Semplici considerazioni su alcuni aspetti dell’opera "Lo Stato Pontificio" di Ivan Pozzoni
24 Maggio 2026 , Scritto da Teresa Cassani Con tag #teresa cassani, #recensioni, #poesia
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Ivan Pozzoni
Lo Stato Pontificio
Edizioni Divinafollia, 2026
p p.58,
12€
Ciò che cattura subito l’attenzione, quando si esaminano le pubblicazioni impegnate di Ivan Pozzoni, che costituiscono impegnativa lettura, è il linguaggio. Nel linguaggio diretto e sagace, dinamico ed espressivo, composto da numerosi riferimenti e dall’ibridazione tra la lingua colta e la lingua comune, il lettore cerca i motivi fonda(n)ti delle manifeste provocazioni, che risuonano lucide e avvertite quando non dissacranti. Come un novello Cecco Angiolieri, anche nell’opera Lo Stato Pontificio, Pozzoni fa uso di esagerazioni e paradossi per lanciare, a tutta forza, la sua invettiva contro il sistema mondo, permeato da convenzioni e ipocrisia, conformismo e banalità, sovrastrutture ingannevoli e alienanti. I bersagli della critica veemente e mordace, che pare insita nel DNA dello scrittore e che comunque non sottace autentiche esigenze di limpidezza e giustizia, sono, per esempio, i poeti attuali. Di costoro Pozzoni rileva l’esibito alibi dei buoni sentimenti, dietro ai quali si celano invero desistenza e passività opportunista. Si legge in Sono diventato buono: “Tanto l’artista internazionale crede in Gesù e nel mito di Atlante (?) rifuggendo ogni guerra a tutela dei diseredati […] senza nessun sostegno contro il capitalismo nomade delle multinazionali”. L’irriverenza, che informa un’onomastica di aristofanesca memoria, non arretra neanche di fronte al papa neoeletto, ritratto come un docile allineato del sistema. Il L’ernia di Leone (XIV) leggiamo: “Prevost, nomen omen, sarà un estremo militante della liturgia […] è un cittadino sovrano di uno stato straniero extracomunitario […] l’importante è che, schiavo delle democrazie, non bombardi il Molise”. La scrittura di Pozzoni procede come un uragano nella sua formazione e sviluppo: in un vortice che si ingrossa veloce, succhia molteplici elementi per poi gettarli addosso al pubblico di lettori sotto forma di similitudini, iperboli, parallelismi, rimandi, citazioni e digressioni spesso di tipo meta. Il poeta sorprende quando demolisce con toni parodici l’analisi della grecità e dei miti, fondamenti della cultura occidentale, prodotta da penne di rilievo: “Non contento di aver travisato Esiodo […], mr. Alzheimer sostiene l’esistenza di Omero” (Il vaso di Pandoro). Con la sua vis comica e sarcastica Pozzoni stigmatizza e indaga implacabile sulle precipue caratteristiche dell’arte scrittoria attuale. Lo Stato Pontificio si configura come un’opera densa, comprensiva di studi autorevoli e di approdi di maturazione; un’opera performante nella rappresentazione della realtà e nello scandaglio dell’Io; un’opera di indubbio interesse nel panorama letterario e culturale contemporaneo.
Teresa Cassani
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Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2005 e 2026 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni e Kolektivne NSEAE e Lo Stato Pontificio con Divinafollia. Ha scritto/curato 152 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d'avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista. I suoi versi sono tradotti in trenta lingue. Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], braccio “armato” del tardomodernismo letterario.
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