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Federico Tadolini, "Il cinema horror italiano 1970-1990"

16 Luglio 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

 

Federico Tadolini
Il cinema horror italiano 1970 - 1990
Quando gli artigiani si fecero autori

Sensoinverso - pag. 230 - Euro 15

 

Federico Tadolini è un giovane ricercatore cinematografico - laureato alla scuola di cinema di Pisa - che conosciamo per alcuni saggi su Lo squalo, Poltergeist e Winding Refn. Questo lavoro edito nella pregevole collana Italia nascosta di Sensoinverso Edizioni affronta il cinema horror italiano del periodo d’oro 1970 - 1990, senza dimenticare i precursori degli anni Sessanta, autori di grande livello come Mario Bava e Giorgio Ferroni.  Un testo interessante, utile come primo approccio al tema, che contiene una bibliografia di riferimento alla quale si può attingere per approfondimenti, ma che è perfetto per uno spettatore curioso in cerca di rapide informazioni. Tadolini racconta i principali film di molti artigiani del cinema italiano, elencati in ordine alfabetico, soffermandosi sui vari sottogeneri, dal thriller a tinte fosche al cannibalico, passando per splatter e gore, dispensando notizie e valutazioni su opere popolari che hanno reso indimenticabile un periodo storico e che hanno influenzato registi come Quentin Tarantino e Tim Burton. In rapida carrellata scorrono davanti ai miei occhi nostalgici film che hanno segnato un’orrorifica giovinezza, opere indimenticabili come Cannibal Holocaust, Antropophagus, Profondo rosso, L’aldilà, Il profumo della signora in nero, Contamination, Il medaglione insanguinato … Per me che ho scritto decine di saggi sul tema (persino una storia del cinema horror in cinque volumi) si tratta di una sorta di piacevole ripasso, ma per molti lettori potrebbe essere l’occasione per conoscere artigiani - autori come Ruggero Deodato, Luigi Cozzi, Lucio Fulci, Sergio Martino, Dario Argento, Francesco Barilli … Ben vengano libri simili e collane editoriali dedicate ai favolosi anni Settanta (ma anche gli Ottanta e i Novanta non sono da trascurare), un periodo storico intenso da un punto di vista artistico e culturale, che non solo non va dimenticato ma dovrebbe essere preso come esempio per una pronta rinascita.

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Domenica Blanda, "Le mie impronte"

3 Luglio 2020 , Scritto da Gino Pitaro Con tag #gino pitaro, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Domenica Blanda, alias Anna Cavestri (o forse no?), è una poetessa di origini siciliane che sin da bambina abita nella bella Verbania, alle rive del Lago Maggiore.

La poesia dell’autrice è pervasa da alcuni punti cardine, che poi sono le sue sofferenze, quelle dei tempi andati e che affondano in legami familiari antichi e più recenti, che hanno come base la separazione, secondo un concetto ampio ed estensivo. Sofferenze che lacerano, che provocano fratture mai del tutto ricomposte nell’animo. Formano la base del sentire della poetessa. Eventi mai resi noti al lettore, ma che abilmente prendono forma nel qui e ora dell’autrice, senza mai essere esplicitamente enunciati.

 

È bastato mettere un segno.

Un pezzo di vita che muore.

Un sogno infranto, un fiore appassito.

E quello che rimane è

Un piccolo germoglio.

 

L’autrice pur nel suo crogiolarsi nel passato guarda sempre al futuro, in un suo futuro, dinamico, spaziale. Il passato è sia spinta che vincolo per Anna.

 

Com’è bello

Di tanto in tanto,

abbondonare il timone

Lasciarsi andare.

E sorprendersi.

Nel procedere leggeri.

Sentirsi fatti d’aria

Staccarsi da terra.

E fluttuare.

Euforia dell’essere.

Dolcezza dei pensieri.

Lasciarsi portare dal vento.

Alito di vita.

 

C’è questo indugiare in sé stessi, percorrendo spazi, lasciandosi coinvolgere dalle suggestioni che essi evocano: una caratteristica peculiare dell’autrice e che sento anche molto mia. In tal senso l’essenza struggente della natura e della materialità è sempre colta dalla poetessa, in cui lo spazio fisico svolge un ruolo essenziale.

 

In un tappeto d’acqua

guardo i miei giorni che passano,

i miei malanni.

In un tappeto verde

stendo i miei dolori,

alzo gli occhi e vedo

i miei mattini grigi.

In un tappeto di terra

Metto la mia caducità.

In un tappeto di cielo c’è dentro la mia caducità.

In un tappeto di cielo c’è dentro la mia notte

e la mia insofferenza.

È lì la mia inquietudine

Come dentro una gabbia dorata.

 

Esemplificativa lirica del modo di possedere l’ambiente da parte della poetessa e di interagire con esso. Ripeto, è un aspetto che sento molto mio. Poesia lacustre, fatta di fiori, alberi, scorci urbani, come le sue foto, come secondo una poesia molto bella della sua raccolta, di cui riporto alcuni versi: Un pensiero gentile/Che accolga la mia mente/Che coccoli tutti i miei pensieri/e che inviti i desideri/a un dolce riposare. Ma c’è anche l’attesa: Un giorno,/quando l’anima mia si scioglierà/in tenero pianto/e le energie del mondo tutte/nel mio cuore andranno,/allora,/ti incontrerò./Ogni memoria/svanirà/Insieme andremo/In un posto segreto,/con la musica/tra le nuvole,/sonno eterno.

 

L’animo gentile, aperto della poetessa, ci dice che ‘Sto  alla notte/come l’ape al fiore/L’aurora per quanto rosa,/mi porta via il miele.

 

E noi percorriamo le stesse orme dell’autrice, facendole nostre, lungo la battigia del lago, metafora autentica della raccolta.

La silloge è edita nel 2019 da Edizioni Effetto, casa editrice torinese nata nel 2017.

 

Domenica Blanda, nasce a Mezzojuso (PA) nel 1960. All’età di sette anni si trasferisce a Verbania, sul Lago Maggiore, dove tuttora vive e lavora. Dopo gli studi classici consegue la Laurea in Scienze Sociali presso l’Università Bicocca di Milano, e in seguito a Genova (dove vivrà per dieci anni) consegue specializzazione in ambito psichiatrico e diploma triennale di musicoterapia.

Nel 2017 pubblica la raccolta di poesie L’eco e io (Il Viandante).

Nel 2018 riceve il premio come “autore segnalato” sezione silloge inedita al Premio Internazionale di Poesia e Narrativa “Giovanni De Scalzo” – Città di Sestri Levante.

Nello stesso anno pubblica poesie inedite nell’Antologia dei poeti (Il Viandante) e partecipa al Concorso “Racconti siciliani”, con la pubblicazione di alcuni racconti selezionati (Historica Edizioni).

Nel 2019 partecipa con poesie inedite al concorso letterario del Festival Etna Book, a Catania e riceve il Premio della Critica.

Link Wikipoesia: https://www.wikipoesia.it/wiki/Domenica_Blanda

 

 

Note biografiche di Gino Pitaro:

Nel suo percorso svolge varie attività, tra cui quella di redattore e di documentarista indipendente.

Nel 2011 il suo esordio con I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore), poi per la Ensemble pubblica rispettivamente nel 2013 e 2015 Babelfish, racconti dall'Era dell'Acquario’ e Benzine, vincendo numerosi premi letterari.

La Vita Attesa è il romanzo per Golem Edizioni pubblicato nel 2019

L'autore vive in provincia di Roma.

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Aldo Dalla Vecchia, "Viva la Franca".

2 Luglio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Aldo Dalla Vecchia è davvero instancabile. Dopo averci deliziato con Mina per Neofiti, ritorna con questo nuovo libretto, sempre per i tipi di Graphe.it, dedicato a Franca Valeri e ai suoi splendidi cento anni.

Franca Norsa, in arte Valeri, nasce a Milano nel 1920 e sta per compiere cento anni. Oggi la sua voce nelle interviste è un poco strascicata ma non ha perso il fascino e il piglio è il solito: arguto, intelligente, intellettuale, sobrio.

Aldo Dalla Vecchia compie un excursus in stile saggistico, non ripercorrendo diacronicamente tutta la vita della Valeri ma analizzandola, sempre cronologicamente, attraverso le varie arti nelle quali ha eccelso. Si parte dal teatro, per approdare alla radio, quindi al cinema, alla televisione, alla pubblicità (una forma d’arte anch’essa) per finire alla scrittura.

Quest’ultima è la base delle precedenti. Dietro ogni personaggio teatrale, radiofonico, televisivo o cinematografico c’è, in effetti, la scrittura lucida e tagliente della Valeri, definita “chirurgica”. I suoi personaggi sono raffinati, popolari ma non per tutti. Le sue signorine snob, la signora Cecioni, la sora Cesira e i tormentoni come “Scostumato” sono rimasti nell’immaginario e nel linguaggio comune, ma hanno anche saputo fustigare con arguzia e determinazione i vizi della società dell’epoca. La Valeri fa parte di quel panorama colto e blasé da cabaret meneghino anni settanta, quello a cui apparteneva anche Giorgio Gaber.

La sua è una comicità basata sul reale ma anche assurda, cerebrale, caustica. Ella incarna un modello di donna diversa da tutte le altre, la cui principale realizzazione non è la vita coniugale ma che, in ogni caso, sente la sua relativa indipendenza – spesso minata da madri ingombranti e autoritarie – come malinconica solitudine. Una donna moderna e avanti con i tempi, elegante ma che non ha mai puntato sull’aspetto fisico, piuttosto sul cervello e sull’autoironia pungente e sarcastica.

Franca Valeri è davvero patrimonio della nostra cultura nazionale.

 

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Glen Sorestad, "Betulle danzanti"

29 Giugno 2020 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Betulle danzanti - Poesie scelte di Glen Sorestad - traduzione di Angela D'Ambra (Impremix Edizioni, 2020) è un riconoscimento all'esemplarità del mondo naturale, una cartolina d'autore in cui ogni paesaggio dell'anima è una rappresentazione pittorica dipinta sulla carta, un'istantanea immanente della forza generatrice e della realtà sensibile. I versi, mescolati ai colori raffigurati, lusingano la bellezza assoluta della natura, le immagini la raccontano come una passeggiata letteraria intorno ai luoghi amati e vissuti dal poeta in Canada. Il poeta frequenta il misticismo poetico con la prosa simbolica del verso libero, allungato, sa assorbire le sensazioni esterne e coinvolgere l'intimità dell'ispirazione, includendo lo spazio esteso di ogni inclinazione per la partecipazione profonda e solidale alla vita. Leggere Glen Sorestad è immergersi nel romanticismo dell'universo, ad equilibrio e valutazione di tutti gli eventi e delle reazioni emotive dell'uomo e del suo peregrinare. Il poeta riceve accoglienza dagli scenari circostanti, respira la gentilezza di ogni alito di vento, ristabilisce i cambiamenti delle stagioni, nutre il mantenimento dei ricordi. Il vincolo vitale, l'affinità simbiotica con lo spirito comunitario sono i legami enfatizzati nella sua poesia, nell'atmosfera comune e popolare di ogni libera condivisione. Un'efficace interpretazione dello spirito e della materia in relazione ai principi perenni che abitiamo e rispettiamo. Il poeta osserva i dettagli del mondo, nell'identità delle sue esperienze di vita, è profeta alla ricerca di risposte sensibili. L'estatica armonia con l'essenza fenomenica accorda un'autobiografia interiore, diffonde una visione sconfinata di infinite prospettive, una poetica panteistica dell'energia vitale. La capacità estetica dell'autore è la premurosa intuizione dello stupore, l'incantevole fiducia nell'evocare territori suggestivi, attraverso la mediazione illuminata della comprensione. Glen Sorestad è un autore contemplativo, assorto nella “danzante” volontà di vivere e nella disponibilità nobile della percezione emotiva. Il poeta esplora, ascolta e analizza per ospitare e comunicare ogni riflessione sostenendo il personale sollievo rigenerante, destinandolo all'esuberanza dell'umanità. La conservazione cortese dell'elegia, sussurrata ed indulgente, rivela nuovi orizzonti linguistici, esprime la commozione necessaria nella descrizione delicata di ogni piccola cosa, di un pensiero, di un gesto, di un'istante che meritano di comporre il miracolo della poesia. Ne è esatta coincidenza l'omaggio lirico al poeta Walt Whitman che scriveva: “...la domanda, ahimè, la domanda così triste che ricorre – Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah vita? Risposta: Che tu sei qui – che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso.”

 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

 

Aide memoire

 

Il mondo ha inizio e fine nel ricordo:

ciò ch'io ricordo è ciò che sono.

Quel filo d'erba che, ragazzo, io

strappai sì che al soffio mio vibrasse

davvero l'aria sgretolò col suo stridore?

Un mondo ricordato ha in sé verità

e realtà assai più chiare d'echi.

Nelle mani a coppa del ricordo

la verde, fine festuca di ciò che siamo

freme d'un suono così raro.

 

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Notturno

 

1.

La notte non è mai abbastanza scura per qualcuno.

Sempre ci saranno cose da celare.

 

Il freddo parla la sua propria lingua. Ascolta.

L'orecchio più sordo udrà qualcosa.

 

Paura non avere di notte, freddo, buio.

E' di noi stessi che dobbiamo aver paura.

 

2.

Un cuore aperto sentirà sempre il male.

Chiudilo, se devi. Tutti i cuori muoiono.

 

I cuori aperti sanno la gioia del sì.

I cuori chiusi solo la pena del no.

 

Solo un folle tenta di fermare il vento.

Lo stesso folle tenta di fermare il male.

 

La mano aperta è soddisfatta di sé.

La mano chiusa sempre si chiede perché.

 

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Clessidra

 

Le prove sono ovunque. Granelli di sabbia.

I nostri giorni vanno persi in banalità: riunioni,

appuntamenti, liste di commissioni, note su post-it

 

incollati ad ante di credenze perché non ci sfuggano,

fissati da magneti al frigo come comandamenti,

o affissi come strazianti appelli per micetti smarriti,

 

tersi promemoria delle nostre vite divenute

una colonna sonora di arrivi e partenze,

il suono e la voce di calendari e diari.

Ignoriamo l'immagine – la sua metà inferiore,

con la sabbia in aumento. E' il ritmo crescente

dei funerali cui assistiamo che ci fa pausare,

 

che ci fa sentire la misura, l'urgenza,

il rullo premonitore del tamburo.

Colpo dopo colpo, grano dopo grano.

 

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La bellezza è dove la trovi

 

Perché negare che Bellezza

può illuminare un giorno di gennaio

quando il vento fa una sosta

e l'aria è un silenzio,

una coltre d'attesa?

 

Persino quel misero sole,

quella volpe furtiva

che striscia sempre a sud,

fa balzare brillanti sfaccettature di diamante

sulla neve scolpita,

malva d'ombra.

 

Questa cartolina invernale

m'appaga,

non mi soffermi a lungo

ad ammirare l'algido prodigio

dei luccichii della neve, preso

tra contraddizioni -

bellezza o tepore.

 

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Suoni

 

Ecco. Quello è il suono

che m'è mancato – il suono

che m'infiamma i sogni,

che nella notte viene e va:

un tiptap di strascico di vento

in moto fra betulla e pioppo,

che struscia i fianchi

su punte di peccio e pino.

Bentornato, dice.

 

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Betulle danzanti

 

Betulle, sull'isola,

pallide danzatrici invernali,

braccia protese verso l'alto,

a invitare il sole,

eseguono la loro lenta danza,

facendo fluttuare le foglie nuove

con l'arte delle geishe.

 

 

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Giovanni Dall'Orto -Massimo Basili, "Italia arcobaleno"

26 Giugno 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

Giovanni Dall’Orto – Massimo Basili
Italia arcobaleno

Luoghi, personaggi e itinerari storico - culturali LGBT
Edizioni Sonda - pag. 240 - Euro 19,90

 

La prima guida italiana LGBT, turistica e storica, che vi porta alla scoperta di Firenze, Milano, Roma, Torino e Venezia come non ve le hanno mai raccontate e come forse non sospettavate che fossero. Per esempio scopro dal libro che Cesare Pavese era gay, forse non è una verità apodittica ma un’opinione discutibile, resta il fatto che una lettera di Irene D. di Ivrea, amica dello scrittore, farebbe propendere per tale indicazione. Ergo la casa torinese di via Lamarmora 35 è inserita nell’itinerario, così come troviamo Piazza XVIII Dicembre, dove Edmondo De Amicis scrisse Cuore, perché - pur non essendo gay - ha trattato il tema del cameratismo maschile in caserma. A Roma abbiamo la casa di Arcangelo Corelli, in piazza Barberini 2, grande compositore barocco innamorato del bel violinista Matteo Fornari, pure se il genio sepolto al Pantheon in vita non ammise mai il suo orientamento. Non può mancare la casa di Leopardi, in via dei Condotti 81, dopo le malignità scritte da Ranieri sul conto del poeta di Recanati, che gli autori riportano con precisione certosina, facendoci capire che la famosa Silvia forse era soltanto un amore poetico. Firenze è la città più omosessuale d’Italia per storica tolleranza culturale, quindi non può mancare la Bottega di Donatello in via dei Servi, noto sodomita, che sporcava di fuliggine i suoi garzoni perché non piacessero ad altri. La Casa Buonarroti, in via Ghibellina 70, con i ritratti dell’artista è tappa immancabile, rifugio degli amori omosessuali del grande scultore, primo tra tutti Tommaso de’ Cavalieri. A Milano - città dove la comunità LGBT è florida - non vi perdete il monumento a Carlo Porta (via Larga Verziere), che non era gay ma cantava la sessualità senza finzioni, parlava di prostitute e donne da postribolo, condendo la sua poesia di umorismo graffiante. Infine Venezia - meta di turismo sessuale sin dal Rinascimento - con la Lapide di Mario Stefani (sestiere di Santa Croce), coraggioso poeta omosessuale che scriveva versi sinceri nei primi anni Sessanta e che ha pubblicato Poesie a un ragazzo (1974). Abbiamo dato solo poche indicazioni, il libro racconta in sintesi la storia dei luoghi, citando persone e fatti quotidiani, vicende di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, inserendo il tutto nel contesto di una vera e propria guida turistica che vi porta a conoscere – da un insolito angolo di osservazione – le più importanti città italiane. Giovanni Dall’Orto, autore dei testi, storico e giornalista, si occupa di storia dell’arte in chiave LGBT e la sua competenza è altissima, basta scorrere le documentate pagine di questo testo divulgativo. Per approfondimenti si rimanda a Wikiping.org, oltre a una notevole bibliografia. Massimo Basili, illustratore e giornalista, realizza disegni con stile fumettistico che rendono agevole e pratica la guida, un prodotto editoriale interessante, realizzato con cura. Sonda è un editore che merita tutta la nostra attenzione, con un catalogo ricco e sofisticato, molto vicino alle problematiche sociali.

 

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Mirko Tondi, "Era l'11 settembre"

19 Giugno 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

 

Era l’11 settembre

Mirko Tondi

 

Toutcourt Edizioni, 2020

pp 175

12,00

 

Un romanzo non romanzo, il meno d’azione di Tondi ma forse il più interessante. Qui l’autore abbandona ogni velleità di scrittura di genere, seppur mixata, autoironica e rivisitata, per scrivere semplicemente di ciò che conosce, ovvero, le ambizioni letterarie frustrate, le difficoltà esistenziali e il cosiddetto blocco dello scrittore. Il protagonista è un ghostwriter, un uomo giovane con moglie e figlia, che vive una sorta di angoscia dovuta al suo bisogno di scrivere e all’impossibilità di farlo. Ciò si traduce in scontentezza e isolamento.

Non sempre siamo in grado di sapere cosa faremo da grandi, spesso si resta nel limbo di un’ambizione e di un talento che, tuttavia, non si concretizzano in reali produzioni di valore. Insomma, si scrive bene e volentieri ma non si è ancora generata “l’opera del secolo”. E, intanto, il tempo passa, gli amici si sposano e fanno carriera, mentre noi rimaniamo sempre appesi a una speranza che avvizzisce.

Ma un giorno il protagonista incontra Nando Barrella, un anziano vedovo che ha perso l'unico figlio in un banale incidente stradale proprio l’11 settembre, il giorno dell’attentato alle Torri Gemelle. Barrella chiede al giovane di scrivere per lui la storia della morte prematura del figlio ma, soprattutto, dei troppi non detti, dei silenzi e degli errori che hanno accompagnato il rapporto di Barrella con il ragazzo – della cui fine il padre si sente colpevole – e con la moglie, alla quale ha tarpato ali e aspirazioni musicali.

La morte del figlio, proprio in un giorno tanto particolare per l’umanità, porta il protagonista a concentrarsi sull’attentato e sulle varie teorie complottiste, al punto da trascorrere nottate al computer perso in sterili ricerche, invece di progredire col romanzo che – a prescindere dal suo lavoro di ghostwriter ed editor - sta tentando di scrivere.

Sarà l’incontro con Barrella - il dolore muto e dignitoso del vecchio, la solitudine che in qualche modo il protagonista sente affine, l’amore per la musica - ad accendere la scintilla che rimuoverà il blocco. Il giovane autore adotterà uno pseudonimo dietro il quale si sentirà finalmente libero di far fluire la sua creatività. (Il tema del nome e della sua importanza era già stato toccato da Tondi in Nessun cactus da queste parti).

Barrella e lo scrittore sono due personalità in declino. L’anziano invecchia nella sua sofferenza amara e senza sfoghi, lo scrittore annega nel fallimento e nell’incompiutezza. Attorno a loro una società che digrada, un crepuscolo degli dei costellato di attentati, terrorismo, incapacità dell’uomo di convivere con i suoi simili, sovrabbondanza di parole pronunciate da giornali, televisione, web. E tutto questo rumore, questo brusio di fondo, diventa silenzio che solo la musica può riempire nuovamente di significato.   

La trama è semplice ma infarcita di citazioni colte. Un romanzo che parla di se stesso, del percorso creativo ma, soprattutto, di altre opere letterarie, cinematografiche e musicali. Un romanzo scritto bene, da chi con la letteratura convive per mestiere e per passione.

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Tulipani di seta nera

15 Giugno 2020 , Scritto da Cinzia Diddi Con tag #cinzia diddi, #cinema, #moda

 

 

 

 

Siamo giunti alla XIII edizione del Festival Internazionale Film Corto a Tema - Roma - dal 18 al 22 Giugno 2020.

Il Festival Internazionale Film Corto “Tulipani di Seta Nera”, ha come obiettivo, come si legge sul sito stesso del festival, quello di promuovere il lavoro di giovani autori che, con le proprie opere, descrivono, tramite le immagini, “non il semplice racconto di una diversità, ma l’essenza della diversità, sapendola soprattutto valorizzare”.

 

Intervista alla Stilista Cinzia Diddi.

 

Lei farà parte della giuria di Varietà nella XIII Edizione del Festival Internazionale Tulipani di Seta Nera?

Si, sono felicissima, amo il cinema, ne seguo e ne ho seguito come stilista molti set. Questa sarà una bella avventura, per adesso sono già usciti alcuni articoli relativi alla mia partecipazione insieme ad altri giurati, alla conferenza stampa. Oltre a questo non posso aggiungere molto altro. Seguiteci, dal 18 al 22 giugno.

 

Quanto è legata al cinema?

Molto, al cinema devo molto. Se vuoi rimanere in questo settore devi essere professionale. Non ci si può improvvisare. Il mio ruolo è quello di lavorare in stretta collaborazione con sceneggiatrice e scenografa per la cura dei dettagli degli abiti che dovranno essere contestualizzati e non sovrastare né il personaggio né l’ambientazione.

 

Quanto è importante un abito?

È fondamentale. Spesso rivela aspetti e dettagli del personaggio più di quanto lo facciano le parole.

 

Quali sono i progetti per il futuro? E Quale l’ultimo a cui ha lavorato?

Sto seguendo film con attori internazionali. Uno degli ultimi progetti cui ho partecipato, e nel quale, oltre a seguire la protagonista Milena Vukotic come consulenza d' immagine e con i miei abiti, ho partecipato con una piccolissima parte dove ho interpretato me stessa. Il film è Selfiemania di Elisabetta Pellini, con una splendida Milena Vukotic ed un esilarante Andrea Roncato, direttore alla fotografia Blasi Giurato.

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Paolo Cordaro, "Memorie in versi"

13 Giugno 2020 , Scritto da Gino Pitaro Con tag #gino pitaro, #recensioni, #poesia

Paolo Cordaro, "Memorie in versi"

 

 

 

 

Memorie in Versi (WritersEditor, 2020) è la nuova silloge del poeta tiburtino. Più volte ho detto che, secondo me, Paolo Cordaro è un poeta necessario, che canta un luogo di transizione tra la periferia romana e le adiacenze a essa: una specificità territoriale che a sua volta è portatrice di storia e tradizioni di grande importanza, legata a Tivoli. È un poeta che va a occupare un vuoto preciso, perché l’umanità e le emozioni di cui trattano i suoi versi, collocabili prevalentemente tra gli anni ’70 e ’80, per poi confluire in un presente spesso formale - che ambisce al politicamente corretto, ma soggiogato nella sua labirintica umanità -, ci restituiscono la memoria di un affresco urbano particolare e al contempo universale nell’immaginario italiano.

La pianura delle Acque Albule (Albula peraltro è il nome primigenio del Tevere), reifica una romanità territoriale sganciata dalla Capitale eppure ancora più verace, come per molti versi quella di borgata, che nel suo (nostro) caso però dipende da un territorio prestigioso, quello di Tivoli. Essendo io residente in questi luoghi da diversi anni, sentivo la necessità di recuperare la memoria di un posto così particolare, con le terme, le fonti, che una volta penetravano sottotraccia nel dedalo delle strade, il suo non più forte odore di zolfo, così salutare, che richiama un’idea di veracità, libera, quasi selvaggia tra canneti, anfratti, boschi, laghetti, ninfe e sibille. In questo senso per me il poeta risponde a un dovere di recupero profondo. Se Cordaro non ci fosse bisognerebbe inventarlo, e in fondo la sua poesia si innesta nella progressione sociale dell’area, ormai facente parte di Roma Città Metropolitana, che ha visto cambiamenti, interazioni, la grande immigrazione dall’Est Europa, una forte espansione dell’edilizia residenziale, dovuta anche alla scelta abitativa di impiegati e operai che lavorano nel cuore di Roma. Io stesso che vi abito dal 2004 l’ho vista mutare, e ancora in quegli anni era considerata un limbo, mentre oggi è luogo ambitissimo in cui vivere e da cui muoversi, merito anche dei lavori di potenziamento dei trasporti, a iniziare da quelli della ‘metro regionale o provinciale’ FL2.

La poesia di Cordaro è anche fortemente generazionale, legata a quei contesti di canzoni, di pallone (e di pallonari), muretti, chiacchierate, amori, che si sostanziano in classi di età aperte al mondo ma ancora lontane dal digitale e perfino dall’analogico per molti versi. La sua sensibilità è per determinati aspetti affine alla mia, nell’esplorare e curare nicchie esistenziali fatte di persone, mestieri, e varia umanità che dialogano con i mattoni, il legno, le colle, i cantieri, i calcinacci, le polveri, il cemento, che fanno capolino con i tanti ‘nzi capito’ e poi esibiscono alla vista mani che vogliono dire esperienza, che si guadagnano il rispetto da parte degli altri e resuscitano sentimenti cotti dal sole o conservati dal freddo; un percepire crepuscolare, introspettivo, che si esalta in quelle geometrie di passaggio e transizione rappresentato dalle rotaie, dai caselli, dalle stazioni: luoghi di ‘meditazione’ e che invitano a guardarsi e a pensare per eccellenza, che fanno da amplificatore delle emozioni, perché la borgata è alle spalle, perché dalle stazioni si parte, perché i binari portano lontano e il cuore della Capitale deve ancora essere raggiunto.

Concrezioni urbane, quelle del poeta, che sono ‘Piccole case d’avorio/con gli occhi di smeraldo/tutte uguali/tutte in fila come noi/con i piedi nudi sull’asfalto/a scattare, a rincorrerci/giù per la discesa/giù fino alla “Z”/per accendere il gran falò/e farlo più alto che si può. (da Borgonuovo), ma Nella stagione del sole che/tramonta alla fine della via,/giocavamo a rincorrerci/in controluce, senza tregua,/sul campetto della quarta strada,/al confine dell’asfalto,/tra la casa di Felicetto e/quella di sor Michele,/cauti dallo zoppo con le forbici che/interrompeva i sogni sfregiandoli,/in quello spazio/dove si volava da una porta all’altra,/in barchette di cotone blu/o in scarpini di cartone,/col pallone che andava a vento… (da La Stagione del Sole).

Consiglio vivamente questo libro a tutti, ma soprattutto ai cittadini tiburtini di tutte le generazioni. Cordaro è zolfo che accende i circuiti della mente, innesca scintille che illuminano percorsi esistenziali, mentre a volte è acqua albunea che ci trasporta in luoghi ameni, agrodolce fiume della nostalgia. Il poeta inoltre ormai è un pilastro culturale di iniziative sempre più importanti. 

 

Paolo Cordaro nasce a Bagni di Tivoli (oggi Tivoli Terme) il 30 agosto 1966.

Scrive poesie e racconti da più di venti anni. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie: A tua immagine (2002), Gocce di Sole (2006), Aulenti Dintorni (2009), La meta dell’essere (2012), Frammenti d’Essenza (2014) e nel 2016 Il Senso del Cammino, un poemetto composto dal 540 terzine diviso in 14 canti, mentre del 2018 è la volta di Suadenti Sensazioni, una raccolta di poesie d’amore con la prefazione curata da Marcia Theophilo, poeta candidata al Nobel per la letteratura

Le mie poesie sono emozioni in versi, sono la mia libertà di confrontarmi con le brutture del mondo moderno. Metto in versi i miei ricordi di infanzia, le mie prime passioni, ma anche ciò che sono adesso. Vivo le emozioni della poesia come ossigeno. Non potrei mai vivere senza riempire i fogli bianchi delle mie emozioni.

È membro di Giuria del Premio Internazionale di Poesia Orazio, da lui ideato.

 

 

Note biografiche di Gino Pitaro:

Nel suo percorso svolge varie attività, tra cui quella di redattore e di documentarista indipendente.

Nel 2011 il suo esordio con I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore), poi per la Ensemble pubblica rispettivamente nel 2013 e 2015 Babelfish, racconti dall'Era dell'Acquario e Benzine, vincendo numerosi premi letterari.

La Vita Attesa è il romanzo per Golem Edizioni pubblicato nel 2019

L'autore vive in provincia di Roma.

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Delia Carta, "Una storia"

12 Giugno 2020 , Scritto da Fabiana Giaccu Con tag #fabiana giaccu, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Una Storia

di Delia Carta

 

p. 43

Albatros, 2019

Prezzo 9,90

 

 

 

Una storia è un racconto poetico di una giovane vita, quella di una donna che, trasferitasi dal centro della Sardegna a Milano per inseguire il suo sogno, affronta l’ingresso nell’età adulta, talvolta con sicurezza e determinazione talvolta nel dubbio e nello smarrimento.

Sono parole che provengono da un’anima profonda che si è messa a nudo, parole di vita che l’autrice ha deciso di guardare in faccia e affrontare.

La lettura di queste poesie è molto scorrevole, dato il linguaggio semplice, ma è inevitabile soffermarsi a leggerle più volte perché riescono a creare un legame con la tua parte più profonda.

Quest’anima delicata ti parla sincera, con la sensibilità di chi ha conosciuto l’amore, quello vero, fatto di vette ma anche di voragini molto profonde ed è stato molto bello fare la sua conoscenza.

Una storia è per chi apprezza il racconto in versi e non si fa spaventare dalla poesia.

 

 

Vola

da “Una Storia”

 

Se questo non è cadere

allora,

non è altro

che volare.

 

Buona Lettura

 

F.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Nove domande e mezzo a Marta Bandi

9 Giugno 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #interviste, #poesia

Disegno di Walter Fest

Disegno di Walter Fest

 

 

 
 
 
Gentilissimi amici del blog che, attraverso la cultura, illumina il vostro sorriso, oggi abbiamo il piacere di avere nostra ospite Marta Bandi, una donna che scrive realmente con il cuore in mano. Marta Bandi esprime la sua poesia con parole semplici ma profonde, un'umanità che nel nostro quotidiano c’è ma non si vede, finché non arriva una scrittrice come lei. Attraverso un linguaggio spontaneo e sincero ci aiuta nella comprensione dei fatti della vita.
Marta Bandi non cerca scorciatoie dialettiche e non vuole fare colpo ma, con una sua naturale e umile espressività, ritmata da un'armonia sensibile e delicata, offre al lettore pagine di comprensività e amore per la vita.
 

1) Quando hai iniziato a scrivere?

Da bambina avvertivo il bisogno di prendere carta e penna e ricorrere alla scrittura, racchiusa in una bolla di volontaria solitudine, per scrivere brevi poesie o pagine di diario. In seguito, per svariati motivi, ho messo in stand by questa passione, fino a quando, circa due anni fa, ho partecipato al "Corso di immaginazione scontenta" di Alessandro Mazzà (capitano di #Libereria). Da allora ho ripreso carta e penna e (come scrivo nella poesia che apre il mio libro) ... il fiume sotterraneo è emerso...

 
2)Grazie al tuo yogurt preferito hai vinto un weekend su Marte, il pilota della navicella spaziale è Luigi Pirandello, come su un bus non sarebbe consentito parlare al conducente, ma tu non puoi fare a meno di chiedergli...
 
Gli chiederei: Sig. Pirandello, non pensa che le maschere che indossiamo, spesso, siano l'effetto di incontri sbagliati, sfortunati che ci capitano nella vita?
Penso che, quando ci relazioniamo con una persona empatica, ci liberiamo dalle maschere che indossiamo e siamo noi stessi, cioè facciamo prevalere l'io che in quel momento ha più necessità di esprimersi e quindi più vero.
È difficile capire chi si ha di fronte (un po' come riconoscere un buon vino) e allora le maschere ci aiutano a difenderci.
Speriamo di fare begli incontri su Marte!!
 
 
3)Per la lettura del tuo libro, quale potrebbe essere la colonna sonora più appropriata?
 
Ho pensato a The sound of silence di Paul Simon e Art Garfunkel. È una canzone nata più o meno con me. Il testo parla d'incomunicabilità, un tema che sento mio, ed è nel silenzio che amo stare quando ho bisogno di nutrirmi del suo suono per rigenerarmi.
 
 
4)Sei sindaca di Roma per un mese, che faresti per la cultura?
 
Roma è il più grande museo a cielo aperto e, secondo me, la città più bella del mondo. Mi piacerebbe organizzare pullman giornalieri che portassero, gratuitamente, le persone dalle periferie al centro, per tour, visite guidate ecc... Insomma, un mese di full immersion nell'arte, nella storia e nella bellezza. E poi, dato che ci sto, approfitterò, non capita tutti i giorni di poter essere sindaco di Roma, e pertanto avrei in mente una serie di iniziative: 1)Recupero di vecchi barconi o utilizzo di barconi funzionanti per navigare lungo il Tevere, con a bordo band e musicisti emergenti, a rotazione 2)Allestire mostre di artisti importanti nelle periferie 3)Organizzare visite guidate, in collaborazione con gli istituti superiori (artistici, accademie, ecc.) per coinvolgere gli studenti che avrebbero l'opportunità di fare da Ciceroni agli alunni più piccoli di elementari e medie 4) Occupare i nonni interessati in lezioni/attività/racconti ai bimbi nel doposcuola. I nonni potrebbero arricchire, con la loro esperienza, la didattica scolastica, facendo appunto la compresenza in classe accanto alle insegnanti. Sarebbe interessante anche a livello umano. 5) Favorire, con mediazioni e agevolazioni, una partnership fra librerie e locali pubblici (bar, pizzerie, ristoranti, ecc.) con l'idea di allestire angoli libreria nei locali che aderiscono, gestiti dai librai. 6) Darei carta bianca con un bando ufficiale d’assegnazione a sorteggio a street artist nazionali e internazionali assegnando loro il compito di abbellire tutti i muri abbandonati di Roma… per Roma lo farebbero anche gratis.
 
 
5)Come è nata in te l'ispirazione per Parlami di un fiore?
 
Il fiore rappresenta la bellezza. Parlami di un fiore è una metafora che significa: parlami di bellezza, parlami di qualcosa che mi alleggerisca dai pesi del quotidiano. È la ricerca della tranquillità dell'animo (Seneca).
 
 
6)Nel tuo prossimo libro di che cosa vorresti parlare?
 
Un mio eventuale secondo libro mi piacerebbe fosse una raccolta di racconti brevi, ispirati a situazioni realmente accadute anche autobiografiche. Al momento è un desiderio, chissà.
 
 
7)Te la senti di improvvisare una poesia per i tuoi lettori?
 
Non è facile improvvisare ... avrei bisogno di concentrazione. Scriverò un verso ...
 
Scrivo quando l'anima deborda
Quando il cielo si tinge di rosa
Quando un alito di vento
Spazza via i cristalli di freddo
Sulla pelle
Scrivo
Quando l 'Amore mi chiama Amore.
 

8)Come descriveresti l'atmosfera che si respira in Libereria?

Libereria è tante cose. Oltre a essere un consorzio di autori (come tutti sanno) è incontri, raduni, scambi sinceri di affetti, ascolto, famiglia. L'atmosfera è, da un lato sempre piacevole e accogliente, dall'altro lato stimolante, in continuo fermento.

9)Scrivi per te stessa o scrivi per il lettore?

Il tempo che precede lo scrivere è un tempo di riflessione, di messa a punto di un pensiero, di scavo interiore, e questo lavoro è in evoluzione fino a quando metto il punto finale. Sono momenti nei quali non penso al lettore, penso a scrivere quello che sento, ed essendo io la prima lettrice, voglio esserne convinta. Successivamente il mio auspicio è di arrivare a di trasmettere qualcosa agli altri: un'emozione, un'immagine poetica evocativa, un pensiero condiviso.

1/2) Non ti chiederò perché scrivi, ma bensì che cosa scatena in te la voglia di farlo, al momento che ti accingi a scrivere la prima battuta qual'è il tuo primo pensiero, dove trovi la forza espressiva?

La voglia arriva all'improvviso, non so di preciso cosa la scateni, è un lampo, un'illuminazione, un friccicore (termine romanesco) a volte acuto. Il primo pensiero è di soddisfazione per qualcosa che sta nascendo, sta prendendo forma. La forza espressiva la trovo nell'introspezione ma anche intorno e fuori di me. La natura è una potentissima forza ispiratrice.

 

 
Sono Marta Bandi, nata sulle colline romagnole negli anni 60. Vivo a Roma da tanti anni, sposata con Davide e mamma di Lucrezia e Samuel.
 
 
 
Mi abbraccio
da "Parlami di un fiore".
 
 
Vorrei incontrarmi
un po' di più
per parlare con me stessa
domandarmi
quanta pelle
ho lasciato nei sentieri
quante facce ho abbandonato
trascurato
le scintille
che non ho alimentato
quanti no e quanti sì non ho pronunciato.
Vorrei incontrarmi un po' di più
Per essere la mano
che mi accarezza il viso
le braccia che mi stringono
in un incontro benevolo
e sincero
con me.
 
E così, amici lettori, con questo poetico abbraccio tratto da Parlami di un fiore, offertoci dalla bravissima scrittrice Marta Bandi, nel ringraziarla per la sua arte e per la sua disponibilità, vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo incontro a sorpresa. E ricordatevi sempre che l’arte è per tutti e non nuoce gravemente alla salute.
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