Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Post recenti

Robot Inc

20 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Erano irrigiditi e funestati dal freddo. Il sole non filtrava nell'abituale coltre nera. Madre da sotto gli strati di intirizzimento, si lamentava con un lamento. Doleva in svariate parti del corpo in virtù del suo lavoro, alla mano, alle scapole, ai calli, al naso, al fegato – a causa della frustrazione apensionistica. Era inoltre ipertensiva, non riusciva a dormire la notte, e quando ci riusciva, gli inquilini di sopra provvedevano a sventare il suo sonno con qualche tempestivo intervento acustico.

«Il mio cuore si ribella a un altro dolore» aveva appuntato in gioventù sul proprio diario, durante i tormenti sentimentali, durante qualche distacco del marito, perso nelle sue fantasie intellettuali.

«Il mio orecchio si ribella a un altro rumore» scriveva ora, ispirata da altra questione.

Lo spirito vagamente ribelle o avventuroso – per i suoi canoni – della gioventù si era immarmottito e impigrito dopo i vari rovesci dell'esistenza, in seguito agli sberloni del fato, ai buffetti del destino  - consegnati come un'improvvida porta in piena faccia. Ora – quando poteva - preferiva starsene a casa a cullare l'abitudine, a coccolare il prevedibile. C'erano già sufficienti imprevisti all'Istituto.

Quando il personale umano aveva cominciato a esser progressivamente sostituito da androidi, si era rallegrata: finalmente qualcuno che avrebbe effettivamente svolto i lavori, invece che ciondolare e lasciare come al solito tutto a lei, troppo ligia per permettere che l'Istituto si esponesse a causa delle loro negligenze. La casa produttrice degli androidi, però, si vantava di averli costruiti e programmati in modo così VEROSIMILE e UMANO, per facilitare l'interazione, da renderli quasi indistinguibili. Purtroppo, non si trattava di esagerazione pubblicitaria: avevano fin troppo ragione. Questi robot eran tutti troppo presi da piccole rivalità, gelosie, sospetti, permalosità, crisi di affetto e accidie – per operare efficacemente. E tutto era praticamente rimasto come prima: la gran parte del lavoro toccava a lei. E in aggiunta doveva sopire le loro diatribe.

I robot ci tenevano a non fare un minuto di lavoro o di spostamento di oggetti in più degli altri, e se veniva loro richiesto, s'impuntavano. Cominciavano a puntare il metallico dito contro altri chiamandoli “sfaccendati” e insistendo che dovevano essere loro a svolgere la nuova mansione. In aggiunta, disturbavano anche le lezioni cominciando a litigare nei corridoi, se non nelle classi. A volte si strappavano reciprocamente un braccio o una gamba e li usavano per duellare, o si ruotavano direttamente la testa di 360° tentando di svitarla. Si danneggiavano se non distruggevano a vicenda. E lo stato doveva spendere in continuazione quantità immani di denaro pubblico per ripararli o sostituirli con nuovi modelli. Qualche folle complottista aveva il sospetto che fosse tutto calcolato sottobanco per far guadagnare soldoni alla Robot Inc. Che persone sospettose!

 

Nella scuola avevano persino cominciato a verificarsi strani accadimenti. Per esempio, l'oliatore di uno dei robot era sparito dall'armadietto. La capra per le pulizie, in dotazione a uno di loro, aveva cominciato a belare. In sintesi, gli androidi si facevano i dispetti. In un'occasione, il distributore di caffè aveva persino spruzzato dell'acido corrosivo contro uno di essi. Poco dopo, il distributore di caffè e il robot dovettero essere separati mentre s'intrecciavano in un violento corpo a corpo. La Polizia Androide era addirittura intervenuta per indagare sull'accaduto. Non solo. Erano cominciati a sparire utensili dal laboratorio. Con una videocamera nascosta avevano immortalato uno dei robot allungare il braccio idraulico sopra la porta, attraversare il sopraluce e spostarsi a raccattare oggetti vari probabilmente per rivenderli sottobanco, cosa piuttosto facile data la quantità di banchi presenti nell'Istituto. Il soggetto, confrontato, aveva confessato, giustificandosi disperatamente, piangendo lubrificante, di non avere abbastanza cacciaviti per riavvitarsi.

Era un ambiente molto difficile.

 

Continua...

Mostra altro

Nostalgia calcistica

19 Aprile 2019 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #laura lupi, #come eravamo, #sport

 

Perché vado ancora al Magona a vedere il Piombino giocare? Domanda che mi faccio spesso e che non trova mai una risposta logica. Sentimentale, forse. Nostalgica, pure. Forse è lo stesso motivo per cui, quando posso, compro una bocca di leone e ne gusto il sapore burroso. Forse perché gli alberi del Magona, siano pini o cipressi, sono gli alberi della mia vita. Forse perché avrei dovuto essere ungherese per quel gusto della nostalgia che fa parte della mia vita.

Lo Stadio Magona è come una vecchia balera di periferia dove si suona una vecchia canzone sentita all’infinito nella tua adolescenza. Tu siedi e ascolti le note composte da un vecchio pianista. E non importa se i suonatori son cambiati, se la musica è diversa, se tutto intorno è decadente degrado. Tu non lo vedi, perché in quel posto ci sei cresciuto, in quelle gradinate basse e strette ci venivi con tuo padre, tra quelle siepi di pitosforo e oleandro hai visto milioni di partite, hai sofferto, hai sognato...

Ecco perché vado ancora al Magona a vedere giocare il Piombino. Ecco perché mi piace sentirmi pervadere da una gioia immotivata in attesa che l’arbitro fischi il calcio d’inizio. 

Non ho più niente a che fare con il mondo del calcio. Non gioco più, non alleno, non guardo neppure le partite in televisione. Ma lo Stadio Magona è un’altra cosa e a quello non rinuncio. Ah, la mia nostalgia ungherese, la mia madeleine più sofferta...

Gordiano Lupi

Mostra altro

Verità e leggi della giungla

18 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

Parlò ancora anche con Babbo Naziale.  «Ecco ciò che ti dico» gli disse dicendoglielo, sempre saltando di mobile in mobile nel suo tutù. «Le teorie contro le istituzioni, contro la porzione di società dominante, contro le forze superiori, contro il mondo, sono l'espressione mitologica della sfiducia e del rancore verso di essi.

Ma ciò non prova che esse siano di per sé false: provano che c'è una motivazione emotiva nel sostenerle, e affermo che in fin dei conti la realtà è che, sostanzialmente, questa motivazione è fondata: le istituzioni e le forze dominanti non sono di per sé affidabili. Non agiscono per il bene di tutti. Il meccanismo alla base della struttura economica è iniquo, e così, di conseguenza, i rapporti di forza tra i Pochi che hanno e i Molti che non hanno o hanno poco. Ciò si riflette anche nella gestione della cosa pubblica. I Pochi sono la vera classe dirigente dell'Impero. Le leggi dell'economia li ha eletti tali: e sono leggi della giungla cosmica, rivestite di modi garbati e civiltà. Come un alligatore in frac. Un barracuda in smoking. Di conseguenza, le teorie complottiste sono veritiere anche quando non veridiche: esprimono una verità nella forma di una leggenda. Sono un modo per contrastare il ruolo di detentori della narrativa da parte dei Pochi. È una comunicazione collettiva che significa: noi non possiamo fidarci di voi, e non ci fidiamo. Il pubblico deve delegare la propria coscienza e conoscenza ad un'elite specializzata, per ogni campo, per ogni scienza, per ogni disciplina. Può quindi affidarsi ad essa, razionalmente adducendo un sapere superiore a chi dedica il proprio intelletto a quegli specifici argomenti e attività. Ma può anche diffidare di essa, sulla base di ciò: non conoscendo tecnicamente quegli argomenti, noi non sappiamo. Non sappiamo se possiamo fidarci, perché sappiamo invece questo: che anche la conoscenza è corruttibile e plasmabile a seconda degli interessi in gioco. Gli interessi dei Pochi. E questi interessi spesso vengono in superficie, e chi è attento riesce ad osservarli – e a leggerne quando brevemente vengono menzionati i delitti e i crimini ad essi legati, prima che spariscano in mezzo al resto del flusso di notizie e di disinformazione. Quindi, in realtà, non sappiamo esattamente quando e in che circostanza, ma noi sappiamo che non ci possiamo fidare acriticamente. Quindi non ci fidiamo in generale. Cessare di fidarsi, e nutrire una completa sfiducia nelle idee dominanti, e nelle sue istituzioni, è il primo passo verso la rivoluzione: è non accettare che sia ragionevole che le cose siano semplicemente così – è non accettare la normalità. È non accettare che la descrizione della realtà sia comandata dall'alto.»

 

«Sciocchezze» rispose sinteticamente Crispin, il figlio di Pyotr, ritraendosi in un cappuccio.

 

«Eppure» intervenne Deia «È fattuale che la CSK sia stata in precedenza condannata per aver contribuito al decesso di pazienti, a cui eran stati nascosti gli effetti collaterali. È ufficiale che quelli della CSK abbiano corrotto funzionari pubblici per far passare i propri farmaci. E ora, costoro, sono gli stessi che forniscono gli Inoculi e gli Inoculi contro gli Inoculi all'Impero, con cui inoculare l'intera popolazione. Quindi, perché dovremmo fidarci?»

 

Crispin la scrutò da sotto il cappuccio, scuro in volto.

 

Continua...

 

Mostra altro

Carla Magnani, "L'ombra del vero"

17 Aprile 2019 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Carla Magnani
L’ombra del vero

Le Mezzelane Editrice, 2019

Euro 13

L’ombra del vero racconta la storia di Anastasia, una donna di 42 anni, in piena maturità fisica e intellettuale, che vuol decidere il suo destino con il suicidio, perché non crede di essere in grado di affrontare il dolore che in futuro le si presenterà davanti. Per questo fissa la data esatta in cui finalmente la farà finita, anche se è una donna realizzata, ha un marito e due figlie, un padre che vive alla sua ombra, una sorella quasi alle sue dipendenze e un fratello che si è fatto prete. La protagonista decide il giorno perfetto per mettere in scena un finto incidente automobilistico, costruito così bene da non far capire a nessuno che invece si tratta di un suicidio. L’auto esce di strada in curva, ma il destino ci mette una toppa, o meglio, si mette di mezzo e non permette di compiere il gesto estremo. La macchina esce di strada ma la donna non muore, si ritrova paralizzata in terapia intensiva, non vede ma sente tutto, è in coma ma è perfettamente cosciente. Il romanzo si sviluppa nella stanza della clinica, dove si avvicenda varia umanità: infermieri, familiari, una caposala … c’è chi parla con la degente sperando di farla rianimare, altri dicono cose di diverso tenore, si lasciano andare a considerazioni anche fuori luogo. La donna sente molte cose che sarebbe meglio non sapere, tutto questo aumenta la sua sofferenza, fino a quando non decide di organizzare una sorta di dizionario, ogni parola sentita finisce per evocare un momento della sua vita. L’ombra del vero narra il male di vivere di montaliana memoria, è una lettura a tratti sofferente, da thriller sentimentale, terapeutico, affronta un tema complesso come la paura della morte e il timore della perdita degli affetti. Scritto in prima persona, risulta rapido e avvincente, consente l’immedesimazione totale tra lettore e protagonista, anche se non può contare sul dialogo ma solo sulle considerazioni che la degente ascolta. Il romanzo basa molta della sua forza narrativa sulle efficaci descrizioni della natura che costituiscono una parte importante dell’intera opera, impostata sul tentativo di recuperare ciò che eravamo, in una specie di strano gioco che tenta di risalire ai giorni perduti della nostra infanzia.

Mostra altro

Il punto della situazione

16 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Ma quanto accaduto continuava a riaffiorare nella mente del figlio di Pyotr e nei suoi sogni.

Avevano portato Deia in uno dei palazzoni sotterranei, dove l'avevano nascosta. In seguito sarebbe stata spostata per allontanarsi ulteriormente dal luogo della sparizione, dalla zona dello stradio.

Finalmente gli era stato spiegato quel che era accaduto e perché si doveva nascondere. Lui era dubbioso. Ma c'era un'altra questione che abbisognava di spiegazioni. La Torre Mobile. Era qualcosa che aveva fantasticato da piccolo. E ora era realtà, una realtà pressoché identica a quella visualizzata dalla sua fantasia infantile. Interrogò Naziale al riguardo. Naziale lo guardava furbescamente, dicendogli, davvero non lo sai? Davvero non lo capisci? È opera di Pyotr, è opera di tuo padre. È una sua invenzione. Stupore. Naziale e suo padre erano piuttosto amici, nonostante ciò che si gli attribuiva politicamente, che era agli antipodi delle posizioni Condivisioniste di Pyotr. I due infatti usavano scherzare al riguardo dicendo che erano la dimostrazione che, come si diceva, gli opposti estremismi si incontravano, e facevano pure amicizia.

L'intera rivelazione lo aveva esterrefatto. Quelle che aveva considerato fantasie, dunque, erano forse ricordi reali – e lui aveva già viaggiato in quelle confortevoli e occulte stanzette verticali – in uno spazio materialmente rimosso dalla realtà immediata – uno spazio che nascondeva e proteggeva.

Quali altri segreti si nascondevano tra le sue memorie?

Aveva parlato anche con Miss Inoculo, per quanto fosse una distrazione guardarla. Ella odiava le farmaceutiche interplanetarie. E non aveva fiducia nelle Inoculazioni coercitive. Le definiva frutto di interessi e compromessi economici. Gli fece vedere e ascoltare il filmato del suo exploit sul palco del Gran Ballo, registrato con la sua videocamera cerebrale – che, notoriamente, immortalava ciò che il soggetto percepiva direttamente attraverso i propri sensi.

Lei e Babbo erano aiutati da una clandestina organizzazione di ribelli. Probabilmente i notiziari avrebbero censurato le sue critiche alla CSK, e l'avrebbero trasformata in una folle terrorista, tagliando e cucendo a piacimento l'intervento. Ma le persone connesse durante la diretta, e quelle presenti, avevano sentito tutto. Le altre sarebbero state raggiunte attraverso la messa in rete del filmato, innestandosi direttamente nel circuito delle informazioni video-oculari. Dovevano fomentare e compattare una massa critica che avrebbe potuto ribellarsi al Fascismo Farmaceutico.

Forti del motto “la scienza non è democratica” le autorità avevano messo a tacere qualsiasi tipo di dissenso: non solo quelle del cittadino comune, ma anche le critiche e i quesiti argomentati da membri della comunità scientifica. La risposta a una osservazione tecnica non diventava una replica ragionata: si manifestava attraverso lo screditare e il radiare scienziati e medici non allineati supinamente.

Ma lei si era convinta quando era molto, molto più giovane. Quando era bambina, solo una sirenetta. Durante un'epidemia, la CSK era intervenuta fornendo degli Inoculi. Quegli Inoculi erano sperimentali. Quattordici piccoli non solo non furono curati dalla loro inoculazione: ma ne furono uccisi. Furono usati come animali da laboratorio. Uno di loro era il suo migliore amico.

 

Mostra altro

Giuliana Giuliani, "Per le strade"

15 Aprile 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Per le strade

Giuliana Giuliani

Amazon

 

Per le strade, di Giuliana Giuliani, non è propriamente un libro, quanto, piuttosto, “un’installazione artistica”, di quelle dove si sfrutta il  rumore del vento che passa fra gli oggetti o i colori delle cose di tutti i giorni. Già il formato, in A4 e con un carattere molto grande, è insolito.

Anche il titolo ricorda l’idea di “arte di strada”. Il contenuto di questo romanzo (poesia? racconto?) è multisensoriale. Fa appello alla vista d’immagini plastiche e colorate, all’udito di parole musicali, collegate fra loro da un filo invisibile. È scritto molto bene, non si può negare, ma è poco comprensibile e lascia un po’ interdetti. Un ermetismo voluto e compiaciuto, questo della Giuliani, la quale ha studiato filosofia e si è sempre occupata, fra le altre cose, di teatro.

Ina e Lea hanno strade personali da percorrere, Ina ha un incarico, deve consegnare una “pietra”, che ci ricorda, per vaga associazione, la “pietra di entrata” del romanzo Kafka sulla spiaggia di Murakami Haruki. Lei cerca il suo scopo osservando, collegando, cercando corrispondenze, chiacchierando con le persone. Ognuno ha, filosoficamente parlando, un modo diverso di comprendere la realtà e cerca di farlo con gli strumenti che possiede. Poi c’è Lea che è, appunto, un’artista di strada che incontra un musicista, Yeshe. Tutti insieme danno vita a una festa intorno a una fontana, un luogo colorato e gioioso, libero e aperto a ogni interpretazione e sviluppo.

Lo scopo da raggiungere sembra essere quindi la libertà, intesa come svincolo da ogni costrizione, ma anche come libertà d’espressione umana e artistica. E pure emancipazione dal dolore, proprio e altrui. Quante volte, senza nemmeno rendercene conto, ci troviamo appesantiti dalla sofferenza degli altri? Lea riesce a far cadere queste piccole sfere di “piombo” dal suo corpo, aprendosi a un un mondo festoso. Ma è una sensazione rara. La maggior parte di noi vive “in una vaga assenza di sapore”, “alla ricerca di intensità provate chissà quando”. Ed è forse proprio questo ricordo di passione perduta a farci sentire privi di qualcosa d’essenziale.

Probabilmente questi personaggi, un po’ hippy e New Age, sfruttano la meditazione trascendentale, che li  fa entrare in empatia con l’universo e il mondo circostante, portandoli ad assaporare le vibrazioni e la bellezza del cosmo, sgelando quel senso di solitudine che opprime gran parte di noi. Si arriva, così, a capire di essere parte di un tutto, e non soli al mondo.

In tutto il mondo c’era gente che lavorava in gruppo, provava spettacoli, costruiva case, cucinava in ristoranti. In ogni gruppo le persone giravano una intorno all’altra, tracciavano orbite, ogni gruppo era un atomo”. (Pag. 86)

Niente di concreto in ciò che viene descritto ma, forse, nemmeno di onirico. È più una sorta di  realismo non magico ma poetico, una prosa- poesia egocentrica e che ben poco si cura di catturare l’interesse del lettore.

Mostra altro

Panoramiche e Indugi temporali: nonna verso il buco nero

14 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

La Città Sotterranea si era sviluppata per rispondere alle esigenze di accasamento della sovrappopolazione, fattesi progressivamente più pressanti, fino a diventare insostenibili attorno al Qualche Tempo Dopo Skywalker – quando iniziarono gli scavi per i nuovi alloggi inviscerati nelle tenebre. Tanto era più o meno buio anche in superficie. Quindi furono creati questi formicai umani, e le persone vi furono sepolte come insetti. Inoltre, essendo i grattacieli scavati nelle profondità della crosta, non potevano crollare a terra. Erano già a terra. O meglio, sotto.

I vantaggi erano innegabili.

Si era quindi esteso questo intreccio di ramificazioni, tunnel, arterie, gallerie che costituivano un sistema circolatorio inabissato, che collegavano gli agglomerati abitativi o si aprivano in zone più vaste, delle specie di piazze coperte. Tutto era stato colorato a strisce vivide per rendere più allegra la claustrofobia. Ma i colori sbiadivano. Qua e là si potevano incontrare bambini che giocavano a palla. La facevano rimbalzare contro le pareti dei tunnel e la riprendevano al volo, meccanicamente, con sguardo spento, sotto le luci ipnotiche. Sembravano spettri. Alcuni indossavano delle t shirt con la scritta: “Sono ricco dentro, ed è questo l'importante!” e l'immagine di Oliver Twist vestito di stracci, ma stracci molto colorati. Ogni tanto si rompevano le tubature fognarie della Città di Sopra, e piovevano feci.

 

Era passato del tempo da quel giorno. Erano state fatte e dette cose. Era rimasto distratto

da altre circostanze. Era un periodo particolarmente lugubre, insidiato da presagi oscuri.

La nonna, colei che preparava pic nic nello spazio, non era più lei. Ora era ospite fissa di una Stazione Orbitante Geriatrica, fuori dall'atmosfera terrestre, affinché i residenti non venissero urtati dalla Vita Reale.

Era stato da lei, con Madre, proprio oggi. A quanto pare era definitivamente peggiorata, non era solo un momento dovuto al rovesciamento tra sonno e veglia.

Pigolava, squittiva, neniava, lamentava con un ululato acuto e lontano come quello di una banshee persa nella nebbia, in un bosco lontano, molto lontano e triste. Fissava prevalentemente per terra, e non aveva luce negli occhi, solo una quasi secolare stanchezza e sonnolenza. La Madre aveva iniziato a piangere lì, in mezzo al corridoio, tentando subito di ricomporsi – mentre lui teneva le mani alla nonna, lasciando che la madre si proteggesse dietro l'infermiera. Nonna aveva fatto un altro passo lontano da loro, e prima o poi sarebbe sparita del tutto. Un'altra si apprestava a mordere la polvere, come diceva qualcuno, in una traduzione forse troppo letterale di una nota canzone dell'antichità. In un certo senso era rimasto presso la nonna perché il motivo della afflizione materna era il suo stato. Quindi, se lui rimaneva vicino a nonna, anche madre stava meglio. Pensava a cosa servisse tenere la mano o le mani di qualcuno – lo si faceva perché non si sapeva che altro fare. Ma aveva un senso, a ben vedere, come per un bambino che ha paura ad attraversare la strada, e sente il conforto di una presenza. Sua nonna stava sempre più per camminare dove non si tocca, e loro erano una presenza in quell'esperienza, esperienza che affrontava con una mente già degenerata, ma il suo nucleo emotivo non era distrutto, sentiva ancora – per quanto oggi quasi non reagisse a loro, con quello sguardo che sembrava gravato dall'intero peso della fatica di una vita, costretto e impilato sulla di lei schiena, sul di lei cervello, sulle palpebre – solo ogni tanto riconosceva con gli occhi il loro esistere. Tentava anche di dire qualcosa. Raramente si discerneva un vocabolo comprensibile. Sorprendentemente, sottoponendole il solito libretto elettronico di proverbi plutoniani scritti in grande, accompagnati da colorate e umoristiche illustrazioni, la si sentiva effettivamente, nel garbuglio degli strani suoni che emetteva, strascicare brandelli di frasi corrispondenti a quanto scritto – ciò quantomeno la distraeva per un po'. Il pupazzetto festivo di un pulcino di lana che le porsero, le ispirò il portarlo ripetutamente alle labbra per baciarlo. La portarono presso la vetrata della camera, affinché guardasse un po' fuori. Si aprirono spiragli di luce artificiale. Si chiedevano quale fosse, quel palazzo là in fondo, imponente e rovinato. Non riuscivano ad orientarsi. Straordinariamente, attraverso la solita coltre di fuliggine, uno spiraglio di sole giunse, filtrato, fino a loro. Una flebile striscia illuminava le mani di sua madre strette a quelle di nonna, sul grembo di quest'ultima.

 

Continua...

Mostra altro

Il buon vecchio quesito

13 Aprile 2019 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #poesia

 

 

 

L’ironia è il coraggio della tua disperazione (ma anche, se vogliamo, di quella in genere) e ti dà forza necessaria a seguire i tuoi incubi (i tuoi incubi vari) fino al quesito (il buon vecchio quesito) che dice di notte: 《Per caso la morte è l’autoironia della vita?》.

 

Pietro Pancamo

(pietro.pancamo@alice.it)

Mostra altro

Transizione verso Mondi Sotterranei

12 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

«Presto, se tenete a voi!» incalzò Babbo Naziale, e li indusse a seguirlo, trafelatamente.

Sui pavimenti si notavano lunghe strisce colorate. Vi era un mezzo variopinto.

Salirono a bordo, e il vecchio avviò a tutta velocità, nel contempo premendo un pulsante che aprì una botola sul tettuccio. La botola aveva scoperto un quadrato buio, insondabile.

«Infilatevi lì – e niente lamentele: o devo prendervi a calci per farvi entrare?».

«Perché dovrei andare nel tettuccio, e per di più mentre stai andando a tutta velocità? Mi sa che le ultime rotelle rimaste ti sono finalmente rotolate via. E in ogni caso, cosa stiamo facendo?».

«Metti dentro la testa e fammi sapere» ghignò lui ridacchiando sconnessamente.

Perplesso, esitante, ma incuriosito, il figlio di Pyotr eseguì, mentre Miss Inoculo li guardava ancora  ansimante.

Da sopra il tettuccio, la sua bocca, inserita nell'apposita testa, esclamò cose confuse.

Nel quadrato cieco sparirono le mani, le quali issarono il resto del corpo, a sua volta inghiottito da quel nero lucido da cui non trapelavano forme o luce. Infine una mano esitante perforò quel buio in direzione di Miss Inoculo.

«Accontentiamo il vecchio. Vieni su, è piuttosto interessante qui sopra» le gridò, reso audace dall'adrenalina. Lei si aggrappò, e si spinse su, mentre Naziale guidava per vie sotterranee dai pavimenti lucidi e psichedelici.

Era un angolino confortevole. Una stanzetta dotata di moquette, poltroncine con cuscini, mobiletti con oggetti. Vi erano arrivati percorrendo una breve rampa di scala, sul cui pianerottolo d'intermezzo era posto un portaombrelli di ottone. Tutto ciò era inconcepibilmente sopra il mezzo su cui stavano viaggiando, invisibile dall'esterno, materialmente inesistente per ogni ostacolo.

Miss Inoculo si sedette e lo guardò in silenzio con aria stanca e grave. Poi proferì un «grazie».

«Non c'è di che, non c'è di che» rispose il figlio di Pyotr. Rifletté un momento.

«Quindi, non ti abbiamo rapito? Bene. È già una buona cosa. Mi sento un po' sollevato. Stavo sospettando di essermi messo nei guai, per colpa del vecchio demente».

«No, non mi avete rapito» sorrise lei. «Mi avete sottratto alle grinfie imperiali. E ora cominceranno a cercarci ovunque».

In quel momento, i corridoi sotterranei cominciarono a pulsare di una luce rossa, accompagnata da una sirena d'allarme.

«Oh, tutto qui» rispose Crispin, deglutendo rumorosamente.

E, in effetti, sentirono il rombo del bolide sottovolante sfumare, il movimento cessare, le sirene aumentare. Babbo Naziale era stato fermato da qualche pattuglia della Città Sotterranea.

«STOP. Fornisca documento d'identità, patente, libretto di circolazione, passaporto, certificato Inoculare, diploma di maturità e licenza elementare» intimò lo Psicopoliziotto.

«Ma certo, certo, mi lasci il tempo di cercarli, sa, son vecchio, non ricordo dove metto le cose» gli sorrise paffutamente il rubicondo e anziano negazionista. Si frugò attentamente addosso, svuotò svariati cruscotti, e infine consegnò al rappresentante delle forze dell'ordine una catasta di carte, papiri e documenti.

«Ecco, ecco qui. Per completezza ho aggiunto anche delle lastre intestinali e la mia autobiografia non autorizzata» spiegò il vecchietto ammiccando festivamente.

«Noto, noto. Lei ha dei bellissimi intestini» concesse il tutore della legge, grattandosi pensosamente il mento, ammirato. «Chi è il suo intestinologo di fiducia? Per caso il dottor Crasso? Sa è da anni che cerco di risolvere i miei problemi di colon irritabile con diverticolosi incrociata. Ah, ma che dico, lei mi distrae»

«Oh, mi scusi, mi scusi» proferì Naziale, tenendosi le guance con le mani, fingendo costernazione.

«Beh, nel Bolide Sottovolante c'è senz'altro solo lei» continuò l'altro, infilando nel contempo la testa attraverso il finestrino con notevole invadenza. «Sa, è successa una cosa grave. Una bella ragazza è fuggita»

«È terribile!» reagì il signore biancobarbuto al volante. «Se le belle ragazze fuggono, rimangono solo le brutte. Ciò non va bene.»

«È quello che dico anch'io, caro cittadino nell'ultimo segmento della sua esistenza. Ma in questo caso la situazione è ancora più grave. Ha insultato pubblicamente i Fondamenti della nostra Civiltà. Ed è pure famosa. Ma potrà vedere tutto all'Ipnogiornale, che le inculcherà i concetti base a cui dovrà attenersi per essere a norma di legge. Vedrà che scandalo. Sicuro di non aver visto nessuna? Sospettano sia scappata qui sotto.»

«No, mi spiace, agente» si contrì l'interlocutore nell'abitacolo.

«Tenga gli occhi aperti, e non esiti ad avvertirci» rispose l'essere in divisa, accennando un saluto con la testa, mentre le mani erano impegnate a riversare nel Bolide le tonnellate di documenti fornitigli da Naziale. Che sgommò via.

Il poliziotto lo seguì con lo sguardo. Non vedeva alcuna persona sul tettuccio.

 

Continua...

 

 

Mostra altro

Il viaggio di Marta

11 Aprile 2019 , Scritto da Costantino Delfo Con tag #costantino delfo, #racconto

 

 

 

 

La busta della lettera, di un colore marrone, è sgualcita. Le immagini dei tre francobolli rappresentano un Buddha seduto, una montagna innevata e un serpente. Il mio nome e l’indirizzo sono scritti con la sua calligrafia. È di Marta. Marta era sparita.

Katmandu, 18 Maggio 1968

Caro Mario,

ti sarai chiesto dov’ero finita. Non ci crederai sono in Nepal! A Katmandu! Scusami se non ti ho reso partecipe della mia decisione. È stato tutto improvviso come un fulmine e sono partita. Da tempo volevo farlo e gli ultimi avvenimenti della mia vita hanno risolto il problema. Il viaggio è stato davvero bello. Avventuroso! Ma ce l’abbiamo fatta. Siamo in tanti, tutti giovani. Lui si chiama Karl, è un crucco. È il mio amore. Non capisce un cazzo ma ora sta migliorando. Lo amo! Stiamo davvero bene insieme. Qui però le scarpe è meglio tenerle su. Se no te le rubano. Quei pochi, qui molti, soldi li ho cuciti nell’orlo della sottana. Ma anche lì è poco sicuro. Bisognerebbe girare nudi. Alcuni lo fanno. Li ho visti! Le donne no. Girano avvolte in drappi colorati. Va be’. Comunque qui la vita costa davvero poco. Con un po’ di rupie ti compri la felicità e l’erba te la tirano dietro! E tu come stai? Non ho telefono. Scrivimi! L’indirizzo è quello sulla busta. Un bacio.

Marta

 

Marta la matta. Marta la hippy. Era vestita quasi sempre con ampie, lunghe gonne tutte colorate. Ricordo i suoi folti capelli castani e gli occhi pareva sempre che ti scrutassero, curiosi. Faceva il terzo anno di Medicina ed io Lettere. Quell’ultimo giorno mi accarezzò la guancia. «Ciao», sussurrò e quella fu l’ultima volta che la vidi. Per quei lunghi mesi Marta continuò a essere scomparsa e non potevo farci niente. Non sapevo nulla di lei. Ma la lettera mi riempì di ammirazione per lei,  per il suo viaggio. Marta ce l’aveva fatta. Arrivò poi un’altra lettera di Marta.

Katmandu, 28 Dicembre 1969

Caro Mario,

Karl è morto. Adesso sono sola. Sono stata lasciata alla deriva. Sono così prostrata che non riesco nemmeno a piangere. Karl era andato con gli amici a comprare un podi erba in un villaggio vicino. «Dai, proviamo la bianca», avevano detto. Morti, lui e Giò. Li hanno portati a casa su un carretto e li abbiamo bruciati. Parto. Se sto qui mi sembra di impazzire. Ho ancora un podi soldi. Vado. Mi chiuderò in un monastero. Ritroverò me stessa. Scrivimi.

Marta

 

Le scrissi. Le dissi che sarei andato. Sarei anch’io partito per il grande viaggio. Non era vero, cercavo scuse. Mi mancava l’energia d’afferrare quella occasione, quel viaggio che sembrava a portata di mano. Arrivò il 1972. Arrivò la terza lettera di Marta.

Lhasa, 15 Maggio 1972

Caro Mario,

sono in Tibet! Vicino a Lhasa. Da non crederci. Sto bene. Al monastero, qui a Lhasa, non mi hanno voluta, le donne non sono ammesse. Ho trovato un posto bellissimo tra queste montagne. Dista un giorno da Lhasa. È la pace che avevo sempre cercato. La casa è incredibile! Sono solo quattro pietre addossate alla roccia della montagna con una lamiera per tetto. Tumur viene ogni settimana a portami viveri, carbone e anche legna. Gli ho comprato un mulo. Tumur è un uomo molto gentile e ci capiamo, a segni. Di giorno, col sole, vago tra le montagne. La sera fa freddo, accendo il fuoco tra le pietre, scaldo il cibo, mangio e poi mi rifugio nella montagna, in una piccola grotta. Un bacio, caro Mario.

Tua Marta

 

Quella lettera mi procurò sollievo. Avevo ormai rinunciato al viaggio e sapere che lei stava bene era un balsamo, alleviava la mia codardia. Insegnavo l’italiano e il latino al liceo, mi chiamavano professore. Immaginavo Marta in una grotta tra le montagne dell’Himalaya. A Dicembre del ’73 arrivò l’ultima lettera di Marta.

Lhasa, 7 Dicembre 1973

Caro Mario,

se e quando riceverai questa lettera io non ci sarò più. Tumur mi aiuta e voleva portarmi a Lhasa con il mulo. Ho detto di no. Preferisco stare qui racchiusa dentro la mia montagna, ora però non manca molto. Quando succederà Tumur chiuderà per sempre la grotta e ti spedirà questa mia ultima lettera. Non ho più paura. Un bagliore immenso illumina la via di quest’ultimo mio viaggio. A Dio, Mario.

Tua Marta Temprandi

 

La pioggia picchiava sui vetri, lavava il dolore. Baciai la sua lettera. Quell’ultima lettera conteneva il suo cognome. Andai alla segreteria della Università. Giuseppe, il vecchio segretario, era ancora lì, dietro il vetro separatore. «Ohè, professore! Allora?» disse. «Ciao Giuseppe. Ho bisogno di un favore.» Gli allungai il biglietto su cui avevo scritto nome, cognome, facoltà e anno. «Dove abita?» gli chiesi. «Maaario, medicina è di sopra, su per le scale!» Feci la faccia implorante. Uscì e si avviò per la scalinata. Tornò dopo dieci minuti. «Marta Temprandi. Sette, dodici, millenovecentoquarantasette. Terzo anno. Via Ghisleri 28. Mi devi una birra.» Ero già alla porta quando mi gridò: «Fuori corso. Tutti trenta!» Era un vecchio palazzo,  sulla destra c’era una porta a vetri col portiere nel mezzo. «Scusi abita qui la famiglia Temprandi?» chiesi. «Chi è lei?» mi interrogò. «Sono un amico di Marta, studiavamo insieme.» risposi. «Ah, la Marta, brava ragazza! Sempre allegra, mi salutava sempre. Me la ricordo. Son passati più di cinque anni, ormai. Pensi che ha accudito la madre fino alla fine. Un brutto male! Poi se n’è andata, non l’ho più vista».

Mostra altro