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Axis Mundi

26 Marzo 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #amore, #eros, #fantasy, #miti e leggende

 

 

 

 

Con grande piacere e orgoglio vi presento il mio nuovo libro, al quale sono particolarmente affezionata. Scritto nel 2020, durante i mesi bui del lockdown duro, mi ha tenuto a galla e aiutato a evadere in un mondo fantastico popolato da cavalieri dall’armatura luccicante, dame belle e appassionate, re che maneggiano prodigiose spade del potere.

A distanza di quaranta anni da Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley e, soprattutto, dal meraviglioso film Excalibur di John Boorman, ho scritto il libro che ho sempre avuto in animo di scrivere: Axis mundi, compiendo un’operazione a ritroso, di recupero delle origini. Sono tornata indietro, alla fiaba, a un Artù molto meno storico e molto più mitico.

Con questo romanzo si conclude la mia ideale “Trilogia della dea”, iniziata con Signora dei filtri e continuata con L’uomo del sorriso. Tre figure femminili forti, che incarnano una religiosità tellurica e matriarcale: dopo Medea di Colchide e Maria Maddalena ecco adesso a voi Morgana di Cornovaglia.

Nato, come dicevo, in un periodo nero per tutti noi, “Axis Mundi” esce in un momento storico altrettanto terribile. Con la speranza che vi aiuti a passare qualche ora serena.

 

In una notte tempestosa Igraine di Cornovaglia concepisce un figlio con il suo amante, re Uther Pendragon. A spiarli, Morgaine, figlia del marito di Igraine, il duca Gorlois che, proprio quella notte, muore in circostanze misteriose. Subito dopo il funerale del marito, Igraine sposa Uther.
Morgaine cresce sotto l’egida di Myrdiin (Merlino), il druido nato all’ombra del cerchio di pietre, che prepara il fratello Arthur per il suo destino. Il ragazzo dovrà estrarre la spada Excalibur dalla roccia, diventare l’Axis mundi, l’incarnazione stessa della regalità, il Grande Re, il quale sarà tutt’uno con la sua terra che unirà proteggendola dalle invasioni dei Sassoni.
Attorno a Morgaine e a Arthur i cavalieri della tavola rotonda e le loro dame, le battaglie, le rivalità, la ricerca del Graal, l’amore declinato in tutte le incarnazioni: l’amore passione fra Uther e Igraine, quello coniugale fra Arthur e Gwenhwyfar (Ginevra), quello cortese, angelicato e irrefrenabile fra Gwenhwyfar e Lance, quello fatale e predestinato fra Tristan e Yseult (Isotta). Ma, soprattutto, l’amore proibito, tellurico e ancestrale, fra Morgaine e suo fratello, fra la sacerdotessa della dea e il grande Re cervo, che è anche, però, un re cristiano.
Attraverso sensi di colpa abissali, tradimenti e lussuria, si dipanano le vicende di una storia corale, fatta di fili che s’intrecciano come in un ordito e una trama, mentre i vessilli garriscono al vento sui contrafforti della gloriosa Camelot, faro di civiltà per la Britannia tutta.
 
IN USCITA IL 1 APRILE!
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Federica Cabras, "Chi me lo ha fatto fare"

24 Marzo 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #federica cabras, #recensioni, #eros, #amore

 

 

 

 

Chi me lo ha fatto fare

Federica Cabras

Literary Romance, 2022

pp 266

15,00

 

 

Chi me lo ha fatto fare, di Federica Cabras, è un romanzo divertente ma, soprattutto, autoironico, una sorta di metanarrativa - con tanto di stralci da un’opera in fieri, di estratti da un blog e appunti per articoli - incentrata sul genere letterario del romance, quello che un tempo si definiva soltanto “rosa” ed è ora declinato in molti sottogeneri: dall’erotico al young adult, dall’urban fantasy all’historical, dal regency al male to male etc etc.

L’autrice ne parla con passione e indulgenza ma anche con scherno, e per questo si cala nei panni maschili (insoliti per lei) del “Denigratore”, ovvero Edoardo Muscas, bello senz’anima, giornalista sciupafemmine che deve scrivere un articolo proprio sul genere che disprezza, quello, appunto, rosa. Il pregiudizio da cui parte Edoardo è che le scrittrici di romance sono tutte gallinelle prive di cervello, incapaci di mettere due parole in fila senza sbagliare. Dall’altra parte c’è, però, Costanza Melis, scrittrice bionda, chiara di pelle, rotondetta, occhialuta. Ma anche intelligente, frizzante, colta. Si muove, come molte delle eroine della Cabras, nell’ambiente caro all’autrice, quello dell’editoria, incarnandone sogni e ambizioni. Poiché l’ultimo libro di Costanza non ha venduto, viene sollecitata dall’editore a rendere più pepato ed erotico il prossimo lavoro. Costanza non ha una vita sessuale, inibita com’è da un padre tutto casa e chiesa. Non si sente bella, non si piace, non si dà da fare con gli uomini. Per scrivere, tuttavia, dovrà avere esperienze di prima mano e quindi decide di trovarsi un tizio da usare solo per il sesso e poi mollare. Edoardo e Costanza s’incontrano per caso, lui decide di sfruttare lei, lei di sfruttare lui. Scocca la scintilla e cosa accade lo lascio immaginare.

La Cabras gioca con i cliché del genere, che dichiaratamente non disdegna. Perché mai dovrebbe farlo, dico io, quando tutte le storie hanno in fondo la stessa trama e l’importante è come le si scrive, oltre all’atmosfera che sanno ammannirci? Gioca, soprattutto, con l’eros, le scene piccanti sono anche divertenti, scanzonate, dissacratorie. Notevole spazio è dato al filone secondario, quello costituito dalle vicende amorose del padre di Costanza, bacchettone solo in apparenza, con la disinibita madre di Edoardo.

Un romanzo allegro e spumeggiante, che forse sacrifica un po’ di emotività sull’altare del divertimento, ma certo riesce, e non è poco in questi momenti bui, a strapparci una sonora risata.

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Festival del Cinema Città di Spello

22 Marzo 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cinema, #concorsi

I

 

 

 

 

Si è conclusa l'undicesima edizione 'Festival del Cinema Città di Spello ed i Borghi Umbri - Le Professioni del Cinema', ideato da Donatella Cocchini e dal regista Fabrizio Cattani. L’Auditorium San Domenico di Foligno ha fatto da cornice alle premiazioni, in cui ha trionfato, cinque professionisti premiati, 'Qui rido io' di Mario Martone. Alessandro D’Anna per il trucco, Ursula Patzak per i costumi, Marco Perna per le acconciature, Giancarlo Muselli per la scenografia e Rodolfo Migliari per gli effetti speciali. All’opera diretta da Martone è andato anche il premio come miglior film decretato dalla giuria dei giornalisti umbri. Tre, invece, i riconoscimenti assegnati all’opera 'I nostri fantasmi' di Alessandro Capitani: quello per la sceneggiatura, con il premio ritirato dallo stesso regista, quello per il montaggio del suono a Filippo Barracco e quello per il creatore di suoni a Ivan Caso. Il premio per il miglior autore della fotografia e quello per il miglior fonico di presa diretta sono andati rispettivamente a Renato Berta Simone Olivero entrambi professionisti del film 'Il buco' di Michelangelo Frammartino. A chiudere il cerchio 'Il silenzio grande' di Alessandro Gassman che si è aggiudicato il premio per le musiche grazie ai maestri Pivio e Aldo De Scalzi, 'Piccolo corpo' con Nadia Trevisan a cui è andato il riconoscimento per il miglior organizzatore/produttore esecutivo e, infine, 'L’Arminuta' che ha vinto il riconoscimento per il miglior montaggio assegnato a Roberto Missiroli. Sempre a 'L’Arminuta' è andato anche il premio di Cinemaitaliano.info

 

Ecco tutti i premi del festival:

Miglior montatore: Roberto Missiroli per 'L’Arminuta' di Giuseppe Bonito

Miglior truccatore: Alessandro D’Anna per 'Qui rido io' di Mario Martone

Miglior costumista: Ursula Patzak per 'Qui rido io' di Mario Martone

Miglior colonna sonora: Pivio e Aldo De Scalzi per 'Il silenzio grande' di Alessandro Gassman

Miglior autore della fotografia cinematografica: Renato Berta per 'Il buco' di Michelangelo Frammartino

Miglior sceneggiatura: Alessandro Capitani per 'I nostri fantasmi' di Alessandro Capitani

Miglior creatore di suoni: Ivan Caso per 'I nostri fantasmi' di Alessandro Capitani

Miglior acconciatore: Marco Perna per 'Qui rido io' di Mario Martone

Miglior scenografo: Giancarlo Muselli per 'Qui rido io' di Mario Martone

Miglior fonico di presa diretta: Simone Olivero per 'Il buco' di Michelangelo Frammartino

Migliori effetti speciali: Rodolfo Migliari per 'Qui rido io' di Mario Martone

Miglior montaggio del suono: Filippo Barracco per 'I nostri fantasmi' di Alessandro Capitani

Miglior organizzatore/produttore esecutivo: Nadia Trevisan per 'Piccolo corpo' di Laura Samani

Miglior film internazionale: 'La persona peggiore del mondo' di Joachim Trier


Nella sezione cortometraggi:

Best short film: 'A moment of magic' di Andrea Casadio

Special jury price: 'Intolerance' di Lorenzo Giovenga e Giuliano Giacomelli

 

Premio Giuria Giornalisti Umbri

Miglior film: 'Qui rido io' di Mario Martone

 

Premio Cinemaitaliano.Info

Miglior film: 'L’Arminuta' di Giuseppe Bonito

 

Premio Cineteca Nazionale Centro Sperimentale Di Cinematografia

Miglior documentario: 'Zenerù' di Andrea Grasselli

Motivazione: Per la capacità di far scoprire allo spettatore la vita del personaggio, Flaminio Beretta, standogli accanto con rispetto ed empatia pur nella eccezionalità di una scelta ermetica molto lontana dalla frenesia e dalla virtualità del mondo contemporaneo. Attraverso Flaminio, inoltre, il regista riesce a raccontare senza didascalismi un territorio e le sue tradizioni, come quella antichissima dello Zenerù che dà il titolo al documentario.

 

PREMIO GIURIA INTERNAZIONALE DELLA WILLIAM PENN UNIVERSITY - OSKALOOSA - IOWA

Miglior documentario: 'Zenerù' di Andrea Grasselli

Miglior cortometraggio: 'A Moment of magic' di Andrea Casadio

Miglior backstage serie tv: 'Domina' di Alessia Colombo

 

Documentari

Miglior documentario: 'I am the Revolution' di Benedetta Argentieri

Motivazione: In un mondo sempre più lacerato da guerre e violenze, con un’attenzione particolare oggi alla drammatica situazione in Ucraina, alla crisi umanitaria divampata nel cuore dell’Europa, il reportage di Benedetta Argentieri ‘I am the Revolution’ ci consegna un potente ritratto di donne, tre testimoni di resilienza e riscatto tra i territori dell’Afghanistan, della Siria e dell’Iraq. Un appassionato racconto di chi si batte in prima linea contro la schiavitù, le discriminazioni e le limitazioni sociali-culturali ai danni dei più fragili. ‘I am the Revolution’ si configura come un emozionante grido di protesta, un vibrante inno di libertà. E di pace.

 

Premio Agenda 2030

'Revenge room' di Diego Botta

 

Nella sezione dedicata ai backstage:

Miglior backstage serie tv: 'A casa tutti bene' di Sara Albani

Miglior backstage film: 'Sorelle per sempre' di Andrea Porporati

 

Tre i Premi Speciali consegnati, a cominciare dal 'Premio all’Eccellenza', consegnato dal direttore di Rai per il sociale, Giovanni Parapini all’attrice Marina Confalone', protagonista di un incontro con il pubblico moderato dal giornalista e critico cinematografico Alessandro Boschi e con la partecipazione in collegamento dell’attore e regista Alessandro Gassmann.

 

Poi, il 'Premio Carlo Savina' assegnato dalla famiglia del celebre maestro al compositore, autore di testi e sound designer Matteo Curallo, che ha incantato il pubblico del San Domenico con una performance musicale affiancato dalla violoncellista Irina Solinas. Infine, il 'Premio Ermanno Olmi' andato al regista de 'Il buco', Michelangelo Frammartino in collegamento da Locarno.

 

Premio Miglior Giovane Promessa - Dopo Ginevra Francesconi, presente al Festival nella serata di venerdì nell’ambito del progetto 'Agenda 2030', a distinguersi quest’anno tra le giovani promesse è stata la piccola Carlotta De Leonardis, tra le protagoniste del film 'L’Arminuta' di Giuseppe Bonito. A sceglierla una giuria composta da alcuni membri dell’Associazione Agenti dello Spettacolo, rappresentati sul palco da Stefano Chiappi e Mira Topcieva.

 

Per il secondo anno consecutivo, inoltre, il Festival ha ospitato il Premio 'Meno di Trenta'iniziativa curata da Silvia Saitta e Stefano Amadio con cinemaitaliano.info e dedicata agli artisti del cinema e della serialità televisiva con meno di trentanni. Cinque i riconoscimenti assegnati in occasione delle premiazioni:

Miglior attrice cinema:
Aurora Giovinazzo

Aurora Giovinazzo ha acceso una scintilla nella giuria. Una fiamma che è la stessa con cui incendia la sua protagonista Matilde in Freaks Out, figlia di una guerra che cercherà di superare con l'aiuto della sua banda di scapestrati, ma soprattutto attingendo da quel potere che è il medesimo che Aurora mette nelle proprie interpretazioni. Un'eroina che si illumina e che ci permette di guardare al futuro, che auguriamo possa risplendere per questa attrice, a cui va un premio che ci ricorda anche la magia del cinema italiano e della capacità delle sue emozioni.

 

Miglior attore cinema:
Francesco Russo

Motivazione: nel cinema italiano c’è in atto un Rinascimento del “genere” cinematografico, in cui l’Horror si sta facendo spazio: Francesco Russo l’ha intercettato e s’è misurato con un ruolo fuori dal coro per il classico orrorifico, destreggiandosi con un dialetto lontano dal suo di nascita. Francesco conferma una versatile capacità di plasmarsi, già colta ne L’amica geniale o in un’opera come Pecore in erba, ma che nel film di De Feo e Strippoli spicca, permettendoci di parlare di talento. Questo riconoscimento è per come, con il personaggio di Fabrizio, consenta s’intercetti l’essere calzante nel ruolo ma anche tutta la duttilità che gli appartiene e che pensiamo possa aprirgli la porta principale del grande schermo.

 

Miglior attrice serie tv:
Cristina Cappelli

Motivazione: per averci regalato, con genuina ed efficace semplicità, il ritratto contemporaneo di una donna forte, ma allo stesso tempo vulnerabile, alle prese con dubbi e paure che sono specchio di una generazione. Abile nell'alternare, con la complicità del collega Angelo Spagnoletti, momenti comici a momenti più drammatici, Cristina è riuscita a superare in scioltezza la sua prima grande sfida in un ruolo da co-protagonista, dimostrando una maturità ed un talento che ci auguriamo le possano regalare un futuro promettente nel panorama cinematografico e seriale italiano.

 

Miglior attore serie tv:
Angelo Spagnoletti

Motivazione: per aver tratteggiato un ragazzo, Daniel, che poteva risultare il solito protagonista per il quale si fa fatica tifare, ma che invece ha saputo dimostrarsi un ragazzo onesto, divertente e sincero con cui potersi immedesimare. In lui sono racchiuse le speranze di una generazione di mezzo, quella dei trentenni, che guarda con nostalgia al passato e un po’ di paura al futuro. Il merito di Angelo è anche quello di aver saputo trovare una chimica perfetta con gli altri personaggi, in primis con la co-protagonista Cristina Cappelli, aiutandoli a brillare e a non farli diventare preda dell’ombra di Daniel.

 

Menzione della Giuria:
Giulia Dragotto

Motivazione: per la sua incredibile performance in Anna di Niccolò Ammaniti. L’inesperienza, la messa in scena impegnativa, il fatto che l’intera serie pesasse sulle sue spalle sono stati tutti ostacoli che si sono sbriciolati ai piedi del suo talento cristallino, che appare istintivo in una così giovane interprete e che promette un futuro di grandezza. Data la natura distopica della storia che è stata chiamata a mettere in scena, Giulia è riuscita a trasmettere sentimenti ed emozioni difficili da immaginare anche per interpreti navigati, e ha fatto innamorare all’unanimità i membri della giuria.

Tra i tanti ospiti presenti alla cerimonia di premiazione, condotta da Francesco Castiglione, anche il padrino del festival Alessandro Sperduti e gli attori Ester PantanoLiliana FiorelliFrancesco Foti Valeria Fabrizi. E proprio l’attrice di 'Che Dio ci aiuti', è salita sul palco per un momento dedicato a 'Tata Giacobetti e il Quartetto Cetra', celebrati dall’omaggio musicale di 'Un bacio a mezzanotte' che ha visto esibirsi lo stesso Castiglione insieme a Simona Fiordi.


Per maggiori informazioni:

www.festivalcinemaspello.com/
https://it-it.facebook.com/festivalcinema.spello/
segreteria@festivalcinemaspello.com

Foto by Rocco Giurato

Foto by Rocco Giurato

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Gianni Macchia, "Bettino ci aspetta"

20 Marzo 2022 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #eros

 

 

Gianni Macchia
Bettino ci aspetta
Amazon 2021 – pag. 110

 

 

 

Gianni Macchia lo conoscevo come attore, sono stato un suo fan nei film scandalo di Fernando di Leo, lavori innovativi come Brucia ragazzo brucia e Amarsi male, ma non sapevo della sua passione letteraria, mentre apprezzavo la feconda vena di pittore. Sante Rodella mi fa conoscere la dimensione di Macchia narratore introducendo un racconto (romanzo è eccessivo, non ci sono sotto trame) erotico, dedicato ad Alberto Moravia (primo lettore dell’opera) e a Marina, musa ispiratrice della storia. L’erotismo è il filo conduttore dell’esistenza di un attore - scrittore, icona sexy degli anni Settanta, simbolo di trasgressione e ispiratore di un nuovo ruolo per la donna nella società. Questo breve racconto è un gioco letterario lieve ed intenso, ricco di personaggi femminili appena abbozzati ma realistici, donne in preda al vortice dei sensi, disponibili e sfuggenti. Macchia ricorda una madre che non ha conosciuto, una zia protettiva, un padre - padrone, poi si abbandona al racconto, una storia d’amore a tratti torbida e malsana, erotica e tragica, profumata di vita vissuta. Bettino ci aspetta è scritto come una storia vera, ambientata nel 1972, quando l’autore faceva il performer di Body Art a Roma, parte con la conoscenza di Fiamma in una villa, diventa la storia di un’attrazione disperata che conduce nel gorgo della passione. Il libro è ricco di particolari erotici descritti con cura, dalla scena dei cani che possiedono la ragazza, passando per sodomizzazioni violente e rapporti sadomasochisti, in una temperie narrativa che a tratti ricorda Salò di Pasolini. Lo stile di Macchia è secco e rapido, senza fronzoli letterari, interessato al puro racconto e alla descrizione di particolari erotici scabrosi, senza compiacimento ma con crudo realismo. Un libro che farà conoscere al lettore un lato meno noto di un attore ricordato per una scarna filmografia, che oltre ai due film di esordio comprende pellicole come Una ragazza di nome Giulio, Morbosità, Lo stallone, Vacanze per un massacro, che in parte riportano alle atmosfere della narrativa erotica. Il libro contiene in appendice alcuni dipinti di Gianni Macchia, oltre a un elenco competo di tutte le sue partecipazioni cinematografiche e teatrali. 

 

Per leggere il libro: https://www.amazon.it/Bettino-ci-Aspetta-Gianni-Macchia-ebook/dp/B08X7GPD54

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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Sante Rodella, "Il prof. di religione"

19 Marzo 2022 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Sante Rodella
Il prof. di religione
Tracciati 2017

Euro 12 – pag. 180

 

 

Sante Rodella scrive un romanzo autobiografico come Il prof. di religione, forse la sua cosa più compiuta, anche perché parla del mondo della scuola che conosce bene e di tutte le occasioni mancate per rendere l’insegnamento interdisciplinare e non diviso a compartimenti stagno. Una biografia dell’anima, ambientata in una Venezia decadente e nostalgica dove il protagonista si trova a vivere e a insegnare (da laico) una disciplina sottovalutata che (se ben fatta) può aprire mondi impensabili. Un romanzo che ci porta negli anni Ottanta, forse più veri, vissuti in mezzo alle persone, senza Internet e cellulari connessi, con discussioni in prima persona ed echi ancora vivi delle proteste studentesche sessantottine. Il prof. di religione è un libro scritto da un cristiano laico che vuol cercare di condividere la sua fede in Dio attraverso argomenti non banali e un’aperta discussione con gli studenti. La sala professori vista come una stazione ferroviaria, una sala d’aspetto dove transitano professori di varie categorie, vede il giovane protagonista (28 anni, primo incarico) consapevole del fatto che la sua materia è considerata di serie Z, pur se lui vorrebbe darle dignità nuova. Tra le pagine di Rodella vive il cambiamento scolastico nel corso degli anni, non sempre in meglio, il rapporto tra professore e alunni, i rapporti tra colleghi delle varie materie, la volontà di far diventare la scuola un luogo di crescita intellettuale, troppo lasciata all’inventiva estemporanea dei singoli insegnanti. Il personaggio principale soffre un male di vivere inconfessabile che si porta dietro dai tempi dell’università, della leva militare, del corso di teologia, fino all’insegnamento, dove si unisce a colleghi che vivono identiche emozioni. Tutte le difficoltà di entrare in contatto con un mondo di ragazzi sconosciuti, ognuno con la propria personalità, vivono nei ricordi di Rodella, alle prese con il primo incarico, con un mondo che non conosce, dove c’è solo da imparare. Venezia non è solo lo sfondo del romanzo, ne diventa quasi protagonista, descritta con pennellate impressionistiche in tutta la sua decadente bellezza, così come non mancano le discussioni sull’ora di religione da abolire e le prese di posizione dei colleghi marxisti o kantiani. Uno spaccato scolastico, di vita vissuta, un romanzo dall’andamento suadente e malinconico, come una sinfonia d’autunno, tra i banchi di scuola, passando per calle e campielli veneziani. Femminismo, amore per il prossimo, fede, discussioni con Aldo tra marxismo e religiosità cristiana, passando per Dostoevskij e I demoni, dialoghi socratici tra studenti e professore, un libro che trasuda cultura e amore per un mondo che potrebbe essere migliore con un minimo di impegno e di condivisione. Il prof. di religione è un libro che trasuda letture, cita a piene mani eventi storici del passato, scrittori e opere indimenticabili, passando per vite di santi come Martino, un uomo (se non vogliamo credere alla santità) che è un monito per tutti. Un romanzo utile come incentivo per nuove letture, per farsi un’idea sul vecchio e nuovo concordato, sui gay e sulle donne che insegnano religione, sul clero e le aperture mentali, il cinema e la poesia religiosa, per finire con l’ora alternativa alla religione. Il prof. di religione ha una dimensione letteraria indefinibile, tra romanzo autobiografico e saggio filosofico, opera morale e romanzo di formazione, scritto con stile coinvolgente e originale.

 

Per ordinarlo: https://www.amazon.it/prof-religione-Sante-Rodella/dp/8894194728/ref=sr_1_2?hvadid=80676698325534&hvbmt=be&hvdev=c&hvqmt=e&keywords=il+prof+di+religione&qid=1647685639&sr=8-2

 

Gordiano Lupi

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Terrestri? Puah!

18 Marzo 2022 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Il capitano Xaxooxoxo, dopo essere uscito dal nascondiglio, (un bidone vuoto della spazzatura) si mise a correre a perdifiato in direzione dell'astronave ben mimetizzata tra la vegetazione di un bosco nei pressi di una cittadina dove l'ufficiale aveva il compito di effettuare una breve ricognizione.

«Apri i portelli, presto!» urlò a Roxooroxoxo, il suo pilota. Quest’ultimo rimase attonito alcuni secondi, per poi azionare due leve di forma cubica. 

«Chiudi i portelli, decolla e allontaniamoci il più possibile» ordinò ansimando il suo superiore appena rientrato nel veicolo stellare. 

Una volta che furono oltre l'atmosfera terrestre, il responsabile di volo spaziale chiese spiegazioni.

«Perché sei così agitato?»

«Noi zoxooxoxoniani, abbiamo delle fattezze simili a quelle degli umani, purtroppo…»

«Purtroppo... cosa?»

«Sono da considerarsi una razza violenta e selvaggia, per di più risultano decisamente strani» continuò a raccontare il capitano Xaxooxoxo con aria sconvolta e accasciandosi in un sedile vicino ai comandi. «Attivando il traduttore simultaneo modello Gnywywyxoxo ho sentito una madre pronunciare al proprio figlio parole del tipo "Mi fai ribollire il sangue!" - “Quando tuo padre tornerà a casa ti spellerà vivo!" - "Mi sta scoppiando la testa!" -"Per colpa tua mi sono mangiata il fegato!" e quant'altro.»

«Qual è stata la reazione del figlio?»

«Le ha risposto dicendole che si era rotto l'apparato genitale e di come la prendeva sempre nell'ano, a differenza della faccia di escrementi del fratello.»

«Che schifo, si prestano a delle cose a dir poco blasfeme» commentò rabbrividendo Roxooroxoxo. «È meglio lasciar perdere, sicuramente troveremo altri posti da poter colonizzare.»

 

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La valigia

17 Marzo 2022 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

Mi trovavo a Fiumicino per prendere un aereo diretto a Varsavia, in attesa di attraversare i controlli di sicurezza. 

Mentre procedevo a singhiozzo verso gli appositi varchi, una ragazza, chiaramente annoiata da quel profluvio di persone, attaccò bottone con il sottoscritto. Scoprii che la bella biondina era di origine svizzera e che doveva prendere un volo per Ginevra.

Durante il piacevole discorrere le raccontai in breve della mia relazione a distanza e che stavo andando in Polonia dalla fidanzata. 

In prossimità dei body scanner, la ginevrina si focalizzò sulla mia Samsonite piena zeppa di adesivi di svariati luoghi, reputandomi un provetto ed esperto viaggiatore.

«Una valigia da avventuriero, proprio» osservò.

«Ah, guarda c'è di tutto» le dissi, indicando con il dito indice. «Hotel Hilton di New York, Hotel Mediterraneo di Atene, Bangkok, Malaysia, Jakarta, Cheng Resort di Hong Kong, Pretoria, Bogotà, Tibet, Hammamet Resort di Tunisi, Costa Rica, Paraguay... eh, avoglia!»

«Ti manca il Panama.»

«È vero, spero un giorno di visitarlo.»

«Intendevo dire il cappello in testa.»

Entrambi sorridemmo. 

«Praticamente hai girato ovunque!» esclamò la svizzerotta soffermandosi ancora sul bagaglio alla Turisti per caso.

«L'unica nota stonata è questa: l'etichetta dell'albergo Trinacria di Palermo» ammisi storcendo il naso ma con aria divertita. 

«Perché, scusa?»

«Perché è l'unico posto in cui sono stato veramente.»

La "suisse" scoppiò a ridere.

«Sei troppo simpatico! La tua amata con te si divertirà... un mondo, giusto per restare in tema.»

Porco mondo, non proprio. L'incontro con Agnieszka, come le precedenti volte, fu costellato dai litigi per via del suo carattere lunatico per non dire di merda. 

Alcune settimane dopo, quando rientrai in Italia per ritornare a casa, mia madre notò subito il mio scazzo. Nonostante la sua espressione interrogativa dipinta sul volto, non mi chiese nulla in merito però sicuramente immaginava che la "polska" mi aveva fracassato i maroni. Da precisare, poi, che avevo comprato vari souvenir, quindi il bagaglio risultava più pesante rispetto alla partenza.

«Cavolo! Cosa c'hai messo dentro? Sassi?» mi domandò la mamma soppesando la Samsonite prima di aprirla.

«No, la mia rabbia!» abbaiai.

Ad ogni modo, tutti quei "caccamarini" colorati li applicava Elisa, la mia sorellina. Spesso le venivano regalati da una sua compagna di classe il cui padre gestiva un'avviata agenzia di viaggi. A tal proposito, si stupì che non “aggiornassi” la valigia con dei posti polacchi, malgrado la Polonia l'avessi visitata in lungo e largo.

Sì, in in effetti gli appiccichini polacchesi andavano messi, ma soprattutto l’adesivo più importante, che avrei potuto benissimo realizzare con l'aiuto di una stamperia al fine di attaccarlo in onore di quella bisbetica fidanzata di allora: Suka! (Stronza, trad. in polacco)

 

 

 

 

 

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Il barattolone di vetro

16 Marzo 2022 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

«È sigillato con la magia, soltanto io posso aprire il barattolone di "Polvere di Fata"» ci diceva sempre la nonna, indicando un contenitore di vetro con chiusura a gancio, collocato sopra una mensola vicino la finestra. 

Io, mia sorella, e i nostri due cuginetti, spesso restavamo a fissarlo come se fosse un oggetto incantato e di cui temevamo un sacrilegio, qualora l'avessimo toccato.

Ad ogni modo, notammo che la nonna utilizzava quella sostanza di colore bianco per svariati motivi. Ad esempio, ne cospargeva un po' dentro una casseruola piena di ceci, sostenendo enfaticamente che ci avrebbe reso forti e vitali. Una trovata originale per farci mangiare, non c'è che dire!

Mi ricordo che una volta, in cortile, mi sbucciai il ginocchio mentre giocavo a pallone. Mi misi a frignare, finché sopraggiunse la nonna. Sorridendomi amorevolmente, mi disinfettò la ferita e la ricoprì con due o tre pizzichi di fantomatica "Polvere di Fata", constatando con mio grande stupore che non sanguinava più. 

«Lo so, è miracolosa!» mi disse, accarezzandomi la testa ed invitandomi a non fare altre monellerie. 

Alcuni mesi dopo, la nonna morì e per sua espressa volontà venne cremata. 

Noi, quelli dell'Orto Botanico (così ci soprannominavamo in riferimento ad un famoso libro intitolato I ragazzi della Via Pal) eravamo talmente addolorati da tentare un'azione disperata. In pratica, dall'urna travasammo le ceneri della nonnina nel barattolone in questione, sperando che la polverina l'avrebbe potuta riportare in vita.

I nostri genitori e nostri parenti ci beccarono a operazione conclusa e ce le suonarono di santa ragione. Scoprimmo poi che in realtà la "Polvere di Fata” risultava bicarbonato.

 

 

 

Nota dell'autore: il racconto è parzialmente autobiografico.

 

 

 

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Laura Nuti, "Storia di Melusina"

12 Marzo 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #laura nuti, #recensioni, #fantasy, #miti e leggende

 

 

 

 

Storia di Melusina

Laura Nuti

Marchetti Editore, 2022

pp 63

10,00

 

 

La leggenda di Melusina, metà donna e metà serpente (o forse sirena), risale ad antichi miti celtici ed è giunta a noi in versioni diverse, tutte volte a esaltare remoti casati europei, soprattutto quello dei Lusignano. La sua figura è presente principalmente nel folklore francese, nella versione scritta da Jean D’Arras e in quella successiva di Coudrette, ma viene poi ripresa da molti autori moderni, fra i quali spicca Goethe.

Melusina ha origini fatate, è bella in modo sovrannaturale, con un corpo flessuoso e occhi cangianti. Incontra Reymund nella foresta e i due si piacciono. Solo lei è in grado di consolarlo dalla sua disperazione. Decidono di sposarsi, lui, però, non dovrà mai cercarla di sabato, pena la fine del loro matrimonio. Accetta perché da subito ne è soggiogato, Melusina si rivela affascinante, competente, splendida. Gli partorisce molti figli, solo due dei quali sono normali, gli altri hanno qualche sembianza animalesca: artigli, zanne, musi pelosi, occhi da ciclope. Ma sono comunque giovani forti, ardimentosi, prestanti. La stranezza della prole non diminuisce l’amore e l’affiatamento della famiglia. Melusina e Reymund si amano, lei, intelligente e saggia, aiuta il marito a condurre in porto imprese brillanti, a governare con giustizia. Insieme allevano i figli nel segno della dedizione e dell’amore.

Nella versione di Laura Nuti, Melusina rappresenta un femminino erotico, fertile e materno insieme, che spaventa l’uomo non in grado di comprenderlo e accettarlo. Melusina è la divinità antica che si fonde col nuovo concetto medievale cristiano, dove la donna è legata alla stregoneria e discende dalla prima peccatrice. E Reymund è combattuto fra questa mentalità medievale e il proprio istinto che gli dice di fidarsi della moglie, di amarla senza riserve, sospetti o timori. Ma gli altri si mettono in mezzo, la coppia deve per forza uscire dalla bolla incantata in cui vive e scontrarsi con la cattiveria e i pregiudizi del mondo esterno.  La bolla scoppia, il matrimonio finisce, sopravvive solo l’istinto materno, l’ultimo a morire, l’unico accettato dalla società. Eppure, siamo consapevoli che il sentimento dei coniugi, così profondo e tenace, sarà comunque capace di sfidare la lontananza e la divisione. Reymund e Melusina continueranno ad amarsi, a distanza, oltre ogni tempo, ogni luogo e ogni diversità.

Con questa bella narrazione, Laura Nuti si conferma esperta studiosa di mitologia e fiabe ma anche e soprattutto brava narratrice. Leggendola, mi vengono in mente le atmosfere di Gianbattista Basile. Ci riracconta la storia con un’affabulazione che scorre come acqua di fonte. Le sue parole scivolano facili e felici e hanno il sapore delle antiche narrazioni, quelle del Cantafiabe ne “Le fiabe sonore” dei fratelli Fabbri, quelle dei libri ingialliti nelle soffitte, appartenuti a chissà quale antico bambino. Questa leggerezza, questa capacità affabulatoria, è frutto di uno sforzo certosino di lima, di un lavoro di riduzione all’osso, a un essenziale mai scevro di romanticismo e arcano mistero.

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“RADICI”,  una mostra d’arte per schiarire il tempo oscuro

11 Marzo 2022 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte

 

 

 
 
 
Un giorno prima della mostra ad Alessia, la curatrice e gallerista, ho espresso una mia riflessione sullo stato attuale delle cose. Non ero dubbioso, impaurito oppure incerto ma, dopo due anni di emergenza sanitaria ancora insoluta, unita al dramma della guerra in corso, non potevo fare a meno di pensare che al momento ogni evento culturale, sportivo, o di semplice intrattenimento, poteva subire un condizionamento. Alessia mi ha risposto, con serena convinzione, che la vita continua e che la gente ha bisogno di vivere le cose che la fanno stare bene. La passione ci fa sorridere anche se ci sarebbe da piangere e l’arte ha il compito di colorare sempre la nostra esistenza nei momenti più bui.
Sabato 5 Marzo 2022 Alessia Ferraro ha aperto la sua Ikigai art gallery per la mostra “Radici”, e devo ammettere che aveva ragione, non ho potuto dirglielo prima e così lo faccio ora. Insieme a lei, e grazie a lei, hanno esposto Antonio, Emanuele, Giovanni, Marcello, Walter. Mi piace non chiamarli per cognome per una sorta di amichevole fratellanza artistica.
Il tema  della mostra è “Radici” e ognuno di loro ha mostrato le proprie. Tutti artisti nati.
Giovanni: un ragazzino di circa ottant'anni che non sa se fa le cornici per dipingere oppure se dipinge per poi fare le cornici, un vero artista a tutto tondo che ha esposto “Scopello e le sue meraviglie”. Una manualità fantasiosa per il piacere di comunicare il bello.
Emanuele: dal ciuffo ribelle e dal sorriso elegante, lavora la stoffa, la tocca, la accarezza, la modella, la rende viva con l’aggiunta di parti in metallo o altro, ispirandosi al suo sogno interiore. Lui sogna le forme, le vede a occhi aperti e poi costruisce l’opera, predilige il nero, che non significa il nulla ma il principio della luce.
Marcello: disegna a matita come se ballasse con il sottofondo di una musica melodica, ma è la potenza del colore pennellato con un energia straordinaria che lo fa tuffare nelle proprie forme. L’osservatore delle sue opere vorrebbe toccare quel colore con le mani e assaporare la materia. Che sia questo il desiderio di Marcello? Glielo chiederò la prossima volta.
Antonio: viene da Torino, il suo amore per l'arte sfiora la perfezione, il suo iperrealismo è poetico, la sua tecnica è pulita, raffinata ed emozionante allo stesso tempo; tutti gli iperrealisti hanno quel dono di natura, quella mano ferma che li rende unici, quella concentrazione che potremmo scambiare per ossessione. Gente apparentemente calma ma con un'energia dirompente.
Walter: è un artista per natura, un artigiano per tradizione. Queste sono le sue radici, il suo background, un percorso mai statico basato su lavoro fatto a mano con passione.
Alessia Ferraro aveva ragione, alla mostra ho visto tanti giovani visitatori che esprimevano gioia e serenità. Con alcuni di loro mi sono piacevolmente intrattenuto, i loro occhi brillavano di curiosità e di bella spontaneità. Il futuro è dalla parte loro, l’arte può rendere il loro percorso di vita armonico e positivo.
La mostra “Radici” alla Ikigai art gallery in Via Sirte, 39 in Roma, si è aperta il 5 e terminerà il 15 marzo ’22.
Gli artisti hanno esposto le proprie radici ed è quello che fanno sempre, per loro è naturale, ma questa volta avevano un motivo in più per colorare questo periodo storico: esprimendo un linguaggio universale confermano che è la bellezza che salverà il mondo.
Amici lettori, ci rivediamo alla prossima iniziativa artistica e sarà sempre un piacere.
“RADICI”,  una mostra d’arte per schiarire il tempo oscuro
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