Overblog Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Dino Campana

27 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #poesia

Dino Campana



Dino CAMPANA
(1885-1932)



Sono già dieci anni che sono qui, dieci anni che la guerra è finita; dieci anni che anch'io ho perduto la mia guerra. Oggi mi è concesso solamente di guardare laggiù all'orizzonte, dove il sole che scende mi riporta alla mente - non più sana, dicono - la mia vita randagia.
I miei "Canti Orfici…", dolce ricordo della "mia letteratura". Era il mio passaporto per la vita

Sento forte, ora, la nostalgia dei miei versi vestititi di musica europea!

E Binazzi! Bino Binazzi che mi ha riempito il libro di errori, nella sua nuova edizione. Era meglio forse, tenerli per me, i miei versi…non li avessi mai pubblicati!
E mio padre, il mio povero papà maestro di scuola che ha raccolto i soldi tra i colleghi di lavoro tra gli amici e i conoscenti, per farmi contento! Per fare stampare i miei versi. i miei versi incompresi… Nessuno li ca
piva.
Ma come possono capirli! Se sono matto! Quante volte nel mio gironzolare per il mondo, sono stato fermato dagli sbirri; quante volte sono stato preso con la forza, trasportato di peso, riportato a casa, ricoverato! Eh, sì… sono matto! Dicono che sono matto.

Certo, talvolta ho ecceduto, è vero, nei miei comportamenti; lo riconosco. Ma pure gli altri, però!
Mi scansano, mi ridono dietro, mi sberleffano, mi additano come uno spostato… mi fanno i versi…
Sono dispiaciuto. Ma non di morire.
Chiederei scusa - se potessi - a tutti quelli "male capitati" tra le mie mani, quando mi trovavo nei tristi momen
ti di follia.
E i litigi!
I litigi con la mia cara adoprata Sibilla, e gli insulti. Come me ne dispiaccio! … E le percosse… e le follie… più folli!
Ma anche, e sopra ogni cosa, l'amore! Io ti scopersi e ti chiamai Sibilla! Come ti ho amato, cara Sibill
a!! Come ti amo, cara Sibilla!

Mi sono messo in viaggio questa mattina con un tempo magnifico e per tutta la mattina ho pensato a te come per raccoglierti intorno gli ultimi splendori della bella stagione nei prati umidi,
… un verde intenso di velluto.
Non ti dirò le sciocchezze che servivano di pretesto al mio amore,sono di quelle che non mi vuoi perdonare. Cantavo.Figurati che avevo per ritornello “io ti scopersi e ti chiamai Sibilla”… Volevo anzi telegrafartelo senz’altro questo ritornello, come una protesta brutale della sanità vitale del nostro amore, unica ambigua e chiara risposta alle tue possibili ansie.
Mi avvicino al mio fatale paese. Addio amore, ritroverò forza tra le braccia della
mia Sibilla. ..io ti amo. Tuo Dino

Dove sei? Mi pensi ancora? Potrò mai rivederti, riaverti tra le mie braccia… magari lassù, nella nostra casetta… Come vorrei cara Sibilla, non essere mai esistito! (Dove sei, ora? Mi ami ancora? Ami ancora il tuo Dino Dino Dino…).

Soltanto le mani sono ancora dolci. Stanotte, ti daranno il sonno? Nel tuo paese.
E poi addormentarmi — e svegliarmi il mattino di Natale, bimba.
… oh Dino, Dino, che cosa si scioglie nel cuore di Rina?
Silenzio, tienmi le mani.
Nessuno m’ha detto mai, da bimba, una favola bella.
Guardavo le stelle, come te.
Stanotte non ci saranno.
Ci saremo noi, favole, stelle, cose lontane, irraggiungibili.
Nessuno mai più ci coglierà, anche se crederà vederci, sentirci.
Stelle.
Tienmi le mani, prendine tutta la dolcezza, toglimi tutto, sono tanto felice di morire, ma tu ma tu…
Tremo, mi guardo
intorno, non vieni ancora, l’acqua scorreva…

Se esistere voleva dire soffrire e farti soffrire!
Io ti amavo, io ti amo!
E sono qui, in questo ricovero per matti, che gli altri, quelli "per bene" chiamano impropriamente casa di cura; ipocriti che sono!
Questo dove m'hanno rinchiuso è un manicomio; questa è la parola giusta; eh, sì, se sono matto!
Lontano da te da tutto e da tutti, lontano da tutto ciò che amavo.
La nostra casetta, ricordi?
i nostri amplessi, ricordi?
Il nostro breve intenso amore carnale…
… è finita questa specie d'amore, ma io … io ti amo! Io ti amo!

Sul più illustre paesaggio
Ha passeggiato il ricordo
Col vostro passo di pantera
Sul più illustre paesaggio
Il vostro passo di velluto
E il vostro sguardo di vergine violata
Il vostro passo silenzioso come il ricordo
Affacciata al parapetto
Sull’acqua corren
te I vostri occhi forti di luci.

Ho quarantatrè anni. E la mia vita è finita, da dieci anni è finita, definitivamente finita.
Vegeto. E attendo la notte che venga amica ad inghiottirmi nella sua follia. Cerco la notte… disperatamente.

Ecco la notte: ed ecco vigilarmi
E luci e luci: ed io lontano e solo:
Quiete è la messe, verso l'infinito
(Quieto è lo spirto) vanno muti carmi
A la notte: a la notte: intendo: Solo
Ombra che tor
na, ch'era dipartito.

Cerco il sonno… disperatamente. Il sonno… che duri, eterno, a sciogliermi nel sogno dei miei lunghi viaggi per le terre, dove soli amici erano a me il bastimento, e la pampa... e i silenzi degli spiriti, e il russo e Olimpia e le torricelle rosse altissime, e Marradi paese maledetto che m'ha dato una vita amara, che vide nascere all'infelicità un poeta nuovo, un poeta incompreso! Paese cattivo, dove i ragazzi mi deridevano e mi schernivano; dove solo rimedio alla solitudine erano per me le andate per i monti, le fughe, e i ritorni… e i miei versi tormentati…

Oro, farfalla dorata polverosa perché sono spuntati i fiori del cardo? In un tramonto di torricelle rosse perché pensavo ad Olimpia che aveva i denti di perla la prima volta che la vidi nella prima gioventù?
Dei fiori bianchi e rossi sul muro sono fioriti.
Perché si rivela un viso, c’è come un peso sconosciuto sull’acqua corrente la cicala che canta.
Se esiste la capanna di Cèzanne pensai quando sui prati verdi tra i tronchi d’alberi una baccante rossa mi chiese un fiore quando a Berna guerriera munita di statue di legno sul ponte che passa l’Aar una signora si innamorò dei miei occhi di fauno e a Berna colando l’acqua, lucente come un secondo cadavere, il bello straniero non poté più sostare?
Fanfara inclinata, rabesco allo spazio dei prati, Berna.
Come la quercia all’ombra i suoi ciuffi per conche verdi l’acqua colando dei fiori bianchi e rossi sul muro sono spuntati come tra i fiori del cardo i vostri occhi blu fiordaliso in un tramonto di torricelle rosse perché io pensavo ad Olimpia che aveva i denti di perla la
prima volta che la vidi nella prima gioventù.

Non mi hanno compreso. Nessuno mi ha capito. "… io facevo un poco di arte…" Poi ho dovuto smettere perché la testa non mi sorreggeva più. Io facevo un poco di arte, ma non la capivano, i signori di Firenze, i signori delle lettere, essi che erano "il putridume della poesia". Giudicavano "nulla" la mia poesia, ma era perché non la capivano, né si sforzavano di capirla…"… la mia poesia nuova europea musicale…"
Se potessi, tornerei tra i tavoli notturni delle Giubbe Rosse, a vendere ancora le copie dei miei Canti orfici. Lo farei ancora. E a Marinetti, a Papini, a Soffici, tornerei a dare - gratis - la sola copertina e uno - al più due fogli - le sole cose che fossero in grado di capire…

marcello de santis

Condividi post

Repost 0

Commenta il post