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LA MODA DI CINZIA DIDDI ARRIVA NELLE DISCOTECHE GRAZIE AL VOCALIST NIKO MAMMATO

27 Marzo 2018 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #moda, #interviste

 

 

 

 

Conosciamo una nuova figura che da qualche tempo affianca il dj nelle discoteche, il vocalist, cioè l'animatore della serata.

 

 

 

Come definirebbe Niko Mammato se stesso?

 

Nel lavoro e nella vita di tutti i giorni mi definisco allo stesso modo: sorridente, carismatico, con tanta fantasia ma con i piedi per terra... una persona piena di energia

 

 

Come inquadrare la figura di un vocalist?

 

La mia professione è inquadrata in primis nell'intrattenimento, ma bisogna dire chi è il vocalist!!? Bene... è colui che anima, che allieta  il pubblico,  facendogli trascorrere una bella serata, facendolo sentire soprattutto protagonista, questo è fondamentale, infatti credo che un vocalist non debba essere da solo protagonista della serata ma che lo sia  insieme al pubblico, facendo parte di esso e questa formula "penso" sia la formula vincente della mia carriera e che mi contraddistingue da altri, diciamo che è una personalità artistica che ognuno di noi ha un po’ come una firma!

 

 

 Quanto è iniziata la tua carriera?

 

Giovanissimo nel 1996/7 a soli 16, sembra ieri e sono passati 21 anni,  ma chi ne vuol saperne in più su di me, è invitato a leggere la mia biografia sul mio sito

www.nikomammato.com

 

 

Dove lavori?

 

Lavoro in tutto il territorio nazionale,  lavoro e ho lavorato nei migliori clubs, come base sono resident vocalist dello YAB di Firenze, nell'estivo da 14 anni circa lavoro nei Clubs della Costa Smeralda e grazie alla Live Events Group sono resident voice del club Mtv sunbreak per Malta e italia.

 

 

Cosa consiglieresti a chi vuole iniziare la tua carriera?

 

Di  essere sempre se stessi, di iniziare se si ha lo  spirito d'intrattenimento, di essere protagonisti insieme al pubblico, di essere sciolti e non impostati, di non esser volgari, di parlare nei momenti giusti, di imparare la metrica che è fondamentale per il mestiere.

 

 

Se ti dico Cinzia Diddi cosa mi rispondi?

 

Gusto, raffinatezza, eleganza, colore, stile, differenza. Una grande stilista e insieme ne combineremo delle belle …

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Radioblog: Il Club delle Accanite Lettrici

26 Marzo 2018 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #eva pratesi, #vignette e illustrazioni, #interviste

 

 

 

 

Oggi Radio Blog sbarca in Valpolicella per andare a conoscere il "Club delle Accanite Lettrici”.

A parlarcene sono due frizzanti e simpaticissime sostenitrici di questa iniziativa, Emy Ceravolo e Serena Mazzurana. Con loro, oltre a parlare dell’attività del club, abbiamo fatto un viaggio attraverso libri e scrittori, alcuni già conosciuti altri meno ma sempre raccontati con la passione e l’entusiasmo di due lettrici davvero accanite! E così abbiamo riscoperto Beatrice Masini con Il nome che diamo alle cose edito da Bompiani, Natalia Ginzburg con La famiglia Manzoni edito da Einaudi, passando attraverso Il grande Gatsby, con un’incursione su Le otto montagne di Paolo Cognetti (già ospite del Club delle Accanite Lettrici con il suo Sofia si veste sempre di nero), senza disdegnare anche letture in lingua originale come Arlington Park. Questi sono solo alcuni dei temi letterari sui quali ci siamo divertite a chiacchierare, gli altri scopriteli voi stessi .. . mettetevi comodi, magari con un bel bicchiere di vino della Valpolicella e immergetevi nel mondo delle Accanite Lettrici!!!

 

Per conoscere il club: www.accanitelettrici.org

Illustrazioni a cura di Eva Pratesi: www.geographicnovel.com

Musica: www.bensound.com

 

Per contattarci: radioblog2017@gmail.com

 

 

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Presentazione collezione Primavera / Estate per la stilista pratese Cinzia Diddi

25 Marzo 2018 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #moda, #interviste

 

 

 

 

 

Come definirebbe la donna del brand?

 

 Moderna, pratica e alla moda. Potrebbe essere descritta così la donna Tentazioni by Cinzia Diddi.

       

Ho letto una poesia che portava questo titolo:

 

LA DONNA, FORZA DELLA TERRA!

 

È diventata il mio slogan per questa collezione donna.

La narrativa della collezione segue l’idea di donne moderne con un look sofisticato e versatile. La loro immagine si adatta a ogni ora del giorno.

Il look è sia elegante che urbano. Il tocco sportivo: la presenza quasi costante del jeans. È l'era della donna “guerriera” comoda nei suoi abiti senza rinunciare a carisma ed eleganza.

 

Dove si è tenuta la sfilata?

La scelta della location non è a caso! Ho scelto il posto di lavoro di ogni giorno, i capi della collezione primavera/estate 2018 hanno sfilato in mezzo a tessuti e macchinari da sartoria.

Non una sfilata vera e propria ma un appuntamento a porte chiuse. La stilista Pratese ha presentato nuovamente la collezione primavera/ estate 2018 ad un’élite, riservata a pochi e rigorosamente su appuntamento. Una festa intima per celebrare la DONNA e il jeans, capo ultracentenario.

 

Si è trattato della seconda presentazione prima di inviare la collezione donna negli Stores Tentazioni by Cinzia Diddi

 

A cosa  si è  ispirata?

Scrive Daisaku Ikeda, scrittore, educatore e filosofo orientale: «La forza delle donne è la forza della terra. […] Quando una donna si mette all’opera, tutto cambia. Le donne possono trasformare la famiglia, la comunità, la società e l’epoca in cui vivono. Saranno loro che trasformeranno il nostro mondo .»

Questa per me è stata una frase di grande ispirazione,  che rimarca il ruolo che la donna ha nella società ed ho anche pensato che per svolgere al meglio questi compiti, una donna dinamica deve indossare abiti comodi ma al tempo stesso eleganti. La Donna anche se guerriera  deve mantenere la femminilità.

Ecco perché in questa collezione il protagonista è il jeans, comodo ma se sapientemente abbinato anche elegante.

Il jeans un vero e proprio culto... oltre cento anni di storia 

              

Icona generazionale per eccellenza a cui nessuno può rinunciare. Amatissimo dai giovani e non solo.

Per celebrarlo ho deciso di renderlo protagonista insieme alla DONNA.

La sua caratteristica : la robustezza, la sobrietà!

L'utilizzo del tessuto jeans sta diventando  sempre più raffinato, crea un contesto disadorno/chic e unito a tessuti  particolari e al colore quello che si ottiene è un prezioso agrodolce che esalta la femminilità e non fa rinunciare al comfort. 

La gamma di abiti portati in scena dal brand presenta un' impennata di decorazioni, si fa strada il colore, la fantasia.

Il colore diventa un modo per contrastare il grigiore, il malumore, il male di vivere.

La donna Tentazioni by Cinzi Diddi veste tinte anche shocking, che spesso si mescolano con il rosa, rendendo il colore protagonista ma non invadente. La collezione va dal sensuale allo sportivo e la comodità nei capi sportivi incontra sempre l’eleganza …

Perché  ha scelto il jeans?

 

Una storia a sè quella del jeans

«Il jeans invecchia integrando in sé il cambiamento dell'età, impregnandosi di avventura, della vita di chi li indossa. Ogni lavaggio è una pagina girata, il tempo ci scrive la sua memoria su uno sfondo sempre più pallido. La decolorazione dovuta al lavaggio traduce l'avvenimento vissuto fino alla saturazione finale.»

«Autentico o simulato che sia, resta il fatto piuttosto bizzarro rispetto all'estetica "naturale" del consumo, che per i jeans il nuovo vale meno dell'usato, il consumo aggiunge valore (estetico, affettivo, di prestigio sociale, perfino economico) all'oggetto.»

Mi piacciono i tessuti che hanno da raccontare una storia.

Mi sembrava il tessuto ideale per celebrare la donna di questo millennio.

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Intervista ad Andrea Campucci

24 Marzo 2018 , Scritto da Sonia Russo Con tag #interviste

 

 

 

 

 

 

Porn food è un libro di Andrea Campucci pubblicato da Leone nella collana Sàtura. Con un’ironia a volte noir, lo scrittore ci racconta la sua ultima creatura sparando a zero, e mai termine fu più appropriato, sul mondo dei social. Ecco cosa ci ha detto.

 

Partiamo dal titolo: perché Porn Food?

 

Il titolo è l’inversione dell’hashtag #foodporn, un affare che nel neolinguaggio della rete sta a indicare una sorta di coazione a condividere roba come un piatto di carbonara, i carciofi ripieni o il pollo alle mandorle sui principali social e guadagnarci un sacco di like da amici, parenti o perfetti sconosciuti. Un comportamento del genere non può non far pensare a un TSO il più possibile generalizzato e capillare. Ma al di là dell’immagine del cibo, che alla fine è soltanto una metafora gastronomica, quello che mi colpisce è come si sia ingigantita questa sovraesposizione social qualunquista: foto di vacanze, foto di pranzi e cene in famiglia, foto di coppiette che esistono solo perché si fanno uno scatto in spiaggia e si beccano trenta commenti festosi… La sfera dell’intimità si è come polverizzata sparando emozioni, ricordi e sapori in Adsl e fibra ottica e sradicandoli dal perimetro personale cui sono logicamente legati. Eccoci quindi approdati alla dimensione dell’ostentazione gratuita, immotivata, proprio per questo pornografica. Mi collego a YouTube e scopro che fra i video più visualizzati c’è “Come si fa il nodo alla cravatta”. Se questo non vuol dire esser sprofondati nell’assurdo… Ecco che allora mi si pianta in testa quest’idea della rete come di un’immensa discarica emotiva: biscotti di frolla e torte di mele, follie vegan e gameplayer… Non so come ma a un certo punto m’è venuta voglia di sparare a qualcuno…

 

A quale genere appartiene questo romanzo?

I generi di solito li stabiliscono le classifiche dei più letti il fine settimana su Repubblica o Panorama, o li segue il critico letterario di Voghera. Ma viviamo in un’epoca in cui i gusti letterari sono stati surclassati dalle categorie di YouTube, che siano i lettori a farsi una loro idea.

Com’è nata la storia e quanto tempo hai impiegato per scriverla?  

 

Si tratta di una storia vecchia, vecchissima, che ho scritto e riscritto una quantità innumerevole di volte. Lo spunto iniziale nasce comunque da una suggestione quasi esistenzialista. Camus e la categoria dell’assurdo, assurdo che si concretizza nell’idea di un delitto immotivato e per il quale non esiste una possibile espiazione. Sono tematiche immense, che io ho volutamente ridicolizzato con questioni del tipo: “Chi sarebbe oggi Mersault – lo straniero? Come apparirebbe il suo profilo Instagram?”. È un po’ come se avessi voluto agganciare L’homme révolté a un’epoca condannata all’onanismo, alla virtualizzazione del desiderio, e in questo senso il finale di Porn food è rivelatore.

 

Nel corso della stesura hai mai avuto il blocco dello scrittore? Se sì, come l’hai superato?  

 

L’ho avuto per anni e l’ho superato scrivendo Plastic shop – ora alla sua terza ristampa – e il libro che seguirà Porn food, ma non c’è nessun collegamento fra i tre.

 

Il protagonista si chiama Andrea. Oltre al nome, ha altri punti in comune con te? 

Il dilagante conformismo dei social, con annesso ottundimento mentale di chi ne è schiavo, può portare sul serio a squilibri che sfociano nella misantropia, o a ideazioni omicidiarie che scaturiscono dal disperante spettacolo dell’"esercito del selfie”. Quanto al mio alter ego, non preoccupatevi, ho provveduto a farne una figura ben più ingentilita di tanti fenomeni da baraccone rintracciabili sul web.

 

Quando hai cominciato a scrivere sapevi già come sarebbe andata a finire?  

No. Anche perché, come dicevo, il testo ha subito così tanti rimaneggiamenti che la stessa storia ha finito per risentirne. Quando l’ho iniziata Facebook, Google, YouTube etc. non erano quello che sono diventati adesso, nuove funzioni, nuove app, nuove emoticons. Il loro cambiamento ha finito per produrre delle mutazioni nei comportamenti umani, per cui la scrittura del romanzo è stata anche un lavoro di adeguamento, un rincorrere e aggiornare una trama per forza di cose “ingabbiata” e adattarla a un contesto in continua evoluzione.

 

Quali sono i pregi di questo romanzo?

 Penso di essere stato il primo autore al mondo a parlare dell’11 settembre in chiave hard, o di una versione porno della Defenestrazione di Praga.

 

C’è un messaggio sottinteso?

Di solito cerco di non procedere per sottintesi. Porn food è il titolo di un progetto teatrale da rappresentare in una discarica e questo può anche avere un valore meta letterario. Tutto il resto è passione per profili Facebook nonsense o sanguinari, pornomania e youtuber deliranti. Ah, dimenticavo, c’è anche un serial killer… Meno sottintesi di così…

 

Perché dovremo averlo nelle nostre librerie?

  Perché ha una copertina proprio bella.

 

Stai già pensando ad un nuovo libro? 

 Il nuovo libro è già terminato. Ha solo bisogno di qualche schiaffone e di un cordiale rinvio a settembre.

Di Sonia Russo (da Trendy News)

 

Intervista ad Andrea Campucci
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L’Eden ritrovato, mostra personale di Carla Castaldo

23 Marzo 2018 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #pittura, #eventi

 

 

 

 

PALAZZO VENEZIA, via Benedetto Croce n. 19 Napoli, nella suggestiva Sala delle Carrozze

L’Eden ritrovato, mostra personale di Carla Castaldo

Inaugurazione: venerdì 23 marzo 2018 ore 17.30

Intervengono: Esther Basile (filosofa- Istituto Italiano per gli Studi Filosofici) e Lucia Stefanelli Cervelli (scrittrice e saggista); videoriprese di Maria Rosaria Rubulotta (medico radiologo)

 

 

Orari di visita: tutti i giorni 10.00-13.30 e 15.30-19.00

 

Da venerdì 23 a mercoledì 28 marzo 2018 torna a Napoli Carla Castaldo che affida alle sue opere il proprio messaggio di pace, uguaglianza e condivisione, convinta del ruolo che può avere l’arte come linguaggio universale.

L’artista, che ha esposto nelle più importanti città italiane – da Venezia a Bologna, Spoleto, Roma, Milano, Palermo, Mantova, Torino, Firenze, Santa Maria Capua Vetere –, e nelle principali città di tutto il mondo – da New York a Dubai, Baden Baden, Londra, Berlino, Bruges, Parigi, Montecarlo – si è imposta all’attenzione di critici di tutta Europa, ricevendo nel 2017 tre premi internazionali: il Premio alla Carriera (Vittorio Sgarbi, direttore artistico), la Menzione Speciale della Critica (Paolo Levi, direttore artistico) e il Premio Internazionale Paolo Levi.

La mostra, dal titolo L’Eden ritrovato, riunisce un corpus di opere molto diverse per tecniche e materiali: si passa, cioè, dai dipinti a terzo fuoco su piastre di porcellana (antica tecnica di difficile esecuzione e quasi del tutto sconosciuta) ai bassorilievi in terracotta foggiata a mano, dai dipinti su legno con foglia d’oro ai bassorilievi e ai gioielli in lamina d’ottone lavorata a mano, dall’oggettistica in porcellana e in terracotta smaltata ai foulard in seta riproducenti alcune sue opere.

Carla Castaldo, definita dai critici “artista del trascendente”, conduce per mano lo spettatore in mondi senza tempo, fantastici e surreali, dove i colori luccicanti unitamente all’oro e al platino creano “immagini stranamente vivide e attraenti in un rapido susseguirsi”.

Come scrive Paolo Levi, nella monografia Le fantasmagorie simboliche di Carla Castaldo, “l’artista esprime una religiosità primigenia, per la quale ogni giorno rappresenta il Primo della Creazione e ogni lavoro, una preghiera. L’Immanenza di ogni contesto ispirativo diviene quindi, grazie al tocco magico che appartiene alle sue mani, l’espressione della Trascendenza.

Sono i suoi lavori… microcosmi, frammenti del suo universo interiore. Sono meditazioni su un tempo fuori dalla storia umana, ma dentro quello dell’anima di un’artista devota all’Alto. Ogni ricerca di Carla Castaldo non ne identifica il Volto né il Nome Benedetto, ma procede nella ri-Conoscenza…

La robustezza segnica, la stesura del colore, l’ispirazione lirica delle sue opere, ci rivelano un’artista sensibile e attenta, che nel panorama artistico italiano risulta essere un autentico talento, dallo stile altamente riconoscibile e originale”.

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MELAVERDE CON EDOARDO RASPELLI: TRA CIOCCOLATO E PASTORIZIA

22 Marzo 2018 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #televisione



 

 

 

 

ORE 11 "LE STORIE DI MELAVERDE": dal cacao al cioccolato
 

Edoardo Raspelli questa domenica ritorna ad Orsenigo, in provincia di Como, ospite di una grande famiglia di maestri cioccolatieri che in sette decenni ha trasformato la piccola azienda, fondata nel 1946, in un polo produttivo all'avanguardia nella produzione di cioccolata Italiana straordinaria, che raggiunge con successo tutto il mondo, la ICAM. Scopriremo quindi di nuovo i segreti del cioccolato partendo dalla sua materia prima, il cacao, andando a conoscere come viene coltivato e lavorato per poi compiere un lungo viaggio che, dalle Americhe o dall'Africa, lo porta in stabilimento. Entreremo in produzione per vedere come dalla pasta di cacao, ottenuta con le prime lavorazioni, nasce il cioccolato poi trasformato nelle classiche barrette.
Faremo insieme un viaggio che ci porterà dal seme di cacao al cioccolato pronto da gustare.

ORE 11.50- MELAVERDE Prima Visione: eccellenze della Val di Fiemme

Questa settimana anche Edoardo Raspelli sarà in Val di Fiemme per raccontarvi diverse storie che uniscono le tradizioni della pastorizia, la voglia di fare di un padre e un figlio e la magia dei boschi della zona dove si celano abeti rossi dalle caratteristiche uniche, tutte storie legate alle eccellenze di questa valle. Inizieremo incontrando il gregge gestito da Nicoletta e suo marito Renato che, grazie ad un progetto provinciale, stanno cercando di recuperare una razza storica di questa zona dando nuova vita alla sua lana, che trasformano in diversi prodotti lavorati come un tempo.
Conosceremo poi Stefano e Michele, padre e figlio che insieme producono una birra 100% italiana coltivando orzo e luppoli in valle e percorreremo i sentieri che attraversano i boschi, dove forestali esperti selezionano i cosiddetti abeti di risonanza, maestose piante secolari perfette per realizzare casse armoniche per strumenti musicali.

 

Le foto sono a cura di Elena Tiraboschi

MELAVERDE CON EDOARDO RASPELLI:  TRA CIOCCOLATO E PASTORIZIA
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L'etichetta

21 Marzo 2018 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #racconto

 

 

 

 

L’inaugurazione era filata liscia. Molti consensi. Educati battimani all’entrata dell’artista. La giusta quota di selfie scattati vicino alle opere d’arte.

Si potevano già quasi tirare le somme, visto che la galleria era lì lì per chiudere. Era talmente tardi che l’autore delle opere esposte aveva già lasciato la mostra sotto braccio al curatore, diretti a passo spedito verso chissà quale party nel quale, a quell’ora – si bisbigliavano l’un l’altro per spronarsi a vicenda – addirittura già nevicava, nonostante si fosse nel mese di giugno!

Eppure un certo capannello di ritardatari ancora si soffermava intorno all’opera principale dell’intera esposizione. D’altronde erano tutti lì soprattutto per quella (oltre che per l’annunciato buffet, che godeva ogni volta di un innegabile richiamo), specie dopo avere ascoltato la splendida recensione che, dietro adeguato compenso, ne aveva fatto il più grande critico d’arte della nazione (almeno per quanto ne sapevano loro, che non ne conoscevano altri): «Con l’opera intitolata Mondo De Barecedo stavolta ha veramente superato se stesso: nella sua semplicità essa raccoglie tutto un nugolo di interpretazioni pressoché infinito» aveva infatti scritto sul catalogo e intonato per televisione Littorio Barbie, ripetendolo, se non proprio con convinzione perlomeno con un’invidiabile faccia da poker, quello stesso pomeriggio, all’apertura della mostra. Appena in tempo: un attimo prima cioè dell’ennesimo attacco ischemico che lo aveva poi costretto a fare un breve salto al più vicino ambulatorio, prima di recarsi all’altrettanto pregevole (nonché remunerativa) mostra d’artista, tenuta a una trentina di chilometri da lì.

Quello che osservavano aveva tutta l’apparenza di un carrello per le pulizie, con tanto di secchi mezzi pieni di acqua e detersivo e un paio di Mocio Vileda a pendere dalle parti. A proteggerlo un parallelepipedo in plexiglas, sul quale, più o meno a metà, spostata verso destra, c’era appiccicata un’etichetta gommosa con le lettere a rilievo che recitava: “L.De Barecedo, Mondo, 2017”.

I cultori neofiti lì intorno erano ammirati: «Che bel ready-made!» si sbilanciò il trentenne coi baffi che masticava un po’ di inglese.

«L’opera ci riporta al significato originale di mundum, ossia: pulito.» spiegava il signore di mezz’età che ancora rammentava un po’ di latino.

«Per certi versi ricorda il miglior Spoerri» commentava la madamina che si era fatta tenere le dispense d’arte dall’edicolante di fiducia.

Intanto, a breve distanza, la Gina, non vista, li osservava con fastidio, dall’alto in basso, più che per una superiorità morale grazie alla posizione conferitagli dal largo piedistallo su cui poggiava i piedi piatti, mentre finiva di lucidare, con abbondante olio di gomito, la superficie di un vasto boccione a chiusura ermetica contenente una mezza dozzina di pesci morti galleggianti in un paio di litri di acqua putrida.

«Ma quando se ne vanno questi? Che se qua non si sbrigano a chiudere la baracca mi perdo il 12 barrato e devo aspettare quello appresso...» non faceva che borbottare tra sé.

Scalpitava attendendo solo più che quella calca di tiratardi si allontanasse dai suoi attrezzi da lavoro, su cui aveva momentaneamente appoggiato la teca in plexiglas, per poi rimetterla sopra l’opera di De Barecedo che andava testé tirando a lucido.

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Federico T. De Nardi, "Betty suicide"

17 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Betty Suicide

Federico T. De Nardi

Collana Crime Line

Pubmesrl, 2017

pp 216

13,90

 

Mescola thriller, noir e spionaggio, questa spy story incentrata sulla figura stereotipata della spia russa Anastasija Kalashnikova, in arte Betty Suicide, già apparsa in un racconto della collana Segretissimo.

Bellissima e letale - corpo conturbante e viso d’angelo, occhi trasparenti come il cielo, un oscuro passato che l’ha fatta soffrire al punto giusto e trasformata nella spietata killer che è adesso - la ragazza si trova a Chicago, alle prese con un caso di spionaggio industriale mescolato a quello di un serial killer di bionde ragazze americane.

Tutto ruota intorno a un vasetto di crema che rende invisibili. Attraversiamo ventiquattro ore fra sparatorie, coltellate, fughe e travestimenti. Anastasija campeggia su tutto per bravura e implacabilità, il suo fisico esile e perfetto contrasta con la sua forza e il suo addestramento feroce. E poi c’è il desiderio che la sua bellezza stratosferica, e  quasi irreale, suscita in  tutti coloro che vengono in contatto con lei, compresi coloro che la vogliono morta.

La trama e le scene sono quelle tipiche del noir, fatte di azione, violenza, sangue e sesso, l’ambientazione americana, fra Chicago e San Francisco, è credibile. La scrittura è molto buona, anche se risente di  tutti i cliché del genere, e se la commistione di thriller e spionaggio non sembra completamente riuscita.   

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Chiudi il gas e vieni via

16 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Macho, romantico ma sbrigativo, oggi sarebbe considerato maschilista, il bianco pupazzo a forma di cono dei mitici caroselli del caffè Paulista della Lavazza, anni sessanta e settanta. Una storia surreale, d’avanguardia com’erano tutti gli spot di quei tempi, un’ambientazione western e pistolera, come già nello spot della carne Montana.

Frutto della creatività di Armando Testa, i due pupazzi senza braccia né gambe, essenziali e moderni nella loro immagine stilizzata, erano Caballero e Carmencita. Lui è innamorato perso di lei e la cerca ovunque. Un terzo incomodo s’inserisce ma, alla fine, l’amore trionfa.

 

Bambina sei già mia, chiudi il gas e vieni via.

 

 

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LA MORTE DI IVAN IL’IC - LEV NIKOLAEVIC TOLSTOJ

14 Marzo 2018 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #recensioni, #audioletture

 

 

 

 

Lo sappiamo sin dall’inizio: Ivan Il’ic morirà. Lo sappiamo perché il libro si apre parlando della sua morte appena avvenuta e del girotondo di colleghi, parenti più o meno emotivamente coinvolti nel triste evento. Lo sappiamo perché il libro di Tolstoj di cui vi sto parlando si intitola La morte di Ivan Il’ic e la cosa certa è appunto il funesto destino del protagonista. Un destino che accomuna tutto il genere umano, la morte colpisce tutti e nessuno vi si può sottrarre, ma stavolta è il suo turno, è il turno di Ivan Il’ic.

Lo conosciamo con un breve racconto delle sue vicende esistenziali e lo vediamo uomo in carriera dedicarsi al proprio lavoro, ma anche alla costruzione del suo nucleo familiare. Lo scenario è San Pietroburgo, siamo a fine Ottocento e vediamo il nostro personaggio muoversi con sapienza e sicurezza negli uffici del Tribunale. È un uomo “inserito”nella vita e nella società, sa quel che vuole e come ottenerlo: carriera, famiglia, casa. Pian piano però nella sua esistenza si insinua qualcosa, un tarlo, il germe del male che ben presto si identifica come LA MALATTIA FISICA di Ivan Il’ic che giorno dopo giorno lo consuma, fino a trasformarlo nell’ombra dell’uomo che è stato e che ad un certo punto si capisce non sarà più, conducendolo senza pietà verso quel viaggio di sola andata che è la morte.

A questo punto viene da dirsi che in questa storia non c’è niente di originale o di diverso dalla storia che accomuna tutto il genere umano: nascita, vita, morte. Non ci sono storie di amori impossibili, tradimenti, misteri, vite rocambolesche o morti violente ma una vita normale e una morte anch’essa comune alla maggior parte degli esseri umani. Addentrandoci nella lettura ci accorgiamo però che Tolstoj ci fa vivere il deperimento fisico e spirituale di Ivan Il’ic come se lui stesso l’avesse vissuto, come se lo scrittore stesso fosse morto e poi tornato a raccontarcelo. Pagina dopo pagina ci fa vivere con intensità il tormento atroce di un uomo che comprende sempre più chiaramente l’ineluttabilità del proprio destino e ce lo racconta con una lucidità e una precisione che può usare forse solo chi ha attraversato in prima persona un travaglio del genere. Entra nei meandri della mente di un moribondo come in un flusso di coscienza, svelandocene le contraddizioni, i tormenti, le speranze di guarigione che si affievoliscono, il rapporto controverso con gli altri, i “sani”, coloro che stanno dalla parte della vita e che perlopiù non comprendono di cosa lui possa avere bisogno. Minimizzano, fanno finta di niente, pensando probabilmente di alleggerire il peso della malattia mentre invece Ivan Il’ic ha bisogno di onestà e compassione. Non sopporta di vedere gli altri che recitano questo “teatrino” pietoso, mentre lui ben sa dentro di sé che i giorni che lo aspettano sono pochi. Solo il giovane Gherassim lo capisce “Volontà di Dio. Tutti andremo là”​, facendogli intendere di aver compreso la sua situazione e di non voler fingere che sia tutto a posto. Questa sincerità di sentimenti, accompagnata dalle cure che il giovane presta ad Ivan Il’ic, fanno sì che la compagnia di questo sconosciuto sia per lui preferibile a quella dei familiari e degli amici.

Seguiamo il nostro personaggio fino alla fine, fino all’esalazione dell’ultimo respiro, fino alla follia finale preceduta dalla domanda “La mia vita è stata come doveva essere?​” e mentre si fa strada l’incerta risposta la follia finale travolge Ivan Il’ic con la morte che lo risucchia tra le sue braccia impietose e la crescente, dura, consapevolezza di quanto sta succedendo. “Gli accadeva quel che accade quando si va in ferrovia, che si crede di andare avanti e si va indietro e a un tratto si capisce qual è la vera direzione”.

Ciò che colpisce è che nonostante la drammaticità dei temi affrontati con grande introspezione dell’animo umano, il racconto scorre quasi lieve, senza troppa pateticità. Certo, Tolstoj ci fa immedesimare, compiangiamo questo povero Cristo nella sua parabola dalla vita alla morte ma vi è anche a tratti una quieta rassegnazione, una dignità e un’accettazione del destino e di come sono andate le cose, sebbene in ultima analisi tutti si cerchi di tenerci aggrappati alla vita con tutti i mezzi.

Grazie al sito “Ad alta Voce” di Radio Tre ho riscoperto, anzi, nel mio caso ho scoperto per la prima volta, questo racconto letto dalla voce del bravissimo Elia Shilton che ci narra l’epopea della vita e della morte di un uomo normale.

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