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Grazie di esistere, Benigni

9 Gennaio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #televisione

Grazie di esistere, Benigni

Roberto Benigni è un nostro vanto, una gloria artistica nazionale, un attore così unico che se Woody Allen viene a Roma per girare un (modesto) film pensa prima di tutto a lui come possibile interprete italiano. Benigni è un regista - attore che ha vinto un Premio Oscar per un film delicato e tragico come La vita è bella. Nonostante tutto leggo in rete e sulla stampa giudizi sferzanti sulla sua ultima interpretazione: I Dieci Comandamenti. Davide Guadagni, un giornalista de Il Tirreno che firma scadenti elzeviri in prima pagina come se fosse Gramellini, dice che il pubblico ama quel che Benigni è stato, facendo capire che non apprezza il nuovo corso. Altri - che non è il caso di citare - aggiungono che Benigni ha riscosso tanti soldi dalla Rai per fare un lavoro che la Chiesa svolge da anni, in parrocchia, gratuitamente.

A nostro modo di vedere Benigni non ha perso lo smalto dei tempi migliori, perché reggere tre ore di spettacolo (in due puntate), da solo, tenendo incollati al video gli spettatori parlando di Dio, amore, regole da rispettare, leggi eterne, non è per niente facile. Benigni è un grande attore che ha subito una logica evoluzione, come ogni persona, come ogni artista. Non poteva continuare a impersonare il Cioni Mario di Tele Vacca, né la sua controfigura autobiografica di Berlinguer ti voglio bene, e neanche il comico strampalato di Tu mi turbi. Benigni non poteva limitarsi a fare il guastatore televisivo con irruzioni incontrollabili ai danni di Pippo Baudo e Raffaella Carrà. I tempi cambiano, un autore matura e affronta altri temi, cosa che per Benigni accade da anni, almeno da La vita è bella e Pinocchio. Pure Diego Abatantuono non ha fatto il terrunciello per tutta la vita ma ha deciso di cambiare registro e di passare alla commedia impegnata. Benigni non poteva continuare con la gag del critico cinematografico surreale inventata da Arbore per L'altra domenica e con il personaggio dello sceicco beige (ironizzando su Fellini) de Il papocchio. Tutti lavori che non vanno rinnegati, si badi bene, e che hanno reso grande il comico toscano, ma oggi è il momento di celebrarlo come fine esegeta di Divina Commedia, Costituzione e Dieci Comandamenti. Se non ci fermiamo in superficie, ci rendiamo conto che Benigni non è in contraddizione con se stesso, perché la poetica dell'amore contraddistingue la sua opera fin dagli esordi. Certo, quello del Cioni Mario e di Berlinguer ti voglio bene era un amore fisico, carnale, un vero e proprio desiderio corporale. Oggi, il Benigni maturo, attore e regista di successo, cerca soprattutto l'amore spirituale. Un interprete cambia con il tempo, come è accaduto a Totò e persino a Franchi & Ingrassia, che sono passati dalla farsa pura a interpretare opere di Pasolini e Taviani. Un critico attento deve valorizzare l'intero corpus di un autore - interprete, invece di restare ancorato ai ricordi del passato. Benigni non ha perso la verve d'un tempo, anche nei Dieci Comandamenti - di tanto in tanto - ha citato vecchie emozioni giovanili, consapevole che come attore deve guardare avanti per affrontare nuove sfide. A nostro parere, con i Dieci Comandamenti Benigni compie un passo avanti nella sua produzione artistica e tocca le giuste corde per unire in un solo abbraccio laici e credenti. Uno spettacolo che parla di argomenti scomodi, intenso e commovente, che riporta la televisione ai tempi in cui faceva cultura. Grazie di esistere, Benigni.

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Quello che sono

8 Gennaio 2015 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #poesia

Quello che sono

Non sono un Grande Poeta…

…“Voglio fare con te

ciò che la primavera fa con i ciliegi”…

non voglio declamarti immagini

non riesco a ricamare vento

a tessere stelle per i tuoi occhi…

…“Farò della mia anima uno scrigno
per la tua anima”…

Non riesco a recitarti

per sembrarti nobile,

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Poeta…

…io sono un piccolo muratore

che suda roccia

e respira polvere

Che apre finestre e porte,

scavando dure pareti,

Sono un cercatore di luce!

Un topo nell’anima,

che gratta leggero,

e lascia briciole di conchiglia…

Non sono un Grande Attore…

affabulatore di menti,

prestigiatore del niente.

…“Essere o non essere, questo è il problema”…

Non ti inganno con artifici

fuochi e luci in mezzo agli occhi.

Parole ben copiate

Voci recitate

Suadenti artefatte carezze

Languide ammalianti certezze

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Attore…

…io sono un piccolo matto

che tartaglia

frasi sconnesse

Che borbotta cose grandi

non ascoltato.

Si volta e riparte

andando leggero nel vuoto

Sono un solitario pescatore

su uno scoglio ad amare

per non disturbare.

Non sono un Grande Scienziato…

non dispenso certezze & fredde carezze

non guato le masse

da torri dorate

Non salgo su cattedre,

non mi ergo su piedistalli,

non vivo per farmi più grande.

Non partorisco inutili idee,

con voce stentorea.

Non abortisco inutili scritti,

in polmoni d’acciaio

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Scienziato…

…io sono un piccolo alchimista

mescolo profumi a caso

sotto un cappello a punta.

Agito bacchette e farfuglio formule,

sputacchiando minime verità.

Sono un cercatore di perle,

tesori nascosti,

pietre filosofali…

…trattengo il fiato,

inseguo animali,

nel profondo blu.

Non sono un Grande Pittore

un Sommo Maestro!

Imbianchino di pietre colorate

stilista di Maye Desnude!

Mèntore di se’ stesso,

di pochi invasati

apostoli del nulla…

Non ricopro con carte da parati

la natura perfetta

dai perfetti colori

Non dipingo scene per teatri,

falsario di palcoscenici illuminati,

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Pittore

…io sono un piccolo minatore

Sporco

Nero

Brutto con occhi azzurri

Non vedo la luce

ma pianto fiori nel buio

cerco cosa c’è in fondo

cerco l’anima da dentro

scavo gallerie

per uscire nel bianco.

Seguo lunghe strade ventose

lunghe strade nevose

Corro sui tornanti

Scatto verso la cima

Bevo dalla riva

e mi lavo immerso

in cristalli di

acque salate.

Quello che sono

a volte è silenzio

altre è roccia

a volte è vento che urla

tuono lontano

altre è sussurro

è diafano raggio che scalda

a volte brucia

a volte bacia…

Il mondo può aspettare

La vita può aspettare…

La ruota può continuare

a girare…

Quello che sono,

lo sai,

è solo per te.

M. (Eccomi!)

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Alessandro Angeli, "Napoli Circonvallazione Nord"

7 Gennaio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Alessandro Angeli, "Napoli Circonvallazione Nord"

Alessandro Angeli
Napoli Circonvallazione
Nord
Italic Pequod – Euro 15 – Pag. 110

Alessandro Angeli (1972) non è un esordiente. Ce ne rendiamo conto dopo poche pagine, dalla ricerca linguistica, dallo stile, dalle ambientazioni degradate e dai caratteri dei personaggi, immersi nel sottomondo napoletano, governato da malavita e piccoli boss di quartiere. Angeli è un romano che vive in Maremma, nella - per me - vicina Grosseto, patria di Bianciardi, uno dei più grandi scrittori del Novecento. Pubblica dal 2008, romanzi e racconti: Maginot, La lingua dei fossi, Ragazzo fiume, I ragni in testa, Mare di vetro, Storia d’amore e d’anarchia di Antonio Gamberi, Transmission, vita morte e visioni di Ian Curtis, Joy Division. Meriterebbe un editore medio grande, perché la sua scrittura matura andrebbe valorizzata, se ancora esistessero gli editori - talent scout (ma tanto ci sono i talent televisivi, no?), anche se i suoi ultimi lavori sono usciti per Stampa Alternativa del mitico Marcello Baraghini, grande editore da un punto di vista morale, senza essere un editore grande.

Il romanzo è ambientato a Napoli, nei quartieri marginali della città, secondo la lezione di Roberto Saviano, ma forse ancor più delle fiction televisive come L’oro di Scampia e i serial Gomorra e Romanzo criminale. Non crediamo di bestemmiare dicendo che Angeli ci appassiona molto di più del rinomato Saviano, abile polemista ma incapace di scrivere narrativa con un briciolo di poesia. Angeli no, nelle sue frasi scarne e nei dialoghi serrati abbonda di un cupo lirismo fatto di inquietudini, di bambini che giocano a pallone sotto gli occhi di giovani spacciatori, di adulti che passano il tempo nei bar di periferia, di donne disponibili a incontri sessuali a pagamento. Il protagonista della storia è Nunzio, un ragazzo di Secondigliano, che ci racconta pagina dopo pagina il vuoto della sua esistenza fatta di consuetudini, di un niente assoluto, permeata dal desiderio di fuga. Napoli Circonvallazione Nord è a tutti gli effetti un noir, una storia criminale, che narra le vicissitudini di spacciatori e ladri di quartiere, di rapinatori braccati dalla polizia, costretti a vivere un’esistenza che non vorrebbero. Nunzio sa che non può abbandonare Napoli, perché quel mondo degradato e insopportabile, quel panorama di tristezze quotidiane, è la sua vita. Napoli e i panni stesi alle finestre. Napoli e le case popolari. Napoli e il senso d’abbandono. Napoli e la noia, l’abulia del quotidiano. Napoli e i sogni infranti. Napoli e le suggestioni liriche che Angeli infonde nel lettore. Un romanzo da leggere.

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Sezione primavera: Giulia Pacella

6 Gennaio 2015 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #racconto, #sezione primavera

Sezione primavera: Giulia Pacella

Anche noi abbiamo appeso al caminetto del nostro blog la calza. E quest’anno la Befana ha voluto farci una sorpresa: un gioiellino inatteso. Giulia, già frequentatrice della #sezione primavera, ci ha regalato un delizioso racconto sul bullismo, croce dolorosa degli adolescenti.

Immagina di essere una liceale alle prese col “branco”, e riesce a delineare caratteri, personaggi, atmosfere, utilizzando il dialogo, descrizioni, riflessioni personali, con abilità e disinvoltura. Tra la marea di scrittori, talvolta sciatti e improvvisati, questa ragazzina non ancora tredicenne, ci fa ben sperare per il futuro della nostra letteratura" (Ida Verrei)

Di Giulia Pacella, 12 anni

L’omertà è un comportamento che vieta di denunciare i colpevoli di reati ed è tipico della mafia e della camorra. In questi giorni, la nostra professoressa di lettere, ha dato da leggere a tutte le terze del liceo classico Alessandro Manzoni “Il Pannello”, un racconto dello scrittore napoletano Erri De Luca. È ambientato nel 1967-1968 e parla di alcuni ragazzi di un liceo napoletano che, per poter vedere le gambe di una giovane supplente, svitano il pannello che si trova davanti alla cattedra. Tutti i professori li rimproverano e minacciano di sospendere tutta la classe, i ragazzi allora si sentono vittime di un’ingiustizia e decidono di coprire i due colpevoli, nonostante i rischi. Solo il loro professore di latino e greco, invece di sgridarli, spiega la differenza tra omertà e solidarietà, facendo loro capire la violenza che avevano usato su quella giovane ragazza al suo primo incarico. A quel punto la classe decide di scusarsi pubblicamente e alla morte di questo grande professore si ricorderanno di quella lezione come il passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta.

Non ho ancora finito di leggerlo, anche se le mie amiche dicono che è inutile, io vorrei finirlo perché mi piace molto leggere. A Chiara e a Beatrice non piace lo studio. Loro due sono stupende, Chiara ha due occhi azzurri da mozzare il fiato e Beatrice ha i capelli rossi, sono i più belli della scuola! Nonostante io sia molto diversa da loro faccio finta di essere cosi. A parte per l’aspetto fisico. Per quello non ci posso fare niente. I miei occhi sono marroni e i miei capelli color caramello. Non sono nulla di così speciale. E poi con il nome che mi ritrovo … Caterina, non riesco nemmeno a pronunciarlo, fortuna che tutti mi chiamano Cate…

La mia storia inizia una mattina di ottobre, ero con le mie amiche, io stavo chiacchierando con Chiara, e Beatrice stava finendo una sigaretta, quando si fermò a fissare una ragazzina del primo. Aveva i capelli a caschetto ed era un po’ cicciottella. Beatrice buttò la cicca a terra e ci fece cenno con la testa, io e Chiara ci lanciammo un’occhiata, una cosa era sicura: lei a differenza di me sapeva cosa voleva fare Beatrice…

Ci fermammo davanti alla ragazzina ma lei ma non ci notò finché Chiara non le tolse l’i phone di mano. A quel punto alzo la testa disorientata e Beatrice fece un ghigno divertito. Io la imitai. “Cosa stai facendo?” chiese la tredicenne, “oh … niente volevo solo attirare la tua attenzione…” poi Chiara fece cadere l’i phone a terra, rompendo cosi lo schermo. “Ops …” disse Beatrice. Io e Chiara ridemmo divertite. Cosa stavo facendo? “Dacci la tua merenda…” disse Bea. La ragazzina prese la merenda dallo zaino e la porse a Chiara. “Come ti chiami?” continuò Chiara. Uffa, non si erano già divertite abbastanza?! “Alice…” neanche lei, come me, capiva dove voleva arrivare Chiara. “Bene ALICE … torneremo” , si girarono per andarsene e prima di farlo anche’io, la guardai negli occhi per un breve istante. In quegli occhietti non c’era rabbia … ma paura. Per un secondo anche io ebbi paura. Di me stessa.

Questo episodio si ripeté periodicamente tutti i giorni. Poi, un giorno, all’uscita, le mie amiche si spinsero troppo oltre.

Alice era da sola all’ingresso, quando Beatrice si avvicino a lei e le fumò in faccia. La ragazzina tossì e Beatrice sorrise. Un sorriso pieno di cattiveria…

“Hai mai fumato tesoro?”

“No …” rispose Alice un po’ turbata.

“Bene. C’è sempre una prima volta …” disse porgendole la sigaretta. Appena disse quelle parole la raggiunsi.

“Non voglio …” disse lei schifata.

“Non ti conviene far arrabbiare Bea tesoro …” disse Chiara, che era appena arrivata dietro di me.

Alice prese la sigaretta e fece un tiro. Appena ebbe buttato il fumo fuori, tossì.

“Ti è piaciuto?” chiese Beatrice sarcastica. Chiara rise.

“Basta, vi prego …” disse quasi in lacrime.

“Okay … adesso mangiatela …” disse Chiara. A quel punto persi le staffe e mi misi in mezzo.

“Basta ragazze! Avrà tredici anni. Andiamocene.” Beatrice mi mandò uno sguardo di ghiaccio, ma Chiara fece una faccia turbata, come se si fosse resa conto adesso di ciò che aveva detto e fatto.

“Sì, dai Bea, andiamocene …”

Beatrice buttò la sigaretta addosso ad Alice, si voltò e ci seguì. Mi sembrò che Alice avesse detto “grazie” ma non ne ero sicura così, non mi voltai.

La sera di Halloween però successe qualcosa di grosso.

Alla festa c’erano le prime, le seconde e le terze. Stavamo ballando quando Beatrice strattonò me e Chiara fuori dalla discoteca e indicò la ragazzina che camminava, suppongo verso casa, tutta sola, Alice. Quando fummo a due passi dalla sua schiena Beatrice disse: “Ehi Alice, come va?” lei si girò e Chiara le lanciò un schiaffo. Lei cadde a terra. Beatrice le tirò un calcio nello stomaco.

“Basta! Basta!” gridai, ma Chiara mi fece gesto di sloggiare e Beatrice mi ignorò continuando a tirare calci nello stomaco di Alice.

Corsi dentro la discoteca e cercai Fabrizio, il fidanzato di Beatrice nonché mio migliore amico.

Mi aggrappai al suo braccio e lui, vedendo la mia espressione preoccupata, chiese: “Cosa succede Cate!?”

“Non c’è tempo per spiegare ….”

Quando io e Fabrizio fummo fuori, Beatrice la stava tirando per i capelli. Fabrizio corse e la spinse via, cosi lei si ritrovò a terra. “Cosa fai!?” urlò Beatrice furiosa. lui alzò Alice e le tolse i capelli dalla faccia mostrando il suo visetto pieno di lacrime, rosso e sporco di terra. Poi mi porse la sua manina grassottella e disse. “ Portala a casa … io parlo con loro …” Feci cenno di sì con la testa e misi un braccio intorno alle spalle di Alice.

“Grazie di tutto …” disse mentre camminavamo, “scommetto che mi avrebbero ucciso se tu non le avessi fermate …” Mi sentii un mostro. Io non l’avevo salvata. Io ero esattamente come loro. Tuttavia dissi altro. “Tranquilla non ti toccheranno più”. Sorrise.

Davanti a casa sua l’abbracciai e lei entrò nel palazzo, cosi me ne tornai a casa con il senso di colpa fin dentro le ossa.

Non riuscivo a dormire. Mi sentivo male, avevo già vomitato due volte da quando ero tornata a casa. Cosi decisi di mettermi sul divano a leggere “Il Pannello”. Arrivai alla parte in cui il professore fa il discorso. Mi fece pensare. Io stando zitta per ciò che avevano fatto quelle due ragazze, che io definisco “amiche”, non ero solidale. Facevo come fanno le persone quando, per esempio assistono alla morte di una persona uccisa da mafiosi, e non dicono nulla. Ma ci sono molte persone che dedicano la loro vita per il loro ideale: un mondo senza mafia. Qual è il mio ideale? Io ce l’ho un ideale? Forse sì, forse avevo trovato il MIO di ideale.

Il giorno dopo non salutai le mie due “amiche”. Salutai solo Alice che mi rispose con un sorriso e un gesto della mano. Entrai a gran passo in sala professori, finché non vidi la mia prof. di lettere. “Caterina! Cosa ci fai in sala professori?!”

“Prof devo parlarle … in privato …” dissi, vedendo che altri professori ci guardavano.

“Okay …” Ci chiudemmo in una piccola stanza. “… dai su raccontami …”

Le raccontai tutto, dal semplice furto della merenda, poi l’episodio della sigaretta e poi il pestaggio di Halloween.

“… Ho deciso di dirlo a lei perché ieri sera ho finito di leggere “Il pannello”. Mi ha fatto riflettere su quale fosse il mio ideale, la mia battaglia da combattere… forse la mia battaglia è contro il bullismo… chi lo sa? Ma vorrei che lei mi aiutasse. Perché per quanto questa battaglia possa sembrare piccola, è troppo grande per chiunque…”.

Ci furono dieci secondi di silenzio.

“Caterina, se tu pensi che questa sia la tua battaglia, combattere il bullismo, vincila.

Le battaglie o si vincono o si perdono. Sii te stessa e la gente ti ascolterà. Vuoi essere una grande persona? Puoi ancora esserlo. Cambia strada, Caterina. Tutti possono farlo. E tu ne hai il diritto.”

Uscii dalla sala-professori un po’ confusa sul da farsi, ma quando mi ritrovai faccia a faccia con Beatrice, non ebbi dubbi: “Tocca un'altra volta una ragazzina e racconto a tua madre chi sei veramente… non credo sarà molto contenta…” Feci un sorrisetto soddisfatto e incrociai le braccia al petto per sfidarla. Dopo un po’ lei abbassò lo sguardo, girò sui tacchi e se ne andò.

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Quindici anni de Il Foglio Letterario

5 Gennaio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #interviste

Cliccate sul link sopra, troverete un'Intervista su Tutto Mondo a tema editoria, 15 anni del Foglio, cinema e altro...

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Reportage: Hong Kong, una città poliedrica che affascina sempre

4 Gennaio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

 Reportage: Hong Kong, una città poliedrica che affascina sempre

Modernità e tradizioni antiche si fondono perfettamente. Un paese dove cultura, gastronomia e shopping sono ai massimi livelli.

Avete lavorato sodo e ancora non siete andati in vacanza? Oppure le avete già trascorse ma al mare, in montagna o avete campeggiato da qualche parte perché vi piace il contatto con la natura?
Bene, allora se avete ancora qualche giorno di ferie, siete pronti per qualcosa di diverso. Qualcosa che abbia un che di esotico e ultra moderno, qualcosa di eccitante ed estremamente confortevole. Insomma, un posto unico nel suo genere: Hong Kong.
Perché proprio Hong Kong? Perché è una perfetta miscela di vita tipicamente cinese, con tutto il suo bagaglio di tradizioni, unito a tutti i conforts tipici di una città super moderna occidentale. Ottimi alberghi, buon cibo e boutiques di lusso, tutto perfettamente amalgamato con villaggi rurali, giunche, sampan e Opera cinese.
Se ciò che vi viene in mente, pensando alla cucina cinese, è soltanto “agrodolce e biscotti della fortuna”, si può dire che non l’avete mai assaggiata veramente.
A questo proposito, Hong Kong potrebbe definirsi una vera e propria “cornucopia” piena non solo dei migliori piatti regionali, ma anche di eccellenti cucine internazionali: indiana, giapponese, italiana, messicana, austriaca, ebraica, senza per questo tralasciare i vari “Mac Donald’s” e “ristoranti” simili.

Non a caso, infatti, a marzo di ogni anno, si svolge l’Hong Kong Food Festival”, noto proprio per celebrare, tra folklore e cultura, le delizie gastronomiche cinesi e internazionali.
E a proposito di cultura, un eccellente modo di abbinarlo al cibo è senz’altro da visitare l’Hong Kong Cultural Centre, Potreste, per esempio, vedere le halls e i teatri in cui si svolgono i concerti, o divertirvi a sbirciare dietro le quinte del Grand Theatre, con il suo enorme palcoscenico girevole, oppure godervi le caratteristiche performace degli acrobati, dei giocolieri e dei musicisti, o ancora assistere alle dimostrazioni di arti marziali e, subito dopo, davanti alla spettacolare vista del “Victoria Harbour”, gustare le numerose portate del magnifico banchetto preparato dal ristorante Cantonese del Centro.
Ad Hong Kong l’arte, in tutte le sue espressioni, è tenuta in grande considerazione.
Il calendario, che dura tutto l’anno, comprende una girandola di spettacoli di ogni genere i cui protagonisti, quasi tutti di fama mondiale, hanno contribuito a fare del paese uno dei luoghi artistici più prestigiosi del mondo.
L’annuale “Hong Kong Arts Festivals”, da febbraio a marzo, e il biennale “Festival delle Arti Asiatiche”, sono solo due degli eventi ad altissimo livello di questo calendario.
Ad Hong Kong, un ottimo modo per concludere una bella serata, potrebbe essere un bel giro a piedi, fra lo scintillio di migliaia di luci colorate, fino a raggiungere il mercato notturno di “Temple Street”.
A chi piace fare acquisti e trattare sui prezzi, potrebbe essere divertente farlo con i venditori dei vari articoli esposti sulle bancarelle: portafogli e cinture in pelle, t-shirt, jeans, orologi e chi più ne ha più ne metta.
Gli amanti dello shopping avranno sicuramente di che scatenarsi dal momento che troveranno molti negozi aperti sette giorni alla settimana. I centri commerciali, poi, sono veramente immensi e, soprattutto, fornitissimi. Le boutiques, quasi tutte di lusso, espongono firme a noi ben note, ma con prezzi più abbordabili.
Ma l’acquirente va ben oltre la griffe e il negozio di lusso perché è direttamente nelle fabbriche e nei mercati che il compratore può dimostrare tutta la sua abilità nel contrattare. I migliori affari, infatti, si fanno nei negozi dislocati nelle grandi fabbriche. Si potrà trovare di tutto, dalla seta alla pelle, ai tessuti di angora a prezzi davvero vantaggiosi.

Hong Kong è uno dei pochi posti al mondo in cui fare il sarto è considerata una professione. Metro al collo, i sarti esaudiscono le richieste delle persone confezionando su misura vestiti e anche scarpe, presso Happy Valley. Ma i vestiti non sono gli unici ad essere fatti su misura.

Anche i gioielli, infatti, possono essere “confezionati” con le pietre scelte dai clienti. Se poi lo shopping incomincia ad annoiare, si può prendere una boccata di aria pura, lontani dal frenetico centro della città, si può prenotare una gita campestre molto interessante: “il Land Between Tour”.

Un bus dotato di ogni confort condurrà attraverso verdi colline, villaggi rurali, allevamenti di oche e templi. La prima fermata è a “Cheuk Lam Sim Yuen”, uno dei monasteri buddisti più belli di Hong Kong.

Poi, attraverso le piantagioni di banane, si arriva in un tradizionale mercato, con i suoi magazzini pieni di frutta, verdura, fiori e pesce essiccato.Si può vedere il confine cinese ed il “Plover Cove Country Park”.

Sulla strada di ritorno, si trova la famosa “Amah’s Rock” una roccia a forma di donna con un bambino sulle spalle, e la “Lion Rock” a forma di Leone.

Il tour passa anche vicino al campo da golf “Fan Ling”. Ad Hong Kong ci sono svariati Clubs, molti dei quali di grande prestigio. Ma uno dei più eccitanti e coinvolgenti spettacoli di Hong Kong si svolge, senza dubbio, all’ippodromo. La stagione delle corse dei cavalli inizia a settembre e dura fino a maggio-giugno dell’anno seguente.
Tutto qui quello che si può fare a Hong Kong? No, c’è anche la parte antica da vedere…ma di questo parleremo un’altra volta.

 Reportage: Hong Kong, una città poliedrica che affascina sempre
 Reportage: Hong Kong, una città poliedrica che affascina sempre
 Reportage: Hong Kong, una città poliedrica che affascina sempre
 Reportage: Hong Kong, una città poliedrica che affascina sempre
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Margaret Atwood, "L'assassino cieco", un esercizio di bella scrittura

3 Gennaio 2015 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #recensioni

Margaret Atwood, "L'assassino cieco", un esercizio di bella scrittura

Amori rubati, mancati, violenti, guerre, rivoluzioni, lotte operaie, capitalismo, povertà, un accenno di anarchismo, un po’ di proto-femminismo, bugie, saga familiare, un pizzico di fantascienza, un po’ di giallo e di noir e tanto altro ancora li possiamo trovare nel libro di Margaret Atwood L’assassino cieco, letto nell’edizione Tea e disponibile in diversi formati e prezzo. Dell’autrice è anche superfluo parlare, conosciutissima, candidata più volte al premio Nobel, Il fatto che non l’abbia mai avuto la rende migliore?, vincitrice di diversi premi di un certo rilievo e questo romanzo appare nella classifica di un noto settimanale americano tra i migliori cento libri in lingua inglese del secolo. Ora chi sono io per parlare di cotanto libro e autrice? Un lettore, la seconda faccia della moneta che permette agli scrittori di esistere. Non esisteremmo gli uni senza gli altri. Dopo questa cazzatella pseudo filosofica-letteraria andiamo avanti.

La storia è ambientata in un ipotetico paese canadese ed inizia con una morte e il libro è tutto teso a svolgere la matassa che spiegherà la morte con la storia della famiglia Chase narrata dalla vecchia Iris e dal libro scritto dalla sorella Laura che è parte integrante della narrazione. Nessuno degli avvenimenti principali della prima metà del 900 è stato tralasciato, dalla industrializzazione alla depressione, dalle lotte operaie al capitalismo, dalla guerra di Spagna al fascismo alla seconda guerra mondiale, ecc. Il tutto narrato con una vena di giallo che dovrebbe rendere appassionante la vicenda ma che non coglie il segno in quanto la trama si svela da sola mano a mano che si legge e manca anche il classico colpo di scena degno del genere. Non affonda in nessuno degli argomenti trattati, un immenso ricamo bello ma non compiuto, l’autrice si è fermata all’imbastitura senza essere in grado di dare al ricamo quei colori che servono a farlo risaltare sulla stoffa del fondo.

Di materiale c’è ne è tanto, come detto, e il libro è scritto bene e altrettanto tradotto ma, a differenza del giudizio di un noto inserto settimanale di un noto quotidiano nazionale, non travolge, non coinvolge. Sembra di essere immersi in uno stagno di vocali e consonanti dove ogni tanto cade qualche parola che provoca piccoli cerchi concentrici che subito svaniscono. In alcuni punti penso sia più avvincente un mattinale della Questura che il libro della Atwood. Una scrittura ferma, piatta, verrebbe da dire priva delle emozioni che gli argomenti trattati provocano nella penna di altri autori.

Un esercizio di bella scrittura lungo 552 pagine.

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Reportage: Martinica e Guadalupa, la Francia d'oltremare

2 Gennaio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Due isole molto belle dove si va anche solo con la carta d’identità

Mi rendo conto di essere una persona fortunata perché ho avuto la fortuna di visitare tanti paesi e tante isole, fra le quali quelle caraibiche, non sempre note agli italiani. Come ho già scritto, i Caraibi non sono solo Cuba e Santo Domingo, ma ce ne sono tante altre e tutte meritevoli di un viaggio, magari unendone alcune quando è possibile. In questo caso Martinica e Guadalupa possono essere raggiunte con un volo interno ed è interessante scoprire queste due “Terre d’Oltremare” per le quali non è necessario avere il passaporto ma basta una carta d’identità in quanto è come se si andasse in Francia. Interessante vero?

MARTINICA

Inizierei proprio da questa, dicendo subito agli amanti del mare e delle spiagge più belle, che Club Med, tantissimi anni fa, ha posizionato i suoi villaggi proprio nelle parti più belle di quest’isola, come in quella di Guadalupa.
Ma iniziamo raccontandone un po’ la storia. Sì, perché queste isole (come le altre caraibiche) hanno alle spalle una lunga storia di dominazioni e, come al solito, ci arrivò il “nostro” Cristoforo Colombo nel 1493 il quale, non ci è dato sapere il motivo, decise di non sbarcarvi.


Lo fece solo alcuni anni dopo, nel 1502, ricevendo, dagli indiani Carubi che abitavano l’isola, una “calorosa” accoglienza a base di frecce infuocate. La fuga fu immediata e la tranquillità della “Terra dei Fiori” fu salva.
Soltanto un secolo più tardi ebbe inizio la colonizzazione dell’isola, ad opera di un gruppo di francesi condotti da un nobile avventuriero: tale Pierre Belain D’Esnanbuc.

Nel 1762, la Martinica fu conquistata dagli inglesi, che la abbandonarono appena un anno dopo, in seguito al trattato di Parigi. Da quel momento in poi, il territorio è rimasto sempre sotto il dominio francese.
Si parla, infatti, della Martinica come “un angolo di Francia nei Caraibi”, anche se geograficamente di francese ha ben poco, dal punto di vista politico fa parte della madre patria e i martinicani dispongono degli stessi diritti e degli stessi privilegi dei cittadini francesi.


La parte settentrionale dell’isola è ricoperta da foreste tropicali e da montagne verdeggianti, spesso molto alte, mentre la costa occidentale è formata per lo più da spiagge rocciose intervallate da qualche spiaggia bianca, circondata da paesini di pescatori, meta preferita dei turisti.
Uno dei luoghi più belli dell’isola è senz’altro “Pointe du Bout”, un agglomerato di alberghi e appartamentini disposti attorno a suggestivi porticcioli.
Ma anche i resti di “St. Pierre”, la città che fu sepolta dalla lava del Mont Peleè, durante l’eruzione del 1902, ha un fascino incredibile.
O ancora “Carbet”, piccolo villaggio di pescatori, dove sbarcò Colombo e dove visse qualche mese il pittore Gauguin. Oppure “La Trace”, la strada di montagna che attraversa la foresta tropicale della Martinica, offrendo un panorama mozzafiato.


Se si decide di fare dello sport – e ve ne è ampia scelta – bisogna tener presente che, per i martinicani, lo sport viene praticato quasi esclusivamente per puro divertimento. Un esempio? Il combattimento tra galli, che viene considerato uno sport-spettacolo. Esistono delle vere e proprie arene in cui la domenica si svolgono i combattimenti, con relative scommesse.


Invece, per godersi gli splendidi scenari in tutta tranquillità, basta noleggiare un cavallo (per chi ci sa andare…) e percorrere i sentieri di collina che costeggiano le piantagioni di banane, attraversare le distese di canna da zucchero, arrampicarsi sulle montagne, o fare una galoppata su una spiaggia isolata.


Le escursioni nella riserva di “Presqu’ile de la Caravelle”, invece, sono consigliate a chi ama camminare. Per gli esperti delle escursioni in montagna, in questo caso al seguito di una guida, c’è il Mont Peleè, un vulcano che, sebbene da moltissimi anni inattivo, non dorme di un sonno eccessivamente profondo; infatti, viene costantemente tenuto sotto controllo da un team di esperti.


Anche qui, come in altre isole caraibiche, la festa più bella che si svolge è il carnevale. Viene celebrato prima della Quaresima con giorni e giorni di travestimenti in maschera e festeggiamenti vari, terminando il mercoledì delle Ceneri, fra scatenatissime danze intorno al fuoco, eseguite da uomini e donne mascherati da diavoli e diavolesse, e accompagnate da fiumi di rum. In quell’occasione se ne vedono davvero di tutti i colori!

GUADALUPA

L’isola di Guadalupa si può definire “sorella” dell’isola di Martinica. Una “sorella maggiore” se si pensa che, nel 1493, sempre lui, sì, il solito Cristoforo Colombo vi approdò per puro caso, nove anni prima di scoprire la Martinica.

L’antico nome dato all’isola era “Karukera” – isola di acque meravigliose – nome che non piacque a Colombo, il quale approfittò dell’occasione per ribattezzarla Guadalupa, mantenendo così fede ad un’antica promessa fatta ai monaci dell’omonimo Monastero spagnolo.

L’isola è a forma di farfalla, le cui ali – Grand Terre e Basse Terre – sono separate dallo stretto di Rivière Saleè, ma ben collegate tra di loro da un ponte levatoio. Il loro passaggio è incredibilmente diverso: montagne e costa scoscese, piuttosto povere di insenature nella Basse Terre.

Nella Grand Terre, invece, immense distese di campi coltivati a canna da zucchero, circondati da splendide spiagge. Quest’ultima è, naturalmente, la meta preferita dai turisti. E’ qui, infatti, che si trovano i grandi alberghi, le pensioncine e il Club Med. Ed è anche qui che si trova Pointe a Pitre, principale città e il porto della Guadalupa.


Gli amanti della natura potranno attraversare la foresta tropicale per fare un tuffo nei laghetti di montagna o sotto le cascate del Parco Naturale di Basse Terre, uno dei migliori dei Caraibi, oppure fare una visitina agli animali del Parco zoologico e botanico, sempre a Basse Terre.

I più temerari troveranno pane per i loro denti arrampicandosi fino alla cima de “La Soufrière”, un vulcano non del tutto dormiglione, dal quale ammirare uno splendido panorama di Basse Terre.
La vita notturna si svolge all’insegna della danza. Gli abitanti di Guadalupa giurano che la musica “beguine” è nata nella loro isola e la possono ballare tutti molto bene, non disdegnando però il calipso, merengue, reggae, boogie. Insomma, tutto ciò che abbia un minimo di ritmo. La compagnia folkloristica locale, che si esibisce nei vari alberghi nelle antiche danze dell’isola, è assolutamente da non perdere.

Reportage: Martinica e Guadalupa, la Francia d'oltremare
Reportage: Martinica e Guadalupa, la Francia d'oltremare
Reportage: Martinica e Guadalupa, la Francia d'oltremare
Reportage: Martinica e Guadalupa, la Francia d'oltremare
Reportage: Martinica e Guadalupa, la Francia d'oltremare
Reportage: Martinica e Guadalupa, la Francia d'oltremare
Reportage: Martinica e Guadalupa, la Francia d'oltremare
Reportage: Martinica e Guadalupa, la Francia d'oltremare
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Giorgio Olmoti, "On the Road again"

1 Gennaio 2015 , Scritto da Maria Vittoria Masserotti Con tag #maria vittoria masserotti, #recensioni

Giorgio Olmoti, "On the Road again"

On the road again

Giorgio Olmoti

Roundmidnight edizioni

Un linguaggio sconclusionato che contiene diversi semi di riflessione, belle fotografie di un passato vicino e lontano. Ci siamo chiesti più volte quanto abbia importanza il modo di comunicare nello scrivere un libro, il linguaggio. Ci vengono in mente molti scritti di Saramago che ignorano la punteggiatura e costringono ad essere completamente attenti per riuscire a capire quello che vuol dire. Forse la punteggiatura non è tutto, forse il linguaggio non è tutto, forse è solo una questione di pigrizia. E ci chiediamo: ma il lettore, questo sconosciuto, che affonda nelle parole scritte dall’Autore, ha qualche diritto? Certo, quello di chiudere il libro e rimetterlo nella libreria, però immaginiamo che un Autore voglia essere letto, allora il linguaggio ha un qualche significato.

Saramago voleva essere letto? Certamente sì e provocava. Quindi accettiamo la provocazione di Giorgio Olmoti e continuiamo la lettura, tornando in dietro diverse volte per vedere se abbiamo capito. I racconti si snodano nel senso letterale “on the road”, s’intrecciano con le belle fotografie che citavamo, ma l’ironia la fa da padrona sempre. Ironia sulla società, sui giovani, gli anziani ed anche su chi scrive. Ci piace l’ironia, la sua lama tagliente e affilata come un bisturi, ci procura spaccati della realtà storica che altrimenti rimarrebbero nascosti e in questo Olmoti è bravo.

Un’ironia feroce e dissacrante ma poi scopri che nelle sue pieghe si nascondono bave di poesia, come una lumaca che lascia la sua scia, perché chi è attento la segua.

Ci ritroviamo perciò anche noi on the road again, senza soldi con la macchina che si guasta o su un’aia di uno sperduto casolare immersi nella merda di vacca, siamo nel castagneto del dentista Artos, dentista sui generis. Ci guardiamo intorno in una cucina piena di mobili, “un Vittoriale pop”, o ci sediamo al bar “dopo una giornata caricata a sale e sparata nella schiena”. Con l’immancabile 127 verde, o con una bici sgangherata, mentre “i soldi erano una cosa che più che altro intuivamo”, ci catapultiamo alla ricerca di pioppini per sfamare la tribù. Giriamo per le corsie del supermercato con la vita nello zaino, “in culo al gelo che fuori se la tira da boss del quartiere”, rubando microstorie dalle facce e dai carrelli della spesa, oppure scriviamo una lettera aperta al signor Timberland. Ci infiliamo sotto un architrave per il terremoto, oppure leggiamo bigliettini con scritto “Gesù sta arrivando”. Ci introduciamo in un ospedale, insomma siamo dentro una variegata umanità vista sempre dallo stesso occhio attento.

In definitiva il libro ci piace, nonostante le difficoltà e la costante rilettura all’indietro che ci dà quest’andatura forse un po’ marziana, come i personaggi che sembrano appartenere ad un altro pianeta e invece sono assolutamente nostrali.

Del resto sono il più grande narratore di insuccesso che la storia delle storie ricordi e quindi il cerchio si chiude”, l’Autore fa dire a un personaggio, e qui non siamo d’accordo.

Maria Vittoria Masserotti

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Gli auguri della redazione

31 Dicembre 2014 , Scritto da Redazione Con tag #unasettimanamagica

Gli auguri della redazione

La redazione augura a tutti i lettori:

BUON ANNO !!!!!!!!

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