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La cicogna

21 Dicembre 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

 

 

 

 

- Vieni Maria ancora un piccolo sforzo.

- Oh! Giuseppe non ce la faccio più, credo che sia arrivato il momento di fermarsi, capisci, dobbiamo fermarci non importa dove.

- Va bene, ho capito, ancora due passi, vedo una costruzione più avanti, vedremo di ripararci là dentro.

Giuseppe, tirando le redini dell’asino sul quale c’era la sofferente Maria, aprì la porta di quella che sembrava una stalla. In effetti lo era, un unico locale pieno di paglia nelle mangiatoie e un grosso bue che riposava disteso in un angolo. Vide entrare l’intruso ma non mosse un muscolo, rimase a sonnecchiare sdraiato nella paglia. Maria, con notevole sofferenza, scese dall’asino e andò a sdraiarsi anche lei sulla paglia, con le spalle appoggiate a una mangiatoia piena di fieno. Il calore cominciò a farsi sentire e lei ne trasse beneficio. Giuseppe, intanto, liberava il povero asinello dal giogo lasciandolo vicino al bue, che sollevò un occhio ma lo richiuse subito dopo.

Da bravo falegname Giuseppe pensò subito di preparare una specie di culla per il prossimo nascituro. Prese le misure di due pezzi di mangiatoia e, con gli arnesi che portava sempre con sé, allestì alla meglio una sorta di culla. La riempì di paglia, possibilmente quella più fine, spezzettata, per evitare spuntoni che potevano esser pericolosi per il bambino. Mentre lavorava non perdeva di vista Maria, che aveva cominciato a lamentarsi di nuovo per i forti dolori. Capì che il momento era vicino, non avendo altro da fare uscì fuori all’aperto in attesa di sentire il primo vagito. Maria, come tutte le donne sapeva cosa fare, avrebbe portato a termine il suo compito.

Passavano i minuti e l’aria diventava sempre più fredda, Giuseppe fuori la porta sentiva il freddo entrare dentro di lui come una tenaglia che tentava di strappargli pezzi di carne. In cuor suo voleva entrare e aiutare la sua sposa ma sapeva che non era permesso, doveva solo aspettare. Era intento a guardare il cielo che piano piano stava schiarendosi. Stava facendo notte ma, stranamente, il cielo diventava sempre più pulito. Le stelle uscirono a migliaia e anche l’aria gelida sembrò calare d’intensità. Vide molto lontano una luce splendente che lasciava una scia d’argento, la direzione era verso il punto dove si trovava lui. Distratto dalla meraviglia del cielo ancora non si era accorto che si stavano avvicinando alla porta della stalla diversi animali, quando se ne accorse per poco non fece un salto dalla sorpresa. Vicino a lui e tutto intorno c’era un assortimento di animali piccoli e grandi, erano arrivati in silenzio e se ne stavano lì tranquilli. Notò, fra gli altri, molti uccelli di diverse razze e dimensioni. C’erano molti passerotti, una coppia di colombe, un falco solitario, due gufi dagli occhi sporgenti che giravano di continuo la testa come dei vecchi professori. A terra cani gatti, volpi, topolini, mucche e pecore, anche un lupo e un orso arrivati chissà da dove. Erano tutti insieme prede e predatori, erano fermi insieme a Giuseppe in attesa. Volevano essere i primi a rendere omaggio al redentore.

Nel silenzio della notte improvviso si udì un vagito. Un soffio d’aria avvolse chi era fuori ad aspettare. Un vento tiepido che avrebbe portato il suo soffio d’amore in tutto il pianeta. Giuseppe si decise ad entrare andò subito vicino Maria che con aria stanca ma felice gli porse un fagottino formato con un pezzo delle sue vesti. Dopo averlo baciato, Giuseppe lo mise nella improvvisata culla e gli animali cominciarono a passare davanti alla culla. Passando chinavano la testa come un segno di omaggio, in Lui riconoscevano il Signore di tutti loro.

Quando arrivò il turno della cicogna, lei sulle esili zampe fece una specie di inchino, ma non poté evitare di rattristarsi per le condizioni precarie in cui si trovava quel piccolo. Per essere il Signore di tutti gli esseri viventi giaceva in un posto molto scomodo. Sapeva che la paglia può essere traditrice, alcuni fili sono davvero duri e il neonato ne poteva soffrire. Non si mosse da dove era e, con dolore infinito, cominciò a strapparsi tutte le piume che aveva. Soffriva in silenzio, una alla volta si strappò le piume, quelle più soffici e morbide che aveva sotto le penne, quelle che nello strappo portavano via anche lembi di pelle. Quando ebbe raccolto un bel mucchio, con il lungo becco lavoro con abilità ricoprendo il panno deve era steso il bambino. Soddisfatta e piangente per il dolore si apprestava a uscire quando il sacro bambino la guardò e il suo sguardo fu una benedizione per lei. Da quel giorno la cicogna è diventata un uccello protetto e accettato da tutte le latitudini. È il simbolo della nascita e dell’amore per i neonati.

Quando tutti gli animali furono andati via cominciarono ad arrivare persone del villaggio, pastori dal circondario, viaggiatori che avevano seguito la scia della stella cometa e in breve davanti a quella stalla ci fu il mondo in attesa di omaggiare la nascita del Messia. Arrivarono giorni dopo anche alcuni maghi dal lontano oriente portando doni a chi doveva regnare così in terra, come in cielo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Natale di Luca

20 Dicembre 2018 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #una settimana magica, #posta un presepe

 

 

 

 

“Un Natale speciale, questo sarà davvero un Natale speciale” si ripeteva Lucia guardando fuori dal finestrino.

Da piccola le avevano trasmesso il valore, l'importanza di quel santo giorno: nasceva Gesù in una calda atmosfera familiare, con il presepe preparato con cura, l'albero pieno di luci, la Messa di mezzanotte e il panettone.

I suoi fratelli, una volta cresciuti, si erano trasferiti chi in America, chi nel nord Italia, chi in Germania e lei, morti mamma  e papà,  era rimasta sola nella grande casa di San Polo, immersa nel verde, nel silenzio, troppa solitudine, e a volte le faceva paura. A Natale sperava sempre in un rientro dei fratelli coi nipoti e le cognate, per ricreare insieme quella atmosfera di magica allegria di quando erano piccini, invece succedeva che qualcuno declinava l'invito, chi perché il viaggio era troppo lungo, chi aveva figli che non volevano muoversi dalla città, scuse sempre scuse e quest'anno, addirittura, nessuno sarebbe tornato, nemmeno Luca, suo fratello gemello che viveva a Milano e che era quello più affezionato a lei, alla casa, al paese.

Le aveva spiegato che era soffocato da impegni di lavoro, che non poteva assolutamente scendere e lei, colpita come da uno schiaffo in pieno viso, ci era rimasta male. Poi, durante la notte, rimuginando su quelle che le erano apparse delle banali e false giustificazioni, si era resa conto che la voce di Luca al telefono era triste, tremula, vuota. Non lo aveva notato subito perché era offesa e le bruciava la delusione, ma conosceva troppo  bene suo fratello e doveva essergli successo per forza qualcosa. Si convinse che almeno lui non l'avrebbe mai e poi mai lasciata sola la notte di Natale.

Così nel giro di una settimana, senza avvertire nessuno, preparò la valigia, fece il biglietto del treno, non dimenticò di comprare il torrone ai fichi secchi da “zia Carmelina”, una vecchietta che ormai era rimasta l'unica in paese a saperlo fare, e preparò i “pepatelli”, biscotti di cui suo fratello andava matto.

L'antivigilia partì alla volta di Milano, durante il viaggio ebbe tempo di riflettere, di pensare alla sua vita dedicata interamente alla famiglia, alla casa, ai genitori che erano entrambi mancati troppo presto. Non si era mai sposata, insegnava lettere e filosofia al Liceo Classico e aveva visto sfiorire la sua bellezza giorno per giorno, inseguendo il sogno di un grande amore che non era mai arrivato, o almeno per lei era arrivato, ma aveva il volto di Riccardo l'insegnante di matematica, sposato con prole. Lo aveva amato in silenzio fino a quando anche lui sembrò accorgersi dei suoi sguardi, del suo improvviso rossore se lo incrociava nei corridoi della scuola e l'aveva invitata a uscire. Si erano dati  appuntamento fuori dal paese, lontano da occhi indiscreti, tutto era iniziato con un caffè al bar del corso in una città vicina, poi l'incontro divenne prima mensile, quindi settimanale e finivano sempre per fare l'amore in un alberghetto di periferia, a strapparsi i vestiti di dosso dal desiderio di toccarsi, a consumare la loro passione proibita in qualche ora di sesso. Al pensiero ancora le correvano i brividi lungo la schiena. Poi ognuno tornava a casa propria, le feste comandate lui le trascorreva con la famiglia, mai una vacanza insieme, mai una gita domenicale e lei si era abituata a vivere in attesa di quelle poche ore di felicità che le regalava. Fino a quando non aveva cominciato a trovare scuse, a incolpare la moglie di stargli addosso e così gli appuntamenti si erano diradati, fino a cessare del tutto.

La sua età migliore intanto era trascorsa, quindici anni a vivere nell'ombra, a fare l'amante segreta, l'avevano invecchiata anzitempo, le avevano soffocato lo spirito, e ora si era lasciata andare, sembrava più vecchia dei suoi quarantotto anni, in paese la chiamavano la signorina e si sentiva un'acida zitella. I suoi vivaci occhi azzurri si erano spenti, la  figura slanciata, un po' appesantita, ma ormai non si guardava nemmeno più allo specchio, non avrebbe mai avuto una famiglia sua, un figlio a cui insegnare il Natale, a cui raccontare di quando bambina cantava nel coro della chiesa e suo padre si commuoveva ogni volta.

Solo Luca sapeva della sua storia, conosceva il suo segreto e l'aveva sempre compresa, mai giudicata. Così, mentre il paesaggio scorreva veloce dai finestrini, lasciando le sue montagne Lucia scendeva verso il mare, passavano veloci le città illuminate a festa, cambiando scenario di ora in ora e, per la prima volta in vita sua, si sentì felice di non essere a casa, insieme a Luca avrebbe trascorso un Natale diverso, davvero speciale.

Uscita  dalla stazione fu accolta da un'atmosfera di festa, sfavillio di luci, suoni melodiosi, anche gli zampognari erano saliti a Milano per rallegrare la città con la musica natalizia di “tu scendi dalle stelle”. Li guardava curiosa camminare lenti per le strade affollate, il passo cadenzato, e sotto il cappellaccio nero le sembrò di riconoscere Peppino, il paesano  che ogni anno suonava la zampogna nel presepe vivente al suo paese. Si fermò un attimo, quel costume l'aveva sempre affascinata: il mantello a ruota di panno color catrame, i pantaloni aderenti abbottonati al ginocchio e, sotto, i calzettoni chiari, di lana caprina, tenuti stretti da giri e rigiri di linguette di cuoio che salgono dai calzari. Nel loro presepe non mancava mai lo zampognaro davanti la capanna.

Quella musica acuta, strozzata, le faceva salire un nodo in gola. La gente correva indaffarata, entrava e usciva dai negozi con montagne di pacchi fra le braccia. La corsa all'ultimo regalo era forse normale per chi vive la frenesia delle grandi città, per lei no, lei preparava tutto per tempo, passava le serate a incartare, a infiocchettare, a personalizzare  i doni per i suoi cari, regalando anche un po' d'amore ad ognuno con quel gesto antico.

Spaesata, frastornata, si avvicinò a un taxi e si fece accompagnare a casa del fratello.

Aveva già suonato tre volte senza ottenere risposta e l'ultima aveva tenuto pigiato il dito sul campanello con insistenza, perché  iniziava a pensare che Luca le avesse mentito e fosse partito per una vacanza esotica con gli amici, quando finalmente rispose al citofono.

“Chi è?” era stanco. Lucia pensò che davvero stava lavorando troppo.

“Sorpresa...!”

Quando aveva sentito la voce della sorella era rimasto di sasso, senza parole, l'improvvisata pareva averlo paralizzato.

“Che fai scemo non mi apri?” disse Lucia in tono scherzoso

Nessuna risposta, solo un flebile ansimare dall'altra parte della cornetta poi ... tac lo scatto del portone che si apriva.

Davanti alla porta dell'appartamento, Lucia rimase in piedi inebetita, chi si trovava di fronte non era suo fratello, ma un uomo magrissimo, che si reggeva a malapena in piedi, irriconoscibile, con profonde occhiaie, il viso pieno di eruzioni violacee e una tosse violenta che non gli dava respiro. Era ormai un anno che si nascondeva dietro problemi di lavoro e non si era fatto vedere, tanto meno sentire.

Si avvicinò titubante, lo abbracciò, lui piangeva come da bambino, quando i compagni lo prendevano in giro perché era effeminato, perché era gracile e troppo sensibile per i giochi da maschi. Era lei quella forte, quella sempre pronta a menare le mani, come se nella pancia della mamma i due fratelli si fossero scambiati i ruoli. Così era sempre stata protettiva e lo aveva difeso fino a quando aveva lasciato il paese e finalmente si era sentito libero di vivere la sua omosessualità, mai apertamente confessata a nessuno.

Ora però era malato, si vedeva che era una cosa grave, e si trovava solo in quello stupendo attico col terrazzo che dominava via Montenapolene e che aveva arredato tutto da solo col buon gusto di bravo arredatore quale era diventato. Lavorava per la gente del jet set, per gli stilisti, gli attori, e aveva successo, soldi, ma mai mai, anche lui come Lucia, aveva conosciuto l'amore vero.

Si era bruciato in incontri occasionali e ora, le raccontava fra i singhiozzi, che proprio a causa di questa affannosa ricerca d'amore sarebbe morto. Lo aveva colpito la malattia terribile, quella che non si può nominare senza provare vergogna, quella che uccide gli invertiti, i debosciati, che punisce chi ha peccato. Questo secondo le regole, il comune pensiero, l'AIDS.

Lucia non sapeva cosa dire, era impreparata a un simile segreto che il fratello aveva tenuto nascosto per tanti anni, prima che l'ultimo stadio della malattia si manifestasse così violentemente,  non aveva dimestichezza con queste cose e rimase per un attimo senza sapere come reagire, senza nemmeno sapere dove guardare. Il cuore si era fermato e un sudore freddo le correva lungo la schiena.

“Mio Dio" avrebbe voluto gridare, sbattere la testa al muro. No, non era possibile, non stava succedendo a loro. Poi dentro di lei ebbe il sopravvento la pragmatica donna del sud che tanto le ricordava sua madre.

“Beh!? Che ci piangi, stupido, è Natale dopodomani, rimettiti a letto che a te ci penso io.”

Luca passò la notte con febbre alta, spossatezza, mal di testa, dolori al petto, delirante alternava momenti di lucidità in cui la ringraziava e le chiedeva perdono ad altri in cui non la riconosceva nemmeno e la chiamava col nome di un uomo dicendo “Giacomo perché mi hai fatto questo.”

L'indomani era la vigilia, Lucia capì che doveva accompagnarlo in ospedale, chiamò l'ambulanza e, una volta sistemato nel letto, si sedette accanto e non gli lasciò mai la mano.

Stava scendendo la notte, la notte di Natale, era freddo. Dalla finestra si vedevano fiocchi di neve volteggiare nel cielo e scendere silenziosi sulla città in festa. Lucia non smetteva mai di parlare e di rivivere col fratello i loro natali felici.

“Ti ricordi papà che raccoglieva il muschio nel bosco per il presepe e con la segatura faceva la sabbia del deserto dove posare i Re Magi? Ti ricordi Luca il pastore di terracotta con lo zufolo? Ci era caduto a terra mentre litigavamo per posarlo davanti la capanna, una gamba si era rotta e noi da allora lo chiamavamo “Lo zoppo”. Ogni anno era il primo a essere tirato fuori dalla scatola e messo nel presepe, che Natale sarebbe stato senza lo zoppo e quante risate...”

Luca ascoltava, tremante di febbre, riscaldato dai ricordi della sorella, riusciva a sorridere e sussurrare qualcosa

“Lo zoppo e il cane cieco erano i miei preferiti.”

“Il cane te lo avevo “cecato” io, Luca, per gelosia, lo hai mai saputo?”

“Certo che lo sapevo e proprio per questo lo amavo di più.”

Un attimo di silenzio, era quasi mezzanotte, Lucia cominciò a cantare come faceva in chiesa, non aveva perso negli anni la sua voce argentina e nel corridoio dell'ospedale iniziarono a risuonare le  note struggenti.

“Adeste fideles,  laeti triumphantes ... venite adoremus, venite adoremus, venite, adoramus Dominum!...”

A  poco a poco, con delicatezza, si affacciarono alla porta alcuni infermieri, il medico di turno, due malati in grado di muoversi e, in rispettoso silenzio,  si avvicinarono al letto di Luca.

Lui era ripiombato nei ricordi,  in fila coi fratelli che cantavano, stava portando Gesù tra le sue manine piccole e lo posava nella mangiatoia, accanto al bue e l'asinello.

Un ragazzo nero si era accostato più degli altri, il bianco degli occhi sgranati, risaltava sul viso emaciato come due punti luminosi, era cresciuto cattolico in una missione in Africa, giunto in Italia aveva smarrito la strada e si era ammalato prostituendosi in stazione.

"Tutti abbiamo perso la strada” pensava Lucia, “il Natale non è più il nostro Natale”, poi sospirando: “Hai visto Luca? Quanta gente  intorno a noi , un vero presepe stanotte, e  ci sta pure Baldassarre che porta i doni” provò a scherzare, indicando il ragazzo nero accanto al letto.

Ma suo fratello era già lontano, aveva raggiunto il cielo a mezzanotte per cantare l'Osanna con gli angeli, mentre Gesù scendeva nella grotta a portare il perdono sulla terra.

Il suo viso si era disteso, lo aveva abbandonato ogni segno di sofferenza, era tornato bello, levigato, quasi sorridente, come quando era un bambino, felice e inconsapevole.

Lucia non cantava più, piangeva, lacrime silenziose le rigavano il volto, non aveva fatto in tempo a dirgli addio come avrebbe voluto.

“Può sentirmi?” chiese al dottore

“Non so se può sentirti ormai, ma tu puoi sentire lui, cosa desidererebbe tuo fratello?”

“Vorrebbe essere amato, capito, perdonato.”

E si chinò sul suo volto, lo baciò dolcemente, poi inizio a soffiargli sulle guance sulle mani. Avrebbe voluto  rianimarlo in una sorta di “miracolo di Natale”in cui ormai credono solo i bambini. Poi iniziò ad annusarlo, tutto dalla testa ai piedi, in un ultimo saluto  così come  fanno  i cuccioli di cerbiatto quando muore un fratellino per non dimenticare il suo profumo.

 “Buon Natale Luca... buon Natale.... buon Natale.”

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Arte al bar: HULA "What if you fly " project

19 Dicembre 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #arte al bar, #pittura, #unasettimanamagica, #personaggi da conoscere

"What if you fly" di Hula e l'omaggio di Walter Fest"What if you fly" di Hula e l'omaggio di Walter Fest

"What if you fly" di Hula e l'omaggio di Walter Fest

 

 

Gentilissimi lettori della signoradeifiltri, oggi ho le mani così fredde che non riesco a scrivere, eh già, perché ho proprio il "viziaccio" di scrivere a mano, con la classica penna sul classico pezzo di carta bianca e...
 

- Ti ci vorrebbe un cioccolato caldo.
 

- Gianni, buona idea, è il primo cioccolato caldo della stagione, a quanto pare il freddo è arrivato.
 

- Arriva subito.
 

- Il grande freddo?
 

- No, il cioccolato caldo.
 

Me le invento tutte per ritornare bambino, solo il pensiero infantile del dolce ti fa scaldare il cuore e la mente, beh, poi per le mani ci penserà il cioccolato caldo in tazza del mio amico Gianni.

Molto bene amici lettori del blog più cioccolatoso del web, per rimanere in tema temperatura glaciale (poi vi dirò perché) oggi vi presenterò l'opera di un giovane artista fuori dall'ordinario, un artista che lavora per la quasi totalità del suo tempo all'aperto senza cavalletto, fuori dalle pareti di uno studio e senza alcuni tradizionali strumenti e modalità operative classiche di ogni artista. Sto parlando di Sean Yoro in arte Hula.
 

- Ah! E chi sarebbe questo Hula?
 

- Giovanna, è un giovane artista hawaiano.
 

- E dove lo hai pescato?
 

- Tempo fa vidi un documentario dedicato al suo lavoro, e mi colpì.
 

- Che ha di speciale?
 

- Molte delle sue opere le dipinge sull'acqua.
 

- Ma è un po' pazzo oppure è un marinaio?
 

- No, è un normalissimo giovane, una persona molto pacifica e solare.
 

- Si sapeva che gli artisti erano un po' svalvolati.
 

- Ora ti spiego.
 

Sean Yoro, in arte Hula, è un artista hawaiano nato nel 1989 sull'isola di Oahu. Come tutti i ragazzi del luogo ama passare il tempo in mare con il surf, fare acrobazie sulle onde è per lui facile come bere un bicchiere d'acqua. Poi, crescendo, inizia ad appassionarsi all'arte e, vista la sua giovane età, si interessa maggiormente ai graffiti e al tatoo. Quindi, a 20 anni si iscrive a un corso di disegno presso il Windward Community College di Oahu, ma per un giovane la città di New York è il sogno, e la base migliore dove poter fare una veloce esperienza costruttiva, quindi si trasferisce a Brooklyn e inizia a lavorare con il nome d'arte "Hula".
New York è una metropoli molto differente rispetto al suo luogo di provenienza, New York è un moderno concentrato di frenetica umanità, ben lontana dai quattro elementi naturali, acqua, fuoco, aria e terra presenti alle Hawaii, e Hula non può far a meno di esprimere la sua arte con il cuore e la mente legati alle sue origini, quindi alternerà la pittura espressa in maniera tradizionale a quella sperimentale e più spontanea per lui, iniziando a dipingere come un street artist ma, nel suo caso, seduto a pelo d'acqua su una tavola da surf, raffigurando bellissimi volti di donna su vecchi muri di fabbricati in disuso, imbarcazioni arrugginite, una serie di elementi semi sommersi in mare. 

La sua bravura oltre che artistica è anche tecnica perché deve lavorare tenendosi in equilibrio, cosa che gli riesce bene grazie alle sue qualità fisiche e alla forte sensibilità che lo fa essere in perfetta fusione e armonia fra la sua anima e il suo background. La perfetta realizzazione del suo messaggio avviene quando le sue immagini dipinte si rispecchiano sull'acqua, venendosi a creare quelle giuste relazioni fra l'umano e la natura che dovrebbero rappresentare lo spirito vitale della nostra esistenza, purtroppo troppe volte disatteso dalla sconsideratezza delle azioni dell'uomo.

In breve tempo le opere di Hula, pur non essendo esposte in gallerie, grazie al web hanno fatto il giro del mondo, meritando  grande attenzione e interesse verso il suo lavoro. L'originalità di Hula è unica e strepitosa, ed ora, pur essendo rimasto un giovane ancora genuino nei modi, è a tutti gli effetti una star dell'arte

 

- Ciao, Aristide dove vai, non vuoi vedere l'opera di questo artista?
 

- No, mi dispiace, vado di corsa, devo andare a lavorare a Cinecittà, farò la comparsa in un film ambientato nell'antica Roma.
 

- Mi raccomando, ricordati di toglierti l'orologio, non fare come è successo a Spartacus di Stanley Kubrick.
 

- E pure di spegnere il telefonino (Giovanna.)


- E non mangiarti anche il cestino del tuo vicino (Gianni.)
 

- E vabbè, però se non mangio recito male. (Aristide.)
 

- Ma se fai la comparsa (Tonino il tassista.)
 

- Appunto, devo mangiare di più (Aristide.)
 

- Sarà in interno o in esterno? (Tonino.)


- Esterno, ricostruzione del tempio di Apollo (Aristide.)


- Dove i Romani giocavano a palla! (Giovanna.)


- E che ne so? Io ho paura che farà freddo!
 

- La vuoi una fiaschetta con la grappa? (Gianni)
 

- Eh, magari!
 

- E se poi si ubriaca? (Giovanna.)
 

- E vabbè, tanto devo lavorare alla scena di gruppo dei gladiatori devoti al deus ex machina.
 

- E chi è ? (Tonino.)
 

- Boh?...Vado altrimenti il capogruppo si incazza! (Aristide.)
 

- Povero Aristide, oggi prenderà molto freddo! (Giovanna.)
 

Mai come il nostro artista di oggi. 

L'opera che vi descriverò, il nostro artista hawaiano l'ha realizzata al circolo polare artico canadese, in un progetto chiamato "What if you fly". Adesso alzi la mano chi fra di voi conosce Iqaluit, capitale del Nunavut, in Canada. Ebbene da quelle parti, a quanto pare, a causa dell'ormai acclarato cambiamento climatico, i ghiacciai si stanno sciogliendo e, logicamente, l'acqua che sale mette in pericolo le popolazioni. Dato che sono lontani, all'estremità del pianeta, non partecipano ai talk show e non hanno una nazionale di calcio ai mondiali, di tutta sta faccenda il mondo ignora quasi l'esistenza, naturalmente gli indigeni Inuit che abitano quelle parti sono invece molto preoccupati.
Hula, fedele al suo impegno ecologista, è così partito con entusiasmo per realizzare questo nuovo progetto, i colori che ha utilizzato non sono tossici e sono composti da pigmenti naturali. Prima di mettersi al lavoro ha parlato con la gente del luogo, per prendere ispirazione, e poi, con un coraggio da leone, ha iniziato a scegliere le lastre di ghiaccio che, sciogliendosi, si stavano staccando, poi, a bordo della sua tavola da surf ha iniziato a dipingere, ben sapendo che la sua opera dopo poco si sarebbe sciolta per trasformarsi in normalissima acqua gelata che, seguendo il corso delle correnti, sarebbe diventata oceano. Ma era proprio questo l'obiettivo del messaggio di Hula, il bellissimo volto raffigurato a simboleggiare la natura che, a causa della nostra stupidità sciogliendosi insieme al ghiaccio, perdiamo con essa simbolicamente anche la nostra stessa esistenza. Questo è il messaggio universale che Hula, attraverso la sua arte, ha voluto dare nella speranza che l'umanità possa porre rimedio prima della catastrofe.

Hula, grazie al suo talento, ha attirato in breve tempo l'attenzione e la sensibilità sulla problematica dell'aumento della temperatura, che sta causando lo scioglimento dei ghiacciai, compromettendo il clima con gravissimi danni a tutto il pianeta.
Quando ho realizzato il mio scarabocchio in omaggio a Hula, mi è successa una cosa strana. Ero quasi al termine della mia opera, e mi ero accorto che avevo raffigurato le lastre di ghiaccio in secondo piano con una tonalità troppo scura, quindi sono andato con una veloce pennellata di bianco per schiarirle e, quando poi la tinta si è asciugata, con mia grande sorpresa ho scoperto che inconsapevolmente avevo raffigurato un qualcosa somigliante al muso di un orso che si erge dall'acqua, ma io non volevo assolutamente farlo, volevo solo schiarire la parte e basta, si è trattato di una coincidenza ma in fondo il mio errore rappresentava una verità, perché, idealmente, successivamente vi ho visto un orso che, a causa del ghiaccio che si scioglie, perderà il suo habitat. La mia è troppa fantasia? Chissà?

 

- Gianni, ma che cos'è quella?
 

- E' un mega spumante, vogliamo brindare e festeggiare le prossime festività Natalizie?
 

Nel giro di un colpo di saetta, tutta la gente del bar corre a prendere i calici.
 

- Gianni, hai ragione, un bel brindisi per augurare, da parte della redazione della signoradeifiltri, da Patrizia Poli, da me e da tutti i miei personaggi, delle bellissime, serene e divertenti festività natalizie. Cin cin per tutti i nostri lettori e Buon Natale!!
 

- Aristide, che ti è successo? Come mai sei ritornato?
 

- Ho sbagliato giorno, dovevo andare domani, oggi in teatro girano un film comico, un po' romantico, un po' surrealista, a lieto fine, con tutti attori ultra novantenni che nel finale ballano il tango.
 

- Prendi un calice che è meglio!
 

Amici lettori, ancora tantissimi auguri da parte nostra... ci rivedremo presto, forse la fantasia non andrà in vacanza a Natale

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L'ultima letterina

19 Dicembre 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #una settimana magica, #racconto

                                         

 

 

Stiamo per entrare nel periodo magico delle festività di Natale. La festa in onore di Gesù che nasce. I principali protagonisti di queste feste sono i bambini che sono ansiosi di aprire i regali la mattina del giorno di Natale. Prima di arrivare a trovare i doni sotto l’albero, però, c’è un grande lavoro da fare e a quello ci pensano gli elfi di Babbo Natale. Essi si trovano in una località del grande nord, molto vicino al polo nord, un posto freddissimo dove solo loro sono capaci di abitare. Sono tanti e ognuno di loro si occupa di qualcosa. Ci sono quelli che compilano le liste dei bambini buoni e cattivi, poi le fanno leggere al capo per decidere cosa portare in dono. Altri sono occupati a governare le renne. Come si sa sono animali fantastici, ma anche loro hanno bisogno di cure, cibo buono e riposo. Il lavoro che devono fare la notte di Natale è duro e faticoso. Devono volare intorno al mondo per recapitare i doni. Gli elfi, che preparano i giochi e i regali sono tantissimi, una vera catena di montaggio. Ce ne sono per tutte le categorie: falegnami, fabbri, costruttori di bambole, sarte per i vestitini, operai che producono palle e palloni di tutte le misure. Una grande fabbrica che in poco tempo sforna regali di tutti i tipi. Ci sono anche gli elfi meccanici che devono tenere in efficienza la slitta. Sembra una normalissima slitta, ma, essendo magica, deve poter contenere i doni per tutti i bambini del mondo. Quanti saranno? Milioni di pacchi e pacchetti stipati dentro la slitta. Gli elfi di Babbo Natale vivono insieme nella cittadina che si chiama Rovaniemi che è la città di Babbo Natale. Fra tutti gli elfi, solo tredici sono quelli che possono considerarsi come dei veri segretari del signore di quelle terre, il bonario e sorridente uomo in costume rosso e barba bianca. Il giorno della partenza c’è un gran da fare e una confusione pazzesca, è tutto un via vai di piccoli esseri che a stento si salutano. Corrono avanti  e indietro per fare in modo che Babbo Natale possa partire tranquillo.

- Ehi, Gimpy, hai controllato le letterine dei bambini? Sono state tutte portate al capo? Sai che succede se dimentichiamo qualcuna, vero?

 

- Tranquillo, Itty Bitty, ho controllato fino a un minuto fa, la cassetta era vuota, tutte le lettere sono state soddisfatte

 

- Bene, allora se hai un minuto vuoi chiedere a Sausage se ha dato da mangiare a sufficienza alle renne? Ti ricordi l’anno scorso si era dimenticata e quelle povere bestie hanno sofferto per tutto il viaggio? Ha ragione poi Rudolph ad arrabbiarsi con me, sono io che devo pensare a tutto.

 

- Già fatto, Itty, mi ha assicurato che questa volta è stata molto attenta, è riuscita a mettere anche qualcosa di riserva sotto il piano di appoggio. Certo però che quest’anno l’abbiamo riempita a dovere quella povera slitta, è piena come un uovo, meno male che abbiamo la macchina che rimpiccolisce, altrimenti come avremmo fatto a caricare tutti quei pacchetti.

I due parlavano e nello stesso tempo tenevano sotto controllo il via vai forsennato degli altri. Babbo era ancora chiuso nel suo ufficio a leggere le ultime letterine e a dare uno sguardo più attento alle liste dei buoni e cattivi. Quando le lesse storse un po’ il naso, quella dei cattivi si allungava ogni anno di più.

“Possibile - si chiedeva - che i bambini non siano più bravi come una volta? Cosa c’è che li fa diventare più monelli? Questa faccenda va chiarita al più presto, altrimenti l’anno prossimo ci troveremo in difficoltà, ho troppa gente a lavorare, dovrei licenziare qualcuno e, detto tra noi, la cosa non mi va a genio. Subito dopo Natale ci metteremo a tavolino e studieremo cosa si può fare. Sono sicuro che la colpa non è tanto dei bambini, ma dei genitori troppo teneri e di quelle diavolerie elettroniche. I cellulari, una vera piaga mondiale. Per colpa di quei cosi i bambini stanno perdendo di vista lo spirito del Natale e, senza quello, io che ci sto a fare?

Così pensava Babbo mentre compiva gli ultimi gesti, chiuse tutte le letterine e le liste nel cassetto della scrivania e si accinse a uscire.

- Allora, ragazzi, siamo pronti? Avete fatto tutto? Mi raccomando abbiamo ancora qualche minuto, fate un ultimo controllo che dopo si parte.

Gli elfi chiamati in causa si precipitarono, ognuno secondo le proprie mansioni, per gli ultimi ritocchi. In aiuto a Itty Bitty e Gimpy arrivarono anche Sausage, Door way, Pot licker, Gully e altri. Sembravano delle formiche impazzite, correvano come matti, il padrone aveva chiesto controlli e loro obbedivano come sempre avevano fatto da mille anni a questa parte. Si perché gli elfi non hanno età, ci sono da sempre e ci saranno per sempre. Quando tutti si ripresentarono davanti  al loro capo sull’attenti per dare ognuno il proprio ok, si accorsero che ne mancava uno. Sì perché quelli fidati erano tredici e, contandoli in fila, Babbo ne contò dodici.

- Allora, si può sapere chi manca, che succede? Lo sapete che se tutto  non è in ordine non posso partire, andate a cercarlo adesso, non posso fare più tardi, devo andare.

 

- Capo, credo di sapere chi manca, è Candle beggar, lui è un po’ lento ma è bravo e scrupoloso, se tarda avrà trovato qualcosa d’insolito.

 

- Lo so, è un bravo elfo, ho capito, mi toccherà aspettare.

 

- Eccolo, eccolo, sta arrivando e, da come corre, credo proprio che abbia trovato qualcosa – gridò Window Peeper

 

- Babbo, Babbo, fermatevi per carità, non ce la faccio più.

 

- Tranquillo –rispose Babbo Natale, ti aspetto! Cosa hai trovato per me?

 

- Stavo facendo il giro in ufficio quando ho sentito la stampante in funzione, mi sono fermato a vedere perché, qualcuno l’aveva lasciata accesa e, mentre stavo per spegnerla, ha buttato fuori un foglio. L’ho preso, l’ho letto e ho fatto una corsa per portarvelo. È una letterina di una bambina malata. Voleva scrivere lei la letterina ma non ce la faceva e allora… sarà meglio che la leggiate voi. Io riprendo fiato.

 

- Bravo Candle, hai fatto benissimo, ti ringrazio. Era una lettera che non poteva andare persa, ho letto cosa è successo e sai che ti dico? Che questa sarà la mia prima tappa, andiamo subito da lei, ha bisogno di sapere che noi ci siamo ancora e che non è sola. Lei è malata e dispera di poter ricevere qualche dono, i medici non hanno dato buone notizie, ma lei ha insistito tanto per farmi arrivare questa lettera, gliela ha scritta una  gentile infermiera, ma è stata spedita in ritardo. Va bene, bando alle malinconie, ora possiamo partire. Mi raccomando a voi, mettete tutto a posto e, tranquilli, ci vediamo domani e cominceremo subito a discutere su cosa fare per il prossimo anno.

Vaaai Rudolph, accendi la luce di quel tuo bel nasino e andiamo! Prima tappa questa bambina in ospedale, ho l’impressione che questi medici non capiscano niente, vedrete, ragazze mie, quando riceverà i nostri doni sono sicuro che guarirà, ci scommetto la mia barba.

Al suono dei mille campanellini attaccati ai finimenti delle renne, la slitta si allontanò nel cielo e, nel silenzio delle stelle, risuonò come un’eco la voce di Babbo che cantava:  ohhh oh oh ohhh.

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Radio Blog: L'oroscopo letterario di Zelda Sayre

18 Dicembre 2018 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #loredana galiano, #astrologia, #personaggi da conoscere, #eva pratesi, #vignette e illustrazioni

 

 

"Anticonformista e quasi spregiudicata; bella e capricciosa, ha una personalità molto appariscente, audace, gioviale e ottimista.
I valori spiccati della sua undicesima casa e la congiunzione di Luna e Venere nel segno del Cancro la rendono ingenua, sofisticata e indimenticabile
".

 

Stiamo parlando di Zelda Sayre, meglio nota come la moglie dello scrittore Francis Scott Fitzgerald.
La sua vita intensa, tragica e tormentata è stata sviscerata dalla nostra Loredana Galiano che ha scritto per noi la sua biografia astrologica.

 

Buon ascolto!

 

Lettura di Chiara Pugliese
Illustrazione a cura di Eva Pratesi - Geographic Novel
Testi di Loredana Galiano - https://astromix.altervista.org/
Musica: Bensound

 
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Ora viene Natale

18 Dicembre 2018 , Scritto da Nando Con tag #nando, #poesia, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

 

 

 

 

 

Ora viene Natale e tutti quanti andiamo per strada a comprare i regali

fermiamoci un momento a ragionare

siamo sicuri che Natale è fatto per comprare?

 

Io per esempio ho nostalgia di quando ero piccolo e con zia Sofia

facevamo l'albero e pure il Presepe

coi pastori avanti e i Re Magi dietro

 

la sera della vigilia cantavamo

tu scendi dalle stelle e piano piano

il Santo Bambinello mettevamo

 

scusate se vi parlo dei tempi antichi

ora c'è il progresso l'abbondanza

ma abbiamo perso la buona creanza

 

prima di tutto veniva l'educazione

se eri maleducato, uno schiaffone e

“ora stai zitto e fai il buono”

 

ora basta a scrivere e parlare il dialetto

mi sono stancato di pensare

forse perché sono stanco

forse perché sono vecchio

 

AUGURI A TUTTI E BUONA NOTTE AL SECCHIO

 

 

Mo ve' Natal e tutt quant iam pe strad a cumpra' i regal.

Fermamc nu mument a raggiuna'

sem sucur che Natal è fatto pe cumpra'?

I Per esempio teng nostalgia di quand ero piccolo e ch zia Sofia,

facevam l'albero e pur lu Presepe

ch li pastur annanz e li Re Magi arret.

 

La sera della vigiglia cantavam

Tu scendi dalle stell e pian pian,

lu Sant Banbnell mettavam.

 

Scusat se vi parl di li temp antic,

mo ch ci sta' lu prugress e l' abbundannz

però avem pers lu cor e la crianz.

Prim di tutt veniva leducazion

e se er scusumat nu schiaffaton, e

"mo zitt e mosc e pensa a fa lu bon "

Mo abbast a scriv e a parla' in dialett

mi so stufat di pensa',

fors perché so stracc

forse perché so vecchio

 

 

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Buon Natale da Cinzia Diddi

17 Dicembre 2018 , Scritto da Cinzia Diddi Con tag #cinzia diddi, #moda, #unasettimanamagica

 

 

 

 

 

Siamo a Natale e, come ogni anno, mi piace condividere con tutti Voi le mie personali riflessioni. 

Vorrei esprimere dal profondo del cuore la più sincera gratitudine nei confronti di tutte le persone che hanno dimostrato e continuano a dimostrare stima e ammirazione nei miei confronti. L'anno che si sta concludendo è stato ricco di soddisfazioni, un anno di crescita sia sul piano professionale che sul piano emotivo, un anno di importanti traguardi e, vista la soddisfazione che si prova quando siamo appagati dalla vittoria, auguro a tutti voi  che il prossimo sia un anno di brillanti realizzazioni.

Tutto questo è stato possibile perché nel mio cuore avevo dei traguardi da raggiungere, anzi avevo dei SOGNI. 

Una persona, che si arma di coraggio e di tenacia sfidandosi per realizzare un SOGNO, risplende di luce come in primavera. 

Mio Padre Dante era solito dirmi: "Dovremmo coltivare sogni che sembrano quasi troppo grandi per essere realizzati. Qualsiasi cosa accada bisogna sfidarsi coraggiosamente ricordando che 'nulla si ottiene se nulla si intraprende!!!

 La sua costante presenza ha forgiato il mio carattere e mi ha trasmesso tanta sicurezza, quando ho un problema da affrontare le sue parole echeggiano nelle mie orecchie:

  "Se ti manca la Fiducia, ci sono io che credo in Te. Credo nel tuo potenziale illimitato, credo nel tuo coraggio da leone".

Ho imparato che i Sogni sono come le ali. 

Ci consentono di elevarci e di volare. I sogni sono l'interruttore che accende la nostra forza interiore. Potrebbero anche essere paragonati a un faro che illumina la nostra strada nel buio delle difficoltà. Fintanto che continuiamo a  perseguirli potremmo crescere senza limiti.

Naturalmente i sogni si chiamano sogni proprio perché non si sono ancora avverati. 

Per trasformarli in realtà dobbiamo impegnarci con grande serietà. 

Questo è quello che ho fatto, ho semplicemente sognato e poi mi sono impegnata affinché divenisse realtà 

L'AUDACIA HA IN SÉ POTERE E MAGIA.

Il Natale, essendo una festa che va poi quasi a concludere l'anno, ti costringe in qualche modo a tirare le somme, a fare un bilancio di quello che è stato l'anno che sta per volgere al termine e posso senza dubbio affermare che non esiste vittoria senza una dura lotta.

Anziché ricercare i motivi per cui potreste fallire è meglio, ed è anche costruttivo, decidere di riuscirci e impegnarsi in quella direzione.

Per quanto ardue possano essere le sfide che ci troviamo ad affrontare, non c'è difficoltà che non possiamo superare con la tenacia e la determinazione.

Quando la nostra esistenza splende di speranza, possiamo illuminare non solo la vita di tutti coloro con cui condividiamo un legame, ma anche la società e il futuro.

Nessuno ci regala la felicità. 

Bisogna costruirla giorno dopo giorno, istante per istante, con i nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni. 

Sono costantemente attenta al momento presente, perché quel che facciamo in questo istante determina il risultato di domani. Questo vuol dire condurre una vita che brilla dello splendore della maturità. 

 

Auguro a Tutti immensa Felicità 

                                                                                              Cinzia Diddi

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Il libro magico

17 Dicembre 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto, #una settimana magica

                                     

 

                                    

 

 

 

Oltre il regno della neve e del gelo dove vive Babbo Natale con gli elfi e le sue amate renne, andando verso oriente e camminando per giorni e giorni, si arriva in una città chiamata  Blacktown. Un posto altrettanto freddo, ma del tutto privo di luce, di alberi e di animali. In quelle terre c’è un silenzio spettrale e il colore dominante è il nero. Quella che da lontano sembra una foresta in realtà è una foresta di alberi di pietra. Sono stati ridotti così quando il mago li ha avvolti nel buio più profondo. Un’oscurità che avvolge tutto e tutti. Il signore e padrone di quella terra oscura è un nemico di Babbo Natale, il mago Negrone che odia tutto ciò che è bianco, che è luce. Vorrebbe dominare tutto il mondo e avvolgerlo nel buio. Sa che finché non troverà il magico libro degli incantesimi non riuscirà ad attuare il suo piano. Per questo motivo fa spiare sempre dai suo accoliti le mosse di Babbo Natale, è convinto che lui possieda quel libro e vuole trovare il modo di rubarlo. Ogni Natale, quando Babbo è in giro per distribuire i doni e far felici i bambini, il mago complotta contro di lui. Manda schiere di uomini neri a invadere il regno degli elfi, ma ogni volta, puntualmente, viene ricacciato indietro, gli elfi sono piccoli ma sono numerosi e furbi. Riescono a nascondersi dietro ogni sasso, ogni pianta che è nella loro foresta. Loro sanno come muoversi fra gli alberi e i cespugli, mentre gli uomini del mago, non sopportando la luce, hanno difficoltà a districarsi in mezzo alle piante che emanano bagliori scintillanti.

Questa volta il mago ha deciso di cambiare tattica, inutile mandare gli uomini neri, parte lui di persona e si avvicina alla foresta. Resta nascosto nell’angolo più oscuro e aspetta che qualche elfo passi da quelle parti. Con un incantesimo vuole soggiogarli e, tramite loro che non hanno difficoltà con la luce, introdursi nel regno del bianco in cerca del libro. Babbo è lontano e gli elfi non sono in allarme, questa volta è deciso a trovare il libro.

Aspetta e aspetta, ma dalle parti oscure dove si è nascosto il mago non passa nessuno, allora, irritato, il mago tenta il grande colpo: si traveste da pellegrino, prende una pozione, che gli permette di sopportare la luce e il bianco, ed entra nel paese di Babbo Natale. E’ sicuro di sé, come avversari ha solo un pugno di piccoli elfi che lui può spazzare via senza difficoltà, il suo principale nemico è in giro sulla sua slitta.

- Ah ah ah ah,  quell’omone grasso e stupido se ne va a perdere tempo su quella ridicola slitta a portare regali a dei mocciosi sempre più viziati. Chiedono, chiedono, non si accontentano mai, ma, quando li avrò avvolti nel buio della notte eterna, avranno poca voglia di giocare, diventeranno docili come agnellini. Devo solo trovare quel maledetto libro, sono sicuro che quel grassone lo tiene da qualche parte, magari a portata di mano per i suoi incantesimi, senza quelli vorrei sapere come fa a far volare quelle stupidissime renne piene di corna.

 

Gli elfi, messi di sentinella, avevano sentito prima, e visto poi, il mago introdursi furtivamente sul sentiero che portava a casa di Babbo. Avevano dato l’allarme e ora erano tutti nascosti nelle vicinanze della casa in attesa del nemico. Sapevano che il mago era forte e usando la magia li poteva sconfiggere, ma non per questo si sarebbero ritirati senza combattere. Molti di loro sarebbero caduti ma erano sicuri che confidando sul numero potevano avere la meglio.

- Ragazzi stiamo calmi e pronti, restate nascosti e non fatevi vedere, mi raccomando, siete tutti armati? Bene aspettiamo che sia a tiro poi ci scaglieremo su di lui senza dargli il tempo di usare le mani, se riesce a lanciare un incantesimo per noi è finita. Qualcuno di voi vada ad avvisare Gertrude, che stia in allerta, forse anche lei corre un terribile pericolo .

Vado io, disse uno degli elfi, uno più piccolo degli altri, era quasi invisibile se si nascondeva fra l’erba alta. Ci vado io perché sono piccolo e posso intrufolarmi meglio.

Detto questo si mise a correre verso la casa, passava da un cespuglio all’altro e questa operazione la faceva talmente veloce che nemmeno i suoi amici riuscivano a vederlo. Arrivò alla casa avvolta in una serpentina di luce, bianca e rossa. Riuscì ad entrare e andò dritto a parlare con la donna che era in cucina impegnata a cucinare dei biscotti per la cena di Natale. Fu il profumo dei biscotti che guidò i passi del piccolo elfo.

 - Buonasera signora Gertrude, mi vede? Sono venuto da lei per comunicarle che corre un grande pericolo. Stia attenta a chi da questi biscotti. Il servizio di vigilanza funziona a metà questa sera,  il mago Negrone è riuscito ad entrare in città e ora gira per le strade, noi le raccomandiamo di non uscire e restare in casa.

 

- Non credo una parola di quello che dici, piccolino, non credo che sia così avventato da entrare addirittura in città. Lo sa che noi abbiamo i mezzi per distruggerlo. Basta che accendiamo i riflettori del campo sportivo e qui diventa mezzogiorno. Non credo gli faccia tanto piacere un trattamento simile.

 

- Si sbaglia, signora deve aver fatto qualche sortilegio, sta camminando in città con tutta luce che c’è e sembra non fargli nessun effetto, è pericoloso. Se è venuto da noi, è chiaro che sa che lo può fare, purtroppo Babbo non c’è,  noi siamo tanti è vero, ma lui usa la magia e può sconfiggerci facilmente.

 

- Bene, mio piccolo amico, se pensa di avere vita facile ha sbagliato indirizzo, non permetterò che un tipo come quello metta a rischio il mondo intero. Prima cosa il libro che cerca è nascosto così bene che gli servirebbe una vita intera per trovarlo e seconda, visto che è venuto a trovarci bisognerà pure accoglierlo degnamente, non trovi? Adesso vai ad avvisare i tuoi compagni di mettersi tutti intorno alla casa ma di non fiatare di non fare niente. Osservate e basta, lasciate che arrivi da me, che entri pure in casa, non credo sappia che ci sono io ad aspettarlo. Solo se le cose si mettessero male, intervenite, ripeto, solo se vedete che ha la meglio su di me. Capito?

 

- Sì, signora, vado subito ad avvisarli, lei è davvero coraggiosa. Auguri,  ora scappo.

Così dicendo s’intrufolò in un buco nella parete della cucina, quello che serviva per far uscire i cattivi odori e scomparve. Gertrude si allontanò per un attimo per poi tornare quasi subito. Si mise seduta davanti alla porta e aspettò. Passarono più di dieci minuti prima che la maniglia della porta si muovesse leggermente, qualcuno stava tentando entrare, la moglie di Babbo se ne accorse e si alzò mettendosi dietro  la porta. Quando  questa si socchiuse, e poi si aprì del tutto per far entrare il mago avvolto in un mantello nero, lei, da dietro, senza nemmeno dire una parola, uscì e cominciò a calare sulla testa del mago violenti colpi con un matterello lungo un metro, era un matterello duro e pesante e ad ogni colpo che lei menava la testa scricchiolava sotto la furia della donna. Bastarono altri pochi colpi per ridurre uno straccio il malcapitato. Ora era disteso per terra svenuto, la testa era piena di bernoccoli grossi come uova. La donna, per nulla intimorita, cominciò a spogliarlo, gli tolse tutti gli indumenti neri lasciandolo seminudo.  Poi accese tutte le luci e lo mise sotto il fascio illuminato. La pelle del mago era bianca perché non aveva mai preso sole e sotto il calore delle lampade cominciò quasi a sfrigolare. Quando sentì il calore scendergli dentro, il mago si svegliò e emise un urlo disumano, cercò qualcosa per difendersi da quella luce che gli stava riscaldando il cuore e lui non voleva assolutamente. Gertrude lo aveva legato per bene e lui dovette subire quella tortura fino a quando il suo cuore nero si sciolse e si aprì al caldo tepore. Il suo viso si trasformò, da arcigno e duro, in uno completamente diverso, divenne un uomo dai lineamenti delicati, nonostante l’età adesso aveva la pelle di un giovane. Gertrude lo liberò dalle corde, ormai non c’era più pericolo e, gli offrì una cioccolata calda. Si misero a parlare come due vecchi amici. Passarono tutta la notte della vigilia di Natale a parlare. Il mattino seguente li vide ancora a chiacchierare, quando Babbo rientrò dalla sua notte magica li trovò addormentati sulle sedie con la testa sul tavolo. Del libro magico non si parlò più e il regno dell’oscurità si aprì alla luce e i diavoli neri tornarono allo stato primitivo di quando erano stati catturati e resi schiavi dal mago. Erano dei folletti dei boschi che furono felici di tornare alle loro case. La magia del Natale e le legnate di Gertrude avevano rotto l’incantesimo.

 

    

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Radio Blog: Lili Grün, "Tutto è jazz"

16 Dicembre 2018 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #recensioni, #elena giorgi

 

 

"Siamo a Berlino negli anni 30, prima della guerra e prima che il nazismo scatenasse il terrore in tutta Europa.
Elli è una giovane viennese, frivola e sognatrice, che ha scelto la capitale tedesca per tentare la fortuna e regalarsi una vita migliore
."

 

Grazie alla bella recensione scritta da Elena Giorgi sul suo blog La lettrice geniale, riscopriamo Tutto è jazz di Lili Grün Keller Editore.

 

Buon ascolto!

 

Lettura di Chiara Pugliese
Musica:www.incompetech.com
Per contattarci: radioblog2017@gmail.com

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I delfini

15 Dicembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #sezione primavera, #miti e leggende

 

 

 

 

Quando la madre di Narciso conobbe la triste sorte del figlio, si ricordò delle parole di Tiresia e capì che nascondevano una grande verità; allora, a tutti quelli che vennero per consolarla, parlò della misteriosa profezia e dello straordinario indovino.

Così Tiresia divenne famoso e molti andavano da lui per consultarlo e chiedere consigli.

Era vecchio e cieco, ma proprio per questo possedeva una grande sapienza: sapeva leggere il significato dei sogni, comprendeva il linguaggio degli uccelli e conosceva il futuro. Lo stormire delle foglie, il mormorio dei ruscelli, il sibilo del vento, tutta la natura parlava a Tiresia e gli mostrava segreti straordinari e invisibili agli altri.

Tiresia non si faceva ingannare dalle apparenze e guardava dritto nel cuore degli uomini: spesso vedeva orgoglio, violenza, sete di denaro e di potere...  Allora il vecchio saggio raccomandava di tenere a freno quelle passioni:

 

- Solo chi ama e rispetta i suoi simili, onora e venera anche gli dèi! - ammoniva con fare severo.

 

Gli dèi erano molto potenti: aiutavano e proteggevano tutti gli uomini, ma punivano senza pietà quelli che non avevano rispetto per i propri simili e si approfittavano della debolezza degli altri. Bacco, il dio della vite e dell'uva, si dimostrava particolarmente inflessibile.

Bacco era proprio come il vino: sapeva dare allegria e calore, ma poteva anche sconvolgere la mente e condurre alla rovina.

 

- Siate onesti e generosi, per rispetto a questo dio! Non provocate mai la sua ira! - raccomandava Tiresia a chi era avido di ricchezze e di potere.

 

A volte, per dare più forza alle sue parole, raccontava la storia di Acete e dei marinai trasformati in delfini.

«Acete era un uomo molto povero e per vivere faceva il pescatore. Quel mestiere era tutta la sua ricchezza. Anche il padre era stato pescatore e prima di morire gli aveva detto, indicandogli l’immensa distesa azzurra:

 

- Qui ho trascorso tutta la mia esistenza: dal mare ho avuto serenità e pace … Ora tu prenderai il mio posto; non permettere mai che in un luogo tanto bello vengano commesse ingiustizie e malvagità! -

 

Acete era molto intelligente e amava l’avventura; così abbandonò il mestiere di pescatore e divenne marinaio. Imparò a manovrare il timone delle navi e a riconoscere le costellazioni, studiò i venti e i porti dove le navi possono attraccare con facilità; col tempo, grazie al suo coraggio e alla sua abilità, divenne nostromo.

Un giorno, per caso, mentre navigava alla volta di Delo, approdò alla spiaggia di Chio e si fermò a dormire sulla sabbia fresca. Al mattino, quando l’aurora cominciava appena a rosseggiare, si alzò e disse ai suoi compagni di andare a rifornirsi di acqua per il viaggio.

Acete stava scrutando l’orizzonte, quando i marinai tornarono.

 

- Guarda cosa abbiamo preso! - gridò uno di loro.

 

Trascinavano lungo la spiaggia un fanciullo dal viso gentile e delicato: barcollava e sembrava stordito dal sonno e dalla fatica.

 

- L’abbiamo trovato in mezzo a un campo. Dormiva, sembrava ubriaco. Ha i sandali consumati, come se avesse camminato per ore e ore. Guarda le sue vesti preziose, il suo aspetto nobile: è sicuramente figlio di qualche re! Portiamolo con noi: potremo venderlo al mercato degli schiavi e fare un ricco guadagno …

 

Acete guarda il fanciullo: i suoi occhi, velati di stanchezza, sono verdi come i pampini dell’uva e brillano di una luce intensa e misteriosa. Il nostromo sente un brivido corrergli lungo la schiena e uno strano timore lo invade:

-      No, compagni - risponde con voce tremante – questo fanciullo non è come noi, non è un comune mortale ... Osservatelo bene ...  Sento che è cosi: lasciamolo andare, o sarà la nostra rovina!

Quindi, rivolto al prigioniero, si inginocchia ai suoi piedi e lo supplica:

-      Abbi pietà ... Perdonaci e assistici nel nostro lavoro, chiunque tu sia!  -

-      Se preghi per noi, perdi il tuo tempo: non ci faremo sfuggire questa occasione! -  gridano i marinai.

Così dicendo, afferrano il fanciullo e lo trascinano verso la stiva.

Allora Acete si piazza sulla passerella che conduce dentro la nave e cerca di chiudere l’entrata: un pugno lo raggiunge in pieno volto e lo fa cadere a terra, privo di sensi!

Il prigioniero, in quel momento, si scuote dal suo torpore e chiede:

-  Dove sono, marinai? Dove volete portarmi? C’era una festa in onore di Bacco ... Tutta la città brillava, illuminata da mille fiaccole; in cielo, solo la falce curva e sottile della luna nascente; al dio piace quella luna ... La gente beveva vino e cantava per le strade ... Ho bevuto e danzato anch'io per tutta la notte, poi mi sono perduto nella campagna: non sono di Chio e non conosco bene quei luoghi ... Vi prego, abbiate pietà di me! Aiutatemi a tornare nella mia terra! –

-   Non avere paura - risponde uno dei compagni di Acete - Indicaci dove vuoi andare e noi ti condurremo là! –

-   La mia patria è Nasso - dice il fanciullo - Portatemi a casa e non ve ne pentirete -

I marinai allora giurano per Nettuno e per tutti gli altri dèi che faranno ciò che lui chiede; poi soccorrono Acete e gli ordinano di sciogliere le vele e di riprendere il mare.

Il nostromo non pensa più alla violenza subita. È felice: il fanciullo misterioso è salvo! Gli dèi hanno toccato il cuore dei marinai e nessuna rovina si abbatterà su di loro o sulla nave ...

Nasso è a destra, e Acete mette le vele per andare in quella direzione.

-  Sciocco, che fai! - gli sussurrano i compagni - Non penserai di dargli retta sul serio: abbiamo promesso solo per tenerlo buono! -

Acete capisce che ogni speranza è perduta.

-    Siete pazzi! - grida - Io non voglio guidare questa nave maledetta! -

Allora i marinai si mettono a inveire contro di lui, lo cacciano dalle vele e un altro prende il suo posto.

Il nostromo si nasconde dietro un mucchio di corde, vicino al prigioniero: deve proteggere quel fanciullo! O forse, senza saperlo, cerca protezione da lui …

Il caldo è cocente e il sole brucia le placide onde. Nasso si allontana sempre di più mentre la nave punta in un’altra direzione. Il prigioniero è silenzioso e guarda il mare ...

«Forse piange!» pensa Acete, e lo fissa attentamente.

No, non piange: nei suoi occhi la stanchezza è scomparsa e ora vi brilla una fiamma verde, luminosa e sinistra … Sta per accadere qualcosa di terribile?

Ed ecco, il fanciullo si rivolge ai suoi rapitori e dice:

-   Questa non è la terra dove vi avevo chiesto di andare! Perché, voi così grandi e forti, vi prendete gioco di me che sono debole? Perché vi divertite a ingannare chi non può difendersi? -

I marinai ridono a quelle parole, ma presto il riso si gelerà nelle loro gole ...

Improvvisamente la nave si ferma in mezzo al mare, come se fosse approdata a una spiaggia! I marinai, stupiti, si curvano sui remi, ma invano ...

Ed ecco, tralci di vite avvolgono la chiglia, si insinuano dovunque e addobbano le vele e i remi con le loro grandi foglie. Ora una luce accecante avvolge il prigioniero: non è più un fanciullo impaurito, ma un dio terribile! Ha la fronte cinta di grappoli d’uva e un rosso mantello gli copre le spalle; agita un bastone ornato di pampini e ai suoi piedi stanno accucciate tigri, lirici e feroci leopardi ... Guarda i marinai con occhi di fiamma: essi finalmente comprendono, e tremano dal terrore.

-  Ecco chi avete ingannato e insultato, scellerati: me, Bacco, figlio di Giove! -tuona il dio con voce piena d’ira - Voi non avete avuto pietà della mia debolezza e io non ne avrò della vostra! Coloro che mi venerano si ubriacano di vino e danzano senza posa nelle strade e nei campi; voi, che siete ubriachi di orgoglio e avete sete di denaro e ricchezze, danzerete in eterno in mezzo all’acqua, per le vie del mare … -

La paura sconvolge i marinai, che invano cercano scampo. Uno vuol lanciarsi fra le onde, ma il suo corpo comincia a diventare scuro e a incurvarsi; un altro si volta a guardare il compagno e intanto il viso si allarga, le narici si appiattiscono, la pelle è dura e coriacea. Qualcuno, mentre cerca di muovere i remi bloccati, vede le proprie mani contrarsi e guizzare indietro: ormai sono pinne! Altri vorrebbero allungare verso le funi, braccia che non hanno più...

Quando si slanciano in acqua con uno scatto, all’estremità del loro lungo corpo, spunta una coda a forma di falce, curva e sottile come la luna nascente.

I marinai non sono più uomini ma delfini, pesci d’argento che si tuffano levando al cielo alti spruzzi, poi riemergono e tornano sott’acqua, come se danzassero, ubriachi, al ritmo di una eterna musica ...

 

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