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L'Abisso del Popolo

16 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza


 

 

 

 

Deia non era passata inosservata. Quel che aveva detto, in quel contesto, si era inserito come il pezzo mancante in un circuito che una parte della popolazione aveva ormai costruito nella propria testa, che metteva in dubbio l'intera organizzazione Imperial-Inoculare: la discutibilità del profitto come fine ultimo della sanità, e l'equivalenza tra profitto e salute. C'era qualcosa che, curiosamente, non li convinceva del tutto. Ma dato che la Scienza era giusta, che gli Espertoni capitanati da Tronfio Pomposi e Boria Tracotanza avevano affermato che le cose stavano proprio così, e lo avevano detto con parecchia parecchia convinzione, chi erano loro per dubitare? Nonostante ciò, una sensazione di indefinito disagio, una vaga inquietudine non ben identificata, continuava a serpeggiare e sibilare, suggerendo scetticismi privi di definizione e forma. Il profitto è salute... perché il profitto ci fa stare bene. Fa andare avanti la società. Quindi la società è in salute. Quindi io sono in salute... perché sono parte della società. Certo, sono in salute. Non ci può essere salute senza profitto, no. O sì?

Si vergognavano di quella domanda che si inseriva subdolamente alla fine, rivelando la loro incertezza, qualcosa di socialmente sconfortante, che ormai bordeggiava con il sacrilego. E la Scienza era giusta, assoluta e immutabile. Quindi non c'era pericolo. Bisognava Inocularsi per ogni cosa. Anche contro gli Inoculi. Prendere pillole per qualsiasi cosa. Anche per smettere di prendere pillole. Erano sane. E salutari. Perché producevano profitto. Ma se lo scopo ultimo era il profitto... non poteva essere che... Come potevan esser sicuri che... Poi tutto si confondeva e non riuscivano a continuare e formare un'ipotesi completa, un concetto compiuto. Del resto, era chiaramente un ragionamento troppo difficile: come si potevano scindere Salute e Profitto? Impossibile! Ridicolo.

Deia fecondò l'ovulo dei loro timorosi dubbi soppressi – ed essi cominciarono a concepire coscientemente ciò che li tormentava nella prigione del loro raziocinio ammanettato, perché colpevole. Il Profitto è Salute... Il Profitto è Salute? Il Profitto è Salute... la Salute di chi fa Profitto. Noi ne profittiamo? No? Quindi significa che il Profitto è più importante della Salute generale. Che la Salute di chi fa Profitto è più importante della Salute generale. Quindi la Scienza, se è al servizio del Profitto, potrebbe non essere al servizio della Salute generale. Potrebbe non essere poi così salutare. Cosa gliene dovrebbe importare, se il fine è profittare?

Eppure quello era il progresso finale a cui si era giunti. Potevano le istituzioni e gli esperti star tutti sbagliando? O, addirittura, mentendo? Si sentivano folli a confessarsi questi pensieri. Se mai avessero osato pronunziare questi dubbi ad alta voce, sarebbero stati emarginati. Forse dovevano nascondere tutto in una botola in fondo al cervello, spostarci un mobile sopra e dimenticare. Un mobile in stile Impero. Sarebbero stati scherniti, derisi, declassati. Spediti nello spazio profondo in una capsula con una limitata scorta di carta igienica. O infilati nel rinomato Strizza Ossa Imperiale. Dovevano assolutamente evitare di pensarci.

Ma appariva loro l'immagine di un tale che si sprimacciava lentamente una lunga, folta barba, bofonchiando pensosamente: «Può essere, può essere – o forse potrebbe essere un pensiero di importanza capitale».

In qualche modo, Karl Mars, il Condivisionista, sorgeva come un archetipo da qualche rovina dimenticata del loro immaginario collettivo. E poi appariva Deia che forniva loro le nozioni mancanti, agghindata e splendente su quel palco. Se la Scienza era in mano al profitto privato delle Multiplanetarie, significa che potevano potenzialmente rendere Scienza qualsiasi cosa esse decidessero vendere, salutare inutile o nocivo, e i passivi adepti della Sacra Scienza avrebbero semplicemente ripetuto, assorbito e digerito. Venduto e comprato. Se la Scienza era in mano alle Multiplanetarie, allora anche la Sanità Imperiale lo era, perché si basava sulla Scienza. Sulla Scienza finanziata dalle Multiplanetarie. Che poi diventava Legge.

E Miss Vaccino non aveva parlato di corruzione?

Si servivano di loro. Proprio come si servivano di loro anche nella tomba, oltre che per tutta la vita. E loro non si sentivano affatto sani. Non si sentivano affatto in salute. Non si sentivano affatto felici. E avevano pure una certa fame. Era del resto l'ora del tè con i biscottini.

Doveva essere per questo che il nuovo Inoculo della CSK era quello contro una vecchia malattia contagiosa chiamata Rivoluzione.

 

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Walter Fest, "Il mio cane parla mentre gli artisti, against blinding"

15 Maggio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #walter fest, #recensioni

Disegno di Walter Fest

Disegno di Walter Fest

 

Il mio cane parla mentre gli artisti, against blinding

Walter Fest

 

 

 

Ci sono blog “letterari”, o piuttosto “blog di libri”, di solito gestiti da ragazze estroverse e romantiche, che vanno avanti a colpi di kilofollowers, soprattutto su Instagram. Hanno una grafica rosa, piena di cuori, fiori e palloncini. Si basano su giveaway e su blogtour. (Alcuni sono anche mal scritti ma questo è un altro discorso). Poi ci sono blog altisonanti, presenti sul mercato da anni, che hanno collaboratori preparati e competenti, vere e proprie riviste letterarie come quelle del 900, ma elitari all’eccesso, nel senso che scartano i libri di editori a pagamento e quelli autoprodotti. 

Noi no. Il mio blog collettivo, signoradeifiltri, è aperto dal 2012 ed è gradevolmente di nicchia, ha voci citate su Wikipedia, viaggia su una media di 6000 visitatori unici al mese e io li ringrazio uno per uno, li considero ognuno un piccolo miracolo. Non parliamo solo di libri ma, se ne parliamo, non facciamo distinzioni fra editori grandi, medi, piccoli, a pagamento, a doppio binario, a crowdfunding. Per noi, per me, un libro è un libro anche quando è autopubblicato, anche quando non c’è ancora, anche quando, come nel caso di Il mio cane parla mentre gli artisti, against blinding, di Walter Fest, è solo un manoscritto. Se un manoscritto non è un libro, allora non lo è nemmeno un ebook, dico io. 

Ho sempre sostenuto che non m’interessa chi stampa ma solo cosa c’è scritto nel testo. E non faccio sconti a nessuno. Molti pensano che a un cattivo editore non vada fatta pubblicità, io, invece, do una possibilità anche a lui, ma poi dico la verità: che i suoi libri sono impresentabili, che non ha fatto un briciolo di editing, che non ha corretto gli errori/orrori, che non è stato selettivo. E condivido sui social la recensione negativa. La voce circola e, se non sei scemo o masochista, a quell’editore non ti rivolgi. Fermo restando che avviso sempre chi ci invia il suo testo che lo leggeremo sicuramente ma altrettanto sicuramente divulgheremo la verità. Che, comunque, rimane sempre la nostra verità soggettiva, non il Vangelo.

Questo lungo preambolo per parlare del regalo prezioso e affettuoso di un amico e collaboratore. Perché non ho nessun problema a dire che recensisco anche i libri degli amici e, se qualcuno vuol chiamarla marchetta, faccia pure, io so di aver perso l’amicizia di molti proprio perché non ho peli sulla lingua.

Walter Festuccia, in arte Walter Fest, mi ha mandato come dono di Pasqua un quadretto dipinto a mano di un simpatico gatto baffuto e un manoscritto con una copertina anch’essa dipinta a mano.  Narra la storia di Eugenio Garibaldi, cento chili di stazza, non bello ma interessante, con i piedi che puzzano un po’. Un allegro pittore romano che gira in moto in compagnia della sua cagnetta Kelly, vivace e … parlante.    

Dal suo incontro pittorico con Kate, nasce l’idea di una collaborazione che porterà i due in giro per l’Europa, insieme con altri motard e artisti.

Questo libro parla di arte come la intende Fest, moderna e senza regole, dettata dall’impulso del momento, ma comunque con un suo innegabile significato. Come moderna e senza regole è la sua scrittura, caratterizzata da periodi con poche virgole e ancor meno punti, ricchi di subordinate, da leggere rigorosamente tutto d’un fiato. Dopo l’iniziale sbigottimento, chi si abitua ai pezzi di Fest vi ritrova un certo non so che di poetico. È il suo stile ed è la sua scelta, che io non condivido ma che è legittima.

Lui ed io ci siamo spesso scontrati sull’esigenza, da me sostenuta, di un maggiore editing ai suoi testi, per eliminare errori che lui dice voluti, fatti apposta per dare pressione alla lingua, come una specie di zampata leonina.

Non nasco scrittore, non sono un focoso lettore, eppure scrivo, scrivo come viene, libero da condizionamenti e, se questo può essere un limite, un limite, intendo dire, riguardante forma e schemi grammaticali, l'essere libero da condizionamenti per me significa scrivere immergendomi nel mio mare sconfinato di fantasia.

Ma io temo che questa volontarietà non venga recepita dal lettore e guasti il godimento dell’insieme.

E qui apro un’altra parentesi. Frequentando gruppi Facebook in cui si discute di libri e letteratura, m’imbatto sempre più in svarioni ortografici e grammaticali da far rizzare i capelli in testa. Poi mi viene in mente il discorso di un’universitaria aspirante scrittrice che, disse, non aveva voglia né tempo da perdere con lo studio della storia della letteratura, voleva passare direttamente all’atto della scrittura creativa. Come si fa a fondare un gruppo letterario se non si sa nemmeno la grammatica della scuola elementare? Come si fa a scrivere un romanzo senza aver letto, compreso e studiato i classici?

Ok, parentesi chiusa. Torniamo a questo manoscritto fatto dentro e fuori di pennellate di colore - lo stesso che chiazza sia la copertina che i jeans dei protagonisti -, fatto di giochi di luce e passi di danza. Il contesto è quello degli artisti pazzi, un po’ bohemienne, che bevono, vanno in moto, ballano, ridono e dipingono in compagnia. Ogni cosa è frutto di fantasia, ed è proprio la fantasia che, come ripete sempre Fest, tutto può e tutto crea. La vicenda si snoda in modo onirico e, a detta dell’autore stesso, demenziale, un po’ alla Jacovitti.  L’insieme è molto italiano, anzi, molto romano, mentre i personaggi si spostano da Parigi a Sabaudia in un’improbabile carrozza trasformata in sidecar.

I temi trattati, oltre all’arte, sono quelli del calcio amatoriale e della diversabilità. Uno dei personaggi, ispirato tra l’altro a Carlo Verdone, è non vedente. Le opere degli artisti del romanzo sono tattili, i non vedenti possono toccarle, anche il manoscritto di Fest, se mai vedrà la luce della pubblicazione, sarà scritto in braille.

“Quindi”, dice l’autore, “la morale di questo libro è raccontare una storia in chiave ironica e demenziale nella quale l'unione fa la forza, affermare che i cani sono i nostri migliori amici e che chiunque abbia un handicap deve essere considerato una persona normale.

E chi può dargli torto?

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Frammenti sincroni

14 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

«I morti stanno tornando?» esclamò la tv ologrammatica, accompagnata dal tintinnare di tazzine e dallo sbriciolarsi di biscottini. Crispin e Deia emersero dalla cantina, e si affacciarono sulla cucina.

Madre stava facendo merenda con nonna.

«Ah... ciao mamma, ciao nonna, questa è una mia amica». La sirenetta sorrise loro.

«Una tua amica? Tu non hai amiche» gli rispose la genitrice, mentre la nonna si levava la dentiera e la puliva dai detriti.

«Beh, allora non è una mia amica – è solo una tizia con cui condivido degli interessi.»

«Interessi? Tu non hai interessi». La nonna sorrideva mostrando le gengive.

«Ma sì, lo sai, gli Inoculi, la rivoluzione, cose così»

«L'unica volta che ti sei preoccupato degli Inoculi è stato quando ti hanno Inoculato. O meglio, eri preoccupato dell'ago, più che altro. La rivoluzione interessava a tuo padre, non a te: ti confondi. Ma forse ti interesserà sapere che c'è un nuovo Inoculo contro la Rivoluzione».

Nonna tentava di rimettersi la dentiera, ma non riusciva a infilarla dalla parte giusta.

«Ad ogni modo, Deia, cara, piacere di conoscerti: non ti consiglio di farti vedere in giro con lui, la gente potrebbe pensare tu sia strana, cominciare a evitarti, cambiare lato della Strada Mobile quando ti avvicini. Lo faccio anch'io quando lo incontro fuori casa. Ma non ti ho già vista da qualche parte?».

Crispin la trascinò via, attraverso il corridoio. Passando di fianco ad una finestra, percepì movimenti  inusuali all'esterno. Guardò fuori. C'erano gruppi di persone sbrindellate, consumate, parzialmente mangiate, che si trascinavano per strada, caracollando innaturalmente.

«Un momento» borbottò volgendosi verso Deia. «Ora che ci penso, mia nonna era morta.»

Tornarono indietro e Crispin entrò in cucina, fermandosi davanti alla strampalata vecchietta.

«Sono tornata» disse lei, prima di riprendere a sorseggiare il tè, osservata dalla figlia.

«Che diamine accade?» esclamò la losca figura avvolta in un mantello entrando a grandi falcate nella Sala di Monitoraggio Globale, costellata da cataste di monitor e fasci di bandiere hamburgerstrisciate. Il Palazzo Arancione, centro dei comandi dell'Impero, era perplesso dai recenti sviluppi. Ronald Grump fissava corrucciato le immagini provenienti da tutta la geosfera terrestre, con un'espressione che lo faceva sembrare una via di mezzo tra un babbuino e un macaco dal vello rigorosamente arancione e posticcio. Gli schermi mostravano morti che uscivano dalle tombe, e si riversavano in strada. Emise qualche suono disarticolato e rabbioso, tra un ringhio e un gargarismo, finché riuscì ad emettere: «Mandate l'esercito! Rimetteteli nelle tombe! Un esercito di becchini! Armate tutte le pompe funebri! Riseppelliteli! Ur-gen-te-men-te! Nessuna pietà per i morti!».

Era molto preoccupato. Lo sfruttamento energetico dei morti manteneva in funzione l'intero Palazzo Arancione e l'apparato imperiale. E lui questa sera aveva intenzione di guardare la partita di Fluffball, detta Pallafuffa. Come avrebbe fatto senza elettricità?

«Donaci un po' di informazioni, Babbo» ghignò sadicamente Fiorello, soprannominato La Guardia, rivolgendosi al vecchietto rubicondeggiante, che sorrideva soavemente.

«O lo sai cosa accadrà» mormorò sinistramente, mentre l'espressione diventava ancor più minacciosa, e l'indice si avvicinava ad un pulsante. Babbo cominciò a sudare.

«Per voi ho solo carbone» rispose audacemente. La faccia del suo aguzzino si serrò rabbiosamente, e l'indice scattò sul pulsante.

All'improvviso l'aria fu tagliata dall'agghiacciante canto di una zitella country che magnificava gli ideali di SuperHamburger, menzionando tutte le sue conquiste più nobili, dallo sterminio delle indigene tribù degli uomini pennuti, che abitavano le lande su cui sorse, ad Enola Gay, una coraggiosa madre di famiglia che decise di sgominare da sola i Giappolesi con alcune bombe pasticcere extranucleari che aveva costruito in cucina con un frustino, una scodella, delle uova, della farina, dello zucchero, una catapulta e un po' di plutonio. E quelli rimasero davvero molto giappolesi, i pochi che sopravvissero, quantomeno. Ad ogni modo, la petulante vecchietta country cantava con stridula passione, e quella stridula passione traforava come ferri da uncinetto le orecchie di Babbo Naziale, e dalle orecchie procedeva diretta al cervello. Egli strizzava e allucinava gli occhi in smorfie psicoisteriche che non mancavano mai di sorridere esageratamente con denti che si stringevano verticalmente sino a scricchiolare come una valanga di rocce in procinto di valangare. Ma riuscì a non fiatare. Imperterrito, Fiorello alzò il volume mentre i perfidi occhi gli affondavano ancor di più nelle orbite scure. Babbo ridacchiò sbarrando lo sguardo e all'improvviso sbottò in ripetuti «JINGLE BELLS, JINGLE BELLS», al ché il mastino gli si parò davanti, a un millimetro dalla faccia, e urlò: «DICCI DOVE SI TROVA PYOTR ARLANOVICH», finché entrambi cominciarono ad urlarsi addosso vocali senza senso, naso contro naso, fronte contro fronte, per un po' di tempo, a piacimento.

 

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COME VOLER SCRIVERE UN LIBRO, RIUSCIRCI E ADESSO VI DIRO' GRAZIE A CHI.

13 Maggio 2019 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #mondo editoriale, #arte, #pittura

 

 

 

SCRIVERE UN LIBRO
 

Non esiste una ricetta vincente per scrivere un libro, o, per meglio dire, per pubblicarlo. La mia opinione è che, fra le tante cose, è un bene avere buoni amici ed è proprio quello che è successo a me scrivendo per il blog "signoradeifiltri", diretto da Patrizia Poli.
A Marzo del 2019 ho autopubblicato con lulu.com il mio libro La scommessa dell'arte e quello che sto per dirvi auguro e spero possa esservi utile sia sotto il profilo umano che tecnico, quindi è dedicato sopratutto a coloro che intendono scrivere e pubblicare un libro con tanta buona volontà ma con pochi mezzi. 
Non è mia natura essere didascalico e così racconterò questa storia alla mia maniera, reggetevi forte, potrebbe essere una lunga storia ma tranquilli, non sono mai stato noiosamente banale.
Tutto iniziò scrivendo di arte. Non nasco scrittore, non sono un focoso lettore, eppure scrivo, scrivo come viene, libero da condizionamenti e, se questo può essere un limite, un limite, intendo dire, riguardante forma e schemi grammaticali, l'essere libero da condizionamenti per me significa scrivere immergendomi nel mio mare sconfinato di fantasia per poter realizzare, magari, un buon lavoro. Eh già, tutto inizia con la passione, poi le cose vanno prese con impegno e costanza, ogni lavoro deve diventare un vero atto di fede attraverso amore e onestà, poi ci si tuffa "anima e còre" in quello in cui si crede e l'avventura inizia a fare il suo corso.

Conobbi per caso Patrizia Poli, al primo impatto uno scontro, a ripensarci mi è sembrato proprio un simpatico gioco del destino perché mio padre, molti anni fa, aveva un amico, Gioacchino Belli (logicamente non lui ma un suo omonimo), con il quale prima litigò e poi ne divenne fedele amico, la stessa cosa avvenne con Patrizia Poli, tra me e lei non c'era una calamita che ci attirava, anzi io ero il + e lei il -, potete anche invertire i poli farebbe lo stesso. Io e lei due personalità diverse, due background diversi, due modi diversi di interpretare la scrittura, due linguaggi espressivi contrastanti, tutto opposto uno all'altro. Eppure, quando c'è stima e rispetto reciproco, la comprensione delle parti, smussando gli angoli, fa diventare tutto più facile, e lo è ancora di più quando a unire è la passione e l'interesse per la cultura. Quest'ultima condizione è la missione che, chiunque abbia ricevuto come dono di natura del talento, piccolo o grande che sia, ha il dovere di manifestarlo e condividerlo con tutti, ed è quello che io e lei attraverso signoradeifiltri abbiamo fatto.
Patrizia Poli mi accolse nel suo blog, uno spazio aperto a tutti i linguaggi con modalità espressive senza filtri, paletti, semafori rossi, senza forzature o stroncature. Nella signoradeifiltri gli autori possono proporre i propri lavori senza nessun problema, basta avere qualcosa da dire seguendo normali regole dettate dal buon senso, ed io idealmente e con la fantasia ambientai le mie storie dedicate all'arte in un bar, uno dei più classici e abituali locali pubblici, poi, via via sarebbe diventata una scommessa, la scommessa dell'arte, idealmente quasi una scommessa con la vita. Inconfutabile, è sotto gli occhi di tutti la negatività del periodo storico attuale e, secondo me, pensiero condiviso fortunatamente anche da molti, l'arte e la cultura in generale possono migliorare la nostra esistenza e scongiurare catastrofi sociali.

Uno dopo l'altro scrissi una serie di articoli descrivendo l'opera di un artista a volte conosciuto a volte meno, perché l'arte è per tutti e sopratutto non nuoce gravemente alla salute. Attraversando le varie stagioni, dopo ventiquattro puntate a colori, la più naturale delle conclusioni era, a questo punto, raccogliere gli articoli pubblicati sulla signoradeifiltri di Patrizia Poli e realizzare un libro e, grazie a lei e al suo blog, ho ricevuto la spinta per farlo.

 

PERCHE' PUBBLICARE UN LIBRO
 

Chiunque scriva deve assolutamente mettere a disposizione di tutti i propri lavori, si può scrivere per passione, per piacere personale, per soddisfazione interiore, chiunque scrive lo fa perché ha qualcosa da dire ed è giusto che lo condivida con altri, in caso contrario la scrittura diventerebbe una sorta di diario destinato a finire in un buio cassetto, certo che tutti possono avere un diario personale dove appuntare qualsiasi cosa ma adesso, per assurdo, se tutti gli scrittori realizzassero dei diari senza portarli in pubblico, secondo voi la nostra vita sarebbe la stessa? Fortunatamente il progresso tecnologico ha tanti difetti ma ha il pregio di aver facilitato anche tante belle cose, pertanto al momento esso ha reso più facile e alla portata di tutti la pubblicazione di un opera.

 

PERCHE' SELF PUBLISHING?
 

Per quel che è la mia esperienza, per pubblicare un libro le possibilità che io conosco sono due: affidarsi a una casa editrice oppure stampare in self. Che dipenda dalle circostanze o da vattelapesca, ogni autore sceglie di optare per la soluzione a lui più congeniale e, nel mio caso, ora vi racconterò com'è andata. 
Ho scelto il self perché economico e veloce, il rovescio della medaglia è che in questa impresa si è soli, quindi chiunque si appresti a voler pubblicare da sé, è meglio che si procuri una squadra di collaboratori che lo assista. Però vi confesso che, anche in assenza di una squadra di fedelissimi, pubblicare da soli, unicamente con le proprie forze, è un'esperienza esaltante, un'esperienza nella quale si barcollerà più volte, più volte si avranno dubbi, paure, si cadrà e bisognerà rialzarsi, affidarsi al destino e alle forze interiori per tirare dritto e arrivare alla meta.

Per arrivare a dama, una volta scritto il testo che pensate sia ok, fatevi aiutare da qualcuno che noti errori e difetti di forma, dopodiché le ultime ciliegine sulla torta saranno inserire dediche e ringraziamenti, un'introduzione personale e magari un'altra chiesta a un fedelissimo/a, una breve bio, l'indice. Scegliete la copertina ante e retro, titolo e sottotitolo ammalianti, a questo punto andate sul sito scelto per il self publishing e, con molta calma, inserite il vostro lavoro, potrete renderlo disponibile cartaceo ed ebook e in pochi minuti avrete il vostro libro in rete.

 

LA FINE E' SOLO L'INIZIO
 

A questo punto non basta pubblicare per aver raggiunto l'obiettivo, certamente avete fatto tanto ma ora dovete far conoscere il vostro lavoro a più persone possibili. Mi correggo, nulla vieta che vi acquistiate da soli la vostra opera, ve la facciate arrivare e poi la teniate solo per voi e per pochi intimi, cosa plausibile anche perché vendere qualche copia sarà molto difficile, ma è proprio questo il bello che vi darà la forza di andare avanti. Perché voi potreste essere in una persona sola scrittore, manager, responsabile del marketing, creativo, addetto stampa e, credetemi, non è per nulla facile, avrete continuamente una forza misteriosa e invisibile che frena ogni vostra velleità, come se fosse un mostro che vi tira per le braccia, vi prende per la gola e per le gambe, possiamo chiamarla paura, che è realmente presente in noi in tante altre occasioni quotidiane. Ma allora non pensate che poi, nel caso riusciste ad avere successo, la vittoria non sia ancora più grande e gratificante? E allora che fare? Torno a bomba, se avete un carattere d'acciaio andate avanti da soli, se invece siete persone normali cercatevi una squadra di fedelissimi che vi segua e, in entrambi i casi, troverete gli strumenti e i modi migliori per farvi conoscere. Nel mio caso io ho potuto contare su Patrizia Poli e il suo blog e su Giuseppe Leonetti di Inquadro, è così che sono riuscito a pubblicare La scommessa dell'arte. 

Sono anch'io all'inizio di questa fantastica avventura, la strada è ancora lunga, per fortuna non sono solo e dopo ogni salita viene sempre una discesa, la stessa cosa auguro accada per tutti voi.
 

Walter Festuccia autore del testo e delle illustrazioni del libro La scommessa dell'arte, pubblicato in self con www.lulu.com

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Una comunicazione dal Comitato di Avvertimento Contro la Devianza

12 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Caro lettore,

 

ci rivolgiamo a lei, certi che saprà capire e apprezzare il nostro intervenire nel bel mezzo di questo romanzo (o supposto tale) e perdonarci l'interruzione: giacché questo intervento è dettato dalla nostra funzione istituzionale ufficiale e, conseguentemente, da uno scopo socialmente educativo: quello di preservare l'integrità delle Nozioni di Verità su cui si basa la nostra Civiltà, così come sancite per legge.

Qualsiasi sia il movente della narrazione che stiamo inceppando, puro intrattenimento involontariamente diseducativo o consapevole sfida ai nostri Principi Fondanti, dev'essere chiaro che essi nella realtà reale non possono esser messi in discussione. La Scienza è sacra. Qualsivoglia discorso critico, anche quando apparentemente razionale, deve essere ignorato, osteggiato e, soprattutto, deriso, giacché inevitabilmente specioso: se contraddice ciò che si è stabilito essere Scienza, allora non può essere a sua volta Scienza. La Scienza si libra atarassicamente sopra tutto: chiara, limpida, incontrovertibile, immutabile, imperturbabile, assoluta. In grado di dimostrare con chiarezza la necessità di imporre cure in nome del Profitto: giacché se non c'è Profitto, non c'è Salute. Questa è la funzione della Scienza Medica, finalmente giunta all'odierna concezione dopo secoli di faticoso progresso.

Chi la nega, nega le vite che salva, e con ciò diventa complice dei decessi provocati dalla sua mancata applicazione. La Scienza, caro lettore, la Scienza.

Galileo non ha sofferto invano. Ha sofferto per noi.

Newton non ha preso una mela in testa per nulla: ha sopportato quel bernoccolo per noi.

Chi dubita la sincerità e l'assennatezza dell'attuale politica sanitaria, insulta questi giganti e il loro sacrificio.

Perché Einstein si umiliava producendosi in facce buffe e linguacce?

Per conquistare i bambini alla nostra causa.

E cosa recita il giuramento di Ippocrate, se non: «Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per tutti gli dei e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il giudizio dell'Impero, questa Inoculazione, foss'anche solo per il bene del Profitto».

Quindi, in virtù di ciò, ci troviamo costretti ad invitarLa a procurarsi il prima possibile un cerino, un accendino, una tanica di benzina, una torcia, delle pietre focaie, un lanciafiamme, e appiccare il fuoco al presente libercolo, proprio quello su cui sta correntemente leggendo queste frasi. Nel caso non provvedesse personalmente ad adempiere a questo invito, a eliminare questa fonte di disinformazione diseducativa, questo attentato narrativo al Dogma della Scienza Farmaceutica, in sintesi, questo vomitevole grumo di parole infette, ci troveremmo costretti ad appiccare noi stessi il fuoco a questa pagina dall'interno, inducendo un incendio che si diffonderà al resto dei capitoli, finché il libro dovrà capitolare: ora, si renderà ben conto che se ciò dovesse avvenire, per esempio, mentre il libro è nella sua borsa, o abbandonato in sua assenza sullo scaffale della libreria di casa, le menzionate borsa o libreria prenderebbero a loro volta fuoco, e ciò propagherebbe le fiamme sulla sua persona, se sta portando la borsa, o all'interno dell'abitazione che ospita la libreria - fiamme che procederebbero a incenerire il suo organismo e/o la sua dimora. Converrà con noi che ciò potrebbe causarle qualche disagio. Per evitare queste incresciose (ma non per noi) conseguenze, nonché una sua candidatura ad essere espulso dalla civiltà ed eiettato nello spazio in una capsula con limitata dotazione di carta igienica, è quindi consigliabile risolva quanto prima il problema segnalatole. Ad ogni modo, vorremmo rassicurarla ricordandole che, come soluzione definitiva alternativa in caso di recidività, è altresì contemplato l'utilizzo dello Sminuzza Ossa Imperiale, rinomato per l'intensità e la lentezza dell'agonia in grado di infliggere.

 

Cordialità,

il Comitato di Avvertimento Contro la Devianza

offertovi dalla CSK

(provate anche voi la nuova Inoculazione contro la Rivoluzione!)

 

Continua...

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Fine

11 Maggio 2019 , Scritto da Costantino Delfo Con tag #costantino delfo, #racconto


 

 

 

 

Per lui era finita prima ancora che finisse. Giovanni, 68 anni, lo sapeva di essere messo già molto male e quest’ultimo attacco non ci voleva proprio. Accettò come una tomba lo stanzino buio dove l’avevano ricoverato: era ancora cosciente, ma ormai quasi cieco, impossibilitato a parlare e inibito a fuggire. Terminale: era la parola che aveva sentito pronunciare dal medico poco prima, insieme alle altre che gli risuonavano per la testa… ictus, tetraplegia, ospice.

Non avevano perso tempo e per fortuna c’era ancora un posto libero all’ospice. L’avevano portato a Santa Colomba, dove spedivano quelli come lui più di là che di qua. Steso sul letto, con la mente vuota, stava immobile ad aspettare, concentrato a respirare un breve e rapido respiro, e poi un altro, e un altro ancora, velocemente, senza perdere il ritmo, inalando aria preziosa. Inspirava come se fosse l’ultimo ossigeno concessogli.

“Sto forse per morire? Ciao Angela, come va? Ciao Angela, come va? Boh, questa mattina le gira un po’ storta. Ma perché non capisce! No, no, non aprire la finestra, per favore! Ho freddo e la luce, tutta quella luce, mi abbaglia.”

L'infermiera spalancò la finestra, gli rassettò il cuscino e uscì.

“No, no! Aspetta Angela! Non andare via, ti devo parlare, ti devo dire una cosa, aspetta! Mai nessuno che mi racconti qualcosa, anche poche parole. Ah, Angela, sempre indaffarata. Vai, vai, vai pure, mia cara: con te anche quella poca luce che c’era se n’è andata, ora solo ombre scure mi circondano… questa è la nostra camera, vero? Lo capisco bene, quell’ombra laggiù deve essere l’armadio, e lì c’è la finestra: l’avrà chiusa? Peccato che non riesco a muovermi, se no la chiuderei io. Quando torna devo ricordarmi di chiederle di accostarla; forse è aperta perché sento un gran freddo. È sempre sbadata, si scorda sempre tutto, la mia Angela. Che strana sensazione: mi sembra di ricordare che era giugno, no… forse maggio o agosto… non importa, comunque quel giorno non lo dimenticherò mai. Lei entrò di corsa ed era bellissima: grondante di sudore, indossava una maglietta bagnata che le aderiva al seno, aveva le belle gambe tornite in mostra, i capelli raccolti in una coda di cavallo, e con gli occhi grandi sbarrati mi guardava. E poi? Non ricordo. Sarà accaduto tanti anni fa. Non sono tanto in gamba oggi. Insomma, mi sembra di vederci meno del solito. È tutto buio qui, c’è solo un tenue chiarore laggiù. Rimpiango la luce del sole…  chi se lo ricorda più il sole, per me è diventato solo una parola spenta. Dovrei scriverla o farne un disegno: un cerchio tondo con le righe attorno, i raggi, uno corto e uno più lungo. Ma quelli disegnati non scaldano e io ho freddo. Cancello tutto: parole mai dette, linee mai scritte, soli mai visti che non scaldano. Non vedo, non sento, non riesco a parlare. Che c’è, che è successo? È capitato che… non ricordo. Ma queste voci che mi par di sentire sono come un’eco sussurrato.”

Come bisbigliando a bassa voce, ma in realtà senza parlare e quindi senza sentirsi, si faceva domande e si dava risposte.

“Perché ricordare? Sono morto, ormai, che importa ricordare. Polvere ecco che sarò. O pensavo davvero di potermi riprendere pensando nella polvere? Io sto morendo. Sciò, sciò, fff, fff, via, via.” Agitava le mani, schiaffeggiando l’aria per scacciare nuvole di mosche che credeva gli girassero attorno, ma in realtà non muoveva un dito.
“Amo gli animali, non farei del male nemmeno a una mosca. Gli animali si nascondono quando sanno di morire. E io sono ben nascosto? Già, tutto programmato, tutto perfetto: una simmetrica sincronia la morte, già sperimentata milioni di volte. Però dovrò avvisare tutti i miei amici. Basta! Ecco, sto male di nuovo. Ancora questo buio che abbaglia, questo silenzio assordante.”

I pensieri gli costavano fatica, non gli uscivano più dalla testa rendendogli la mente intorbidita, non riusciva a ritrovare la giusta disposizione e ricostruire i fatti reali e si addormentò.

“Devo aver dormito ancora, dopo quella breve crisi di scoraggiamento. D’altronde siamo qui per poco, poi saremo altrove, e il nostro posto al sole non sarà altro che in un pugno di polvere. Ma anche ora non sono messo tanto meglio: non vedo, non sento, non riesco a parlare. Mi sento come se fossi già morto. Mi scappa. Quando si è giovani non ci si bada, quando capita, capita, ma alla mia età ci si vergogna di tutto, anche di chiedere di andare al bagno. Chissà quando ci sono andato l’ultima volta… deve essere passato un bel po’… per forza, non mangio. Non ho fame, però ho sete: meno male che Angela ogni tanto mi bagna le labbra.”

L’infermiera gli bagnò la bocca e sostituì la sacca delle urine del catetere.
“Questo silenzio fa male alle orecchie, è un continuo brusio, un ronzio, a volte un altro ricordo… passavamo le serate sotto l’immensa quercia a pochi passi dalla casa, ciascuno disteso sulla propria sdraio in silenzio, sorseggiando un bicchiere di vino, e guardando spegnersi, uno dopo l’altro, tutti i raggi del crepuscolo. In quei momenti il tempo sembrava essersi fermato, tutto procedeva lentamente, avveniva a poco a poco finché calava il buio. Oh, Angela, sento una irresistibile voglia di chiudere gli occhi, di dormire.”

Finalmente le voci lo lasciarono andare e con un gorgoglio sembrò pronunciare il nome di Angela. “Dottore, venga è morto” disse l’infermiera. Il medico prese la pila dal taschino, gli alzò la palpebra illuminando la tonda, immobile pupilla vitrea. “Vado a chiamare il prete” disse l'infermiera e uscì. Nel corridoio incrociò la collega: “Che è successo?” le chiese. “Il numero cinque, andato” rispose. “Chi era?” chiese ancora. “Giovanni, mio marito” rispose Angela con gli occhi lucidi.

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Da Leopardi al Giappone: 3 versi per l’infinito Workshop di Haiku sulle rive del lago

10 Maggio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #eventi, #poesia, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

La poesia ci permette di toccare con un linguaggio sincero i punti più profondi dell'esistenza umana. Parte integrante di questa condizione di esistenza è il nostro rapporto con la natura che ci circonda, dalla quale veniamo e alla quale inevitabilmente faremo ritorno.

L'haiku è quella forma di poesia che più di tutte le altre ci concede di entrare in rapporto con il mondo naturale al di fuori -ma anche all'interno- di noi: tre versi per l'infinito, tre versi per parlare di quel ciclo infinito di vita che esiste al di là del nostro raziocinio.

Il prossimo incontro di Laboratorio Creativo "Da Leopardi al Giappone: 3 versi per l'infinito" sarà un tributo alla natura del nostro magnifico lago di Como, alla poesia leopardiana, affascinata e turbata dalla natura, e alla singolarità della forma poetica dell'haiku.

Tre elementi, tre versi e tanti passi da percorrere insieme per dipingere con le parole quell'infinito che sempre ci sfugge, dietro l'orizzonte. 

 

11 Maggio 2019 alle ore 17

Piazza Duomo -  Como

 

Contribuisci con la tua creatività, crea insieme a noi!

 

La partecipazione è libera, a tutti i giovani tra i 15 e i 30 anni che si interessano di arte, scrittura creativa in prosa o poetica, musica, disegno, dipinto e anche a tutti gli adulti che vogliono vedere i giovani in azione.

Un progetto dell’Associazione “La Casa della Poesia di Como“ e Le Api dell’Invisibile.

Responsabili del progetto: Martina Toppi e Carlotta Sinigaglia

 

Se pensi di esserci, scrivici!

 

 

lacasadellapoesiadicomo@gmail.com

martinatoppi43@gmail.com

segreteria.luminanda@gmail.com

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Reminiscing II

10 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Saro correva nella polvere, ridendo sgangheratamente, mentre gli altri lo inseguivano. Giunto all'acqua si tuffò, mutò in sirenetto e la caccia proseguì in questo modo – finché non arrivò per primo agli scogli e si salvò, com'era regola del gioco. La piccola Deia lo applaudiva.

 

Deia raccontava a Crispin la sua infanzia su Nettuno. Arrivò al diffondersi dell'epidemia – ma non riporteremo particolari. I Medici Interplanetari, associazione volontaristica, giunse da loro, azionò delle Cupole Automatiche e stabilì dei centri di ricovero e di Inoculazione per tentare di combattere il dilagare del virus – e sopperire alle lacune sanitarie di questa parte della galassia, ovvero la cosiddetta Terza Galassia – l'insieme dei luoghi e delle popolazioni più poveri del sistema solare.

Alcuni bambini pesce furono presi in carico da una specifica Cupola Medica che osservò un proprio protocollo, costituito dal seguente trattamento. Utilizzò un proprio Inoculo sperimentale per una porzione. E quello regolare per l'altro – ovvero quello sancito come efficace dalla Sperimentazione Sanitaria Globale. Ma in dosi minori rispetto a quelle raccomandate. Tra i bambini pesce trattati in quest'ultimo modo c'era Saro. La Cupola era stata eretta dalla CSK, allo scopo di confondersi con quelle dei Medici Interplanetari. E sfruttare così l'occasione offerta da un'epidemia nella poco protetta e regolata Terza Galassia – dove eventuali vittime contavano meno o, ad ogni modo, non quanto i miliardi di Dollari Terrestri che se ne potevano potenzialmente ricavare.

Quando i genitori dei ragazzini accusarono la CSK di aver usato i loro figli come cavie, e di non averli informati della sperimentazione in corso. Per conto suo, la CSK fornì documenti di approvazione del Comitato Etico Sanitario locale nonché di consenso informato dei genitori stessi, in cui si certificava la correttezza e la trasparenza del suo agire.

I genitori sostennero si trattasse di documenti contraffatti. Non solo. I legali della class action sviluppatasi riuscirono ad ottenere una lettera di uno degli Specialisti per le Malattie Ittico-Infantili parte dello staff della stessa multiplanetaria farmaceutica, il dottor Kamikaze, che sollevava diverse eccezioni sulla moralità della sperimentazione, tra cui il fatto che quell'Inoculo non fosse stato testato a sufficienza prima di essere impiegato sui bambini. Il dottor Kamikaze si schiantò contro l'inverosimile corazzata della CSK, che terminò il suo contratto subito dopo. La CSK rimase illesa.

I giudici si arricchirono.

 

Continua...

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Christina Dalcher, "Vox"

9 Maggio 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

Vox

Christina Dalcher

Editrice Nord, 2018

 

Vox di Christina Dalcher, laureata in linguistica con una tesi sul dialetto fiorentino e amante dell’Italia, dove trascorre parte della sua vita, è il paradigma di come avere un'idea originale e intrigante non significhi automaticamente saperla trasformare in una buona storia. Sapere scrivere significa non solo avere una ottima conoscenza della lingua ma, soprattutto, sapere sviluppare una trama in una maniera credibile e logica, elementi che dalla seconda metà del libro mancano totalmente. Il soggetto, pur evocando tematiche tornate recentemente alla ribalta, ovvero il ruolo subordinato della donna in distopie ambientate nell’epoca contemporanea, lo fa non esaltando solamente il ruolo anatomico e fisiologico del corpo femminile ma anche mutilandolo di una delle sue caratteristiche maggiormente vittima di stereotipo: la loquacità. Qualunque donna di qualsiasi età viene infatti dotata di un braccialetto che consente di pronunciare non più di 100 parole al giorno e per ogni “sgarro” provoca una scossa elettrica che aumenta d'intensità fino a diventare letale. Inutile dire che le donne di conseguenza perdono il lavoro, oltre alla dignità. E direi superfluo aggiungere che vengono resi illegali aborto, divorzio, contraccezione e persino la vendita di tecnologia e cancelleria alle donne, che devono ovviamente limitare in tutto e per tutto la comunicazione anche non verbale. Ciò che non può essere pronunciato, in definitiva, non esiste. La protagonista del libro è una neurolinguista che si stava occupando di un farmaco per combattere l’afasia di Wernicke, una disfunzione neurologica che fa pronunciare parole prive di senso a chi ne è affetto. Prima di perdere il lavoro in quanto donna, ovviamente. Ma accade qualcosa: viene richiamata d’urgenza dallo stesso Presidente degli Stati Uniti insieme al suo staff perché il di lui fratello, a seguito di un violento trauma cranico, è diventato afasico e Jeanne è l’unica che può terminare il progetto e guarirlo. E con questo “plot twist” il romanzo raggiunge il suo apice a cui segue uno stallo “rosa”, durante il quale compare un amante, moine e effusioni francamente evitabili che nulla apportano alla struttura del romanzo, e siccome la Dalcher non sembra volere riprendere possesso della cloche della narrazione, questa si avvita precipitando in un ultimo terzo del libro a dir poco grottesco, in cui complottismo, informazioni alla rinfusa buttate a caso e senza sviluppo (che senso aveva scoprire che il suo amante era vedovo della moglie?), personaggi facenti parte della storia remota della protagonista che dopo un esilio di anni ricompaiono come arma di ricatto (Christine, sei seria?) fino al momento trash per eccellenza in cui il marito, dall’inizio del libro descritto come un “cervellone senza palle” e profondamente disprezzato dalla moglie, le confessa che preferisce che lei scappi con l’amante pur di salvarsi e si sacrifica per il bene del Paese.  In tutto ciò si scopre nelle ultime pagine che il Governo aveva una quinta colonna della Resistenza al suo interno che in qualunque momento avrebbe potuto scombussolarne i piani e ribaltare la situazione, vanificando perciò tutta l’impalcatura del romanzo. Peccato davvero perché c’erano alcune tematiche interessanti come il rapporto tra uomini e donne (si può amare chi accetta che tu venga trattata come un essere inferiore? Si può amare un uomo che non lotta per te?), cosa sarebbe una società privata delle sue più grandi menti femminili, cosa può accadere a livello relazionale quando in una famiglia i figli vengono indottrinati talmente da accettare che madri e sorelle siano mutilate nella loro vita sociale e lavorativa. Ma perché perdere tempo in riflessioni che richiedevano risposte complesse e laceranti quando si poteva buttare tutto in caciara con una sveltina lì, una lacrimuccia qua, una scena di azione improbabile che non fa mai male? Non mi va di rispondere, solo di consigliarvi di stare alla larga da questo evitabile pastrocchio. 

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Reminiscing

8 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #recensione

 

 

 

 

Deia era in grado di comprendere Crispin. Sapeva cosa significava aggrapparsi a speranze immaginarie. Ed era stata sufficientemente fortunata da poter sperimentare il sollievo del vedere e percepire quella speranza immaginaria assumere concretezza reale. Babbo l'aveva difesa quel giorno: era apparso nell'orfanotrofio in costume per festeggiare il Natale e rallegrare i ragazzini. E non sparì. Tornava. Tornava regolarmente a trovarla e portarle dolciumi, videolibri, film intracerebrali - e attenzione. Ma non poteva adottarla. Non erano contemplate adozioni per scapoli. E lui era un partito orrido che non aveva attratto alcuna potenziale signora Naziale, e/o lui stesso non sembrava propenso a dedicare parte della propria vita a una donna. Voleva il proprio appartamento tutto per sé. Poter lasciare calzini sporchi in ogni stanza, sistematicamente, come simbolo/vessilli di libertà. Inoltre era pecuniariamente poco abbiente. Ma si configurò comunque come una presenza che lei poteva investire di un affetto vero e, a suo modo, ricambiato. Quella stessa presenza regolare indusse i vari monelli privi di famiglia ad avere più rispetto per lei, per quanto non di rado accompagnato da rodenti invidia e gelosia – giacché lei aveva, in parte, ciò che loro speravano solamente. Aveva sconfitto quindi l'introversione autistica, e le sue capacità empatiche erano fiorite ulteriormente. Sentiva, percepiva, capiva.

Crescendo, il loro rapporto maturava, e le comunicazioni si approfondivano, nozioni trapelavano.

Emergeva che Babbo era coinvolto con i Ribelli. E Deia aveva certo le sue profonde motivazioni per apprezzare quell'appartenenza. Rabbia impotente la scuoteva quando pensava all'Impero e a come la CSK fosse compenetrata con esso – a come fosse corresponsabile del Principio Fondante Inoculare, elemento imprescindibile di Civiltà: e a come essa fosse colpevole di aver ucciso i suoi quattordici compagni di giochi, tra cui il piccolo Saro, di cui lei si prendeva cura, di cui era particolarmente amica, a cui era specialmente legata. Il fatto di non averlo protetto dalla CSK faceva sì che lei stessa, nei suoi pensieri, fosse in qualche modo colpevole. Era quindi stata costretta a fare qualcosa. L'acronimo della CSK, dove abitava, era stato ritradotto in Cosmic Serial Killers.

Scoprì di avere anche lei un Potere, con lo svilupparsi della sua femminilità. Concepì quindi come metterlo al servizio della Causa. Si iscrisse alle eliminatorie regionali per diventare Miss Vaccino. Vinse diverse selezioni. Fu adocchiata da Orrido Porchinstein. E il resto fu trasmesso in diretta galattica su tutti i pianeti del circondario.

Molti abitanti della galassia sentirono pungolati, o confermati, i dubbi che nutrivano sul Sistema – ma che fino ad allora non avevano osato menzionare in pubblico, per timore delle ritorsioni.

Lo scontento si diffondeva, come un nuovo tipo di contagio.

 

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