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Paolo Parrini, "Un uomo tra gli uomini"

7 Aprile 2021 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Un uomo tra gli uomini di Paolo Parrini (Giuliano Ladolfi Editore, 2020) è una raccolta poetica incisiva, diffusa dalla breve e sintetica unità dei versi all’esteso respiro delle parole, concentrate nella distensione introspettiva, intorno al sentimento del tempo, nella solitudine di ogni solco dell’anima e nella contemplazione delle occasioni, rapide e profonde ispirazioni. Il poeta è spettatore dell’essenza e della realtà, trascrive visivamente la fugacità intima della speranza e la provvisorietà dei momenti esistenziali. L’analisi profonda dei testi ricambia la convincente considerazione delle reazioni sentimentali, traduce l’immediatezza dei contenuti con la suggestione di un linguaggio motivato, conciso e veloce, delega alla limpidezza delle sensazioni la più autentica esecuzione. La poesia pronuncia l’espressione lucida e disincantata della tenerezza, rivela l’immagine impressionista delle emozioni, ricompone il dissolvimento della malinconia, consola la lacerazione del cuore, rimarginando le ferite nei frammenti di una preghiera pagana. L’autore rende elegiaco il riscatto salvando la riflessione sulla misura complessa e umana delle età, insegna alle inquietudini dello spirito la lezione comprensiva dell’uomo condividendone la disponibilità nella sicurezza dei ricordi, trattenendo lo sgomento degli abbandoni, attardando la benevolenza nella piega della nostalgia. I testi svolgono il loro significato nella trasformazione della sensibilità, liberando la verità originaria dall’inafferrabilità della finitezza esistenziale, diventando il luogo effettivo dell’identità e dell’acuta percezione intuitiva. Paolo Parrini è uomo tra gli uomini, perché espone il principio dell’amore alla solidarietà emotiva delle sue poesie, facendo coincidere il carattere indispensabile degli affetti all’esperienza dell’impegno interiore. La condizione ermeneutica della poesia di Paolo Parrini decifra il nudo spazio dell’abisso, la dimensione del vuoto e il suo possibile annullamento, la simmetria delle contraddizioni umane, difendendo la solidità e la permanenza dell’eterno ritorno nella successione infinita delle rivelazioni. Lo smarrimento emotivo disperde la dimenticanza e la rimozione di ogni vincolo elusivo, il paesaggio scenico della memoria consuma il confine della saggezza, l’orizzonte della pietà. La voce poetica dell’autore spezza la malinconia del silenzio e supera lo scioglimento della sofferenza dissolvendo l’ambiguità delle colpe e la trasparenza dell’innocenza. Il poeta, unito al destino degli uomini, ricompone la frattura e risolve il dissidio dell’assenza. La natura sostanziale di ogni tensione influenza la magia evocativa tra infanzia ed età adulta in ogni incanto compiuto sulla traccia delle presenze lontane e irraggiungibili. I versi accolgono il segno dell’attimo, l’intuizione proiettata nel carattere estetico del tempo. Dispiegano una poesia pura, di stati d’animo, concedendo la delicata empatia della compassione e avvertendo la volontà di lenire il dolore altrui con commossa gentilezza. 

 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

 

 

Non esiste null’altro che amore,

l’orma dei passi accanto ai tuoi.

 

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Di quel che bramavo

è rimasta una pozza d’acqua

che il tempo imbruna

che fa scura la sete.

 

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Questo sole

pare l’ultima frontiera

tu senti scivolare i giorni

e già si fanno d’ombra

i tuoi sorrisi.

 

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In quest’alba che benedice gli occhi

tu osservi da finestre chiuse,

tu indaghi i tetti.

Le tende oscillano,

bisbigliano dei morti le voci.

 

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Tutti gli anni che fosti addormentato

presentano il conto.

Sono strappi laceranti,

ogni ferita un grido sospeso.

Tra la terra e il cielo.

 

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Solca il viso ogni ora

si fa ruga nuova.

Ogni ruga ha il tuo nome,

ha il tuo nome ogni ora.

 

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Il tuo dolore

è questa notte che non passa.

Il ticchettio dell’orologio

che rimbomba

dentro al petto.

 

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La voce che cercavi

l’hai smarrita ieri.

La risposta sta dentro le mani

nelle tue pieghe infinite

estrema tenerezza e macchie

comparse improvvise.

A ricordarti il tempo.

 

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Ci troveremo un giorno

sotto la stessa nube

a dividerci quel che la polvere

non ha saputo sciogliere.

 

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E quando la porta

chiude fuori il mondo

resto solo.

E vedo il grigio dei tuoi occhi

e mento, pensandoti verde

a correre su un verde campo,

nel vento.

 

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Solo il mare ti restituisce la pace

delle parole

il respiro lento

dentro una eternità.

Non il verde forte

della foglia che freme

non la neve candida che sfianca.

Solo il mare

e l’azzurro e l’onda.

Ove mi perdo

senza perdermi mai.

 

 

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La scuola

6 Aprile 2021 , Scritto da Paula Martins Con tag #paula martins, #racconto

 

 

 

 

Nella mia scuola in Mozambico eravamo solo donne. C'erano pochissime scuole miste nella mia città, eppure vivevo nella capitale – Maputo oggi, Lourenço Marques allora -. Erano tempi rigidi, quanto ai comportamenti adatti alle ragazzine. Ma non era così tanto difficile conoscere ragazzi, evidentemente. Molte delle mie amiche avevano fratelli, perfino i miei genitori avevano ospiti ogni tanto, i cui figli maschi erano della mia stessa età. E, soprattutto, conoscevo ragazzi nel mio liceo.

Però, il liceo non era pensato perché i due sessi si conoscessero. Era invece costituito da due parti rigidamente separate, una maschile e l'altra femminile. Tanto rigidamente che è bastato un nulla per fa saltare in aria la separazione!

Nel mio primo anno in quel liceo eravamo molto più donne che uomini. Così, la scuola è dovuta adattarsi: l'intero primo anno (il mio) è stato trasferito a un complesso di stanze cedute dalla zona maschile del liceo. E come noi dovevamo per forza circolare, dovevamo anche per forza mescolarci.

Tanti saluti alla rigidità.

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Game of Thrones, la serie

4 Aprile 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantasy, #televisione

Game of Thrones, la serie

 

Ho letto e recensito qui il primo libro della serie Le cronache del ghiaccio e del fuoco, scritto magistralmente da George R. R. Martin, - ispirato a La guerra delle due rose e a Ivanhoe - e ora, dopo molti anni, mi sono vista otto stagioni della serie televisiva Game of Thrones. Una puntata dopo l’altra, senza potermi staccare.

Una serie fantasy bellissima, realizzata splendidamente, che diventa più spettacolare a ogni puntata, in un crescendo di battaglie e azione, con personaggi indimenticabili e attori fantastici. Niente è lasciato al caso, tutti i tempi narrativi sono giusti e ogni scena è perfetta nei particolari. Forse, se ha una pecca, è quella di divenire, episodio dopo episodio, prevedibile nella sua tragicità.

Una storia dannata, cupa come le immagini quasi sempre notturne, dove non esistono redenzione o speranza. Uno studio sulla cattiveria, sul tradimento e sulla morte. Non c’è mai un bene che trionfi, non c’è un male che non si debba confrontare con un male peggiore, al punto che non si sa neppure più per chi parteggiare. E spesso il bene viene ricompensato con la morte, con un’ingiustizia.

La crudeltà senza limiti di certi personaggi ci porta a desiderare per loro sofferenze, che si verificano poi puntualmente, a opera di qualcuno ancora più crudele di loro. Siamo dalla parte di Theon Greyjoy quando il suo tormentatore Ramsay Snow lo mutila e plagia, e quando Cersei Lannister viene umiliata pubblicamente dall’Alto Passero, desideriamo vendetta per lei. Salvo poi tornare a odiarla negli episodi successivi.

I personaggi non sono solo a tutto tondo, sono proprio reali, “esistono”, quanto esistono quelli di J. K. Rowling, hanno una sottigliezza psicologica incredibile. Ci sono i buoni, pochi, i cattivi, molti, e i cattivissimi, alcuni. I cattivi, come Cersei, come Jamie Lannister, come Theon Greyjoy, hanno una parte ancora sana. In Theon è il pentimento per il male compiuto, in Cersei l’amore materno, in Jamie Lannister l’emergere di un nucleo di bontà occultato.

Essenzialmente, Game of Thrones è uno studio sulla morte. In ogni scena muore qualcuno di morte violenta. Non c’è scorcio che non presenti un lutto, un funerale, o il dolore di un distacco. In particolare il personaggio di Arya Stark è legato all’idea della morte. Da bambina innocente e perseguitata si trasforma in assassina. Imparerà a lavare i cadaveri, vivrà in una casa della morte, la casa del Bianco e del Nero, eliminerà da sé ogni residuo di coscienza, in modo da poter uccidere in modo asettico, come fa la morte stessa, l’unico vero Dio, come afferma Jaqen H’ghar. La morte non è cattiva né buona, Arya dovrà imparare ad ammazzare senza provare emozioni, dimenticando chi era, diventando “nessuno”. Ma non ci riuscirà, la sua identità, l’amore per la patria e la famiglia torneranno a emergere. E sarà proprio la sua confidenza con la morte a far di lei l’eroina capace di distruggere il capo dei non morti. Come dicevo, niente è lasciato al caso, niente nella struttura della trama è puro accumulo, ma tutto trova una sua funzione un significato. Arya conosce la morte per combatterla. Daenerys impara dai Dothraki la sua barbara e implacabile giustizia.

Tyrion Lannister, interpretato dal bravissimo – e pure bello – Peter Dinklage, attore affetto da nanismo, da bevitore e puttaniere si trasforma in uomo coraggioso e saggio. Sansa Stark, da viziata aspirante regina diventa quella che ne ha passate più di tutti e che ha incontrato solo folli e sadici sul suo cammino. Anche lei crescerà, imparerà a difendersi, maturerà proprio per questo.

E poi c’è lei, Daenerys Targaryen, madre dei draghi. Col suo fisico esile, i lunghi capelli d’argento, è bella, audace e sempre più forte, sempre più grande di episodio in episodio. Straordinarie tutte le scene che la riguardano: quando esce dalla pira del marito recando in braccio i tre draghi appena nati, quando fugge dall’arena insanguinata volando sulla groppa del maestoso e temibile Drogon.

Nessuno dei personaggi rimane lo stesso. Il male compiuto, inflitto o subito, lo fa diventare quello che è. Come dice Brandon Stark, il corvo con tre occhi: “tu sei dove dovevi essere”. Ciò che accade serve a farci arrivare dove siamo, a compiere il nostro destino. Samwell Tarly, grasso e goffo, scopre la dignità, Sansa Stark impara la furbizia.

L’amore non è il sentimento più importante, è solo uno dei tanti. “L’amore è la morte del dovere” dice Jon.  L’unico grande amore è quello incestuoso, tormentato e maledetto fra i due gemelli reali, Cersei e Jamie. Sono due parti della stessa persona, la luce e il buio, il male e il tentativo di bene. Jamie, alla fine, tornerà da lei, non può lasciarla morire da sola, dove lei è, anche lui deve essere. Molto più importanti dell’amore sono l’onore, l’amicizia, la lealtà, il senso della famiglia. Ma anche l’odio, il desiderio di vendetta.

Qualcuno ha obiettato che le ultime due serie perdono originalità e diventano mainstream. Sarà anche così, ma sono quelle che ho goduto di più, che più mi hanno commosso e coinvolto emotivamente in un crescendo di pathos. Che dire della “battaglia dei bastardi”, la più bella scena di guerra che abbia mai visto, nella sua estrema crudezza? Da una parte Jon Snow, figlio illegittimo di Ned Stark, comandante dei guardiani della notte, epitome del coraggio, dell’onore, della lealtà. Dall’altra Ramsey Snow, con lo stesso cognome da bastardo, quintessenza del male, moralmente repellente. Solo alla fine della serie si scoprirà che Jon non è un bastardo ma l’unico vero legittimo erede al trono di spade.

Il finale, come quello de Il signore degli anelli, non è un lieto fine – e come potrebbe esserlo dopo tanto dolore? - È piuttosto una eucatastrofe, una svolta positiva ma malinconica, triste, amara. Ho pianto, quando il drago Drogon ha afferrato la salma di Daenerys fra gli artigli ed è volato via con lei, con sua madre, la madre dei draghi, uccisa dall’uomo che amava, uccisa dal più coraggioso, buono, compassionevole degli eroi, Jon Snow. Daenerys muore vittima della sua follia, di un distorto sogno di giustizia che la trasforma in pazza sanguinaria.

Sbaglia chi parla di lieto fine. Il lieto fine sarebbe l’ascesa al trono di Spade di Jon, alias Aegon Targaryen, unico legittimo erede; il lieto fine sarebbe il suo matrimonio con Daenerys. Ma non è così, il drago, creatura intelligente e imparziale, distrugge il trono di spade, simbolo delle lotte per il potere, prima di volare via. Il regno passa a Brandon Stark, il menomato, il ragazzo paralitico e visionario. Non c’è vera giustizia, non c’è lieto fine, solo un ritorno allo status quo, una temporanea pacificazione, esattamente come in Tolkien.

E ora, dopo otto impareggiabili stagioni, mi sento orfana.  

 

 

 

 

 

 

 

I read and reviewed here the first book of the A Song of Ice and Fire series, masterfully written by George RR Martin, - inspired by The War of the Roses and Ivanhoe - and now, after many years, I have seen eight seasons of the series Game of Thrones. One episode after another, without being able to detach myself.

A beautiful, beautifully crafted fantasy series, that gets more spectacular with each episode, in a crescendo of battles and action, with unforgettable characters and fantastic actors. Nothing is left to chance, all narrative times are right and each scene is perfect in detail. Perhaps, if it has a flaw, it is that of becoming, episode after episode, predictable in its tragic nature.

A damned story, dark like the images almost always nocturnal, where there is no redemption or hope. A study on wickedness, betrayal and death. There is never a good that triumphs, there is no evil that should not be confronted with a worse evil, to the point that you no longer even know who to side with. And often the good is rewarded with death, with injustice.

The limitless cruelty of certain characters leads us to desire sufferings for them, which then occur punctually, by someone even more cruel than them. We are on Theon Greyjoy's side when his tormentor Ramsay Snow mutilates and plagiarizes him, and when Cersei Lannister is publicly humiliated by the High Sparrow, we want revenge for her. Except then return to hate her in subsequent episodes.

The characters are not only well-rounded, they are really real, they "exist", as much as those of J. K. Rowling exist, they have an incredible psychological subtlety. There are the good, a few, the bad, many, and the very bad, some. The bad guys, like Cersei, like Jamie Lannister, like Theon Greyjoy, still have a healthy side. In Theon it is repentance for the evil done, in Cersei the maternal love, in Jamie Lannister the emergence of a hidden core of goodness.

Essentially, Game of Thrones is a death study. In each scene someone dies a violent death. There is no glimpse that does not present a mourning, a funeral, or the pain of separation. In particular, the character of Arya Stark is linked to the idea of ​​death. From an innocent and persecuted child she turns into a murderer. She will learn to wash corpses, she will live in a house of death, the house of Black and White,s he will eliminate from herself every residue of conscience, so as to be able to aseptically kill, as does death itself, the only true God, as Jaqen H'ghar states. Death is neither bad nor good, Arya will have to learn to kill without feeling emotions, forgetting who she was, becoming “nobody”. But she will not succeed, her identity, her love for the homeland and the family will emerge again. And it will be her confidence in death that will make her the heroine capable of destroying the leader of the undead. As I said, nothing is left to chance, nothing in the structure of the plot is pure accumulation, but everything has its own function and meaning. Arya knows death to fight it. Daenerys learns from the Dothrakis about her barbaric and relentless justice.

Tyrion Lannister, played by the very good - and also handsome - Peter Dinklage, actor suffering from dwarfism, from a drinker and a manwhore turns into a brave and wise man. Sansa Stark, from a spoiled aspiring queen becomes the one who has been through the most and who has only met madmen and sadists on her path. She too will grow up, she will learn to defend herself, she will mature precisely for this.

And then there is her, Daenerys Targaryen, mother of dragons. With her slim physique, her long silver hair, she is beautiful, bold and stronger and stronger, bigger and bigger from episode to episode. All the scenes that concern her are extraordinary: when she comes out of her husband's pyre carrying the three newborn dragons in her arms, when she escapes from the bloody arena flying on the back of the majestic and fearsome Drogon.

None of the characters remain the same. The evil done, inflicted or suffered, makes him what he is. As Brandon Stark, the three-eyed crow says, "you are where you were meant to be." What happens is to get us where we are, to fulfill our destiny. Samwell Tarly, fat and clumsy, discovers dignity, Sansa Stark learns cunning.

 

Love is not the most important feeling, it is just one of many. "Love is the death of duty" says Jon. The only great love is the incestuous, tormented and cursed love between the two royal twins, Cersei and Jamie. They are two parts of the same person, light and dark, evil and the attempt at good. Jamie will eventually come back to her, he can't let her die alone, where she i, he must be too. Much more important than love are honor, friendship, loyalty, a sense of family. But also hatred, the desire for revenge.

Someone stated that the last two series lose originality and become mainstream. It may be so, but they are the ones I have liked more, which moved me the most and emotionally involved in a crescendo of pathos. What about the "battle of the bastards", the most beautiful war scene I've ever seen, in its extreme rawness? On the one hand, Jon Snow, illegitimate son of Ned Stark, commander of the Night's Watch, epitome of courage, honor, loyalty. On the other hand, Ramsey Snow, with the same bastard surname, the quintessence of evil, morally repellent. Only at the end of the series will it be discovered that Jon is not a bastard but the only true legitimate heir to the Iron Throne.

The ending, like the one in The Lord of the Rings, isn't a happy ending - and how could it be after so much pain? - It is rather a Eucharist, a positive but melancholy, sad, bitter turn. I cried, when the dragon Drogon grabbed Daenerys's body in its claws and flew away with her, with her mother, the mother of dragons, slain by the man she loved, slain by the bravest, best, most compassionate of heroes, Jon Snow. Daenerys dies a victim of her madness, of a distorted dream of justice that turns her into a bloody madwoman.

Those who talk about a happy ending are wrong. The happy ending would be the accession to the Iron Throne of Jon, aka Aegon Targaryen, the only legitimate heir; the happy ending would be his marriage to Daenerys. But this is not the case, the dragon, an intelligent and impartial creature, destroys the Iron Throne, symbol of the struggle for power, before flying away. The kingdom passes to Brandon Stark, the maimed, the paralyzed and visionary boy. There is no true justice, there is no happy ending, only a return to the status quo, a temporary pacification, just like in Tolkien.

And now, after eight matchless seasons, I feel like an orphan.

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Giulia Blasi, "Manuale per ragazze rivoluzionarie"

2 Aprile 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Manuale per ragazze rivoluzionarie

Giulia Blasi

 

Rizzoli

2020

 

 

"No, guarda, per favore, anche basta col femminismo" e "NON MI PARLARE DELLE FEMMINISTE, LE ODIO" e "Ma davvero c'è ancora bisogno di scrivere roba simile?". Questi sono i commenti di 3 donne a cui ho provato a suggerire la lettura/ascolto di questo libro. Provato, perché nemmeno mi hanno lasciato finire. Il femminismo è morto, ridicolo, inutile e fascista. E proprio a chi la pensa così questo libro è dedicato. Giulia Blasi, scrittrice e interprete su Storytel del suo saggio, spiega esattamente come e perché nasce il femminismo, cosa è diventato, perché è tanto osteggiato dalle stesse donne, cosa è il femminismo da giardino, dove sta sbagliando. E fin qui si potrebbe pure accusarla di scrivere sue opinioni personali con cui abbiamo tutto il diritto di non essere d'accordo. Ma fa di più. Ci tira fuori dalla caverna, una delle tante in cui siamo belli comodi sdraiati, e ci mostra come ciò che sappiamo o pensiamo di sapere sia solo un teatrino di ombre, frutto di un marketing preciso e spietato che ha come unico scopo quello di farci fessi e contenti. Lo stesso che ci manipola facendoci beare del fine settimana in cui andremo a fare una gita fuoriporta e distogliendoci dal fatto che come somari abbiamo sprecato 40 ore delle nostre vite davanti a un PC a memorizzare protocolli. I giorni sono tutti uguali, è il valore che il capitalismo dà loro per la sua sopravvivenza che cambia. Le persone sono tutte uguali ma il patriarcato ha tutto l'interesse ha discriminare donne e minoranze di ogni sorta per proliferare meglio. Il saggio insegna a diventare più consapevoli, aiutare chi non lo è, come gestire gli attacchi sul web, la sessualità, come sono nati certo fenomeni al di là di certa propaganda che li ha sviliti. Ma soprattutto fa il punto su un Paese rimasto agli anni '50, dove gli uomini sono ancora più vittime di certa mentalità in quanto, a differenza delle donne che si sono evolute, non capiscono più il mondo che sta loro attorno. In un momento storico cruciale come questo, capire che la rivoluzione di una delle tante masse emarginate dal sistema è uno dei grimaldelli per scardinarlo, è fondamentale. Almeno prima di esprimere un'opinione su un movimento che non conoscete (perché non lo conoscevo manco io prima di leggere il libro) leggetelo. Poi se ne riparla.

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Matt Haig, "La biblioteca di mezzanotte"

31 Marzo 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

La biblioteca di mezzanotte
Matt Haig
2020
 
A molti questo libro parrà scontato e superficiale, altri lo definiranno fantastico e illuminante. Sono vere entrambe le opinioni, la differenza la fa chi lo legge. Chi ha alle spalle qualche riflessione sulla vita e le opportunità non ci troverà nulla se non le conferme a ciò che già aveva intuito. Vittimisti, sconsolati, dediti al rimpianto cronico scopriranno che wow, mica l'avevano mai vista così la faccenda. La storiella non è nulla di che, più o meno il film di Capra La vita è meravigliosa (o se vogliamo buttarla sul colto, pure Dante 700 anni fa si fece accompagnare per un tour pre-mortem da una guida di fiducia) condita da un briciolo di fisica quantistica. 
Nora dopo una giornata in cui tutto va storto (e a chi non è capitato?), dall'amica che non risponde al Whatsapp alla certezza di avere sprecato tutti i suoi talenti nella vita, decide di lasciare il mondo terreno. Nel limbo che la separa dalla morte vera e propria si imbatte in una biblioteca che contiene tutte le sue possibili vite causate da tutte le possibili scelte diverse che avrebbe potuto fare. Inizia quindi a sperimentare centinaia di vite possibili. Quale sceglierà? Ora, prima di elencare quali sono i messaggi degni di nota del romanzo, vorrei solo avvisare l'incauto lettore che sì, tutto molto bello e poetico e zen, però non è che tutto nella vita si condisce con queste colate di pensiero positivo. Insomma, shit happens e io aggiungo sometimes it lasts, e non solo non c'è nulla di male ma è meglio farci i conti. Per cui l'ultimo capitolo leggetelo con una sana dose di cinismo. Ora veniamo ai messaggi da tenere a mente:
1) Mai essere precipitosi nel giudizio. Una giornata di M capitò pure a Matt Haig che infatti arrivò sull'orlo di una scogliera e del suicidio e che probabilmente si ispira a questo fatto personale nel romanzo. Andiamo a dormire e il giorno dopo scopriremo anche un sacco di cose belle.
2) Valutiamoci. Facciamo un mucchio di cose belle per chi ci circonda, spesso non ce lo dicono o ce lo dicono in modo goffo o sbagliato ma è così. Senza di noi qualcosa va peggio sicuro, fidatevi.
3) Ringraziamo chi ci fa stare bene così impedivano agli altri di inciampare nel punto 2
4) La Vita la maggior parte delle volte va vissuta e non capita. Ovvero ammazzarsi di domande soprattutto che non avranno risposta (perché il tipo a cui piacevo mi ha rifiutato? Perché il collega astioso mi ha poi fatto complimenti bellissimi? Ho ferito mai qualcuno?) fa sì che il mondo proceda sereno senza di noi che stiamo lì al palo con espressione ebete. Hai voglia poi che ti perdi le occasioni.
5) Le cose vanno vissute sennò non possiamo sapere se davvero sono buone o cattive per noi. Se sono cattive averle vissute ci insegnerà un mucchio di roba. Prezzo alto ma soddisfazione garantita.
Termino con uno stralcio del libro: "Forse però è così che sono fatte le vite di ognuno. Forse persino quelle all'apparenza così perfette nella loro intensità, o degne di essere vissute, alla fine hanno lo stesso sapore. Acri di disillusione e monotonia e ferite e rivalità, intervallati da sprazzi di meraviglia e bellezza. Forse era questo l'unico significato che aveva davvero importanza. Essere il mondo, testimone di sé stesso".
Buona vita, insomma.
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Le Tellier, "L'anomalia"

30 Marzo 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #fantascienza

 

 

 
 
 
L'anomalia
Hervé Le Tellier
2020
 
 
"Sì proprio così. Posso ricordarle la frase di Nietzsche? 'Le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria'. In questo momento, l'intero pianeta si trova di fronte ad una verità inedita, che rimette in discussione tutte le nostre illusioni. È un segno che ci è stato inviato, indubitabilmente. Ma, pensare richiede tempo, ahimè. L'ironia sta nel fatto che essere virtuali implica forse maggiori doveri nei confronti del nostro prossimo, del nostro pianeta. Soprattutto collettivamente.
- E perché mai?-
- Perché - ed è stato già detto da un matematico - questo test non è destinato a noi in quanto individui. Questa simulazione pensa in termini di vastità oceaniche, se ne infischia del movimento di ogni singola molecola d'acqua. È dunque dalla specie umana nella sua interezza che la simulazione si aspetta una reazione. Non ci sarà nessun salvatore supremo. Dovremo salvarci da soli".
 
Leggere ora questo romanzo scritto ben prima del 2020 e che si incasella con difficoltà (fantascienza? Ucronia?) fa veramente uno strano effetto. Nel romanzo di Le Tellier, che si manda giù che è una delizia, accade l'impossibile, che è poi quanto scritto in sinossi. Un intero aereo con il suo contenuto umano viene misteriosamente "duplicato" durante una turbolenza. Ci si ritrova quindi con 243 esseri umani con medesimo DNA ma anche ricordi di quelli del medesimo aereo atterrato 3 mesi prima al JFK. A parte le ovvie difficoltà di gestire la situazione da un punto di vista sociale, psicologico, economico e militare,  diventa urgente capire come il fatto possa essere accaduto e chi ne sia il responsabile. E per trovare una spiegazione occorre scomodare Nick Bostrom, filosofo reale, e la sua disturbante teoria. Le problematiche per inserire i "doppioni" sul pianeta si sciolgono a poco a poco e tutti i rivoli costituiti dai 7 personaggi che il romanziere ha deciso di seguire confluiscono in un rassicurante lieto fine ma nessuno ha risposto alla domanda fondamentale: se i "cigni neri" sono come degli enormi quiz inviati alla specie umana per testare le loro risposte, dalla nostra risposta dipende o la nostra evoluzione verso uno stadio evolutivo più alto o il crash del sistema essere umano. E come la filosofia insegna, bisogna sempre affrontare i problemi, mai evitarli. Perché a ignorarli può succedere un problema di impaginazione delle ultime righe.
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La signora e la strega

29 Marzo 2021 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere

La signora e la strega
 
In conclusione, tutte queste cose provengono dalla concupiscenza carnale che in loro è insaziabile […] non c’è da stupirsi se tra coloro che sono infetti dall’eresia delle streghe ci sono più donne che uomini […] E sia benedetto l’Altissimo che finora ha preservato il sesso maschile da un così grande flagello!”
(Malleus maleficarum, I parte, questione VI)
 
Seduta al bar in piazza San Domenico, guardo con distacco le persone che camminano davanti alle tombe dei glossatori o alla colonna medievale di Guido Reni e penso che forse non tutti sanno che un giorno del 1498 in questa stessa piazza fu bruciata sul rogo Gentile Budrioli, anche detta la “strega enormissima” proprio per la sua vasta cultura. Bologna fu teatro di storie poco conosciute, una città, anzi un paesone, che ti accoglie con il suo buon odore di manicaretti artigianali e con un immenso tesoro artistico non sempre manifesto a una prima occhiata, ma che merita di essere scoperto. Fermarsi un attimo in ascolto su questa piazza, dunque, è un po' prestare attenzione a ciò che la città ha da raccontare. Passeggiando sotto le due torri, lungo i portici, in un centro così immutato, si può rivivere un'epoca, si può sentire rimbombare sotto le volte il ticchettio dei tacchi o il fruscio dello strascico dei lunghi abiti di due donne che diventarono amiche, pur se diverse, legate dalla passione per l'esoterismo e l'indipendenza: Ginevra Sforza e Gentile Budrioli.
La prima, fu moglie di Sante Bentivoglio, molto più anziano di lei e poi, alla morte di questi, del cugino Giovanni II. Una moglie per due signori di Bologna, assolutamente poco ben vista in città e dalla Chiesa. Figlia illegittima di Alessandro, signore di Pesaro, la bella Ginevra era la tipica donna del tempo, ricca, viziata e coinvolta dalle, sempre poco chiare, trame di potere. Con Giovanni ebbe un rapporto molto intenso di complicità assoluta, gli diede sedici figli, alcuni dei quali però morirono in tenera età. Dal temperamento forte e insolito, capace di trattare con il giusto distacco anche le questioni più difficili, divenne consigliera fidata del marito negli affari politici e di famiglia. Ginevra era però anche curiosa, aperta e attratta da esoterismo, alchimia e altre pratiche ritenute poco adatte a una signora par suo e che, dunque, teneva gelosamente segrete per non incorrere nelle ritorsioni dell'Inquisizione. Va detto che Bologna non ha mai troppo amato questa donna, considerata vanitosa quando non viziosa, si vociferava di una relazione amorosa con Giovanni già prima delle sue seconde nozze. Era ritenuta un'ambiziosa arrivista che, con troppa disinvoltura, ostentava lusso e bellezza. Tant'è che il giorno del suo primo matrimonio con Sante Bentivoglio, il vescovo sbarrò la porta di San Petronio per impedirle di entrare con abiti giudicati troppo sfarzosi, e costringendola a ripiegare su un'altra chiesa per la celebrazione delle nozze.
E Gentile Budrioli chi era? Una ragazza molto bella oltre che intelligente. Con lunghi capelli castani, lo sguardo mite e sincero. Una donna buona, ma con la pretesa di potersi esprimere liberamente, di fare ciò per cui si sentiva ispirata, senza nessun veto. Oltre che moglie e madre, era molto colta e, nel tempo, era diventata astrologa, erborista e guaritrice. Era di certo una mente brillante, ma anche spontanea al punto da esporre al marito le sue aspirazioni, sperando almeno nella sua di comprensione. Apro una parentesi, Gentile era ricca di famiglia, il marito, il notaio Alessandro Cimieri, aveva beneficiato della sua dote, di ben 500 ducati, per farsi strada fra i notabili della città, ma questi mal sopportava le qualità della moglie e le viveva come un affronto personale, tanto da diventare, in seguito, uno dei suoi principali accusatori. Gentile intendeva, a ogni costo, approfondire i suoi studi, quindi anche contro il volere del suo sposo, decise di frequentare, nel convento dei Francescani, l'amico Frate Silvestro, per apprendere da lui ogni segreto sull'arte e l'uso delle erbe officinali. I Francescani erano da sempre custodi del segreto di curare con le erbe e Gentile, attenta e appassionata, imparò, ben presto e bene, come guarire le persone. Inoltre, prima che le fosse impedito definitivamente dal marito, per un periodo, aveva frequentato presso l'Università di Bologna, le lezioni di Astrologia del professore Scipione Manfredi. Per farla breve questa donna dimostrò ben presto la sua vera natura, la volontà di precorrere i tempi, disposta a esporsi e a rischiare per raggiungere le mete prefissate. I suoi comportamenti furono giudicati inappropriati: intollerabili per l'ignoranza dilagante della ricca borghesia, disdicevoli per la Chiesa che metteva ogni impegno nel sopraffare, reprimere e tenere il popolo (le donne soprattutto) in condizioni di ignoranza e inferiorità; doti quelle di Gentile che furono disapprovate da tutti, non ultimo, dalle sue stesse coetanee, figlie di buona famiglia come lei che, al contrario, aspettavano solo di fare il matrimonio giusto. Diventata esperta iniziò, anche fuori dal convento, a mettere le sue capacità a disposizione di tutti, la gente la considerava una guaritrice migliore dei medici e in molti si rivolgevano a lei. Era capace di curare dolori fisici, ma poiché, come detto in precedenza, era una donna di grande empatia e sensibilità, riusciva a dare sollievo anche alle pene interiori di chi le si avvicinava. Fu così che la sua fama di curatrice di corpo e anima si diffuse a Bologna di strada in strada, di vicolo in vicolo, di bocca in bocca fino a giungere all'orecchio di Ginevra Sforza. La sua decantata perizia ne aveva attirato dapprima la curiosità, ma furono le sue doti umane a instaurare le basi di un'amicizia sincera. La signora di Bologna volle Gentile come dama di compagnia che accettò di buon grado, le due donne trascorrevano pomeriggi a passeggiare per il centro e a chiacchierare, scoprendo ogni giorno affinità di uguali passioni e interessi. Gentile e Ginevra, le cui storie così diverse, si erano intrecciate. Il loro incontro aveva cambiato la vita di entrambe: una riuscì ad apprendere nozioni in materie che da sempre l'avevano affascinata, l'altra era entrata a far parte dell'entourage dei Signori della città.
Ginevra aveva provveduto alla sistemazione in convento per due delle figlie di Gentile, mentre uno dei suoi quattro figli maschi divenne notaio a corte. La signora, sempre più conquistata dalle capacità dell'amica, le affidò alcuni parenti ammalati: in particolare, le chiese aiuto per la figlia Laura, sposata con il marchese Giovanni Gonzaga, e Laura, grazie alle sue cure, guarì. Tuttavia, fra i nobili cortigiani bolognesi, si cominciò a guardare Gentile con sospetto, di anno in anno sempre più potente, e a vociferare che con le stesse erbe con cui riusciva a sanare le persone, le facesse anche morire, o peggio ancora, creasse loro dei problemi per poi prendersi il merito di averle curate. Intorno a loro, molti cominciarono a malignare e a intravedere, nello stretto rapporto di confidenza fra le due amiche, l'opera del diavolo, e da lì il passo fu breve, iniziarono a descriverlo come pericoloso e a raccontare di notti trascorse a officiare riti di “magia nera”. In ultimo, l'aver destinato, da parte di Ginevra, una generosa dote per la terza figlia di Gentile, fu causa di non poco malcontento, dicerie e invidia, fra coloro che ormai vedevano essere due donne a influenzare le decisioni di Giovanni Bentivoglio: una Signora poco amata e una strega.
 
Le maldicenze tuttavia si concentrarono principalmente su Gentile che, agli occhi della gente, continuava a comportarsi in modo anomalo, a fare di tutto per uscire dal percorso consentito a una vita femminile, per emergere e distaccarsi dall'ombra del marito. Gentile era anche tenuta sotto stretta osservazione dalla Chiesa per le sue frequentazioni in convento e le pratiche curative che dispensava ormai senza nascondersi.
 
A Bologna il Tribunale dell'Inquisizione lavorava, e parecchio, da più di due secoli, insediatosi presso il convento di San Domenico, fin dal 1233, era uno dei più solerti e spietati. Gentile, per seguire le sue passioni, era finita dentro le mura di quello stesso convento, proprio in bocca al nemico giurato delle donne, il cui corpo era considerato materia favorita dal diavolo. Le streghe a Bologna non furono diverse da tutte le streghe condannate e arse vive in ogni altro luogo durante i secoli. Subivano processi sommari con prove inventate, venivano condannate ed eliminate dopo confessioni strappate sotto terribili torture; si trattava principalmente di levatrici, astrologhe, erboriste e, ovviamente, prostitute.
Le accuse di stregoneria conservate nel Fondo dell’Inquisizione dell’Archivio di Stato di Modena (ASM) riguardano essenzialmente donne ritenute pericolose agli occhi della comunità in cui vivevano.
 
..La macchina della paura verso le donne non è mai morta, – spiega lo storico Adriano Prosperi, esperto di Inquisizione – la dominanza maschile sull’universo nella nostra cultura ha portato con sé un margine di paura nei confronti dell’indomabile differenza naturale e culturale delle donne, delle escluse (...)”.
 
Innumerevoli sono le vicende trattate, troppe per poterle ricordare tutte. La persecuzione fu spietata e durò nei secoli ancora fino al 1600. Per brevità cito qui solo alcuni emblematici casi: nel 1293, Franceschina fu condannata come strega per avere fatto innamorare di sé il ricco bottegaio Corvino. Nel 1295 vennero condotte al rogo due astrologhe, Morba e Medina. Nel 1373, Giacoma fu giudicata per aver curato una donna, da tempo ammalata, con pratiche di erboristeria. Uno degli ultimi episodi che si ricorda, e siamo già nel XVII secolo, è quello di Margherita Sarti, astrologa e prostituta che, una volta trascinata in piazza, fu linciata dalla folla per giorni e morì dopo una lunga agonia.
Tornando al caso di Gentile Budrioli, va però detto che, con ogni probabilità, a decretarne la fine fu proprio la sua volontà di partecipare alla politica cittadina. I Bentivoglio, negli anni, avevano dovuto sopportare diverse congiure da parte di famiglie bolognesi concorrenti che bramavano il potere, come i Malvezzi e i Marescotti, e fu anche la vicinanza a queste famiglie che contribuì alla rovina di Gentile. Fra maldicenze da un lato e fatti più o meno chiari dall'altro, la corte riuscì a influenzare l'opinione di Giovanni II su di lei, a farla apparire sia strumento del diavolo che dei suoi oppositori; la sfortuna dei Bentivoglio, dunque, era causata dalla sua presenza, dai suoi oscuri malefici e la sorte di Gentile divenne quella di capro espiatorio.
Il potere temporale della Chiesa in quel periodo costituiva una minaccia costante per il governo della città. Innocenzo VIII era un Papa per niente bonario e tranquillo, essendo veemente persecutore del filosofo modenese Pico della Mirandola e relatore della bolla papale che vide all'opera nella “caccia alle streghe” i feroci inquisitori tedeschi Kramer e Sprenger e che, dopo aver blandamente condannato la politica del predecessore Sisto V, nominò in Spagna Grande Inquisitore, nientemeno che Tomas Torquemada. Consultando alcuni documenti conservati nell’Archiginnasio di Bologna, si possono trovare richieste di finanziamento, da parte della Chiesa, per “l’allargamento della sala delle torture” e per il rinnovo degli strumenti di supplizio per gli interrogatori. Questa tremenda macchina di persecuzione veniva alimentata confiscando ai condannati i beni che possedevano e che finivano equamente suddivisi fra la Chiesa e il Comune di Bologna, che dal canto suo incentivava, nei periodi di crisi, l’attività di inquisizione.
Era successo che uno dei figli di Giovanni II si fosse gravemente ammalato e che la moglie volesse affidarlo per le cure alla sua amica Gentile, purtroppo il bambino morì in pochi giorni e quella fu l'occasione giusta per trarre vantaggio dall'accaduto e sbarazzarsi della scomoda presenza di Gentile, entrata in un gioco più grande di lei. La Corte l'accusò di avere, in combutta col diavolo, “guastato” il bambino. Così, convinto da eventi personali e dall'opportunità di un riavvicinamento al Papa, per siglare una sorta di tregua nella lotta al dominio della città, il Signore di Bologna intravide nella consegna di Gentile alla Santa Inquisizione la sua via di salvezza. Ginevra, pur tentando con tutte le sue forze, per non mettere a rischio la sua stessa vita, non poté risparmiare all'amica una tremenda sorte.
È Leandro Alberti (1479-1552) importante storico, domenicano, teologo e filosofo di Bologna che, nel suo “Historiae”, dedica alcune pagine alla vicenda di Gentile Budrioli, alla sua condanna al rogo e ai dettagli dell'esecuzione. Quanto alla Inquisizione l'Autore aveva voce in capitolo essendo stato istituito egli stesso Inquisitore intorno al 1533.
Per Gentile, donna istruita, appartenente a una famiglia in vista, fu montato un processo in grande stile, con l’accusa di stregoneria più vasta e completa possibile, ovviamente gli atti del processo sono andati per lo più dispersi.
 
"La graziosa brunetta passeggiava per Bologna con vesti di seta e di velluto, con orecchini preziosi, braccialetti d’oro e perle al collo e tra i capelli. In più aveva un servitore che la precedeva e due damigelle che la seguivano, sempre…”
 
(Dagli atti del processo di Gentile Budrioli, 1498)
 
La casa di Gentile nel torresotto di Porta Nova, venne perquisita una prima volta e furono trovate le prove della sua stregoneria: un diavolo di piombo, tracce di sangue, ampolle piene di liquidi, mantelli e abiti ricoperti di diavoli dipinti. A una seconda perquisizione, quando lei era già rinchiusa nelle sale di tortura, saltarono fuori, manco a dirlo, le prove definitive e inconfutabili della sua alleanza col diavolo: libri di negromanzia, un altare con le immagini di Lucifero, dodici sacchetti contenenti ciascuno polvere di organi umani con i quali bastava che lei toccasse il corrispondente organo di qualcuno per farlo ammalare o morire. C’era chi giurava che Gentile fosse in grado di predire cosa sarebbe accaduto, solo guardando le stelle. Ginevra Bentivoglio, la signora di Bologna che, durante l'inchiesta fu sfiorata dai sospetti ma troppo in alto per venire colpita, si chiuse in un silenzioso riserbo. Ed ecco con un coup de théâtre, uscire allo scoperto anche il marito di Gentile che testimoniò con dovizia di particolari contro di lei, dichiarando che prima lo aveva tradito, poi lo aveva sottoposto a un incantesimo per fargli perdere l’intelletto. Una serva di Gentile confermò che la sua Signora parlava con il diavolo e le aveva insegnato una malìa per far innamorare un uomo. La povera Gentile fu torturata a lungo fino a crollare e, allo stremo di ogni resistenza fisica e psicologica, confessò ben vent'anni di attività occulte: “72 congiungimenti carnali con spiriti demoniaci”, ammise di aver rubato ossa al cimitero e di aver profanato simboli religiosi. Confessò dunque tutto quello che c'era da confessare pur di porre fine al suo supplizio, chiedendo in cambio solo di salutare i suoi figli per l'ultima volta.
I condannati erano portati, dopo il processo, dal convento di Piazza San Domenico a Piazza VIII Agosto, in genere su un carro, in mezzo alla folla delirante, con il boia e un frate che cantilenava liturgie. Il tragitto non era breve: dalla camera delle torture si passava attraverso piazza Cavour ei proseguiva verso piazza Maggiore, dove si assisteva alla prima Messa. Sul carro con lo sventurato di turno c'erano i membri dell’Arciconfraternita della Morte, braccio della confraternita di Santa Maria della Vita, sita tra via Clavature e via Pescherie, uomini vestiti con un saio e un cappuccio che lasciava intravedere solo gli occhi e, per incutere più terrore, un teschio all'altezza della bocca. Finita la Messa si ripartiva per Piazza VIII Agosto dove la celebrazione della seconda Messa era l'introduzione al rogo.
 
Era il 14 luglio del 1498 quando si diede seguito alla condanna di Gentile, ma nel suo caso fu scelta come scena dell'esecuzione la piazza davanti al convento di San Domenico, proprio dove aveva appreso le sue nozioni, dove aveva avuto inizio la sua storia. Fu eretta una piattaforma con un palo alto sei metri sulla quale, ormai priva di forze, Gentile venne legata con una catena di ferro e con un cappio intorno al collo. I giorni di tortura e umiliazione, il processo, la condanna, non avevano potuto cancellare del tutto, dal viso diafano, la sua conturbante bellezza. Il boia, mastro Giacomo, aveva cosparso i vestiti di pece, mischiata con polvere da sparo, così come la legna posta sotto i suoi piedi, e quando il fuoco venne appiccato la folla accorsa in massa, rimase terrorizzata dalle violente fiammate, dai botti, credendo che fosse il diavolo a causarli mentre saliva dagli Inferi a prendersi l'anima della sua serva prediletta. Il fumo denso e acre si alzava dalle fascine, riempiendole i polmoni, il cappio le si stringeva sempre di più al collo e la sventurata spirò ancor prima che il corpo fosse lambito dalle fiamme. In breve tempo “l'enormissima strega” si tramutò in un gran falò e presto fu cenere che il vento disperdeva su questa bella piazza.
Nonostante la morte di Gentile, le sfortune dei Bentivoglio non conobbero fine, la famiglia continuò a subire congiure da più parti, Ginevra, legata indissolubilmente in un vero e proprio sodalizio col marito, seguì la sua sorte continuando a consigliarlo su quali strategie intraprendere e su quali oppositori eliminare. Alla fine, è risaputo, la città di Bologna venne ripresa dal Papato. Giovanni trovò rifugio a Milano, ma Ginevra non si arrese subito. Coraggiosa e indomita fino all'ultimo, mise insieme un esercito con due dei suoi figli e combatté al loro fianco per riprendere il controllo della città. Sconfitti in battaglia a Casalecchio, le fu comminato l'esilio, lei non si allontanò troppo da Bologna riparando a Parma, dai Signori Pallavicino, in casa di un'amica, ma pagò la sua disobbedienza e l'insubordinazione armata con la scomunica. Il Papa Giulio II, vincitore, si era insediato proprio nella dimora dei vecchi signori a Bentivoglio, dove Ginevra chiese più volte, di essere ricevuta senza ottenerne nessuna possibilità, né perdono, né clemenza. Morì esule nel 1507 e il suo corpo fu sepolto in una fossa comune vicino a Busseto.
Una storia popolare racconta che, il giorno del rogo Ginevra, sentendosi in colpa per aver permesso che la sua amica fosse barattata con la ragion di stato, vagasse senza meta intorno alla casa di Gentile, tappandosi le orecchie per non sentire le urla della folla inferocita, annusando l'odore acre del fumo che si spandeva per le vie del centro. Se questo è vero sicuramente avrà pianto a lungo e avrà atteso di vedere volare nell'aria le ceneri della sua compagna. Ceneri grigie, polvere sottile, che a ben guardare non si sono ancora totalmente disperse e continuano a volare qua intorno, davanti ai miei occhi... ma forse è soltanto smog.
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Betta Zy, "Codice Redox"

28 Marzo 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantascienza

 

 

 

 

Codice Redox

Betta Zy

 

Carpa Koi Edizioni, 2021

pp  216

12,00

 

E se gli Ariani non fossero stati tedeschi di razza cosiddetta “pura” ma alieni dal sangue blu, gli occhi azzurri, i capelli biondi e una temperatura corporea di diciotto gradi, discendenti umanizzati di una progenie di rettili? Se vivessero da anni in una misteriosa città sotto l’Antartide? Se Hitler avesse saputo della loro esistenza e ne avesse sfruttato le fonti di energia? Se non si fosse suicidato ma fosse stato terminato da un agente segreto russo sotto copertura?

Sono queste le premesse strane e inquietanti di Codice Redox, la sesta compagnia, primo di una futura serie, un fanta-thriller ucronico.

Una serie di personaggi poco caratterizzati  - ma ben rispondenti alle tipicità di genere -, di cui seguiamo le vicende attraverso molti anni, tutti sullo stesso piano e le cui vite si intersecano con gli accadimenti storici, in salsa fantapolitica, dalla guerra fredda alla caduta del muro di Berlino.

Vagamente, l’atmosfera, in certi momenti artica, mi ha fatto venire in mente Il senso di Smilla per la neve. Agenti segreti, poliziotti, giornalisti che ficcano il naso dove non dovrebbero, esperimenti genetici, la Storia con la S maiuscola e quello che invece avrebbe potuto essere se… ma anche droni, strane sostanze verdi, ologrammi. Un romanzo per amanti del genere, per adepti del deep state, per nostalgici dei rettiliani.

Uno stile corretto e scorrevole, se non per qualche strana imprecisione da mancata rilettura, molto americano nell’impostazione narrativa e linguistica.    

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Il fidanzamento 2

27 Marzo 2021 , Scritto da Paula Martins Con tag #paula martins, #racconto

 

     

                                                 

 

 

 

Non so proprio come lui ha avuto il coraggio di riavvicinarmi il giorno seguente. E se io non avessi voluto essere la sua fidanzatina? Cosa avrebbe fatto in questa ipotesi?

Ma il problema è stato brillantemente risolto, nell'invincibilità dei dieci anni. Non mi ha detto più niente a riguardo, ma mi ha tenuta fermamente per mano. Per un lungo mese, questo è bastato. Tutti e due sapevamo che eravamo fidanzati. Ancor oggi ricordo quella sensazione di un calore un po' arrossito, quell'appartenere che allo stesso tempo possedeva, quell'essere già grande.

Sfortunatamente, anche mia Madre lo sapeva (devi averci visto mano nella mano). L´ho sentita che bisbigliava e rideva con le amiche. Questo mi ha terribilmente offesa, mi sono sentita ridicolizzata.

Lo so oggi che non è proprio così. Mia Madre era furba, sapeva che tutti questi movimenti innocenti fanno parte del crescere, e mi lasciava fare.

 

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Luke Rhinehart, "L'uomo dei dadi"

25 Marzo 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

L'uomo dei dadi

Luke Rhinehart

1971

 

"Poteva esistere un uomo totalmente a caso? Poteva un singolo uomo sviluppare talmente le sue capacità da poter variare la sua anima, a piacere, da un'ora all'altra? Poteva un uomo essere una personalità infinitamente multipla? O meglio, come l'universo secondo alcuni teorici, essere una personalità multipla in continua espansione, tale da potere essere contratta solo dalla morte? E del resto, anche allora, chi poteva dirlo?"

Luke Reinhardt, protagonista omonimo dello scrittore (che però si chiama in realtà George Cockcroft e non c'entra nulla con queste vicende totalmente inventate) è uno psicanalista mediamente bravo, mediamente di successo, mediamente ricco ma soprattutto mediamente infelice, da buon medio borghese che ha tutto quanto gli servirebbe per sentirsi totalmente appagato. Cosa non va nella vita di Reinhardt e di milioni di americani di mezza età? Che sono solo se stessi, forse, o magari che sono l'unico se stesso che hanno imparato ad essere scivolando tra i paletti di società, educazione, morale, legge. Ma l'io si può cambiare come un vestito? Secondo lui sì. Basta prendere un dado e dare una opzione a ogni faccia, tiri e quello che esce sarai. Vuoi stuprare la vicina di casa, ammazzare, frodare, farti sodomizzare, corrompere i tuoi figli, mentire? Vai, lanciati, mica lo hai deciso tu, è il maledetto (o benedetto?) dado! Inizia dalle piccole cose e poi lanciati (dopo il dado si intende, sia mai), sii chi mai avresti potuto immaginare, sperimentati! Non ci dicono fior di psicologi, filosofie, guru che il nostro ego è il peggior nemico? E allora annulliamolo, che aspettiamo? Se saremo infiniti non vivremo più nella prigione dell'Io ma correremo felici nel labirinto di mille personalità fluide senza mai fermarci. Fino all'uscita. Se decidiamo di uscire. E se sapremo riconoscerci.

Libro che parte con un'idea geniale, trasgressiva, dissacrante e che alcuni hanno deciso di seguire davvero come filosofia di vita ai tempi della pubblicazione (a cavallo tra i '60 e i' 70) ma che da un punto di vista letterario secondo me diventa prolisso, ripetitivo e un po' troppo indulgente in scene ed episodi pruriginosi che lasciano il tempo che trovano a un certo punto. Scoppiettante la prima metà, declinante la seconda, con gli ultimi due capitoli notevolissimi, brevissimi ma geniali. Un invito scherzoso (sì?) alla follia, al libero arbitrio dei sensi, all'infrazione delle regole, al correre nudi per strada urlando a squarciagola frasi senza senso incuranti delle guardie o degli sguardi. Anzi, forse proprio per provocarli.  Ovviamente non applicabile davvero nella realtà. Tranne che per.

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