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Giovanni Verini Supplizi, "Labirinto Bosè"

26 Ottobre 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #musica, #personaggi da conoscere, #saggi

 

 

 

 

Labirinto Bosè

Giovanni Verini Supplizi

 

Crac Edizioni, 2021

pp 400

23,00

 

 

Un saggio per appassionati di dischi e film, più che una biografia vera e propria, sul personaggio Miguel Bosè.

“Bravo ragazzo del 56”, figura eclettica, figlio d’arte - della miss Italia e attrice Lucia Bosè, alla quale somiglia come una goccia d’acqua, e del rinomato torero spagnolo Dominguin - visse i suoi primi anni nella stessa atmosfera eroica e artistica di cui si parla nei romanzi di Hemingway. Attori, pittori, registi e scrittori famosi frequentavano la sua casa, ad accompagnarlo a scuola per un certo periodo fu niente di meno che Picasso. Il padre voleva che intraprendesse una carriera diversa ma lui amava danzare, cantare, dipingere. Divenne così ballerino, attore ma, soprattutto, cantante.

Fantastico il successo degli anni ottanta - il periodo d’oro, insieme ai settanta, della disco dance - con canzoni ballabili che sono rimaste nella memoria di tutti noi, come “Superman” o “Anna”.

Poi la svolta, l’investigazione di ritmi meno commerciali, più sofisticati. Scelta, questa, che gli ha alienato il pubblico italiano, sebbene abbia decretato la sua fama in Spagna e in tutta l’America latina. Sempre più rarefatto, sempre più dedito alla ricerca e allo scavo interiore, sempre più poliedrico e in continua evoluzione, Bosè si allontana dall’immagine commerciale e compie incursioni in tutti i campi artistici, dalla musica, al cinema, al teatro, alla conduzione televisiva. È, infatti, curioso, colto, preparato. Per ogni lavoro studia e si documenta, non lasciando mai nulla al caso, non paventando nessun cambiamento e nessuna immersione in ciò che può apparire anche perverso.

Non esita a mescolare e mediare fra le varie arti, colorando le sue esibizioni in modo pittorico, dando musicalità alla sua recitazione, provando se stesso in molti più campi di quelli a cui sono abituati gli artisti nostrani, mescolando alto e basso, pop e raffinatezza, commerciale e non, fra canzoni solari e altre più oscure ed esistenziali, con suoni sempre più elettronici man mano che passano gli anni.

Una carriera lunga, ininterrotta e intensissima, forse sconosciuta ai più, basata essenzialmente sulla ricerca. Ed è a questa labirintica ricerca, oltre che a uno degli album del cantante spagnolo, che si rifà il titolo del libro di Verini Supplizi - proprietario di uno storico negozio di dischi. Un saggio che, oltre all’amore assoluto per il soggetto, denota un faticoso lavoro di documentazione per stare dietro alla poderosa discografia e all’immenso curriculum di Bosè, costellato di interminabili tour soprattutto in America Latina, ma anche di beneficienza e opere buone.

Se nel saggio è ben delineato il carattere dell’uomo Bosè, descritto da tutti come educato, cortese, “un vero signore”, se l’opera è corredata di numerose interviste a suoi collaboratori - con gustosi aneddoti che ricreano un certo modo di fare musica, cinema o televisione ormai scomparso - poco viene volutamente detto della vita privata. Oltre ogni pettegolezzo o polemica anche recente, questo excursus spazia nella vita esclusivamente artistica di un personaggio camaleontico e complesso.

 

Bosè è nei tantissimi dischi che ha prodotto, nei film che ha interpretato, in tutte le forme d’arte in cui si è cimentato in tanti anni di carriera, TV, teatro, poesia, scrittura… E questo è anche lo stile con il quale abbiamo pensato questo volume” (pag. 335)

 

Una lettura che non annoia, nonostante la ricchissima documentazione didascalica e l’impianto per addetti ai lavori. Un libro che aggancia i fan del personaggio o i cultori della musica in generale, ma anche chi, come me, si lascia catturare dall’aura garbata e dall’atmosfera nostalgica di certi ricordi legati a decenni indimenticabili.

 

 

 

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Luis Vinicio, "Il leone di Belo Horizonte"

19 Ottobre 2021 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #personaggi da conoscere, #recensioni, #sport

 

 

 

 

Luis Vinicio
Il leone di Belo Horizonte

a cura di Paquito Catanzaro
Homo Scrivens – Euro 15 – Pag. 193

 

Per la prima volta Luis Vinicio De Menezes, il Leone di Belo Horizonte, dove è nato il 28 febbraio del 1932, si racconta, e lo fa a Napoli, città di elezione, dove è approdato dopo una lunga carriera calcistica, prima da centravanti goleador e poi da allenatore pioniere del gioco totale. Vinicio debutta nel Botafogo, dove tutti lo chiamano Vinicius, segna un gol contro l’Olaria, gioca insieme a Garrincha (del tutto analfabeta, ma lui gli insegna a scrivere) e Dino Da Costa, tridente offensivo che tremare il mondo fa. Il primo contatto con l’Italia è del 1955, quando ha solo 23 anni, nel Napoli di Amadei e Pesaola, con i partenopei è subito amore, il nomignolo di o’ lione viene proprio dalla curva più sfegatata dei tifosi azzurri, nella città del golfo resta cinque anni e segna caterve di gol (circa settanta), anche ad avversari importanti e storici come la Juventus. A 28 anni la sua carriera pare finita, perché passa al Bologna dove trova davanti a sé il più giovane Harald Nielsen, che gioca quasi sempre, mentre o’ lione ruggisce in panchina. Vinicio torna in Brasile, ma l’Italia chiama ancora, è Lanerossi Vicenza, dove torna il bomber di sempre e trascina la provincia veneta ai primi posti della serie A, incantando il pubblico per tre stagioni. Nel 1966 vedo Vinicio giocare persino nella mia Inter, quella di Helenio Herrera, ché sono un bambino, va bene che fa solo otto gare (e segna un gol), ma ha ben 34 anni e davanti a sé una squadra di campioni. Finisce la carriera a Vicenza, dove segna le ultime reti e tocca quota 150, portando ancora una volta i berici in alto, alla fine segnando più gol di tutti gli attaccanti biancorossi della storia, persino di Paolo Rossi. Cominciano gli anni da allenatore, in C con l’Internapoli (squadra che non esiste più), poi Brindisi, Ternana, ancora Brindisi, finalmente Napoli, poi Lazio, Avellino, Pisa, Udinese, ancora Avellino, per terminare in C2 con lo Juve Stabia, che ha 60 anni.

Paquito Catanzaro raccoglie la vita e i ricordi di Vinicio in un libro scritto in prima persona, ricco di immagini d’epoca e di contributi originali, presi dalla viva voce di Agostinelli, Brancato, Bruscolotti, Burgnich, Carnevale, Carratelli. Coppola, De Maggio, Improta, La Palma, Pinto, Rivieccio, Saranataro e Wilson. O’ lione si racconta a cuore aperto, l’infanzia, il Brasile, l’amore per Napoli, la Lazio e l’Avellino, le parentesi di provincia, l’Inter di HH, il Vicenza … La vita di un uomo e di un grande calciatore, bomber straordinario, pioniere del calcio all’olandese, innamorato del gioco più bello del mondo. Per me resta l’eroe del mio Pisa nerazzurro, ma anche l’attaccante di riserva dell’Inter più grande della storia.

 

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"The Censor", un horror sociale britannico Intervista a Guerrilla Metropolitana

5 Ottobre 2021 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #interviste, #cinema

 

 

 

 

 

Dopo tre cortometraggi sperimentali horror di buon successo che contano visibilità e consensi in tutto il mondo, tanto da attirare l’attenzione di recensori americani, Guerrilla Metropolitana lancia il suo  primo lungometraggio: THE CENSOR  - A British horror tale of Real politics and social-moral code (in italiano IL CENSORE - una storia horror britannica di politiche reali e di codice morale - sociale).

Abbiamo avvicinato il regista per una breve intervista.

 

Un lungometraggio, dopo tre cortometraggi horror, sperimentali e inquietanti. Di che cosa parli nel tuo primo lavoro di ampio respiro?

Il tema di partenza è la censura inglese, per me la più oppressiva e oscurantista nel mondo occidentale. Il tema mi serve per approfondire un’analisi etica e morale nei confronti di chi la impone a un’intera nazione, per passare a un livello politico e fare un discorso mirato verso la classe dirigente britannica, contro il monopolio culturale, in una società molto divisa, come quella inglese.

 

Bersagli particolari?

Il primo è la Thatcher e la sua campagna anni Ottanta denominata Video Nasties, dove chiunque veniva preso con film di una determinata lista di titoli era arrestato e processato, secondo regole degne della più medievale caccia alle streghe.

 

Quali sono i tuoi riferimenti artistici? E quale credi che sia la cifra stilistica del tuo cinema?

Nel mio cinema l’espressionismo tedesco si mescola con la Pop Art di Andy Warhol e tanti altri stili, in un alternarsi frenetico tra riprese e fotografie delle varie sequenze. I miei lavori sono un vero e proprio orgasmo di follia visiva.

 

The censor ha avuto una lunga gestazione?

Questo film mi è costato un lavoro di circa sette mesi, estremamente complesso, frutto di una meticolosa ricerca sia sperimentale che del dettaglio, nonché di funzione narrativa, perché il film è quasi interamente senza dialoghi, cosa che è una mia caratteristica.

 

Come hai girato il film?

Ho girato l'intero materiale in più sessioni, di notte e di nascosto in location senza permessi, in puro stile guerrilla, come dicono gli addetti ai lavori, a temperature sotto i 10 gradi, rischiando l’assideramento e persino l’arresto, per i motivi che chi guarderà il film capirà. Ho realizzato un lavoro basato sull’esigenza di raccontare questa storia e di poter fare il film in un certo modo, con realismo cinematografico puro.

 

The Censor contiene un messaggio politico?

Il mio film, pur presentando un personaggio centrale di una certa destra particolarmente reazionaria, vecchio stampo, non è  di carattere ideologico. Al contrario, mira esclusivamente a rappresentare un conflitto di classe sociale contro il potere sulla base di un rapporto di forza sproporzionato.

 

Se siete curiosi, non vi resta che vederlo:

https://www.youtube.com/watch?v=bfgtBQVytB4

 

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

 

 

 

 

 

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Simone Corvasce, "Algoritmi di scacchi e passi d'angeli"

4 Ottobre 2021 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Algoritmi di scacchi e passi d'angeli di Simone Corvasce (Nulladie Edizioni, 2021) è un libro interessante e un efficace strumento intellettivo, prodotto con sincera padronanza nell'inquadratura progressiva del tempo, delimitato dallo spazio emozionale del poeta. L'autore mette in risalto, attraverso uno stile solido e profondo, il principio sconfinato di simboli e immagini incarnati nelle sue poesie, riveste la transitorietà del genere umano di resistenza benevola, realizza il disegno elegiaco dell'ispirazione, disponendo l'accordo delle reazioni dell'inconscio esistenziale nello spirito della misura primitiva e dimostrativa della riflessione interiore. I testi insegnano il proposito sapiente della comunicazione con il fondamento dinamico dei quesiti filosofici e delle meditazioni religiose, manifestano la rivelazione spontanea dell'intelletto, esprimono nella direzione immaginativa del pensiero la vocazione creativa, l'avvicendamento analogico ed emblematico delle parole accostate alla forma di un divenire spirituale, rintracciando nell'osservazione delle esperienze l'adesione alle nascoste significazioni delle atmosfere archetipali. Simone Corvasce presenta una poesia lirica, classicista, procede lungo i sentieri tortuosi dell'uomo per identificare il segno della soggettività interpretativa, la sostanza primaria dei contenuti colti, l'intuizione dell'appiglio poetico come assoluta e visibile realtà esegetica. Coglie i frammenti di una esistenza frantumata dal disorientamento delle incertezze e dalla mancanza di una linearità permanente, riceve l'influenza della vulnerabilità e della consapevolezza delle reminiscenze biografiche, la consistenza quotidiana della solitudine, le risposte all'abbandono desolato, la paura suscettibile, il senso angoscioso del nulla. Algoritmi di scacchi e passi d'angeli ha il nobile carattere dell'essenzialità dialettica, restituisce alla compassione degli incontri la metafora delle sensazioni immediate, il corrispettivo ontologico della condizione drammatica dell'uomo, la rivelazione dolorosa della vita, il riflesso degli instabili volti dell'anima. Il poeta è messaggero del valore culturale, sostiene la funzione speculativa nella difesa della misericordia umana, replicando alla precarietà dei comportamenti l'intensa forza morale. La ricercata dilatazione dei fantasmi introspettivi attenua l'estensione della sottile malinconia, corregge l'equilibrio del tempo presente, compensa la condensazione della passione rinnovata oltre l'oblio dell'impulso affettivo. La sensazione inconfondibilmente tragica e tradizionale del destino concretizza, nell'orientamento sincero dei versi l'inquietudine moderna, nelle oscurità enigmatiche delle condanne la rassegnata lucidità, coniugando andamenti tormentati di contemporanea sofferenza. L'entità della realtà poetica trae ispirazione dall'esortazione della coscienza e dalle questioni funzionali della saggezza, dal significato sensibile e romantico della congiunzione inscindibile con la natura e l'armonia della conoscenza umana. Simone Corvasce dipinge una spiegazione della finitezza, delineando l'esposizione delle possibilità, la dottrina e la ragione della sensibilità, attraverso il rammarico e la continua analisi della consapevolezza, per oltrepassare la peregrinazione affannosa e disperata dei sentimenti.

 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Dialettica Trascendentale

 

Per sfuggire ai diluvi la colomba

s'è inoltrata più in alto d'ogni cielo.

Ho temuto per lei, ma ecco che torna:

non reca il ramoscello

d'un'altra metafisica.

 

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Non è la vita a concedere meno

di quello che promette. Anzi concede

molto più del dovuto. Per tortura.

 

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Un orologio rotto segna l'ora

giusta due volte al giorno.

Gli altri, al contrario, sbagliano

di secondi, o minuti, ogni momento.

 

Siamo sicuri di cosa vogliamo?

 

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Un pensiero scambiato a mezzanotte.

 

Un attimo che vale l'universo.

 

La tenerezza d'esser soli in due.

 

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Letteratura

 

Il treno, all'alba, ripete stazioni

di ieri: all'infinito, necessarie.

 

Ero me stesso. Adesso?

 

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                                              Ed essa inquieta chiede la tempesta,

                                                   come nelle tempeste fosse pace!

 

                                      M. Lermontov, La vela, trad. T. Landolfi, Adelphi

 

 

La tempesta è passata. Quale cuore

paventa un mare placido?, e la brezza

che accarezza i capelli non sarà

dolce da sciogliere un pianto sincero?

Ecco che a me è preclusa questa gioia

vana, il riso d'un uomo sollevato:

dammi tempesta, e un senso, anche se duole!

 

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Un turbine, un delirio,

fuoco che gonfia il petto

e che vorrebbe esplodere...

Perciò è giusto destino

vivere a patto d'essere schiacciati,

oppressi da chilometri di cielo,

forse troppo lontano.

 

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Congedo

 

Mi domando da tempo

se questa mia inquietudine,

se questa mia poesia

gioverà mai a qualcuno.

Bramo una verità

che non ho. E quel che posso

cantare è solo il dubbio.

Io non sono la luce.

Neanche posso indicarla.

Posso solo gridare nel deserto:

“Preparate la via

a colui che verrà

additando le stelle”.

 

 

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Le rose e il deserto, un progetto artistico di Luca Cassano che nasce da Pisa

27 Settembre 2021 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #musiaca, #poesia, #interviste

 

 

 

 

 

Le poesie vanno cercate sotto la sabbia: come le rose del deserto rimangono sepolte sotto la sabbia finché un Tuareg non le trova, così le parole restano confuse fra i ricordi finché un'intuizione non le mette in fila in forma di versi. Le rose e il deserto é il progetto artistico di Luca Cassano (Corigliano Calabro, 1985), un po’ calabrese, un po’ pisano, attualmente milanese. Come un Tuareg, Luca osserva le dune metropolitane alla ricerca delle poesie che spontaneamente affiorano dalle sabbie della sua immaginazione. Il testo è al centro della sua ricerca: il suo interesse è nei suoni e nelle immagini che le parole da sole, anche senza musica, sono in grado di evocare. Le rose e il deserto è un progetto con due anime. Da un lato l’esigenza di esternare le proprie inquietudini, le paure e le passioni, la malinconia. Dall'altro lato la voglia di gridare contro le ingiustizie che quotidianamente osserviamo. Le rose e il deserto ha pubblicato l'EP "Io non sono sabbia" (PFMusic) nel Giugno 2020 e la raccolta di poesie "Poesie a gettoni vol.1" (autoprodotto) nel Marzo 2021. Le rose e il deserto ha avuto il piacere di aprire i concerti di Gnut, Bianco, The Niro, kuTso, Sandro Joyeux, Gianluca De Rubertis, Federico Sirianni, Livia Ferri, Andrea Labanca e Rufus Coates & Jess Smith. Fra gli altri, Le rose e il deserto ha avuto l'opportunità di suonare a Milano nei circoli Ohibó e Bellezza e allo storico Legend Club, al circolo Tambourine di Seregno, al salotto di Mao a Torino, a Ferrara per la rassegna Il silenzio del cantautore, a Roma per la rassegna Piccoli concerti, al Joe Koala ad Osio Sopra, al teatro San Teodoro di Cantù, al circolo Scuotivento di Monza, al Catomes tot di Reggio Emilia.

 

Ciao Luca, nella bio de Le rose e il deserto (il tuo progetto artistico) si legge “Un po' calabrese, un po' pisano, attualmente milanese”. Ci spieghi?

Ciao! Beh, la questione è molto semplice: io sono nato in Calabria dove ho vissuto fino ai diciotto anni. Poi, come molti, mi sono trasferito a Pisa per studiare e lì ho passato dieci lunghissimi e bellissimi anni. Nel 2013 il lavoro mi ha portato a Milano: ecco spiegato l’arcano...

 

Pensi che nelle tue canzoni si percepisca ancora il riflesso degli anni trascorsi a Pisa?

Direi proprio di sì. Ho trascorso a Pisa gli anni fra i diciotto e i ventotto, gli anni in cui si fanno tutte le più belle esperienze, quelle che ti segnano nel profondo. Indubbiamente le mie canzoni parlano anche di situazioni, sensazioni, storie che ho vissuto a Pisa. Inoltre in quegli anni frequentavo molto l’indimenticato Rebeldia! dove passava tantissima bella musica dal vivo, e dove posso dire, senza paura di essere smentito, di essermi formato musicalmente.

 

Ti è già capitato o ti capiterà nel prossimo futuro di venire a suonare in Toscana?

Guarda, proprio qualche giorno fa (Sabato 11 Settembre 2021) ho suonato a Firenze in una serata organizzata dall'associazione Li.Be Firenze in cui ho condiviso il palco con altri cantautori toscani e non: è stato molto bello ed emozionante anche perché per la prima volta tanti vecchi amici pisani avevano l'opportunità di sentirmi suonare dal vivo. Per il futuro invece ancora nulla di definito...

 

Dici che "Un terzo" (il primo singolo pubblicato nell'Aprile 2020) è una canzone che parla di piccole grandi paure metropolitane: ci spieghi in che senso?

Come ti dicevo, io ho passato ventotto anni fra il mio piccolo paesino calabrese e Pisa, anch'essa una cittadina piccola e a misura d'uomo. I primi tempi a Milano sono stati abbastanza duri, destabilizzanti: mi sembrava che la città mangiasse le mie energie, anche nel fare le piccole attività quotidiane. "Un terzo" nasce da questo senso di spaesamento, dalla lontananza dal mare (sia esso il mio Jonio o il vostro Tirreno) dalla frenesia dei viali milanesi.

 

Per concludere, ci vuoi dire qualcosa su "Io non sono sabbia" (L'EP uscito nel Giugno 2020) e suoi tuoi progetti futuri?

"Io non sono sabbia" è la raccolta di cinque canzoni che parlano di me, delle mie paure, dei miei genitori, dell'amore per la mia nipotina. Spero di aver affrontato questi temi in maniera sufficientemente generale da poter parlare al cuore di tutti. Per il futuro: spero ci siano tanti concerti in giro per l'Italia e nel frattempo è partita l'organizzazione per il prossimo disco... stiamo a vedere!

 

Qui ci sono foto:  https://sites.google.com/view/leroseeildeserto/

L'EP è ascoltabile qui:   https://spoti.fi/2AGDbxV

 

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L'altra metà di centrocampo, un progetto dedicato al football verso Qatar 2022

19 Settembre 2021 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #pittura, #sport

 

 

 

 
 
Esterno gelateria, estate romana, pomeriggio luminoso, Mario e Walter prima seduti poi in piedi a mangiare un gelato misto.
 
- Wa', sei pronto?
 
- Per che cosa?
 
- Per il 27 settembre.
 
- Credo di no, ho paura.
 
- Perché?
 
- E' la mia ultima opportunità: l'anno che verrà ha una data unica.
 
- Qatar Dicembre 2022? Beh, ti capisco, ma se non ora quando?
 
- Eh già, se non ora quando? Proprio per questo mi sento di avere paura, tu sai che parto da zero, non ho soldi e santi in Paradiso, sono vecchio e con le toppe, e poi voglio fare le cose in grande. Minchia, me lo merito un po' di successo!
 
- E allora che facciamo? Siamo in ballo e dobbiamo ballare!
 
 
Iatevenne illusioni sparse
 
Lassateme perde piantatevela de divertivve alle spalle mie
 
Lassateme perde nun è aria so stanco de sognà a vòto
 
Uè vabbè che tengo 'na fantasia infinita che mai me lassa solo
 
So bollente de passiene de fermento e de còre grande questo lo capisco
 
Io so tutto e te illusione sparsa tutto sai de me
 
Oramai de tempo n'è passato troppo
 
Nun lo vedi che arranco, sbuffo, sbarello, e senza fiato casco?
 
E allora è proprio adesso viè er bello, do retta ar destino e famo diventà 'n'illusione 'na bella sòddisfàziòne!
 
 
-E  poiché a me la musica piace assai, Mario, mi libero di freni e lacciuoli, tutta a barra dritta verso la gloria! 
 
- Wa', mi sa che hai visto troppi film. 
 
- Mario, perché non mi dici qualcosa di costruttivo? 
 
- Bene, comincia col dire ai nostri amici lettori di che minchia stiamo parlando. 
 
- Tarattatà, va bene, signore e signori, il 27 Settembre 2021 ufficialmente parte un sogno, un sogno sportivo.
 
- Cominciamo bene. 
 
- Sognare è troppo da illusionista?
 
- Volevi dire da illuso e, aggiungo io, pure povero?
 
- Lo sai che io scrivo strano, ma lasciami andare avanti.
 
- Prego.
 
- Allora, cari amici, tarattatà, il mio è un sogno: realizzare una mostra pittorica e un libro/catalogo... In questo momento suona “wooden ships”, la sentite la chitarra, tarattatà? Bene, la mostra e il libro parlano di una porta da calcio, una porta che, invece, è una finestra aperta su un orizzonte di fantasia e d'immaginazione. Calciare una palla e tirare verso quella porta è come sentirsi un astronauta, librarsi in aria su un'altra dimensione, eppure si tratta solo di un pallone, un pallone per renderti felice, e io proverò a farvi vedere l'altra metà di centrocampo, tarattatà.
 
- Bravo, pensavo peggio, in fondo, anche se c'era altro da dire, non hai sbagliato una parola.
 
- E vabbè, Mario, il progetto sta per partire, vogliamo prendere un altro gelato? Io vorrei cioccolato, vaniglia, cocomero e menta.
 
- Hai i gusti orribili, è passata la paura?
 
- Te lo dirò dopo il 27. Puoi fare qualcosa per me?
 
- Cosa?
 
- Spargi la voce.
 
- Che c'è un matto in circolazione? (amici lettori, Walter Fest non vi ha detto quello che vuole fare, io credo che veramente stia sognando, mi raccomando, non svegliatelo).
 
- Allora i matti sono due perché tu stai con me.
 
- Eh già, ma io sono un fantasma, hai visto la luna piena? Ihihihih!
 
- Marioooo, dai, scherzavo, non te ne andare, non mi lasciare solo, ritorna dalla galassia ectoplasmatica. Tu sei un fantasma speciale, come farò senza di te?... E adesso il gelato chi lo paga? Vado a fare una colletta, ci rivediamo il 27 settembre, amici lettori del blog più stellare che ci sia, qualcuno di voi vuole seguirmi?
 Patrizia Poli, vorrai seguirmi? 
 
 
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Paquito Catanzaro, "L'aritmetica del noi"

18 Settembre 2021 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #sport

 

 

 

 

Paquito Catanzaro
L’aritmetica del noi
Homo Scrivens – Pag. 185 – Euro 15

www.homoscrivens.it

 

Paquito Catanzaro è uno scrittore che leggo volentieri, leggero ma non superficiale, affronta i grandi temi esistenziali con il sorriso sulle labbra conferendo ai suoi personaggi il tono scanzonato della commedia all’italiana. In questo romanzo ci porta nel mondo del calcio femminile, settore in sviluppo anche a Napoli dove esiste una squadra piuttosto seguita che annovera tra le sue fila piccole campionesse. Il personaggio di fantasia di Catanzaro si chiama Marta, è il centravanti cannoniere della Napoli Women (una via di mezzo tra Goldoni e Popadinova), in lotta con la Juventus per la conquista del tricolore, combattuta tra l’amore per il suo uomo (oltre a un figlio che proprio non vuole) e la passione per il calcio, in un momento cruciale della sua carriera. Il protagonista maschile è il giornalista Hugo Sanchez Bottino, che per colpa della passione del padre si trova a dover portare il nome del più grande attaccante messicano degli anni Ottanta anche se non ama il calcio. Il cronista si districa tra eventi culturali che vedono partecipazioni ridotte, scrive articoli sulle pagine letterarie dell’Eco di Napoli, segue scrittrici alle prime armi. Non vado oltre con la trama, ricca di colpi di scena, incentrata su una storia d’amore complessa e sui possibili scenari che si aprono dopo una lite furibonda, portata avanti con dialoghi intensi e credibili come se fosse una sceneggiatura cinematografica. Le parti calcistiche della storia sono scritte con competenza, così come le sequenze ambientate nel mondo della letteratura - due passioni dell’autore - e l’uso della prima persona aiuta a immedesimarsi nella voce narrante, percorrendo insieme al protagonista le sue vicissitudini. Tra i personaggi di contorno incontriamo Luis Vinicio, ‘o lione dell’area di rigore, grande centravanti dell’Inter di Herrera e ottimo allenatore degli anni Ottanta, che Catanzaro conosce bene per aver scritto la sua autobiografia. Un romanzo che si legge con rapidità, scritto con stile fluido e scorrevole, fuori dalle mode, originale e vero, ambientato in una realtà contemporanea mai artefatta. Homo Scrivens è un buon editore partenopeo che pubblica solo dieci libri all’anno di narrativa, scelti con cura e passione. Paquito Catanzaro - giornalista culturale come il suo personaggio, noto per il blog Il lettore medio - è uno degli autori di punta; di lui consigliamo Due di picche (2020) e Otto e un quarto (2019), oltre al calcisticamente irrinunciabile Il Leone di Belo Horizonte (2021). Cominciate da L’aritmetica del noi, intanto. Non ve ne pentirete.

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Matthew McConaughey, "Greenlights"

17 Settembre 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #personaggi da conoscere, #cinema

 

 

 

 

Non mi interessano particolarmente le autobiografie, tantomeno di gente bella, ricca, famosa che, immagino io, non avrà granché da dirmi. Se non mi avessero messo la pulce nell'orecchio con i principi dello Stoicismo che il buon Matthew segue e applica, non avrei mai immaginato di leggerlo. E invece adesso lo sto pure consigliando. Trentacinque anni di aneddoti, sfide, cadute, attese, riflessioni e introspezione incollate da diverse foto dell'epoca e parecchi "adesivi da paraurti" come li chiama lui, cioè quei motti, frasi che contengono verità e consigli utili a vivere. Una vita trascorsa in una famiglia di sani valori cristiani anche se tra padre e madre ogni tanto il salotto buono si trasformava in un ring e i rituali di crescita avvenivano con risse degne di un saloon (per me le scene più esilaranti) ma anche una vita da bravo ragazzo americano fatta di pochi agi e molta azione. La filosofia dell'attore è semplice: la vita è come una mappa cittadina, piena di semafori rossi a cui DEVI fermarti. Chiamala pandemia, disoccupazione, lutto in famiglia, tutti noi abbiamo vissuto momenti, più o meno lunghi, in cui il traffico si è bloccato. Ma tutti i semafori rossi hanno un pregio: prima o poi diventano verdi. E la transizione avviene col tempo, che però, come ci insegnano i fisici, non è una costante, per cui se quello dell'orologio tarda troppo, possiamo noi ribaltare la situazione prima scorgendo il lato buono, rendendo l'attesa attiva (un po' come quando ascolti una musica o rifai mentalmente la lista della spesa in attesa che scatti il colore del via), creandoci degli obiettivi. Tutto ma NON vittimizzarci, compiangerci (piangere sì però), rimpiangere. L'attesa costruttiva fa sì che sia il bersaglio a colpire noi. Per cui desiderare in maniera sincera, ma soprattutto viaggiare, seguire l'istinto e l'intuito, provare, fallire, capire quando ci si sta allontanando da ciò che si è. Cercare di restare fedeli a noi stessi il più possibile, accettare quando ce ne allontaniamo, perdonarci, girare la barra di quanto basta e riprendere la via. Tutto qui? Sì, un tutto che però non è per nulla facile, richiede dedizione, umiltà, coraggio come lo stesso autore sottolinea. Ciò che ne viene è una vita degna di essere vissuta e raccontata anche nelle sue parti più meschine e luride, un viaggio gratificante di amore per sé stessi.

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Festival del cinema di Venezia 78

13 Settembre 2021 , Scritto da Cinzia Diddi Con tag #cinzia diddi, #moda, #cinema

 

 

 

 

Look da favola indossati dalle star, abiti da sogno, gioielli importanti, accessori da regina per le celebrità che hanno calcato l’ambitissimo red carpet del Festival del Cinema di Venezia giunto alla sua settantottesima edizione.

Ma Chi ha vestito Chi? Spicca Cinzia Diddi tra gli stilisti! La stilista delle star, richiestissima. Chi indossa una sua creazione non solo esalta la propria bellezza ... ma ha la fortuna d'indossare un vero e proprio talismano.

Cinzia Diddi è una nota stilista fiorentina, si vocifera che i suoi abiti oltre ad essere belli siano anche dei portafortuna.

Arianna Bergamaschi è stata vestita dalla stilista dei vip sul grande tappeto rosso di Venezia.

Moltissimi i vip che si fanno curare l’immagine dalla stilista, questo le ha permesso di aggiudicarsi il titolo di "stilista delle star", oltre che di stilista che veste l’anima.

Per Arianna Bergamaschi, bellissima e bravissima, madrina dell’evento “Sorriso Diverso Venezia Award" - premio collaterale ufficiale a Venezia 78 assegnato alla Carrà per la sua carriera cinematografica - Cinzia Diddi ha proposto un lungo abito a sirena in paillettes verde smeraldo e oro rosa, un tessuto particolare, ideato in modo che brillasse alla luce. Molto prezioso, un solo dettaglio scenografico: dei fili di pietre dure verde smeraldo sulla spalla.

Il suo abito è entrato subito nella classifica dei più belli che hanno sfilato sul red carpet di Venezia.

Alla domanda quale sia il segreto per essere sempre ai primi posti nelle classifiche di gradimento, Cinzia Diddi risponde che servono: intuito, passione, attitudine, studio del personaggio, tecnica, amore per  lavoro. Questi sono gli ingredienti magici.

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Paolo Parrini, "Dentro tutte le cose c'è amore"

6 Settembre 2021 , Scritto da rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Il nuovo libro di Paolo Parrini Dentro tutte le cose c'è amore” (Puntoacapo Editrice, 2021) racchiude la materia della memoria, tanto cara all'autore, il continuo stato di provvisorietà e di tumulto interiore alimentato dal senso d'inafferrabile malinconia offuscata tra le righe e nell'ombra dei versi. I testi orientano e governano i luoghi e gli odori collegati ai ricordi, i correlativi oggettivi della natura, l'aspetto somatico dei sentimenti, ispirando l'universale miracolo dell'amore, la declinazione poetica di ogni più viva felicità lungo il cammino delle relazioni umane, nell'intimità degli incontri, nell'essenza delle invocazioni, nell'obbedienza nobile all'ascolto di parole coniugate alla saggezza. Il poeta difende il limite degli scenari spontanei, impressi nelle sue poesie, contempla la devozione alle emozioni mediando l'arte elegiaca con la generosa comprensione degli accadimenti della realtà, decantando la fiducia in un sorriso, ritrovando gli accordi inespressi dell'immaginario sognato e desiderato. L'alchimia degli elementi esistenziali rende unica e indissolubile ogni corrispondenza altruista, trasforma il significato spirituale del tempo, intreccia il mantenimento benevolo nei legami, dilatando il confine di ogni spazio esiliato, la considerazione della coscienza, l'infinita osservazione della reciprocità. La poesia di Paolo Parrini, innamorata dell'attesa, realizza sapientemente la sostanza di ogni piccola, grande previsione empatica, districando la cifra del dolore nella premessa del sentire, modellando l'architettura intimista di ogni distacco nel risveglio della quotidianità, nella gioia di “un filo d'erba” nel paesaggio, rispettato come elemento di riflessione e di consolazione. La perseveranza e la fedeltà al proprio cuore scolpiscono la materia dell'autore, imprimono il suo punto di vista, ricavano l'umanissimo significato delle preghiere pagane rivolte alla vita, confermano l'alleanza con le dinamiche sensibili, mutando la desolazione di ogni sofferenza in risveglio caritatevole. Il poeta è testimone dell'influenza rigeneratrice della propria anima, preserva l'integrità delle espressioni nello stile evoluto in equilibrio con l'esigenza di un indirizzo purificatore, nella vocazione di una identificazione e di un confronto ricambiato con il lettore, dedicando alla purezza di ogni risorsa percettiva l'attraversamento di ogni avversità mediante l'amore. L'amore quindi come esortazione alla cura e all'evoluzione di sé, dono di attenzione profonda al proprio esistere, dialogo nelle azioni e dolcezza nei gesti, voce e silenzio. L'altruismo poetico di Paolo Parrini rafforza l'entusiasmo e la gratitudine, salvaguarda lo svolgersi coraggioso delle separazioni, ripara le offese, accresce la limpidezza della linfa vitale, genera l'identità delle proprie intuizioni. “Dentro tutte le cose c'è amore” è un benefico sortilegio d'amore, avvolge l'universo biografico in un'aura protettiva, disegna la prospettiva struggente della commozione, adattata nella resilienza dei conflitti, adegua la dimensione intima di ogni piccola morte alla rinascita di ogni inclinazione nostalgica, superando il vuoto delle solitudini, nel vero significato della speranza, nelle parole di Pablo Neruda: "Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno.”

 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

 

 

Non so se fu una corda

o tutte le morti che avevi già vissuto.

Forse morire è cosa leggera

quando si spegne il sole

in un sorriso stanco.

Ma certo resta dentro

un brivido tremendo,

un foglio di giornale portato via dal vento.

 

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La goccia

Scivolo dal cielo alla terra,

nata in un'immensa nube,

brividi nella caduta,

su questa terra dolorosa

e fragile muore il mio tempo breve.

 

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Frammenti siamo

d'uno stesso dolore,

la felicità ci appare a tratti.

Lampeggia.

Come un faro nel buio.

 

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In questa mattina

che si lamenta il cielo

e la pioggia ferisce il viso,

c'è un'armonia che splende

in quelle vecchie mani.

L'amore inciso

sulla polvere degli anni.

 

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Pietre su pietre

si sommano i giorni,

si sfrangiano ruote

sulla strada in salita.

Dov'era la notte

il buio si squarcia

in atomi di stelle.

 

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Su una piazza sconosciuta

hai scolpito cicatrici nuove

ora ti guardi indietro

per scoprire nei volti

un sorriso solo tuo.

 

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È quando il respiro si fa fondo

che il mondo tace e s'attarda

ad ascoltare da finestre

il limitare scosceso di parole

smesse, smania e alba.

E mi addolcisco anch'io.

 

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In una stanza a raccontare

l'amore che non torna,

tra i fumi della nebbia

e il rosso del vino

d'un dolore da curare.

 

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Sopra la mia strada

sei il sasso che rimbalza,

la provincia allegra, il ritorno

dal bosco alla sera. Altri

saranno i carnevali del tuo cuore

che il cielo chiude, in una morsa stretta.

 

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