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Sfilata sotto le stelle

12 Luglio 2018 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #moda, #eventi

 

 

 
 
 
Giovedi 12 luglio, evento super mondano organizzato a Villa Petrischio, location con vista mozzafiato, di Diletta Cecconi e Gabriele Ricci. Circondato da un parco di tre ettari di pini secolari e cipressi, il Relais gode di un’incantevole vista sulla Valdichiana. In questo lussuoso  ed esclusivo contesto  si svolgerà l’evento moda della stilista pratese Cinzia Diddi che presenzierà l'evento.
Una sfilata interamente dedicata alla DONNA.
Abiti lunghi, lussuosi, carichi di paillettes, e giochi di trasparenze.
 
 
Perché questo evento ?
 
Si tratta di un evento che in qualche modo è stato organizzato per concludere l'estate, ma che farà da apripista a future manifestazioni dedicate alla donna e alla sua salvaguardia e protezione.
Ho volutamente scelto di far sfilare una dozzina di abiti da sera e da cerimonia, si tratta del mio singolare modo, per AFFERMARE che la DONNA va celebrata SEMPRE, ma soprattutto attraverso i mezzi che ho a disposizione, il mio lavoro.
È un tema che mi sta molto a cuore, sensibilizzare in qualunque modo mi sia possibile, e sfruttare ogni occasione, per ribadire che è necessario educare al rispetto della donna.
È un tema sociale importantissimo e di grande emergenza.
Questa sfilata è indiscutibilmente e unicamente dedicata alla DONNA .
Ho voluto legarvi questo tema sociale di grande importanza e che merita tutta l'attenzione possibile.
Le mie, sono iniziative volte alla sensibilizzazione, affinché uomini e donne comprendano che, insieme, possono avviare il processo di cambiamento culturale necessario perché  episodi di violenza non si ripetano.
Sicuramente ci sarà chi sosterrà che non è con una sfilata che cambieranno le cose, a queste persone rispondo con un invito a promuovere anch'esse delle azioni piuttosto che delle critiche o polemiche, perché è la somma delle piccole azioni che crea degli importanti cambiamenti.
 
 
Chi si è occupato dell'organizzazione della serata?
 
 
Un noto vocalist, conosciuto e stimato, con cui collaboro da un po' di tempo e che ho avuto modo di apprezzare per la sua professionalità e coinvolgente energia.
Il vocalist, Niko Mammato, è uno dei migliori vocal performer del jet set italiano.
A Villa Petrischio è il direttore artistico del giovedi sera, uno speciale evento che ha inizio alle 19:00 e prevede musica e drink in una incantevole location da favola.
Il giovedì sera a Villa Petrischio è solo... LUX!
Mi ha entusiasmato creare un connubio tra l'eleganza dei miei abiti da sera e la modernità propria di un aperitivo accompagnato da musica da discoteca.
E' in un’atmosfera particolare dei primi anni del ‘700 - poiché la villa appartiene a questo periodo, insieme a musica  da discoteca, grande contrasto che riporta ai tempi attuali - che ho deciso di catapultare i miei  invitati, in una seducente performance con modelle che indossano abiti ormai cult di desiderio, eccentricità e alto tasso di seduzione. Sensazioni e profumi dal sapore ‘dannunziano’ che mischiano antiche e moderne seduzioni .
 
 
Perché  ha scelto villa Petrischio come location?
 
Mi è stata proposta da Niko Mammato, direttore artistico per tutta l'estate fino ad agosto, dell'apericena del giovedi organizzato in questo magico posto.
La villa, costruita sulla collina più alta di Farneta, mantiene le caratteristiche originali dell'architettura dell'inizio del XVIII secolo, con la colombaia tipica e con all'interno gli archi di mattoni e i soffitti a travi. Le camere hanno nomi di personaggi femminili mitologici, questo è un particolare che mi ha molto colpito.
Dove, se non qui, potevo organizzare una sfilata di moda dedicata alla DONNA?!
 
 
Gli abiti che lei propone sono eleganti e raffinati, quando si indossa un abito lungo?
 
L'abito lungo è sinonimo di eleganza da sempre ed è spesso associato nell'immaginario collettivo a cene di gala, cerimonie, manifestazioni o serate importanti, tutti eventi in cui l'abito occupa un ruolo di primaria importanza. L'abito lungo è per antonomasia inteso come l'abito elegante da sfoggiare nelle serate importanti e nei gran galà. In realtà non vi è nulla di più falso. L'abito lungo può interpretare varie esigenze a seconda della stagione, dell'evento e del tipo di abito. Vi sono infatti abiti lunghi  davvero molto eleganti ed abiti lunghi sportivi e casual .
L'abito lungo è adatto, a mio avviso, proprio per ogni occasione, l'importante è scegliere il modello giusto e lo stile adeguato. 
E' ovvio che per una serata importante si tenderà a scegliere un abito lungo ed elegante, magari in raso di seta o in tessuto pregiato di altro genere, con paillettes, strass o Swarovski.
Vediamo più nello specifico le situazioni in cui indossare un abito lungo.
 
CERIMONIE - Quando si pensa ad un abito lungo elegante immediatamente lo si associa a una cerimonia importante, come ad esempio un matrimonio. In tal caso però è bene sapere che esso va indossato nel caso in cui il matrimonio sia serale. Scegliete un modello adatto al vostro fisico: quelli stretti e con bustier non si adattano a chi ha una bassa statura, mentre lo stile impero dona a tutte perché copre le rotondità e slancia la figura. I colori da scegliere sono quelli dalle tonalità pastello. L'etichetta dice che il nero è da bandire, a mio avviso, l'unico veramente vietato  in questa circostanza è il total White.
 
PARTY ESTIVI - Estate... Tempo di party all'aperto o magari a bordo piscina. Essere semplici ed eleganti è fondamentale e un abito lungo è l'ideale. In tali occasioni sono da prediligere le tonalità pastello per mantenere una certa sobrietà e un vestito dalle linee morbide magari tenuto con un un cinturino in vita. Un suggerimento: personalizzate e valorizzate il vostro outfit con accessori più ricercati, bracciali e collane anche particolarmente eccentriche e vistose.
 
SERATE  DI GALA -   Le serate di gala possono essere un evento più unico che raro. Per tale motivo occorre prepararsi al meglio. In tale occasione è doveroso indossare un abito lungo che valorizzi la vostra figura. Non eccedete con le scollature. Via libera a lustrini o paillettes (senza esagerare) Abbinate una pochette e sarete impeccabili per la serata. 
 
Se la vostra serata di gala si svolge a bordo di una crociera (in crociera c'è il galà di Benvenuto e il galà di Arrivederci), un abito lungo può essere tranquillamente indossato. A differenza della prima situazione, tale occasione non necessita di un abito eccessivamente formale ed elegante.
 
Ma l'abito lungo può essere indossato anche in occasioni meno formali.
 
PASSEGGIATE - utilizzate capi semplici, leggeri e comodi da indossare che poi sono i più adatti nelle calde giornate estive anche per una semplice passeggiata, magari in riva al mare. Possono essere indossati con dei sandali bassi o modello schiava. Si al colore, si alle fantasie.

 

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Michele Paoletti, "Breve inventario di una assenza"

11 Luglio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Michele Paoletti
Breve inventario di un’assenza

Samuele Editore, 2017

– Pag. 80 – Euro 12

 

Leggendo non cerchiamo nuove idee, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma, scrive Pavese ne Il mestiere di vivere. Per concludere che ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi. Michele Paoletti nel suo Breve inventario di un’assenza indaga il senso di vuoto che pervade la nostra vita dopo la scomparsa di una persona cara, in questo caso il padre, senza indulgere in momenti retorici e malinconici, ma stringendo un patto di comune sentire con il lettore. Tutto si fa più leggero/ adesso che le stagioni/ voltano le carte mentre il gelo/ si attarda tra le lenzuola/ con uno sbadiglio/ di gatto infastidito./ Ho trovato per sbaglio/ la tua giacca verde/ ma non c’erano caramelle/ nelle tasche e mancava/ il secondo bottone sul davanti./ La lascio appesa alla poltrona,/ un’ala di falena/ impolverata e persa/ nella fuga. L’assenza del padre si nota dalle piccole cose, dai particolati evanescenti, da un capo di abbigliamento consueto, ritrovato per caso e subito abbandonato a un destino di oggetto inutile, ormai privo di spirito vitale. Il poeta fa l’inventario di quel che resta dopo la scomparsa, un inventario  poetico, malinconico e dolente, ma non triste e ripiegato su se stesso, quanto teso a mostrare il cambiamento della vita provocato dall’assenza. La realtà torna a essere se stessa, con il quotidiano scandito da piccoli gesti, inevitabilmente segnato dal dolore. Breve inventario di un’assenza è un corpus poetico unitario, una silloge compiuta e profondamente sentita, introdotta da brevi versi di Paolo Ruffilli e da una frase di Amelia Rosselli sul senso del dolore, della perdita, della mancanza, rappresentata dagli oggetti che si trasformano in cose ormai vuote, prive di senso. Non è certo un ragioniere – se non dei sentimenti – il poeta che enumera le fatture da saldare con la vita, i conti che non tornano, i nodi sottili di dolore da stringere di poco sotto la cravatta. Il libro si articola in tre momenti lirici: La terra intatta, Inventario e Muri, tre istanti dilatati nel tempo per metabolizzare dolore e perdita, per farlo diventare una cosa sola con gli oggetti e i momenti della vita. Torneranno le giornate lunghe/ le corse dei bambini,/ la conta dei gradini da saltare./ Si faranno altri nidi sugli abeti/ e l’estate non chiederà il permesso,/ ma pioverà sole intorno/ per far fiorire qualche cosa dentro,/ un grumo, un fremito, un appiglio. Tornano i giorni lieti e magici dell’infanzia, armamentario lirico del poeta, perché tutto quel che si scrive - ormai lo sappiamo! - proviene dalle emozioni ancestrali, dai nostri archetipi di bambini e di adolescenti. Che ridere quando con la mano/ inventavi contro il muro/ un cane una farfalla/ o un’aquila lontana./ Ora la tua ombra è solo un solco/ che si allunga,/ un pilastro caduto senza suono. Non resta che fare l’inventario del poco che ci resta, ascoltare gli oggetti respirare da lontano/ l’aria che muovono i ricordi/ quando si staccano da noi. Poca cosa è il significato delle evanescenti tracce del recente passato: Una macchia sul cuscino/ due bottoni, la manica/ scucita di una giacca./ Il breve inventario di un’assenza. Tutto intorno al poeta è mancanza, ricordo di quel che è stato e che non può tornare. Si allunga la fila di croci/ contro il calendario./ Per dimenticare/ basterebbe non saper contare.

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La cultura occidentale nel 2000

10 Luglio 2018 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #poli patrizia, #cultura, #saggi, #cinema

 

 

 

 

Di Guido Mina di Sospiro - tradotto da Patrizia Poli

 

[Pubblicato nell’originale inglese da Disinformation con il titolo: Western Culture, 2000 AD, e ispirato da una visita che feci con mia moglie a Santiago de Compostela nel 2000. Rileggendo, vi trovo un parallelo (dalle conseguenze, però, opposte) fra il film Tutto su mia madre di Almodóvar e Salò, o le 120 giornate di Sodoma, di Pasolini. Non sono orgoglioso di rivelare, ma temo che io debba farlo, che nel film di Pasolini il gerarca che obbligava quei malcapitati alla coprofagia era mio zio, Uberto Paolo Quintavalle.]

 

I profeti sono l’incarnazione di un dilemma. Il loro messaggio è, in essenza, esoterico, tuttavia sono spinti a renderlo essoterico. Come tutti i dilemmi, neanche questo può essere risolto, e il risultato di solito è l’immolazione o la caduta del profeta, a meno che circostanze eccezionali non sospendano temporaneamente questa situazione. Inoltre, che ci debba essere l’iniziato (il profeta) e il non iniziato (i discepoli) è diventato un concetto piuttosto indigesto.

Infatti i valori tradizionali, quali il rapporto docente – discente, il tirocinio, la pazienza, la metodicità e la costanza sono andati perduti sia nella sfera sacra che in quella profana. Ad esempio, nelle arti figurative, pensate per un momento a Jackson Pollock, che ha basato tutto il suo lavoro di una vita nel tentativo di riprodurre con la pittura le tracce disegnate da suo padre, perduto da tempo, che urinava sulla roccia. Tali pitture, alle quali ero solito fare riferimento, forse in modo lusinghiero, come “spaghetti poco appetibili”, sono in mostra in molti dei principali musei del mondo. Chiaramente, non è il milieu in cui Cimabue avrebbe detto al suo allievo Giotto: “Hai superato il maestro”.

E tuttavia, un forum “profetico” come questo, che esorta a ripensare le proprie convinzioni di base, sente il dovere di promuovere e divulgare idee esoteriche. Ma qual è lo stato della cultura popolare occidentale nel 2000?

Il film di Pedro Almodovar, Tutto su mia madre, fu insignito del (marcia trionfale): premio per la regia al Festival di Cannes; miglior film dell’anno all’International Cinematographic Press Federation (Fipresci) al festival di San Sebastiano (Spagna); miglior film europeo e miglior regista europeo agli European Film Awards del 1999; miglior film dell’anno per Time Magazine; Golden Globe per il miglior film straniero; sette Goya Awards; Academy Award per miglior film straniero, e la lista continua.

Manuela, l’eroina della storia, lasciando una rappresentazione di Un tram chiamato desiderio col figlio diciassettenne, Esteban, si ritrova a guardare orripilata mentre questi, che stava rincorrendo la star della commedia per avere un autografo, viene ucciso da una macchina. Lui l’aveva pregata di parlargli del padre che non aveva mai conosciuto, e aveva tenuto un diario, chiamato Tutto su mia madre (l'eco del film Eva contro Eva è voluto). Dopo la morte di Esteban, Manuela va a Barcellona per cercare il padre del ragazzo, che ora si fa chiamare Lola. Transessuali, una suora incinta che lavora in un rifugio per prostitute maltrattate, l’amante saffica e tossicodipendente della star di Un Tram – tutti hanno un ruolo nella vita di Manuela. Alla fine, ci viene chiesto di credere che il padre transessuale del povero Esteban abbia messo incinta la giovane suora, sebbene ci si chieda che attrazione possa esercitare una suora su un omosessuale attempato. Come da copione, quest’ultima è affetta da AIDS. Alla fine, la suora muore di parto e Manuela diventa madre di un altro figlio di… Lola.

Ernest Lehman, lo sceneggiatore preferito di Alfred Hitchcok, mio maestro a Los Angeles, mi ha insegnato una regola d’oro nello scrivere storie: “Non dire mai al lettore qualcosa che già sa.” Tuttavia, Almodovar prima ci mostra la morte sfortunata di Esteban, poi fa in modo che Manuela racconti questa tragedia non una ma due volte ad altri personaggi che non ne sapevano niente. Il pubblico sbadiglia? Sì e no. L’intenzione è spremere le lacrime del pubblico, attirare simpatie non tanto per il figlio e per la madre, ma per tutti i personaggi coinvolti. Almodovar stesso ha affermato: “Non c’è spettacolo più grande del vedere una donna che piange.”

Di conseguenza, siamo indotti a commiserare un circo di personaggi dolorosamente grotteschi e non plausibili. Questa è la cultura della glorificazione del degrado e della mancanza di uno scopo. Il film sembrerebbe suggerire, forse involontariamente, che il grado di libertà goduta dai personaggi è un fardello di tale portata che semplicemente non sanno sopportarlo.

Quarantatré anni fa, Salò, o le 120 giornate di Sodoma, di Pier Paolo Pasolini, dipinse personaggi ancor più degradati. Qualcuno ricorderà la famosa scena in cui ad alcuni personaggi vengono fatte mangiare feci umane. Anche qui l’intento era, presumibilmente, scioccare i borghesi, visto che il film fu sequestrato, censurato etc. Al giorno d’oggi, l’intellighenzia applaude, e ricopre di premi film che, non solo ritraggono l’uomo nel suo disorientamento più totale, ma reclamano la nostra simpatia e il nostro plauso.

Questo è il vicolo cieco dell’esistenzialismo esasperato, un pozzo senza fondo. Al suo meglio, l’uomo esistenzialista, giusto e integro, è un triste sacerdote senza Dio, come esemplificato dal Dottor Rieux ne La Peste di Camus. Al suo peggio, è un individuo antropocentrico e arrogante che non pretende niente da se stesso e indulge in qualsiasi debolezza o degrado, o per il brivido della cosa, o perché, non conoscendo nulla di meglio, non sa come aiutare se stesso.

Non ci aveva avvertiti, Ortega y Gasset? “La sovranità dell’individuo non qualificato, dell’essere umano generico come tale, non è più un’idea giuridica, ma uno stato psicologico inerente all’uomo medio.” Bene, sono felici l’uomo e la donna medi? A giudicare dal film di Almodovar, per niente.

E c’è dell’altro.

Un film enormemente popolare rivela un altro aspetto della cultura occidentale, se possibile ancora più allarmante. Titanic racconta la storia inventata di un amore contrastato a bordo della nave fatale nel suo viaggio inaugurale. L’eroina è fidanzata per ragioni di convenienza a un uomo ricco ma volgare. Tuttavia s’innamora pazzamente di un passeggero clandestino, un giovane e spiantato pittore. Mentre la nave affonda, il ricco egoisticamente salva se stesso, a spese di una donna e di un bambino, mentre il povero sacrifica la sua vita per salvare quella dell’eroina. Milioni di donne giovani e non-così giovani hanno pianto tutte le loro lacrime mentre guardavano queste scene. Di che cosa si tratta? Di un chiaro messaggio antimaterialistico? Sì, ma soprattutto di una rielaborazione dell’antico mito di Tristano. La cultura occidentale del 2000 è, in generale, non più cristiana ma neppure laica. È, sebbene inconsapevolmente, Manichea.

Il Manicheismo si basa sulla divisione dualistica dell’universo negli opposti del bene e del male: il regno della Luce (spirito), guidato da Dio, e il regno dell’Oscurità (la materia), guidato da Satana. I due si sono mescolati e ingaggiano una lotta perenne. La razza umana è il risultato e il microcosmo di questa lotta. Il corpo umano è materiale, perciò è il male; l’anima umana è spirituale, un frammento della Luce divina, e deve essere redenta dalla sua prigionia, sia nel corpo sia nel mondo. In questo mondo della materia, l’amore puro (spirituale) non può esistere. Perciò si può avere solo nell’aldilà. Da qui, Tristano e Isotta, Romeo e Giulietta, etc.

Il pubblico occidentale contemporaneo piange guardando Titanic, in una inconscia presa di coscienza delle proprie manchevolezze e dei propri fallimenti. Attingendo alla propria esperienza, si rende conto che l’amore puro non si può ottenere in questo mondo, e si identifica con gli amanti sfortunati. Nonostante la libertà di scelta del coniuge, nonostante la possibilità di rimediare agli errori divorziando e risposandosi ancora e ancora, l’uomo e la donna occidentali bramano un amore di una tale purezza che, si rendono conto a dispetto di se stessi, non si può ottenere in questo mondo materialistico, ma solo nell’aldilà. Tuttavia, poiché la maggior parte di loro non crede nella vita dopo la morte, ciò diventa la moderna degenerazione del manicheismo, con una forte sfumatura nichilistica.

La decadenza è un concetto comparato. Forze possenti insistono nel mostrarci un quadro roseo. Il “Progresso”, questo termine di straordinaria vaghezza, ha arruolato molti potenti alleati nei secoli. L’intera problematica iniziò a Firenze, circa sei secoli fa.

Ad alcuni gioiellieri del Ponte Vecchio fu chiesto di custodire gioielli nei loro forzieri per amici e clienti. Notando che la quantità di gioielli recuperati dai proprietari era solo una frazione del totale depositato, si resero conto che potevano temporaneamente prestare un po’ di questo oro ai cittadini che ne avevano bisogno, ottenendo una cambiale per l’importo e gli interessi. Questo fu l’inizio del moderno sistema bancario. Questo segnò la fine di ciò che io chiamo l’Età dello Spirito, ma il mondo moderno chiama i Secoli Bui.

Tuttavia, la propaganda progressista ci insegna che il Rinascimento fu proprio questo: una rinascita. Intellettualizzando l’uomo, e ritirando la sua anima, Cartesio si ribellò contro i magnifici edifici che Pico della Mirandola, Marsilio Ficino e, in misura minore, il cronicamente confuso Giordano Bruno avevano costruito. (Della Mirandola tentò di fondere la Cristianità col Neo-Platonismo e la Cabala; Ficino “si limitò” alla Cristianità e al Neo-Platonismo; Bruno cercò di rifarsi alla magia Egiziana, (però apocrifa, come è emerso).

Più tardi, L’Illuminismo consolidò ulteriormente l’uomo sul trono dove si era auto installato, insieme a qualsiasi cosa ritenuta utile nella fisica di Newton. (Va sottolineato che Newton era molto coinvolto con l’alchimia, ma questa non sarebbe stata un’alleata del progresso). Poi giunsero gli –ismi, e il progresso trionfò completamente.

Meccanicismo, darwinismo, positivismo, determinismo, modernismo, e i loro inevitabili derivati: esistenzialismo, ateismo, nichilismo.

In altre parole, sei secoli fa l’uomo ha cominciato a cercare Dio nel proprio ombelico. Non trovandolo, ha continuato a esplorare, sebbene nei luoghi sbagliati. Alla fine, ha dimenticato persino cosa stava cercando in origine, e tutto ciò che ha potuto mostrare della sua ricerca è… il niente. Da ciò ha dichiarato che, non avendo trovato niente, non c’era niente da trovare, e Dio, o la deità, erano invenzioni delle culture primitive. La parola “superstizione” divenne di moda; la ragione, un feticcio.

L’uomo antropocentrico, non subordinato, lasciato ai suoi meccanismi, mi ricorda una cellula anaplastica, la cellula cancerosa che invade e distrugge il tessuto o il sistema circostante.

La perdita della subordinazione a un’autorità spirituale è andata di pari passo con la perdita di subordinazione a una autorità temporale

Il problema del Potere è il problema della Sovranità, e il problema della Sovranità è il problema della Legittimità. Il Potere è effettivo, valido e giusto, non abusivo se basato su una Sovranità legittima. Come tale, è naturalmente, spontaneamente e persino intimamente, riconosciuto da tutti coloro che sono legati ad esso. Tuttavia, qualche paragrafo sopra ho scritto, parafrasando Ortega y Gasset: “La sovranità dell’individuo non qualificato, dell’essere umano generico come tale, non è più un’idea giuridica, ma uno stato psicologico inerente l’uomo medio”. E l’uomo medio è colui la cui vita manca di qualsiasi scopo; colui che non chiede nulla a se stesso; colui che non trascende, ma piuttosto scivola lungo il facile declivio o, semplicemente, vivacchia galleggiando.

Le civiltà “tradizionali”, a differenza di quelle “moderne”, erano basate su una diversa visione del mondo. La realtà era sacra e spirituale, in opposizione a ciò che è materiale e materialistico. Di conseguenza, il Potere, l’Autorità e la Sovranità non erano basati sul numero di voti (e, nota bene, l’affluenza alle elezioni statunitensi è bassa; gli elettori votano per candidati che solo grazie a immensi fondi e sostegno economico possono permettersi le campagne elettorali), ma su un’origine superiore e metafisica. Per una società che viveva al tempo del mito, l’origine divina del Potere non era assurda, come qualsiasi persona moderna con la testa a posto (o dovrei piuttosto dire convenzionale?) penserebbe, bensì naturale. Non era un concetto astratto ma realistico. La persona che lo incarnava, il Re o la Regina, il Monarca, aveva una doppia funzione. Non solo governava i suoi sudditi, ma era anche un tramite con l’Autorità che, dall’alto, legittimava il suo potere. Lui o lei erano, in altre parole, un pontifex, un artefice di ponti.

Il papa cattolico è ancora considerato un pontefice, un pontifex, ma dall’inizio della chiesa Cattolica questo concetto fu male applicato. Quando nell’800 nacque il Sacro Romano Impero, il suo primo Imperatore non fu un papa ma Carlo Magno. Questa frattura fra il potere Spirituale e quello Temporale ha causato guerre, bagni di sangue e calamità di origine umana.

Sua Altezza Reale, la regina Elisabetta II, è “per grazia di Dio Difensore della fede”, sebbene non sia il capo della Comunità anglicana, poiché quest’ultima non ha autorità centrale e nessuno da cui possa aspettarsi un’autorità finale. Piuttosto, consiste di chiese nazionali autonome, che sono unite da legami di lealtà tra la sede di Canterbury e le altre. Ciò è dovuto a ragioni storiche, naturalmente. Ma, come Difensore della fede, la regina Elisabetta II è quanto di più vicino all’incarnazione di una forma di autorità tradizionale e metafisica. Come ci si aspetterebbe, molte, moltissime forze hanno lavorato nel ventesimo secolo per minare la sua autorità. Questo è un gran peccato, poiché lei rappresenta un autentico miracolo della Tradizione in un mondo altrimenti degenerato.

I progressisti strombazzino pure, adesso, i loro slogan e frasi fatte. Ma si ricordino di ciò che ha scritto Ortega y Gassett: “Contrariamente a ciò che si pensa di solito, è la persona di eccellenza, e non la persona comune, che vive in una servitù essenziale. La vita non ha sapore per lui/lei a meno che lui/lei non la facciano consistere nel servizio a qualcosa di trascendentale (…) Questa è la vita vissuta come una disciplina – la nobile vita. La nobiltà è definita dalle richieste che ci impone – dagli obblighi, non dai diritti. Noblesse oblige.”

Eppure, in questa epoca compiaciuta di sé in cui l’uomo comune presume di governare se stesso, siamo venuti a conoscenza di un nuovo insieme di afflizioni. Mai prima le masse sono state affette dal degrado del benessere. Insonnia, obesità e la fase 2: anoressia e bulimia; depressione maniacale e cronica, tossicodipendenza, alcolismo, morti autoerotiche e così via. Gente non subordinata, antropocentrica, inquieta, nel mondo dei ricchi si rende conto che ha la nausea di sé, e di ciò di cui si è circondata lavorando così duramente per ottenerlo. Il suddetto degrado sembra loro l’unica opzione. Sembra che queste persone abbiano bisogno di drogarsi per controbilanciare l’impatto di tutti i loro meccanismi salva fatica. E quelle libere da tali afflizioni possono essere facilmente dei robot compiacenti, dei tubi di cibo.

Una delle maggiori vittime di questo clima di autodistruzione e di nichilismo è la preghiera. L’Occidente non prega più. D’altra parte, i musulmani pregano almeno cinque volte al giorno. Un’ipotesi semiseria mi è venuta in mente più e più volte. Non potrebbe essere che, in risposta alle loro ferventi preghiere, alle nazioni arabe siano stati garantiti immensi giacimenti di petrolio, come fossero manna, mentre l’Occidente che non prega ha prodotto le sue varie rivoluzioni industriali, che hanno reso così importante questo idrocarburo liquido? Sarebbe un sottile esempio di preghiera retroattiva. La risposta alle loro suppliche era già sotto i piedi dei fedeli. Ma c’è voluto l’Occidente per attivare questa risposta concessa da tempo.

Ciò significa forse che la preghiera è consigliabile? Assolutamente sì, e non solo per ragioni egoistiche, ovviamente. Pregare, inginocchiarsi di fronte alla deità, sanziona la propria subordinazione all’autorità trascendente. Il fine della vita è al di fuori della vita, al di là di essa. La trascendenza ci fa desiderare Dio e questa meta allo stesso tempo. Possono benissimo essere la stessa cosa. Come la regina Elisabetta è a-scesa al trono, così noi possiamo tra-scendere i nostri ego isolati e i nostri miopi desideri. Questa è la vita del pellegrino o, come la chiamano i Sufi, la Tariga. La trascendenza implica la subordinazione a un principio superiore, e tuttavia l’elevazione, e la santificazione della propria vita.

Ma l’intellighenzia santifica, con premi e promozioni di ogni tipo, la glorificazione del degrado. C’è un significato intrinseco antitrascendente nella parola stessa. Degradare, dal latino de- gradus, gradino. Trascendere, d’altra parte, deriva da trans- scandere, arrampicare.

Quando l’uomo fu creato, non poteva fare ameno di essere geloso degli uccelli. Volando lungo linee invisibili, essi si libravano in alto fin dove poteva vedere e migravano verso terre lontane che poteva solo immaginare. Siccome non sapeva volare, iniziò a sognare. Col tempo, cominciò a costruire templi. Ma una spinta più forte era in lui.

Divenne un pellegrino.

La sua necessità di integrare il corso cosmico gli fece contemplare, considerare il corso tremolante delle stelle. Lo dice la parola stessa: contemplare, da con templum (uno spazio per osservare gli auguri); considerare, da con sidera, con le stelle.

Solare nella sua concezione del sacro, ma anche alla ricerca del principio lunare complementare, tutto ciò di cui aveva bisogno era allineare il suo sentiero con le invisibili forze telluriche lungo le quali tabernacoli di tutti i tipi sono stati eretti lungo i secoli.

Che possiamo tutti iniziare un pellegrinaggio, raggiungere la nostra destinazione, e oltrepassarla.

 

 

 

Western Culture, 2000 a.d.

Prophets are the incarnation of a dilemma. Their message is quintessentially esoteric, yet they are driven to make it exoteric. As all dilemmas, this cannot be solved, and the usual outcome is the immolation or downfall of the prophet, unless exceptional circumstances temporarily suspend this predicament. Moreover, that there should be the initiate (the prophet) and the uninitiate (the disciples), has become a rather indigestible concept.

Indeed, traditional values such as the teacher-disciple relationship, training, patience, methodicalness, and constancy, have been lost in the sacred and profane spheres alike. For example, in the figurative arts, think for a moment of Jackson Pollock, who based his life’s work on trying to reproduce in paint the patterns made by his long-lost father urinating on stone. Such paintings, to which I used to refer, perhaps flatteringly, as “unappetising spaghetti”, are on display in many major museums the world over. Clearly, this is not the environment for Cimabue to say to his pupil Giotto, “You have surpassed your teacher.”

And yet, a “prophetic” forum such as this, one that rethinks one’s basic assumptions, feels the duty to promote and divulge esoteric ideas into the public domain. But, what is the state of popular western culture in the year 2000?

Pedro Almodóvar’s latest film, All About My Mother, is on a victory march. He has been awarded as the Best Director at the Cannes Film Festival; Best Movie of the Year of the International Cinematographic Press Federation (Fipresci) at the Festival of San Sebastian (Spain); Best European Film and Best European Director at the 1999 European Film Awards; Time Magazine’s Best Movie of the Year; the Golden Globe for the Best foreign Film; seven Goya Awards; the Academy Award for Best Foreign Film, and the list goes on.

Manuela, the story’s heroine, leaving a performance of A Streetcar Named Desire with her 17-year-old son, Esteban, watches in horror as he is killed by a car while chasing the play’s star for an autograph. He had been begging his mother to tell him about the father he never knew, and keeping a journal entitled All About My Mother (the echo of All About Eve is deliberate). After Esteban’s death, Manuela goes to Barcelona to find the boy’s father, who now goes by the name of Lola. Transsexuals, a pregnant nun who works in a shelter for battered prostitutes, the Streetcar star’s junkie lesbian lover—all have a role in Manuela’s life. Eventually, we are asked to believe that the transexual father of the late Esteban has impreganted the young nun, though one wonders at the attraction a nun would have for an ageing transexual? Dutifully, the latter is afflicted by AIDS. In the end, the nun dies at childbirth, and Manuela mothers yet another son by… Lola.

Ernest Lehman, Alfred Hitchock’s favourite screenwriter, and my teacher in Los Angeles, taught me a golden rule in story-telling: “Never tell the audience something it already knows.” Yet, Almodóvar first shows us the unfortunate death of Esteban; then has Manuela recount this tragedy not once, but twice to other unknowing characters. Is the audience yawning? Yes and no. The intent is to jerk the audience’s tears, to engender sympathy not so much for the son and mother, but for all characters involved. Almodóvar himself has stated: “There is no greater spectacle than watching a woman cry.”

Consequently, we are made to commiserate a circus of painfully grotesque and implausible characters. This is the culture of the glorification of degradation, and of aimlessness. The film would seem to suggest, perhaps unwittingly, that the degree of freedom enjoyed by the characters is a burden of such magnitude, they simply cannot deal with it.

Twenty-five years ago, Pier Paolo Pasolini’s Salò, Or 120 Days Of Sodomportrayed yet more degraded individuals. Some might remember the notorious scene in which a few characters are made to eat human faeces. The intent was also, presumably, to shock the bourgeois, as the film was censored, sequestered, etc. Nowadays, the intelligentsia applauds, and lavishes awards to films that not only portray man at his most disoriented worst, but demand our sympathy, and praise.

This is the blind alley of exasperated existentialism, a bottomless pit. At his best, existentialist man, just and upright, is a sad priest without God, as exemplified by Dr. Rieux in Camus’s The Plague; at his worst, an anthropocentric, arrogant individual who demands nothing of himself, and indulges in whatever weakness or degradation, either for the thrill of it, or because, not knowing any better, he cannot help himself.

The sovereignty of the unqualified individual, of the generic human being as such, is no longer a juridical idea, but a psychological state inherent in the average man. Well, are average man and woman happy? Judging from Almodóvar’s film, not in the least.

And there is more.

A hugely popular recent film reveals another aspect of western culture, possibly more alarming. Titanic tells the fictitious story of a star-crossed love aboard the doomed ship on her maiden voyage. The heroine is betrothed to a rich but callous man for reasons of convenience. However she falls in love, head over heels, with a clandestine passenger, a boyish and penniless painter. As the ship sinks, the rich man selfishly saves himself at the expense of a woman or child, whereas the poor man sacrifices his life so as to save the heroine’s. Millions and millions of young and not-so-young women have wept all the tears they had as they watched this. What do we have here? A clear anti-materialistic message? Yes, but most of all we have a reshuffling of the age-old Tristan myth. Western culture in year 2000 is, by and large, no longer Christian, yet not secular either. It is, however unknowingly, Manichaean.

Manichaeism is hinged on a dualistic division of the universe into contending realms of good and evil: the realm of Light (spirit), ruled by God, and the realm of Darkness (matter), ruled by Satan. The two have become mixed and engaged in a perpetual struggle. The human race is a result and a microcosm of this struggle. The human body is material, therefore evil; the human soul is spiritual, a fragment of the divine Light, and must be redeemed from its imprisonment, both in the body and the world. In this world of matter, pure (spiritual) love cannot exist. Therefore, it can only be had in the afterworld. Hence, Tristan and Iseult, Romeo and Juliet, etc.

Contemporary western audiences weep at Titanic in unconscious recognition of their shortcomings and failures. Drawing from their own experiences, they recognise that pure love cannot be had in this world, and identify with the star-crossed lovers. Despite their freedom in selecting their spouse; despite the possibility of amending mistaken choices by divorcing and remarrying over and over, western man and woman long for a love of a purity that, they realise in spite of themselves, cannot be had in this materialistic world, but only in the afterworld. Since most of them do not quite believe in life after death, however, this becomes a modern degeneration of Manichaeism, with a strong nihilistic tinge.

Decadence is a comparative concept. Tremendous forces insist in showing us a rosy picture. “Progress”, this term of more than ordinary vagueness, has conscripted many powerful allies down the centuries. Indeed, the whole problem began in Florence, about six centuries ago.

Some jewellers on the Ponte Vecchio were asked to hold gold in their safes by friends and clients. Noticing that the amount of gold removed by owners was only a fraction of the total stored, they realised that they could temporarily lend out some of this gold to citizens in need, obtaining a promissory note for principal and interest. This was the very beginning of the modern banking system. Indeed, the first modern currency was the Florin, employed throughout Europe. Thus usury was legalised by governments, and became banking. This sealed the end of what I call The Age of the Spirit, but modern world calls The Dark Ages.

Yet, progressive propaganda teaches us that the Renaissance was just that: a rebirth. By intellectualising man, and withdrawing his soul, Descartes rebelled against the magnificent edifices that Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, and to a lesser extent the chronically confused Giordano Bruno, had built. (Della Mirandola attempted to fuse Christianity with Neo-Platonism and the Cabala; Ficino “limited” himself to Christianity and Neo-Platonsim; Bruno attempted to revert to Egyptian magic [apocryphal, as it transpired].)

Later on, Enlightenment further consolidated man in his self-appointed throne, along with whatever was deemed useful in Newton’s physics. (It must be emphasised that Newton was much involved with alchemy, but this would not have been an ally to progress). Then came the -isms, and progress triumphed utterly.

Mechanism, Darwinism, Positivism, Determinism, Modernism, and their inevitable offspring: Existentialism, Atheism, Nihilism.

In other words, six centuries ago man began to seek God in his own navel. Not finding Him, he continued to explore, albeit in the wrong place. In the end, he forgot even what he was originally seeking, and all he could show for his quest was… nothingness. From this, he declared that, having found nothing, there was nothing to find, and God, or the Godhead, were inventions of primitive cultures. The word “superstition” became fashionable; reason, a fetish.

Anthropocentric, un-subordinated man left to his own devices reminds me of an anaplastic cell, the cancer cell that invades and destroys the surrounding tissue, or system.

Loss of subordination to a spiritual authority came hand in hand with loss in subordination to a temporal authority.

The problem of Power is the problem of Sovereignty, and the problem of Sovereignty is the problem of Legitimacy. Power is effective, valid and just, not abusive, if it is based on a legitimate Sovereignty. As such, it is naturally, spontaneously, even intimately recognised by all who are bound to it. Yet, a few paragraphs above, I wrote: “The sovereignty of the unqualified individual, of the generic human being as such, is no longer a juridical idea, but a psychological state inherent in the average man.” And the average man is he whose life lacks any purpose; he who makes no demands on himself; he who does not transcend, but rather slides down the easy slope, or simply goes drifting along.

“Traditional” civilisations, unlike “modern” ones, were based on a different vision of the world. Reality was sacred and spiritual, as opposed to material and materialistic. Consequently, Power, Authority and Sovereignty were not based on the number of votes (and, nota bene, the turnout at US election is about 10% of the voting population; these vote for candidates who only thanks to immense funds and backing could afford to run campaigns), but on a superior and metaphysical origin. In a society living in the time of myth, the divine origin of Power was not absurd, as any right-minded (or should I say conventional?) modern person would have it, but natural. It was not an abstract, but a concrete and indeed factual concept. The person who incarnated it, the King or Queen, the Monarch, had a twofold function. Not only did he govern his subjects, but was also a go-between with the Authority that, from above, legitimated his power. He or she was, in other words, a pontifex, a bridge-maker.

The Catholic pope is still considered a pontiff, a pontifex, but from the inception of the Christian Church this concept was misapplied. When the Holy Roman Empire was born in 800, its first Emperor was not a pope, but Charlemagne. This fracture between Spiritual and Temporal Power has caused wars, blood-baths and man-made calamities since.

HRH Queen Elizabeth II is “by the Grace of God, Defender of the Faith”, although not the Head of the Anglican Communion, as the latter has no central authority and no one person from whom it can expect final authority. Rather, it consists of national, autonomous churches that are bound together by ties of loyalty between the see of Canterbury and each other. This is due to historical reasons, of course. But, as Defender of the Faith, Queen Elizabeth II is the closest incarnation of a Traditional, and metaphysical, form of Authority. As is to be expected, many, many forces have been at work in the Twentieth Century so as to undermine Her Authority. This is a great pity, for She represents a veritable miracle of Tradition in an otherwise degenerated world.

Liberals and progressivists may now trumpet their slogans and stock phrases. But they must be reminded of what Ortega y Gassett wrote. “Contrary to what is usually thought, it is the person of excellence, and not the common person, who lives in essential servitude. Life has no savour for her/him unless (s)he makes it consist in service to something transcendental. (…) This is life lived as a discipline—the noble life. Nobility is defined by the demands it makes on us—by obligations, not by rights. Noblesse oblige.”

Yet, in this self-satisfied age in which ordinary man presumes to govern himself, we have become acquainted with a new set of afflictions. Never before have the masses been afflicted by the degradations of affluence. Insomnia; obesity, and its Phase 2: anorexia and bulimia; manic and chronic depression; drug addiction; alcoholism; autoerotic deaths, and so on. Un-subordinated, anthropocentric, listless people in the rich world realise that they are sick of themselves and of what they have worked so hard to surround themselves with. The mentioned degradtions seem to them the only options. One might say that they need dope to counteract the impact of all their labour-saving devices. And those free from these afflictions can easily be complacent robots, food tubes.

One of the many casualties of this climate of self-destruction and nihilism is prayer. The West no longer prays. On the other hand, Moslem nations pray five times a day, and then more. A semi-serious hypothesis has come to mind time and again. Could it be that, in response to their fervent prayers, the Arab nations were granted immense oil-fields, as if they were a manna, while the non-praying West produced its various industrial revolutions, which made this liquid hydrocarbon so all-important? It would be a subtle instance of retroactive praying. The response to their supplication was under the feet of the faithful, already. But it took the West to “activate” this long-granted response.

Does this mean that praying is advisable? By all means, and not merely for selfish reasons, obviously. Praying, kneeling before the Godhead, sanctions one’s subordination to a Transcendental Authority. The goal in one’s life is outside it, beyond it. Transcendence makes us yearn for God and this goal at once. They may well be one and the same. As Queen Elizabeth II a-scended to the throne, so can we tran-scend our insulated egos and short-sighted desires. This is the life of the pilgrim, or, as the Sufis call it, the Tariqa. Transcendence implies subordination to a higher principle, and yet the elevation, and sanctification, of one’s life.

But the intelligentsia sanctifies, with awards and promotion of all types, the glorification of degradation. There is an intrinsic anti-transcendental meaning in the very word. To degrade, from the Latin de- de- gradus- step. To transcend, on the other hand, derives from trans- trans- scandere to climb.

When man was created, he could not help being jealous of the birds. Flying along invisible lines, they soared as high as he could see, and migrated to distant lands he could only imagine. Since he could not fly, he started to dream. In time, he began to build temples. But a more compelling drive was inside him.

He became a pilgrim.

His necessity to integrate the cosmic course made him contemplate, consider the flickering course of the stars. The very words say it: contemplate, from con- templum (a space for observing auguries); consider, from con- sidera, with the stars.

Solar in his conception of the sacred, but also seeking the complementary lunar principle, all he needed was to align his path with the invisible tellurian forces along which shrines of all types have been erected down the ages.

May we all start on a pilgrimage, reach our destination, and go well beyond it.

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Davide Rocco Colacrai, "Polaroid"

8 Luglio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Davide Rocco Colacrai
Polaroid

Edizioni Cinquemarzo, 2018 

– Pag. 100 – Euro 12

 

Ho conosciuto Davide Rocco Colacrai durante il concorso di poesia Il Cipressino, dove – come spesso mi capita – facevo parte della giuria e mi sono battuto a fondo perché fosse tra i premiati, vista la profondità civile delle sue liriche e la ricerca letteraria insita nei suoi versi. Fare poesia –credo di averlo scritto fino alla noia – non significa buttare giù una serie di riflessioni in prosa e di tanto in tanto andare a capo; pure in tempi segnati dal verso libero fanno la differenza ricerca linguistica, assonanze, dissonanze, metafore, musicalità della parola, valenza delle cose da dire. Colacrai spazia dai temi intimisti alla poesia civile, fa riferimento alla Rivoluzione Cubana e al Cile, passando per la Repubblica Dominicana di Trujillo e per le problematiche di una dittatura centramericana. Temi personali e ispirazione d’autore che si abbevera alla poesia di Tondelli e di Pasolini, ma che frequenta il ritmo della poesia racconto di Pavese e di tanto simbolismo europeo. Stefano Zangheri e Federico Li Calzi scrivono due intensi saggi pubblicati in apertura e a chiusura di silloge, utili per comprendere meglio il poeta, anche se sono del parere che un buon lettore debba impadronirsi delle liriche e trovarci soprattutto se stesso.  Come diceva Pavese, si cerca in quel che leggiamo soltanto noi stessi, nel preciso istante in cui facciamo nostra l’opera d’un poeta finiamo per tradire il motivo per cui è stata scritta. Ma questo è il gioco della letteratura, il suo intimo segreto. Una nota di merito va all’editore Cinquemarzo, del quale ho già avuto modo di leggere due libri (Frammento di Falesia di Stefano Giannotti è il precedente), apprezzando buon gusto e capacità di selezione. Per dare un’idea del lavoro che sta alla base della ricerca poetica di Colacrai, pubblichiamo due liriche contenute nella raccolta.

 

Il confino (Isole Tremiti, 1939)

Agosto trascorre lento, solo,

la notte a girare per le campagne e contare i pioppi

sugli argini

e bere[1].

 

 

Ricordo lo stomaco vuoto com’erano vuote le onde,

i giorni nella ragnatela dell’attesa,

il marchio di essere un arruso,

l’odore di quell’incubo,

e tutto nell’atto di fingere una vita diversa, forse migliore.

 

Zuppa di fagioli e pane,

lo sciabordare liquido dei sogni,

il gioco alla morra,

il desiderio esacerbato della carne, di virgole azzurre nella notte,

un orizzonte senza scorciatoie,

il pensiero fisso all’isola,

nostra unica donna, madre e matrigna.

 

Eravamo costretti in baracche, due e di legno,

prigionieri di un reticolato,

pochi metri quadrati per essere uomini,

quattro spiccioli per sopravvivere a noi stessi.

 

Passavano i giorni,

lenti e lontani, come risucchiati dal Cretaccio, e sospesi,

era un’isola, la nostra, che non c’era,

si faceva sempre più pesante la solitudine,

l’assenza quasi tangibile dell’amore,

un’ora come un anno

a strisciare nei solchi lasciati dalle nostre preghiere, e poi a capo.

 

C’era chi raschiava il silenzio,

chi dipanava la matassa di un senso fatto di sole ossa,

qualcuno annusava già la morte.

 

Non c’era pietà né perdono.

 

Addosso, con me, il dolore mai lavato della razza, del nostro essere tutti cani randagi, senza nomi.

 

 

 

 

Il peso viola del coraggio (a Oscar Wao)

 

Erano lenti e stanchi, gli anni di Truijllo[2], scarni e senza benedición,

e ogni figlio dell’isola aveva una stella di fukú[3] a seguitarlo

che nessuno osava scomporre in sillabe,

ancora meno nel sussurro di un sogno o di un amore,

per non scoprisi cuorecontro in un campo di canna di zucchero

prima di aver avuto il tempo di decidere

a quale Santo votarsi.

 

Contavamo la polvere,

molti respiravano le proprie orme, incerte ed epidermiche,

e tessevano rimorsi,

qualcuno prestava il nome alle onde corte dell’Avana

per tentare il domani,

c’erano studenti, spesso figli di zapateros, il cui incedere era lesto, quasi diafano, e d’ombra,

e tutti eravamo in attesa,

intrappolati nel grembo cavo di una terra, nostra madre,

dove il diablo seminava la sua gramigna, 

l’ansia di sentire bussare alla porta,

una nota di merengue inghiottita dal silenzio di un padre che svaniva,

l’aria che si dissolveva,

e persino il vento ridotto all’accenno di un apostrofo.

 

La vita era una hjia dagli occhi di Atlantide, con un cuore in apocalisse,

forgiata dalla povertà primitiva quanto basta dell’Azua Profonda[4],

una parabola d’oscurità

che segnava il primo e ultimo neo del giorno

con o senza un amen,

dove la Fine del Mondo e la Mangusta[5],

tanti scordatidimé nell’educazione di un esilio,

i c’erano una volta senza epilogo,

fukú e zafa[6], e tutto al peso viola del coraje, insieme,

indovinavano un’Anacaona[7] moderna sulla iolla[8] verso una pagina bianca e innocente come questa.

 

 

 


[1] Altri libertini, Pier Vittorio Tondelli

[2] Dittatore della Repubblica Dominicana dal 1930 al 1961, conosciuto anche come El Jefe

[3] Maledizione mortale:  “Si credeva che chiunque cospirasse contro Trujillo sarebbe incorso in un fukù potentissimo, che lo avrebbe perseguitato per oltre sette generazioni”.

[4] Una delle zone più povere della Repubblica Dominicana: “I poveri… si vestivano spesso di stracci, giravano scalzi e vivevano in case che sembravano costruite con i detriti di un mondo precedente.”

[5] Simbolo di forza e ricchezza spirituale, si nutre di serpenti (che simboleggiano odio e avidità)

[6] L’unico controincantesimo per neutralizzare la maledizione fukù

[7] Una delle Madri fondatrici del Nuovo Mondo, conosciuta anche come Fiore d’Oro

[8] Tipo di barca a vela su cui s’imbarcavano coloro che immigravano negli Stati Uniti d’America

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Mario Bonanno, "Guida ai cantautori italiani"

6 Luglio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #musica

 

 

 

 

 

Mario Bonanno
Guida ai cantautori italiani
Gli anni Settanta

Paginauno, 2018

- Pag. 140 - Euro 15

 

Mario Bonanno è un nome importante nel panorama della critica musicale italiana, profondo conoscitore del mondo dei cantautori che segue con passione e competenza sin dai tempi di una rivista trimestrale edita da Bastogi, della quale ogni appassionato sente la mancanza. Leggere un libro di Bonanno equivale a staccare un biglietto per un viaggio a ritroso nel tempo, percorri strade composte da struggenti madeleines musicali e cavalchi ricordi giovanili. Finisce che leggi il suo libro canticchiando - pure se sei stonato come una campana - e scende quasi una lacrima con Notte prima degli esami, non tanto per una ragazza di nome Claudia che viveva sulle sponde del Lago d’Orta, quanto perché eri giovane e facevi il commissario d’esame alla maturità. Per ogni capitolo un frammento di passato da sfogliare come un petalo di margherita: Venditti con Nietsche e Marx che si davano la mano - non erano due amici dai nomi strani, come pensava un mio vecchio compagno di scuola -, per non parlare di Dalla e dei cattivi pensieri finiti in fondo al mare. Canzoni e amori, passioni più o meno violente, politiche e sentimentali, mentre quasi ogni giorno da vent’anni a questa parte ascolti L’avvelenata di Guccini, così come Luci a San Siro di Roberto Vecchioni è il leitmotiv che ti ricorda l’ora di andare in ufficio. Lascia stare se con l’età tutto finisce per fare nostalgia, persino i Pooh e i Nuovi Angeli, Antoine e Nico Fidenco, passando per Nada e Nicola Di Bari, senza dimenticare i Ricchi e Poveri che straziarono un grande pezzo di José Feliciano che ormai conosci più in spagnolo che in italiano. Lascia stare che il tempo perduto alla fine mette tutto sullo stesso piano, pure se lo sai che Jannacci con Messico e nuvole non ha niente a che spartire con Nannini - Bennato e le Notti italiane inseguendo un gol. Sarà perché nel 1970 avevi dieci anni e tutto era ancora intero, tutto era ancora chi lo sa, sarà perché gli occhi del bambino vedevano il Messico lontanissimo e sognante, sarà perché andammo in finale contro il Brasile e quella canzone incarna un bolero di nostalgia. De André con i Vangeli apocrifi, gli inni dolenti alle puttane di via del Campo, a una dolcissima Marinella volata in cielo su una stella, la musica che non sarà più la stessa, dopo la mia cara piattola triste presa di mira dai mitici Squallor. Claudio Lolli e la sua Borghesia mi ricorda Marcello Baraghini e un festival resistente, pochi anni fa, in una stalla di Pitigliano, vicino al quartiere ebreo, a sentire il cantautore anarchico sputare veleno contro il potere. Paolo Conte e Un gelato al limone fa venire a mente Pisa, un concerto al teatro Verdi, lui che batte nervosamente tasti d’un pianoforte a coda con la testa nascosta tra note e pensieri, mentre percorre ritmi sudamericani; Battiato è la memoria d’un concerto a Piombino nei primi anni Settanta, in un cortile, quattro gatti a sentir cantare un ragazzotto siciliano. De Gregori è Rimmel, il mio primo trentatré giri comprato nel negozio di articoli musicali della mia città, dopo che avevo saccheggiato tutti i quarantacinque giri editi da Karim incisi da Fabrizio. Stefano Rosso è la poesia, le partite di calcio, gli spinelli mai fatti (per fortuna) e gli intervalli tra il primo e il secondo tempo allo Stadio Magona quando passavano sempre la domenica ho problemi grossi/ segna Giordano oppure Paolo Rossi. Per me in questa Guida ai cantautori degli anni Settanta soffia forte un vento di nostalgia, ricorda un biscotto inzuppato nel tè dal sapore antico, soffuso, amaro, ebbro di rimpianto. Bravo Bonanno che mi hai fatto venire a mente un sacco di cose, tu certo lo sai che la letteratura nasce dai ricordi, proprio come la buona musica, positivi o negativi non importa, restano sempre frammenti di passato.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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San Valentino

4 Luglio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

   

                                                    

 

 

 

Lui ha cinquant’anni, ne dimostra sessanta e ragiona come uno di venti. La sua figura si è appesantita negli ultimi anni, a partire da subito dopo il matrimonio. La vita sedentaria d’ufficio, e le molte ore che trascorre seduto al suo inseparabile computer, lo hanno riempito di rotoli di grasso che ora lo fanno sembrare una botte dalla pancia piena. La sua passione per il collezionismo non aiuta certo, passa ore intere a catalogare, studiare i vari pezzi della sua collezione, trascurando l’attività fisica, ma non solo, anche la moglie ne risente. In pratica la vita sociale è stata drasticamente dimezzata e di questo lei si lamenta in continuazione, creando attriti nel rapporto di coppia che finora è andato nel verso giusto. Da quando ha scoperto il mondo del collezionismo tutto si è fermato. Conta solo la sua passione, tutto il resto è stato accantonato con grande disperazione della donna. Lei un tipo trendy, magrolina, sempre attenta a ciò che mangia, sempre aggiornata sulle mode e sul gossip. Cerca di scuotere il marito, per riprendere un po’ di vita sociale. Hanno  perso l’abitudine di andare al teatro, al cinema, anche una semplice passeggiata è un evento raro.

 

"Giovanni, allora ti decidi a uscire da quella stanza, dobbiamo andare dalla mamma che non sta bene, mi devi accompagnare!"

 

"Ma, dico io, è possibile che tu debba sempre intervenire sul più bello, sto cercando di mettere ordine in questo caos che c’è sul tavolo e tu mi parli di tua madre. Quella sta sempre male e tu ci caschi sempre. Stai sempre a correre da lei, quella sta meglio di me e di te messi insieme. Se proprio ci vuoi andare devi aspettare, oggi ho ricevuto gli scambi e devo sistemarli prima che si perdano tutti i pezzettini. Penso una oretta ci vorrà."

 

"Ma ti rendi conto? Ti sei affossato in quella poltrona e non ti muovono nemmeno le cannonate. Quando devi andare alla posta, però, vedi come sgambetti, anche se piove o diluvia sei sempre pronto. Per mia madre non hai tempo. Bene, prendo nota, ricordati di queste parole. Ah! A proposito, per sabato sera hai intenzione di restare qui a trafficare con quegli insulsi pezzi di plastica? Nemmeno tuo figlio li guarda e tu stai li come un babbeo a rimirarli."

 

"Taci, donna, non sai cosa dici, queste sono serie di inimitabile bellezza, dovresti guardare meglio, sono la perfezione, alcune sono proprio stupende, hanno riprodotto i lineamenti così bene, da restare estasiati."

 

"Senti, coso! Tu sabato sera mi farai il santo piacere di alzare il tuo pesante culo da quella sedia e venire con me, mi sono spiegata?!!"

 

"Perché cosa c’è di speciale sabato, lo sai che a parte la collezione, il sabato non mi piace uscire, troppa confusione, troppi ragazzi ubriachi in strada, non potremmo fare un altro giorno a tua scelta cara? Non c’è problema!"

 

"Eh, no! Si deve uscire sabato, perché è una ricorrenza speciale e io ci tengo, almeno una volta l’anno vorrei trascorrere la serata lontano da casa, dalla cucina, da tutto, soli io e te. Penso che me lo merito no?! Con tutto quello che faccio per te e per tuo figlio. Non voglio sentire scuse, sabato sera si esce! Punto!"

 

"E che sarà mai, vogliamo andare a farci una pizza, d’accordo, ci può stare."

 

"Caro il mio maritino, non te la puoi cavare con la solita pizza sotto casa, no! Voglio una cenetta a lume di candela in riva al mare. Se la serata è buona potremmo essere fortunati e avere la luna di riflesso sulle onde. Prega perché non piova!! Comunque ci andremo lo stesso."

 

Lo sai che nei locali chic non mi trovo, non mi piace stare li impalato ad aspettare quel pinguino del maitre che viene a riempire il bicchiere, anche se hai appena preso un sorso. Poi, scusa cara, non hai detto, proprio ieri, che siamo in ristrettezze? Non ci sono soldi e vuoi andare fuori a sperperare una cifra per stare a lume di candela con me. Non trovi sia un po’, come posso dire, inopportuno? Se proprio vuoi fare una cenetta tete a tete la possiamo fare anche qui in terrazzo."

 

"Bravo merlo, di febbraio ci mettiamo fuori il terrazzo, ma ti ascolti quando parli? Magari poi a cena ci vieni col pigiama e le pantofole, addio romanticismo!! No è deciso, andiamo fuori!

Ora sbrigati che dobbiamo uscire, lascia tutto lì come sta, tanto nessuno ti tocca niente, le tue sorpresine le ritrovi quando torniamo."

 

"Accidenti a te a tua madre, sempre a rompere le scatole."

 

"Modera i termini se non vuoi che faccio piazza pulita su quel tavolo, muoviti pelandrone!!"

 

Venne il sabato e lui era ancora attaccato alla scrivania a sistemare la posta accumulata nei giorni precedenti. Erano arrivate molte buste, frutto di altrettanti scambi ed ora moriva dalla voglia di finire di sistemare, invece la moglie dalla camera da letto continuava a urlare “sbrigati se no facciamo tardi ho prenotato per le otto, dobbiamo ancora arrivarci!”

 

"Sono pronto, non urlare, aspetto solo te, sei tu che ci metti tempo per fare i restauri, fatica inutile, con tutti i trucchi che ti metti, il risultato non migliora molto. Sempre una befana sembri."

 

"Grazie, come al solito sei gentilissimo, anche stasera non puoi fare a meno di essere acido. Dico, ma ti sei visto allo specchio, sembri un ippopotamo travestito da elefante. Sono pronta possiamo andare, portati i soldi, non farmi fare la figura che poi non ci arrivi con il contante. Portane molti, ti serviranno!"

 

"Lo dicevo io che era una cosa dispendiosa, in tutto questo ancora non mi hai detto cosa dovremmo festeggiare. Mistero! La signora ama il giallo, mah, fai come ti pare tanto quando ti metti una cosa in testa nessuno ti può fermare."

 

"Testa di rapa, possibile che ancora non ci sei arrivato, cosa ci può essere di speciale in febbraio che va assolutamente festeggiato?"

 

"Non lo so, cara, e francamente non mi interessa nemmeno, so solo che stasera a festeggiare sarà il ristoratore, che incasserà una bella cifra per darci qualche piatto dove non ci sarà niente da mangiare, però si presenta benissimo!"

 

"Che uomo squallido che sei diventato, senza un briciolo di fantasia, di romanticismo, eppure prima, da giovani, eri sempre tu quello che voleva festeggiare la ricorrenza, non ti dimenticavi mai, nonostante a volte davvero non era il caso. Ora non ti conosco più, sei diventato cinico e senza cuore. Sei un vero orso selvatico! Lo sai che giorno è oggi? Il quattordici di febbraio, non ti dice niente questa data?"

 

"Aspetta fammi pensare, ah!  Ho capito,  ti riferisci a quella usanza di fare una specie di festa a base di cioccolatini e fiori. Una ricorrenza creata apposta dai commercianti per rinvigorire le proprie entrate.

La trovo ormai superata è dannosa, può andar bene per  i giovani fidanzatini che ancora credono nella forza dell’amore. Alla nostra età queste cose sono andate in pensione."

 

"Non ci posso credere, sei tu quello che parla? Che fine ha fatto il mio Giovanni, quello che mi copriva di regali, di mimose, di cioccolatini? Che fine ha fatto?"

 

"I tempi cambiano, mia cara sognatrice, l’amore giovanile è una cosa, la vecchiaia un'altra. Con questo non voglio dire che non ci amiamo più, il nostro è un rapporto ormai fatto di … comprensione e, soprattutto, di…. sopportazione!! Altro che cenetta a lume di candela. Vedrai, sarai proprio tu a trovare molti difetti stasera. Troverai, come al solito, da ridire su tutto, sul cibo, sulla confusione, sui prezzi, ci aspetta davvero una bella serata romantica.

Possiamo andare cara, se vuoi, sono pronto, mi sa che dovremo fare anche la fila per entrare. Ma noi ci amiamo lo stesso, vero amore ? Vieni, abbracciami, anzi, è meglio che mi dai la mano, non vorrei stancarti prima del tempo."

 

 

 

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Elba Book, la quarta edizione

3 Luglio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #eventi, #case editrici

 

 

 

 

 

Dal 17 al 20 luglio, nel Comune di Rio, torna il festival isolano dedicato all’editoria indipendente con l’intento di rigenerare le prospettive dei lettori e superare i limiti della carta stampata.

  

Una piccola isola in mezzo al Tirreno può essere un porto sicuro per la letteratura italiana? La risposta è diventata un’affermazione. Elba Book, l’unico festival isolano dedicato all’editoria indipendente, annuncia la quarta edizione, da martedì 17 a venerdì 20 luglio. Non a caso, la manifestazione è cresciuta in un luogo geografico che vive di porti, che per tutto l’anno trae la sua linfa vitale dall’accoglienza e dall’apertura al resto del mondo. Elba Book è nato per includere e aiutare a comprendere la realtà grazie alla cultura, che connetterà ogni appuntamento in programma al tema del rinnovamento. Urbano, umano e sociale, la possibilità di interpretare ciò che è dato in maniera alternativa parte dalle risorse disponibili per ricollegarsi allo scorrere del tempo attraverso il coinvolgimento personale. Un percorso che comprenderà circa 30 editori distribuiti in tutto il centro storico di Rio nell’Elba, fra cui Sem, Neo, Exòrma, Edicola, Gallucci, L'orma e Odoya, e che non sarebbe stato possibile senza la lungimiranza del Consorzio Comieco. A corredo, una ricca proposta di iniziative collaterali: dalla mattina alla sera si susseguiranno laboratori di riciclo per i più piccoli, degustazioni dei prodotti locali, performance, installazioni artistiche, spettacoli teatrali, escursioni, reading e concerti all’aperto.

Il programma del 2018 inizia già dalla traversata: “Moby Book”, la partnership sviluppata con la compagnia di navigazione Moby Lines, porta sul ponte dei traghetti, a metà strada fra il blu del Tirreno e quello del cielo, autori, editori e associazioni ospiti del festival. Il senso del legame è un altro dei fil rouge della quattro giorniIl frutto della rete di storie e contatti si mostra in apertura, martedì 17alle 18, con la consegna dei premi “Città di Siena” e “Lorenzo Claris Appiani” per la traduzione, con il Consolato Cinese, l’Università per Stranieri di Siena e il sostegno di Locman Orologi, eccellenza dell’artigianato italiano. Dalla Terrazza del Barcocaio a strapiombo sul mare si passa in Piazza Matteotti, mercoledì 18, alle 21.30, quando Paola Farinetti e Luciano Minerva si racconteranno “Attorno a Gianmaria Testa”; mentre alle 22.15 seguirà la presentazione del nuovo album dei Donauwellenreiter, Play Gianmaria Testa (Aestate Records), in collaborazione con il Festival Intonazione. Giovedì 19, sempre nel “salotto buono” dell’isola, a segnare la maturità di ElbaBook sarà il dibattito tra i promotori di grandi e piccoli festival del libro; un’opportunità eccezionale di confronto su rapporti reciproci, direzioni convergenti e unicità delle proposte tra Giorgio Vasta (Book Pride), Oliviero Ponte di Pino (Book City), Giulia Alonzo (trovafestival.com), Maurizio Cristella (Fiera del Libro di Iglesias), Riccardo Cavallero e Annarita Briganti, giornalista e scrittrice. Alle 22.30, invece, i riflettori saranno solo per Giuseppe Cederna che, nel cuore del borgo, interpreterà Da questa parte del mare, un monologo teatrale dell’amico Testa. D’altronde, è la concentrazione nei dettagli a distinguere i brani del cantautore. L’equilibrio nella riduzione all’essenziale, così che ogni opera sia freccia, punta e impennaggio. In questo senso Testa, le associazioni e l’editoria indipendente interpretano le possibilità di espressione alla stessa maniera: mezzi spontanei con cui incastonare tutto ciò che serve e va trasmesso. È il coraggio di pubblicare, in ogni modo lo si intenda, ciò che di norma sta al margine dell’attenzione, la periferia del campo visivo: dalla poesia all’inchiesta, dalla malattia mentale al carcere. Come l’isola che eccede il confine naturale della terraferma ed è obbligata ad accogliere entro il suo bordo l’indispensabile.

Un filo di alterità conduce intatto alla tavola rotonda di venerdì 20, alle 18.30: “Ricominciare dalla fine” leggerà il carcere come piattaforma di rigenerazione dell’uomo e del territorio insieme a Paolo Maddonni, educatore del carcere di Porto Azzurro, Rosario Esposito La Rossa della libreria La Scugnizzeria di Scampia, Aldo Claris Appiani e alla docente Stefania Carnevale dell’Università di Ferrara. Infine, alle 22.30, l’istanza sociale risuonerà nel focus sul giornalismo d’inchiesta e sui suoi effetti, condotto da Sigfrido Ranucci Stefano Lamorgese di Report con Giovanni Tizian.

 

 

Per conoscere il programma completo dell’iniziativa e restare aggiornati sugli eventi collaterali si può fare riferimento al sito www.elbabookfestival.com oppure seguire la pagina Facebook: www.facebook.com/Elbabookfestival.

Elba Book, la quarta edizione
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Torta alle fragole

2 Luglio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

                                                    

 

 

Finalmente ho la casa tutta per me. La moglie e la figlia se ne sono andate a fare shopping e, se le conosco bene, non torneranno a casa prima di sera.

Ragazzi, ci pensate, un intero pomeriggio in mutande davanti alla tv. La mia scorta di birra a portata di mano. Questo sì, realizza i sogni dell’uomo, ma con tanti canali, purtroppo, nemmeno una partita. Diavolo che iella nera, solo telenovelas e chiacchiere. Questo è il menù che la moglie vede tutti i pomeriggi, così impara cosa deve dirmi la sera quando rientro. Ho capito adesso da dove le tira fuori quelle sue strampalate teorie del cavolo. Mi domando perché questi programmi consigliano solo le donne su come trattare i mariti. Nessun canale fa l’opposto, come riuscire a sopportare le mogli.

Penso che dovrò scrivere una lettera a quelli della tv, voglio sentire cosa dicono di un programma serale di consigli per uomini sposati.

Strano, però, che l’arpia mi abbia lascito il pomeriggio libero non caricandomi di lavori da fare, è uscita di casa, con un sorriso falso che sapeva di inganno, chissà cosa sta tramando insieme a quella piccola vipera di Melissa, la figlia indolente, meglio non approfondire, rilassiamoci!

Sono solo alla seconda birra quando dall’esterno sento la porta del garage che si apre, oh Dio no! Sono già tornate? Non è possibile, ci deve essere sotto qualcosa, quelle due stanno giocando sporco, e chi sarà a pagare sarò certamente io. Devo andare a vestirmi, se mi vede in mutande magari gli vengono strani pensieri e, ora come ora, non sono in grado di esaudire nessun desiderio.

Faccio in tempo a dileguarmi che la porta si apre e una sorridente balena vestita di azzurro irrompe nella sala gridando come una oca a cui hanno pestato una zampa.

 

"Caro, dove sei tesoruccio? La mamma oggi è tornata presto sei contento?"

 

"Papino, eravamo sicure di trovarti davanti alla televisione e invece dove ti sei nascosto? Dai, esci fuori, dobbiamo farti vedere delle cose."

 

Dalla camera da letto dove mi sono rifugiato sento il loro gracchiare, mentre m'infilo un pigiama, voglio dare l’impressione di essermi alzato adesso. Meglio dormire che stare lì a bere birra. Mangio un paio di caramelle al volo. Le porto sempre con me proprio per queste occasioni. Non rispondo al loro richiamo.

 

"Caro, se non esci subito da dove ti sei nascosto, quando ti vedo ti rompo quel muso di scimmia che ti ritrovi … hai capito?!"

 

Ecco, questa è la vera moglie, quella di tutti i giorni, la rompiballe, il mio unico tesoro!

 

"Aspettami, cara, mi sto vestendo, mi ero appisolato un attimo sul letto sai sono stanco, io lavoro, io! Non vado in giro a spendere soldi che non si hanno da spendere."

 

"Non cominciare con questo strazio, sappi che tua moglie deve essere presentabile, non come te che sembri un maiale e puzzi come una capra. Qui sento odore di birra, e ci sono anche le macchie sulla poltrona, bugiardo di un fallito che non sei altro. Esci fuori che anche questa povera anima di tua figlia ti deve parlare, si è dannata l’anima per … per... Peccato che non posso dirtelo. Allora devo venire a prenderti?"

 

Rivolta verso la figlia le fa cenno di sedersi, mentre lei si toglie il  soprabito. Io le spio da dietro la porta. Quegli sguardi muti d’intesa la dicono lunga sulle loro intenzioni. M'aspetta una dura battaglia. Finalmente esco dalla camera e le corro incontro cercando di abbracciarla, ma la mia apertura alare non tiene conto delle sue dimensioni. Lei, in ogni caso, mi evita come un appestato. Si limita a uno sguardo indagatore alla ricerca della immancabile macchia di birra sul davanti.

 

"Eccolo finalmente il beone, il fannullone, il più pigro e apatico marito che esista sulla terra, ha un pomeriggio libero da poter dedicare ai tanti lavoretti da fare in casa e lui che combina... dorme! Almeno, è quello che vuole farmi credere! Sì... dormiva."

 

"Certo, cara, ero sul letto a riposare, una volta che mi capita ne approfitto. Tu piuttosto come mai sei rientrata così presto?

Di solito, quando uscite madre e figlia, fate notte. Fino a quando non consumate tutta la carta di credito. Tanto poi c’è il fesso che paga e che deve ammazzarsi di lavoro per ricaricare le vostre armi di distruzione, in attesa di un'altra giornata come questa. Allora, posso sapere perché sei qui adesso?

Melissa, ma lo senti, lo senti! Ha pure il coraggio di alzare la voce.  Questo individuo che non sa nemmeno che cosa ci sarà fra pochi giorni. Ascolta bene, essere inutile, sono tornata presto perché non tocca a me andare in giro, ma a te. Sei tu quello che deve darsi da fare. Il giorno più bello si sta avvicinando e tu invece di darti da fare, dormi. Vieni Melissa, andiamo via, non sopporto la vista di questo ammasso di lardo ambulante."

 

"Senti chi parla, prima ho provato ad abbracciarti, ma non avevo capito che per farlo non basta una apertura di ali, come un'aquila reale, ci vorrebbero le recinzioni."

 

"Con uno sbuffo da vecchia ciminiera si allontana seguita a ruota dalla mia ultimogenita, un affare lungo e magro che potrebbe fare la controfigura ad un cactus, con quei peli neri e ispidi che si ritrova sul viso.

Questa volta ho capito il messaggio, qualcosa d'importante si dovrà verificare fra qualche giorno, siamo in febbraio. Non è il compleanno di nessuno, né l’onomastico. Non è nemmeno l’anniversario di nozze; quello me lo ricordo, sono di Luglio. Come potrei dimenticare l'odissea di un giorno come quello con la temperatura a 38°, infilato in un abito scuro che attirava i raggi del sole come il miele le api. Diavolo! Cosa c’è in Febbraio a cui la balena tiene tanto, so che non me lo dirà mai, lo fa apposta, sa che io mi dimentico, poi me lo rinfaccerà per tutta la vita. Questa volta devo fare in modo da non lasciarmi fregare, devo sapere a tutti i costi che evento sta per accadere.  Sarà il caso che  veda sul calendario. Mi precipito in cucina dove c’è il calendario, vado, ma non lo trovo al suo posto. La perfida lo ha tolto per non farmi controllare, porcaccia miseria! Come faccio adesso, proverò al computer, arrivo nello studio e il pc è sparito. Diavolo di una megera, le pensa tutte, vuole costringermi a scoprirlo da solo, bene! Mi fermo alla scrivania e cerco in tutti i cassetti, un indizio, una traccia che mi dia qualche informazione utile.

Sto rovistando nei cassetti, quando arrivano le due con un sorriso strafottente e rimangono a guardare, mentre sono al lavoro.

 

"Hai perso qualcosa, caro?  Possiamo esserti utili?"

 

"Fai meno la spiritosa, cara, lo sai benissimo, visto che sei stata tu a far sparire tutto. Allora si può sapere cosa diavolo succede fra poco, come dici tu? Mi arrendo! Non lo so, non me lo ricordo, va bene, hai vinto tu, vuoi essere allora così gentile da dirlo?"

 

"Hai visto, figlia mia, bastano pochi anni di matrimonio e l’uomo dimentica ciò che prima era il primo a sapere. Da fidanzati sono tutti solerti e affabili, romantici. Dopo il sì, questo è il risultato, mi addita come l’esempio di un essere iniquo a cui non dare credito. Se non lo sai è inutile che te lo dico, non vale niente se non viene direttamente dal cuore. Porco!"

 

Se ne vanno sbattendo la porta ed io resto lì, inginocchiato davanti all’ultimo cassetto aperto.  Fatico ad alzarmi, nel farlo lo sguardo va alla parete dove una foto di altri tempi mi ritrae insieme alla moglie, altri tempi, altre taglie per tutti e due.  In quella foto sullo sfondo si vede della neve, ricordo quando la facemmo, il giorno di S. Valentino in gita sulla montagna.

Un lampo, veloce come un fulmine, il pensiero intuisce ciò che non riuscivo a capire. La festa di S. Valentino, il giorno degli innamorati. Ecco cosa erano tutti quegli sguardi,  quelle manovre. Nient'altro che subdoli tentativi per costringermi a ricordare da solo. Ci sono arrivato. La mia dolce metà, alla soglia dei 50 anni di matrimonio, purtroppo, pensa ancora come una  giovane ragazza, vuole il pensierino per S. Valentino.

Senza dire niente, con aria seccata vado a vestirmi, passo davanti alle due che fanno ancora le sostenute ed esco, dovrò comprare qualcosa per festeggiare. Ci sono! - esclamo dandomi una manata sulla fronte - Un’idea magnifica, prenderò una meravigliosa torta alle fragole con panna. Bianca e rossa, le fragole come cuoricini, bellissima idea! Conquisterò il suo cuore ancora una volta. Lo riconosco, sono troppo forte, troppo buono, so anche che lei è allergica alle fragole.

 

 

 

 

 

 

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La poesia oggi

30 Giugno 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #poesia

 

 

 

 

 

Vi sono tante voci poetiche ai giorni nostri che sono in continua ricerca di novità, intese come un rifiuto della tradizione che ritengono, a torto, essere superata, troppo mielosa o troppo erudita. Quasi sempre tutto si riduce ad una sperimentazione di nuove formule, di nuovi linguaggi poetici, oscuri e tortuosi, che nelle intenzioni dovrebbero rappresentare il linguaggio moderno espresso, per lo più, da silenziosi esseri vaganti persi nella nebbia di piccoli mondi illuminati a stento da fievoli luci ipnotiche.  La poesia quella vera non è effimera, un fenomeno transitorio legato al momento o ai tempi correnti, ma una voce che resiste nel tempo, composta da semplicità e chiarezza. La vera poesia è come un respiro caldo che nasce dall’animo di chi scrive e diventa parola, messaggio d’amore o voce che si alza forte dal fondo dei cuori. Può essere viatico di conforto, di luce consolatrice per i cuori aperti a ricevere il bello, l’amore e la storia che ci circonda. La tradizione poetica non è una catena da trascinarsi dietro come un carico inutile e noioso, ma la buona terra dove seminare i nuovi semi affinché possa continuare a esprimere valori universali che coinvolgono tutti i popoli, tutte le culture. La poesia non morirà mai se continuerà a proporsi con prepotenza di espressione, come hanno fatto i tanti poeti la cui voce si ripeterà ovunque e per sempre.

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Libri e Drink - PREMIO STREGA 5 LUGLIO A ROMA: I CINQUE DRINK INEDITI AL PREMIO STREGA MIXOLOGY CHE SARANNO SERVITI AL PREMIO STREGA LETTERARIO

29 Giugno 2018 , Scritto da Carlo Dutto Con tag #concorsi, #ricette

 

 

 

 

 

Sono stati svelati i nomi e le ricette dei cinque cocktail inediti del Premio Strega Mixology che saranno serviti giovedì 5 luglio a Roma, nell'ambito della settantaduesima edizione del Premio Strega, che si terrà nella consueta cornice del Ninfeo del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Novità assoluta del format, la possibilità, per i quattro barman e la barlady, di servire i propri cocktail originali agli oltre mille partecipanti del Premio Strega. Più di 200 le ricette giunte da tutta Italia, oltre il 10 percento delle quali provenienti da barlady, con un sostanziale incremento della partecipazione femminile: la storica azienda Strega Alberti Benevento richiedeva nel bando ricette originali a tecnica libera con almeno 3 cl di Liquore Strega. I cinque drink, realizzati da cinque giovani promesse del bartending italiano sono: Testa Dura di Ugo Acampora del Twins, cocktail, wine, coffee di NapoliAncora una volta, di Jonathan Bergamasco del Caffè Imperiale di VercelliOttovolante, di Gianluca Di Giorgio del Bocum Mixology di PalermoCosmo Stregato, della barlady Solomiya Grytsyshyn del Chorus Cafè di Roma e Il compositore stregato, di Edoardo Nervo del Les Rouges di Genova.

Il barman piemontese Jonathan Bergamasco, del Caffè Imperiale di Vercelli, ha creato il cocktail Ancora una volta, composto da 4 cl di Liquore Strega, 2 cl di Gin Tanqueray ten, 1,5 cl di succo di limone, 1,5 cl di miele di ginepro Honey Mix Dzenevrà e tre foglie di menta. La preparazione del cocktail prevede, in primis, di raffreddare il bicchiere, un tumbler basso. Quindi, versare tutti gli ingredienti nello shaker, aggiungere ghiaccio a cubi e shakerare energicamente. Filtrare il cocktail nel bicchiere con ghiaccio e servire con ciuffo di menta fresca e zest di limone. “Per il mio drink – sottolinea Bergamasco - ho attinto ai ricordi felici e agli affetti familiari, per ricordarmi da dove sono partito e ho utilizzato uno di quei ricordi d'infanzia che ti fanno dire 'vorrei poterlo vivere ancora una volta'”. Trent'anni, sei tatuaggi tra cui uno raffigurante una coppa di Martini, Bergamasco inizia la propria attività come cuoco e dopo varie esperienze nel campo, si cimenta, nel 2010, nell'attività di barman in un'ex storica pasticceria di fine Ottocento nel centro di Vercelli, quindi si trasferisce a Milano per seguire i corsi dell’American Bartender School.

Il barman napoletano Ugo Acampora del Twins, cocktail, wine, coffee cocktail bar di Napoli, propone al Premio Strega Mixology il cocktail Testa Dura, composto da 4,5 cl di Liquore Strega, 1,5 cl di Amaro Braulio, 1,5 cl di Sherbet limoni e camomilla home made, 1,5 cl di succo di limone e 3 cl di ginger beer. La preparazione del cocktail prevede di versare tutti gli ingredienti, eccetto la ginger beer, in un boston shaker. Shakerare per 10 secondi poi versare il tutto in una mug e colmare con ghiaccio a cubi, per terminare il drink con fill di ginger beer e con la guarnizione di un ciuffo di menta fresca e una rondella di lime disidratato. “Per il 'Testa Dura' – dichiara Acampora – sono partito da un concetto che mi è proprio, la testardaggine, che ho tradotto in dialetto beneventano, in 'cap e mul' ovvero 'testa d'asino' o 'testa dura'. Da qui sono passato, per associazione mentale, al classico drink Moscow Mule, per creare un drink semplice, facilmente replicabile , fresco e servito in una mug accattivante!”. Classe 1988, Acampora gestisce con i fratelli a Napoli il Twins cocktail wine coffee cocktail bar. Ha iniziato la sua carriera lavorativa nel mondo della ristorazione e nel 2013 la sua prima esperienza formativa, all'interno dell'FBS di Napoli, quindi a Roma, dove diventa vice barmanager del Ristorante & Cocktail bar Baccano.

Unica barlady tra i cinque, Solomiya Grytsyshyn del Chorus Cafè di Roma, che propone il Cosmo Stregato, composto da 4 cl Liquore Strega, 3 cl di Imperial Gold Vodka, 2 cl di Torrone Mix con miele e acqua ai fiori d’arancio, 3 cl di succo di limone e una spuma di bacche e fiori di sambuco e yuzu. La preparazione del cocktail con tecnica Shake & Strain prevede di servire in bicchiere old fashioned con ghiaccio, emulsionare la spuma sul drink attraverso un sifone e decorare con stelline di zucchero. “Per il mio drink a base Strega – sottolinea Solomiya – mi sono sbizzarrita nell'inventare il Torrone mix, con miele e acqua ai fiori d'arancio, ingrediente fondamentale del Torrone Strega, mentre il limone, con la sua asprezza, mi fa tornare al presente per assaporare le importati note del Liquore Strega. Con la spuma morbida e vellutata di yuzu e fiori di sambuco, poi, bevendo il Cosmo Stregato ci si 'sporca i baffi'”. Ventitre anni, ucraina di nascita e da 15 anni in Italia, Solomiya ha lavorato fin da subito nell'hotellerie di lusso, all'Hotel De Russie di Roma, seguendo quindi il grande barman Massimo D'Addezio nel suo progetto romano del Chorus Cafè. Qui coltiva sempre più la passione che – nelle sue stesse parole – la fa diventare una "streghetta", che stregherà tutti con le proprie pozioni.

Il barman Edoardo Nervo del Les Rouges di Genova propone il suo cocktail Il compositore stregato composto da 4,5 cl Liquore Strega, 1,5 cl di whisky torbato, 2,5 cl di succo di limone, 2,5 cl di uovo bianco e rosso aromatizzato e 2,5 cl di acqua sciroppata alla camomilla e menta. La preparazione prevede di aromatizzare l'uovo lasciandolo con il guscio in frigo con camomilla e menta freschissimi. Due ingredienti con cui aromatizzare anche l’acqua per creare uno sciroppo con zucchero semplice. Aggiungere quindi gli altri ingredienti e shakerare senza ghiaccio per far montare l’uovo. Poi aggiungere ghiaccio e shakerare nuovamente. Servire in coppetta ghiacciata e guarnire con una grattata di noce moscata. “Ho inventato questo cocktail – dichiara Nervo - partendo da una vecchia ricetta della nonna a base Liquore Strega, che ho rielaborato, lasciandomi ispirare dai profumi e ricordi della mia infanzia. Ho collegato la musica classica con la camomilla e unito le note forti date dal whisky torbato. Poi, ho inserito forti sprizzi dati dalla menta e dalla noce moscata, il tutto armonicamente bilanciato dal liquore Strega, pioniere di tradizione e vicende familiari. Nel complesso, un cocktail semplice e non troppo elaborato, ma sul quale ci si deve lasciare trasportare non dimenticandosi che 'il primo sorso affascina, il secondo strega'”. Classe 1995, Edoardo Nervo dopo anni di gavetta genovese e post liceale a Londra, approda al Les Rouges di Genova, dove ora è a capo del bar e collabora con Eataly.

Il barman siciliano Gianluca Di Giorgio del Bocum Mixology di Palermo, propone il cocktail Ottovolante, composto da 3 cl di Liquore Strega, 5 cl di Vermouth al Pop Corn homemade, 2 barspoon di Fernet, Top Ginger Ale e twist di arancia. La preparazione prevede di inserire tutti gli ingredienti - tranne il Ginger Ale - dentro un mixing glass ghiacciato, quindi in bicchiere tumbler alto con ghiaccio con tecnica Stir & Strain, per poi completare con Ginger Ale e guarnire con twist di arancia e chips al cannolo. “Per la creazione del drink – ricorda Di Giorgio – mi è tornato alla mente quando, con i nonni, la domenica pomeriggio andavo al luna park del Foro Italico di Palermo. Il Liquore Strega qui ha una funzione fondamentale, perchè da un lato ne è allegoria (ogni luna park ha una strega, una casa stregata), dall'altro unisce tutti gli ingredienti, rendendo il drink più fresco e rinfrescante per affrontare la vita sempre con estrema positività, proprio come in un ottovolante, su e giù nelle rotaie del mondo!”. Aspirante ingegnere energetico, Di Giorgio scopre il magico mondo della miscelazione frequentando alcune scuole di settore e diversi master, creando drink ispirandosi anche all'arte culinaria, sempre ricordando di vivere il drink come forma di dialogo tra i popoli e non un semplice bere.

 

Il Liquore Strega  
Nel lontano 1860 nasce in Campania, a Benevento, lo stabilimento in cui ancora oggi si produce il liquore Strega. Lo Strega é un prodotto completamente naturale ottenuto dalla distillazione di circa 70 tra erbe e spezie, provenienti da varie parti del mondo. Con le sue intense note aromatiche, con il suo inconfondibile profumo, questo liquore crea, con gli altri ingredienti, un sorprendente contrasto fra elementi speziati ed erbacei, corposi e leggeri, senza perderne l’anima raffinata.

 

 

Per maggiori informazioni  

 

https://stregamixology.strega.it 
stregamixology@strega.it 
www.facebook.com/StregaAlberti/

 

 

 

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