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Pietas per i volatili che più non siamo

24 Gennaio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #racconto

Pietas per i volatili che più non siamo

La finestra della mia camera affaccia sul marciapiede che conduce alla piccola stazione del treno metropolitano. Il treno degli studenti, degli impiegati, degli operai e degli immigrati pendolari. Osservo spesso e a lungo le persone che percorrono quel segmento di marciapiede offerto al mio sguardo. Tra questi passanti, visti e rivisti più volte, in diverse stagioni, in condizioni meteorologiche diverse, ad orari diversi, due mi colpiscono in modo particolare. La prima è una donna, sui trentacinque, quarant’anni, non bella, con gli occhiali spessi, i capelli castani lisci e fini, stretti in trecce o crocchie che lasciano fluttuare ciocche ribelli o troppi esili per essere raccolte, camicetta leggera, gonna aderente, a tubino, che le imprigiona le cosce fino allo spacco all’altezza delle ginocchia, scarpe lucide, a punta, tacco alto. Forse perché incapace di indossare questi abiti con il sussiego richiesto o perché istintivamente refrattaria ad attirare lo sguardo del maschio o per il viso anonimo e gli occhi spenti, nulla in lei suscita sensualità, così gli abiti che dovrebbero esserne il viatico sono come stilemi raffinati di una lingua che non sa parlare, o non vuole.

L’altro è un uomo anziano, sulla sessantina, addosso al quale la giacca, la camicia, la cravatta, i pantaloni sembrano calati quasi alla rinfusa e solo per caso al posto giusto. Nel modo di camminare svagato, nella figura bislacca, nella rotondità del cranio e dell’addome ricorda Poldo, il mangia-panini del fumetto di Braccio di Ferro (il galeotto domesticato a mo’ di tenerone instupidito che del perturbante vitalismo cieco e violento delle sue origini mantiene solo i segni esteriori: la testa rasata e il tatuaggio. Segni oggi adibiti ad altre domesticazioni). Da lontano, non posso esserne sicuro, ma non mi stupirebbe vedergli la giacca calata da un lato, il lembo della camicia che fuoriesce dalla cintola dei pantaloni, una stringa slacciata.

Sono figure innocue, quasi tenere, se non provocassero una profonda compassione quando, sentendosi in ritardo, corrono trafelati per non perdere il treno. Nella donna, la gonna troppo stretta accentua la protuberanza dei glutei, rendendola sproporzionata, e le cosce, imprigionate dal tessuto, non possono allargare il raggio d’azione, sicché deve alzare le ginocchia, slanciare in avanti i piedi, rendendo ogni passo insidioso per via delle scarpe scomode. Solo il martellamento dei tacchi sull’asfalto indurrebbe chiunque a rallentare il passo, non lei, di certo incalzata da una forza superiore. L’uomo, fors’anche per l’età, è ancora più compassionevole: le braccia semiprotese all’altezza del petto (immagine stilizzata di un vero corridore) dalle quali pendono, a destra, la ventiquattrore, e, a sinistra, l’ombrello, che, oscillando, lo intralcia e lo tortura proprio là dove nessuna donna lo accarezzerà più per amore. Vista la quasi impercettibile differenza di velocità tra il suo camminare e il suo correre, questa postura faticosa sembra quasi un’espiazione. E le facce contratte nella deformazione, disperate, nell’apnea del pensiero e del fiato, ricordano quelle di una gallina scacciata da un invisibile gallo e di un pinguino minacciato dallo scioglimento dei ghiacci. Perché, dopo aver rinunciato alla bellezza, grattano via in questo modo anche quel po’ di serenità che ogni rinuncia reca in dono? Se potessero vedermi, distoglierei lo sguardo.

Mi sono informato: lei è intermediatrice finanziaria, lavora per un’agenzia immobiliare, vende appartamenti, in tutt’altro modo, evidentemente, degli ambigui e infidi sensali d’un tempo; lui è un impiegato del catasto vicino alla pensione. Perché non possono tardare? Quale giovane concorrente o quale potente capufficio potrebbero cancellare il solco del loro passaggio sul pianeta? Riesco a sentirne finanche il dolore fisico del dopo-corsa, i conati di vomito, la ribellione del braccio atrofizzato che si rifiuta di riprendere la posizione naturale. Quale treno in anticipo rincorro o ho rincorso anch’io? E questa sedia? E queste ruote? Cosa sono? Una grazia, una disgrazia?

La donna l’ho rivista, una volta, alle otto di sera, agganciata al guinzaglio di un cagnetto, prima della cena, sui bordi asfaltati ai confini delle pinetina, per i bisogni fisiologici del tirannico animaletto, non proprio in vestaglia e ciabatte, concedendo quel tanto di corda che non la facesse entrare troppo all’interno, in blusa e sandaletti, più distesa, sempre un po’ in ansia, però. Il cagnolino bizzoso la strattona, le fa sfuggire di mano il manico del guinzaglio, fallisce il tentativo di bloccarlo con il piede, il cagnetto scaracolla tra gli alberi all’imbrunire, trascinandosi dietro la corda e il manico a ricordo di un’antica schiavitù. Il mio angusto punto di osservazione, lo sguardo fisico ed empirico, non m’ha concesso di saperlo: gli sarà corsa dietro, in una comica finale?

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Reportage: Londra, una città che vale la pena visitare più volte

23 Gennaio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage: Londra, una città che vale la pena visitare più volte

Londra, la città dei Windsor, è il centro della moda che fa tendenza, delle ultime novità della musica d’avanguardia, è un crogiolo di culture diverse, un melting-pot che trasforma il soggiorno nella città in un viaggio nel mondo.

Il fascino dei suoi contrasti la rende una città cosmopolita. Infatti, alle singolari tradizioni monarchiche, alle sfarzose cerimonie regali, agli innumerevoli edifici storici, si affiancano i numerosi grattaceli, i centri commerciali, le grandi multisala e tutte le altre attrattive del “mondo moderno”.
Chi la visita per la prima volta lo può fare prendendo l’autobus che attraversa la città, giusto per avere una prima impressione e farsi un’idea della sua grandezza, oppure facendo una gita in battello. Ma la scelta è più ampia, perché si può attraversare la città anche in metropolitana, arrivando più velocemente nei luoghi scelti evitando il traffico o con i taxi londinesi, famosi in tutto il mondo, che risultano convenienti se si è in quattro persone a dividere i posti e la spesa.

Londra è una città verde e nel cuore della città si trovano enormi parchi, luoghi di evasione dalla frenesia quotidiana dove gli inglesi abitualmente consumano il loro lunch e riposano per qualche minuto, prima di tornare a lavoro. Il più grande parco al centro di Londra è il noto Hyde Park, lungo circa due chilometri, dotato di una grande varietà di piante ed uno stagno artificiale dove sostano cigni e anatre.

Attraversando un ponte si passa direttamente da Hyde Park a Kensington Gardens, giardino boscoso, dove si possono fare lunghe passeggiate e, se si osserva verso la parte occidentale, si può notare la residenza reale del Principe Carlo.

Anche culturalmente la capitale inglese è molto ricca perché presenta molti luoghi di interesse tra monumenti, strade, ponti e quartieri. Simbolo della città è il Big Ben, la famosissima campana che si trova in una torre e con i suoi rintocchi scandisce le ore.

A Londra non si può fare a meno di visitare il Buckingam Palace, la residenza reale, dove si può assistere al cambio della guardia. L’elenco dei luoghi storici inglesi da visitare continua con l’House of Parlament, palazzo che ospita il Parlamento inglese e “culla della democrazia politica”. Un edificio molto caratteristico è la Torre, che ancora oggi incute soggezione, ed è un’enorme fortezza grigia che deve la sua fama ai numerosi illustri prigionieri che vi furono rinchiusi, come Anna Bolena, moglie di Enrico VIII.
Londra è anche “la città dei ponti”, infatti ne vanta circa 17 e tra i principali da visitare c’è il London Bridge – che è il più antico – e il Tower Bridge, uno dei più famosi ponti d’Europa in stile gotico.
Nessun turista però lascia Londra senza aver visto una delle piazze più conosciute nel mondo, quella di Piccadilly Circus, dove si trova la statua di Eros. Molti la preferiscono di sera quando lampeggiano le insegne luminose ed è tutta un luccichio.

Di fronte ad essa si trova il Trocadero, centro dei divertimenti di Londra, con spettacoli di realtà virtuale, show con proiezioni al laser, tutto avvolto in un’atmosfera di fantascienza. E’ qui che i giovani amano incontrarsi. Trafalgar Square, invece, è sicuramente un’altra piazza amata dai turisti e anche questo ritrovo per la gioventù londinese.

Percorrendo le strade della capitale come Oxford Street e Regent Street si incontrano negozi alla moda, magazzini di buon livello dove fare shopping. Il “tempio” del design è King’s Road, la via in frequentata da attori e artisti non solo per le sue boutique ma per i suoi ristoranti di alto gusto.

Inoltre, non si può non visitare il grande centro commerciale di Harrod’s. I prezzi sono piuttosto elevati per noi italiani, ma vale la pena di andarci solo per vedere la quantità e la qualità dei prodotti che vengono venduti. Una passeggiata per il quartiere di Brixton può essere invece istruttiva ma anche un po’ pericoloso perché è noto come il centro degli immigrati neri e il suo nome è legato alle risse dei giovani di colore. Negli ultimi anni ha cercato di cancellare la sua immagine negativa diventando un importante punto di ritrovo per i giovani che amano il reggae e il rap.

Altro quartiere vivace, che desta curiosità, è Coven Garden nel quale si sono affermati i primi negozi alternativi. E’ il luogo dove tutti i giorni c’è il mercatino che propone oggetti di artigianato, cianfrusaglie varie, stoffe, mentre nei negozi si può trovare quello che vende aquiloni di tutti i tipi.
Proseguendo nel nostro tour è sicuramente da visitare la Tea House, che ha una vastissima scelta di teiere tipiche inglesi e poi, partendo da Piccadilly Street, risalendo verso Great Widmill Street, si arriva al quartiere Soho, una specie di Chinatown dalle forti sfaccettature, patria della popolazione cinese.
Chi viene a Londra e non visita almeno un paio di musei commette un grave errore, primo perché la maggior parte di essi sono gratuiti poi anche perché nei musei londinesi si trovano tesori di tutti i paesi del mondo. Alcuni dei pezzi forti sono i marmi, le sculture e i fregi del Partenone presenti nelle sale del British Museum, uno dei più importanti musei del mondo, che raccoglie anche preziose testimonianze dell’antichità greca, egizia e romana. Un altro museo da vedere è anche lo Science Museum, articolato su cinque piani, dove sono esposte in modo comprensibile le meravigliose scoperte della scienza e della tecnica.
Nella città si può trascorrere qualche ora divertente nella famosa galleria delle cere, “Madame Tussaud’s” dove è possibile fare un viaggio con “il taxi del tempo”, ripercorrendo tanti anni di storia e passando davanti a figure animate, rivestite in cera e a statue dei personaggi famosi anche contemporanei.

Una delle sorprese più piacevoli è la scoperta della nuova cucina britannica. Una volta si pensava ad una cucina scialba e poco varia (cosa vera) o al famoso Fish and Chips, invece Londra è una delle città culinarie più invitanti d’Europa, soprattutto per le tantissime specialità di più di 100 paesi.
La ragione? E’ presto detto. Grazie agli influssi di coloro che si sono trasferiti a Londra negli ultimi cinquant’anni è possibile mangiare di tutto: dai piatti italiani alla cucina etnica, da quella messicana a quella indiana fino a quella giapponese, etc.
Per tutti gli amanti del tè, come da tradizione, alle cinque del pomeriggio scatta “l’afternoon tea” e allora si può gustare in un locale vicino Green Park, che si chiama “Thomas”, e dove si può bere il tè nelle tipiche tazze di porcellana inglesi, accompagnandolo con sandwich e deliziosi pasticcini alla panna, alla crema di fragole o biscotti alla marmellata.
Londra ha tantissimi alberghi di ogni categoria e dai prezzi che possono accontentare ogni esigenza economica. I più giovani possono utilizzare i Bed&Breakfast mentre per gli studenti ci sono molti ostelli della gioventù.
Anche per i visitatori più intraprendenti sarà impossibile riuscire a sperimentare tutte le possibilità di divertimento offerte da Londra. Ogni sera ci sono innumerevoli manifestazioni teatrali, sportive e concerti per tutti i gusti musicali, in quasi ogni angolo della città.
I più mondani possono andare negli accoglienti pub londinesi dove la birra scorre fino alle 23, e per i nottambuli che vogliono scatenarsi nel ballo fino a notte fonda ci sono club e discoteche.
Londra è senza dubbio una città vivace e dalle mille sfaccettature e dove c’è sempre qualcosa da ammirare. E’ una città che non si visita solo una volta perché ha sempre qualcosa di nuovo da offrire ai turisti.

Reportage: Londra, una città che vale la pena visitare più volte
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Marco Melani

22 Gennaio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #racconto

Marco Melani

D’improvviso, nel pieno di un sonno che avrebbe ritenuto profondo, Marco Melani fu risvegliato dal suo stesso russare. Un rumore sgradevole, volgare e insistito, che lasciava in bocca un sapore acre, secco e caccoloso.

La stanza era avvolta nel buio, lo schermo convesso del televisore rifletteva, distorcendola, la luce rossa della radiosveglia: 3:45. La finestra era chiusa. Tastò di lato: il corpo silenzioso di Milena giaceva addormentato accanto a sé. Pensò di aver sognato.

Si riaddormentò quasi subito. E quasi subito si risvegliò per lo stesso motivo. Stavolta non poteva aver sognato, il rumore doveva averlo sentito veramente, si sollevò torcendo il collo per guardare la radiosveglia: 3:50. Milena continuava a dormire e non sembrava disturbata dai rumori e dai movimenti di Marco. Cercò di riagganciare il rumore alle ultime immagini oniriche: nulla, non ne aveva conservata nessuna. Sorrise pensando a quando lo avrebbe raccontato alla moglie: “Mi sono svegliato per quanto russavo, ma tu non ti sei accorta di niente? Poi dici che c’hai il sonno leggero.” Da supino passò sul fianco, chiuse gli occhi. Di nuovo il rumore e di nuovo gli occhi aperti. Scattò seduto sul letto “Cazzo, ma che c’ho?” Infilò i sandali, andò in bagno, nettò con cura il naso, tornò a letto irritato per la perdita di sonno e perché l’irritazione gli faceva perdere il sonno. Si riaddormentò ancora altre due o tre volte e sempre fu immediatamente risvegliato.

Alle 7:15 Milena lo trovò lavato, sbarbato, vestito. “Già sei pronto?” constatò sonnacchiosa aprendo il frigorifero. “Mi sono svegliato alle tre e mezza e non mi sono più riaddormentato” “Si vede, c’hai na faccia…Com’è?” “Non lo so, mi sembrava di russare…” Come aveva immaginato, Milena rise di gusto.

Allo sportello dell’ufficio comunale dove fungeva da impiegato, tutto si svolse pressoché regolarmente. Solo fu un po’ più sensibile agli squilli improvvisi del telefono, rispose un po’ più seccamente alle domande stupide degli utenti e chiese gentilmente alla collega della postazione affianco di spegnere la radio “Ho un po’ di mal di testa, ti dispiace…”.

Per tutta la notte successiva si addormentò e si risvegliò di continuo sotto lo sguardo allarmato di Milena. “Ma possibile che tu non lo senti. Non senti che russo?” “Sì, ma è proprio un attimo, ti risvegli subito”. Lei provò tutto quello che era in suo potere: camomilla, carezze, massaggi, cantilene, canzonature, profferte sessuali. Marco camminava avanti e indietro lungo la stanza, andava in bagno, accendeva la televisione in soggiorno, apriva la finestra e respirava l’aria gelida della notte, bestemmiava. Poi guardò Milena che si stava addormentando e ne fu sollevato, non fece rumore e aspettò il mattino.

“Allora?” domandò lei appena sveglia. “Niente, t’ho guardata dormire” “Oggi vai dal medico, però”.

Né il farmacista né il medico riuscirono a trovare rimedi efficaci. Marco non provava nemmeno più ad addormentarsi sperando di crollare da un momento all’altro, perciò aveva smesso di uscire di casa. Tisane, calmanti, sonniferi sempre più forti e pericolosi lo avevano soltanto rincoglionito.

Durante la terza notte, Milena l’aveva convinto a turarsi le orecchie, lei lo avrebbe vegliato, accarezzato, coccolato. Appena addormentato, la moglie si chinò su di lui, accostando l’orecchio alla sua bocca. Marco si svegliò di colpo e, come per liberarsi da un incubo, si tirò su colpendo violentemente con la fronte il viso di Milena che prese subito a sanguinare. Lei corse in bagno, metà ridendo e metà piangendo, lui si alzò e rimase ad osservare, senza pensieri, la macchia di sangue sul lenzuolo bianco che prima si era allargata rapidamente e ora, conquistato il terreno, si consolidava e si espandeva lentamente.

Dopo dieci giorni d’inferno, il neurologo propose il ricovero in una clinica specializzata nel trattamento dei disturbi del sonno. Ma Marco e Milena erano sempre stati in buona e giovanile salute, non avevano l’assicurazione necessaria e coprire i costi del ricovero superava ogni loro più generosa possibilità. Sempre più intontonito, vacillante, consunto, non sapeva che fare: l’assicurazione… dormire… no, la corda!... offrirsi come cavia… lo sgabello, aiuto… Milena, aiutami… sì, confesso… dormire… sono stato io.

Cadde in uno stato di prostrazione catatonica: il cervello non coordinava più le funzioni vitali al pensiero, continuava a mantenere in vita il corpo per inerzia e sfruttando quel po’ di cibo che Marco controvoglia e solo per la tenacia di Milena continuava ad ingurgitare. Ma le funzioni psichiche erano disarticolate, i centri nervosi inviavano impulsi discontinui, scentrati, fuoriluogo. Non era più in grado di produrre volontà e comportamenti conseguenti.

Si allettò, senza mai più riaddormentarsi, dapprima a casa, poi in una stanza d’ospedale alimentato artificialmente, sotto lo sguardo implorante di Milena.

Morì un mese più tardi e nell’ultimo lampo di lucidità, quello dell’agonia, si ritrovò fratello di Pio Angelucci seviziato in nome del Papa-Re nel 1754 con la tortura del sonno e morto per il terrore di addormentarsi.

“L’imputato veniva fatto sedere su uno sgabello appuntito, tenuto in precario equilibrio da una cinghia di cuoio che gli passava intorno al petto alla quale erano attaccate delle corde fissate alla parete; i piedi erano legati ad un bastone in maniera che le gambe fossero divaricate al massimo, e il bastone era fissato con una corda alla parete di fronte; le braccia infine erano tirate dietro la schiena, legate per i polsi e tese da una corda fissata alla parete dietro l’imputato. Talora per l’enorme sforzo fisico provocato da questa posizione, l’imputato aveva un collasso e moriva, e spesso lo sgabello provocava gravi ferite ai glutei” (Luigi Cajani, Giustizia e criminalità nella Roma del Settecento, in Ricerche sulla città del Settecento, a cura di Vittorio Emanuele Giuntella, Edizioni Ricerche, Roma 1979, pag. 275).

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Salonicco

21 Gennaio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Salonicco

All’inizio della grande guerra, quando l’Italia non era ancora scesa in campo, la strategia dell’impero britannico mirava al controllo, oltre che del canale di Suez, anche dei pozzi petroliferi dell’Arabia, dell’Iraq e della Persia, quindi ritenne utile che lo stretto dei Dardanelli, quale accesso al Mar Nero, dovesse essere conquistato. Sottraendo i Dardanelli al dominio turco, le forze dell’Intesa avrebbero avuto passaggio libero per i rifornimenti alla Russia che, conseguentemente, avrebbe potuto incrementare la pressione sul fronte orientale ai danni di Austria e Germania.

Lo stretto dei Dardanelli era una roccaforte delle difese turche e Churchill, allora in carica come primo Lord dell’ammiragliato inglese, inviò per la battaglia un corpo di spedizione della Royal Navy denominato ANZAC, dalla nazionalità dei componenti tutti soldati australiani e neozelandesi. Il contingente sbarcò nei Dardanelli per quella che fu una delle più sanguinose pagine della guerra: la campagna di Gallipoli.

I soldati ricevettero una pessima accoglienza dalle mitragliatrici e dalle mine turche e caddero a migliaia sulla spiaggia nel tentativo di prendere terra, il resto lo fecero le condizioni ambientali e climatiche; il caldo e la scarsità d’acqua causarono disidratazione, dissenteria e un’epidemia di colera. La battaglia si concluse dopo 259 giorni col reimbarco delle truppe inglesi e dopo aver lasciato sul campo 205.000 caduti.

Resosi impossibile conquistare i Dardanelli e venuti a mancare i rinforzi provenienti dalla Russia, le truppe dell’Intesa si concentrarono in uno sforzo unanime nei territori dell’Epiro greco a sostegno degli alleati ivi impegnati. Si rese necessario dunque sollecitare l’Italia, appena scesa in guerra, all’invio di aiuti e il nostro esercito approntò un corpo di spedizione di 44.000 uomini che sbarcò a Salonicco ai primi di agosto del 1915.

Negli anni successivi molti furono i bersaglieri che si fecero onore in terra di Macedonia. Desidero ricordare, uno su tutti, il Maggiore Tonti Ulrico, di Forlì del Sannio (IS), un molisano che venne insignito di Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione: «In aspro combattimento preparava una colonna d’assalto di forza superiore alle competenze del suo grado con ammirevole calma e grande riflessività, infondendo fiducia in tutti, e, alla testa di essa, percorrendo terreno scoperto e sconvolto dal violento tiro nemico, con meraviglioso slancio e magnifica opera personale, brillantemente occupava gli obiettivi assegnatigli. Si poneva poi, di sua iniziativa, alla testa di un’ulteriore ondata d’assalto formata di due sole compagnie, per la conquista delle seconde linee e delle artiglierie nemiche, dando fulgida prova di coraggio, e, nel momento in cui raggiungeva lo scopo, rimasto colpito a morte, noncurante di sé, continuava ancora ad eccitare i suoi uomini, fin quando cadde esanime. Eroico esempio di suprema virtù militare ». — Nord Meglenci (Macedonia), 9 maggio 1917

La nostra discesa in guerra a fianco delle potenze dell’Intesa, col Trattato di Londra, prevedeva come condizione finale il ritorno di parte della Dalmazia all’Italia, l’occupazione di zone minerarie in Anatolia (Smirne),oltre ai possedimenti delle isole del Dodecanneso e della Libia. Con l’entrata in guerra della Grecia, a metà 1917, e degli Stai Uniti, che non ci riconobbero la validità di quanto firmato, tutti gli “accordi preliminari” saltarono e finì come sappiamo…

Salonicco
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Giovanni Buffoni

20 Gennaio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #racconto

Giovanni Buffoni

Giovanni Buffoni pregustava già il piacere che avrebbe avuto dicendolo a Marlene. Finalmente dopo un anno e mezzo di bella vita, le avrebbe potuto offrire qualche settimana di vita bellissima. Finora la bella vita era stata inframmezzata da qualche noia: gli impegni di lavoro, gli incontri con il figlio, gli appuntamenti con l’avvocato, le udienze davanti al giudice affianco a quella strega della ormai (Dio mio, che liberazione) ex-moglie. Ora che tutte le villette del comprensorio Poggio Ameno erano state vendute e che le banche erano state pienamente soddisfatte e che le minacce s’erano trasformate in invito a intraprendere nuove avventure, che il figlio aveva programmato un soggiorno di due mesi negli Stati Uniti, ora sì, aveva potuto prenotare quella crociera sul Mediterraneo che avrebbe lasciato Marlene a bocca aperta. A sessant’anni in giro sul mare azzurro assieme a una bella ragazza di venticinque, bionda, formosa, gentile, sì, forse un po’ imbronciata qualche volta, ma comunque sempre disponibile alle carezze o al sesso, beh, cosa poteva chiedersi di più! L’entusiasmo gli aveva fatto prendere sottogamba che di venerdì pomeriggio 24 giugno volersi spostare da Viale Marconi verso Torvajanica percorrendo la Pontina è cosa da sfidare il più placido degli uomini, figurarsi lui che bolliva dal desiderio di far saltare di gioia la sua Marlene e non voleva certo dirglielo per telefono, voleva averla davanti a sé, farsi inondare dal suo (presunto) stupore estatico. Giovanni Buffoni non aveva né l’attitudine né la pazienza per chiedersi se veramente per Marlene quella notizia sarebbe stata poi così eccitante, fatto sta che il più delle volte, quando ritardiamo la comunicazione di una notizia che riteniamo entusiasmante ubbidiamo a un impulso egoistico (non molto diverso dall’impulso che guida la beneficienza pubblica): la persona attinta da tanta benevolenza ne deve godere non per sé e in sé, bensì per nostro tramite e dev’essere un mezzo per aumentare la considerazione che desideriamo che quella persona abbia di noi.

Già all’altezza del Raccordo, prima e seconda, prima e seconda, freno, frizione e acceleratore, quest’ultimo appena sfiorato, il muscolo della coscia e il tendine della caviglia già cominciavano a dolere. In più la suoneria del telefonino, con il display che annuncia, non Marlene, come aveva sperato, no, non Marlene, il display annuncia, e proprio non se l’aspettava e proprio non voleva crederci, Adele. Non rispondere sarebbe stato inutile, perché la sua ex-moglie avrebbe continuato a farlo squillare fino a notte inoltrata e gli avrebbe rimproverato che neanche per un grave incidente del figlio sarebbe stato rintracciabile.

  • Sì, pronto.
  • Ah, buongiorno. Dove sei?
  • Cosa importa a te dove sono io.
  • Giusto. Stai venendo a prendere Gianluca? O te ne sei dimenticato?

Se n’era proprio dimenticato. Prima che Gianluca partisse per gli Stati Uniti, spettava loro o dovevano sopportare un altro fine settimana insieme.

  • Non me ne sono dimenticato. Ci ho parlato e gli ho spiegato che ci vediamo domenica pomeriggio. Lui sa perché. Ciao e buon fine settimana

Contava di poterlo avvertire subito dopo essersi liberato dal morso canino di Adele, ma non fece in tempo a premere il tastino rosso e del resto sarebbe servito a poco conoscendo l’ostinazione della ex-moglie.

  • Ah, e quando glielo avresti detto, visto che Gianluca è qui affianco a me e non ne sa niente ed è così scrupoloso che prima di uscire per fatti suoi ha voluto che ti avvertissi…
  • E tu giustamente non ti sei fatta pregare. Da madre premurosa e tutta votata al benessere del figlio, soprattutto dopo che il bel Maurizio…
  • Sei proprio egoista e meschino.
  • Tu invece sei una rompipalle frustrata. E ti ricordo che hai cominciato tu con il bel Maurizio, il quarantenne palestrato che si è tolta la curiosità per la babbiona in calore e poi…
  • Io invece ho qualche comunicazione da darti. Lo sapevi che la dolce Marlene prima di trovare il grande amore, il padre putativo, o il nonno, il vecchio porco, tanto per dire, divideva una monocamera con tre marocchini…
  • Non me ne frega nien…
  • Ma ancora non sono riuscita a sapere se l’affitto lo pagava in natura o coi quattro soldi guadagnati pulendo i cessi!
  • E tutte queste belle cose tu come le sai?
  • Le so, le so mi sono inform…
  • Un investigatore privato! Hai preso un investigatore privato! Ma è fenomenale! Sei molto peggio di quanto si poteva mai immaginare! Oppure mi ami talmente tanto da interessarti ancora dei cazzi miei.
  • Per carità, bello mio! Voglio solo impedire che il culo e le tette di un’immigrata si mangino il patrimonio di mio figlio…
  • Che madre deliziosa…Sappi comunque che Marlene diventerà mia moglie e che tra pochi giorni andremo in crociera. Sì, proprio quella crociera che non abbiamo fatto per colpa tua e del bel Maurizio. Te lo ricordi? Il medico me l’ha sconsigliata, potrei soffrire il mal di mare, non me la sento di lasciare Gianluca da solo…Quante cazzate: erano i pettorali di quel cretino che non volevi lasciare. Povera imbecille!
  • Ah, un’altra cosa ho saputo. La dolce Marlene faceva i bocchini al tuo avvocato prima di trovare il grande amore: gli faceva le pulizie a studio e gli faceva i bocchini. Com’è non te l’ha detto il tuo grande amico, il grande avvocato De Santis?
  • Tu vedi troppo televisione, Mora, Fede e la Minetti ti hanno fatto dare di volta al cervello. E almeno in televisione ci mettono il bip, visto che Gianluca è lì vicino a te…
  • Vuoi fare l’innamorato e invece sei solo un vecchio porco!
  • Sì, ma c’è solo una cosa peggiore di un vecchio porco, una vecchia porca!!

Stavolta il tastino rosso l’aveva premuto e non avrebbe saputo dire se “stronzo” l’aveva sentito o solo immaginato. E non fece nemmeno in tempo a domandarselo perché aveva dovuto frenare a secco per non tamponare la macchina che lo precedeva, per altro con la paura di farsi beccare dalla macchina dietro: aveva preso un po’ di velocità prima della curva, prima, seconda, terza, 40, 60, 80 all’ora e subito dopo di nuovo come prima, tutti fermi, a smadonnare per telefono, de visu o nel pensiero.

“Se morirò in un incidente stradale, morirò a questa maledetta curva della Pontina!”

Avevano gridato tutto il tempo, fino a farsi dolere la gola e le vene del collo. Aveva bisogno di rifarsi un po’ la bocca, e giacché aveva ancora il telefonino in mano, decise che non avrebbe aspettato di essere chiamato.

  • Ciao, dolcezza mia, che fai?
  • Sono in spiaggia e mi rompo.
  • Sto arrivando. Sono sulla Pontina, una mezz'ora e sono lì.

Press’a poco le stesse parole che migliaia di mariti, fidanzati, amanti stavano dicendo a quell’ora, su quella strada e con quel tono alle migliaia di mogli, fidanzate e amanti da sole sulla spiaggia. Per fortuna le cose si stanno un po’ mescolando e cominciano a esserci centinaia di mogli, fidanzate e amanti che possono dire la stessa cosa.

  • Mi avevi detto che stavi qui ieri sera.
  • Dolcezza mia, sono rimasto a Roma a prepararti una sorpresa…Ma ti dico dopo, sennò va a finire che vado addosso a qualcuno.

Ritardare, invece, una brutta notizia è spesso un atto d’amore: prolungare l’inconsapevolezza dell’altra persona di una morte o di una malattia grave o di un licenziamento o di una bocciatura, significa tenerla più lontano possibile da una sofferenza. Ma anche quest’atto d’amore ha una coda controversa: la persona salvaguardata potrebbe rimproverarci di aver nascosto una verità. Se invece la brutta notizia è contenuta in una domanda che a sua volta contiene un sospetto, e la brutta notizia sarebbe “ho motivo di dubitare di te”, allora il ritardo o la cautela tornano ad avere un’origine egoistica: se il sospetto è fondato non avremmo più la possibilità di credere che la cosa non sia avvenuta e dovremmo sobbarcarci il faticoso compito di ricostruire una nuova architettura d’illusioni per continuare a vivere e considerarci come prima.

Glielo avrebbe chiesto? Avrebbe avuto il coraggio di domandarle “Prima di conoscermi, andavi a letto con Vito, l’avvocato De Santis?”

Se lo avesse fatto, la cosa sarebbe andata press’a poco così. Immerso nell’acqua della piscina, avrebbe goduto dei movimenti rallentati, grazie al liquido che l’avvolgeva, alla frescura, alla quiete che gli offriva, avrebbe sentito che le cose più spigolose, gli aculei più fastidiosi possono ammorbidirsi, possono sciogliersi in modo quasi naturale o magico, si farebbe fatto l’idea che in fondo era una domanda come un’altra. Poi seduto sul lettino, continuando a frizionarsi la testa con l’asciugamano, sfruttando la scia di benevolenza che la notizia della crociera avrebbe dovuto assicurargli, “Senti, Marlene, ho bisogno di sapere una cosa. Prima di conoscermi o quando ci conoscevamo appena, andavi a letto con Vito?” Marlene, immobile, sdraiata sul lettino, senza togliersi gli occhiali da sole, senza dare a vedere un minimo di turbamento, come se le avesse chiesto se non volesse un gelato, avrebbe risposto “ma che dici, che ti viene in mente?” “Davvero, solo per curiosità.” Marlene si sarebbe alzata di scatto, avrebbe gettato sdegnata gli occhiali sul lettino, “no, non ci sono stata a letto, va bene adesso?” avrebbe detto. E se ne sarebbe andata verso la piscina a passo rapido, portandosi via quel bel corpo bianco nonostante i tentativi di rovinarlo con l’abbronzatura e sodo.

Sì, ma in realtà Adele aveva parlato di altro, si sarebbe detto Giovanni. Ma al ritorno dalla piscina non avrebbe avuto modo di precisare la domanda.

Il disgusto e il disprezzo che Marlene provava per quest’uomo che sembrava spiarla quando si vestiva, che era tutto contento quando, durante le compere – lo shopping, diceva lui -, tra le due paia di occhiali firmati lei sceglieva non quello che le piaceva di più, ma quello che costava il doppio dell’altro, e che prima di metterle le mani addosso le chiedeva ogni volta “ti va, amore mio. Sei sicura che ti va?”. Ora a quel disgusto e a quel disprezzo dissimulati e tradotti in sorrisini timidi e imbarazzati, ora poteva aggiungere il corpo flaccido, abbandonato, soddisfatto di sé e della grandiosa notizia che le aveva portato, mezzo o tutto addormentato su questo lettino da spiaggia sotto il sole e, soprattutto, poteva aggiungere questo filo di bava che colava da un lato della bocca e che Giovanni, mezzo o tutto addormentato, non sembrava sentir colare e non asciugava. Quel disgusto e quel disprezzo erano stati sovrastati, dopo che gli aveva gettato sul viso un piccolo asciugamano, “pulisciti, non vedi che sei sporco?”, dopo che l’aveva scosso sempre più violentemente, dopo che aveva gridato, dopo che aveva tentato di svegliarlo a voce sempre più alta, dopo aver chiamato aiuto, dopo essere inorridita, quel disgusto e quel disprezzo erano stati inghiottiti dal ribrezzo retrospettivo per aver toccato un morto.

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DIALOGO DI CRISTOFORO COLOMBO E DI PIETRO GUTIERREZ

19 Gennaio 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #saggi

DIALOGO DI CRISTOFORO COLOMBO E DI PIETRO GUTIERREZ

Il Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez è stato composto nel 1824 e fa parte delle Operette Morali, il grande affresco filosofico in cui Giacomo Leopardi espresse il suo pensiero in forma discorsiva o dialogica.

Gutierrez accompagna il celebre navigatore nel viaggio alla ricerca delle Indie; una notte, la stanchezza per la finora frustrata attesa di arrivare alla terraferma fa sorgere questo dialogo. L’uomo chiede a Colombo se crede che lo scopo verrà raggiunto: “... se ancora hai così per sicuro come a principio di trovar paese in questa parte del mondo; o se dopo tanto tempo e tanta esperienza in contrario, cominci niente a dubitarne”.

La risposta accoglie alcuni dubbi: “... confesso che sono entrato un poco in forse”. Perciò, di primo acchito, sembra di leggere un testo dedicato alla vanità dell’agire umano; tanti calcoli, studi, progetti destinati ad approdi incerti, insicuri, contradditori o diversi da quanto ci si era prefissato. Il genovese passa in rassegna i segni che nel viaggio lo avevano fatto inutilmente sperare. Ora è giunto a pensare perfino che sia “ … vana la congettura principale, cioè dell’avere a trovare terra di là dall’oceano”. La pratica, nota ancora, spesso discorda dalla speculazione e quindi ogni ipotesi potrebbe rivelarsi fondata o infondata. Si potrebbe trovare solo un immenso mare, oppure effettivamente la terra, o un elemento diverso da acqua e terra. Magari sarà un posto disabitato e inabitabile. Nonostante tanto sferragliare di cervelli, nulla si sa con certezza. Il sapere deve attendere il vaglio della realtà: “… veggiamo che molte conclusioni cavate con ottimi discorsi, non reggono all’esperienza”. A questo punto Gutierrez, in modo misurato ma esplicito assesta una dura domanda diretta. Il navigatore sulla base di una semplice opinione speculativa, ha esposto la vita sua e degli altri? Una mera ipotesi, una labile congettura giustifica un viaggio così pericoloso? È la fase più drammatica del dialogo, quella in cui la debolezza della ragione umana viene smascherata pienamente e con essa una certa consapevole spavalderia dell’uomo che vuole comunque “andare a vedere”, rischiando col suo azzardo di trovare con lo smacco per le proprie teorie sbagliate anche la morte. Ma da qui in avanti il tono si apre alla speranza e a una certa fiducia, per quanto tutto il testo in generale si mantenga su un livello sobrio. Colombo ammette che c’è solo una congettura dietro al suo viaggio. Forse si arriverà alla terra tanto cercata, forse invece i calcoli si riveleranno errati. Ma già questo permette di fare passi avanti; il viaggio consente di rilevare gli errori negli scritti del passato e questo fa crescere tutta l’umanità. Il genovese all’inizio era parso come l’uomo che erra due volte, sia nel senso di viaggiare, sia in quello di sbagliare. Ora invece appare come un faro dell’umanità, conscio della limitatezza dei mezzi della scienza, ma pronto a cogliere nel calcolo smentito dall’esperienza un’occasione di crescita. Il viaggio di Colombo è il viaggio dell’uomo che procede per tentativi, fa tesoro degli errori, si muove con raziocinio e senza drammi, poiché fin dall’inizio non nega la propria fallibilità. Soprattutto, e questo appare il nucleo più leopardiano, il viaggiare permette di tenere lontana la noia che fa scoprire il vuoto del vivere. Cercare e arrischiare permettono di tenere cara la vita, facendo stimare cose altrimenti non tenute in debito conto come la vita stessa, la casa, la tranquillità. Quindi lo stimolo che viene da questo scritto è un invito all’azione, all’attività, all’avere obiettivi anche ambiziosi. Cosi la piaga della noia resta distante e cercando le grandi cose si apprezzano le piccole che stanno nella quotidianità. Se nel Dialogo tra un venditore d’almanacchi e di un passeggere si insisteva sul fatto che l’uomo pone il piacere sempre nell’avvenire, non avendone esperienza nel passato e nel presente e là questo era un disincantato prendere atto di come ci si voglia autoingannare nel pensare che la felicità (mai vissuta né ieri né oggi) sia sempre possibile in un domani (cui forse mai si giungerà), qui il testo offre, invece, puntelli di speranza e fiducia. Colombo tiene sempre lo sguardo alla natura e ne osserva attentamente le manifestazioni. Le nuvole, l’aria, il vento, gli uccelli, qualche ramicello nell’acqua lo inducono a un cauto ottimismo: “… tutti questi segni, per molto che io voglia essere diffidente, mi tengono pure in aspettativa grande e buona”. Così termina il dialogo, con queste note di azzurro; i due personaggi non sono per niente spaventati dall’immensità dell’oceano, tanto che la loro apprensione si fa sempre più tenue. La natura qui non incute timore all’uomo, ma si offre docile alla sua osservazione. Le congetture di Colombo sono una teoria nel senso greco del termine, sono ossia un attento osservare, un ragionare tenendo gli occhi sul mondo circostante. Si potrebbe dire che il bellissimo dialogo in realtà è un “trialogo”. Tre sono infatti le voci; Gutierrez, Colombo e la natura stessa.

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Aggrappati alle recinzioni

18 Gennaio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni

Aggrappati alle recinzioni

Anch’io ho fatto parte di quel popolo di genitori che, tra il sabato pomeriggio e la domenica mattina, aggrappati alle recinzioni, prendono d’assedio i campetti di periferia e guardano il proprio figlio disputare la partita che corona una settimana di allenamenti, d’impegni per accompagnarlo e andarlo a riprendere, incastrando turni, orari e percorsi, accumulando fatica da lavoro e dovere di genitore. Una settimana ripagata anche dalla piccola soddisfazione che proviene dagli ammaestramenti fatti di consigli tecnico-atletici e di giudizi sui compagni e sui metodi e le scelte del mister. Un popolo, nella gran parte dei casi, sommesso e disponibile, che talvolta ha travalicato il confine che ne certifica l’invisibile esistenza finendo sulle pagine di cronaca dei giornali per le maleparole, le baruffe, le violenze vere e proprie che hanno provocato la sacrosanta indignazione della comunità visibile, quella che può parlare, perché ne ha i mezzi materiali e perché dispone della strumentazione analitica, culturale, linguistica e retorica necessaria. Denunce e sdegni che hanno condannato, genericamente, superficialmente, e presto dimenticato, quelle escrescenze tumorali di un’epidermide, per il resto, tutto sommato, sana. Un popolo di genitori che ha dentro di sé un magma di valori civili, etici e sociali che si scontra, nelle occasioni delle partitelle e spessissimo in tutte le altre occasioni della vita quotidiana, con un fuori che li nega, talvolta addirittura li disprezza, rendendoli inservibili e inapplicabili. Un magma, bisogna ammetterlo, scarsamente coltivato dall’interno e quasi mai irrorato dall’esterno. Dunque, più che delle escrescenze tumorali, bisognerebbe sorprendersi della loro relativa rarità.

Sono stato uno di quei genitori e lo sono stato in diverse versioni, in momenti diversi e secondo stati d’animo diversi, contradditori e complessi. Dalla linea cronologica che tiene insieme quest’esperienza, posso estrarre tre o quattro situazioni privilegiate, a mio modo di vedere, particolarmente significative, senza però dimenticare che fanno parte di una linea per lo più piatta e opaca, semi-cancellata dalla memoria.

Ho rivissuto, empaticamente, le emozioni primordiali del piccolo calciatore che ero stato, ho trattenuto il respiro insieme a quello del piccolo calciatore attuale, separato da lui da qualche metro e da un monte di anni, prima del rigore decisivo, assieme a lui ho fatto istintivamente partire la gamba uscendo dall’apnea.

Ho dapprima subito silenziosamente e poi reagito collericamente per i comportamenti aggressivi di alcuni genitori di parte avversa. E ho visto trasformarsi la collera in rabbia, l’ho vista separarsi dal suo motivo attuale e contingente, una partitella tra ragazzini condizionata surrettiziamente dal vocio esacerbato dei troppo interessati spettatori, per unirsi a principi superiori, giustizia, correttezza, tolleranza, ma l’ho vista esprimersi, però, nelle stesse forme e nello stesso linguaggio del loro esatto contrario.

E me lo sono ricordato quando, in un’altra versione, alle prime avvisaglie, prima che l’aggressione verbale altrui e la rabbia mia montassero, ho difeso il giovanissimo arbitro gridando frasi come “ma lasciatelo in pace! Dovreste ringraziarlo di sacrificarci le domeniche per farci divertire!” Ridicolizzando, in un incongruo afflato sentimentalistico, me stesso, l’arbitro, le domeniche e il campetto tutto.

In un'altra versione ho avuto paura: le parole, le posture, le facce livide di quelli che avrei dovuto provare a far ragionare non promettevano nulla di recuperabile. Ho taciuto esattamente come quelli pretendevano che facessi. Ho avuto paura della mia incolumità fisica? O ho avuto paura di finire sui giornali come un bell’esempio diseducativo?

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Guerra modernissima

17 Gennaio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Guerra modernissima

Durante la Prima guerra mondiale, una guerra come più volte ripetuto detta di posizione, avvenivano pericolosi attacchi da una linea all’altra, scagliando ordigni direttamente nelle trincee, sia per uccidere i soldati nemici che per rendere inagibili i ricoveri sotterranei, soprattutto le infermerie. I soldati furono dotati di primordiali armi chimiche, secondo le stime ne usarono per un totale di più di 50 mila tonnellate di materiale, più o meno come se venissero consumate per intero più di 300 mila bombolette di deodorante spray dei nostri giorni. (Prima Guerra Mondiale – La chimica in trincea) In particolare la guerra chimica nel 1914 si faceva con tre sostanze chimiche: il fosgene, l’iprite e il cloro, lo scopo era quello di uccidere il nemico o di metterlo almeno fuori combattimento.

Questi gas velenosi venivano impiegati in due modi: per emissione a getto continuo come una nube, oppure per mezzo di proiettili, granate o qualsiasi sorta di ordigni da trincea. Anche se studiate prima della guerra e preparate con finalità di pace, molte sostanze rivelarono proprietà tossiche sorprendenti e nettamente superiori ai prodotti normalmente usati in chimica industriale o come veleni per altri scopi e applicazioni. Per esempio il gas Fosgene, fu scoperto miscelando cloro e ossido di carbonio per la preparazione di colori e la colorazione dei tessuti. Gli effetti del fosgene sull’uomo sono molto aggressivi e portano a pesanti lesioni all’apparato respiratorio, irritazione alla bocca e una tosse convulsiva persistente. La morte quando veniva inalato sopraggiungeva entro 72 ore per emorragia interna delle vie respiratorie.

L’iprite, invece era un liquido di color bruno-giallognolo estremamente vescicante. Veniva detto “gas mostarda” per il suo caratteristico odore. Anche questo terribile gas veniva già impiegato dal 1910, nell’industria tedesca, per la creazione di vernici e medicinali. Oltre ad avere effetti vescicanti di enorme intensità, ristagnava sulle divise, sull’intero campo di battaglia e persino nel sottosuolo, aumentando la sua potenzialità d’offesa per settimane e settimane. Anche il Cloro, quello che oggi comunemente utilizziamo come disinfettante nelle piscine, è stato responsabile durante il primo conflitto mondiale della morte di molti soldati, procurando asfissia.

Dopo il termine del conflitto spesso metodi e mezzi sono stati messi sotto accusa, ma anche prima e durante, la guerra stessa era stata messa in discussione, ci furono diverse correnti di pensiero, gli interventisti e i neutralisti quelli che si spesero anima e corpo per la vittoria e quelli che si rifiutarono di combattere, un fenomeno avvenuto non solo in Italia.

Mi sono imbattuta in un libro scritto dal giornalista Will Ellsworth-Jones che racconta la storia di due giovani inglesi: uno ha combattuto con i suoi soldati contro l’esercito tedesco nella battaglia della Somme sul fronte occidentale francese, l’altro al contrario ha rifiutato di combattere a causa della propria fede ed è stato condannato a morte come traditore. Un libro affascinante e commovente che l’autore ha scritto dopo aver trovato interessanti graffiti in alcune celle inglesi, fra cui il viso di una giovane donna.

I fratelli Brocklesby, Philiph e Bert, erano stati cresciuti dagli stessi genitori, con le stesse regole e gli stessi valori. Erano educati, colti e pieni di aspirazioni per il futuro, molto uniti fra di loro, ma lo scoppio della guerra e le loro diverse prese di posizione causarono una frattura nella famiglia. Anche in Gran Bretagna, i giovani erano pieni di caldo entusiasmo patriottico e le ragazze regalavano piume bianche di “pollo” agli uomini sospettati di sottrarsi al servizio militare per codardia.

Philiph come milioni di altri giovani, prese le armi contro i nemici del suo paese, mentre Bert, insegnante, maestro del coro, più avvezzo ai libri che alle armi, divenne un obiettore di coscienza, la cui profonda fede religiosa impedì di combattere e uccidere. A 25 anni, era un giovane di successo, già fidanzato e con un promettente futuro da insegnante anche se fra i suoi sogni vi era quello di andare in Africa, a fare il missionario. Una certezza comunque l’aveva: mai e poi mai avrebbe potuto imbracciare un fucile per sparare a un essere umano.

Partito volontario per combattere, Philiph non aveva spesso notizie del fratello che, invece, avendo rifiutato l’arruolamento quando era diventato obbligatorio, era stato imprigionato ed era in attesa di giudizio, che si paventava il peggiore. I due fratelli si rividero, con molta emozione, mentre si trovavano in Francia, Philiph per andare al fronte e Bert sul punto di essere condannato a morte, perchè si rifiutava persino di preparare il cibo per i soldati inglesi che combattendo uccidevano altri esseri umani.

Nel frattempo, una delegazione, guidata dall’amante del leader pacifista Bertrand Russell, fece pressione sul Primo Ministro inglese Mr. Asquith, raccontandogli cosa stava succedendo, egli ascoltato l’appello, diede istruzioni affinché nessun obiettore di coscienza in Francia fosse fucilato per essersi rifiutato di obbedire agli ordini. E questo salvò Bert da un plotone di esecuzione. La pena fu commutata in reclusione e lavori forzati per dieci anni. In realtà, nel 1919 venne rilasciato e fece ritorno a casa.

Dopo la sentenza Philip, era partito per il fronte con “un cuore più leggero” e due mesi più tardi condusse con coraggio i suoi uomini all’attacco, vedendo cadere sotto i suoi occhi il comandante di compagnia, che fu solo uno dei 60.000 soldati britannici uccisi o feriti durante il primo giorno dell’offensiva della Somme.

Philip, nonostante avesse partecipato alla battaglia rischiando la vita e avesse visto due terzi dei suoi compagni morire attorno a lui, non provava rancore per suo fratello pacifista, quando fu di ritorno in patria, sopravvissuto alla guerra, la famiglia era di nuovo unita, e senza recriminazioni.

Bert continuò con le sue aspirazioni e la sua coscienza lo portò in Austria per aiutare le vittime della guerra. In seguito divenne missionario in Africa. Aveva perso l’amore della sua fidanzata Annie, che sposò invece un eroe di guerra, la stessa di cui aveva lasciato un rudimentale ritratto inciso sulle pareti della prigione dove era stato per tanto tempo.

Philip avviò una propria attività e prosperò negli affari, ma per tutta la vita fu turbato dai ricordi degli orrori della guerra che continuarono a dargli incubi e sofferenze . Due scelte diverse che condizionarono per sempre le loro vite.

Guerra modernissima
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Reportage: Martin/St. Maarten, l’isola divisa in due

16 Gennaio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage: Martin/St. Maarten, l’isola divisa in due

Una strana leggenda spiega perché l’isola appartiene alla Francia e all’Olanda.

“L’isola accogliente!" Così viene chiamata questa piccolissima isola divisa in territorio francese e territorio olandese. Ma ciò non è oggetto di battaglie, anzi! I due popoli convivono in amicizia da circa centocinquant’anni in quest’isola, che è la più piccola al mondo suddivisa tra due poteri sovrani. Ovviamente, nel 1493, fu sempre lui, il nostro Colombo a sbarcare per primo sull’isola, popolata da indiani Caribi, ma furono i francesi e gli olandesi a cacciare i legittimi abitanti del luogo, ponendo fine alla civiltà indiana. Gli olandesi, a loro volta, furono “sbattuti” fuori dall’isola dagli spagnoli nel 1640. Ma il Governo olandese decise di non arrendersi e mandò un certo Peter Stuyevsant (sì, proprio quello delle sigarette!) a cercare di riconquistare il forte in cui erano barricati gli spagnoli.
La missione non ebbe alcun esito, se non quello di troncare di netto una gamba al nostro eroe durante un combattimento. Da allora, non passò molto tempo che la Spagna decise di riconsegnare spontaneamente l’isola agli olandesi.
La leggenda che riguarda la divisione del territorio tra francesi e olandesi, invece, è sicuramente molto meno edificante! Pare che un francese ubriaco di vino ed un olandese ubriaco di gin, si misero schiena contro schiena e, al via, cominciarono a camminare in direzione opposta costeggiando il perimetro dell’isola, finché non si ritrovarono sul lato opposto, delimitando il confine tra i due territori.
Tutto questo succedeva nel 1648, data, peraltro, segnata sulla targa che rappresenta l’unico segno di distinzione tra le due zone. La costa dell’isola è estremamente frastagliata – sembra che qualcuno abbia preso a morsi l’intero perimetro) con delle spiagge splendide (nella parte francese ci sono anche per nudisti!) e piena di piccolissime baie che invitano al più assoluto relax.
L’isola è ideale per coloro che amano affittare una macchina e andare alla ricerca di posti particolarmente suggestivi: spiagge completamente “abbaglianti”, altre deserte, abitazioni antiche, vecchi mulini adibiti alla lavorazione dello zucchero che compaiono all’improvviso in suggestive vallate.


La capitale della parte olandese, Philpsburg, dispone di una piazza centrale che, in genere è sempre gremita di gente, di minibus e il traffico fa pensare ad una grande incrocio con il semaforo rotto…
Facendosi largo fra la folla, si passa davanti ad un incredibile numero di negozi, di ristoranti e uffici per arrivare alla “Buncamper House”, puro esempio di architettura tipica delle classi più elevate delle Indie Occidentali.
La capitale della zoan francese, Marigot, è, al contrario, piuttosto tranquilla e sicuramente più facile da visitare. All’estremità meridionale della città, vi è lo sfavillante complesso di “Port La Royale”, pieno di boutique elegantissime, di bistrò e di caffè che, al calar del sole, si riempiono di bella gente e di musica dal vivo.


Assolutamente da non tralasciare è il mercato del mattino, con colori e suoni in tipico stile tropicale e profumato di spezie delle Indie Occidentali. Ci sono, comunque, altri posti che vale la pena di visitare: I pittoreschi villaggi di “Grand Case”, la laguna di “Simpson Bay”, le rovine di “Fort Amsterdam” o il “Grande Lago Salato”.
Trovare l’alloggio è semplice, sia in territorio francese che in quello olandese. Vi sono alberghi, pensioni e mini-appartamenti per tutti i prezzi e per tutti i gusti.

Per quanto riguarda lo sport, St. Martim/St. Marteen, come ogni isola caraibica che si rispetti, ha diversi centri che noleggiano le attrezzature necessarie per le immersioni e le esplorazioni subacquee. Inoltre, vengono praticati: golf, squash, tennis, equitazione, sci nautico e surf.


La vita notturna è fatta di ristoranti e conseguenti discoteche, locali in cui divertirsi con gli spettacoli di cabaret o ascoltare dell’ottima musica dal vivo. Gli amanti del gioco d’azzardo hanno pane per i loro denti. Infatti, e solo in territorio olandese, moltissimi alberghi sono dotati di casinò nei quali tentare la fortuna…che talvolta arriva!

Reportage: Martin/St. Maarten, l’isola divisa in due
Reportage: Martin/St. Maarten, l’isola divisa in due
Reportage: Martin/St. Maarten, l’isola divisa in due
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Reportage: Martin/St. Maarten, l’isola divisa in due
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IERI COME OGGI La ferocia della guerra

15 Gennaio 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi

  IERI COME OGGI  La ferocia della guerra

Nel 415 a. Ch. Euripide, mentre infuriava in Grecia la guerra del Peloponneso, con lo spirito probabilmente turbato per la ferocia mostrata dai contendenti, presentava al pubblico ateniese la tragedia Le Troiane. Si tratta di un’appassionata denuncia degli orrori delle guerre, che sono rovina per i vinti ma anche causa di degradazione morale per i vincitori, facilmente trascinati ad abusare della vittoria. La vecchia regina Ecuba, davanti all’uccisione del piccolo Astianatte, precipitato dalle torri di Troia, dirà rivolta ai vincitori:

…Greci/che siete pieni di orgoglio per le fortunate/vostre imprese guerresche, certamente/ voi non potrete gloriarvi mai/d’essere saggi, se compite tali/inconsueti terribili delitti.

La madre Andromaca effonde dolorosi lamenti:

Andròmaca:
   O carissimo, o tu sopra ogni cosa
   adorato figliuolo, or la tua madre
   misera lascerai, morrai per mano
   dei tuoi nemici; e ucciso la grandezza
   di tuo padre t'avrà: che agli altri suole
   recar salute; e fu quel suo valore
   per te retaggio inopportuno. O letto
   mio sventurato, o nozze, o casa d'Ettore,
   dove un giorno entrai sposa, e non perché
   vittima un figlio procreassi ai Dànai,
   ma un sovrano alla fertile Asia. O figlio,
   tu piangi: intendi la sciagura tua?
   Perchè t'afferri con le mani a me,
   stringi le vesti mie, come uccelletto
   ripari sotto l'ali mie? Dal suolo
   Ettore fuor non balzerà, stringendo
   la sua lancia tremenda, a tua salvezza,
   non del padre i parenti, e non la forza
   dei Frigi: un salto luttuoso, senza
   pietà, col capo in giù, spiccar dovrai,
   spirar l'alito estremo. O dilettissimo
   tenero amplesso per la madre, o dolce
   fragranza delle membra! Invano, dunque,
   te nelle fasce il sen mio nutricò,
   invano mi travagliai, mi macerai
   nelle fatiche! Or, la tua madre abbraccia,
   ché più non lo potrai, sèrrati a me
   che t'ho concetto, al collo mio le braccia
   serra, la bocca alla mia bocca stringi.
   O inventori di pene orride, o Ellèni,
   questo fanciullo, d'ogni colpa scevro,
   perché mai l'uccidete?

La descrizione della crisi dei valori in guerra è così descritta dallo storico Tucidide nella sua opera.(libro III, 82-83)

Le interne scosse segnarono a fondo le città con le infinite tracce del tormento e del sangue, che sono state e saranno sempre la dolente e cupa eredità di quei moti (finché non si converta la natura umana), più o meno temperata o convulsa, svariante da caso a caso, in armonia con il fluire ininterrotto e cangiante delle occasioni particolari. Quando splende la pace e l'economia è florida, le città e i privati godono di più limpidi intelletti, poiché non sono ancora inchiodati a fronteggiare ristrettezze implacabili. La guerra invece, che strappa dalla vita il quotidiano piacere della prosperità, è una maestra brutale e sa porre a modello, per orientare e accendere le passioni della folla, le circostanze del momento. Così non solo s'inaspriva lo strazio delle città sconvolte ma anche quelle in cui, per qualche motivo, esplodeva più tardi il seme della discordia, educate agli esempi del passato, si ingegnavano di spiegare all'eccesso il già sfrenato ventaglio d'originali e fantastici piani, per raffinare l'ingegnosa tecnica degli assalti a tradimento, per scoprire i più perfezionati e strani modelli di rappresaglia. L'ordinario rapporto tra i nomi e gli atti rispettivamente espressi dal loro significato, cioè l'accezione consueta, fu stravolto e interpretato in chiave assolutamente arbitraria. La temerità irriflessiva acquistò valore d'impeto eroico al sacrificio per la propria parte; la cautela accorta di maschera decorosa, per panneggiare uno spirito vile. La prudenza fu ritenuta un ripiego per celare la paura, spregevole in un uomo; l'intelligenza sollecita a scrutare ogni piega di un problema fu spacciata per totale inettitudine all'azione. Si valutò la furia selvaggia e folle qualità veramente degna di un ingegno virile; il ponderare guardinghi gli elementi di un'iniziativa, per dirigerla sicuri, onesto schermo per ripararsi nell'ombra. Il sordo ringhio della critica, del malcontento, ispirava sempre fiducia; ma la voce che si levava a contrastarlo si spegneva ogni volta nel sospetto. Operare un tradimento con mano pronta e felice pareva indizio di svelta mente, e prevenirlo un traguardo di destrezza anche più fine. Sulla meditata rinuncia a uno di questi metodi s'addensava l'accusa d'essere un fattore d'eversione per il proprio partito, e il frutto dello spavento di fronte all'avversario. In una parola, anticipare il collega di parte in una triste impresa era alta lode come eccitarvelo, se non ne aveva ancora concepito il progetto. Perfino al vincolo del sangue si riconosceva minor vigore che a quello di parte, poiché questo concedeva più sconfinato agio ad un ardimento senz'altro sciolto dall'obbligo d'accampar pretesti. Giacché sodalizi di tale carattere non sorgono con filantropici intenti, nel rispetto dell'ordine legale, che anzi calpestano per dissetare l'immorale febbre di potere. E le affermazioni di lealtà scambievole non si radicavano nel benedetto terreno delle leggi rese sacre dalla volontà divina, ma nella complicità cosciente d'innumerevoli soprusi. Le proposte del partito avverso, pur quando apparivano immuni da obliqui scopi, venivano accolte, ma solo per premunirsi su concrete basi nell'eventualità che entrassero in vigore, non in ossequio a un senso di liberale fiducia. Era più gradito merito avere un'ingiuria da vendicare che non averne subita nessuna. Se mai si perveniva a un'intesa, fondata su giuramenti, il loro valore si esauriva in quell'istante, costituendo l'unica soluzione per una parte e l'avversaria, quando lo stato attuale dei loro rapporti era troppo scottante e pareva non consentire sbocchi: ma chi, in questa corsa di sfrontata audacia, sapeva cogliere primo l'attimo propizio, scorgendo l'avversario allo scoperto, con più vivo piacere lo trafiggeva, poiché ingannava la sua fiducia più che assalirlo con leale slancio. Esercizio che si basava su un calcolo di sicurezza, ornato e impreziosito dal decoro del futuro vanto d'ingegno, giacché si avrebbe atterrato il nemico con l'insidia. Infatti i più scelgono d'esser chiamati astute canaglie che valent'uomini scipiti: reputazione questa che induce alla vergogna, quella all'orgoglio. L'avidità di potere era l'origine di tante perversioni: per furore di guadagno o d'onori. Istinti da cui si sprigiona, al primo nascere delle lotte faziose, la vampa ardente della passione politica. Chi, infatti, nelle varie città, emergeva dai conflitti impugnando il potere sulle ali prestigiose di una qualifica politica del pari protetta da una nobile, seducente patina, sia che per interessi di partito, proclamasse la sua fede nella eguaglianza di tutti di fronte alle leggi che reggono la convivenza sociale, o nella necessità di restringere a pochi, i migliori, i più saggi, il governo dello stato, pretendeva sempre, a parole, di aspirare al pubblico bene come a un premio ambito, ma in realtà, senza esclusione di colpi, combatteva una lotta spietata per un personale dominio. Vi impiegavano intrepidi gli strumenti più sanguinosi, e replicavano con rappresaglie anche più orrende senza intravedere nell'ordine legale e nel beneficio dello stato un limite invalicabile. L'orizzonte delle atrocità s'ampliava ad abbracciar via via quanto potesse spegnere per un attimo la brama di ciascuno. Occupavano il posto di comando appoggiandosi a un illegale verdetto di condanna o a un atto violento: nessuna bassezza era loro d'ostacolo a soddisfare l'attacco improvviso e sconvolgente della loro frenesia: il potere! Nessun partito praticava la pietà religiosa.

La più amabile stima circondava colui al quale sorrideva la fortuna in qualche impresa funesta sorretta da una rete abile e splendente d'illusori discorsi. I cittadini che preferivano una posizione d'attesa e d'equilibrio si esponevano come bersagli a entrambe le parti: sia per l'acredine che suscitava il loro sottrarsi all'adesione e all'appoggio, sia per il geloso rancore acceso dalla loro neutralità.

Dunque, al seguito delle sommosse civili, l'immoralità imperava nel mondo greco, rivestendo le forme più disparate. La semplicità limpida della vita che è il terreno più fertile per uno spirito nobile, schernita, s'estinse. Dilagò e s'impose nei personali rapporti, in profondo, un'abitudine circospetta al tradimento. Non valeva il sincero impegno verbale a distendere i cuori, né il terrore di violare un giuramento. Ognuno, quando aveva dalla sua la forza, vagliando volta per volta il proprio stato, certo che nessuna garanzia di sicurezza era degna di fiducia, con fredda meticolosità si disponeva piuttosto a munirsi in tempo d'adeguata difesa che concepire, sereno, d'aprir l'animo suo agli altri. Ed erano gli intelletti più rudi a conquistare di norma, il successo. Attanagliati dalla paura che il loro breve ingegno soccombesse all'acume dei propri antagonisti, alla loro destrezza di parola, nell'ansia d'esser trafitti prima d'avvedersene, dalla loro insidiosa mobilità inventiva, si slanciavano all'azione, con disperato fervore. I loro avversari invece, colmi di sdegnoso sprezzo, certi di prevenire ogni mossa nemica con una percezione istintiva, ritenevano superflua ogni concreta tutela fondata sulla forza fisica, e così scoperti perivano, fitti di numero.

Nel mondo romano la pax era una pace imposta con la forza e volta al dominio e alla sottomissione di un popolo conquistato. I romani giustificano la loro spietatezza definendosi i “migliori” e in quanto tali a loro si devono sottomettere i popoli più deboli.

Tacito (57 d.C.-120 d.C.) fu un grande storico dell’età imperiale di Roma.
Nell’Agricola, opera dedicata, per l’appunto, al generale Giulio Agricola, impegnato sul fronte della Britannia, lo storico parla di Càlgaco, un capo che riuscì a riunire sotto il suo comando tutte le tribù della Caledonia (l’attuale Scozia). Prima di combattere Càlgaco cerca di infondere coraggio ai suoi uomini e pronuncia un discorso in cui propone due alternative: la libertà o la morte. I romani, infatti, sono visti come insaziabili dominatori. Significativa è la frase che Tacito fa pronunciare al capo caledone a proposito della pax romana: “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”, che vuol dire, "là dove fanno il deserto gli danno il nome di p
ace".

Questa frase è stata anche oggi utilizzata per definire la politica imperialista delle grandi potenze.

Già Sallustio (85 a.C. - 35 o 36 a.C.) prima di Tacito aveva scritto nelle Historiae "I romani fanno la guerra a tutti, ma sopratutto a quelli la cui disfatta promette spoglie opime: osando, ingannando, passando da una guerra all'altra si sono ingranditi".

Sono le parole che Sallustio fa pronunciare a Mitridate, re del Ponto, per convincere il re siriano Arsace ad un’alleanza.

Ma, sebbene a pronunciare quelle parole nelle Historiae sia Mitridate, a scriverele è pur sempre Sallustio il quale è cosciente della decadenza dei "boni mores" sostituiti ormai dalla "potentiae cupiditas" dei Romani.

Dunque tanto Sallustio quanto Tacito sembrano schierarsi contro la avida politica imperialistica di Roma. In realtà Tacito non fu un critico dell’Imperialismo romano sic et simpliciter.

Il suo merito principale fu quello di porsi dal punto di vista altrui, ossia dei nemici e degli sconfitti. Seppe cioè dar voce anche alla posizione non ufficiale. Gli storici più "pluralisti", almeno a partire da Sallustio, esplicitavano le denunce contro gli eccessi imperialistici della politica estera romana facendo pronunciare un discorso di accusa ad un nemico di Roma, riprendendo, in tal modo, un modello narrativo che risaliva alla storiografia greca. Lo stesso fa Tacito in più di un caso.

Tuttavia Tacito, pur sembrando condividere il punto di vista del nemico, non intende porre in discussione l'imperialismo romano, in quanto ritiene che l'ordine di Roma (la "pax romana") sia l'unica garanzia di sopravvivenza per tutti. Fa infatti pronunciare al generale Petilio Ceriale un’apologia dell'imperialismo romano. In conclusione, secondo Tacito, non è realistico prescindere dalla "pax romana" nonostante i suoi difetti. Il suo merito è stato comunque quello di metterli in luce dando voce alle vittime della missione universale di Roma.

Discorso di Calgaco

«Quando ripenso alle cause della guerra e alla terribile
situazione in cui versiamo, nutro la grande speranza che questo giorno, che vi
vede concordi, segni per tutta la Britannia l’inizio della libertà. Sì, perché
per voi tutti qui accorsi in massa, che non sapete cosa significhi servitù, non
c’è altra terra oltre questa e neanche il mare è sicuro, da quando su di noi
incombe la flotta romana. Perciò combattere con le armi in pugno, scelta
gloriosa dei forti, è sicura difesa anche per i meno coraggiosi. I nostri
compagni che si sono battuti prima d’ora con varia fortuna contro i Romani
avevano nelle nostre braccia una speranza e un aiuto, perché noi, i più nobili
di tutta la Britannia - perciò vi abitiamo proprio nel cuore, senza neanche
vedere le coste dove risiede chi ha accettato la servitù - avevamo perfino gli
occhi non contaminati dalla dominazione romana. Noi, al limite estremo del mondo
e della libertà, siamo stati fino a oggi protetti dall’isolamento e
dall’oscurità del nome. Ora si aprono i confini ultimi della Britannia e
l’ignoto è un fascino: ma dopo di noi non ci sono più popoli, bensì solo scogli
e onde e il flagello peggiore, i Romani, alla cui prepotenza non fanno difesa la
sottomissione e l’umiltà. Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre
alla loro sete di totale devastazione, vanno a frugare anche il mare: avidi se
il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l’oriente né l’occidente
possono saziare; loro soli bramano possedere con pari smania ricchezze e
miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero;
infine, dove hanno fatto il deserto, quello chiamano pace.»

Effetti della guerra e della pace in Tibullo, un poeta romano del I secolo a.C

Liber I,10

Guerra e pace

Chi fu il primo ad inventare le terribili spade? quanto davvero ferino e ferreo egli fu! Da allora sono nate le stragi per il genere umano, da allora i combattimenti, ed è stata aperta una via più breve alla morte terribile. O forse quel miserevole non ebbe nessuna colpa: noi abbiamo volto a nostro male ciò che egli inventò contro le terribili bestie? Questo è colpa dell'oro che arricchisce, e non c'erano guerre quando una coppa di faggio stava davanti alla mensa, non c'erano rocche, né trincee, ed il pastore faceva sogni sicuro fra le pecore dai vari colori. allora sarei vissuto felicemente, non avrei conosciuto le tristi armi e non avrei udito il suono di tuba con il cuore in tumulto. ora sono spinto di forza alle guerre, e già forse un nemico porta le frecce destinate a piantarsi nel mio fianco. Lari patrii, salvatemi: voi stessi mi avete anche allevato, quando bambinello sgambettavo davanti ai vostri piedi. Non vergognatevi di essere fatti di legno antico: così abitaste la dimora del mio antico avo.

Allora tennero meglio fede, quando un dio di legno era in una piccola nicchia con modesto culto; quest'ultimo era pago sia che qualcuno gli avesse fatto offerte d'uva, sia che gli avesse posto sulla sacra chioma coroncine di spighe; e qualcuno di persona gli portava - esaudito nel voto - focacce: e dopo di lui veniva la piccola figlia portando come compagna un favo puro. E da me scacciate i dardi di bronzo. (per voi) ci sarà un maiale (tolto) dal ricolmo porcile come offerta rustica; io la seguirò con una veste pura, porterò un canestro cinto di mirto, anch'io col capo circondato di mirto. Così io possa piacervi, qualcun altro sia forte nelle armi ed abbatta i comandanti avversari con il favore di Marte, perché possa raccontarmi mentre bevo le sue imprese di soldato e dipingere con il vino l'accampamento sul tavolo. Quale pazzia è affrettare con le guerre la morte terribile? Incombe già e viene con piede silenzioso di nascosto. Laggiù non ci sono campi seminati e coltivazioni di vigne, ma Cerbero feroce e lo squallido nocchiero della palude Stigia; lì erra per le acque oscure una folla spettrale con le gote lacerate ed i capelli ustionati. Quanto piuttosto si deve lodare chi, dopo essersi procurata una prole, la lenta vecchiaia raggiunge nella propria casa! Egli stesso accompagna le sue pecore, ed il figlio gli agnelli, e la moglie prepara l'acqua calda per lui stanco. Così possa essere io! e mi sia concesso incanutire nel capo con i capelli bianchi, e da vecchio raccontare fatti del tempo antico. Nel frattempo la Pace renda fecondi i campi; la candida Pace per la prima volta condusse ad arare i buoi sotto i gioghi ricurvi; la Pace fece crescere le viti e ripose i succhi d'uva, affinché l'anfora del padre possa versare vino per il figlio; quando c'è pace la marra ed il bidente splendono, mentre la ruggine si impadronisce delle tristi armi del duro soldato nelle tenebre.

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