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Strampalario di Natale, parte quarta

14 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #racconto, #unasettimanamagica

Strampalario di Natale, parte quarta

Un allarme antiaereo. Che spaccava i timpani. Quella era la voce di Dino Salamè, dall’altra parte della cornetta. Il direttore della casa editrice aveva alzato il ricevitore dopo almeno venti squilli. Perché la mattina di Natale, alle 7 e 25, lui se ne stava ancora nel mondo dei sogni. Non come quell’insonne pazzo di Salamè. Che ora gli stava urlando nell’orecchio ogni sorta di improperi.

«Disgraziato maledetto! Furfante farabutto!!! Mi vuoi rovinare? Dillo che mi vuoi rovinare! La mia ultima opera! Pidocchioso illetterato! Troglodita! Che se non fosse stato per me, per i miei libri, la “Ca’ Story” non esisterebbe nemmeno! Bandito disonesto! Ladro di polli! Ma con chi credi di avere a che fare? Io ti rovino! Ti rovino, com’è vero che sono Dino Salamèèèè!», e qui lo scrittore, volente o nolente, aveva dovuto prendere fiato.

Il direttore ne aveva approfittato per rispondere a quei vaneggiamenti e a quegli insulti di cui non capiva assolutamente il motivo.

«Ohè, datti una calmata, Dino bello! Di che blateri? Il tuo libro l’abbiamo curato come fosse un neonato. È così che dimostri la tua riconoscenza? È così che apprezzi tutte le notti in bianco passate da me e dagli altri alla casa editrice, perché il tuo libro uscisse per Natale? Buono a sapersi! Sono stufo delle tue lune e delle tue scenate. Se le cose stanno così, rescindo il contratto. Pago la penale e tu ti trovi un altro editore disposto a farti da zerbino. Ma che dico, mica solo da zerbino, anche da lucidascarpe. Elettrico. A spazzole rotanti. Perché è così che ci tratti ormai, pallone gonfiato! E ti ricordo che i soldi per la tua auto decapottabile all’ultima moda, li ho anticipati io. Salda il tuo debito con me o ti trascino in tribunale anche per questo!»,

Dino Salamè, per tutta risposta, prese a ripassare ad alta voce l’albero genealogico per parte di madre del direttore, dall’editto di Costantinopoli ai giorni nostri.

Il direttore non ci vide più. Potevano toccargli tutto. Ma non metter in dubbio l’onestà di sua madre, quella santa donna. Così mentre urlava nella cornetta: «Impìccati, Salamè, buono solo per le frasi nei Baci Perugina!», sentì dall’altra parte Dino singhiozzare disperato: «Non riattaccare, sono sotto assedio!», ma il direttore chiuse la comunicazione.

«È sotto assedio, il coglionazzo deficiente! Tutte se le inventa, quella primadonna isterica!», sbottò il direttore, mentre si accendeva una sigaretta. Poi scostò le tende del soggiorno, guardò in strada, aprì la finestra, urlò all’edicolante in piazza: «Sandro! Portami su i soliti quattro quotidiani! Sbrigati!», si lasciò cadere sul divano e accese la televisione.

In quel momento, mentre scorrevano le immagini del telegiornale del mattino, realizzò il vero significato dell’ultima frase disperata che Dino Salamè aveva esclamato al telefono. Stavano trasmettendo la diretta della protesta che una trentina di lettori avevano già organizzato sotto la casa dello scrittore. Pernacchie, fischi, chi urlava «Scendi giù!», chi invece tuonava, perché voleva che gli venissero restituiti i soldi del libro. E tutti, sventolavano alta sulla testa una copia del libro che aveva una copertina precisa identica all’ultimo lavoro di Salamè. Non fosse stato altro che per il titolo: “Fuffa e ragnatele”.

Il direttore si sfregò gli occhi incredulo. Pensò che si trattasse di una messa in scena, di un fotomontaggio. Guardò meglio, ma l’immagine non accennava a cambiare. Corse nello studio, dove, sul tavolo, rientrato la sera prima dalla presentazione, aveva appoggiato una scatola piena di libri di Dino. Ne estrasse uno. “Fuffa e ragnatele”. Ebbe un giramento di testa e la vista gli si annebbiò. Si sedette. Poi, iniziò febbrilmente a svuotare la scatola, controllando i titoli in copertina. “Fuffa e ragnatele”, “Fuffa e ragnatele”, “Fuffa e ragnatele”, “Fuffa e ragnatele”… Quelle tre parole sembravano lo sbuffo di una locomotiva a vapore che iniziava ad accelerare, le ruote stridevano sui binari, l’albero di trasmissione in acciaio mordeva le traversine, il treno si lanciava in una corsa inarrestabile, da togliere letteralmente il fiato… andandosi a schiantare nel buio più assoluto.

«Sciùr dutùr… cos’è che è successo? Si sente male?»

Il direttore sentì l’odore del dopobarba di Sandro, l’edicolante. Aprì gli occhi e realizzò che era finito lungo e disteso. Sandro, chinato su di lui, gli tastava il polso.

«Vuole che chiami un’ambulanza?»

«Lascia stare, Sandro, un mancamento. Solo un po’ di stanchezza.», ebbe la forza di rispondere.

«Avrà mica sbattuto la testa? Sente male da qualche parte? Guardi, dottore che a me non costa niente chiamare un medico», povero Sandro, non poteva immaginare…

«No, grazie, Sandro, aiutami solo a rialzarmi e a mettermi sul divano. Tutto bene. Un po’ di riposo e poi passa tutto», il direttore si sentiva come uscito da una centrifuga.

«Va bene, come vuole lei. I giornali glieli ho messi sul tavolo. E guardi che quando sono salito, la porta non era mica chiusa a chiave, sa? Faccia più attenzione. Con tutti i brutti ceffi che girano, non si sa mai. Anche se questa volta, nella distrazione è stato un bene che io sia riuscito a entrare, visto che lei non sarebbe riuscito ad aprirmi. Meglio così, va’.», Sandro allungò un cuscino al direttore, perché se lo mettesse dietro alla schiena.

«Sicuro che non devo passare più tardi, per vedere come sta?»

Il direttore fece cenno di no con la mano.

«Al limite le porto un po’ di brodo di cappone che ha fatto mia moglie. Con i cappelletti. Per far sangue e riprendersi meglio.»

Ma il direttore non ne volle sapere. Ringraziò Sandro e gli disse di non preoccuparsi. Che tornasse pure all’edicola, gli spiaceva non poterlo accompagnare alla porta, ma tanto Sandro la strada la conosceva.

«Buon Natale, dottore!», gli disse Sandro, prima di infilare le scale.

«Buon Natale, Sandro. Buon Natale. E grazie», rispose il direttore con un filo di voce.

Meno male che Sandro l’aveva aiutato a sedersi sul divano. Perché quando allungò la mano e prese il primo quotidiano nel mucchio sul tavolo, leggendo il titolo in prima pagina, lo prese la nausea. Mentre il giornale planava sul pavimento, squillò il cellulare. Il direttore ebbe la sbadataggine di rispondere.

Dall’altra parte del filo, qualcuno che sembrava soffrire di adenoidi e che parlava a nome del Padre Priore del Santuario di Bò lo invitava imperiosamente a restituire le statue dei tre Re Magi entro il primo pomeriggio di quella giornata, pena una denuncia per “appropriazione indebita di beni della Chiesa”. Il direttore non ebbe nemmeno il tempo di rispondere. Si sentì il “click” impietoso che terminava la comunicazione.

«E io dove lo trovo un autotrasportatore la mattina di Natale?», aveva chiesto ad alta voce il direttore. Ma parlava solo con se stesso e quando se ne accorse, si avvilì ancora di più.

Forse la televisione gli sarebbe stata d’aiuto per pensare ad altro. La accese, ma sul primo canale un critico letterario ben noto nell’ambiente, stava già montando il caso di “Fuffa e ragnatele”. Raggiunto al telefono dai giornalisti, non gli era parso vero di poter dare fondo alla sua prolissa malevolenza:

«Ho letto “Comete e tripudi”. Prima della “metamorfosi”, diciamo così, poco prima che venisse distribuito. Che dire? Nelle duecentocinquantotto pagine di auto-sbrodolamento – passatemi il termine - che ci ha voluto regalare Salamè, le occorrenze delle parole “comete” e “tripudi” erano, in totale, ben centosettanta. Vi rendete conto? Una cometa e un tripudio ogni pagina e mezza. Ora, non è cambiato solo il titolo del libro. No! Perché queste due parole, rileggendo le pagine nella loro nuova forma, sono state sostituite in tutto il testo! E il risultato è strabiliante! Unico nel suo genere! Salamè, finalmente esce allo scoperto! Sentite qua, cosa scrive già nella prefazione: “Miei cari, fedeli lettori. Questa la mia ultima opera in termini di tempo che ho deciso di donarvi. Piena di “fuffa”, di “ragnatele”. Perché voi, che mi seguite da così tanti anni, che esigete il bello, il sublime, di cui io riesco a permeare le pagine dei miei libri, meritate solo “fuffa” e “ragnatele”. Perché questo siete in grado di capire e apprezzare. Solo questo. Vi sono momenti nella vita in cui un uomo, un vero uomo, deve guardare in faccia alla realtà. Per me, per voi, questo momento è giunto. Fatidico. Ineluttabile. Io so scrivere solo di “fuffa”, perché nella mia vita ho vissuto solo in mezzo a “ragnatele”. Che voglio condividere con voi. Perché anche voi vi muovete tra “fuffa” e “ragnatele”, sin dalla nascita. Solamente, non ve ne siete ancora resi conto. E io voglio sollevare il velo dai vostri occhi. Lentamente, inesorabilmente. Sì, anche voi, anche voi, credetemi, vivete di “fuffa” e “ragnatele”!” … E questa è solo la prefazione! Ma vi rendete conto? Dino Salamè dichiara subito che i suoi lettori sono dei pezzenti ignoranti, come lo è lui, d’altronde! Più che una trovata commerciale, credo che sia una confessione accorata del Salamè, stanco di indossare la maschera dello scrittore illuminato, che peraltro non è mai stato. Una confessione salvifica in extremis… Credo che stia uscendo di scena…»

Il direttore era orripilato. Ma come era potuto succedere? Cosa, soprattutto era successo in quelle poche ore, dalla presentazione del libro alla vigilia, fino alla mattina di Natale?

Spense subito la televisione. Spense il cellulare e staccò il telefono. Avrebbe voluto non esistere più. Dissolversi. Ma non poteva. Iniziò a piangere come un bambino. Si asciugò il naso che gli colava nella manica del pigiama. E si ricordò che l’ultima volta che aveva fatto quel gesto aveva dieci anni. Prima che sua madre gli facesse capire con uno sganassone che solo gli incolti non usano il fazzoletto.

Si ricordò che non aveva ancora fatto colazione. Ma chi aveva voglia di vestirsi, uscire, cercare un bar aperto, la mattina di Natale?

La pendola a muro batté le otto. Era passata solo mezz’ora da quando tutto aveva avuto inizio, ma sembrava fosse passato un secolo. E ora, che avrebbe fatto?

Il direttore tirò un sospiro profondo. Nulla. Non avrebbe fatto nulla. Che andassero tutti al diavolo. Salamè, il Padre Priore, i giornalisti, il critico letterario, i lettori imbufaliti.

«La vita è una sola!», si disse il direttore e aprì la finestra del soggiorno.

«Sandro, Sandro!», chiamò e Sandro fece capolino dall’edicola, «È ancora valida l’offerta del brodo di cappone e dei cappelletti?»

«Glieli porto a mezzogiorno?», chiese l’edicolante.

«Se non è un disturbo per te e per tua moglie… mi farebbe piacere venire da voi a mangiarli…», azzardò il direttore.

«Orpo! Ma certo, sciùr dutùr! Che onore! Certo, saremo in metà di mille, ma dove mangiano diciotto, si mangia anche in diciannove! L’aspetto a un quarto a mezzogiorno, allora, prima della chiusura!», e la testa di Sandro scomparve tra i mucchi di riviste patinate e Settimane Enigmistiche.

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Strampalario di Natale, parte terza

13 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #racconto, #unasettimanamagica

Strampalario di Natale, parte terza

Corriere della sera

sabato 25 dicembre

Pinocchio è tra noi e augura a tutti Buon Natale

Il Salamé e la sua trovata natalizia (e marchettara) giunge in tempo per le strenne.

C’era una volta… Pinocchio. Ma quella è storia conosciuta.

Novità dell’anno, o meglio di questo Natale: la trovata di Dino Salamè. Il suo nuovo libro “Comete e tripudi”. Titolo eccentrico, iperbolico, al pari della fama del Salamè (anche se un collega giornalista partenopeo è del parere che un titolo così si addica di più a un negozio di fuochi d’artificio). Salamè, scrittore controverso, prolifico, sempre sulla cresta dell’onda. Lui, che si presenta da sé, come ha sempre tenuto a sottolineare, ieri sera, alla vigilia di Natale, era in una famosissima libreria del centro, per presentare la sua ultima fatica. “Comete e tripudi”, appunto, vegliato nientemeno che da tre Re Magi (viva la modestia!).

Ma che sorpresa, questa mattina, per i fan di Salamè e per chi, tra il pubblico, ha acquistato una copia del libro.

Nottetempo, chissà per quale magia, il titolo sulla copertina si è trasformato. Non più “Comete e tripudi”, bensì “Fuffa e ragnatele”. Che, tutto sommato, crediamo ben più consono al contenuto e al tenore del libro.

Finalmente, Salamè!

Hai avuto il coraggio di dichiararti. Produttore di fuffa e abbindolatore di lettori, gigione incallito, affabulatore, Narciso della carta stampata. Questo diranno di lui i detrattori.

Noi di lui diciamo: “Gran volpone”!

Siamo certi che grazie a qualche diavoleria tecnologica e tipografica, hai fatto in modo che il titolo, a distanza di poche ore dalla presentazione, cambiasse - in meglio, perché più calzante, secondo noi. Così, dopo Santo Stefano, quando riapriranno le librerie, ci sarà la fila per accaparrarsi il tuo libro. E gran volponi quelli della casa editrice Ca’ Story, primo fra tutti il direttore, che da tempo si batte perché all’editoria venga riconosciuto il grande compito morale di diffondere la cultura. A lui noi chiediamo: ne sei proprio sicuro? Con questa trovata del “titolo cangiante”, quanti soldi andranno a rimpinguare le casse della Ca’ Story, che, negli ultimi anni, ha fatto del suo cavallo di battaglia Dino Salamè. Sempre e solo Dino Salamè. L’asso pigliatutto. Il Varenne dell’editoria, tanto che tutti gli altri autori cercavano di darsela a gambe levate, se non, addirittura, venivano messi alla porta, dopo essere stati vessati dalla primadonna Dino Salamè. Direttore, Direttore, e questa la chiami cultura? Mezzucci di chi considera i suoi lettori soltanto dei gonzi… Che vergogna! Anche se, certo, riempirete i cassetti di banconote. O forse no. Chissà. E tu, Dino Salamè, hai mai pensato che, magari, per una volta, il pubblico vorrà ragionare con la sua testa? E riflettendo sul fatto che c’è chi si permette di cambiare le carte in tavola (e i titoli di un libro), forse ti ammirerà di meno e ti lascerà un poco di più nel tuo brodo. Da solo.

Come un Pinocchio in una vasca da bagno. E si sa che al legno l’acqua non giova.

Buon Natale a tutti i Pinocchi! P.B.

Continua

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Strampalario di Natale, parte seconda

12 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #racconto, #unasettimanamagica

Strampalario di Natale, parte seconda

Da Pasiele a Dio

25 dicembre, ore 1:30

Caro Signore, prima di tutto buon Natale!

Eccoci qua. Come ci avevi chiesto, ti scriviamo. Scrivo io per tutti e due.

Abacùc si è steso sul letto e sta guardando il soffitto. È un po’ stanco, perché siamo tornati tardi, ma è stata una serata bellissima. Siamo stati in una libreria del centro. C’era una presentazione di uno scrittore (Abacùc lo ha definito “pifferaio magico” e “trombone sfiatato”, e un po’ ha ragione) che si credeva un Re Magio e non sapeva che i tre Savi a quest’ora erano ancora in cammino. Mica erano ancora arrivati alla mangiatoia. Ci sarebbero arrivati il 6 gennaio. Io ho cercato di dirlo subito all’inizio. Pensa che in sala c’erano persino tre statue dei Re Magi!! Ma nessuno ha risposto quando ho parlato io. Comunque. Lo scrittore, che si chiama Dino Salamè (che nome!) parlava e parlava e non la smetteva. Parlava solo di se stesso e del suo libro (si intitola “Comete e tripudi”) e la gente lo applaudiva. Ma il bello è venuto dopo, quando c’è stato il rinfresco, alla fine di quella noiosissima presentazione. Abacùc mi passava i panini al latte imbottiti con il prosciutto crudo e per sé aveva riempito un piatto di tartine al salmone e ai gamberetti. Mi stavo pulendo la bocca dalle briciole, quando si è avvicinato un signore che si è presentato come “ragionier Mariano Righetti”. Vedessi che bellissimo orologio ha nel taschino del panciotto! Il ragionier Righetti ha fatto i complimenti ad Abacùc, dicendogli che aveva un figlio molto sveglio. Così piccino e già conosceva la storia della Notte Santa e capiva tante cose. Credeva che fossi il figlio di Abacùc, visto che sono piccolino. Noi abbiamo fatto finta di niente, naturalmente. Abacùc si è messo a parlare con il ragioniere, che sembra conoscere bene Dino Salamè. Lo conosce bene, ma non lo apprezza per niente. Così mi è sembrato, da quello che diceva di Salamè. Però, ha subito aggiunto a mezza voce: «Nonostante tutto mi dà da mangiare.» Così, io gli ho allungato un panino al prosciutto: «Una volta tanto si faccia dare da mangiare da qualcun altro.», ho detto e lui ha riso. Mi ha accarezzato la testa e ha chiesto ad Abacùc: «Ma questo bimbo così educato e sveglio, cosa sa fare di bello?»

«Sa distinguere i sogni belli da quelli brutti e fasulli.», ha risposto Abacùc orgoglioso, ma con un ghigno strano. E il ragionier Righetti, sgranando gli occhi, ha risposto: «Veramente?? Quasi quasi mi è venuta un’idea…»

Anche il ragionier Righetti è un tipo sveglio, sai? Sveglio e simpatico. Ma questo te lo racconto nella prossima lettera. Mi si chiudono gli occhi dal sonno.

Per intanto ti mandiamo i nostri saluti e tanti bacetti natalizi. Ciao.

Tuoi Pasiele e Abacùc

Il ragionier Mariano Righetti era davvero un tipo sveglio. E quel bambino, così curato nell’abbigliamento – al contrario del padre, un tipo un po’ bohémien con quel codino e quel giaccone frusto – gli era piaciuto sin da subito. Più che rappresentare la voce dell’innocenza, quel bimbo era davvero arguto, e che proprietà di linguaggio, nonostante i suoi pochi anni! Forse cinque al massimo, aveva valutato, squadrandolo, il ragioner Righetti. Quando poi il padre gli aveva rivelato che sapeva distinguere i sogni belli da quelli brutti e fasulli, beh, il ragioniere era andato a nozze, come si dice.

Li aveva subito invitati a raggiungere il tavolo dove erano appoggiate le pile del libro “Comete e tripudi” di Dino Salamè, aveva preso una copia, l’aveva porta al bambino e gli aveva chiesto: «Tu che distingui i sogni, dimmi un po’ – che tipo di sogni ci sono in questo libro?»

Già, perché il ragionier Righetti, impiegato da trentasette anni nell’amministrazione della casa editrice “Ca’ Story” e promosso a direttore amministrativo otto anni prima, ne aveva visti di scrittori. Di ogni tipo. Aveva contabilizzato di tutto e ne aveva lette di cotte e di crude. Ma, nonostante tutto, era ancora convinto che il vero scrittore non potesse fare a meno di far colare i suoi sogni nella bottiglietta dell’inchiostro con cui poi avrebbe scritto le sue storie. E dunque, i sogni che avrebbero impregnato le righe di un libro sarebbero stati la cartina al tornasole dell’anima – e delle qualità umane - dello scrittore stesso.

Il bimbo dal cappottino blu prese il libro, sfogliò le pagine al contrario, sentì palpitare i sogni di Dino Salamè sotto alle sue mani, ci pensò un attimo e affermò decisamente: «Fuffa e ragnatele.»

«Spiegati meglio…», disse Abacùc.

«Questi non sono sogni.», Pasiele ne era convintissimo, «Sono fuffa. E sono ragnatele. Quelle spesse, grigie e polverose. Che ti si appiccicano ai capelli, quando entri in cantina… Insomma, fuffa e ragnatele! Non ci sono altre parole per descrivere questi sogni!»

Il ragionier Righetti non credeva alle sue orecchie. Davvero quel bambino era in grado di riconoscere i sogni? Lui, che aveva letto “Comete e tripudi” poteva affermare che il bimbo aveva ragione. Quel libro conteneva solo della gran fuffa, come tutte le altre opere del Salamè, d’altronde. Ma questa più di tutte. Fuffa. Fuffa e poi ancora fuffa. L’abbinamento con le ragnatele, però, al ragioniere era parso geniale. Addirittura “soprannaturale”, se avesse dovuto usare un termine alla Dino Salamè.

Ciò nonostante, Mariano Righetti, uomo tutto d’un pezzo, non volle farsi prendere da facili entusiasmi e decise di fare un’altra prova, per verificare che quel bimbo e suo padre non fossero due mistificatori. Così, il ragioniere andò verso lo scaffale di letteratura classica, prese un libro e, di nuovo, lo porse a Pasiele.

«In questo che sogni ci sono?», chiese, cercando di celare la sottile apprensione che iniziava a provare, pensando alle doti di quel bambino.

Pasiele si rigirò il libro tra le mani, lo aprì a metà, lo richiuse, ne accarezzò la copertina e disse, con gli occhi che gli brillavano: «Ma questi sono sogni pirotecnici!»

«Come? Come?», Mariano Righetti prese una sedia e si accomodò, fissando Pasiele, «Che vuoi dire?»

«Come i fuochi d’artificio visti da una barchetta sul mare. Di mille colori, a cascata, a stella, che piovono nell’acqua e si moltiplicano specchiandosi… anche se ci sono certi botti da far tremare le finestre!»

«Che libro è?», si intromise Abacùc.

«L’Orlando Furioso… il bambino ha azzeccato di nuovo…», rispose Righetti incredulo.

«Gliel’avevo detto io!», e ad Abacùc iniziò a frullare in mente un’idea. Fu quasi lì lì per fare un cenno a Pasiele, perché voleva parlargli a tu per tu di quello a cui aveva pensato, quando il ragioniere, che era corso nella sezione dei libri per bambini, riapparve con un libro dalla copertina gialla e viola.

«Aspettate, solo un attimo ancora! Ecco qui, dimmi, dimmi che sono curioso…», Righetti porse il volume a Pasiele e trattenne il fiato.

«Ma qui, ma qui… ci sono le montagne russe, i lecca-lecca e la musica degli organetti!», Pasiele strinse a sé il libro. Non gli era mai capitato di trovare un sogno così bello in tutti quegli anni.

Righetti, per un attimo, si sentì quasi mancare. Non credeva potesse essere vero. Tre su tre. Il bambino aveva azzeccato tutti e tre i libri. O era un mostro o era un’anima davvero speciale. Chissà se il padre era consapevole fino in fondo delle capacità di suo figlio, visto che se ne stava lì, come impalato, a rimirare il bambino con un sorriso strano. Poi, però, il ragioniere capì che era tutto vero.

«Vorrà dire che questo libro te lo regalo io! Te lo leggerà il tuo papà. È un bel libro. È come dici tu. Montagne russe, lecca-lecca, organetti…», e il ragionier Mariano Righetti infilò nella tasca del cappottino di Pasiele una copia de “Le avventure di Tallerino”.

Pasiele sorrise e si toccò la tasca. Ringraziò con un filo di voce, poi chiese ad Abacùc e al ragioner Righetti se era rimasta ancora qualche tartina con i gamberetti. Aveva ancora un po’ fame.

Fin qua mi sembra che tutto fili liscio. La storia, intendo.

A proposito, i lettori più attenti e puntigliosi ora staranno pensando che il ragionier Righetti il libro lo ha infilato in tasca a Pasiele, dicendogli che glielo regalava, ma mica l’ha pagato. Bella forza, il ragioniere. No, no, vi assicuro, Mariano Righetti non ha mai fatto cose del genere. Solo che aggiungere nel capitolo una frase del tipo “il ragionier Righetti chiese a Pasiele di restituirgli il libro per un attimo, raggiunse la cassa, lo pagò e lo porse felice al bambino”, mi dite voi cosa aggiunge alla storia? O cosa toglie? Già, perché sempre nei corsi di scrittura e narrazione una delle domande amletiche che dicono lo scrittore si debba porre è: “Ma questo fatto aggiunge qualcosa alla mia storia? Oppure toglie qualcosa?” e se la risposta è “no” a entrambe le domande, allora si può tralasciare.

Comunque, fidatevi. Il libro, il ragionier Righetti l’ha pagato. In contanti. “Le avventure di Tallerino” - chissà poi se esiste davvero un libro con un titolo così.

Ma torniamo a noi. La dote di Pasiele ha spiazzato il ragioniere. E ad Abacùc è frullata in testa un’idea. Sta scritto sopra, ma Abacùc non è riuscito a spiegarla a Pasiele. Sono stati interrotti sul più bello dalla terza prova del ragioniere, dal regalo (con pagamento avvenuto, ma omesso nella storia), dalle tartine ai gamberetti. Ma non è finita qui.

Il ragionier Righetti, visto e considerato che la libreria si stava ormai svuotando, perché tutti dovevano correre alle tavole imbandite per il cenone di Natale, ha proposto a Pasiele e ad Abacùc di fare un giretto in centro e poi andare alla messa di Natale. I due non se lo sono fatto dire due volte. Certo che avevano voglia di vedere il centro e poi andare in chiesa. Anche se al ragioniere, Abacùc era sembrato un poco fra le nuvole, distratto.

Aveva ragione Righetti. Abacùc stava ripensando anche al fatto che nessuno, nemmeno a presentazione finita, si era avvicinato a Pasiele, per dirgli qualcosa in merito alla sua osservazione sui Re Magi. Che poi era la verità. E anche se Abacùc, dall’alto del suo disincanto, sapeva bene che le cose andavano a finire così nella vita reale, provava dispiacere per il suo amico.

«E poi, non si fa finta di niente quando qualcuno dice qualcosa», questo aveva detto Pasiele all’inizio della presentazione di quel bellimbusto. Più ci pensava, più ad Abacùc spiaceva. E l’idea che aveva iniziato a frullargli nella testa, era diventata più nitida, più chiara, soprattutto quando si erano seduti in chiesa.

«Altro che non rispondere all’angelo riordinatore di sogni Pasiele... Caro Dino Salamè… buon Natale!» e Abacùc aveva iniziato a fissare il ritratto di San Michele posto sopra all’altare della chiesa. Aveva fatto così per tutta la durata della Santa Messa. Come fosse in trance.

«Stai bene?», gli aveva chiesto un po’ preoccupato Pasiele all’uscita.

«Mai stato meglio!», aveva risposto Abacùc con un sorriso strano. E si era sistemato il collo del giaccone con un gesto da attore consumato. Faceva freddino ed era ora di rientrare a casa, ma il ragionier Righetti, da vero signore, chiese se loro due avessero avuto voglia, per Santo Stefano, di pranzare a casa sua.

«Che bello, un invito!», aveva esclamato Pasiele.

«Praticamente, ragioniere, avrà capito che questa frase equivale a un sì da parte di noi due!», aveva aggiunto Abacùc, stringendo felice la mano di Mariano Righetti.

Sulla strada verso casa, Pasiele aveva ricordato ad Abacùc che avrebbero dovuto scrivere al buon Dio.

«Anche per fargli gli auguri di Natale.», aveva aggiunto timidamente.

«Fallo tu, io sono troppo stanco.», aveva risposto Abacùc che, appena entrato a casa, si era subito buttato sul letto, iniziando a fissare il soffitto, per rilassarsi.

Proprio come aveva scritto Pasiele nella lettera del 25 dicembre, alle ore 1:30 del mattino.

Era davvero stanco Abacùc. Sfinito. Si era concentrato così tanto durante la passeggiata in centro e poi in chiesa, fissando il ritratto di San Michele sopra all’altare.

Ma era inevitabile. Certe cose ti affaticano. Però ce l’aveva fatta.

E poi, lo sappiamo tutti che i giornali il 25 dicembre sono in edicola. È a Santo Stefano che i giornalisti e le rotative fanno festa. Abacùc era riuscito a organizzare tutto per tempo.

Continua

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Strampalario di Natale, parte prima

10 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #unasettimanamagica, #racconto

Strampalario di Natale, parte prima

Cari amici, buongiorno

per il momento Facebook ha oscurato il profilo del blog, Signora dei Filtri, sul quale avevamo più di tremila amici. Ci chiedono conferma d'identità, ma, trattandosi di un blog e non di persona fisica, non possiamo fornirla, ovviamente.

Potete contattarci tramite il modulo del blog stesso, direttamente sulla pagina ufficiale, o via mail all'indirizzo ppoli61@tiscali.it

Oppure potete chiedere l'amicizia all'amministratrice del blog

Patrizia Poli.

Se potete, condividete questo appello per i nostri tremila fedelissimi dispersi.

Grazie e Buone Feste a tutti.

Inizia con oggi, per noi di signoradeifiltri, il periodo più magico e incantato dell'anno. Natale ci piace, pur con tutte le sue contraddizioni, perché non siamo snob - Dio ce ne scampi - siamo nazionalpopolari e pure un po' bambini dentro.

Da oggi l'argomento sarà tutto dedicato alle festività, col nostro mitico hashtag #unasettimanamagica.

Si comincia con la prima parte di un racconto "strampalato" di Patrizia Bruggi.

STRAMPALARIO DI NATALE

«I Re Magi erano ancora in viaggio alla vigilia di Natale. Non erano ancora arrivati a destinazione!»

La frase si era levata dalle ultime file.

Lo scrittore si era irrigidito e aveva allungato il collo, stretto in una cravatta nuova di zecca e alla moda, per vedere chi, tra i presenti, se ne era uscito con quell’osservazione sfacciata che, tutto sommato, lasciava il tempo che trovava (secondo lui).

«I tre Re Magi…», aveva ripetuto la vocina. E sopra le teste del pubblico aveva fatto capolino un personaggio strano. Si era messo in piedi sulla sedia, lui, così piccolino di statura, per farsi vedere meglio e aveva indicato con la sua manina grassoccia le statue dei Re Magi che lo scrittore aveva voluto fossero messe sul palco, proprio alle sue spalle. In occasione della prima presentazione del suo nuovo libro alla vigilia di Natale, nella libreria del centro, la più lussuosa - e alla moda, come la cravatta che portava lo scrittore quella sera.

«Chi ha fatto entrare quel nanerottolo?», lo scrittore si era voltato bisbigliando verso il direttore della casa editrice “Ca’ Story”. Ma il direttore, senza nemmeno fare un piega, aveva continuato a fissare il pubblico sorridendo.

Alt, fermi un attimo. Ora vi chiederete: «Ma questa cosa vuole? Perché mi sta trascinando a forza in una storia che non conosco? Così, senza che nessuno le abbia chiesto nulla. E oltre a esserci trascinato a forza, non so nemmeno se è una storia che mi piacerà. La storia, poi, è lunga, corta, noiosa? Quanto tempo dovrò impiegare per leggerla?»

“Keep it simple and complete”, dicono gli inglesi invitando, nelle tecniche di comunicazione, a mantenersi semplici ed esaustivi. Lo so, lo so, viviamo di fretta, esigiamo che le informazioni siano rapide. La nostra soglia di attenzione (e concentrazione) è diminuita parecchio. Forse resiste solo per qualche minuto e io, io sto già divagando. E forse voi, voi, vi state innervosendo (se non avete già smesso di leggere del tutto).

Ma questo, come avrete potuto leggere dal titolo, è uno “Strampalario di Natale” e, dunque, ci saranno cose strampalate, ci sarà un Natale…

Adesso non ditemi che non ve l’avevo detto. Mi sono pure messa di buzzo buono per cercare un titolo che potesse essere esaustivo (il “complete” degli anglosassoni di cui sopra!), così da non riservarvi brutte sorprese. E poi, scusate, ma voi, quando vi regalano qualcosa, state lì a questionare con il pacchetto in mano, facendo mille domande a chi vi ha usato la cortesia di farvi un regalo, oppure non ponete tempo in mezzo e scartate il pacchetto?

Ecco, io vi ho regalato una storia. Quanto basta. Ora tocca a voi scartarla, se avete voglia. Altrimenti, per favore, rimandatela al mittente, giusto così, tanto per sapere. Perché fare finta di niente non è mai bello (ne parla pure questa storia) e per chi scrive lo è ancora meno. Ah dimenticavo: fare finta di niente non è nemmeno educato. E chi scrive se lo ricorda.

Ora, il direttore della “Ca’ Story” aveva già notato il “nanerottolo”, come lo aveva chiamato nella sua ira bisbigliata lo scrittore. Lo aveva notato nel preciso istante in cui era entrato in libreria, accompagnato da uno spilungone con il codino e con addosso un vecchio giaccone da marinaio. Il “nanerottolo” che indossava un cappottino di panno blu con il colletto in velluto, delle calzette rosse e degli scarponcini blu, non era un nano. Questo il direttore l’aveva capito subito. Anche se lui, di nani, non è che se ne intendesse più di tanto. Piuttosto gli era sembrato un bambino-adulto. Uno di quei bambini che, chissà come, sapevano già tutto della vita, perché erano riusciti inspiegabilmente a vederne tutto il buono e il cattivo appena venuti al mondo, con il primo battito di ciglia.

Lo spilungone che teneva per mano il bambino-adulto, invece, gli aveva dato subito l’impressione di quegli eterni scanzonati, per i quali, qualsiasi cosa accada, una soluzione si trova sempre.

Ma si era ben guardato dal farlo notare allo scrittore, perché i cinque minuti precedenti la presentazione dell’ultimo libro del grande e celebratissimo Dino Salamè si potevano sicuramente paragonare ai cinque minuti precedenti lo sbarco in Normandia, in quanto ad agitazione e nervosismo.

Bisogna sapere che Dino Salamè era profondamente convinto che uno scrittore del suo calibro recasse, in ogni sua opera, la lieta novella ai lettori. Per questo aveva fatto il diavolo a quattro per organizzare la presentazione alla vigilia di Natale e si era fatto espressamente inviare dal Sacro Monte di Bò, nelle Alpi Pennine, le statue ad altezza “soprannaturale” – come amava dire lui – dei tre Re Magi – dietro lautissimo compenso ai padri del Monastero di Serracorta di Bò versato dalla casa editrice. Proprio i tre Re Magi e nessun’altra statua, perché, quando erano iniziati i preparativi per la presentazione, tre mesi prima, aveva spiegato al direttore: «I miei scritti sono oro, incenso e mirra per le menti dei miei lettori!»

Così, nei cinque minuti precedenti la presentazione, Dino Salamè aveva misurato il palco in lungo e in largo, controllando la posizione delle statue dei Re Magi, facendole spostare ora di un millimetro più avanti, ora di un millimetro più indietro, controllando che i faretti illuminassero a dovere le statue, certo, ma che illuminassero lui al meglio. Finché, una volta che il pubblico si era accomodato e la sala si era riempita, il direttore aveva bisbigliato in modo suadente: «Dino, Dino… direi che possiamo incominciare.»

Dino Salamè non era il tipo di scrittore che permetteva ai proprietari delle librerie o ai direttori editoriali di formulare preamboli o introduzioni in occasione delle sue presentazioni.

«Io mi distinguo. Come il torero nell’arena.», amava sempre ripetere Dino Salamè nelle interviste, «Ma, a differenza della corrida, io non ho bisogno dei banderilleros! Io affronto il toro e il pubblico con cuore traboccante, mente vigile e sicura, ma senza premesse. Io mi presento da me!»

Quest’ultima frase gli era valsa una battuta che ricorreva spesso ai piani bassi della casa editrice, battuta che Salamè, dall’alto del suo ingegno, avrebbe considerato da quattro soldi, ma una battuta davvero fulminante. Tutte le volte che Dino arrivava a bordo della sua decappottabile sportiva - all’ultima moda, come la cravatta e la libreria del centro - il responsabile amministrativo della casa editrice - il ragionier Mariano Righetti – affacciandosi alla finestra, estraeva dalla tasca del suo panciotto l’orologio a cipolla e, guardando l’ora, annunciava agli impiegati: «È arrivato Salamè, quello che si presenta da sé.»

Anche quella sera il copione era stato rispettato alla lettera.

Dino Salamè aveva esordito con un: «Cari, quanti siete. Quanti. Sono commosso. Commosso e onorato. In questa santa notte… Pace, pace in terra agli uomini di buona volontà. Io vi reco la buona novella. La mia novella. La mia ultima fatica. Come i tre sapienti che vigilano alle mie spalle, questa sera, alla vigilia del Santo Natale, io vi reco doni modesti, inusuali, ma estremamente preziosi. Le mie parole. Nella speranza che siano per voi come la cometa, che, più di duemila anni fa, ha indicato la strada ai tre Re Magi.»

A quel punto il bambino-adulto era salito sulla sedia e aveva pronunciato la frase: «I Re Magi erano ancora in viaggio alla vigilia di Natale. Non erano ancora arrivati a destinazione!»

Era seguito il bisbiglio risentito di Dino Salamè e il sorriso impassibile del direttore che, con maestria, aveva preso la palla al balzo. Facendo finta di non avere sentito - né visto - il bambino-adulto, il direttore aveva esclamato: «Un bell’applauso per il nostro Dino. Vi posso assicurare che il suo ultimo libro brilla già più di una stella nel firmamento editoriale! Molto più di una cometa. Mio caro Dino…», e, rivoltosi con uno sguardo benevolo verso lo scrittore, aveva proseguito, «la tua innata modestia ti fa onore, ma credimi, astri come questi», e aveva alzato il libro di Dino Salamè, sventolandolo verso il pubblico, «se ne vedono uno ogni mille anni!».

E tutti, contagiati dall’entusiasmo del direttore, avevano applaudito fragorosamente. Tranne quei due tipi strani, seduti nelle ultime file. E un signore distinto, che sedeva in fondo a destra, con un bellissimo orologio infilato nel taschino del panciotto.

Lo spilungone col codino aveva tirato il bambino-adulto per la manica del cappottino blu.

«Siediti, che tanto non ti dà retta nessuno. Non vedi? Stanno andando tutti dietro a quei due pifferai magici. Lascia perdere!»

Il bambino-adulto si era rimesso a sedere malvolentieri.

«Però sai che ho ragione. Alla vigilia di Natale, i Re Magi erano ancora in viaggio. Sarebbero arrivati per l’Epifania. E poi, non si fa finta di niente quando qualcuno dice qualcosa.», aveva risposto deluso.

Lo spilungone gli aveva fatto notare che in quel luogo, quella sera, con quelle persone, la verità avrebbe avuto mille facce e sarebbe stata manipolata a piacimento, come un panetto di DAS. Inutile dire le cose come stavano – o meglio come tutti sapevano che erano andate. Nessuno l’avrebbe ammesso. Dunque, meglio godersi lo spettacolo. Tanto più che poi ci sarebbe stato il rinfresco.

A questo punto, qualcuno di voi si sarà chiesto da dove saltino fuori uno spilungone e un bambino-adulto. Perché che saltino fuori da una storia le statue dei Re Magi del Santuario di Bò, uno scrittore tutto pieno di sé, un direttore e un pubblico in una libreria del centro per una presentazione alla vigilia di Natale, è cosa abbastanza usuale. O no…?

Eccovi accontentati. Il bambino-adulto e lo spilungone si può dire che sono e non sono. Mi spiego meglio. Lo spilungone è in viaggio premio. Il bambino-adulto lo accompagna e ha il compito di controllare che non faccia pasticci sulla terra. Avete letto bene. Perché loro due vengono da un’altra dimensione. No, non sono alieni. Sono angeli. Il che, dati i tempi che viviamo, potrebbe equivalere alla stessa cosa. Ma non è così. Sono semplicemente due angeli – semplicemente per modo di dire. E il fatto che siano sulla terra alla vigilia di Natale, è solo un caso. Nulla di prestabilito. Nulla a che fare con il loro ruolo nella festività.

Ora devo chiedervi un po’ di pazienza, perché devo spostare il “piano della storia” - come si dice nelle migliori scuole di scrittura e narrazione - su un altro livello. Un livello “soprannaturale”, direbbe Salamè, e in questo caso avrebbe ragione.

Lo spilungone, prima di diventare spilungone con il codino e il vecchio giaccone da marinaio, era un angelo di lungo corso. Il suo nome era Agàf, ma si faceva chiamare da tutti Abacùc, come il profeta. Perché quel nome gli era piaciuto sin dall’inizio e perché il profeta gli stava simpatico. Agàf – Abacùc vantava una carriera trentennale come angelo controllore di volo dei custodi (intesi come angeli custodi). Ne regolava le destinazioni, i decolli e gli atterraggi. Si muoveva tra rotte, mappe celesti, messaggi in codice e spazi eterei. Finché un bel giorno, aveva chiesto un’udienza straordinaria a Dio e, al suo incommensurabile cospetto, aveva solamente detto: «Buon Dio, fammi vedere dell’altro!»

Il buon Dio, che tutto sapeva e conosceva, non era certo arrivato impreparato all’incontro. Già da qualche mese continuava a scrutare nel pensiero dell’angelo controllore. E aveva letto chiaramente il desiderio di vedere qualcosa di più di tratti celesti, costellazioni e percorsi tortuosi tra le nuvole. Tanto più che l’angelo controllore, un po’ per noia, un po’ per attirare l’attenzione su di sé, aveva iniziato a essere un po’ troppo scanzonato. Capitava a volte che nei messaggi che impartiva ai custodi in volo usasse un frasario poco consono al suo ruolo e all’ambiente in cui si trovava. Diceva cose del tipo: «Custode 12, Custode 12, attento a non spiattellarti contro la nuvola a forma di elefante sulla tua destra! Custode 45, sei in ritardo, dacci dentro con le ali, mi sembri un tacchino!». Inoltre, aveva iniziato a trasmettere degli stacchetti pubblicitari inventati sul momento che tutti, da San Pietro all’ultima anima appena arrivata, potevano sentire in filodiffusione. Cose del tipo: «Volate Paradise, le linee aeree per i più buoni!», oppure «Un volo per tutte le destinazioni, Abacùc Wings!» e via dicendo.

Dio, che in questi casi preferiva sempre pazientare, raccogliere informazioni e aspettare al varco, quando si era trovato davanti l’angelo controllore di volo che gli aveva chiesto di fargli vedere dell’altro, aveva già pronta la risposta.

«Agàf, Agàf… che ti fai chiamare Abacùc, come il profeta… Certo che ti faccio vedere dell’altro. Ti regalo un viaggio premio sulla terra. Dalla vigilia di Natale a San Silvestro. Sette giorni in carne e ossa tra gli umani

L’angelo controllore abbozzò un sorriso al pensiero di quel viaggio, sorriso che però gli rimase appeso alle labbra, quando sentì pronunciare il “Ma” divino: «Ma, visto e considerato che negli ultimi tempi mi sei sembrato un poco troppo leggero nei toni, ti farò accompagnare. So già da chi. Qualcuno che vigilerà su di te, in modo che il tuo essere scanzonato non ti sia di danno sulla terra.»

Così, Abacùc il giorno della partenza per il viaggio premio, vide arrivare il piccolo Pasiele, incaricato di seguirlo in quei sette giorni terreni.

Non aveva scelto a caso, il buon Dio. Pasiele era un angelo piccolo come un bimbo. Un angelo riordinatore di sogni. Bisogna sapere che i sogni degli umani, sogni belli e brutti oppure incubi tremendi, al primo sorgere del sole, vanno a nascondersi nelle cantine o nei solai, per riappropriarsi poi del sonno degli uomini, una volta calata la notte.

Pasiele aveva il compito di girare le soffitte e le cantine e scovare tutti i sogni che si erano nascosti, fare una cernita, prendere i sogni peggiori e distruggerli, lasciando che rimanessero solo i più belli. Così, con calma, rigore e ordine, si aggirava per i sottotetti o nelle cantine, tra mucchi di cianfrusaglia o scaffali in metallo e scatoloni sigillati. Quando il suo udito finissimo percepiva il battito dei sogni, Pasiele allungava la sua manina grassoccia, prendeva in mano il sogno e, se si trattava di un brutto sogno, esclamava: «Uh! Un sognaccio! Che spavento!» e lo infilava nel sacco che portava a tracolla, se invece era un bel sogno, diceva: «Con questo vorresti dormire cent’anni!» e lo rimetteva al suo posto, perché continuasse ad animare il sonno degli umani. Una volta riempito il sacco, Pasiele correva in strada - non visto, naturalmente, era un angelo! - e raggiungeva la periferia della città, dove, attorno a dei bidoni nei quali bruciava di tutto, se ne stavano un mucchio di persone per riscaldarsi. Proprio in quei bidoni finivano i sognacci raccolti da Pasiele, che avevano almeno il vantaggio di ardere tutta la notte e riscaldare un poco di più quei poveretti.

Appunto per questo Dio aveva voluto che ad Abacùc lo scanzonato stesse accanto, nel suo viaggio terreno, Pasiele, candido e ordinato, in grado di riconoscere, e separare, il buono dal cattivo nei sogni e nelle cose.

Ecco, questa la digressione, l’altro “piano della storia” sul quale dovevamo necessariamente spostarci per capire chi fossero lo spilungone e il bambino-adulto. Ah, dimenticavo di dirvi una cosa - l’aspetto e l’abbigliamento con il quale tutti e due erano scesi sulla terra, Abacùc e Pasiele l’avevano espressamente scelto, non senza che Dio, sentite le loro richieste, avesse scosso il capo e rivolto gli occhi al cielo. Ma chi era lui per negare un codino e un vecchio giaccone da marinaio ad Abacùc e un cappottino blu con il colletto in velluto, delle calzette rosse e degli scarponcini a Pasiele? Così, esaudite le loro richieste, raccomandò loro di scrivere ogni tanto, augurò loro buon viaggio e li spedì in carne ed ossa sulla terra, per un viaggio premio di sette giorni.

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Istantanee

19 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #fotografia, #personaggi da conoscere

Sicilia – 1943, fotografia di Robert Capa (1913 – 1954)
Sicilia – 1943, fotografia di Robert Capa (1913 – 1954)

Domenica delle Palme. Che si fa? Il tempo è splendido e, complice il primo giorno di ora legale, sembra che la giornata proprio non debba finire.

In giro, famigliole che spingono passeggini vuoti e stringono rami d’ulivo benedetto. I bambini, rigorosamente a piedi, cinque metri davanti ai genitori, si esibiscono in scatti degni di Mennea, giusto così, per testare la resistenza cardiaca di papà e mamma. I nonni al seguito urlacchiano e ondeggiano, cercando di afferrare quei diavoli, destinati a perpetuare la famiglia, prima che attraversino la strada congestionata dal traffico.

«Fermatevi, il semaforo è rosso!», sbraita scompostamente una signora di una certa età.

Macché, i nipotini si bloccano solo perché, accanto a loro, in attesa che scatti il verde, una bambina regge nella sinistra un cono sul quale svettano tre enormi palline frastagliate di coloratissimo gelato. A ogni secondo che passa, tutto quel ben di Dio sembra assumere un’inclinazione sempre più pericolosa. La nonna invita la nipotina a tenere il cono più dritto e le passa un cucchiaino di plastica. Scatta il verde. Chissà come andrà a finire.

All’incrocio, dieci metri più in là si è fermata un’ambulanza. È arrivata a sirene spiegate. C’è un uomo, seduto per terra, la schiena appoggiata al palo della luce. I soccorritori gli parlano. Lui si rialza infastidito e s’incammina, solo e ciondolante, nella direzione opposta da dove è venuta l’ambulanza. L’uomo gira l’angolo e scompare.

Più avanti, l’ingresso dello spazio espositivo. La curiosità prende il sopravvento e il passo rallenta, come per magia.

«Toh, guarda, c’è la mostra “Robert Capa in Italia, 1943 – 1944”. Settantotto immagini dell’Italia del Sud durante la guerra. Che facciamo? Entriamo a dare un’occhiata?»

Ma sì, che vuoi che sia. Ogni tanto, qualche sprazzo di cultura non fa male. E poi, vuoi mettere, domani in ufficio, raccontare ai colleghi che sei stato alla mostra di un fotografo ungherese che ha cambiato nome - «Perché Robert Capa non è il suo nome vero, e no, e no!», dirai, sicuro di te - e ha girato il mondo in lungo e in largo? E va bene che anche tu, fino a che non incollavi il naso al vetro dell’ingresso non sapevi nemmeno dell’esistenza di quel tizio, però, mica lo devi dire ai tuoi colleghi questo.

E poi, tutto sommato, una mostra fotografica la si può apprezzare anche se sai poco o niente di uno sconosciuto che per passione, e anche per mestiere, ha catturato momenti di quello che ora per noi è soltanto storia. Acqua passata, ti verrebbe da dire. Ma ti trattieni.

Davanti alla biglietteria c’è un po’ di coda. Un ragazzo si lamenta con la ragazza accanto a lui. Il biglietto d’ingresso costa esattamente la metà di quello che avrebbero speso in un locale non lontano da qui: «Risto-fusion cino-eurasiatico-oceanico. Formula “all you can eat”.», ci tiene a sottolineare enfatizzando la pronuncia inglese.

Con pochi Euro in più si sarebbero potuti rimpinzare fino al mal di pancia, altro che. Al termine del pranzo avrebbero persino ricevuto due birre omaggio. E invece no. Gli tocca la mostra.

«Che ci posso fare io se il prof ci ha consigliato di venirla a vedere? E poi così si accumulano più punti per l’esame, no?», gli risponde la sua amica, masticando rumorosamente una gomma americana. Universitari, dunque. «Annàmo bene!», penso io.

Finalmente staccano il biglietto e, dopo una rampa di scale, al primo piano, ecco il pannello che introduce il visitatore alle opere esposte. Una serie di fotografie, scattate dal 1943 al 1944 da Robert Capa, fotografo al seguito dell’esercito anglo-americano sbarcato in Italia. Immagini rigorosamente in bianco e nero. Con il passe-partout bianco che reca, in rilievo, colore sul colore, il nome svolazzante dell’autore. Chiaroscuri che sembrano voler scavalcare la cornice a tutti i costi, per prendere posto sui divanetti al centro della sala e iniziare a conversare con il pubblico.

Ma non si può. Perché nel primo spazio dedicato allo sbarco in Sicilia, una mamma si aggira zigzagando con il suo bimbetto - avrà sì e no un anno - che le trotterella accanto. Poi, di colpo, si blocca davanti a una serie di fotografie e lo prende in braccio, invitando la signora che lo accompagna (un’amica, una zia?) a farsi dare il cinque dal bambino.

«Sapessi come gli piace dare il cinque. Dài il cinque, dài, dài il cinque!» e il bambino, succhiottando il cucciotto si dimena, un po’ confuso. L’amica-zia ora si è messa a cantargli: «Batti batti le manine…»

Di Robert Capa manco l’ombra.

Seconda sala. Una donna si aggira chiedendo ad alta voce alla sua amica: «Dov’è la foto controversa? Dov’è? Non mi dire che non l’hanno esposta?», delusissima e contrariata, si dirige come un treno verso l’uscita.

La foto controversa. Quella del miliziano colto nel momento in cui viene colpito dal fuoco nemico. Scattata nel 1936. Durante la Guerra di Spagna. Da tempo oggetto di diatribe: è un fotomontaggio; il miliziano era in posa; non l’ha scattata Robert Capa…

Ma questa mostra espone le foto dell’Italia dal 1943 al 1944, non della Guerra Civile in Spagna.

Non esageriamo. Mica si vorrà studiare la storia per andare a una mostra che espone qualche foto inchiodata alla parete? Che approccio barboso e vetusto! Certo, ci fosse una “App” scaricabile sull’Iphone, magari un’occhiatina di tanto in tanto, tra una ricetta veloce e un consiglio da parte dell’avatar-personal trainer di bilanciamento corpo-mente… Ma così, così è da parrucconi! Pretendere che si sappia pure collocare immagini statiche in un contesto dinamico di “prima” e “dopo”.

Cerco di passare oltre.

Due giovani donne bloccano la visuale dei ritratti dei prigionieri di guerra tedeschi. Si stanno confidando. O meglio, una, quella con i capelli corti, parla come una mitraglietta dei suoi patimenti sentimentali.

«Sai, su WhatsApp io gli ho scritto come mai non si facesse vivo. Proprio così: “Perché non ti fai più vivo con me?” in modo che lo leggessero tutti.»

L’amica cerca di abbozzare, ma quella con i capelli corti non cede di un millimetro: «Perché sai, io i miei due anni di indipendenza mica me li gioco così, sai? E no, cara mia, ciascuno per la sua strada piuttosto, ma questi giochetti. Con me poi…»

Io inizio a rosicare. Come sempre, d’altronde, in queste occasioni. Rosico, rosico da matti, perché vorrei, in questo preciso istante, essere grande amica di Paolo Virzì o di Carlo Verdone. Poterli chiamare, subito, sui due piedi e dire loro, piena di entusiasmo: «Ho un soggetto meraviglioso per il tuo prossimo film! Ascolta qui…». Invece no.

(«Vedi di non montarti troppo la testa! Chi ti credi di essere?», starete pensando. Avete ragione, ma lasciatemi sognare per qualche secondo, non costa nulla…)

Più in là, una coppia di fidanzati fissa la foto di una camera operatoria in un ospedale da campo. I medici attorno al soldato ferito hanno facce serie, concentrate nell’emergenza. Vestono solo i pantaloni della divisa e i grembiuli operatori. Sotto quei rettangoli bianchi annodati con le fettucce, i torsi nudi e le schiene rivelano una magrezza bellica, da soldati ben nutriti e curati, certo, ma comunque al limite, dati i tempi.

«Che selvaggi! Guarda qui!», dice lei incredula, «Nemmeno i camici si mettevano. Ma come si fa?» e si allontana.

C’era la guerra, verrebbe da dirle. In un ospedale da campo arrivava di tutto. I medici operavano in condizioni d’urgenza proibitive. E non si potevano permettere il lusso di lavare anche le camicie e i camici operatori.

Non paga, la ragazza si avvicina a un’altra foto. Il funerale di alcuni liceali morti combattendo a fianco delle forze di resistenza napoletane. Le bare costruite alla bell’e meglio, inchiodate in modo precario e troppo piccole. I piedi dei giovani morti spuntano dal legno, fasciati. La ragazza scuote la testa. «Ma cos’è ‘sta roba?», chiede disgustata e se ne va.

Al termine del percorso, la sala raccolta e buia con il video delle più belle foto scattate in tutto il mondo da Robert Capa. Lo studente incontrato all’ingresso si accorge, con disappunto, che non c’è un solo posto libero.

«Adesso ci si deve pure mettere in fila per vedere il video!», sbuffa insofferente e inizia a chiacchierare con la ragazza che lo accompagna e un altro giovanotto che li ha raggiunti.

Un poco disturbano con la loro conversazione ad alta voce, ma nessuno dice niente. Così, tra brandelli di conversazione su Twitter, profilo Facebook e pettegolezzi (e meno male che non si sono scattati un selfie!), in sala scivolano chiaroscuri di una catena di storie del mondo.

L’universitario fa capolino di nuovo per capire se il video è al termine e se possono sperare di vederlo (ricordate il prof e i punti validi per l’esame?), proprio nel momento in cui i marines americani sbarcano in Normandia.

«Sono arrivati allo sbarco in Sicilia…», informa i suoi amici, «o in Normandia… insomma, tanto fa lo stesso. C’è il mare e quei cosi, lì, come si chiamano… ma sì dài…»

I suoi amici non capiscono.

«Ma dài, sì, quei cosi… quelle travi di ferro incrociate, quelle che inibiscono lo sbarco, che si usano anche per strada!»

La sua amica ride a crepapelle e ripete la definizione “inibitori di sbarchi”, manco fosse una barzelletta.

Il video scorre. E con lui uomini e donne in bianco e nero, assieme a Robert Capa dietro l’obiettivo.

Lo schermo sbiadisce. Si riaccende la luce. Dal pubblico in sala si alza un ragazzo che raggiunge gli universitari in attesa fuori.

«Ecco,», lo apostrofa il fan dei risto-fusion, «come si chiamano quelle travi di ferro incrociate che inibiscono gli sbarchi?»

Il suo interlocutore si concentra, prende fiato, gonfia il petto e da sotto la barba, con voce baritonale: «Croci di Sant’Andrea!», esclama sicuro con un (neanche tanto) malcelato rimprovero rivolto a quel poveretto che non sapeva come si chiamassero quegli aggeggi. I suoi amici ridacchiano per la brutta figura che ha appena rimediato il ragazzo. Non sapeva che si chiamano “Croci di Sant’Andrea!”… Ma come! Che ignorante!

Li sfioro per guadagnare l’uscita.

«Guardi che si chiamano “cavalli di Frisia”», mi verrebbe da dire loro.

Ma lascio perdere. A che serve? Anzi, niente niente rischio di sentirmi dire di farmi gli affari miei. Meglio preservare la salamoia nella quale siamo immersi, tutti gelosamente per conto nostro, senza spazio per le contaminazioni, senza possibili suggerimenti, senza aiutini, né giustificazioni.

Che poi, domani, al prof glielo si dice che si è stati alla mostra fotografica di Robert Capa (con tanto di esclamazione enfatica: «Eccezionale, prof, me-ra-vi-glio-sa!»), così ne tiene conto per i punti dell’esame.

Almeno quello, perché per il resto, quella mostra… sai che pizza! Molto meglio il risto-fusion cino-eurasiatico-oceanico con formula “all you can eat” e birre omaggio all’uscita.

Persino quello che aveva intenzione, il giorno dopo, di raccontare ai colleghi l’exploit culturale ci sta ripensando. Robert Capa, poveretto, perdere la vita a soli quarantun anni perché ha messo il piede su una mina antiuomo. Che sfiga! Anche se scattava foto non male, il tipo, persino senza Photoshop.

Però, domani ai colleghi in ufficio cosa racconterà? «Sono andato a vedere delle foto in bianco e nero»? Non erano state nemmeno ritoccate. Nemmeno un pochino. Questione di un click a casaccio e vai. Ma così son bravi tutti a fare foto.

…Se qualcuno tra voi avesse i recapiti di Paolo Virzì o Carlo Verdone, me li potrebbe fornire…?

Didascalia:

Sicilia – 1943, fotografia di Robert Capa (1913 – 1954)

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Yoram Kaniuk, "1948", un libro dallo "stomaco della guerra"

18 Febbraio 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #recensioni

Yoram Kaniuk, "1948", un libro dallo "stomaco della guerra"

1948

Yoram Kaniuk

Traduzione di Elena Loewenthal

Edizioni La Giuntina, 2012

ISBN 9788880574453

Uno squarcio di storia che non lascia scampo, vissuta sulla propria pelle attraverso le immagini di un teleobiettivo montato su una steadycam. Anche se la steadycam, negli anni ’40 del secolo scorso, ancora non era stata inventata.

Può essere anche questo il romanzo autobiografico “1948” di Yoram Kaniuk (1930 – 2013), scrittore, critico teatrale, giornalista e pittore israeliano.

«Ero uno sbarbatello che andava a fare il soldato per suonarle al nemico. Ecco quello che ero. Mi ero arruolato così presto, a diciassette anni e mezzo perché ero un eroe o perché avevo paura e fuggivo da qualcosa?», così scrive Kaniuk nelle prime pagine del libro, rievocando l’inizio di quel percorso idealizzato - ma che si rivelerà un’impietosa incognita - che l’autore decide di intraprendere nel novembre del 1947, a soli diciassette anni e mezzo, rinunciando di punto in bianco a terminare gli studi al liceo. Arruolatosi come volontario nel Palmach - la forza ebraica di combattimento regolare istituita nel 1941 in Palestina dall’esercito britannico e dalla formazione paramilitare ebraica Haganah – si ritrova a combattere nel primo conflitto arabo-israeliano: la Guerra di Indipendenza.

«[…] insomma, un giorno qualunque avevo mollato quell’amabile scuola con una dichiarazione che non convinceva neanche me, e cioè che con la radice di tre non avremmo mai cacciato via gli inglesi dal paese, e mi ero arruolato nel Palmach, perché avevo detto che avrei portato i sopravvissuti sulle coste del paese senza pensare sul serio dove sarebbero approdate le navi con i profughi.»

Yoram Kaniuk sarà catapultato nella crudezza e nella barbarie del conflitto e insieme a lui moltissimi suoi coetanei, impreparati e male equipaggiati, che, ogni giorno, rimarranno sul campo.

«Durante quei mesi amari, sino alla prima tregua, eravamo soli, affamati e assetati.»

La guerra si fa sempre più aspra e le battaglie si trasformano in massacri. Yoram Kaniuk, dopo un anno di combattimenti, viene gravemente ferito e trasportato in un ospedale della città di Gerusalemme, sotto assedio. Inizialmente i medici, date le sue condizioni, temono di dovergli amputare una gamba, ma poi, grazie al coraggio dei dottori e ai lanci aerei di medicinali e penicillina avvenuti con successo, Kaniuk riuscirà a salvarsi. Ormai inabile per combattere in prima linea, una volta dimesso dall’ospedale, opererà sulle navi di profughi che, scampati all’Olocausto, approdano in Israele.

Ma il romanzo di Kaniuk non è solo questo. Anzi, forse, non è affatto questo. E’ il ricordo di quegli avvenimenti, vissuti da un’intera generazione nella carne e nel sangue. Ricordo che spoglia di qualsiasi retorica ed eroismo la guerra, quella guerra, qualsiasi guerra: le istantanee trattenute per sempre dalla memoria di Yoram Kaniuk poco più che diciassettenne che, pur imbracciando un mitra Sten, è ancora capace, nonostante tutto, di ricordare i suoni, i colori, gli odori del suo paese e della sua età prima del conflitto. Di chiedere ancora ai suoi commilitoni cosa è giusto e cosa no. Un’innocenza trattenuta a stento, ma poi persa, un’amarezza e un dolore da percorrere, incubi con cui convivere. Quei terribili fotogrammi ripresi coraggiosamente in età adulta e, a distanza di sessant’anni, narrati da un Kaniuk ormai maturo che non ha dimenticato le immagini incalzanti del “teleobiettivo e della steadycam” che si portava nell’anima, con i quali è riuscito a riproporre (e a riproporsi) un pezzo di storia fatto di uomini, donne, interi popoli.

“1948” è stato pubblicato nel 2010 e nel 2011 ha vinto, del tutto inaspettatamente persino per lo stesso Kaniuk, il premio letterario israeliano “Mifal Hapais – Sapir Prize for Literature”.

In un’intervista rilasciata al TG1 nel 2012, Yoram Kaniuk racconta come è nato “1948”. Nel 2005, in seguito a un cancro, Kaniuk entrò in coma e vi rimase per 3 settimane. I medici disperavano di poterlo ormai salvare. «Invece», racconta Kaniuk, «in un modo o nell’altro ne sono uscito. E quando ne sono uscito è stato come un nuovo inizio. Mi ero svegliato dalla morte che quasi mi aveva preso durante la guerra e che tentava di prendermi ora che ero vecchio. E questo mi ha permesso di tornare alla mia storia. E ho scritto un libro “dalla” guerra

Un generale dell’esercito che lesse “1948” dopo la sua pubblicazione, ebbe modo di dire a Kaniuk che gli era capitato di leggere molti libri “sulla” guerra, ma “1948” era stato scritto “dallo stomaco” della guerra.

«Ci sono libri. Ci sono film. Dotti saggi sulle battaglie cui ho partecipato eppure non riconosco quello che sta scritto lì. Pitturano il passato in modo che ci si ricordi. I combattenti, che ormai non sono più il Palmach, i combattenti superstiti sono ancora oggi occupati a sanare le loro ferite, a fuggire dagli incubi rimasti dentro di loro dopo la guerra. Ben pochi hanno fatto qualcosa che qualcuno sappia o si sono fatti un nome. Noi siamo una goccia fetida in un mare di ricordi degli eroi del Palmach. Quei grandi soldati sono diventati autisti, marinai, minatori nel Neghev e nei porti. Il loro ricordo s’è cancellato ma solo i ricordi restano loro.»

«Sessant’anni fa, dal dicembre del 1947 fino alla fine del 1948, eravamo di “bella chioma e bell’aspetto”, così siamo stati per davvero. Giuro che eravamo davvero così.», questo scrive Yoram Kaniuk nel suo romanzo “1948”, un caleidoscopio di immagini e sorti tragiche che si intrecciano. Cosmologie di umanità che vogliono vivere e sopravvivere e una giovane vita che pretende di essere vissuta fino in fondo e ricordare.

Personalmente, una volta terminato il libro, ho ricordato altre pagine di guerra, quelle descritte da Beppe Fenoglio, da Curzio Malaparte e dal film di Mario Monicelli “La grande guerra”. Un accostamento che potrà sembrare a prima vista azzardato, privo di qualsiasi coerenza storica. Per quanto mi riguarda, invece, non è così.

In tutte queste opere, così come in “1948”, è descritto il salto mortale compiuto nel secolo scorso dall’umanità nelle trincee e sui campi di battaglia. Sorti scagliate alla rinfusa nell’orrore dalla fionda invisibile degli avvenimenti storici. E dietro alle sorti, persone, immagini, vissuti, sensibilità che hanno tentato di sopravvivere. Epoche nelle quali l’umanità ha condannato se stessa a riflettere la propria immagine in specchi deformanti. Arrivando addirittura, in certi casi, a pensare, come scrive Yoram Kaniuk, che «di Dio a quell’epoca ci si fidava solo con una pistola in mano.»

Patrizia Bruggi

Fonti consultate:

“The Jewish Sabra” di Rochelle Furstenberg - The Jerusalem Post Arts And Culture, 7.10.2011

Intervista di Claudio Pagliara a Yoram Kaniuk del 7.10.2012 per TG1 Billy, reperibile su YouTube

“Yoram Kaniuk: Ich war ein Abenteurer”, di Frauke Meyer-Gosau – Cicero, 10.6.2013

Nella foto: Yoram Kaniuk (secondo da destra) insieme ad alcuni commilitoni nel 1948 – foto reperita nell’articolo pubblicato dalla rivista online “Cicero” - www.cicero.de

Nella foto: Yoram Kaniuk (secondo da destra) insieme ad alcuni commilitoni nel 1948 – foto reperita nell’articolo pubblicato dalla rivista online “Cicero” - www.cicero.de

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Dimmi come leggi e ti dirò chi sei

10 Gennaio 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #cultura

L’immagine è un elaborato di Patrizia Bruggi ed è composta da un’immagine di un algoritmo (reperita in rete) e il dipinto di Vincent Van Gogh(1853 – 1890) “Natura morta con Bibbia” (1885).
L’immagine è un elaborato di Patrizia Bruggi ed è composta da un’immagine di un algoritmo (reperita in rete) e il dipinto di Vincent Van Gogh(1853 – 1890) “Natura morta con Bibbia” (1885).

«Ebbene, allora il mondo è l'ostrica mia, ch'io con l'acciaro spalancherò.»

“Le allegre comari di Windsor” di William Shakespeare – Atto II ,Scena II

Con questa battuta che la dice lunga, uno dei personaggi della commedia shakespeariana risponde a Falstaff che, entrando in scena, gli si è appena rivolto affermando: «Io non ti presto un soldo» - e queste parole, forse, la dicono davvero ancora più lunga!

Il mondo può essere un’ostrica, da spalancare con l’acciaio.

Così - come riporta il brevissimo articolo nell’inserto “La Lettura” de “Il Corriere della Sera” di domenica 14 dicembre - “da un passaggio shakespeariano” hanno preso ispirazione per il nome i fondatori della società statunitense Oyster, (ostrica in inglese, appunto) costituita nell’ottobre del 2012 e inaugurata poco meno di un anno dopo, nel settembre del 2013.

La società Oyster (servizio di streaming per libri in formato digitale) offre una piattaforma online a pagamento, Oysterbooks, con più di cinquecentomila ebook e disponibile su Android 4+, iOS 7+, Nook HD e Kindle Fire, così come su qualsiasi browser di computer o laptop.

Letta così, nessuna novità. O meglio, la novità c’è e (forse) non si vede.

Oyster è in grado di verificare quando il lettore inizia la lettura dell’ebook, quando la terminerà e se, soprattutto, arriverà alla parola “Fine” dell’opera.

Perché questo è il punto. Oyster corrisponderà quanto pattuito alle case editrici e agli autori solo a condizione che il libro sia stato letto per almeno un quinto.

Il conto è presto fatto: su centocinquanta pagine di libro, l’abbonato a Oysterbooks dovrà almeno sfogliarne (sfogliarne - non significa necessariamente leggerle) trenta. Se ne sfoglierà solo ventinove, il libro sarà giudicato non andare incontro ai gusti del lettore (e quindi del pubblico più allargato) e nulla sarà dovuto alla casa editrice che ne ha curato la pubblicazione, né tantomeno all’autore.

Lettori a cottimo per le strategie di mercato (e i ritorni economici) dell’editoria del futuro.

Analogamente, mi verrebbe da dire, se mangio solo un pezzo di pizza (meno di un quinto, dunque pari a un triangolo di settantadue gradi) e il resto lo lascio nel piatto, significa che la pizza non mi piace. Così potrei anche alzarmi e uscire, evitando di pagare il conto in pizzeria. Non credo che il gestore del locale che frequento abitualmente si troverebbe d’accordo con questa impostazione d’affari.

Potrei aver mangiato solo un triangolo di settantadue gradi di pizza (peraltro buonissima) perché due ore prima mi ero fatta prendere dalla gola e avevo fatto merenda con un fettone di pane spalmato di crema al cioccolato. Ma la pizza, anche se consumata solo in parte, l’ho trovata assolutamente di mio gusto.

Non sembra ragionare così la regola aurea del mercato introdotta da Oyster.

Il lettore “sfoglia”, dunque il libro “è”. Se il libro non si sfoglia, o si sfoglia poco, il libro “non è”. In tutti i sensi e senza andare oltre le ragioni di quel non sfogliare (o, al contrario, leggere fino in fondo). Senza chiedere «Perché?».

Per assurdo, magari il libro piace, ma la signorina che ne ha acquistato la versione ebook, mentre era in fila per spedire una raccomandata in posta, ha notato nella fila accanto a lei un bel giovanotto, si sono messi a parlare e la signorina ha realizzato che quello non era un semplice giovanotto come tanti in fila in un ufficio postale, bensì il principe azzurro. Colpo di fulmine e i due se ne vanno via, indifferenti a raccomandate e cartoline, verso una nuova vita. L’ebook (“Guerra e Pace” di Tolstoj) della signorina è stato spento a pagina 275, poco meno di un quinto (dell’edizione italiana più recente di 1.424 pagine)e dunque, Oyster farà due più due: la casa editrice non sarà pagata, non parliamo dell’autore e il libro, forse, vale poco, magari inutile proporlo ad altri.

Non sarà così semplicistico, naturalmente. E non ci si baserà solo sullo “sfogliare” della signorina in fila per la raccomandata, ma…

E’ sufficiente giudicare un libro dal numero di pagine lette? Che ne pensa il lettore dello stile, della trama, dei personaggi? Il lettore cosa pensa che abbia voluto comunicare l’autore, mettendo nero su bianco quella storia e non un’altra? Quanta fatica è stata spesa dall’autore per mettere insieme quella storia, bella o brutta che sia? E perché il lettore non è andato oltre nella lettura e ha abbandonato il libro?

Tutti siamo stati scolari. E a tutti sono stati imposti tomi di classici della letteratura. Ammettiamolo, per alcuni libri, data la nostra allora giovanissima età, non ci saremmo nemmeno sognati di andare oltre pagina 10 dell’introduzione ragionata. Solo a distanza di molti anni, magari riprendendo gli stessi libri in età più matura, ci siamo resi conto dei capolavori che erano. Applicando il metro di Oyster al nostro agire di allora, avremmo dovuto liquidare il libro come “illeggibile”?

E le case editrici che faranno? Non vorranno più avere a che fare con gli autori dei libri sfogliati sotto la soglia minima, senza preoccuparsi del talento che questi forse hanno, che magari deve essere supportato, accompagnato e affinato? Autori per i quali varrebbe la pena “battersi”, nonostante lo scarso (iniziale) ritorno?

E se anche il mondo dell’editoria fosse destinato a diventare solo un’immensa fucina? Non più di talenti, ma di “cose che rendono” e chi non “rende”, via, si dedichi ad altro. Una fucina di cottimisti inchiodati alla catena di montaggio della parola alla moda e che incontra il gusto. La parola che piace, la parola che vende. Magari non smuove nulla dentro al lettore, ma vende. Tutto come in un perfetto meccanismo di interruttori a relè: “Aperto – Chiuso”, “Vende – Non vende”.

«E’ l’editoria, bellezza, l’editoria, e tu non ci puoi far niente, niente!», mi risponderebbe forse qualcuno, parafrasando una celebre frase di film.

Può darsi. Ammetto però di non essere all’altezza di comprendere questo nuovo modo di monitorare, mappare e seguire il lettore in base ai ritorni economici, facendo leva solo su statistiche digitali, che escludono la percezione, il confronto, la curiosità che spesso non si accontenta di una sola risposta. Implicitamente, è come negare che il lettore possa disporre di sentimenti, senso critico e di gusto per il bello (o per il brutto).

Un’ultima informazione: Oyster ha dichiarato che tramite un algoritmo possono individuare le preferenze del lettore e proporgli una selezione di titoli che vanno incontro ai suoi gusti in tutto e per tutto.

Non è una novità vederci proporre iniziative o prodotti in base ai siti che abbiamo visitato su Internet o in base al nostro profilo che abbiamo inserito in rete.

Per la lettura, beh, per la lettura… Mi verrebbe da dire che così facendo, mi verranno proposti libri che mi piacciono, certo, farò meno fatica rispetto a doverli cercare da sola, ma tutto quanto a me è sconosciuto (e dunque non so ancora se mi potrà piacere o meno), chi me lo proporrà? I sistemi come Oyster potranno rendermi la vita più facile, ma mi faranno navigare solo nello spazio limitato delle mie Colonne d’Ercole trite e ritrite.

E oltre le Colonne d’Ercole il Nuovo Mondo, forse forse, bello o brutto che sia, non riuscirò ad esplorarlo. Un vero peccato.

Non me ne voglia Oyster, ma, come scriveva Shakespeare, il mondo può essere un’ostrica, da spalancare con l’acciaio. L’importante però, una volta spalancata l’ostrica, è trovarci la perla. Vera e rara, ben inteso, non di coltivazione.

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Topo Gigio parlante e le scarpe inglesi

28 Dicembre 2014 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #unasettimanamagica, #racconto

Topo Gigio parlante e le scarpe inglesi

«E tu chi farefti?», il bambino mise le mani sui fianchi per dare più enfasi alla domanda. Gli dovevano spuntare ancora gli incisivi e di pronunciare la “esse” per il momento non se ne parlava proprio. Poco male, perché il sibilo che emetteva ricordava il fischio risoluto di un arbitro in campo, capace di fermare il gioco e attirare su di sé l’attenzione. E al bimbo non dispiaceva affatto questo temporaneo potere sdentato.

«Chi farefti??», chiese di nuovo, avvicinandosi alla sedia in cucina su cui stava seduto quello sconosciuto, vestito con una tuta mimetica bianca e argento.

«Sono l’Angelo Ricognitore di Gesù Bambino», rispose l’intruso. Accanto a lui, sul pavimento, due scarponcini color argento che al bambino ricordarono subito gli anfibi che portavano ai piedi i suoi soldatini, quelli della collezione chiusa nella vetrinetta in camera sua.

«Rico- che?», che parole strane usava quello sconosciuto.

«Ri-co-gni-to-re.», sillabò l’angelo. «Ricognitore. Faccio il giro nelle case prima della vigilia di Natale per trovare i percorsi più rapidi e le scorciatoie per le consegne dei regali. Così Gesù Bambino non rischia di perdersi o di fare troppa strada inutilmente.»

«Cafpita!», scappò detto al bambino, ma subito corse in corridoio. Per controllare che la porta di ingresso non fosse stata forzata. Le chiavi però erano nella toppa e tutto sembrava in ordine.

«So a cosa stai pensando», lo anticipò l’angelo. «Non sono un ladro. Ti pare che resterei qui a parlare con te? Sarei subito scappato, non appena sei arrivato in cucina e hai acceso la luce, no? E’ che ero un po’ stanco e avevo deciso di fare una pausa. E poi, mi facevano male i piedi. Io soffro spesso di mal di piedi. Questi anfibi saranno pratici per le ricognizioni, ma dopo un po’ si fanno sentire. Ma tu piuttosto, che ci fai alzato a quest’ora e perché ti hanno lasciato solo?»

No, non era un ladro, pensò il bambino. Aveva ragione lo sconosciuto, un ladro non si sarebbe trattenuto a parlare e a fare domande, avrebbe tagliato la corda. E soprattutto non si sarebbe tolto le scarpe mettendosi comodo su una sedia.

«Avevo fete. Cofì mi fono fvegliato. Mamma e papà ftasera fono andati a teatro. Ma io, come dice fempre il mio papà in queste occafioni, poffo ftare tranquilliffimo. Al terzo piano vive la nonna Alberta. Fe ho bisogno, le telefono e lei troverà una foluzione.»

L’angelo si stupì.

«Ma come, non ti hanno portato a dormire dalla nonna? Sei ancora piccolo per rimanere solo…» e pensò subito a quanto moderni dovessero essere i genitori di quel bambino. Si ricordava delle ansie di altri genitori che mai e poi mai avrebbero lasciato i figli da soli in casa, perché nell’immaginario di quelle madri e di quei padri apprensivi, appena chiuso l’uscio di casa, i pargoli avrebbero messo in atto le fantasie più spericolate: zolfanelli accesi per incendiare il condominio, fornelli del gas aperti e sibilanti come cobra velenosi, pentole messe sul fuoco e lasciate incustodite per giocare alla fonderia.

Il bambino fece spallucce.

«Nooo. Come dice il mio papà, la nonna Alberta è una fignora un po’ originale e non vuole avere neffuno trai i piedi.», il bambino gettò un’occhiata agli anfibi dell’angelo, «Forfe perché foffre di mal di piedi come te e per questo vuole effere lasciata fola?»

«Non penso.», rispose l’angelo inquadrando al volo la situazione.

«Vuoi bere qualcofa?», chiese il bimbo.

«Grazie, un po’ d’acqua. Frizzante se c’è.» e l’angelo si allungò sulla sedia.

«C’è la Frizzina! L’acqua fatta con la polvere magica!», esultò il bambino prendendo dal frigo una bottiglia con il tappo in ceramica rossa.

L’angelo riflettè un attimo. Anche sulla terra le cose erano cambiate. Ora gli uomini avevano la polvere magica e potevano fare l’acqua. Un tempo non era stato così. Meglio, però, il progresso passava anche dall’avere a disposizione la magia. E chissà come sarà stata buona quell’acqua…

Dopo aver bevuto un bicchiere colmo di quel liquido dissetante, ma un po’ salato - «Forse devono ancora studiare meglio e dosare i poteri magici» aveva pensato l’angelo sentendo sotto i denti qualche granello di quella polverina misteriosa – all’angelo venne in mente che non aveva ancora chiesto a quel bambino come si chiamasse.

«Rodolfo! Magnaghi Rodolfo!», aveva subito risposto il bimbo.

«E tu?», gli aveva chiesto di rimando Rodolfo.

«Ricognitore Angelico 72», aveva risposto sicuro l’angelo.

«E un nome non ce l’hai?», Rodolfo sembrava un poco deluso. Quell’angelo si chiamava con un numero, quasi fosse stata la targa di un’automobile.

L’angelo piegò la testa un poco di lato. No, un nome vero e proprio lui non l’aveva. Ma tra angeli ricognitori ci si riconosceva al volo e il numero, in fondo, era solo per motivi di praticità e per rendere rapide le comunicazioni. In fondo, non c’era nulla di male. Era sempre stato così.

«Fe ti chiamo Angelo Piero, ti offendi?», aveva sussurrato allora Rodolfo.

«Perché dovrei? Piero è un bel nome. Importante, di un certo peso, soprattutto lassù.», e l’Angelo Ricognitore 72, ammiccando, aveva indicato il soffitto.

«Fì, Piero è un bel nome», aveva annuito Rodolfo, «e poi cofì fi chiama un mio amico che incontro fempre d’eftate, in vacanza al mare. E’ fimpaticiffimo e fa fare un facco di giochi.»

«Vuoi mangiare qualcofa?», Rodolfo, senza aspettare una risposta, si era avvicinato al frigorifero.

«Perché no?», l’Angelo Piero non aveva fatto in tempo finire la frase, che Rodolfo aveva esclamato, infilando la testa nel frigorifero: «Ci facciamo un panino con la provola e il profiutto cotto!»

E così era stato.

Mentre mangiavano, Rodolfo si era meravigliato di come l’Angelo Piero si comportasse impeccabilmente: sedeva composto al tavolo della cucina, non sbriciolava, non parlava con la bocca piena, non masticava rumorosamente. Sarebbe piaciuto tantissimo alla mamma di Rodolfo che ci teneva così tanto a certi modi di fare.

«Puoi rimanere fino a quando tornano i miei genitori?», aveva chiesto timidamente Rodolfo. Ci teneva a presentare loro quel suo nuovo amico così tanto compìto.

«No, Rodolfo,», aveva risposto l’Angelo Piero, «non posso. E poi, sai, gli adulti – o meglio la maggior parte degli adulti - non possono vedermi. I bambini, fino a una certa età sì, ma i grandi no.» E subito, vedendo come l’espressione di Rodolfo stesse virando al dispiacere, cercò di cambiare discorso.

«Certo che tu per essere così piccolo parli proprio bene!»

E Rodolfo aveva spiegato all’Angelo Piero che lui, spessissimo, quando era a casa, leggeva i libri di avventure e le parole nuove le imparava da pirati, bucanieri, burattini, moschettieri e guardie del re disseminate in tutte quelle pagine.

Rodolfo sospirò e fissò gli scarponcini color argento dell’angelo che erano rimasti accanto alla sedia.

«Belli quelli! Proprio belli…», ma non aveva avuto il coraggio di finire la frase.

L’Angelo Piero intuì cosa stesse pensando il bambino. Non disse niente, però. Chiese a Rodolfo di poter vedere la sua cameretta e, una volta entrato in quella stanza, vide, sopra al comodino, un pupazzo bellissimo.

«E quello?», chiese l’Angelo Piero sgranando gli occhi.

«E’ Topo Gigio parlante!», rispose sicuro di sé Rodolfo e, avvicinandosi al pupazzo lo toccò sulla pancia.

«Strapazzami di coccole!» esclamò con un soffio di voce Topo Gigio.

«Ma è bellissimo!», l’Angelo Piero non riusciva a contenere il suo entusiasmo, «Una bambola parlante! Non sapevo che sulla terra fossero arrivati a tanto! Siete riusciti a fare parlare le bambole! Un’altra magia! Ai miei tempi non c’erano le bambole parlanti!»

Vedendo quell’angelo così entusiasta del suo Topo Gigio, Rodolfo ebbe un’idea.

Avrebbero fatto un baratto: Topo Gigio in cambio degli anfibi dell’angelo.

«Ci sto!», disse l’Angelo Piero al colmo della gioia, poi, subito, aggiunse: «Io però non posso tornare scalzo. Devo ancora fare qualche ricognizione e a piedi nudi credo che soffrirei un po’.», così dicendo, fissò le ciabattine di Rodolfo. Troppo piccine però per i suoi piedi d’angelo cresciuto.

«Le fcarpe inglefi di mio papà!!», Rodolfo si dileguò all’istante per tornare con un paio di bellissime scarpe nere elegantissime.

«Mio papà dice fempre che quefte fcarpe fono cofì morbide da fembrare delle pantofole. Provale!», e il bambino tese all’angelo quelle calzature lucide lucide.

Non c’era che dire. Le scarpe, morbidissime, calzavano a pennello e non stonavano per nulla con la tuta mimetica bianca e argento dell’angelo. Anzi, davano un tocco chic e sbarazzino alla tenuta marziale dell’Angelo Ricognitore. L’Angelo Piero finì di allacciarsi le scarpe e infilò Topo Gigio nella tuta mimetica.

«Rodolfo, io ora devo proprio andare. Però, però… se qualche volta tornassi a trovarti? Mi farebbe piacere. Questa sera mi hai fatto conoscere un po’ di cose nuove che siete riusciti a fare sulla terra – la polvere magica per l’acqua, le bambole parlanti, mi hai dato un nome…»

«…E ci siamo fatti compagnia!», lo interruppe Rodolfo.

Sì, proprio così. Si erano fatti compagnia. Così, mentre si abbracciavano per salutarsi, l’Angelo Ricognitore 72 promise a Rodolfo che, di tanto in tanto, quando sarebbe stato in libera uscita, sarebbe andato a trovare il bambino per fare quattro chiacchiere, mangiare un panino alla provola e al prosciutto cotto e bere un bicchiere di Frizzina.

«Carlo, è sparito il pupazzo di Topo Gigio parlante di Rodolfo! Eppure giurerei che ieri sera era sul suo comodino! Rodolfo sostiene che l’ha regalato all’Angelo Ricognitore di Gesù Bambino!», la signora Adele aveva la voce spezzata, «Sono preoccupata per quello che dice il bambino. Non avrà dei problemi?»

Il papà di Rodolfo sollevò gli occhi dalla tazzina di caffè.

«Andiamo, Adele! Sempre a esagerare, tu! Mica vorrai dare importanza alle fantasie di un bambino? A scuola avranno letto una fiaba che parlava di angeli. E lui ci avrà ricamato su. E vedrai anche che Topo Gigio si ritroverà. Tuo figlio, che è sempre sulle nuvole, l’avrà sistemato da qualche parte e ora non si ricorda dove lo ha messo. Salterà fuori. La casa non perde mai nulla, come si dice.»

La signora Adele non sembrava del tutto convinta, ma si trattenne. Non aveva certo intenzione di iniziare una discussione con il marito alla mattina della vigilia di Natale.

«A proposito, Adele, stasera vorrei mettere le mie scarpe inglesi. Ma non le trovo. Non è che le hai messe via tu senza dirmelo?», il papà di Rodolfo si versò dell’altro caffè e la signora Adele, che non aspettava altro, partì all’attacco.

«Ah, io le tue scarpe non le tocco. Ci mancherebbe! Certo che tu e tuo figlio siete proprio uguali! Sistemate le vostre cose e poi non vi ricordate dove le avete messe! E sì che tu non mi sembri tanto sulle nuvole! Vedrai che le tue scarpe salteranno fuori. La casa non perde mai nulla, o no? Altrimenti vorrà dire che se le è prese l’Angelo Ricognitore di Gesù Bambino. Certo, Topo Gigio parlante e le scarpe inglesi. Un’accoppiata perfetta per un Angelo Ricognitore!» e così dicendo, la signora Adele si alzò e andò in camera per scegliere l’abito che avrebbe indossato quella sera.

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Volpi metropolitane

29 Novembre 2014 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #racconto

Franz Marc (1880 – 1916) Le volpi
Franz Marc (1880 – 1916) Le volpi

È di questi giorni l’articolo pubblicato sul quotidiano “La Stampa” che riporta l’allarme diffuso nel Regno Unito: «È invasione di volpi a Londra: sempre più esemplari popolano la metropoli, scelgono come loro “casa” i giardini delle villette e si sfamano dai cassonetti.»

Drastiche e molto discusse le misure decise dalla municipalità per ridurre il proliferare degli animali.

Ma superata l’iniziale inquietudine causata da un segnale così serio e deciso proveniente dalla natura, se si prendono per un attimo le distanze da quanto potrebbero mettere in atto i sudditi di Sua Maestà Britannica per tutelarsi, la notizia, condita da un pizzico di fantasia irriverente, può prendere tutt’altra piega.

Un articolo che potrebbe essere la gioia di Esopo, di La Fontaine, dei fratelli Grimm, di Collodi, che, dall’alto, guardando il mondo, si danno di gomito, annuiscono e sogghignano, quasi ad affermare: «Noi, di volpi che ne facevano di tutti i colori, ne avevamo scritto in tempi non sospetti. Ora non diteci che non vi avevamo messi in guardia!»

Questo, forse, penserebbero.

Mentre il bimbo della favola “I vestiti nuovi dell’imperatore”, vedendo i suoi concittadini affondare il naso nel giornale aperto e sentendoli commentare ad alta voce la notizia, risponderebbe con una semplicità che sa già di disincanto: «Che novità sarebbe? Io di volpi che abitano nelle villette ne conosco tante! Certo, non mangiano la spazzatura, anzi, siedono a tavola composte, usano le posate d’argento e i tovaglioli di fiandra… e la domenica salgono in carrozza per fare delle lunghissime passeggiate sul lungofiume.»

Gli astanti, a quell’affermazione, estratti con un guizzo i nasi dai fogli del quotidiano, punterebbero gli occhi – delle capocchie di spillo invelenite – sul ragazzino. I loro volti risentiti si farebbero esageratamente aguzzi per imporre a quel discolo sfacciato il silenzio assennato che sempre richiede il quieto vivere.

Lì per lì, il bimbo non capirebbe quegli sguardi.

«Che ti salta in testa, bambino? Tu non sai stare al mondo!», lo rimprovererebbe una voce al di sopra delle teste assiepate.

Poi, al crescere del mormorio di riprovazione dei concittadini, il ragazzino si accorgerebbe improvvisamente del vibrare stizzito di baffi lunghi e sottili, mentre da sotto a cappotti e mantelle inizierebbero a sventolare nervose delle codone rosse e cotonate.

Il bimbo, in un lampo, comprenderebbe così il profondo significato del detto “parlare di corda in casa dell’impiccato”.

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Mané

21 Novembre 2014 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #racconto, #personaggi da conoscere

Mané


Dedicato a Manoel Francisco dos Santos, giocatore brasiliano noto con lo pseudonimo di “Mané Garrincha” (Pau
Grande, 28 ottobre 1933 – Rio de Janeiro, 20 gennaio 1983)

Ma dove sta scritto che chi è segnato nel corpo sia un disgraziato? Piuttosto, toccato da Dio.
Riflettendoci bene, anche Giacobbe rimase azzoppato lottando con l’Angelo. Fu Dio a voler porre il sigillo nelle sue carni di uomo. Perché potesse affermare: «In questo luogo c’era Dio e io non lo sapevo.»
Così, anch’io sapevo bene dove si trovava Dio che, a un certo punto della mia vita, aveva deciso di lasciare una traccia indelebile anche sul mio di corpo. O meglio, più di una
traccia, a dire il vero. Ma per me, tutti quei difetti formavano il percorso che la mano divina mi aveva disegnato addosso, perché mi ricordassi il luogo in cui si celava lo Spirito. Perché ne avessi consapevolezza, come Giacobbe.
E così, proprio quando stavo davanti al pallone, quel mio difetto fisico diveniva miracolo. Era quello che mi faceva danzare davanti all’avversario, scattare di lato e arretrare nelle finte più sfacciate che mai si siano potute ammirare sui campi di calcio. In quei momenti, il mio dono deforme si faceva beffe della perfezione incapace degli altri.
Le braccia tese, come un equilibrista sul suo filo di vita, correvo in avanti, spinto dall’alito che mi aveva creato. Aggiravo l’avversario come una trottola lanciata dallo spago di un Dio che si sa divertire. Sfioravo la sfera di cuoio e sembrava quasi che ci camminassi sopra, rotolassi con lei, come quei buffi circensi che percorrono l’intero ovale del circo in punta di piedi su una palla. Ero fatto così. E gli spettatori, che distinguevano la bravura, il talento, ma forse non coglievano completamente il fuoco che mi ardeva nel petto, mi soprannominarono “Allegria del popolo”. Perché Dio vuole essere anche allegria. E nel sorriso che avevo, così tante volte immortalato dai fotografi, si potevano distinguere chiaramente il sangue indio di mio padre e quello mulatto di mia madre. Ma altro ancora avrebbe potuto distinguere in controluce chi sapeva leggere Dio nei segni. La mandibola sporgente, gli occhi infossati, ridotti dal riso a due fessure, mi facevano sembrare simile a un guitto. Un guitto che sa bene che dietro al trucco sta la vita. La vita vera. Fatta di dolore e di solitudine.
Dio creò la luce. Ma anche le tenebre. Lo stesso angelo caduto è creatura di Dio. E un dono ricevuto da Dio porta con sé, immancabilmente, anche la necessità di una rovina ineluttabile.
Così, quando compresi il mio lato oscuro, quando capii che quegli scatti sul campo, quasi fosse il cielo stesso a darmi una spinta, celavano un altro punto di arrivo, lontano da fortuna e successo, non ci volli pensare. Mi volli stordire, cercando, attraverso i vizi, di tornare più umano degli umani, campione anche in questo. Puntavo al dolore, sperando che la comune imperfezione mi potesse salvare, trattenendomi sulla faccia di questa terra, come faceva con tutti gli altri che invecchiavano placidi.
È facile svuotare una bottiglia per chi conosce lo strazio. Meno facile guardare attraverso il vetro vuoto e muto, sentendo il calore dell’alcol che ti avvolge le viscere e ritrovare se stessi. E visto da fuori, il mio vizio sembrava uguale a quello di tanti. Il campione si è fatto persona mediocre, pensavano tutti. Ma non era così. Mi aggrappavo a una zavorra per riprendermi il corpo, per tenermelo stretto, per non dover ascoltare quella voce che l’aveva segnato per farmi ispirato e che ora mi mostrava la mia personale miseria, il mio
essere niente.
Sfilai su un carro, nel carnevale del 1980. Seduto, mi asciugavo di tanto in tanto l’occhio destro. Pensarono fosse la commozione nel vedere che il popolo mi voleva ancora bene? Non so. So solo che non ero commosso. Mi bruciavano gli occhi. I suoni giungevano ovattati, vedevo le sagome, non distinguevo i volti.
E quando mi asciugai per la seconda volta l’occhio, mi ricordai che avevo provato la stessa sensazione, anni prima, sul campo. Ma allora inseguivo il pallone e m’isolava dal resto del mondo la mia vampa ispirata.
Così venne il tempo di fare il mio ultimo giro. Che allora credevo uno dei tanti, ma quei quattro giorni di metà gennaio del 1983 furono i miei ultimi, passati a fissare in trasparenza le immagini riflesse dai vetri che svuotavo, svuotando anche me.
Dio gettò sul tavolo della creazione le ventidue lettere magiche e le mischiò, creando infinite combinazioni.
Talmente innumerevoli che noi, che c’illudiamo di saper leggere la vita, non ci accorgiamo di essere perfetti analfabeti esiliati in eterno.
Fu però nell’ultimo secondo della mia esistenza sulla terra che Dio decise di farmi il suo ultimo dono.
Vidi quelle ventidue lettere sollevarsi dal tavolo e ritornare nella mano di Dio che la richiuse a pugno. Come se la pellicola fosse stata riavvolta. Come le immagini che, in televisione, si riavvolgevano un tempo, quando si commentavano le mie azioni sul campo.

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