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Tarquinio il Superbo

25 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Tarquinio il Superbo

Alla morte di Servio Tullio i senatori trassero un sospiro di sollievo credendo che Lucio Tarquinio, con cui si erano accordati, rispettasse i patti, ma egli si sedette sul trono ancora caldo del suo predecessore senza chiedere il loro permesso. Appena preso il potere, si mostrò un vero tiranno e per questo fu soprannominato “il superbo”, proprio per distinguerlo dal primo Tarquinio della sua dinastia.

Era un uomo violento e aggressivo, negò la sepoltura di Servio Tullio, perseguitò i senatori, oppresse il popolo e con la forza mantenne il controllo della città durante il suo regno. Creò un regime autoritario e fu despota a tal punto da unire, per la prima volta, nell'odio verso la sua figura, patrizi e plebei.

La maggior parte del suo tempo la trascorse a fare guerre, avvalendosi di un esercito ormai molto numeroso, composto da qualche decina di migliaia di uomini, soggiogò tutta l'Etruria e le sue colonie meridionali fino a Gaeta. Roma aveva conquistato tutto il versante tirrenico della penisola, mantenne il primato sugli Etruschi e sugli Equi, e, sotto il regno del Superbo, fu terminata la costruzione del tempio di Giove Capitolino.

Il suo regno ebbe termine in seguito all'offesa arrecata da suo figlio Sesto a Lucrezia, moglie di Lucio Tarquinio Collatino. La leggenda narra che il figlio del re volle conquistare la moglie di Collatino per una sorta di scommessa tra i due a chi avesse la moglie più fedele. Un'altra versione vuole che, invece, vedendola così pudica e riservata a tessere la tela in attesa del marito, fosse preso dal desiderio di possederla e la violentò. In entrambi i casi la storia termina con Lucrezia che si trafigge il cuore con un pugnale dopo aver raccontato il fatto. Narra allora Tito Livio che Lucio Giunio Bruto, nipote del re, estratto il pugnale dalle sue carni, esclamò: «Per questo sangue, purissimo prima del regio oltraggio, giuro, e vi chiamo come testimoni, che perseguiterò Lucio Tarquinio Superbo, la sua scellerata sposa e tutta la stirpe dei suoi figli con ferro, fuoco e con qualunque forza possibile, né a loro né ad altri consentirò di regnare a Roma» (I 59). Poi, esortò il senato ad abbattere la monarchia. È evidente che la leggenda di Lucrezia che tesse la tela richiama quella di Penelope che aspettava Ulisse, però la storia dice che per un motivo o per un altro fu proprio Giunio Bruto l’artefice della rivolta che portò alla nascita del regime di libertà (libertas) e del consolato (consolatus). In un primo momento, Tarquinio il Superbo si precipitò a Roma, deciso a difendere il potere, ma alla fine fu costretto a fuggire in esilio.

Rifugiatosi per qualche tempo a Tuscolo, morì a Cuma nel 495.

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Orazio Coclite

24 Giugno 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

Orazio Coclite

L’esercito etrusco si dirige verso il ponte Sublicio, se il re etrusco Lars Porsenna, supremo lucumone di Chiusi, accampato sul Gianicolo, riuscirà a passare il fiume, Roma sarà sua.

All’imbocco del ponte sta un solo soldato romano: Orazio, detto Coclite perché cieco da un occhio. Ha la spada sguainata e imbraccia lo scudo, sbaraglia da solo molti nemici.

Sull’altra riva del fiume alcuni soldati romani abbattono con le scuri i sostegni del ponte. “Tagliate”, grida Orazio, poi si getta nel fiume e raggiunge a nuoto i compagni. (Polibio, però, sostiene che affogò).

Roma è salva ma solo per poco, alla fine si arrende e deve consegnare parte del territorio a Veio.

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Servio Tullio e l'inizio del capitalismo

23 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere

Servio Tullio e l'inizio del capitalismo

Alla morte di Tarquinio Prisco, la moglie Tanaquilla, che non era stata soltanto la sua compagna ma aveva con lui condiviso i problemi di stato, dedicandosi all'amministrazione e alla politica estera, fece credere che il marito fosse soltanto ferito gravemente e, in attesa si riprendesse, lo avrebbe sostituito il figlio Servio. Era una donna colta ed emancipata e, quando riuscì a passare la corona al figlio, questi fu il primo re di Roma non eletto dal popolo. Racconta Tito Livio che “... alla morte di Tarquinio Prisco, grazie agli sforzi della regina (Tanaquil) Servio fu posto sul trono al posto del re, come se fosse una misura non definitiva, ma conservò a lungo il regno conquistato con l'inganno, con tanta abilità che sembrava lo avesse ottenuto in modo legittimo.”

Non è del tutto chiaro se Servio Tullio fosse realmente il figlio, o semplicemente un successore da lei designato, ma fu sicuramente un re illuminato che condusse e portò a termine le più importanti imprese. Prima fra tutte, la nuova cerchia di mura intorno alla città che servì a dar lavoro alla classe meno abbiente, necessitando per la costruzione la manodopera di muratori, piccoli artigiani che videro in lui un benefattore.

Roma era enormemente cresciuta anche come popolazione, il diritto al voto era detenuto solo dalla popolazione iscritta ai Comizi Curiati, come abbiamo detto, inizialmente composti dagli incaricati delle trenta curie che rappresentavano tutta la popolazione romana di trenta-quarantamila persone. Ora il numero dei residenti aveva sicuramente raggiunto almeno i centomila, così, come primo provvedimento, Servio Tullio diede diritto di voto ai libertini, cioè ai figli dei liberti o schiavi liberati, creandosi un forte zoccolo duro di proseliti, pronto ad appoggiarlo in ogni decisione. Come secondo provvedimento, abolì le vecchie curie che rappresentavano le più antiche famiglie di Roma, istituì cinque classi definite non in base alla provenienza, bensì al loro patrimonio. Gli appartenenti alla prima classe dovevano dimostrare di detenere un patrimonio di almeno centomila assi, l'ultima di dodicimilacinquecento.

Il sistema precedente era formato da un esatto numero uguale di centurie con uguale diritto di voto, ora le classi si differenziavano per numero di appartenenti e la più numerosa era proprio la prima classe che da sola deteneva la maggioranza, cosicché, anche se le altre si coalizzavano, non riuscivano a batterla. Diventò quello che oggi definiremmo un regime capitalista e il Senato poteva ben poco: Servio Tullio, pur non essendo stato eletto, aveva l'appoggio incondizionato delle classi abbienti a cui aveva dato nuovo potere e, allo stesso tempo, del popolino cui aveva dato lavoro, salari sicuri e cittadinanza.

Così amato e ammirato poté togliersi anche diversi sfizi personali, fu il primo re a indossare una corona aurea e, seduto sul suo trono d'avorio, reggeva uno scettro sormontato da un'aquila. Onde evitare di fare la fine del suo predecessore, si circondò di una guardia personale armata. Purtroppo però tutto questo non bastò e venne ucciso dal genero Lucio Tarquinio che poteva liberamente circolare nella reggia.

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E poi ci sono fiere e banchetti

22 Giugno 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

E poi ci sono fiere e banchetti

E poi... ci sono le fiere, i mercati, i banchetti. Chi resiste? Io no, mi butto a pesce anche se non amo molto l'arruffa arruffa, non ho la pazienza di esaminare un capo alla volta, ma qualcosa riesco sempre, comunque, a scovare. Avete notato, ogni oggetto, separato dal mucchio e portato a casa, abbinato nel giusto modo, acquista il suo bravo fascino. Ecco alcuni esempi.

Il camicione che si può portare sui pantaloni oppure da solo per andare al mare.

Un paio di canottiere, ché sono freddolosa e in questa estate tiepida le porto sempre sotto, meglio se hanno un po' di pizzo o qualcosa che spunta dal sopra a rifinirlo. Sapete, a me piace il caldo, anzi, il caldone, sto bene in un range che supera ampiamente i 30 gradi per arrivare tranquillamente ai 36. Solo allora mi sento viva e ho voglia di muovermi, di uscire, di fare.

Ecco la borsetta azzurra, con tante belle taschine utili per viaggiare.

Ecco, infine, la gonna animalier, da mitigare con un top molto semplice per evitare l'effetto panterona-tardona.

E poi ci sono fiere e banchetti
E poi ci sono fiere e banchetti
E poi ci sono fiere e banchetti
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Tarquinio Prisco e la nascita della plebe

20 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere

Tarquinio Prisco e la nascita della plebe

Con la storia dei Re di Roma arriviamo così intorno all'anno 600 avanti Cristo. Le cose erano parecchio cambiate, Roma non era più una piccola città e con le campagne di guerra erano cresciute le esigenze, si era dato impulso all'industria e al commercio più che all'agricoltura come avveniva in passato. Le botteghe erano piene di garzoni, di apprendisti che, a loro volta, appena imparato il mestiere aprivano attività indipendenti, l'aumento dei salari faceva accorrere gente dalle campagne ma, con l'arrivo dei soldati di ritorno dalle guerre, la città si riempiva anche di schiavi.

Era finita la perfetta democrazia casalinga che Roma aveva istituito e adottato, ora vi era una classe che formava il “plenum” da cui plebe. Fu proprio a questi ultimi che, morto Anco Marzio, si rivolsero le famiglie etrusche che erano, sì in minoranza, ma anche le più ricche, proprio grazie ai commerci e alle attività. Tito Livio nella sua “Ab urbe condita” scrive che tal Lucio Tarquinio fu il primo a cercare l'appoggio di questa nuova classe ignorante e povera e lo fece intrigando in maniera poco corretta. Nessuno si era mai rivolto prima alla plebe, perché la plebe non c'era. Nei comizi curiati erano tutti uguali e non esistevano differenze sociali. Questo Lucio Tarquinio era un giovane di bell'aspetto, proveniva da Tarquinia, era figlio di un greco e si era sposato con una donna etrusca, disponeva di una discreta ricchezza e gli piaceva spenderla in piaceri personali: scialacquone e ambizioso, si metteva in risalto in mezzo a una popolazione dagli austeri costumi. Era colto, sapeva di geografia, filosofia e matematica.

La plebe non aveva diritto di voto ma la massa di cui era composta era disposta a scendere in piazza per appoggiarlo con la speranza che un re straniero avrebbe fatto valere maggiormente i diritti degli stranieri. Forse con una certa ammirazione mista ad invidia, il popolo scelse lui che, una volta eletto, prese il nome di Tarquinio Prisco.

Fu un re autoritario e guerriero, fu il primo re a far costruire una reggia per sé e la famiglia e nella reggia fece innalzare un trono su cui sedere quando prendeva le sue importanti decisioni. Continuò con la politica delle guerre e conquistò tutto il Lazio e poi iniziò a salire verso nord e per fare questo ebbe bisogno di armi, di rifornimenti che le famiglie etrusche provvedevano a procurare ingrassando i loro affari.

Roma sotto il suo regno fece un grosso cambiamento: Tarquinio Prisco fece costruire strade, quartieri ben definiti, case vere e proprie non più capanne, la piazza ove riunirsi, i primi monumenti e, più importante di tutto, la prima fogna cittadina: la cloaca massima. Il radicale cambiamento dello stile di vita portato in città gli procurò il dissenso degli anziani del Senato che erano ancora legati alle vecchie tradizioni, che soffrivano che lui fosse un decisionista e non ascoltasse i loro consigli; lo avrebbero volentieri fatto destituire ma dalla sua parte aveva la plebe, il popolo numeroso e rumoroso disposto a difenderlo con la vita. Così, per liberarsi di lui, per riprendere in mano le redini della loro città, commissionarono il suo omicidio, ma commisero il grave errore di lasciare in vita il figlio e la moglie.

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Mirko Tondi, "Nessun cactus da queste parti"

19 Giugno 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantascienza

Mirko Tondi, "Nessun cactus da queste parti"

Nessun cactus da queste parti

Mirko Tondi

Edizioni Il Foglio, 2016

pp 144

12,00

Mi disse che aveva per la testa un’idea sensazionale, davvero un portento; a dire il vero non c’entrava molto con Conrad, ma poteva considerala la sua personale risalita del fiume dopo un tuffo nella follia umana: un romanzo noir umoristico ambientato nel futuro. Cosa? Ma che stava tentando di dirmi? Forse che aveva mescolato i generi e dissacrato roba alla Chandler, alla Hammet, alla Spillane per farne un minestrone di risate e veicoli fluttuanti nell’aria?” (pag 110)

Se mai c’è stata, nella metanarrativa, un’autodefinizione della propria opera, questa di Mirko Tondi sul suo romanzo distopico Nessun cactus da queste parti, ne è l’esempio più fulgido. L’opera è esilarante, scritta molto bene, un rompicapo di specchi e rimandi a smontare e rimontare generi letterari, dalla fantascienza al noir.

Il protagonista si chiama Conrad, ma il suo nome arriverà solo alla fine e sarà un nome carico di significati letterari. Di professione fa il detective, proprio quello tradizionale con impermeabile, Borsalino e pistola infilata nel retro dei pantaloni. Vive, però, non nella Chicago degli anni trenta, ma a Porto Rens, ovvero ciò in cui si trasformerà New Orleans nel futuro, una città putrida e derelitta, via di mezzo fra Gotham City e la Los Angeles di Blade Runner. In esattamente cento anni da oggi i mutamenti climatici avranno sommerso le terre, le guerre ridisegnato la geopolitica del pianeta, la droga sarà diventata legale e la malavita avrà preso ufficialmente il posto della politica. L’aria di Porto Rens è sporca, il Mississippi è una fogna a cielo aperto, la gente vive di espedienti, la tecnologia è ritornata a livelli preindustriali.

Tutto è visto con uno sguardo sarcastico e deformante. Il noir e la fantascienza si mescolano: da una parte bassifondi, detective alcolizzati e dark ladies, dall’altra viaggi nel tempo e realtà post tecnologiche.

Il protagonista indaga su un ladro di nomi che si sposta fra presente (cioè futuro) e passato, è innamorato di una donna che lo ha lasciato, non ha amici ed è alcolizzato. Forse la parte più riuscita del libro è proprio la rappresentazione, realistica e ironica insieme, della personalità di un alcolista, del suo amore- odio per la bottiglia, degli effetti dell’alcol sul suo corpo e della lotta per disintossicarsi. Mi viene in mente, a questo proposito, Shantaram di Gregory David Roberts. Oltre ciò, colpisce senz’altro la resa del mondo futuro, tratteggiata con stile divertente ma non scevra di competenze storiche, geografiche, climatiche, musicali e intellettuali.

Oltre alla mescolanza di generi, spicca l’interesse dell’autore per la Letteratura, quella con la Elle maiuscola, in particolare il Bardo, cioè Shakespeare, a riprova dell’importanza fondamentale della parola. Per certe religioni è il nome, il Verbo, a dare sostanza e realtà alle cose, e il ladro inseguito dal drago di Porto Rens è, appunto, un ladro di nomi. Nel futuro, anche la toponomastica subisce una trasformazione che, da vezzo modaiolo, va di pari passo con l’alterazione fisica, con il degrado e l’imbruttimento delle località.

Il libro ha il difetto di avere una trama bislacca e di concludersi in modo affrettato ma siamo sicuri che ciò non faccia parte del gioco di straniamento, spiazzamento e ribaltamento dei cliché? Mirko Tondi è appassionato di narrativa e poesia e sembra da una parte inchinarsi alla letteratura e dall’altra sbeffeggiarla, mescolandola ad altri mezzi, come la musica, il cinema di genere, il fumetto; pratica, questa, molto in voga fra i giovani autori, in una commistione fra alto e basso che personalmente trovo interessante e vicina al mio modo di sentire e d’intendere la cultura

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La Roma dei re

18 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

La Roma dei re

Fino al quarto re prevalse l'economia agricola, la maggior parte della popolazione, almeno quella di discendenza latina e sabina, viveva in promiscuità dentro capanne di fango e non vi era differenza fra popolo e Senatori, i quali, come tutti, lavoravano la terra, erano ancora lontani da venire i tempi dei cosmetici per le donne, dei vespasiani, della toga e dell'industria tessile. Un unico vestito e nessun piacere di gola, la sobrietà e la durezza degli antichi romani smentisce gli scienziati che sostengono che la forza di un popolo è proporzionata al suo consumo di calorie, loro dimostrarono che si può conquistare il mondo nutrendosi di un impasto di acqua e farina poco cotto, qualche oliva, un po' di formaggio e un bicchiere di vino solo nei giorni di festa.

Anche il re, sino ad Anco Marzio, era soggetto a questo severo regime: arava la terra, seminava e mieteva come il suo popolo. Non aveva una reggia e risulta che uscisse fra la sua gente, uguale fra gli uguali, senza una scorta per non essere accusato di regnare privo del consenso popolare. Prendeva le sue importanti decisioni all'ombra di un albero, ascoltando il Consiglio degli Anziani che gli sedeva intorno.

Pure per l'esercito valeva uguale regola: i pretori che comandavano le centurie non portavano nessuna mostrina identificativa del grado superiore che rivestivano. Le armi, di cui codesto esercito era dotato, erano per lo più bastoni, sacchi di sassi e spade molto rozze e primitive.

Le prime conquiste che Roma ottenne furono dunque lotte serratissime corpo a corpo. Il nemico, una volta battuto, diveniva succube di Roma, chi lo aveva catturato era padrone della sua vita, poteva ucciderlo o portarlo a casa e farne uno schiavo. Le città venivano spesso rase al suolo, le terre requisite e date in affitto ai sudditi, le battaglie e le conquiste che Roma fece fino al regno di Anco Marzio furono tutte terrestri, i Romani non avevano navi e non sapevano navigare.

Per vedere crescere in tal senso Roma si deve arrivare alla dinastia etrusca dei Tarquini.

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Lucrezia

17 Giugno 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #miti e leggende, #personaggi da conoscere

Lucrezia

I primi re di Roma erano tutti latini. Poi vennero gli Etruschi. I più vecchi e i più saggi fra loro furono nominati senatori. Infine un etrusco diventò re di Roma, e, dopo di lui, un altro e un altro ancora. Dapprima i Romani erano contenti di avere re etruschi che abbellivano la città con palazzi e templi, bonificavano i campi, portavano in città acqua potabile costruendo acquedotti. Le botteghe degli artigiani lavoravano alacremente e i loro prodotti erano venduti in tutto il Lazio fino a quelle terre meridionali dove si erano stabiliti i Greci. Anche i Greci fabbricavano armi, vasi, stoffe, gioielli e avrebbero voluto vendere le loro merci nel Lazio.

Fra Etruschi e Greci scoppiò una guerra e gli Etruschi furono vinti. I Romani approfittarono di questa sconfitta per cacciare i re etruschi. Ormai avevano imparato quello che c’era da imparare e non volevano più padroni stranieri. E così avvenne che i re etruschi furono cacciati per sempre.

Molti erano stati i re di Roma ma col passare del tempo si parlò solo di sette re. Quattro latini, cioè Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio e tre etruschi, cioè Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo, sotto il cui regno la monarchia diventò assoluta e grande fu l’influenza Etrusca.

Una sera, racconta Livio, durante un assedio, il figlio del re, Sesto, discuteva con Collatino della fedeltà delle proprie mogli. Collatino propose che prendessero i cavalli e andassero a Roma a sorprendere le loro consorti nel cuore della notte. La moglie di Sesto fu trovata a banchettare con gli amici, mentre quella di Collatino, Lucrezia, era intenta a filare la lana per confezionare un abito al marito. Sesto fu preso dal desiderio di mettere alla prova la fedeltà di Lucrezia, perse la testa per la bella e pudica moglie altrui, e tornò segretamente da lei, prendendola con la violenza.

« Nocte intempesta nostram devenit domum. »

«Venne da me nel cuore della notte. »

(Varrone De lingua Latina VI 7)

Ecco, non possiamo non pensare a Igraine, moglie del duca di Cornovaglia, presa con l’inganno da Uther Pendragon, col quale generò Artù, non posiamo non vedere Uther che cavalca l’alito del drago per attraversare il fossato ed entrare nel castello di Tintagel.

Ma Lucrezia non partorisce un re, bensì, dopo aver raccontato tutto al padre e al marito e aver fatto loro giurare che l’avrebbero vendicata, si toglie la vita con un pugnale nascosto sotto le vesti. E qui capiamo che la morale celtica era diversa da quella romana.

La tradizione vuole che sia stato questo increscioso episodio a decretare la fine della monarchia e l’inizio della Repubblica.

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Orazi e Curiazi

16 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #miti e leggende

Orazi e Curiazi

Col trascorrere degli anni, Roma cresceva, aumentava il numero degli abitanti e il re, che, dapprima, oltre a celebrare i riti liturgici, a elevare sacrifici agli Dei, amministrava pure la giustizia, non riuscì più ad adempiere tutti i suoi doveri. Si vide così costretto a nominare dei “funzionari” cui affidare alcuni dei suoi compiti di giustizia ed ecco che nacque la “burocrazia”. Fu costretto anche a farsi aiutare nell'amministrazione della cosa pubblica, nominò così qualcuno che si occupasse delle esigenze che aumentavano, cioè che si occupasse di strade, di catasto, di igiene e nacque così il Consiglio degli Anziani o Senato composto dai discendenti per diritto di nascita dei pionieri che erano venuti con Romolo a fondare Roma.

Il Senato inizialmente aveva compito di consigliare il re, in seguito prese sempre più potere. Infine, per completare l'organizzazione dello stato nacque in pianta stabile l'esercito. Ogni curia in cui erano divise le varie tribù, doveva fornire una centuria di uomini, cento fanti, e una decuria, dieci cavalieri, formando così trenta centurie e trenta decurie, pari a tremilatrecento uomini che costituivano una legione. Il comandante supremo delle forze armate di Roma era il Re che aveva sui suoi soldati potere di vita e di morte ma, per l'amministrazione dell'esercito, eleggeva un comizio centuriato che si occupava anche della nomina degli ufficiali, allora chiamati pretori. Il re ebbe in questo modo sempre meno potere e difficilmente avrebbe potuto trasformarsi in un tiranno, suo compito esclusivo restavano le funzioni religiose, conservava il diritto di giudicare i fatti gravi, i delitti rivolti contro la comunità e di comminare la pena di morte.

Questo l'ordinamento che trovò il terzo re di di Roma Tullo Ostilio. Un re molto diverso dal pacifico predecessore che aveva assicurato al popolo quarant'anni di pace e di crescita. Tullo Ostilio fu l'artefice della guerra contro Alba Longa, la città più ricca e importante fra i borghi che circondavano Roma. La leggenda vuole che in maniera molto cavalleresca la vittoria venisse decisa con un duello fra i tre Orazi romani e i tre gemelli Curiazi albalongani, dove l'ultimo dei fratelli Orazi, rimasto solo, uccise tutti e tre i Curiazi decretando la vittoria di Roma. Sta di fatto che Alba Longa fu distrutta e rasa al suolo e il loro re legato a due carri i cui cavalli, correndo in direzioni opposte, lo squartarono.

Il successore di Tullo Ostilio fu Anco Marzio, che continuò con la politica di espansione attaccando e conquistando i paesi dei dintorni.

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LA LEVATA DEL SOLE di Luigi Pirandello

14 Giugno 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

LA LEVATA DEL SOLE di Luigi Pirandello

Il protagonista della novella, Gosto Bombichi, lascia questa lettera alla moglie, dopo una drammatica riflessione sulla sua vita:

Ho perduto: pago. Non piangere, cara. Ti sciuperesti inutilmente gli occhi, e sai che non voglio. Del resto, t'assicuro che non ne vale proprio la pena. Dunque, addio. Prima che spunti il giorno, mi troverò in qualche luogo da cui si possa goder bene la levata del sole.”.

Ha perso molti soldi al gioco, al Circolo dei buoni Amici; i creditori gli hanno dato solo ventiquattro ore di tempo per saldare il debito. È notte fonda e Gosto ha fatto il suo sconsolante bilancio sulla situazione. La vita lo ha sempre nauseato e non trova appigli morali o pratici a sorreggerlo. La moglie tedesca è per lui una persona distante; alla fine nemmeno le lascia il biglietto che annuncia la terribile decisione. Ma ai condannati spetta un ultimo desiderio; il suo sarà quello di vedere la levata del sole. Esce da casa nella tenebra, dopo aver preso la rivoltella. Intende raggiungere un posto dove gustarsi questo evento naturale; sarà uno spettacolo grandioso oppure una cosa da poco, amplificata da tanti poeti e poetucoli? Gosto vuole soddisfare questa curiosità prima di spararsi. L'ambiente cittadino immerso nell’oscurità provoca variegate sensazioni in lui; disgusto e schifo davanti a certi passanti, senso di ristoro grazie alla frescura dell'aria e alla bellezza del cielo stellato. Lentamente si avvia verso la periferia, controllando di avere sempre con sé l'arma. Le strade sono sporche e bagnate; si insozza nel fango. Ormai non c'è più nessuno in giro. È stanco e allora si appoggia a una pietra attendendo che il sole sorga.

Ma cosa significa la levata del sole? Ogni giorno nasce il sole; ogni giorno si apre una possibilità nuova. Forse Gosto, nonostante si premuri di vedere se la pistola è sempre nella sua tasca, si augura che quell'evento gli porti forza e fiducia, orientandolo ad affrontare i problemi e non a fuggirli.

Per la scrittrice Hanna Arendt l'uomo ha il potere di iniziare (un’azione, un discorso, un progetto) e questa facoltà gli viene da quell'inizio che è stato la sua nascita. Ogni giorno l’uomo può intraprendere e creare. La levata del sole darà forza anche al disperato Gosto? Nella triste periferia in cui si trova, dopo qualche ora finalmente la luce arriva, timidamente, quasi scusandosi col mondo ancora in riposo. Poi però si fa decisa e salutare:

Lievi, quasi fragili, rosei ora, in quella luce, pareva respirassero i monti laggiù. E sorse alla fine, flammeo e come vagellante nel suo ardore trionfale, il disco del sole”.

Gosto, appoggiato alla pietra e vinto dalla fatica, in quel momento rappresenta l’umanità sofferente, bisognosa di fede, di infinito, di coraggio per affrontare la vita. Avrà saputo ricevere quanto probabilmente sperava vedendo, per la prima volta, la levata del sole?

Ecco il testo:

“Per terra, sporco, infagottato, Gosto Bombichi, col capo appoggiato al masso, dormiva profondissimamente, facendo, con tutto il petto, strepitoso mantice al sonno”.

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