Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Post recenti

Percorrendo il cammino poetico di Michela Zanarella

14 Aprile 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #poesia

Percorrendo il cammino poetico di Michela Zanarella

Nel 2006 pubblica “Credo”

Osservatrice, ma non sempre osservatrice allo stesso modo. Inizia osservando cose e situazioni, quasi volendole descrivere, cose come lampada accesa, tinozze colme, neve pini e sentieri, diciamo che i primi passi poetici di Michela Zanarella sono pittorici. Alcuni versi, i primissimi, dove la rima si affaccia birichina, non ritraggono ancora la profondità di Michela, ma sono pur sempre parte di un ritratto, raccontano l’inizio di una storia. Credo è quindi il lavoro più dinamico, presenta uno sviluppo molto rapido e passa dal dipinto alla contemplazione dello stesso in poche pagine. L’incontro con la morte sembra il punto di svolta, acquisendo la matura consapevolezza che a un certo punto le persone, dopo esserci state, non ci sono più, l’autrice smette di guardare in basso e comincia a guardare su, trovando il senso che piano piano, verso dopo verso, si plasma nella propria percezione.

Seduta davanti

A una pallida luna

Poetando versi d’amore

Tra infinite stelle

In una notte silenziosa

Ispirata

Da lieve brezza marina

Ecco la consapevolezza non più descrittiva che caratterizza la poesia più matura di Michela, comincia a farsi prepotentemente avanti. Lapilli. Non a caso la foto della locandina ritrae lapilli.

Ma la poesia di Michela può anche diventare un grido accusatore:

ladri di verità

profeti dell’esoterismo

picchiatori dell’onestà

destreggiatori di ipocrisia

imprigionati

nel girone infuocato

dell’inferno.

Si affaccia anche la sensualità, ma non è dichiarata, semmai è materna, tra l’altro la figura della madre fa spesso capolino qui e là. Anche la sensualità del sonno, dove l’essere donna di Michela rispetta il riposo dell’altro e lo osserva reprimendo le proprie aspirazioni nella contemplazione. Ridiventa un pulcino mentre, ammirata dal fluido vitale che traspare dalla pelle dell’altro, si lascia andare al sogno.

t’abbraccerei

finché il giorno non arriva

Finché i sogni

spengono la realtà

Finché una voce

sussurra eterno amore

Ma chiudo gli occhi

E vicino a te

M’addormento

Nel 2007 pubblica Risvegli

Molte poesie sono notturne, e il rapporto con la natura domina gran parte delle scene. Per Michela la poesia è un nettare, e come tale va succhiato dall’ape:

O poesia, nettare prelibato di pazienza

Dice Michela, e sembra che il titolo della sua seconda raccolta, Risvegli , sia quanto di più azzeccato. Sorge la poesia, cresce e borbotta, come se il vulcano che si preparava ad eruttare finalmente lo può fare zampillando libero con lanci di lava e lapilli che di lì a poco diverranno pietre. Ma è un’eruzione gentile, si può contemplare, non siamo davanti ad un vulcano assassino, non presentiamo tsunami o terremoti, è solo un borbottio che finalmente salta.

Ed è in genesi che si manifesta interamente. Dice Michela: nata per essere libera, e questa liberazione la porta all’allegria del giardino con l’erba che cresce, del granaio con i suoi odori, sembra di sentire gli odori della campagna, l’erba falciata, il fieno, si sentono anche i suoni, il frinire delle cicale, i grilli, qualche muggito… fino a ritrovarsi al mercato dei sogni, dove donne e giovinette con le gonne al vento van di fretta. Immagini della vita quotidiana: pigolante, gaia, vita che si risveglia dopo aver stentato a capire che gioia e dolore altro non sono se non indispensabili ingredienti del divenire umano. Ecco il senso di risvegli, giocosa, quasi trilussiana, quando dice: Nell’ombra un’ape ancora insonnolita si avvicina al candido fiore, del profumo si compiace e zitta zitta si innamora.

Poi ritrova le care montagne e capisce quanto sia bella e grande la distanza tra loro e lo sguardo.

E finalmente la descrizione, l’identificazione, la sensazione dell’amore condiviso, realizzato o no, poco importa, comunque è un discorso a due, e anche qui non conta l’oggetto del componimento, conta il percorso interiore che ci porta a comprenderlo, la ricerca dell’anima in ogni gesto di vita.

L’incanto fu

Tessere la tela del nostro vivere

Scegliendo d’essere meta l’uno dell’altro

Stringendo le nostre certezze al petto

Con tutta la forza di chi non teme nulla

Beato il divino

Che ci ha uniti quel giorno

Seguendo questo percorso si trova anche il figlio, cos’è un figlio?

Carne e spirito inediti alla vita

Nel passo successivo sembra che l’autrice abbia preso coscienza che la vita è profonda e che l’immobilità umana ha le sue dinamiche, tormentate dalla natura che ci contempla, forse ride di noi, ma è comunque afflitta dal nostro allontanarci, non si cura di noi che la maltrattiamo senza ascoltarla.

Michela, crescendo, non è più la poetessa che ascolta i grilli e le cicale, o forse lo è ancora, ma in modo ben diverso, non racconta più, ma si fa ambasciatrice del mondo che, ci trasmette Michela, attraversa ogni istante la fredda pianura, e dal silenzio di un cortile, non riesco a trattenere le lacrime per la mia assenza

Nel 2009 pubblica Vita, infinito paradisi

Essere consapevole, fino all’ultimo sorso d’orizzonte, della propria vita, della propria limitatezza, del proprio essere nulla oltre la coscienza, e quindi questa coscienza deve vivere pienamente, per cui ogni istante, ogni momento va vissuto sapendo che i piedi calpestano la superficie della terra e che sotto la terra c’è un bollore incessante, mentre la testa si avvicina, nel limite della nostra statura, al cielo, e sopra, sopra il cielo, e più su ancora c’è un movimento misterioso. La superficie della terra è il linguaggio con cui ci parla, ciò che vediamo è un’espressione della natura, e noi ne percepiamo ciò che ci consentiamo di percepire, comprendiamo ciò che delimita la nostra coscienza. Noi non vediamo ciò che è, ma solo ciò che ci aggrada vedere. E dicendo

Beate le onde

zingare perenni

Ci fa capire che non si è liberi come le onde ma fissi come uomini, e piangiamo l’orizzonte lontano, sempre irraggiungibile.

Vissi a lungo sperando che il carretto

Della mia inquietudine si fermasse

A fiancheggiare le pupille ardenti

Della giovinezza

Portando la mia anima

A contemplare quel domestico

Infinito rannicchiato nella luce

L’infinito domestico, quello che scopriamo vicino a un caminetto, dietro a una finestra, nel pentolone della polenta, nel racconto dei nonni… ma poi la strada ci prende sempre e quell’infinito non è più tale, ed occorre andare oltre la superficie, ma… ma anche se scavi la terra, quello che vedrai sarà sempre superficie. Solo da morti si entra nella terra e la superficie non è più.

Nel 2011 pubblica Sensualità, e nel 2012 pubblica Meditazioni al femminile

Qui sembra tornare alla contemplazione delle cose e delle situazioni, è come se la poetessa avesse voluto, dopo un viaggio iniziatico, tornare a ciò che l’ha animata, tornare alle origini, avendo coscienza di aver compiuto un cammino che l’ha portata a vedersi dentro. La capacità di osservazione è molto più acuta, l’aggettivazione si è andata via via diradando, ed ecco che

Trasloco lacrime

In un tappeto

E poi

Era bacio maledetto

Quell’arteria di luce

Chiusa nelle ultime saggezze

Di novembre

E finalmente si affaccia anche la fede, in ho pensato a te, Dio

È tempo di accendere preghiere

A riempire di grazia

Qualche itinerario d’anima.

Ho pensato a te, Dio,

quanto poco è il mio senso

di donna

senza l’ossigeno della tua luce.

Nel 2013 pubblica L’estetica dell’oltre e nel 2014 Identità del cielo

Arriviamo alle ultime poesie, dove il verso è maturo, asciutto, non più descrittivo, meno aggettivato, dove il lettore non viene più accompagnato alla lettura, ma si trova da solo, a combattere con versi scuri, sebbene sempre accesi, come se si passasse da uno spiraglio di luce per emergere di nuovo a quanto il dubbio esistenziale ci consente di capire, dubbio che alberga in tutti noi, che occorre esplorare per vivere le proprie ansie, i propri amori, e per percorrere la propria strada, per aprire le ali e spiccare il volo.

Essere nel tempo

Che ti sfoglia

Corpo e distanza

Come sudario nel cielo.

Ripetere membrane

D’aria

Un silenzio

E l’ombra di un umano

Azzurro

Accettando il ritmo

Di epidermidi e meteore.

Quel che vuole il mondo

Resta impronta creduta contorno di luce,

poi nel vero

strofinato il fango

si vede un limite in somiglianza a polvere

che dispera.

Michela ci travolge come i lapilli di un vulcano che erutta senza aggredirti. I lapilli, ricordiamo, sono fuoco e diventano pietra. E se le parole sono pietre, cos’erano prima? Quindi mi piace chiudere questo mio intervento, prima di dare la parola all’autrice, con questi suoi versi:

Comincio dalla polvere di un ricordo

Come qualcosa che amo

Claudio Fiorentini

Mostra altro

Michail Bulgakov, "Era maggio"

13 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Michail Bulgakov, "Era maggio"

Era maggio

Michail Bulgakov

Traduzione di Chiara Munerato

Damocle edizioni

pp 19

5,00

La Damocle edizioni continua sorprenderci con i suoi librettini esili come foglie cadute, cuciti a mano e con testo a fronte. Contengono - per la gioia di coloro che non stanno per forza dietro all’ultimo romanzo premiato, ma amano il buon odore d’una biblioteca polverosa - minuscole chicche della letteratura mondiale, tradotte e pubblicate in Italia per la prima volta. Dopo la collana lettone, è la volta dei classici russi.

Era maggio” è un testo breve di Michail Bulgakov, (1891 – 1940) l’autore de “Il maestro e Margherita”, “Cuore di Cane” e “Le uova fatali”. Medico, lasciò la professione, troppo soggetta a pressioni governative, per dedicarsi alla scrittura, finendo, però, triturato nell’ingranaggio sovietico. Vivo forse solo grazie alla simpatia personale di Stalin, fu sempre inviso al regime, tutte le sue opere osteggiate e molte costrette a uscire postume. Dalla sua morte fino al 1961 nessun suo lavoro fu pubblicato in Russia, poi, per cinque o sei anni, scoppiò il fenomeno Bulgakov, rinnovatosi in seguito negli anni 80. “Il Maestro e Margherita”, il famoso romanzo del Diavolo e di Ponzio Pilato, ispirato al “Faust” di Goethe, fu la fantasmagorica opera di tutta la vita, con numerose stesure basate anche sulla memoria, dopo averne personalmente bruciato il manoscritto.

Era maggio” è stato composto nel 1934. Tradotto per noi da Chiara Munerato, pensato come primo capitolo di un diario di viaggio, non fu mai proseguito perché le autorità negarono a Bulgakov il visto di espatrio.

È primavera, l’ io narrante, un drammaturgo facilmente identificabile con l’autore, attraversa una Mosca in bilico fra progresso e conservatorismo rivoluzionario.

Era maggio, il bellissimo mese di maggio. Percorrevo il vicolo, proprio quello in cui si trova il Teatro. Era un bel vicolo liscio, adorabile, su cui passavano incessanti le macchine.” (pag 9)

Il progresso spaventa, le macchine “strillano” in modo sgradevole e intimoriscono il protagonista che teme addirittura di morire. Questa, probabilmente, è una metafora della paura di scomparire, di non esistere più professionalmente oltre che fisicamente. A conferma delle sue preoccupazioni, s’imbatte in un giovane, appena tornato dall’estero, che critica la sua opera, ne consiglia il rifacimento. Sembra quasi la parodia primo novecentesca dei moderni editor armati di forbici:

Il terzo atto è da rifare. Il secondo quadro del terzo atto è da eliminare, mentre il primo è da spostare nel quarto. Così andrà benissimo.” (pag 13)

Consideriamo, però, che oltre alla censura artistica, Bulgakov fu vittima, per tutta la sua esistenza, di quella, ben più pericolosa e opprimente, del regime sovietico. Sempre osteggiato e respinto in ogni sua iniziativa, egli afferma “e ogni giorno io morivo”. E ancora, “il ciclo si chiudeva sulla scena”, a intendere un eterno cerchio in cui le cose sembrano in procinto di cambiare, di rinnovarsi (maggio, la promessa della primavera) ma non lo fanno mai, tutto resta irrealizzato, i manoscritti rimangono nel cassetto, la pioggia d’autunno si riappropria del vicolo, le speranze restano lettera morta, “l’anima mia s’infiacchì, dopodiché qualche cosa cominciò a fremermi nel petto.” (pag 15)

È un circolo vizioso di speranze deluse, stagioni che si rincorrono, atti che si susseguono su un palcoscenico sempre uguale che finisce per assomigliare ad una gabbia.

E maggio scomparve. Ci fu poi giugno, luglio. Quindi arrivò l’autunno. E tutte le piogge annaffiavano quel vicolo, il ciclo si chiudeva sulla scena.” (pag 19)

Mostra altro

L’ULTIMO FANTE di Nicola Bultrini - La Grande Guerra sul Carso nelle memorie di Carlo Orelli

12 Aprile 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

L’ULTIMO FANTE di Nicola Bultrini - La Grande Guerra sul Carso nelle memorie di Carlo Orelli

Nicola Buldrini raccoglie e riporta la testimonianza di Carlo Orelli (1894-2005), ultimo fante italiano a poter raccontare la sua esperienza nella Grande Guerra. Le sue parole, pur riferite a grandissima distanza dai fatti vissuti, sono importanti per tracciare il quadro che si presentava a un giovane giunto al fronte subito dopo l’apertura delle ostilità, quando ancora c’era ottimismo sulla rapida riuscita delle operazioni militari. Il ventunenne soldato, originario di Perugia, combatté nel Carso nei primi quattro mesi di guerra, senza che il suo reparto ricevesse il cambio. Alla partenza da Napoli, inquadrato nella Brigata Siena, vide le persone per strada commosse:

Sapevano anche loro che andavamo incontro alla morte, come se ormai sapessero quello che sarebbe accaduto dopo”.

Questo mesto aspetto ricorda un punto iniziale del diario di un altro giovane che in treno si avvia verso il fronte. Si tratta di Giovanni Comisso che nel suo Giorni di guerra scrisse:

A un passaggio a livello, un vecchio si tolse il cappello come se passasse un funerale, alcune donne ci salutarono con le mani lentamente”.

Ci spiega come l'equipaggiamento fosse scarso a differenza di quello degli Austriaci, tanto da spingere gli uomini a prendere indumenti intimi femminili nelle case abbandonate, buttando i propri pieni di pidocchi. Si andava all'assalto, talvolta camminando, non correndo, subendo i micidiali colpi del nemico dotato di mitragliatrici e cannoni da 420 millimetri, cui gli Italiani contrapponevano i cannoncini da montagna che gli Alpini trasportavano con grande fatica e coraggio in luoghi impervi. C'erano il filo spinato e le mine davanti alle trincee. Prima dell'attacco gli uomini bevevano un liquore per avere più impeto; Orelli evitava di prenderlo per restare lucido. Soprattutto durante i combattimenti non si guardava ai gradi; ufficiali e soldati erano solidali tra loro. Parla anche di carabinieri con l'incarico di sparare a chi tornava indietro anziché avanzare. Passati i primi tempi in cui il nemico si arrendeva facilmente, gli Austriaci si sistemarono in ricoveri e difese molto solidi; iniziò la lunga e logorante guerra di posizione. Gli italiani, racconta, erano sempre all'offensiva e per questo non si curavano di costruire vere e proprie trincee per ripararsi. Prevaleva la volontà di avanzare e così un giorno il reparto di Orelli si trovò allo scoperto; l’azzardo fu pagato a caro prezzo. La Compagnia fu distrutta e il fante venne ferito per la prima volta. Ma capitava spesso di venire duramente bersagliati già prima di attaccare, quando i soldati si ammucchiavano dietro a modesti ripari in attesa di "fare lo sbalzo". Della Compagnia di Orelli solo lui e un altro si salvarono e tornarono a casa.

Aggiunge che i ricordi della guerra non lo abbandonano mai; pensa che in ogni Paese ci sia una minoranza, poche persone che "non si accontentano mai" e che determinano la guerra, "distruzione dell'essere umano". Non si considera un eroe, ha solo obbedito agli ordini, combattendo senza odio o disprezzo verso il nemico, facendo intravedere la propria superiorità verso la propaganda:

Quando la nostra artiglieria bombardava le posizioni nemiche, spesso alla fine gli austriaci si arrendevano. Perché in fondo erano uomini come noi e non bestie come volevano farci credere”.

Le memorie di Orelli, espresse in forma pacata e sobria, si accompagnano a interessanti approfondimenti di Nicola Bultrini su temi legati al conflitto, quali l’equipaggiamento del fante, il territorio carsico, le trincee, gli armamenti dei due eserciti.

Mostra altro

Fëdor Dostoevskij, "Due suicidi"

11 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Fëdor Dostoevskij, "Due suicidi"

Due suicidi

Fëdor Dostoevskij

Traduzione di Chiara Munerato

Damocle Edizioni, 2015

pp 21

5,00

Nel 1873, Fëdor Dostoevskij (1821-1881) assume la direzione della rivista Graždanin (Il cittadino) dove pubblica “Il diario di uno scrittore”, opera che contiene una serie di articoli, diffusi settimanalmente e poi raccolti in volumi. Gli scritti vertono su temi di cultura e attualità, come eventi di cronaca nera, antisemitismo, materialismo.

Quello pubblicato dalla Damocle Edizioni è un estratto denominato “Due suicidi”, scritto nel mese di ottobre del 1876. Prende spunto da due fatti di cronaca, le morti per suicidio di due giovani donne, l’una accompagnata da un cinico biglietto, l’altra da una preghiera e da un’icona stretta fra le mani. Due morti simili eppure opposte, l’una dettata dalla noia, l’altra dal bisogno, l’una figlia della disillusione, l’altra della disperazione.

Fine vita e suicidio sono due temi molto sentiti dall’autore, specialmente dopo che gli fu revocata la condanna a morte sul patibolo, esperienza che lo segnò per tutta la vita. Sia ne “L’Idiota” che in “Delitto e castigo”, afferma che vivere, anche in condizioni precarie, anche per soli altri cinque minuti, è l’unico desiderio di chi è vicino alla morte.

L’intelletto è il nemico dell’uomo, è ciò che tormenta perché tenderebbe a dare ordine alla natura e agli accadimenti. Ma il caos si oppone (non a caso Dostoevskij è chiamato “artista del caos”), impedisce alla mente di dare forma alle cose, di placarsi. L’intelligenza tortura, non fa vivere rilassati come animali, fa capire che, se l’anima è destinata a morire col corpo, allora non ha senso coltivare ideali e battersi per essi.

La prima ragazza si è suicidata respirando cloroformio. Apparteneva a una casa di pensatori, d’illuministi. Ella credeva ciecamente in ciò che le avevano istillato ed è morta di noia, di una “sofferenza animalesca ed irrazionale”. È morta di “linearità”, di semplicità, anelando a qualcosa di più complicato, di meno logico, di più spirituale.

La seconda ragazza, una povera sartina senza lavoro, si è gettata dalla finestra con un santino fra le mani. È morta per necessità, con umiltà, affidando la sua anima a Dio dopo aver pregato.

Alla fine ci sono solo due strade: il nichilismo di Nietzsche oppure la spiritualità, la religione, il bisogno di credere nell’immortalità dell’anima. Due sono le creature, due i tormenti, due i suicidi.

Anche questo piccolo testo fa parte della collana dedicata ai classici russi con testo a fronte, diretta e tradotta da Chiara Munerato.

Mostra altro

In giro per il Molise con Flaviano Testa

10 Aprile 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per il Molise con Flaviano Testa

I click di Flaviano Testa ci portano oggi a scoprire gli angoli più segreti e nascosti di Roccamandolfi. Click che catturano le immagini donando un volto tangibile a vecchie mura, a scorci panoramici immutati nel tempo, a paesaggi mozzafiato.

Roccamandolfi si trova nell'estremo sud-est della provincia di Isernia, ai confini con la Campania, nel suo territorio comunale è compreso il Massiccio del Matese, con il monte Miletto che tocca quota 2050 m. Grazie alla sua posizione il territorio circostante è ricco di boschi di alto fusto e verdi pianori, il clima risente dell'altitudine (860m)dell'esposizione ai venti e raggiunge temperature molto rigide durante l'inverno con abbondanti nevicate e si mantiene gradevole nel periodo estivo. Il piccolo centro del Matese ha origini medievali, la sua nascita risale molto probabilmente ai primi decenni del dodicesimo secolo, quando il territorio venne occupato e dominato dai signori Mandolfus, provenienti dalla Germania che qui costruirono una roccaforte. L'origine del nome deriva dalla scomposizione di "rocca", dal latino fortezza e "Mandolfi" dal nome della famiglia che la dominò. La rocca ebbe, nel tempo, un ruolo rilevante, anche dal punto di vista strategico, soprattutto per la difesa dell'accesso a questa parte del Matese. Le mura originarie del Castello erano tipicamente mura difensive, molto spesse, e protette da ben cinque torri, una delle quali più grande ed imponente delle altre. La rampa di accesso, scavata direttamente nella roccia, immetteva in una sorta di atrio di cui oggi il piano terra è leggermente più alto rispetto a quello originale. Ciò che rimane oramai dell'antica roccaforte è purtroppo poca cosa rispetto a quello che si poteva ammirare di una delle fortezze ritenute più sicure di tutto il territorio molisano. Il centro storico si sviluppa intorno all'antico palazzo ducale Pignatelli, la Chiesa San Giacomo Maggiore e la piazza pavimentata in pietra locale. Ai piedi del borgo antico si trovano diverse sorgenti. Il paese è rinomato per la sua cordiale accoglienza riservata a tutti gli ospiti, in modo particolare ai turisti che, specialmente nel periodo estivo, amano trascorrere il tempo libero in armonia con la natura e per gustare prodotti tipici di una volta: formaggi, salumi, funghi porcini, lenticchie... Nel periodo estivo la popolazione del centro matesino raddoppia, rientrano i numerosi figli residenti all'estero o nelle varie regioni italiane, arrivano villeggianti, gruppi di escursionisti, boy scout. A loro si indirizzano manifestazioni musicali, culturali, folcloristiche ed intrattenimenti serali. Roccamandolfi vanta di avere uno dei costumi più belli del Molise che si può ammirare nelle varie manifestazioni estive, con le esibizioni del rinato gruppo folcloristico.

Per la sua posizione strategica e per la difficoltà a essere raggiunto, il paese fu per lunghi anni covo di Briganti. Nel 1812 Sabatino Maligno, capo di una delle bande locali, venne assassinato dai propri compagni e la sua testa mozzata, rinchiusa in una gabbia di ferro, fu appesa al campanile dove restò fino al 1843, senza che nessuno avesse il coraggio di toccarla. C'è una targa vicino al luogo ove venne ucciso che racconta la sua storia e quella della sua amata. L'unità d'Italia non fu bene accolta dai roccolani, abituati alla solitudine e all'autogoverno, già nell'ottobre del 1860 ebbe inizio la rivolta contadina che in armi insorse al grido di “Morte a Garibaldi! Viva Francesco II!” Dopo alcune rapine nelle case dei liberali, i ribelli furono sopraffatti e messi in fuga dalla Guardia Nazionale e dalla forza pubblica. Una tradizione molto antica di Roccamandolfi, di cui si occupò anche un documentario trasmesso dalla RAI negli anni 60, vedeva praticare dagli abitanti la "pesatura del corpo in cambio della grazia". Usanza di origine orientale che ricorda riti medio-orientali, ma che può rifarsi anche alla pesatura del cuore dei morti da parte del Dio Anubi nella cultura egizia antica. Nella piccola Chiesa dei Santi, in cui si venera ancora oggi, tra gli altri, San Donato Vescovo d'Arezzo, si pesava un bambino o chiunque richiedesse la guarigione al Santo e in cambio di questa gli si offriva una quantità di grano o di cereali pari al peso della persona per cui si domandava l'intervento miracoloso. La pratica serviva più spesso per cercare di curare le malattie sconosciute, di cui non si aveva la cura e che un tempo era impossibile "tenere a bada" in alcun modo, principalmente l'epilessia allora del tutto inspiegabile. La ricerca affannosa del popolo per curare questi disturbi ha fatto sì che i tutti i mali incurabili o dalle origini poco chiare vengano dette in dialetto: "lə malə də Sandə Dənàtə" ossia “il male di San Donato”. Il dialetto di Roccamandolfi è il roccolano, parlato dai mille abitanti del paese e dalle migliaia di roccolani emigrati in tutto il mondo. Questo dialetto, pur essendo chiaramente molisano, è basato anche su sviluppi fonetici e lessico "simili" allo spagnolo. Nacque nel 1944 a Roccamandolfi Salvatore Baccaro, un uomo dal volto veramente particolare che, trasferitosi a Roma per lavoro, dove faceva il fioraio, proprio per il suo particolare aspetto deforme, quasi animalesco, caratterizzato dal naso schiacciato, la fronte bassa e pronunciata, le mani dalle dita enormi, venne definito “l'uomo più brutto del mondo”. Tuttavia dotato di un'innata simpatia, di un carattere gentile e bonario fu notato da alcuni produttori cinematografici e per lui iniziò una brillante carriera nel modo della celluloide. Baccaro divenne in breve tempo un attore “ caratterista”richiestissimo per ruoli comici o grotteschi, partecipò a diversi film negli anni settanta recitando con Franco e Ciccio e in numerosi “spaghetti western”. A Roccamandolfi, dai briganti ai riti pagani dalle feste popolane alle sagre nei boschi, ce n'è per tutti i gusti, un paese bizzarro con tanta storia e bellezze naturali tutto da visitare.

In giro per il Molise con Flaviano Testa
In giro per il Molise con Flaviano Testa
In giro per il Molise con Flaviano Testa
In giro per il Molise con Flaviano Testa
In giro per il Molise con Flaviano Testa
In giro per il Molise con Flaviano Testa
Mostra altro

Placido di Stefano, "L'antibagno"

9 Aprile 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Placido di Stefano, "L'antibagno"

Placido Di Stefano

L’antibagno

Italic Pequod - Euro 20 – Pag. 375

L’antibagno è un romanzo travolgente e fuori dagli schemi che si anima delle contorte figure espressioniste di Egon Schiele, della musica disperata e struggente di Kurt Cobain e dei suoi Nirvana, ma anche dei CCP (Produci, consuma crepa!; Un’erezione triste/ per un coito modesto, per un coito molesto, per un coito modesto). Sembrano passati milioni di anni. Chi se li ricorda più, i CCP - Fedeli alla linea, a parte noi che avevamo vent’anni nel 1980! Placido Di Stefano, forse li ha conosciuti nel 1988, visto che è nato nel 1970 ed è uno scrittore vero, che tuffa il pennino telematico nel sangue della vita, lo intinge del rosso delle ferite che il mondo dispensa, invece di perder tempo a scriver gialli, finti porno consolatori e narrativa ombelicale. Di Stefano ci accompagna nei meandri di un non luogo immerso tra gli alti palazzi della periferia milanese dove le voci non hanno suono e le persone sono ombre che svaniscono nel buio. Storie di pusher, di amori impossibili, pulsioni suicide, specchi che riflettono il nulla esistenziale, scritte a caratteri cubitali nei bagni e sui teleschermi che scandiscono una vita fatta di consuetudini. Vediamo la sinossi: “Un ragazzo e una ragazza passano le loro serate seduti sul pavimento dell’antibagno di un Circolo di periferia, di fianco a un lavandino che gocciola di continuo, illuminati dalla luce fluorescente di un neon che ronza sopra le loro teste. È l’inizio del nuovo millennio, i due ascoltano musica da lettori cd portatili e nei loro appartamenti periferici guardano la tele da vecchi apparecchi con il tubo catodico e lo schermo bombato. La città intorno corre nelle strade nelle tangenziali nelle metropolitane mentre loro non fanno altro che starsene seduti di fianco a quel lavandino con le cuffie alle orecchie, come se fossero in attesa di qualcuno o qualcosa. Dentro quel posto sporco e maleodorante è come se vivessero in una dimensione parallela, una sorta di interzona ronzante e caustica. Mentre fuori, nel mondo reale, vivono una vita alienante e ripetitiva fatta di lavori inutili e solitudine”.

Termino la lettura e mi chiedo perché le librerie debordano stronzate mentre i veri romanzi li scopro per caso, inviati in casella postale da piccoli editori che chiedono recensioni o da scrittori che pretendono (giustamente) attenzione. Mi avvicino alla vetrina di una libreria e mi provoca repulsione, fuggo da un’esposizione di thriller, gialli, erotici all’acqua di rose, libri di veline, nani e ballerine. Giungo alla conclusione che le librerie non sono più un luogo per lettori, ma sono un non luogo, come l’antibagno del romanzo, sono luoghi che dispensano carta da culo per non lettori, luoghi che i CCP canterebbero in una loro canzone e distruggerebbero con un realistico produci, consuma, crepa! Quant’è cambiato il mondo dagli anni Settanta - Ottanta… come hanno distrutto il nostro cinema e la nostra letteratura, torve di manager falliti interessati soltanto al profitto e ad addomesticare le masse. Il lettore contemporaneo non deve andare in libreria, non luogo da fuggire come la peste, ma deve cercare su Internet, scovare la letteratura là dove si nasconde, nei cataloghi di piccoli e coraggiosi editori che devono fare soltanto un piccolo sforzo economico. Sì, perché non è possibile far pagare 20 euro un romanzo in un mondo come quello contemporaneo dove la maggior parte delle persone è capace di leggere soltanto lo schermo del proprio telefonino e il resto della popolazione è assuefatto al niente fatto libro proposto dalla grande distribuzione.

Mostra altro

NELLE TEMPESTE D’ACCIAIO DI Ernst Jünger (1895 – 1998)

8 Aprile 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

NELLE TEMPESTE D’ACCIAIO DI Ernst Jünger  (1895 – 1998)

Questo è il diario di un giovane impegnato nelle Fiandre e sul fronte francese durante la Grande Guerra. Lotta e combatte con lo spirito di un guerriero antico in un conflitto moderno dove la morte arriva da lontano, azionata freddamente attraverso macchine potenti. Il devastante conflitto è infatti il regno della tecnica e delle sue armi distruttive:

“Un giorno vedemmo un pilota proiettato, in una lunga curva, fuori dall’apparecchio e cadere dal cielo come un pezzo staccato dalla sua macchina”.

Si usano grandi artiglierie e i terrificanti gas. Ci sono anche le bombe a scoppio ritardato, ordigni divisi in due parti da un diaframma di metallo. In una parte, spiega il memorialista, c’era l’esplosivo, nell’altra un acido che lentamente corrodeva il diaframma metallico determinando poi l’esplosione:

Uno di questi ordigni diabolici fece saltare il municipio di Bapaume, nell’istante in cui le autorità erano radunate per celebrare la vittoria”.

Un sibilo che lacera l’aria può annunciare la distruzione di una compagnia, ridotta a brandelli qualche secondo dopo dall’esplosione:

Mezz’ora prima comandavo una compagnia sul piede di guerra, ora mi trovavo con qualche compagno disfatto a vagare verso la rete delle trincee”.

Perciò le armi si sono fatte micidiali, si impiegano quantità senza precedenti di uomini e mezzi, forze enormi rendono la morte per molti uguale, indistinta, orrenda. Si combatte in massa e si muore in massa.

C'è ancora spazio per l'eroismo individuale in un simile conflitto in cui un ordigno piomba da distante dilaniando molti uomini e un pilota abbattuto appare solo come un pezzo dell’aereo? Il greco Protagora affermava che l’uomo è misura di tutte le cose. Questa asserzione sembra trovare ancora conferma nelle memorie del soldato che concluderà l’esperienza al fronte col grado di tenente. Infatti, in mille azioni sottolinea l'importanza dello stato d'animo, della tempra, del carattere degli uomini che possono decidere l'esito della lotta anche in situazioni quasi disperate e combattendo in posizioni molto precarie.

Forte è l'ammirazione per il coraggio e il valore. Ecco cosa dice (quasi come epitaffio) del soldato Kloppmann, commilitone coraggiosissimo durante le incursioni notturne nelle trincee nemiche e destinato a cadere:

Kloppmann era uno di quegli uomini che non si possono immaginare prigionieri”.

Un ufficiale inglese appena catturato si guadagna subito la sua stima quando si sente tenuto a spiegare che la resa è stata dovuta al fatto di essere completamente circondati e non a una scelta di viltà. Lo scrittore sembra avere il carattere dell'immortalità; ferito quattordici volte, sempre pronto a tornare in trincea, sfiorato da tanti proiettili, ma sempre salvo. La guerra è esperienza unica che offre sensazioni quasi inspiegabili nel momento drammatico ed esuberante dell’assalto:

“ … io mi sentivo, in compenso, completamente estraneo alla mia persona, come se i piccoli proiettili che mi fischiavano alle orecchie avessero sfiorato un oggetto qualsiasi. Il paesaggio aveva la trasparenza del vetro”.

Altrettanto dense sono le sensazioni dopo una ferita grave:

“Mentre crollavo pesantemente sul fondo della trincea, ebbi la certezza di essere definitivamente perduto. Eppure, cosa strana, quel momento è stato uno dei rarissimi in cui possa dire di essere stato veramente felice. Compresi in quell’attimo tutta la mia vita nella sua più intima essenza”.

Il fratello ferito gravemente qualche tempo prima aveva espresso considerazioni simili:

Pensavo alla morte senza che ne fossi turbato. Tutti i legami col mondo mi sembravano tanto semplici da rimanerne stupefatto”.

Si tratta sicuramente di un diario difficilmente accostabile ad altri testi lasciati dai soldati. Il dramma della morte incombente non genera disperazione ma è fonte di conoscenza del proprio sostrato intimo; la vita sembra schiudere i suoi segreti all’individuo nel momento in cui sta venendo meno. Il pericolo desta un’inesauribile volontà di lotta anche davanti ad avversari sempre più agguerriti e ormai nel 1918 ampiamente superiori in mezzi. Non c’è fanatismo, ma eroismo intrepido e senso aristocratico della guerra. Jünger non sempre porta l’elmetto, va all’assalto calzando i guanti, tenendo la pistola nella sinistra e un frustino di bambù nella destra, guadagnandosi una fama di temerarietà e di quasi invulnerabilità. Intrattiene buoni rapporti con i civili belgi come i signori Plancot che per quanto privati di quasi tutto gli mandano dei doni mentre lui è convalescente all’ospedale. I subordinati lo apprezzano e rischiano la vita per trascinarlo via sotto il fuoco nemico quando viene ferito per l’ultima volta sul finire del conflitto. È giusto concludere l’esame di questo complesso libro con alcune sue significative parole che condensano l’etica del diarista:

Durante la guerra mi sforzai sempre di considerare l’avversario senza odio, di apprezzarlo secondo la misura del suo coraggio”.

Mostra altro

George MacDonald, "Lilith"

7 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantasy

George MacDonald, "Lilith"

La saga di Lilith

George MacDonald

Auralia edizioni

Abbiamo già parlato di “Sulle ali del Vento del Nord”, dello scozzese George MacDonald, scritto nel 1871, che ha come protagonista la Morte. La saga di Lilith, composta attorno al 1895 e declinata nei tre romanzi “Oltre lo specchio”, “Lilith” e “La casa del rammarico”, riprende la figura del demone femminile associato con il vento. Protagonista della trilogia è Lilith, dall’accadico Lil-itu, signora dell’aria, creatura collegata alla tempesta e al gatto. Nella cultura mesopotamica, Lilith era un demone, che gli ebrei hanno mutuato durante la cattività babilonese e trasformato nella prima moglie di Adamo, ripudiata per essersi rifiutata di obbedire al marito. Da sempre possiede caratteristiche negative, di un femminino notturno, stregonesco, adultero e lussurioso. Nell’ottocento, però, con l’emancipazione femminile, viene a rappresentare la donna forte che non si assoggetta più all’uomo, è rivalutata dai moderni culti neopagani ed assimilata alla Grande Madre.

Nel primo libro, il protagonista, Vane, si ritrova in un mondo parallelo, seguendo Mr Raven, un inquietante bibliotecario capace di trasformarsi in corvo, che poi scopriremo coincidere con Adamo. Qui vivrà avventure di ogni sorta, incontrerà mostri, uccelli, bambini, scheletri, donne bellissime, animali favolosi. Molti i topoi della letteratura fantastica. Il primo è lo specchio magico, il device capace di fungere da tramite fra universi paralleli, come l’armadio de “Le Cronache di Narnia” – e non a caso C.S. Lewis era il più grande ammiratore di MacDonald. Altre immagini ricorrenti sono la battaglia degli scheletri (cfr. i sentieri dei morti di Tolkien, film come “La Mummia”), i defunti addormentati nella cripta, la foresta buia e minacciosa (cfr. Selva oscura, Bosco Atro, Foresta di Fangorn.)

Ma l’incontro principale sarà quello con Lilith, donna bellissima ma malvagia, prototipo di tutte le vampire precedenti e successive. Se la Lilith ebraica sfruttava le polluzioni notturne dei giovanotti per generare dei jiin, quella di MacDonald si comporta come una sanguisuga che morde e salassa per mantenersi in forze. La sua bellezza è la sua forza ma anche il suo peccato. Contemplarsi la appaga, come accade alla perfida matrigna di Biancaneve, ma amplifica la sua egocentricità, la allontana dal Bene, la rende autoreferenziale e cattiva.

Al pari della Lilith del mito, anche questa costituisce una minaccia per i bambini. E la comunità dei piccoli innocenti (che ricordano Diamante, il Bambino di Dio di “Sulle ali del Vento del Nord”) è una caratteristica peculiare della saga. Ma Lilith è anche incarnazione della misoginia, della paura che il maschio ha della donna, di colei che può avvilupparlo, stregarlo, succhiargli via l’anima insieme col seme. È una belle dame sans merci non molto dissimile dalla Ayesha di Rider Haggard.

A differenza di Tolkien, che non amava lo scrittore scozzese proprio per questo motivo, il fantasy di MacDonald - teologo, predicatore e mistico - ha una forte connotazione allegorico - religiosa. Nel trattato “L’immaginazione fantastica”, MacDonald sostiene che un racconto ben costruito deve avere anche un significato, non necessariamente palese all’autore, e modificabile secondo il livello culturale dei lettori. Non è un caso che a ripubblicare la saga di Lilith sia l’Auralia edizioni, diretta da Marco Gionta, speaker di radio Vaticana e cultore di temi afferenti alla spiritualità cristiana, come le tradizioni angeliche. Tutta la saga, e, più in generale, tutta la materia narrata da MacDonald, si basa sulla dicotomia Bene/Male, Luce/Oscurità, Dannazione/Redenzione, Leopardo bianco/Leopardo maculato. Peccato e perdono sono i due temi principali, strettamente connessi l’uno all’altro. Il peccato esiste, fa parte della realtà e della creazione. Per superarlo, occorre conoscerlo e sperimentarlo.

Il peccato di Vane è l’ostinazione, la presunzione di poter fare a meno degli altri; quello di Lilith, più grave, è l’aver fatto a meno addirittura di Dio, pensare di essersi immaginata da sola. Lilith vive immersa nel buio del suo egoismo, chiusa in se stessa, cieca ai bisogni degli altri, capace persino di uccidere sua figlia. Il luogo che si è creata è l’inferno stesso, o meglio, l’angoscioso deserto della sua mente peccatrice. Lilith è bellissima perché pensata da Dio ma ha una macchia sulla mano, indice della corruzione che avanza, del male che consuma (come il ritratto di Dorian Gray.) Il leopardo coperto di macule è la forma definitiva del male.

Questa non è sul leopardo ma sulla donna” disse, “e non se ne andrà finché non ti avrà divorata fino al cuore e la tua bellezza scivolerà via da te attraverso la ferita aperta.” (pag 78 secondo volume)

Occorrerà un verme bianco, un biblico serpente che, come la spada di Shannara, s’insinuerà nel suo seno e la mostrerà a se stessa, rivelandole l’abisso della sua perversione, l’orrore di ciò che è. Ma, a differenza dell’oggetto magico di Terry Brooks, il verme opererà in lei una conversione dichiaratamente religiosa. Solo così Lilith potrà arrendersi al bene, lasciarsi redimere, accettare la morte, perdere addirittura un pezzo di sé. Ma da questa perdita scaturirà un nuovo inizio, rinascerà la vita, sgorgherà l’acqua dell’espiazione e del risanamento suo e di tutta la natura.

“Il Male che hai programmato” riprese Adamo “non lo realizzerai mai, Lilith, perché Dio – e non il male – è l’Universo, ma finirà: cosa sarà di te quando il Tempo sarà svanito nell’alba del mattino eterno?Pentiti, ti supplico e diventa di nuovo un angelo di Dio!” (pag 78 secondo volume)

L’escatologia di MacDonald non concepisce una dannazione eterna. Tutto fa ritorno, prima o poi, al Creatore, a colui che ha pensato la creatura.

Anche il protagonista non è scevro dal peccato, è egoista e, per sua stessa ammissione, avido, impulsivo, sciocco. “Sarai morto per tutto il tempo che rifiuti di morire”, gli dice il corvo, alias Mr Raven, alias Adamo. Ovvero: sarai un peccatore finché non opererai una catarsi, finché non accetterai la perdita di ciò che eri in precedenza per trasformarti in qualcosa di nuovo, di puro, di risanato. Fondamentale il concetto che bisogna morire per vivere davvero. Solo arrendendosi, abbandonandosi al sonno nella fredda camera della morte, si potrà sognare e poi rinascere a vita vera e imperitura.

La legge morale è una sola, non la si può reinventare né ribaltare, nemmeno in un mondo “secondario o sub creato”. Laddove Tolkien inventa un universo ateo, basato su valori laici come l’eroismo, il sacrificio, la lealtà, MacDonald ci offre un nucleo religioso potente che, se parte in sordina col primo libro, si fa sempre più esplicito nel procedere del racconto. Numerosissime le allusioni bibliche anche lampanti, come la presenza di Adamo ed Eva, l’Eden in cui vivono creature innocenti (i Bambini), l’Ombra del serpente tentatore, la città di Dio del finale. Le vicende narrate hanno anche parecchie similitudini con il viaggio dantesco, ma senza la potenza realistica, oltre che allegorica, del fiorentino. Quello di MacDonald è un universo dantesco edulcorato, illanguidito e rivisitato in chiave preraffaellita.

I difetti del libro sono, a nostro avviso, due: la sensazione che, almeno all’inizio, proceda per accumulo, lasciandosi guidare attraverso i capitoli solo dalla fervida e gotica fantasia dell’autore, e la lirica impenetrabilità dei dialoghi, dovuta all’innegabile influenza del linguaggio delle Sacre Scritture.

Mostra altro

Carlo Levi, "Cristo si è fermato a Eboli"

6 Aprile 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #recensioni

Carlo Levi, "Cristo si è fermato a Eboli"

Carlo Levi (1902 – 1975), condannato dal regime fascista, ricorda con una scrittura piacevole e dettagliata la sua esperienza di confinato nei paesi di Grassano e Gagliano, negli anni 1935 e 1936. Il racconto dello scrittore piemontese esce dal genere memorialistico, dato che il fecondo contatto con le genti dell'arretrata Lucania, lo porta a svolgere molte considerazioni, tanto che il testo a tratti diventa un saggio storico e un contributo al dibattito sulla questione meridionale. I paesi sono poco collegati tra loro, ci sono frane, le case assomigliano a tuguri; la malaria affligge i contadini ormai rassegnati a vivere in una miseria senza rimedio. Levi è pittore e medico; i malati del posto non si fidano degli altri dottori e chiedono aiuto a lui. Nonostante le grandi difficoltà, il giovane antifascista nota che i miglioramenti si potrebbero avere facilmente, se le autorità svolgessero i propri compiti, facendo profilassi, assistendo i poveri, occupandosi dei corsi d'acqua e in generale del territorio. I contadini vivono tra l'incudine del lontano potere centrale di Roma e il martello delle autorità locali, ciniche, irresponsabili, impegnate in piccole beghe interne. Quanto si decide nella capitale o altrove è sopportato dalla gente con lo stesso spirito con cui si sopporta una calamità naturale; non ha senso opporsi alla grandine o al vento. Ecco alcuni esempi di quello che succede in questi piccoli centri. Quando un nuovo decreto prevede una tassa per chi possiede capre, ai contadini non resta che macellarle non avendo soldi per pagare. Pazienza e silenzio sono il quotidiano dei poveri. Capita che il podestà debba tenere un discorso patriottico in piazza; chi va nei campi sa già che per non perdere la giornata bisognerà alzarsi due ore prima del solito, in modo da essere fuori dal paese prima che i carabinieri blocchino i sentieri per portare la gente ad ascoltare e applaudire parole incomprensibili. Meglio rassegnarsi e questa rassegnazione, misto di malinconia, assenza di speranza, quieto vivere, contagia precocemente anche i bambini, come nota il confinato. L’unica possibile salvezza è partire per il paradiso dell’America; chi però poi torna a Gagliano, rapidamente ricade nella cupa miseria di quelle terre. Levi fa quanto può per alleviare le sofferenze dei malati e finisce per scontrarsi con le autorità che gli vietano di esercitare la professione. Eppure, come detto, poco basterebbe, per migliorare la situazione; per questo ritiene che la classe dirigente locale, parassitaria e oppressiva, abbia enormi colpe. In fondo anche altri scrittori, nel periodo risorgimentale, avevano rilevato i limiti del processo unitario, effettuato senza adeguate riforme sociali. Il garibaldino Cesare Abba si sentì spiegare da un monaco siciliano che l’impresa dei Mille non avrebbe cambiato nulla poiché non prevedeva di scalzare i piccoli oppressori locali, liberando davvero i contadini. Levi nota che senza dirigenti responsabili e adeguate autonomie (l’autore suggerisce forme di federalismo), non c'è prospettiva per una società dove i poveri vengono ingannati dalle persone istruite, non hanno assistenza nonostante ci siano norme che dovrebbero tutelarli, si ammalano e spendono tutto in medicine mentre le terre vanno in malora. Lo scrittore cerca di lottare contro il clima di noia e di torpore che si respira nei borghi isolati e che induce a non credere che ingiustizie secolari possano essere rimosse. Eccolo in un momento di apatia:

"L'eterno ozio borbonico si stendeva sul paese, costruito sulle ossa dei morti: distinguevo ogni voce, ogni rumore, ogni sussurro, come una cosa nota da temi immemorabili, infinite volte ripetuta, e che infinite altre volte sarebbe stata ripetuta in futuro. Lavoravo, dipingevo, curavo i malati, ma ero giunto a un punto estremo di indifferenza. Mi pareva di essere un verme chiuso in una noce secca".

C'è anche una vivace attenzione "sociologica" per questo mondo che vive di credenze antiche, superstizioni, magia (peraltro riscontrabili anche in realtà del Nord, come racconta Nuto Revelli nel suo Il mondo dei vinti). In questi luoghi la modernità si è appena affacciata. Molte credenze hanno un sapore pre-cristiano; ad esempio la sua domestica non spazza la sera fuori dalla porta per non infastidire l'angelo che veglia la casa sull'uscio e molti contadini gli parlano di vivaci scontri con piccoli spiritelli dispettosi (sarebbero le anime dei bambini morti prima del battesimo). Le descrizioni della cultura locale che il dotto medico di Torino riporta con attenzione e partecipazione sono la parte più pittoresca del libro e affiancano la disanima dei mali e delle storture. La diagnosi del medico su quanto visto è chiara; ma non ha la possibilità di eseguire la terapia e terminato il forzato soggiorno parte non senza tristezza, tra il vivo dispiacere dei "suoi" contadini.

Mostra altro

Luca Lapi, "Memoria"

5 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Luca Lapi, "Memoria"

Memoria

Luca Lapi

Il Filo, 2014

pp 66

8,00

La mia vita si avvita, ancora, dentro al dado della mia sorte che Dio Padre non ha ancora gettato. Si avvita, ancora, alla mia voglia di continuare a vivere, ma non a sopravvivere, non a subirla o subire una vita altrui.”

Ho letto il libro del mio caro amico Luca Lapi. Luca è diversabile, nato con la spina bifida e l’idrocefalo. “Memorie” è la sua autobiografia, semplice e diretta, senza autocommiserazioni o piagnistei che, comunque, sarebbero giustificati. Premetto che Luca ha coraggio da vendere e che ciò di cui ci parla nel libro non è nemmeno un granello della sofferenza alla quale la sua condizione lo espone.

Non cammino. La mamma deve tenermi tra le braccia o su un passeggino, ad ogni mia partecipazione alla Messa domenicale, nella Pieve di San Lorenzo.”

Luca accenna solo brevemente alla gogna di sentirsi additato, non compreso, persino deriso dagli altri bambini quando è piccolo, non racconta il disagio che deve subire ogni giorno, le mille sofferenze quotidiane, si concentra sul dolore psichico, sulle barriere fisiche e psicologiche che la sua condizione frappone fra lui e gli altri, fra lui e la sua voglia di comunicare, di condividere, di dare e ricevere amicizia. Luca soffre la dipendenza dai genitori anziani e la solitudine, sente ogni minuto vissuto dagli altri lontano da lui come un minuto di felicità che gli è sottratto, per egoismo, per faciloneria, per diffidenza.

Si ha l’AMICIZIA quando non si ha più paura del coinvolgimento emotivo e si accetta di “andare allo sbaraglio”, di rischiare con amiche e amici d cui, all’inizio, non ci si fida e ci si spaventa, quando si decide di raccontare tutto di se stessi a 360°.

La carrozzina sulla quale è costretto a spostarsi è la sua gabbia, gli divide la vita a compartimenti stagni. Lui diventa l’amico della biblioteca, del lavoro, della parrocchia, chiuso e limitato in un ruolo che gli sta stretto, vorrebbe allargarsi, estendere la sua amicizia ad altri momenti, conviviali, goliardici, quotidiani.

Ma nella sua lotta, Luca è sorretto da una fede profonda.

La mia fede m’induce a pensare a un disegno di Dio Padre di una mia guarigione dalla Spina Bifida e dall’Idrocefalo, benché non Glielo chieda, più, da tanto, esplicitamente nelle mie preghiere”

Si notino le lettere maiuscole riferite ai due mali che lo affliggono. Luca, d’abitudine, usa la maiuscola per ciò cui attribuisce alto valore morale, come la Madre o l’Amico. Anche il Male merita rispetto perché è il tramite attraverso cui Dio lo ha prescelto, e non punito. Il Signore ha donato a Luca una condizione particolare, che gli permette di vedere il mondo da un’angolazione speciale e con una sensibilità più acuta. Disabilità e ipersensibilità sono entrambe fonti di sofferenza ma anche strumenti di una maggiore consapevolezza, attenzione, conoscenza. Sono ricchezze.

Rendo lode al Signore, con gioia, per il sigillo dello spirito Santo che (…) non mi ha sigillato nei miei dubbi, nelle mie disperazioni, nei miei egoismi.”

Quest’autobiografia alterna momenti di riflessione poetici a elenchi di date e avvenimenti, apparentemente asettici, in realtà connotati da una forte emotività sotterranea, che solo attraverso l’ossessività può essere arginata e incanalata. Peculiare di Luca è l’uso della punteggiatura con una cura maniacale della virgola.

Finisco dicendo che il mio amico Luca non è più un ragazzo, ormai. Non è più il bambino che arrancava sulle stampelle, è un uomo di mezza età ma non si arrende, ha ancora tanto da vivere, da sperimentare, soprattutto da dare.

Dio padre sta continuando a scrivere la mia vita ed io voglio continuare (a Lui piacendo) a conoscerla e a viverla.”

Mostra altro