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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

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LE NOVE DOMANDE E MEZZA PIU’ PAZZE DEL MONDO…MA NON TROPPO: Laurent Verchen de Vreuschmen

5 Maggio 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #interviste, #poesia

 

 

 
 
 
Amici lettori, nove domande e mezza sono nulla in confronto alla mente di uno scrittore. Uno scrittore non ha una mente ma un universo, una galassia, cosmici buchi colorati profondissimi che conducono a una sola cosa, la vostra gioia, il piacere di farvi leggere e sentire in sintonia con questo affascinante oggetto misterioso che è lo “scrittore”.
Oggi ho con me un giovane, non posso simpaticamente maltrattarlo perché ha la faccia da buono e poi perché la sua scrittura è onesta, pulita, magari astratta, perché la sua fantasia è un vortice di emozioni. Ma attraverso di essa non cerca scorciatoie, escamotage per ammaliarvi, furbizie dialettiche per fare colpo, oh no, lui, come tutti gli altri autori di Libereria hanno scelto la strada più difficile, quella di scrivere con il cuore in mano.
Molto bene, signore e signori, ecco a voi Laurent Vercken de Vreushmen.
 
 1) Non ti chiedo perché scrivi… Quando hai iniziato a farlo?
 
- Scrivo da 25 anni. A 6 anni lessi Favole al telefono di Gianni Rodari e, immaginandomi in qualità di suo nipotino acquisito, iniziai a scrivere filastrocche. Da ragazzo, continuavo ad amare e immaginare; così, leggendo, dalla Storia infinita di Michael Ende alle Avventure di Gordon Pym di Edgar Allan Poe, la vita reale non mi appariva particolarmente diversa. Immaginati, poi, altri classici, dopo la lettura iniziai a rendermi conto delle umanità al di là dei testi: autori editori scrupolosi di sé stessi. Mi rendevo conto di somigliare a loro, di immaginare per amarmi, di scrivere per raccontare l’amore di vivere.
 
 
 
  1. ) A scuola eri un secchione? Sì? No? Perché?
-Lo ammetto, secchione un po’, perché no? Ma altre volte preferivo il bar.
 
  1. ) Il tuo libro è consigliato per chi e perché.
Qualcuno di inadeguato è per tutti. Perché tutti, quando leggono, sono sognatori e innamorati.
 
 4) Da dove arriva la tua ispirazione?
 
- Ah ah, e adesso te lo dico così: è inadeguata. Non è stabilita, ma la stabilisco io. Non è adeguata, è adatta e si adatta.
 
 5.) Hai mai avuto il blocco dello scrittore? Come hai risolto? Se invece non ti è mai capitato, quale è il tuo escamotage per non fartelo capitare?
 
- Mi capita di fermarmi per qualche tempo, così riprendo dopo avere pensato meglio.
 
  1. )Al bar stai inzuppando il cornetto nel cappuccino, di fianco a te si siede Eduardo de Filippo, che gli chiedi?
-“Signor De Filippo, molto lieto, lasciate che mi presenti: sono uno scrittore futurista. Semmai abbiate bisogno di un nuovo sceneggiatore, non avreste che da chiedere.”
 
E  lui, volgendo uno sguardo buono e solenne, mi dice: “Guagliò, buongiorno a voi. Siete caro, ma non mi pare una buona idea”.
 
A questo punto, vedo passarci accanto Franco Zeffirelli, così gli dico: “Maestro, salve, mi aiuti lei a convincere il signor De Filippo. Vede, sono sicuro di potere lavorare insieme e mettere in scena grandi opere avveniristiche”.
 
E così Zeffirelli cede il passo alla conversazione, trovandola molto interessante, mette mano all’orologio, aggiusta gli occhiali, il foulard e, dopo un colpo d’occhio gentile a noi due, dice: “Maremma ‘he bellezza: da tanto ‘un si parlava di ‘hose nuove. E purtroppo sempre a dire, sempre a fa’: si favoleggia, si ciancia, si ride… ma qui giovini, la giovinezza è una ‘hosa seria. E si ridesse invece bene pe’ farla film, pe’ farla poesia. Vivere è ‘hosa seria, cari amici, e il suo cuore è un cuore vivo, ‘he vivendo ride.”
 
E, dopo la colazione, tutti e tre, passeggiando tra le ombre e le luci di un viale alberato, che ricorda alquanto Firenze, ma anche Napoli e Roma, discutiamo, ridiamo, raccontiamo, progettiamo insieme, in nugoli di pensieri, i prossimi film futuristici.
 
 7.) Che sei disposto a fare a favore del tuo lettore?
 
- Ancora non lo so, sentiamo le sue domande.
 
 8.) Sei naufragato su di un’isola deserta insieme alla donna più bella del mondo, recita la tua poesia più bella d’amore.
 
- Va bene. Per lei sia: "Testimone degli amori”, Roma, Libereria, 2019.  www.libereria2017.com  
 
  “Testimone degli amori”
 
 Qualsiasi giorno è importante 
 
Per ogni occasione che piove dal cielo delle speranze
 
 Per ogni amato stupore da rubare al gelo delle paure 
 
 E anche se non splendono al sole come brillanti
 
 Sono gli amanti a volersi amare 
 
 Per ogni occasione
 
 Per ogni stupore
 
 Nelle spire delle gioie e dei dolori 
 
 In un giorno come gli altri
 
 Testimone degli amori
 
 
9.) Sei un attore porno, non sei d’accordo con il copione e in una scena a luci rosse cambi le battute a modo tuo… Che diresti alla tua partner di scena?
 
 - Mia cara, sia innamorata la vita per te: La vita innamorata, Roma, Libereria, 2019.  www.libereria2017.com
 
 “La vita innamorata”
 
Alcuni,
 
I giocatori con sé stessi
 
 Coloro che corrono il rischio costante di perdersi,
 
 Ritrovandosi solo scommettendo,
 
 I dolci furfanti dei propri sbagli,
 
 Solo ad alcuni è concesso di illuminarsi in sorrisi appassionati,
 
 Amare senza chiedere,
 
 Tornare impetuosi alla vita innamorata
 
 
 ½)  Hai la possibilità di inventare un virus benevolo e positivo che faresti?
 
  - In un laboratorio dove si produce felicità inventerei il virus del vivere. Libereria ne è un esempio: autori che sono editori. Artisti che hanno smesso di nascondersi e, interpretando a modo loro la realtà, amano vivere.
 
 
 
Laurent Vercken de Vreuschmen nasce a Roma, nel 1988. Dopo le lauree in Filosofia e Scienze Politiche, lavora presso le Nazioni Unite  in qualità di giornalista freelance.
 
Attualmente è libero insegnante di Lingue Romanze. Il suo primo libro è: “Qualcuno di inadeguato”, Roma, Libereria, 2018.
 
E con il virus del “vivere” una parola semplice nella quale è condensato un fantastico mondo di felicità inventato per questa occasione dal nostro autore, un virus che potete già trovare sfogliando tutte le opere Libereria in catalogo, giungendo al termine, amici lettori del blog che guarda con amore al passato, al presente e al futuro, vi ringraziamo e vi salutiamo ma prima vorrei fare un ultima domanda, che  concedo a Laurent per farmi perdonare  le volte che l’ho coinvolto nelle mie interviste nelle quali gli ho affidato compiti di fatica, per chi si è perso qualche puntata con Giacomo Balla, Laurent ha dovuto spingere a mano la 500 invece con Keith Haring l’ho fatto pedalare sul 600 a pulmino delle suore pacifiste, quindi l’ultima domanda è:
 
  -Laurent qual è il tuo sogno nel cassetto?
 
 -Questa è facile caro Walter. Desidero potere partire per lo spazio siderale e, da lì, dalle fauci dell’Universo, osservando da nuove prospettive nuove cose, scrivere nuove poesie e nuovi racconti per tutti. Da altre prospettive del vivere, resistendo alla gravità di ogni cosa.
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Intervista con l'artista: KEITH HARING

4 Maggio 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #pittura, #arte, #le interviste pazze di walter fest

Disegno di Walter Fest

Disegno di Walter Fest

Bentornati, amici lettori della signoradeifiltri, eccoci insieme a voi per un nuovo appuntamento. Per questa occasione, dopo aver incontrato tanti artisti che hanno passato gli 'anta, oggi ho pensato di presentarvi un giovane.
Purtroppo, abbiamo ancora un problema con i nostri mezzi di locomozione, in questo ultimo periodo non siamo molto fortunati, ma nel nostro blog abbiamo l’antivirus più potente del mondo e, quindi, Matteo Gentili, il grande scrittore prestato all’automobilismo, ci ha riconsegnato il 600 a pulmino, preso in prestito dalle suore pacifiste, perfettamente in ordine, mancante del motore. In compenso ha installato una pedaliera, quindi ora, coadiuvato dalla mia squadra Libereria di pedalatori, pedalando andremo a prendere il giovane Keith Haring.
Un attimo che ve li presento, sono tutti scrittori passionali dal verbo sciolto, oggi pedaleranno per voi: Marta Bandi, autrice di Parlami di un fiore, Roberto Inzitari, autore di Se rinasco mi impegno di più, Roberto Stasolla, autore de Il valore del peccato, Alessandro Mazzà, autore di Ne varietur e Laurent Verken de Vreuschmen autore de Qualcuno di inadeguato.
 
Ma tu guarda attentamente, soffermati ad immaginare, tra le righe vedrai cuori pieni di amore, siano i nomi le culle delle domande che proteggo, che ho paura, che contengo, tanto manca, nulla manca chi salva il tuo cuore ti ha salvato tutto intero@libereria2017
 
Forza ragazzi, avete a disposizione il frigo bar, tv a colori, una gigantografia di Totti, pasticcini, cioccolatini e l’ambiente profumato alla vaniglia, perciò ora pedaliamo che abbiamo fatto tardi.
 
Per chi non avesse capito, questa automobile va a pedali, in compenso non inquina e non consuma carburante. Ottima per il training atletico, prossimamente ne vedrete di simili camminare normalmente su tutte le strade nazionali e internazionali. Ragazzi, non lamentatevi, c’è chi paga per andare in palestra, non siete contenti? Ma ecco, vedo in fondo al viale Keith Haring. Molto bene, lo chiamo.
 
- Hi Keith!
 
- Ciao a tutti, bello questo pulmino!
 
- Keith, posso presentarti i miei amici?
 
- Certo, che fate di bello?
 
- Siamo scrittori.
 
- Scrittori? Interessante… Ragazzi, dove mi portate?
 
- Possiamo andare a Pisa e poi fare un giro al mare, ti va di pedalare?
 
- Oh, sì certo, bella idea. Su un muro di quella città c’è un pezzo del mio cuore.
 
Keith Haring (Reading, 4 Maggio 1958 – New York, 16 Febbraio 1990)
 
Keith Haring può considerarsi un artista predestinato perché, grazie all’influenza del padre, appassionato di fumetti e di grafica ha, sin da piccolo, mostrato un grande interesse per il mondo dei comics. Terminata la prima fase scolastica, il padre gli fece continuare gli studi nell’ambito della grafica pubblicitaria, di gran moda in quel periodo, ma la personalità di Keith lo portava ad andare fuori dagli schemi. Mal sopportava gli strumenti freddi tipici della grafica, lo star seduto a un tavolo tenendo a freno la fantasia. I limiti dei canoni pubblicitari non facevano per lui e così abbandonò gli studi. Per mantenersi, come tanti giovani, praticò i lavori più disparati, situazione che non gli impedì di disegnare e di leggere. A vent'anni, forte del suo entusiasmo e della sua forza creativa, organizzò la sua prima mostra. Dalla Pennsylvania si trasferì a New York, la grande mela era la capitale dell’arte Americana, si iscrisse all’accademia d’arte e iniziò una nuova vita eccitante, entrò in contatto con nuove amicizie e il divertimento fu assicurato, il massimo per un giovane promettente. 
Ma la scuola, le mura dell’edificio scolastico, sono come una prigione, le regole didattiche dell’apprendimento artistico ancora una volta un cappio alla gola, manette per i polsi e un sonnifero per la sua immaginazione. Quindi lascia ancora la scuola ed esce in strada, ogni angolo è fonte di ispirazione, la libertà espressiva è totale e Keith Haring non è solo. Fra i giovani c’è aria di anarchia pittorica, nessun mito da seguire, nessun maestro da imitare, la street art è fuoco e fiamme di colori, un vortice di novità fra i giovani.
Nel 1980 avvenne la prima mostra underground alla quale Keith Haring partecipò con molto entusiasmo. Ormai l’arte di strada era la sua casa e gli altri art writers i suoi fratelli, la metropolitana, probabilmente perché al riparo dalle intemperie, il luogo più sicuro per fare laboratorio.
Keith Haring non ci mise molto ad avere successo e così, grazie a un gallerista che aveva avuto l’occhio lungimirante, nel 1982, con una sua mostra personale alla quale parteciparono come visitatori alcuni artisti affermati incuriositi dall’estro di Keith, iniziò la sua scalata.
La sua originalità lo portò in giro per l’Europa e alla fine degli anni’80 ormai era diventato una star. Purtroppo New York poteva essere il paradiso ma anche l’inferno, l’artista in quegli anni contrasse la sciagurata malattia del secolo. Mentre il suo stato di salute progressivamente peggiorava, riuscì a realizzare in Italia,a Pisa, l’ultima sua grande opera Tuttomondo. Al ritorno a New York, il 16 Febbraio 1990, ancora giovanissimo, morì. Il mondo dell’arte perse una delle sue figure più talentuose.
 
- Keith, il disegno per te era come la voce per un cantante, come ti sentivi quando disegnavi?
 
- Walter, per me era tutto così facile, la matita, oppure qualsiasi mio strumento, era un tutt’uno con il mio braccio. Disegnavo senza sforzo - le linee, le curve, i tratti, con i quali creavo le mie figure - per me era come danzare, fluttuavo con la fantasia sulle onde sonore della mia felicità, dentro di me sentivo una musica invisibile e la mia mano andava da sola sul ritmo che mi faceva stare bene. Mi hai chiesto come mi sentivo? Mi sentivo leggero, quasi trasparente ma, comunque, con una grande forza. In quei momenti avevo la forza di Braccio di ferro.
 
- Quando ti sei trasferito a New York, avevi paura? Lasciavi la provincia per una megalopoli.
 
- A casa certo che mi trovavo bene, anche se, con una matita in mano e un pennino, mi trasformavo in un super eroe, con i miei occhialoni tondi, in testa pochi capelli spettinati, la mia camminata dinoccolata, come un fumetto sempre con la solita felpa indosso. Insomma mi sentivo un po’ fuori luogo, da un lato ero un ragazzo debole, da artista ero in estasi su un'altra dimensione e, in quel momento, solo New York poteva darmi l’opportunità di realizzare i miei sogni.
 
- Keith, che rapporto avevi con la gente?
 
– La gente mi piaceva, non sono mai stato un lupo solitario, amavo lavorare nei luoghi anche affollati dove ognuno poteva godere della mia fantasia, chiunque poteva chiedermi quello che stavo facendo e io amavo rispondere, spiegando e ridendo insieme a loro, insomma la mia vita d’artista era viva, movimentata e divertente.
 
– Avevi circa 28 anni quando sei partito per la Germania. Ti avevano invitato a dipingere sul muro di Berlino.
 
– Era l’86, sì, mi invitarono e non persi tempo, il muro era già stato preparato con il fondo giallo e realizzai la mia opera sulla parte Ovest con una giornata di lavoro. Dentro di me ridevo come un matto al pensiero che, lavorando senza sosta sulle figure che si tenevano per mano lungo i 107 metri, alla fine del muro avrei desiderato girare nella parte Est e continuare l’abbraccio fra gli uomini che stavo dipingendo. Solo tre colori, giallo, rosso e nero, i colori della bandiera Germanica, un popolo che doveva tenersi per mano senza barriere. Valeva per loro e per ogni altro popolo. Il mio voleva essere un messaggio universale.
 
- Sei anche venuto in Italia.
 
- Sì, nel 1989 avevo bisogno di staccare un po’ la spina, allentare la pressione che la notorietà aveva su di me. Avevo perso un paio di cari amici, e poi la mia salute non era al meglio e così capitò l’occasione, una coincidenza, l’amicizia con uno di voi, per partire e venire a fare un'opera unica dalle vostra parti, a Pisa. Avevo tutta per me la parete del retro del convento dei frati, dietro la chiesa di S. Antonio Abate, e sapete perché realizzai una bella opera?
 
- Già perché?
 
- Perché la sera prima di iniziare ho cenato nel refettorio del convento con i frati, ci siamo fatti un sacco di risate e poi, quando ho chiesto della birra, mi hanno detto che non l’avevano ma, in cambio, potevo bere del vin santo, un vino così buono che mi ha dato un'ispirazione pazzesca. Non ho mai saputo di che marca fosse, comunque era un vino miracoloso, per non parlare delle polpette con i carciofi. Che cena divina!!
Il giorno della realizzazione avevo tutta la gente del posto vicino a me, con un'energia positiva che spingeva il mio entusiasmo. Ero tornato indietro ai tempi dei graffiti sotto la metropolitana, l’opera terminata non aveva un titolo, posso dirvi che, per la gioia e l’amicizia con la quale ero stato accolto in quella città, sentivo che su quel muro c’era “Tuttomondo”, un mondo colorato di bene. Poi, per festeggiare il compimento del progetto, facemmo una grande festa, partecipò tanta gente semplice, felice e orgogliosa di aver contribuito alla realizzazione di un'opera che sarebbe rimasta li per sempre, un'opera moderna in un contesto antico, una miscela di amore per la vita.
 
- E poi?
 
- Sono dovuto ripartire, era troppo forte il richiamo dei ricordi dei miei amici, a Pisa avevo fatto un sogno, un bel sogno ma la mia vita era oltre oceano. Forse dovevo rimanere di più nel vostro paese, girarlo tutto, ammirare la vostra arte, bere il vostro vino, mangiare le vostre specialità, respirare la vostra aria, fare il bagno nel vostro mare. A proposito, ma dove stiamo andando?
 
- Andiamo a fare un giro con la fantasia e… a dare un passaggio a quel vecchietto che chiede l’autostop.
 
- Salve,  signore, dove è diretto?
 
- Oh, che bella banda di bùaioli, grazie per esservi fermati, me lo dareste un passaggio a Firenze, che l’è là mì città?
 
- Certamente, prego, salga. Mi scusi ma lei per caso è Franco Zeffirelli?
 
- Ma bravo, e lui sarebbe Keith Haring, l’artista graffitaro. E voi altri chi siete?
 
- Scrittori.
 
-Ma bravi, scrivete senza fermarvi mai, scrivete quello che più vi aggrada, ancor ti può nel mondo render fama, ch’el vive e lunga vita ancor aspetta se innanzi tempo grazia a sé noi chiama.
 
- Maestro, ma lei è un maestro!
 
- Veramente, quello è un altro ancora più vecchio di me.
 
- Maestro, ma a questo punto abbiamo risolto i problemi al bar, se ci presentiamo con lei, il conto lasciato dagli altri artisti sparirà.
 
- Ma siete proprio bischeri, io con me l’argiàn non ho, si può sempre consumar e dopo, come con Picasso prender il vol.
 
- Ma scusi, lei come lo sa?
 
- Cari miei, le voci girano.
 
Amici lettori, a quanto pare il nostro giro di conoscenze sta avendo un grande successo, per oggi il nostro tour è terminato, noi bischeri del blog vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo artista e sarà sempre un piacere.
 
Mi è sempre più chiaro che l’arte non è un’ attività elitaria riservata all’apprezzamento di pochi, l’arte è per tutti e questo è il fine a cui voglio lavorare”.“Keith Haring”
 
Buon compleanno Keith.

Welcome back, readers of signoradeifiltri, here we are for a new appointment. For this occasion, after meeting many old artists, today I introduce you to a young man.

Unfortunately, we still have a problem with our means of locomotion, in this last period we are not very lucky, but in our blog we have the most powerful antivirus in the world and, therefore, Matteo Gentili, the great writer lent to motoring, gave back to us the 600 by minibus, borrowed from the pacifist nuns, perfectly in order, just missing the engine. On the other hand, he installed a pedal, so now, assisted by my Libereria team of pedalers, pedaling we will go to get the young Keith Haring.

I introduce them, they are all passionate writers with a loose verb, today they will pedal for you: Marta Bandi, author of Parlami di un fiore, Roberto Inzitari, author of Se rinasco m’impegno di più, Roberto Stasolla, author of Il Valore del peccato Alessandro Mazzà, author of Ne varietur and Laurent Verken de Vreuschmen author of Qualcuno inadeguato.

 

But you look carefully, stop to imagine, between the lines you will see hearts full of love, the names are the cradles of the questions that I protect, that I am afraid, that I contain, so much missing, nothing is missing who saves your heart has saved you whole . @ libereria2017

 

Come on guys, you have the mini bar, color TV, a giant picture of Totti, pastries, chocolates and the vanilla-scented environment, so now we pedal, we are late.

 

For those who have not understood, this car goes by pedal, on the other hand it does not pollute and does not consume fuel. Excellent for athletic training, you will soon see similar ones going normally on all national and international roads. Guys, don't complain, there are those who pay to go to the gym, aren't you happy? But here, I see Keith Haring at the end of the avenue. Very well, I call him.

 

- Hi Keith!

 

- Hi everyone, nice this bus!

 

- Keith, can I introduce you to my friends?

 

- Of course, what are you doing?

 

- We are writers.

 

- Writers? Interesting ... Guys, where are you taking me?

 

- We can go to Pisa and then take a ride to the sea, would you like to pedal?

 

- Oh yes, good idea. On a wall of that city there is a piece of my heart.

Keith Haring (Reading, May 4, 1958 - New York, February 16, 1990)

Keith Haring can be considered a predestined artist because, thanks to the influence of his father, passionate about comics and graphics, he has shown great interest in the world of comics since childhood. After the first school phase, his father made him continue his studies in the field of advertising graphics, very fashionable at that time, but Keith's personality led him to go outside the box. He could not stand the cold tools typical of graphics, the sitting at a table keeping his imagination in check. The limits of the advertising standards were not for him and so he abandoned his studies. To support himself, like many young people, he practiced many different jobs, a situation that did not prevent him from drawing and reading. At twenty years of age, in his enthusiasm and creative strength, he organized his first exhibition. From Pennsylvania he moved to New York, the big apple was the capital of American art, he enrolled in the art academy and started an exciting new life, he made contact with new friends and the fun was guaranteed, the maximum for a promising young man.

But the school, the walls of the school building, are like a prison, the didactic rules of artistic learning once again a loop in the throat, cuffs for the wrists and a sleeping pill for his imagination. So he still leaves school and goes out into the street, every corner is a source of inspiration, freedom of expression is total and Keith Haring is not alone. There is an air of pictorial anarchy among young people, no myth to follow, no master to imitate, street art is fire and flames of colours, a whirlwind of novelty among young people.

In 1980 the first underground exhibition took place in which Keith Haring participated with great enthusiasm. Street art was now his home and the other art writers were his brothers, the subway, probably because it was sheltered from the weather, the safest place to do a laboratory.

Keith Haring did not take long to succeed and so, thanks to a gallery owner who had had a forward-looking eye, in 1982, with his personal exhibition in which some established artists intrigued by Keith's inspiration participated as visitors, he began his climb.

His originality took him around Europe and by the end of the 1980s he had become a star. Unfortunately New York could have been heaven but also hell, the artist in those years contracted the unfortunate disease of the century. While his state of health progressively worsened, he managed to create his last great work Tuttomondo in Pisa, Italy. Upon returning to New York, on February 16, 1990, still very young, he died. The art world lost one of its most talented figures.

 

- Keith, drawing for you was like the voice for a singer, how did you feel when you drew?

 

- Walter, it was so easy for me, the pencil, or any of my tools, was one with my arm. I drew effortlessly - the lines, the curves, the features with which I created my figures - for me it was like dancing, floating with the fantasy on the sound waves of my happiness, inside me I felt invisible music and my hand went alone on the rhythm that made me feel good. Did you ask me how I felt? I felt light, almost transparent but still with great strength. In those moments I had the strength of Popeye.

 

- When you moved to New York, were you afraid? You left the province for a megacity.

 

- At home, of course, I was feeling well, even if, with a pencil in my hand and a stylus, I turned into a super hero, with my round glasses, a few dishevelled hairs on my head, my slouchy walk, like a comic always with the usual sweatshirt. In short, I felt a little out of place, on the one hand I was a weak boy, as an artist I was in ecstasy on another dimension and, at that moment, only New York could give me the opportunity to make my dreams come true.

 

- Keith, what was your relationship with people?

 

- I liked people, I have never been a lone wolf, I loved working in crowded places where everyone could enjoy my imagination, anyone could ask me what I was doing and I loved to answer, explaining and laughing with them, in short, mine artist life was alive, lively and fun.

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LE NOVE DOMANDE E MEZZA PIU’ PAZZE DEL MONDO… MA NON TROPPO: PATRIZIA POLI

2 Maggio 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #interviste, #poli patrizia

 

Amici del blog che fra le nuvole contemporanee lancia raggi di sole culturale, non poteva sfuggire al nostro appuntamento la super blogger toscana, Patrizia Poli, la nostra amica che, dietro un viso dai tratti gentili e timidi, cela una donna capace di esprimere, attraverso la forza delle sue parole, un’energia che ti contagia e  ti avvicina alla lettura.

Ora ho la possibilità di farvela conoscere un po’ più a fondo, queste sono le domande che stiamo per rivolgerle.

 

1) signoradeifiltri.blog sta scalando le vette delle preferenze, qual è la ricetta del successo di pubblico?

Credo che sia la costanza. Il blog è aperto dal 2012. Otto anni in cui non mi sono mai arresa e, con perseveranza, ho pubblicato quotidianamente contributi interessanti. E l’ho fatto solo per il piacere di farlo, senza pensare se qualcuno leggesse oppure no, senza inseguire il successo a tutti i costi o stare per forza sul pezzo. E la gente ha capito e seguito perché gli argomenti sono tanti e vari, spesso di nicchia e insoliti. Poi mi sono avvalsa, negli anni, di collaboratori entusiasti e competenti come te, una bella squadra che ha fatto la differenza.

 

2) Con un fulmine Re Artù ti ha colpito e ora puoi viaggiare nel tempo. In che epoca preferiresti andare e perché?

Amo il Medioevo ma penso che non fosse comunque una bella epoca per vivere. Pestilenze, guerre, caccia alle streghe, tribunale dell’Inquisizione e ogni gesto della vita quotidiana permeato di fede e riportato alla religione. Pare che facesse anche più freddo di adesso. Amo il Medioevo ma solo nei libri e nei film. Forse sarei stata più adatta a vivere nell’Ottocento, anche se pure lì la speranza di vita era bassa e si moriva di tisi a trent’anni. Mi vedo a Haworth, nello Yorkshire, aggirarmi per la brughiera chiamando Heathcliff. Una cosa molto romantica e tempestosa.

Per tornare ad Artù, ho appena finito di scrivere un inedito basato sulla materia di Bretagna. È stato il libro che mi è venuto più facile, forse perché sono quaranta anni che ho in mente questa storia e questi personaggi. È il più romantico dei miei libri e anche quello più dolce. Artù è un grande, è la regalità fatta persona, è l’axis mundi.

 

3) Scegli un artista del trapassato per la tua copertina.

Dante Gabriel Rossetti

 

4)Il tuo mantra per descrivere il tuo stile.

Riscrivere e riscrivere all’infinito.

 

5) Il tuo colore preferito.

Rosa.

 

6) Consiglia uno dei tuoi libri e perché?

L’uomo del sorriso. Quello al quale sono più legata, il libro della vita, scritto con amore e dolore.

 

7) Hai di fronte l’A.D. della tua casa editrice, una a caso, Marchetti… Come la convinceresti ad accettare che, in occasione della presentazione di un tuo libro, ti metta una parrucca tipo Jessica Rabbit? E per quale tuo libro ti presenteresti cosi?

Farei presto a convincerla perché è una ragazza allegra, pazzerella e intelligente. Ma non mi vedo nei panni di Jessica, piuttosto di Rabbit, il marito coniglio. Forse lo farei per presentare Bianca come la neve, la storia di una vampira.

 

8) La Toscana è una fucina di grandi letterati perché?

Perché ha la lingua più bella del mondo, è la culla dell’italiano. No, anzi, è l’italiano.

 

9) La canzone preferita che canti sotto la doccia.

Non canto, parlo da sola.

 

1/2)Devi litigare con qualcuno, userai i versi di Dante Alighieri della Divina commedia, quali?

"Al cul fece trombetta".

 

Molto bene amici della signoradeifiltri, ringraziamo Patrizia Poli per essersi aperta per voi, perché una scrittrice come lei  potete considerarla una vostra amica, una delle migliori.

Ci rivediamo al prossimo scrittore, qui sempre su questo blog,  e sarà comunque un piacere.

 

 

 

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Dissipatio H.G. ai tempi del virus

1 Maggio 2020 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #recensioni, #il mondo intorno a noi

 

 

 

 

Di Guido Mina di Sospiro

Tradotto da Patrizia Poli, originalmente pubblicato da New English Review

 

Immaginiamo un adolescente cervellotico che ha studiato troppa filosofia e troppo latino e, in generale, ha esercitato il cervello troppo per il suo bene. È diventato così maladattato al luogo e al tempo in cui vive che vorrebbe leggere un libro intitolato Contro la società: manuale di autodifesa per solipsisti. Invece s’imbatte in una nuovo testo Dissipatio H.G., di un certo Guido Morselli, pubblicato postumo. Morselli, come s’è venuto a sapere, era un collezionista di rifiuti; beatamente apolitico, sebbene gli editori conoscessero sia lui sia il suo considerevole talento, lo rifiutavano in serie poiché non apparteneva alla conventicola di sinistra.

Il titolo sta per Dissipatio Humani Generis, una frase estrapolata dagli scritti del filosofo neoplatonico Giamblico, uno dei più colti uomini del suo tempo, a cui si attribuivano anche poteri miracolosi; significa, la scomparsa dell’umanità.

Il narratore, un intellettuale lucido, ipocondriaco, “fobantropo” più che misantropo, decide di affogarsi in uno stagno dentro una caverna in alta montagna. Ma, una volta là, cambia idea, e ritorna al suo chalet.

Alla fine scoprirà che l’umanità, dopo che lui ha cambiato idea circa il suicidio, è svanita. L’umanità è ora rappresentata da l’unico componente rimasto, un uomo che stava per lasciarsela alle spalle e che non aveva mai sentito di farne parte.

Così ha inizio un monologo – filosofico, ontologico ed escatologico – in uno sfondo di assoluto silenzio, a parte pochi rumori causati dagli animali o da macchine che continuano a funzionare. Presto il suo monologo si trasforma in un dialogo con i suoi ricordi e poi con tutte le persone svanite.

Il supremo solipsista finisce a desiderare disperatamente gli esseri umani.

Questo fu l’ultimo libro di Morselli. Lo stesso, a differenza del protagonista di Dissipatio H. G, non cambìo idea all’ultimo momento ed effettivamente si suicidò poco dopo che anche questo manoscritto fu rifiutato.

Guido Morselli era stato rifiutato da tutti, compreso Italo Calvino quando quest’ultimo era editor per la casa editrice Einaudi. Tutti gli scrittori sanno che una lettera di rifiuto è una comunicazione laconica, al massimo due o tre righe. Gli editori non sono tenuti a motivare il rifiuto, né ci si aspetta che lo facciano. Calvino aveva rifiutato un altro romanzo di Morselli, Il comunista, con una lettera paternale che è stata conservata: a priori (a causa di un preconcetto ideologico che Calvino ammise espressamente), e anche perché non gli piaceva abbastanza. Infatti, stroncò il manoscritto, non senza toni condiscendenti: “Dove ogni accento di verità si perde è quando ci si trova all’interno del partito comunista; lo lasci dire a me che quel mondo lo conosco, credo proprio di poter dire, a tutti i livelli.”.

Dopo la morte di Morselli, le Edizioni Adelphi, la casa Editrice mainstream con gli orizzonti più vasti, fece uscire i suoi libri. Incontrarono il successo della critica e del pubblico. Io ero amico dei figli del leggendario editore Mario Spagnol. Mi ricordo che, al tempo, mi disse a proposito di Dissipatio H. G.: “Sebbene sia un buon libro, sta vendendo bene” *

Ora che siamo costretti a vivere nell’isolamento e nella paura, le sue pagine offrono un inquietante contrappunto alle nostre riflessioni, e alla difficoltà di addormentarsi la notte, quando pensieri non richiesti fanno capolino nella mente. Il grande solipsista, asociale, egocentrico e agorafobico, passa le sue giornate a cercare almeno un sopravvissuto come lui, mentre gli animali e le piante cominciano a riprendersi il pianeta abbandonato.

 

*Dissipatio H.G. di Morselli sarà pubblicato in inglese da New York Review Books Classics il primo dicembre 2020, col titolo Dissipatio H.G.: The Vanishing

 

Let’s imagine a brainy teenager, one who has studied too much philosophy and too much Latin and in general has exercised his brain too much for his own good. He has become so acutely maladapted to the place and time in which he lives, he wishes he could read a book entitled: Against Society: a Manual of Self-Defense for Solipsists. Instead, he stumbles upon a new release: Dissipatio H.G., by one Guido Morselli, published posthumously. Morselli, as it transpired, was a collector of rejections; blissfully apolitical, publishers knew of him and of his considerable talent, but rejected him serially because he did not belong to the left-leaning “clique”.

 The title stands for Dissipatio Humani Generis, a sentence excerpted from the writings of the Neoplatonist philosopher Iamblichus, one of the most learned men of his age, also accredited with miraculous powers; it means, the vanishing of humankind.

 The narrating protagonist, a lucid, hypochondriac, “fobanthropic” more than misanthropic intellectual, decides to drown himself in a pond inside a cave high up in the mountains. But once there, he changes his mind, and walks back to his cottage.

 He will eventually discover that humankind, after he changed his mind about committing suicide, has vanished. Humanity is now represented by its single remaining component, a man who was about to leave it behind and who never felt that he belonged in it in the first place.

 Thus begins a monologue—philosophical, ontological and eschatological—with nothing but absolute silence as a background, except for a few noises caused by animals or by machines that keep on working. Soon his monologue turns into a dialogue, with his memories and then with all the vanished people.

 The ultimate solipsist ends up longing desperately for humans.

 This was Morselli’s last book. Unlike the protagonist in Dissipatio H.G., he did not change his mind at the last moment and did commit suicide shortly after this manuscript, too, was rejected.

 Guido MorselliMorselli had been rejected by everyone, including Italo Calvino when the latter was an editor at the publishing house Einaudi. All writers know that normally a rejection slip is a laconic communication, two, three lines at best. Publishers are neither obliged nor expected to offer any reason for their refusal. Calvino rejected another novel by Morselli, The Communist, with a lecture of a letter that has been preserved: a priori (owing to an ideological bias to which Calvino explicitly admitted), and also because he didn’t like it enough. In fact, he buried the manuscript, and not without patronizing overtones: “Where every element of verisimilitude goes missing is when we are inside the Communist Party; let me tell you as much, I who know that world at its every level.”

 After Morselli’s death, Edizioni Adelphi, Italy’s mainstream publishing house with the greatest latitude, brought out his books. They met with critical and commercial success. I was friends with the two sons of the legendary publisher Mario Spagnol. I remember his telling me at the time apropos Dissipatio H.G.: “Although it’s a good book, it’s selling well.” *

 Now that we are forced to live in isolation and in fear, its pages offer an eerie counterpoint to one’s thoughts, and difficulty in falling asleep, at night, when unbidden vagaries intrude upon one’s mind. The preeminent solipsist, asocial, self-absorbed and agoraphobic, spends his every day looking for at least one fellow survivor, while animals and plants alike start taking over the abandoned planet.

* Morselli’s Dissipatio H.G. will be published in English by New York Review Books Classics on  December 1st, 2020 under the title Dissipatio H.G.: The Vanishing.

 

 

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Arte al bar: Edouard Manet

30 Aprile 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #pittura, #le interviste pazze di walter fest, #arte al bar

Arte al bar: Edouard Manet
 

 

 
 
 
Amici lettori del blog fra le cui pagine è sempre primavera, oggi avremo nostro ospite un grande protagonista del movimento Impressionista. Ma, prima che vi sveli la sua identità, vi confesso di sentirmi emozionato perché, probabilmente, di tutti gli Impressionisti è stato quello più importante e, se non fosse stato così testardo da respingere tutte le aspirazioni del padre che lo voleva impiegato in ben altro, non avremmo mai avuto l’artista incendiario che sprigionò il fuoco dell’arte moderna. 
Mi sto recando a prenderlo a bordo della nostra 500. Eccolo,  è lui, signore e signori: Edouard Manet.
 
- Ciao Edouard, forza, sali.
 
- Ciao Walter, grazie per avermi invitato, dove andiamo?
 
- Che ne dici di piazza Navona? Ci sediamo davanti a Borromini e ci guardiamo le fontane di Bernini (dopo andiamo da Pasquino).
 
- Accetto, mi fido di te, mi piace questo tuo mezzo di locomozione.
 
- Gradisci un caffè? Un dolcetto? Un prosecchino?
 
- Veramente preferirei un cappuccino.
 
- Allacciati le cinture di sicurezza, arriviamo al bar fra cinque minuti.
 
- Matteo Gentili ha installato un pannello solare da centomila watt e ha messo due pistoni di una Lamborghini Miura, chissà dove li avrà trovati.
 
- Edouard, eccoci arrivati, sai che in questo bar abbiamo avuto altri illustri ospiti?
 
- Mi fa piacere. Forza, non parliamo di artisti del passato, qual è la tua prima domanda?
 
- Che ne pensi dell’arte moderna?
 
- L’arte moderna non esiste, o meglio, sarebbe bene non darle una classificazione. L’arte deve essere in continua evoluzione, il che non vuol dire ignorare la produzione del passato ma lavorare alla ricerca continua di nuovi linguaggi. E i fruitori non devono parteggiare per uno stile o per un altro ma solo godere e assimilare il vento di passione trasmesso da un'opera.
 
Edouard Manet  (Parigi, 23 Gennaio 1832 – Parigi, 30 Aprile 1883)  
 
Da giovane ebbe la fortuna/sfortuna di abitare di fronte all’Accademia di belle arti, fondamentale punto di riferimento per ogni artista. Fortunato perché aveva a portata di mano il suo destino, sfortunato perché in famiglia disapprovavano ostinatamente il suo talento naturale. Solo uno zio materno, che in lui aveva riconosciuto doti innate, lo incoraggiò a perseguire i suoi sogni. Ma il padre lo voleva magistrato, e così Manet, a sedici anni, per ribellione pensò prima di iscriversi all’Accademia navale, dalla quale venne pure respinto, poi d'imbarcarsi come mozzo su una nave commerciale. Il genitore accettò, Manet poteva fare tutto meno che l’artista. 
Ma il padre non aveva considerato la tenacia del figlio. Sia a bordo, sia a terra in Brasile, dopo quattro mesi di navigazione, Edouard riempì taccuini e quaderni di appunti, schizzi e bozzetti.
Al ritorno provò ancora ad iscriversi all’Accademia navale, nuovamente respinto. A questo punto il padre, convinto di avere un figlio fallito, sfiancato dall’ostinazione del futuro principe dell’Impressionismo,  lo lasciò libero di studiare arte.
A questo punto Manet inizia una nuova vita, la sua unica vita, quella nella quale poteva dimostrare il suo valore e la sua vera essenza. Dopo gli studi, sei lunghi anni di apprendistato presso un artista affermato, e dopo aver viaggiato in Olanda e in Italia, tempio dell’arte, nel 1856, insofferente agli schemi del suo mentore, sbattendo la porta, lasciò l’atelier dove era impiegato. Buttandosi nella mischia ricominciò da zero.
Parigi a quel tempo è il paradiso dell’arte, l’arte realista sta soppiantando la pittura legata a schemi classici e mitologici, e Manet riesce ad affinare e personalizzare la propria tecnica.
Condivide la filosofia di Gustave Courbet e viene apprezzato da Delacroix. Pur riconoscendone gli ideali, preferisce tenersi a distanza dal gruppo degli artisti realisti. E' troppo ben educato per frequentare con loro gli abituali luoghi di aggregazione. Manet conosce tutti gli artisti più in voga ma non socializza, seleziona le sue amicizie con attenzione e, probabilmente, grazie a Charles Baudelaire trova la forza e il coraggio di spaziare con il suo estro su tele di grande bellezza che, tuttavia, presentate in pubblico non vengono apprezzate.
Ma ormai è diventato un rivoluzionario.  Colazione sull’erba e Olympia sono il suo biglietto da visita, si sta dimostrando un grande artista ma è inviso al pubblico e a tutta la critica che lo considera pazzo. In questo caso il detto “nel bene o nel male purché se ne parli” è appropriato. Più ne parlano male e più la sua figura è artisticamente sulla bocca di tutti. 
Manet è troppo sensibile. Non reggendo alla pressione parte per  la Spagna, dove non trova l’ispirazione che cerca. Torna in patria ormai etichettato come rompiscatole provocatore e anticonformista. 
Ha l’appoggio di letterati e artisti ma è solo contro tutti, quindi decide di fare squadra con giovani artisti emergenti, ribelli nei confronti della pittura ufficiale, fra i quali, Pizarro, Renoir, Cezanne, Monet, Degas che danno vita al movimento Impressionista.
Manet ne è il leader ma, non avendo le phisique du role, né l’ambizione di mettersi sul petto alcuna medaglia, ne è il teorico distaccato a fari spenti, rimanendo all’ombra del nascente movimento di successo. Intanto è via via scemata l’opposizione alla sua arte così moderna, che ha riacquistato credito sulla scena artistica. Fermo sulle sue teorie, Manet ha pagato un caro prezzo al suo resistere agli attacchi.
Il suo fisico debilitato dall’andare sempre controcorrente, prima contro suo padre e successivamente contro la critica, è indebolito e sfinito. Fra il 1881 e il 1882 realizza la sua opera emblema del suo grande talento e del suo ultimo stato esistenziale: Il bar delle follies Berger.
Si spegne a Parigi il 30 Aprile del 1883, ormai defunto riceve  grandi onori e riconoscimento al suo valore.
E’ così che Edouard Manet si esprime nei confronti di  un suo estimatore ritardatario: "Avrebbe potuto essere lui a decorarmi. Mi avrebbe dato la fortuna, ora è troppo tardi per riparare venti anni di insuccesso”. Inoltre, ironicamente e amaramente, è così che paraò di un critico che non ha avuto il coraggio di dire la verità e ammettere la sua immensa bravura: "Non mi spiacerebbe leggere finalmente, da vivo, l'articolo strabiliante che mi consacrerà dopo morto". 
 
- Edouard, perché non hai mai provato ad essere un artista "genio e sregolatezza"? Ti avrebbe evitato molti dispiaceri.
 
- Walter, sicuramente avrei superato gli ostacoli comportandomi da pazzo, invece sono stato preso per pazzo comportandomi in maniera formale e civile. Dovevo alzare la voce ma non ne ero capace. Perché urlare e prendere per il bavero della giacca i miei oppositori quando la mia arte era così limpida e naturale? Ma, obiettivamente, ero una persona onesta e per bene, ma timida e riservata nei modi, non ero un uomo da marciapiede.
 
- Sicuramente, il mondo in tutte le epoche non è per galantuomini, io credo che non ti vedevano di buon occhio anche per una questione di invidia inconscia, una sorta di gelosia. Tu proponevi la vita reale quando i benpensanti nascondevano le loro marachelle mascherati di perbenismo, una ipocrita doppia faccia.
 
- Eh già, ma per fortuna l’arte cammina, cammina, nei secoli è sempre stato così, l’arte cammina e va avanti superando la barriera temporale dei comuni mortali. I comuni mortali periscono, l’arte sopravvive in eterno.
 
-  Edouard, ma, secondo te, quella cosa che vola che cos'è?
 
- Mi sembra un aeroplanino di carta che si libra nell'aria.
 
- Guarda come piroetta.
 
- Pure il giro della morte.
 
- Viene verso di noi.
 
- Plana dolcemente su questo tavolino.
 
- Ci sono scritte sopra delle parole, Edouard, vuoi leggerle tu?
 
 
Lo sai?
Ci sono silenzi che irrompono
col loro fragore immenso e 
rimbombano nelle pareti vuote
di tacite illusioni.
Lo sai?
Ci sono giorni dove un Sì o
un No sono determinanti per 
una vita intera.
Lo sai?
Ci sono parole che non esprimono nulla
e a volte sarebbe meglio tenerle dentro,
anche a costo di scoppiare, pur di non 
rovinare tutto.
Lo sai?
Ci sono momenti che vorremmo
dimenticare, eppure, sono quelli ai quali non
puoi fare a meno di pensare con una lacrima 
che squarcia il viso.
Lo sai?
Ci sono persone che ci restano nel cuore
per le ferite che gli hanno inflitto e ti ricordi
di loro in ogni crepa che si riapre, provvisoriamente
tappezzata di piastrine di ricordi.
Lo sai?
Si sollevano polveroni nelle esplosioni
che ci rendono ciechi,
ma curano la cateratta dagli occhi
dell'anima, in una visione meno edulcorata
delle cose.
Lo sai?
Ci sono promesse che ti restano impresse
e sensazioni che ti corrodono la pelle 
solo a pensarci,
non per la loro bellezza,
ma per il colpo basso che ti hanno inferto.
Lo sai?
A volte ci sono verità celate da bugie,
che non vorresti sentire, eppure, quando
sveli le loro trame,vorresti non aver saputo
la verità.
Lo sai?
Dicono che l'amore vero è per sempre,
ma i veri amori sono quelli che per sempre
sarai condannato ad odiare.
Lo sai?
Dicono che in ogni lacrima si celi una promessa,
ma sono poche quelle che vengono mantenute,
innumerevoli quelle tradite e soffocate nel pianto.
Lo sai?
Molte son le parole non dette e le paure celate
per timore di esporsi e cadere in volo, eppure,
sarebbero quelle frasi soffocate dal cuore a
salvare dai naufragi...
Lo sai?
A volte ci sono eventi che rimangono
sospesi come domande ...
Passano ore, minuti, secondi, secoli, millenni,
ma prima o poi la vita risponde e ti porta il conto
e chissà se per alcuni sarà salato abbastanza!
 
- Credo che lo abbia fatto volare il destino, sono parole molto intense e scritte con vero amore, chi ne sarà l’autore?
 
- E’ scritto a piè di pagina…
 
"Edoardo corre verso la panchina e riconosce subito il foglietto rosa di un taccuino che gli aveva regalato lui e la sua scrittura, sempre così ordinata e chiara da sembrare stampata, lo accarezza, come se quel foglio potesse trasmettere quella paura e quell'affetto a lei e legge tutto d’un fiato".Firmato Mariateresa Scionti  1+1=1 edizioni Libereria
 
- Quello che abbiamo letto e che ci è arrivato dal cielo è tratto da un libro e l’autrice si chiama Mariateresa.
 
- Walter, penso che questo libro parli di un amore sofferto. Sai che a volte la sofferenza dipende dal troppo amore? Mio padre, ad esempio, mi amava e per me voleva il meglio, questo suo desiderio di amore  era così grande che gli offuscava la vista, non vedeva che io ero attratto dall'arte, mi amava e aveva paura per me. Mio padre sapeva che alla sua dipartita non poteva proteggermi e quindi, secondo i suoi canoni, preferiva per me una vita serena e gratificante. Invece non capiva che mi faceva del male, il suo era troppo amore, non voleva di certo recarmi danno, voleva solo il mio bene ed io non ho fatto in tempo a ringraziarlo e a dirgli che fare l’artista era quello che volevo e che mi rendeva felice. Anche se nella mia carriera sono stato un incompreso, quando dipingevo ero felice e questo mi bastava. Queste parole me le ha inviate il cielo, voglio farle leggere anche a mio padre e gli strapperò un sorriso.
 
- O una lacrima.
 
- L’amore sincero accetta di ridere e anche di piangere, credo che questo sia quello che intende Mariateresa Scionti nel suo 1+1=1. Alla fine è solo la conferma che questo sentimento è una semplice e unica parola…amore… Walter, vado a dirlo a mio padre. Forza, risaliamo in macchina che devo raggiungerlo.
 
- Va bene, sarebbe proprio un bel lieto fine. A proposito, adesso in finale qui al bar ci sarebbe un conticino da pagare.
 
- Andiamo di corsa, non c’è tempo, lascialo al prossimo artista, chi sarà?
 
- Credo un giovanotto squattrinato.
 
- Tranquillo, la sua arte vale oro.
 
- E’ meglio che ce ne andiamo. Tanto, dopo la fuga con Picasso, qui al bar sono rassegnati.
 
Amici lettori della signoradeifiltri io, Edouard Manet e Mariateresa Scionti vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo appuntamento e sarà sempre un piacere.

Rreaders of the blog, whose pages are like spring, today we will have a great protagonist of the Impressionist movement. But before I reveal his identity to you, I confess to feel excited because, probably, of all the Impressionists he was the most important and, if he had not been so stubborn as to reject all the aspirations of the father who wanted him employed in something else, we would never have had an exstraordinary artist.

I'm going to pick him up on our 500. Here he is, ladies and gentlemen: Edouard Manet.

 

- Hi Edouard, come on.

 

- Hi Walter, thanks for inviting me, where are we going?

 

- How about Piazza Navona? We sit in front of Borromini and look at Bernini's fountains (then we go to Pasquino).

 

- I accept, I trust you, I like your means of locomotion.

 

- Would you like a coffee? A sweet treat? A prosecchino?

 

- I'd really prefer a cappuccino.

 

- Fasten your seat belts, we'll be at the bar in five minutes.

 

- Matteo Gentili has installed a one hundred thousand watt solar panel and has put two pistons of a Lamborghini Miura, who knows where he will have found them.

 

- Edouard, here we are, do you know that we had other distinguished guests in this bar?

 

- I am pleased to. Come on, let's not talk about artists of the past, what is your first question?

 

- What do you think of modern art?

 

- Modern art does not exist, or rather, it would be good not to give it a classification. Art must be constantly evolving, which does not mean ignoring the production of the past but working on the continuous search for new languages. And users do not have to side with one style or another but only enjoy and assimilate the wind of passion transmitted by a piece of art.

 

Edouard Manet (Paris, 23 January 1832 - Paris, 30 April 1883)

 

As a young man he had the luck / misfortune of living in front of the Academy of Fine Arts, a fundamental point of reference for every artist. Lucky because he had his destiny at hand, unfortunate because in the family they stubbornly disapproved of his natural talent. Only a maternal uncle, who had recognized innate qualities in him, encouraged him to pursue his dreams. But his father wanted him to be a magistrate, and so Manet, at sixteen, thought of rebellion before enrolling in the Naval Academy, from which he was also rejected, then embarking as a deckhand on a commercial ship. The father accepted, Manet could do anything but the artist.

But the father had not considered the tenacity of the son. On board and on land in Brazil, after four months of sailing, Edouard filled notebooks and notebooks with notes and sketches.

On his return he tried again to enroll in the Naval Academy, rejected again. At this point the father, convinced that he had a failed son, exhausted by the obstinacy of the future prince of Impressionism, left him free to study art.

At this point Manet begins a new life, his only life, the one in which he could demonstrate his value and his true essence. After his studies, six long years of apprenticeship with an established artist, and after traveling to Holland and Italy, temple of art, in 1856, intolerant of his mentor's schemes, slamming the door, he left the atelier where he was employed.  

Paris at that time is the paradise of art, realist art is supplanting painting linked to classical and mythological schemes, and Manet manages to refine and personalize his technique.

He shares the philosophy of Gustave Courbet and is appreciated by Delacroix. While recognizing their ideals, he prefers to keep away from the group of realist artists. He is too well educated to frequent the usual meeting places with them. Manet knows all the most popular artists but does not socialize, selects his friends carefully and, probably, thanks to Charles Baudelaire he finds the strength and courage to wander with his talent on canvases of great beauty which, however, presented in public are not appreciated.

But by now he has become a revolutionary. Breakfast on the grass and Olympia are his calling card, he is proving to be a great artist but he is unpopular with the public and all the critics who consider him mad. In this case the saying "for better or for worse as long as you talk about it" is appropriate. The more they speak ill of it, the more he is artistically on everyone's lips.

Manet is too sensitive. Not resisting the pressure, he leaves for Spain, where he does not find the inspiration he seeks. He returns home, now labeled a provocateur and nonconformist.

He has the support of writers and artists but he is alone against everyone, so he decides to team up with young emerging artists, rebels against official painting, among which, Pizarro, Renoir, Cezanne, Monet, Degas who give life to the Impressionist movement .

Manet is the leader but, having no phisique du role, nor the ambition to put any medal on his chest, he is the theorist detached with the headlights off, remaining in the shadow of the nascent successful movement. In the meantime, opposition to his modern art has gradually diminished, and he has regained credit on the art scene. Stopping on his theories, Manet paid a heavy price for his resisting attacks.

His physique debilitated by always going against the current, first against his father and subsequently against criticism, is weakened and exhausted. Between 1881 and 1882 he made the one piece of art emblem of his great talent and his last existential state: The bar of the follies Berger.

He died in Paris on April 30, 1883, now deceased, he receives great honours and recognition for his value.

This is how Edouard Manet expresses himself towards one of his latecomer admirers: "It could have been he who decorated me. He would have given me luck, now it is too late to repair twenty years of failure." Furthermore, ironically and bitterly, he told a critic who did not have the courage to tell the truth and admit his immense skill: "I would not mind finally reading, alive, the amazing article that will consecrate me after death".

 

- Edouard, why have you never tried to be a "genius and unruly" artist? It would have avoided you many sorrows.

 

- Walter, surely I would have overcome obstacles by acting crazy, instead I was taken for crazy by behaving in a formal and civil way. I had to raise my voice but I wasn't capable of it. Why scream and take my opponents by the collar when my art was so clear and natural? Actually, I was an honest and good person, but shy and reserved.

 

- Of course, the world in all eras is not for gentlemen, I believe that they did not see you favourably for an unconscious envy, a sort of jealousy. You proposed real life when the right-thinking people hid their mikschieves masked with respectability,  double-faced hypocrites.

 

- Yes, but luckily art walks, walks, over the centuries it has always been like this, art walks and goes on overcoming the temporal barrier of ordinary mortals. Common mortals perish, art survives forever.

 

- Edouard, what do you think that flying thing is?

 

- It looks like a paper airplane hovering in the air.

 

- That looks like a pirouette.

 

- The round of death too.

 

-It comes towards us. It glides gently on this table.

 

- There are words written on it, Edouard, do you want to read them?

Lo sai?
Ci sono silenzi che irrompono
col loro fragore immenso e 
rimbombano nelle pareti vuote
di tacite illusioni.
Lo sai?
Ci sono giorni dove un Sì o
un No sono determinanti per 
una vita intera.
Lo sai?
Ci sono parole che non esprimono nulla
e a volte sarebbe meglio tenerle dentro,
anche a costo di scoppiare, pur di non 
rovinare tutto.
Lo sai?
Ci sono momenti che vorremmo
dimenticare, eppure, sono quelli ai quali non
puoi fare a meno di pensare con una lacrima 
che squarcia il viso.
Lo sai?
Ci sono persone che ci restano nel cuore
per le ferite che gli hanno inflitto e ti ricordi
di loro in ogni crepa che si riapre, provvisoriamente
tappezzata di piastrine di ricordi.
Lo sai?
Si sollevano polveroni nelle esplosioni
che ci rendono ciechi,
ma curano la cateratta dagli occhi
dell'anima, in una visione meno edulcorata
delle cose.
Lo sai?
Ci sono promesse che ti restano impresse
e sensazioni che ti corrodono la pelle 
solo a pensarci,
non per la loro bellezza,
ma per il colpo basso che ti hanno inferto.
Lo sai?
A volte ci sono verità celate da bugie,
che non vorresti sentire, eppure, quando
sveli le loro trame,vorresti non aver saputo
la verità.
Lo sai?
Dicono che l'amore vero è per sempre,
ma i veri amori sono quelli che per sempre
sarai condannato ad odiare.
Lo sai?
Dicono che in ogni lacrima si celi una promessa,
ma sono poche quelle che vengono mantenute,
innumerevoli quelle tradite e soffocate nel pianto.
Lo sai?
Molte son le parole non dette e le paure celate
per timore di esporsi e cadere in volo, eppure,
sarebbero quelle frasi soffocate dal cuore a
salvare dai naufragi...
Lo sai?
A volte ci sono eventi che rimangono
sospesi come domande ...
Passano ore, minuti, secondi, secoli, millenni,
ma prima o poi la vita risponde e ti porta il conto
e chissà se per alcuni sarà salato abbastanza!

- I think fate made it fly, they are very intense words and written with true love, who is the author?

 

- It is written at the foot of the page ...

 

"Edward runs towards the bench and immediately recognizes the pink note from a notebook that he had given him and his writing, always so orderly and clear as to seem printed, caresses him, as if that sheet could transmit that fear and that affection, and he reads all in one breath ". Signed Mariateresa Scionti 1 + 1 = 1 Libereria editions

 

- What we have read and what has come to us from heaven is from a book and the author is called Mariateresa.

 

- Walter, I think this book is about a suffered love. Do you know that sometimes suffering depends on too much love? For example, my father loved me and wanted the best for me, his desire for love was so great that it blurred his sight, he didn't see that I was attracted to art, he loved me and he was afraid for me. My father knew that at his departure he could not protect me and therefore, following his standards, he preferred a peaceful and rewarding life for me. Instead he didn't understand that he hurt me, his was too much love, he certainly didn't want to harm me, he just wanted my good and I didn't have time to thank him and tell him that being an artist was what I wanted and that made me happy. Although I was misunderstood in my career, when I was painting I was happy and this was enough for me. Heaven sent these words to me, I want my father to read them too and maybe he will smile.

 

- Or weep.

 

- Sincere love agrees to laugh and also to cry, I think this is what Mariateresa Scionti means in her 1 + 1 = 1. In the end it is only the confirmation that this feeling is a simple and only word ... love ... Walter, I'm going to tell my father. Come on, let's get back in the car I have to reach him.

 

- Okay, that would be a nice happy ending. By the way, now here at the bar there would be a small bill to pay.

 

- Let's run, there is no time, leave it to the next artist, who will he be?

 

- I think a penniless young man.

 

- Don't worry, his art is worth gold.

 

- It is better that we leave. So, after the flight with Picasso, here at the bar they are resigned.

 

Readers of Signoradeifiltri I, Edouard Manet and Mariateresa Scionti greet you and look forward to seeing you at the next appointment and it will always be a pleasure.

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Cinzia Diddi sostiene Prato

29 Aprile 2020 , Scritto da Claudio Belgiorno Con tag #cinzia diddi, #il mondo intorno a noi

 

 

 

 

Raccolta alimentare del 1 Maggio 2020 all'insegna del tricolore italiano: dona pasta, passata di pomodoro e basilico e aiuteremo le famiglie più bisognose in questo difficile momento.

L’idea nasce sui social, proprio per il giorno della Festa dei Lavoratori, il nostro paese fondato sul lavoro, lavoro che in questo momento manca a tante famiglie a causa di questa pandemia. Il nostro piccolo gesto per regalare un sorriso e un aiuto a chi in questo momento ha bisogno.

“Ci siamo prefissati l’obbiettivo iniziale di 1 tonnellata, ma grazie alla generosità dei pratesi, dopo soli 5 giorni siamo arrivati a 1,5 tonnellate e le chiamate continuano ad arrivare. Siano entusiasti e molto orgogliosi di questo ottimo risultato, ma possiamo fare ancora di più.” Claudio Belgiorno

 

Le storie più belle di questi giorni: La Famiglia di Francesco Di Fiore, ex Campione Italiano, ha aderito all’iniziativa donando oltre 200 kg di Pasta e 100 kg di Passata di Pomodoro.

Una telefonata dalla Signora Carla, classe 1950, che, insieme ai condomini di via Caboto, quando siamo andati a ritirare, ha calato il cestino pieno di pasta e passata di pomodoro direttamente dal suo terrazzo, donazione fatta insieme a tutti i vicini affacciati con tanto di tricolore sui propri balconi, “è da 50 giorni che non usciamo ma abbiamo voluto contribuire alla raccolta alimentare Pasta Tricolore”.

La stilista pratese Cinzia Diddi, nota alla cronache non soltanto per il suo Luxury brand ma anche per essere la stilista dei vip, partecipa e sostiene questo progetto solidale con la donazione di pasta.

"Sono fiera di prendere parte a questa iniziativa. Donare rende migliori e fa bene al cuore." Queste le parole di Cinzia Diddi.

Gli alimenti raccolti entro il week end saranno divisi e consegnati all'Onls Stremao, alla Misericordia di Iolo, alla raccolta alimentare dei Giannini di Iolo, oltre a 20 parrocchie del territorio pratese, il tutto documentato da foto e video.

 

COME FARE A DONARE E A FISSARE LA CONSEGNA:

Per contribuire alla nostra raccolta, contattaci ai seguenti numeri telefonici per i punti raccolta:

 

Claudio Belgiorno 348.9106873 Carlo 339.5086543 Antonio  347.8237699 Emiliano 331.6559861 Alessio 347.3354662 Luca 345.7827998 Alessandro 338.7013295 Elena 339.5086543

 

Venerdì 1 Maggio, in occasione della consegna ufficiale degli alimenti, invitiamo anche il Sindaco a partecipare a tale iniziativa.

 

Claudio Belgiorno

 

 

 

 

 

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LE NOVE DOMANDE E MEZZA PIU’ PAZZE DEL MONDO… MA NON TROPPO: SANDRA IAI

28 Aprile 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #interviste

LE NOVE DOMANDE E MEZZA PIU’ PAZZE DEL MONDO… MA NON TROPPO: SANDRA IAI
 

 

 
 
Oggi con noi Sandra Iai
 
E’ lapalissiano, i lettori leggono e gli  scrittori scrivono ma di quest’ultimi, celati dietro le parole e le pagine di un libro, sappiamo relativamente poco. Insomma, lo scrittore chi è? Perché scrive? Che pensa? Che vuole? E’ un creativo svalvolato o un lucido comunicatore? Gli piace ergersi su un piedistallo oppure la sua umiltà lo fa essere grande? E’ una persona normale che, vestita, è una delle tante, oppure gli si legge in faccia che è un viaggiatore intellettuale? E così, da oggi voglio indagare, scrutare, voglio metterli a nudo, a beneficio di coloro che ignorano chi sia questa fantastica persona che, scrivendo di suo pugno, abbraccia il lettore cercando di farlo interessare alla scrittura. Perciò, amici miei, attraverso una serie di nove domande e mezza,  scopriremo il pianeta scrittori.
La prima della serie è Sandra Iai, una scrittrice delicata ma grintosa, sentimentale ma fiera, paladina delle proprie convinzioni, amorevole nei toni ma con la frusta in mano da dominatrice delle situazioni.
Sandra Iai è nata, vive, lavora, ama e scrive a Roma. Figlia e compagna d'arte (Franco Iai e Alessandro Mazzà, è tutto detto in due nomi), "Capitana" fondatrice di Libereria che, a livello nazionale, è una delle più moderne e dinamiche realtà editoriali. 
Fra le sue opere, caro lettore, se puoi, dai un occhiata a queste: E loro si arrendono (Libereria 2018) Secondo Me (Libereria 2020) e i due volumi collettivi Libereria: Grazieeprego, IntrARTEnimento.
 
 E ora beccatevi questa sua poesia tratta da  Secondo Me.
 
“Stagione”
 
Poggia i tuoi piedi
su un tappeto
di foglie secche
nel sottobosco
dei tuoi timori

Nascondili bene
fa che siano ben protetti
dai raggi che si infiltrano
tra le chiome degli alberi

Sanguineranno
urlando tutto il tuo passato
e le ingiustizie del presente
confidando nel futuro

Fa che questo autunno
significhi più
di una semplice stagione

dalle un senso
una voce

Poi apri le ali
e vola
come il pettirosso
quando cerca il suo nido
 
 
 
 
 

1) Sandra, perché scrivi?
 

Scrivo perché vivo e vivo perché scrivo.
Ho bisogno di trasmettere ciò che le mie indisciplinate pupille suggeriscono al mio cervello e di farlo in un modo che inneschi un effetto boomerang, così da poter ricevere nuove energie da esternare.
Spero, in questo modo, di dare un senso più profondo alla mia vita e, perché no, anche a quella di chi si imbatte nelle mie poesie.


 

2) Sei a cena con Dante Alighieri, che gli chiedi?
 

"Ma quanti anni hai? "

 

3) Sei ministro della cultura, che fai? -
 

Ovviamente impongo corsi Libereria in tutte le scuole

 

4) Devi posare nuda per un calendario, il fotografo vip ti dice i metterti sulle parti intime dei libri, che titoli scegli?
 

Seta
Viaggio al centro della Terra
50 sbavature di Gigio
Messaggio per un'aquila che si crede un pollo

5) Marmellata o cioccolata?

 

Nutella

6) Sei l'allenatrice di calcio della nazionale scrittori, chi sono gli 11 che metti in campo?

 

Gli scrittori non sanno giocare a calcio, però se proprio devo:
Alessandro Mazzà
Valentino Picchi
Gianluca Sonnessa
Marco Zanni
Roberto Inzitari
Laurent Vercken
Luigi Costantino
Giovanni Barco
Andrea Cacopardo
Matteo Gentili

William Blake in porta

 7) La storia che non hai mai scritto ma che vorresti scrivere

 

"Storia vera della salvezza del mondo nella poesia"

 7) Che definizione daresti alle tue opere?

 

Racconti poetici di un viaggio interiore

 9) E di Libereria che ci dici?

 

Che dovrebbero eleggermi ministro della cultura e che è l'invenzione più importante del secolo, nata dall'uomo più importante della mia vita e cresciuta sempre di più grazie ai pirati che la curano e la rendono ogni giorno più forte.

 1/2) A che ora è la fine del mondo?

 

Del mondo che abbiamo conosciuto finora intendi?
Che ore sono adesso? 10...9...8...7...6...

 
Molto bene, ringrazio Sandra Iai per la sua disponibilità. Caro lettore, non vedrai questa scrittrice in tv o sulle passerelle del jet set, questa scrittrice è una donna vera senza maschera e puoi trovarla fra gli autori Libereria, basta un click e aprirai il suo mondo, il tuo mondo.
 
Ci rivediamo al prossimo autore e con le nove domande e mezza che lo aspettano potrei essere cattivissimo…
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La vita (sempre più) agra

27 Aprile 2020 , Scritto da Otello Marcacci Con tag #otello marcacci, #il mondo intorno a noi

 

 

 

 

E’ passato ormai quasi mezzo secolo dalla morte di Luciano Bianciardi ma ancora oggi molti di noi, che lo considerano uno dei geni assoluti della nostra letteratura, fanno fatica a farsene una ragione. Capita così che torniamo a leggere le sue pagine non solo per il gusto che la sua prosa ricca e profonda riesce a darci, ma anche per trovare chiavi di lettura inedite che ci permettano di orientarci nella vita di tutti i giorni. Il caos e la paura che di questi tempi ci attanagliano le viscere, infatti, non riescono a trovare antidoti che ne leniscano il dolore. Difficile trovare un politico, religioso o filosofo che abbia davvero chiaro cosa ci vorrebbe per riuscire a sopravvivere a un mondo pieno di antinomie e non-sense. Soprattutto nessuno sembra in grado di essere luce per chi vuole ancora ribellarsi allo status quo dove la salvezza personale è venduta come qualcosa di totalmente slegato da quella dei propri simili.

Se è vero che il mondo in cui è vissuto Bianciardi è distante anni luce da quello che caratterizza questa epoca segnata dalla pandemia, da uno stato di polizia sempre più invasivo e dalla caccia all’untore da additare al pubblico ludibrio, paradossalmente, mutatis mutandis, è anche molto simile a quello che lui in qualche modo ha descritto nella sue pagine più note. La diseguaglianza sociale, ad esempio, che tanto gli stava a cuore non è sparita ma, anzi, è arrivata a livelli intollerabili e il gap tra ricchi e poveri si è ampliato a livelli di vergogna. Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è qualcosa a cui abbiamo fatto l’abitudine al punto che non ci turba più quando qualcuno ci obbliga a farci i conti con qualche libro o reportage televisivo. La civiltà pare ancora oggi anestetizzata dal panem et circenses che il potere costituito continua a propinarci da millenni. Le persone sedotte dal potere di qualche elemosina che si crede possa mettere al sicuro il proprio orticello incurante se in quello dei vicini sta arrivando lo tsunami. Insomma, i temi ai nostri tempi sono sempre quelli dell’epoca bianciardiana, al punto che sembra quasi che l’essere umano cerchi di fare del proprio meglio per non riuscire ad imparare mai la lezione. L’evoluzione e il progresso non sanano mai il peccato originale che sta alla radice di ogni male. La ricostruzione industriale post bellica è stato un tempo di grande sviluppo economico e sociale dove bastava soltanto un po’ di buona volontà per poter riuscire ad emanciparsi da situazioni drammatiche. Eppure anche allora c’era chi per i più svariati motivi non ci riusciva e veniva lasciato ai margini della società capitalistica. I diversi e gli outsider considerati sfasati o buoni a nulla da mettere alla gogna. Oggi la situazione è diametralmente diversa in termini di condizioni di partenza, dato che il mondo occidentale è costretto ad accettare che il mercato non è più (se mai lo è stato) il DIO che comanda ogni cosa e che, con mano invisibile, mette a posto e in equilibrio tutto, come sosteneva Adam Smith. Ai nostri tempi riuscire a farcela è terribilmente più complicato di quando scriveva il grossetano ma le responsabilità dei governi nel non riuscire ad adottare misure efficaci per contrastare l’incremento incredibile di diseguaglianza sta generando centinaia di migliaia di nuovi poveri che si aggiungono alla massa di coloro che già vivono nell’indigenza da sempre, sono le stesse. Servizi essenziali che tutti diamo per scontati come sanità e istruzione sono ridotti ogni anno di più mentre le grandi multinazionali continuano a produrre ricavi proprio sfruttando queste inefficienze dello Stato spesso anche grazie a trattamenti fiscali privilegiati.

Sono passati cinquant’anni dai tempi di Bianciardi, dicevo, e, per la velocità con cui ha preso a viaggiare il mondo, si può dire senza temere di essere smentiti che trattasi di un’era geologica, eppure niente pare sia davvero cambiato nella sostanza, se non la rappresentazione dei fenomeni di come interpretiamo la realtà, avrebbe detto Kant. Questa considerazione è una delle cose che stanno alla base del mio romanzo Tempi supplementari, Ensemble, 2020. Ogni cosa è diversa, pure noi che abbiamo vissuto gli anni settanta e che credevamo negli ideali di allora, destra o sinistra che fossero, siamo diversi. Tutto ciò che ci viene detto in televisione o nei giornali, e pure il modo con cui ce lo comunicano, è diverso, ciò nonostante nella sostanza non è cambiato niente. Il gattorpardismo nella sua massima espressione. Sono certo che Tomasi di Lampedusa ne sarebbe orgoglioso. Noi che abbiamo una coscienza civica, o meglio, che crediamo di averne una, ci poniamo almeno delle domande che molti altri menefreghisti evitano come il peccato. Ma siamo poi davvero migliori di loro? Cosa facciamo per cambiare quello che ci circonda se non scuotere la testa per dire: “Questo non è giusto”?

Sono certo che questo punto sia stato quello che ha fatto fare corto circuito alla psiche di Bianciardi. In altre parole credo che si sia posto lo stesso problema che sto affrontando: cosa sto davvero facendo io? Scoprire che ci interessa più la nostra gloria personale e la salvezza dei nostri congiunti che quella dei nostri simili può essere devastante al punto che la sua risposta finale è stata nichilista ed autodistruttiva, come si addice a una persona di grandissima sensibilità e cultura. La presa di coscienza che è (quasi) impossibile uscire dalle antinomie alle quali accennavamo in precedenza ha portato alla follia menti eccellenti che hanno provato a guardare il demonio negli occhi.

Questo clima di “Si salvi chi può” che in inglese si dice “Run for your life”, ci rende tutti soltanto più cattivi ed egoisti e preoccupati soltanto di rubare una pagnotta per sfamare i nostri figli che ci aspettano a casa. Io allora dico, citando di nuovo Luciano Bianciardi, “Riapriamo il fuoco”, non corriamo come galline spaventate. Fermiamoci. Prendiamo coscienza che possiamo anche dire NO qualche volta. Possiamo ancora salvare qualcosa di quello in cui crediamo. Almeno la nostra anima.

Io ci credo. Io ci credo ancora.

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Otello Marcacci, "Tempi supplementari"

26 Aprile 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Tempi supplementari

Otello Marcacci

 

Ensemble, 2020

pp 366

16,00

 

 

Poiché, leggendo libri, amo le libere associazioni che essi mi suscitano, vi dirò che Templi supplementari di Otello Marcacci mi ha fatto venire in mente due cose: i romanzi nostalgico piombinesi di Gordiano Lupi, forse per la toscanità di entrambi - Marcacci vive a Lucca ed è grossetano e canta la Maremma- , e I ragazzi di via Pal di Molnar.

Anche qui abbiamo dei bambini, nella fattispecie appartenenti a una colonia marina, che, negli anni settanta,  giocano la partita della vita contro un gruppo di “cattivi” di un’altra colonia. I nostri sono “inclusivi” ante litteram: la loro squadra comprende ebrei, omosessuali e donne, categorie emarginate, vituperate dai più e dalla chiesa cattolica. Solo una suora anticonvenzionale e coraggiosa può pensare di mettere insieme una squadra così.

Tuttavia l’idea del romanzo di formazione nostalgico è solo la prima impressione. Il testo è molto più complesso. È una storia d’intrecci e colpi di scena spesso grotteschi nella loro pur plausibile improbabilità.

La partita della Stella Maris contro il Cottolengo segna i passi più importanti dell’esistenza del protagonista, Giacomo Boselli, e dei suoi amici: Paolo, malato di cancro, David, ebreo, Cristiano, omosessuale, Bernardino, psicolabile, il Pescecane, attore porno, Ilenia, il primo amore, Marco etc. Il romanzo è diviso in tre parti, ciascuna dedicata a uno spaccato di vita durante il quale viene rigiocata la partita e che, in un modo o nell’altro, segna una svolta per tutti.

Marcacci si basa su un complesso ordito di rimandi e richiami. Il conflitto fra Giacomo e la figlia Maristella, affetta da una malattia rara, si fonderà proprio sul rifiuto del pregiudizio, tema che, come abbiamo visto, ha interessato Giacomo fin dalle prime amicizie estive. La trama si snoda per incastri, come un mosaico di pezzi collegati. Niente succede per caso e anche le situazioni più strane o insignificanti influenzano gli eventi successivi e li determinano.

Quando si gioca e si rigioca la partita, pur senza mai vincerla, “non si è disturbati dalla vita”, semplicemente si “è”, ci si cala nel flusso di un esistere sospeso nel tempo che non è preda di dolori, ripensamenti, scelte. Perché scegliere non è facile, il bene e il male non sono nettamente distinti, così come il giusto e l’ingiusto. Soprattutto la vita non mantiene le promesse.

Sebbene i dialoghi siano forse troppo maturi in bocca a ragazzini, la parte più bella è quella dedicata alle reminiscenze giovanili, ai ricordi delle sonnolente estati  a Marina di Grosseto. Accanto alla fatica di vivere, all’angoscia del tempo che passa e ci trasforma senza accontentare le nostre aspirazioni ma, piuttosto, distruggendo i nostri ideali, la cifra di questo romanzo, e anche la sua bellezza, è la nostalgia. Nostalgia straziante di un periodo in cui ancora eravamo innocenti e tutte le possibilità erano aperte. Nostalgia di un periodo storico, di usi e costumi obsoleti (tutti e tre i blocchi temporali – anni settanta, novanta e duemila – son ben ricostruiti nei dettagli e nelle atmosfere), ma anche di parole non dette, di silenzi da colmare nel rapporto con persone che non ci sono più, che vivono nella memoria, che vengono in continuazione rielaborate e rivissute dentro.

È il “lavoro” di cui parla il protagonista ormai defunto, costretto, nel suo personale inferno o limbo, nei suoi infiniti “tempi supplementari”, a rivivere ossessivamente sempre i medesimi momenti, soprattutto legati alla partita, per cercarne significati e alternative che non si sono verificate ma avrebbero potuto essere. Un po’ quello che facciamo tutti, rimuginando sul passato, sulle sliding doors, su ciò che avrebbe potuto essere se solo avessimo detto o fatto questo o quello.

Un libro bellissimo che mi ha colpita al cuore e affascinata, un’ottima scrittura, che fa tornare la voglia e il piacere di leggere, molto avvincente e nello stesso tempo intelligente, con uno stile che ricorda in senso positivo i romanzi di qualche decennio fa.

 

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Patrizia Poli: "Una casa di vento"

24 Aprile 2020 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #poli patrizia, #recensioni, #saggi

 

 

Una casa di vento è la storia di Francesco e Michela,  i genitori di Loris,  un ragazzino gravemente ammalato. Nella vita di questa coppia fanno improvvisamente irruzione delle lettere trovate per caso, provenienti da un lontano passato. Quelle lettere ritrovate generano la scintilla di una trasformazione che finirà per contagiare tutti i personaggi e per cambiare il corso delle loro vite.

A questo punto, continuare a parlare  del libro non è facile. Chi parla di un testo ha il compito analizzare i personaggi, di mettere in luce la scrittura, di stabilire analogie e differenze con altri libri e altre storie.  A differenza di Signora dei filtri (che ho avuto il piacere e l’onore di presentare), dove la storia di Medea era nota a tutti,  per Una casa di vento a questo compito non facile si aggiunge  l’onere di non togliere a chi legge il piacere di entrare da soli nella storia, di farsi sorprendere e turbare, di appassionarsi alle vicende dei personaggi e di restare col fiato sospeso fino alla fine.

Alla fine ho pensato di iniziare dal titolo.

La casa di vento si trova  ad Antignano, un antico quartiere di Livorno. Forse il suo nome deriva da ante ignem (prima dei fuochi) perché stava prima dei fuochi di segnalazione per le navi dirette al Porto Pisano.  La splendida scogliera, la spiaggetta di sassi, il piccolo porto per le barche ne fanno un luogo incantevole.

Quella  del libro è “una” casa di vento, non “la” casa di vento. Non è unica, particolare, irripetibile questa casa (e così la sua storia e quella dei suoi abitanti), è una casa come tante, una storia come tante, fatta di vento. Quale vento? Di certo vento di mare perché Livorno è una città di mare e il mare – come dice Francesco - a Livorno fa da padrone, insieme al vento. 

 

Vento, vento, sempre vento, da ogni parte, ovunque: grecale da est, freddo e prepotente, libeccio da sud che solleva cavalloni e li rovescia sulla strada, scirocco sfacciato, maestrale che dà sollievo nei giorni d’afa. È una casa di vento, questa, aperta su tre lati, esposta come una nave in tempesta, sventrata come la sua anima, come il suo corpo dopo l’incontro col ragazzo.

 

È Michela che descrive così la casa dove è andata a vivere col marito e il figlio, ed è lei a darle il nome. Dopo un lungo percorso, tornerà a parlare di questa casa che  la rappresenta e le rimanda la nuova immagine di se stessa:

 

… la sua casa… è come la tolda di una nave spazzata dal vento. Lei sta imparando a convivere col vento, come con tutte le parti di se stessa che ancora le fanno paura, come la parte che è stata di Luca. Ora sa riconoscere lo scirocco e il libeccio che soffiano nella camera di Loris, il grecale che irrompe nel bagno, la tramontana che ghiaccia la cucina; sta imparando quale finestra deve chiudere e quale, invece, tenere aperta, dove stendere i panni, dove appoggiare i vasi dei gerani. Sta imparando a piegarsi, a puntellare, a contenere.

 

Le descrizioni di Una casa si vento sono soprattutto descrizioni di Livorno, mai nominata ma onnipresente. Livorno -“città” (vie, palazzi, quartieri) e Livorno -“natura” (mare e vento). Due “Livorno” molto diverse fra loro, due mondi paralleli incastrati l’uno nell’altro, ma sempre raccontati con maestria, usando le parole con audacia e rigore, esplorando tutte le potenzialità delle personificazioni, delle similitudini, delle  metafore, delle  sinestesie...

Se Livorno non è mai nominata direttamente, i suoi “luoghi” hanno sempre un nome preciso e una caratteristica comune. Nel caso di Livorno – città, ciò che li accomuna è il degrado, lo stesso che si è insinuato nell’anima dei protagonisti della storia:

via San Carlo, un budello di  case umide e sudice, Villa Fabbricotti, un posto pieno di statue senza braccia mangiate dal muschio, una stupida grotta rococò piccola e sudicia, via Grande con le colonne di marmo sudicio, piazza Mazzini e la pizzeria con il tavolino vicino ai gabinetti, Stagno dove non si respira dal puzzo, i Fossi con le spallette bruciate dal sole, dove le erbacce spaccano l’asfalto , la Terrazza con le lunghe panche sbreccate

Livorno-natura, è potente, dura e splendida insieme. Mare e vento fanno da sfondo alle vicende dei personaggi, entrano in sintonia con loro: lo stesso mare e lo stesso vento, diversi e opposti a seconda degli occhi che li guardano, rivelano in modo netto, a volte impietoso, sentimenti e segreti.

C’è il mare di Ida, col vento del ricordo e della lontananza  … Bella l’aria di mare, fresca, chiara… già lì da Colline mi arrivava il vento di mare. Ricordavo i tuoi capelli agitati dal libeccio, la mano intrecciata alla mia nella tasca del paltò.

C’è il mare di Michela, un mare amaro, dove anche il vento è solo un’illusione … perché l’amore è evaporato come acqua di mare rimasta fra gli scogli. Quando l’acqua se ne va, rimangono cristalli aguzzi e amari, rimangono denti di cane che, se ti ci siedi sopra, strappano il costume, rimangono erbe marine che bucano, forse non sono erbe ma bestie con le chele, rimane il sale, proprio preciso a quello che lasciano le lacrime sulla pelle.

C’è il mare di Loris, un mare bello e amico che… ha un colore diverso per ogni alito di vento che lo agita, per ogni nuvola che ci passa sopra. Gli piace quando suo padre lo prende in braccio e lo bagna nell’acqua bassa e calda. Si sente normale, leggero, forte come gli altri

C’è il mare di Francesco, meraviglioso e struggente, che solo lui vede dalla terrazza della casa di vento e che non riesce a condividere … Le ha mostrato la bella vista dal terrazzo, le tamerici scosse dal maestrale, la scalinata che porta giù all’acqua limpida, ha indicato col braccio gli scogli che affiorano uno ad uno, mentre il mare si ritira nei giorni di luna piena, lasciando esposti denti di cane, padelle, ghiozzi imprigionati nelle buche. Ma non lo vedi, le ha detto, il celeste delle mattine belle, non li vedi certi tramonti? Quella striscia alta, prepotente, a tingere di porpora tutto l’orizzonte, non capisci quanto è benedetta, quanto è incredibile

Livorno raccontata da Patrizia è essa stessa un personaggio, una figura mitica, una divinità potente. Se dovessi raffigurarla userei l’immagine della Madonna della misericordia di Piero della Francesca che fa parte del polittico custodito nel Museo Civico di Sansepolcro. È una madonna solida, forte e severa, con i piedi poggiati sulla terra, come tutte le madonne di questo grande artista; è una regina che porta con fierezza la sua pesante corona; è una madre che indossa una veste senza ornamenti stretta da un cordone monacale; il grande mantello scuro è aperto, pronto a diventare un rifugio per tutti: uomini, donne, bambini, vescovi, papi… e per gli “abitanti” della casa di vento .

Gli abitanti della casa – cioè i protagonisti della storia – li troviamo elencati nell’indice, che merita un’osservazione più approfondita, anche perché, come si sa, delinea  l’impianto della storia. È  un indice davvero particolare: 3 stagioni (Inverno, Estate, Autunno, manca la primavera); nelle prime due (Inverno e Estate) un elenco di nomi che si ripetono (Francesco, Michela, Rosanna) con due “intrusioni” (Loris in Inverno, Luca in Estate) e infine un solo nome (Francesco) in Autunno. Perché solo lui? E che fine ha fatto la primavera?

A questo punto davanti a me (a noi) si aprono due strade: chiedere all’autrice oppure entrare nel “bosco narrativo” della casa di vento e, da bravi lettori, fare la nostra parte. Come dice Umberto Eco “il testo è una macchina pigra che chiede al lettore di fare parte del proprio lavoro. Guai se un testo dicesse tutto quello che il suo destinatario dovrebbe capire …”. Ma per far bene la sua parte il lettore (il lettore modello) deve stare al gioco dell’autore, seguirlo e assecondarlo  nelle “operazioni interpretative che gli chiede di compiere: considerare, guardare, osservare, trovare parentele e somiglianze”. Così ho pensato di compiere con voi  alcune di queste “operazioni” sulle stagioni elencate nell’indice, a partire dal loro nome.

La primavera, come dice l’etimo, è la stagione che precede l’estate, il tempo della rinascita, dell’inizio; per molto tempo in molti luoghi (per esempio a Pisa) l’anno iniziava a marzo, con la primavera.

Inverno deriva dalla radice sanscrita him- (freddo), che ritroviamo nel latino hiems (inverno). Perciò il suo significato è “tempo che  appartiene al freddo, stagione  gelida”. Però è anche il tempo in cui la terra riposa e custodisce i semi del grano che spunterà a primavera.

La parola estate ha sempre a che fare col sanscrito e si riconduce alla radice idh- o aidh- che esprime l'idea di ardere, infiammare, accendere. In latino diventa aestas, calore ardente.

Niente di nuovo, quindi.

Invece l’autunno - la stagione di Francesco potremmo dire,  visto che in questo capitolo figura solo il suo nome -  mi ha riservato una sorpresa. Contrariamente a quanto  pensavo,  il significato etimologico non ha a che fare con il tramonto, la fine, la preparazione all’inverno.
Autunno è da ricollegarsi al verbo latino augere, che vuol dire aumentare, arricchire e andando ancor di più alle origini, rintracciamo ancora una radice sanscrita av- o au- che esprime l'idea del saziarsi, del godere. Perciò l’autunno è la stagione che succede all’estate, una stagione ricca di frutti che la natura e il lavoro dell’uomo hanno preparato.

E se prendiamo le distanze dai luoghi comuni, ci rendiamo conto che non esiste una stagione più colorata dell’autunno. Il rosso e il giallo sono ovunque, e la cosa ancora più affascinante è l’origine di questo “oro”. Il giallo e il rosso in realtà sono già presenti nelle foglie, sono sostanze  indispensabili alla vita che stanno nascoste sotto il verde della clorofilla. Quando la luce solare diminuisce e la clorofilla non può riprodursi, il rosso e il giallo emergono: le foglie, anche se sono perfettamente sane, diventano “zavorra” e devono essere allontanate dalla pianta perché possa mantenersi viva fino al ritorno della buona stagione, sbarazzandosi anche dei parassiti e degli agenti nocivi. Insomma: purificarsi, risparmiare energie, allontanare da sé ciò che è ormai passato, che ha finito il suo ciclo. E farlo nella bellezza, nel calore del rosso e dell’oro. È lo splendido fenomeno del “foliage”. Questo è l’autunno. La primavera non c’è perché ancora le foglie devono cadere per ripulire la pianta che ha bruciato di passione e gelato nel disamore. Ma le foglie rosso e oro stanno lavorando … Francesco, si può dire, è l’autunno, la stagione piena di frutti che anche quando “perde” in realtà arricchisce, “aumenta”, prepara la rinascita.

Perché l’autunno è la stagione di Francesco? Perché è da lui che parte la scintilla della trasformazione, accesa dalle parole nascoste in vecchie lettere, prima vissute come foglie morte, inopportune e fastidiose, poi come riappropriazione e purificazione, infine come rigenerazione e rinascita. Forse per questo i due anziani non compaiono nell’indice, come il giallo e il rosso non si vedono sotto la clorofilla, ma ci sono, nutrono la pianta e l’aiuteranno a purificarsi, in vista del sonno dell’inverno e del risveglio in primavera.

Inverno e estate sono stagioni estreme, come spiega il loro etimo. Quando Dante inizia il suo viaggio, Caronte descrive l’inferno come il luogo degli estremi dove si sta “nelle tenebre etterne, in caldo e in gelo”. In effetti in queste due stagioni i personaggi vivono così, nel gelo dei sentimenti e nel torrido delle loro passioni. I nomi che ricorrono nell’indice, oltre a Francesco – sempre presente come "seme”  da cui tutto deve rinascere - sono pieni di donne. Le donne sono una componente forte delle storie di Patrizia, esplorate in tutti i loro aspetti. Spose e madri, “dure” e “stremate” dal matrimonio prima sognato e poi subito; giovani donne candide e gentili, travolte dalla loro innocenza e gentilezza (Glauce, la giovane moglie di Giasone e ora Ida); donne adulte che vivono con coraggio e forza le difficoltà, si confrontano con la loro diversità (Medea è la “strana”, la straniera), l’accettano e decidono di viverla perché non vogliono perdere se stesse e diventare come le loro madri. I nomi di queste madri a cui si ha paura di somigliare non compaiono nell’indice, come se agissero dall’interno - anime inquiete delle loro figlie -  e questa “non presenza” le rende forse ancora più potenti. Le trasgressioni violente e crudeli (verso se stesse e verso gli altri) di Michela e Rosanna (come di Medea) nascono anche dal rifiuto istintivo, incontrollabile di diventare come le proprie madri, dal bisogno di “spezzare la catena” del destino femminile, il cordone ombelicale che ancora lega e nega l’evoluzione. E se il cordone ombelicale viene reciso in età adulta, non è più la separazione benefica che segna la fine del travaglio, ma la lacerazione dolorosa e violenta che spesso ne segna l’inizio.

In queste due stagioni sono presenti anche due “bambini”: Loris nell’inverno e Luca nell’estate. I bambini, come le donne, sono figure centrali nelle storie di Patrizia, simbolo della fragilità della condizione umana e della difficoltà di darle un senso. Bambini esposti alle intemperie della vita e ai limiti di adulti troppo spesso inadeguati a proteggerli, inadeguati al loro ruolo o anche oggettivamente e drammaticamente impossibilitati a svolgerlo, come nel caso dei genitori di Loris. Loris, aldilà della sua età,  è un bambino “vero” capace di guardare il mondo con occhi buoni e di leggere nelle persone oltre le apparenze : non si vede bene che col cuore insegna la volpe al Piccolo principe, l’essenziale è invisibile agli occhi. Loris ama teneramente Amedeo, il nonno speciale (nonno era nonno, era speciale e nessuno potrà mai prendere il suo posto) che gli ha insegnato parole magiche, la formula con cui allontanare la paura e il dolore

Com’è che diceva il nonno? “Chiocciola chiocciola marinella, tira fuori le tue cornella”. Ripete tre o quattro volte la frase come un incantesimo di protezione, una preghiera

Loris, che tutti compiangono e commiserano, in realtà è una creatura forte e intera, l’unico capace di riconoscere nel nonno tenerissimo che gli dà i pizzicotti sul naso anche l’uomo, il nonno nascosto; e con la riservatezza, il pudore, il pensiero del cuore proprio dei bambini, non giudica, ma si limita a “vedere”, a “sapere” a “comprendere.

 

Non sa chi sia la donna di cui ragionano, però sa che suo nonno non era solo quello che conoscevano loro, suo nonno era anche i foglietti che gli passava di nascosto, timidamente, un po’ rosso in faccia, con quelle poesie lunghe, piene di parole sul cielo, sulle stelle, sulla morte. Ne ricorda una che parlava di una donna dai capelli morbidi e ondulati, bella come una regina, diceva, con la gonna sotto il ginocchio e le braccia piene di fiori. Ora capisce che non l’aveva scritta per la nonna Gina. La nonna è morta quando lui era ancora piccolo, anche nelle foto gli è sempre sembrata vecchia, persino in quella del matrimonio col nonno (...) Lui sa che c’era anche un altro nonno, un nonno nascosto, giovane dentro. Vorrebbe dirlo ma non gli escono le parole, preferisce far finta di non aver sentito nulla.

 

E poi c’è l’altro “bambino”, Luca, un  uomo giovane che agisce solo d’istinto, stupito per primo da ciò che sente e che lo muove

 

«Mi piaci un sacco».

Il ragazzo ha allungato una mano e le sta stringendo il polso, ha mani callose ma non da operaio, la barba ispida, un accenno di herpes sul labbro superiore. (...)

«Mi piaci, non mi mandare via, fammi parlare, fammi stare qui con te».

Lei tira per liberare la mano, alla fine ci riesce ma si graffia con l’orologio di lui: «Smettila, non dire scemenze, sono vecchia per te e sono sposata».

«Farei qualsiasi cosa...»

«Lasciami in pace, non ti conosco, non so chi sei».

«Io sì, invece, ti conosco, so tutto di te. (...) 

«Ti ho seguita, ti seguo da mesi, ti conosco, conosco la tua casa, la tua famiglia… no, aspetta, non ti spaventare… lasciami spiegare.» (...)

«Io non sono matto, non sono uno stalker, io… credo di essere innamorato.»

Luca è un bambino “cattivo” e affamato, vuole e prende  senza porsi limiti

Pensa a Luca. Avrà trent’anni, magro che gli si contano le ossa, gli occhi azzurri col bianco un po’ ingiallito, lo sguardo affamato ma di cosa lei non lo ha capito. Siamo tutti affamati di qualcosa che manca, che ci riempirebbe ma non c’è mai.

Ma è anche un musicista (sono un musicista, suono il violino) e vuole bene a Buck: gli vuole bene, è il suo cane, l’unico che lo accetta per quello che è, che non lo giudica e non gli fa domande.

Come  Bingo, il gatto di Francesco, anche Buck è una creatura saggia e intera che vede per quelle che sono le follie umane, le comprende e le sopporta per istintivo amore. Bingo e Buck anche se (o forse proprio “perché”) umani non sono, nutrono sentimenti forti e generosi e fanno da contraltare dei loro padroni deboli e  chiusi in se stessi.

Buck sa che Luca è solo un bambino infelice che cerca invano di colmare i suoi vuoti, così infelice da invidiare Loris, amato nella sua sfortuna: voleva essere guardato, considerato, toccato, esattamente come quel ragazzo lì, quel ragazzo sfortunato. Voleva una madre che lo amasse pure a lui… Non a caso, mentre parte per allontanarsi da tutto, per non esserci, è proprio da un nuovo Loris che pensa di tornare un giorno, per dirgli che è suo padre.

Nell’elenco dei nomi che costituiscono l’indice ci sono due grandi assenti: Ida e Amedeo. Perché? Forse perché sono i “motori” della storia e non semplici personaggi? L’ellissi serve a rafforzare la presenza? Vediamoli più da vicino.

Ida è l’unica figura femminile  del libro a non essere madre, eppure è quella più capace di “generare”: la sua capacità di amare in modo assoluto e assolutamente semplice  la rende capace di accendere in Francesco la scintilla del cambiamento che piano piano contamina e trasforma tutti i componenti della storia. Ida, come Glauce, è una creatura primaverile, delicata e pura, ma non è fragile come l’infelice sposa di Giasone: la verità degli adulti, il loro ossequio alla conformità sconquassano la sua vita, ma non la spezzano, come invece fanno con Glauce. Ida si salva perché non rinuncia al suo amore, non lo lascia contaminare dalla mediocrità e dalla grettezza degli altri, Amedeo compreso, un altro giovane “eroe” bello e immaturo (come Giasone) che si fa travolgere dai doveri sociali o dalla “ragion di stato”, rinnegando l’amore. Nella lettera in cui ricorda il giorno del matrimonio di Amedeo con Gina (che diventerà la madre di Francesco), il dolore di Ida è lancinante. Quella volta l’amore e l’odio si mescolano e l’odio sembra prevalere sull’amore: eppure  lei riesce a descrivere con affetto Gina (pur con una punta di umanissimo orgoglio: la figlia della contadina sembrava lei, non io) una ragazzina con le guanciotte rosse, così diversa dalla donna che rivedrà anni dopo, descritta in un’altra lettera, una moglie  ingrassata, con un marito che le sta alle spalle e un figlio che le somiglia solo in qualcosa. Le due lettere raccontano la forza di Ida, la sua capacità di trasformare sempre il negativo in positivo, il rancore in compassione, l’odio in amore.

 

Si chiamava Gina, aveva qualche anno meno di te e una fonderia che avrebbe aiutato le finanze della tua famiglia. La figlia della contadina sembrava lei, non io, con le guanciotte rosse, i vestitini tirati sul petto e sui fianchi, la faccia tonda, i capelli da brava figliola. La vidi il giorno del fidanzamento, ché venne su con suo padre e sua madre, e poi un altro paio di volte.

Il mattino del vostro matrimonio sentii le campane dalla cucina di quella che, ancora per poco, sarebbe stata la mia casa. Non mi affacciai, continuai a pulire il pavimento, pensando che non stava accadendo. Amedeo è mio, mi dicevo, mio, solo mio, è mia la chiazza di sudore che il sole gli forma sotto le ascelle, è mia la frangia scompigliata dal libeccio, sono mie le dita intrecciate nella tasca del paltò. Amedeo è con me che vuole stare, nell’angolo di soffitta che è l’universo intero, noi soli, il fuoco in mezzo, e tutto il resto fuori. Mi dicevo no, dai, non è possibile, vedrai che ci ripensa, vedrai che te lo ritrovi sulla porta. Ma ti sposasti, successe, le campane alla fine smisero di suonare, il riso si posò sul sagrato e i piccioni scesero a beccarlo, le mie unghie si spezzarono sui commenti dei mattoni, i polpastrelli sanguinarono, io rimasi china a strofinare col bruschino, dando le spalle al mondo perché non mi vedesse piangere, rimasi sola a chiedermi com’era che respiravo ancora e se il freddo che sentivo dentro sarebbe cresciuto fino ad uccidermi. «Potessi io morire durante il tuo viaggio a Capri» mormoravo. Volevo chiudere gli occhi e stendermi in una bara, i capelli sciolti, un bel vestito addosso, i fiori fra le dita, come Ofelia impazzita per Amleto. Forse saresti venuto a vedermi, avresti pianto. «Che il mare t’inghiotta» ripetevo, «che ti uccida, che il traghetto si sfracelli sui Faraglioni, che tu sia maledetto. Spero che lei ti renda infelice, sì, spero che tu sia infelice per tutta la vita.»

 

Pensavano che non ti avessi più in mente perché ridevo e chiacchieravo con lei, con Paolina che m’era rimasta amica, con mio cognato Natale, invece non c’era giorno che non ricordassi l’odore di sale e di barche, specialmente quando il fine settimana venivo in città a trovare mia sorella e già lì da Colline mi arrivava il vento di mare. Ricordavo la chiazza che il sole ti formava sotto le ascelle, mentre camminavi con la giacca di traverso sulle spalle ed io, intanto, gettavo intorno sguardi per paura che ci vedessero. Ricordavo i tuoi capelli agitati dal libeccio, la mano intrecciata alla mia nella tasca del paltò. Sono immagini che continuo a ripeterti perché mi si sono conficcate dentro, anche ora che tante cose non le rammento più come vorrei. Per me eri sempre come ti avevo conosciuto io, con la camicia alla moda di prima, con la zazzera che ancora ti cadeva liscia e nera sull’occhio, e con lo stesso odore di sole sulle mani; il tempo si era fermato a quando eravamo giovani, a quando c’incontravamo per le scale e all’angolo della strada.

Invece il tempo passava, passavano i giorni, i mesi, gli anni, io cucivo, affondavo le mani e gli occhi nei punti e mi mancavi quanto manca il sole fra le gole buie delle montagne, ma non lo dicevo a nessuno e fingevo di essere felice di tutto, della casetta, del lavoro, della nipote che mia sorella aveva partorito. Volevo scappare dalle colline e tornare in centro, come aveva fatto mia madre tanto tempo prima, correre sotto casa tua e buttarti giù dal letto dove dormivi con tua moglie.

Poi, una mattina ch’ero scesa in città con la corriera, ti vidi al mercato. Eri con tua moglie e con tuo figlio. Tua moglie era ingrassata ancora, tu cominciavi a spiazzarti sulla fronte. La frangia non c’era più, per compensare portavi i capelli un po’ lunghi dietro ma erano radi. Stavi alle spalle di tua moglie mentre lei sollevava oggetti dal banco per guardarli meglio. Tenevi per mano tuo figlio senza parlargli, avevi lo sguardo insofferente. Io ero all’incrocio fra i barroccini, volevo incedere sdegnosa davanti a te, come quando mi vestivo per le signore e attraversavo lo stanzone di Rosachiara con tutti gli occhi puntati addosso, invece mi nascosi dietro le tovaglie appese, calai i capelli sugli occhi, rialzai il bavero del soprabito.

Tuo figlio ti somigliava ma aveva preso qualcosa anche da sua madre. Lo tenevi per mano come se ti aggrappassi a un salvagente, come se  il padre fosse lui e tu un bambino o un vecchio, non l’Amedeo che conoscevo io, ma uno misero, grigio, rassegnato. Tornai a casa e cercai il tuo numero sull’elenco. Non lo avevo mai fatto prima.

 

Diversamente da Glauce, Ida non si lascia “uccidere” da Giasone ma, diversamente da Medea, neppure lo uccide dentro di sé o cerca di punirlo, non si lascia agire dall’odio: lei continua ad amarlo, ad amare e così salva se stessa, lui e tutto ciò con cui viene in contatto. Rosanna, la sorella di Michela, ricorda Ida in questa capacità di amare che la porta a superare i propri limiti, a dominare la paura per essere finalmente madre e persona.

 

Ha paura, ancora la stessa maledetta paura di sempre, ha paura di tutto ciò che può accadere e persino di ciò che è già accaduto. Ha paura di essere figlia e di essere madre, ha paura di somigliare a Neda e a Michela, di non saper dimostrare l’amore che prova. Ma lo ama, ama questo bambino.

“Non so se sarò tua madre, non so se saprò esserlo fino in fondo. Ma ti amo, ti amo e  non m’interessa come sei nato, ti amo e basta. Stai sereno, bimbo mio, vedrai che tuo padre prima o poi torna. E vedrai che tua madre se la cava. Forse.

 

Amedeo entra in scena attraverso lo sguardo del figlio Francesco. Nel libro i personaggi vengono presentati da altri personaggi e Amedeo è quello descritto da più voci. La prima è  appunto quella di Francesco. Per lui Amedeo è un  padre  severo che gli metteva una mano sulla spalla solo per farsi fotografare e che non era mai contento dei voti che portava a casa, e un marito distante, che vive in una casa piena di silenzi. Ma da subito, proprio attraverso lo sguardo del figlio, si intuisce che Amedeo non è solo questo. Ci sono degli indizi. C’è un famoso materasso che suo padre insisteva per portare giù, nel fondo dove trascorreva tutte quelle ore di pomeriggio dopo il lavoro; c’è quella strana abitudine di farsi sempre la barba dopo mangiato; ci sono quelle scarpe di cuoio marrone che anche da vecchio, quando ormai non si sbarbava più, continua a tenere lustre, a lucidare con la ceretta. È ciò che rimane del ragazzo elegante e scanzonato, col soprabito color cammello, la cravatta un poco allentata, una zazzera di capelli neri più lunghi del dovuto che ha fatto innamorare Ida tanti anni prima. Per lei Amedeo è da subito l’Uomo, il suo uomo dalla voce forte e bella, che le punta in faccia due occhi neri ch’erano due fanali. Michela, invece, vede Amedeo  solo com’è diventato, un vecchio, un anziano come tanti ma non di quelli simpatici, chiuso nel suo ruolo di suocero, utile – solo utile – che si occupa del nipote, fa la spesa, paga le bollette e poi se ne torna a casa sua. E forse anche per Francesco gli indizi resterebbero solo indizi e il padre solo una figura severa e sbiadita se non ci fosse l’incontro con le lettere di Ida, che trova per caso mettendo a posto la casa di Amedeo dopo la sua morte.

 

Ecco un pacco di lettere, tutte simili, mantrugiate, sporche, evidentemente lette e rilette. Ne prende in mano una a caso, la prima che gli capita. Ha un vago sentore di cipria, di spigo stantio, di roba da donna vecchia. (...)

Ora ha in mano una pagina vergata con una calligrafia strana, che ricorda quella antica che hanno tutti i vecchi, ma pende verso destra e sembra scritta da qualcuno ubriaco o malato.

Non mi sono fatta più viva dall’ultima lettera, quella nella quale ti ho mandato la fotografia di me coi fiori, scattata quando ero giovane e ci siamo conosciuti, ma la mia mente se ne va e ti scrivo prima che si oscuri di nuovo e torni il buio. (...) amore mio, mio unico amore, e loro dicono che devo morire e io ho paura perché non so più chi sono e allora vado a imbucare la lettera prima di dimenticare dov’è la cassetta della posta.

 Tua Ida. Sì, è il mio nome, questo lo so, mi chiamo Ida.

 

Il primo istinto di Francesco è non andare oltre: “Ok”, pensa, “ Amedeo era mio padre. Ok, questa donna lo ha conosciuto e forse amato. Il passato è passato, certe cose stanno meglio sepolte”. Ma vuole sapere, ne ha bisogno…

Perciò decide di andare avanti. È il primo passo verso il cambiamento, l’inizio della trasformazione, segnato nella scrittura (la magistrale scrittura di Patrizia) da quel Ma collocato dopo il punto fermo, a segnare il distacco da ciò che precede e dal passato.

 Così Francesco continua a leggere, non per suo padre o per sua madre, per sé, perché in quelle lettere ha intravisto una scintilla … qualcosa che capisce di avere cercato da tanto tempo, qualcosa di cui ha bisogno e gli mancava. E  sente che ora ha qualcosa in mezzo al petto, qualcosa che fino a ieri non c’era: il padre ritrovato, il nonno nascosto di Loris, comincia ad “agire” e gli permette di “origliare se stesso”, come direbbe Bloom, cioè di ascoltare e riconoscere la propria voce interiore,  di  immaginare un se stesso possibile.

Ma chi tocca profondamente Francesco, più del padre, è Ida, una donna che lascia il segno, un’unghiata: di lei si sente quasi innamorato, è anche la sua Ida ormai. Così, leggendo il racconto dell’abbandono, sente il suo dolore e diventa insieme padre e figlio:

 

Il cuore di  Francesco sta battendo forte, vede Ida davanti alla porta, i capelli sciolti, le spalle che tremano. Sente il suo dolore. Vede anche suo padre … è giovane come nella foto, ha l’espressione sgomenta, lacerata, e sta scuotendo la testa. “No, babbo, no, non lo fare” vorrebbe gridargli “non dire no, c’è un’altra possibilità, diventa davvero Amedeo, diventa  quello che lei vuole, abbi coraggio, è la tua possibilità, ce l’hai ancora” Ora è lui Amedeo, e compirebbe senza alcun indugio o timore quel passo difficile – far entrare in casa Ida, chiuderla nelle sue braccia, baciala sui capelli morbidi, difenderla da chiunque. Ora è tutto semplice e possibile.

 

Ed è su questa apertura al “possibile” che, tempo dopo, dopo altre lettere e altre vicende, termina il lungo viaggio di Francesco. Ancora una volta la scrittura sottolinea con un Ma la trasformazione in atto, il cambiamento di prospettiva.

 

Magari, se un giorno riprenderemo a vivere insieme, Michela e io, torneremo a non vederci, a non ascoltarci … Ma c’è un sussurro ora nella sua voce che mi è caro, che raggiunge quella parte di me dove lei è ancora quella di un tempo.

Sono parole che echeggiano quelle dell’ultima lettera di Ida e che il destino e Francesco porteranno a compimento

 

Amore… ora non ricordo il tuo nome, sulla busta però l’ho scritto giusto, accanto all’indirizzo. (...) Amore… è quello che volevamo, no? Vedi, ci siamo riusciti a invecchiare insieme, a morire insieme. Mi guardavi negli occhi e dicevi insieme, sempre insieme, figli, nipoti, cane, sì, anche noi col cane, e poi seppelliti vicini. Ti amo, amore, non mi ricordo tutto per bene, non mi ricordo chi sei, non so più il tuo nome, però ti amo, ti ho sempre amato, ti amerò sempre.

 

Ci sarà questo nuovo inizio? Si potrà dire, con Andrea Chenier, “è dal dolore che a me venne l’amore”? Dopo la purificazione dell’autunno e il sonno dell’inverno, ci sarà finalmente una primavera? Sta a chi legge immaginare il seguito della storia, cercandone accenni e indizi nelle pagine del libro e nelle strategie testuali dell’autrice. Una cosa però mi sento di affermare a conclusione di questo viaggio tra il dire e il non dire, fra il mostrare e il nascondere, e cioè che tutte le storie narrate, drammatiche, intense, emozionanti, ma anche amare e impietose, sono tutte storie d’amore. Perché, secondo me, il vero protagonista di Una casa di vento è l’Amore, quello che, per dirla con Dante “muove il sole e l’altre stelle”. L’amore in tutti i suoi aspetti e sfumature, non certo solo l‘amore romantico o l’amore luminoso. L’amore di cui parla Patrizia è a volte durissimo e crudo. Del resto, per tirare in ballo ancora Dante, lui che inizia e conclude la sua Commedia parlando di Amore, ci ha fatto conoscere tutte le sue sfumature, da quello che redime dal male a quello che al male conduce e uccide l’anima e il corpo. Ed è l’Amore che trionfa alla fine del viaggio che l’ha fatto sprofondare nell’inferno e scalare la montagna del purgatorio prima di approdare alla luce. Un viaggio voluto da una donna che lo ama così tanto da lasciare il Cielo per dargli soccorso. Il viaggio di Dante è il viaggio di un credente sorretto da una fede senza dubbi, la fede granitica e intera del suo secolo. Per chi, come Francesco, Michela, Luca, Rosanna - come noi - vive in questo secolo “liquido”, credere nell’Amore che redime, nell’Amore come dio che vince la morte del corpo e dell’anima, non è semplice. Quello che Patrizia fa in questo libro è raccontarci un amore non perfetto, non luminoso, non divino, un amore squassato dal vento, terrestre e solo possibile, ma forse proprio per questo capace di farci da guida, perché tanto ci somiglia e perché, come dice Francesco “ Quando uno ha l’amore, babbo, se lo deve tenere stretto, perché non c’è altro, davvero non c’è altro, credimi”.

 

 

 

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