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IL FUGGIASCO di CESARE PAVESE (1908 – 1950)

26 Novembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL FUGGIASCO di CESARE PAVESE (1908 – 1950)

Il protagonista del racconto è appunto un fuggiasco; ci troviamo in una zona di collina di qualche provincia dell’Italia settentrionale durante la guerra civile che dal 1943 al 1945 vide attentati, rappresaglie e violenze da una parte e dall’altra. Bastano all’autore poche pennellate per tratteggiare il quadro fosco; siamo in campagna, c’è un pugno di case, il clima è freddo anche dal punto di vista umano. L’uomo è in fuga; la sua solitudine è aggravata dalla diffidenza degli altri. Trova rifugio in una cappella abbandonata; piove e le poche persone del posto hanno paura. Il disagio è evidente: “Non lontano, un cane abbaiava e lo immaginavo randagio sotto l’acqua e dolorante di fame. In quel buio invernale sembrava la voce di tutta la terra”. Ci sono state nei dintorni alcune stragi dovute, si deduce, ad azioni di partigiani che hanno determinato feroci ritorsioni. La gente è stanca di violenze e vive nel terrore. Così, se concedono un piatto di minestra, non vogliono che si sappia; il fuggiasco o partigiano della vicenda deve consumarla lontano, stando nascosto. Anche le chiese vengono bruciate nelle rappresaglie; non ci sono più né sicurezza e nemmeno civiltà. Un ragazzo del posto, Otino, si intrattiene con lui e dice significativamente che in quel momento non si può chiedere a nessuno chi è. L’identità personale è diventata pericolosa, crea sospetti e pericoli; sapere significa poter essere accusati di qualche forma di complicità. Meglio non chiedere. Meglio anche non essere nessuno, annullarsi in un nascondiglio dormendo su un sacco pieno di foglie aspettando il sole. Eppure stando nella piazza del paese, durante il giorno, accanto alla chiesa, sembra riaffiorare nel protagonista una certa speranza; la guerra non può continuare, la quiete piacevole della pace deve tornare. Ma dalla chiesa esce una donna che evita per prudenza di guardarlo; torna il pessimismo. La paura spezza la solidarietà. Giungono notizie di attacchi a paesi innocenti. Qualche fucilata echeggia lontano. Oltre le colline, c’è probabilmente una possibilità di libertà. Il fuggiasco le guarda avvolte dalla nebbia, ma alla fine sembra chiedersi se valga la pena di partire e rischiare ancora.

È un racconto breve ma sostanzioso; i colori dell’inverno si mescolano ai colori della paura. Non è giunto molto in quel luogo del valore ideale ed etico di quella guerra (ossia della Resistenza); il timore di ritorsioni è troppo grande e crea barriere tra le persone. Il piccolo Guido di cui si parla nel finale del racconto, gioca a fare il soldato e dice spensierato che la guerra non finirà mai. Nessuno ha saputo spiegargli il dramma di quel momento. Ma l’attenzione si concentra sul fuggiasco; da cosa fugge? Dalla violenza del conflitto o forse da una responsabilità che non vuole più assumersi? A Otino lui chiede fuori dai denti se non si vergogni a starsene lontano dai pericoli, quasi al sicuro, mentre altri si battono. Ma è il fuggiasco stesso, qualche ora dopo, ad accarezzare la quiete, il disimpegno, il silenzio: “Avevo visto di lassù nel campo bruno i buoi d’Otino che sembravano fermi. Nell’aria fresca si sentivano le voci suonare tranquille, e se un urlo, uno sparo, avesse rotto quella calma i buoi laggiù non si sarebbero mossi. Quella sera ero contento; dovevo mangiare una minestra nel cortile di Otino, poi tornarmene solo nella vecchia cappella e star nascosto”. Improvvisamente il paese sembra immoto, sereno, lontano dai drammi, quasi fuori dalla storia. Anziché accettare il rischio di andare oltre le colline, l’uomo sembra preferire il sostare apatico nella campagna immobile: “Qui non c’era che terra e colline e bastava appiattirsi alla terra per vivere ancora”. Se prima, con una certa arroganza, aveva chiesto spiegazioni dell’inerzia altrui, ora ha perso in parte la sua superiorità morale; non può più giudicare. In fondo è un uomo come gli altri; probabilmente ha combattuto con coraggio in nome di una fede, ma ora è stanco e sfiduciato. Sembra provare in anticipo una certa disillusione che si prova spesso dopo aver preso parte a una trasformazione storica che si voleva rivoluzionaria, ma che spesso ha esiti di portata limitata. La vecchia cappella gli garantisce pace e rifugio. Ciò fa pensare che i partigiani non erano superuomini, ma persone che in lunghi mesi di lotta feroce (soprattutto nel tardo 1944, quando il freddo e i rastrellamenti si fecero particolarmente pesanti) avevano momenti di debolezza e fiacchezza. La lotta era (ed è) fuori ma anche dentro a ogni uomo, sempre con la tentazione di scegliere il percorso più semplice e meno impegnativo, magari in attesa che le conquiste vengano realizzate grazie al sacrificio degli altri. Forse nel protagonista è in atto questo tipo di conflitto. Il racconto ha qualche affinità con un romanzo dello stesso autore, La casa in collina, dove il protagonista fugge dai fascisti, evita di schierarsi e si accontenta della precaria pace in un istituto religioso: “In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia. Volevo essere buono per essere salvo".

Questo rimanda anche alla vita personale di Pavese che visse sempre con sofferenza e travaglio il non aver preso parte alla Resistenza, pur avendo peraltro già patito alcuni anni di confino; anche nello scrittore probabilmente divampò la stessa cruenta lotta.

La scelta della “tranquillità”, del trattenersi anziché continuare a fuggire sembra prevalere anche nel racconto, scelta appunto non da eroe ma profondamente umana. C’è d’altronde bisogno di un posto, piccolo o grande, in cui stare come spiega lo stesso scrittore in La luna e i falò: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

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