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Simone Giusti, "Pisa Connection"

22 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #simone giusti

Pisa Connection

Simone Giusti

Marchetti Editore, 2015

pp 108

10,00

Simone Giusti, di cui avevo letto il delicato racconto per bambini Il giardino di bosco fitto, inaugura la nuova collana Pulp, da lui diretta per Marchetti Editore, col romanzo breve Pisa Connection. Tutto un altro stile, tutta un’altra grinta ma sempre la medesima ottima scrittura.

La vicenda ruota attorno ad un attentato islamico da compiersi ai danni del presidente del consiglio, mentre questi tiene un discorso in Piazza dei Miracoli a Pisa. Mi vengono i brividi a pensare che il romanzo è stato pubblicato pochi giorni prima dei tragici fatti di Parigi e, allora, i balordi terroristi drogati, che una risata dovrebbe seppellire, non sembrano nemmeno più tanto grotteschi e paiono usciti dalle cronache degli ultimi giorni.

Il tizio aveva detto di aver seguito i loro movimenti, soprattutto quelli di Fael che aveva un portale facebook con trecentoventisei iscritti su cui condivideva idee fondamentaliste assieme a video rap, foto di donne seminude e promozioni di kebab in piadina. La pagina si chiamava Al-Kebab, in copertina aveva un ninja che affetta una cipolla rossa. La scritta in arabo con caratteri dorati e sbrilluccicanti riportava: ne resterà soltanto uno. Un utente stordito una volta gli aveva segnalato la copertina come foto di decapitazione.” (pag 77)

A questo attentato s’intreccia l’odissea di Jimbo, un tossico alla disperata ricerca della sua dose quotidiana di metanfetamina. Jimbo non è descritto se non per pochi tratti: i capelli radi, la canottiera svolazzante, il motorino scassato. Jimbo è uno dei tanti drogati che incrociamo per strada, scansandoci con un po’ di disgusto quando ci chiedono uno spicciolo “per la benzina”. La sua esistenza si compie ogni giorno dal tramonto all’alba, concentrandosi tutta nella ricerca della dose. Jimbo non pensa, se non per quel che gli serve, non s’interessa del mondo circostante, non mangia, non beve ma ogni notte compie un viaggio mitico, una sorta di quest della dose che gli procurerà il flash e lo renderà immune a dolore e fatica per altre ventiquattro ore.

Attorno a lui pullula una miriade di personaggi bizzarri e squallidi, ai quali è dedicato di volta in volta un capitolo, così si scivola da un capitolo all’altro, da un personaggio all’altro, mentre, nel contempo, la trama avanza e ci ritroviamo alla fine in un batter d’occhio.

Quella che viene descritta non è la Pisa di quando frequentavo l’università negli anni ottanta, è la città che ci viene incontro non appena usciamo nel piazzale della Stazione, fra negozi di kebab, pizza al taglio e paccottiglia cinese per turisti. È un sottoproletariato di puttane e protettori, di extracomunitari, di drogati, di carabinieri, di terroristi a burro e formaggio e poliziotti che sembrano usciti da un film di Scuola di polizia (il mitico Tackleberry), tutti scandagliati dall’interno senza censura, nei loro pensieri più vili e meschini. L’unica pietà è per la vicenda della prostituta Fatjona, raccontata con una commozione che traspare. Tutto il resto è sporcizia, degrado, droga, sesso, emarginazione, è pulp insomma.

Simone Giusti sembra trattare gli argomenti con ironia e leggerezza, cercando simpatie per il povero, triste, Jimbo ma si capisce che sa di cosa parla, non ha creato delle figure a caso ma si è documentato e la descrizione del dopo attentato (pag 104-105) ha qualcosa di sinistramente profetico.

Sotto il linguaggio semplificato e il turpiloquio, s’intravedono molte letture, ma non solo, anche molto cinema, in una multimedialità che caratterizza i giovani autori. Il bagaglio culturale, insomma, non deve più per forza essere solo letterario, potendo ormai, l’immaginario collettivo, attingere a più fonti, come cinema, appunto, televisione, fumetto, videogames e persino i giochi di ruolo, di cui Giusti si dichiara appassionato.

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In giro per il Molise: Sant'Elena Sannita

21 Novembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per il Molise: Sant'Elena Sannita

Sant'Elena Sannita, dove oggi ci conduce Flaviano Testa con le sue fotografie, è un comune molisano della provincia di Isernia.

Salendo per il corso principale si arriva alla Piazza del Tiglio e, nella parte più antica dell'abitato, si erge il severo palazzo baronale, trasformazione di un castello eretto nel XV secolo.

La chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo, ricostruita dopo il terribile sisma del 1805, ha una bella e importante facciata, all'interno si trovano due sculture lignee: una del XVI secolo raffigurante la Madonna e una di San Michele risalente al Settecento e attribuita allo scultore napoletano Giacomo Colombo.

Sant'Elena è stato uno dei paesi molisani che più ha sofferto l'emorragia di giovani e forza lavoro, passando dai quasi duemila abitanti dell'inizio '900 ai poco più dei duecento attuali. Lo spopolamento del territorio costituisce una caratteristica peculiare del Molise che, come nessun'altra regione italiana, accusa un regresso demografico intenso e di antica data, risalente già al periodo immediatamente successivo all'unità d'Italia e dovuto alla scarsità delle risorse disponibili. Gravi quanto le cause sono gli effetti di questo processo sulla situazione interna dove, accanto al sempre minor numero di abitanti, si registrano preoccupanti indici di invecchiamento: nell'anno 2013 il saldo nati/morti è stato negativo per 1292 unità. Il fenomeno dunque viene da lontano e ancora non vi è stato posto rimedio.

Nello specifico, l'isolamento territoriale di Sant'Elena Sannita era aumentato dal fatto che la stazione ferroviaria più vicina si trova a Bojano, a circa 16 km di distanza, i principali uffici pubblici erano a decine di km e mancava la stazione dei carabinieri. Gli spostamenti senza mezzi di trasporto pubblico avvenivano quasi sempre a piedi o, per i più fortunati, con biciclette e carretti a trazione animale.

Un paese in cui, nonostante tutto, la grande quantità di case disabitate lascia capire l’importanza che ha avuto nel passato, essendo stato un centro di fiorenti attività artigianali della lana: si producevano coperte, tappeti e stuoie e, per la vicinanza con Frosolone, importante è stata la lavorazione dell'acciaio.

Molti partirono per fare gli arrotini girando paesi del Molise e di tutta Italia. Avevano una bicicletta con cui, attraverso un ingegnoso sistema che permetteva di agganciare alla ruota dentata una catena collegata alla smeriglia, riuscivano a eseguire il lavoro attraverso il pedale. Attesi e ricercati da tutti, affilavano ogni lama, dagli strumenti del chirurgo, ai coltelli dei macellai e dei salumieri, alle forbici e ai rasoi dei barbieri. In seguito, i primi arrotini ambulanti si trasformarono in commercianti di coltelli, forbici e articoli da barbiere e si sviluppò così una nuova attività: nelle vetrinette, tra le lame di diverse specie, cominciavano a far bella mostra vasetti di brillantina, scatolette di sapone da barba e lozioni per capelli. L’umile arrotino si trasformò lentamente, cresceva l'animo commerciale e il desiderio di realizzare migliori guadagni, fu proprio per esaudire le crescenti richieste dei barbieri che i santelenesi sono diventati anche piccoli commercianti di profumi. A Roma, infatti, sono conosciuti come creatori di un “impero dei profumi”: oltre duecento profumerie capitoline appartengono ad originari di Sant’Elena Sannita.

In seguito dalla semplice vendita si passò alla produzione e oggi S. Elena vanta un numero incredibile di suoi figli che sono rinomati profumieri a Roma e nel mondo. Dal 17 agosto 2014 il paese ospita il Museo del Profumo, collezione di pezzi rari e unici della profumeria moderna e contemporanea.

Gli emigrati hanno saputo trasmettere di generazione in generazione l'amore per il paesello natio e ogni anno nel corso della Festa dell'Emigrante che si tiene il 27 settembre, Sant'Elena si rianima. Le finestre e i portoni delle case si aprono e le viuzze deserte del centro storico echeggiano di voci di bambini che corrono liberi senza il timore del traffico cittadino. Tutti tornano per respirare aria di casa e per gustare le specialità del paese “petacce e fasciuoli” (pasta di casa senza uovo e fagioli) e agnellini al forno. Il 29 di settembre, terminata la festa del Santo patrono le luci si spengono, le auto ripartono e i sempre meno numerosi abitanti si siedono davanti la porta di casa in attesa del prossimo ritorno.

In giro per il Molise: Sant'Elena Sannita
In giro per il Molise: Sant'Elena Sannita
In giro per il Molise: Sant'Elena Sannita
In giro per il Molise: Sant'Elena Sannita
In giro per il Molise: Sant'Elena Sannita
In giro per il Molise: Sant'Elena Sannita
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Giovanni Fattori

20 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #pittura, #personaggi da conoscere, #poli patrizia

Giovanni Fattori

Il disegno del Fattori”, dice l’Argan, “non è il disegno accademico, generico ed evasivo; è, com’era nella cultura figurativa toscana del Quattrocento, un disegno che penetra, definisce, incide.” (G.C. Argan, “Storia dell’arte italiana, Sansoni, 1979)

Giovanni Fattori (1825 – 1908) è nato a Livorno ma si è poi trasferito a Firenze, entrando in contatto con il gruppo dei pittori che si riuniva al caffè Michelangelo, in via Larga (ora via Cavour).

Parte come romantico ma la sua maturità artistica e il suo momento più prolifico si concentrano dopo i quarant’anni quando, insieme a Telemaco Signorini e a Silvestro Lega, diventa uno dei principali artisti macchiaioli. Il fenomeno è precursore dell’impressionismo e si lega al quadro ideologico risorgimentale, del quale Fattori fa parte come fattorino del Partito d’Azione e del cui assedio di Livorno conserverà memoria indelebile.

Secondo la teoria macchiaiola, il pittore deve rendere il vero come lo percepisce il suo occhio, con chiazze colorate di luce e di ombra, senza pregiudizi culturali. Fattori, infatti, si considera “uomo senza lettere”, capace di cogliere il presente, il momento in atto. E, tuttavia, l’identificazione dell’artista col soggetto non si raggiunge mai, si ha sempre una testimonianza, un commento, una valutazione etica.

Uno dei suoi temi preferiti è la vita militare, colta nella quotidianità, l’altro grande soggetto è il paesaggio rurale della Maremma, con butteri, erbaiole, acquaiole, buoi e cavalli.

Nella sua vita, Fattori è spesso in difficoltà economiche, torna a Livorno per assistere la moglie malata la quale, poi, muore di tubercolosi. Il pittore, allora, si dà a viaggiare, visitando l’Europa, gli Stati Uniti e il Sudamerica. Soggiorna anche a Fauglia e a Castiglioncello, ospite di amici.

Verso la fine della sua carriera artistica si dedica all’acquaforte, tecnica consistente nell’incisione di una lastra di metallo tramite acido.

Muore a Firenze nel 1908.

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Una partita storica

19 Novembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

Una partita storica

Il secondo racconto di Giovanni D'Ippolito della serie “anni 60 revival”, in una radio cronaca mozzafiato alla Nicolò Carosio, rivive gli entusiasmanti momenti di una storica partita di calcio fra due Licei regionali.

UNA PARTITA STORICA

Era dall’inizio dell’anno scolastico che si parlava della sfida calcistica fra il Liceo Scientifico di Bojano e il Liceo Scientifico di Campobasso.

Eravamo giunti finalmente al fatidico giorno: una fredda e umida domenica di metà novembre. Fin dalle prime ore del mattino in cielo si erano aperte tutte le cateratte e scendeva una pioggia battente. I componenti della squadra si erano svegliati presto e scrutavano il cielo “porca miseria non si gioca...” pensavano. Si dedicarono quindi, ognuno a casa propria, alle normali attività domenicali: bagno nella vasca d’acqua caldissima, magari con Play Boy al seguito, poiché quasi tutti erano all’epoca “fidanzati” con una coniglietta di copertina. Poi, rivestiti a festa, indossando giubbotto, maglioncino a collo alto, pantaloni a zampa d’elefante e stivaletti beat col tacco, si recarono al solito appuntamento al bar per la partita di tressette. In palio boccali di birra da mezzo litro (pensare che allora non si sapeva nemmeno dell’esistenza dell’OktoberFest) e sacchetti di patatine. A seguire pranzo luculliano, tipico della domenica, con rigatoni al sugo e abbondanti salsicce al forno con patate.

Alle 13,30 improvvisa schiarita in cielo, tutti di corsa verso lo stadio, con due buste di plastica in mano: una con le scarpette e l’altra con maglietta, calzoncini e calzettoni. Si gioca!!! Il campo è quasi impraticabile, si affonda nel fango fino alle caviglie e il pallone non rimbalza.

La squadra di Bojano appare da subito molliccia e spompata, così il Campobasso pressa e, al 27’ del primo tempo, guadagna il vantaggio, se pur contestato, con un tiro dalla distanza che il bravo portiere Brunetti, in un plastico volo, riesce a intercettare e a inchiodare sulla linea di porta. L’arbitro, fra le proteste, assegna comunque il gol e si va negli spogliatoi sull’1 a 0.

Nel secondo tempo cambia tutto, la squadra di Bojano, con le sgroppate di Colalillo a destra e Di Ciero a sinistra, si riversa nella metà campo avversaria. Mainelli e Velardo impensieriscono il portiere avversario in più occasioni, con pericolosi tiri in porta, ma senza risultato. Al 43’ del secondo tempo, D’Ippolito, nel cerchio di centro campo, tenta di mettere in movimento Mainelli provando a colpire per ben due volte la palla di tacco, ma non riuscendo nemmeno a sfiorarla, dà vita, più similmente, a una goffa danza tribale. Fortunatamente subentra De Rosa che, impossessatosi della sfera di cuoio, scende nella posizione di mezz’ala destra e crossa al limite dell’area, dove Velardo, ben appostato, colpisce al volo di sinistro in maniera perfetta spedendo una cannonata che viaggia verso l’incrocio dei pali. La palla che, completamente inzuppata raggiunge ormai il peso stimabile di almeno due chili, invece raggiunge in pieno volto un difensore avversario. Il malcapitato salva così il risultato ma stramazza al suolo perdendo copiosamente sangue dal naso. L’arbitro, per attivare i soccorsi, fischia la fine e così ci si avvia verso gli spogliatoi, guardando con mestizia quello che era il meraviglioso manto erboso del Comunale, ridotto come un campo di patate dopo il raccolto.

Ci vorranno mesi per ripristinare il fondo e, nella primavera successiva, si ricomincia a giocare con apprezzabili prestazioni della squadra del Liceo Scientifico di Bojano che, se pur fortissima e quasi insuperabile nelle partite singole, non riuscì mai a vincere un torneo a punti.

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Vincenzo Zonno, "Non è un vento amico"

18 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Vincenzo Zonno, "Non è un vento amico"

Non è un vento amico

Vincenzo Zonno

Vocifuoriscena, 2015

pp 245

15,00

Vincenzo Zonno è un autore dalle enormi possibilità, specialmente se si considera che Non è un vento amico è il suo primo romanzo.

Ambientato nel suggestivo paesaggio baltico, in una exclave russa in territorio prussiano, Non è un vento amico mescola romanzo storico, giallo e climi surreali da castello kafkiano ma anche da fantasy novel.

Fino a metà del testo si pensa di avere fra le mani “il romanzo”, quello che aspettavamo da sempre, di ampio respiro e di grande atmosfera, pronto a diventare best seller prima e classico poi. A sostegno di questa speranza ci sono l’ambientazione e il fascino del paesaggio – fra San Pietroburgo, le foreste siberiane e il mar Baltico - insieme ad una gran bella scrittura, elegante, distesa, mai banale nelle descrizioni. Le sbavature sono pochissime, lo stile intelligente, di quella fluidità che nasconde tanto certosino lavoro di lima.

Il protagonista, Georges Stroganov, tenente di bell’aspetto e di belle speranze, viene chiamato a Cypel Koszalin, luogo di reintroduzione di ex deportati siberiani, dove sorge una fortezza che ricorda la montagna del purgatorio dantesco. Qui egli dovrà sostituire un console ucciso in modo atroce e sconvolgente. Indagando sulla fine inquietante del predecessore, scoprirà un mondo statico di peccatori, vittime dei suoi stessi vizi, primo fra tutti l’adulterio. S’innamorerà perdutamente di una bella vedova e farà amicizia con una lince.

La trama contempla personaggi storici, come il governatore Murav’ev, lo zar Nicola I e suo fratello Alessandro, scomparso in circostanze poco chiare. A questo riguardo, Zonno adotta e sviluppa la tesi di Lev Tolstoj, nel racconto incompiuto Memorie postume dello stareta Fedor Kuzimič. Non sveliamo la trama, che ha un intrigo da dipanare, ma diciamo che nel romanzo sono intrecciati molti elementi reali, come la rivolta decabrista e l’eresia dei Christovovery, ad altri di pura fantasia. Ci sono correnti irrazionaliste che pervadono la Russia di metà ottocento, ma il protagonista rimane con i piedi per terra e investiga con lucidità su quello che sembra un enigma sovrannaturale.

Peccato che, dalla metà del romanzo in poi, la storia non decolli, perda respiro e mordente. Tutto rimane un po’ troppo confinato intorno alla figura della bella Lidjia e all’amore che essa suscita nel tenente.

Come fa notare Oliviero Canetti nella postfazione, Cypel Koszalin è un “microcosmo”. Diciamo che è più un simbolo che un luogo narrativo, e di questo il romanzo risente, trasformandosi (e atrofizzandosi) da grande narrazione ad allegoria. Si sente che l’autore ha familiarità con i romanzi russi dell’ottocento, con i concetti di redenzione, peccato e perdono. Stroganov è un libertino, alla fine compirà il percorso inverso a quello di tutti i peccatori di Cypel Koszalin, fuggirà in Siberia in un cammino a ritroso di riscatto morale, dove l’amore e la comprensione hanno la meglio sui sensi di colpa e persino sul bisogno di Dio.

Siamo certi che di questo autore sentiremo ancora parlare, se saprà coniugare il simbolismo surreale con le necessità narrative, in un connubio che diverrà la sua cifra personale.

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La contraerea del liceo

17 Novembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

La contraerea del liceo

Quello che vi proponiamo è il primo di una serie di racconti brevi scritti da Giovanni D'Ippolito nel 2013 in occasione dei cinquant'anni del Liceo Scientifico di Bojano, per ricordare con amici ed ex compagni di classe avvenimenti spassosi della loro gioventù.

Un revival che porterà anche molti di noi a ricordarsi giovani in un contesto sociale che oramai rivediamo solo nei film in bianco e nero del grande cinema italiano di quegli anni. Un tuffo nel passato nei mitici anni 60.

La contraerea del liceo

Le finestre del nostro Liceo erano, per la loro posizione, un osservatorio privilegiato su Corso Amatuzio. Nulla poteva sfuggire allo sguardo degli studenti che vi si affacciavano per tutto il tratto che va dalla piazza fino alla Stazione, ma quella mattina nessuno avrebbe immaginato che gli occhi sarebbero stati rivolti verso il cielo. Erano appena iniziate le lezioni quando un rombo assordante fece tremare i vetri e sobbalzare gli alunni di tutte le classi che, corsi alle finestre, scrutavano verso l’alto senza riuscire a scorgere l’aereo che aveva provocato tale trambusto. Si ritornò, sollecitati dai professori, al proprio posto, ma la distrazione era stata tanta e ognuno in cuor suo sperava che il fatto si ripetesse.

Tutti erano all’erta e, trascorsi pochi minuti, si cominciò a udire in lontananza un flebile sibilo, di nuovo gli alunni eccitati corsero verso le finestre, questa volta sarebbero arrivati in tempo per vedere, infatti si affacciarono proprio mentre il muso del jet appariva a pochi metri dai loro occhi . Un muso simile a quello uno squalo che si avvicinava minaccioso e velocissimo e che, con un boato fragoroso, sfiorò il tetto della scuola.

Io avevo capito subito chi fosse ai comandi di quel velivolo e conoscevo la manovra che avrebbe fatto: l’aereo si allontanava in direzione di San Massimo seguendo la ferrovia che il pilota usava come riferimento. Poco prima del campo sportivo di Cantalupo effettuava una lenta virata a destra e, seguendo sempre il percorso della strada ferrata, giungeva al bivio di Guardiaregia dove, all’altezza del cementificio, eseguiva ancora una lenta virata a destra e via a volo radente di nuovo verso Bojano puntando l’edificio scolastico.

Ormai tutti erano certi che ci sarebbe stato un terzo passaggio e più di qualcuno, giocando alla guerra, si era attrezzato per la difesa: avevano piazzato le sedie dei banchi sui davanzali delle finestre con le gambe puntate verso l’alto e quando il jet apparve ancora una volta, dettero vita a un fuoco di sbarramento contraereo tatatatatatatatatatatatatatatatatatataatatatatataatatata, imitando una mitragliatrice e giù a ridere a crepapelle. I professori cercavano di ripristinare l’ordine e di calmare i più esagitati con scarsi risultati, anche perché vi fu subito un quarto passaggio e le mitragliatrici alle finestre erano decuplicate.

I vetri tremarono ancora, il boato fu più forte e molti si precipitarono nel corridoio dalle cui finestre videro l’aereo allontanarsi oscillando le ali in segno di saluto. Io più degli altri, a quel movimento, sentii tremare il cuore, e fui orgoglioso perché il provetto pilota era mio fratello e aveva saputo evitare la nostra contraerea. Era un gioco ma per fortuna, pensai, non era stato colpito.

Giovanni D'Ippolito

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Writer factor, il talent on line della scrittura

16 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #concorsi

Writer factor, il talent on line della scrittura

Il momento di scrivere, blog letterario online da settembre 2014, è orgoglioso di presentare la prima edizione del concorso letterario gratuito online Writer Factor.

Il concorso è rivolto a tutti gli scrittori di racconti brevi, senza distinzioni di sesso ed età. Writer Factor è un concorso articolato in quattro fasi: selezioni, bootcamp, gara e finale. La gara a sua volta è composta da ulteriori quattro manche. I partecipanti saranno divisi in quatto categorie: under 25 uomini, under 25 donne, over 25 uomini, over 25 donne. Gli autori verranno valutati e aiutati nella scrittura dei propri racconti da quattro giudici, ognuno dei quali sarà responsabile di una categoria di concorrenti, ma tutti avranno potere di voto.
I partecipanti dovranno superare la prima fase (selezioni) ottenendo almeno tre pareri positivi su quattro da parte dei giudici. Successivamente gli autori selezionati saranno chiamati a scrivere un nuovo racconto per la fase successiva (bootcamp). In questa fase saranno svelati gli abbinamenti tra i giudici e le categorie di competenza. Ogni giudice valuterà i racconti della propria categoria di competenza e selezionerà i migliori tre. Soltanto dodici concorrenti guadagneranno il passaggio alla terza fase (gara).
La gara vera e propria è composta da quattro manche, ognuna delle quali vedrà la scrittura di un nuovo racconto da parte dei concorrenti. I giudici faranno da coach e aiuteranno gli autori a comporre un racconto che metta in mostra le peculiarità artistiche dello scrittore. Tutti i racconti saranno valutati (in scala numerica da 1 a 10) dai giudici, escluso il giudice di competenza della categoria del racconto. Sulla base della somma dei voti ottenuti, sarà stilata una classifica e gli autori dei peggiori racconti saranno eliminati. Il meccanismo si ripete per quatto manche, per arrivare infine ai tre concorrenti finalisti. Nella finale (quarta e ultima fase del concorso) sarà eletto il vincitore, sempre sulla base dei voti dei giudici.
Per partecipare alle Selezioni le opere dovranno pervenire, come da bando, entro il 06 Gennaio 2016, per via telematica, all'indirizzo info@ilmomentodiscrivere.org secondo le modalità specificate nel regolamento.
Il vincitore di Writer Factor vincerà una pubblicazione con regolare contratto d’autore sulla rivista letteraria Il Lettore di Fantasia, distribuita in versione cartacea in tutta Italia e disponibile in versione digitale sul proprio sito. Il Lettore di Fantasia conta attualmente più di diecimila lettori fissi.
Il secondo classificato (se ritenuto meritevole dalla giuria) vincerà una pubblicazione con regolare contratto d’autore con Nativi Digitali Edizioni, casa editrice digitale indipendente.
Il terzo classificato (ed eventualmente il secondo) vedrà pubblicati i suoi racconti in un’antologia edita e pubblicata da Il momento di scrivere il cui ricavato sarà interamente devoluto all’associazione Unicef Italia.

La giuria è composta da:
Fabio Mosti (Il Lettore di Fantasia)
Marco Frullanti, (Nativi Digitali Edizoni)
Annarita Faggioni (Il piacere di scrivere)
Giuseppe Monea (Il momento di scrivere)

Per maggiori informazioni è possibile inviare una mail a info@ilmomentodiscrivere.org specificando il motivo della propria richiesta.

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La vita dopo la morte?

15 Novembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

La vita dopo la morte?

Come abbiamo visto, in un modo o nell'altro si torna sempre al dilemma "vita dopo la morte sì, vita dopo la morte no". E l'anima, dunque, continua a vivere? E se continua a vivere, resta vagante in questa ipotetica altra dimensione, o si reincarna (o può reincarnarsi) in un altro corpo (contenitore mortale) per una nuova esistenza?
Questo è stata sempre - anche all'interno di molte religioni del mondo - la controversia tra i materialisti (che negano) e gli spiritualisti (che affermano).
Se poi andiamo ad analizzare il pensiero (non solo) degli scienziati e degli studiosi orientali, vediamo che "nella vita è implicita la morte e la reincarnazione dell'anima in un altro corpo".
Non solo; ma si pensa che ciò obbedisca a regole ben precise, a seconda del comportamento dell'esistenza precedente, la nuova vita si sarebbe reintrodotta in un essere (persona o animale) migliore o peggiore.
E così di morte in morte, fino alla purificazione finale.
Per contro, qui in occidente studiosi come i materialisti credono che con la morte della persona tutto muore, sia il corpo materiale che quello spirituale: l'anima, appunto.
L'argomento fu affrontato anche dallo studioso Allan Kardec, che, nelle sue più importanti pubblicazioni - Il libro dei medium, Il libro degli Spiriti, Le rivelazioni degli Spiriti - studiò e sviscerò il problema della sopravvivenza dell'anima, o meglio dello spirito, dimostrando - a suo modo - la persistenza degli spiriti in altra dimensione, dimensione dalla quale essi gli avrebbero addirittura dettato i suoi libri essendo ansiosi di comunicare con i viventi.
Allan Kardec si spense a Parigi alla ancor giovane età (ma non per l'epoca) di sessantaquattro anni, a seguito delle conseguenze di una emorragia cerebrale, e fu seppellito al cimitero monumentale Père Lachaise.
Credeva così tanto nella sopravvivenza dell'anima (e in qualche modo alla reincarnazione) che sulla tomba venne posta una lapide con su scritto:

Naitre, mourir, renaitre encore et progresser sans cesse,
telle est la L
oi.

Nascere morire rinascere ancora e progredire senza sosta,

questa è la legge.

Dunque anche lui pensava: morire e rinascere per migliorarsi…
Ricordiamo cosa scriveva in seguito ai molti messaggi che gli spiriti gli comunicavano:

"I morti non affondano nel nulla! Vivono in altre sfere del reale secondo i meriti acquisiti sulla terra e bruciano dal desiderio di contattare quanti sono rimasti dall’altra parte della porta".

Gli studiosi della reincarnazione la pensano in tutt'altra maniera, come abbiamo visto; l'anima (o lo spirito di Allan Kardec) non resta confinato nell'altra dimensione, pur con l'ansia di mettersi in contatto con i viventi, ma questo essenziale elemento torna a vivere nel corpo materiale di un nuovo soggetto.
Ora, per questi signori alcuni elementi della manifestazione del fenomeno costituiscono prove vere e proprie.
Intanto va considerato il fatto che, nella maggior parte dei casi, il soggetto reincarnato, ad un certo punto della sua vita odierna, comincia a parlare spontaneamente di altra vita o di altre vite precedenti. Poi, specialmente nel caso in cui venga sottoposto a ipnosi regressiva, a puro scopo terapeutico (per guarire ad esempio da una malattia: ansia, insonnia, abulia, paura, fobia, stress) egli dà spontaneamente notizie circa vecchie esistenze. Come quando una persona si sottopone a sedute di uno psicologo che va a indagare indietro nel tempo nella vita della persona.
E che avviene (o che può avvenire) allora?

a) Il soggetto riportato all'infanzia, e anche prima, prende a parlare in lingue che (anche per la sua poca età o per la sua poca o nulla istruzione, a volte) sono a lui sconosciute (lingue straniere, o lingue morte, addirittura).
b) Prende a raccontare (e di seduta in seduta aggiunge dettagli) di una vita già vissuta, con altri nomi e in altri luoghi. Controlli successivi con vari mezzi confermano ciò che egli sta narrando.
c) Quasi mai, conferma lo sperimentatore, a queste notizie mescola avvenimenti immaginari o falsi.
d) Talvolta parla di segni particolari che avrebbe avuto su di sé il soggetto dell'altra vita con cui egli si identifica (segni che - magari - i genitori attuali non hanno mai individuato sul corpo di questo loro figlio).

Molti sono gli studiosi che, inizialmente scettici sulla verità del fenomeno, alla fine della loro lunga esperienza sono stati costretti ad ammettere che sì, la reincarnazione può esistere
Ricordiamo tra di essi, il dottor Gerald Netherton, che ha utilizzato con successo il metodo dell'ipnosi regressiva su più di 8.000 pazienti. Egli ha più volte dichiarato che inizialmente era scettico ma, in seguito ai brillanti risultati della sua esperienza, si è convinto che la regressione di un soggetto a vite passate ha portato alla scoperta di cose impensate, nuove e antiche allo stesso tempo.
E che l'unica risposta logica alla domanda, "esiste la reincarnazione?" è questa: ciò che il soggetto dichiara E' ACCADUTO.
Un altro studioso, che ha usato nel corso della sua lunga carriera il metodo della ipnosi regressiva, è il dottor Peter Ramster. Studioso australiano, nato e vissuto a Sydney, ha dedicato la sua vita alla ricerca di vite precedenti, e tutti i suoi casi sono raccolti nel libro In search of past lives, pubblicato nell'anno 1990. Ha girato anche un film sulla reincarnazione che ha avuto molto successo in campo internazionale. Ma quello che gli ha dato più notorietà è stato un lungo documentario girato per la televisione, in cui ha messo sotto ipnosi ben quattro signore, australiane come lui. Dopo aver raccolto notizie strabilianti su vite da loro vissute in un tempo precedente, esse sono state accompagnate sui luoghi da loro indicati, e, punto per punto, sono stati riscontrati tutti gli elementi che hanno dato conferma di queste esistenze pregresse.
Una di esse era la signora Cynthia Henderson che, sottoposta al trattamento ipnotico, ha ricordato di essere vissuta al tempo della rivoluzione francese, quindi alla fine del settecento; in stato di sonno ipnotico la signora ha parlato correntemente in lingua francese (lingua che lei non conosceva), ed è stato accertato che nel suo modo di esprimersi usava perfettamente le inflessioni dialettali del tempo. Non solo, ma ha indicato luoghi, strade e piazze di alcune città di quel periodo, con i nomi che portavano al tempo della rivoluzione, nomi che oggi non erano più in uso, e che sono stati rintracciati solo dopo accurate ricerche, anche consultando antichissime carte geografiche.

RACCONTI DI AMICI

Laura Fontana è una giovane signora di Piombino, la quale mi ha raccontato una storia che riporto qui sotto.
E' il settembre dell'anno 1981; esattamente il giorno 19. Laura ha 20 anni ed è innamorata di un giovane, purtroppo già impegnato (era fidanzato, mi scrive, ma quando è iniziata tra noi io non lo sapevo, pensavo fosse libero). Erano solo due anni che andava avanti questa relazione e pochi sapevano di essa. Ma questo ai fini della storia non ha importanza.
Ed ecco cosa accadde; lascio a lei la descrizione.

"Il ragazzo di cui ero innamorata parte insieme ad un gruppo di amici per una spedizione di pesca subacquea a Montecristo, un'isoletta dell'arcipelago toscano. Esattamente allo Scoglio d'Africa, un punto che noi chiamavamo Africhella.
Erano tutti ragazzi molto esperti, che facevano spesso questo sport.
Fin qui niente di strano.Sarebbero rientrati la domenica sera, ma io il sabato mattina mi sveglio all'improvviso in lacrime. Avevo fatto un brutto sogno.
Erano le 9.00. Nel sogno c'ero anch'io sulla barca insieme a quei ragazzi, si tuffavano e riemergevano ora uno ora l'altro.
Ad un certo punto tutti erano riemersi e stavano decidendo di tornare a terra, quando "lui" manifesta il desiderio di fare un ultimo tuffo. E si getta in mare.
All'improvviso, non sapevo spiegarmi perché, percepii che aveva bisogno di aiuto; mi sporgo dall'imbarcazione, cerco faticosamente di allungare una mano nell'acqua, lui era là, mezzo sotto e mezzo visibile, ma con sgomento non riesco a prendere la sua mano.
Riaffonda, gli amici si tuffano in soccorso, ma di lì a poco riemergono con il corpo senza vita.
Sogno anche l'interminabile, per me doloroso, ritorno a terra, e poi anche il funerale. Mi sveglio dal sogno di soprassalto e scoppio a piangere, un pianto convulso, inarrestabile.
Mi vesto, sono quasi le 11.00, scendo in piazza in cerca di notizie, ma "sapevo", purtroppo, ne ero certa; quando vedo venirmi incontro un amico comune, dalla sua faccia ho conferma che non era stato solo un sogno. In pratica, sapevo cosa era accaduto senza che lui me lo raccontasse; non gli do neanche il tempo di parlare ed esclamo "So tutto". Lui, che non era andato con loro, era stato appena avvisato della disgrazia.
Ho scoperto che, mentre sognavo, il tutto si stava svolgendo in contemporanea,
con la sola differenza che io non ero fisicamente presente al fatto.
Questo episodio, comprensibilmente, mi ha segnato la vita.
E voglio dirti, Marcello, un'altra cosa, importante per me: a distanza di 20 anni ho fatto di nuovo lo stesso sogno e, quando mi sono svegliata, quella mattina, ho realizzato che era lo stesso giorno dello stesso mese in cui era accaduta la tragedia.
Questo è strano: è come se io non è che avessi solo previsto ma che lo avevo vissuto in prima persona stando sulla barca con i ragazzi, e vedevo lui che saliva e scendeva senza vita, e non riuscivo a prenderlo.
Partecipai alle esequie, ci siamo anche abbracciate, io e la sua fidanzata.
Sai una cosa? Mi confessò la fidanzata, "un giorno mi disse: se potessi scegliere una morte, v
orrei che la mia avvenisse in mare."
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Il Milite Ignoto

14 Novembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Il Milite Ignoto

“La Madre chiama: in te comincia il pianto, nel profondo di te comincia il canto, l’inno comincia degli imperituri”. (G.D'Annunzio)

Da pochi giorni è trascorso l'anniversario della vittoria della prima guerra mondiale avvenuta il 4 novembre 1918. In Italia, contraddistinta da scarsissimo animo patriottico, tale festa è stata declassata a “giornata delle Forze Armate”, abolita da tempo dal calendario come festività nazionale, è divenuta giornata lavorativa, l’Italia preferisce continuare a festeggiare il 25 aprile, che ricorda una sanguinosa guerra civile e non la conclusione del Risorgimento con Trento e Trieste restituite alla Patria. La memoria ufficiale è corta, ma non è possibile seppellire completamente i morti e, tra voci discordanti di chi ritiene la Grande Guerra un'inutile carneficina, e chi esalta gesta eroiche e patriottismo, si è conclusa anche la celebrazione del suo centenario.

Io, ormai fuori termine, voglio ricordare oggi la storia di una donna e di suo figlio, un soldato morto durante la Grande Guerra, la cui vicenda, come spesso accade, è dimenticata o poco conosciuta.

Antonio Bergamas, caduto venticinquenne sull’altopiano di Asiago, era un giovane maestro elementare di Trieste, un militante mazziniano, degli ideali repubblicani, del primo futurismo e dell'irredentismo. Era un volontario, protagonista di manifestazioni interventiste, che scelse di arruolarsi come fante nella Brigata Re, ma era un volontario particolare, perché disertore dall’esercito austro-ungarico, essendo egli residente in una città ancora sotto il dominio austriaco. Era determinato a combattere la sua guerra per l'Italia e non condivideva con altri volontari come Cesare Battisti o Nazario Sauro soltanto l'amor di Patria, la certezza del rischio che avrebbe corso, ma anche la cieca vocazione al sacrificio che traspare da alcune righe di una sua lettera inviata alla madre dal fronte.

"Domani partirò chissà per dove, quasi certo per andare alla morte. Quando tu riceverai questa mia, io non sarò più. […] Addio mia mamma amata, addio mia sorella cara, addio padre mio, se muoio, muoio coi vostri nomi amatissimi sulle labbra davanti al nostro Carso selvaggio, cercando di indovinare se non lo rivedrò il vostro mare, e cercando di rievocare i vostri volti venerati e tanto amati." Si firmava Tonin. (Fabio Todero, "Morire per la Patria")

Ci sono libri che di questo giovane raccontano la storia precisa, il suo viaggio a Roma, l’addestramento militare a Venezia, la smania interventista, il battesimo di guerra sul monte Podgora, la vita di trincea al Monte Sei Busi. E poi le lettere ai familiari, alla sorella, ai genitori che gli avevano trasmesso sentimenti di italianità e anche le discrete lettere a una innamorata mai dichiarata; fino alla morte, avvenuta sul Monte Cimone nel giugno 1918, mentre andava all'assalto di un nido di mitragliatrici austriache.

Tra il 1920 e il 1921 in tutti i paesi vittoriosi del primo conflitto mondiale, fu istituita una solennità nazionale in ricordo dei soldati deceduti e in Italia si fece strada l’idea di tributare onoranze solenni alla salma sconosciuta di un soldato che ricordasse i 650.000 caduti. Un’apposita commissione, presieduta dal gen. Giuseppe Paolini e della quale facevano parte anche quattro ex combattenti, fu incaricata di reperire, percorrendo i campi di battaglia in ogni zona del fronte, undici salme di soldati non identificate, una delle quali sarebbe stata scelta e tumulata a Roma nel Vittoriano, il complesso monumentale appena costruito, durante quella che è stata probabilmente una fra le più importanti commemorazioni nazionali nella storia dell’Italia unita.

Le bare tutte uguali vennero poste in fila nella navata centrale della Basilica di Aquileia e una donna, una madre fra duecentomila i cui figli erano caduti e di cui mai si erano ritrovati i resti mortali, fu destinata a scegliere quale fra undici dovesse rappresentare tutte le altre. Durante una toccante cerimonia, Maria, madre di Antonio Bergamas, entrò in Chiesa sfilò fra i feretri esposti e, davanti alla decima bara che passava in rassegna, si accasciò in lacrime fra la commozione generale. Il suo gesto fu interpretato come una scelta e quella da lei indicata è ancora oggi la salma del Milite Ignoto che riposa nella capitale. Non si trattava sicuramente di suo figlio, non poteva e non doveva esserlo, per rappresentare tutti i caduti, l'eroe sublime e puro che racchiudesse in sé ogni migliore virtù del soldato italiano, doveva restare ignoto, ma in ogni cittadino quel gesto suscitò un sospiro, una lacrima e profonda partecipazione.

Maria si annullò come donna per essere madre di ognuno di loro e ora riposa tra i cipressi dietro l’abside della basilica paleocristiana di Aquileia, circondata dalle tombe dei dieci caduti sconosciuti, che non partirono per Roma.

La bara prescelta fu collocata sull’affusto di un cannone e, accompagnata da reduci decorati al valore, fu deposta in un carro ferroviario, appositamente disegnato, che la portò da Aquileia fino a Roma. Il feretro fu scortato da soldati che lo vegliarono in turni di guardia per tutta la durata del viaggio. Milioni di italiani si raccolsero spontaneamente lungo i binari e il convoglio lentissimo giunse a destinazione accompagnato da due immense ali di folla. Nel corso di una sontuosa cerimonia a cui presero parte, oltre a una folla oceanica, la famiglia reale e il governo al completo, fra il rullo dei tamburi fasciati a lutto, il rimbombo delle salve di artiglieria che esplodevano in tutti i forti della città, e lo scampanio di ogni chiesa di Roma, la salma, accompagnata dai decorati, salì i gradini del Vittoriano, seguita da madri e vedove di guerra. Vittorio Emanuele, visibilmente emozionato, appuntò sulla bandiera che copriva la bara la Medaglia d’oro al Valor Militare concessa “motu proprio”. Una volta inumato il feretro, il monumento cessò di essere il Vittoriano e divenne Altare della Patria, era il 4 novembre 1921.

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Lorenzo Pini, "L'Avana - ritratto di una città"

13 Novembre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Lorenzo Pini, "L'Avana - ritratto di una città"

Lorenzo Pini
L’Avana - Ritratto di una città
Odoya – Pag. 300 – Euro 20,00

Confesso un peccato di vanità. Ho comprato questo libro perché mi cita in alcune pagine come un autore che ha fatto conoscere in Italia molti scrittori cubani. E poi, forse, l’avrei comprato comunque, un’intera biblioteca della mia casa è dedicata a libri di cultura cubana e letteratura caraibica.

Grande è stata la mia sorpresa quando mi sono accorto che Lorenzo Pini non solo mi cita, ma mi copia per pagine e pagine, soprattutto quando parla del rapporto tra gli scrittori e la capitale cubana. Utilizza diverse mie traduzioni senza citarmi, ma questo sarebbe il meno, se non confondesse Fuera del juego – una raccolta di poesie – con uno scritto in prosa, da me ritrovato e tradotto, di Heberto Padillla. Aggiungo che viene citato a piene mani Alejandro Torreguitart Ruiz, da me scoperto e tradotto in Italia, senza mai far riferimento al traduttore. Guarda caso tutte le citazioni letterarie tratte da Abilio Estévez, Pedro Juan Gutierrez, Zoé Valdés, sono identiche a quelle che riporto nei miei libri e in diversi scritti pubblicati su Internet. La mia vanità è soddisfatta. Non credevo di essere così importante da vedere la mia modesta opera saccheggiata e riprodotta in un testo edito da Odoya.

A parte questo Lorenzo Pini completa il suo libro avanero con il supporto del lavoro di Leonardo Manera e con molte notizie estrapolate dalle tante guide su Cuba reperibili sul mercato. Al termine della lettura ci rendiamo conto di aver letto un testo ben confezionato dall’editore - che lo arricchisce con foto, bibliografia e indice dei nomi - ma completamente privo di cuore. Lorenzo Pini ha vissuto L’Avana nella sua realtà più intima, oppure ha fatto un rapido viaggio da turista e si è messo a scopiazzare il lavoro altrui per redigere un testo informativo? La domanda è retorica. L’Avana - Ritratto di una città è un testo senza cuore, privo di nerbo e sentimento, un lavoro compilativo e didascalico, enciclopedico e arido come una giuda turistica. Si poteva fare di meglio. Infine, venti euro per 300 pagine in carta riciclata, senza una foto a colori, è un prezzo esorbitante.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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