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Francesco Giubilei, "Leo Longanesi"

8 Agosto 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #personaggi da conoscere

Francesco Giubilei, "Leo Longanesi"

Francesco Giubilei
Leo Longanesi
Odoya - Euro 1
8 - Pag. 200

Francesco Giubilei è un giovane editore - scrittore che seguo sin da quando ha cominciato a muovere i primi passi in un ambiente complesso, ammirandolo per la tenacia sin qui dimostrata nel perseguire obiettivi e realizzare risultati. Non è il primo a scrivere una biografia su Longanesi - inimitabile quella di Indro Montanelli - ma è importante che sia un piccolo editore a raccontare un vero e proprio modello editoriale, descrivendo la vita di un uomo basata su scrittura e invenzione di media (pronunciatelo come una parola latina, per favore) giornalistici. Giubilei non è alla prima prova saggistico - narrativa, ma questa volta dimostra maturità stilistica e grande talento per la divulgazione storico - biografica, perché coinvolge il lettore nelle imprese quotidiane di Longanesi e lo fa sentire vicino come un fratello spirituale. Un intellettuale controcorrente e polemico, non abbastanza fascista con Mussolini al potere - anche se inventò il motto: Mussolini ha sempre ragione! -, per diventare nostalgico del regime in piena democrazia. Longanesi era alieno da compromessi, uomo poliedrico e brillante, inventore di aforismi dissacranti (Sono conservatore in un paese in cui non c'è niente da conservare, Soltanto sotto una dittatura riesco a credere nella democrazia...), ideatore di riviste (L'Italiano, Omnibus, Il Libraio, Il Borghese...), scopritore di talenti e di libri scomodi (Il deserto dei tartari di Dino Buzzati), autore di poche opere graffianti e sincere (In piedi e seduti, Parliamo dell'elefante, Un morto fra noi...). Il capolavoro di Leo Longanesi resta la gloriosa e omonima Casa Editrice che contende il mercato ai colossi del periodo storico con un'immortale collana di pocket. Longanesi anticipa pensatori come Pasolini e Bianciardi:

"La televisione è basata sulla convinzione che esista moltissima gente che non ha nulla da fare e che è pronta a perdere il tempo a guardare gente che non è buona a fare nulla".

Aveva proprio capito tutto. In tempi culturalmente bui come quelli che stiamo vivendo - tra isole dei famosi, amici e reality sulle montagne - un giovane editore come Francesco Giubilei - pure lui romagnolo! - fa bene a ricordare Longanesi, modello di vero intellettuale. Due parole sul prodotto editoriale, ben confezionato, un oggetto libro corredato di illustrazioni e ben impaginato. Unico difetto: il prezzo troppo alto per un libro popolare. Odoya è un ottimo editore che sa fare il proprio mestiere. Mica è così scontato, credetemi.

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Lorella de Luca

7 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema, #personaggi da conoscere

Lorella de Luca

Erano gli anni belli della mia gioventù, quelli della fine anni 50, quando stavo per finire il liceo e di lì a poco avrei mosso i primi passi nella facoltà di Giurisprudenza all'Università di Roma.
La televisione era ancora in bianco e nero, e così i sogni miei e dei giovani come me; e le nostre speranze, fatte di niente, ché non sapevamo ancora che cosa il destino ci avrebbe riservato. Né tanto meno pensavamo alla nostra vita di oggi, ultrasettantenni più o meno realizzati, alcuni con mogli e figli, altri con le loro solitudini invecchiate, allora impensate.
Erano, quelli, gli anni di Lorella De Luca, che imparammo a conoscere, ad ammirare, ad amare, forse ancora prima della sua comparsa nel film "Poveri ma belli" che la lanciò nel mondo tutto italiano della cinematografia, nella trasmissione televisiva di Mario Riva, Il Musichiere, dove svolgeva il semplice ruolo di "valletta", affiancata da un'altra giovanissima bionda, e carina come lei, Alessandra Panaro.
Ricordo che Mario Riva amava chiamarle le "cognatine".
Le due amiche furono inseparabili nel ciclo dei tre film Poveri ma belli, (1956), Belle ma povere, (1957), Poveri milionari (1959) tutti con la regia di Dino Risi.
Lorella aveva allora 18 anni, e Alessandra uno più di lei.
Mario Riva le volle con sé nell'avventura de Il Musichiere per il loro aspetto di brave ragazze, dolci nello sguardo e limpide nel sorriso, a rappresentare la gioventù che bilanciasse la sua età non più verde.
La trasmissione attrasse subito un grosso numero di telespettatori, oltre che per i concorrenti che, a due a due, si sfidavano correndo per arrivare per primi a suonare una campana, alla prime note di una canzone che eseguiva l'orchestra del maestro Gorni Kramer, anche per gli ospiti nazionali ed internazionali che onoravano con la loro presenza lo spettacolo.
Io avevo la loro età, e come la gran parte dei giovani come me, mi ritrovavo sempre davanti all'antiquato - visto con gli occhi della memoria di oggi - apparecchio tivù di allora, un enorme scatolone di legno ferro e plastica, ingombrante come non mai, che poggiava su un "portatelevisore", ingombrante pure lui sì, ma un nuovo compagno delle serate casalinghe, che presto andò a sostituire per molti italiani il fedele apparecchio radio che fino allora ci deliziava, la sera, con programmi che noi amavamo; come ad esempio: "I gialli di Ellery Queen", e con -annualmente - i Festival della Canzone italiana trasmessi da Sanremo.
Il Musichiere ruppe queste nostre abitudini, e Lorella e Alessandra ci rallegravano la serata settimanale con la loro angelica presenza. Poi negli anni Lorella volò alto nel mondo del cinema, grazie anche al matrimonio col regista Duccio Tessari. Girò nella sua carriera una cinquantina di film; pochi di essi se ne ricordano, in effetti, ma il ciclo di Poveri ma belli è rimasto un' icona indelebile nella nostra cinematografia; film che nel tempo vennero poi trasmessi e ritrasmessi non so quante volte sui piccoli schermi della tivù; e sempre con grande e rinnovato successo.
Con le due ragazze, amiche inseparabili anche nelle storie del ciclo, c'erano - tra gli altri - i fusti dell'epoca, Maurizio Arena (1933-1978) e Renato Salvatori (1933-1988), anche loro poveri ma belli! I due ci hanno lasciato molti anni fa.
Nel 1994 Lorella è stata colpita da una grave malattia, che poi ne ha causato la morte. E' andata a raggiungere i due compagni di lavoro.


marcello de santis

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In giro per l'Italia: Riccia

6 Agosto 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Riccia

Sul finire dell'estate in Molise si assiste a uno degli appuntamenti più amati “la festa dell'uva di Riccia”. Una sagra voluta per celebrare la vendemmia, che attira ogni anno migliaia di visitatori per vedere sfilare i carri fatti con chicchi d'uva, ballare, cantare e stare in allegra compagnia. Flaviano Testa ci conduce, attraverso l'obiettivo della sua macchina fotografica, lungo le vie del paese per goderci lo spettacolo.

E ora un po' di storia e origine della festa preso dal Sito Ufficiale del Comitato Sagra dell'Uva di Riccia
www.sagradelluva-riccia.net

“La "Sagra dell'Uva" di Riccia è passata attraverso più di mezzo secolo, dalle sue prime edizioni, agli inizi degli anni trenta, fino ai nostri giorni, testimone dell'impegno e del sacrificio di molti riccesi che, grazie ad essa, hanno raccontato di questa piacevole terra e della sua gente cordiale. Riccia è infatti l'unico paese della nostra regione che ancora conserva intatta la suggestiva tradizione della Festa dell'Uva, organizzata nel passato anche in centri quali Campobasso, Agnone e Casacalenda. La celebrazione della vendemmia, tenuta da ormai diversi decenni nella seconda domenica di settembre, cade in concomitanza con la festività della Madonna del SS. Rosario.
L'origine della sagra cittadina si colloca, come già ricordato, agli inizi del 1930, quando, in conseguenza delle direttive del governo fascista, furono adottate misure affinché si svolgessero Feste dell'Uva in tutti i Comuni d'Italia, allo scopo di esaltare il lavoro dei campi e di valorizzarne il prodotto: "… in ogni città o grossa borgata dovrà formarsi un Comitato, sotto la guida del potestà, del quale facessero parte le autorità civili, militari ed i rappresentanti delle associazioni produttive e di partito", come ci ricorda Antonio Santoriello in "La Sagra dell'Uva a Riccia tra passato e presente".
La festa diventa subito spettacolo tra le strade del paese con giovani e giovanissime che ballano con costumi folcloristici, mostrando cesti pieni di uva e distribuendo dell'ottimo vino rosso autoctono, il cui vitigno, oggi, sembra quasi essere del tutto scomparso: a saibell. Nettare di Bacco così scuro da lasciare sulla bocca e nel bicchiere il rosso intenso e profumato del proprio carattere. Dopo un periodo di relativa immobilità, l'innovazione della festa arriva sul finire degli anni '60, grazie alla presenza del parroco della Chiesa del Rosario, Don Ciccio Viscione: non più una semplice devozione nella parrocchia dei prodotti viticoli, ma una vera e propria sagra con l'allestimento dei carri allegorici a sfilare per le strade cittadine, che diventano così protagonisti e motivo predominante della Sagra di Riccia.
Il Carro dell'Uva, piccola opera d'arte realizzata con chicchi di uva che vengono pazientemente incollati uno ad uno, dopo un'accurata selezione per grandezza e sfumatura di colore per realizzare l'effetto policromo, assume significati diversi. Il Carro diventa il simbolo del duro lavoro nei campi, con la rappresentazione di scene di vita contadina abilmente ricostruite, nella cornice fatta di mezzi e di strumenti della civiltà rurale di un tempo e non più in uso; lo stesso si trasforma in generoso e complice traguardo per tutti coloro che si accalcano nella fiumana di gente pronta e desiderosa di ricevere un assaggio dei tanti prodotti tipici della campagna riccese, dai grappoli di uva alla piacevole carne sulla brace, dai piatti colmi di cavatelli al sugo di salsiccia alla pizza di grano duro, tutti preparati come si faceva una volta, durante il tragitto della sfilata. E, naturalmente, l'intenso e prelibato vino locale. Ed infine il carro si adatta all'originalità del presente, alla trasgressione e all'ironia alternativa dei più giovani che vogliono entrare nella tradizione popolare con le proprie immedesimazioni. Diversi sono infatti i carri ritenuti "fuori tema" che sfilano ogni anno, ma che comunque conquistano per simpatia e genuina teatralità.
Della sfilata fanno parte anche numerosi gruppi folcloristici, sbandieratori, majorettes, e, in alcuni anni, anche pistonieri. Il ballo al seguito del carro non è solo spettacolo ma coinvolge gran parte della gente, proveniente da tutta la regione e anche da quelle limitrofe, specie giovani e ragazze che si lasciano volentieri trasportare dalle antiche tradizioni popolari; i canti poi, quelli che si facevano nei campi e che riecheggiavano nelle contrade cittadine al tempo dei raccolti, sono eseguiti oggi con gli strumenti di allora, la fisarmonica e l'organetto.
La festa della vendemmia è ormai divenuta una tradizione tramandata di generazione in generazione, testimonianza di valori che hanno sfidato il tempo e che hanno confermato, da parte dei riccesi, le qualità umane e di attaccamento alla propria terra. Ogni anno la Sagra dell'Uva di Riccia coglie l'occasione di arricchire il nostro animo della sua storia e cultura, ma anche dei suoi solidi valori.”

In giro per l'Italia: Riccia
In giro per l'Italia: Riccia
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In giro per l'Italia: Riccia
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Cara piccola Shirley

5 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema

Cara piccola Shirley


Shirley Jane Temple Black
(Santa Monica, 23 aprile 1928 – Woodside, 10 febbraio 2014)

Cara, cara piccola principessa, quanto ti ho amata!
Avevi appena cinque/sei anni sullo schermo, quando io ne avevo una decina, ed eri una bimba sbarazzina tutto pepe, spontanea e dolcissima, scatenata e tutta riccioli e sorrisi.
(Tua mamma che voleva per te il successo, si dice - ti curava ogni mattina i capelli in 56 boccoli perfetti!)
Poi col tempo seppi più cose di te, che ti chiamavano "riccioli d'oro", per esempio.
Erano i film dell'inizio, per te, quelli che ti fecero conoscere anche da noi, qui in Italia; era per te l'inizio di una lunga carriera cinematografica ricca di successi e di fama; per un lungo tempo - si legge negli annali degli attori - fosti l'attrice più pagata della Fox, la tua prima casa nel cinema, prima, di Hollywood, poi.
Nessuna "diva" era importante come te, neppure la divina Greta Garbo; e tra gli attori solo Cary Grant, il grande Cary Grant, superava i tuoi emolumenti.
A volte la televisione ripresenta, prima dei programmi serali, alcuni brevi film di quelle "simpatiche canaglie" di quel grande regista di Hollywood Hal Roach; ma pochi sanno che la produzione ti offrì a lungo di prendere parte, con un ruolo di assoluto rilievo, data la fama che già ti correva appresso a grandi passi, a quella allegra e spensierata serie interpretata solo da bambini dalle facce di scugnizzi stranieri, che in America si chiamava Our gang; ma per qualche ragione che non voglio qui ricordare, non se ne fece niente. E tu non facesti loro compagnia.
Pian piano crescevi, ragazza, signorina, donna, prendesti parte a tanti tantissimi film, ma di questi non ho ricordi. Ché tu eri nella mia (e nostre menti) e nei nostri cuori solo "la bambina dai riccioli d'oro".
Alla fine degli anni '40 ti ritirasti dalle scene, forse perché il successo stava svanendo poco a poco, (ma è nelle cose della vita, devi avere pensato senza rimpianti, senza tristezza; e lo capisti in tempo).
Ti dedicasti alla politica, niente di più lontano dalla tua attività fino allora esercitata con tanta passione; ti candidasti al Congresso degli Stati Uniti nel 1967; avevi ormai quarant'anni, e la tua meravigliosa indimenticabile vita l'avevi gioiosamente vissuta; e la piccola principessa che amava duettare sulle scene con attori famosi e attrici importanti, e che amava ballare il tip tap accanto a quel grande ballerino che fu Bill Bojangies Robinson, non c'era più.
Nel tempo ti affidarono vari incarichi diplomatici, e diventasti altrettanto importante che come attrice; rappresentasti il tuo paese presso l'ONU; e fosti ambasciatrice in vari stati nel mondo. Sempre col tuo sorriso sulle labbra; è vero, non avevi più i riccioli biondi che hanno fatto innamorare tutti noi ancora ragazzi; e i nostri genitori, che ci portavano al cinema a vederti recitare, cantare, ballare, ma avevi adesso una pettinatura da donna matura, eri ormai sposa e madre e non più bambina prodigio del cinema mondiale. Ma quando sfoderavi il sorriso, tutti quelli che ti erano vicini vedevano in te la bimba di tanto tempo prima..
Io voglio ricordarti come eri allora, compagna più piccola dei giochi e dei pensieri della mia fanciullezza, e non voglio mai cancellarti dei miei occhi e dal mio cuore, cara dolce piccola principessina.
Non voglio ricordare qui i grandi attori con i quali hai lavorato in tantissime pellicole, né le tante dive che ti hanno fatto da madre nei tuoi innumerevoli film; che contano loro, anche se il successo li ha poi immortalati come "divi"?
Tu anche lo eri; anche tu eri una piccola "diva".
Ma per me sarai sempre la cara dolce piccola principessa dei miei sogni.


marcello de santis

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Manzoni a Livorno

4 Agosto 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Manzoni a Livorno

È arcinoto che Alessandro Manzoni (1785 – 1873) venne in Toscana per “risciacquare i panni in Arno”.

Come riporta Giulietta, la primogenita ventenne, nel suo diario, dal 10 al 25 luglio del 1827, la famiglia al completo, composta di tredici persone, compresi i domestici - spostandosi con due carrozze, di cui una nel corso del viaggio finì in una scarpata - giunse a Livorno.

Durante il soggiorno a Genova, dove aveva preso i bagni di mare, Manzoni era stato messo sull’avviso riguardo al caldo “oltraggioso” della nostra città e a certe zanzare che davano la febbre e rovinavano la pelle, per cui vi arrivò già prevenuto. Non contribuì a ingraziarlo verso di noi un disguido organizzativo per il quale fu sballottato da un albergo all’altro. Si fermò quindi in via Ferdinanda, cioè via Grande.

Scrivendo all’amico Tommaso Grossi, si lamenta della confusione:

tale è la folla, l’andare, il venire, l’entrare, l’uscire, il gridare, il favellare.”

Sebbene le finestre della camera d’albergo dessero sul retro, esse si affacciavano su una chiostra che apparteneva al Caffè Greco, allora il primo di Livorno, e gli schiamazzi toglievano il sonno a tutta la famiglia.

Sappiamo che nel viaggio Manzoni aveva portato parecchie copie del romanzo, da poco stampato in una stesura antecedente alla revisione linguistica. Il libro, infatti, aveva avuto successo ma non era facilmente reperibile in Toscana. Le vendette quasi tutte.

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Mickey Rooney

3 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema, #personaggi da conoscere

Mickey Rooney


Un eterno ragazzo, Mickey Rooney, come io lo ricordo, con l'eterno ciuffo sulla fronte e quel sorriso sbarazzino che ne ha caratterizzato l'aspetto nella sua smagliante giovinezza.
Ma il tempo passa per tutti e non fa sconti.
Quando lui era nel pieno del suo successo, i suoi film cominciavano a giungere fino qui da noi, erano i primi anni del dopoguerra, io avevo cinque,sei anni, forse sette. E gli attori preferiti di noi ragazzini, oltre agli intramontabili Stanlio e Ollio, Gianni e Pinotto, i fratelli Marx, erano gli eroi dei film di cowboy e indiani, John Wayne, Gary Cooper, Henry Fonda, e, tra le affascinanti interpreti femminili, Doris Day, e Jane Russell (che più tardi avrebbe costituito una coppia ineguagliabile con la bella Marilyna.)
E in mezzo a quella grande serie di film western arrivavano anche film d'amore o d'avventura; e uno degli interpreti di questi film d'evasione, spiccava questo piccoletto (era molto basso) simpatico, dagli occhi vivaci e dal carattere dolce; ci mettemmo un po' noi piccoli a dargli il nome e poi a tenerlo a mente, (era il gioco che piaceva a noi ragazzini, conoscere e riconoscere i personaggi dei film e poi fare a gara a chi ne ricordava di più): Mickey Rooney.
Se pensiamo che aveva debuttato al fianco del padre sulle scene, quando aveva appena due anni, constatiamo che l'attore ha avuto una carriera lunghissima, ben 91 anni, di gran lunga la più lunga di qualsiasi altro personaggio dello spettacolo del mondo. Vita lunga, avventure tante, film girati tantissimi, premi a non finire, candidato varie volte all'Oscar, che vinse per due anni; mogli a non finire; si sposò infatti ben nove volte, la più celebre Ava Gardner; ed ebbe nove figli.
Un aneddoto, che poi aneddoto non è: tre anni prima di morire, si lamentò duramente che non era più libero di fare ciò che più gli piaceva; e che la sua famiglia gli aveva tagliato le ali della libertà. Il giudice cui si era rivolto gli dette ragione, e intimò al figlio di stare alla larga dall'attore/padre; non poteva avvicinarglisi, ne doveva stare lontano almeno trenta chilometri.
Qualche anno fa, girando su vari canali tv, capitai su un film, non ricordo se in bianco nero o a colori, dove un attore panciutissimo e con la barba bianca recitava in maniera che mi ricordava qualcosa; ma non avendo visto la pellicola dall'inizio non sapevo il nome degli attori. Continuai ad assistere, più per la curiosità che mi aveva destato quel tipo che per l'azione e la trama del film; ne apparivano spesso primi piani, con l'obiettivo sul suo viso pieno e irto di barba ispida, e sugli occhi un poco acquosi; e ogni volta qualcosa mi diceva che io lo conoscevo, quell'attore, ma non riuscivo a ricordare. Lasciai lo schermo tv, andai al mio pc e digitai il titolo del film con la dicitura "cast".
Era lui, era il mio tanto amato in gioventù Mickey Rooney.

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Al tajadel

2 Agosto 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #ricette

Al tajadel

Forse non tutti sanno che il campione ufficiale del metro, costituito da una barra di platino-iridio è custodito a Parigi, mentre sicuramente tutti i bolognesi sanno che alla Camera di Commercio della nostra città è depositato il campione ufficiale della tagliatella. Bisogna essere precisi per la larghezza onde evitare di fare delle pappardelle o dei tagliolini. È assai facile fare una tagliatella della giusta dimensione basta tenere presente che per essere perfetta deve essere pari alla 12.270esima parte dell'altezza della torre degli Asinelli, un semplice calcolo che vi porterà a una larghezza di 6,5-7 mm, misura valida per la sfoglia cruda.

Chiaramente occorre la giusta attenzione e precisione, sono tutti bravi a dire tagliatelle bolognesi, ma la tagliatella è un'arte e come tale la si deve rispettare. Dunque anche per lo spessore occorre essere “sdoura” bolognese per produrre certamente una tagliatella perfetta. Infatti occorre impastare la sfoglia e “tirarla” col mattarello in una cucina che affacci verso il colle di San Luca Quando lo spessore vi sembra quello giusto allora sollevate la vostra sfoglia e guardateci attraverso, se riuscite a scorgere la sagoma del santuario lo spessore sarà perfetto altrimenti occorrerà darsi da fare un altro poco col mattarello stando bene attenti a non fare buchi, né a lasciare parti più grosse. Se proprio non riuscite a trovare una cuoca bolognese che vi presti una cucina affacciata su san Luca, prendete un centimetro e misurate sapendo che lo spessore esatto è inferiore al millimetro.

Ora che sapete tutto sulla tagliatella perfetta ecco un po' di consigli: per l'impasto usate un uovo ogni etto di farina (a occhio direi una manciata) che deve essere assolutamente di grano tenero. Si sbatte l'uovo all'interno della farina disposta a fontana sul tagliere e si impasta fino a ottenere una massa morbida al punto giusto, non troppo, ma tanto da poter essere tirata col mattarello. Le tagliatelle perfette richiedono un unico condimento, lasciamo perdere funghi porcini e varianti comunque ottime, per imparare a cucinare la tagliatella occorre per prima cosa saper fare il ragù alla bolognese.

La ricetta originale, anche questa depositata alla Camera di Commercio, è la seguente: dosi per 4 persone:

300 gr di cartella di manzo macinata grossa

150 gr di pancetta dolce

50 gr di carota

50 gr di sedano (costa)

50 gr di cipolla

20 gr salsa di pomodoro estratto triplo (5 cucchiai di concentrato di pomodoro)

½ bicchiere di vino rosso

1 bicchiere di brodo di carne

Per preparare un buon ragù con questi ingredienti, tritare finemente con la mezzaluna la pancetta e metterla a soffriggere in un tegame possibilmente di terracotta, lasciarla andare fino a che ha sciolto tutto il grasso poi aggiungere le verdure tritate e rosolare il soffritto così ottenuto. Aggiungere la carme rossa e lasciare insaporire mescolando mentre rosola con un cucchiaio di legno (sempre lo stesso), quindi aggiungere il vino e il pomodoro concentrato sciolto con il brodo. Lasciare bollire per almeno due ore aggiustando di sale e pepe nero a piacere.

Dunque questo è il menù di oggi a casa mia buon appetito a tutti e viva Bologna!

Quella che segue è una modesta composizione poetica in vernacolo, con traduzione per chi non mastica il dialetto, ispirata proprio alla regina della tavola:

AL TAJADEL

Còsa aran avù ed speziel

Cal quater tajadel?

A gli eran d’ov ed galeina

Impasté con fior ed fareina

Lunghi e sutili al pont giost

Madona mì com a li ho magné ed gost!

Avevan e savour di bi temp pasé

Quand l’ira la mama che a li aveva preparé

E po’ condidi con de bon ragò e con

Tot l’udour di arcord ed chi n’i en piò

A son vanzè a bocca averta

Quand a tevla la scudela a jò squerta

E a pans cl’è un anzal mi fiola

Ch' ed su nona l’à tolt so totta la scola!

(Franca Poli)

(traduzione)

Cosa avranno avuto di speciale

quelle quattro tagliatelle ?

Erano fatte con uovo di gallina

impastato con fior di farina

lunghe e sottili al punto giusto

madonna mia come le ho mangiate di gusto!

Avevano il sapore dei bei tempi passati

quando era la mamma che le aveva preparate.

E poi condite con del buon ragù e con

tutto l'odore dei ricordi di chi non c'è più

son rimasta a bocca aperta

quando a tavola la scodella ho scoperta

e penso che è un angelo la mia figliola

che della nonna ha imparato tutta la scuola.

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Tiziano Terzani

1 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere

Tiziano Terzani

Tiziano Terzani, giornalista e scrittore, inviato speciale di Repubblica del Corriere della Sera,
Aveva 66 anni quando è morto nel 2004, era nato nell'anno 1938 quindi aveva un anno meno di me.
Grande è stata la mia emozione quando ho avuto modo di conoscerlo, in una pausa dei suoi continui viaggi in Oriente, in occasione di un Festivaletteratura a Mantova. Ricordo, era un tardo pomeriggio e stava seduto coi suoi amici al tavolo di un bar all'aperto, in piazza Broletto.
Me ne andavo a passeggio in cerca di autori, scrittori e poeti, che quell'anno infioravano la manifestazione, che dura una settimana e richiama ogni anno il meglio della cultura mondiale.

Era là, sorridente, bello nella sua figura ieratica, con la stupenda barba bianca che già incorniciava il suo viso importante. Ci avvicinammo, io e i mei amici, e scambiammo poche parole, discreti, per non disturbare, ma ebbi il tempo di chiedergli un autografo che mi rilasciò sul piccolo diario chiamato Cento Autori, che viene distribuito ai visitatori e agli spettatori degli eventi culturali della manifestazione.

Non ricordo l'anno, né mi va di andare a trovare - per semplice pigrizia - quel piccolo diario con l'autografo, nascosto tra i miei quasi cinquemila libri della mia libreria nel mio piccolo studio, ma era un caso fortunato che aderisse al Festival, dato che stava sempre fuori; dal 1972 al 2004 è stato infatti in Estremo oriente, insieme alla famiglia, alla moglie Angela e ai figli Folco, scrittore anche lui, e Saskia.

Era corrispondente di un importante giornale tedesco e collaborava, come ho già detto, con alcuni giornali italiani, anche con L'Espresso, mi pare.

Scrittore importante, tradotto in tantissime lingue nel mondo, nei suoi libri racconta della sua vita, delle sue esperienze, tante, che ha vissuto fuori d'Italia; altri invece raccolgono le sue corrispondenze da quelle terre lontane. Ha narrato tra le altre cose della guerra in Vietnam, della Cina, della Russia e della sua fine. Alcuni dei suoi libri sono stati editi dopo la morte a cura del figlio Folco e della moglie Angela.
Scrisse nella sua opera postuma "La fine è il mio inizio", edita da Longanesi nell'anno 2006:

L’Orsigna l’ha trovata mio padre [...].
Si era iscritto a quella che si chiamava l’università popolare,
che non era un’università, era un club per fare gite.
La domenica con un autobus andavano di qua e di là
e con una di quelle gite negli anni Venti
lui, giovanissimo e operaio,
arrivò per la prima volta in questa valle. [...]
ero spesso malato, avevo “le ghiandoline”
e la carne di cavallo non mi bastava più.
«Questo ragazzo ha bisogno
d’aria buona, d’aria pulita»
disse il medico.

Questo vuol essere un breve ricordo del grande scrittore, e modesto mio omaggio a lui; e un saluto alla memoria.

marcello de santis

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D'Annunzio a Livorno

31 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #personaggi da conoscere

D'Annunzio a Livorno

Gabriele D’Annunzio (1863 – 1938) conobbe Livorno in gioventù, quando il critico letterario Giuseppe Chiarini lo invitò per un colloquio.

Acquistò una villa a Castiglioncello, fra punta Righini e la baia del Quercetano, per trascorrere i suoi “ozi edonistici” e, dopo una notte d’amore, la ribattezzò Godilonda.

Lo si vedeva spesso all’Ippodromo di Ardenza, esiste una foto del 1907 che lo ritrae insieme all’amica, duchessa Massari.

Lo ritroviamo poi nel 1908 insieme a Mascagni fra gli invitati a un ricevimento organizzato da Guido Chayes.

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Omaggio a Mario Abbate

30 Luglio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Omaggio a Mario Abbate

Agli inizi degli anni 50 - avevo undici, dodici anni - ed ero già un inguaribile appassionato di canzoni, specialmente quelle napoletane - conobbi un cantante dalla voce d'oro, si chiamava Mario Abbate.
Pensate, io avevo a capo del mio letto in sala da pranzo, (casa mia era modesta e povera: camera da letto per i miei genitori, papà a lungo disoccupato e mamma donna di casa, una sala quadrata con tavolo anch'esso quadrato, buffet e controbuffet, e il mio letto, e una cucina piccolissima e fredda; il bagno era uno sgabuzzino di due metri per due metri, con un finestrino alto lassù dove la luce penetrava a malapena, e un gancio di ferro a portata di mano per infilarci i fogli di carta di giornale al posto della carta igienica), dicevo, avevo a capo del mio letto una grossa radio "marca Geloso", di quelle a valvole, dove le stazioni si cercavano girando una manopola che metteva in movimento una barra verticale; e girando girando gracchiava fino a che non si trovava una stazione, sulle onde medie (io non capivo che erano 'ste onde medie, ma mi adeguavo), e allora la fermavo.
Si può dire che ero io il signore della radio, ché mio padre era sempre in giro a cercare lavoro e mamma sempre indaffarata a mandare avanti una barca che faceva acqua da tutte le parti, con me e mio fratello che quando non eravamo a scuola le gironzolavamo sempre intorno.
Era una vita da tirare avanti alla bell'e meglio, per i miei genitori, ma per me ragazzino scorreva piacevole tra i giochi coi compagni di sotto al prato sangiovanni, una vasta distesa di terra circondata da poche abitazioni, tra cui la nostra (in affitto, s'intende) fuori della porta grande del paese (c'è ancora, questo portone medievale alto e grosso e rovinato dal tempo, oggi è sempre aperta; ma allora di sera si chiudeva ancora, qualche volta)
La radio era la cosa che amavo di più.
Uscivo da scuola e tornavo di corsa, perché all'una, ricordo, c'era sempre un programma di canzoni; un giorno Angelini e la sua orchestra con la sigla "c'è una chiesetta, amor"; oppure Angelini e otto strumenti, con la sigla "dove e quando", con Nilla Pizzi, Carla Boni, Gino Latilla, Achille Togliani e il duo Fasano; un'altra volta l'orchestra di Semprini o quella del maestro Francesco Ferrari o quella di Pippo Barzizza o Armando Fragna (questa con Giorgio Consolini, Clara Iaione, Vittoria Mongardi, Luciano Benevene).
Da questa radio ho ascoltato tutti i festival di Sanremo e i primi festival della canzone napoletana. Da questa radio ho ascoltato per la prima volta la voce divina di Mario Abbate
Poi venne la televisione, e anche papà poté acquistare uno di quegli immensi scatoloni ingombranti e bizzosi con uno schermo bombato. E i festival cominciammo a seguirli alla televisione.
Era il 1951 quando uscì il primo numero di "Sorrisi e Canzoni" che trattava solo di canzoni e di cantanti, con fotografie e notizie e biografie di artisti della rai, celebri e non.
E forse fu proprio da quelle pagine che seppi di lui e della sua vita, del papà artigiano in piazza san Ferdinando a Napoli, delle sue prime esibizioni (col suo vero nome, Salvatore) nelle prime sceneggiate (che allora erano altra cosa da quelle di camorra e guappi di Mario Merola) con la compagnia di Salvatore Cafiero e di Eugenio Fumo.
Era il 1951 quando lo sentii per la prima volta dipingere con la voce "malafemmena" di Totò. Che emozione, ragazzi. Credetemi, nessuna voce mi commuoveva come la sua.
Nel 1965 finalmente dopo tanti piazzamenti d'onore (secondi posti) porta al successo e al primo posto la canzone "core napulitano".
Mario Abbate era diventato uno dei miei idoli ormai da molto tempo, insieme a Franco Ricci, a Pina Lamara e a tanti altri.
Fece anche teatro ma a me piace ricordarlo come cantante; e interprete di stupende indimenticabili canzoni come "Anema e core"; ma soprattutto quella "Indifferentemente" che ancora una volta arriverà al secondo posto al festival di Napoli dell'anno 1963; ma che nel tempo, e a buon diritto grazie anche e soprattutto alla sua esecuzione da gran maestro, entrerà nel novero delle "classiche".
Non scorderò mai la sua eleganza, la sua bonomia e la sua voce meravigliosa.

marcello de santis

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