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L'età di Augusto

13 Agosto 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera, #storia

 

 

 

 

 

Publio Ovidio Nasone nacque a Sulmona, nella terra dei Pe­ligni (oggi, l’Abruzzo), da un' antica famiglia di cavalieri, il 20 marzo del 43 a. C.

Alcuni anni dopo, ad Azio (31 a. C.), Ottaviano sconfiggeva Antonio: terminava cosi il lungo e sanguinoso periodo delle guerre civili e iniziava l'eta del principato di Augusto. Il nipote di Cesare, infatti, assumerà prima il titolo di «princeps» (che in latino significa « primo», «il migliore di tutti i cittadi­ni»), poi quello di «Augusto» (cioè «sacro», «venerabile»). Questa nuova forma di governo, il principato, anche se lasciava in piedi le istituzioni repubblicane (senato, comizi, magistrature), di fatto era una monarchia che durò per ben 45 anni, fino alla morte del­l'imperatore Augusto, avvenuta nel 14 d. C.

Durante il principato, Roma, dopo la rovina causata dalle guerre civili, ebbe un periodo di grande prosperità e pace, e ci fu uno straordinario sviluppo della letteratura e dell'arte.

Alcuni fra i più grandi poeti e scrittori latini (Virgilio, Orazio, Livio, Properzio, Tibullo),che a causa delle guerre civili avevano subito gravi danni economici, trovarono in Ottaviano aiuto e protezione: egli restituì loro le proprietà confiscate e promise l'ordine, la fine delle discordie, quella pace tanto desiderata che sembrava perduta per sempre.

In realtà, durante il suo principato, Augusto fece molte guerre, ma esse si svolsero sempre ai confini dell'impero, contro popolazioni straniere, e non fra Romani. Così, dopo la battaglia di Azio, i poeti si rivolsero al «princeps» con gratitudine, come a colui che garantiva loro la pace e una vita tranquilla, nella quale potevano dedicarsi all'«otium», cioè allo studio e all'arte. In cambio, Augusto chiese agli uomini di cultura di celebrare nelle loro opere gli ideali che stavano alla base della sua politica: l'amore per la campagna, il rispetto per la tradizione, il rifiuto del lusso, dei costumi immorali, degli influssi orientali.

Nel frattempo era cresciuta una nuova generazione di uomini, e quindi anche di artisti e di poeti, per i quali gli orrori delle guerre civili rappresentavano solo un vago ricordo: la pace era ormai consolidata, non veniva più vissuta come una preziosa e dolorosa conquista. Questi giovani provavano insofferenza per i progetti di Augusto, che voleva ricreare l'antica repubblica romana, basata sull'amore per gli dèi, sulla famiglia, sulla semplice vita contadina, e desideravano invece un'esistenza agiata, raffinata, di tipo orientale; Roma infatti aveva sottomesso l'Egitto, ma in realtà i costumi, i gusti, le idee, le credenze religiose di quella terra influenzavano profondamente la capitale dell'Impero.

Ovidio, ultimo dei grandi poeti dell'età di Augusto, si fece interprete delle aspirazioni e delle contraddizioni della nuova generazione; forse anche per questo terminò la sua vita in esilio, nelle lontane terre della Scizia.

 

 

 

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Dieci domande a: Lorena Giardino, in arte Scrittrice Imperfetta

12 Agosto 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #interviste

 

 

 

 

Ci siamo già occupati in questa sede del sito Letture da metropolitana (confidenzialmente LdM!), con una audio intervista di Chiara Pugliese a Serena Pisaneschi, uno degli autori del portale in cui trovano spazio racconti brevi e brevissimi, ma anche poesie e riflessioni, che abbiano tempi di lettura non superiori a cinque minuti, giusto l’intervallo tra una fermata della metro e l’altra.

Ma da oggi vogliamo creare una vera e propria sinergia col sito gestito da Cristian Ghezzi.

Il nostro Walter Fest è uno dei promotori più entusiasti di LdM. Si devono a lui iniziative come “il festival della fantascienza”, da cui è nata la raccolta di racconti Mercurio solido,  e anche una serie d’interviste agli autori più attivi sul sito, ai quali ha posto 10 domande.

Oggi comincia presentandovi un’autrice che si fa chiamare Scrittrice Imperfetta.

 

 

Amici lettori di letturedametropolitana.it e di signoradeifiltri.blog, Scrittrice Imperfetta è stata la prima a sottoporsi alle mie 10 domande, domande apparentemente semplici, mai banali, domande varie per conoscere i nostri amici scrittori.

Lorena Giardino, in arte Scrittrice Imperfetta, è torinese. Scrive con allegria cose profonde, poetiche, favole moderne, umane, ama la gente e la musica e, quando scrive, è guidata dalla passione e dalla gioia. Forse è proprio nata per scrivere.
 

1) Perché "scrittrice imperfetta"?
 

Scrittrice imperfetta... fondamentalmente sono imperfetta in tutto quello che faccio... e lo dico con grande orgoglio, eh!! Perché? Perché sono una cultrice dell'imperfezione... perché trovo che la perfezione (ammesso che esista) sia piuttosto noiosa... perché alla fine le nostre imperfezioni sono quel che ci caratterizza... quello che ci rende unici... quello, che alla fine, ci rende "noi"!!!

 

2) Quando hai iniziato a scrivere?
 

Ho iniziato a scrivere alle elementari. Di recente mio padre mi ha fatto un dono preziosissimo!! Lui, che tiene tutto, ha ritrovato in cantina due meravigliosi tesori... un diario con le mie poesie di bimba e il mio primo libro... un romanzo (la mia "bimbitudine" me lo faceva vedere come tale)... cioé un quadernetto con una storia che avevo scritto e illustrato. Non mi ricordo esattamente che età avessi... ma facevo le elementari. Non potete capire l'emozione che ho provato nello sfogliare questi tesori!!!!

 

3) Il tuo mito?
 

Il mio mito. Boh, qui è più difficile rispondere perché ne ho diversi... musicalmente parlando sicuramente Kurt Cobain... tral'altro è ascoltando i Nirvana che molti miei racconti sono nati. Manco a dirlo... lui era l'imperfetto per eccellenza!!!

 

4) Quando cammini per strada ripensi a quello che devi scrivere?
 

Quando cammino per strada cerco più che altro di non inciampare... ah ah, scherzo... mah, che dire... a volte mi viene in mente un'idea e ci sono momenti in cui mi verrebbe da mollare tutto e correre a scrivere... sapete, no, quando a uno "gli scappa da scrivere"...

 

5) Scrivi mai a penna?
 

Quando ho una penna e un foglio mi viene più che altro voglia di disegnare... faccio tanti scarabocchi e ci metto in mezzo pezzi di frasi, parole, ecc.. a volte poi ne esce fuori qualcosa.. altre volte restano lì... ho un quadernetto, degli scarabocchi. Anche quello è una specie di piccolo tesoro x me.

 

6) Da cosa ti lasci ispirare?
 

Cosa mi ispira: mi piace osservare le persone... a volte provo ad immaginare chi sono, che cosa pensano... quale sia la loro vita... diciamo che poi questi pensieri si depositano da qualche parte, sedimentano... magari si spezzettano e si mescolano... e poi, boh, escono fuori quando mi metto a scrivere... i personaggi sono quasi sempre un collage di persone che ho visto e conosciuto. Poi,dal personaggio mi muovo come un ragno quando fa la ragnatela.. .e ci costruisco intorno la storia. Di solito funziona cosi.

 

7) Il tuo ultimo libro pubblicato, puoi parlarcene? Come ti è venuto in mente?
 

Il mio ultimo (e unico x ora) libro pubblicato è nato da una serie di racconti che stavo scrivendo, che avevano tutti un filo conduttore: l'inquietudine. Un tema che mi è molto caro... sono sempre stata una persona profondamente inquieta, un po' in tutte le cose... e ho sempre avuto difficoltà nello "stare ferma"... il cambiamento, la rottura, la continua ricerca... l'insoddisfazione perpetua... questa sono io... così ho iniziato a scrivere questi racconti dove i personaggi erano tutti inquieti... incoerenti.. .imperfetti. 
Sono andata avanti un bel po'. Poi mi sono affezionata a questi personaggi e mi è venuto in mente che potevo provare a farne un romanzo... creando connessioni e legami tra loro... e così, boh, ci ho provato... In effetti la prima parte del libro ha mantenuto  la struttura originaria... solo che poi le varie storie si sono sviluppate e, beh... se mai lo leggerete, vedrete!!

 

8) Stai preparando un altro testo?
 

Ho in mente diversi possibili progetti, ma per ora niente di concreto. Ho una vita parecchio incasinata e poco tempo per scrivere, di sicuro non tutto quello che vorrei. 
Mi piacerebbe fare una raccolta di poesie, un libro di fiabe rock (alcune le ho già scritte) e un libro al contrario sulla storia della mia famiglia. Prima o poi questi progetti proverò a realizzarli. Ma ci vorrà un po'.

 

9) Puoi descriverci il tuo carattere?
 

Vabbè, ci provo. Ho un pessimo carattere. Sono impulsiva, testona e spesso irragionevole. E a volte mi accorgo che le persone faticano non poco a capirmi. Vabbè, a volte fatico anche io a capirm e riesco pure a darmi fastidio da sola. Poi, però, ho pure qualche pregio. Sono molto empatica con le persone... specie con quelle fragili. Forse perché in fondo, nonostante tutto, lo sono pure io. Fragile. Boh.

 

10) Hai la possibilità di parlare con un lettore, che gli diresti?
 

Ad un lettore direi: Fammi sapere se il mio libro ti è piaciuto!!! 
 

Certo che ci sei piaciuta, Scrittrice imperfetta, e, davanti al tuo sorriso più grande del mondo, ti ringraziamo, ti salutiamo e ti aspettiamo insieme a tutti noi fra le pagine quotidiane di letturedametropolitana e, perché no, magari anche in libreria, noi crediamo in te.

 

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Nasce Green Peace

11 Agosto 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

                                

 

 

 

La radio ufficiale di  Grunland, piccolo regno del lontano nord, aveva annunciato da pochi giorni lo stato di autarchia e la legge marziale che imponeva il coprifuoco serale. Un isolamento della nazione da ogni contatto con il mondo esterno. Le autorità del paese avevano intenzione di scoraggiare ogni rapporto commerciale con altri paesi esterni. Il loro territorio era, per la maggior parte dell’anno, soggetto a congelamento per il perdurare del periodo invernale, trovandosi a latitudini molto a nord.

La vita era già difficile in quelle condizioni, adesso, con le ulteriori restrizioni emesse dal governo centrale, per gli abitanti diventava ancora più dura. Le risorse per l’alimentazione e per il riscaldamento erano, da sempre, legate al mare, e ogni individuo, maschio o femmina, doveva essere in grado di ricavare da quelle acque gelide la scarsa quantità di cibo necessario alla sopravvivenza. Le prede più ambite e ricercate erano le balene, dalle quali ricavano sia cibo, sia provviste di olio combustibile. Le nazioni limitrofe avevano stipulato un accordo per ridurre drasticamente il numero di uccisioni di questi animali in via di estinzione, ma il governo di Grunland aveva disertato la riunione, dicendo che per loro quel trattato era nullo. Loro, senza le balene, non potevano sopravvivere, da qui le misure restrittive emanate poco dopo.

Visto il perdurare di condizioni estreme di vita, un gruppo di giovani, di estrazione ambientalista, decise di opporsi al regime e tentare un’azione sovversiva. Si riunivano tutte le notti su un isolotto ghiacciato, che si era formato al largo di un pezzo di costa particolarmente battuto da venti del nord. A ogni riunione si ribadiva la necessità di organizzare azioni di disturbo nei confronti degli enti governativi preposti alla pesca alle balene e a tutto l’indotto che seguiva. In seguito, se ci fosse stata necessità, organizzare dimostrazioni di piazza in terre non troppo lontane, dove non c’erano tutte quelle leggi nettamente in contrasto con le linee dettate dal buon senso, salvaguardare la stessa esistenza degli ultimi cetacei.

 

"Ragazzi, allora siamo decisi a compiere questo passo, ormai non possiamo più aspettare, se arriva l’inverno non saremo in grado di muoverci fino a primavera, quindi ora o mai più."

 

"Sì, parli, parli, ma di concreto cosa hai fatto tu per realizzare questa impresa? Siamo tutti d’accordo che dobbiamo tentare, ma come facciamo, andiamo a piedi?"

 

"Che vuoi dire?"

 

"Che, se non troviamo una barca, non andiamo da nessuna parte, con il ghiaccio che sta cominciando ad arrivare, la vedo dura muoversi in lungo e in largo per le isole qui intorno."

 

"Hai ragione, Olaf, ci vuole un mezzo, uno qualsiasi che sia in grado di portarci oltre lo stretto che ci divide dallo spazio esterno. Ognuno di voi si dia da fare, cerchi, domandi in giro. Dite che serve per delle battute di pesca alternativa, vogliamo dare il nostro contributo al benessere della nazione in un altro modo, evitando di uccidere balene. Potete dire che vogliamo formare una specie di cooperativa per pescare tutti noi giovani, vedete che qualcosa riusciremo a farci dare."

 

Una settimana dopo, alla consueta riunione nel loro covo, il sito era già in parte coperto da ghiaccio, ma i visi dei ragazzi erano distesi e sorridenti. Greg, quello più intraprendente, era riuscito a trovare un battello. Tutti si precipitarono fuori per andare a vedere questa barca, quando arrivarono al molo e la videro, grande fu la delusione

 

"E questa la chiami barca?" esclamò Hans, quello che faceva funzioni di capo nel gruppo. "Questo è un rottame, e, oltre tutto, lo conosco bene, lo zio di Ingrid,la mia ragazza, lo ha lasciato abbandonato sulla costa che dà sul lato nord, come hai fatto a farlo arrivare fino a qua, me lo dici?"

 

"Come ho fatto? Semplice, gli ho dato una ripulita, ho fatto il pieno e ho messo in moto, ho navigato lungo il canale e sono arrivato qua, nessun problema, ha tossicchiato un po’ ma niente di grave. Sembra vecchia e decrepita, forse lo è, ma, per quello che dobbiamo fare noi, è perfetta, basta lavorarci sopra un po’, siamo tutti bravi in qualcosa: una revisione al motore, che è la cosa più importante, e di questo me ne occupo io, una verniciata, qualche latta di vernice si trova, ne prendiamo una per ogni magazzino dei nostri padri e vedrai uscirà come nuova."

 

"Ma così, corriamo il rischio di avere lattine di colori diversi, ne verrà fuori un casino, saremo riconoscibili anche a chilometri di distanza."

 

"Bravo, sai che non ci avevo pensato? proprio l’idea giusta, vogliamo essere riconosciuti, devono sapere che, quando ci vedono arrivare, sono dolori per loro. Saremo la loro coscienza, li richiameremo a una condotta più adeguata. Ora andate a prendere questa vernice e non vi preoccupate dei colori, prendete tutto, noi intanto faremo quanto serve, se ci sono altre cose da fare sta sicuro che le faremo. Quando si vuole ottenere un risultato non si guarda tanto per il sottile. Al momento sembra che questa barca sia brutta, scrostata e malandata. Va bene così, tieni presente che è come invisibile, nessuno farà caso a lei, così noi, intanto, potremo andare dove vogliamo. Dopo, però, quando sarà visibile, ci faremo vedere e come. La libertà non la si ottiene senza sacrifici e sofferenze, anche se dovessimo spingerla a remi, vedrete che ce la faremo. Adesso basta parlare, venite, saliamo a bordo, staremo più al caldo e possiamo anche cominciare a vedere i lavori che ci sono da fare.

 

 

 

 

 

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Ballando sotto le stelle

10 Agosto 2018 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #televisione, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

 

Mettete l'atmosfera di una magica serata nella splendida Sardegna, l'ambiente accogliente e confidenziale dell'Hotel Village Fior di Sardegna, a Posada, di Danilo dell'Agnese e Franco Giuliano, e due amici che si rincontrano dopo 30 anni. I due personaggi in questione sono la spumeggiante e splendida Carmen di Pietro, in forma più che mai e l'evergreen, marpione  e simpatico, Stefano Masciarelli e lo spettacolo è servito … 
I due non si vedevano da circa 30 anni ma, rispolverando i vecchi ricordi, parlando dei programmi futuri, si sono lasciati travolgere da una serie di balli e giravolte, scambiandosi divertenti battute e coinvolgendo i fortunati ospiti della struttura che hanno potuto assistere ad uno spettacolo improvvisato ed esilarante. 

L'estate è anche questa … leggerezza, amicizia, voglia di sorridere e far sorridere … 

 

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La giustizia

9 Agosto 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

   

                                         

 

 

 

Il giudice Macaluso uscì di casa nervoso e assonnato, non aveva chiuso occhio per tutta la notte, aveva studiato le carte del processo, un rompicapo che gli avvocati delle due parti non riuscivano a risolvere. Si stava recando in tribunale, con la speranza di chiudere questa faccenda, ma era sicuro di dover rimandare ancora una volta la sessione, non erano emersi elementi nuovi. Lui voleva andarsene a pesca, invece doveva restare a sorbirsi i battibecchi dei due avvocati, ormai era diventato un braccio di ferro fra i due, per loro era importante solo vincere la causa, dell’imputato e del delitto ormai non importava niente a nessuno dei due.  

Arrivato nel parcheggio, lasciò la macchina e salì la grande scalinata che portava alle aule. Nel suo studio si liberò della borsa e indossò la toga, guardò l’orologio e decise di avviarsi verso l’aula.

La sala dell’udienza era gremita come sempre, il caso stava suscitando curiosità nella gente. Un processo in odore di mafia provocava sempre interesse.   

Il giudice entrò, mentre veniva annunciato il suo ingresso.

 

"Signori entra la corte!"

 

Il giudice sedette al suo scranno e, già dal tono della voce, gli avvocati capirono che era di malumore.

 

"Prima di iniziare la seduta vorrei ricordare ai due avvocati di evitare scaramucce verbali,  andiamo avanti così da mesi, se avete delle novità, procediamo, altrimenti rimandiamo a data da destinarsi, posso anche archiviare il caso."

 

"Vostro onore," rispose sollecito il procuratore "abbiamo un altro testimone e spero sia decisivo per concludere presto la questione."

 

"Bene! Chiami il suo testimone e sentiamo."

 

"Chiamo a deporre la signora  Concetta Pelliccia."

 

La teste, un'anziana signora sui settanta anni, venne al banco con lo sguardo acido e altezzoso. Dopo il giuramento di rito, il procuratore iniziò il suo interrogatorio.

 

"Bene! Ci vuole raccontare con esattezza cosa ha visto la sera in cui è stato commesso il delitto?"

 

"Certo avvocato, la sera del 10 ottobre ero alla finestra, sa, soffro d’insonnia, e ho  visto quel delinquente che veniva avanti…"

 

"Obiezione! Vostro onore, si esprime un giudizio non richiesto sull’imputato."

 

"Accolta, avvocato eviti al testimone di fare apprezzamenti, si limiti a esporre i fatti."

 

"Sì vostro onore, allora signora, dica solo quello che ha visto."

 

"Come stavo dicendo, avvocato, quel brutto ceffo, stava camminando…"

 

"Obiezione, irrilevante e non pertinente, la teste insiste, non è possibile!"

 

"Accolta, un’altra obiezione, avvocato, e dovrò annullare la testimonianza."

 

"Signora la prego,  dica cosa ha visto."

 

"Avvocato, se m’interrompono… volevo dire che… quello lì, stava passando sotto casa mia e andava nella direzione del portone della vittima, non c’era anima viva per la strada, deve essere stato per forza lui, ha la faccia dell’assassino!"

 

"Obiezione! Irrilevante, discriminatorio, Vostro onore, la teste non può esprimere opinioni e conclusioni, chiedo che questa testimonianza sia annullata, la teste è prevenuta e pertanto non attendibile. La sua dichiarazione sia stralciata dagli atti."

 

"Accolta, sospendo la seduta per trenta minuti, voi avvocati, nel mio studio subito."

 

Il giudice era esasperato, possibile che il procuratore non capisse! La sua teste era inutile e prevenuta per giunta. Tempo perso, ma la cosa che gli dava maggior fastidio era che quei du, agivano sempre a discapito della legge e della verità.

 

"Bene signori,"esordì il giudice "sapete perché siete qui, non si può andare avanti, nessuno dei due riesce a produrre prove concrete. Dopo mesi di dibattito siamo ancora a zero, a voi, forse, non importa, ma a me sì, vi do un'altra settimana di tempo poi scioglierò il procedimento e archivierò il caso, l’imputato sarà assolto per non aver commesso il fatto. Vi piaccia o no, questa è la linea che seguirò. Trovate prove sufficienti e andremo avanti, altrimenti si fa come dico io, intesi?!"

 

"Come vuole, signor giudice," disse il procuratore, "non credo di riuscire in una settimana a trovare prove utili, peccato! Rimetteremo un assassino in libertà."

 

"Non è vero, giudice," rispose l’avvocato delle difesa, il mio assistito è innocente fino a prova contraria, quindi deve essere assolto. Io non devo dimostrare niente, è il procuratore che deve esibire prove schiaccianti di colpevolezza, vuol dire che aspetteremo una settimana. Signor giudice, se è tutto, io andrei, voglio dare la notizia al mio cliente."

 

Uscito l’avvocato difensore, gli altri due si guardarono per un attimo con un lampo di complicità.

   

"Bel colpo, amico mio, come ti è venuto in mente di far testimoniare quella vecchia rimbambita? Davvero un colpo di genio, ora posso accelerare i tempi, e chiudere questo processo, è durato anche troppo."

 

"Cosa vuoi che dica? Sappiamo entrambi a chi appartiene l’imputato, non potevo fare altrimenti, si doveva trovare un modo legale di affossare il procedimento. Con la testimonianza della vecchia abbiamo fatto centro. Ora potrai chiudere il caso senza che nessuno possa gridare allo scandalo. Tutto in perfetta regola, secondo giustizia."    

"Ben fatto! Aggiungo anche che, al momento, non ci sono pentiti, mio caro procuratore, che possano smentire il nostro operato, specie il tuo, in tutti questi mesi non sei stato capace di trovare un motivo valido di incriminazione. L’avvocato difensore, poverino, è convinto che di aver vinto la causa, si vede che è giovane e inesperto."

 

"Bene! Allora d’accordo, faremo l’ultima sessione e dichiarerò l’imputato innocente per non aver commesso il fatto."

 

"Giudice, noi sappiamo che è colpevole, non credi che la giustizia possa fare una brutta figura?"

 

"Tu dici? A questo punto, cosa vuoi che faccia, tu non sei stato capace di trovare uno straccio di prova, io sono solo il giudice, che decide in base alle prove, se non ce ne sono!  Il caso è chiuso. Al limite tu non ne uscirai proprio bene, una causa persa, ma una barca nuova a mare, o sbaglio!"

 

Entrambi sorrisero a questa battuta.

 

"La giustizia trionfa sempre, anche quando sbaglia, questo dovresti averlo capito da tempo, spero."

 

"Per come la vedo io, la giustizia è imparziale, un assassino in libertà o un innocente condannato, per lei sono la stessa cosa, hanno lo stesso peso sulla sua bilancia."

 

Detto questo il giudice si tolse la toga e prese sottobraccio l’avvocato, quando uscirono dallo studio stavano ancora ridendo.

 

 

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Arte al bar: ROBERT WHITAKER The butcher cover

8 Agosto 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #arte al bar, #fotografia

La foto di Robert Withtaker e l'omaggio di Walter FestLa foto di Robert Withtaker e l'omaggio di Walter Fest

La foto di Robert Withtaker e l'omaggio di Walter Fest

 

 

 

Amici lettori di questo blog che vi accende la luce anche quando fa troppo caldo e non avete voglia di fare niente, sappiate che questo bar non va in ferie, pertanto, su qualsiasi spiaggia vi troviate, in collina, sul cocuzzolo di una montagna, oppure a spasso per una old city, noi vi accompagneremo con le nostre chiacchiere artistiche. 

Eccomi qua, seduto al mio tavolino color fucsia, con in mano il mio Irish coffee alla nutella, di fianco a me c'è Anacleto il salumiere, poi vi spiego il perché della sua presenza. In realtà, visto l'argomento, avrei voluto Carmine il macellaio, ma è andato a pescare e così, non avendo di meglio in pasta, ci dobbiamo accontentare del nostro salumiere.

Molto bene, al momento nel bar c'è troppo silenzio e così Gianni il barista, conoscendo il tema di oggi, ha messo come sottofondo musicale la compilation di Beatlesmania. Avete capito di chi parleremo? Forse sì, forse no, sto per presentarvi l'opera di Robert Whitaker, colui che è stato "Il fotografo" dei Beatles, li ha seguiti in vari tour in giro per il mondo e ha immortalato i Fab 4 in immagini che hanno fatto la storia del gruppo.

L'artista entrò in contatto con i Beatles per una semplice casualità, durante una loro tournée in Australia. Arrivò per lui l'occasione di realizzare alcuni scatti al manager Brian Epstein, dopo i quali gli propose di collaborare insieme. Inizialmente Robert Whitaker rifiutò, per cambiare idea solo alcuni mesi dopo aver visto il grande entusiasmo, al limite dell'isteria, dei fan ai concerti, e ne seguì i destini dal 1964 al 1966. 
L'opera che andremo a descrivere sarà la celeberrima "Butcher cover", la foto della copertina dell'album "Yesterday and today", nella quale i quattro musicisti sorridenti sono in camice bianco da macellai, con in braccio brandelli di carne insanguinata e bambole storpiate. Cosa che destò molto scalpore, poiché ritenuta troppo violenta, e ricevette numerose proteste, tanto da venire ritirata da tutti i negozi dove era stata distribuita.

Whitaker aveva una sintonia con il surrealismo, e la sua filosofia era di andare oltre gli schemi, quindi, al momento di realizzare il servizio fotografico, decise di interrompere, in accordo con i quattro di Liverpool, la consuetudine che voleva i Beatles nelle solite foto pubblicitarie, dove erano raffigurati inattivi, troppo belli, troppo statici da sembrare finti e, inoltre, l'esagerata passione dei fan verso il gruppo, tanto idolatrato da sfiorare l'irragionevolezza. Quindi, nell'immaginario del fotografo australiano, il pensiero che la foga entusiastica dei fan avesse potuto fare a pezzi i quattro musicisti, gli diede lo spunto per ritrarli ironicamente come dei ridenti macellai, simboleggiati dai camici bianchi, dai brandelli di carne e dalla naturalezza umana fatta a pezzi come le bambole fra le braccia di John, Paul, Ringo e George.

Il messaggio oltre gli schemi era che i quattro Beatles non rappresentavano degli idoli soprannaturali da idolatrare ma ragazzi normali, baciati dal talento e dal successo, e che la musica era semplicemente arte da godere, arte per far stare bene la gente a prescindere dalla nazionalità, colore della pelle o religione.

Anche se è un'immagine che, a prima vista, poteva ricordare un film horror, i quattro Beatles ridevano, e il loro sguardo era totalmente ironico; la prima cosa che la gente avrebbe dovuto pensare era che fosse uno scherzo, un gioco, magari provocatorio, senza offesa per nessuno. In tutto il mondo ne potevano ridere, prendendoli per pazzi, in fondo erano artisti.
 

- Anacleto, guarda questa foto e dimmi che ne pensi.
 

- Sono i Beatles? Ma che, hanno cambiato lavoro?
 

- No, questa era una copertina di un disco, dammi la tua prima impressione.
 

-Mi fa ridere, si capisce che è uno scherzo, se la foto la facevo io ci mettevo pure un doppio fiasco di vino e il barbecue, comunque mi piace, è una cosa un po' strana, però è diversa dalle solite.
 

-Bravo Anacleto, invece questa foto creò un sacco di problemi perché si pensava che potesse impressionare il pubblico.
 

- Walter, bastava che il fotografo avesse messo un bancone, un frigorifero, attaccata alla parete la testa finta di un toro con le corna, e sarebbe andata bene, il disco lo avrebbero intitolato "braciole e salsicce rock".
 

- E con l'arte come la mettevamo?
 

- Ma perché, quando si sente la musica non si mangia?
 

- Vedi, Anacleto, questo fotografo era come un visionario, uno sperimentatore, uno che cercava l'immagine originale, con la sua macchinetta a tracolla era un tutt'uno con la propria fantasia e, in quel momento, insieme ai Beatles si stava divertendo a inventare un messaggio artistico nuovo, in contrasto con i soliti. Tu prima hai detto bene: questa foto era diversa dalle normali copertine; in sintesi, attraverso la fantasia, cercava di entrare profondamente in contatto con il pubblico.
 

- Hai ragione, senti, che ne dici se mi faccio pure io una foto dentro la mia salumeria vestito da musicista? Una bella foto mentre taglio a mano il prosciutto, "Anacleto la rock star della salumeria norcina."
 

- Ti conio uno slogan..."Da Anacleto il prosciutto è bono e balla bene."
 

- Sì, mi piace!
 

- Anacleto, vedi l'importanza dell'arte? Allarga gli orizzonti, questo è quello che probabilmente Robert Whitaker ricercava nel suo lavoro e, pure se questa copertina venne tolta di mezzo, nulla poté fermare l'onda d'urto creativa dei quattro ragazzi di Liverpool e così, se ancora possiamo godere di quei fermo immagine storici, lo dobbiamo a un grande artista della fotografia, Robert Whitaker, che non è famoso solo per il lavoro con i Beatles ma anche per aver ritratto, con scatti memorabili, Salvador Dali, Mick Jagger e altre star dello spettacolo.
 

- Walter, adesso che facciamo? Ce lo facciamo un selfie alla Robert Whitaker?
 

Non ve lo avevo detto ma, nel frattempo, attirati dalla musica dei Beatles, altri amici hanno assistito alla nostra chiacchierata; ve li elenco in ordine sparso: Giovanna la Milanese, Dalia la Torinese, Franco il gelataio, Aristide la comparsa di Cinecittà, Monica la parrucchiera e Bice e Alice le due ex maestre in pensione. Forza, mettete tutti il camice bianco da bidello, i bambolotti con le caramelle, i panettoni scaduti del Natale scorso, spappolatevi addosso qualche tramezzino, un po' di salsa di pomodoro, mettetevi in posa, ridete e dite tutti "ce piace la lasagna!"
Amici lettori della signoradeifiltri, con questo selfie vi salutiamo, vi presenterò meglio i miei amici dell'arte al bar la prossima volta. E' stato un piacere essere in vostra compagnia e, quando dalla spiaggia vi tuffate in acqua, fatelo artisticamente pensando a noi.

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Lo stregone

7 Agosto 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

 

 

Il Re era stato chiaro quando aveva ordinato ai suoi migliori cavalieri di andare nelle terre del mago Oblivius, dovevano cercarlo e, se possibile, ucciderlo. Sapeva bene che era un’impresa ai limiti delle possibilità, il mago era troppo potente e le spade non servivano a molto se non riuscivano ad avvicinarsi a lui. Sei cavalieri erano partiti, pronti a morire pur di portare a termine la missione.

Giunti senza troppi problemi nel regno del mago non trovarono molto. Una campagna brulla e desolata, senza dimore o castelli, solo una terra arsa, come se ci fosse passato sopra un vento di fuoco. Dopo aver percorso molta strada all’interno di quell’inferno, che ancora puzzava di fumo, videro un'enorme costruzione che si stagliava nel deserto. Erano i ruderi di un antico tempio. 

Quando arrivarono nelle vicinanze, tutti convennero che si trattava di una basilica cristiana distrutta. Quello che rimaneva era uno scheletro di pietra, alto e imponente, che dimostrava, con la sua grandezza, un antico splendore. Girarono tutto intorno per cercare il mago, si erano convinti che quei ruderi fossero la sua dimora. Avvertirono intorno a loro un’aria strana, si sentiva un odore molto intenso e forte, che sembrava avvolgere tutta al costruzione. Era un odore indefinito, un insieme fra il tanfo di una cloaca e un campo di fiori di lavanda. I cavalieri sguainarono le spade e si sparsero nell’area, dietro ogni colonna poteva esserci un pericolo. Il mago sapeva usare la magia e non aveva bisogno di avvicinarsi, loro dovevano per forza usare le spade. Dopo più di un’ora di questa ricerca alla fine si arresero e si sdraiarono per terra.

"Credo che non ci sia, abbiamo esplorato tutto il sito e non c’è niente, se avesse voluto ucciderci lo avrebbe fatto senza nemmeno che noi ce ne accorgessimo."

 

"Non credere, quello è un gran furbone, si sarà nascosto da qualche parte, doveva uscire allo scoperto se voleva ammazzare qualcuno, forse ne avrebbe uccisi due o tre di noi, poi penso che alla fine lo avremmo beccato."

Mentre parlavano sdraiati per terra, uno di loro alzò gli occhi  e si accorse di un fenomeno strano, le rovine in alto avevano una forma strana. Di quello che era stato una volta il tetto adesso restavano poche travi, mattoni e larghi squarci. Nel guardare quei vuoti, il soldato individuò due grandi occhi e, al centro, uno spazio molto più grande, come un’enorme bocca aperta per divorare chiunque si trovasse all’interno della costruzione. La vista di quella terrificante maschera gli procurò un brivido lungo la schiena. Quella visione era qualcosa di spaventoso e macabro.

Si alzò piano e, con la mano, invitò i suoi amici a fare altrettanto, ma con la massima cautela. I suoi commilitoni non capivano il senso di quella prudenza, ma, conoscendo le doti intellettive del loro compagno, fecero quanto diceva. Per prima cosa lo videro allontanarsi dal centro dei ruderi e mettersi all’aperto, poi, con colpi decisi della spada, cominciò a battere contro le colonne esterne della costruzione. A questo punto i compagni, incuriositi dalle sue manovre, chiesero spiegazioni.

"Insomma, Laerzius, si può sapere cosa ti è preso? Non vorrai abbattere le colonne con la spada."

 

"Ragazzi, per favore, abbiate fiducia in me, abbiamo corso un tremendo pericolo e, se non mi credete, basta che entrate un attimo dentro le mura e guardate in alto. Fissate bene lo spazio dove si vede il cielo e quello che resta della cupola. In quanto alle colonne, avete ragione, dobbiamo trovare un altro sistema per abbattere quanto è rimasto in piedi."

I compagni si riunirono e entrarono dentro dalla parte più corta, così potevano avere una visuale completa della navata in alto. Dopo essere rimasti un po’ di tempo a osservare, alla fine capirono il motivo e si precipitarono fuori in preda a una vera paura. Quello che avevano visto era davvero spaventoso. Insieme cercarono nei dintorni qualcosa di adatto a demolire le rovine.

Trovarono poco distante un tronco abbandonato bruciato, in parte, dal fuoco, ma ancora solido e robusto, dopo averlo sagomato con le spade, lo presero tre per lato e, come un ariete, presero a martellare le colonne portanti di quelle rovine, al primo colpo poderoso, assestato alla colonna più vicina, si udì chiaramente un cupo lamento. Era il segno che avevano indovinato la strategia per sconfiggere il mago. 

Continuarono senza sosta a martellare tutte le colonne e i muri esistenti, ma sempre dall’esterno verso l’interno. Ad ogni colpo i lamenti aumentavano d’intensità. Lo stregone, per mimetizzarsi era ricorso a quello stratagemma. Aveva  assunto quella forma, ma così non poteva reagire, per farlo doveva trasformarsi di nuovo in umano, ma, a quel punto, i cavalieri lo avrebbero  facilmente  ucciso, cosa che fecero lo stesso, quando delle maestose rovine non restò più nulla.

Quando cadde l’ultima pietra e l’interno delle rovine era, ormai, coperto solo da pietre sbriciolate, il mago si materializzò in un corpo umano, vecchio e rugoso. Era rimasto seppellito dalle stesse pietre in cui si era trasformato. Era moribondo, ma cercò lo stesso di alzare le mani per fare qualche incantesimo. Per non correre rischi, sei spade s’immersero in quella figura. A contatto dell’acciaio lo stregone si dissolse in una nuvola di polvere.

I guerrieri, dopo essersi congratulati a vicenda per la riuscita della loro missione, si accinsero a partire. Si erano allontanati di pochi metri dalle rovine quando nell’aria si udì, sinistra, una voce imperiosa e lugubre.

"Avete vinto una battaglia, poveri illusi, avete ucciso quel corpo ormai vecchio, ma il mio spirito non è morto, tornerò, potete essere sicuri, tornerò per portarvi tutti nelle viscere della terra." 

Dopo che i sei erano rimasti fermi ad ascoltare, atterriti e tremanti,si udì una grossa risata.

"Ah, ah ah ah ah, tornerò, tornerò!"

Mentre i guerrieri si allontanavano di corsa da quelle rovine, la voce dello stregone si faceva sempre più debole, più flebile, fino a svanire nel silenzio.  

 

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Mito e fiaba

6 Agosto 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

 

Non sempre, comunque, è necessario o possibile distinguere il mito dalle altre storie tradizionali, in particolare dalla fiaba: spes­so libri di fiabe contengono storie che altrove sono indicate come miti e antichi miti vengono raccontati come fiabe.

Si possono invece individuare più facilmente gli elementi che il mito ha in comune con la fiaba e quelli per i quali se ne distin­gue. Ecco alcuni elementi di distinzione:

a) Le fiabe raccontano soprattutto la vita, i problemi, le aspi­razioni della gente comune, dei popolo i miti parlano di dèi, di eroi o comunque di figure lontane dalla gente comune per nascita e ambiente.

b)Le fiabe affrontano problemi riguardanti in modo particolare l'ambito familiare: matrigne o sorelle gelose, donne senza figli, genitori poveri che abbandonano i loro bambini.

Il mito tratta «grandi problemi», come la necessità di morire; questioni sociali, come la motivazione dell'istituzione monarchica; problemi morali, come l'obbligo di rispettare gli dèi.

Nella fiaba, gli elementi soprannaturali sono giganti, mostri, streghe, che possiedono oggetti magici (bacchette, polveri, stivali fatati e compiono sortilegi) nel mito compaiono gli oracoli,le divinità immortali, il Destino.

Le fiabe sono ambientate in tempi e luoghi indeterminati e i protagonisti sono indicati con nomi comuni (ad esempio: Caterina la sapiente; La volpe Giovannuzza, Giovan Balento) o con locuzioni nominali che spiegano le loro caratteristiche (ad esempio: Il principe azzurro; La bella addormentata nel bosco;Il gatto con gli stivali); il mito, a volte si svolge in un passato non definito, a volte, almeno per quanto riguarda i miti greci, ha una sua collocazione nel tempo (ad esempio fatti accaduti prima, dopo o durante la guerra di Troia). I luoghi e i personaggi, invece, sono sempre identificati con precisione.

I miti, quindi, hanno una natura pii complessa delle fiabe e in essi sono presenti riflessioni sul mondo, sulla vita, sulla storia dell'uomo e della divinità. Questi racconti tradizionali hanno però anche alcuni elementi comuni:

a) La prova o la missione difficile e pericolosa che l'eroe deve compiere per sopravvivere, per conquistare un regno, per eliminare un malvagio (ad esempio: Perseo deve uccidere il drago; Ercole è costretto a lottare contro Acheloo e Nesso).

b) Il motivo dell'«unico superstite» per cui solo l'eroe protagonista riesce a salvarsi e a superare le prove ad esempio: Ulisse è l'unico a salvarsi nel viaggio di ritorno da Troia; Ippomene è l'unico dei pretendenti alla mano di Atalanta che non viene ucciso).

c) Il ricorrere del numero tre o dei suoi multipli (ad esempio: Venere dà ad Ippomene tre mele d'oro; le Muse sono nove sorelle; Ercole compie dodici fatiche).

d) Il premio finale, per cui l'eroe riceve in premio un regno e si sposa la figlia del re (ad esempio: Perseo sposa Andromeda; Erco­le, Deianira; Ippomene, Atalanta).

e) La presenza di una moglie bisbetica che tiranneggia il mari­to (ad esempio i litigi fra Giove e Giunone).

f) La trasformazione e il mascheramento (ad esempio: Giove si trasforma in pioggia d’oro; Mercurio si traveste da pastore).

La presenza di questi elementi comuni è dovuta al fatto che mito e fiaba vengono soprattutto agli inizi raccontati a voce, quindi sono figli entrambi della stessa tradizione orale.

Chi narra una storia deve avere la capacità di tenere alta l'at­tenzione del suo pubblico, perciò i cantastorie fanno ricorso ad espedienti che permettono a chi ascolta di seguire agevolmente il racconto, di stupirsi, di immedesimarsi nel protagonista.

Anche nel narrare i miti, che riflettono problemi più com­plessi e profondi di quelli delle fiabe e degli altri racconti tradizio­nali, vengono usati gli stessi espedienti narrativi e probabilmente la sopravvivenza di certi miti rispetto ad altri dipende anche dall’efficacia con la quale questi meccanismi sono usati nella crea­zione della storia.

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Una famiglia per bene

5 Agosto 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

                                      

 

 

 

Su New York era scesa una cappa grigio scuro, un cielo chiuso che, stando alle previsioni, non prometteva niente di buono. Le 5° strada era semideserta, l’orario di chiusura degli uffici e la possibilità di un temporale avevano allontanato la gente dalle strade, solo una lunga fila di taxi gialli riempiva la strada in direzione di Broadway. Nello spazio intorno alla statua del grande Duke Ellington le panchine accoglievano gli ultimi ritardatari che erano rimasti lì a prendere il sole durante il giorno. L’aria era ancora gradevole nonostante adesso si stesse alzando un venticello che portava aria più fresca proveniente dall’Harlem River. Rassegnati, i vecchietti si decisero ad alzarsi e, dopo i consueti saluti, si dispersero nelle strade adiacenti.

Uno di questi, un uomo alto e robusto, si diresse lentamente verso l’incrocio con Madison Street. Il suo passo era cadenzato. Aveva  i capelli completamente bianchi e lunghi, i suoi occhi scuri saettavano minacciosi, erano capaci di mettere in soggezione ogni tipo di interlocutore. Camminava tranquillo con le mani in tasca incurante del vento. Dopo due isolati, girò ad angolo con la 110 e, finalmente, raggiunse la sua meta, il negozio di famiglia “Fresh Market”. Entrò facendo suonare il campanello della porta. L’interno era pulito e tutta la merce disposta in bella mostra nelle vetrine e nei banchi frigo.

Quel negozio rappresentava la realizzazione del sogno dei suoi genitori. Lui era ancora quindicenne quando arrivò negli States, chiamato dai nonni che erano partiti anni prima, provenienti dal sud d’Italia. I primi tempi erano stati duri, ma non si era tirato indietro, aveva sgobbato per riuscire a elevare il tenore di vita della famiglia, che era riuscita a creare  un’attività commerciale, non dove era adesso, ma molto più avanti, in un buco di negozio vicino alla riva del fiume, lontano dal centro abitato e molto più vicino ad Harlem. Davanti al negozio passava la strada litoranea e non c’era possibilità di potersi fermare. I pochi clienti erano limitati ai radi abitanti locali. 

Diventato adulto, Cosimo riuscì a mettere in piedi da solo un’attività di movimento terra, comprò due piccoli camion e con questi girava trasportando materiale per l’edilizia. In una città come la grande mela quel tipo di lavoro non mancava mai, c’era sempre da costruire o ricostruire qualcosa. Gli affari cominciarono ad andar bene e i guadagni si moltiplicarono, comprò altri camion e assunse nuovi operai. Questo suo successo suscitò l’interesse del sindacato locale che si fece ben presto avanti a reclamare la sua parte. Non era permesso a un singolo di ingrandirsi in quel modo senza la protezione del sindacato. Da quel momento in poi la situazione precipitò, fu oggetto d'attentati e sabotaggi, il personale da lui assunto capì l’antifona e si eclissò, rimase solo, tentò con tutti i mezzi di risollevarsi assumendo come lavoratori degli sbandati di colore per i suo affari, ma anche questi si rivelarono un cattivo investimento.

Non era abituato ad arrendersi, ma trovandosi da solo pensò che non era opportuno reagire, si riservò di farlo più avanti se fosse capitata l’occasione. Vendette tutto racimolando nemmeno la metà del reale valore, mise da parte il gruzzoletto e restò tranquillo. Visto com’erano andate le cose, il sindacato si dimenticò di lui e poté tornare ad una vita normale.

I nonni intanto se n'erano andati in silenzio, delusi dalle promesse non mantenute dall’America, erano arrivati poveri e così erano morti. Cosimo ebbe in eredità dai genitori, ormai anziani, il piccolo negozietto, ma non volle ripetere l’esperienza dei suoi,  lo lasciò chiuso, non si sentiva pronto a condurre una vita in quelle condizioni così precarie.

Successe che l’amministrazione comunale decise di demolire la palazzina dov'era situato il negozio e, giocoforza, Cosimo dovette prendere una decisione. Si era sposato, con il lavoro della moglie e il suo tesoretto riusciva a tirare avanti. Aveva cinque figli che crescevano velocemente e le necessità aumentavano, doveva impegnarsi in qualcosa di più remunerativo. Leggendo il giornale vide qualcosa che attirò la sua attenzione, si stava liberando un locale in una posizione strategica, ad angolo fra due strade molto trafficate. Dopo un consiglio di famiglia con la moglie e i figli maggiori, decise di tentare la sorte. Prese il locale e, per non dimenticare le sue origini italiane, come fulcro della nuova attività scelse il settore alimentare. Conosceva molte famiglie d'origine italiana e, forte anche del loro appoggio, si buttò con la famiglia in questa nuova avventura.

L’inventiva, la simpatia e l’onestà, fecero del suo negozio un punto di ritrovo per le specialità italiane, gli affari andarono bene e la famiglia prosperò.

Adesso che era diventato vecchio, aveva lasciato le redini in mano ai figli e ai nipoti che continuavano a mandare avanti il lavoro, lui si limitava a passare le giornate al parco con gli amici e a sovrintendere alla contabilità.

 

"C’è nessuno? Sono tornato!" Lo scampanellio della porta aveva avvisato il nipote, che era nel retro, il quale uscì dalla porta laterale in grembiule,  un po’ affannato.

 

"Ciao nonno, sei tu? Sscusa, ma stavo scaricando i barilotti di birra, se non lo faccio io, qui non lo fa nessuno, tu sei anziano e non puoi, papà deve ancora smaltire la botta che ha preso la settimana scorsa."

 

"Ok! Ho capito, non la fare tanto lunga, piuttosto, ci sono novità?"

 

Il nipote si fermò un attimo a fissarlo, era indeciso se parlare di quanto accaduto o tacere, alla fine si decise a raccontare tutto. Dopotutto era il nonno il il titolare della ditta ed era opportuno che sapesse.

 

"In verità, nonno, una novità c’è stata, ma dubito che ti piacerà!"

 

"Ah!" fece Cosimo, si mise subito in allarme nel sentire quelle parole, una vocina dentro di lui gli diceva che la storia si stava ripetendo. "Dimmi Luciano, forse, è venuto qualcuno a vedere e a parlare con te?"

 

Il nipote lo guardò stupito.

 

"Tu come fai a saperlo? In effetti sono venuti in due, due bianchi, non hanno parlato molto, hanno fatto un giro per il negozio, hanno preso una mela ognuno e sono andati via, non prima di avermi fissato a lungo per vedere se reagivo al furto. Io ho capito il messaggio e non ho mosso un dito, ho fatto finta di non vedere."

 

"Bravo! Hai fatto proprio bene, in questi casi non bisogna alimentare la loro protervia, non ti preoccupare, mi occuperò io della faccenda. Già una volta sono stato costretto a subire questo genere di sopruso, perché ero solo e non avevo ancora una famiglia, ora è diverso. Siamo una famiglia perbene, onesta e rispettabile, non possono intralciare la nostra vita, non permetterò che accada di nuovo."

 

Lasciò il nipote e si diresse verso casa.  Entrò e, per sua fortuna, non trovò nessuno.  Prese le chiavi e andò in garage, da una scatola metallica, chiusa con un catenaccio, tirò fuori una pistola calibro 38, il dono ricevuto in segreto dal nonno che, prima di andarsene,gli aveva raccomandato di usarla solo per mantenere alto il buon nome della famiglia. Verificò che fosse in ordine e ben carica, l'infilò nei pantaloni, dietro la schiena, e uscì. Conosceva bene l’indirizzo dove andare.

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Don Gaetano

3 Agosto 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

                                                  

 

 

La farmacia De Santis poteva vantare la più antica data di nascita, fra le attività commerciali della zona era considerata un’istituzione. Si poteva affermare che fosse lì da sempre. Il suo fondatore fu un oriundo calabrese, un certo Gerolamo De Santis che era al seguito della spedizione dei Mille. Unificata l'Italia, decise stabilirsi a Napoli e, mettendo in pratica le sue conoscenze e le capacità, aprì una bottega di speziale. Quell’iniziativa incontrò il favore del pubblico e ben presto conquistò stima e rispetto della gente. Alla sua morte, il figlio Giovanni, laureatosi in farmacia, rimodernò i locali, perfezionò le ricette del padre e, con un’accorta conduzione, portò la farmacia al suo massimo splendore.

Davanti alle vetrine si soffermava la gente bene della città, venivano da tutte le parti, per vedere e farsi vedere. Era diventato un punto d’incontro, una tappa obbligata fra i luoghi mondani della città. Il bancone alto e tirato a lucido, di puro mogano, occupava quasi interamente la parete frontale. Dal soffitto pendeva un grosso lampadario di cristallo che rifletteva la sua luce sul pavimento di mattoni rossi passati a cera. Alle pareti laterali, graziose vetrinette a muro abbellivano il locale con il loro contenuto di vasi in porcellana, cristallo e deliziose boccette d'opaline di tutte le misure.

Giovanni, impeccabile nel suo camice bianco odoroso di lavanda, intratteneva i clienti con affabilità, alle signore e ai bambini offriva delle caramelline alla menta di sua produzione, per gli  uomini, invece, aveva dei morbidi e aromatici sigari che riusciva a procurarsi chissà dove. Giovanni fu una persona stupenda, capace anche d'atti di coraggio durante la guerra, si sposò ed ebbe un matrimonio felice, non lo fu invece con i figli, le prime due figlie, nonostante le sue amorose cure, rimasero gracili e delicate, non riuscirono a trovare marito e restarono due zitelle acide e bigotte. Il tanto desiderato figlio maschio, Gaetano, dimostrò fin da piccolo la sua avversione per quel mestiere, non aveva la capacità di proseguire il lavoro del padre. Era di carattere pigro e lascivo, non si curava della sua persona più di quanto non si occupasse del negozio. La sua occupazione preferita era andare a caccia di donne, cercava sempre di palpare le lavoranti del laboratorio della farmacia. Molte volte il padre lo aveva sorpreso nel retro, con il viso arrossato e gli occhi stravolti. Alla morte di Giovanni, suo malgrado, dovette assumersi la responsabilità di portare avanti la farmacia.

Quello fu l’inizio del declino della farmacia De Santis - i clienti, anche i più affezionati, cominciarono a diradare le visite. Provavano repulsione per quell’individuo dai modi sgradevoli e dall’aspetto ambiguo. Aveva un qualcosa di viscido che dava fastidio a tutti. Abbandonati a se stessi, i locali acquistarono una patina di polvere e di sporco, l’intonaco dei muri cominciò a sfaldarsi, i mattoni del pavimento, non più passati a cera, si sgretolarono.

Don Gaetano non aveva mai goduto buona fama nel quartiere, né da ragazzo e nemmeno adesso che era arrivato alle soglie dei cinquanta anni. In tutti questi anni, sul suo conto  erano nate molte dicerie, gli anziani raccontavano di strane storie di donne, episodi piccanti che avevano come protagonista sempre e solo lui, il farmacista. Anni prima era stato anche coinvolto in una brutta storia con una ragazzina di tredici anni, fu scagionato, ma i dubbi restarono sempre su di lui come un ombra.

Il commento più frequente fra la gente del posto era che era “malato”. Il suo aspetto contribuiva ad alimentare le voci su di lui. Indossava perennemente un camice nero dove le chiazze di sporco erano lucide in più punti, specie ai bordi delle tasche dove portava dei fazzoletti che gli servivano per asciugarsi il sudore, cosa che faceva di continuo in tutte le stagioni. Nelle stesse tasche portava caramelle alla menta di cui faceva uso frequente. Per coprire la sua calvizie indossava una specie di papalina nera che non riusciva ad evitare che due ciuffi di capelli grigiastri  uscissero dietro le orecchie dandogli un aspetto alquanto ridicolo. Alla presenza di una donna i suoi occhietti grigi e cisposi si animavano e si mettevano in movimento percorrendo da capo a piedi la malcapitata. Il suo viso grasso e flaccido cominciava a sudare e allora i fazzoletti entravano in azione, viceversa, se l’avventore era un uomo, non lo degnava di uno sguardo e se ne liberava il più presto possibile.

La scarsa clientela che ormai entrava nel suo negozio era limitata a quella più povera, qualche padre di famiglia in difficoltà, disoccupati e stranieri. Erano in pochi a credere ancora nei preparati artigianali, la maggior parte preferiva le farmacie moderne con vere medicine. Gaetano sembrava non dare importanza a queste cose, continuava la sua vita di sempre, fino a quando, proveniente dalla strada principale, una carrozza venne avanti lentamente. Giunta davanti alla farmacia, si fermò per far scendere due anziane signore, piccole e minute, vestite in maniera di altri tempi; sembravano uscite da una stampa di fine ottocento. Con passo deciso entrarono nel negozio e chiusero la porta. L’evento non mancò di suscitare curiosità nel quartiere, era raro vedere una carrozza e, ancora  più raro, vedere due signore anziane vestite in quel modo. La gente si poneva domande, chi erano quelle due anziane donne, cosa potevano volere da Gaetano il farmacista. A por fine alla curiosità pensarono le due vecchiette che, dopo più di un’ora, uscirono e se n'andarono come erano venute, in quella carrozza che le aveva aspettate. Dopo pochi minuti, uscì anche Gaetano in uno stato pietoso, rosso in viso, senza il suo abituale berretto, sudato oltre ogni limite, cercando di arginare il copioso sudore. Nonostante l’orario chiuse in fretta la farmacia e si avviò verso casa.

Da quel momento la farmacia fu transennata per lavori e restò chiusa per oltre un mese. Una mattina una squadra d'operai la circondò e tolse le tavole che la nascondevano agli occhi curiosi della gente. Al posto della vecchia insegna e del fatiscente negozio che era diventato, una nuovissima insegna bianca e verde annunciava l’apertura del  “COVO DELLE STREGHE “Erboristeria De Santis". Tutto era nuovo fiammante: pavimenti, vetrine, il banco, tutto nelle sfumature di colore verde e bianco, tutto molto chic e accogliente. A ricevere i clienti due simpatiche e ossute vecchiette, adorne di trine e merletti.

Di Gaetano nessuna traccia, non faceva più parte del locale. Si venne a sapere col tempo che le sorelle, stanche del suo operato, avevano deciso di toglierli la conduzione della farmacia, prima che andasse completamente in rovina, e lo avevano relegato in laboratorio a preparare le misture di erbe. Purtroppo anche lì dava fastidio, le ragazze si lamentavano della sua presenza, allora le due vecchiette decisero di rispedirlo al paese natale con una lettera d'accompagnamento per il parroco locale che si prendesse cura della salvezza dell’anima del loro congiunto “malato” .

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