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I gol di Ibra

25 Novembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #racconto

I gol di Ibra


L’automobile saliva senza difficoltà l’erta strada. Dai tornanti si godeva un panorama stupendo e l’occhio arrivava fino al mare, alla base della montagna. L’andatura lenta, dovuta al fatto che non aveva ancora incontrato un’altra macchina, gli permetteva di godere della vista che, in alcuni momenti, arrivava fino alle coste del paese al di là della distesa d’acqua. I tornanti conservavano tracce antiche di parapetti di pietra come l’asfalto portava segni recenti di rappezzamenti. Si capiva, anche dall’erba che piano piano riprendeva possesso del territorio, che quella strada non era tra le più trafficate. Stretta, nata forse sul tracciato di una vecchia mulattiera, e abbandonata con l’arrivo di ben diversi mezzi di locomozione. Piante di fico selvatico e fichi d’india si allargavano fin quasi sulla carreggiata a contendere all’erba il possesso di quella nera striscia di terra. Non mancavano, e non sarebbe potuto essere altrimenti, piante d’ulivo ormai abbandonate.

Non sembrava che fosse passato tanto tempo. Spesso ci si lamenta della eccessiva lentezza di Kronos ma poi ci si rende conto che esso ci sfugge senza lasciarci la possibilità di afferrarlo e piegarlo alle nostre misere esigenze. Ogni tanto una casupola e un pezzo di terra coltivato, d’altronde la cima era vicina e il paese, da un momento all’altro, sarebbe apparso dietro quella che sarebbe stata l’ultima curva.

Eccolo, piccolo in fondo al panorama. Lievemente al di sotto della cima. Ancora poche centinaia di metri da percorrere in questa pianura di montagna. Due costruzioni ai lati della strada. Gemelle, nella struttura e nella distruzione. Senza tetto, senza porta e senza finestre. Rami spuntavano dall’interno verso l’esterno, anche qui la natura aveva ripreso possesso di ciò che era suo. Due costruzioni che gli riportavano alla mente una piazza e una strada di Roma. Sembravano messe lì come a guardia del paese. Ma, evidentemente, la loro vigilanza non era stata sufficiente a preservare dalla rovina la piccola comunità montana. Fermò la macchina. Si inoltrò nell’erba alta verso la costruzione di destra. Raccolse un bastone e con esso si aiutò a spostare rami e rovi. Il sole dall’alto scaldava e illuminava l’interno di una chiesa. Banchi su cui un tempo erano stati seduti i fedeli ora accoglievano solo sassi e macerie. Piegati, spezzati e spazzati via dalla violenza. Un quadro del redentore ancora appeso sbilenco alla parete. Squarciato, imbrattato. Capì all’improvviso. Di corsa uscì dalla chiesetta e si inoltrò verso l’altra costruzione. Era stato comunque un luogo di culto, non c’erano panche, né confessionali ridotti in schegge. In compenso tra i sassi si vedevano pietre colorate, gialle. Giallo oro, come le cupole di una piccola moschea. Uguale la distruzione anche se diverso il Dio da adorare.

Dire che iniziò a capire è farlo sembrare presuntuoso, non lo è, la violenza cieca non si può capire, al massimo la si subisce. Fiaccato nell’animo colse un fico dall’albero. Era tiepido, maturo e buono. Si avviò verso il paese. Sentiva su di sé gli sguardi degli abitanti di quello sperduto luogo di montagna. Così vicino al mondo moderno eppure lontano. Capre e pecore, a ben guardare, circolavano liberamente nelle strade. Si avviò verso quella che sembrava la piazza, ben diversa da quelle a cui siamo abituati. Cercava un bar, un qualsiasi posto che gli potesse fornire un qualche conforto. Un caffè, un tè, una bibita. Davanti le case donne sedute all’ombra esponevano i frutti della terra in attesa di venderli ai passanti o a qualche sperduto turista. Qualcuna metteva in mostra anche cesti di vimini, ricami, dolci. Sembrava di essere tornati indietro nel tempo, a una dimensione più umana. Erano volti conosciuti anche senza che lui fosse stato in quel posto mai prima d’ora. Persone che vedeva in Italia, erano i profughi di una guerra cattiva e priva di senso come tutte le guerre.

Un uomo, giovane, gli si avvicinò e lo salutò in italiano, aggiungendo che lo aveva capito dalla targa dell’automobile. “Un bar” chiese e si avviarono verso una porta senza insegna che sembrava introdurre in antro privo di luce e invece gli si aprì un mondo a parte. Scesi i tre gradini c’era un bar, luminoso perché dal retro arrivava luce e calore e si apriva su uno splendido giardino, ricco di alberi e fiorito. Si sedettero in attesa del caffè e di qualche dolce.

“Come mai è capitato in questo posto sperduto”

“Curiosità, mi avevano detto, giù in spiaggia, di venire perché ne valeva la pena. Ma è dura la vista di tanta distruzione”

Il giovane iniziò a raccontare. “Vivevamo tranquilli, senza scossoni e senza problemi se non quelli del vivere quotidiano, eravamo pochi, ora siamo ancora di meno, e ci conoscevamo tutti. Si lavorava la terra e l’estate si lavorava al mare per fornire ai turisti ciò di cui hanno bisogno. Un ciclo della vita tranquillo, come già detto, senza scossoni. Poi, all’improvviso, tutto è finito. Ci siamo trovati coinvolti senza saperne nulla in una disputa tra cristiani e musulmani, tra etnie diverse. Prima erano problemi che non ci appartenevano. A parte piccoli liti di paese non c’era altro tipo di dissidio. Arrivarono prima gli uni e uccisero gli altri, poi vennero gli altri e uccisero gli uni. Nonostante tutto chi poté fuggì insieme continuando ad aiutarsi senza pensare a Cristo o Maometto. Sia gli uni che gli altri distrussero tutto, ora ciò che vedi è anche troppo rispetto a quello che lasciarono. Ci privarono dei nostri luoghi di culto dove indifferentemente andavamo perché oltre la fede c’era l’amicizia. Quella che stiamo tentando di ricostruire”.

Uscirono sotto il sole. Sulla piazza ora c’era un giovane che tra due case diroccate giocava con un pallone. Lo lanciava contro il muro, quando tornava indietro lo alzava e in una mezza girata lo lanciava di nuovo contro una ipotetica porta di calcio dipinta con calce bianca contro il muro. E ogni volta gridava “Gol”. “Vedi, erano passati al tu, quella è una vittima. Sta lì tutto il giorno dalle dieci fino al tramonto, a parte l’ora di pranzo, a tirare calci ad un pallone e a gridare gol. Lo chiamiamo Ibra, sono quasi coetanei. Ma lui non calcherà mai un campo di calcio. Ci dà il ritmo della vita che è tornata, anche se non del tutto, alla normalità. Il suo battere continuo ci ricorda i battiti del nostro cuore, che siamo ancora vivi”.

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