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C'era una volta la Romagna: “le mucche”

21 Marzo 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

 

 

Il nonno aveva una piccola stalla piena di mucche e ne era orgoglioso, le curava, le puliva, dava loro da mangiare e da bere, due volte al giorno mattina e sera, prendeva una piccola seggiola e si accostava per mungerle. Si sedeva nella posta, poggiava la testa contro il ventre della vacca che lo lasciava fare calma e paziente, poi iniziava a tirare le mammelle ora una, ora l'altra, fino a farne uscire un lungo schizzo di latte che finiva caldo e schiumoso dentro il secchio tenuto stretto fra le ginocchia. Lo schizzo colpiva l'alluminio del secchio con forza e provocava un suono metallico, schizzo dopo schizzo ne usciva una specie di musica che calava di intensità mano a mano che il secchio si riempiva.

Mi raccontava mia madre che durante i lunghi inverni di neve e gelo, ben prima dell'avvento della televisione, le stalle erano state per le famiglie contadine il punto di ritrovo serale. Si andava “a veglia” una sera da una famiglia e una sera dall'altra per stare tutti insieme e le stalle diventavano il centro della vita sociale e familiare. Fuori nel cielo sereno splendeva fredda la luna e dentro si sentiva il vento fischiare da un vetro rotto o dalla fessura di una porta, mentre le mucche, sdraiate, ruminavano piano, e ogni tanto qualcuna lasciava andare un rumoroso respiro che faceva compagnia. Con il caldo delle bestie e la luce di un lume a petrolio, le donne filavano la lana, la nonna era maestra nel far “prillare” il fuso, rammendavano, lavoravano ai ferri creando calzini, guanti e sciarpe, mentre gli uomini, aggiustavano gli attrezzi, intrecciavano ceste di vimini, facevano scope di saggina e quando era festa suonavano l'armonica e giocavano a carte.

A tenere banco però erano i racconti dei vecchi, una sorta di libro orale tramandato di padre in figlio, dal quale trarre favole che i contadini, molti dei quali analfabeti, pur non sapendo leggere, raccontavano benissimo. Le nonne narravano storie di morti che vagavano nella loro terra senza pace, di folletti e di spiritelli che popolavano le campagne e, durante la notte, si infilavano nelle stalle per fare dispetti, così la mattina facevano trovare le criniere dei cavalli annodate in piccole trecce.

La campagna era piena di luoghi dove dicevano che “ci si vedeva” e “ci si sentiva”, specialmente di notte lungo le strade fiancheggiate da siepi o nei pressi di mulini e sotto i ponti.

I bambini più grandicelli ascoltavano a bocca aperta, un pochino spaventati, tornando a casa, a passo svelto, non si allontanavano mai dai genitori e si guardavano intorno circospetti, tenendosi per mano, perché una volta in campagna la notte era veramente buio, un buio nero, avvolgente, che oggi non possiamo nemmeno immaginare.

Quando arrivava l'estate le mucche venivano portate all'aperto, lungo il dorsale della collina c'erano distese di terre non coltivate che, adibite a prato, servivano per il pascolo. Si usciva la mattina ben presto, dopo la prima mungitura, la strada era lunga ma le mucche pareva sapessero da sole dove andare. Il nonno per farsi aiutare addestrava dei cani da pastore. Li chiamava tutti Lupo, perché appena uno invecchiava un poco, aveva sempre un altro cucciolo che lo affiancava e imparava il mestiere. Lupo e Lupino, i comandi secchi, dati in dialetto, facevano scattare i cani che, di corsa, scodinzolanti, andavano davanti al branco e, abbaiando, radunavano le mucche per condurle dove l'erba era più fresca e soprattutto lontano dai campi coltivati a trifoglio, perché, anche se le bestie ne erano golosissime, le faceva gonfiare e stare male.

Ricordo un'estate, il cane era vecchio, si ritirava sotto un carro, dove trascorreva quasi tutta la giornata, raramente ne usciva, non voleva nemmeno mangiare, quasi sentisse di non poterselo più guadagnare. Il Lupo giovane la mattina gli andava vicino festoso, lo annusava e abbaiando lo invitava ad uscire per accompagnare le mucche al pascolo, lui si girava dall'altra parte con gli occhi umidi, le orecchie basse e il muso appoggiato per terra. Solo a sera, al ritorno del branco, si rizzava faticosamente e muoveva qualche passo. Quasi cieco, mezzo sordo, usciva da sotto il carro e aiutava, abbaiando stanco, a far rientrare le mucche nella stalla, poi con la coscienza di aver assolto al suo dovere, ritornava quieto sotto il carro. Una mattina andai a portargli la scodella del latte, ma Lupo non si muoveva, non alzò il suo “musone” triste per salutarmi. Chiamai urlando lo zio che, venuto, alzava le zampe una ad una e le lasciava cadere, “l'è mort” disse senza tante cerimonie e, presolo per la coda, lo tirò fuori da sotto il carro. Lo sollevò tra le braccia e tutti in fila, in silenzio, andammo a seppellirlo sotto una siepe di biancospino. Io faticavo a trattenere le lacrime, mia cugina raccolse alcuni fiori gialli dal campo e li posò sulla terra mossa.

A primavera quando improvvisamente la siepe fiorì, immaginai che fossero le chiazze bianche del pelo di Lupo ad aver ammantato i rovi. Ho imparato tanto nelle mie estati in campagna, le cose belle mi hanno insegnato ad amare la vita, le brutte invece ad affrontarla.

Spesso durante il giorno era nostro compito andare “dietro “ le mucche, il nonno ci diceva come e dove portarle e il Lupo di turno, bravissimo, faceva il resto. Noi in realtà giocavamo, facendo capriole nei prati e la sera quando calava il sole ci avviavamo verso casa, le mucche si fermavano al laghetto per abbeverarsi a lungo e durante l'ultimo tratto in salita io e mia cugina ci facevamo trainare attaccandoci a una coda. Arrivati sull'aia a noi spettava il bagno, e al cane la zuppa, a cui si avvicinava rigorosamente soltanto dopo essersi sincerato che ogni bestia fosse sistemata nella sua posta. Allora si sdraiava, esausto, al riparo da tutti e rosicchiava per ore il suo osso che teneva stretto tra le zampe anteriori. Gli piaceva farsi accarezzare dalla brezza serale, disteso vicino la stalla con la testa in ombra e la schiena verso il tramonto, la coda si agitava, spazzando la terra e sollevando la polvere, appena passava un bambino.

Una sera, ricordo, c'era fermento intorno alla stalla, una delle mucche doveva partorire e noi bambini curiosi ci eravamo precipitati all'interno dove, seduti in prima fila su una balla di fieno, guardavamo lo zio che fungeva da veterinario. Arrivò il nonno, arrabbiatissimo, guardandoci truce e agitando il cappello come faceva quando scacciava le mosche, ci mandò via in malo modo, perché “non erano spettacoli adatti ai bambini”. Ovviamente nessuno di noi pensò minimamente di ubbidire, troppa era la curiosità di vedere un parto in diretta. I più piccoli volevano sapere se avrebbero visto sant'Antonio Abate in persona portare il vitello, perché questa era la versione che raccontava loro la mamma ogni volta che al mattino trovavano un nuovo nato nella stalla. A spinte e gomitate ci sistemammo, assiepati fuori da un finestrone proprio di fronte alla posta dove giaceva la mucca con le doglie. Restammo colpiti a vedere lo zio che si accertava della salute dell'animale e la accarezzava con la stessa dolcezza che usava con noi bambini. La mucca era accovacciata al suolo e mandava muggiti sempre più forti e angoscianti. Una sacca d'acqua color giallastro pendeva da sotto la coda. Gli occhi attoniti, la bocca aperta, trattenevamo quasi il respiro, il momento era giunto, vedemmo prima comparire le zampe anteriori del vitello e subito dopo il naso. La vacca muggiva straziata per il dolore e faticava a fare uscire il suo piccolo, allora lo zio, svelto, accertatosi che fosse disposto in maniera corretta, legò i piedi con una corda e l'aiutò tirando forte. Fu questione di pochi secondi e sgusciò fuori il vitellino tutto ricoperto da una pellicola biancastra. Lo adagiarono vicino alla madre, che cominciò a leccarlo e pochi attimi dopo era asciutto, pulito e tentava di mettersi in piedi, cadendo goffamente sulle ginocchia. Ci abbracciammo, eravamo contenti, le gote rosse per l'emozione. Guardavamo il vitellino, in adorazione, come se fosse figlio nostro. Tra gli adulti spesso sentivamo esprimere grande ammirazione per qualcosa di naturale come una quercia secolare, un grosso toro o un'abbondante nevicata, era la natura a far da padrona in campagna. L'uomo lavorava la terra, la donna lo aiutava e reggeva la casa, le bestie servivano entrambi. C'era una sorta di mutua solidarietà fra uomini e animali e c'era gratitudine nella comune fatica. A ognuno il suo. Quella sera fu difficile addormentarci, la scena era stata eccitante e inconsapevolmente ci rendevamo conto di aver assistito allo spettacolo più bello che la natura possa offrire: il miracolo della vita.

C'era una volta la Romagna: “le mucche”
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Un tuffo nel passato

20 Marzo 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Quando da piccola la mia mamma mi metteva tra le mani un libro – per “leggere come lei”, malgrado fossi ancora troppo piccola per farlo – non aveva idea di ciò che la lettura sarebbe divenuta per me. Non sapevo ancora cosa quegli scarabocchi scuri significassero, badate bene, ma quel testo tra le mani mi dava sicurezza. Mettendolo al contrario, lo sfogliavo, percependo già il fascino nascosto e un po’ misterioso delle pagine ingiallite dal tempo e rovinate dall’uso. Guardavo, scandagliavo con attenzione. Cercavo di fare come lei, sfogliando ogni pagina con calma e cura maniacale e focalizzando la mia attenzione su dettagli che, di fatto, non ero in grado di percepire. Con ossessione. Con passione. Quando poi ho imparato a leggere, ho volto la mia attenzione verso la sua immensa libreria, e da lì è iniziato tutto.

La cosa bella è che ancor oggi sento un immenso amore per i libri antichi, quelli che hanno una storia, un passato, qualcosa da raccontare che sia di cornice a quella che è la vicenda narrata vera e propria. Ogni pieghetta e sottolineatura è un ornamento, un decoro. Ogni foglietto dimenticato – magari tra il capitolo 7 e l’8 – è una storia dentro la storia. Amo l’odore di vecchio che impregna le pagine, quell’odore che sa un po’ di muffa e un po’ di polvere. È diverso da quello dei libri nuovi, di quelli che se li metti sotto il naso senti la fragranza dell’inchiostro e di fogli vergini su cui tu per primo imprimerai la vita, la tua vita.

Ho letto di tutto, prendendo avidamente dalla sua collezione ogni testo che pensavo potesse darmi sollievo.

Ho letto Stephen King – che poi si è impossessato del mio cuore, rimanendo impresso come un tatuaggio –, ma anche Mary Higgins Clark, Ken Follett, Jeffery Deaver e molti altri. Amavo il thriller e il risvolto macabro già allora, quando per spaventarmi bastava uno spiffero e una finestra ballerina. Ho letto qualche romanzo rosa, all’epoca, ma poco capivo dell’amore e delle sue sfumature… Preferivo quelle del terrore, più comprensibili e a portata di mano.

Amavo stare sveglia – gli occhietti aperti, spalancati verso la porta e quel tremore alle mani che non andava via nemmeno con la camomilla della mamma –, in preda all’agitazione, malgrado non lo potessi ammettere nemmeno a me stessa. La sensazione di rendere un libro tanto vivo nella realtà da permettergli di condizionare la mia mente era la forma di legame più forte cui potessi dare luce. Bambina paurosa e un po’ chiusa, facevo di quegli incubi impressi su carta ragione di vita o di morte. Mi ci avvolgevo completamente; davo il cuore e l’anima.

Poi i miei interessi si sono differenziati e ho ampliato le mie letture. Ora leggo di tutto, insomma, ma allora, in quei giorni lontani nel tempo e nello spazio, quello che cercavo era proprio il brivido. Il brivido di non poter chiudere gli occhi; il brivido di sentire rumori e sussurri e rintocchi; il brivido di fare della fantasia realtà.

Le mie letture giovanili mi sono tornate in mente nei giorni scorsi.

Ho scovato, recentemente, una vecchia libreria e l’ho eletta a paese dei balocchi. Mentre rivolgevo il mio sguardo un po’ qua e un po’ là, mi sono imbattuta in un’enciclopedia. La biblioteca del brivido. Ho letto qualche titolo, qualche autore. Poi mi sono fermata.

Mary Higgins Clark, Nella notte un grido.

Mi sono ricordata de La culla vuota e del brivido che mi aveva percorso la schiena all’ultima pagina. Avevo sì e no dieci anni. Rimasi sveglia per qualche giorno, dopo averlo letto, impaurita e condizionata da quella trama forte, da quei personaggi enigmatici. Da quel mistero che sapeva di abominio.

Allora l’ho comprato.

L’ho letto con avidità e con interesse, quasi fossi tornata quella bambina che, a lume di un’abat-jour della Disney e avvolta dalle coperte degli Aristogatti, trovava i meandri della terra e ci si immergeva.

La bella protagonista, Jenny, è una donna che va avanti, nonostante tutto… nonostante due figlie, nonostante i problemi economici pressanti e nonostante un lavoro dove non viene valorizzata. Ogni sera torna a casa e non ha tempo di essere felice, di godersi i migliori anni della sua vita. Quando il bell’Erich, pittore di spicco schifosamente ricco, inizia a farle la corte, a lei non sembra nemmeno vero.

Ho affrontato, durante la lettura, le sue stesse paure e i suoi stessi dubbi. Ho amato quel bell’artista tenebroso, voglioso di sicurezza e tranquillità. Così come Jenny, ho avuto pena per lui, per la sua incapacità di lasciare indietro la morte e il passato. Poi ho avuto, proprio come lei, paura. Sono stata confusa, stranita.

Dimentica di ciò che la Higgins Clark era capace di provocare, mi sono donata alle sue parole.

Un tuffo nel passato, un salto nel vuoto.

Sono rimasta sveglia a lungo, dopo la parola fine.

Alla luce di un’abat-jour viola, da adulta, in un letto matrimoniale grigio-pallido sito in una camera sobria in legno chiaro, mi sono sentita un po’ come allora.

Poi mi sono girata, ho spento la luce e ho dormito. No, il passato è solo passato.

 

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Sergio Toppi, "Sharaz-De le mille e una notte"

19 Marzo 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #vignette e illustrazioni

 

 

 

Sergio Toppi

Sharaz-De Le mille e una notte

NPE – euro 29,90 – pag. 255

 

Sergio Toppi (1932 - 2012) è uno dei grandi nomi del fumetto italiano degli anni Sessanta e Settanta - quando era un genere vitale e popolare non roba d’elite come adesso - uno che può stare alla pari con Hugo Pratt, Dino Battaglia, Milo Manara e Guido Crepax. Eppure molti se ne sono dimenticati, come capita spesso a grandi autori che hanno rappresentato il fulcro della nostra letteratura per immagini. Non io, cresciuto a pane e fumetti, senza per questo disdegnare i classici e i romanzi contemporanei, frutto come sono di una sana educazione postmoderna.

Toppi aveva il vantaggio di scrivere per il Corriere dei Ragazzi, per riviste considerate educative, rifaceva a fumetti i racconti di Buzzati, le Mille e una notte, scriveva racconti storici insieme a Mino Milani… Mio padre era un suo fan sfegatato, diceva che era un disegnatore che si rifaceva alla vecchia scuola del fumetto americano. A mio parere non è così vero, con Toppi siamo dalle parti dell’espressionismo tedesco e del realismo magico sudamericano. Toppi - per fortuna - non è stato dimenticato neppure da un piccolo editore colto e capace come Nicola Pesce, che dopo aver riscoperto Dino Battaglia prosegue nella sua opera meritoria di ristampare grandi opere del fumetto italiano. Il primo volume della collana Toppi è Sharaz-De, un modo agevole per avvicinare i ragazzi alla complessa lettura de Le mille e una notte, sceneggiate per immagini con estrema cura e con una ricerca linguistica certosina.

Il libro di NPE è stupendo, grande formato, rilegato, molte pagine a colori, dipinte ad acquarello, tanti originali in bianco e nero, schizzate con il tratto inconfondibile dell’artista milanese, stilizzato e nervoso, a base di chiaroscuri. Ottimi apparati critici, con una dotta introduzione di Matteo Stefanelli e un’intervista che Toppi ha rilasciato a Mariangela Rado, l’8 marzo del 2010, due anni prima di morire. Il nostro premio Yellow Kid 1975 fa sfoggio di modestia, dice di non ritenersi un maestro e di aver cominciato a disegnare fumetti per necessità, imitando modelli di autori più esperti.

La collana dedicata a Toppi andrà avanti con Blues, Bestiario, Naugatuck 1757, Chapungo, Ogoniok, Il dossier kokombo, Il Dio minatore, Krull, Il Collezionista, Colt Frontier, Tanka, Warramunga, La leggenda di Potosi, Sic Transit Gloria Mundi… l’archivio di cui dispongono gli eredi è sterminato. Per fortuna recuperabile, perché in certi casi non si riescono a ristampare vecchi fumetti per un problema di diritti, come nel caso dei fumetti Bianconi, dove ci sarebbe del buono da recuperare.

Lasciatemi dire che i grandi editori hanno abdicato al loro compito istituzionale di fare cultura e che per fortuna esistono piccole e dinamiche realtà come la Nicola Pesce Editore. Se così non fosse, saremmo nelle mani di chi sforna prodotti commerciali, li presenta al Premio Strega per allargare la platea dei possibili fruitori, spacciando per arte dei patetici quanto sterili virtuosismi.

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Claudia Muscolino, "A casa per Natale

18 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #racconto

 

 

A casa per Natale

e racconti per tutto l’anno

Claudia Muscolino

 

Porto Seguro Editore, 2016

pp 113

12,90

 

Per costruire un buon racconto breve, a mio avviso, occorrono quattro elementi: un’idea originale, un’atmosfera particolare, un linguaggio non banale e uno sviluppo da un punto di partenza fino ad un punto di arrivo.

Claudia Muscolino ci presenta la sua raccolta di racconti, A casa per Natale. La prima parte è ambientata nelle immediate vicinanze del Natale, la seconda, come indica il sottotitolo, in altri momenti dell’anno. Ma qui forse manca qualcosa, non tutti i racconti soddisfano i suddetti elementi, manca una sorpresa finale, un capovolgimento della prospettiva. Insomma, queste novelle lasciano poco dietro di sé, non impattano e non segnano.

Alcune storie sono molto reali, altre al limite del fiabesco e del gotico. I racconti che hanno come fulcro il Natale si basano sul contrasto fra il clima festivo e le tempeste interiori, i problematici rapporti interpersonali di famiglie riunite a forza e per convenienza.

Le protagoniste sono quasi sempre donne – ma anche qualche uomo - streghe, sensitive, assassine, omosessuali, ma pure persone comuni alle prese coi problemi di tutti i giorni, con difficili rapporti domestici, con sorelle, madri e nonne livorose e rancorose. Le loro storie, però, sono spunti, idee che abortiscono senza dare il senso della profondità, del percorso e dell’evoluzione.

Lo stile è corretto e piano, grande spazio è dato al dialogo - che suona, però, un poco artificioso, non spontaneo – perché contano i personaggi più che gli accadimenti, contano le loro interazioni, i loro rapporti non facili. Come è scritto nella quarta di copertina, “ciò che si vede è solo la punta di un iceberg emotivo”.

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Questo indelebile mutare, davanti allo specchio e l'apparenza inganna.

17 Marzo 2017 , Scritto da Fabio Strinati Con tag #fabio strinati, #poesia

 

 

Ancora poesie da Pensieri nello scrigno di Fabio Strinati

 

 

Questo indelebile mutare

 

La stabilità non ha scrupolo

per il mutare in miniatura

per nulla la cortesia

una riguardosa strofa di caviale

raffinatamente tronca

eccellente l'opera

con l'abilità delle querce

il configgersi d'un raggio pudico,

ormai smarrita la collera

brilla dicembre con la sua fama

di mostruoso attore

 

 

Davanti allo specchio

 

Un buco nel ritratto buio

il mare il suo sfondo

un proscenio l'erto muro pertinace

di scorie sputano

quel gioco ermetico di brado gergo

così misto e muto l'inerme oggetto

privo di rime assai palese intralcio,

come l'esilio

in lui si cela la pornografia

purché sia mai un ludibrio ella contiene

e dubita il fosco grumo dell'affabulazione.

 

 

L'apparenza inganna 

 

E se poi nel sogno bacio

il drago come dello scorpione la coda unta,

lo smilzo serpe la strada solca,

untuoso, fulmineo e la sua tana?

distante forse.

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La pietra nera

16 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

 

 

La leggenda narra che gli Arabi sono i discendenti di un figlio di Abramo, Ismaele, perdutosi nel deserto insieme a sua madre Agar. Agar e Ismaele, stanchi e assetati, furono soccorsi da un angelo che consegnò loro una pietra candida sulla quale posare il capo durante la notte. È questa pietra che viene custodita nella Kaaba, solo che, col passare degli anni, si è lentamente annerita a causa delle colpe degli uomini verso Allah. In realtà, non sappiamo se sia un meteorite o se appartenga a un precedente passato litolatrico.

Maometto nacque alla Mecca, figlio unico, presto orfano, di una famiglia di mercanti. Pare che fra le scapole avesse un neo che lo predestinava alla vita profetica. Sposò una vedova molto più vecchia di lui, della quale curava gli interessi economici. Ebbero sei figli tutti deceduti troppo presto. 

Crebbe in un clima già imbevuto di monoteismo. Nell’Arabia preislamica, infatti, erano presenti comunità di cristiani ed ebrei, e anche altre che non si riferivano a una struttura religiosa particolare. La pietra nera era nel frattempo stata rimossa per restaurare la Kaaba, ma i principali esponenti dei clan della Mecca, non riuscendo ad accordarsi su quale di essi dovesse avere l'onore di ricollocare la pietra al suo posto originario, decisero di affidare la decisione alla prima persona che fosse transitata sul posto: quella persona fu Maometto. Egli chiese un panno e vi mise al centro la pietra, poi la trasportò insieme agli esponenti dei clan più importanti, ognuno della quale reggeva un angolo del tessuto. Fu Maometto a inserire la pietra nel suo spazio, mettendo tutti d’accordo.

In base ad una rivelazione ricevuta dall’arcangelo Gabriele, Maometto cominciò dal 610 a predicare una religione strettamente monoteista. Le sue rivelazioni saranno raccolte, dopo la sua morte, nel Corano, il libro sacro dell’Islam. Anche lui, come Gesù, non fu profeta in patria. Pochissimi dei suoi compaesani si convertirono o lo ascoltarono all’inizio. 

Come nel Cristianesimo, vi fu un primo periodo di opposizione alla nuova religione, e di persecuzioni, con alcuni martiri che pagarono con la vita il rifiuto di abiurare all’Islam. Poi, sempre come nel Cristianesimo, la situazione si capovolse. Inizialmente Maometto si ritenne un profeta inserito nel solco antico-testamentario, ma la comunità ebraica di Medina non lo accettò come tale perché non appartenente alla razza di Davide. Cominciò così un periodo di guerre fra ebrei e musulmani. L’Islam fu imposto a forza e con la spada, da Medina alla Mecca.

Dopo aver assoggettato tutti i territori, Maometto morì senza aver nominato il suo successore. Lasciò nove vedove e una figlia femmina, Fatima, che perì pochi mesi dopo, ma fu destinata a divenire una figura di spicco nell’Islam.

All’inizio gli occidentali considerarono l’Islam come una delle eresie del Cristianesimo. La religione di Maometto si basava, infatti, su tradizioni arabe preislamiche (come il culto della Pietra Nera della Mecca) e su tradizioni cristiane siriache ed ebraiche.

Dopo la morte di Maometto gli Arabi uscirono dai confini della loro terra e si lanciarono alla conquista dei paesi vicini. Caddero nelle loro mani la Siria, la Mesopotamia, la Persia, l’Egitto, la costa settentrionale dell’Africa, la Spagna. Sembrava che l’impero arabo dovesse sostituire quello romano, ma l’avanzata fu arrestata su due fronti. A est gli Arabi si fermarono davanti alla penisola mediorientale, protetta dal mare e dalle montagne, grazie all’intervento bizantino. A ovest furono bloccati sui Pirenei dai Franchi.

I Franchi abitavano la Francia, anche se provenivano dalla Germania. Si erano mescolati ai Galli e ai romani che già popolavano la regione. Erano stati fra i primi ad accettare il Cristianesimo, a ubbidire al papa e a parlare la lingua di Roma, in parte mescolata al loro linguaggio. Il capo che sconfisse gli Arabi si chiamava Carlo, detto Martello per aver martellato i musulmani con la sua vittoria.

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Esisto, l'amore e arrivo come partenza

15 Marzo 2017 , Scritto da Fabio Strinati Con tag #fabio strinati, #poesia

 

 

Ecco alcune poesie tratte da Pensieri nello scrigno di Fabio Strinati

 

 

Esisto

 

Il condottiero sbrana le vertebre

di questa notte inebetita

leziosismi d'arpa,

la mitezza dei morti.

 

 

L'amore

 

...come la prossima

primavera esplode

piange il fiore sfiorato

dagli dèi quel suo esile

suono d'arpa il pianto

dell'amore.

 

 

 

Arrivo come partenza

 

Scremato è il Grecale

la sua mira

ossequia il mimo

verga l'epitaffio.

truce è l'equinozio,

il soliloquio s'eccita

emula il solo anteporre

l'apostrofo come vacante.

 

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C'era una volta la Romagna: "la sfoglieria"

14 Marzo 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

 

 

In campagna un'altra occasione di festa si presentava quando l'aia era pronta per la sfogliatura delle pannocchie di granturco.

Il mucchio delle pannocchie era al centro dell'aia e tutto intorno le zie mettevano delle cassette rovesciate che fungevano da seggiolini.

Si accendevano i lanternini a petrolio che venivano appesi fuori dalle finestre, perché la sfogliatura si faceva rigorosamente dopo cena e i vicini arrivavano a frotte, era un'occasione per mantenere, rafforzare i legami della vita comunitaria. Si cantava e si raccontavano storie mentre e, seduti sulle cassette, si iniziava il lavoro. Noi bambini ci ingegnavamo alla meno peggio con le manine inesperte, mentre gli uomini usavano un punteruolo acuminato.

Avevo una passione per le pannocchie un po' acerbe, le cercavo con attenzione nel mucchio, perché conservavano ancora i “capelli” lunghi e colorati e le riponevo da un lato per usarle come bambole.

Il nonno, mentre sfogliava con maestria, iniziava a parlare di aratura e di semina, i ragazzi più grandi di noi invece si avvicinavano piano piano alle ragazze, parlottando loro nell'orecchio. Sentivamo scoppi di risa maliziosi e vedevamo il nonno guardarli burbero, di sottecchi, per accertarsi che, distraendosi, non smettessero di pulire le pannocchie e di gettarle, nude, alle loro spalle, nel mucchio che cresceva piano piano.

La polvere nera del petrolio velava i vetri dei lumi, la luce fioca si faceva rossa e tremolante, ma la luna intanto saliva alta in cielo e illuminava l'aia apparendo tra le fronde delle acacie che si muovevano soffiate dal vento fresco della notte. La nonna si affacciava sulla soglia, accaldata e arrossata in viso, con le crescentine appena fritte e le caraffe di vino, una breve pausa in allegria che consentiva ancora qualche giocoso scherzo fra maschi e femmine. Le ragazze si alzavano svelte e servivano per primi gli uomini che, ridendo a bocca piena, si ingozzavano per nascondere la timidezza.

A notte fonda le teste cominciavano a ciondolare per il sonno e gli occhi si facevano piccoli, lo sguardo vagante, allora per restare sveglie le ragazze provavano ancora a cantare, con voci squillanti, qualche allegro stornello. Io le sentivo a tratti intermittenti, persa nella nebbia del dormiveglia, appisolata in mezzo alle foglie delle pannocchie ammucchiate da un lato, abbracciata alle mie cugine e alle bambole di granturco.

La mattina successiva le pannocchie venivano distese sull'aia e le zie le percuotevano con lunghi bastoni sottili. Sotto i colpi violenti i chicchi saltavano via e, poco distante, i polli guardavano, con l'occhio fisso, in attesa che uno arrivasse nelle vicinanze. Nel pomeriggio il granturco veniva steso a essiccare al sole e questo era il momento di noi bambini. Venivamo comandati a guardia dei polli che si facevano sempre più temerari e noi dovevamo metterli in fuga quando qualcuno, più audace, allungando il collo, beccava un granello e fuggiva a balzelloni.

Ogni tanto uno di noi non resisteva e spiccando un salto si faceva una corsa a piedi nudi in mezzo al granturco tiepido e pungente.

La nonna, da lontano, sotto un albero, ci guardava attenta mentre preparava nuovi sacconi di cartocci (bucce delle pannocchie), che sarebbero stati usati come fragranti giacigli nei nostri letti estivi.

Intanto noi, guardando i biondi chicchi, pregustavamo la polenta che sarebbero diventati. La nonna mescolava lentamente nel paiolo, col grosso mestolo di legno, la farina con l'acqua, affinché non si formassero grumi. Quando la polenta era cotta la rovesciava fumante sul tagliere in mezzo alla tavola, condiva tutto a spicchi, con salsiccia, ragù e parmigiano o costolette di maiale, e poi tagliava le fette con un grosso filo bianco e ognuno si prendeva la parte che gli piaceva di più. Inutile dire che la prima fetta era del nonno e l'ultima dei bambini che si lamentavano, bisticciando per chi aveva avuto la fetta dallo spessore più grosso.

La natura è maestra e ci dona il succo della vita. Ho sempre legato i ricordi a un profumo e ho tante boccette nel cuore: il tabacco del sigaro del nonno, la polenta della nonna, il mosto nella cantina di mio zio, la menta delle caramelline del babbo, lo zucchero a velo di mia madre. Profumi e ricordi insieme, si viaggia nel tempo e scompaiono rughe e capelli d'argento.

C'era una volta la Romagna: "la sfoglieria"
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Il cielo sopra Piombino

13 Marzo 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

 

 

 

Il cielo sopra Piombino

 

In post produzione il docu-letterario di Stefano Simone

Soggetto e Sceneggiatura di Gordiano Lupi

 

È in fase di post produzione il documentario letterario di Stefano Simone intitolato Il cielo sopra Piombino, basato su testi di Gordiano Lupi (alcuni originali, altri tratti da Calcio e acciaio e Miracolo a Piombino), musiche di Federico Botti, fotografie di Riccardo Marchionni, voce narrante di Federico Guerri.

Dargys Ciberio è l’unica attrice del film, rigorosamente non professionista, calata in un ruolo di muto Virgilio al femminile per accompagnare lo spettatore nel percorso poetico. La vera protagonista del film è Piombino.

Un documentario insolito, che si pone come punto di riferimento Pier Paolo Pasolini e i documentari poetici su Roma, Ostia, la periferia decadente, la spiaggia proletaria, i ragazzi di vita, l’alternarsi (in perfetto equilibrio) di bellezza e decadenza. Il cielo sopra Piombino - il titolo è un chiaro omaggio a Wim Wenders - prende per mano lo spettatore e lo porta a conoscere splendore e degrado, calette rocciose nascoste in anfratti di mare, ferrovie abbandonate, porto industriale e tombe etrusche, porticciolo mediceo, un vecchio stadio dove un tempo fu sconfitta la Roma, golfo di Baratti e altiforni spenti.

egista e sceneggiatore fanno pulsare l’anima di una cittadina industriale e marinara, riescono a far affiorare tra le pieghe delle immagini il tempo perduto di proustiana memoria. Un documentario non turistico, come molti ne sono stati fatti per illustrare la bellezza di una città di mare, ma letterario, scritto e girato per mostrare il vero volto di Piombino, cartina di tornasole di una provincia vitale, mai doma e abbandonata a se stessa. Un volto poetico e disperato, sognante e realista, ambizioso e decadente, languido e intrepido, memore del passato ma proteso verso il futuro. Gli autori sono convinti che dal contrasto nascano arte e letteratura, ma anche che la vita pulsi ogni giorno per strade di contraddizioni insolubili. La musica suggestiva e melodica di Federico Botti contribuisce a creare un clima di ricordi e sogni, un sottofondo di parole poetiche che introducono e chiudono una passeggiata nei luoghi più significativi di una provincia che non deve essere dimenticata. Il cielo sopra Piombino inaugura la sezione Fogliocinema, che proseguirà con il nuovo film di Roger Fratter e con una collana dedicata alla ristampa anastatica di tutte le opere del regista indipendente bresciano.

 

 

 

Le bocche di leone

 

Fare colazione con le bocche di leone, nome che ricorda una pianta di primavera e che in quest’angolo di Maremma indica un dolce da forno del passato. Ho scoperto che vendono ancora le bocche di leone in una panetteria del centro, in Piazza Gramsci, vicino all’orribile fontana in marmo disegnata da chissà quale artista che getta scrosci d’acqua in una pozza stagnante circondata da bambini. In alto ci sono ancora tre orologi disposti ad angolo, che ricordano il vecchio nome della piazza, prima della liberazione. Le bocche di leone sono le mie madeleines, meno nobili, certo, ma contengono un passato di bambino che fa colazione a scuola dopo aver scartato l’involucro giallastro e morde un dolce prelibato. Pasta reale modellata a forma di brioche, farcita di burro e panna, schizzata di alchermes, divisa in due, aperta come la bocca di un leone che sorride e mostra la dentatura. Alchermes fatto con acqua di rose, come ai tempi di Caterina de’ Medici alla corte di Francia, cannella, vaniglia, cocciniglia, cardamomo, chiodi di garofano, alcol e zucchero. Le mie bocche di leone hanno un sapore dolciastro e lieve, ricordano l’infanzia, morso dopo morso. Ti senti pervadere dal profumo del passato addentando la sostanza burrosa che si fonde con la pasta reale e il liquore rosso, rivedi la Pasticceria Pastori all’angolo del corso, dove si radunavano i ragazzi dopo la scuola per tirare tardi al pomeriggio, vasca dopo vasca. Ripensi a tua madre in un piccolo negozio Coop che non esiste più, alle prese con i conti da far tornare, mentre compra la merenda per scuola e ti dà un bacio quando oltrepassi il grande cancello in ferro battuto. Ritrovi un forno del centro dove una signora tastava pani da un chilo prima di servirli, incurante delle regole di igiene, come se li avesse dovuti mangiare lei. “Un bel pane cotto a legna per questo bimbo”, diceva. La bocca di leone veniva dopo, la incartava a parte, avendo cura di non far appiccicare il prezioso contenuto nella confezione.

Non hanno più il sapore d’un tempo le mie bocche di leone, proprio come i semi di zucca che ogni tanto provo a comprare, non sono gli stessi che vendevano al cinema Sempione prima del doppio spettacolo domenicale. Il tempo passa e i sapori cambiano, oppure siamo noi che cambiamo e cerchiamo le madeleines della nostra vita per fermare il tempo, sapori e odori che non torneranno, ricordi confusi nella memoria, sogni di bambino. E allora addento quella pasta dolciastra acquistata nella panetteria di Piazza Gramsci, gusto lo sciroppo rossastro confuso tra panna, burro e pasta reale, trovo un sapore amaro che non ricordavo, un sapore strano, come di tempo che scorre tra le dita come sabbia e non lo puoi fermare, un sapore di rimpianto.

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Ortensia

12 Marzo 2017 , Scritto da Gianluca Pirozzi Con tag #gianluca pirozzi, #racconto, #psicologia

 

Illustrazione di Clara Garesio

 

 

Ortensia ha diciassette anni, capelli lunghi, lisci e biondi ma spenti, proprio come i suoi occhi grigi che hanno deciso di incrociare di rado quelli di un’altra persona. Come un animale impaurito, Ortensia non si fida più o, forse, non si è mai fidata, neanche di chi le sta accanto e, adesso, ha iniziato a dubitare anche di se stessa. In realtà, sono già quasi due anni che l’intero corpo di Ortensia, da sempre esile e spigoloso, non somiglia più a quello di una di quelle antilopi graffite sulle pareti delle caverne nel Sud della Francia che tanto l’avevano impressionata da bambina e nelle quali si era subito riconosciuta. Persino i maschi della sua classe non si sorprendono più della magrezza di Ortensia come facevano all’inizio, quando la sua bellezza di fanciulla ad un passo dall’adolescenza aveva iniziato a sbocciare, attraendone le attenzioni. Inizialmente, anche loro - i ragazzini che le giravano intorno - erano stati sopraffatti, sebbene non riuscissero a comprenderne l’essenza, da quella tensione verso il sublime che albergava in Ortensia e che era capace di farsi strada anche a dispetto delle piccole mortificazioni che lei, in segreto, aveva iniziato a sperimentare su se stessa. 
Prima atti quasi impercettibili, come un’insolita trascuratezza nell’acconciarsi i capelli o nel vestire, un’unghia sanguinante, un piccolo graffio sul dorso della mano o sulla guancia, poi addirittura qualche livido e ancora un taglio più profondo sull’avambraccio che lei sembrava voler mantenere sensibile ripercorrendone la lunghezza con le dita. 
In seguito, quell’inquietudine si era fatta palese e mentre i maschi della sua classe avevano preferito orientare i propri interessi verso le altre più fulgide compagne, quelle stesse femmine avevano cominciato a bisbigliarsi strane cose su Ortensia: gradualmente aveva cominciato a girare sempre con più insistenza la voce che i pantaloni che Ortensia indossava così mollemente sulle gambe o le felpe che sembravano diventare più grandi settimana dopo settimana, fossero le prime evidenti tracce della sua difficoltà a mangiare con regolarità. Ortensia - dicono queste stesse voci - non si vuole bene o, piuttosto (come aveva spiegato l’insegnante di latino e greco in uno dei tanti giorni d’assenza che avevano cominciato a riempire il calendario scolastico) Ortensia si vede grassa. 
Quelle frasi sono arrivate anche alle orecchie di Ortensia e ora lei non può fare a meno che convenirne, perché - sebbene le curve intorno ai suoi giovani fianchi siano da tempo sparite e, persino, i suoi capezzoli paiano rimpiccioliti ed avviarsi ad una forma che somiglia sempre più a due mirtilli abbandonati su di un petto che ha perduto ogni morbidezza - preferisce trascorrere interi pomeriggi da sola, restandosene chiusa in camera sua, dove l’unica cosa che riesce a fare sollevandosi dal letto, è guardarsi per lunghe, interminabili sessioni, allo specchio. Sempre lì dentro, chiusa tra le pareti della sua camera, Ortensia si pesa, almeno cinque volte al giorno, provando a misurare l’effetto che le fa uno dei suoi pasti che oramai ha ridotto ad una mezza confezione di mais, una barretta di cioccolato, due fette biscottate col the o quattro mandorle sgusciate. 
Questi cibi Ortensia li consuma quasi sempre da sola e li preferisce a quei pochi pasti cui è oramai obbligata in compagnia dei genitori. In queste occasioni, lei si mette a tavola con una sensazione di sopraffazione, come di chi sia stata obbligata a commettere un peccato, e con l’immane sfinimento derivante dal dover ripetere ciò che da tempo le appare come un’inutile messinscena. Una recita in cui Ortensia - figlia unica di due persone che non hanno mai parlato molto tra di loro, salvo quando sono in presenza di estranei, e che da subito han deciso di non tacere ad Ortensia la sua adozione - interpreta la parte di una ragazza timida e silenziosa. 
Per la verità, circa un anno fa sua madre s’è accorta che qualcosa non va ed ha intuito che per Ortensia mangiare sta diventando insopportabile. Perciò, dopo i primi digiuni e le fughe in bagno di sua figlia, la mamma ha deciso di far sparire le chiavi di tutti e due i bagni. Ortensia ha però escogitato una strategia alternativa: lei si libera del cibo direttamente in camera da letto e lo fa infilandosi un lembo del lenzuolo in bocca, provando a spingerselo fin dentro la gola e, se trattiene per qualche istante il respiro, le viene poi naturale deglutire fino al momento in cui il cibo, che Ortensia controvoglia ha dovuto ingoiare a tavola, comincia finalmente a ripercorrere il tragitto inverso risalendo su per l’esofago per riaccumularsi di nuovo in bocca, pronto ad esser espulso. Lei, quel cibo lo vomita in una busta che l’indomani, lungo il tragitto verso scuola, può eliminare. 
Sebbene non lo ammetta apertamente a se stessa, Ortensia ha cominciato a desiderare di vedere assottigliare sempre più il suo corpo proprio per poter sembrare ancor più uguale ad una di quelle gazzelle stilizzate sui muri delle caverne. Ma altre volte, lei si immagina come un solo filo d’erba: lungo, liscio e senza sporgenze, indifferente persino alla siccità e all’assenza totale di nutrimento e di luce. Ed è proprio questa immagine del filo d’erba che Ortensia ha scelto per descriversi con lo psichiatra, Esperto di disturbi del comportamento alimentare, come ha letto sulla targa d’ottone dello studio dal quale, da circa due mesi, ha accettato di andare. Ma se Ortensia l’ha fatto è proprio col preciso e lucido intento di far rientrare quell’improvvisa attenzione che alcuni professori, e in seconda battuta sua madre, hanno cominciato a riversare su di lei. La cosa, infatti, che maggiormente la disturba è avvertire quel preoccupato, a volte morboso interesse concentrato proprio su quel che mangia o ha smesso di mangiare. Per quale motivo - si chiede ormai retoricamente Ortensia - non può essere libera di ingoiare quello che desidera e, soprattutto, di stabilire da sola cosa e quanto sia sufficiente al proprio organismo? 
Perciò, pur di far cessare quella fastidiosa apprensione esterna, due volte a settimana - ogni lunedì e giovedì pomeriggio - Ortensia ha acconsentito a lasciarsi ispezionare e, in molti casi, a farsi martoriare l’anima, in quello studio medico dove ha negoziato di poter essere condotta e riportata a casa da sola a bordo dell’auto di servizio del padre. 
Già dal secondo incontro con il medico, quando lui ha spiegato ad Ortensia che il suo problema dipenderebbe da un bisogno di attenzione, divenuto viscerale sin dalla sua prima infanzia, lei ha realizzato che quell’uomo dal profumo di colonia così invadente non sarebbe stato in grado di capire un bel niente. E a nulla è servito ad Ortensia provare ad obiettare a quella sentenza il fatto che lei non provi alcun bisogno di attenzione ma, al contrario, desideri esser lasciata in pace e per conto proprio, in quanto del cibo - come  dell’amicizia e dell’amore - lei non sente al momento alcuna necessità. 
In cuor suo, Ortensia ha anche pensato dal secondo incontro con quel medico che, forse, avrebbe potuto rendere quelle sedute meno estenuanti se avesse confidato di aver provato attrazione e interesse in passato per qualcuno, invece di continuare a ripetere di non aver alcun interesse né per ragazzi, né per ragazze. Le è accaduto - ha narrato perciò - che, quando era poco più che una bambina, si era invaghita di un amico incontrato il primo anno delle sue vacanze-studio in Inghilterra. Se ben ci pensa un interesse simile le si era riproposto almeno altre due volte con un altro ragazzo, di qualche anno più grande di lei, figlio del benzinaio della pompa sotto casa. Ma poi è capitato che Ortensia abbia pensato di non esser lei la persona giusta o, viceversa, che quel ragazzo abbia fatto o detto qualcosa di sbagliato capace di farla immediatamente ravvedere.  
Oltre ad incontrare lo psicologo e, sempre per esser lasciata in pace, Ortensia ha accettato di sottoporsi ad un programma di alimentazione controllata, secondo il quale lei è libera di scegliere da sola il cibo senza dover ascoltare le suppliche e le prescrizioni della madre. Adesso è qualcun altro che pesa gli alimenti al suo posto e soprattutto (circostanza inizialmente sottovalutata da Ortensia), i suoi pasti li deve consumare in presenza non più dei genitori, ma di una giovane donna, una dottoressa, Daniela, che appunto fa la nutrizionista di mestiere. È Daniela ad esser stata incaricata di assicurare la rieducazione alimentare di Ortensia. Ma dopo le prime volte in cui i pranzi con la dottoressa si sono rivelati se non interessanti, almeno sopportabili, Ortensia ha avuto la sensazione che quell’estranea la stesse trattando come un animale d’allevamento destinato al macello ed obbligato ad ingurgitare razioni alimentari al limite della sopportazione. Perciò, pur sforzandosi in sua presenza di consumare tutto il cibo proposto, Ortensia ha iniziato a percepire la presenza di Daniela una volta al giorno come una nuova tortura, anch’essa intollerabile, al punto da sentirsi impazzire e da dover inscenare malesseri che la costringono a letto. 
Infatti, quello che sempre più snerva Ortensia è che qualcun’altro - sua madre, suo padre, il suo psicanalista e adesso Daniela - abbia comunque il potere di imporle quantità di alimenti che lei non considera affatto necessarie alla propria sopravvivenza. Perciò, sebbene abbia acconsentito a sedersi di nuovo a tavola almeno una volta al giorno, ad orari prestabiliti, in compagnia di Daniela e per un tempo non inferiore a venti minuti (tempo che lei stessa cronometra azionando il timer del microonde), ogni volta che ritorna in camera sua non può evitare di infilarsi l’angolo del guanciale in bocca per provocare il vomito e liberarsi di quella piccola massa melmosa, riversandola dentro un’altra busta di plastica che butterà in seguito. 
Negli ultimi giorni Ortensia non può smettere d’immaginare con sempre maggiore orrore l’ago della bilancia che si avvicina di nuovo, pericolosamente, ai quarantasette chilogrammi e ciò che la ossessiona di più è l’idea che il proprio stomaco sia stato di nuovo riempito di alimenti pronti a trasformarsi in altro grasso. Perciò, tutto quel cibo lei non può tenerlo dentro di sé, non può aspettarne la digestione e quindi l’assimilazione. Occorre disfarsene come lei ha imparato a fare, oppure bere subito moltissima acqua, così da dilatare un poco lo stomaco, quel tanto che può arrestarle il vomito in presenza di Daniela. Dopo, in camera sua, quando il pianto l’avrà calmata ed avrà recuperato il coraggio e il controllo di sé, il vomito arriverà da solo, senza bisogno di usare le mani o la stoffa del cuscino. E non le importa che lo psicologo non creda che lei ami sentire la propria pancia brontolare, vedere la lancetta della bilancia girare in senso antiorario restando al di sotto dei quarantasette chili, né quanto sia importante per lei vedere e poter tastare le proprie ossa o ascoltare il sangue fluire nelle proprie vene
Per Ortensia, tutti quelli sono desideri legittimi. Poco le importa se qualcuno li considera sintomi di una malattia o altro. Lei soltanto è in grado di capire ciò che può farla sentire a posto. È per questo che lo scorso ottobre si è iscritta in palestra e da allora ci sta andando ogni volta che se la sente. Spesso il sabato quando non deve andare a scuola. 
Anche oggi, proprio come la scorsa settimana, Ortensia ha già fatto la prima ora di spinning e da meno di dieci minuti è ritornata nuovamente nella Sala Bike e sta montando sul sellino per una seconda lezione. Sebbene Mario - l’istruttore che Ortensia preferisce perché sa accompagnare la lezione con la musica Disco o R & B che più le piacciano – le abbia raccomandato nell’allenamento precedente di non sforzare troppo, lei è di nuovo salita in bicicletta. 
Lì seduta, mentre il cardiofrequenzimetro inizia a segnare una media di battiti superiore a centocinquanta e con la musica anni Settanta pompata nelle orecchie, Ortensia prova l’eccitazione che le sale dalle gambe mentre ha ripreso a pedalare senza mostrare alcun segno di cedimento, anzi sollevandosi appena dal sellino per assecondare con le pedalate il ritmo che risuona nelle casse. 
La sua capacità di pedalare senza sforzo dopo un’ora di lezione è la dimostrazione di quello che lei sostiene da sempre: tutto è comandato solo dalla mente e, se è la mente che lo desidera, non vi è stanchezza fisica o cedimento che il corpo non possa tollerare. 
Ed è una sensazione talmente bella quella che prova Ortensia in questi momenti, una sensazione che l’avvicina ad uno stato di quiete senza tempo - una condizione nella quale lei non deve più curarsi di dare risposte e di fornire spiegazioni su quello che fa e non fa. Per questo, anche quando le pare che il fiato si stia appena spegnendo e che i contorni della sala oscillino intorno a lei, prima in una direzione e poi nell’altra, Ortensia continua imperterrita la sua scalata lungo la pendenza immaginata e scandita dalle esortazioni del nuovo allenatore. 
Non importa che sotto i pedali non avverta più alcuna resistenza, né che le braccia non si sforzino più di sorreggere il busto tutto proteso in avanti o che le mani abbiano allentato la presa sui manubri e, sotto le tempie, il sangue abbia iniziato a pulsare sempre più potente e ad una velocità sconosciuta fino ad allora. Né importa che dopo qualche minuto dalla ripresa della corsa, il suo cuore è attraversato dalla corrente di un fulmine che la squarcia da capo a piedi, e qualcuno si sia già chinato su di lei. Non le importa di sbarrare quegli occhi grigi e dischiudere la bocca in una smorfia di disgusto. Lei ha preso le distanze da tutti. Soprattutto da quelli che continuavano a dirle cosa è bene per Ortensia e cosa non lo è come se fossero dei giardinieri esperti ed avessero a che fare con una delle piante di cui porta il nome e non con un essere umano. 

 

Il disegno a china è di Clara Garesio

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