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Fabio Strinati, "Dal proprio nido alla vita"

3 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #recensioni, #gordiano lupi, #fabio strinati

 

Dal proprio nido alla vita

Fabio Strinati

 

Edizioni Il Foglio, 2016

pp 54

8.00

 

Una montagna scura,

tenebrosa, fredda ed ostile, luoghi di fantasmi

e di leggende, che cantano le loro messe

tra gli alberi sudati dalla pioggia, e i funghi velenosi

cresciuti sulle rocce scorticate dai venti con le unghie. (pag 38)

 

Avendo letto Miracolo a Piombino di Gordiano Lupi e anche il precedente libro di poesie di Fabio Strinati, Pensieri nello scrigno, mi sono molto incuriosita che Strinati abbia scritto un poemetto, intitolato Dal proprio nido alla vita, interamente dedicato al romanzo dell’autore toscano.

In effetti, anche in questo componimento si parla di adolescenza, di spiccare il volo dal proprio nido, di memoria e nostalgia, di voglia di crescere e, insieme, di non farlo. Nel caso di Lupi la metafora è il gabbiano, qui la rondine.

Ciò che diversifica, secondo me, i due autori, è l’età. La nostalgia di Lupi è l’autentico strazio dell’uomo sulla via del tramonto, quella di Strinati sarebbe frutto solo di malinconia giovanile se non fosse che, negli ultimi tempi, egli ha dovuto fare i conti col terremoto e allora il rimpianto è divenuto perdita concreta.

Una Piombino dei ricordi da una parte, le Marche martoriate e aspre dall’altra, rese, però, negli elementi primigeni di boschi e montagne. Il monte Corsegno diventa “scoglio” di montagna, proprio per uniformarsi al testo marino di Lupi, e la rondine è anche gabbiano, ugualmente solitaria, ugualmente alla ricerca di un sé più compiuto, maturo e soddisfatto.

La maturità è ciò che ci permette di soffocare i nostri ricordi. Infatti, per non morire di nostalgia, per crescere, occorre lasciar andare il passato, anche quello recente, e guardare avanti. La maturità è il luogo dove tutto ha un nome, dove le cose sono definite, nette, e perciò hanno già perduto molto del loro fascino e molte delle possibilità. E, tuttavia, è così che deve essere.

Il poemetto è scandito dalle stagioni, narra una crisi esistenziale: non avevo nulla, non sentivo nulla, l’indecisione di un ragazzo che non ha ancora la forza di affrontare la vita, preda di un’inerzia che somiglia alla depressione.

 

Un vento di tramontana che ti entrava dentro le ossa,

che gelava, non soltanto quelle pochissime

parole che non avrei mai detto, ma persino i miei non pensieri (pag 39)

 

Un ragazzo che non riesce a non essere poeta, a integrarsi nel sistema.

Solo la natura, seppure matrigna e squassata da tremende forze telluriche, gli permette di esprimersi, ha un effetto consolatorio, offre speranza di diventare, forse, una di quelle rondini che sanno affrontare la vita.

Rispetto alla precedente silloge c’è il ritorno a un versificare meno ermetico. L’autore abbandona la ricerca lessicale e musicale che lo caratterizzava e ricomincia a chiamare le cose col loro nome. La lingua diventa più colloquiale, a volte troppo, con cadute di stile, (ficcante), altre di sapore ottocentesco (fu candido di sassi e di tovaglie). Le virgole spezzano le frasi, gli enjambement le allungano nel verso successivo. Della poesia resta poco, c’è solo prosa poetica ma forse non è un male.

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Marie Albes, "Apostasia"

1 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #Marie Albes

 

 

Apostasia

Marie Albes

 

Amazon, 2017

pp 433

14,00

 

 

 

Finalmente un libro da leggere come se fosse solo un libro ed io solo un lettore. Intendo dire un romanzo da tenere sul comodino ed essere felici di ritrovarlo la sera prima di dormire, semplicemente per sapere cosa accade nella pagina successiva, per farsi catturare dalla storia e dall’ambientazione. Ho sempre sostenuto che in Italia non ci sono romanzieri come piace a me, cioè narratori a tutti gli effetti, capaci di scrivere un romanzone accattivante, gradevole, non superficiale. Forse mi posso infine ricredere e questa (per me) sconosciuta Marie Albes è la narratrice che stavo cercando.

Non importa se la storia non è originale. Nessuna, a ben vedere, lo è. Le storie sono storie e alla gente piace sentirsele raccontare. Le storie sono spesso uguali, cambia il modo in cui sono scritte. E questa Apostasia è scritta davvero bene, a parte qualche minuscola imprecisione o ripetizione che, sono sicura, ad un successivo editing l’autrice ha saputo rilevare e correggere. La lingua è scorrevole, piana ma coinvolgente, ricca di spunti riflessivi, di pathos e persino di soffusa poesia.

La trama è ben congegnata, sebbene le due figure femminili, Chiara Innocenti ed Elena Gentile (c’è un eco Dickensiano nei loro cognomi) siano un po’ troppo intercambiabili. L’amore, perché di romanzo d’amore e di genere si tratta, è rappresentato, analizzato e vivisezionato in tutti i suoi aspetti. Si vede che l’autrice sa di cosa parla, conosce l’animo umano, l’ineluttabilità della passione, i tempi e i modi della stessa, il dolore dell’abbandono, e li riproduce con tanta finezza psicologica.

L’amore porta all’apostasia, si sostituisce alla fede, anzi, diventa esso stesso fede, fiducia nell’intuito del proprio cuore, nei sentimenti che sono sempre innocenti, nell’amato che non tradisce.

Chiara è una suora che s’innamora, ricambiata, di Josè, un giovane spagnolo di bell’aspetto, giunto nel suo convento per indagare un passato che qui non riveliamo ma che si lega a un vecchio delitto maturato in campo ecclesiastico. La vicenda di Chiara e Josè ricalca quella precedente di Elena e Miguel, in un parallelo troppo poco caratterizzato ma comunque ricco di suspense. Quindi abbiamo amore, thriller, intrigo, atmosfera, tinte forti di stampo ottocentesco, e mi sa che l’autrice ha confidenza con tutti i bei romanzi inglesi.

La narrazione si apre con il cliché del manoscritto ritrovato e prosegue nella campagna fiorentina e senese, fra oliveti, pievi e conventi, per concludersi nella città di Granada. Marie Albes mostra un forte interesse per la cultura e per la lingua castigliana, di cui fa un uso troppo abbondante nel testo, fino a compiere la scelta opinabile di nominare i capitoli in spagnolo.

Un talento, in ogni caso, questa Marie Albes - che pare abbia scritto anche romanzi fantasy- una scrittrice di genere elegante e garbata, un'autentica, piacevole, scoperta.

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L'ologramma (parte 2)

31 Gennaio 2017 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella

Non puoi cronometrare un sogno, non puoi registrarlo su supporti, non dovresti morire dentro.
Perché se l’ologramma ha una valenza, una portata enorme, lo si deve alla sua interiore matematica. È un insieme senza tempo di millisecondi. Una narrazione dentro le zanne d’avorio.

Forse dovremmo insegnare ai neonati ad essere folli. Forse follia e felicità sono indivisibili.
Perché un’idea oggi normale una volta è stata folle, fuori da questo mondo.
Ma quando ho scritto di non essere soltanto un ologramma, l’ho fatto di getto. Senza se e senza ma.
Ho letto che l’anima è un fenomeno border e in parte secondo me ha senso.
Come l’inizio di Futura di Dalla. E poi senti: “Qui tutto il mondo sembra fatto di vetro e sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio.”
Penso che ci sono persone che annullerebbero l’ologramma. Lo eliminerebbero.
Perché la storia ci spiega che lager e gulag fecero fuori milioni di persone.
L’ologramma è un manifesto blu forte su un muro opaco, è un progetto infinito. È una macchina da scrivere bianca. È l’Aida di Rino Gaetano. Come il mokele-mbembe.
Come le luci nella valle di Hesdalen, in Norvegia. È il satellite Black Knight sempre in orbita.

A Washington, da qualche parte, c’è un Museo dedicato al mondo dello spionaggio. Ed è anche questo il progetto.
Siamo il sogno. Siamo l’ologramma di questo puntino chiamato Terra. Esseri umani.
Siamo un trattato non rispettato. Gli eredi della rivoluzione digitale.
Siamo in cerca di un George Orwell anche se sappiamo che i tempi sono cambiati e che il controllo è massificato, diffuso.
Siamo le righe d’incipit di Cent’anni di solitudine.
Siamo il cervello positronico nato dalla mente di Asimov.
Ecco. L’ologramma è un noi di musica, poesia, letteratura, cinema, follia, arte, altri mondi.
Perché nell’ologramma c’è l’Alfa e l’Omega, come nel mare.
Perché è un panta rei senza padrone. È un geroglifico addormentato. È un pentagramma dove scriverai la tua musica. È urlo dentro. È La metamorfosi di Kafka. È un profeta accecato dal mondo. È Dottor Jekyll e Mr Hyde. È la sentenza di una clown.
Da anni sono affascinato dalle opere del pittore belga Magritte. Al quale accosterei certe idee di Jung. È un giacimento d’oro nel Klondike.
L’ologramma, nostro, ha la vista del Pamukkale in Turchia. Passa da Uluru alla cinese Valle del Jiuzhaigou. È tra i 45 messicani fondatori di Los Angeles.
Siamo, come dice Camus, un popolo di colpevoli che camminerà senza posa verso un’impossibile innocenza, sotto lo sguardo amaro dei grandi inquisitori.

L’ologramma è ubiquo senza materia. È un torrente in mezzo al deserto.

Ma deve generare felicità. Senza di essa non può esistere.
Un’altra condizione d’esistenza del progetto è la matrice della bellezza. Perché senza bellezza nemmeno l’universo può esistere.
L’ologramma è la nave di Comfortably Numb. L’ologramma è un’ombra rossa.
L’ologramma è un sogno che non muore, un vulcano pronto ad esplodere.

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I giorni della merla

30 Gennaio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

 

 

Per me la domenica è sempre uguale”, scrivevo il 16 febbraio 1970. “Ieri come sempre sono restata in casa con i miei genitori. La mattina ho giocato mentre la mia mamma faceva le faccende e il mio babbo non so. Il pomeriggio ho giocato e poi alle cinque abbiamo guardato la televisione fino a tardi poi abbiamo mangiato e dopo si è riguardato la televisione. Così succederà tutto l’inverno ma a primavera noi andremo a fare qualche gita a fine settimana.”

Quello che facciamo da bambini, sia esso frutto di una nostra libera scelta oppure delle imposizioni familiari, plasma ciò che diventeremo e ci piacerà fare da grandi. Mi pare che le mie domeniche non siano poi tanto diverse da quelle del lontano 1970. Certo, ora esco di più, ma lo faccio per dovere, verso il marito, verso il cane e verso me stessa, ché una boccata d’aria e un po’ di movimento fanno bene. Se fossi io a decidere, però, starei tutto il giorno in casa, dopo aver pulito e messo in ordine, essermi fatta una doccia e aver indossato un tutone comodone e calzettoni di ciniglia. Ma un marito irrequieto e un mezzo border collie mal si sposano con le mie aspirazioni segrete e con la mia pigrizia innata.

E la televisione, così come i libri, è sempre stata un must nella mia vita. Non ho nessuna remora a dirlo, non temo il giudizio degli intellettuali per i quali esisti solo se leggi Tolstoj prima di dormire e se conosci a memoria tutte le poesie di Majakovskij. Io, invece, amo le fiction in costume stile Elisa di Rivombrosa e la Dama Velata e non me ne vergogno certo.

Le giornate stanno impercettibilmente allungando e anche nei fatidici giorni della merla già intravedo una luce di primavera, meno radente e obliqua, e sento profumo di erba tagliata e di salmastro nell’aria. Ogni attimo della nostra breve vita, ogni novità, ogni conquista sembrano così recenti, così nuovi di zecca e significativi da divenire immutabili, invece tutto cambia, basta guardare le foto di qualche anno fa, basta voltarsi indietro per rendersene conto. E la vita diventa una strada buia che va verso il nulla.

Che cosa c’è di nuovo nel guardaroba per accompagnare questo inverno che gocciola via giorno dopo giorno, interminabile e veloce come la vita stessa?

 

La camicetta fantasia, con un tocco di tutti i colori che ho già nell’armadio e quindi facile da abbinare.

Il lupetto di lurex nero, uguale a quello che ho indossato per Natale ma comprato in saldo.

Il cappellino stile turbante da vecchia signora, impreziosito da un microscopico filo luccicante.

Il piumino in oro pallido, con la cerniera illuminata da brillantini.

Il trench, intramontabile, chic, e adatto alla primavera che speriamo arrivi presto.

I giorni della merla
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Terribili guerrieri a cavallo

24 Gennaio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

Quattrocentodieci anni dopo la nascita di Cristo, una piccola schiera di barbari, i Visigoti, guidati dal re Alarico, dopo aver saccheggiato tutto l’impero d’Occidente, giunse alle porte di Roma. Dopo una lunga sosta, attaccarono. La scorreria fu breve e non recò gran danno ma creò un precedente. Roma non era più la padrona indiscussa del mondo, era una città ancora ricca ma sempre più indifesa. La via era aperta.

Così, dopo i Visigoti, scesero i ferocissimi Unni. Col naso schiacciato apposta dalle madri per entrare nell’elmo, con le gambe stortissime, brutti e letali, pare che emanassero un odore spaventoso, che indossassero per tutta la vita gli stessi abiti di pelo di topo, che inserissero carne cruda e putrefatta fra cavallo e corpo, che vivessero in sella, dove persino si cibavano, dormivano e defecavano. Saccheggiarono il Veneto ma tornarono indietro fermati dalla peste

Il papa Leone I riuscì a convincere il loro capo Attila (406-453), di cui era stato maestro quando questi era cresciuto alla corte ravennate. Attila era, infatti, uno dei principi barbari mandati all’imperatore di Roma come pegno di pace.

Gli abitanti del Veneto fuggirono dagli Unni rifugiandosi su un gruppo d’isolette deserte in mezzo alla laguna sulla costa del mare adriatico, fondando così Venezia.

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Laboratorio di Narrativa: Luca Lapi

23 Gennaio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #Laboratorio di Narrativa, #luca lapi

 

 

Luca Lapi continua con i suoi racconti che diventano sempre meno racconti e sempre più piccoli sassi lanciati nell'acqua con la speranza che creino onde in espansione. Se dal punto di vista narrativo c'è un regresso, da quello psicologico, forse, abbiamo finalmente un passo avanti.

Dopo il recente lutto che lo ha colpito, dopo aver perso la figura di attaccamento primario, di accudimento e di riferimento, Luca non si limita più a gridare bizzosamente la sua solitudine ma comincia quel processo di distacco/maturazione che lo porta a crescere e a identificare se stesso come qualcosa di inserito nella società, dalla quale pretende diritti ma verso la quale ha anche doveri e responsabilità.

Al contempo, però, continua a chiedere aiuto, a pretendere che le sue note diventino sinfonia, laddove, ahimè, è lui il primo ad esprimersi a senso unico, a monologare più che dialogare, a rispecchiarsi negli altri non mostrando, almeno apertamente, di riconoscerli e avendo sempre e solo come baricentro se stesso.

Anche lo stile sembra più maturo, meno frammentato da virgole prolisse, illuminato da quei pun, da quei giochi di parole brillanti, "inviolabile, non sfiorabile, nemmeno con una viola", vere e proprie scorciatoie dell'intuito poetico, che sono la caratteristica principale della scrittura e del pensiero di Luca. 

Patrizia Poli

 

 

Biagio è un essere umano

     Biagio è un essere umano.
     Ha dei diritti, come ogni altro essere umano.
     Sa che ogni suo diritto, una volta acquisito, diventa un dovere verso se stesso e verso gli altri.
     Intende vigilare affinché ogni suo diritto non degeneri in un rovescio, capace di rovesciare su di lui l'edificio morale, civico che sta tentando di costruire.
     Sa che ogni suo diritto è fondamentale poiché è fondato sulla roccia della Costituzione dello Stato di cui è cittadino.
     E' universale, al di là dei confini nazionali e continentali.
     E' inviolabile, non sfiorabile, nemmeno con una viola.
     E' indisponibile a compromessi.
     Biagio, ripeto, è un essere umano.
     Non è un avere disumano.
     Lo sa ed esige che ognuno lo sappia, giustamente.
     Lo ripete, perciò, periodicamente, riproponendolo attraverso una sua Nota su Facebook.
     Vorrebbe che questa sua Nota non restasse ignota e che diventasse l'inizio di una sinfonia.
     Lascia il condizionale e grida, imperativo, a squarciagola, alla sua Nota:"Diventa vento che spazi via ogni ingiustizia, legandola a testa in giù ad ogni sua responsabilità, finora, mai assunta!!!"

          Luca Lapi 

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Francesco Dell'Olio, "Amore incompatibile"

21 Gennaio 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #racconto

 

Francesco Dell'Olio

Amore incompatibile

Historica - Pag. 230 - Euro 15

 

Francesco Dell'Olio scrive racconti, incurante delle mode e del fatto che in Italia i racconti non si vendono. Fa bene, perché in fondo si vede che è tagliato per quel tipo di scrittura, per la narrazione breve e ironica, mentre forse non sarebbe così a suo agio con la costruzione di trame e sottotrame e con l'elaborazione di un plot complesso. E poi esiste ancora un tipo di libro che si vende, a parte gli involucri di carta rilegata scritti per Natale da nani, elfi e ballerine? Non si vendono neppure i romanzi, se non ti chiami Moccia, Volo, Baricco, De Carlo, Camilleri e compagnia cantante. Ergo, fa bene il nostro autore a scrivere quel che vuole. Tanto…

Amore incompatibile è il settimo libro edito dal 2006 - anno del debutto con Un angelo seduto tra i rifiuti - equamente divisi tra due piccoli editori non certo rivali, ma entrambi di progetto. Posso dire che Dell'Olio è una mia scoperta, perché ricordo di averlo premiato quando ero in giuria al Cappelletti, che si teneva a Piombino, quindi di averlo invitato a scrivere per la rivista che dirigevo e infine di aver pubblicato il suo primo libro. Amore incompatibile è la sua raccolta più matura, tra echi di John Fante e Bukowski, una schizzatina di Carver e un pizzico di Amarcord felliniano in salsa ravennate. Ironia, surreale, grottesco, amore per le belle donne, serate alcoliche, amicizie interessate, datori di lavoro sporcaccioni, ragazze che ci stanno, amore per la letteratura. Dell'Olio scrive di se stesso ma estremizza e inventa, racconta le vicissitudini di uno scrittore di provincia, abbastanza sfigato, cita i suoi riferimenti alti nel campo della narrativa e soprattutto ci fa divertire. Erano anni che non leggevo da cima a fondo, ridendo di gusto, un libro da me non scelto, ma inviato da un editore, scopo recensione. Cercatelo, certo non nei discount del libro targati Feltrinelli e Mondadori, ma come il vino buono si trova nelle enoteche più eleganti, pure la narrativa non dozzinale viene servita nei posti giusti. Se non vi piace, scrivetemi. Soddisfatti o rimborsati.

 

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Premio "Cipressino d'oro" 2017

20 Gennaio 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poesia, #concorsi

 

 

 

«Cipressino d'oro» 2017, ecco la giuria del premio di poesia Kiwanis

C'è tempo fino al 23 marzo per inviare il proprio componimento al concorso letterario

 

Ecco la giuria del concorso letterario Cipressino d'oro, organizzato dal Kiwanis Club di Follonica e dall'artista Gian Paolo Bonesini:

  • Miria Magnolfi (scrittrice e poetessa);
  • Gordiano Lupi (scrittore e poeta);
  • Patrice Avella (scrittore e poeta)

 

Saranno chiamati a giudicare i componimenti poetici in arrivo.

Il tema scelto dagli organizzatori per questa quinta edizione del premio è «Il futuro dei nostri ragazzi. Tra progetti e difficoltà prende forma il futuro degli adolescenti: desiderio dell'avvenire, speranze e timori».

Il termine fissato per la consegna degli elaborati è giovedì 23 marzo: l’iscrizione – gratuita – potrà avvenire sia tramite email (follonica@kiwanis.it) che a mezzo posta, scrivendo all'indirizzo Premio Cipressino d’Oro – Kiwanis Club Follonica, via Lamarmora 62 (c/o Loriano Lotti), 58022 Follonica (Grosseto).

Per tutte le informazioni è possibile anche chiamare il numero 347.6754324.

Le poesie devono essere inedite e, oltre ai componimenti, i partecipanti dovranno inviare la propria scheda di adesione.

 

«Stanno già arrivando poesie da tutta Italia – dice il responsabile del premio, Loriano Lotti – e siamo certi che anche quest'anno la partecipazione sarà massiccia, confermando la tendenza che vuole questo premio crescere ogni anno in termini di numeri e prestigio.

Un premio istituito, come vuole la tradizione, per promuovere e incoraggiare la diffusione degli ideali kiwaniani diretti al servizio dei bambini del mondo».

Il primo premio è una scultura dell’artista Gian Paolo Bonesini, ma sono previsti riconoscimenti per i primi dieci classificati e attestati di partecipazione per tutti i poeti partecipanti. La cerimonia di proclamazione dei vincitori è in programma sabato 6 maggio e i primi classificati saranno avvisati telefonicamente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Niccolò Gennari, "L'incanto del tempo"

19 Gennaio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantasy

 

 

 

L’incanto del tempo

Niccolò Gennari

 

Nulla die, 2017

pp 377

19,90

 

Orchi, gnomi, folletti, fate, streghe, stregoni, coboldi, draghi, nani, troll. C’è tutto il repertorio dell’high fantasy epico, in auge dagli anni 30 del novecento fino ai 90, quello di Tolkien, Terry Brooks, Marion Zimmer Bradley, ma ci sono anche influenze successive, come l’apprendistato dei maghi in stile Rowling e i draghi buoni di Christopher Paolini, in questo L’incanto del tempo di Niccolò Gennari, primo volume di una saga a venire, basato sulla quest della prima goccia - una delle bacchette elementali nate dall’Albero della Luce - capace di comandare l’acqua.

Gennari, astronomo e fondatore di una catena di negozi fantasy, tenta una sorta di ritorno alle origini del fantastico primigenio, ma il tempo è passato, l’autore inserisce realtà, come gli eccessi alcolici e il sesso, che non erano presenti – né pensabili – fino agli anni novanta.

La classica storia di ricerca è abbastanza lineare ma non eccessivamente coinvolgente, i personaggi sono quelli stereotipati del genere. C’è il giovane antieroe, c’è la fanciulla misteriosa e prodigiosa che nasconde un segreto, c’è la compagnia eterogenea impegnata nella cerca e ci sono tutte le altre creature buone o malvagie a far da contorno.

Forse perché l’autore è vissuto in un periodo in cui il fantasy si è espresso più che altro visivamente – attraverso il cinema, le serie tv, i videogiochi ed i giochi di ruolo – ma tutto è affidato all’azione, mentre mancano, almeno in questo primo volume della saga, l’approfondimento, l’introspezione dei personaggi e la costruzione di un mondo secondario affascinante e credibile, come se ci si limitasse a citare oggetti e creature magiche facendo affidamento sul fatto che il lettore avvezzo al genere già sappia di cosa si sta parlando.

Fanno eccezione due luoghi, cioè il “Bosco Rosso”, la foresta abitata dai folletti che altro non è se non una gigantesca caldera, e la “Fine del mondo”. Ogni fantasy che si rispetti ha un luogo che non si può dimenticare, dalla terra di Mordor di Tolkien, al gigantesco muro di ghiaccio di Martin. Qui resta infissa nella mente l’inimmaginabile cascata, dove tutta l’acqua del mare va a riversarsi in un vuoto senza fine. L’autore riflette che, se ci sembra normale avere il nulla sopra la testa, potrebbe esserlo anche vederselo di fronte come un immenso burrone sconfinato.

Lo stile del romanzo è piano, senza echi lirici né epici, con parecchie imprecisioni – che l’editore stesso in una nota invita il lettore a segnalare – e con la fastidiosa e sconcertante abitudine di ripetere la stessa parola ogni due righe.

 

NOTA BENE. In data 12 agosto 2017 l'editore ci informa che :

 

È stato completato un nuovo editing del romanzo “L’Incanto del tempo”, una revisione che ha individuato e corretto più di 300 errori di vario tipo, tra cui refusi, errori grammaticali, ripetizioni, ecc.

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Carlo Manzoni, "Ti spacco il muso, bimba!"

18 Gennaio 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

Carlo Manzoni
Ti spacco il muso, bimba!

Sensoinverso Edizioni – Pa. 135 – Euro 14
www.edizionisensoinverso.itinfo@edizionisensoinverso.it

 

Non crediamo di cadere nel luogo comune se diciamo che molto spesso le cose belle e insolite stanno dove meno te le aspetti. Questa regola - nel campo editoriale - viene quasi sempre confermata dalla piccola editoria di progetto. Sensoinverso di Francesco Dell’Olio, per esempio, ha lanciato una collana interessante come Italia Nascosta, della quale abbiamo già apprezzato un documentato saggio sui fumetti Bianconi, Salvatore Giordano – Da Braccio di Ferro a Provolino), scritto partendo dal seguito blog Retronika. Ora Dell’Olio si spinge oltre, va a recuperare un grande scrittore del passato, quel Carlo Manzoni (1909 - 1975), già autore Rizzoli, punta di diamante della rivista Il Candido di Guareschi, umorista sottile e raffinato, dal tratto surreale e parodistico. Ricordiamo Manzoni inventore del signor Brambilla, satira feroce dell’italiano medio ai tempi del boom, ma anche del signor Veneranda, come della critica bonaria ma pericolosa al Presidente della Repubblica vinaio Luigi Einaudi.

Ti spacco il muso, bimba! Fa parte dei romanzi dimenticati di Manzoni, e solo per questo sarebbe benemerita l’attività di Dell’Olio, che è anche scrittore, e quando scrive racconti pare ispirarsi moto allo stile surreale dell’autore milanese. Provate a leggere Amore incompatibile (Historica, 2016), di cui bisognerà parlare vista la bontà dell’opera, forse la più matura del giovane editore ravennate. Tornando a Manzoni, c’è da dire che la sua vena umoristica frequentò anche il giallo, inventandosi un detective privato come Chico Pipa - un poliziotto che fa il duro - dotato di un assistente canino come Gregorio Scarta - un socio con la coda - e circondato da una ridda di comprimari surreali, tra i quali nel romanzo che abbiamo letto ricordiamo una vedova copiativa. Personaggi straordinari che sembrano made in USA e invece quasi, chiosa beffardamente Manzoni. Un’Italia nascosta quella che racconta Manzoni, un’Italia dove funzionava la narrativa di genere, dove la gente affollava i cinema e non solo per mangiare pop-corn, dove si leggevano ancora libri per puro divertimento e si faceva la fila per comprare fumetti. Era un’Italia migliore, più colta e piena di entusiasmo, non esito a dirlo, con i suoi difetti ma di gran lunga superiore a quella che ci è dato in sorte vivere e sopportare. Nessuno si sarebbe sognato di andare al cinema o a teatro con un attrezzo luminoso acceso da consultare a ogni piè sospinto mentre gli attori recitavano. Poi c’erano il terrorismo, le bombe, gli opposti estremismi, la politica dei maneggioni, certo. Ma in certi campi non è che adesso stiamo meglio. Sensoinverso fa tornare in libreria un grande del passato, rinvigorisce il giallo comico che una volta andava alla grande anche al cinema, tra Tomas Milian e Luc Merenda, Fernando di Leo e Sergio Corbucci, per tacere di Amendola, Castellano, Pipolo e chi più ne ha più ne metta. Speriamo che il pubblico disattento e incapace di scegliere, costruito da questa Italia così depressa e perduta se ne accorga. Noi ci crediamo poco, ma d’altra parte siamo qui per consigliare…

 

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

 

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