Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Post recenti

CARLO EMILIO GADDA - GIORNALE DI GUERRA E DI PRIGIONIA

8 Aprile 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni storia, #storia

CARLO EMILIO GADDA - GIORNALE DI GUERRA E DI PRIGIONIA

Gadda (Milano, 1893 – Roma, 1973) scrive questi testi tra il 24 agosto 1915 e il 31 dicembre 1919. L’autore viene da una famiglia della borghesia lombarda, si identifica col convinto patriottismo e con i valori concreti del proprio ceto. Partecipa come volontario al conflitto (negli Alpini), sentendo una sobria avversione per l’autoritarismo austro-ungarico.

Il suo diario è preciso; annota date, località e perfino il luogo di acquisto dei quaderni. Edolo, Vicenza, Asiago e i monti intorno a Caporetto sono le principali zone in cui opera. Le annotazioni sono arricchite da un grande spirito di osservazione dei posti e delle persone; non mancano schizzi e disegni. Vivissima è la sensibilità dello scrittore che non esita a sottolineare la propria umoralità, il senso di tedio di tanti momenti, il fastidio verso le bassezze dell’ambiente in cui si trova. L’uomo e il soldato si intrecciano nella scrittura; troviamo così le relazioni non sempre facili con i commilitoni, l’amore per la lettura, la vita nelle trincee, la cura nello svolgere le proprie mansioni, civili o militari che siano. Una certa amarezza si mescola a un senso di “accidia”, un insieme di mancanza di volontà e di indignazione davanti a tante storture: “Gli egoismi schifosi, i furti, le pigrizie, le viltà che si commettono nell’organizzazione militare … attristano, avvelenano anche i buoni, anche i migliori, i più forti: figuriamoci me! Molte volte cerco di non vedere, di non sentire, di non parlare, per non soffrir troppo”.

Elogia lo spirito di sacrificio dei suoi uomini, mentre non sopporta i lavativi e gli imboscati che vede già pronti a recitare un ruolo da eroi a guerra finita. Altre amarezze vengono dal constatare la povertà dell’equipaggiamento dei soldati e allora Gadda non si trattiene: “Quanta abnegazione in questi uomini sacrificati così a 38 anni, e così trattati! Essi portano il vero peso della guerra … Quanto delinquono coloro che per incuria o per frode li calzano in questo modo”. Da giovane tenente analizza con cura le ragioni dello scarso successo degli attacchi italiani alle trincee austriache, trovando una conferma alle sue conclusioni anche da parte di alcuni ufficiali nemici fatti prigionieri.

A queste note più militari, si accompagna il pensiero della madre e del fratello Enrico (“la parte migliore e più cara di me stesso”), impegnato nell’aviazione e purtroppo destinato a morire nella guerra.

Poi avviene il disastro di Caporetto; lui e i suoi uomini si trovano intrappolati e devono arrendersi, dopo aver reso inservibili le armi. Nella cattura perde una parte dei suoi preziosi diari. I mesi seguenti in Germania sono durissimi. La condizione di prigionia è sentita come profondamente umiliante. Si rifugia nella lettura, nello studio del tedesco, nei rapporti con quei compagni che non cedono all’abbrutimento della situazione. La descrizione di questo lungo periodo è zeppa di sofferenze, aggravate dagli abusi dei carcerieri e dalle scarse notizie sull’andamento del conflitto; c’è il timore di subire il disprezzo dei connazionali per non aver saputo fermare il nemico.

Al ritorno a Milano, c’è la ripresa degli studi accompagnata dalla ricerca di una difficile serenità familiare. Gadda, sensibilissimo ma pieno di risorse, saprà riprendersi e diventerà “Gadda”, ingegnere e scrittore, autore di alcuni capolavori letterari del Novecento italiano.

Mostra altro

Henry Rider Haggard, ovvero chi viene prima di Wilbur Smith?

7 Aprile 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Henry Rider Haggard, ovvero chi viene prima di Wilbur Smith?

Le miniere di re Salomone

Henry Rider Haggard, 1985

Edizione di riferimento

Donzelli editore, 2004

pp 230

21, 80

Sappiamo tutti che Henry Rider Haggard (1856 – 1925) è considerato a pieno titolo, grazie al ciclo di Ayesha - in particolare al best seller “She”, ma anche a racconti gotico avventurosi come “La signora di Blossome” - il precursore del fantasy e della letteratura d’immaginazione, alla stregua di Lovecraft, Poe, Verne e Stevenson.

Ma ci siamo mai chiesti chi c’era prima di Wilbur Smith, delle cacce, delle savane infuocate, delle lotte tribali fra zulu, del romanzo d’avventura per eccellenza? Ancora lui, Henry Rider Haggard, con la sua famosissima opera “Le miniere di re Salomone”, e il personaggio leggendario di Allan Quatermain.

Sia in “She”, che ne “Le miniere di re Salomone”, l’avventura trova il suo nucleo centrale nel rapporto con la natura selvaggia, incontaminata e vergine ma, soprattutto, nell’esplorazione e nella scoperta di mondi nascosti, “perduti”, in gran voga nel periodo vittoriano, ripresa da Kipling, Conan Doyle, Rice Burroughs, e amplificata in seguito da Holliwood (si pensi a film come “Il mondo perduto: Jurassic Park”). In Haggard si tratta di caverne, contenenti segreti e misteri rimasti sconosciuti ai più (come non pensare alle miniere di Moria?) fin troppo ovvi simboli di discesa nell’inconscio. Non stupisce che il ciclo di Ayesha abbia attirato l’attenzione di Freud e Jung.

I tòpoi della letteratura fantastica sono molti, come l’invecchiamento improvviso di Ayesha in “She”, che ci ricorda quello di Morgana in Excalibur, o lo Spirito della Fiamma che riporta alla scena finale di “Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta”. Anche qui è l’abuso di magia che corrompe e distrugge invece di vivificare e rafforzare. Altro topos è l’agnizione, con il riconoscimento di Umbopa /Ignosi come legittimo re dei Kukuana ne “Le miniere di re Salomone”.

Henry Rider Haggard nasce nei pressi di Norfolk, dove trascorre un‘infanzia poco felice a causa della salute malferma e delle difficoltà di apprendimento. Frequenta circoli parapsicologici e si convince di essere egli stesso dotato di facoltà straordinarie. Parte per il Natal dove verrà catturato dal fascino dell’Africa meridionale. Scrive “Le miniere di re Salomone” per dimostrare di saper inventare una storia alla pari con “L’isola del tesoro” di Stevenson, dopo che alcune sue novelle non hanno incontrato il successo da lui sperato. Il romanzo è dell’85 e diventa subito un best seller, seguito da “She”, nell’87.

Rider Haggard viaggia per il mondo, visita l’Egitto, come Wilbur Smith, e il Messico, traendo spunti per nuovi libri e imparando a confezionare velocemente romanzi d’intrattenimento e di successo. Il personaggio di Quatermain dà vita ad altre narrazioni, per la maggior parte inedite in italiano.

Quatermain, detto “Macumazahn”, colui che scruta nella notte, è il modello de “il grande cacciatore bianco”, non anticolonialista ma comunque giusto e buono con gli indigeni. Predatore infallibile ma non sanguinario, si definisce sempre “un uomo mite”, addirittura “un po’ vile”, e trova l’eccesso di massacro vagamente “nauseante.”

Haggard è un colonialista convinto, sente la supremazia bianca come indiscutibile e sono sgraditi per il nostro palato moderno certi suoi atteggiamenti di superiorità verso gli indigeni e certe scene di caccia che hanno la spietatezza di quelle di Hemingway senza averne la bellezza ma, almeno, senza il compiacimento cruento dell’autore di “Verdi colline d’Africa”.

Avventura, poca sottigliezza psicologica, nessun conflitto interiore, grandi scene di caccia e di guerra come si addice alla più tipica letteratura d’evasione. E, tuttavia, a tratti, è presente un’insolita riflessione filosofica sull’uomo, sul suo posto nel ciclo della vita e sulla sua caducità.

Eppure l’uomo non muore finché il mondo, allo stesso tempo sua madre e sua tomba, resta. Il suo nome è certo dimenticato, ma il suo respiro agita ancora le cime dei pini sulle montagne, il suono delle sue parole riecheggia ancora nell’aria; i pensieri nati dalla sua mente li ereditiamo oggi; le sue passioni sono la nostra ragione di vita; le sue gioie e i suoi dolori sono nostri amici… la fine, dalla quale fuggiva atterrito, sarà di certo anche la nostra! Certo l’universo è pieno di spiriti, non velati spettri da cimitero, bensì gli inestinguibili e immortali elementi della vita, che, nati una volta, non possono mai morire.” (pag 143)

Da ricordare che il nostro Emilio Salgari pubblicò con lo pseudonimo di Enrico Bartolini un adattamento del romanzo, dal titolo “Le caverne dei diamanti” nel 1899. Memorabile anche il film del 1950 con Stewart Granger nei panni di Quatermain, e Debora Kerr, sebbene, a detta dello stesso narratore, “non c’è una sola sottana in tutta la storia.”

Henry Rider Haggard, ovvero chi viene prima di Wilbur Smith?
Mostra altro

In giro per l’Italia: Agnone

6 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

Fotografie di Flaviano Testa

Agnone è un paese fantastico situato nell’alto Molise. La tradizione vuole che questa ridente cittadina sia sorta sulle rovine della città sannitica Aquilonia, distrutta dai Romani durante la conquista del Sannio: nella zona sono stati recuperati diversi reperti archeologici, come la stele funeraria di Vibia Bonitas, attualmente conservata al Teatro Italo Argentino, nel centro storico della città. Lo sguardo attento ed esperto di Flaviano Testa ci porta alla scoperta di alcuni particolari di momumenti e scorci che catturati con la macchina fotografica. Nel solo centro abitato si trovano tredici chiese, a testimonianza della forte influenza che esercitava nei secoli addietro il Vaticano in questo lembo dell'Alto Molise. Tra le chiese medioevali più belle certamente va compresa la chiesa di sant’Emidio di cui vediamo nelle fotografie due particolari del meraviglioso portale, prodotto artistico degli abili scalpellini agnonesi. Non meno interessante è l'architettura civile del paese: il centro storico è di chiaro stampo veneziano, infatt, avventurandosi lungo le stradine del borgo antico, ci si imbatte di frequente nelle caratteristiche botteghe veneziane e in piccole statue di pietra raffiguranti, per l'appunto, leoni veneziani. Interessante è la piazza principale del centro storico, piazza Plebiscito, anticamente detta piazza del Tomolo, nella quale confluiscono sette strade che partono da altrettante zone del borgo antico e che ospita una caratteristica fontana marmorea risalente al 1881 (anno della costruzione del primo acquedotto urbano agnonese). Nell’ultima foto Flaviano ci presenta Le campane di Agnone: un binomio inscindibile almeno come quello che vede indissolubilmente legata la vita, lo sviluppo e l’economia di Agnone e la Pontificia Fonderia Marinelli, vera e propria istituzione tra le tradizioni artigianali molisane: da oltre mille anni, infatti, i campanari di Agnone tramandano di generazione in generazione l’arte della fusione delle campane, e questa fonderia modello, celebre in tutto il mondo, si avvia ormai per il quarto secolo di storia. (Franca Poli)

In giro per l’Italia: Agnone
In giro per l’Italia: Agnone
In giro per l’Italia: Agnone
In giro per l’Italia: Agnone
In giro per l’Italia: Agnone
Mostra altro

Studentello di Via San Nicolao!

5 Aprile 2014 , Scritto da Luciano Tarabella Con tag #luciano tarabella, #poesia, #luoghi da conoscere

Studentello di Via San Nicolao!


O dolce Lucca, quanti bei tramonti,
albe piovose e fredde ho ritrovato
lungo le Chiese, gli angoli, il selciato
ascoltando, rapìto, i tuoi racconti!

Quella dolcezza ha sempre accompagnato
i sogni che portavo giù dai monti
e se ora facessi due confronti
lo cambiere il presente col passato!

E che bimbe a passeggio sulle Mura!
Quanti sorrisi, quanti ricci al vento
e quanti baci dati con paura

che qualcuno spiasse quell'evento!
Un tenero rimpianto mi cattura
p
er questo sogno che si fa sgomento!

Mostra altro

"Una piccola pietra" di Emilio Guarnaschelli

4 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #storia

"Una piccola pietra" di Emilio Guarnaschelli

"Una piccola pietra" di Emilio Guarnaschelli

1998, 320 p.

Curatore Masutti Nella

Editore Marsilio (collana I tascabili Marsilio)

Questo libro racconta la terribile storia di un giovane partito volontariamente per l’Unione Sovietica e che fu prima mandato al confino in mezzo alla steppa russa, poi,in seguito all’ingiusta accusa di propaganda antistalinista, rinchiuso in un gulag, dove trovò la morte. In una serie di lettere che Emilio Guarnaschelli scrisse al fratello maggiore Mario, rimasto in Italia, vengono efficacemente descritti la tragica vicenda della sua vita e i suoi sentimenti. Sono narrati dalla viva voce del protagonista i tormenti di un ragazzo illuso dal paradiso di uguaglianza e giustizia che avrebbe dovuto trovare raggiungendo quel paese, quando l’Unione Sovietica era ancora considerata la terra promessa dei lavoratori di tutto il mondo e molti italiani si erano trasferiti volontariamente in Russia fra il 1920 e il 1935, ma che, al contrario, si rivelò per lui un inferno. Questo tristissimo libro racconta anche una bella storia d’amore fra Emilio, un entusiasta, intelligente, brillante, pieno di spirito e Nella, innamorata di lui che, contro la volontà dei genitori, lo raggiunse da Mosca, fino al confino di Pinega. “Pensai che Nella aveva certo bisogno di cibarsi, di pulirsi, ma io non avevo nulla da offrirle. Nulla ho detto e mai come in quel momento soffrii per la mancanza di…cosa? Di tutto perdio!” scriveva Emilio al fratello in quell’occasione. I due innamorati si sposarono e vissero in una camera che era un buco infestato da scarafaggi, cimici e topi, riuscendo a nutrirsi scarsamente, rubarono un po’ di fieno per fare due cuscini da poggiare su un letto di paglia, e soffrirono ogni giorno freddo e fame. Ricevere un po’ di rubli dall’Italia, quando riuscivano ad averli, perché non sempre venivano loro consegnati, significava poter comprare farina, cereali e fiammiferi, cose di prima necessità. Un pacco poi era sicuramente un regalo inatteso e insperato “Eravamo tanto contenti che non ti dico (….) io mangiai subito un fico e Nella ha succhiato una caramella…” riusciva a scherzare Emilio davanti a un pacco ricevuto dal fratello. Dopo la situazione divenne anche peggiore, quando Emilio fu trasferito in un gulag, alla moglie fu impedito di seguirlo e di lui poi non si ebbero più notizie. Il libro vide la luce grazie alla testardaggine di Nella Mansutti, determinata a far conoscere a tutti la tragica vicenda del suo Emilio. Al suo ritorno in Italia riuscì, dopo tanti dinieghi, a ottenere le lettere spedite dal marito al fratello Mario e presentò il rapporto epistolare completo alla casa editrice Feltrinelli per farlo pubblicare. Passò del tempo, ma non ebbe risposta alcuna, attese alcuni anni, poiché nessuno voleva offuscare l’immagine specchiata che il Partito comunista conservava in Italia. Alla fine si decise a farsi restituire le lettere dalla Feltrinelli e le presentò, nel 1979, a una casa editrice francese che pubblicò subito il libro intitolandolo “Une petite pierre”, libro che divenne un grande successo editoriale. Solo nell’82 “Una piccola pietra “ fu pubblicato anche in Italia da Garzanti. Una testimonianza ancora oggi conosciuta da pochi, negata da molti, una goccia nel mare di menzogne che hanno soffocato coloro che hanno provato a raccontare ciò che successe. ”Così stanno le cose , cari compagni. Vi devo dire l’atroce verità:ci siamo sbagliati!” .Questo è il testamento spirituale di Emilio Guarnaschelli.

Mostra altro

Mentre aspetto di doventà nonno

3 Aprile 2014 , Scritto da Luciano Tarabella Con tag #luciano tarabella, #poesia

Mentre aspetto di doventà nonno



Da cosa lo apisci d'esse anziano?
Vediamo se ci rivi o sei toppone!
Siùro dalla troppa commozione,
da un certo tremolìo della tu mano

che agguanta ma con meno decisione,
o dall'occhi che un vedano lontano
o poco da vicino o che, pian piano
doventi rimbambito e più coglione

un giorno doppo l'artro. Certamente
c'è un calo irreversibile, lo so,
ma ognuno dève fà lo strafottente.

Io sono forte, senza discusssioni,
ar nipote un ci penzo, ma però,
m'asciugo, di nascosto, i luccìoni.

Luciano Tarabella
04/03/14

Mostra altro

AA.VV, "Cronache dal Neocarbonifero"

2 Aprile 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #fantascienza, #recensioni

AA.VV.

Cronache dal Neocarbonifero

Edizioni Bietti, 2013

pp 471

22,00

Gianfranco de Turris è uno dei maggiori esperti di fantastico in Italia. Classe 1944, è giornalista, scrittore e saggista. Ha esordito negli anni sessanta sulle pagine delle riviste “Oltre il cielo” e “Futuro”, ha creato le collane della casa editrice Fanucci, ha diretto la rivista “L’altro Regno” dedicata alla critica del fantastico e ha presieduto il premio Tolkien organizzato dalla casa editrice Solfanelli.

Per l’editore Bietti propone adesso una raccolta di diciannove racconti di fantascienza dalla genesi lunga e travagliata. “Cronache dal Neocarbonifero. Italia sommersa 2027 – 2701”, scritti da autori diversi, fra i quali spiccano Renato Pestriniero e Donato Altomare, nomi non certo nuovi per chi conosce la storia della narrativa fantastica italiana, specialmente quella legata al premio Tolkien, alla casa editrice Solfanelli di Chieti e alla rivista “Dimensione Cosmica.”

L’idea nasce tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta: de Turris chiede a più autori di comporre racconti legati da un filo comune, ambientati in un futuro distopico prodotto dal global warming. In un domani prima prossimo poi via via più lontano, dal 2027 al 2701, l’effetto serra, potenziato dall’esplosione di un sottomarino atomico vicino alla faglia di Sant’Andrea, ha causato un riscaldamento terreste capace di sciogliere le calotte polari e innalzare il livello del mare. Il mondo come lo conosciamo è scomparso, la maggior parte delle città italiane è finita sott’acqua, il clima è divenuto simile a quello che si aveva nel Carbonifero, da qui il titolo della raccolta.

L’idea, ci dice de Turris, era “mettere insieme una serie di storie come fossero i capitoli di un romanzo, che narrassero la progressiva trasformazione della penisola a causa dell’effetto serra (allora non si parlava ancora ossessivamente del famigerato “riscaldamento globale antropico”) con temperature man mano più alte, l’innalzamento del livello del mare sempre più accentuato, un clima quasi subtropicale, una flora e una fauna a esso adeguate, un mutamento graduale non soltanto della natura ma anche della società e dell’uomo. Insomma un ambiente un po’ come quello che gli scienziati dicono vi fosse nel periodo Carbonifero.” (pag 10)

Ogni racconto è ambientato in una diversa realtà locale. “L’idea originaria”, spiega ancora de Turris, “era chiedere ai vari autori di scrivere una trama ambientata nel luogo che conoscevano meglio, la propria città o regione.”

Di questa localizzazione è un esempio alto - per stile, linguaggio e compiutezza narrativa - il racconto “Caccia subacquea”, ambientato in una Venezia sommersa, dove solo pochi privilegiati debosciati vivono fuori dall’acqua, mentre tutti gli altri, i poveri sotomarin, alloggiano in case ormai completamente inondate, costretti a vendere i propri primogeniti come servi o come serbatoio di organi.

I racconti rappresentano possibili mutamenti ed evoluzioni non solo climatiche ma anche politiche. Hanno un orientamento preciso – del quale de Turris non ha mai fatto mistero - e ci mostrano una società nella quale flussi migratori incontrollati hanno portato a guerre, invasioni e a un imbarbarimento che ricorda quello di molti film di fantascienza, in particolare Waterworld di Kevin Reynolds.

I temi sono l’effetto serra - cui non tutti gli autori credono se non nella misura in cui possono trarne spunto per un racconto di fantascienza - gli esiti dell’immigrazione, la manipolazione genetica, l’allontanamento dalla fede cristiana tradizionale in favore di nuovi riti neo pagani e del culto della Grande Madre - con conseguente sacerdozio femminile e rivalutazione della figura mariana - la carenza di acqua potabile, il contrasto fra sostenitori dell’energia atomica (Atomisti) e sfruttatori di biomasse (Trivellatori)

Com’è naturale, il limite dell’etica col tempo si sposta in avanti, fino a far considerare normale lo ius primi filii e lo sfruttamento dei cadaveri per la produzione di energia, specialmente in un universo post catastrofico dove si sono perse regole, conoscenze e confini di civiltà.

Alcuni racconti sono più avvincenti, altri hanno un sapore di “sarebbe stato meglio se”, intendendo con questo che un ulteriore sviluppo in romanzo ne avrebbe fatto qualcosa di più completo e coinvolgente, anche se, come ribadisce il curatore, l’importante di questa antologia è la sorta di fil rouge che la percorre riconducendola alla medesima visione centrale.

Mostra altro

La morte di Huber Matos

1 Aprile 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #politica estera, #cultura

La morte di Huber Matos

Era un uomo speciale Huber Matos. In tutti sensi. Eravamo nel 1958, lui faceva il maestro di scuola e coltivava riso a Manzanillo, dalle parti della Sierra Maestra, Oriente cubano. Fu tra i primi oppositori al regime di Fulgencio Batista, si unì a Fidel e all'Esercito Ribelle, conquistò sul campo il grado di Comandante e contribuì al trionfo della Rivoluzione. Cadde presto in disgrazia, però, perché in disaccordo con la deriva comunista del processo rivoluzionario. Fu accusato nel 1959 di alto tradimento e dovette scontare 20 anni di reclusione in patria. Esiliato a Miami, fondò il movimento Cuba Indipendente e Democratica, per diffondere nel mondo la sua visione democratica e il tradimento degli ideali rivoluzionari. A Cuba oggi nessuno lo ricorderà, anche se pure lui ha contribuito alla causa ed è stato tra i coraggiosi che scacciarono Batista. Ha avuto il torto di non essere comunista, se così si può dire, ma ha avuto il coraggio di mettere nero su bianco tutti i suoi dubbi, pagando con la galera le sue convinzioni democratiche.

Muore a 95 anni, per un attacco cardiaco, lucido e intelligente come sempre, a differenza del rivale Fidel che gli sopravvive come l'ombra di se stesso. Verrà sepolto in Costarica, secondo le sue volontà, in attesa che la sua terra sia libera e possa di nuovo accoglierlo. Il Costarica è un paese importante nel passato del Comandante, perché fu il suo rifugio dalle truppe di Batista che lo braccavano. Huber Matos, il mitico Comandante della Colonna 9 "Antonio Guiteras", entrò all'Avana a fianco di Fidel e di CamiloCienfuegos. Avevano posizioni democratiche molto simili, Huber e Camilò, il primo fu arrestato per tradimento, il secondo scomparve in un misterioso incidente aereo. Huber Matos è sempre stato convinto che Camilo venne ucciso, così come la sua detenzione fu una conseguenza della svolta autoritaria castrista. Riposa in Pace Comandante Huber. La storia ti assolverà.

Foto: foto di Huber Matos e una caricatura di Garrincha.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

La morte di Huber Matos
La morte di Huber Matos
Mostra altro

I Fotoromanzi Lancio

31 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

I Fotoromanzi Lancio

In principio fu il feuilleton, il taglio basso dei giornali ottocenteschi, romanzo popolare a puntate, destinato ad aumentare le vendite dei giornali. Poi, nel 1947, un certo Stefano Reda va in giro per le case editrici proponendo l’idea pazza e innovativa di un fumetto che abbia foto al posto dei disegni. Solo la piccola casa editrice Novissima, consociata con la Rizzoli, accetta. Esce Sogno, un giornale di sedici pagine. I soggetti sono di Reda e di Luciana Peverelli, scrittrice di romanzi rosa. Dopo poco anche Arnoldo Mondadori pubblica un albo di fotoromanzi dal titolo Bolero (film). A questi due va aggiunto il precedente Grand Hotel, i cui romanzi, però, erano solo disegnati.

Siamo nel secondo dopoguerra, le storie sono semplici e sentimentali, tante ragazze sognano e imparano a leggere. Le prime narrazioni sono sequenze di film famosi o adattamenti di romanzi della letteratura “alta”, come i “Promessi Sposi” di Manzoni, “I miserabili” di Victor Hugò, o, addirittura, della Bibbia. Col passare del tempo, i soggetti si moltiplicano e, a interpretare i fotoromanzi, sono chiamati personaggi dello spettacolo, come Raffaella Carrà, Giuliano Gemma, Sofia Loren.

Ma sarà la casa Lancio, dopo aver rilevato “Sogno”, a dare l’impulso maggiore al genere. Negli anni sessanta nascono le più importanti testate di questa editrice che diventa sinonimo di fotoromanzo: a Sogno si aggiungono Letizia, Charme, Marina, Kolossal e molte altre.

Il decennio di massimo splendore è quello degli anni 70. Si vendono cinque milioni di fotoromanzi il mese, quindicimilioni di persone li leggono dal parrucchiere, nelle sale d’attesa dei medici, aspettando l’uscita in edicola o il prestito di un’amica.

La categoria che più viene catturata è quella delle tredicenni. Inesperte di sentimenti e di sesso, tutte noi avevamo un’amica appena più smaliziata che ci passava pacchi di fotoromanzi usati, con le pagine arricciate, con i cuori disegnati a penna sulle foto degli attori più belli. Li accoglievamo a braccia tese come un bene prezioso, li tenevano nascosti nelle nostre camerette, perché madri e nonne storcevano il naso di fronte a quelle foto dove un uomo e una donna non sposati comparivano in un letto, distesi l’uno accanto all’altro, con un lenzuolo a coprirli fino alla gola. Ma l’immagine lasciava intuire - e sognare - più di tante esplicite e prolungate scene di sesso nelle nostre fiction odierne, naturale evoluzione del genere.

Espressione della narrativa popolare, sogno allo stato cartaceo e fotografico, i fotoromanzi avevano trame coinvolgenti, avventurose e ricche di sentimenti facili. Le protagoniste erano eroine belle, gentili, con le quali potevano identificarsi ragazze comuni. La loro felicità era insidiata da rivali cattive, dall’eleganza accigliata, sempre predilette da future suocere intriganti. Tutto si risolveva, il lieto fine era assicurato, i cattivi venivano puniti, gli innamorati si sposavano.

Ma, soprattutto, quelli che ci facevano impazzire erano i protagonisti maschili, attori di cui tutte noi appendevamo il poster alla parete. Primo fra tutti lui, l’icona, il bellissimo, la quintessenza della virilità: Franco Gasparri. Occhi verdi, capelli neri, spalle poderose, il fotoromanzo della sua vita s’interromperà a trentadue anni, per una caduta dalla moto che lo costringerà su una sedia a rotelle fino alla sua morte, avvenuta nel 99.

Gli anni settanta, dicevamo, segnano il boom del fotoromanzo, creando miti adorati dalle adolescenti italiane: Katiuscia, Michela Roc, Franco Dani, Paola Pitti, le sorelle Claudia e Francesca Rivelli (Ornella Muti).

Dal nostro paese, il genere del fotoromanzo si diffonde in tutto il mondo, fino all’America Latina e l’India.

Ma dopo l’apice, la decadenza. La lettura dei fotoromanzi scema nella seconda metà degli anni ottanta, soppiantata da altre forme d’intrattenimento popolare, dalle telenovelas alle fiction, e sono questi nuovi generi, da allora in poi, a dirci cosa e come dobbiamo sognare.

I Fotoromanzi Lancio
I Fotoromanzi Lancio
Mostra altro

L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani in Crimea

30 Marzo 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #storia

L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani in Crimea

L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani in Crimea

Edizioni Settimo Sigillo Europa – 2009

Giacchetti Boico Gulia- Vignoli Giulio

II libro è scritto a quattro mani da Giulia Giacchetti Boico e Giulio Vignoli. Giulia è nipote di deportati e vive e opera a Kerc in Crimea. Giulio Vignoli è docente all'Università di Genova. Scrive Giulia: "Tutta la strada da Kerc al Kazakistan è irrigata dalle lacrime e dal sangue dei deportati o costellata dai nostri morti, non hanno ne tombe, né croci". In questo libro si narra dell’olocausto dimenticato di una minoranza di Italiani che si era stabilita in Crimea fin da tempi antichissimi. Le prime presenze risalgono addirittura all’Impero Romano, per arrivare alla Repubblica di Genova e Venezia, ma è in epoca moderna che si ebbe il più importante flusso migratorio, si trattava di circa duemila persone provenienti soprattutto dalla Puglia. Erano italiani poveri dediti principalmente all’agricoltura. Partivano verso quello che per loro appariva come un nuovo Eldorado: clima mite, terre fertili, mari pescosi. La comunità si inserì perfettamente nel tessuto locale, si stabilì principalmente nei pressi della città di Kerc e, in pochi decenni, divenne una delle più ricche e ammirate grazie alle sue grandi capacità imprenditoriali e commerciali. I problemi cominciarono con la Rivoluzione d’Ottobre. “Espropriati della terra e privati della possibilità di professare la propria fede” molti italiani ritornarono in Patria. A quelli che rimasero fu imposta la “russificazione” : era loro vietato parlare italiano e furono costretti a cambiare i cognomi. La storia della piccola comunità in Crimea si intrecciò con la complessa tragedia del comunismo sovietico. Nell’ambito del piano di collettivizzazione delle campagne, le autorità sovietiche promossero nei pressi di Kerch la costituzione di un colcos italiano dal suggestivo nome “Sacco e Vanzetti”. I nostri connazionali, piccoli proprietari terrieri, provarono a resistere e continuarono a lavorare alacremente la terra come sapevano fare loro, senza adeguarsi troppo alle restrittive regole di quella che era una specie di cooperativa agricola di produzione. Accadde così che nel fallimentare deserto della collettivizzazione sovietica, il colcos italiano primeggiò e superò tutti gli obiettivi pianificati risultando, grazie all’efficienza dei nostri agricoltori, il più produttivo di tutta la Crimea. Questa prerogativa fu causa, insieme alla relativa agiatezza dei coloni e alla religione professata, di invidie e sospetti. Furono proprio i dirigenti italiani del Comintern che cominciarono a tenere sotto stretto controllo la comunità di Kerch, in quanto le qualità degli italiani, la loro capacità produttiva, la relativa indipendenza dai nuovi dettami che riuscivano a conservare nel lavoro, risultava essere poco consona alla disciplina del partito. Proprio per educarli ai nuovi metodi, fu inviata a Kerch una delegazione speciale di controllo. Capo della missione rieducativa, che poi si rivelò punitiva, fu Paolo Robotti, cognato di Togliatti, presidente del “club degli emigrati” a Mosca e responsabile delle innumerevoli sparizioni di connazionali, avvenute durante le purghe staliniane grazie ai suoi verbali delatori consegnati a chi di dovere. Di ritorno a Mosca, dopo l’importante incarico avuto, scrisse nel suo resoconto di aver sistemato al meglio la situazione al colcos italiano, di aver dato la giusta impronta in modo che avrebbe ripreso nuova vita e prosperità, di aver chiuso la scuola religiosa e rispedito il prete in patria. In realtà la visita di Robotti rappresentò il primo atto della tragedia degli italiani in Crimea. La “pulizia”, da lui guidata con l’ausilio degli agenti del NKVD, condusse alla deportazione di intere famiglie, alla divisione e lacerazione di altre e alla sommaria esecuzione di molti innocenti. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale la situazione precipitò. Gli italiani di Crimea furono considerati automaticamente nemici e fascisti, vennero deportati nei gulag in Siberia e in Kazakistan. Intere famiglie dovettero sostenere prima viaggi allucinanti nei vagoni piombati poi lunghe marce nelle steppe congelate dell'Asia, ridotti alla fame, soggetti a privazioni e stenti che condussero alla morte di molti, in particolare di quasi tutti i piccoli. Una volta giunti a destinazione, i deportati vennero collocati in baracche sperdute e nutriti con erbe e radici. In tali condizioni i decessi nelle località d’arrivo, dopo quelli avvenuti durante il viaggio, furono numerosissimi e la comunità di Kerch fu cancellata. Oggi sono in tutto meno di 400 gli Italiani rimasti, hanno costituito il circolo culturale “Il Cerchio”, dove la infaticabile presidente Giulia Giacchetti Boico tiene vivo il lume delle origini. Predispone corsi di lingua italiana, intrattiene rapporti culturali col nostro Paese, organizza scambi di studio per i ragazzi di Kerch, perché anche visitare la Penisola, seppur solo per un breve soggiorno, non è facile per i figli e i nipoti dei sopravvissuti ai gulag. Giulia si batte per ottenere il riconoscimento alla cittadinanza italiana e lo status di minoranza deportata all’intera comunità, poichè con i documenti distrutti e i nomi cambiati, tornare ad essere cittadini italiani è diventato “un sogno”. Da qualche anno l’associazione, il 29 gennaio, per non dimenticare gli Italiani uccisi o scomparsi, tiene a Kerch la “Giornata del Ricordo Italiano”, organizzando una toccante cerimonia col rito dei garofani rossi gettati nel Mar Nero congelato. È a dir poco commovente l’adesione conservata e rinnovata alle tradizioni di origine e a un Paese che, almeno finora, non si è meritato tanto attaccamento, visto che che l’Italia ufficiale non si è ancora fatta viva per riconoscere e ricordarsi di questi Italiani prima perseguitati e poi ignorati. “Molti di noi non sono mai stati in Italia, eppure se glielo chiedi ti risponderanno che quella è la loro Patria,” dice Giulia Giacchetti Boico “La deportazione degli italiani non è stata ancora riconosciuta ufficialmente dall’Ucraina e in Italia non se ne sa quasi niente” La pubblicazione, arricchita da importantissimi documenti e da testimonianze inedite, vuole far conoscere i terribili eventi patiti dagli Italiani e sensibilizzare l'opinione pubblica e la classe politica dell'Italia e dell'Ucraina. Per questo il libro è scritto in italiano, russo e ucraino: “perché tutti intendano, anche chi non vuole intendere.” II volume vuole essere dunque “un grido di aiuto dei superstiti, dopo tanti anni passati dalla strage, perché venga riconosciuto il loro olocausto, un grido che squarci il velo di indifferenza e di oblio”.

La cerimonia dei garofani

La cerimonia dei garofani

Mostra altro