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Claudia Schreiber, "La felicità di Emma"

23 Luglio 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

La felicità di Emma

Claudia Schreiber

Edizioni Keller, 2010 

 

Un libro irritante, tanto più che inizia illudendo il lettore di trovarsi di fronte ad un racconto con personaggi fuori dagli schemi e un intreccio originale. I protagonisti vengono descritti nei primi capitoli e sono davvero ben riusciti: Emma, trentenne lercia, trasandata e disordinata un po' come i maiali che ama a modo suo, coccolandoli fino a poco prima di accopparli e trasformarli in prosciutti e salamelle; Max, ossessivo - compulsivo rupofobico, verosimilmente vergine non in senso zodiacale alla tenera età di 40 anni, che aspetta il momento giusto di vivere la sua vita e scopre che ha solo sei mesi per farlo grazie ad un tumoraccio dei peggiori; Hans, "migliore amico" di Max, che è in realtà un truffaldino da due soldi, un faccendiere di quarta categoria che nulla sa fare se non piccole truffe assicurative, tanto  alla parte dei conti ci pensa Max, e rifilare auto usate a cinquantenni incrostate di fondotinta e arroganza piccolo borghese. Un trio perfetto, un inizio spumeggiante con l'incontro dei tre che con questi presupposti può dare solo una cascata di trovate esilaranti, innovative, magari politicamente scorrette, perché no? Ripeto: PERCHÉ NO? Perché invece dopo la prima metà la scrittrice opta per immettere la storia nei binari del normale, del falsamente consolatorio e bugiardo, ipocrita e prevedibile, distruggendo l'originalità iniziale e scrivendo svogliatamente un romanzetto rosa dei più beceri, in cui TUTTI si ravvedono e si raggruppano al centro della gaussiana dove si posizionano le persone cosiddette "normali"? Dove Emma da sudiciona diventa Mary Poppins, Hans un filantropo e Max strumento per la "felicità di Emma". E quale sarebbe cotanta agognata felicità? Il sogno piccolo borghese della nostra società micragnosa e consumistica, soldi e famiglia, ci mancava la casetta col giardino e il cagnetto yorkshire, ma immagino che un paradiso tropicale con gli albatros possa fare da succedaneo in assenza delle ultime due. Pollice verso.

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Angela Angiuli, "Storie di un tempo minore"

22 Luglio 2017 , Scritto da Angela Caccia Con tag #angela caccia, #poesia, #recensioni

 

 

 

 

Storie di un tempo minore

Angela Angiuli

 

Fara Editore, 2016

 

 

È come se lanciassimo qualcosa di noi - scardinato dalla nostra struttura che ci identifica, lontano da un linguaggio comune convenzionale - oltre noi: sarà questo un buon verso. Non cade, non scivola, ma siamo noi a lanciarlo in un immaginario oltre, perché viva di vita propria; una parte che ci appartiene ma che è giusto se ne differenzi per quel suo dire e raccontare aldilà dell’io che l’ha generato.

È il gusto di un momento di grazia: in una lingua impopolare, come inesplorata, un fiato d’anima - o chi per lei - nell’attimo in cui è stritolata da un peso o avvolta da braccia possenti.

Una considerazione che mi ha suggerito la lettura di questa BELLA silloge di Angela Angiuli, Storie di un tempo minore, edito dalla Fara di Alessandro Ramberti. Il titolo, a primo acchito, spiazza un po’, ma tutto si gioca su quell’aggettivo, minore, che - forse … probabilmente… - non indica qualcosa di inferiore ma di subordinato, non di marginale ma di giovane, sorgivo.

Sul retro della copertina, sette righe dell’autrice spiegano il motivo e l’ispirazione di questi versi succosi: un prosimetro

 

“Questo libro è stato scritto per il dolore di molti e per la vita che in tutti continua a circolare e a sporgerci in avanti, nonostante tutto. È stato scritto in dialogo d’intimo silenzio con Mino, fratello minore, che a 37 anni ha lasciato questa vita per l’Altra. Continuerà ad essere scritto in tutti coloro che leggendolo troveranno voce per tutto quello che in noi non ha suono”.

 

Ma, da qui, a desumere che si tratti di pagine addolorate dolenti, di quelle che ti portano, insieme all’autore, in un baratro, si sbaglia. Mai, come in questo caso, così valide le parole del filosofo ginevrino Henri Frédéric Amiel

 

“La poesia è liberazione, perché è una forma di libertà. Lungi dall’essere un’emozione, essa è lo specchio di un’emozione; è al di fuori e al di sopra, tranquilla e serena. Per cantare una sofferenza, bisogna esser già, se non guariti di questa sofferenza, almeno convalescenti. Il canto è sintomo di equilibrio; è una vittoria sul turbamento, è la ripresa delle forze.

 

E il canto dell’Angiuli ha un che di vittorioso: il dolore trova nel verso una casa, tra le tante, che fanno villaggio e forse l’anima:

 

A Mino  (pag. 31)

 

Mio fratello è un tramonto di rose

a cui ha mangiato le spine

uno stormo di uccelli di cui ha preso la direzione

e vola vola e guida l’avanzata

delle stelle sul mare

che tanto ha amato fino a traboccare.

Voleva cavalcare le onde - lui - come un puledro,

ci è saltato sopra con un salto gentile

troppo alto per capire, è arrivato fino alle sirene,

ha avuto un bell’ardire.

Veleggia ancora lui dalla spiaggia,

ha mangiato la sua morte, ne ha trovato l’ormeggio

e il coraggio di dire - si -

ad un mondo nuovo che albeggia.

 

E ancora da pag. 24

 

I suicidi sono animali interessanti

hanno il becco di un picchio

con cui rompere la scorza della vita

mangiano ossa spellate dalla consunzione

                               quotidiana

le bucce trovano gustose e pare che gettino il frutto.

Ma io so che hanno la vista lunga

più lunga del desiderio, loro lo sanno attraversare

tarlare il creato fino in fondo

perché il loro frutto non è più qui

ha allungato i rami nel giardino del Vicino,

e loro - lì - se lo vanno a prendere.

 

La delicatezza di questi versi su un tema che raggela, il tutto “maneggiato” con dita di vento, sottile profumato: parole che non condannano non assolvono - e come potrebbero?... – si limitano a intravedere il giardino del Vicino che sa come prendersi ancora - e per sempre - cura di quei rami che hanno oltrepassato la staccionata.

Affascina in questi versi, in ogni pagina, una fede grande sincera spensierata perché, già da tempo, meditata e sofferta e, quindi, consolidata. E come ogni poesia di fede che si rispetti, di fatto, non parla - né può parlare - di morte, ma solo di resurrezioni.

La poesia è e sarà sempre intraducibile, resterà “regionale” anche se di tanto in tanto tenderà verso altre fonti d’ispirazione – così scrive Harry Martinson, poeta e scrittore svedese, Nobel per la letteratura nel 1974.

Forse - oso - la poesia vera è anche incommentabile: ogni lirica un viaggio, compiuto seguendo un tracciato preciso che ha escluso altre strade; occhi che hanno conservato e raccontato quei paesaggi e non altri; a chiosare un buon verso si rischia di togliere o aggiungere una foglia ad un albero, di suo, già perfetto. Da pag. 41

 

Scrivo fragile

sono un popolo senza storia

- tracce di mosca - tarli di carta.

Scrivo a matita per il bambino che in me aspetta il semplice

linee storte o oblique per tracciare la Speranza

                               che fugge ogni misura

 

Scrive fragile la Nostra, per non disturbare - forse - le voci che la popolano, che in lei convogliano, si intrecciano. Siamo la somma di ciò che leggiamo e più amiamo, una mirabile sintesi. Ma il superamento di quella sintesi - e Angela Angiuli lo sa bene - quando e se arriva, è voce cristallina e vergine di poeta: CHAPEAU !

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THE WAR – IL PIANETA DELLE SCIMMIE

21 Luglio 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #cinema, #fantascienza

 

 

 

Regia di Matt Reeves

Premetto che sono alquanto allergica alle trilogie soprattutto se me le diluiscono in 6 anni perché tendo a dimenticare gli episodi precedenti. A costo di attirarmi pomodori marci e altre amenità, inoltre, ritengo il film del '68 con Charlton Heston tutto fuorché un capolavoro, più nel dettaglio la trovo una bellissima idea distopica messa giù in maniera imbarazzante (un esempio su tutti: prendi una navicella, atterri su un altro pianeta e trovi scimmie che parlano inglese perfettamente come te e non ti viene un dubbio? No, dico, passi il confine col Messico e non capisci nulla più quando la gente apre bocca ma su un altro pianeta parlano la lingua di Shakespeare, cioè, un astronauta qualche domandina dovrebbe porsela, ma vabbè, diciamo che occorre sospensione dell'incredulità). Veniamo però al terzo e ultimo capitolo della saga che ho visto recentemente. Non ci metterei la mano sul fuoco per i vaghi ricordi che ho degli altri due ma direi che qui l'approfondimento psicologico ha avuto la meglio sull'intreccio. La guerra più che tra due popoli è tra due capi: Cesare e il Colonnello. I due però superano la visione manichea di buono e cattivo offrendo personaggi spigolosi, pieni di contraddizioni, difetti, personaggi confusi, che cedono troppo all'emotività (Cesare) o alla razionalità (Colonnello). Ognuno di loro ha la sua personale idea di come salvare il proprio popolo e vincere la guerra e, ovviamente, entrambe si riveleranno assai difettose. Ho apprezzato l'introduzione nella sceneggiatura di uno snodo che finalmente risolve una domanda lasciata in sospeso dal primo film con Heston (che cronologicamente segue) ovvero: perché i primati parlano ma gli umani no?!?!! Grazie a questa idea si spiega l'anomalia del film del '68. Apprezzabile anche l'idea di introdurre Nova, una bambina che fa da ponte tra le due specie ma che purtroppo resta lettera morta non essendo questa figura presente nel fim originale. Mi lascia perplessa l'omaggio evidentissimo all'altro Colonnello di coppoliana memoria, Kurtz, tanto che, se mai avessimo dubbi sulla citazione, ci viene suggerito con il gioco di parole "ape - pocalypse now" scritto in un tunnel. Sarà pure che nei decenni ormai è diventato un archetipo ma mi sembra che venga citato un po’ troppo negli ultimi tempi e non sempre a proposito.

Sottotracce: evidente quella ecologica, palesemente enunciata da Harrelson, della Natura che si rivolta all'uomo che cerca di dominarla. Meno evidente quella politica (sempre che non me la sia sognata) del "non vi combattiamo per odio ma perché siete più numerosi e intelligenti e se vi lasciamo ci sopraffate". In ogni caso la fine è nota per cui se davvero quest’ultima è presente è il regista non la vede bene per gli americani e l'Occidente in genere.

In complesso fantascienza buona con spunti etici ma sono altri quelli che mi fanno impazzire.

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PREMIO COMBAT PRIZE 2017

20 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #concorsi, #arte, #pittura, #fotografia

 

 

 

Si è conclusa sabato 15 luglio, nella meravigliosa cornice dorata della Sala degli Specchi del Museo Giovanni Fattori di Livorno, la ottava edizione del PREMIO COMBAT PRIZE 2017 decretando i vincitori di quest'anno.

 

La giuria composta da Andrea BruciatiElio GrazioliFrancesca Baboni, Lorenzo Balbi, Lorenzo Bruni, Stefano TaddeiWalter Guadagnini, ha scelto come vincitore della sezione Pittura Barbara De Vivi con l'opera “Medea” con la seguente motivazione:
 

Per una ricerca che si nutre di una modalità pittorica potente, giocata sulla stratificazione e su reminiscenze oniriche e per una efficace rilettura contemporanea del mito classico. La tela è alimentata da una narrazione pregnante ed efficace, ricca di connessioni concettuali dettagliate che fa presagire interessanti potenzialità.

 

Menzione speciale della giuria a Francesca Chioato.

 

Per la sezione Fotografia la giuria ha decretato vincitore Karin Schmuck con l’opera Mothers I per

 

la capacità di affrontare un genere classico della fotografia, il ritratto familiare, rovesciando le attese del soggetto e dello spettatore, attraverso una peculiare scelta iconografica. Il rapporto tra le due figure è elaborato come incontro totalizzante di corpi, autentica fusione che esclude la riconoscibilità individuale legata alla rappresentazione del volto. Il fondo uniforme rafforza ulteriormente il rimando alla tradizione del genere anche in chiave di citazione pittorica.

 

Menzione speciale della giuria a Luca Gilli.

 

Per la sezione Grafica la giuria ha premiato Giorgia lo Faso con l’opera SAMSUNG GALAXY S4

 

per la capacità di riuscire a far convivere nelle sue immagini due temi distanti come quello del monocromo e quello della scrittura immediata dei messaggi lasciati nello spazio urbano da chi lo attraversa. Questa ricerca le ha permesso di approdare a soluzioni estetiche inedite perché indaga nuovi equilibri nella classica relazione tra fondo e soggetto, approdando ad nuovo campo di studio con cui rilegge la tecnica classica della grafica d'arte alla luce della comunicazione globale e delle piazze virtuali.

 

Menzione speciale della giuria a Massimiliano Galliani.

 

La giuria ha decretato vincitore per la sezione Scultura/Installazione Davide Sgambaro con l’opera “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno”

 

per la capacità di indagare in maniera non scontata il medium installativo traslando il proprio corpo in una sorta di performance collettiva perfettamente inserita nello spazio. Immersiva risulta la capacità in cui il suo lavoro riesce a coinvolgere il pubblico, suscitando sensazioni di sorpresa, inquietudine e claustrofobia.

Menzione speciale della giuria a Mauro Panichella.

 

Infine per la sezione Video la giuria ha assegnato il premio a Ana Devora con l’opera Marionetas. Constatando che

 

nella congiuntura attuale i processi educativi sono al centro di una ridefinizione del tessuto sociale, l’autrice, proponendo un’indagine sulle modalità tipiche di trasmissione di determinati valori, ne evidenzia e coglie l’insieme delle loro potenzialità per il futuro.

 

Menzione speciale della giuria a Irene Lupi.

 

 

Per quanto riguarda i premi speciali, il premio “Fattori Contemporaneo, che consiste in una personale al Museo Fattori nella programmazione 2018, viene assegnato a Alberto Sinigaglia con la seguente motivazione:

 

Assodato che il rapporto tra realtà e finzione, tra documento e creazione è fondamentale nella costituzione del linguaggio fotografico, l’interesse dell’autore si concentra sulla ricerca delle fonti. Queste possono essere aggiunte o essere sostituite, attraverso un percorso nel quale il concetto stesso di verità viene posto in discussione. A partire da queste premesse, la realizzazione di un viaggio che è insieme riflessione sulla scienza, sull’immagine e sull’immaginario collettivo e si sviluppa tra fotografia, installazione ed editoria ha convinto la giuria a premiare l’opera.

 

In ultimo per il nuovo premio ART TRACKER, dove quattro artisti under 35 saranno inseriti nella programmazione eventi di LUCCA ART FAIR per un nuovo progetto curatoriale, i vincitori sono: Martina BrugnaraChiara Campanile, Marco Groppi, Simone Monsi.

 

 


 

PREMIO COMBAT PRIZE 2017

 

 

 

The eighth edition of the PREMIO COMBAT PRIZE 2017 came to an end on Saturday, July 15, in the spectacular gilded setting of the Sala degli Specchi in the Museo Giovanni Fattori of Livorno, proclaiming the winners.

 

The jury — Andrea BruciatiElio GrazioliFrancesca Baboni, Lorenzo Balbi, Lorenzo Bruni, Stefano TaddeiWalter Guadagnini — has selected as the winner of the Painting section Barbara De Vivi with the work Medea. Motivation: for her explorations nurtured by powerful painting, with layerings and oniric recollections, and for an effective contemporary reinterpretation of classical myths. The canvas thrives upon incisive narration, laden with detailed conceptual connections that foreshadow interesting potential.

Jury special mention: Francesca Chioato.

 

For the Photography section, the winner is Karin Schmuck with the work Mothers I, for her ability to face a classic photography genre—the family portrait—while challenging all expectations of the subject and the spectator, through a unique choice of iconography. The relationship between the two figures is elaborated like a totalizing encounter of bodies, an authentic union that excludes individuality related to portraying faces. The uniform backdrop further emphasizes the reference to this genre tradition even as regards painting.

 

Jury special mention: Luca Gilli.

 

For the Graphic Art section the jury awards Giorgia lo Faso for her work SAMSUNG GALAXY S4, for her ability to make two very dissimilar themes— such as the monochrome and instantaneous messages left in the city space by those who cross it— coexist in her images. This investigation has allowed her to formulate unique aesthetic solutions because she investigates new balances in the classic relationship between background and subject, exploring new fields of study with which she reconsiders the classic technique of graphic art in light of global communication and virtual squares.

 

Jury special mention: Massimiliano Galliani.

 

For the Sculpture/Installation section the jury awards Davide Sgambaro and Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno, for his ability to investigate, in a refreshing way, installation by turning his own body into a sort of collective performance perfectly part of the space. His work is able to engage the audience, arousing feelings of surprise, restlessness, and claustrophobia.

Jury special mention: Mauro Panichella.

Finally, the award for the Video section goes to Ana Devora for her work Marionetas. Aware that in today’s world, training and education processes play a key role in redefining society, the artist, offering to investigate the typical means of handing down determined values, highlights these and grasps their overall potential for the future.

Jury special mention: Irene Lupi.

 

As far as special awards are concerned, the “Fattori Contemporaneo” prize, which consists in a solo exhibition at the Museo Fattori during the 2018 events program, is given to Alberto Sinigaglia for the following reason:

Convinced that the relationship between reality and make-believe, between documenting and creating is fundamental in composing a language of photography, the artist is focused on investigating sources. These may be added or replaced, through a course where the very notion of truth is challenged. Starting from this premise, embarking on a trip that is both a reflection on science, on images, and on the collective imaginary and which unfolds through photography, installation, and publishing, has convinced the jury to award this work to him.

Finally, for the new prize ART TRACKER, where four artists under 35 will be part of the LUCCA ART FAIR events for a new curating project, the winners are: Martina BrugnaraChiara Campanile, Marco Groppi, Simone Monsi.

 

 

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Letteratura, una perdita di tempo: parte I, fottiti Dostoevskij

19 Luglio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco

 

 

Passiamo ad un altro scrittore trash di successo: Dostoevskij. Tanto per cominciare, Dostoevskij era un idiota, per sua stessa ammissione: la figura principale de L'idiota l'ha concepita prendendo sé stesso come modello. Il libro mi piacque molto quando lo lessi nell'estate del '93 o '94. Ora gli darei fuoco urlando "Heil Hitler". In qualche modo, data la mia stessa idiozia, mi identificavo nella "purezza" del protagonista, un piccolo cristo epilettico emotivamente perturbato e naif.
Letteralmente un idiota. La morale è che la società è così corrotta che un simil-cristo ne verrebbe devastato psicologicamente e perderebbe la ragione. Il tutto, tenendo buona la premessa iniziale, sembra un formidabile atto di autoerotismo da parte di Dostoevskij, sempre impegnato a costruire personaggi che cadono vittima di se stessi, o che, come in questo caso, sono sopraffatti da un elemento cristiano che lui concepisce come docilità e sottomissione, immolazione ed espiazione - sussurandosi mentre scrive "oh, quanto sei sensibile e tenero, idiota, quanto soffri: vorrei tanto che qualcuno mi frustasse". Come se non bastasse, nonostante sia un idiota, tutte si innamorano segretamente di lui, pur andando con altri. Ma suvvia! Orsù! Non lo rileggerò mai più! La docilità e la sottomissione ci portano a Delitto e Castigo, in cui un superomista nevrotico cerca di affermarsi come individuo superiore alla morale comune commettendo un omicidio e poi viene sopraffatto nel delirio del conflitto interiore tra umanità e superumanità, schiacciato dal fardello del senso di colpa, infermo e balbettante, circondato dai familiari, in stato di deliquio. Quanto piace a Dostoevskij fare ritratti di gente stravolta che soccombe a qualcosa! Quanto lo eccita!
Quanto si identifica, sublimando (si fa per dire) la propria fantasia di essere un piccolo cristo crocifisso! Un sofferente che porta in sé tutta la sofferenza del mondo e si annulla completamente in ciò! Fottiti Dostoevskij. Alla fine ovviamente il protagonista si redime inginocchiandosi davanti ad una prostituta.
Il sacrificio e l' "amore" contrapposti all'affermazione di sé e al dominio, ma in lui sacrificio e amore sono la distruzione del proprio io, una docilità bambolotta ed ebete. Fottiti Dostoevskij! Il suo stile, perlomeno nelle traduzioni che ho letto, è sciatto e logorroico, pleonasticamente abbondante di parole e frasi mai eleganti e che costituiscono un eccesso non dovuto a mire estetiche o funzionali alla storia: ma dal fatto che Dostoevskij scriveva a cottimo, più pagine, più soldi, per le puntante dei suoi romanzi, pubblicati sulle riviste russe! Fottiti Dostoevskij.
Ovviamente Delitto e Castigo, thriller psicologico nicciano (scusatemi il culturismo), mi era piaciuto, e l'avevo consumato io stesso in uno stato di delirio, in una settimana in cui uscivo di casa per spiare l'aspirante giornalista che tornava a casa da scuola, tentando di trovare il coraggio di rivolgerle la parola, seguendo lo schiocco dei suoi tacchi, così affascinanti e adulti, sotto i portici, per poi tornare a casa sconvolto, tutto preso in un vortice interiore nevrastenico che mi risucchiava in fitte e spasmi, devastato dalla necessità nevrotica di stabilire un contatto: facile in condizioni simili identificarsi e farsi trasportare da romanzi anch'essi popolati da gente costantemente al limite del collasso nervoso - così come anche Le Notti Bianche e quant'altro. Sognatori rimuginanti, sentimentaloni ossessivi, goffi solitari, piccoli cristi tanto desiderosi di una croce e quattro chiodi. Fottiti Dostoevskij!

Per me sei solo una memoria del sottosuolo. Non verrò a riesumarti, idiota.

 

Tratto dall'anti-romanzo Alcune note su una non entità

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Claire Asby, "La libreria dei desideri"

18 Luglio 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

La libreria dei desideri

Claire Ashby

 

Newton Compton,2016 

 

Dopo Le Sorelle, thriller conclusosi lasciandomi l’amaro in bocca, mi sono fiondata su un altro libro, libro che risulta essere super gettonato in questi giorni. La libreria dei desideri, della Ashby, è finito sul mio telefono ma non sul mio cuore, ahimè.

Meg è una futura mamma. Malgrado abbia già un pancino discretamente visibile – siamo pressoché al quarto mese – si rifiuta di annunciare il bebè al mondo. Solo la sua amica sa che quella pancia non è dovuta alle lasagne. Non può esibire come trofeo un compagno, e questo le dà un senso di inadeguatezza incredibile. Una delle ragioni per le quali si sente così abbattuta è il suo essere single, irrimediabilmente single. D’altronde il suo ex, del quale è rimasta incinta durante una gita finita nell’alcol, è sposato e ha già quattro figli. Del quinto non vuole proprio saperne nulla.

Quindi, detto ciò, per lei l’unica cosa da fare è fingere di essere solo un po’ ingrassata. Di lì a pochi mesi partorirà un cucciolo d’uomo, ma non si pone particolari problemi.

Nel bel mezzo di tutto ciò, incontra Theo. Ha una gamba sola perché faceva il medico in guerra e un incidente si è portato via metà del suo cuore oltre che un bel pezzo del suo corpo. È forte, un po’ rude, ma interessante.

L’autrice riesce a rendere Meg incredibilmente antipatica. La presenta come una ragazzina che si addormenta sognando anelli di brillanti sull’anulare, uomini carini che accompagnano mogli sorridenti a fare la prima ecografia, una vita normale – e con normale intendo da sposata/incinta.

Sembra un po’ superficiale, un po’ snob nel suo modo di relazionarsi con il mondo circostante. Tutti guardano lei, solo perché è incinta e non ha un anello nel dito. Tutti la osservano, la giudicano, sono pronti a mettere in dubbio la sua serietà perché un marito non le cinge le spalle mentre cammina. Rimango convinta che un buono psicologo le diagnosticherebbe la “sindrome della ragazza normale” – esiste? –, certo solo dopo averle insegnato le basi riguardo ad autostima e forza interiore.

Comunque, Theo è un miracolo in quella che è la sua vita noiosa. Sì, è un po’ maschio, un po’ scorbutico, di quando in quando, ma è l’unico che la scuote dal torpore. L’unico che non capisce perché lei si senta perennemente in difetto, sempre sotto accusa. La sveglia un po’, insomma. Le ricorda che non ci si deve preoccupare di ciò che gli altri pensano. Le dice anche che non potrà comunque tenere nascosta a lungo la cosa – qualora lei non l’avesse capito già.

Theo è un uomo virile, forte. Lei comunque se ne innamora fin quasi da subito. Lui pure. E qual è il problema?, direte voi. Non ce ne dovrebbero essere. Ma lei non dice quello che pensa, lui non esprime quelli che sono i suoi stati d’animo profondi. Quindi, fino alle ultime venti pagine non si riconciliano. C’è il classico meccanismo che io amo tanto – si fa per dire – di pace, guerra, pace, guerra. Praticamente, quando le cose vanno bene, caro lettore, qualcosa di terribile e infausto si abbatterà su questa incredibile storia d’amore. Quando la tempesta è in corso, ci sarà un momento tenerezza per riequilibrare gli animi.

Be’, viva l’amore.

 

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The Kentucky Fried Movie [1977], l'assurdità della realtà cinetelevisiva

17 Luglio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #cinema

 

 

 

 

 

The Kentucky Fried Movie, entrato nelle sale americane nel 1977, ma in quelle italiane solo nel 1985,  fu l'assurda occasione del demente incontro tra i fratelli Zucker, sceneggiatori, e John Landis, regista, i primi in seguito noti, in particolare, per L'aereo più pazzo del mondo [Airplane!, 1980] e La pallottola spuntata [The Naked Gun, 1988], il secondo, tra gli altri, per The Blues Brothers [1980] e Una poltrona per due [Trading Places, 1983] – e coerentemente con queste retrospettive premesse, il risultato è uno scatenato e sregolato folleggiare comico.

Il contenuto è strutturato vagamente come un episodio del Monty Python's Flying Circus, una serie di sketch e gag non particolarmente legati tra di loro, che in questo caso assume i contorni di uno spaccato caricaturale altamente condensato della cultura pop cinetelevisiva americana di fine anni settanta.

Abbiamo quindi parodie di pubblicità, di generici programmi televisivi, interviste, tg, annunci, documentari nonché trailer di film in uscita, che testimoniano l'esplosione dei limiti censorei, avvenuta in quel decennio, nel ritrarre sesso e violenza, nonché il divenire fenomeno di massa del porno, con riferimenti a Gola profonda [Deep Throat, 1972] e Oltre la porta verde [Behind the Green Door, 1972], o l'ossessione per i disastri e le celebrità, sviluppatesi nel sottogenere del disaster movie affollato di star, qui riassunto nella pubblicità di un inventato That's Armageddon!  con relativi cammeo, come quello di Donald Sutherland nel ruolo del cameriere pasticcione. Il segmento più lungo però è dedicato ad una vera e propria parodia, evidentemente piuttoso affettuosa, del filone orientaleggiante sulle arti marziali che impazzava grazie a Bruce Lee, magari con qualche spruzzata di James Bond – ma con un finale alquanto inaspettato.

Nondimeno, in mezzo al divertito riflesso dell'idiozia pop dell'epoca, si insinuano inquietudini più profonde:  in uno spot viene reclamizzato un gioco da tavolo per famiglie in cui si deve coprire l'omicidio del presidente, effettuato da un proprio team di killer, e far digerire al pubblico una versione ufficiale – finta pubblicità che in pochi secondi veicola accuratamente il sempre più largo scetticismo che si era diffuso, negli anni, in relazione all'assassinio di John Kennedy, scetticismo ulteriormente facilitato dalla crescente sfiducia nelle istituzioni, in virtù della sempre più chiare bugie belliche sul Vietnam, e del verminaio di corruzione esumato e tracciato fino alla Casa Bianca stessa: e, del resto, un anno prima del film, aveva aperto i lavori la House of Selected Committee on Assassinations, organismo investigativo ufficiale di reinvestigazione degli omicidi di Kennedy e Martin Luther King  – Comitato che, pur continuando a negare un'articolata cospirazione, concesse, due anni dopo l'uscita del Kentucky Fried Movie, che vi fosse un'alta probabilità che il 22 novembre del 1963, a Dallas, Oswald non fosse stato il solo a sparare.

 

Nuovo dai Barker brothers, un gioco per tutta la famiglia!

“Farla Franca”. Il tuo team ha appena assassinato il presidente.

Riuscirai a “Farla Franca”?

Tira il dado e scoprilo!

Grande! Hai trovato un capro espiatorio. Tira di nuovo.

Carta bonus.

Fai uccidere il tuo capro espiatorio da Jack Ruby.

Bella mossa, perché i morti non parlano.

Oh no! Abraham Zapruder ha filmato l'assassinio.

Brutto colpo. Ma tocca di nuovo a te

e hai un colpo di fortuna,

ventidue testimoni oculari

muoiono di cause non naturali.

Il tuo avversario trema di nuovo.

Oh, oh, attenzione! “Life” compra il filmato di Zapruder

ma TU compri “Life” e mostri i fotogrammi

nell'ordine sbagliato.

Ce l'hai quasi fatta. Ora devi far girare la lancetta dell'opinione pubblica.

Ce l'hai fatta! Il pubblico ci crede.

L'hai “Fatta Franca”!

Ordinabile dai Barker brothers.

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Di buon'ora

16 Luglio 2017 , Scritto da Gianluca Pirozzi Con tag #gianluca pirozzi, #racconto

 

 

Da oltre quaranta anni Gianni si alza di buon’ora. Negli ultimi anni poi, proprio quando la notte cede il passo alla prima luce del mattino, lui ha preso l’abitudine di indossare abiti comodi, ficcare i piedi nelle scarpe lasciate all’ingresso e far scattare un paio di volte il gancio del guinzaglio di Full, quel tanto che serve a svegliare il suo cane, per uscire di casa.

Giù in strada, lui e Full fanno quasi sempre lo stesso percorso: marciapiede di Via Ricasoli, portici intorno a Piazza Vittorio e, a meno che non piova al punto d’accorciare la passeggiata, arrivano a Via dello Statuto e, da lì, attraversando Via Merulana, raggiungono il Colle Oppio.

Sia all’andata che al ritorno, Gianni e Full si muovono in completa e silenziosa armonia. Nella passeggiata di mezzogiorno o in quella della sera, loro due conservano la propria, distinta, identità al punto che, sebbene si dirigano verso la stessa meta e da questa, ugualmente insieme, facciano ritorno, ciascuno pare animato da pensieri e movimenti che non sempre coincidono. Di buon’ora, invece, l’uomo e il cane si aggirano per le vie del quartiere come parti di uno stesso corpo: rallentano, si fermano e riprendono a camminare, senza che l’uno contrasti, neanche marginalmente, con l’altro. Gianni modera il passo come anch’egli desideroso d’annusare qualche ruota, un angolo di marciapiede o un avanzo di cibo e Full riduce la propria andatura, alcune volte scodinzolando, altre volte mettendosi seduto ad aspettare che Gianni abbia scattato, come ha preso l’abitudine di fare da qualche tempo, una fotografia ad uno dei tanti barboni che dormono sotto i portici della piazza o, quando la stagione è più calda, tra i giardini del Colle Oppio.

Gianni ha iniziato ad alzarsi di buon’ora al tempo in cui s’è trasferito a Roma, da quando, per evitare il traffico e la calura che ingabbiavano l’ultimo piano della casa di Largo Preneste, ha cominciato a puntare la sveglia alle cinque del mattino; qualche volta addirittura prima. È a quel periodo che risale la scoperta di un piacere di cui Gianni non si è più voluto privare. Anche negli anni seguenti, quando è diventato ricercatore dell’università e, più tardi, professore, Gianni ha rinunciato a questa abitudine solo in casi eccezionali. Negli ultimi anni, poi, alzarsi anche solo un’ora più tardi ma avere intorno a sé voci, rumori, immagini, tutto già nitido, gli è diventato insopportabile: è come se il suo cervello per mettersi in funzione, per esser in grado d’affrontare la giornata, il traffico, la metro, gli studenti e ogni altra quotidiana attività, avesse bisogno di far succedere al sonno una serie di istanti vuoti, uno spazio che, pur non rimanendo completamente astratto come nel sonno, venga a popolarsi a poco a poco.

Anche quando la sua casa si è andata progressivamente riempiendo di altre presenze, Gianni ha usato quelle prime ore del mattino per prolungare la dimensione ovattata in cui, mollemente e in solitudine, si è dedicato ad attività apparentemente inutili, come starsene seduto qualche tempo fuori sul terrazzino ascoltando i primi rumori della città mentre si fa giorno, oppure restare immobile contro lo stipite della porta, davanti ai letti dei suoi due figli, ancora addormentati. È stato proprio nei loro primi anni di vita che Gianni ha iniziato a osservare quelle creature così uguali immerse nel sonno e a domandarsi se potessero esser animati pure da sogni identici.

Molti anni più tardi, quando Lucia e i gemelli se ne sono andati, Gianni s’è disfatto definitivamente dell’orologio sul comodino, proprio come se tale gesto suggellasse la conquista di un piacere antico da cui, adesso, nessuno più avrebbe potuto distoglierlo: da quel momento è stato lui il signore assoluto di quello spazio e di quel tempo che iniziano quando non puoi dire se è ancora notte oppure è già mattino, e che vorresti prolungare all’infinito.

Di buon’ora, attraverso gesti lenti, articolando pensieri corti, Gianni è divenuto sempre più capace di assaporare ogni istante di tale dimensione: adesso sa riconoscere e assecondare i percorsi liquidi che la sua mente fa passando gradualmente dalla formulazione di idee pure, primo abbozzo di logica, ad un’articolazione appena più complessa, in cui la sintassi scivola da un’idea principale, nutrita al più da una dipendente, verso nuovi e inaspettati legami di coordinazione. In questa condizione, Gianni avverte sempre lo stesso stupore che s’accompagna al venire a galla dei propri sensi, uno ad uno senza fretta: a volte è il fruscio delle lenzuola sul pigiama, altre lo stridere di un motore giù per strada da una distanza che non puoi ancora definire, altre ancora è il rumore di un treno che inizia il proprio viaggio. E benché le immagini dalla finestra della sua camera gli appaiano sempre uguali, tutto questo scorgere, annusare, ascoltare la città, è per lui parte di un rito che ha bisogno di pochissime parole dette o ascoltate. Di buon’ora, infatti, le frasi che Gianni pronuncia sono brevi, al limite dell’essenzialità: sono esortazioni al suo cane, come un “andiamo” o un “si torna”, un augurare “buongiorno” con un sorriso colmo di gentilezza ad un barbone lungo la strada o un “come va?” domandato a Habib, il giornalaio che, per un tempo, Gianni ha ospitato in casa sua.

Ma stamani Gianni sa d’essere pronto: Asunción, la nuova donna peruviana che da circa un mese lo aiuta in casa, pare in grado di poter finalmente badare anche a Full e pure il cane non sembra avere più paura di lei.

Di buon’ora, come sempre, Gianni ha aperto gli occhi, ha scostato il lenzuolo da sé, si è alzato per avviarsi lungo il corridoio; supera il bagno, mollemente oltrepassa pure la cucina ed arriva al terrazzino. Lì fuori è sempre così bello assaporare quei primi brividi che ti salgono appena lungo le gambe e, stamani, giù in strada non s’avverte alcun rumore, pure i furgoni del mercato paiono silenziosi. E tutto intorno c’è la brina: è lì, proprio sulla tovaglia di plastica del tavolo e la si riesce a vedere sulle piante, ferma sulle foglie del limone che a quest’ora paiono brillare quasi fossero pezzetti di lamiera appena illuminati dalla luce.

Gianni si siede, di nuovo immobile qualche istante, appena il tempo di tirare un paio di lunghi e profondi respiri. Poi, lentamente, si alza, avvicina il tavolo alla ringhiera e con un movimento in due tempi, decide di salirci sopra: che spettacolo da quell’altezza! Si possono vedere i binari fin giù all’acquedotto e, più lontano, l’intero profilo disegnato delle montagne che sembrano illuminate da un neon. Se poi si volge a destra, oltre la prima fila di palazzi, riesce a distinguere persino i tavoli e le sedie ancora impilate sulla terrazza del Radisson. Se gira, invece, la testa verso sinistra, in-travede addirittura le chiome delle palme e dei platani più alti di Piazza Vittorio. Se poi guarda in basso, Gianni può, finalmente, lasciarsi cadere. E lo fa.

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Benedict Wells, "La fine della solitudine"

15 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

La fine della solitudine

Benedict Wells

Traduzione di Margherita Belardetti

 

Salani, 2017

pp 307

15,90

 

«Be’, uno viene al mondo ed è plasmato dal proprio ambiente, dai genitori, dalle disgrazie, dall’educazione, da esperienze casuali. A un certo punto sembra scontato poter dire: “Io sono fatto così e così”, ma con ciò si prende in considerazione solo il primo strato, l’io superficiale (…) Per trovare il proprio vero Io è necessario rimettere in discussione tutto quello che si è trovato alla nascita, talvolta anche perdere qualcosa, perché spesso solo nel dolore si impara cosa ci appartiene veramente…  È nelle lacerazioni che ci si riconosce.» (pag 237)

 

Non è un caso che le parti più belle di La fine della solitudine, del tedesco Benedict Wells, siano il principio e la fine. Un cerchio che si chiude e si riapre allo stesso tempo, l’inizio di solitudini incolmabili, di mancanze senza appello, e, tuttavia, una conclusione che lascia aperta la speranza.

I tre fratelli Moreau, Liz, Marty e Jules, crescono senza i genitori, morti in un incidente, imparano a cavarsela in un istituto per orfani e poi affrontano la vita. Ognuno si scontra col dolore a modo suo. Liz vive in maniera esagerata, preda delle dipendenze e di storie sentimentali sbagliate. Marty sviluppa un disturbo ossessivo compulsivo. Jules deve vedersela con il rimorso, a causa del quale sceglie il lavoro sbagliato.

Suo padre, inoltre, prima di morire gli ha detto che un amico vale più di tutto e, per dargli retta, Jules non riesce a concretizzare il suo rapporto con Alva, la compagna di scuola da sempre desiderata. Temendo di perderla e di sbagliare, non le dichiara il suo amore che dopo tanti anni, ottenendola in cambio di un oscuro sacrificio umano, ed espiando la conseguente colpa attraverso la morte di lei.

 

In quegli anni era un continuo mancarsi a vicenda:avevamo riconosciuto troppo tardi quello che provavamo l’uno per l’altra, legati com’eravamo al bisogno di amicizia. (pag 275)

 

Alla fine i suoi due gemelli si troveranno orfani come lui è stato orfano, ma, forse, grazie alla sua presa di coscienza e maturazione, la loro sarà un po’ meno “solitudine”, perché avranno al fianco un padre che potrà accompagnarli nella crescita e difenderli anche da se stessi.

Un romanzo imbevuto di filosofia sottesa - “Il Sé ha da essere infranto per divenire sé”-, forse un po’ squilibrato nella struttura, che dà fin troppo spazio allo sviluppo ripetitivo della personalità dei tre fratelli e lascia in ombra eventi importanti, come il suicidio assistito del marito di Alva e il misterioso passato di lei in Russia. Un romanzo che procede, a volte, un po’ troppo per accumulo, un accumulo che a tratti diventa pesante e a tratti, invece, si traduce in sottigliezza psicologica. Un romanzo che si basa su ciò che è accaduto, su ciò che accade e su ciò che avrebbe potuto essere nel caso che. Quante volte ci voltiamo indietro a guardare, chiedendo cosa sarebbe successo se avessimo scelto un’altra via, se certi eventi non ci avessero condizionato, se certe morti non ci avessero bloccato e poi rilanciato nel vuoto, deviando la nostra traiettoria.

Jules è un sopravvissuto – lo è fisicamente a un sinistro – un naufrago che alla fine deve approdare da qualche parte e ripartire da capo, da ciò che gli resta, salvaguardando i ricordi, di cui diventa custode ma anche interprete a posteriori, perché non tutto era come sembrava. Impara a sue spese che la vita è sentimento, passione, rimorso, paura, solitudine, ma anche cultura, spirito, musica, pensiero filosofico. Ce lo dice Alva prima di andarsene.

 

«Se davvero devo morire» disse, «voglio farlo a testa alta. Quindi vivere il più a lungo possibile così come ho sempre vissuto. Leggendo e imparando»

 

 

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Rosa

14 Luglio 2017 , Scritto da Gianluca Pirozzi Con tag #gianluca pirozzi, #racconto

 

 

 

 

Non ha mai detto a nessuno quando esattamente l’ha scoperto, o meglio, quando le è accaduto di conquistarne una piena consapevolezza che quel gesto costituiva il solo, possibile, rimedio. È certo che per giungere a quella soluzione Rosa ha seguito un estenuante percorso empirico fatto di tentativi innumerevoli che - ora perché complessi, ora perché infruttuosi - l’avevano di volta in volta condotta a disperare di poter definitivamente controllare quella paura di esser inadeguata e incapace di fronteggiare i possibili imprevisti e le contrarietà con cui tutti, prima o poi nella vita, devono fare i conti.

Per Rosa, infatti, anche adesso che mancano pochi giorni al proprio settantatreesimo compleanno e sebbene la vita le abbia regalato un’esistenza tutto sommato felice, un marito che le è ancora accanto, una figliola responsabile e coscienziosa - come lei ama ripetere - e soprattutto Tiziana, la sua unica adorata nipote, vi sono dei momenti nei quali quella strana ansia sembra poter prendere il sopravvento. Ed allora, l’unico espediente serbato intatto negli anni con il quale Rosa può recuperare la calma interiore, consiste ancora nel chiudersi in bagno - non in un bagno qualsiasi, ma proprio quello della sua abitazione. Questo spiega la riluttanza con la quale, per tutta una vita, Rosa ha evitato qualsiasi viaggio che avesse una durata superiore alla settimana, per esser sicura di rintanarsi nella quiete di quello spazio, immergersi per una durata che può variare da un minimo di pochi minuti a fin oltre la mezz’ora, in modo da sottrarsi (momentaneamente) ad ogni altra occupazione e preoccupazione.

A Rosa piace, infatti, restarsene così segretamente confinata tra le pareti maiolicate, egoisticamente abbandonata al benefico effetto liberatorio prodotto dall’adagiarsi con le parti più intime della sua persona in un bagno di acqua calda. Molto calda.

Sì, è proprio il sollevare le proprie vesti, liberarsi della biancheria intima, andarsi a sistemare a cavalcioni del bidet già ripieno di acqua, che le consegna finalmente lo stato di calma e di benessere di cui ha ripetutamente bisogno. Rosa, infatti, non ha mai veramente prestato ascolto ad altri suggerimenti - come quelli delle amiche cui aveva confidato quelle ansie.

Nulla è come quel bagno caldo; né tisane rilassanti, né immersioni dell’intero corpo nella vasca da bagno (magari sciogliendovi del bicarbonato o qualche goccia di oli essenziali), né tantomeno lunghi pediluvi - seguiti da qualche manipolazioni ai plantari con creme o speciali balsami odorosi d’Oriente. O, piuttosto, passeggiate nel verde, esercizi di respirazione, ascolto di qualche brano di musica classica o, ancora, la pratica di piccole prove di manualità come il ricamo, il lavoro ai ferri o all’uncinetto - tutte pratiche nelle quali si è sempre destreggiata con risultati eccellenti - la gastronomia, la lettura o, ancora, l’applicarsi in qualche rompicapo o, infine, alcuni semplici istanti di completo ed assoluto riposo, restandosene distesa sul letto con la mascherina sugli occhi… nulla, proprio nulla, è per Rosa, neanche lontanamente paragonabile allo stato di sollievo che s’accompagna alla pratica del bidet.

E, sebbene tale assoluta consapevolezza sia emersa in età adulta, Rosa doveva averlo però intuito sin da bambina, da quando aveva più o meno l’età che ha ora la sua unica nipotina, Tiziana, con la quale Rosa trascorre quasi tutti i suoi fine settimana. Di quella intuizione, Rosa ricorda d’aver deciso di mantenere un certo riserbo, mettendone a conoscenza solo le persone più care. E le ci erano voluti almeno cinque anni di matrimonio prima di potersi sentire libera di rispondere alle domande ed alla curiosità di Ennio - suo marito - in relazione all’abitudine di sottrarsi improvvisamente alla vita familiare per concedersi quelle soste nella sala da bagno, e più tradi solo al compimento del decimo anno di età di Susanna - sua figlia - aveva confidato anche a lei il suo segreto.

Più tardi, quando era ormai una donna adulta - ispirata, forse, da una gita fatta a Caserta per visitare la Reggia - Rosa ha scoperto (sorridendone intimamente) che la regina Maria Carolina doveva aver nutrito, secoli prima di lei ma probabilmente con la medesima consapevolezza, la sua stessa inclinazione, avendo fatto installare nella stanza reale un bidet, arredo rarissimo all’epoca. A sua volta, proprio per rendere più confortevole e proficua la permanenza in bagno, Rosa ha vi ha introdotto alcuni accorgimenti specifici, non solo il telefono per eventuali urgenze ma, soprattutto, il piccolo tavolino pieghevole che ha sistemato per anni a cavallo del sanitario, così da potersene stare comodamente assisa per dedicarsi - contemporaneamente all’immersione - alla lettura di un libro o della rivista di giardinaggio e, financo (durante gli anni del suo insegnamento di greco e latino) alla correzione dei compiti dei suoi alunni di liceo.

Che fosse mattina tarda, pomeriggio o sera tardi, senza bisogno di dare troppe spiegazioni, Rosa ha sentito sempre il bisogno di quei ricoveri che ha preannunciato ad Ennio o a Susanna utilizzando sempre la stessa frase come mi ritiro per qualche momento oppure, in casi rari, vado a leggere qualcosa di là.

Dunque, non stupì per nulla Ennio, né tantomeno sua figlia, il contenuto dettagliato della seguente richiesta che - insieme ad una pagina con brevi istruzioni sui pochi beni sottratti alla comunione del patrimonio con suo marito - furono ritrovati nel cassetto del comodino di Rosa circa una settimana dopo la sua scomparsa avvenuta per ischemia cerebrale appena qualche settimana dopo l’improvvisa e terribile morte della sua adorata nipotina.

 

“Caro Ennio, Cara Susanna, - così si poteva, infatti, leggere sul primo capoverso della lettera su quella carta azzurrina, sistemata in modo da sporgere appena dal libro La moderna cura delle bulbose, nel quale Rosa l’aveva riposta forse in attesa che fosse ritrovata e certamente anni addietro, forse prima della nascita di Tiziana poiché non vi era alcun riferimento a sua nipote.

Sono certa che più di una volta vi siate interrogati sul perché della mia particolare abitudine, alludo alla consuetudine di richiudermi in bagno per starmene in ozio… Ebbene, vi ho taciuto, e me ne dolgo, il racconto di quanto occorso nei primi anni della mia vita, sia per desiderio di non creare in voi  - meglio ammetterlo, soprattutto in me - un ulteriore imbarazzo e la necessità di ripercorrere con voi questo doloroso evento, sia perché, lo ammetto, ho finito per dubitarne io stessa della veridicità dell’accaduto non avendo altri testimoni se non i miei ricordi e preferendo - perché meno tragico - reputarlo frutto della mia pura immaginazione.

Il fatto risale ai miei primissimi anni di vita, potevo avere circa due anni. So che non può esser accaduto dopo poiché la persona - Assuntina - la donna cui collego l’episodio, sarebbe scomparsa poco prima del compimento della mio quinto anno di vita, ed io sarei stata affidata alle cure di Celestina, la balia che sarebbe rimasta in casa nostra fino al mio matrimonio. Assuntina, come poi sarebbe stato confermato da mia madre, qualche anno più tardi aveva dovuto far appello alle sue più ancestrali conoscenze in campo di puericultura per frenare il pianto ininterrotto cui mi abbandonavo sin dai primi istanti di vita ogni giorno, all’imbrunire. Io conservo ancora il preciso ricordo di quegli strazianti singhiozzi cui ero preda appena si faceva sera e che parevano non concedermi tregua per tutta la notte, destandomi nel sonno. Qualcuno, raggiunta io la maggiore età, avrebbe ipotizzato che questo sentimento - che io a volte ho interpretato come sopraffazione, altre come agitazione o, ancora, sconforto, e che mi ha accompagnato nel corso dell’intera mia vita fino a questi giorni - sarebbe stato conseguente al trauma subito al momento della nascita per la perdita dell’altra bambina - la mia gemella - morta durante il parto avvenuto proprio di sera. Ciò sarebbe certamente verosimile, perché a questi miei sentimenti si è sempre accompagnato un senso di ineluttabile perdita, distacco, quasi come se la realtà nella quale sono venuta al mondo e in cui ho finora vissuto sia in qualche modo diversa da quella nella quale ho la percezione di esser stata concepita o a cui sarei stata destinata. Ho compreso col tempo anche il dolore dei miei genitori, il rifiuto inconfessato di mia madre di allattarmi affidandomi invece alle cure totali di Assuntina, proprio perché la gioia della nascita della loro primogenita era stata sopraffatta dalla perdita di mia sorella.

 Assuntina riuscì col tempo a trovare un rimedio e a trasmettermi la soluzione. Ogniqualvolta il pianto si faceva convulso, lei immergeva un panno bagnato nell’acqua calda e con questo mi massaggiava le parti intime. Io ho un preciso ricordo del luogo in cui Assuntina utilizzò su di me queste prime, empiriche “cure”. Conservo nella memoria dettagli piuttosto precisi, come la vista dal balcone, il letto della balia accostato alla mia culla, le tende ed il tappeto di quell’appartamento che avremmo lasciato pochi anni dopo e del quale non resta testimonianza neppure nelle immagini fotografiche. Anni più tardi, mia madre mi ha confermato che la stanza nella quale era stata allestita la mia camera da letto aveva le tende a quadri bianchi e rosa come io le rammentavo e che sul letto vi era una coperta ricamata in lana di diverse tonalità di verde, il che mi ha dato certezza della veridicità di quei miei primissimi ricordi. Quando ebbi l’età di camminare, persistendo in me il senso di ansia e le crisi di pianto serali, Assuntina prese a sostituire agli impacchi calmanti delle vere e proprie sedute sul vasino, in cui aveva diligentemente versato acqua tiepida. Fu per me naturale, divenuta autonoma, ricorrere da sola a questa soluzione nei momenti più difficili della giornata, nei quali mi sono sottratta temporaneamente alle occupazioni del momento e alla compagnia dei miei cari. Ecco, dunque, spiegatavi la ragione delle mie ripetute assenze. Non me ne volere Ezio. Non me ne volere Susanna”.

 

Con queste parole Rosa replicò per l’ultima volta al pubblico dei suoi cari il monologo che per una vita aveva perfezionato e recitato a se stessa, sino a persuadersi completamente della sua assoluta veridicità. Non c’era stata, d’altro canto, altra via possibile di fuga per combattere la sofferenza di una violenza impressa nella sua tenera carne di bambina da un padre che, sin dai primi mesi di vita, quasi ogni sera l’aveva morbosamente spogliata ed accarezzata fino ad esplorarle i segreti più intimi dell’animo. Nella versione dei fatti che Rosa aveva provato invano, e per tutta una vita, a raccontarsi e a raccontare quel demone non esisteva più ed al suo posto appariva l’immagine di una balia amorevole ch’aveva lenito i suoi tormenti, l’aveva assistita e coccolata, insegnandole a ripulirsi dalla lordura e dal peso di insostenibili gesti di un padre oscuramente malato.

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