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Patrizia Poli, "Signora dei filtri"

25 Ottobre 2014 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #recensioni, #poli patrizia

Patrizia Poli, "Signora dei filtri"

Signora dei filtri è la rivisitazione del mito degli Argonauti. Dico rivisitazione perché Patrizia Poli fa una cosa a mio parere giustissima: lo umanizza. Il mito classico presenta un mondo fatto di divinità ed eroi in cui non c'è posto per l'essere mortale. Le Argonautiche, così come l'Iliade, l'Odissea, non fanno eccezione a questa regole, e tutto il pantheon gioca un ruolo particolare nell'evolversi delle disavventure dei protagonisti. L'autrice elimina questi elementi con abilità, trasformando il tutore di Giasone, il centauro Chirone, in un uomo deforme e sfigurato, o convertendo il viaggio di Orfeo nell'Ade in cerca dell'amata Euridice in un sogno. Con questi semplici passaggi l'autrice elimina le componenti sovrannaturali e riporta al centro della scena gli uomini e le donne di questa storia.

Ecco quindi Giasone, figlio di re, spodestato dallo zio, cresciuto in una caverna con un essere dall'aspetto ripugnante e più simile a un cavallo che a un uomo a fargli da tutore. Spinto da quest'ultimo, ritorna nella città natale per rivendicare il trono del padre, ma senza convinzione. Percepiti i dubbi del nipote, lo zio gli propone quindi un patto, un modo per guadagnarsi la gloria e il rispetto del popolo, oltre alla possibilità di ottenere un grande tesoro con il quale finanziare il suo futuro regno: conquistare il tesoro della città di Ea, governata dal ricchissimo re Eete.

Nella città di Ea Giasone troverà Medea, figlia testarda e poco amata con la passione per le erbe, il culto della dea e un buona dose di rispetto per una straniera che diventa tutrice e madre adottiva e le insegnerà ogni cosa, almeno fino al giorno in cui il padre, nei suoi eccessi di avarizia e xenofobia, la fa lapidare. Distrutta dalla perdita dell'unica persona da cui si sentiva amata, Medea troverà in Giasone uno strumento per la sua vendetta, ma anche qualcuno da amare in modo viscerale, al di là di ogni ragione.

Ovviamente Giasone e Medea si muovono in mezzo a una moltitudine di personaggi secondari, e sarebbe impossibile dare spazio a tutti. Per questo motivo solo Eracle e Orfeo nelle pagine in cui il punto di vista è Giasone, Eeta e Morgar in quelle dedicate a Medea sono sviluppati, mentre tutti gli altri sono ridotti al ruolo di comparsa o poco più. La ricostruzione storica è buona, compresa di folklore, superstizioni, sacrifici agli dei e lettura degli auspici nel volo degli uccelli. Ma sono i personaggi a brillare più di ogni altro aspetto, ognuno dotato di un proprio carattere, a volte molto complesso e stratificato in molte sfumature, nelle quali è facile riconoscersi.

Altra cosa apprezzabile, e diretta conseguenza del tentativo di umanizzare il mito, il linguaggio semplice e diretto della narrazione, senza cercare inutili complicazioni ma senza affidarsi a un linguaggio troppo basso e inappropriato a personaggi per la maggior parte provenienti dalle fasce nobili della società, per i quali un lessico troppo basso sarebbe sembrato fuori luogo.

L'unica nota negativa è la rappresentazione degli spazi e degli ambienti. In un mito si ha sempre l'impressione che le vicende si svolgano in un non-luogo al di fuori dalla realtà, nel processo di umanizzazione del mito sarebbe importante dare una definizione accurata della scena, così da permettere al lettore di creare un'immagine mentale delle città e, in questo caso, della nave. Purtroppo gli unici due luoghi dove questo viene fatto bene sono la zona selvaggia dove è cresciuto Giasone e la città di Ea con i suoi dintorni, fino alla palude. Tutti gli altri luoghi rimangono in un alone di mistero tipico del mito che rovina parzialmente l'umanità dei personaggi. In particolare mi sarebbe piaciuto vedere una descrizione migliore della nave Argo, sia perché il gruppo passa molti mesi a bordo, sia perché Giasone prova un grande affetto per la nave.

Un dettaglio all'interno di un lavoro comunque ottimo (che meriterebbe maggior fortuna dell'autopubblicazione, ma si è sempre in tempo a rimediare...) scorrevole e facile da leggere, in una rivisitazione molto umana di uno dei più famosi miti della storia greca. I nomi sono quelli di eroi leggendari, ma i personaggi vivono passioni comuni a tutti gli uomini e le donne, e in questo si trova la bellezza degli Argonauti del XXI secolo: gli eroi non sono poi così diversi da noi.

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Laboratorio di Narrativa: Danilo Napoli

24 Ottobre 2014 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #racconto, #ida verrei, #poli patrizia

Laboratorio di Narrativa: Danilo Napoli

Racconto dove si mescolano surreale ed orrore, fantasia e verosimile, in una dimensione temporale che spazia da un futuro possibile, mai vissuto, ad un presente in cui il raccapriccio non lascia scampo e annulla sogni e prospettive. Resta solo il delirio premorte. Una giovane e bella donna in carriera, un ascensore che si blocca, uno specchio che rimanda immagini del passato. E poi quel luogo, la cucina-mattatoio dove si consuma l’orrore che impedirà per sempre il ritorno al futuro. Un omicidio di quelli che i cliché della carta stampata e della televisione definiscono “efferati” e di cui, purtroppo, sono piene le cronache: uno zio pazzo che massacra sorella e nipote, le fa a pezzi fino a renderle irriconoscibili e le cucina in un pentolone, un cane che tenta di salvare almeno la bambina senza riuscirci. Tutto questo è ahimè abbastanza scontato nella sua orrifica “normalità” e fa da antefatto a qualcosa di fantastico che avverrà o, meglio, dovrebbe o potrebbe avvenire nel futuro.

L’autore descrive al rallenty le sequenze più truci e cruente, registrando percezioni, suoni, odori, colori, in un crescendo di angoscia, che prende lo stomaco, offusca la mente e ti fa desiderare che finisca al più presto lo strazio della narrazione, ma anche, inaspettatamente, ti spinge a continuare, per vedere come “va a finire”, sino alla conclusione, inevitabile, già intuita.

Lo spunto è interessante ma necessiterebbe di maggiore sviluppo per non apparire forzato. Bravo l’autore a creare l’attesa, il senso di ansia insopportabile che cresce, bravo a connotare personaggi e atmosfere, che si integrano e determinano il climax del racconto, ma sono da potenziare i collegamenti fra presente e futuro, è da vedere se sia davvero il caso di orientare la storia dalla parte di un commissario dai tratti inflazionati il quale, però, si limita a registrare l’accaduto senza metterci del suo. Ultimo ma non ultimo, il cane sembra avere un ruolo fondamentale ma poi sparisce.

Insomma, qualcosa di positivo c’è, in questo “REC” di Danilo Napoli, oltre allo stile pulito e corretto, ed è la voglia che infonde nel lettore di andare avanti, di sapere cosa succede nel finale e come esso si colleghi all’inizio. Pare una banalità questa ma, al giorno d’oggi, è diventato molto difficile trovare una novella, ed anche un romanzo, che stimolino interesse, voglia di voltare pagina. Peccato che la storia si perda o, meglio, risulti incoerente e non del tutto attinente con il suo stesso svolgimento.

Patrizia Poli e Ida Verrei

REC.

Sara Valliani entrò nell’ascensore dell’edificio alle 09.00 in punto.

Puntuale, come sempre.

D’altronde, per lei era deformazione professionale, essere puntuale. A 35 anni era considerata uno dei migliori ingegneri del pianeta. Lavorava in un paesino della California ad un progetto segretissimo per conto della NASA, in un edificio di dieci piani che non presentava alcun nome all’esterno. Era il sogno di ogni ingegnere lavorare in un luogo simile. I privilegi non finivano mai, l’area ristoro gratuita era paragonabile ad un ristorante a 5 stelle e gli stipendi erano elevatissimi, addirittura maggiori di quelli dei migliori calciatori internazionali.

Nessuno avrebbe mai pensato ad un banalissimo blocco dell’ascensore, tantomeno Sara.

Pigiò il pulsante che l’avrebbe portata al suo studio al quinto piano e si guardò allo specchio. I costosissimi trattamenti anti-invecchiamento stavano dando i loro frutti. La sua pelle era perennemente abbronzata e le rughe sembravano lontane anni luce. Gli occhi erano lucenti, azzurri, in gradevole contrasto con i capelli neri, che portava lunghi sulle spalle e piastrati. Era alta un metro e settanta e indossava un elegante, ma comodo, vestito nero. Sì, poteva considerarsi una donna molto piacente. Nonché intelligente.

Sorrise alla sua immagine allo specchio e controllò il suo Android di ultima generazione.

Linea inesistente.

Molto strano. Quegli ambienti erano altamente tecnologizzati e permettevano la ricezione della linea telefonica ovunque.

Solo chiamate d’emergenza.

Doveva essersi verificato un guasto, o qualcosa del genere.

Fu al settimo piano che l’ascensore si bloccò completamente. Nessun rumore, nessuna voce elettronica che avvisava del guasto e si collegava con chi di dovere per far ripartire l’aggeggio.

Nulla.

‹‹Oh, Cristo›› sussurrò. ‹‹Adesso devo aspettare che mi tirino fuori di qui e non ho nemmeno avvisato del ritardo.››

Fu in quel momento che la luce si spense. ‹‹Anche al buio, adesso. Ottimo!›› commentò ironicamente.

Si grattò le guance e le palpebre.

“Oddio, non dirmi che il fard che ho acquistato stamattina mi fa allergia” pensò.

Fece luce sullo specchio con il cellulare per guardarsi in viso e lanciò un debole urlo.

Il viso era ringiovanito di più di vent’anni, ed ora somigliava ad una tredicenne con qualche chiletto di troppo.

‹‹Che cosa sta succedendo?›› chiese allo specchio, balbettando.

Ma non ottenne risposta.

Continuò a guardare stupita quel volto delicato e paffuto, che ormai non le apparteneva più da tempo immemore, fino a quando l’immagine lanciò un grido, un urlo sovrumano, qualcosa che non aveva mai sentito in trentacinque anni di vita. E anche l’immagine si contorse in una creatura strana, quasi demoniaca.

Poi lo specchio diventa una cucina, e la cucina un mattatoio.

E Sara Valliani non è più Sara Valliani. O, almeno, non lo è tutta intera.

Sono circa le 14.00 e sto tornando da scuola. Sono felice per due motivi: innanzitutto perché ho preso dieci in matematica, con i complimenti della professoressa (anche se quelle buone a nulla di Daria e Felicia mi lanciavano sguardi carichi d’invidia e mi chiamavano “sfigata”); e poi perché mia madre mi ha finalmente affidato le chiavi di casa. Era ora, a tredici anni!

Così, apro la porta con le mie chiavi e mi ritrovo davanti Jack, il mio fedele pastore tedesco, che mi abbaia. Non si era mai comportato in questo modo prima. Il suo abbaiare è aggressivo. Non mi suona come un saluto, ma come un avvertimento.

‹‹Jack!›› urlo. ‹‹Che diavolo stai facendo?››

Jack ringhia. È fermo nel corridoio e non mi lascia entrare.

Resto ferma sul tappetino dell’entrata, a due passi esatti da Jack, che ora ha ripreso ad abbaiare.

‹‹Mamma?›› chiamo. ‹‹Jack mi sta ringhiando!››

Nessuna risposta.

Inizio ad avere paura.

La vescica preme, deve essere svuotata. Jack non ha mai fatto del male ad anima viva, nemmeno ad una mosca, si può dire. Così, lo ignoro e muovo un passo verso il corridoio.

Jack ringhia di nuovo.

‹‹Si può sapere che cos’hai?›› chiedo, ma non finisco la domanda che comincia a mordermi la felpa blu elettrico che ho indossato stamattina.

‹‹Lasciami!›› urlo. ‹‹Mamma, aiutami!››

Ancora nessuna risposta. L’unica cosa che sento è il ringhiare di Jack mentre mi strattona la maglia sempre più forte.

‹‹Jack, ora basta!›› urlo.

Jack molla la maglia e indietreggia.

Ricomincio a buttare fuori l’aria compressa a causa dell’ansia. Ora posso sentire il battito del mio cuore pulsarmi nelle tempie. Sento anche una puzza strana, ma inizialmente non ci faccio molto caso.

Però faccio caso alla paura che mi ha invaso e che, probabilmente, mi ha fatto sfuggire qualche goccia di urina dalla vescica compressa nei pantaloni che mi calzano leggermente stretti.

Jack resta a guardarmi in silenzio per una manciata di secondi, poi ricomincia ad abbaiare e a ringhiare nella mia direzione. Decido di ignorarlo di nuovo (forse si è impressionato per qualcosa, ma deve pur passargli!), quindi mi giro per chiudere la porta di casa.

Qualcosa mi tira violentemente lo zaino, ringhiando.

‹‹Jack! Ancora?››

Sembra quasi che voglia spingermi fuori di lì. Sento le unghie sui miei jeans e la sua stazza sul mio zaino. Mi appoggio alla porta per non perdere l’equilibrio.

‹‹Mamma! Aiuto!›› urlo di nuovo, ma sono troppo allibita dal fatto che Jack mi abbia tolto quasi completamente lo zaino dalle spalle per rendermi conto che mia madre non mi ha risposto nemmeno questa volta.

Adesso lotto con Jack per il possesso dello zaino. Lui si arrende e abbaia più forte di prima, poi mi supera ed esce fuori.

Resto a guardarlo, confusa.

Jack abbaia ancora, ma non ringhia più. Mi sembra diverso anche il suo modo di abbaiare, non più rabbioso, ma quasi… supplichevole.

‹‹Che sta succedendo, Jack?››

Continua ad abbaiare ed io, ferma, a guardarlo. Poi comincia a correre verso la strada.

“Magari vuole giocare”, penso, senza esserne granché convinta. “Chiederò a mamma”.

Mi volto e sento di nuovo quella puzza strana che non riesco a definire, ma neanche stavolta ci faccio molto caso.

‹‹Mamma?›› chiamo. ‹‹Sono tornata. Ma che aveva Jack?››

Nessuna risposta.

‹‹Mamma, dove sei? Jack mi ha aggredito e poi è uscito di casa abbaiando. Ma cosa gli hai dato da mangiare?››

Ancora nulla.

La prima cosa che faccio è soddisfare il mio bisogno impellente di orinare. Sollevata, esco dal bagno e attraverso il lungo corridoio verso la cucina.

‹‹Zio Oscar?››

Zio Oscar è il fratello di mia madre, e vive con noi nel nostro modesto appartamento in provincia di Salerno. In un certo senso ha rimpiazzato mio padre, che è fuggito con una ucraina lo stesso giorno in cui nacqui. Dove sia andato, ancora non si è capito.

Zio Oscar non è stato molto bene negli ultimi dieci anni. È continuamente in viaggio perché deve curarsi, dice la mamma. Va e torna molte volte dalla comunità in cui è rinchiuso per disintossicarsi. Contemporaneamente, è assistito da diversi medici, che vengono sempre qui a casa per curarlo. Ce n’è una fissa che gli sta sempre dietro. È una psicologa, mi pare. Ah, no, è una psichiatra. Forse.

‹‹Perché la psichiatra, mamma?›› chiesi un giorno.

‹‹La droga gli ha mangiato il cervello, tesoro›› mi rispose. ~~È diventato matto.››

‹‹Matto come?››

‹‹Matto. Non so se potrà vivere ancora con noi›› disse mia madre, con le la-crime agli occhi.

‹‹Come mai?››

‹‹Dicono che è pericoloso. Molto pericoloso.››

Mi dirigo verso la cucina, ma non sento il solito odore di qualcosa di buono cucinato da mia madre o il suono proveniente dalla televisione che guarda mio zio. Quello che le mie narici avvertono è quella puzza strana e acre di prima, come se… non lo so, non riesco a fare paragoni perché non mi era mai capitato prima di sentire un simile odore. Ma è molto più forte e sgradevole di prima.

‹‹Mamma?››

Non mi sente, ma di sicuro è in cucina. Forse ha gli auricolari del mangianastri nelle orecchie, con i Queen a tutto volume. E probabilmente avrà bruciato qualcosa in cucina senza accorgersene.

Ma non credo molto a questa ipotesi. In primis, mamma adora cucinare e non lo fa mai con la musica, poiché può distrarla. E poi… semplicemente non è un odore di bruciato, ma qualcosa di diverso.

L’unico modo per scoprire cosa sia quell’odore e perché né mia madre né mio zio mi rispondono è andare in cucina, poi in salotto poi nelle camere.

‹‹Mamma?››

La porta della cucina è chiusa.

La apro, ma mia mamma non è lì. O, almeno, non è lì tutta intera.

È sul tavolo, a pezzetti.

Ricordavo che la cucina avesse le pareti bianche, ma adesso sono quasi completamente rosse, macchiate di un liquido misterioso che sembra essere sprizzato violentemente.

E l’odore… l’odore proviene da lì. Da mia madre. Mi si è subito impregnato nei vestiti.

Rallenty. I dettagli che ora registro sono a rallenty. Forse è il trauma che ho inconsciamente subito all’ora di pranzo di un qualsiasi sabato invernale.

Il trauma di vedere a pezzi la propria madre.

E così annoto mentalmente alcuni dettagli che poi finiranno registrati insieme ad altri deliri. Ad esempio, appunto nel mio cervello l’occhio mancante di mia madre, il sinistro, che sta rotolando sotto al tavolo. Gli arti inferiori e superiori, impegnati in una cottura a fuoco vivo sui fornelli ai quali mia madre avrebbe dovuto preparare il pranzo.

Resto immobile sull’uscio, incapace di compiere un solo passo. Ma continuo a registrare nella mia mente dettagli. Insignificanti, ma non posso farne a meno.

E quindi, ecco che la mia memoria incassa il ricordo permanente dell’odore che emana mia madre, un tempo maniaca della pulizia e casalinga perfetta. Il cervello e il suo colore e il sangue che impregnava i capelli e le labbra mozzate e le pareti sporche e quella che sembra una spalla e un capezzolo che spunta dal pentolone e l’odore che diventa più forte e le pareti spruzzate di sangue e anche la cucina decorata di rosso e il rosso che è il mio colore preferito e lo spezzatino che ho sempre odiato e il tagliere e il coltello a fianco a lei e la lama che non è sporca di sangue e un movimento strano alle mie spalle.

È un sogno, ne sono sicura. Chiudo gli occhi e li riapro, ma quella visione terribile è sempre lì.

È uno scherzo, ne sono sicura. Ma l’odore mi dà la nausea e mi fa girare la testa.

Provo il vomito. Sento la bile quasi ribollire nel mio stomaco e salirmi fino in gola, ma non posso fare a meno di registrare altri dettagli, come i denti che non ci sono più e che io cerco e che trovo con lo sguardo sul pavimento e il tappetino davanti alla cucina e altro rosso e rosso davanti agli occhi e rosso che adesso odio e rosso che adesso basta così.

Mi volto per andare in bagno, ma la strada è sbarrata da un uomo magro, al-to, imponente, con i vestiti macchiati di sangue.

Mio zio Oscar.

I suoi occhi sono sbarrati e sul suo volto c’è un ghigno terrificante. Ma ancora più terrificante è coltellaccio che impugna nella mano sinistra e, chissà perché, un registratore nella mano destra.

‹‹Mamma!››

Ecco perché Jack si comportava così. Non voleva aggredirmi. Voleva avvisarmi del pericolo. Voleva farmi allontanare da casa.

‹‹Perdonami, Jack.››

Paolo Lindani non aveva mai visto una scena del genere. Almeno non dal vivo, perché nei film dell’orrore bene o male tutti ci ritroviamo, davanti a scene cruenti come quella. Ma chi se lo sarebbe aspettato che quella mattina, in un comune sperduto della Campania, gli occhi del commissario Lindani vedessero un devasto simile?

Era stato svegliato da uno dei suoi agenti migliori, Giovanni Bella, dal suo riposino pomeridiano. Era il suo giorno libero, e in centrale sapevano che non avrebbero dovuto disturbarlo se non in caso di tragedia. In dieci anni, mai nessuno si era permesso di violare la sua giornata di ricarica, e Lindani credeva fermamente che si continuasse in quella direzione, visto e considerato che non succedevano mai tragedie nel territorio della sua giurisdizione.

E invece il telefono squillò.

Paolo Lindani stoppò la puntata di Romanzo Criminale con il telecomando e voltò la testa in direzione del telefono. “Provvederò a togliermi il telefono di casa”, pensò. “Solo fastidi!”

Indugiò un altro po’ sul comodo divano di pelle, restio a lasciare il torpore della camicia da notte e del camino al suo fianco e desideroso di sapere se il Libanese sarebbe riuscito a conquistare Roma, ma alla fine decise di rispondere.

‹‹Pronto?›› disse con voce stanca.

‹‹Commissario Lindani›› esordì la voce di Bella.

‹‹Cristo›› mormorò il commissario.

‹‹Non l’avrei chiamata se non fosse stato urgente›› disse Bella.

‹‹Cosa può esserci di tanto urgente?››

Bella esitò un attimo, poi rispose: ‹‹Meglio che venga qui e veda di persona, commissario.››

‹‹Avevo detto che avreste dovuto disturbarmi solo in caso di tragedia!››

Bella non replicò subito e Lindani pensò che avesse riattaccato. ‹‹È una tragedia, commissario. Gliel’assicuro›› disse con voce cupa, interrompendo la comunicazione.

E ora stava sull’uscio di quella cucina devastata. I pezzi della donna e della bambina erano mischiati insieme sul tavolo della cucina, mentre il corpo di quell’uomo alto ed emaciato era stato trovato penzoloni in una delle due modeste camere da letto. Si era impiccato.

Lindani si mostrava tranquillo agli occhi dei suoi colleghi, ma in realtà sarebbe tornato volentieri a casa a vomitare e a finire la puntata di Romanzo Criminale che aveva lasciato a metà.

‹‹Le vittime sono due?›› chiese a Giovanni Bella, che aveva un’espressione piuttosto provata.

Giovanni Bella annuì. ‹‹La madre e la figlia, a quanto pare. Sara Valliani e Francesca D’Amato, vedova Valliani.››

‹‹Sembra un unico corpo›› commentò Lindani.

Bella annuì. ‹‹Il medico legale dice che la madre è morta circa un’ora prima della figlia, cioè tra le 12.30 e le 13.00. La figlia tra le 13.30 e le 14.00.››

‹‹La bambina quanti anni aveva?››

‹‹Tredici, compiuti da poco.››

‹‹Sai se era a scuola, stamattina?››

‹‹Me ne sono già occupato. Sì, era a scuola›› disse Bella.

‹‹Quindi è tornata da scuola e…››

‹‹…ed è stata uccisa, sì.››

Lindani fissò per un momento il vuoto. ‹‹E dell’altro cosa mi dici?››

‹‹Oscar D’Amato. Il fratello della vittima, lo zio della bambina. Aveva problemi di schizofrenia legati alla droga. Aveva tentato più volte il suicidio, in passato, e le comunità e gli ospedali psichiatrici della zona lo conoscono molto bene.››

‹‹Chi ha trovato i corpi?››

‹‹Un vicino. Il signor Pascale. Ha detto di aver visto il cane dei Valliani ab-baiare davanti alla sua abitazione.››

‹‹Il cane?››

Giovanni Bella annuì.

‹‹E adesso dov’è?›› chiese Lindani.

‹‹È scomparso›› disse Bella, scrollando le spalle.

‹‹Capisco›› disse Lindani, giusto per dare un cenno d’assenso, perché in realtà non ci capiva nulla. La testa cominciava a fargli molto male. ‹‹Vado in centrale ad organizzare le indagini. Tieni il cellulare a portata di mano.››

‹‹Certo, commissario.››

‹‹Se ci sono novità, avvertimi.››

‹‹Ovviamente›› rispose Giovanni Bella.

Paolo Lindani pensò che in centrale forse avrebbe riacquistato un po’ di lucidità e avrebbe potuto pensare meglio al da farsi. Si girò e si avviò verso la sua auto, mentre i suoi colleghi lo guardavano quasi esterrefatti.

“Vi sorprendete che mi sia fatto impressionare, stronzi?”, pensò. “Allora fate una cosa: non rompetemi i coglioni, pivelli che non siete altro.”

Aprì lo sportello della sua Ford Fiesta e fece per entrare, ma non riuscì a resistere alla tentazione di tornare indietro per dire due parole a quelle femminucce che non avevano nemmeno idea del suo passato. Erano due dei nuovi, giovani e inesperti. E Paolo Lindani, in quanto commissario, doveva fargli ben vedere chi comandasse. Doveva e voleva guadagnarsi il loro rispetto. Per cui, era già seduto sul sedile del guidatore della sua auto, quando si alzò nuovamente e si girò in direzione dei due bastardelli che sghignazzavano.

Li aveva già puntati, rivolgendogli uno sguardo truce che li fece impallidire. Sì, era una piccola vittoria per lui, e non riuscì a contenere un sorrisetto divertito. Ma non aveva ancora finito. Voleva farli impaurire per bene: con degli idioti totali come quelli, la forza era l’unico strumento valido per ottenere il rispetto a breve e lungo termine.

Proprio mentre puntava verso quei due ragazzi, che oramai avevano perso il sorriso, gli occhi del commissario Paolo Lindani scorsero qualcosa che lo incuriosì e distolsero l’attenzione dal loro obiettivo originario.

Giovanni Bella che correva verso di lui.

‹‹Commissario!›› lo chiamò.

‹‹Cos’altro c’è?›› Si avvertiva molto acredine nella sua voce, Paolo lo sapeva, ma non poteva farci nulla.

‹‹Ho dimenticato di dirle una cosa molto importante. Sono uno sbadato.››

‹‹Spara, Bella.››

‹‹C’è una cosa interessante nella stanza da letto in cui si è impiccato Oscar.››

‹‹Non tirarla per le lunghe. Che cos’è?››

‹‹Un registratore.››

‹‹E perché è interessante?››

‹‹D’Amato ha registrato le ultime parole della bambina mentre iniziava a farla a pezzi. Erano i suoi sogni per il futuro, una sorta di “delirio pre-morte”, se ne esiste uno. A quanto pare abbiamo perso un futuro ingegnere aerospaziale. Venga, commissario, glielo faccio ascoltare.››

Danilo Napoli

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La convinzione del soffione

23 Ottobre 2014 , Scritto da Duille Leaf Con tag #duille leaf, #psicologia

La convinzione del soffione

Ciao Argonauti! Eccoci pronti ad un nuovo viaggio nel favoloso mondo dell’Ansia Sociale! Siete pronti? Avete farfallini, vanghe e scarponi comodi? Bene, perché oggi parleremo di un tema scottante per molti ansiosi sociali. Come sapete, ci sono domande a cui universalmente non è facile rispondere. Perché piace tanto il caffè? Cos'è il rosso? Cosa si prova guardando l'oceano per la prima volta? E questo, senza addentrarci nel magico mondo delle domande esistenziali, tipo "Che senso ha la vita?" "Esiste Dio?" "Perché non ci diamo tutti al baratto?" e via discorrendo. Ma gli ansiosi sociali hanno un piccolo corredo personale di domande irrisolvibili che rende loro la vita un po' difficile. Oltre al solito "Perché sono così?", vero evergreen nelle nostre solitarie serate tutte fazzoletti, gelato e telefilm, c'è anche la domanda delle domande, il Santo Graal delle interrogazioni: "Cosa si prova ad essere un ansioso sociale?". Domanda difficile, incognita che tormenta le nostre giornate e che stropiccia migliaia di maglie sotto le nostre nervose mani intente ad assistere il cervello a corto di idee. Come spiegare ad una persona che non ha questo problema cosa significhi vivere in compagnia di questa simpatica burlona convinta che sia Halloween tutto l'anno? E come fare a trovare una definizione che permetta di riassumere in poche parole anni di rabbia, cisterne di lacrime ed un campionario di rinunce da far invidia al più inconcludente degli esseri umani? In fondo, a nostra disposizione abbiamo solo delle minuscole letterine, segni che, in queste circostanze, si ricordano di essere solo scarabocchi sulla carta, movimenti di penna che sembrano aver perso tutta loro capacità espressiva. Parole, dove avete lasciato il vostro pathos? Voi, che siete gli He-men (He-words?) della situazione, di colpo vi riducete a piccoli vermetti neri che si spalmano sulla pagina bianca. E io che me ne faccio di questo pugnetto di vermicelli al nero di seppia? Eh? Qualcuno può venire ad aggiustarli? Come dite? Non si può? Ah. Ho capito. Allora mi tocca arrangiarmi. Mi inventerò qualcosa alla McGiver, o mi improvviserò Doc di Ritorno al Futuro. E nel caso di un blogger, diventare McGiver significa una cosa sola: RICORRERE ALLE IMMAGINI. Quando le parole ti danno il benservito e ti lasciano in mezzo alle sabbie mobili della spiegazione interminabile, la soluzione è mandarle bellamente a quel paese e affidarsi alla forza primordiale delle figure. Loro di certo non dimenticano a casa la borsa contenente l'impatto emotivo! E quindi, ecco qui:

Li vedete quelli della foto? Sono Soffioni. Soffici, delicati soffioni. Tanto belli quanto fragili. Bisogna avere una laurea in delicatezza per poterli cogliere. Si devono avere mani di nuvola per sfiorarli, perché anche le carezze possono farli sciogliere in pulviscoli volatili. Quante volte, da bambini, presi dall'entusiasmo, li abbiamo afferrati con energico amore, con "intenso trasporto", come direbbe la buona Carmen, ritrovandoci con un mucchietto di ciuffi bianchi in una mano ed un stelo tutto spelacchiato ancora attaccato al suolo? E questo perché i soffioni sono fiori tremendamente sensibili, si stressano con un niente. Vanno protetti dal vento di maggio che fa il solletico ai prati, ma anche dal soffio gentile di chi li protegge. I soffioni vanno colti lentamente, facendo attenzione che non si accorgano di noi, e vanno guardati un po' di sottecchi, per evitare che il nostro respiro li spogli della loro bella chioma di sogni. Possiamo avvicinarci, ma non toccarli davvero, se non con la punta delle dita, affidando a quei piccoli polpastrelli tutta la nostra energia cuoriciosa. Questi fiori sono una prova di autocontrollo, di disciplina. Ci impongono un limite alla passione. Possono essere amati a distanza, toccati solo da nebbia di amore, rugiada di affetto, polvere di sguardo.

E la cosa più inspiegabile è che loro, così inadatti a questo mondo di vichinghi, esistono e vivono. Veri misteri che popolano i prati, all’ombra di margherite, rose e primule.

Ed in fondo, è questo che un ansioso sociale sente di essere: un soffione al vento, sempre intento a trattenere i suoi semi, moderno coniglio bianco floreale. Naturalmente un ansioso sociale DOC (e DOP) non si paragonerebbe mai ad un soffione. Si sentirebbe più affine ad un tubero. Una patata per esempio, oppure lo zenzero. Avete mai visto lo zenzero? E' piuttosto bruttino, poverino. O magari, se proprio si sentisse in vena di complimenti, si sentirebbe un po' lumaca. Di certo non un tenero e delicato fiorellino che accende i sogni e la fantasia. Ma io ho all'attivo 5 anni di terapia e sono stata contagiata da un germe di autostima che mi fa scegliere immagini un po' meno viscide di una lumaca! E quindi, lasciate che raccatti con il cucchiaino tutto l'amor proprio che ho (poco e ben nascosto per i momenti di vera necessità) e vi racconti cosa significhi sentirsi fragile come un soffione. E attenzione, ho detto proprio sentirsi. Perché la verità è che siamo più forti di quanto pensiamo. Nella realtà abbiamo una corazza di ferro battuto che, di fronte al peggiore degli starnuti naneschi, non ci smuoverebbe neanche un capello. Ma la convinzione è tutto in questi casi. Sapete come si dice, no? Se ti senti bella e attraente, avrai la fila degli uomini dietro la porta, anche se sei la sorella brutta di Maga Magò. E questo vale anche al rovescio naturalmente. Quindi, anche se avrai la corazza di Iron man fatta in Mithril appositamente per te, se non crederai nel potere di quella armatura sarai davvero solo un soffione al vento tra le mani di un bambino troppo entusiasta. E noi siamo proprio questo: gente convinta nel non essere convinta della durezza della propria corazza. O, per essere più chiari, persone certe di essere fatte di carta velina, di vetro soffiato, come quelle terrificanti palline di Natale che i genitori si ostinano a comprare ma che tu, povero figlio, non devi assolutamente far cadere/rompere/scheggiare, pena lo stordimento eterno a suon di predicozzi sul costo della suddetta opera d'arte dicembrina. Siamo davvero convinti che una parola un po' più spinosa o uno sguardo un po' più duro potrà mandarci in pezzi. La conseguenza è che finiamo coll'andare davvero in frantumi di fronte alle persone. Pur non essendolo, diventiamo soffioni (o lumache, scegliete voi). E per questo, se mai vorrete toccarci, dovrete farlo come si fa con un soffione: dolcemente, teneramente, rinunciando a tutto, se non al tocco di due dita sulla corolla. Considerateci come quei pacchi contenenti le porcellane della trisnonna defunta e seguite le sagge indicazioni sul nostro scatolone corporeo: FRAGILE. MANEGGIARE CON CURA. E con amore, aggiungo io.

Duille

La convinzione del soffione
La convinzione del soffione
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IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO di ITALO CALVINO

22 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO di ITALO CALVINO

Con Il sentiero dei nidi di ragno anche Italo Calvino affronta i delicati temi della Resistenza. Beppe Fenoglio, Carlo Cassola, Luigi Meneghello, Elio Vittorini e Cesare Pavese sono i principali scrittori ad aver dedicato opere a quella calda stagione storica. Calvino offre a questo filone letterario un contributo molto particolare; in fondo il libro oscilla tra atmosfera fiabesca e gusto picaresco. Il protagonista è un simpatico monello; si chiama Pin, è un ragazzino senza genitori (ha solo una sorella che si prostituisce), sta sempre in mezzo ai guai, viene trascurato dai coetanei e passa molte ore all’osteria con i grandi. Stando con gli adulti ha imparato parolacce, malizie, canzoni oscene, ma sa pochissimo della vita. Finisce in un gruppo di partigiani in gran parte strampalati e goffi. La banda è guidata dal Dritto, un comandante che non vuol comandare, apatico e malaticcio; il formatore politico è un cuoco estremista che tutti prendono in giro. Due altri personaggi risaltano, uno si fa chiamare col nome di battaglia di Lupo Rosso; ha solo qualche anno in più di Pin ma cita Lenin e non teme i fascisti. Viene catturato, picchiato duramente, scappa e torna a combattere, ma in una banda diversa da quella scalcagnata di Pin. Lupo Rosso sembra indistruttibile, quasi un eroe da fumetto o cartone animato. L’altro è il tenebroso Cugino; uomo di poche parole e di molte azioni, pronto a fare il suo dovere senza che nessuno gli dia ordini, combatte perché bisogna farlo, agisce quasi di malanimo e non si tira mai indietro. Porta in sé qualche segreto che lo tormenta, probabilmente una devastante delusione sentimentale. È implacabile e deciso; come l’eroe di qualche mito o il guerriero di una saga antica, la notte prende le armi e parte da solo per andare a uccidere i nemici. Sembra un gigante buono, impegnato in una guerra solitaria contro il male.

La banda si muove in modo pasticciato, senza coesione, dando principalmente un contributo di confusione alla lotta in montagna; la consapevolezza politica del gruppo non è certo notevole e viene declinata tra gli altri da uno stagnino che esprime parole semplici, ma più sensate rispetto ai fanatici sermoni del cuoco.

Non mancano gli episodi truci e sanguinosi. La lotta con i fascisti è spietata. Colpiscono le osservazioni del giovane Kim, commissario politico partigiano che spiega che in quei mesi resi tremendi dalla fame e dalla violenza, un giovane poteva fare scelte opposte, ossia andare in montagna a combattere oppure finire in camicia nera, avendo in sé come stimolo la stessa rabbia. Queste scelte non erano sempre definitive; solo la morte le rendeva tali. Un partigiano fanatico delle armi come Pelle, ad esempio, passa improvvisamente dall’altra parte. Kim insiste appunto nel dire che questa rabbia viene dalla stessa fonte, dalla voglia di reagire alla miseria della vita, alle umiliazioni subite fin da piccoli: “E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova a sparare dall’altra parte, come Pelle, dalla brigata nera, a sparare con lo stesso furore, con lo stesso odio, contro gli uni o contro gli altri, fa lo stesso”.

Solo che la rabbia fascista era improduttiva, quella dei resistenti voleva invece essere feconda di un mondo nuovo e più giusto:Da noi niente va perduto, nessun gesto, nessun sparo, pur uguale al loro, m’intendi? (…) tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi”. La controparte politica, conclude il commissario, è quella dei gesti perduti che ripropongono dolore e violenza anziché liberare da essi.

Ma il protagonista resta il vivace Pin che sta a fatica crescendo nel mondo dilaniato dalla guerra civile. Il romanzo narra anche della sua formazione, rallentata dalla miseria (concreta e morale) e dal conflitto in corso. Il ragazzo incanta i compagni con battute e canzonacce, ma non riesce ad avere amici. Spesso si sente usato. Tutti lo deludono; gli adulti sono astuti, maliziosi, pieni di voglie che lui non capisce. Pin ha un segreto; conosce un posto meraviglioso e unico, dove i ragni si fanno dei nidi. Ci porterà solo chi saprà essere suo amico. Si trova bene con Cugino che però non gli racconta tutti i suoi terribili segreti. A lui il ragazzo decide di mostrare la meraviglia del sentiero dei nidi di ragno. Dall’amico finalmente riceve un insegnamento che nessun adulto finora gli aveva dato, ossia il rispetto per la vita. Quando una notte, con un fiammifero acceso, osservano pieni di stupore la lunga galleria costruita da un ragno e Pin vorrebbe, per un gioco crudele, bruciarla, l’uomo lo ferma dicendogli: “Perché, povera bestia?”.

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#lapostadisibilla

21 Ottobre 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #lapostadisibilla, #psicologia

#lapostadisibilla

Cara Sibilla,

ultimamente ho notato che la mia migliore amica non si comporta come al solito.

In un primo momento ho pensato che si trattasse di una cosa passeggera, quando ho visto, però, la sua reazione ripetersi, sono rimasta male e ora non so se posso definirla più migliore amica.

Ti spiego:ho da poco trovato lavoro in una pasticceria importante del mio paese. Sono appassionata di cake design e dopo svariati corsi, sto finalmente coronando il mio sogno per quanto riguarda il lavoro. Inoltre, presi dall’entusiasmo di questa novità, io e il mio ragazzo abbiamo deciso di sposarci.

Quando ho raccontato del lavoro a Rosanna, questo è il nome della mia amica, ho notato che mi guardava a malapena in faccia e ascoltando a fatica quello che le stavo dicendo continuava a chattare col cellulare senza mostrare alcun segnale di contentezza per quello che mi stava succedendo. Ci sono rimasta male ma ho comunque pensato che qualcosa in quel momento la stesse infastidendo e volendo approfondire la cosa mi sono dovuta accontentare come risposta di scuse generiche, inventate al momento.

Ora, non mi sarebbe più tornato in mente questo episodio se non si fosse ripetuto quando ha saputo della decisione mia e del mio ragazzo di sposarci.

Mi affligge abbastanza non poter condividere con lei gli avvenimenti felici come facevamo quando eravamo ragazzine… aiutami ti prego!

Nicla

Gentile Nicla,

proprio in questi giorni leggevo un articolo su un’importante testata giornalistica che racconta di come è difficile oggi comunicare agli altri i nostri momenti di felicità. Non so se in altri tempi la mente funzionasse diversamente ma oggi sembra che quando racconti agli altri, specie se persone amiche o care, gli eventi straordinari che ci possono capitare, questi rimangono alquanto esterrefatti perché si sentono esclusi e distanti.

Sai, ti confesso che mi sono ritrovata nelle tue parole e ho rivisto scene passate della mia vita simili a quelle capitate a te per cui la faccia che ha fatto la tua amica non mi era nuova … e di sicuro non sapevo dare un nome a tutto questo. A dargli un nome invece ci ha pensato uno studio pubblicato sulla rivista "Psychological Science", per il
quale, più sono sensazionali le nostre novità, e più allontaniamo chi ci sta a
cuore.

Una vera e propria maledizione la definirei … difficile da annullare persino per le tavole
sibilline, anche perché non solo il nostro interlocutore si allontana ma anche noi che raccontiamo ci rimaniamo malissimo se tutta la felicità che vogliamo trasmettere svanisce quando chi la dovrebbe condividere se ne frega.

Probabilmente, come mi suggeriscono le tavole, il nodo cruciale sta proprio nelle tue parole, quando dici “come facevamo quando eravamo ragazzine”…

Dopo una certa età probabilmente sono tante le strutture e i complessi mentali che
ci creiamo che, per un istinto di sopravvivenza primordiale, un attaccamento morboso a quello che siamo o vorremmo essere, non riusciamo più a riconoscere la naturalezza e la purezza di certi sentimenti di apertura all’ascolto e alla condivisione.

Lo studio c’avrà pure ragione ma non dice che rosicare è un’abitudine che nuoce gravemente alla salute. La tua amica si sarà pure allontanata a sentire te che stavi al settimo cielo ma forse perché lei (per ragioni che stanno solo nella sua testa) nel momento in cui tu glielo raccontavi si sentiva al terzo di cielo e come molti di noi sanno, il terzo cielo non è poi tutto sto granché…

Mi fanno poi notare le tavole che, Rosanna, se appartiene alla schiera delle amiche“vere”, non tarderà ad accorgersene e a tornare quella di prima.

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Gordiano Lupi, "Calcio e Acciaio"

20 Ottobre 2014 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #gordiano lupi, #recensioni

Gordiano Lupi, "Calcio e Acciaio"

Il bel libro di Gordiano Lupi: Calcio e Acciaio- Dimenticare Piombino.

Rincorrere il passato, forse è una soluzione, quando il presente non possiede niente di magico, non profuma di sogni ma porta con sé un acre sapore di sconfitta”…(pag.151)

Sommessa passeggiata tra i ricordi: un calciatore, che ha conosciuto fama e successo negli anni della gioventù, torna, al tramonto, nella sua terra maremmana. E, pur con cuore e mente legati ai giorni di gloria, riscopre il gusto delle emozioni antiche.
Una delicata storia di provincia; un romanzo del rimpianto, della nostalgia. Ma anche del sogno, della riscoperta delle radici.
Lenta la narrazione, la scrittura pare scorrere pigra, indolente, una sorta di cantilena dolce della memoria; come lenti sono i ritmi della vita di provincia, dove sembra non accadere mai niente, ma dove pure si conserva il passato, si riscoprono i valori, quelli veri, autentici, mai dimenticati. Così come restano nella pelle, nei sensi, sapori, colori, odori, anche se cambiano come “il tempo che scorre tra le dita…”
…E ti svegli da grande e non ce la fai più.

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Federico Negri, "La saga di promise"

19 Ottobre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantascienza

Federico Negri, "La saga di promise"

La saga di promise

Federico Negri

Federico Negri si definisce scrittore della domenica e come tale va giudicato senza però annettere alcun significato negativo al concetto.

Sceglie la fantascienza, genere meraviglioso ma difficile, per il quale occorrono competenza e originalità. “Siamo la Promessa”, “Cuori d’Acciaio” e “Il pianeta ostile” fanno parte della saga di Promise, una trilogia scaricabile da Internet.

Di idee ce ne sono molte, anche se non nuove: una colonia terrestre lontana dalla madre patria - che potrebbe vagamente ricordare le “Cronache marziane” di Ray Bradbury - dove si è perso il ricordo delle antiche tecnologie e si è precipitati in un nuovo medioevo, l’arrivo di un’astronave terrestre con un misterioso manufatto dai terribili e sorprendenti poteri, una giovane scienziata geniale ma col vizio della droga. Il fatto è che tutti questi elementi non sono sufficienti a creare una partecipazione attiva del lettore, il bisogno di saperne di più. Il pianeta descritto non ha caratteristiche peculiari capaci di mettere in moto la fantasia, i protagonisti sono ancora troppo terrestri, fanno, dicono, pensano cose che non hanno niente di alieno, di misterioso. La ragazza studia, s’impasticca, prende una sbandata per un bel soldato, nulla di nuovo sotto il sole, anzi no, sotto Tau Ceti. Manca l’atmosfera, la creazione di un mondo secondario, si resta nel limbo, in uno spaccato, in un “non mondo”. Niente toglie che, sviluppando tutto con più pazienza, tenacia e "divertimento", lasciandosi andare al piacere dell'avventur, dell'invenzione e della scoperta dell'alterità, la saga di promise possa davvero mantenere la "promessa" del titolo.

D’interessante c’è la differenza fra coloro che vivono in città, sotto l’egida del Direttorio - e si stringono attorno ai residui del passato, ai vecchi cimeli di una tecnologia che non sanno più far funzionare, a computer spenti e a luci disattivate, nell’attesa di un deus ex machina dal cielo che li riporti ai trascorsi splendori - e, invece, dall’altra parte del muro, il cosiddetto Popolo Libero, quello degli Straccioni che hanno cercato di adattarsi alla nuova essitenza e trarne il meglio possibile. Come nel film “Waterworld”, dove il personaggio interpretato da Kevin Costner ha sviluppato branchie che lo rendono adeguato alla nuova realtà di un pianeta ricoperto per la quasi totalità di acqua ma che non lo fanno sentire più a suo agio nel mondo emerso. Il nocciolo della storia, dunque, il senso profondo, può essere ritrovato nel contrasto fra adattamento e arroccamento.

Dei personaggi, solo Haria, la giovane protagonista col vizio delle psicocole, è ben tratteggiata; Fineri, il ragazzo di cui s’invaghisce, rimane sullo sfondo. Più originale, Galla, la rude soldatessa che fa coppia fissa con Fineri. A proposito, anche i nomi non sono troppo accattivanti e potevano avere una sonorità migliore.

Lo stile è semplice, corretto, ma con qualche piccola imprecisione, come, ad esempio, il ripetersi della locuzione “solo più” al posto del semplice “solo”. I dialoghi e le descrizioni spesso hanno il compito di informare il lettore e questo li appesantisce e li rende meno agili ed efficaci.

Lo scopo che Negri si prefigge non è semplice ed egli lo porta avanti con onestà e impegno, anche quando i risultati non sono sempre quelli auspicabili. La storia riesce comunque a coinvolgere, è scorrevole, e il lettore non fa fatica ad avanzare.

La scelta di rendere l’ebook gratuito e fruibile per gli appassionati del genere ci sembra azzeccata in questo specifico caso.

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ED ORA, ANDIAMO! IL ROMANZO DI UNO “SCALCINATO” di Mario Muccini

18 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

ED ORA, ANDIAMO! IL ROMANZO DI UNO “SCALCINATO” di Mario Muccini

Il livornese Mario Muccini, classe 1895, è autore di questo diario che racconta la sua esperienza di combattente sul Carso, in Carnia e sul fronte trentino. Si tratta di un ragazzo intrepido; riceve infatti due Medaglie al Valore, una di Bronzo sul Pal Piccolo e una d’Argento sul Mrzli. Energia e lucidità anche nelle circostanze più drammatiche sembrano i suoi pregi. È un ufficiale e dopo i fatti di Caporetto viene promosso capitano. Impressiona il gran numero di individualità che incontra e che si susseguono rapidamente; persone semplici come il suo fedele attendente Benvenuto, imboscati muniti di decorazioni, commilitoni come il sottotenente Rusca che si arruola per poter, un domani, dire al figlio di otto anni di aver fatto la sua parte in guerra. Un giorno, in Carnia, il diarista si affaccia a una feritoia e guarda la terra di nessuno: “Il terreno è bello, vario. Ma dà una sensazione atroce di silenzio, di finta pace. Dall’altra parte certo, gli austriaci guardano in egual modo questo deserto e sentono questo silenzio. Basta uscir fuori per empir di grida, di urla, di spasimo, questo spaventoso, terribile spazio”. La bellezza del paesaggio, alterata dall’angoscia della morte sempre incombente, sembra generare un urlo di protesta contro l’assurdo. Ecco come gli uomini patiscono in trincea: “Il nostro battaglione si disfa a poco a poco in una strage senza impeti, terribile, irreparabile. I comandi vogliono sapere qual è il morale della truppa e bisogna rispondere che è ottimo e questi disgraziati eccoli lì, assiderati, distrutti dal fango, dal freddo, dall’acqua putrida e inquinata”. Cadono molti compagni di Muccini; in un’azione muore il sottotenente Rusca, mentre l’arrogante capitano che comanda il diarista rimane al riparo in trincea. Durante un assalto, c’è il toccante incontro con Franz Petzoldt, un austriaco morente che gli affida il portafoglio in cui Muccini trova un foglietto con dei versi di Goethe, scrittore amante dell’Italia che visitò lasciando un diario di viaggio. Nelle sofferenze di questo periodo, in cui la fanteria paga un pesante tributo, emerge la figura positiva del colonnello Ferretti, uomo integro e schietto, destinato però a essere rimosso. Aveva rimesso in sesto il reggimento, ma viene allontanato dal fronte e mandato in uno zuccherificio, nota con tristezza il giovane livornese. La sorte riservata a Ferretti ricorda quella del generale Venturi di cui parla Paolo Caccia Dominioni nel suo 1915-1919 Diario di Guerra.

Precedentemente, presso Boscomalo, Muccini aveva invece potuto registrare con vivo piacere l’arrivo del nuovo comandante di battaglione, elogiandone l’atteggiamento serio e senza boria: “Poi ha riunito il battaglione e parlato per pochi minuti. La sua voce calda e umana è scesa in quei cuori smarriti e ad ognuno è sembrato di avere finalmente, e forse per la prima volta, compreso, dopo due anni di massacri e di vita tormentata, che il sangue di migliaia e migliaia di combattenti non era versato invano”.

Nelle licenze Mario nota la distanza che lo separa dai civili, molti dei quali spesso non capiscono l’urgenza che i militari hanno di vivere intensamente ogni momento prima di tornare ad affrontare la morte in trincea. Un suo conoscente, il professor Perotti, lo annoia indicandogli le gravi carenze in fatto di studi sulla poesia cortigiana del ‘400.

Arriva la tragedia di Caporetto e Muccini assiste con indignazione allo sfasciarsi del fronte; nello sbandamento e nel caos emerge anche il bisogno di vita sentimentale del diarista, attratto da una donna nella casa in cui viene provvisoriamente ospitato. Divenuto capitano, viene assegnato al fronte trentino, relativamente più tranquillo di altri settori. La morte aleggia sempre, pronta a ghermire repentinamente le sue prede: “Una granata è entrata nel baracchino di Giliberti, mentre dormiva, e lo ha preso in pieno. È irriconoscibile”.

Nell’ultimo assalto nei pressi di Mori, emerge ancora il carattere del pluridecorato livornese che si rifiuta di attaccare finché il tiro troppo corto dell’artiglieria italiana non viene allungato. Nella parte conclusiva del diario trova spazio il disagio del reduce; terminato il conflitto con la sofferta vittoria italiana, Muccini cerca un nuovo ruolo sociale, notando inevitabilmente lo scarso peso nella vita civile delle ferite e delle medaglie ricevute. Mentre si palesano le suggestioni dell’impresa fiumana di D’Annunzio, il giovane, cresciuto e maturato al fronte, si appresta a costruirsi un nuovo percorso personale. Ecco cosa aveva scritto appena giunto a Trento, all’inizio del novembre 1918: “Io sono solo, terribilmente solo, non più con la morte davanti, ma con la vita, con tutta la vita che mi viene incontro e mi fa, per la prima volta paura”.

Durante le ultime ore da militare prima del congedo, esamina le proprie cose e mille emozionanti immagini di volti conosciuti si affacciano nella sua mente, riemergendo con forza; l’austriaco morente che gli ha lasciato la poesia di Goethe, la madre scomparsa, la madrina di guerra e tantissimi compagni indimenticabili. Ma è tempo di andare verso un nuovo avvenire, con la decisione mostrata tante volte davanti al nemico: “Ed ora, andiamo! …”.

L’opera, edita dapprima nel 1938, è tornata alle stampe in un’edizione ricca di notevoli approfondimenti, curata da Sergio Spagnolo del Gruppo Ricerche e Studi Grande Guerra e Associazione Storica Cimeetrincee e con la collaborazione di Fabrizio Corso.

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#lapostadisibilla

17 Ottobre 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #lapostadisibilla, #erotismo

#lapostadisibilla

Cara Sibilla,

ho scoperto che mio padre recentemente ha fatto delle avances abbastanza spinte a un’altra donna. “Questa” mi ha chiamato e mi ha raccontato fin nei minimi dettagli le parole che ha usato per convincerla ad andare a letto con lui e per chiedermi di parlarci e distoglierlo dal molestarla. Nonostante il nostro non sia mai stato un grande rapporto di stima reciproca (sai la classica situazione dei ruoli invertiti… figlia saggia e padre scapestrato?) non lo credevo capace di fare e “dire” certe cose. Ora non so come comportarmi, al momento non riesco a guardarlo nemmeno negli occhi. Ho un disperato bisogno di un consiglio. Laura

Salve cari amici, dalla breve mail di sopra avrete capito che chi mi scrive oggi è Laura, una ragazza, o meglio donna, dalla sensibilità spiccata che ci racconta l’ultima malefatta di un padre immaturo e puttaniere. Le tavole divinatorie ci hanno messo un po’ per deliberare una soluzione valida al problema ma alla fine ce l’hanno fatta e hanno sentenziato:

Senza tirare in ballo il classico complesso di Edipo, noi donne, a differenza degli uomini, creiamo nella nostra mente un’immagine quasi sacra dei nostri padri, e a volte lo facciamo anche se non ne siamo pienamente consapevoli (e questo è il caso della nostra Laura).

Dimentichiamo a volte che essi sono pur sempre il nostro primo amore e vorremmo che lo fossero anche quando non corrispondono al nostro ideale di uomo, anche quando fanno cose che non ci piacciono, per intenderci. Il fatto è che ci dimentichiamo che sono persone normali con pregi e difetti come chiunque… li riteniano al di sopra...

Per cui ci sentiamo offese quando il comportamento di questi si dimostra lontano da certi schemi che noi consideriamo morali o etici o addirittura di importanza ancora minore.

Infatti questa mail mi ha portato alla mente un ricordo di qualche tempo fa su mio nonno…

Mia madre (che adorava suo padre come un dio e lo raccontava a noi figli come un personaggio delle favole dalla dolcezza infinita) un giorno incontra al mercato una vecchia vicina di casa, coetanea dei suoi genitori, che tra chiacchiere e vecchi ricordi si lascia sfuggire che mio nonno all’età di 20 anni era già vedovo e che sposò mia nonna dopo nemmeno quattro mesi dal primo incontro.

Mia mamma incredula e riluttante a una verità a lei sconosciuta (il fatto che fosse vedovo) cerca di liquidare la vicina e la verità confutando i fatti con uno scambio di persona dovuto ad arteriosclerosi avanzata de’ sta povera vicina.

Non può dirsi più bugie quando arriva al confronto con le sue sorelle… per non portarla per le lunghe mia mamma sessantacinquenne nei sessantasei per questa “verità nascosta” ha pianto per due mesi.

Per cui Laura, hai ragione a sentirti ferita e offesa, e per dirtela tutta a mo’ di sfogo (visto che devi fare i conti con “l’essere persona” di tuo padre) le tavole ti autorizzano a dargli un bel vaffa…ulo, a riconciliarvi e a perdonarlo se vuoi ci pensi dopo…

Scrivete a

sibillarispondea@gmail.com

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Grobalizzazzione e lo’alismo

16 Ottobre 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #poesia, #luoghi da conoscere

Grobalizzazzione e lo’alismo

’Scorta me ber topino...

che te sie’ lì ‘n della tu’ ‘ulla

e, prati’amente e senza offenditi,

ti posso di’ ch’ un capisci ancora ‘n ber segone...

Sa ‘osa ti diranno?! Vesti grossi talentoni, vesti porigrotti della televisione,

vesti lanzi’hennecchi ‘alati e risaliti?! Vesti gèni della stiatta!

Ti diranno ‘om’ e quarmente: “Boia déh! Ocché ‘n si sentirà cche siei toscano?

‘e si ‘apisce bene ‘gni ‘osa ‘he dici...

si ‘apisce vando ridi,

béli,

smoccoli.

Vando letii, vando sie’ ‘untento

vando godi, vando t’ha caato la Befana!

Fra po’o ‘apiranno ver che pènzi!

‘apiranno ‘osa sogni, ver che speri...

‘Ltassentì ber topino...

‘un ti fa buggerà, zia tegame!

‘Un ti fa ‘nfinocchià co’ be’ discolzi!

‘un ti fa mette’ ‘r “Cioè” ‘n bocca

coll’ “Attimino”, ‘r “Pirla” e po’ la “Minchia”!

‘redici ‘nder dimane di Brussellesse

vai a ggiro e dignene che siei ‘taliano e te ne vanti... a vòrte,

siei toscano ‘m po’ poino

e livolnese di mortone!

Anco se sie’ ito‘n mezz’ a’ monti

se ti garba la foresta

se annusi più ‘r muschio mezzo

che ‘r sarmastro...

affacciati a vorte ar tu’ barcone

e bada ver tramonto ‘he un c’ène d’antre parte

cor sole ch’è ‘na rifiolona, rossa ‘ome ‘r nostro ‘ore,

‘r mare ‘he pare ‘na spèra di ‘atrame,

lo sciabordio dell’onde,

bafori e beolini di vecchi risi’atori un po’ rimpi’oniti...

...che digià penzan d’esse’ ‘uropei,

di pote’ pesca’ pratesse ‘nvece de’ ‘rognoli.

Bevano ‘r ponce annacquato ‘he ci rivogano

per facci scorda’ che un ber dì

c’hanno caato cèi ‘n su questo scollio...

E cèo ci vollio schiappà, ber mi’ topino...

E lì la mi’ ‘roce ce la poi piantà,

sta’ siuro...pusitivo...

Grobalizzato forse. Ma lo’armente sotterrato!

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