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Dalida e Luigi Tenco, amore e morte

24 Febbraio 2016 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Dalida e Luigi Tenco, amore e morte

Avevamo già programmato questo pezzo sull'amore fra Dalida e Tenco, quando ieri ci è giunta improvvisa la terribile notizia della morte di Marcello De Santis, amico e redattore.

Siamo vicini alla famiglia e lo ricordiamo con tanto affetto e simpatia. I suoi saggi di cultura varia erano scritti con partecipazione emotiva, con personalità e passione. R.I.P Marcello.

Si era negli anni 50. Avevo sedici/diciassette anni, facevo il liceo classico con voti sufficienti ad andare avanti dignitosamente, del resto non potevo permettermi di studiare poco e farmi, non dico bocciare, ma neppure rimandare a settembre (fui sempre promosso nella mia carriera scolastica, al primo colpo) ché mio padre, infermiere con un salario modesto, faceva sacrifici enormi per fare studiare me e mio fratello più piccolo di tre anni (lui si diplomò in ragioneria, e io mi iscrissi a legge, e a tre esami dalla laura mollai, ormai lavoravo, e la cosa mi pesava non poco), e mia madre casalinga faceva i salti mortali per far quadrare i conti tra entrate (poche e solo il salario di papà) e uscite (solo spese per la casa, un gelato la domenica, qualche cinema a 25 lire d'ingresso, rare) e qualche lira da mettermi in tasca per le esigenze di ragazzo.

Dunque, dicevo, avevo sedici/diciassette anni, e avevo preso a corrispondere (andava di moda così tra noi studenti di liceo) con una ragazza francese di Marsiglia, Nicóle, che, nel tempo, divenne mia amica. Aveva un'amica che si chiamava Jocéline, con la quale corrispondeva il mio amico Marcellino; ragazze che, in una imbarcata incosciente e giovanile, andammo a trovare in Francia, con poche lire in tasca e col nostro francese scolastico. Nicóle, poi - a distanza di tempo, ben trentuno anni dopo - rincontrai sui monti verdi dell'Alta Savoia dove ero in vacanza, in quell'estate, con la mia famiglia, e poi ancora in Ardèche (Francia) l'anno appresso, noi due, vecchi amici, sposati; e con figli grandi.

Ascoltavo la sera la mia tanto amata radio "Geloso" a valvole, (ve le ricordate le radio di una volta, ingombranti da non dire...?) che era vicina al mio letto. Alle 23.15, dopo una trasmissione di attualità e di cultura di una decina di minuti, intitolata Siparietto: - ed ora ecco a voi "Siparietto" a cura di Nicola Adelchi - non la dimenticherò mai, quella presentazione - facevano esibire ogni sera un cantante sconosciuto che meritava e/o che stava per raggiungere il successo, o si sperava che lo raggiungesse. Conobbi così un non ancora noto e giovanissimo Domenico Modugno con la sua Lu pisci spada.

Una sera parlavano di una cantante francese, di cui mi colpì la voce calda e morbida, piena, e in qualche maniera sensuale, chiaramente cantava in francese, ma lo scandiva bene e qualche parola qua e là riuscivo a captarla e capirne il significato. Il nome non lo capii bene, Dalilà oppure Darilà o Daridà.

Ci scrivevamo, con la mia amica Nicóle, e il giorno appresso le inviai una lettera in cui le chiesi notizie: chi fosse quell'artista, mi rispose dandomi spiegazioni sufficienti per conoscerla un poco; il nome era Dalida, e mi disse che era di origini italiane.

Poi m'informai, internet era di là da venire, e seppi molte cose di questa cantante; di lì a poco la sua voce giunse anche da noi; ne cominciò a parlare anche l'unica rivista di musica leggera, Sorrisi e canzoni, di cui fin dal primo numero, uscito nel 1951, se non ricordo male, facevo la raccolta.

Era una splendida ragazza e si fece molti fans anche qui da noi, tra questi c'ero anch'io, naturalmente, ché praticamente l'avevo scoperta.

Luigi Tenco, invece, lo conoscevo già prima di scoprire Dalida, dai servizi su Sorrisi, appunto, allora poi mi capitava spesso tra le mani un libriccino dal titolo Il canzoniere della Radio (il papà di un mio amico aveva un'edicola di giornali, e quindi...) e io ero appassionatissimo di musica leggera, conoscevo tutte le formazioni delle orchestre con i loro maestri, direttori e i cantanti che si esibivano in diretta alla radio. Mi aiutava, Il canzoniere, ad imparare i testi delle canzoni, le date, le vite dei vari artisti.

Scoprii che Luigi era il capostipite di quei giovani che facevano parte della folta schiera di cantanti della scuola genovese, influenzati dai primi cantautori francesi che avevano inventato un nuovo modo di scrivere versi e metterli in musica, e cantarli alla loro maniera, Jacques Brel e Georges Brassens in primis.

Nacquero per caso, Luigi Tenco, dunque, e poi Gino Paoli, subito al successo con le canzoni La gatta e Sassi, e la sua voce approssimativa, seguito a ruota da Bruno Lauzi, e Umberto Bindi che scrisse e interpretò magicamente quella stupenda canzone che si intitola Il nostro Concerto. E poi, ultimo ma non ultimo, il grande Fabrizio de Andrè.

Erano amici, tutti dotati di uno straordinario talento poetico e musicale; iniziarono a scrivere versi, si riunivano a casa dei fratelli Reverberi, Gianfranco e Giampiero, in corso Torino a Genova; si dilettavano a scrivere e strimpellare o suonare strumenti. Tenco, ad esempio, suonava il clarinetto in un locale, Bindi il pianoforte in un altro, tutti si davano da fare. Più tardi li raggiunse Fabrizio, mentre Umberto Bindi già pensava di lasciarli e andarsene per la sua strada.

Dalida è il nome d'arte di Iolanda Cristina Gigliotti, che, pur essendo di origini italiane, (il padre era di Serrastretta in provincia di Catanzaro) come mi aveva detto la mia amica francese, era però nata in Egitto, a il Cairo nel 1933.

Pur affetta da una fastidiosa e antiestetica forma di strabismo (per eliminarlo subì diverse operazioni che in qualche modo, anche se non totalmente, riuscirono ad eliminare l'inconveniente prese parte e vinse diversi concorsi di bellezza, che la portarono al cinema. Ma lasciò l'Egitto per laFrancia nel 1954, e si recò a Parigi.

Qui assunse il nome che la portò al successo, si ispirò per questo al colossal cinematografico Sansone e Dalila, ecco, gli piacque Dalila, ma presto lo cambiò in Dalida.

La sua bella voce convinse un produttore a farne una cantante; ci mise due anni ad affermarsi; nel 1956 il primo disco fu una canzone della portoghese Amalia Rodriguez, la regina del fado, e poi scoppiò la fama con Bambino, la versione francese della canzone napoletana Guaglione, che qui portò al successo Aurelio Fierro.

Fu talmente grande il successo (vendette all'epoca milioni di dischi, il suo primo disco d'oro lo meritò con la canzone) che fu ribattezzata Mademoiselle Bambino.

Seguirono dieci anni di successi, era bella, brava, affascinante; avventure e disavventure si susseguirono, si sposò, lasciò il marito, si invaghì di altri personaggi, provò altri brevi amori, ma mai niente di serio.

Nell'anno 1966, conosce Luigi Tenco. Luigi Tenco non amava cantare, amava definirsi un compositore, e tale si considerò sempre. Era del 1938, oggi avrebbe 78 anni, se ci fosse ancora, e farebbe compagnia all'unico rimasto dei suoi compagni genovesi di un tempo, Gino Paoli.

Ma la sorte volle diversamente. La sua infanzia non fu delle più felici, la madre lo ebbe da una relazione extraconiugale con un sedicenne di una famiglia bene dove lei serviva. Si pensò bene di allontanarla non appena si seppe la cosa.

A Genova giunse che aveva dieci anni appena. Il ragazzo amava la musica, e nel '53, a soli 15 anni, mise su un quartetto con una batteria e una chitarra, con lui al clarinetto. Al banjo, indovinate chi, Bruno Lauzi, quello che diventerà famoso con la sua gran massa di capelli bianchi, gli occhi cisposi, e la sua canzone Onda su Onda.

Da Genova a Milano, dove conosce quelli che poi diverranno grandi interpreti e cantautori italiani, non vale fare nomi, li conosciamo tutti. Si scrive alla facoltà di ingegneria, che non porta a termine, poi a scienze politiche, ma la sua passione è comporre canzoni. Compone e arrangia pezzi per Gino Paoli e Ornella Vanoni, infine prova la sua voce, e canta. Il suo primo 45 giri (I miei giorni perduti, di cui scrive testo e musica) è del 1961.

E finalmente il suo primo 33 giri che contiene la famosa Mi sono innamorato di te.

Molte canzoni sono respinte dalla RAI, censurate per i testi "non adatti".

Per la RCA incide una canzone - Un giorno dopo l'altro - che diventò un grande successo grazie al fatto che fu la sigla della serie televisiva de Le inchieste del Commissario Maigret, interpretato da Gino Cervi e Andreina Pagnani.

Un disco per L'estate del 1966 lo vede in gara con Lontano Lontano

E lontano lontano nel tempo
qualche cosa / negli occhi di un altro
ti farà ripensare ai miei occhi
i
miei occhi che t'amavano tanto....

Nell'anno 1966, a Roma, conosce Dalida.

Mi sono innamorato di te
perché / non avevo niente da fare
il giorno / volevo qualcuno da incontrare
la notte /
volevo qualcuno da sognare...

Poche informazioni ma sufficienti, perché lo scopo di questo breve scritto è quello di descrivere il suo rapporto con Dalida che è stato sempre argomento di dibattimento. il loro amore, era vero? Era di fa-ciata? Oppure solo pubblicità?

Dalida, quando conobbe Tenco, aveva 34 anni, era una cantante affermata, addirittura una diva della musica leggera, ricercata da impresari, teatri e palcoscenici di tutto il mondo, Tenco aveva 29 anni.

Agosto, Dalida è a Roma per incidere un disco, al bar della casa discografica gli presentano Luigi, dallo sguardo cupo, serio, troppo serio, ma ne è affascinata e anche lui è preso da questa donna bella e sorridente. Un vero colpo di fulmine; un coup de foudre, come lo chiama lei. in autunno Tenco vola a Parigi da lei, e le fa ascoltare la canzone Ciao amore ciao, e le propone di cantarla con lui a Sanremo. Il resto è cosa nota.

Dalida forse amava veramente il cantante italiano. Ma Luigi amava la cantante francese? Parrebbe proprio di no. In una lettera a una sua amica Valeria, nella quale Luigi le confessava il suo amore, progettando un lungo viaggio insieme in Africa dopo Sanremo, appunto, tra le altre cose descrive Dalida come una donna nevrotica e viziata (in realtà la cantante francese era una donna fragile, molto fragile).Tenco confessa all'amica che non riusciva a farle capire niente di sé stesso,di quello cui ambiva, niente di niente, pare che non voglia capire...poi ho finito col parlare di te, di quanto ti amo. Che gran casino, vero! E considerava il suo rapporto con la cantante francese un'assurda faccenda.Tesoro, (le scriveva) avremo i giorni e le notti tutte per noi:

potremo parlare, prendere il sole, fare l'amore, dimenticare i problemi che abbiamo vissuto,

le angosce, i momenti bui.

Eppure... s'era sparsa la voce che Tenco e Dalida avessero deciso di sposarsi subito dopo il festival di Sanremo, in cui cantavano la stessa canzone scritta dal cantautore italiano.

Eppure... il capodanno del 1966 Tenco si esibisce alla Casina Valadier a Roma, in sala c'è Dalida, poi lei va via e lo aspetta in albergo dove, dopo lo spettacolo, Luigi la raggiunge e passano insieme l'ultimo dell'anno, l'ultimo Capodanno della vita del cantante. Tenco è molto nervoso, forse non sopporta l'attenzione dei presenti, dovunque andassero, solo per la bella cantante francese.

Di quell'altra, la famosa quanto "misteriosa fidanzata segreta", si sapeva e non si sapeva. Anche perché Tenco non ne volle mai parlare, dd una domanda di un giornalista che lo intervistava, sempre a Sanremo di quell'anno, fatidico per lui, rispose scocciato sono affari miei.

Che Dalida sapesse di questo suo amore? Forse, tanto che, a fronte della sua morte, disse pubblicamente che Luigi la amava davvero, quella ragazza, e tantissimo. E che la causa del suicidio non era proprio quello che si diceva nelle "tante chiacchiere che si facevano"; facendo sottendere, o lo disse chiaramente, che si doveva a quella donna il suicidio. E aggiungeva: io gli volevo bene davvero, mi piaceva stargli vicino, era buono, io gli volevo molto bene.

Quindi: Dalida lo amava!? Forse sì, o forse era solo una specie di innamoramento, una lunga profonda infatuazione, sicuro era che ne cercava la compagnia in ogni momento, dovunque fossero. Ma Luigi, così sembra, amava un'altra. Per lui - ebbe a dire la sua mamma - la cantante francese era un'amica, solo una amica, era troppo diva per lui, che amava le cose semplici... disse anche che non andavano affatto d'accordo. Eppure davanti a tutti... Eppure tutti coloro che li conoscevano, che erano intorno a loro, erano divisi su questo argomento, che poi è stato il più importante della loro giovane vita. C'era chi diceva - e ne era convinto - che si amassero profondamente, un'altra parte, al contrario, la pensava diversamente. quello non era amore, era un'altra cosa.

Renzo Parodi, un giornalista genovese che seguiva i due, scrive ... era una storia d'amore cominciata qualche mese prima, una storia molto bella. Lo vedevo molto convinto, Luigi, di quella nuova compagna. Non ricordo se parlò mai di matrimonio, sull'argomento entrambi in linea di principio eravamo contrari...

Potremmo andare avanti con le varie opinioni: che Dalida fosse presente quando si sparò, che gli sparasse lei per gelosia, che lo amasse alla follia, non ricambiata, che lui pensasse all'altra, che si uccise per essere stato eliminato dalla finale a favore di una canzone scema e scipita come Io tu e le rose cantata da Orietta Berti... che, che , che... ma l'essenziale lo abbiamo detto.

Eppure... cinque anni prima, e sembra un secolo prima, aveva scritto una canzone indimenticabile, che a leggerla dopo la sua morte, e non conoscendo la data della sua composizione, poteva credersi essere stata scritta e dedicata al suo amore impossibile Dalida.

Mi sono innamorato di te
perché / non potevo più stare sola
il giorno / volevo parlare dei miei sog
ni
la notte / parlare d'amore

Ed ora
che avrei mille cose da fare
io sento i miei sogni svanire
ma non so più p
ensare
a nient'altro che a te

Mi sono innamorato di te
e adesso /non so neppure io cosa fare
il giorno /mi pento d'averti incontrato
la notte /ti vengo a cercare.

Nell'anno 1967 finisce la sua vita. Nell'anno 1967 finisce l'amore con Dalida.

Al Festival di Sanremo Luigi presenta, come abbiamo detto, Ciao amore ciao, che non ha fortuna e viene eliminata. A vincere è il reuccio della canzone, Claudio Villa.

Come usava in quegli anni, le canzoni venivano presentate in due versioni, da due interpreti diversi; la canzone Ciao amore ciao, dopo Tenco viene ripetuta proprio da Dalida.

Si fanno le votazioni e la canzone non ha il plauso del pubblico votante, viene esclusa dalle finaliste perché si piazza al dodicesimo posto. Partecipa al ripescaggio, altro meccanismo inventato dagli organizzatori; neppure qui Tenco ha fortuna, viene ripescata la canzone di Gianni Pettenati ,dal titolo "La rivoluzione" (della quale si sono perse le tracce, mentre Ciao amore ciao, pur non essendo tra le migliori scritte dal cantautore, si canta ancora oggi).

Ci sarebbe molto da raccontare sulle ore che precedono la serata di Sanremo e la morte del cantante ma lo spazio non ce lo permette, quindi andiamo avanti per la nostra strada. Sembra, dicono, che il cantante fosse preso da un profondo sconforto. Va a cena con Dalida ma lascia il ristorante per andarsene in albergo e pare che qui, trovandosi solo nella sua stanza, si sia tirato un colpo di pistola alla testa.

I dati: Hotel Savoy camera 219; lo trovò a terra in un lago di sangue Lucìo Dalla, che entrò per primo nella dependance dell'albergo, poi accorse anche Dalida che aveva condiviso con lui la gioia di Sanremo,,una bella canzone e lo sconforto per il risultato negativo.

Le autorità di polizia "decidono" immediatamente per il suicidio. Non manca neppure il fatidico foglio con le sue ultime parole; scritto a mano (la perizia della grafia, fatta però solo nel 1990, cioè ben 23 anni dopo la sua morte, la attribuisce al cantante) che detta:

Io ho voluto bene al pubblico italiano

e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita.

Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt'altro)

ma come atto di protesta contro un pubblico che manda

"Io tu e le rose" in finale

e ad una commissione che seleziona La rivoluzione.

Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno.

Ciao. Luigi.

Dalida torna a Parigi e riprende i suoi giri per il mondo. Nello stesso anno si trova nell'albergo dove aveva passato giorni belli con Luigi Tenco e tenta il suicidio anche lei, salvata per caso dall'arrivo di una cameriera. Tentò ancora una volta di togliersi la vita, dieci anni dopo, senza riuscirci.

Passano altri dieci anni. E' il 1987. E' un sabato pomeriggio, il due di maggio, e fa molto freddo. Dalida rimanda un servizio fotografico adducendo come scusa il troppo freddo che la face star male. La cantante da qualche tempo non è più la stessa, è sempre triste, Luigi è sempre nella sua mente, soffre di una depressione che la accompagna da parecchio.

Esce dall'albergo, dice alla cameriera che va a teatro ma, dopo alcuni giri della città con la sua macchina, decide per recarsi a casa sua, in Montmartre. Qui non sappiamo che cosa fa, forse gira e rigira per casa senza darsi pace, ossessionata com'è da tempo da una perdita di interesse per tutto ciò che la riguarda, il suo umore è sempre più scuro, non mangia o mangia di malavoglia, non dorme più... Si sdraia sul letto, probabilmente passa una notte insonne, e sul far del mattino decide di farla finita e ingerisce barbiturici. E' il 3 di maggio.

Sarà sepolta nel cimitero di Montmartre.

Come nel caso di Luigi, accanto al corpo viene trovato un foglietto con poche parole:

Pardonnez-moi,

la vie m'est insupportable

(Perdonatemi, la vita mi è insopportabile)

marcello de santis

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In giro per L'Italia: Guardalfiera

23 Febbraio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere, #postaunpresepe

In giro per L'Italia: Guardalfiera


Guardialfiera è un paese molisano che si trova in provincia di Campobasso e conta circa 1180 abitanti, anch’esso negli anni interessato, come tanti centri della piccola regione, da un forte fenomeno migratorio.
Situato a un’altezza di 280 metri sul livello del mare, sulla parte sinistra dei fiume Biferno, si specchia sul grande lago artificiale del Liscione. Guardialfiera divenne famosa negli anni settanta proprio grazie a questo invaso costruito nel suo territorio per l’innalzamento di una diga, eretta allo scopo di fornire acqua potabile ai paesi circostanti per uso domestico, agricolo e industriale. Lo specchio d'acqua è attraversato al centro, in tutta la sua lunghezza (circa 8 km) da un ponte, notevole opera ingegneristica, che per la sua peculiarità è stato spesso usato per girarvi scene cinematografiche o spot pubblicitari.
Quando le acque del fiume Biferno allagarono i terreni per la costruzione della diga, furono sommersi anche i resti di un antico ponte chiamato ponte di Annibale, sulle cui arcate, secondo la leggenda, marciò Annibale, diretto in Puglia durante la seconda guerra punica.

Oggi tutta la zona è conosciuta come luogo da cui si diramano itinerari escursionistici nella natura e sentieri per il fitness. Il lago ospita capanni per osservare gli uccelli acquatici che qui sostano durante i lunghi voli migratori ed è l'ideale anche per praticare la pesca sportiva, grazie alle numerose specie di pesci autoctone, quali il cavedano e il luccio, ma di particolare interesse sono alcune specie in via di estinzione come l’alborella appenninica e la scardola tirrenica, predate dalle trote comuni, dalle carpe e dai pesci gatto. Il lago e il fiume Biferno sono meta di appassionati pescatori provenienti da ogni parte. Durante il mese di agosto si svolgono feste con spettacoli pirotecnici fra “cielo e lago”.

Il territorio comunale è principalmente agricolo, coltivato a frumento, vigneti, uliveti e in parte boschivo, di notevole attrattiva è l’area del Bosco San Michele, attrezzata per i pic nic.

In paese, di notevole interesse artistico, è la chiesa dell’Assunta, edificio medievale poi ristrutturato in età barocca e nel secolo scorso. Numerosi sono gli elementi trecenteschi sui muri esterni nei quali si aprono due importanti portali in stile gotico, ma di maggiore interesse resta la cripta, una delle più antiche costruzioni della regione, databile al secolo XI nella parte originaria e ampliata nel XIII secolo. In questa cripta ogni anno si rappresenta uno dei più bei presepi viventi della regione: tutta la parte antica del paese, le vie del borgo, le case, le botteghe, si animano e si trasformano come per incanto nell’antica Betlemme. Scene di vita quotidiana che fanno magicamente apparire un lembo di Galilea in Molise e ogni anno, durante le festività, Guardialfiera diventa il “paese del Natale”. Sono rappresentate figure di mestieri da sempre esercitati dall’uomo: l’oste, il falegname, le filatrici di lana, il venditore di pane, lo scalpellino che lavora la pietra come nell’antichità. Chi visita il presepe, avvolto da mistica atmosfera, viene accompagnato lungo il percorso di stretti vicoli illuminati da fiaccole dal suono delle zampogne e si sente avvolto da odorosi profumi naturali quali la fragranza del fieno, del vino in botte, del latte fresco appena munto e del pane fragrante di forno.
L’origine del nome del paese, sorto intorno al X secolo, è incerta e fonte di diverse interpretazioni: Guardialfiera, come “guardia degli Alfieri”, che la vuole come una sorte di custode della valle, oppure “guarda Alfano” deriverebbe dunque dal suo affacciarsi verso il monte Alfano, o forse il nome deriva semplicemente da “Adalferio”, Conte di Larino, che, nel 1049, al tempo della dominazione Longobarda, era Feudatario di Guardialfiera e del territorio circostante
Piatti tipici da gustare in special modo durante le feste paesane sono, oltre ai prodotti genuini della terra, ai formaggi e agli insaccati: la misischia, che si cucina con carne di pecora tagliata a pezzi, condita con aglio, origano, finocchio, prezzemolo e peperoncino, cotta in forno a legna ben caldo per circa due ore; la pasta con la mollica, fatta con bucatini lessati, conditi con mollica, grattugiata da pane raffermo, preventivamente insaporita con pepe ed olio d’oliva, ed appena passata a gratinare, magari con aggiunta di baccalà.

Le foto sono di Flaviano Testa

In giro per L'Italia: Guardalfiera
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Piangono i mascheroni

22 Febbraio 2016 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #poesia

Piangono i mascheroni

Piangono i mascheroni
alla fonte in affanno
e le cento cannelle

è un piangere ribelle
che l’antica città
versa oramai
ininterrottamente

il popolo dolente
grida… grida da allora
in lugubre silenzio

ancora e ancora e ancora
da quella trista notte
di quel lontano aprile

era dolce il dormire
per la gente felice
e là in un solo istante
non è rimasto niente

niente, se non l’amore
nell’anima e nel cuore
ed un sordo rancore

per una sorte ingrata
che nessuno al potere
ha voglia di cambiare

per ridare il respiro
alle case alle chiese
agli uffici alle imprese

per ridare il lavoro
alla gente smarrita
scordata abbandonata
senza più identità

per ridare il decoro
alla vecchia città
sepolta sotto i massi

a mucchi per le vie
solo polvere e sassi
e una specie di ango
scia

un continuo soffrire
pel tempo indifferente
che passa e se n
e va

e lascia le macerie
sotto un velo di nien
te
ed enormi rimpianti

e le carriole vuote
che sfilano impotenti
per vibrata protesta
a ipocriti silenzi

Tornerà la città
un giorno a fare festa?
a respirare al cielo

sotto il sole di maggio
nella piazza gioiosa
davanti a Collemaggio?

Sfila la perdonanza
di papa celestino
ma tornerà il destino

ad essere clemente
con la povera gente?

marcello de santis

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Abbiamo bisogno di sognare

21 Febbraio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #lettera

Abbiamo bisogno di sognare

Mi conforta il tuo ricordo, l'intimità dell'ultima confidenza, il sollievo dell'intima fiducia. Mi conforta evocarti per sentirti vicina, il pensiero di rivederti un dì e continuare colloqui mai finiti.

Cara amica mia un altro anno si è aperto con mille dubbi, in più sarà bisestile e chissà se il detto che lo vuole funesto troverà riscontro. Continua l’instabilità, sia economica che politica, in Italia e nel mondo sorgono problemi con i fedeli di altre religioni, la crisi che strozza le attività sembra non voler finire e tutto sfocia spesso in tragedie che ci lasciano un senso di impotenza tale da soffocare ogni ottimismo. La mattina apro i quotidiani in cerca di una buona notizia, nella speranza di poter vedere ripartire da una piccola scintilla il fuoco della speranza e nel mentre mi accarezzo il cuore. Con la famiglia, i libri, i dischi, le mie piccole passioni e tutti gli amici che conservano nei loro occhi stupore e smarrimento, vado avanti.

Eppure io sono contenta, felice per aver raggiunto tanti piccoli traguardi nella mia vita. Ho svolto una professione difficile, ho una bella famiglia e tante soddisfazioni, allora penso a chi nella sua vita non si è mai sentito dire bravo. A chi non ha realizzato nemmeno uno dei suoi sogni, a chi deve fare i conti quotidianamente con una realtà così difficile, ardua a volte, insidiosa, sconfortante, misera e deludente. Come si può ovviare al disagio di giornate grigie, tutte uguali e senza speranza per il futuro? Come si può continuare a lottare per poi ritrovarsi con un pugno di mosche in mano? Abbiamo bisogno di sognare, penso a tutte le persone lontane che amo e che ho amato.

Non è un discorso socio-politico, sto solo scrivendo a te, a un'amica che non c'è più da un po' e voglio informarti, farti sentire come se fossi qui. Il tempo che passa finisce col far dimenticare gli abbracci, le risate, i film strappalacrime visti sempre insieme, le chiacchiere del sabato pomeriggio nelle vie del centro davanti a vetrine sempre più inavvicinabili. Ma quando arriva il tramonto di un giorno qualunque e fai l’appello, l'amica di sempre c’è e ti sorride dalla fotografia ingiallita che vi vede diciottenni coi pantaloni a zampa d'elefante e il vitino di vespa.

Penso, ricordo e in sottofondo c’è una musica, per questi pensieri serve la musica giusta, una canzone che mi tocchi l’anima. A me, lo sai, piacciono i cantautori italiani e, mentre nell'aria riecheggiano le note di Battisti, ripenso a “un bosco di braccia tese”, alla storia che mi piace tanto leggere e studiare, ma anche alle tante storie recenti di eroismi riguardanti la sopravvivenza quotidiana.

In questo mondo “globalizzato”, dove i nemici si annidano ovunque, spesso proprio fra chi dovrebbe ispirare fiducia, i tradimenti peggiori arrivano da chi si dovrebbe prendere cura di noi e le persone care sono spesso lontane o non ci sono più; gli unici verso cui provo ancora interesse appartengono a una razza in via di estinzione: gentiluomini dotati di cappa e spada, guidati da un codice etico di onore e rispetto, così vado avanti coi sogni …questo mi resta mentre aspetto di vederti arrivare un giorno ancora giovane e bella che mi saluti e mi prendi per mano.

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Aldo Dalla Vecchia, "Amerigo Asnicar"

20 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #televisione, #recensioni, #racconto

Aldo Dalla Vecchia, "Amerigo Asnicar"

Amerigo Asnicar, giornalista

Aldo Dalla Vecchia

Murena editrice

pp 75

10,00

Questo è il quarto libro di Aldo Dalla Vecchia ed è, a mio avviso, il più originale, perché mescola il giallo – a dire il vero un giallo elementare - all’ambiente che l’autore conosce per averlo frequentato da sempre e di cui trattano anche le sue opere precedenti, vale a dire il mondo della televisione Mediaset.

Dalla Vecchia costruisce un personaggio di giornalista investigatore, tagliandolo su se stesso, sulla sua professione, sui suoi interessi, addirittura sulle sue frequentazioni. I tre racconti che propone, infatti, hanno per protagonisti, non solo caratteri inventati, ma anche persone in cane ed ossa, amici dell’autore che sono, poi, famosi e conosciuti nel mondo dello spettacolo e del jet set milanese, da Cristiano Malgioglio a Mara Maionchi, a Paolo Mosca etc.

Aldo disegna se stesso in un habitat che è, allo stesso tempo, reale e parodistico. I personaggi sono attori, modelle, autori televisivi, persone ritratte senza sconti, senza paura di far nomi e cognomi, ma con sarcasmo bonario e gentile. C’è molta satira dell’ambiente, ma è fatta da dentro e con indulgenza. Le storie fanno riferimento all’attualità, necessitano di una lettura non differita, come il terzo racconto che si svolge durante l’Expo di Milano.

La scenografia e i personaggi, a partire dal protagonista - con quel cognome che sa tanto di anagramma ma è solo tipicamente veneto - ricordano le figure dei fumetti anni settanta, tanto amati dall’autore, a partire dal Corrierino dei piccoli, da cui Amerigo Asnicar sembra saltato fuori, pur essendo, come abbiamo detto, Aldo stesso, con le sue abitudini, l’amore per il burraco, il cane e il gatto, l’appartamento in una Milano “amatissima”, persino con un pizzico d’introspezione struggente.

a casa sua ero stato tante volte, e ci arrivai a piedi in pochi minuti anche quella sera d’autunno limpida e tiepida, con una sensazione strana indefinibile che non era semplice dispiacere, non era ancora dolore , ma aveva già i contorni nebulosi, il sapore acre , l’odore pungente della tragedia.” (pag 9)

Da questo mix di giallo meneghino e luccichio patinato da jet set, escono delle storie godibili, simpaticissime, divertenti e al passo coi tempi, da leggere man mano che usciranno – perché si preannuncia già una serie.

Lo stile è quello solito di Dalla Vecchia, elegante, colto. Lui stesso è un misto di educazione, cultura, umiltà e leggerezza perbene. È osservatore partecipe ma sottilmente critico di un ambiente fatto di gossip, di apparenza e, forse, di un briciolo di solitudine, un ambiente che lui adora, che comprende a fondo e al quale non rinuncerebbe per niente al mondo.

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I fratelli Grimm

19 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia

I fratelli Grimm

Jacob Ludwig Karl Grimm (1785 - 1863) e Wilhelm Karl Grimm (1786 – 1859) erano fratelli, legatissimi al punto che, quando uno dei due si fece una famiglia, prese l’altro a vivere con sé. Le numerose delusioni li portarono poi a chiudersi in un loro mondo fantastico, un po’ come capitò a Tolkien nell’ultima parte della vita. Nati ad Hanau, vicino a Francoforte, furono linguisti e filologi, padri fondatori della germanistica, autori di un importantissimo dizionario che venne completato postumo solo negli anni sessanta. Jakob è anche famoso in glottologia per la celebre legge che da lui prende nome: la prima rotazione consonantica (Erste Lautverschiebung).

Nel mondo, però, sono conosciuti soprattutto per aver raccolto e rielaborato le fiabe della tradizione popolare tedesca in Fiabe (Kinder- und Hausmärchen, 1812-1822) e Saghe germaniche (Deutsche Sagen, 1816-1818). Pubblicarono, tuttavia, anche fiabe francesi e di altri paesi.

Il loro operato fa parte del movimento ottocentesco di riscoperta e rivalutazione del folklore popolare. In un periodo in cui la crescente alfabetizzazione portava alla scomparsa della tradizione orale, influenzati dal romanticismo di Clemens Brentano e da von Arnim, i Grimm compirono le loro ricerche col preciso intento di recuperare, non tanto favole per bambini, quanto racconti che contenessero lo spirito di un intero popolo, favorendo la nascita di una identità germanica.

Era forse giunta l’ora di riunire queste fiabe, dato che coloro che le devono conservare sono sempre di meno…

La stessa azione compì Elias Lönrot nel 1835 in Finlandia con il Kalevala.

Le fiabe che riproposero erano in versione originale non destinate a un pubblico infantile. Quello che è giunto fino a noi è un adattamento edulcorato, depurato dei particolari più cruenti, risalente alle traduzioni inglesi del 1857. Le due sorellastre di Cenerentola, ad esempio, nella versione originale si tagliano calcagno e alluce nel tentativo di entrare nella famosa scarpetta. Sembra, però, che una certa censura sia stata condotta anche dai Grimm per quanto riguarda contenuti sessualmente espliciti.

Le stesure nel corso degli anni furono molteplici, i Grimm modificarono le storie per venire incontro ai gusti della nuova borghesia tedesca e perché s’imbatterono continuamente in versioni diverse. Si sforzarono, comunque, di rendere i racconti così come li avevano ascoltati, in uno stile semplice, mimetico del linguaggio popolare, senza abbellimenti e persino un po’ scarno. Molto diverse le due trasposizioni di Cenerentola, quella barocca, aristocratica, di Perrault e quella brulla, sanguinosa, dei Grimm. Dobbiamo, infatti, precisare che l’opera dei Grimm era stata preceduta nel seicento da quella del nostrano Gianbattista Basile (con Lo cunto de li cunti 1643 – 46) e da quella dal francese Perrault.

Le storie hanno un’ambientazione cupa, oscura, fatta di orchi, streghe che mangiano bambini, genitori che li abbandonano nel bosco, madri (e non matrigne!) che pretendono il cuore delle figlie, lupi che divorano. È un mondo di case nella foresta, di animali parlanti, di arcolai, di fusi che addormentano, di paglia che diventa oro, di specchi magici, di mele avvelenate. I protagonisti sono esponenti del popolo o dell’aristocrazia, l’intento è edificante, con il lieto fine che premia sempre il comportamento retto e onesto.

Se Vladimir Propp ne ha analizzato la struttura ricorrente, se non è impossibile ricollegarle alle teorie degli archetipi e dell’inconscio collettivo di Jung, è ormai famosissima l’interpretazione freudiana che ne ha dato Bruno Bettelheim. Certo è che le fiabe – tutte, non solo quelle dei Grimm - assolvono un compito consolatorio per i bambini.

Attraverso la narrazione i piccoli superano le paure, oggettivandole, acquistando fiducia in un lieto fine, risolvendo conflitti edipici, rivalità fraterne, sensi di colpa latenti, primi turbamenti sessuali inconsci, timore dell’abbandono, riti di passaggio all’età adulta e alla maturità psicofisica. Imparano altresì a distinguere ciò che è bene da ciò che è male, a schierarsi dalla parte dell’eroe positivo, a fidarsi dell’aiuto esterno, a non demoralizzarsi di fronte a difficoltà e a sentimenti d’inadeguatezza, ad accettare l’esistenza del male, considerandolo superabile. Nelle favole dei Grimm chi non è degno, chi non si comporta come dovrebbe, va incontro a una brutta fine, e l’apparente mancanza di pietà nella punizione è soltanto giustizia agli occhi dei piccoli.

Il bambino trae molta più consolazione e giovamento dall’ascolto di una fiaba che da un ragionamento logico. Attraverso le immagini fantastiche e la narrazione, rielabora in modo subliminale e istintivo i precetti, assimilandoli senza sforzo.

Anche nelle fiabe attuali, quelle dei libriccini cartonati in vendita negli scaffali degli autogrill, ahimè sempre più zuccherati ed attenuati, la parola più ricorrente è PAURA. Esorcizzare i terrori infantili, e vincere l’ansia da prestazione dei bambini, sembra essere lo scopo principale del mondo fiabesco.

Per concludere, ricordiamo che un’operazione simile a quella dei fratelli Grimm è stata compiuta dal nostro Italo Calvino nel 1956 con le fiabe della tradizione popolare italiana.

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Milly Dandolo, "Il dono dell'Innocente"

18 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Milly Dandolo, "Il dono dell'Innocente"

Il dono dell'innnocente

di Milly Dandolo

Treves, Milano 1926

Se non fosse che il libro è ingiallito, picchiettato, slabbrato, se non fosse che l’edizione (Garzanti 1942) è una ristampa dell’originale per i tipi di Treves del 1926, direi che lo stile de Il dono dell’innocente, di MillY Dandolo, è simile a quello di molti autori contemporanei, sorprendentemente moderno per l’epoca, seppur influenzato dal clima decadente. Non è un caso se la Dandolo, oltre ad essere scrittrice per ragazzi - collaboratrice già a quattordici anni de Il giornalino, insieme al Vamba di Gian Burrasca - è stata anche traduttrice di capolavori stranieri. Si devono a lei versioni italiane e riadattamenti di Dickens, Maupassant, Katherine Mansfield, Bernardin de Saint Pierre, D. H. Lawrence e Barrie.

Milly Dandolo (1885 – 1946) nacque a Milano ma visse prevalentemente in Veneto, ambientando spesso i suoi romanzi a Venezia. Scrisse poesie, racconti per ragazzi e narrativa per adulti. Di natura inquieta e sensibile, i temi ricorrenti dei suoi scritti sono il dolore, collegato, come in questo caso, all’innocenza dei bambini, e il ruolo fondamentale della maternità per la donna. Sull’onda di un cattolicesimo ortodosso e manicheo, e di un imperativo fascista che voleva le donne mogli e fattrici, viene esaltato il sacrificio materno. La donna vive una condizione di sofferenza, di subalternità, che riesce a sopportare solo attraverso la dedizione e l’amore per i figli. De Amicis trascolora in ideologia.

Le donne della Dandolo non sono eroine ma vittime, incontrano uomini che le stuprano oppure le sposano senza amarle a sufficienza, senza comprenderne l’unicità, la sensibilità, il talento. Sviliscono la loro natura, le rendono sottilmente infelici, rassegnate, rinunciatarie, incapaci di trovare conforto nella fede. I loro compagni sono la fonte dalla loro sofferenza ma non vengono caratterizzati, restano incolori.

La Dandolo fa un passo indietro rispetto alla letteratura rosa di Liala e della Delly, si rifà al tardo ottocento, ad Ada Negri, ma, forse, anche a certe atmosfere irredente della Deledda, a certi crepuscolarismi alla Fogazzaro.

La primavera aveva portato la gioia a tutte le creature del giardino e della campagna, anche alle più meschine. L’erba dei prati era spuntata, lucida e uguale, come una bella seta verde, ma anche i ciuffetti verdi tra le pietre dell’aia si drizzavano lietamente a bagnarsi nella stessa gioia di sole. Le piccole gocce di rugiada tremolavano sulle foglie dei gelsi, e poi cadevano sulle piccole erbe che hanno un nome solo per gli scienziati, e un sapore buono per le giovani galline che correvano qua e là, un po’ pazze e un po’ stupite.”

Lo stile de Il dono dell’innocente non è banale e sbrigativo, ci sembra che il narrare abbia un piglio attuale, una fretta moderna - come se Ada Negri avesse assunto l’ipersensibilità di Katherine Mansfield – e, allo stesso tempo, delle pause di un languore decadente, senza bagliori dannunziani, bensì con un afflato di ricerca spirituale che non trova pace nella religione ma è, piuttosto, scavo interiore.

La storia è semplice. Maria sposa Enrico, che può assicurarle un affetto tiepido, una passione trattenuta perché quasi considerata sconveniente, e una vita all’insegna del benessere. Va a vivere nella grande casa dove si aggira l’ombra burbera ma bonaria della vecchia zia di lui. Ha un figlio, Fausto, bambino dolce che la ricompensa della mancata gioia coniugale. Un giorno, però, incontra un vecchio amore, ora suonatore girovago, e si abbandona ad una serie di convegni clandestini notturni nel giardino della villa. Questi appuntamenti amorosi la appagano, non tanto dal punto di vista del sentimento, quanto di un rinnovato slancio vitale, di un rifiorire del corpo e dell’anima che stavano appassendo. Non è un caso se grande risalto è dato al contatto con la natura, all’impatto che essa ha sulla protagonista.

Ad un tratto si accorse che i rami d’abete diventavano nitidi e sottili, quasi fragili, e che una luce bianca passava tra di loro, e bagnava l’aria e la terra, come una rugiada splendente. S’accorse che i grilli cantavano, con sommessa melodia, fitti e vicini, e qualche uccello invisibile rispondeva, ugualmente sommesso. Si sentì avvolgere da un odore misto, con bizzarra dolcezza, di spigo e di resina, di menta e di fieno.

Viene il momento, però, che, come Anna Karenina, Maria è posta di fronte alla necessità di scegliere: l’amante le chiede di fuggire con lui. Lei non lo fa, troppo debole per affrontare una vita di stenti, troppo legata al figlio per abbandonarlo. Deluso, l’amante le promette che morirà per lei e, infatti, si lascia uccidere in una rissa fra ubriachi.

Il senso di colpa sommerge Maria, la porta al limite della follia. Per placarlo, confessa tutto al marito, sperando nel suo perdono. L’uomo reagisce con crudeltà, allontanando il bambino dalla madre, e comportandosi con lei con freddezza spietata.

“Forse”, pensa Maria, “se lui fosse meno buono saprebbe capirmi.” Ma Enrico “è buono”, e si arroga il diritto di punire e giudicare, è imbevuto di moralismo e sani principi, non sa perdonare e teme l’influenza della donna perduta sul figlio.

Quando Natale è alle porte, il piccolo Fausto, relegato presso una zia, non sopporta più la lontananza dalla madre. Fugge di nascosto per portarle in dono una rosa, il dono, appunto, dell’innocente.

Il bambino viene ritrovato febbricitante, il romanzo si chiude con i genitori al suo capezzale. Forse si salverà, forse no, non c’è dato sapere, l’importante è che il sacrificio umano sia compiuto. Solo l’innocenza monda dai peccati, solo “l’agnello” incolpevole riconcilia e purifica.

“Il piccolo Gesù era venuto, anche se nessuno aveva acceso la candelina rosea sul ramo d’abete. E nessuno di quelli che vegliavano il bambino malato, nessuno aveva mai sentito Gesù come in quella notte. Pareva anzi che lo vegliassero tutti insieme, e che udissero il suo respiro.

Tinte forti d’inizio secolo, certamente, in questo romanzo dimenticato, ma anche un’ incredibile finezza psicologica a rappresentare turbamenti, sensi di colpa, mutamenti dell’animo.

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Come eravamo: i fotoromanzi Lancio

17 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo

Come eravamo: i fotoromanzi Lancio

In principio fu il feuilleton, il taglio basso dei giornali ottocenteschi, romanzo popolare a puntate, destinato ad aumentare le vendite dei giornali. Poi, nel 1947, un certo Stefano Reda va in giro per le case editrici proponendo l’idea pazza e innovativa di un fumetto che abbia foto al posto dei disegni. Solo la piccola casa editrice Novissima, consociata con la Rizzoli, accetta. Esce Sogno, un giornale di sedici pagine. I soggetti sono di Reda e di Luciana Peverelli, scrittrice di romanzi rosa. Dopo poco anche Arnoldo Mondadori pubblica un albo di fotoromanzi dal titolo Bolero (film). A questi due va aggiunto il precedente Grand Hotel, i cui romanzi, però, erano solo disegnati.

Siamo nel secondo dopoguerra, le storie sono semplici e sentimentali, tante ragazze sognano e imparano a leggere. Le prime narrazioni sono sequenze di film famosi o adattamenti di romanzi della letteratura “alta”, come I Promessi Sposi di Manzoni, I miserabili di Victor Hugò, o, addirittura, della Bibbia. Col passare del tempo, i soggetti si moltiplicano e, a interpretare i fotoromanzi, sono chiamati personaggi dello spettacolo, come Raffaella Carrà, Giuliano Gemma, Sofia Loren.

Ma sarà la casa Lancio, dopo aver rilevato Sogno, a dare l’impulso maggiore al genere. Negli anni sessanta nascono le più importanti testate di questa editrice che diventa sinonimo di fotoromanzo: a Sogno si aggiungono Letizia, Charme, Marina, Kolossal e molte altre.

Il decennio di massimo splendore è quello degli anni 70. Si vendono cinque milioni di fotoromanzi il mese, quindici milioni di persone li leggono dal parrucchiere, nelle sale d’attesa dei medici, aspettando l’uscita in edicola o il prestito di un’amica.

Seppur lettura transgenerazionale, la categoria che più viene catturata è quella delle tredicenni. Inesperte di sentimenti e di sesso, tutte noi avevamo un’amica appena più smaliziata che ci passava pacchi di fotoromanzi usati, con le pagine arricciate, con i cuori disegnati a penna sulle foto degli attori più belli. Li accoglievamo a braccia tese come un bene prezioso, li tenevano nascosti nelle nostre camerette, perché madri e nonne storcevano il naso di fronte a quelle foto dove un uomo e una donna non sposati comparivano in un letto, distesi l’uno accanto all’altro, con un lenzuolo a coprirli fino alla gola. Ma l’immagine lasciava intuire - e sognare - più di tante esplicite e prolungate scene di sesso nelle nostre fiction odierne, naturale evoluzione del genere.

Espressione della narrativa popolare, sogno allo stato cartaceo e fotografico, i fotoromanzi avevano trame coinvolgenti, avventurose e ricche di sentimenti facili. Le protagoniste erano eroine belle, gentili, con le quali potevano identificarsi ragazze comuni. La loro felicità era insidiata da rivali cattive, dall'eleganza accigliata, sempre predilette da future suocere intriganti. Tutto si risolveva, il lieto fine era assicurato, i cattivi venivano puniti, gli innamorati si sposavano.

Ma, soprattutto, quelli che ci facevano impazzire erano i protagonisti maschili, attori di cui tutte noi appendevamo il poster alla parete. Primo fra tutti lui, l’icona, il bellissimo, la quintessenza della virilità: Franco Gasparri. Occhi verdi, capelli neri, spalle poderose, il fotoromanzo della sua vita s’interromperà a trentadue anni, per una caduta dalla moto che lo costringerà su una sedia a rotelle fino alla morte, avvenuta nel 99.

Gli anni settanta, dicevamo, segnano il boom del fotoromanzo, creando miti adorati dalle adolescenti italiane: Katiuscia, Michela Roc, Franco Dani, Paola Pitti, le sorelle Claudia e Francesca Rivelli (Ornella Muti).

Dal nostro paese, il genere del fotoromanzo si diffonde in tutto il mondo, fino all’America Latina e l’India.

Ma dopo l’apice, la decadenza. La lettura dei fotoromanzi scema nella seconda metà degli anni ottanta, soppiantata da altre forme d’intrattenimento popolare, dalle telenovelas alle fiction, e sono questi nuovi generi, da allora in poi, a dirci cosa e come dobbiamo sognare.

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Henry Rider Haggard, ovvero chi viene prima di Wilbur Smith?

16 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #fantasy

Henry Rider Haggard, ovvero chi viene prima di Wilbur Smith?

Le miniere di re Salomone

di Henry Rider Haggard

Donzelli editore, 2004

1^ edizione: 1985

pp. 230

€ 21, 80

Sappiamo tutti che Henry Rider Haggard (1856 – 1925) è considerato a pieno titolo, grazie al ciclo di Ayesha - in particolare al best seller She, ma anche a racconti gotico avventurosi come La signora di Blossome - il precursore del fantasy e della letteratura d’immaginazione, alla stregua di Lovecraft, Poe, Verne e Stevenson.

Ma ci siamo mai chiesti chi c’era prima di Wilbur Smith, delle cacce, delle savane infuocate, delle lotte tribali fra zulu, del romanzo d’avventura per eccellenza? Ancora lui, Henry Rider Haggard, con la sua famosissima opera Le miniere di re Salomone, e il personaggio leggendario di Allan Quatermain.

Sia in She, che ne Le miniere di re Salomone, l’avventura trova il suo nucleo centrale nel rapporto con la natura selvaggia, incontaminata e vergine ma, soprattutto, nell’esplorazione e nella scoperta di mondi nascosti, “perduti”, in gran voga nel periodo vittoriano, ripresa da Kipling, Conan Doyle, Rice Burroughs, e amplificata in seguito da Hollywood (si pensi a film come Il mondo perduto: Jurassic Park). In Haggard si tratta di caverne, contenenti segreti e misteri rimasti sconosciuti ai più (come non pensare alle miniere di Moria?) fin troppo ovvi simboli di discesa nell’inconscio. Non stupisce che il ciclo di Ayesha abbia attirato l’attenzione di Freud e Jung.

I tòpoi della letteratura fantastica sono molti, come l’invecchiamento improvviso di Ayesha in She, che ci ricorda quello di Morgana in Excalibur, o lo Spirito della Fiamma che ci riporta alla scena finale di Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta. Anche qui è l’abuso di magia che corrompe e distrugge invece di vivificare e rafforzare. Altro topos è l’agnizione, con il riconoscimento di Umbopa /Ignosi come legittimo re dei Kukuana ne Le miniere di re Salomone.

Henry Rider Haggard nasce nei pressi di Norfolk, dove trascorre un‘infanzia poco felice a causa della salute malferma e delle difficoltà di apprendimento. Frequenta circoli parapsicologici e si convince di essere egli stesso dotato di facoltà straordinarie. Parte per il Natal dove verrà catturato dal fascino dell’Africa meridionale. Scrive Le miniere di re Salomone per dimostrare di saper inventare una storia alla pari con L’isola del tesoro di Stevenson, dopo che alcune sue novelle non hanno incontrato il successo da lui sperato. Il romanzo è dell’85 e diventa subito un best seller, seguito da She, nell’87.

Rider Haggard viaggia per il mondo, visita l’Egitto, come Wilbur Smith, e il Messico, traendo spunti per nuovi libri e imparando a confezionare velocemente romanzi d’intrattenimento e di successo. Il personaggio di Quatermain dà vita ad altre narrazioni, per la maggior parte inedite in italiano.

Quatermain, detto “Macumazahn”, colui che scruta nella notte, è il modello de “il grande cacciatore bianco”, non anticolonialista ma comunque giusto e buono con gli indigeni. Predatore infallibile ma non sanguinario, si definisce sempre “un uomo mite”, addirittura “un po’ vile”, e trova l’eccesso di massacro vagamente “nauseante.”

Haggard è un colonialista convinto, sente la supremazia bianca come indiscutibile e sono sgraditi per il nostro palato moderno certi suoi atteggiamenti di superiorità verso gli indigeni e certe scene di caccia che hanno la spietatezza di quelle di Hemingway senza averne la bellezza ma, almeno, senza il compiacimento cruento dell’autore di Verdi colline d’Africa.

Avventura, poca sottigliezza psicologica, nessun conflitto interiore, grandi scene di caccia e di guerra come si addice alla più tipica letteratura d’evasione. E, tuttavia, a tratti, è presente un’insolita riflessione filosofica sull’uomo, sul suo posto nel ciclo della vita e sulla sua caducità.

Eppure l’uomo non muore finché il mondo, allo stesso tempo sua madre e sua tomba, resta. Il suo nome è certo dimenticato, ma il suo respiro agita ancora le cime dei pini sulle montagne, il suono delle sue parole riecheggia ancora nell’aria; i pensieri nati dalla sua mente li ereditiamo oggi; le sue passioni sono la nostra ragione di vita; le sue gioie e i suoi dolori sono nostri amici… la fine, dalla quale fuggiva atterrito, sarà di certo anche la nostra! Certo l’universo è pieno di spiriti, non velati spettri da cimitero, bensì gli inestinguibili e immortali elementi della vita, che, nati una volta, non possono mai morire.” (pag 143)

Da ricordare che il nostro Emilio Salgari pubblicò con lo pseudonimo di Enrico Bartolini un adattamento del romanzo, dal titolo Le caverne dei diamanti nel 1899. Memorabile anche il film del 1950 con Stewart Granger nei panni di Quatermain, e Debora Kerr, sebbene, a detta dello stesso narratore, “non c’è una sola sottana in tutta la storia.”

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Come eravamo: il manuale delle giovani marmotte

15 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo

Come eravamo: il manuale delle giovani marmotte

Chi era bambino a cavallo fra gli anni sessanta e settanta non aveva Wikipedia o Google per informarsi. Imparava sui libri di scuola, che allora si chiamavano sussidiari, ascoltava le fiabe sonore, sfogliava I Quindici, leggeva i best seller nei compendi di Selezione da Reader’s Digest, e faceva ricerche scolastiche sulle enciclopedie a fascicoli (La Motta, Le Muse, Galileo) debitamente rilegate e in bella mostra nella libreria di ogni famiglia che intendesse elevarsi dal magma dell’ignoranza.

Ma c’era anche un’altra fonte d’informazione spicciola, piena di spunti originali, di fascino e di avventura: il mitico Manuale delle Giovani Marmotte, nell’edizione del 1969.

La Arnoldo Mondadori ha pubblicato dal 69 all’89 otto volumi, a cura di Elisa Penna (fumettista inventrice di Paperinik) e Mario Gentilini, con le illustrazioni di Giovan Battista Carpi. Nel 91 è uscito anche un Maxi Manuale con il meglio dei sei volumi.

Le giovani Marmotte, in inglese Junior Woodchucks, sono un gruppo scoutistico immaginato dalla Disney, di stanza a Paperopoli. Ne fanno parte i nipotini di Paperino e di zio Paperone, Qui, Quo e Qua (con i loro berretti alla Davy Crockett) e il capo denominato Gran Mogol.

Se il Manuale di Nonna Papera era pensato per le bambine e presentava gustose ricette, indimenticabile e universalmente apprezzato da maschi e femmine resta il manuale delle Giovani Marmotte. Nella finzione, esso era il compendio di tutto lo scibile conservato nella biblioteca di Alessandria, giunto fino a noi attraverso numerose peripezie che ne avevano arricchito il contenuto. Vi si trovavano nozioni di storia, geografia, sopravvivenza: dalla costruzione di un ponte, all’accensione di un fuoco, alle traduzioni in varie lingue di una stessa frase. Detto confidenzialmente l’Infallibile, era in dotazione, in formato tascabile, alle giovani marmotte che lo usavano per risolvere casi intricati.

Il manuale effettivo, quello stampato dalla Mondadori nel 69, aveva come protagonisti i personaggi della Disney e costituiva un aiuto pratico per ogni bambino. Possedeva un suo fascino didattico, fra codici segreti (come il leggendario Dada Urka), informazioni su come costruire un aquilone o un fischietto, spiegazioni sull’alfabeto Morse e sui principali nodi. Conteneva, però, anche suggerimenti concreti, con intento morale tipico dell’epoca, su come presentare la pagella ai genitori o non abusare del telefono. Era pensato per la vita all’aria aperta e insegnava il rispetto per la natura e gli animali.

Ci faceva sognare avventure più grandi di noi, parlando di civiltà scomparse, geroglifici e luoghi lontani, insegnava come fare cose con le mani (un po’ come il mitico volume numero 9 de I Quindici) suggerendo che, se ci fossimo trovati in difficoltà, abbandonati a noi stessi senza la presenza di un adulto – magari sperduti in un bosco privi di orientamento - avremmo avuto un sostegno nel libriccino, pronto e tascabile, capace di spiegare come risolvere da soli i problemi, trovando in noi stessi le risorse, attivando le nostre energie nascoste. Quelle stesse energie che altro non erano se non la forza per crescere e diventare, nel bene e nel male, ciò che siamo oggi.

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