiaro ci sta una finestra…

… e dalla mente alle orecchie il passo è breve, e così giungono gradite immediatamente le note della musica del grande Paolo Tosti.
Salvatore non amava molto questi suoi versi, tanto che non hanno mai trovato posto nelle raccolte delle sue poesie.
Era il 1885, sono passati quasi centoventi anni, ma la canzone, nel frattempo, ha varcato l'oceano (per le Americhe) e gli oceani (per il mondo), è andata a cullare le anime degli innamorati ovunque essi si trovino.
Francesco Paolo Tosti ne fu stregato immediatamente, e da quel grande autore che era, ci mise mano e creò la meraviglia delle meraviglie.
All'epoca il musicista, che non era napoletano - era nato ad Ortona - ma che aveva studiato presso il Conservatorio di San Pietro a Majella a Napoli, dove si diplomò in violino e composizione nel 1866, aveva poco meno di 40 anni, ed era già noto come autore di celebri romanze, che all'epoca si eseguivano nelle famose periodiche. Il musicista, in effetti, dopo aver fatto un po' di tutto in gioventù, si mise a cantare, avendo una bella voce da tenore; allora si trovava a Roma, e qui ebbe modo di conoscere e frequentare due suoi conterranei: il vate Gabriele D'Annunzio e il pittore Francesco Paolo Michetti.
Qui insegnò canto a quella che sarebbe diventata più tardi regina d'Italia, Margherita di Savoia, e a Londra, dove si trasferì più tardi, alla corte della regina Vittoria; Edoardo VII per le sue benemerenze lo fece baronetto e gli conferì, cosa che lui accettò, la cittadinanza inglese.
Per completare la sua figura di musicista, va detto che compose più di cinquecento romanze, interpretate da tutti i più grandi suoi contemporanei, ricordiamo tra questi l'indimenticabile Enrico Caruso.
Ma una sola musica gli conferì fama nazionale e internazionale: Marechiaro.

A Marechiare ce sta na fenesta,
la passione mia ce tuzzulea,
nu carofano addora ‘int’a na testa,
passa ll’acqua pe sotto e murmulea…
a Marechiare ce sta na fenesta…

a mare
chiaro ci sta una finestra
scriveva il poeta Salvatore Di Giacomo, che poi vi spiegheremo meglio, non era mai stato sul posto e non conosceva quell'angolo di paradiso che era marechiaro,

… dove ci batte la passione mia
un garofano odora dentro una testa
passa l'acqua là sotto e mormora…
a mare chiaro ci sta una fi
nestra…

Il poeta, invece, ne aveva appena 25, di anni, e come detto non sapeva di marechiaro.
S'immaginò una luna che spunta su quel piccolo specchio di mare incantato, e… tutto il resto che descrisse nei suoi versi.
Napoli all'epoca è - e del resto ancora oggi -, la città per eccellenza del sole e dell'amore; e ciò fin dall'antichità non poteva che generare musiche e versi che poi sono entrati nella storia della sua storia.
Sta nascosto - quel posticino incantato - sulla collina di Posillipo nel quartiere che porta il nome, appunto di Marechiaro, che altri due grandi - poeta e musicista appunto: Ernesto Murolo e Salvatore Gambardella - alcuni anni dopo (1904) avrebbero descritto così

…. Pusilleco addiruso,
addó' stu core se n'è ghiuto 'e casa,
ce sta nu pergulato d'uva rosa...
e nu barcone cu 'e mellune appise.
...'Ncopp''o Capo 'e Pusìlleco addiruso

… Posillipo, profumato,
dove questo cuore se n'era andato, da casa,
ci sta un pergolato di uva rosa…
e un balcone coi melo
ni appesi…
… sul capo Posillipo profumato

… è un piccolissimo porticciolo di pescatori, dove s'affaccia questa finestrella, che ha sul davanzale dei garofani in vaso; è la casa di Carolina, che dorme, e un innamorato rischiarato da una pallida luna le porta la serenata.
Il padre, il giovanissimo Salvatore lo voleva medico, ma lui non amava stare tra morti e pezzi di cadaveri (come ne vedeva nelle lezioni di anatomia che era costretto a seguire, a malincuore), e abbandonò la causa paterna.
Era il 1880, quando prese la grande decisione di cambiare il suo destino.
Cominciò così a scrivere articoli e saggi, fece il giornalista, anche alle dipendenze di Matilde Serao e di Edoardo Scarfoglio, che lo inviavano a girare, per scrivere articoli, per Napoli dove ebbe modo di stare vicino alla gente e alla città vera, povera e sofferente, praticando per lavoro il tribunale, gli ospedali, e i vasci (i bassi, nei vicoli) maleodoranti e miseri.
Parallelamente a questa attività giornalistica, che però, pur ritenendola migliore delle tristi lezioni di anatomia dell'università, non lo soddisfaceva ancora, si dette alla poesia.
Che, grazie alla conoscenza dei vari musicisti del tempo, Mario Costa, per il quale scrisse Era de maggio, Enrico De Leva, cui dette le parole per la musica di 'e spingole francese, lo fecero conoscere nell'ambiente della canzone d'autore napoletana.
Non ci soffermeremo di più nella descrizione della vita del poeta, ma vorremmo invece dire della storia tutta particolare della nascita dei versi della poesia/canzone, che vale la pena riportare.


La Finestrella di Marechiaro

Chi dice ca li stelle so’ lucente
nun sape st’uocchie ca tu tiene nfronte,
sti doie stelle li saccio io sulamente,
dint’ a lu core ne tengo li pponte,
chi dice ca li stelle so’
lucente….

chi dice che le stelle sono lucenti
non conosce gli occhi che tu tieni in fronte
queste due stelle le conosco solo io…

La storia, o la leggenda, ci riporta che Salvatore Di Giacomo non era mai stato a Marechiaro; ma che si immaginò una finestrella con un vaso di garofani sul davanzale, e pensò che dietro quei vetri e quelle tendine bianche poteva benissimo starci una ragazza innamorata a dormire, mentre il suo spasimante stava a portarle la serenata; il tutto, chiaramente, sotto una luna piena che si specchiava nel breve tratto di mare sottostante.

Scétete Caruli’ ca ll’aria è doce,
quanno maie tanto tiempo aggio aspettato?
P’accunpagnà li suone cu la voce,
stasera la chitarra aggio purtata…
Scé Caruli’ ca ll’ari
a è doce!…

svegliati carolina, che l'aria è dolce
quado mai ho atteso tanto tempo
per accompagnare i suoni con la voce
stasera la chitarra l'ho portata…

Un'altra versione (riportata da Antonio Soccol, con il contributo di quel grande esperto di storia della canzone napoletana che è Antonio Raspaolo) racconta invece che il poeta scrisse di getto i primi versi della poesia - che poi il maestro Francesco Paolo Tosti avrebbe trasformato in canzone (e che canzone!) - trovandosi in una trattoria o un'osteria lassù, a Marechiaro, appunto, con degli amici.
L'aneddoto lo scrive lo stesso Di Giacomo, sul Corriere di Napoli, nell'anno 1894:

Facemmo una gita lungo tutto il golfo di Napoli, io ed alcuni amici, meta era l'Acquario di Via Caracciolo. Decidemmo là di fare un giro per il golfo a bordo di un vaporetto messo a disposizione dalla stazione Zoologica. Finimmo per trovarci a Marechiaro, e ci recammo a mangiare qualcosa in una osteria nei pressi del piccolo porticciolo.

l poeta vide la piccola finestra lassù, ci dipinse con i suoi versi un po' di luna, e forse (vide? non vide?) una ragazza che dava un po' d'acqua a un vaso di garofani.
Nacque la bellissima poesia, che non ha eguali nelle poesie napoletane.

Marechiaro

Quanno spónta la luna a Marechiaro,
pure li pisce nce fanno a ll'ammore...
Se revòtano ll'onne de lu mare:
pe' la priézza cágnano culore...
Quanno sponta la luna a Marechiaro.

A Marechiaro ce sta na fenesta:
la passiona mia ce tuzzuléa...
Nu garofano addora 'int'a na testa,
passa ll'acqua pe' sotto e murmuléa...

A Marechiaro ce sta na fenesta....

Chi dice ca li stelle só' lucente,
nun sape st'uocchie ca tu tiene 'nfronte!
Sti ddoje stelle li ssaccio i' sulamente:
dint'a lu core ne tengo li ppónte...

Chi dice ca li stelle só' lucente?

Scétate, Carulí', ca ll'aria è doce...
quanno maje tantu tiempo aggi'aspettato?!
P'accumpagná li suone cu la voce,
stasera na chitarra ag
gio purtato...

Scétate, Carulí', ca ll'aria è doce!..

marcello de santis

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