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Vincenzo Trama, "Se fossi postumo sarei (Ba)ricco"

1 Marzo 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #recensioni, #editoria, #gordiano lupi

 

 

Vincenzo Trama

Se fossi postumo sarei (Ba)ricco

Edizioni Il Foglio - Pag. 165 - Euro 12

www.ilfoglioletterario.it

 

Un libro geniale sin dal titolo. Un atto d’accusa in forma di romanzo. Un’invettiva ironica e sarcastica scagliata in faccia a un mondo editoriale ormai alla frutta. Chi sono gli autori italiani che vendono? Si chiede il protagonista, uno sfigatissimo scrittore inedito, supportato dalla fumettistica spalla Mombu, lui, invece, edito ma incazzatissimo. Volo, Moccia, Gramellini, (Dio ce ne scampi e liberi dai suoi incubi, altro che bei sogni!), ogni tanto una Melissa P., a volte uno Scarpa che vince lo Strega con un libro del cazzo (Stabat mater!), uno sceneggiatore che fa i riassunti, un nano, un elfo, una ballerina, la fidanzata d’un calciatore, la bella figa di turno e via di questo passo. Non va meglio con gli stranieri, a suon di Ken Follet e di gialli svedesi, stile Ikea - Iperborea.

Leggo Trama e rido come un matto quando scrive che in Italia tutti scrivono gialli, da Camilleri a Vitali, passando per Lucarelli e Malvaldi, non solo, tutti vogliono imparare a scrivere gialli, come se fosse la cosa più importante del mondo, la sola cosa da fare in questo preciso momento storico. E qualche scrittore tipo Roversi - Trama non fa nomi ma li faccio io - si crede figo perché ha inventato il noir milanese. E Scerbanenco, povero illuso? E Fernando di Leo che faceva cinema polar pescando a piene mani dalle storie di uno degli autori meno considerati della letteratura (sì, lo era, caro critico del cazzo che storci la bocca!) italiana?

Trama ne ha per tutti, anche per le fiere del libro, da Chiari dove alberga la tristezza d’un paese affogato nella depressione padana, a Pisa e Torino, fiere a base di vanità e lustrini per autori ormai stremati in attesa di esalare l’ultimo respiro.

Sì, lo so che Giulio Mozzi direbbe: “Caro Gordiano Lupi, un romanzo che parla di uno scrittore non sa di niente, tanto tanto lo può scrivere John Fante, mica Vincenzo Trama. E poi non si è mai visto un editore che scrive la recensione al libro di un suo autore. Non è credibile”. Aspetta Primavera, Giulio! Aspettala, che io intanto fo’ come mi pare. E proprio perché in vita mia non ho mai scritto una recensione a un mio autore, credo che questa sia parecchio credibile. Punto primo perché non è una recensione ma un racconto incazzato, di quelli che non piacciono a te perché non puzzano abbastanza. Punto secondo, perché penso che questo sia un libro utile e che in parecchi dovrebbero leggerlo, facendosi delle domande, ponendosi dei dubbi. Magari un giorno immagino un lettore che prende tutte le cazzate di Moccia, Volo, Baricco, Gramellini, Serra (roba tipo Gli sdraiati, cazzo! Un libro inutile, deleterio, da macero) e ci fa un enorme falò sul terrazzo di casa propria. Immagino quel lettore depresso risorgere dal sonno di una ragione che ormai ha generato il suo mostro, brandire una copia di Se fossi postumo sarei (Ba)ricco stile lancia metaforica contro l’ingiustizia del mondo. E vedo in lontananza Mombu danzare un rito magico, resuscitare l’anima di Brizzi ai tempi in cui scriveva Jack Frusciante, Bastogne e i ragazzi immaginari, scorgo Bianciardi volare da tremendo fantasma vendicatore, intravedo Pavese e Cassola prendere per mano Pasolini e ribellarsi contro la merda che ci circonda. Perché, come disse Bombolo in un famoso film con Tomas Milian, anche se condita con il parmigiano, sempre merda resta! E questo è lo stato dell’editoria italiana oggi, della pseudo letteratura che ci fagocita, commercialmente parlando.

Bravo Trama. Invidio il tuo giovanile furore, ché hai giusto l’età di quando scrissi Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura. Posso morire felice, perché so di avere se non proprio un erede - ché da ereditare c’è poco - almeno un collega di merende sotto forma di salutari incazzature. Poi, Giulio, si fa per ride’- come diceva Benigni, quello vero, non il sosia bonaccione che ha preso il suo posto e vota Renzi - lo sappiamo anche noi che i problemi sono altri. Ma, pensaci bene, vedrai che te ne rendi conto anche te, se solo per un istante abbandoni l’ultimo racconto di Carver, quello che narra la triste vicenda di un cuoco dell’Oregon che puzza di frittura di pesce, che una letteratura del niente è la cartina di tornasole per scoprire la nostra povera Italia del niente.

 

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

 

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C'era una volta la Romagna: vita da fanciulli

28 Febbraio 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

 

 

 

D'estate era bello vivere in campagna, niente scuola, niente levatacce, niente compiti, si andava per i campi in cerca di lucertole e girini. Al fiume ci divertivamo a camminare sui sassi del greto, aspettando il primo che scivolava in acqua, per ridere tutti a crepapelle. A metà mattina la nonna ci chiamava a perdifiato, c'era da portare la “colazione” agli uomini che lavoravano nei campi lontano da casa.

Per loro la giornata era iniziata all'alba, con zuppa di pane raffermo nel caffellatte, così venivamo incaricati di portare borse piene di ogni ben di Dio. Al nostro arrivo si sedevano all'ombra di un frondoso olmo, ce n'era sempre uno al centro del campo per consentire ristoro dalla calura estiva. Dalla borsa di corda preparata dalla nonna uscivano piatti capovolti uno sull'altro per conservare i cibi al caldo e legati con un tovagliolo per evitare si rovesciassero. Dentro c'erano per lo più uova fritte con prosciutto o pancetta e friggione (un intingolo di pomodoro e cipolla) poi nella borsa trovavano posto, oltre a pagnotte di pane, bottiglie di acqua e di vino che si appannavano al sole, perchè erano state conservate al fresco del pozzo. Il nonno e gli zii bevevano il vino da un unico bicchiere che veniva sciacquato con l'acqua prima di passarlo al vicino, poi si pulivano con la manica la bocca e la faccia sudata. Noi li guardavamo, restando in attesa di riportare le stoviglie a casa e nel frattempo eravamo bersaglio dei lazzi degli zii che si godevano quei pochi minuti di riposo. Un sassolino tirato di nascosto, giochi di parole, sciocchezze per farci ridere. Da me che ero la “cittadina” si pretendeva che imparassi il dialetto. E l'ho imparato talmente bene che mi è più facile esprimere in dialetto sentimenti ed emozioni di livello personale, mentre con l’italiano cerco di scovare la società e le sue contraddizioni. La campagna era silenziosa si sentiva il rumore del pane masticato in fretta e il ronzio delle mosche. Gli uomini dopo lo spuntino sarebbero tornati a casa per il pranzo e per un breve riposo all'ombra degli alberi, sdraiati nell'aia su un sacco “d'ortica” col cappello calato sugli occhi, per poi riprendere il lavoro nel pomeriggio, dopo le ore più calde, e ritirarsi a tarda sera. In quei rari momenti di tranquillità, nell’accecante silenzio della calura pomeridiana, quando anche i miei cugini sonnecchiavano, mi sedevo sotto il tiglio dietro casa e, accompagnata dal frinire sordo delle cicale, leggevo un libro ad alta voce, cantilenando le storie alla mia bambola di pezza.

Quando, tornando a casa dai campi, rompevamo un piatto, perché qualcuno non era stato attento o aveva sgambettato a bella posta chi portava la borsa, la nonna, non sapendo chi punire, puniva tutti. La sculacciata era la punizione generale, toccava aspettare il proprio turno e prenderla, poi fra di noi pareggiavamo i conti, perché chi si sentiva punito ingiustamente si faceva giustizia a suon di calci e sberle e dai lividi del giorno dopo la nonna sapeva chi era stato il colpevole.

La sera, spossati, sporchi, ci spogliavamo sull'aia e ci lavavamo dentro catinelle di acqua scaldata al sole, era una specie di bagno comunitario, come nelle piscine termali di oggi. Finita l'immersione serale, ci spettava una bella tazza di latte fresco col pane e si andava a letto. Erano notti calde, dormivamo con la finestra aperta, tre o quattro per letto, e la luna faceva capolino tra i guanciali toccando con una lieve, pallida carezza i nostri visini ubriachi di sole e di stanchezza. Gli occhi si chiudevano presto in sogni di immensi campi di papaveri e grano, echeggianti di grilli neri come la notte, mentre le mani stringevano avidamente l'ultimo tozzo di pane rimasto.

La domenica veniva veramente una sola volta a settimana e il nonno comandava di andare a Messa, vestiti a festa, puliti, pettinati, era vietato sporcarci. Al ritorno, si mangiava il brodo, la carne e a a volte anche il dolce, se la nonna aveva avuto il tempo di prepararlo e noi immancabilmente litigavamo per la fetta più grande. Mi piaceva molto di più quando, durante la settimana, mordevamo lo stesso panino seduti sui gradini di casa, con i nastri sciolti in testa, i vestiti un po' laceri, la maglietta della sorella più grande e i pantaloni macchiati d’erba sulle ginocchia. Mi piaceva di più quando ridevamo per ogni stupidaggine e urlavamo correndo per casa. Mi piaceva perché ci volevamo bene, non si litigava per il pezzo più grande della torta. La domenica ci facevano belli e diventavamo cattivi.

C'era una volta la Romagna: vita da fanciulli
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Sabina Crivelli, "La caduta"

27 Febbraio 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

La caduta 

Sabrina Crivelli

 

Armando Siciliano Editore

pp. 100

12,00

 

Sabrina Crivelli è laureata in materie economiche, di mestiere fa l’analista finanziaria, ma non disdegna le lettere classiche, visto che la sua seconda laurea è in tale materia, indirizzo artistico. Studiosa di arte e cinema, dirige Il Cineocchio (rivista digitale) e lavora per Nocturno, ma riesce a trasmettere emozioni anche usando un genere letterario molto classico come il poemetto.

La caduta si presenta bene sin dalla copertina, perché il Mefistofile protagonista della lirica è disegnato da Sergio Gerasi (Male riflesso, è il titolo dell’opera pittorica), autore Bonelli per Dylan Dog e altri personaggi interessanti. Il poemetto ricorda il percorso dantesco e l’opera di Eliot, ma anche Il maestro e Margherita di Bulgakov e il Faust di Goethe, citando nella parte centrale la leggenda di Dracula e la vera storia di Vlad Tepes, detto l’Impalatore.

Sabrina Crivelli racconta - tra poesia e prosa poetica - il cammino dell’uomo, le sue cadute, il suo percorso tortuoso, gli ostacoli da superare nel correre del tempo. Mitologia, storia, poesia, letteratura, arte, tutto finisce per comporre un’opera intensa ed evocativa, che non si presta a un commento quanto a un’attenta lettura per assaporare ogni frase di una composita struttura lirico - narrativa. Sabrina mette in poesia gli archetipi del Male, i peccati capitali, i destini umani e le inevitabili cadute lungo il percorso della vit

Abbiamo avvicinato l’autrice per avere una sorta di dichiarazione autentica e per approfondire i motivi che l’hanno condotta a scegliere la forma letteraria del poemetto. Ecco la sua risposta: “Al giorno d’oggi la poesia nell’immaginario collettivo è percepita come lirica, componimenti spesso in verso libero. Al contempo gran parte degli autori, anche con risultati eccelsi, hanno scelto di esprimersi in questo modo. Tuttavia, c'è nella tradizione classica, come nella grande letteratura italiana (intendo soprattutto l'opera di Dante, di Ariosto, del Pulci e così via) una versificazione differente, che unisce il narrare all'utilizzo di una forma più normata, l'endecasillabo. Si tratta di una forma musicale, in cui la parola e il suo suono si fondono al significato e cullano l'ascoltatore, come accadeva con gli antichi aedi. Credo fortemente nel potere vibratorio della lingua, che va assai oltre al significato stesso dei singoli vocaboli, così ho scelto di scrivere un poemetto che potesse racchiudere la possibilità di sviluppare una diegesi in maniera estesa, come d'altro canto è proprio del romanzo, e allo stesso tempo avere quella musicalità, quell'estrema attenzione alla parola, proprie della poesia. Per questo il poemetto. In realtà si tratta di un prosimetrum, dacché i dialoghi sono in prosa, questo per dare drammaticità allo sviluppo, allo scambio verbale”.

Non resta che leggere qualche verso.

 

Poi la Tenebra d’un tratto gli parve

estremamente familiare, quasi

piacevole. Avvolgente cullava

il suo corpo, fattosi debole, e

la sua mente, più acuta che mai.

Tutto gli parve chiaro. Una forza,

una incredibile forza nacque

dall’odio, la vide davanti a lui,

lui che da anni era reso cieco

dalla costante tenebra. Ora Lei,

proprio Lei, gli permetteva una vista

sovraumana. Così gli apparve.

Un lungo mantello scuro copriva

il suo corpo nudo, di un candore

accecante. Sul capo un cappuccio.

Aveva occhi gialli, ammalianti e

ferini, e lunghi capelli fulvi.

 

Posso entrare? Certo mia Signora!

Mi hai chiamato ... Mi sbaglio? E come potreste?

 

La donna sorrise soddisfatta,

poi gli accarezzò il polso e il collo.

 

Sai perché sono qui, vero? Certo, mia Signora!

 

Se ne stupì. Come poteva? Era

una voce dentro di lui, oppure

un’arcana memoria, o un istinto

feroce, di cui la Tenebra s’era

nutrita in quegli anni, divenendo

sempre più forte ed ora era lì.

 

Sei pronto? Ancora un istante, ve ne prego ...

 

Un istante per rivivere la sua

umanità, quella poca che gl’era

rimasta. Un’ultima volta la sua

immagine. Elisabetha. Lei, poi

una notte eterna nei suoi occhi.

 

Bene. Sono pronto all’oblìo ...

 

È un patto di sangue, questo con me, ma credo tu lo sappia ...

 

Sì ed è per l’eternità. Allora porgimi i polsi e poi sarai libero ... Libero, finalmente ...

 

Gli graffiò la pelle. Un artiglio. Fu

appena percettibile. Poi sentì

il calore del suo sangue. La vide.

Lo versava in una coppa d’oro,

sopra, sparsi, dei rubini tagliati

a goccia brillavano di un rosso

intenso. Lei si tagliò il polso e

allo stesso modo il suo fluido

vitale, di un colore più cupo,

fluì nell’aureo contenitore.

Un lieve vortichìo della mano e

lo porse piano all’uomo, lui bevve.

 

 

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

 

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Romics: concorso Libri a fumetti

26 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #concorsi, #vignette e illustrazioni

 

 

Alla XXI edizione di Romics torna l’appuntamento con il Concorso Libri a Fumetti: il Premio che promuove la lettura e i migliori autori della nona arte Libri a Fumetti, il Concorso dedicato al mondo dei libri a fumetti, che negli anni scorsi ha premiato importanti autori quali Paco Roca, Robert Kirkman, Gipi, Igort, Canales e Pellejero, ritorna alla XXIesima edizione di Romics (6-9 aprile 2017).

Romics continua a impegnarsi per promuovere e diffondere in modo sempre più capillare la lettura in Italia attraverso un concorso che riunisce le più interessanti uscite editoriali della nona arte pubblicate nel nostro paese. Libri a Fumetti coinvolge artisti di diverse provenienze geografiche, offrendo un quadro ampio ed esauriente delle novità del panorama italiano e internazionale, sia grazie alla presenza in concorso di opere di artisti più rinomati, che alla sezione Nuovi Talenti, dove vengono premiate le matite più promettenti.

Il Concorso prevede 10 Premi: Gran Premio Romics, Premio Speciale della Giuria, Miglior libro di scuola Sudamericana, Miglior libro di scuola Angloamericana, Miglior Libro di scuola Europea, Miglior libro di scuola italiana, Miglior libro di scuola Giapponese, Miglior ristampa, Premio Nuovi Talenti.

Romics dedica uno spazio sempre crescente ai libri candidati, sia veicolandoli tramite i canali di comunicazione della manifestazione, sia tramite una mostra all’interno di Romics che permetterà ai visitatori di visionare tutti i libri in concorso.

Importanti novità sulla giuria di questa edizione, con alcuni dei prestigiosi giurati che arrivano a Romics da mondi apparentemente lontani da quelli del fumetto: il giornalista Piero Melati, Romano Montroni, presidente del Centro per il libro e la Lettura – Cepell, Enrico Fornaroli, Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, grande esperto di Fumetto. Una scelta fatta per sottolineare il progressivo assottigliarsi dei confini tra il fumetto e la narrativa tradizionale.

Il concorso si inserisce all’interno di diverse iniziative targate Romics che hanno l’obiettivo di dare ulteriore slancio alla promozione della lettura in Italia, credendo fortemente che le graphic novel, la creatività nel fumetto siano straordinari mezzi di espressione che valicano confini geografici e sopratutto barriere culturali di ogni genere.

La cerimonia di premiazione si terrà il 9 aprile 2017 presso il PalaRomics.

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FUMETTO, ANIMAZIONE, CINEMA E GAMES Festival Internazionale del Fumetto, Animazione, Cinema e Games Tel. 06 87729190 - Fax 06 87729192 - info@romics.it

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Io ero un'anima debole, un nido di paglia e cereali

25 Febbraio 2017 , Scritto da Fabio Strinati Con tag #fabio strinati, #poesia

 

 

Alcuni brani tratti da Dal proprio nido alla vita

 

ll freddo miete le sue vittime cercandole sempre tra le più deboli.

Io ero un’anima debole, un nido di paglia e di cereali.

La paura del vento, degli urli tra i rami spogli

degli alberi spettrali, e le sentinelle della montagna...

le minacce della vita nei giorni freddi dell’inverno,

che alimentavano in me, un’angoscia devastante,

proprio come le mosche, insonnolite

prima di quel lungo viaggio che forse, staccherà il biglietto

per quei paesaggi miti, o per quei paesaggi, dove i moribondi

siamo sempre noi, anime vaganti per i sentieri infiniti!

 

 

 

La morte è un termine orrendo. Orrenda è la morte,

che all’improvviso arriva, con aria buffa

di chi si prende gioco della vita, di chi la disprezza;

la morte è più vera di un inganno deciso a tavolino,

di questi uomini vestiti di nero, di cui nulla sappiamo

ma che con certezza, come la morte arriva,

che della vita se ne fa beffa!

 

 

 

Il vento è un suono così sottile, così

invisibile, che sa essere custode

e  padre al tempo stesso:

il vento è quel treno di ferro

che ti accoglie nel suo viaggio,

facendo scendere ad uno ad uno,

i fantasmi che ti porti dietro!

Nel vento possiamo volare,

leggiadri come piume,

sereni come il cielo

oltre quella linea longitudinale...

oltre un mare lontano,

saggia è la vecchiaia,

matura la tua rondine madre!

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Le riflessioni di Luca: Enne dice la verità

24 Febbraio 2017 , Scritto da Luca Lapi Con tag #luca lapi, #le riflessioni di luca

 

 

Come sapete, Luca Lapi è uno dei nostri più assidui frequentatori del Laboratorio di Narrativa. Tuttavia ci siamo accorti che i suoi scritti diventavano sempre meno racconti e sempre più annotazioni personali. Abbiamo scelto, perciò, di affidargli una rubrica tutta sua, per ringraziarlo della fiducia e pazienza con cui ci ha seguito in questi anni.

Ecco la sua prima breve ma incisiva riflessione. Parla di verità ma il senso, il messaggio, è nascosto dalla bellezza delle parole, sempre meno giocate e sempre più poetiche. 

Patrizia Poli  

 

 

ENNE DICE LA VERITA'

     Enne dice la verità.
     Dice la sua verità.
     La dice a Rita, l'unica che, secondo Enne, abbia il diritto di saperla ed il dovere di custodirla, come una perla.
     Altri non ne hanno che il rovescio.
     Dice a Rita un ritaglio della sua verità.
     Glielo dice, in ritardo.
     Rita s'irrita, per questo motivo.
     "Perché non me l'hai detto, prima?"
     "Perché, prima, questo ritaglio era sciocco, senza sale (nemmeno di aspetto, per paura di apparire troppo brutto) nella zucca, senza pepe, che potesse renderlo più piccante, senza olio, per paura che scivolasse e si fratturasse, senz'aceto, che potesse renderlo più faceto, senz'aglio, per paura di commettere uno sbaglio e mandare ogni cosa allo sbaraglio. Mi mancava la rima, rimasta nel cassetto (come un sogno), alternata con un verso libero, baciata dalla fortuna, concatenata, in attesa di un poeta che la liberasse. Era un sogno, prima, spaventato dalla prospettiva d'infrangersi nella realtà, sempre troppo alta, per poterla raggiungere, a modo mio".

         

luca.lapi@alice.it

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Meredith Wild, "Senza difese"

23 Febbraio 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Senza difese

Meredith Wild

Newton Compton

 

 

Erica Hathaway, dopo anni di tribolazioni e rinunce, si è laureata ad Harvard. Il blasonato istituto, oltre a vantare i posti migliori in classifiche dove sono presenti quasi tutte le università dell’intero globo terracqueo, ha sfornato alcune tra le personalità più di spicco degli Stati Uniti (e del mondo intero, in realtà). In più, già un anno prima della laurea, è riuscita a far spiccare il volo a Clozpin, un social network sulla moda. La bella Erica è un po’ Rory Gilmore – devota agli studi e impareggiabile nei suoi risultati accademici – e un po’ Mark Zuckerberg – tra picchi di utenti, ricerche di investitori e siti da migliorare –. Doverosa parentesi affinché il lettore sappia che la protagonista è arguta, sveglia e indipendente. Quale buco nero inghiottisca parte di queste qualità durante il suo primo incontro con Blake Landon, non c’è dato da sapere. Lui è bello, ricco e potrebbe comprare una città intera con un solo click.

L’amore a prima vista esiste? Io sono sempre stata scettica, un po’ cinica, riguardo queste cose. Ma pare, in pieno Sfumature’s universe, che siano guai, quando l’amore arriva così… Un po’ per tutti, certo, ma soprattutto per la protagonista in rosa. Lei lo guarda e si perde. Lui la guarda e la vuole. Non ci sono i comuni rituali di corteggiamento… sapete quali? I sorrisini, le occhiate lanciate per caso per un’ora intera prima di essere notati, i movimenti delle spalle. No. Figurarsi. Loro si guardano e si amano. Direttamente. Come se Cupido in persona li avesse trafitti con una sua freccia. E per lei? Cosa ci si deve aspettare? Dovrà disabituarsi a respirare da sola, la bella e futura imprenditrice; d’altronde un giovane palestrato – che ha nel portafogli più soldi di quelli che io saprei mai solo immaginare – sa farlo per lei. Lui ha la mania del controllo – mica l’abbiamo già sentita, questa – e non gli sta bene che lei lo contraddica. La ama profondamente già dal primo incontro, ma su di lei ha le stesse pretese che ho io verso il mio PC: sapere sempre dove è e comandarne ogni azione. Quello puoi farlo, quello no, ma fidati lo faccio per il tuo bene: questo è il cardine della storia. Una delle fortune è che la coppia Hathaway/Landon ha un dialogo un po’ meno stringato della coppia Steel/Grey, benché non notare delle profonde somiglianze sia impossibile. Inoltre la Hathaway ha più rispetto per se stessa… e talvolta dice di no. E, udite udite, non viene nemmeno sculacciata per questo.

Entrambi hanno un bagaglio di sofferenze e problemi alle spalle… riusciranno a mandare avanti sia la loro storia, giungendo magari a compromessi, che le loro carriere senza che questo amore morboso offuschi le loro vite?

 

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Non c'è ritorno

22 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia

 

 

Stavo meglio

quando pensavo

che il gatto mi baciasse

quando le parole erano vaghe

come stelle del Leopardi

quando il cane agitava la coda

solo per fare le feste

quando cercavo gente

per voler bene

senza aggiunte

Dietro c’era quello che si vede

E sangue chiamava sangue

con purezza facile

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C'era una volta la Romagna: il capofamiglia

21 Febbraio 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

 

 

 

Le famiglie erano numerose, spesso nella medesima casa i bambini vivevano con tanti zii, tanti fratelli e nella famiglia patriarcale il nonno era l'unico, indiscusso, capofamiglia, l'unica vera autorità riconosciuta da tutti. Comandava sui figli, sui nipoti, sui lavori da compiere, decideva quali le bestie da vendere, e quali le spese da fare al mercato. Nella piazza del paese, dove si svolgeva ogni settimana il mercato agricolo, il nonno andava a trattare l’acquisto e la vendita del raccolto o degli animali, erano contrattazioni estenuanti che potevano durare per ore, poi, improvvisamente, il tutto si concludeva con una stretta di mano, una pacca sulle spalle e l’accordo tra galantuomini era fatto.

Aggrappata alla giacca di mio nonno assistevo alle trattative e ricordo che quando lo sentivo parlare della vendita di un capo di bestiame mi chiedevo quale mucca sarebbero venuti a caricare per portarla al macello. Io davo un nome a tutte Bianchina, Milva, Bionda, Negra, Gina, Pina, Gioconda e le riconoscevo una per una, quando poi si trattava di un vitellino allora piangevo. Il nonno aveva un portafoglio grande fatto come un organetto e quando lo apriva pensavo a quale musica abbinarci a seconda del tempo che lo teneva aperto o lo richiudeva o lo riapriva, mentre parlava coi commercianti, trattando sul prezzo. Il nonno era tirchio, “tirava” anche sul costo di una dozzina di uova e ci ha insegnato l'amore per la terra, il valore dei soldi, dei sacrifici, della fatica e del sudore della fronte.

Dopo ogni mietitura, ordinava a noi bambini di andare a “spigolare”. Si trattava di percorrere i campi dove il grano era stato mietuto in cerca di spighe cadute dai covoni e rimaste a terra. Nulla doveva andare perduto. Noi ubbidienti facevamo a gara a chi arrivava prima correndo ognuno col suo secchio, incuranti delle ferite che ci procuravano le stoppie acuminate nelle gambe nude. Raccoglievamo grano da portare a casa che sarebbe servito per i polli e, pulendo una manciata di chicchi, li masticavamo tenendoli in bocca. La crusca formava una specie di colla dolciastra tanto da farla sembrare una gomma americana. Era la nostra gomma americana certamente più salutare e ricca di vitamine e, quando eravamo stanchi di masticare, la ingoiavamo contenti.

Negli anni il nonno si era fatto scarno, era rimpicciolito, non era più l'uomo imponente che ci prendeva a “scappellate” quando eravamo troppo monelli, stava quasi tutto il giorno tra i pagliai dietro casa, seduto con lo sguardo fisso. Si sentiva stanco e si vergognava di non essere più utile per lavorare la terra, si rifugiava nella stalla e quando non andava su e giù fra le bestie, con un forcale sulle spalle, se ne stava su una sedia spagliata, ai piedi di una posta vuota tra nidiate di pulcini pigolanti. Cominciò a declinare piano piano. Mi sembra ancora di vederlo, col suo vincastro, ormai utile solo ad allontanare le mosche, mentre le vacche ruminavano quiete. Il sigaro toscano sempre a lato della bocca, avvolto da una nube azzurrina di fumo, il pastrano addosso e il cappello a larghe falde calato in testa. Baffi rossi come i capelli, la sua ombra si allungava, tremolante in mezzo alla stalla. Il suo ricordo è forte e presente come l’ultima volta quando ci siamo salutati tanti anni fa e lui è andato ad amministrare una tenuta in Paradiso.

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L'edicola del tempo

20 Febbraio 2017 , Scritto da Diego Popoli Con tag #diego popoli, #racconto

 

 

 

Aprile 1978. Un sole gentile riscalda il porfido del grande viale pedonale che, insieme a mia madre, mi accompagna a casa. Sulle spalle il peso della cartella e di una pesante giornata di scuola conclusa con il compito in classe a sorpresa di geografia. Per tirare su il morale ci vorrebbe una bella bustina di trasferelli. Cosa sono i trasferelli? Sarebbe meglio dire cosa erano. Si trattava di un cartoncino ruvido sul quale era disegnato uno sfondo, uno scenario per intenderci. Fantascientifico, storico, western ecc... Insieme ti venivano date delle veline con dei personaggi, tu non dovevi fare altro che ricalcarle vigorosamente con una matita e poi… Strap! E magicamente il tuo astronauta, il tuo robot, il tuo centurione, rimanevano lì, fissati per sempre su quei venti centimetri quadrati di fantasia. I miei preferiti erano quelli con i dinosauri. Giorgio, il signore dell’edicola, me ne teneva sempre da parte una confezione, perché sapeva che alla fine, in un modo o nell’altro, l’avrei avuta vinta. Come quel giorno. Al solito, pochi soldi nella borsetta, ma tanta voglia di farmi contento. I trasferelli certo, ma anche la scusa per aprire una parentesi nelle fatiche scolastiche ed entrare in un mondo magico, prima di mettersi di nuovo alle prese con i compiti di matematica. L’edicola, un niente di spazio, tra il panettiere e la farmacia, uno sgabuzzino delle meraviglie, dove stretto stretto tra le riviste di motori e i quotidiani sportivi, tra l’ultima avventura di gatto Silvestro e lo sguardo diabolico di Diabolik, sognavo il mio futuro. Fino quando il Signor Giorgio, una montagna di carne senza fine, con due baffoni che facevano provincia, da altezze siderali faceva piovere la sua manona con una bustina color avana e una scritta blu, che ora non ricordo.

Aprile 2015. Attraverso il parcheggio con sulle spalle ancora il peso e la tensione di una dura giornata lavorativa. Un bambino con in mano un tablet credo, o un’altra diavoleria tecnologica a me sconosciuta, si lamenta per entrare. Non si parla di trasferelli certo, ma i capricci in fondo sono gli stessi. Certe cose cambiano è vero, altre fortunatamente no. Anche oggi l’edicola è il mio luogo di decompressione, un rifugio da stress e tensioni, il mio personalissimo paese dei balocchi, nel quale entrare e, per un quarto d’ora, lasciare fuori il resto del mondo con i suoi casini, i suoi problemi. Dentro mi aspetta William, il proprietario, che per modestia non lo dice, ma credo di recente abbia vinto il premio per la faccia più simpatica d’Europa. Davanti alla porta a vetri prendo un bel sospiro, chiudo gli occhi, entro e… Nel saloon il fumo naviga a mezz’aria, insieme alla puzza di whisky e tabacco. Musica sgangherata da un pianoforte sgangherato, mentre entreneuse della prima ora intrattengono pistoleri dell’ultima ora. E mentre cerco di capire cosa diavolo… Sento scricchiolare il parquet alle mie spalle, sotto il peso di passi di cuoio adornati da speroni. Poi…click. Anni di serate passate sul divano con mio padre e i magnifici sette rendono quel suono inconfondibile e agghiacciante: quello è il rumore del cane di una colt sei colpi a canna lunga. Istintivamente mi giro e me lo trovo di fronte. Da sotto il cappello, mi scruta incuriosito, quasi divertito, prima di puntarmi la canna dritto al cuore. Sorride beffardo, si sfila il mezzo sigaro dalla bocca e: ‹‹Adios amigo››.

Din, din, din, il campanello del forno suona, il dolce è pronto. Una spolverata di zucchero a velo e via, in tavola. La nonna esagera, me ne taglia un super fettone che levati. Che profumo, ma lo sento solo io? E magicamente ritorna quell’età magica nella quale bastava uno spicchio di torta paradiso per ritrovarsi in paradiso. E mentre i denti affondano nella pasta dolce leggermente aromatizzata all’anice…

Din, din, din il cicalino della nave ci avverte che ormai siamo arrivati. L’inglese seduto accanto a noi sul ponte, in una tenuta colonial-improponibile, si alza e punta il dito dritto davanti a sé. Ormai si vede, terra! Per un istante uno spruzzo prepotente mi copre la visuale. Ma quando la schiuma si deposita di nuovo tra le onde, la vedo: quella spiaggia la riconoscerei fra mille. Creta, il mio luogo dell’anima, il posto più bello del mondo dove sdraiarmi al sole con la Barbara, Arianna, Teseo e il Minotauro. E mentre già sogno giorni di dolce riposo e serate al ritmo del Sirtaki…

Din, din, din. La suoneria dello smartphone mi sorprende in macchina, alle prese con gli ultimi rigurgiti del traffico della sera. Meglio rispondere: ‹‹Sei in ritardo. Sei passato in edicola vero?›› Potrei resistere a un interrogatorio dell’ispettore Derrick come a uno dei più moderni CSI, ma non credo di avere chance con la Barbara. Meglio confessare subito il proprio reato: ‹‹Dai muoviti che ti aspetto!›› Mi sfilo l’auricolare e lo appoggio di fianco a me, sopra al DVD appena comprato, quello del western preferito di mio padre, in versione restaurata e integrale, super mega regalo di compleanno. Fra l’altro era in offerta, non mi è costato nemmeno tanto, giusto un pugno di dollari. Più sotto un mensile di cucina con la ricetta di quella torta che mia mamma cercava da una vita e che non ero riuscito a trovare nemmeno su internet. E insieme, la mia rivista preferita di viaggi con uno speciale interamente dedicato alla Grecia, la mia amata Grecia, scusa perfetta per passare una serata con Lei, a programmare insieme le prossime vacanze.

Torno a casa un po’ in ritardo è vero, ma pieno di sorprese per le persone che mi vogliono bene e soprattutto senza tutta quella tensione con cui ero uscito dal lavoro. Con in tasca un briciolo di serenità e che ci crediate o no… una bustina di trasferelli.

 

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