Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Post recenti

Mai dire mai

21 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

 

 

 

 

 

Ho trascorso una strana Pasqua, a riprova che “mai dire mai”, che si può sempre tornare sui propri passi, che sarebbe stupido e cattivo non farlo, che bisogna perdonarsi e perdonare, che non si sa mai cosa c’è dietro l’angolo.

Aprile è esploso ma poi è tornato il freddo, però le giornate sono comunque lunghe e luminose. Il mio cane corre nei prati e si bagna in ogni pozza, in ogni ruscello, in ogni cala marina. Il sole è un amante che penetra, proibito e clandestino, questa mia pelle che non potrebbe riceverlo, mi dà un piacere sensuale.

Fra le cose che vi presento oggi ce ne sono alcune che serviranno per il mio viaggio in avvicinamento. Lascio a voi indovinare oggetti e meta. È un itinerario immaginato da tempo, spero che non succeda niente che mi impedisca di partire, ho paura di parlarne per scaramanzia, ma sarà lontano, molto lontano.

 

Vediamo cosa abbiamo.

 

La camicetta fantasia, ormai un classico nel mio guardaroba. Non mi stanco di dire che non si stira, che copre i difetti ed è pratica ed elegante in ogni occasione. Speriamo che non passi di moda tanto presto. L’ho comprata insieme con un’amica e costituirà un bel ricordo.

Tre magliette, una color vino rosé, una sabbia e una verde militare, che a me servono un po’ per tutto, per stare in casa, come underwear o anche da sole.

La canotta bianca col logo, idem come sopra. Ormai sono un po’ restia a portarla da sola perché la carne flaccida deborda, ma non se può fare a meno quando è troppo caldo. Sotto una camicia aperta, o con uno di quei cardigan che vanno adesso, poi, fa un figurone.

Borsa e zaino in ecopelle lasciano intravedere quello che sarà il mio look in questo viaggio alla ricerca delle origini, in quello stile coloniale che mi piace tanto. Fanno pendant con il borsone che vi avevo già mostrato.

Scarpe da trekking e cappellino (e il cappellino l’ho trovato!) completano l’insieme e saranno indispensabili laggiù.

A risentirci

 

 

 

I have passed a strange Easter, proving that "never say never", that you can always go back on your steps, that it would be stupid and bad not to do it, that you have to forgive and forgive yourself, that you never know what is behind the corner.

April has exploded, but the cold is back, nevertheless the days are long and bright. My dog ​​runs in meadows, and baths in every pond, every brook, every marine cove. The sun is a lover who penetrates, forbidden and clandestine, this skin that should not receive it, and gives me a sensual pleasure.

Among the things that I present today there are some that will be useful for my approaching journey. I leave you guessing objects and target. It's a long-awaited itinerary, I hope nothing happens to stop me from leaving, I'm afraid to talk about it, but it will be far, far away.

Let's see what we have.

 

 

The fancy blouse, now a classic in my wardrobe. I'm not tired of saying that it does not stretch, covers all defects and is practical and elegant at every occasion. I hope it does not get old fashioned so soon. I bought it with a friend and it will be a good memory.

Three t-shirts, a rosewood one, a sand one and a military green one, which are useful to stay home, to be worn as underwear, or even in open air .

The white shirt with logo, idem as above. By now, I'm a bit reluctant to wear it alone because the flabby flesh goes off, but one cannot help it when it's too hot. Under an open shirt, or with one of those cardigans, it makes a figurine.

Eco-leather bag and backpack let you glimpse what's going to be my look in this future journey to the origins. It’s the colonial style that I enjoy so much. They make pendant with the bag I had already shown to you.

Trekking shoes and hat (and the cap I found!) complete the outfit and will be indispensable over there.

 

See you soon

Mai dire mai
Mai dire mai
Mai dire mai
Mai dire mai
Mai dire mai
Mai dire mai
Mostra altro

L’amore quando si hanno quindici anni e si leggono libri strappalacrime

20 Aprile 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #psicologia

 

 

 

Ricordo quando ero ai primi anni delle superiori. Si sogna in grande, a quell’età. In tutti i campi… si è ambiziosi ed energici e si pensa di poter diventare tutto ciò che si vuole. Medici senza frontiere, astronauti, cantanti e attori. Nulla è precluso, nulla è troppo difficile o troppo lontano. Nulla è impossibile. Sì, tutto viene visto come ipotetico e distante, ma la frase “Non posso farlo” non esiste nel vocabolario mentale dei quindicenni. Grazie al cielo, aggiungerei – perché ci pensa l’età adulta a rompere molti sogni e smantellare gran parte delle certezze adolescenziali. Ma, benché questa voglia di arrivare in alto in ambito lavorativo sia tanto magica quanto preziosa, a quell’età il sogno più grande riguarda l’amore. Il cuore batte più forte, quando si hanno quindici anni, e tutto fa più male, tutto è più vivo e duole di più. Gli amori infiniti che poi terminano sempre lasciando un solco nell’anima; le lacrime davanti a un telefono; le uscite più o meno nascoste e un po’ temute; le bugie – perché non è amore, a quell’età, se non è condito da qualche menzogna – sussurrate a fior di labbra. I primi ti amo un po’ sofferti e un po’ lanciati al vento – quello stesso vento che poi li porta via e li disperde senza ritegno e senza conseguenze – e le prime cocenti delusioni. Un’altra che prende il tuo posto, quello che credevi fosse unico e speciale, e una nuova estate che nasce e che cresce. E finisce. Malgrado non si creda di poter aggiustare quel cuore, il futuro risana le ferite, sempre. Ecco a cosa penso, se cerco di ricordare quei tempi andati. Mi capita di sorridere, malinconica; tutto si viveva a mille, allora. Ora sarebbe impossibile buttarsi su qualcosa con quella foga, con quel bisogno. Perché è proprio questo che muove, a quell’età: foga e bisogno. Emozione. Passione.

Ieri, più di altre volte, mi è capitato di tornare indietro nel tempo. Navigando su Facebook, mi sono imbattuta nel nuovo romanzo di Federico Moccia, il seguito di “Tre metri sopra il cielo” e “Ho voglia di te”. Sono certa che la io di adesso non si perderà tra quelle righe. Sono cambiata e ho lasciato da parte sentimentalismi e cose affini. Non piango quasi più, sono molto pratica e molto poco romantica. Sono grande, insomma, e l’adolescenza è come un brutto sogno: sai che c’è stato e ne porti ancora addosso le conseguenze, ma non riesci più ad afferrarlo. So che Moccia non è King né Gazzola – i miei autori preferiti. So anche che le storie d’amore su carta stampata le sopporto poco. Troppi singhiozzi e troppi abbracci e troppi baci, ed è vero che nel mondo ne servirebbero sempre di più ma io ho bisogno di altro, di altre vette da esplorare e di altri stimoli che muovano la lettura. Lo so, conosco tutto questo, ma credo che lo leggerò comunque. Anche solo per capire se sono capace di essere un po’ come allora… di piangere e di ridere perché l’amore questo è, e lo è sia nella realtà che nella finzione di un libro.

Babi e Step mi fecero appunto piangere e ridere – soprattutto piangere, se non ricordo male – e muoio dalla voglia di capire se riesco ancora a innamorarmi di una scritta su un ponte. Di una fuga da una finestra. Di un mare che sa di cielo e di un cielo che sembra il mare. Di un dolce far pace… Un amore acerbo, breve ma forte come una tempesta. Un amore che non aveva senso di esistere e che quindi è morto con la fine dell’estate – che poi, chissà perché, le più belle storie iniziano quando il sole colora la pelle e tutt’intorno si sente profumo di mare. Un amore che è presente solo nei sogni più limpidi, quando si hanno i brufoli e si temono lunghe interrogazioni di latino.

Spero di sentirmi quindicenne per un attimo. E spero di piangere, almeno un po’. Se non altro per dimostrare a me stessa di non essere diventata troppo cinica da non riuscire a sognare.

Mostra altro

Siamo tutti gay

18 Aprile 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #recensioni, #le prese per il deretano di umberto bieco

 

 

 

C'era l'artista vanitoso e narcisista, che era dichiarato. Si sapeva. Si era anche lasciato, diciamo, maneggiare e usare dal direttore di una qualche mostra per tentare di, come dire, promuovere la propria produzione artistica. C'era l'aspirante architetto un po' indeciso, ok - apparentemente bisessuale. Si sapeva. Poi c'era il tizio misterioso e invalidato da un qualche altrettanto misterioso incidente, il protagonista, il tormentato, il delicato - che alla fine è "venuto fuori dall'armadio", e quindi si è saputo.
Poi c'era il bell'attore etero e virile. Piaceva a tutte le ragazze. E stava con le ragazze.

Ma non sarà mica che...  Non staremmo per caso arrivando a... Non starà per succedere che... Ed è successo: il ridicolo colpo di scena paventato si è materializzato senza ritegno.
Quattro su quattro: siamo tutti gay.

Ad ogni modo, fosse solo questo, ma non è. Questo libro è un monumento di migliaia e migliaia di parole che comunicano nozioni e particolari privi di qualsiasi interesse, che nutrono solo la mania e l'illusione dell'autrice di descrivere, o costruire, un mondo: quello di cui non si accorge è che si tratta di un mondo senza mondo - difatti, non esiste nulla al di fuori delle "vite come tante" di questi personaggi, non c'è società, non c'è politica, non ci sono avvenimenti globali: ci sono solo i loro problemi artistici, sessuali, carrieristici quando non i problemi organizzativi per la festa dell'ultimo dell'anno, riportati ovviamente con imprescindibile minuziosità. Ci sono solo individui senza un mondo attorno, se non un vacuo microcosmo nuovayorchese di ambito più che altro artistico: un miope sguardo su dei miopi.

Per fortuna, per gli appassionati di polpettoni misti a pulp, vi è la svolta di violenza raccapricciante - psicologica, emotiva, sessuale, sadica, punitiva, corporale - quando finalmente finisce il teasing durato centinaia di pagine sulla storia nascosta del vero e proprio protagonista, verso cui l'autrice magnetizza pian piano il lettore, lasciandolo avvolto nel mistero, lasciandolo per ultimo, mentre racconta gli altri tre, la loro formazione, il loro percorso, la loro psicologia:

ne valeva la pena?

No, ovviamente: tutta la lenta edificazione esplode come materia organica nel tripudio sguaiato dei colpi di scena da filmetto thriller-horror di quarta serata, o da drammatico pasticcio sadomaso: poteva arrivarci 300 pagine prima senza problemi.

Poteva, anzi, direttamente fare a meno di scrivere il libro: o scriverne uno sulla psicologia del magnaccia pedofilo, una delle poche cose interessanti del romanzo, che è una monumentale schifezza.

Mostra altro

Una vampata d’amore (1953) di Ingmar Bergman

16 Aprile 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

 

 

 

 

 

Regia: Ingmar Bergman.Soggetto e Sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist, Hilding Bladh. Montaggio: Carl - Olov Skeppstedt. Musiche: Karl-Birger Blomdahl. suono: Olle Jacobsson. Costumista: Mago. Direttore di Scena: Crals Ove Carlberg. Produttore. Rune Waldekranz. Produzione: Sandrewproduktion. Distribuzione: Sandrew Bauman Film. Distribuzione Italiana: Globe Film International. Origine: Svezia (1953). Durata. 92’. Fotografia. b/n. Titolo originale: Gycklarnas afton (La serata dei buffoni). Distribuito in Italia: 1959. Riedizione Televisiva: 1975. Interpreti: Čke Grönenberg (Albert), Harriet Andersson (Anne), Hasse Ekman (Frans), Anders Ek (Teodor), Gudrun Brost (Alma), Annika Tretow (Agda), Erik Strandmark (Jens), Gunnar Björnstrand (Sjuberg), Curt Löwgren (Blom), Čke Fridell (ufficiale), Kiki (il nano), Majken Torkeli (signora Ekberg), Vanjek Hedberg (suo figlio), Curt Löwgren (Blom), Conrad Gyllenhammar (Fager), Mona Sylwan (signora Fager), Hanny Schedin (zia Asta), Michael Fant (Anton), Naemi Briese (signora Meijer), Lissi Alandh, Karl-Axel Forssberg. Olav Riégo, John Starck, Erna Groth, Agda Helin, july Bernby, Göran Lundquist, Mats Hĉdell.

 

Una vampata d’amore - meglio sarebbe stato lasciare il titolo originale La serata dei buffoni - non è tra i film più noti e celebrati di Ingmar Bergman, contemporaneo a un capolavoro come Monica e il desiderio resta un po’ in ombra, ma la critica francese lo giudica una delle opere nere più riuscite del Maestro svedese. Bene hanno fatto la Ripley’s Film e Viggo srl a riportare sul mercato il DVD di un’opera che in Italia non si apprezzava dalla edizione televisiva del 1975, successiva a quella cinematografica del 1959, visto che da noi Bergman è arrivato con sei anni di ritardo rispetto alla patria di origine. Un DVD realizzato da un master HD CAM in versione originale, fornito dal distributore internazionale NON STOP SALES AB, prezioso e imperdibile per un collezionista delle opere del regista svedese. La colonna italiana, non essendo più reperibile il negativo colonna, è stata masterizzata e sottoposta a pulizia digitale, a partire da un positivo di 35 mm d’epoca stampato dalla Globe Film International per la prima distribuzione italiana del 1959. Non ci sono Extra, questo è il solo limite di un’importante operazione culturale.

Bergman scrive, sceneggia e dirige la storia di Albert (Grönenberg) è il direttore di un circo, stanco di tutto, persino del suo lavoro, separato dalla moglie - che rimpiange non per amore ma per la vita borghese - con una giovane amante (Andersson) che a un certo punto lo tradisce con un perfido attore di teatro. Bergman descrive da grande artista il rapporto logoro tra i due amanti, vissuto tra consuetudini e frasi fatte, gelosie e tradimenti, parole non dette e sogni di fuga. Il finale è molto triste, con Albert deriso e malmenato, dopo aver cercato di vendicarsi del rivale, non riesce neppure a suicidarsi e finisce per uccidere l’orso del circo. Tragedia ridicola, se si vuole, perché tutto torna al punto di partenza: il circo riprende il suo girovagare, Albert torna con la sua amante e la vita prosegue tra delusioni, rimpianti e inutili sogni di cambiamento. In fondo, nel breve volgere di una notte, l’uomo e la donna si sono traditi reciprocamene, perché il primo sarebbe tornato a vivere con la moglie, se soltanto lei lo avesse accettato. L’amante, invece, si è lasciata sedurre da uno squallido teatrante che l’ha ricompensata con un gioiello falso ed è andato al circo per deriderla. Bene ha fatto la critica francese a definire il film un’opera nera che mette in scena un’umanità dolente, incapace di cambiare la propria vita, una storia d’amore non convenzionale, dal contenuto introspettivo che anticipa i futuri capolavori. Un film ricco di immagini cruente, fotografia gelida in bianco e nero, soluzioni di regia originali (figure riprese negli specchi, in controluce), poetici piani sequenza e panoramiche di scogliere, prati e montagne che si specchiano nel mare. Romanticismo espressionista che non presta il fianco a sentimentalismi di sorta e a immagini consolatorie, ma sempre crudo e realistico, persino cinico e sadico. Attori straordinari, impostati secondo le regole del teatro, così come il cinema di Bergman resta sempre molto teatrale, anche se la fotografia di Sven Nykvist conferisce un respiro ampio e grande intensità agli esterni.

Bergman afferma nel libro autobiografico Immagini (Garzanti, 1992): “Il film è un tumulto, ma un tumulto ben organizzato. Lo scrissi in un piccolo hotel nei pressi di piazza Mosebacke, la camera era stretta, con una vista di chilometri sulla città e sulla rada. Dall’hotel si scendeva al teatro attraverso una scala a chiocciola segreta. La sera si udiva la musica che veniva dal palcoscenico della rivista. Di notte, nella sala da pranzo dell’hotel, gli attori e i loro bizzarri ospiti facevano festa. In quell’ambiente, in meno di tre settimane, nacque Una vampata d’amore, scritto di getto, dal principio alla fine, guidato dai demoni della gelosia. Qualche anno prima ero stato sconsideratamente innamorato. Con il pretesto dell’interesse professionale spinsi la mia amata a raccontarmi nei dettagli le sue sfaccettate esperienze erotiche. La specifica eccitazione della gelosia retrospettiva mi logorò, graffiandomi nelle viscere e nel sesso”.

Possiamo dire che il film è una combinazione continua di erotismo e di umiliazioni, che parte dall’episodio di Frost e Alma - narrato in un breve flashback - per poi approfondire il sentimento sviscerando la stanca relazione tra Albert e Anne. Una vampata d’amore non fu accolto bene dalla critica, addirittura un critico svedese scrisse di rifiutarsi di valutare ocularmente l’opera del signor Bergman. Il tempo ha dato ragione al grande regista, perché il film è invecchiato benissimo e resiste con la forza del capolavoro al passare del tempo.

 

 

 

Mostra altro

Tiziana

13 Aprile 2017 , Scritto da Gianluca Pirozzi Con tag #gianluca pirozzi, #racconto

 

Di Clara Garesio

Illustrazione di Clara Garesio

 

 

“Attenta piccolina, stai attenta!” ha iniziato a ripetermi la voce dentro ed aveva tutta l’aria di non volersi zittire.

Talvolta quella voce diventava più insistente, sino a privarmi anche di un unico attimo di tregua ed allora tutto risultava più difficile: impossibile concentrarmi, inutile tentare di riacciuffare per la coda l’ultimo pensiero e proseguire nei miei ragionamenti, vano continuare ogni conversazione e, soprattutto, poter lavorare, dipingere o modellare alcunché. Per non parlare delle volte in cui la voce s’intrometteva tra me e l’ultima parola appena letta su un libro o tra le righe di un articolo di giornale, ascoltata alla radio o per strada. Qualsiasi frase, anche quella più corta, smarriva il proprio senso, perché lei - la voce - era lì, fiera di aver preso il sopravvento su ogni mia azione, padrona assoluta nelle stanze oramai vuote della mia mente in cui iniziava ad echeggiare, simile ad un mantra che cresceva gradualmente d’intensità e così potente da annullare ogni altra percezione.

“Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!”

Quella volta, mentre stavo raggiungendo Faenza, la cittadina dove avevo vissuto sin da quando, poco più che bambina, avevo scelto di dedicarmi alla mia arte (e che, adesso, mi onorava con un’intera sala del museo della ceramica dedicata ai miei lavori), la voce a bordo del treno regionale che aveva lasciato Bologna alle quindici e dodici minuti ha assunto il tono fatale di un invito alla prudenza: non proprio un allarme, piuttosto un monito, e l’oggetto di tale cautela era lì, davanti a me, indifeso e tenero nei panni di bimba di quattro, al massimo cinque anni.

Avevo appena ascoltato il suo nome - Tiziana - più volte ripetuto dal padre che l’accompagnava. Lei aveva preso posto sul sedile accanto a quello occupato dall’uomo proprio di fronte al mio. Ero stata attirata dalle loro chiome, lo stesso rosso-castano, simile al colore del miele di castagno, indizio palese del legame genetico tra padre e figlia. Dai capelli ero passata ad osservare il viso di quella bambina, le guance paffute come due brioches appena sfornate, solide e delicate allo stesso tempo, la bocca che pareva uscita da una pala di un pittore rinascimentale, con le piccole labbra rosse, inumidite appena. La bambina teneva le manine aggrappate ai braccioli del sedile su cui era stata issata, ma s’intuiva dal fremito con cui pareva tastare la plastica, d’esser sul punto di volersi ergere per iniziare l’esplorazione di quella dimensione di cui alcune parole - treno, viaggio, binario, finestrino - andavano dispiegando.

“Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!”

Quel pomeriggio, appena il treno per Faenza aveva lasciato la stazione di Bologna lei, Tiziana, aveva mostrato la prima insofferenza per la posizione assegnata, esibendo, al contrario della sollecitazione paterna su quanto all’esterno iniziava a scorrere davanti agli occhi, una curiosità crescente per tutto ciò che all’interno del vagone pareva più generosamente esserle messo a disposizione. E così, infatti, dopo lo stupore per il tavolino a scomparsa collocato proprio sotto al finestrino, era stata la volta del piccolo cassetto per i rifiuti in cui la bimba aveva, con tutta la dovuta approvazione paterna, infilato qualche carta procuratale all’occorrenza. Quindi era gradualmente passata alla conoscenza dei passeggeri più vicini, me compresa. Rapidamente la finta vergogna esibita da principio aveva lasciato il posto ad una confidenza sempre maggiore tanto da indurla a fare capolino tra i sedili delle file limitrofe alla sua e, poi, gradualmente ad allontanarsi ulteriormente per entrare in relazione con qualche altro passeggero, facendo ritorno di tanto in tanto verso il suo papà, così da portarlo al corrente delle novità sperimentate a bordo di quel nuovo mezzo di trasporto sempre ricco per lei d’inaspettate e piacevoli scoperte.

“Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!”

Mentre osservavo quella bimba, la voce dentro non ha mai smesso di farsi ascoltare. La mia attenzione, nonostante i tentativi di concentrarmi sulle pagine del catalogo che avevo tra le mani, era inesorabilmente rivolta a quella bambina, con un’ansia crescente che la voce, nel suo sommesso, ma ripetuto, scandire continuava ad alimentare.

Liberatasi dal cappottino di lana color azzurro pallido, che era perfettamente abbinato alla calzamaglia di lana fitta a righe che le fasciava le gambe cicciotte, Tiziana ormai aveva preso familiarità con l’intero vagone dell’interregionale per Faenza, destreggiandosi avanti e indietro, da una porta all’altra della nostra carrozza, esibendo una fiera disinvoltura e uno stupefacente equilibrio malgrado i continui sobbalzi indotti dagli scambi.

Dopo aver ascoltato con espressione leggermente imbronciata le indicazioni del padre sul tragitto da percorrere per attraversare l’intero vagone, intuendo probabilmente che più che rassicurare lei, servivano a tranquillizzare gli altri passeggeri, ritornava di volta in volta ad un capo del nostro vagone dove, attendendo di esser osservata, si deliziava dell’effetto prodotto dal pulsante per azionare la porta di collegamento tra la nostra carrozza e quella successiva.

Dopo una serie di operazioni che nella loro ripetitività avevano perso per me ogni particolare attenzione, avevo osservato Tiziana rientrare al suo posto, dove era rimasta ancora qualche minuto in attesa dello spettacolo annunciatole dal padre. Ma le poche mucche al pascolo l’avevano lasciata indifferente, così come il treno carico di autovetture che avevamo superato, le ciminiere degli impianti industriali ed i relativi pennacchi di fumo in lontananza, persino i nidi delle cicogne ben visibili sui rami di alcuni alberi. La bambina aveva domandato, invece, notizie sui veicoli che filavano in direzione opposta alla nostra e chiesto se stessero dirigendosi pure loro a Faenza seguendo una strada più corta. Ma anche le spiegazioni e i ragionamenti apparentemente lineari della mia vicina di posto, avevano finito con l’annoiarla, tanto che poco dopo la bambina aveva domandato ed ottenuto dal padre il permesso di lasciare nuovamente il proprio sedile per andare a mettersi al centro del corridoio dove il dondolio del treno pareva interessarla infinitamente.

“Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!”, mi ripeteva ancora la voce mentre Tiziana barcollando proseguiva avanti e indietro tra i sedili, per fermarsi in prossimità degli altri passeggeri, attirata probabilmente da qualcosa di nuovo: era stato così per il controllore che aveva raggiunto la nostra carrozza e, subito dopo, per il contenitore termico nel quale io trasportavo il doppio espresso e che avevo poggiato sul tavolino. Tiziana mi si era avvicinata e, con le manine serrate sul bracciolo della poltrona, aveva affermato: Cappuccino, tanto che, quasi a volermi scusare, m’ero affrettata a rispondere: “No, tesoro mio. È solo caffè!... Come ti chiami?” “Tiziana” mi aveva risposto lei immediata ed altrettanto prontamente mi aveva chiesto “E tu come ti chiami?”

“Clara, tesoro mio. Mi chiamo Clara…”

“Dove vai?”

“Vado a Faenza”

“Pure io”

“Vai dalla nonna?”

“No amore, non vado dalla tua nonna. Vado in un Museo, il Museo della ceramica di Faenza, lo conosci? Ci sei mai stata?”

“Perché vai al Museo?”

“Vado a vedere una mostra. Vuoi venire con me?”

“No!” aveva tagliato corto la bimba, che si era rivolta allora al suo papà, attirata questa volta da una valigia con le ruote, lasciata proprio di fianco al sedile della fila successiva alla sua. Giunta accanto al bagaglio di plastica, Tiziana aveva indugiato qualche attimo e, poco dopo, aveva detto apparentemente senza alcun significato: “Nonna… nonna”. Era stato il papà, a rendere intellegibile quell’associazione: “Sì, è proprio come la valigia di nonna Rosa che ti piace tanto. Ma questa qui, Tiziana, è la valigia del signore, non quella della nonna. Vieni qui!” aveva proseguito l’uomo senza perdere la pazienza. “Ritorna al tuo posto perché, adesso, il treno sta andando più veloce e tu non puoi rimanere qui in piedi, altrimenti cadi!”.

Il papà aveva tentato di riportare la bambina in direzione del sedile, ma quel proposito non era andato a buon fine, tanto che all’accenno di ritornare a sedersi Tiziana aveva mostrato tutta l’ostinazione di cui una creatura così piccola sa esser capace. “Va bene…” aveva, infine, detto l’uomo, “Io vado a sedermi, tu rimani qui, ma tieniti bene e non dare fastidio alle persone. Capito?”

“Si!” aveva risposto Tiziana con un’espressione simile a quella di chi pregusta ogni possibile vantaggio della riconquistata libertà.

“Attenta piccolina, stai attenta Attenta piccolina, stai attenta Attenta piccolina, stai attenta!”

Avevo rimesso gli occhi sulla pagina del mio catalogo, mentre la voce che avevo dentro, sebbene non sopita, sembrava essersi fatta appena più lieve, forse, perché la bimba era ritornata indietro alla fila dei sedili anteriori attirata da qualcosa di nuovo (la cui vista mi era inizialmente ostruita) ma che, per l’espressione di curiosità, stampata in faccia a Tiziana, costituiva per lei fonte di nuova e magnetica attrazione. Il motivo per il quale la bambina sembrava non volersi schiodare dalla posizione in cui si trovava, traballante e a cavallo tra le due carrozze, lo compresi poco dopo: era il giochino elettronico che un altro bambino, qualche anno più grande di lei ed in attesa di entrare nella toilette, teneva serrato nelle proprie mani, muovendo appena le dita sui tasti. Solo dopo varie richieste da parte della mamma, il bimbo pareva essersi arreso e lo avevo visto cedere a Tiziana quell’aggeggio per lei così stupefacente. La bambina però, come se fosse stata già paga di quanto aveva osservato sullo schermo di quel gioco - dopo qualche istante speso, forse, nel tentativo di comprendere la dinamica del prodigio elettronico - aveva riconsegnato il gioco alla mamma del bambino e s’era avviata, seguita a distanza dal genitore, alla perlustrazione del corridoio della nuova carrozza.

“Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!” mi ripeteva incessante la voce dentro e benché provassi a non alzare più gli occhi cercando di riconquistare la concentrazione, l’allarme adesso mi pareva diventare sempre più incalzante.

“Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!” “Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!” “Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!”

È stato un sibilo inatteso, simile a quello che si ascolta quando il treno s’incrocia un altro treno che viaggia ad alta velocità nella direzione opposta. Ho avuto appena il tempo di realizzare che si trattava, invece, del rumore del pistone a pressione della porta del nostro vagone che inaspettatamente si è aperto durante la nostra corsa e, nello stesso momento, ho avvertito improvvisa la corrente d’aria gelida che da dietro la nuca ha attraversato da un capo all’altro l’intera carrozza. La voce ch’avevo dentro ha cominciato ad urlare ancor più forte a squarciagola: “Attentaaaa! Attentaaaaa!” .

È stato in quell’istante preciso che alla voce ch’avevo dentro di me si è sovrapposto il grido inaudito che m’ha spaccato per sempre il cuore: ed era il nome di una figlia - Tiziana - urlato per afferrare una bambina che improvvisamente non c’era già più.

Mostra altro

RADIOLIBRI, PRIMA E UNICA WEB RADIO COMPLETAMENTE DEDICATA AL MONDO DEI LIBRI, DA OGGI ANCHE IN FM

12 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cultura

 

Da lunedì 10 aprile 2017RadioLibri – prima e unica web radio interamente dedicata al mondo dei libri – trasmette per la prima volta anche in FM: è infatti possibile ascoltare tutti i giorni mezzora del palinsesto di RadioLibri – che vanta oltre 90 rubriche – sulle frequenze di Radio Città Futura, FM 97,7 o in streaming su radiocittafutura.it.

 

Ogni giorno dalle 17.30 alle 18.00 andrà in onda PAROLE IN SINTONIAuno spazio sempre diverso interamente riservato all’editoria, mission dell’unica radio dedicata al mondo dei libri, ideata da Matteo Fago e Carlo Mancini.  Parole in sintonia è frutto della collaborazione tra Carlo Mancini, CEO e Station Manager di RadioLibri, e Renato Sorace, presidente di Radio Città Futura.

 

Questa sinergia si aggiunge a quella già rodata e avviata il 3 ottobre scorso con Radio Capital, che prevede la lettura di romanzi già selezionati e recensiti da RadioLibri ogni lunedì sera, all’interno del programma Capital NightSide con Manuela De Vito, speaker anche di RadioLibri. 

 

www.radiolibri.it

FB: RadioLibri

Twitter: Radio_Libri

Instagram: radiolibri

Ascoltaci su radiolibri.it o scarica la nostra app per dispositivi Apple e Android

Mostra altro

Karl Marx recensisce Dark Shadows di Tim Burton

11 Aprile 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema

 

 

“For some blood means a life of wealth and privilege, for others a life of servitude.

(Barnabas Collins)

 

Barnabas Collins (Johnny Depp) è un conservatore, un succhiasangue vetero-capitalista affermatosi durante la rivoluzione industriale inglese, costretto ad essere eternamente assetato di profitto a causa della maledizione inflittagli da una tizia con la brutta faccia di Eva Green, nel ruolo di Angelique Brochard, domestica respinta, che rappresenta il tormentoso pungolo dell'economia capitalista, l'economia capitalista stessa, nonché i conflitti inter - e intra- classisti. Barnabas, infatti, in quanto sfruttatore, vive del sangue degli operai, che ammazza e drena non appena affrancato dalla prigionia della bara in cui è costretto da un paio di centinaia d'anni, e, in quanto conservatore, disidrata di plasma ed emoglobina gli hippie rincoglioniti che sognano un mondo differente, basato su pace e su amore. Pace e amore che, incarnati nell'oggetto del suo più puro desiderio, Barnabas ha perso proprio a causa della persecuzione inflittagli da Angelique: la domestica, in realtà una strega, nel prologo si vendica del rifiuto ipnotizzando la di lui amata, e inducendola a gettarsi dalla scogliera.

Il personaggio di Eva Green, che ritroviamo negli anni settanta (del 20° secolo), è un simbolo inconscio polivalente che rappresenta ulteriori due questioni psico-economico-sociali: nel prologo, le classi subordinate rigettate dal benessere elitario, che cercano vendetta, quindi la cattiva coscienza di Barnabas, nonché, nella contemporaneità, la rivalsa femminista contro la discriminazione sessuale – la conquista di nuovi ruoli sociali per la donna. La lotta di Collins contro Angelique è scontro intra-borghese, nel momento in cui lei diventa suo rivale sul mercato, tentando di conquistarlo, ma anche nostalgia conservatrice di un mondo in cui la donna non intraprendeva, e l'uomo dominava – l'era patriarcale. Nel complesso emerge la lucida consapevolezza politica di Burton, che condanna e fa condannare dalla storia lo stesso protagonista del film, nonché la sua finta nemesi - in realtà a lui affine. Difatti "ora gli mostrerò quel che siamo veramente", è ciò che esclama trasparentemente Birbaba, accingendosi a rivelare la propria vampiritudine assieme alla natura stregonesca di Angelique. Ed è lui stesso che riconosce la propria ipocrisia e crudeltà, menzionando le stragi operaie e controculturali da lui commesse, e analizza come ciò sia ineluttabilmente legato al rapporto con la sua amante e torturatrice. E comprende come l'unica soluzione possibile sia la distruzione di questo rapporto, e la creazione di uno nuovo - basato sull'amore - per transitare dal capitalismo al comunismo - nonché per distruggere le lunghe ombre oscure che infestano la dimora della famiglia borghese e i suoi sanguinari e cinici segreti - frutto marcio della falsa coscienza.


Uno spettro si aggira per il mondo, terrorizzando l'orrore capitalistico. E' lo spettro di Tim Burton.

 

Karl Marx und Friedrich Engels

articolo tratto da Das Kapital KinoRezension (edizione del maggio 2012)



 

 

Karl Marx reviews Tim Burton's Dark Shadows

 

“For some blood means a life of wealth and privilege, for others a life of servitude.

(Barnabas Collins)

 

Barnabas Coffins (Johnny Depp) is an oldcon, a veteran capitalistic bloodsucker which established himself during the English industrial revolution, compelled to be eternally profit-thirsty due to the curse inflicted on him by a gal with Eva Green's ugly face, Angelique Brochard, representing the tormenting goad of capitalistic economy, capitalism itself, as well as the clashes among and inside the social classes. Barnabas, in fact, being an exploiter, lives by the workers' blood, which he kills and drains as soon as he is enfranchised from the prison of the casket, and, being a conservative, he dehydrates of their plasm and hemoglobin the idiotic hippies dreaming of a different world, built on peace and on love. Peace and love which, incarnated in the object of his most pure desire, Barnabas lost precisely because of the persecution Angelique inflicted upon him: the maid, in truth a witch, in the proloque takes revenge for the rejection by hypnotizing Barnabas's loved one, and inducing her to jump from a cliff.

Eva Green's character, which we find again in the seventies (of the 20th century), is an unconscious and polyvalent symbol representing another two psycho-socio-economical issues: in the prologue, the subordinated classes rejected by the elitarian welfare and wealth, seeking revenge, therefore Barnabas's bad conscience, and, in addition, in the contemporary world, a feminist fight against sexual discrimination – the conquest of new social roles for women. Coffins's fight against Angelique is an intra-bourgeois clash, since she becomes a rival on the market, but also the conservative ache for a time when women didn't take up a career – a homesickness for the totally male-dominated patriarcal era. Overall, we see the emerging of Burton's clear headed political awareness, which condemns and makes history condemn the very protagonist of the movie, as well as his false nemesis – in reality, as a matter of fact, akin to him. Sure enough “now I will show them what we really are” is what Barnaby transparently exclaims, preparing to reveal to the public his vampiresque attitude and the witchy nature of bitchy Angelique. And it's he himself who recognizes his own hypocrisy and cruelty, mentioning the workers' killing and the countercultural slaughter that he commited, and analyzes how this is inevitably connected to his relationship with his lover and torturer. And he realizes that the only possible solution is the destruction of this relationship, and the creation of a new one – based on love – in order to transit from capitalism to communism as well as destroying the long, Dark Shadows which haunt the bourgeois family's abode and its sanguinary and cynical secrets – false conscience's festering fruits.

A ghost wanders about the world, terrorizing the capitalistic horror. It's the ghost of Tim Burton.

 

Karl Marx & Friedrich Engels

taken from Das Kapital KinoRezension (may 2012 issue)

 

Mostra altro

Mini-Giraglia: non solo una regata.

10 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #sport, #arte

 

@fabioguidi

 

Mini-Giraglia: non solo una regata. Una sessantina di equipaggi arrivati dai porti della Toscana, della Liguria e del Lazio, un percorso di oltre quaranta miglia in un tratto marino tra i più suggestivi di tutto il Tirreno e la possibilità di scoprire una delle più belle e incontaminate isole del Mediterraneo.

Arrivata alla XV edizione, la Mini-Giraglia è diventata un appuntamento sempre più apprezzato dai velisti, che partecipano numerosi alla regata organizzata dalla Delegazione della Lega Navale Italiana di Capraia nel primo week end di maggio. Ma quest’anno la Mini-Giraglia, che avrà la sponsorizzazione di Castello di Gussago La Santissima Franciacorta, Vicenzi Biscotteria, Locman Orologi e Braccini Broker Assicurativo, avrà un significato e una rilevanza speciali. Per festeggiare il cinquantesimo anniversario della fondazione della L.N.I., il Comitato Organizzatore ha deciso di associare la regata a un evento che la radicasse ancora più saldamente alla realtà storica e culturale di Capraia e ha scelto di contribuire al restauro del complesso di S. Antonio.

Per la sua bellezza e la sua posizione sul promontorio che domina il porto, la Chiesa di Sant’Antonio rappresenta l’identità stessa di Capraia. Purtroppo, negli anni, la struttura è stata fortemente danneggiata e in particolare la splendida facciata barocca si trovava in uno stato di degrado tale da fare temere a breve un collasso della struttura. Proprio con l’obiettivo primario del restauro della facciata nel 2013 si è costituita l’Associazione Amici di S. Antonio, un gruppo di persone accomunate dall’amore per Capraia. L’associazione, che tra abitanti dell’isola e turisti ha già raggiunto oltre 150 iscritti, si impegna per salvare dal decadimento una chiesa che, insieme al convento, costituisce uno dei complessi di maggiore rilevanza artistica di tutto l’arcipelago toscano. Il primo importante risultato è stato raggiunto e oggi la facciata di S. Antonio, con il progetto di restauro dell’architetto Franco Maffeis supportato da un gruppo di professionisti, è stata riportata al suo antico splendore. A questo punto però, perché quanto fatto fino ad ora non vada perduto, è necessario continuare nell’opera di restauro e valorizzazione della Chiesa. Per questo la Lega Navale di Capraia con il Patrocinio dell’Amministrazione Comunale, l’aiuto della Pro Loco in collaborazione con l’Associazione Amici di S. Antonio, ha deciso di dedicare la XV° edizione della Mini-Giraglia, che si terrà dal 6 al 7 di maggio, alla Chiesa di S. Antonio.

Come già nelle edizioni precedenti, nel pomeriggio di venerdì è previsto l’arrivo di tutte le imbarcazioni; il sabato mattina partenza nelle acque antistanti il porto dell'isola con direzione Giraglia, lo scoglio posto all'estremo Nord della Corsica. Quindi inversione di rotta e traguardo sotto la Torre del Saracino di Capraia. Dopo il rientro di tutti gli equipaggi, avrà inizio una serata di particolare suggestione: è infatti nello spazio antistante la chiesa e il Complesso Monastico di S. Antonio che alla presenza delle Autorità verrà organizzata la premiazione, la consegna di premi e trofei offerti dagli sponsor e un’elegante cena a lume di candela, in cui una parte dei fondi raccolti sarà devoluta all’Associazione Amici di S. Antonio.

 

Foto di @fabioguidi

@fabioguidi

@fabioguidi

Mostra altro

Pee Gee Daniel, "Il suocero e il genero"

9 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #pee gee daniel

 

 

Il suocero e il genero

Pee Gee Daniel

 

Leucotea, 2017

pp 133

13,90

 

 

Rispetto a Lo scommettitore, Il suocero e il genero di Pee Gee Daniel - che pare faccia parte di una trilogia dal titolo Once upon a time in Valdiguggio - accentua sempre più la ricercatezza barocca del linguaggio, a scapito della scorrevolezza, fin quasi a ricordare lo stile di Eco, e trasforma l’ironia in, meno divertente e più cattivo, sarcasmo.

Stevo Manini dirige da anni e senza successo una rivista locale in quel di Valdiguggio, paese vagamente riconducibile al Piemonte. Suo malgrado è costretto a far entrare in redazione il genero, un buono a nulla che in breve trasforma il giornale in un magazine di gossip e lo fa con tale successo da scatenare il livore e l’invidia del suocero.

Tutto qui, non c’è altro ma ciò che conta è la messa alla berlina, beffarda e surreale, di certi ambienti pseudo culturali di provincia, che ruotano spesso attorno a riviste e giornalini. E così abbiamo l’ignoranza travestita da cultura, il provincialismo spacciato per sapere di nicchia. Alla fine sarà proprio Doriano Di Marzio, l’odiato genero, a scoperchiare il sepolcro imbiancato del circolo cittadino per mostrare cosa c’è sotto: solo volgarità e ignoranza.

È facile, quando vivi in provincia, essere orbo in un mondo di ciechi, sentirti grande senza motivo, circondarti solo di chi ti plaude perché non conosce altro che te, perché è ancora più ignorante di te. Ma certa autostima ha i piedi di argilla ed è pronta a crollare al primo cedimento, alla prima critica esterna.

 

Ecco che di nuovo quell’edificio che fino a poche ore prima rifulgeva sotto al sole, nella sua liscia consistenza crisoelefantina, costruito con le centinaia di belle parole spese a suo proprio decoro, si faceva ora di cartapesta e cedeva, giù, strepitoso, afflosciandosi infine sul selciato, a causa di una miserrima, singola amenità mossagli contro a suo detrimento.” (pag. 43)

 

Al centro di tutto ci sono i caratteri, chiamarli personaggi diventa difficile, da quanto sono distorti attraverso una lente caricaturale che ne mette in risalto i difetti. Le peggiori, ma comunissime, emozioni umane sono descritte senza pietà: invidia, ambizione, mania di grandezza, odio e meschinità.

Il lessico, come dicevamo, è molto elaborato, e le note finto-filologiche finali ci ricordano tanto i dizionari del Borzacchini.

Mostra altro

Evelino Loi, "Non l'ho fatto apposta"

8 Aprile 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Posso dare solo un consiglio ai lettori: questo libro non vi annoierà, anzi, vi ricorderà di essere vivi, però ne sconsiglio vivamente la lettura ai bigotti, ai perbenisti, ai razzisti, agli omofobi, ma soprattutto ai deboli di cuore. Vi farà ridere, ma vi farà vedere il mondo da un’altra angolazione e vi suggerirà qualcosa su cui riflettere” dice lo scrittore Giulio Cesare Mameli, nell’introduzione all’opera, e non avrebbe potuto scrivere parole più adatte.

Ho incontrato Evelino Loi in un giorno di inizio aprile e, dandomi in dono questo libro, mi ha detto solo: «Mi raccomando, però, se appartieni a una delle categorie che nomina il signor Mameli nell’introduzione, non leggerlo nemmeno.»

Fin dalle prime pagine ci si rende conto che Evelino Loi, con tono disilluso e una punta di cinismo, ci sta dando in dono quella che è stata la sua vita senza addolcirla minimamente. Ne parla con ironia, a tratti, un’ironia sofferente che odora di ingiustizia, talvolta, ma anche di libertà.

È nudo e crudo, come si suol dire. Non ha paura di darci l’opportunità di entrare nella sua testa, anche quando il passato diviene torbido o scomodo.

Ci parla – in un modo che ricorda un racconto fatto davanti a un camino – della sua nascita, del fatto che pareva fosse nato morto e di come nessuno lo volesse battezzare.

Ci parla, come si fa ad amici d’infanzia, dell’alluvione del 1951 a Bari Sardo, del fratello che non mancava di punirlo e maltrattarlo, della mamma buona ma sfortunata, della prima partenza dall’amata isola.

Ci parla di quanto facesse male non avere un babbo accanto.

“[…] chiesi al padre che non avevo mai visto il perché non venisse mai a trovarmi. Perché? Mi comportavo male? Niente affatto. Andavo male a scuola? Non abbastanza da giustificare il suo comportamento.

Non ci viene difficile pensare al piccolo Evelino, triste per il fatto di non poter godere della vicinanza del babbo. Un bambino d’altri tempi, vivace e brillante, sveglio, scottato dalla vita ma ancora entusiasta. Gli manca suo padre, lo vede la notte, gli parla, gli domanda perché non sia lì a tendergli la mano ma non ottiene mai risposta. Suo padre è in una fredda cella per un reato poco grave ma che non gli ha lasciato scampo. Uscirà morto da quella prigione.

Non ci narra questi episodi chiedendo compassione, Evelino. Lo fa con risoluta fermezza, con tono canzonatorio. Si lascia andare a una narrazione burlesca, divertente. Durante la lettura ci capiterà spesso di sorridere; empaticamente, ci sentiremo un po’ amareggiati, un po’ abbattuti ma saremo anche dilettati dai toni disillusi e ironici con cui vengono farciti gli eventi.

Tuo babbo è in carcere, io con te non ci gioco. Ora, diciamoci la verità, avrei potuto staccare gli occhi dalla foglia, alzare il mento verso di lui, guardarlo negli occhi e dirgli Guarda che nessuno te lo ha chiesto. Oppure avrei potuto alzarmi, prenderlo per mano e dirgli Figlio mio, son cose che capitano, è giusto che a un uomo si dia una seconda possibilità, e poi noi chi siamo per poter giudicare gli altri? Lo avrei anche potuto ignorare. Invece fu una pompata di sangue improvvisa al cervello. […] Al primo calcio seguì il secondo, al secondo il terzo e mentre lui mi guardava come fossi indemoniato sentii improvvisamente la temperatura delle mie guance aumentare. Non era spuntato il sole. Era mia mamma bidella che mi stava prendendo a schiaffi e lo faceva con una sapienza e una maestria che non avevo mai visto prima. Di fronte a tutti.

Ci parla, poi, del suo viaggio alla volta della Capitale.

La sua è una partenza che sa di speranza e di sogni. Roma ai suoi occhi è perfetta, è il centro del mondo. Ci sarà spazio per quel ragazzino pieno di sogni nel cassetto, nella città che per lui è l’ombelico del mondo? Lasciando la propria bella isola, che comunque non smette di mancargli, almeno di tanto in tanto – “Raddrizzai la testa sul cuscino e pensai alla mia bella isola lontana, mi sembrava così vecchia e bella, soprattutto al mattino presto, quando il sole si stiracchiava dietro le colline” –, troverà quella pace che cerca?

“Stavo iniziando una nuova vita e non avevo voglia di condividerla con il passato.”

Ci parla della sua omosessualità liberamente, senza remore né problemi. I suoi amori, i suoi struggimenti, le sue passioni… tutto questo è nero su bianco, con una naturalezza che sa di giustizia, finalmente, di ragione, di libertà. Di amore universale… quello stesso amore universale che dovrebbe essere considerato sacro e che sarebbe bene difendere dagli attacchi di chi non è capace di vedere la bellezza nella varietà del mondo.

Poi arriva la prigione. Dura e senza scampo.

Avevo scagliato una pietra su un poliziotto, ferendolo. Questa era l’accusa. Io? Li guardai increduli.”

Chiuso in una cella, Evelino non sa che fare. Tutti i suoi sogni, tutti i suoi desideri, tutti i suoi pensieri devono rallentare, al ritmo cupo e lento di quella cella senza distrazioni.

Parte dalle prime detenzioni, quelle contraddistinte da una certa calma, da una certa tranquillità.

Felice, angosciato, stanco, stremato, speranzoso, giù di morale. Non aveva importanza, ero sempre lì, dentro quello spazio limitato.

L’idea di scrivere è sempre presente, come un mantello che lo copre e lo protegge. Quasi come fosse un bisogno. Quasi come fosse un obbligo. Vuole narrare al mondo intero quello che pensa, quello che vorrebbe fare e quello che fa realmente.

Il giorno dopo mi svegliai con l’idea di scrivere un libro sulle mie prigioni. Un’idea che mi era ronzata per la strada tutta la notte. Così di mattina presi carta e penna e quando Ettore mi chiese Cosa stai facendo?, glielo dissi chiaro e tondo. Orgoglioso. Scrivo un libro sulla mia detenzione. Mai lo avessi fatto. Quello iniziò a ridere come un cretino. Ma se hai fatto una settimana di carcere che cazzo devi scrivere? Rideva lui e faceva ridere pure gli altri. Neanche riusciva a respirare da quanto faceva lo spiritoso e io lo guardavo e speravo morisse da un momento all’altro così avrebbe smesso. Mi fecero passare tutta l’ispirazione.”

Ci parla di questo e di molto altro.

Delle sue avventure in Vaticano, della sua storia d’amore con un Monsignore, delle sue scalate di monumenti, coraggioso e senza freni.

Viene picchiato in carcere, fa a botte, manifesta per ideali precisi con forza e sentimento, si occupa di politica, lavora… non un attimo della sua vita è stato contraddistinto da quiete, da rassegnazione.

C’è sempre entusiasmo, voglia di mettersi in gioco.

C’è allegria – anche quando le cose non si mettono bene – e c’è realtà. C’è soprattutto realtà, traspira dalle pagine arrivando fino a noi.

 

 

Mostra altro