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Stefano Colli, "Lettere da una bambola"

28 Giugno 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Lettere da una bambola

Stefano Colli

Giuliano Ladolfi Editore, 2018

pp 78

10,00

 

Questa nuova opera di Stefano Colli mi è piaciuta molto più della prima. È, oggettivamente, un testo di pregio. Si tratta di un poemetto, o, meglio, di un romanzo sotto forma di poesie l’una collegata all’altra, con una sorta di trama, di svolgimento e di conclusione.

Le liriche sono discorsive, semplici, molto caproniane e prosaiche, eppure poetiche e belle, con grande senso del ritmo, a parte qualche verso meno riuscito. Lo stile è sobrio, dimesso, scarno eppure pregno. Anche qui, come già ne La diaspora del senso, abbiamo un collage di versi di altri poeti, una serie di echi e rimandi. Non si tratta di “copiare”, bensì di usare strofe e parole altrui dopo averle introiettate e fatte proprie, quasi una specie di codice in comune col lettore.  

Tutto il componimento stesso si basa su qualcosa di già esistito, poiché si rifà alle “Lettere da una bambola” scritte da Kafka, “uno scrittore di cui non ricordo il nome”, alla bambina Elsie. Qui, invece, la bambina si chiama Gioia e la bambola che le scrive Ester.

L’io narrante è una sorta di figura sospesa, che vive in un limbo costituito non si sa se dalla morte o dalla Follia, personaggio a sua volta della storia. È “un uomo senza passato”. Però, man mano che procede la narrazione, egli recupera parte della memoria, scopre di aver avuto una moglie, che ora lo tradisce col migliore amico, e due figli. Le lettere lo tengono ancorato alla terra, in bilico fra il qui e l’Altrove.

Nei viaggi fittizi raccontati nelle missive, l’uomo viene in contatto con tanti bambini che nel mondo hanno un motivo per piangere - così come piange la piccola Gioia/Elsie - per le situazioni atroci in cui sono costretti a vivere: la guerra, la barbarie, lo sfruttamento. Bambini che “non sono più in grado di sognare”. Si spazia da Pol Pot a Stalin, a Tito, su su fino ai mali dei giorni nostri, fino ai naufragi nel Mediterraneo, fino al terrorismo afghano.

C’è sempre un motivo per piangere al mondo, ma ci si può anche consolare con una flebile speranza. Speranza che queste lacrime si asciughino, che il mondo si raddrizzi, che un Dio, forse non “senza peccato”, rivolga finalmente a noi il suo sguardo. Bisogna, per permettere a questo seme di speranza di germogliare, non solo imparare a cooperare per il bene comune, ma pure far cadere gli “steccati e pregiudizi”, aprendoci a una conoscenza che è anche, per forza di cose, follia. Perché il sapere può renderci liberi ma anche sconvolgerci, scardinare le nostre comode certezze, capovolgere il nostro credo. La poesia serve a questo, a denunciare, a consolare, e a rivoluzionare.

 

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Stefano Giannotti, "Fermento di Falesia"

27 Giugno 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Stefano Giannotti
Fermento di Falesia

Euro 12 – pag. 80
Edizioni Cinquemarzo, 2018 - www.cinquemarzo.com

 

Stefano Giannotti è autore che conosciamo per aver apprezzato i suoi primi romanzi editi, - Alla ricerca dell’isola perduta e La biblioteca di sabbia -, pervasi di citazioni da Borges, Proust e altri autori che compongono il suo immaginario letterario. Non conoscevamo la sua inclinazione poetica, ma questa silloge, dedicata alla città natale, dimostra che l’ispirazione lirica non è meno coinvolgente rispetto alla dimensione della prosa. La dedica compone una sorta di lirico (quanto condivisibile) incipit: A Piombino, dove sono nato,/ che da giovane ho creduto essere tutto il mondo./ Adesso che di mondo ne ho visto abbastanza,/ non so se da ragazzo mi sbagliavo poi molto, che dà il via a una proustiana ricerca del tempo perduto, segnata dal rimpianto e dal vivere con i ricordi, patrimonio personale irrinunciabile. Amarcord felliniano per immagini che colpiscono improvvise e scaturiscono dagli oggetti più impensati e dai luoghi ritrovati nelle vesti d’un tempo.

Il poeta percorre le strade della sua città mentre da ogni angolo fa capolino il passato, sotto forma di sensazione indelebile e di flashback della memoria che ricorda sequenze indimenticabili de Il posto delle fragole.

Il portachiavi, le camicie e l’orologio/ non sapranno mai che me ne sono andato/ ma questa città non mi abbandona/ aspetta che sia sempre parte di lei/ sono nato, sono stato e sempre starò a Falesia.

Piombino - Falesia è il nome antico che ricorda le scogliere - occupa gran parte dei componimenti, intenso come luogo dell’infanzia, la Combray indimenticabile di Proust, dove tutto comincia e dove si tende a tornare. Altre liriche sono dedicate a se stesso, ai libri, alla biblioteca, al vento che soffia dalla Provenza, alle donne del passato, a scrittori e personaggi di romanzi, ma su tutto aleggia il panorama indimenticabile d’un promontorio, dal Golfo di Baratti alla Cittadella, passando per la piazza sul mare dedicata a Giovanni Bovio.

Che ne sarà stato di quei ragazzi/ che verso il mille e novecento ottanta/ si ritrovavano su quelle panchine/ a cercare senza trovarlo/ un luogo dove spendere il tempo/ ignari del tedio che porterà il futuro/ ma felici a notte fonda di dire/ ci vediamo domani, amici.

Il rimpianto resta nota indelebile:

Cosa non darei per scambiare ancora/ le figurine in via Dalmazia/ il nascondino o un calcio al pallone/ un gioco continuo fino al tramonto.

L’Isola d’Elba all’orizzonte segna la rotta da seguire, una volta mollati gli ormeggi, lasciando alle spalle ciminiere corrose che non fanno alcun fumo/ un mostro l’altoforno di fatiscente ferro. Dal ponte della nave si ammirano le case e le strade di quel tempo perduto/ la spiaggia e gli amori di quei giorni passati. Una traversata che assomiglia alla vita, anche se il porto a vent’anni era un ponte sospeso/ verso mondi migliori e donne d’amare, mentre adesso non resta che un cupo orizzonte fatto di angoscia e paura, anche se continua la ricerca dell’isola perduta.

Nostalgia e passione sono la nota dominante di una raccolta di liriche sincera e per niente costruita, pur se lo stile denota ricerca e studio della parola per conferire al verso musicalità e ritmo. Poesia racconto che ricorda il Pavese di Lavorare stanca, ma anche molte liriche ambientate a Piombino composte da Maribruna Toni che consigliamo di rileggere con attenzione. Un piccolo grande libro da leggere e rileggere, per metabolizzarlo in profondità. Essere piombinesi aiuta ma non è indispensabile, perché le liriche rappresentano un’elegia della provincia e del tempo perduto che può essere universalizzata e rivolta a ogni luogo dell’anima. Concludiamo con un assaggio lirico, forse con il componimento più emblematico che unisce la sinfonia dei ricordi a sprazzi di poesia civile sullo stile de Le ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini.

Torniamo a leggere poesia. Fa bene al cuore.

 

FALESIA

 

Sono nato in un’altra città che pure si chiamava Falesia.

Ricordo ogni tipo di odore, piacevole e fastidioso,

quello acre delle polveri della fabbrica,

quello pungente delle alghe bagnate sulle spiagge,

quello di cocco della crema solare

spalmata dai bagnanti in estate,

quello arido delle reti dei pescatori al porticciolo,

quello nauseante del pesce nella pescheria di mia zia,

quello fragrante della schiaccia appena sfornata,

quello floreale delle ginestre in quelle notti di maggio,

quello silvestre degli aghi di pini nella mia spiaggia.

Ricordo la piazza dove ho imparato a leggere

ma pure giocavo a pallone con l’amico che non c’è più,

ricordo la pizzeria delle notti a ridere con gli amici,

ricordo il piazzale con le barche dove imparai a nuotare,

ricordo quel golfo dove per la prima volta mi dichiarai

ma anche l’anfratto dove in penombra detti il primo bacio.

Ricordo la granita al tamarindo con le labbra salate,

le mattine al porto a veder salpare i traghetti

credendo un giorno di partire per destinazioni sconosciute.

Ricordo lo stadio sulle cui gradinate esultavo per il gol,

il palazzetto dove gioivo per un canestro decisivo.

Ricordo la piazza con le due cabine del telefono

dove ogni giorno ritrovavo i miei amici

senza pensare che quel giorno non ci sarebbe più stato.

Ricordo l’operaio che si rifiutò di consegnare il tricolore

mentre cantava Bella ciao e quelli che occuparono la fabbrica

lasciando i figli senza pane per rivendicare i propri diritti.

Ricordo lo specchio che rifletté per l’ultima volta

il volto di mio padre.

Ora in quella città sarei un estraneo

qualcuno forse più giovane di me

non leggerà mai questa pagina

ma rimpiangerà quel campo di ulivi

e quell’amore mai sbocciato.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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A TU PER TU CON CLAUDIO MARTINELLI: HAI VOGLIA DI BALLARE? IMPARARE L'ARTE DEL MUSICAL? SE VUOI ... PUOI ...

26 Giugno 2018 , Scritto da Sonia Russo Con tag #danza

 

 

 

 

 

In forma con la danza

Il fitness che va di moda ruba ritmi e movimenti alla danza. Allora perché non rimettersi in forma semplicemente… ballando? Abbiamo intervistato Claudio Martinelli, ballerino e coreografo di balli caraibici e di modern jazz e presidente e direttore della scuola Danzerò di Prato, per capire quali sono le discipline di tendenza e i benefici che apporta la danza.


Claudio, quali sono le novità della prossima stagione? 


Parlare di novità è abbastanza difficile, anche se da qualche anno in Italia spopola la Kizomba. Si tratta di un ballo di origine angolana che sta avendo grande successo. Hanno sempre un buon riscontro la Salsa, la Bachata e il Raggaeton, così come anche il tango argentino e la danza del ventre, anche se sono meno diffusi. Tra i più giovani continuano a destare molta attenzione la danza classica e l’hip hop.

Ci sono tipologie di danza più adatte a determinate persone e sconsigliate per altre? 

 

Per quanto riguarda il ballo sociale non ci sono tipologie più o meno adatte, per quanto riguarda, invece, la danza sportiva o da show occorrono caratteristiche fisiche e mentali diverse. Tutti possono approcciarsi al mondo del ballo e, se seguiti nel modo giusto, possono ottenere ottimi risultati.
 

Che benefici apporta la danza? 

I maggiori benefici che si traggono dalla pratica del ballo e della danza sono senz’altro legati alla socializzazione, alla conoscenza di sé e all’equilibrio. Il valore aggiunto del ballo, che Curt Sahs definiva l’arte più completa, in quanto si sviluppa nel tempo e nello spazio, è anche il fatto che, oltre alla disciplina fisica, implica l’ascolto e la comprensione della musica.

Che consiglio può dare agli aspiranti ballerini? 

Consiglio a chiunque si approcci a questo mondo di farlo con una scuola di ballo seria e strutturata, evitando quelle che sono le offerte da “villaggio turistico”. Il ballo è divertimento soltanto attraverso lo studio: anche se blando e basilare, serve per ottenere risultati che durano nel tempo. Ai giovani  che vogliono fare un percorso più impegnativo o addirittura professionale consiglio massima dedizione e massimo impegno, necessari per crearsi un mestiere che è tanto bello quanto duro.

Di Sonia Russo

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Webete

25 Giugno 2018 , Scritto da Luca Lapi Con tag #luca lapi, #le riflessioni di luca

 

 

 
 
 
 
Trovo su unaparolaalgiorno.it il seguente significato del neologismo "webete": "Persona che scrive online cose stupide, povere e aggressive, persona ignara delle potenzialità di internet".
     Scrivo online cose stupide?
     Sì, le scrivo, talvolta, ma non lo faccio che per sfatare il mito del sottoscritto come persona troppo seria.
     Scrivo online cose povere?
     Forse, secondo il parere di qualche lettrice o lettore, ma cerco di dare una ricchezza di significato ad alcune delle cose che scrivo, comunque, non sempre riuscendovi, evidentemente.
     Scrivo online cose aggressive?
     Forse, quando cerco di fare valere le mie ragioni con qualcuno/qualcuna, nei miei messaggi privati, chattando con qualcuno/qualcuna.
     Sono una persona ignara delle potenzialità di internet?
     Sì, penso di sì, sinceramente!!!
 
          Luca Lapi luca.lapi@alice.it
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Ore nove lezione di chimica

24 Giugno 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #cinema

 

 

 

Estati anni sessanta. Una grande terrazza sui tetti del porto, le zanzare a nugoli appollaiate sulle persiane, le urla dalle finestre aperte per i mondiali, il rumore delle stoviglie, tutti insieme fino a notte fonda per seguire l’allunaggio in tv, mia cugina che veniva al mare da noi e io dormivo in terra su un materasso. Felici perché eravamo insieme, felici perché eravamo bambine e gli affanni dei grandi non ci sporcavano. Dopo una giornata di sole e di sale ci spalmavamo la crema al cetriolo sulla schiena che frizzava, si mangiava una fogliata di paranza della friggitoria o due etti di torta di Cecco, si giocava a fingerci cavallerizze del circo e si guardava la tv estiva. Davano sempre dei vecchi film dell’epoca delle nostre mamme che anche a noi piacevano tanto.

Uno di questi era Ore nove lezione di chimica, commedia collegiale del 1941, per la regia di Mario Mattioli, starring Alida Valli. Il film ebbe un gran successo di pubblico, sebbene non di critica.

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Patrizia Poli, "Signora dei filtri"

23 Giugno 2018 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #poli patrizia, #recensioni, #miti e leggende

 

 

 

 

 

Medea è una ragazzina complicata, cupa e dall’animo oscuro. È la figlia di Eeta, re della città di Ea, nella Colchide. Non è come gli altri, Medea, è capace di picchi d’amore ma anche di odio, prova talvolta sentimenti buoni ma nel suo cuore c’è anche un grande, immenso buio. Una tenebra le avvolge il cuore e le membra. Ha occhi grandi, Medea, grandi e spalancati su un mondo che non capisce, che non ama, che non è capace di fare suo. Solo la straniera Morgar la capisce. Al suo fianco, Medea conosce le erbe, impara come miscelarle per fare del bene ma anche del male. Al suo fianco, Medea scopre la Signora della notte, la dea che tutto può e che tutto comanda. Al suo fianco, in un modo persino difficile da capire, Medea si sente amata, coccolata, protetta da quella gente che la addita, che tenta di domarla, che vuole cambiarla. Ecco perché quando Morgar le viene strappata via e uccisa in un modo brutale lei piange tutte le sue lacrime. E giura vendetta. E mai nessuno come Medea di Colchide è capace di giurare vendetta.

Giasone si trova, cresciuto da un uomo con le sembianze di cavallo, in un posto sperduto della Tessaglia. Lui è il figlio di Esone, legittimo re della città di Iolco, spodestato illegittimamente dal fratello: molti anni prima, Pelia salì al trono con la forza ordinando che suo fratello e il figlioletto venissero abbandonati in un’isola deserta. Però, al momento della partenza, del piccolo non si trovò nessuna traccia. Un complotto venne attuato alle spalle di Pelia affinché un giorno pagasse per il suo malvagio piano. Giasone è forte e sano, bello e robusto. L’uomo cavallo gli spiega fin dalla sua infanzia che un giorno dovrà affrontare suo zio, combattere per ciò che è suo e che gli venne strappato. Lui non ha un temperamento aggressivo ma accetta quello che pare essere il suo destino. Al suo fianco, sempre presenti, Orfeo – in compagnia della sua cetra – e il forte Eracle.

Come due personalità così diverse, così lontane e così particolari, possano diventare parte una dell’altra è mistero. Mitologia. Magia.

Patrizia Poli prende un mito conosciuto, trito e ritrito e lo ricama, lo anima, lo romanza. Giasone e Medea, Orfeo ed Euridice, Eracle, Pelia e tutti i personaggi di questa storia diventano veri, vivi. Si stagliano dinanzi ai nostri occhi e respirano. Come tutti noi, amano. Come tutti noi, sbagliano. Come tutti noi, odiano.

L’amore che unisce Medea e Giasone è un amore forte, potente, che brilla di una luce accecante, dolorosa, deleteria. Una luce che si trasforma in buio perché, troppo forte, risulta morbosa, terrificante.

Avere in petto un cuore così era come non averlo, amare in quelle condizioni significava smettere di amare. Ogni giorno che passava, sentiva arrivare il letargo, il buio, l’ombra.

Medea è capace di amore sconfinato così come di odio incomprensibile e quando odia è pericolosa, cattiva – forse ancor di più perché scambia follia per razionalità – e mostruosa. Giasone, dal canto suo, è unito a lei come il giorno è unito alla notte, come l’inverno è legato alla primavera... è unito a lei da un legame inscindibile, da un filo intrecciato d’oro e di ragnatela.

Ecco perché quando lui minaccia di umiliarla lei perde la testa. Ecco perché impazzisce. Ecco perché lo maledice.

«Giasone, con tutta me stessa io ti maledico. Tu che sei incapace di amare anche se cerchi l’amore in tutte le donne. Il mio amore per te morirà solo insieme a me, ma questo dolore è troppo grande per restare impunito».

L’uccisione dei bambini per mano della donna è macabra, reale, dolorosa. Un amore così, come quello che Medea sente per Giasone, non può comunque portare a nulla di buono, a nulla di sano, a nulla di bianco. È il nero, il nero più cupo, il nero più forte, il nero più agghiacciante. Lei ama Medeo e Ferete ma li guarda morire, appoggiando il capo sui loro petti. Per colpire Giasone, colpisce se stessa. È un male faticoso da sopportare, questo, un male che trova tuttavia nutrimento in quello che siamo, nel nostro essere umani imperfetti. Esseri umani fatti di carne e di cuore. Di risentimento, tanto. Di perdono, poco.

«Li avrebbero trovati così, l’indomani, addormentati fianco a fianco, con le gambe intrecciate nel sonno, le testoline che si toccavano […] Ma non avrebbero più aperto gli occhi, non sarebbero più balzati giù dal letto correndole intorno con i piedi nudi, le braccia spalancate e due candidi baffi di latte sul labbro superiore […] Rimase con loro fino alla fine, assorbendo con le guance fino all’ultimo calore rimasto nei  lor corpi, raccogliendo sulla bocca l’estremo respiro delle loro vite incompiute.»

Ciò che li unisce è impossibile da scindere.

«Tu l’ami ancora?»

«Sì, Orfeo. Medea di Colchide non si dimentica.»

Alla fine cosa ci rimane?

Un mito che conoscevamo ma che non avevamo imparato a contestualizzare. La Poli ha un talento innato nel farci entrare in storie lontane ma vicine. Perché l’amore e l’odio sono cose che possiamo capire facilmente, purtroppo e per fortuna insieme.

E ci rimane anche un’altra cosa... la pelle d’oca.

Si legge d’un fiato, rapisce e scombussola. È bello ma è anche cattivo, duro, crudo. È un lampo in una giornata di sole. È un taglio. È una verità scomoda.

Una cosa è certa: Medea di Colchide scaverà un tunnel nel nostro cuore. E Giasone la seguirà.

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IMPARA   A BALLARE  ED  AVVICINATI  ALL' ARTE  DEL MUSICAL                         

22 Giugno 2018 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #danza

 

 

 

 

 

Quest’estate in vacanza potrai già far sfoggio dei passi di ballo più alla moda.

 A luglio, infatti, presso la scuola di danza Danzerò di Prato, la più grande della città, con oltre 650 MQ di superficie interamente climatizzata, sarà possibile imparare a ballare o perfezionare lo stile che già hai imparato.

Potrai ballare Salsa, Bachata, Kizomba, Tango argentino, Hip hop, Latin hustle e Danza del ventre.

Potrai avvicinarti anche all’arte del Musical (Canto e danza).

Maestri qualificati di livello nazionale e internazionale ti seguiranno dai primi passi fino a sviluppare la capacità di ballare da subito.

La scuola di Prato, diretta dal maestro Claudio Martinelli, vi aspetta per offrirvi il massimo in quanto a qualità e confort.

 Per info e prenotazioni cerca Danzeró scuola di danza on line.

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LE INTERVISTE PAZZE AL MONDIALE DI RUSSIA 2018

21 Giugno 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #le interviste pazze di walter fest, #sport

 


 

 

 

Oggi per noi Mister Enzo Bearzot. Lettori sportivi e non della signorasenzafiltri, eccoci all'appuntamento calcistico mondiale di questa Estate 2018, un campionato senza di noi, i celeberrimi 50 milioni di allenatori, senza gli Azzurri ma con tante squadre in campo disposte a darsi spettacolo.

Oggi incontrerò per voi mister Bearzot per commentare i risultati di questa prima fase. Siamo a bordo di un satellite nello spazio, come potete immaginare ormai siamo nel periodo delle scoperte galattiche e noi da quassù avremo una visione completa di quest'evento planetario.
 

- Eccoci, mister Bearzot
 

- Salve, ragazzi, grazie per avermi dato la possibilità di fare questo giretto nello spazio.
 

- E' un piacere parlare con un grande esperto di calcio, secondo lei senza di noi questo campionato come sarà?
 

- Senza dubbio mancheremo al grande pubblico, o meglio, per certe squadre senza di noi è una liberazione, avranno un avversario scomodo di meno; senti, Walter, ma quassù posso fumare la pipa?
 

- Certamente, abbiamo il permesso dei marziani. A proposito, Ronaldo, Messi e compagnia bella?
 

- Ragazzi è presto, certo CR7 si è presentato con una tripletta, vediamo se continuerà a segnare a raffica. Messi, invece, sarà un diesel, lo vedremo nelle fasi più impegnative. Tieni presente che nessuno vuole rischiare incidenti alle prime partite e compromettere la posta in palio più alta, la finale, perché questa categoria di giocatori è abituata a certe tensioni, la battaglia agonistica non li spaventa ma sanno che poi quello che vale sarà la finale. E' una bella partita a scacchi, e magari ci scappa fuori pure la outsider, la riprova sono le vittorie a fatica di Portogallo e Uruguay contro Marocco e Arabia Saudita, con uno scarto assai minimo, in altre epoche sarebbero state goleade.
 

- Potrebbe essere la volta buona per una africana?
 

- Ancora no, ma manca poco, di sicuro il Senegal ha una chance in più che si chiama destino, ha perso prematuramente l'allenatore che li ha guidati fin qui e la squadra è orgogliosamente concentrata e vogliosa di rendergli il giusto riconoscimento, faranno bene, ne sono sicuro.
 

- Altre squadre sottovalutate ma che potrebbero dare fastidio alle grandi?
 

- Sì, certo, ne vedremo delle belle, chiunque arriva al mondiale tenta di giocarsi tutte le carte, sono importanti le prime partite, bisogna non perderle e non subire gol. Vedo bene l'Islanda che ha iniziato con un risultato a sorpresa, anche il Messico ha iniziato bene e il Giappone si è dimostrata una vera sorpresa, ma sarà determinante l'esperienza. Per ora le squadre giocano chiuse, difese e centrocampi serrati con qualche lampo dei giocatori cardine, dopo questi gironi iniziali vedremo più segnature e chi ha più killer sotto rete in squadra condizionerà le sorti delle partite. Anche i difensori sotto rete sono pericolosi con i colpi di testa sui calci d'angolo, quelli che non ti aspetti ti spuntano fuori all'improvviso e a volte ti posson far male.  Walter, me la offriresti una grappa?
 

- Marziana va bene?
 

- Se non c'è di meglio.
 

- La var secondo lei migliorerà la conduzione delle partite?
 

- Ai miei tempi non c'era e non siamo morti.
 

-Vabbè, però quella volta Maradona con la mano.
 

- Era la mano de Dios, avrebbero vinto lo stesso.
 

- Insomma, la moviola in campo tanto desiderata da Biscardi.
 

- Biscardi, ecco ci manca uno come lui, alla fine il calcio è anche divertimento e spettacolo, facendosi delle risate per sdrammatizzare, lui aveva la vista lunga, adesso la var può essere utile, ma alla fine la vittoria la decide la fantasia, la giocata d'autore e tutte quelle altre componenti che rendono questo sport unico.
 

- Mister, le piacciono le divise indossate dagli atleti?
 

- Veramente preferirei più tradizione, guarda, magari si tornasse alle linee degli anni '50, con i tessuti moderni di ora... A proposito, perché non mi avete dato una bella divisa da astronauta?
 

- Mister Bearzot, ha ragione, ma lo sponsor, sa, avrebbe preteso il colore rosa per questioni televisive.
 

- Eh, già, così tu gli hai detto che sarebbe stato meglio farci indossare pantaloncini bianchi, calzettoni e maglia azzurra.
 

- Mister, il rosa non ci avrebbe donato, ci avrebbero spernacchiato, lei lo sa come sono fatti i tifosi.
 

- Hai ragione, dai, passami un altro goccio di grappa... però, buona questa grappa marziana. Forza, ritorniamo alla base.
 

Amici lettori del blog che ama la poesia del calcio, io e mister Bearzot brindiamo al felice esito dei match, vi salutiamo e vi aspettiamo a bordo campo per le prossime partite.

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Grease, e sono passati quaranta anni.

20 Giugno 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #cinema, #musica, #come eravamo

 

 

 

 

Correva l’anno 1978, era settembre e stavo in piedi in un cinema affollatissimo per vedere la prima di Grease. Sono passati esattamente quaranta – sì quaranta!- anni da allora ma ancora, quando occasionalmente rifanno il film in tv, non me lo perdo.

Grease, “brillantina”, per la regia di Randal Kleiser, tratto da un musical di successo, racconta la storia d’amore di Danny (John Travolta) e Sandy (Olivia Newton John), durante l’ultimo anno di scuola superiore alla Rydell.

Nessuno può dimenticare le canzoni, dal travolgente You’re the one that I want, alla romantica Hoplessly devoted to you, alla bella There are worse things I could do.

Chi dimentica la camminata ballerina di John Travolta, gli occhi azzurrissimi, la voce miagolata? Chi dimentica la trasformazione dell’ingenua Sandy in bomba sexy? Tutte noi, che allora avevamo diciassette anni, abbiamo sperato di trovare un duro dal cuore tenero come Danny e tramutarci da brutti anatroccoli in prorompenti pin up.

Ma il personaggio che spicca non è l’insipida Sandy, bensì Rizzo, l’amica smaliziata, capo delle Pink Ladies. Con quel viso mutevole ed espressivo, l’aria malandrina, gli occhi alla Elisabeth Taylor, Stockard Channing rimane impressa, ed è sua, a mio avviso, la canzone più bella,  quel “Ci sono cose peggiori che potrei fare.”

Il film è ambientato negli anni 50, fra pettini, brillantina e ciuffi alla Elvis. Può considerarsi il capostipite dei film “scolastici”, con tutta l’iconografia di balli di fine corso, macchine scoperte, drive in, band di adolescenti, radio della scuola, partite e cheerleader, che ha creato il mito giovanile americano, e fatto sognare, a noi studenti italiani ingessati, una scuola dove si passava il tempo a organizzare feste.

La mentalità, però, è quella degli anni 70, con la lotta per l’emancipazione femminile e la libertà sessuale. Tuttavia, se Sandy sembra apparentemente trasformarsi nel finale in ragazza moderna e determinata, quel “Rizzo, farò di te una donna onesta” rimette subito a posto le cose.   

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Niccolò Gennari, "L'incanto del tempo" volume secondo

19 Giugno 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #recensioni, #fantasy

 

 

 

 

 

L’incanto del tempo

Volume secondo

Niccolò Gennari

Ebs print, 2018

pp 445

16,50

 

Fra il primo e il secondo volume della saga de L’incanto del tempo di Niccolò Gennari,  c’è un abisso, forse quello dell’immane cascata con cui termina il primo volume. C’è un abisso di stile, perché è maturato e non si notano più imprecisioni o ripetizioni, ma anche, solo per quanto riguarda i primi capitoli, di contenuto. Dispiace però che, col progredire della storia, molto si perda.

Mi sembra che il secondo volume abbia poco in comune col primo dal punto di vista del seguito della trama, benché vi si siano citati alcuni personaggi già comparsi, come Xinti, la fanciulla misteriosa, e si prosegua la ricerca degli elementali, cioè le bacchette capaci di comandare i quattro elementi. Lo sviluppo da un volume all’altro, però, non è intuitivo, la parte finale è abbastanza prolissa e poco avvincente, soprattutto a causa della numerazione dei maghi reincarnati, di cui è difficile tenere le fila, persino avvalendosi delle spiegazioni in appendice. Abbiamo comunque alcuni topoi del genere: la cerca, la compagnia eterogenea, e anche il concilio (non di Elrond ma che gli somiglia).

E poi abbiamo la congrega dei maghi. Direi che la "Reminiscenza" dei maghi è ciò che maggiormente caratterizza questa saga italiana e, sicuramente, potrebbe esserne un originale punto di forza, se non si trasformasse, dal primo al secondo volume, in un semplice elenco di nomi e numeri. Insomma, ci piacerebbe scoprire questa reminiscenza "vivendola" in prima persona attraverso un personaggio che, giovinetto, si trovi alle prese con questi ingombranti ricordi di vite precedenti. 

Peccato perché l’inizio è proprio dirompente, con la nascita, in un castello tenebroso, di Fidelia, una strega potente, personaggio ben disegnato, seguito dall’infanzia fino alla maturità, ricco di sfaccettature e approfondimento psicologico, cosa che manca a quasi tutti gli altri – a parte l’arrivista Io Bracht. Ma di questo personaggio umano, fantastico e forte, si perdono le tracce in tutto il resto del volume. L'autore promette che ne farà la protagonista del quarto e ultimo tomo ma per il momento ci chiediamo a cosa serva introdurla per poi abbandonarla, come se i primi capitoli costituissero l’incipit di un romanzo a se stante. 

Ci sono anche interessanti ambizioni filosofiche e psicanalitiche nel testo. L’autore dice che “siamo ciò che ricordiamo”. La realtà, dunque, non è oggettiva, bensì kantianamente plasmata dalla nostra capacità di conoscerla, in particolar modo di ricordarla. Ciò che non ricordiamo non esiste.

Noi tutti siamo, in fondo, solo ciò che ricordiamo. Nulla di più e nulla di meno. La stima che abbiamo di noi, le nostre capacità, sia mentali che fisiche, i nostri sogni. Le nostre paure e i nostri demoni. Ogni cosa è affidata alla nostra memoria.” (pag 288)

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