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In giro per l’Italia: i vini di Romagna

27 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere, #saggi

In giro per l’Italia: i vini di Romagna

Foto e testo di Franca Poli

Facendo anticamera dal medico come mi è successo di frequente negli ultimi tempi, mi è capitato sotto gli occhi in sala d’aspetto una delle pagine del mensile La Piazza di Romagna del mese di febbraio, un periodico locale, in cui ho trovato un interessante articolo che parlava di vini. Un argomento che, chi mi conosce, sa quanto mi appassioni da sempre. Unendo le mie conoscenze a quanto appreso, ho scritto questo pezzo da proporre alla vostra attenzione:

"Un po’ di storia,un po’ di curiosità, un po’ di fantasia sui vini di Romagna"

E’ impossibile parlare di buona tavola senza parlare anche di vino. Un binomio che va a braccetto, perché il vino è da sempre una componente fondamentale della nostra cucina e della cucina di tutti i popoli del Mediterraneo fin dai tempi più antichi. “Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere” diceva Charles Baudelaire. Già perché il vino è capace di scoprire il vero pensiero degli uomini e far rivelare la verità: “in vino veritas” e gli uomini lo sapevano fin dai tempi degli antichi romani.

Il primo dei vini romagnoli è indubbiamente il Sangiovese, il più antico come coltivazione e produzione delle nostre terre. Si ritiene addirittura che la celebre uva nera da cui si ricava fosse già conosciuta più di 2000 anni fa e utilizzata dagli Etruschi in Toscana dove lo stesso vino diventò poi “Brunello” o “Sangioveto” a seconda delle zone. L’origine del nome Sangiovese è contraddittoria: c’è chi vuole provenga da “san giovannina” che indica un’uva primaticcia, dato il suo precoce germogliamento che avviene già intorno a fine giugno, per San Giovanni appunto, e chi invece propende per l’origine più antica che lo vuole così denominato fin dagli antichi romani, che abbinavano il suo nome al colore rosso intenso del sangue di Giove “sanguis Jovis”. Una volta fatto re il sangiovese, la regina dei vini romagnoli è sicuramente l’albana. Primo vino bianco italiano a cui fu conferita nel 1987 la denominazione d’origine controllata garantita (DOCG), ha anch’essa origini antichissime. Citata fin dai tempi di Marco Terenzio (116-27 a.C.) nel suo “De re rustica", si dice che fu qui trapiantata dai colli albani e il nome deriverebbe appunto dal latino “albus” cioè bianco. La storia di questo vino, come tutta la terra romagnola, è strettamente legata agli antichi romani. La leggenda racconta che la famosa imperatrice Galla Placidia, assaggiasse l’albana durante una cavalcata sulle colline intorno a Ravenna, dove aveva la sua residenza. Il vino le era stato offerto in un rozzo boccale di terracotta e, dopo averlo gustato e trovato degno del palato di una regina, pare avesse esclamato “Non così umilmente ti si dovrebbe bere, bensì, berti in oro ” Da qui la fantasia dei produttori di vino romagnoli, che attribuisce a questo episodio, il nome della località di “Bertinoro”, famosa per i suoi vitigni e zona di elezione per la produzione dell’albana. Esiste un altro famoso vino proveniente dalle colline di Bertinoro, dal nome meno aulico dell’albana, ma più originale, è il “Pagadebit”, che in dialetto romagnolo significa che “fa pagare i debiti”. Questa denominazione è dovuta alla particolare caratteristica di resistenza a tutte le condizioni climatiche di questo vitigno che consentiva ai contadini di produrre vino anche nelle annate peggiori e di pagare così i debiti contratti.

Terra di buontemponi e di buonumore la Romagna e non so se questo sia da addebitare anche alla vasta produzione di vini. In queste zone da sempre viene preservata e incentivata la coltivazione di vari vitigni anche meno conosciuti che danno ottimi vini come il “Rambela” o il “Burson”, dal soprannome del suo scopritore (tira burson in dialetto significa cavatappi). Quest’ultimo vino, in occasione di una competizione nazionale per esperti del settore, tenutasi nel novembre scorso, ha sbaragliato nomi eccellenti come aglianico, primitivo, amarone e barbaresco. Alla faccia!

Dopo aver trattato origini latine,essere passata attraverso il dialetto locale, arrivo alle derivazioni straniere e non posso non ricordare un simpatico aneddoto legato a un soldato francese esperto conoscitore di vini che, arrivato in Romagna e assaggiato un ottimo bianco esclamò: “Très bien!” da qui il “Trebbiano” un altro fiore all’occhiello dei viticoltori romagnoli. Forse non tutti sanno che dal trebbiano un tale Jean Bouton, italianizzato Buton, ricavò il brandy più antico d’Italia, la Vecchia Romagna, che ottenne il Grand Prix con medaglia d’Oro all’esposizione universale di Parigi nel 1889. In realtà, leggende a parte, la vera origine del vino trebbiano DOC, dal caratteristico colore giallo paglierino, profumato e frizzante, di sapore asciutto e deciso, viene fatta risalire agli Etruschi e il nome deriva da Trebula città dell’Italia centrale e dal latino “trebulanus”. E’ tuttora un vino molto richiesto per esportazione, che non necessita di invecchiamento e si accompagna bene con molti piatti, soprattutto a base di pesce. Oggi è in gran voga per gli “happy hours” in quanto ottimo come aperitivo. Questo è un esempio di come cambi la moderna tendenza di valorizzazione del vino, mentre per gli antichi acquisiva un valore addirittura mistico. Le proprietà inebrianti lo connotavano in un’aura magica,religiosa addirittura, al punto da associare questa sublime bevanda al dio Dioniso. Il vino era un tramite dunque capace di mettere in contatto l’umano con l’aldilà, con il soprannaturale, un nettare che rendeva simili agli dei, offrendo l’illusione di eternità.

L’abitudine di bere vino è vecchia come il mondo. Fin dal libro della Genesi, si fa riferimento al vino,quando Mosè, terminato il diluvio e approdato finalmente a terra, pianta la vite e si ubriaca col suo vino. Le origini antichissime e il valore attribuito da sempre dagli uomini a questa bevanda vengono ritrovate fin dai documenti storici più antichi, citato ben 450 volte nella Bibbia, lo troviamo anche nel codice di Hammurabi dove erano previste pene severissime per chi adulterava il vino. Nei pressi di Ravenna, negli scavi archeologici del porto romano di Classe, sono emerse molte anfore vinarie in terracotta usate per la conservazione prima che i Galli ci facessero conoscere le classiche botti a doghe usate ancora oggi.

In conclusione pare innegabile l’importanza culturale del vino nella nostra terra di Romagna, di conseguenza ora capirete meglio quanto io, amante della storia, delle tradizioni e delle leggende e delle usanze della mia terra, sia affascinata da questo genuino prodotto dei nostri tralci, dunque non mi resta che alzare il calice e dirvi: "Prosit!”

Franca Poli

In giro per l’Italia: i vini di Romagna
In giro per l’Italia: i vini di Romagna
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Porca vacca (1982) di Pasquale Festa Campanile

26 Aprile 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Porca vacca (1982) di Pasquale Festa Campanile

Porca vacca (1982)

di Pasquale Festa Campanile

Pasquale Festa Campanile è uno dei nostri registi meno considerati dalla critica contemporanea e attende ancora la giusta rivalutazione. Scrittore prestato al cinema, racconta le sue storie con garbo e umorismo, costruendo commedie sofisticate, interpretate da attori popolari. Porca vacca porta nel cinema di serie A la maschera surreale di Renato Pozzetto, inventata da Mogherini, ma di fatto strutturata dallo stesso comico, in un'interpretazione più intensa del solito. Siamo in piena Prima Guerra Mondiale, l'attore di avanspettacolo Primo Baffo (Pozzetto) viene reclutato e spedito in trincea dove fa i conti con le asprezze di un conflitto terribile, tra le doline del Carso, al confine con l'Austria. La pellicola si sviluppa come una storia d'amore e d'amicizia tra il soldato e due ladruncoli delle montagne, interpretati da Laura Antonelli e Aldo Maccione. Festa Campanile segue la lezione di Mario Monicelli e critica la grande guerra, sceglie di distruggere la retorica patriottica che da sempre riveste l'ultima guerra d'indipendenza, descrivendo orrori ed eccidi di un conflitto cruento. Il personaggio interpretato da Pozzetto è il più dissacrante, perché canta per tutta la pellicola canzoni patriottiche corrette in versione satirica, facendo capire la posizione del popolo verso il primo conflitto mondiale. Laura Antonelli è una scaltra truffatrice che si approfitta di un soldato ingenuo, finge di amarlo, fa affari con gli austriaci e finisce per essere violentata da un gruppo di soldati. Nonostante tutto sia Maccione che Pozzetto sono innamorati di lei e fino all'ultima sequenza sognano di vivere insieme, magari sposandola entrambi. Il gesto più coraggioso del film verrà proprio dalla donna, che farà saltare in aria una diga e morirà per compiere una missione suicida. Non è patriottismo, però, ma soltanto vendetta per la violenza subita. Festa Campanile racconta anche il teatro di avanspettacolo, un mestiere ingrato dove il comico è investito da improperi perché il pubblico vuol vedere soprattutto le gambe delle ballerine. Il potere consolatorio dell'arte, la funzione di sostegno e di sollievo al dolore nei momenti difficili è un tema caro all'autore. Ricostruzione storica perfetta, tra trincee, montagne, casolari sperduti, borghi di contadini, attacchi con il fucile, bombe che esplodono, soldati che scrivono a casa e temono la morte. Una pellicola comica che a tratti diventa drammatica, che racconta la vita, secondo la lezione della commedia all'italiana, a tratti soffusa di un tenue erotismo, in misura minore rispetto alla media dei lavori del regista. Il momento erotico più forte è quando vediamo in primo piano la mancanza di una donna, le avventure in casino con le prostitute e i fugaci incontri con ragazze di paese. Un film contro la guerra, ma al tempo stesso un film bellico, perché le sequenze di battaglia sono girate molto bene, i bombardamenti sono realistici e alcune scene acrobatiche risultano credibili. Campanile inserisce la goliardia tipica degli ambienti militari, gli scherzi feroci, che si alternano a considerazioni profonde: "Io vengo dalla guerra. Là si muore e basta", "Con la guerra non si capisce più niente. Non si sa chi nasce, non si sa chi muore...". Tra gli attori ricordiamo un valido interprete come Toni Ucci, soldato romano in trincea, autore dello scherzo feroce dei pasticcini alla merda. Dino Cassi, comico dei Brutos insieme a Maccione, si vede solo per una rapida sequenza. Sceneggiatura priva di buchi, anche se la storia perde di efficacia nella seconda parte, troppo sbilanciata sul versante sentimentale. Di grande effetto la frase finale: "Quando torna la Marianna la sposiamo tutti e due". Non tornerà più. I due patetici eroi lo sanno bene. Ottima la colonna sonora - dolce e suadente, mixata a motivetti satirici come L'arrotino - composta niente meno che da Riz Ortolani.

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In giro per l'Italia: Civita di Bojano

25 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Civita di Bojano

Anche l’amico Alessio Spina ha raccolto il mio invito a parlarci del suo paese e, nello specifico, ha voluto mostrarci con le sue fotografie, Civita di Bojano. “Il mio personale pensiero, è mettere in evidenza le suggestioni ambientali e le grandi potenzialità dei luoghi in rapporto allo stato attuale di degrado e di abbandono.” Mi scrive amaramente Alessio che ama la sua terra ma è costretto a vederla sempre più abbandonata dagli amministratori locali. Una terra piena di risorse turistico-ambientali che non sono mai state valorizzate dalla politica che, al contrario, ha privilegiato la speculazione di una fallimentare industrializzazione del territorio. A Civita di Bojano, oltre alla caratteristica struttura del borgo medioevale, sono visibili tratti delle fortificazioni di epoca altomedioevale e i ruderi del castello normanno. Il castello, le cui rovine si trovano nel Borgo di Civita Superiore, faceva parte delle fortezze demaniali dell'imperatore Federico II e veniva amministrato da suoi castellani di fiducia. Secondo documenti dell'epoca è probabile che i castellani lo tennero in affidamento fino al terremoto del 1456. Scarse sono poi le notizie di un riutilizzo del castello dopo questo disastroso evento, anche se non sono da escludere lavori di restauro voluti forse dal vescovo Silvio Pandone nel 1513. Dal punto di vista architettonico il castello presentava una pianta allungata e due recinti: uno a nord e l'altro a sud di un corpo di fabbrica centrale nel quale era la residenza del conte o palatium; il primo recinto o ricetto era separato dall'altro da un fossato artificiale scavato nella roccia. Il ricetto era poi collegato al resto della fortezza da un ponte levatoio che immetteva in un ampio corridoio delimitato da massicce mura in cui erano praticate tre aperture che controllavano il fossato e svolgevano un' importante funzione difensiva. Un'ulteriore cinta muraria, che fortificava il castello, si univa alla cinta merlata che racchiudeva l'intera cittadella; un insieme di mura quindi di cui ancora oggi si conserva la parte occidentale, parte importante (Giudecca) perchè al proprio interno erano sorte delle piccole abitazioni riservate ad una colonia di ebrei, giunti al seguito di Federico II. (Franca Poli)

In giro per l'Italia: Civita di Bojano
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Un giorno senza lavoratori privati

24 Aprile 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #racconto

Un giorno senza lavoratori privati

Un giorno senza lavoratori privati

di Yoani Sanchez

traduzione di Gordiano Lupi

Il giorno cominciò in un'atmosfera da incubo. Venne a mancare il caffè del mattino perché all'angolo di strada non c'era il venditore con termos e bicchierini. Per questo motivo camminò stancamente fino alla fermata degli autobus, mentre faceva attenzione se vedeva qualche tassì collettivo. Niente. Non passava per il viale neppure un vecchio Chevrolet, non si intravedevano neanche gli ingegnosi pisi-corres capaci di trasportare fino a dodici passeggeri. Dopo un'ora di attesa, riuscì a salire sull'autobus, irritato dalla mancanza di un pacchetto di noccioline con cui placare "il languorino" che sentiva allo stomaco.

Quel giorno sul posto di lavoro combinò poco. La direttrice non riuscì ad arrivare perché la baby-sitter che si occupava della bambina si assentò. Altrettanto accadde all'amministratore, che non solo bucò uno pneumatico della sua Lada ma soprattutto trovò chiuso il riparatore di gomme del quartiere. Durante la pausa di mezzogiorno i vassoi di cibo non pesavano quasi niente da quanto erano vuoti. Non era passato il carrettino dei contorni che distribuiva vegetali e tuberi per rinforzare il pranzo. Il capo delle pubbliche relazioni si fece prendere da una crisi di nervi, perché non poté stampare le foto che gli servivano per ottenere un visto. Alla porta dello studio più vicino un cartello che recava la scritta: "Oggi non apriamo", gli aveva distrutto i piani di viaggio.

Decise di rientrare a piedi fino a casa per evitare l'attesa. Il figlio gli chiese qualcosa per fare merenda, ma il venditore di pane non si era fatto vivo con la sua stridente cantilena. Il chiosco di pizze non era aperto e non servì a niente neanche fare un salto al mercato agricolo. Cucinò quel poco che trovò e per asciugare i piatti usò un pezzo di camicia vecchia, vista la mancanza di commercianti che vendevano strofinacci. Persino il ventilatore non volle saperne di accendersi e il riparatore di elettrodomestici non aveva ancora aperto il negozio.

Andò a letto infastidito, immerso in una pozza di sudore, desiderando che al risveglio ci fossero di nuovo quelle figure che rendevano sostenibile la sua vita: i lavoratori privati. Senza di loro i suoi giorni si trasformavano in una successione di privazioni e di sofferenze.

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In giro per l’Italia: Bojano.

23 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l’Italia: Bojano.

Fotografie di Flaviano Testa.

Ancora una volta è l’occhio attento di Flaviano Testa che, con la sua macchina fotografica, ci presenta scorci panoramici e specifici particolari di questo paese così ricco di tradizioni, di storia e di natura. BOJANO ha origini antichissime, sorge ai piedi del massiccio del Matese, esattamente all’ombra del Monte La Gallinola, che lo domina, e a poca distanza dalla cima del Monte Miletto. Il paese è sorto su un altopiano che si trova a 480 slm., ed è sovrastato da Civita Superiore, borgo normano, che si trova arroccato sulla montagna, in posizione dominante rispetto all'abitato cittadino. Il territorio comunale è ricchissimo di sorgenti, fra cui vanno segnalate in località Pietre Cadute quelle del fiume Biferno, nonché coperto di vasti boschi prevalentemente di castagno, faggio, quercia e cerro. Ed proprio il binomio tra acque e natura a rendere unico questo territorio ancora poco conosciuto. Da segnalare la presenza dell'albero di castagno più antico d'Italia. Il Matese è una delle zone europee di primi insediamenti umani, come testimoniano importanti rinvenimenti paleolitici. Il geografo greco Strabone, narra come, a seguito di una guerra tra Umbri e Sabin, questi ultimi, risultati vincitori, promulgarono un Ver Sacrum (Primavera Sacra) in onore del dio Mamerte. I fanciulli vennero inviati a colonizzare nuove terre guidati dall'animale sacro al dio a cui erano stati consacrati: il bue. La rievocazione del Ver Sacrum si svolge ogni anno in città. È una rappresentazione scenica itinerante in costumi d'epoca, un'iniziativa che vuole portare all'attenzione di tutti la necessità di conoscere le proprie origini. La ricostruzione dei rituali si basa sulle notizie tramandate da scrittori greci e latini. Leggenda vuole che l'animale si fermasse alle fonti del Biferno per dissetarsi. Lì sarebbe stata fondata la città di Bovaianum, il cui nome chiaramente rimanda al bove. Molti documenti storici hanno tramandato lo stemma della città, ancora oggi adottato, recante un bue. Una curiosità, grazie alla vastità dei pascoli montani, Bojano è famoso per la produzione di squisite mozzarelle fresche e della scamorza molisana. Il latte è quello proveniente da mucche di razza Bruna alpina, genericamente allevate al pascolo brado. (Franca Poli)

In giro per l’Italia: Bojano.
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Maria Vittoria Masserotti, "Cose"

22 Aprile 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #maria vittoria masserotti

Maria Vittoria Masserotti, "Cose"

Cose

Maria Vittoria Masserotti

ilmiolibro.it, 2014

pp 140

12,50

Ho letto tutti e tre i libri di Maria Vittoria Masserotti e questo è, indubbiamente, quello più suo, nel senso che qui c’è tutta la sua vita, frammentata e rifratta in diciassette racconti. Gli spunti - le “Cose” disegnate sulla copertina - sono diversi: un faro, un figlio mulatto che odia il padre, un rapporto omosessuale, un cappello, uno scialle, una nota, ma, alla fine, il nucleo più vero della raccolta sono quei racconti dove una donna dai nomi diversi, ma che è sempre la stessa, coltiva il suo vizio di amare troppo.

Le donne della Masserotti amano troppo un uomo assente, sfuggente, capace di regalare loro, però, quel pizzico d’infinito che rimpiangeranno per sempre, senza poterlo mai dimenticare, senza potersi mai far bastare altro, perché qualunque cosa sarebbe un ripiego.

Sentiva il tocco lieve che percorreva la sua schiena lentamente, mentre aveva la sensazione che le loro due anime si stessero toccando. Un attimo perfetto, un pizzico d’infinito. No, non era più libera e forse non lo sarebbe mai più stata del tutto.” (pag 122)

Insieme all’Amore – inteso come ossessione romantica, tensione verso l’assoluto, fusione di carni e di anime – arriva inesorabilmente anche il Dolore, rappresentato dalla Scimmia appollaiata sulla spalla. Il dolore è fatto di mancanza, di nostalgia straziante, di vuoto incolmabile, ma pure di sensi di colpa per come ci si è lasciate trattare, per lo svilimento, per le umiliazioni subite, per le inutili attese davanti a un telefono che non suona, per la consapevolezza di non essere abbastanza attraenti per lui.

C’è la vita dell’autrice, dicevamo, in troppi di questi racconti, la sua grande capacità di amare, il suo vissuto, le sue esperienze, i luoghi conosciuti. Come in “Racconti per una canzone”, anche qui colpisce l’ambientazione sempre diversa di ogni bozzetto, che spazia dagli Stati Uniti alla provincia italiana più remota, dagli uffici ai ristoranti, dai caffè alle stazioni, descritti senza retorica ma con la mano ferma di chi parla di ciò che conosce bene.

C’è una novella, tuttavia, diversa da tutte le altre: “La gamba”, che racconta un episodio della vita di Sarah Bernhardt. Ecco, se l’autrice riuscirà a liberarsi della zavorra dell’autobiografismo, spogliandosi non tanto di se stessa quanto del suo groppo di dolore, scacciando la Scimmia dalla spalla, facendo della scrittura un uso esplorativo e non solo consolatorio, allora, con lo stile scorrevole e la padronanza di linguaggio che la caratterizzano, sarà in grado di perlustrare felicemente nuove strade, fra le quali quella della rievocazione storica appare davvero molto promettente.

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Più brillanti di stelle

21 Aprile 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #poesia

Più brillanti di stelle

Siamo stati mostri marini

a vagare nel buio,

lumini tremolanti

in caotici abissi.

Nascosti

alle nostre deformità…

Siamo stati pazzi Diogene

a cercare, lanterna alla mano,

lo sfacelo dell’uomo…

…tra le nostre incapacità…

Siamo stati fari pulsanti

nell’orrenda tempesta

a segnare strapiombi

salati di lacrime

per fantasmi di navi lontane…

Siamo stati led nella notte,

oscuri nell’oscuro

fulmini rotti,

malati infra-rossi,

invisibili a tutti…

Siamo stati lampi al magnesio

bruciati da Soli impotenti,

ultra-violenti.

Da raggi improvvisi

derisi…

Siamo stati nel buio del bosco

da soli tra alberi amici,

nascosti come piccole bestie.

Ombre fra le ombre

lunghe

infinite

di continui tramonti…

Siamo stati da soli nel buio,

immobili,

per non disturbare,

tra la paura

e la speranza

di una sola carezza…

Siamo stati inutili cristalli

come diamanti

nella roccia profonda,

come lava bollente

che forgia piccoli Dei,

come fari blu

di auto in fila

nella notte.

Siamo stati:

ombre vaganti nell’oscuro…

Siamo stati:

lampadine intermittenti nei riverberi…

…barlumi invisibili…

…brandelli di tenebra…

Ora cosa siamo?

Noi siamo lucciole!

Più brillanti di stelle

troppo distanti

per essere vere.

Appuntate come spilli

a cieli di cartone.

Noi siamo lucciole

cadute nell’erba!

Spossate

dal tanto lampeggiare

dal tanto segnalare

dal tanto cercare…

Siamo Anime

Insieme approdate

a una spiaggia di ciottoli.

A cui ora e solo ora,

all’orizzonte,

il Mare lucente

di nuovo

appare…

ML
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Francesco Grasso, "Come un brivido nel mare"

20 Aprile 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Francesco Grasso, "Come un brivido nel mare"

Come un brivido nel mare

Francesco Grasso

Nemo editrice, 2013

pp 201

17,90

“Il faro di Sebastopoli rifulge lontano, a nord. La costa è rocciosa, disseminata di piccoli scogli a fior d’acqua che ricordano candele mozze. Su alcuni di questi scorgo minuscole fiammelle: lanterne di pescatori in cerca di granchi, indovino. Il cielo è sereno. Una falce di luna brilla ad ovest. Onde bambine si frangono piano contro lo scafo. C’è odore di gabbiani e di salsedine.” (pag 25)

Nonostante qualche piccolo refuso, probabilmente sfuggito all’editor, la scrittura di “Come un brivido nel mare”, vincitore del premio Nemo 2012, è molto buona e suggerisce un talento assodato. Dispiace che sia al servizio di un contenuto dove molte delle premesse vengono disattese.

La storia parte da uno spunto inesplorato e stimolante, il catastrofico maremoto di Messina del dicembre 1908, ma s’intriga in sviluppi fantastici e spionistici, senza riuscire ad aver ragione della troppa carne messa a fuoco.

Come un brivido nel mare” è un romanzo storico, perché mescola accadimenti e personaggi autentici ad altri di pura fantasia. Appartengono alla realtà il cataclisma avvenuto a Messina, il personaggio della regina Elena – colei che, nella finzione, legge il manoscritto del protagonista morente – l’incidente occorsole, l’arcivescovo Arrigo Letterio, le navi straniere in rada nei giorni del terremoto. La trama, però, si snoda immediatamente in fanta-storia, e questo non sarebbe di per sé un difetto, sennonché l’elemento sovrannaturale e fantastico qui mal si sposa con le vicende reali.

In breve, la regina Elena, moglie di Vittorio Emanuele III, mentre presta aiuto compassionevole ai feriti del terremoto di Messina, raccoglie le ultime confidenze di un giovane soldato russo di bellissimo aspetto, Alec Vassilievic, detto Krasivin, cioè avvenente – dove bello sta a indicare anche buono ed ingenuo - il quale le consegna un taccuino in cui ha scritto il resoconto degli ultimi tempi prima del cataclisma. Egli si rivolge in forma epistolare allo scomparso fratello Piotr. Di tale fratello non si saprà più nulla e questa è una cosa che un romanziere non dovrebbe mai fare, cioè aprire una strada nell’intreccio senza poi percorrerla, lasciandola finire in un vicolo cieco.

La narrazione si divide in due parti, la prima è ambientata a bordo del Makarov e ricorda molto da lontano certe atmosfere di Conrad o di Melville, con protagonisti maschili alle prese con la vita di mare, il cameratismo e il bullismo. La seconda ha tutt’altro registro, si sposta a Messina, dove la realtà locale è osservata attraverso la visione distorta di un marinaio russo, fino all’epilogo che mescola il catastrofico col paranormale.

Il plot unisce gli elementi più svariati, cercando di amalgamarli fra loro, dal terremoto di Messina all’evento di Tunguska - ovvero la caduta di un meteorite in Siberia nello stesso anno – alle vicende storiche dell’arcivescovo Arrigo Letterio, alla presenza di due navi, una russa e una britannica, al largo della città proprio nei giorni del maremoto, alla visita della regina Elena, al culto mariano tipico della cultura messinese, alla malavita locale. Ma a far da filo conduttore c’è una fastidiosa ed ingombrante presenza femminile, quella di Perla, una spia russa che ha le fattezze e le movenze di un’eroina da videogiochi. Onnipresente, si porta appresso una complicata avventura di spionaggio internazionale, nella quale confluiscono laboratori russi di studio sul paranormale e veggenti lebbrose capaci di scatenare primigenie forze telluriche e scardinare millenari equilibri anche etici. Ella ha, inoltre, l’insopportabile vizio di raccontare continuamente al povero Alec, nonché al lettore, miti greci che poco hanno a che vedere con la storia, se non in qualche sotterraneo collegamento dovuto alla passione dell’autore per gli stessi, così come per le tradizioni russe.

Il dubbio che la materia sia ingarbugliata, deve essere venuto anche a Grasso, che lo ha manifestato nelle riflessioni metanarrative della regina Elena: “la guerra di spie evocata da Brasivin”, ella ci dice nella postilla n° 1, “mi ha lasciato assai scettica.” E “ancora meno mi convince il coacervo di antiche, stravaganti superstizioni, miti greci raffazzonati e perverse congetture religiose che Brasivin pretende, per meglio dire teme, aver causato il terremoto.”

La Vergine della Lettera, attorno alla quale ruota tutta la storia, somiglia più alla mater Matuta dei romani che alla madre di Gesù Cristo. Nel suo culto si riscontrano correnti pagane sotterranee, sopravvissute ai secoli. Questo aspetto è intrigante e avrebbe meritato maggior sviluppo, a scapito delle avventure che si svolgono a bordo del Makarov.

“Io credo, Piotr, che qui in Sicilia il clero stia combattendo da secoli per affermare l’ortodossia delle Scritture sul “senso magico” con cui il popolo vive il rapporto quotidiano col trascendente. In questo senso il mito della Protettrice, che le gerarchie ecclesiali non sono mai riuscite ad assorbire del tutto nel Credo ufficiale, rappresenta una minaccia.” (pag 137)

La seconda parte, quella siciliana, è forse la migliore, poiché si capisce che Grasso, messinese, ama e conosce ciò che descrive: la vita rude dei pescatori, il sudore della fronte, lo spirito di squadra, gli uomini e le donne del popolo in lotta con una natura matrigna.

E lì, mentre cantiamo e sudiamo e bestemmiamo insieme spruzzandoci l’un l’altro d’acqua salata, con le braccia che bruciano e la schiena che scricchiola e il legno del remo che graffia la pelle, mi colpisce all’improvviso una sensazione potente e magnifica. Una comunanza di sforzi e d’intenti, una solidarietà tra uguali, un’amicizia e un senso di appartenenza che in vita mia ho provato solo nei giorni migliori sul Makarov, tra i pochi compagni di cui veramente ero giunto a fidarmi. Riconosco nell’emozione, o almeno credo, ciò che Pasha chiamava “il vero Cameratismo”. Sentirsi non più un singolo ma parte integrante di un Equipaggio, un rito collettivo che va molto oltre indossare una stessa divisa o rispettare uno stupido regolamento.” (pag 131)

Se c’è una morale nella storia, è che “la tragedia è un faro che porta alla luce il meglio e il peggio che si nascondono dentro ogni uomo”, il cuore di tenebra di ognuno di noi, potremmo dire. Così, Serioga, l’antagonista malvagio (e brutto) di Alec, alla fine trova una sua qualche redenzione, mentre i popolani amici si trasformano in avidi sciacalli. Ma c’è anche un altro filone, che fa onore a Grasso, quello dove egli, per bocca del suo protagonista, rinnega “l’arbitrio di chi comanda”, il fatalismo di chi si piega ai soprusi dei prepotenti e alla mentalità mafiosa per la quale è da considerarsi “protezione” il ricatto dei criminali.

In conclusione, possiamo dire che una scrittura tesa come quella di Grasso, una forma così poetica, potrebbe esprimere un contenuto strutturato in modo più consapevole, magari patendo qualche rinuncia, in modo da non creare una mescolanza di generi dissonante anziché sincretica.

Insomma, non solo nello stile, ma anche nell’intreccio, vale la regola che è sempre meglio togliere qualcosa, piuttosto che aggiungere.

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Tunisia: oasi e deserto, le parti più affascinanti di un paese che non ha solo belle località balneari, siti archeologici e interessanti città.

19 Aprile 2014 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Tunisia: oasi e deserto, le parti più affascinanti di un paese che non ha solo belle località balneari, siti archeologici e interessanti città.

Assaporare la magia e la poesia del deserto. Rivivere il mistero e il fascino dei Tuareg, o uomini blu, e tornare indietro nel tempo pensando ai carovanieri che si addentravano nell’”oceano” di sabbia a dorso di dromedari, denominate le navi del deserto, avventurandosi in un mondo meraviglioso ma ostile e pieno di insidie per chi ha l’ardire di sfidarlo. Queste sono le sensazioni che evoca il deserto, ma oggi il Sahara tunisino attira tanti turisti che vogliono provare l’ebrezza di viaggiare in fuoristrada osservando scenari ricchi di malia o partecipando a safari o a Rally che mettono a dura prova le forze psico fisiche dei partecipanti, oppure che vogliono immergersi in un mondo di silenzio per ritemprarsi dal caos e dallo stress delle città. Parlare di deserto sahariano vuol dire ammirare la bellezza naturale di quel vasto territorio di 9mila metri quadri, che inizia dal Mar Rosso per arrivare sull’Oceano Atlantico, e che attraversa vari paesi del nord e centro Africa.

Il deserto più vasto del mondo, la cui sabbia è ricca di segreti tali da far capire che in un tempo lontanissimo quel territorio ha subito la glaciazione, poi è stato ricco di acqua per la presenza del mare, di fiumi e di laghi e, infine, che è stato ricoperto da rigogliose foreste, aveva un clima sub tropicale e gli abitanti vivevano di caccia e di allevamento.

Il deserto ci attrae perché possiamo goderne il silenzio, possiamo entusiasmarci davanti alla bellezza del diverso colore della sabbia e subire il fascino delle dune dalla diversa altezza. Inoltre, perché ci permette di ammirare nel cielo le numerose e grandi stelle, talmente luminose da sembrare così vicine da poter essere toccate le dita.

Il deserto tunisino ci permette di emozionarci anche davanti alle oasi, macchie di intenso verde che spiccano come sicuri rifugi nell’immenso giallo ocra della sabbia.

Il deserto, però, non è tutto uguale. Esiste il quello di roccia (l’hommada), che ha forme diverse per via del vento che le ha modellate. C’è quello costituito da ciottoli e ghiaia (il serir) e poi c’è l’Erg, il più bello, che si trova nel Sahara centrale ed è formato da dune di sabbia.

Deserti sì, ma mai uguali a sé stessi e vivi. Ogni giorno sono in movimento e un panorama che avevamo già visto, il giorno dopo potrebbe essere già diverso. Nel deserto, nonostante il caldo clima, c’è vita e non solo nelle oasi. Ci sono delle piccole città e villaggi sorti proprio a ridosso o dentro questo mare di sabbia.

Il nostro viaggio alla scoperta di alcune Oasi e del vero deserto

Dormiamo a Tozeur e la mattina dopo ci avventuriamo con la jeep 4 x 4 alla volta dell’oasi più piccola, quella di Mides, che è composta da profondi canyon e si trova vicino al confine con l’Algeria. E’ molto bella quest’oasi di montagna, i cui canyon sono profondi 60 mt e che un tempo era un’antica fortezza di frontiera dei romani e si chiamava Mades. C’è anche una piccola cascata che 3 mesi fa è cambiata a causa della caduta di un grande masso.

Ma è comunque bella e refrigerante. L’acqua che scende dalla montagna va a finire in una specie di laghetto che diventa ruscello con piccolissime cascatine dovute ai massi che sono nel letto dello specchio d’acqua. Palme e piante varie fanno da contorno a questo idilliaco scenario.

E’ qui e a Tamerza che si raccolgono, da ottobre a dicembre, i migliori datteri tunisini.

Sono molto ghiotta di questo fantastico e benefico frutto, che amo mangiare ogni mattina, e proprio quando mi trovo sul bordo del canyon, la mente torna indietro nel tempo e mi fa rivivere l’emozione di un lontano freddo dicembre e alcuni venditori di datteri, quelli non trattati e ancora attaccati ai rami, che mi vendettero non ricordo quanti chili di quell’energetico frutto.

Ricordo ancora lo stupore in aeroporto quando gli addetti al controllo mi videro con un borsone stracolmo di datteri incartati alla “meno peggio”. Chissà cosa avranno pensato! Probabilmente che li avrei venduti in Italia!

La meraviglia inaspettata di Chebika

Lasciamo Mides e andiamo in una che, a mio avviso, è una delle Oasi più belle della Tunisia: Chebika, piccolo villaggio e antico posto di guardia romano, le cui case sono costruite con argilla e pietra. Si trova in alto e ci sono montagne colorate per via dei metalli che la compongono, un antico villaggio abbandonato, piccoli e stretti siq che conducono nel punto più alto dal quale è possibile osservare ed ammirare rocce colorate, ruscelletti ed una cascata, situata in una gola, che forma un piccolissimo e cristallino lago la cui acqua è di un colore così azzurro da sembrare il mare.

Lo circondano alte palme e qualche pianta acquatica. Alcune piccole rane saltano da una parte all’altra di queste piante che hanno lo stesso colore degli animaletti. Su una roccia un romantico e grande cuore con la scritta “welcome”.

E’ un luogo fuori dal tempo, particolare, unico ed uno dei più belli che si possano visitare. C’è acqua, tanta per essere qui, ed è preziosa. Infatti, dall’alto scende per andare ad irrigare i piccoli villaggi nei dintorni.

Lasciamo Chebika con gli occhi ancora pieni di bellezze naturali e felici per averla potuta vedere. E’ ora di pranzare e lo facciamo sotto le tende in un grande giardino di Tozeur.

Nel deserto è difficile vedere l’orizzonte…

Le sorprese non mancano in questo viaggio organizzato dal Ministero del Turismo tunisino, dall’Ente del Turismo e dalla Tunis Air, e il pomeriggio risaliamo nelle jeep e ci dirigiamo alla volta di Ong Ejmel. E’ bellissimo osservare quanto sia diverso il paesaggio desertico. Si passa dalle piccole dune a spazi composti di ciottoli e si ha l’impressione che qualcuno si sia divertito a “spalare” la sabbia e a formare dei mucchi qua e là.

Cespugli brulli e più o meno alti affiorano in mezzo alla sabbia ed è incredibile come la mente pensi immediatamente che nel deserto non si riesca a vedere nessun orizzonte. Penso che se qualcuno si avventurasse da solo in questa distesa color oro, sicuramente perderebbe l’orientamento se non avesse una bussola con sé.

Ma lo spettacolo della diversità continua ed ecco che, ad un tratto, la sabbia diventa come un grande ed unico tappeto. Ciò che si vede ora è una distesa enorme e le dune sono più alte così come le discese diventano sempre più ripide. La sabbia è soffice, impalpabile come borotalco e le jeep devono “prendere la rincorsa” per superarle. Qualche jeep non ce la fa e rimane sospesa a metà della duna o s’insabbia.

La nostra è una carovana di jeep – siamo 63 giornalisti provenienti da tutta Europa – e chi sta dietro deve fermarsi e aspettare che chi è rimasto “intrappolato” venga aiutato dagli addetti a questo lavoro per riprendere il percorso.

E’ emozionante vedere come questa 4 x 4 riesca a superare queste “colline” dorate mettendosi anche di traverso e lasciando anche la via percorsa dalle altre auto. Mi diverte questo andare su è giù perché mi ricorda un po’ le montagne russe, lo “sballottamento” da una parte all’altra un po’ meno, ma a bordo si ride.

Il set di Star Wars…

Il nostro autista è molto bravo, e dopo averci fatto provare l’emozione di una discesa veramente ripida e lunga, riesce a portarci su una duna molto alta dove ci attende una bella sorpresa. Siamo nel bel mezzo del deserto e in cima alla duna c’è una tavola imbandita per offrirci un cocktail che si protrae fino al tramonto.

E’ un momento incantevole, di grande suggestione e bellezza. Siamo gli unici esseri umani in quel posto dove camerieri vestiti nella maniera tradizionale ci offrono bevande e assaggini. Ci regalano anche il manto con cappuccio che portano i tunisini berberi.

Il mio è bianco, ma è talmente lungo e largo che mi sento un po’ “Cucciolo”, il più piccolo dei sette nani. Ma è caldo e non m’importa nulla se sono buffa con il “burnus”. Fa freddo perché c’è molto vento”, ma i brividi li ho perché mi trovo lì, in un incredibile ed inimmaginabile scenario di grande poesia.

Ma ogni cosa ha la sua fine e così, quando fa buio, ci rechiamo nel sito che ha ospitato il film “Star Wars”. E’ buffo rivedere le piccole e strane case viste nella pellicola, così come siamo buffi quando facciamo la fila per farci fotografare a fianco delle persone che indossano i costumi dei vari personaggi del film: Lord Dart Fener, Luke Skywalker, Obi Wan Kenobi, la principessa Layla e i soldati.

Forse non siamo cresciuti…ma questo ritorno all’essere quasi adolescenti non mi dispiace affatto. Giovani e meno giovani ci tengono ad avere anche questo ricordo impresso nelle schede delle macchine digitali.

Si torna a Tozeur, questa volta senza attraversare il deserto ma lungo una strada che porta direttamente in albergo.

Il mattino dopo lasciamo definitivamente Tozeur, le cui case ricoperte da mattoncini sono una prerogativa del luogo come le tante palme che producono i datteri, i famosi Deglat en Nour – il cui significato è “dita della luce”. La popolazione vive di agricoltura, artigianato e commercio. Oggi è una delle località più note della Tunisia e stanno sorgendo alberghi di buon livello per soddisfare la richiesta di posti.

Qui, fra novembre e dicembre si svolge il Festival delle Oasi con danze popolari, corse di cammelli e processioni. Un evento sicuramente da non perdere.

Riprendiamo il cammino e ci avviamo verso Douz, la più sahariana delle città delle oasi del sud, definita la porta del deserto. Ogni anno si svolge il Festival Internazionale del Sahara all’interno del quale trovano spazio antiche tradizioni, la cultura berbera, concerti, spettacoli di danza e gare sportive. Un’altra manifestazione che sarebbe piacevole e interessante vedere.

Il lago dei miraggi…

Attraversiamo Chott el Djerid, meglio conosciuto come il lago salato, una vasta depressione che in parte è sotto il livello del mare e che nacque circa 1.5 milioni di anni fa. Un tempo doveva esserci stato il mare che poi si è prosciugato. L’acqua piovana che cade in inverno evapora velocemente, così ciò che si vede ora è una specie di grossa pellicola o crosta molto luccicante che da l’impressione che ci siano tanti cristalli o diamanti disseminati ovunque.

E’ un deserto di sale dove ci sono anche delle zone con l’acqua e in alcuni punti il sale si è divertito a generare forme strane. Sono i sedimenti che nei giorni molto caldi donano al lago salato un aspetto molto suggestivo ed è facile, per effetto della rifrazione della luce, avere l’impressione di vedere cose che in realtà non ci sono. Sono i miraggi per i quali è famoso Chott el Djerid.

Un concerto a Timbajine…

E’ molto lunga la strada che divide in due parti il lago salato e la percorriamo perché ci porterà a Timbajine, una montagna rocciosa che da lontano somiglia un po’ ad Ayers Rock, in Australia, o a Monument Valley, in Arizona. Su questa montagna è stato preparato per noi un concerto dal titolo “musica e silenzio” ed è così suggestivo e strano ascoltare – oltre al sibilo del vento – il suono del liuto, del violoncello, del sassofono e di altri strumenti, oltre alla voce di un tenore e a quella calda di un attore tunisino che declama testi che parlano di amore.

E’ inaspettata l’emozione che mi provoca il trovarmi sulle pendici di questa montagna, seduta su un sasso ad ascoltare in silenzio, non solo con le orecchie, ma anche con il cuore e la mente questo scenografico spettacolo. Intanto, nuvolette di sabbia finissima si alzano in maniera non uniforme sulla montagna per effetto del vento.

E’ strano osservare che si alzano un po’ da una parte e un po’ dall’altra, alcuni sembrano dei mulinelli, ma la sabbia è talmente sottile che gli abiti e i capelli sono pieni di quella che sembra essere polvere tanto è composta di minuscoli granelli.

E’ bello il concerto e magnifico il contesto nel quale si svolge. Si ascolta e si riflette. Sensazioni indimenticabili e particolari che non mi era mai capitato di provare altrove. Di nuovo brividi sotto il giaccone e non di freddo.

Il campo tendato. Non per tutti ma per chi riesce a “sopravvivere” senza gli agi di un albergo…

Procediamo ancora per arrivare nel campo tendato. Di nuovo il paesaggio è solo desertico ma la sabbia è color oro, bellissima. Ancora dune e ancora jeep in difficoltà. Scendiamo per toccare quella sabbia finissima che lasciamo scendere dalle mani.

E’ tiepida e vola via velocemente. Il mio autista tiene la mano ben salda sul cambio e supera ogni difficoltà. E’ una sfida continua questo salire e scendere dalle collinette. Il vento soffia forte e le dune sembrano “vive” perché la sabbia si muove e crea continue onde in superficie.

Arriviamo al campo che è quasi buio e ognuno prende posto nella tenda assegnata. Siamo al campo Mars ma ci sembra di essere sulla luna. Non c’è la corrente elettrica, ci sono solo 4 toilette senza doccia e nelle tende una candela e una piccola torcia sono l’occorrente per poterci vedere in quel buio totale.

Una specie di water closet è stato ricavato in una parte della tenda ed è riparato dagli sguardi degli altri. Ma non c’è acqua, solo segatura da gettare all’interno e salviette detergenti per poterci lavare.

Anche il ristorante dove ceniamo è illuminato dalle candele. E’ un eco-campo tendato che viene utilizzato nel periodo meno caldo. E’ tutto ordinato e si sopravvive tranquillamente anche senza fare la doccia per un giorno.

Ma io, che mi definisco un po’ Mary Poppins perché vado sempre in giro con un borsone pesante, ho con me 2 bottiglie piene di acqua… e così la doccia non mi è mancata.

Durante la notte piove, sì piove e siamo in pieno deserto! E’ incredibile e impensabile! Accade così raramente, ma l’abbiamo avuta ed è stato un bene per le piante ei piccoli animali che vivono in quell’ambiente selvaggio. Ma, al mattino, la sabbia è asciutta e il sole ci fa nuovamente compagnia.

La sabbia riprende il suo colore brillante e noi ci rimettiamo in marcia in fila indiana per percorrere a ritroso il tragitto che ci porterà lontano da questo mondo silenzioso, che solo i motori delle jeep e le voci umane riescono a rompere.

Non è un addio, il richiamo del deserto è troppo forte per non pensare di tornarci al più presto. E il Sahara tunisino è il più vicino e ancora da scoprire.

Liliana Comandè

Tunisia: oasi e deserto, le parti più affascinanti di un paese che non ha solo belle località balneari, siti archeologici e interessanti città.
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Marino Magliani, "Soggiorno a Zeewijk"

18 Aprile 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #interviste

Marino Magliani, "Soggiorno a Zeewijk"

Marino Magliani

Soggiorno a Zeewijk

Amos Edizioni – Pag. 175 – Euro 14

www.amosedizioni.it

La saudade non è tipica dei portoghesi e dei brasiliani, anche se il termine l’hanno inventato loro, forse anche i liguri e gli olandesi soffrono di una malattia che conosco per averla provata ogni volta che mi sono trovato lontano dal mio scoglio affacciato sull’Elba. Persino Napoleone soffriva di saudade, recluso nell’esilio dorato di Portoferraio, ma forse la sua era soltanto saudade del potere, non della Francia. Marino Magliani è uno scrittore ligure giramondo, traduce autori spagnoli e latinoamericani, ha vissuto in Argentina, lavora in Olanda, nel quartiere di Zeewijk che si affaccia sul Mar del Nord. Alcuni anni fa ha dedicato un libro ad Amsterdam, e adesso ne ha scritto uno per il luogo dove è solito abbandonarsi ai lunghi silenzi invernali e a meditare per scrivere. Conosco Marino da anni, grazie alla Fiera del Libro di Imperia, luogo d’incontro di culture, dove lo vedo passeggiare con incedere tranquillo da vecchio ligure, ultimo libro in mano, un amico per scambiare ricordi, qualche autore da presentare. E mi fa bene la sua presenza, mi ricorda che il tempo scorre, lasciandosi indietro la riga delle candele spente (scusa, Kavafis!), ma che il futuro ci attende. Nonostante tutto, nonostante gli anni.

Il suo libro olandese si sviluppa come un compassato dialogo poetico con Piet Van Biert, sulla trasformazione delle dune nel corso del tempo, sulla costruzione di un canale, sul tempo che scorre in un luogo che vive “lo smarrimento dell’amputazione”. Zeewijk è il luogo dove l’autore vive, quartiere costruito sulla sabbia, terra strappata al mare e alle dune, un luogo che era soltanto vento ed erba, mare e sassi. Magliani ricorda solo per un istante quando è approdato in Olanda per fare lo scaricatore di porto, si lascia andare al flusso del tempo malinconicamente, costruisce un racconto tra le dune, impalpabile come la sabbia, ma profondo come il mare. Il desiderio dell’autore è soltanto quello di scrivere, finché sarà possibile, quindi vorrebbe ritornare - a tempo debito - nella terra natia immutabile, fatta di olivi e scogliere, per osservare lo spettacolo della natura da una finestra. Nel frattempo vive in un luogo dove tutto cambia e si trasforma, giorno dopo giorno. Un libro che mette in primo piano la scrittura, l’amore per le parole, l’ossessione per il grande narratore ligure Francesco Biamonti, ma anche l’incontro con Anneke, una ragazza olandese, conosciuta traducendo Pablo d’Ors. Lo stile del libro è lirico, compassato, meditabondo, intenso. Una lettura da centellinare, capitolo dopo capitolo, come una buona raccolta di poesie, scritte vagando tra la Liguria e l’Olanda.

Abbiamo avvicinato Marino Magliani per porre alcune domande.

Perché un libro olandese? (anche se non è il primo...)

Perché ogni tanto si accumulano idee olandesi, e perché raccontare la Liguria col tempo diventa una cosa meccanica, uno rischia di ripetersi, non di scrivere sempre lo stesso libro, che non sarebbe male, ma ripetersi.

Il luogo dove si lavora, da emigrante, può diventare un luogo del cuore?

Basta che lo sia per la testa, se lo diventa anche per il cuore è pericoloso, a volte i luoghi basta che siano compensazioni.

Che cosa può avere in comune un porto olandese con gli olivi liguri e quel lembo di terra stretta tra la montagna e il mare?

Entrambi i popoli hanno strappato la terra a qualcosa, alle pietre o all’acqua, questo senso di eterna emergenza e di attesa accomuna i due sensi di vita. Ultimamente nei giardini olandesi, nelle aiuole, nei parchi, si trovano ceppaie di olivi, alberelli rachitici, bruciati dal vento e dal salino. Si chiedeva la stessa cosa Edmondo De Amicis, il primo vero narratore che - tra l’altro nato nella mia città ligure - ha raccontato l’Olanda. Manca la verticalità, le montagne, per avere qualcosa in comune, anche se il vento di per sé è la vera montagna olandese.

In Olanda senti nostalgia della tua Liguria? E viceversa?

Quando è un po’ che sono in un posto o nell’altro, allora sì, una o l’altra mi mancano. Di solito mi manca l’Olanda quando ad agosto sono in Liguria e sogno la pace delle dune olandesi. I luoghi dove potere parlare da solo.

La tua narrativa è condizionata da questa natura da emigrante?

Certo, è la narrativa dell’esule, del personaggio o dell’io narrante che non sa mai se sia il caso di integrarsi e accettare il solco o alimentarlo e vivere in quella specie di nostalgia del nostos.

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