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Racconto di Natale: parte prima

17 Dicembre 2017 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

 

Il capitano d'industria Del Grosso P. versava in grosse difficoltà e, combinazione voleva, proprio a ridosso delle più liete feste che la Cristianità avesse saputo concepire in un paio di millenni di storia.

In azienda si era ormai in odore di chiusura annuale, tempo di consuntivi, di partite doppie, di dichiarazioni dei redditi e degli inevitabili esami di coscienza che le fredde comunicazioni di bilancio paradossalmente comportano.

Del Grosso guardava attorno a sé con aria desolata, con sguardo volto a un accigliamento che presagisce il pianto. Altro non vedeva che lande desertiche: la terra bruciata che s'era fatto dattorno. Com'era successo? Venire a patti con le manchevolezze e i mea culpa di tutta una vita pareva esercizio troppo gravoso per le poche forze che ancora assistevano il suo animo, che era stato sino a poc'anzi animo battagliero di leone, come tutti quanti, fans e detrattori, non avevano mai fatto a meno di riconoscergli unanimemente, ma che ora – provato ed eroso dalle avverse fortune - si riduceva ormai allo spirito vitale d'una mammoletta.

Si abbandonò prostrato alla poltrona ergonomica in pelle di alligatore che troneggiava nel suo ufficio ormai semi-vuoto. Fissò per qualche tempo l'acquario davanti a lui, dentro il quale pinneggiava placidamente uno splendido esemplare di Chiloscyllium Plagiosum. Del Grosso fissava il pesce nell'acqua e sospirava. Il pesce, di rimando, lanciava qualche occhiatina di sfuggita su Del Grosso e boccheggiava, senza però voler conferire a quell'azione alcun tipo di valenza psichica.

Si trattava di uno squaletto di piccola taglia, anche detto squalo bambù maculato. Gli era stato regalato natali prima dalla commissione per ricordargli il soprannome con cui Del Grosso era da tutti conosciuto nel settore, che era appunto “Squalo” (anche se il suo nome completo all'anagrafe era Pasqualo).

Inutile starci a girare tanto attorno: i conglomerati bituminosi non tiravano più come un tempo. Poco da farci.

L'impero che il padre di Del Grosso Pasqualo, e ancor prima il padre di suo padre, e prima ancora il padre del padre del padre, e più in generale tutta l'infilata filogenetica delgrossiana che aveva esordito a far su ghiaia a secchiate dal greto dei fiumi e si era poi impratichita nei tratturi in terra battuta e giù giù, attraverso i selciati, i basolati, i lastrici, i macadam, era poi approdata alla pavimentazione delle superstrade e delle arterie viarie a percorrenza veloce, beh, insomma, tutta quella elefantiaca intrapresa si andava inesorabilmente sgretolando, sotto gli occhi torpidi e inattivi dell'ultimo rampollo, con una rapidità solo comparabile a quella con cui si liquefacevano, si spaccavano, si sfarinavano già al primissimo e pur timido contatto con gli elementi naturali gli asfalti e i cementi della Del Grosso Snc.

Pasqualo era interdetto, ma al contempo paralizzato dal corso degli eventi. «Qua ci vuole un sano rinnovamento! Ripensare la Del Grosso Bitumini & Similia di sana pianta!» aveva più volte tentato di scrollarlo il direttore unico preposto all'ufficio-gare. Ma non c'era stato verso. Quegli sproni risuonavano alle orecchie ormai brucianti di Del Grosso Pasqualo quale indicazione d'un cimento senza meno irraggiungibile. Rinnovare? Non capiva nemmeno bene che si intendesse con un tale infinito verbale. Macchinari nuovi? Mezzi nuovi? Prodotti nuovi? Impasti nuovi per impiantiti stradali? E con quali investimenti? Con quali ingegni? Con quale coraggio?

Pasqualo, poveretto, aveva sempre trovato la pappa pronta. Mica l'aveva inventata lui la ditta, mica se l'era mai studiato a fondo il mestiere, mica ci capiva più di tanto. Lui s'era limitato a sperperare le risorse che generazioni precedenti avevano accumulato e risposto in sicuri caveau. Aveva fatto un punto d'onore personale nello scialare il patrimonio ereditato in tutte le sfaccettature immaginabili di quella che viene correntemente chiamata “bella vita”, ritenuta nel suo significato più dozzinale e divulgato.

Quanto al lavoro, il suo titolo padronale gli tornava utile giusto giusto per darsi un tono in società. Per il resto, s'era barcamenato sino ad allora alla bell'e meglio, vivendo di rendita e “asfaltando” – mai gerundio sarebbe più azzeccato che in un caso del genere - l'intera concorrenza, che aveva praticamente annichilito grazie a amicizie ed entrature ancora risalenti all'epoca del babbo. Poi le amministrazioni erano cambiate, le richieste di mazzette s'erano fatte via via più esose, nuove ditte più competitive erano apparse all'orizzonte e tutto era repentinamente precipitato, con la stessa brusca verticalità che assumeva la caduta di quei suoi operai che talora scivolavano inavvertitamente giù dai carrelli delle gru, dalle torrette o da certe impalcature un po' volanti, come a voler simpaticamente interpretare di persona gli esperimenti galileani circa i gravi e le loro accelerazioni.

Del Grosso stava là, nell'ufficio semibuio, a sospirare dai polmoni costipati e a poppare penosamente dal lungo sigaro a siluro, faccia a faccia con lo squaletto bambù maculato, che di nome faceva Xanax, per via del carattere piuttosto docile.

Del Grosso il corruttore, Del Grosso l'insolvente, Del Grosso il noto puttaniere, Del Grosso il frodatore del fisco, Del Grosso l'amante del bondage estremo ora avevano lasciato tutti il posto a Del Grosso il disperato.

In quelle poche ore Del Grosso Pasqualo era stato visitato dai tre fantasmi di Natale. Nell'ordine: la guardia di finanza, i creditori, i pignoratori. Quando sentì rintoccare nuovamente il cicalino del citofono contro quegli spazi vuoti e, approssimandosi titubante alla cornetta per accertarsi dell'identità dei due signori nei loro completi blu da saldi di discount che comparivano nell'immagine tremolante del monitorino a bassa risoluzione, allorché si sentì nasalizzare da uno dei due, via microfono: «Equitalia!» capì ch'era giunta l'ora di portar via i coglioni.

Impossibilitato a infilare l'uscita principale, uscì sul cornicione, nel rigore frizzantino di quel tardo pomeriggio che sembrava annunciare una nevicata incantevole di lì a non molto. Messo al ripiede, in una vertiginosa periclitazione sopra quella risicata porzione di centimetri sospesi sopra il baratro del sesto piano, alla fine di una lunga oscillazione riuscì ad aggrapparsi alla grondaia cigolante poco sopra la sua testa, da cui penzolò per cinque minuti buoni come un caciocavallo fresco dalla trave del solaio ammuffito nelle case dei bifolchi. Avvertiva gli avambracci dolergli prima, indolenzirsi poi, infine non assisterlo più. Mentre cascava giù per quella ventina di metri, con una velocità tale che se ne udiva il fischio fendere la santa notte silente, fu allora che fece appena in tempo a capire tutta l'inutilità di pagarsi la tessera Platino presso la palestra meglio attrezzata della città, se poi, al posto di pensare a rafforzare bicipiti e deltoidi, trascorreva tutto il tempo al bar interno, a sgargarozzarsi Negroni doppi e a tampinare le camerierine bielorusse, seppur abbigliato in tuta in poliestere e sneakers.

L'operaio specializzato Natale De Dominiccis stava facendo mesto ritorno alla propria Ford Ka di quarta mano, usato sicuro, color verde bile, confidando che almeno stavolta si accendesse senza dover scongiurare qualche passante non troppo malmesso di dargli una spintarella.

Natale De Dominiccis aveva una piva che gli toccava terra. Era abbattuto e triste, quattro rompipalle di figliuoli a carico, una moglie bisbetica, debiti dal pizzicagnolo, debiti dal gommista, debiti dalla parrucchiera della consorte: “Madame Pinuccia Butìch”. Un conto corrente talmente in rosso e da talmente tanto tempo che tendeva ormai all'ultravioletto.

Un'altra festività da vivere senza mezzi, masticava amaro il De Dominiccis, raggiungendo passo passo l'utilitaria parcheggiata chissà dove. Era cinque mesi tutti che non vedeva stipendio, e quella volta lì gli saltava pure la tredicesima, mannaggia a chi t'è muort'. Stava giusto uscendo dalla vertenza sindacale indetta da dipendenti e quadro congiunti della Del Grosso Bitumini & Similia, anche se manco a quell'incontro si era addivenuti a un granché. Non si era neppure riusciti a decidere se, come contromosse alla latitanza dirigenziale, fosse meglio bucare le ruote della Bentley del principale oppure rigargli le portiere nottetempo con un chiodo.

Ma quando finalmente rintracciò il proprio macinino... meraviglia delle meraviglie! Lo riconobbe subito. Infatti, chi era andato ad atterrare precipitosamente, alla conclusione di un volo di sei piani più relativi mezzanini, sopra il tettuccio della Ka? O, per meglio dire, sopra il materasso semi-sfondato a una piazza che Natale ci aveva caricato su il mattino, legato a fil di spago, regalo di zia Cettina, che se n'era appena disfatta per quello nuovo in lattice? Proprio lui!

Quello che tra la colleganza, durante gli scioperi a oltranza, negli incontri carbonari per decidere come rivalersi contro il padronato boia e affamatore, tuttora appellavano “lo Squalo” (più come onore delle armi che per effettiva tenuta del nome di battaglia all'attuale stato dei fatti).

Non poteva credere ai suoi occhi blefaritici: lo Squalo stava là, atterrato sul morbido, la capotte della Ford Ka ripiegata sotto quella notevole aggiunta ponderale, un lieve soffocato lamento che sembrava uscire da qualche parte di quel corpo mal rischiarato e goffamente accartocciato su se stesso.

«Marònn' ro Carm'n'!» esclamò per prima cosa Natale, constatando lo stato del materasso dopo l'impatto: «Povero Giggetto: tengo paura c'addà durmì 'ncopp'ò pavimento ancora assai...»

Anche Del Grosso Pasqualo riconobbe il dipendente al primo colpo. Non che fosse tipo da conoscere la propria manovalanza parcellizzandola in singoli individui. Ma, per ironia della sorte, proprio un paio di giorni prima l'ufficio-personale gli aveva sottoposto la lista completa dei lavoratori da sfrondare quanto più recisamente, in vista dell'anno entrante. Pasqualo aveva aperto il faldone con riluttanza, non per ritrosia ai licenziamenti, ma piuttosto perché refrattario a occuparsi delle vite tristanzuole di quella massa di perdigiorno. Aveva girato i curricula con schifiltà, trattenendone gli angoli con la punta dei polpastrelli di indice e pollice. Al quarto o quinto foglio s'era soffermato e, puntando il dito sulla brutta faccia sei per sei che si ritrovava sotto il naso, aveva quasi urlato: «Questo è il primo ad andarsene, con 'sta cartola da portasfiga che c'ha, con 'sto nome da scemo che c'ha! Cacciatelo via a pedate!» È forse superfluo aggiungere che il nome del futuro cassintegrato risultava essere Natale De Dominiccis. Nome che riecheggiò anche quella sera, quando Pasqualo, alzando appena appena il capo dal sofferente giaciglio, riconobbe a colpo d'occhio quel viso storto, colpito dalla luce zenitale del lampione.

Natale si era ripromesso che, se avesse mai incontrato il padrone uòcchie rinte l'uòcchie, ci avesse sfrantato à uàllara a pugni e calci, calci e pugni, eppoi sputazze ognidove, insulti, pèrete sott'o naso. E invece... a vederselo lì davanti, dolorante, ciancicato, supplichevole, tutta la rabbia che aveva immagazzinata nei mesi e negli anni svaporò all'istante, come per incanto.

Sarà stata pietà cristiana, sarà stata commiserazione, sarà stato il dolce suono che facevano le sue generalità pronunciate da chi aveva sempre immaginato neanche fosse a conoscenza del suo esistere, sarà quel che sarà - cinguettava la brunetta dei Ricchi & Poveri - ma comunque non ce la fece ad ingiuriare e accanirsi ancor più su un uomo già tanto mal piazzato.

«Natale De Dominiccis, caro! Vie' qua! Soccòrime!»

E lo sventurato rispose…

 

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Cena di Natale

16 Dicembre 2017 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

 

Dalla raccolta "I luoghi della memoria e altri racconti". Il Foglio 2016

 

Il camino ardeva in cucina scoppiettando. I bambini correvano e giocavano a nascondino nelle fredde stanze dell’ampia casa per tenere a freno i gorgoglii dello stomaco, a mala pena riscaldato al mattino con pizzette con le alici e frittelle di cavolfiore. Il digiuno doveva essere rispettato anche dai più piccoli, in compenso la cena di Natale sarebbe stata più gradita e più apprezzata. Cena di magro, anche quella. Baccalà in bianco, condito con olive, pezzetti di peperoni sottaceto, prezzemolo, aglio e abbondante olio. Una vera e propria prelibatezza il baccalà fritto in abbondante olio bollente, croccante fuori e morbidissimo e gustosissimo dentro. Ancora peperoni imbottiti di mollica di pane, prezzemolo, alici o in alternativa con mollica di pane imbevuta di mosto per chi non adorava le alici. Gli spaghetti col sugo di vongole, pezzi di anguilla al forno o arrostita chiudevano la prima parte della cena. Le seconde mense era tutto un brulicare sulla tavola di castagne secche e morbide, noci, mandorle, confettini colorati, torroni e torroncini morbidi, duri fino a spaccare i denti, croccante e mandorle pralinate: una vera cuccagna per i piccoli, anche per riempire lo stomaco spesso riluttante verso le pietanze dei grandi.

Stranamente il cielo era di un intenso azzurro che si confondeva col biancore dei monti lontani. Nei prati qualche rada macchia bianca di neve recente. Faceva freddo, ma il sole pungeva gli occhi, insolito segno di primavera.

I piccoli decisero di andare alla chiesa, la piccola chiesa del paese. In fondo il gran presepe.  Poggiati alla balaustra due freddolosi pastori nelle ampie giacche di bianchi velli, ansimanti alle cornamuse. Suono dolce che tenne estasiati i bambini per qualche minuto. Poi via a sistemare i pastorelli in bilico su monti di sughero e muschio. Alla luce rossastra delle candeline, nella capanna di cartone sorrideva il biondo Bambino e all’entrata gli zampognari con le labbra attaccate alle cornamuse mute. Nel cielo blu di carta velina il tremolare delle stelline di latta d’argento.

L’ora cominciò a farsi tarda. Una nebbia sottile incominciò ad avvolgere la massa nera degli alberi accanto alla sagoma grigia della chiesa senza lume. Tenebre sempre più nere coprivano le case del paesello e dalle finestre lontane vibravano lumicini come stelle in una notte cupa. Si intuivano voci dolci, tenui, accorate, di uomini e donne protesi nel mistero.

Toni non arrivava. Nessuno sapeva il motivo di tanto ritardo. Aveva fatto sapere tramite cartolina postale dagli Abruzzi che sarebbe arrivato, neve permettendo, nel primo pomeriggio della vigilia di Natale.

Con la voce tremante di pianto represso la nonna radunò i piccoli intorno a sé e avvio la recitazione di antiche giaculatorie per propiziare l’arrivo del caro figlio. Il più piccolo dei nipotini, come un convolvolo su vecchio muro coperto di muschio oscuro, affondò il minuscolo viso tra le pieghe disfatte sul grembo della vecchia come a cercare il molle tepore di un seno. Col viso quasi esangue, i capelli bianchi fuori dal fazzolettone che le copriva il capo, la donna si chinò a pronunciare nel soffio lievissimo d’un bacio la parola più dolce: figlio mio! Il piccolo subito si aggrappò con la manina sottile al suo dito, la guardò in volto, vide che non era quello della mamma sua e subito ritrasse la manina, mentre già il caldo umidore delle lacrime aveva bagnato il ricamo di venuzze azzurre sul piccolo pugno. Gli occhi del piccolo divennero allora per il pianto come lembi di cielo gonfi di pioggia scrosciante e come un fiordaliso sferzato dal vento si dilegua lieve nell’azzurro del cielo, così il bimbo riparò di corsa dalla mamma.

Sospiri frammezzati a singhiozzi, tristezza sui volti, parole accorate era tutto quello che preludiava a una serata tristissima. Il capo ricciuto dei bimbi più piccoli già ciondolava dal sonno, inutilmente le mamme tentavano di tenerli desti con il gioco della tombola o con la promessa dell’arrivo a notte fonda del buon vecchietto che in cambio di castagne e fichi secchi avrebbe lasciato qualche dono.

Con quanta ansia tutti a casa avevano atteso la sera e quanto a lungo lo sguardo di Toni aveva errato in cielo per la lunga distanza.

Solo il fremito delle stelle gli aveva tenuto compagnia e il desiderio rimasto nel cuore, dischiusosi ormai alla speranza, di giungere in tempo per celebrare il Natale. Mancavano solo pochi chilometri e si sarebbe tuffato tra i suoi con la passione di un amante troppo a lungo tenuto lontano dalla donna amata. Tutto quello che la vita gli aveva dato sotto forma di dolore l’avrebbe tuffato nella nebbia opaca della malinconia e del ricordo. Ormai dal suo cuore zampillava gioia pura come una vena limpida dalla nascosta roccia. E nella sua voce rotta tra i sassi e affogata tra l’erba, vi era il riso della gioia anche se nel fondo muto dell’animo i lineamenti scomposti del volto dei compagni caduti grondavano il pianto di un sogno ormai morto.

L’ombra cupa del fogliame sembrava tremolare di voci conosciute. Il silenzio pauroso ed infinito del lungo viaggio era diventato dolce poesia, ora che la sua casa appariva piccina in lontananza, nel cielo ovattato di nebbia, al tremulo canto di rari uccelli notturni. Man mano, passo dopo passo, sempre più grande la casa allo sguardo e sempre più gonfio il cuore di gioia. Non gli mancò la voglia di scherzare. Girava carponi intorno alla casa, lo seguiva pian piano stupito, da un salto all’altro, dalla finestra il viso di un bimbetto il quale corse ad avvisare che era arrivato il vecchietto dei doni. Tutti accorsero al portone: urla, grida di gioia, lacrime, abbracci. Toni era finalmente arrivato. Il vecchietto sarebbe arrivato più tardi con i doni. Intanto ebbe inizio la cena.

 

 

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Malinconia di Natale e dies natalis

16 Dicembre 2017 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #unasettimanamagica

 

 

 

 

 

Malinconia di Natale

 

Un alito di speranza

Una lingua di fumo del focolare

una spina di malinconia

un sussulto nel cuore

le mamme sole

tra i pianti di non graditi balocchi

ché in quelli non avuti

vive il desiderio

e il pungente profumo di  visi

sbarbati e gelidi al calore

di tenera pudica carezza

in attesa di puntuali mense da re.

A sera un filo di strada alla grotta

e lacrime ghiacce di solitudine

deposte sul giaciglio a ghirlanda

del capo del divino bambino

incoronato di spine in un futuro

nemmeno troppo lontano.

 

 

 

 

Dies natalis

 

Quando nasce la Vita come a Betlemme

palpita d’immenso il cuore

 stupefatto di nuvole rosa

e di germogli di pesco

di luci di stelle e mormorio di vento.

Cadono d’un tratto le paure

e le angosce del limite estremo

e come pane di lievito il cuore si slarga

l’animo empie le gote di spirito sacro

e profumo di viole conduce alla stalla

a rimirare il miracolo antico che nuove

sparge speranze e virtù e ogni volta

il male purifica in bene a chi

a guisa di umile servo accoglie

del regale Bambino il segno del Tempo

nei fuggevoli tempi dell’uomo

nei giorni precari di vite consunte

in animi sordi alla buona novella.

L’Infinito è in un attimo

al santo vagìto ci guida

la stella cometa

da lontano nell’aria

suoni di ciaramelle.

 

 

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AA.VV, "L'amore non crolla: storie di Natale"

15 Dicembre 2017 , Scritto da Nadia Banaudi Con tag #nadia banaudi, #recensioni, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Leggere racconti è una mia vecchia abitudine legata all'infanzia che soprattutto a Natale mi piace rispolverare. Così ho scelto di parlarvi oggi di questa antologia di racconti che si rivolge a un pubblico ampio, dai più giovani ai meno, in cui emergono diversi elementi e dal sapore davvero speziato.

Primo tra tutti la speranza. Questa bella aspirazione viene sviscerata non solo legandola al Natale ma agli affetti e alle cose importanti della vita come i sogni, i ricordi, la famiglia e la grande forza che riesce a tramettere se usata come motrice energetica.

Secondo l'emozione. L'intero libro è permeato di uno stato affettivo puro, intenso e autentico quasi da esondare dalle pagine e attaccarsi al lettore (a me per lo meno è accaduto con il fazzoletto alla mano, le mie emozioni hanno preso il sopravvento sulla lucidità risvegliando empatia per le storie narrate).

L'ultimo a chiudere il trio vincente: l'amore. Amore inteso nel suo senso più lato, come forza motrice capace di mitigare il dolore, avvicinare le persone, abbattere le frontiere. Lo dice in effetti già il titolo: L'amore non crolla. Al giorno d'oggi almeno questa è una piccola certezza, dove c'è amore c'è sempre quel barlume di speranza che aiuta a sopravvivere. Perché qui entra in gioco il quarto elemento: la beneficenza.

L'intero ricavato del libro, in entrambi i formati cartaceo e digitale, viene devoluto alla Croce Rossa del Centro Italia per sostenere i fabbisogni dei terremotati.

Insomma una raccolta con 21 racconti diversi tra loro per genere, tipologia di narrazione, per il messaggio che veicolano, che percorrono dentro le strade del cuore e si propongono di trasformare le parole in benzina per i buoni sentimenti, proprio in tema con il Natale. Un libro capace di fare scivolare qualche lacrima e di muovere riflessioni sulla fugacità delle cose, che non fa mai male tenere a mente, tutto l'anno.

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Stefano Valente, "Il barone dell'alba"

13 Dicembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Il barone dell’alba

Stefano Valente

Graphopheel, 2016

 

Una scrittura straordinaria, non ci sono altri termini per definire lo stile di Stefano Valente ne Il barone dell’alba. Non è il contenuto a colpire e affascinare, non è la trama di questo romanzo picaresco ed erudito, ma l’espressione colta, raffinata eppure scorrevole, visiva, narrativa. Ci sono pezzi meravigliosi, come la descrizione raccapricciante dell’autodafè, il rogo dei presunti eretici. Non saprei immaginare un modo migliore per mostrare la scena, per farla vedere, toccare, annusare e, allo stesso tempo, renderla letteraria, dotta, elegante.

Meno attraenti i linguaggi inventati - siciliano, ispanico-partenopeo, tedesco - che di sicuro intrigano il glottologo Valente ma appesantiscono il lettore comune.

Andiamo per ordine: abbiamo l’espediente narrativo del manoscritto ritrovato, con tanto di postille erudite, abbiamo un romanzo d’avventure rocambolesche e frenetiche che a me ricorda il Simplicissimus del Grimmelshausen, Il cimitero di Praga di Eco e anche Memorie d’un bugiardo di Marco Saverio Loperfido. Abbiamo una città immaginaria, Dorantia, che ci riporta alla Venezia del settecento, abbiamo la cerca di un oggetto, il quadro d’una fanciulla vagheggiata dal protagonista, una fanciulla con occhi di aurora, con occhi d’alba, di quel momento inconfondibile fra luce e buio, fra sole e oscurità, fra bene e male. Abbiamo come protagonista il rampollo di una famiglia nobiliare borbonica, il barone Francesco di Santamaria di Caloria, inviato dal padre a fare il gran tour, e un attraente e inquietante coprotagonista, lo sbirro Velasco. Abbiamo una serie di simboli, come ad esempio  la freccia, inizio e fine, uroboro - serpente o coccodrillo! - che ci riporta al punto di partenza, abbiamo visioni e suggestioni oniriche. Intorno, luoghi meravigliosi e tenebrosi, deserti e segrete, prigioni e sotterranei, dalla Sicilia a Malta all’Egitto, e un caravanserraglio di personaggi sorprendenti: banditi, cardinali, nani, streghe, inquisitori, monache e pirati, fra culti esoterici e rimandi dotti a non finire.

Nonostante il ricco apparato culturale sotteso al romanzo, la storia riesce ad essere avvincente e lo stile, oltremodo letterario, non difetta di quelle tecniche che rendono appassionante la narrazione. Un romanziere, Stefano Valente, che ha molto da spartire coi grandi classici ed è, a tutti gli effetti, un autentico signore della scrittura.

 

Qui puoi ascoltare l'intervista a Stefano Valente per la nostra rubrica Radioblog.

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Riccardo Moncada, "Eleanor's smile"

12 Dicembre 2017 , Scritto da Nadia Banaudi Con tag #nadia banaudi, #recensioni

 

 

 

 

 

Ho letto da poco un romanzo diverso dal solito, Eleanor's smile.

Un romanzo innovativo che racchiude amore e azione nel giusto mix, che mi ha conquistato, da qui l'idea di condividere con voi il turbine di pensieri nato. Non ho potuto fare a meno di emozionarmi leggendolo, e, quando parlo di emozioni, non intendo solo ridere o piangere, ma anche arrossire, sorprendermi, temere... 211 pagine che scorrono veloci e scivolano come un rinfrescante bicchiere d'acqua, riequilibrando, che raccontano una storia d'amore molto distante dai cliché. Perché in Eleanor's smile non abbiamo la solita lei che rincorre un lui, una donna che si strugge per amore o  ne subisce umiliazioni e torti, ma una donna indipendente, forte e decisa che sceglie l'uomo con cui dividere la vita e al primo posto metta lei.

Come anticipavo, si tratta di una lettura originale, intrisa di sentimenti elevati all'ennesima potenza. Un amore romantico di quelli che fanno battere il cuore e volare in alto, per poi tornare a terra e fare i conti con la realtà. Una sorte di ode all'amore, in chiave moderna.

Partiamo dai protagonisti:

Lui è Liuc, scrittore squattrinato e sognatore. Lei è Eleanor, agente segreto perennemente impegnata in missioni pericolose. Sono sposati da 9 anni e hanno due figli, Guglielmo e Beatrice. Liuc è un padre moderno, un cosiddetto mammo. Si occupa dei bambini, della casa e del suo romanzo mai completo. Eleanor, stanca e piena di sensi di colpa, rientra ogni sera alle 22:00, in tempo per cena. Lei non può rivelare nulla del suo lavoro: cosa ha fatto, quali missioni ha svolto, se ha messo a repentaglio la sua vita. Liuc vive con disagio questa condizione. È insoddisfatto per quella vita segreta che lo esclude. È geloso dei colleghi di lei, chi sono, cosa fanno? Ma soprattutto sa che un giorno qualcuno potrebbe bussare alla porta di casa per dirgli che sua moglie non farà più ritorno.”

Una storia che non manca di spunti di riflessione, passione e sentimenti, in cui l'avventura condisce ogni pagina avvincendo. Potete ben immaginare quando non sia mai simile un giorno all'altro per un agente segreto e nemmeno per uno scrittore dalla fervida immaginazione alle prese con la crescita di due figli! Lo ammetto ho riso, ho pianto, ho sussultato, sono arrossita... trascinata dal ritmo e dalle parole dei protagonisti. Mi sono rivista in riflessioni comuni a tutti, in considerazioni che prima o poi ogni essere umano si trova a fare.

Già dal titolo mi aveva incuriosito e fatto ragionare: ELEANOR’S SMILE – Mia moglie è un’agente segreto, ma rientra in tempo per cena. Ma solo leggendolo ho appreso quanto un uomo riesca a vivere appieno un sentimento così totalizzante come l'amore.

Ecco dove sta la bravura dell'autore, oltre alla creazione di un libro dalla trama originale e ben architettata, oltre al ribaltamento dei soliti ruoli famigliari, alle dinamiche amorose lui-lei, anche una rivalutazione dell'uomo in quanto essere maschile e del suo vero apporto alle relazioni interpersonali. Per coloro che se lo chiedono ecco cosa cercano molte donne, un uomo del genere.

 

 

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Radioblog: "Calcio e acciaio" di Gordiano Lupi

11 Dicembre 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #audioletture, #gordiano lupi, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

Le bocche di leone farcite di burro, panna e alchermes, il pane cotto a legna, i semi di zucca del cinema Sempione e un bambino ormai cresciuto immerso tra i ricordi della sua infanzia che oggi non hanno più lo stesso sapore. Lo scenario è Piombino che, a dispetto del titolo, non si può dimenticare.

Iniziate anche voi con questo piccolo estratto ad assaggiare la storia di Calcio e acciaio. Dimenticare Piombino di Gordiano Lupi - ACAR edizioni.

 

Per contattarci : radioblog2017@gmail.com - www.geographicnovel.com

Musica: www.bensound.com

 

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Agota Kristov, "Ieri"

10 Dicembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

Ieri

Agota Kristov

Einaudi, 2016

 

"Perché è diventando assolutamente niente che si può diventare uno scrittore".

Questo dice Thomas ad un certo punto della storia a Line, la sua donna-ossessione. Ed è questo che in parte accadde alla Kristof stessa, ridotta a niente dagli anni in fabbrica da profuga con marito e figli, orfana della sua lingua madre, per anni parlò francese senza saperlo né scrivere né tanto meno leggere, privandosi dei suoi amati libri per un lustro. La non-vita di Thomas ricalca il dato autobiografico della scrittrice già riportato nel suo precedente racconto lungo "l'analfabeta": autobus per 5 fermate, catena di montaggio in fabbrica ma ognuno con un compito specifico per cui "nessuno di noi potrebbe assemblare un orologio completo", ogni tanto una cena e un po' di sesso senza amore con Yolande, ragazza brutta al risveglio ma passabile dopo trucco e parrucco, nessun amico, nessun parente. Racconti onirici, surreali, che scrive la sera in quella lingua che non gli appartiene e che celano in parte il suo disagio per l'inutilità del vivere, in parte la sua infanzia che non ha mai raccontato a nessuno, un tempo crudele e meschino che lo ha costretto alla fuga appena dodicenne. E Line, bella, bionda, onnipresente anche se solo nella sua fantasia, suo destino, suo amore, suo fine ultimo finché non l'avrà trovata. La vita riacquista senso solo nei momenti di pausa in cui la sua immaginazione rotola sfrenata lungo i ripidi sentieri dell'inconscio, o forse della pia illusione, e il senso di disperazione per questa esistenza triste e afinalistica si smorza. Finché il suo sogno non si materializza. La donna eterea e inarrivabile giunge nella mensa della sua fabbrica a consumare il pasto quotidiano e lui, come chiunque di noi farebbe, ha due possibilità: ignorarla, per timidezza o timore di rompere la meravigliosa bolla di protezione da quel mondo grigio e alienante, oppure andarle incontro, e scoprire finalmente se il suo sogno può diventare realtà. È una storia scritta con lo stile tipico della Kristof, essenziale, scarno, limpido. È un racconto sulla vita, le sue aspettative e i suoi inganni, sul ruolo dell'immaginazione e della scrittura, sulle aspirazioni e i fallimenti, l'accettazione verniciata di brillantini di serenità o l'emarginazione volontaria. Non ci sono mezze misure nella storia, le strade ai bivi sono tutte dissestate e difficili da percorrere, la meta da raggiungere sempre insoddisfacente. Ma questa è la Kristof: prendere o lasciare.

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Radioblog: "Fuori dalle piste battute dal Tibet al Sahara" di Gianfranco Bracci

9 Dicembre 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #audioletture, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

 

Chi sono gli uomini ombra? Esseri umani o soprannaturali? E come si fa ad incontrarli? Questa è solo una delle tante storie che ci racconta Gianfranco Bracci nel suo ultimo libro “Fuori dalle piste battute dal Tibet al Sahara” - Fusta Edizioni.

Radioblog vi regala la lettura di questa emozionante avventura in Madagascar!

 

Per contattarci : radioblog2017@gmail.com - www.geographicnovel.com

Musica: www.bensound.com

 

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L’anno della vittoria di Mario Rigoni Stern

8 Dicembre 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

 

L’anno della vittoria è un breve romanzo di Mario Rigoni Stern pubblicato da Einaudi nel 1985 e ambientato nell’altopiano di Asiago. Le vicende si svolgono nell’arco di un anno, dagli ultimi giorni della Grande Guerra fino all’inverno successivo.  Con la vittoria di Vittorio Veneto il lungo e sanguinoso conflitto finisce; la gente dell’altopiano, sfollata fin dal 1916, può finalmente tornare nei propri villaggi. Protagonista è la collettività che popola quei paesi, mentre invece in Storia di Tönledello stesso autore, protagonista era il vecchio Tönle, archetipo dell’uomo nato in terre di confine, inquieto, dinamico, amante della libertà. Il romanzo di cui trattiamo ora è la continuazione ideale dell’altra opera, già affrontata in questo blog.

In nessun momento si respira la gioia per la vittoria; non ci sono momenti di esaltazione patriottica, quasi che il trionfo riguardi un altro mondo e che per la gente comune non ci sia scampo alla quotidiana fatica del vivere. Ciò che preme agli abitanti dell’altopiano è rivedere la propria terra e occuparsi della ricostruzione. La guerra, voluta dall’alto, fatta perché si doveva, è stata una parentesi dolorosa;  ora si deve porre rimedio ai danni e ai guasti che i festeggiamenti ufficiali tendono a far dimenticare.

La vittoria vera, sembra di poter leggere chiaramente, è ridare integrità al proprio mondo culturale; rimettere in piedi case distrutte, ricostruire paesi bombardati, riprendere una vita di comunità dopo anni di profugato. Per fare ciò bisogna recuperare e usare i materiali abbandonati dagli eserciti anche se è illegale farlo, lavorare nella bonifica del territorio, lottare con la burocrazia per avere gli indennizzi previsti per chi è rimasto senza un tetto.

È un mondo di tenacia e di costanza quello descritto; famiglie ricche di sapere pratico, capaci di mille fatiche, solidali tra loro, mai disperate nonostante la povertà e l’inverno alle porte. Si affacciano anche i primi scontri politici e non mancano le tensioni sociali. Ma accanto alla gente dell’altopiano, protagonista è una natura vivissima; la scrittura di Rigoni Stern pennella un mondo ferito dagli eserciti e dalle battaglie, ma sempre ricco di colori e mai fermo. La natura va avanti, le stagioni non si fermano e questo implicitamente offre speranza; tutto il dolore può diventare un fatto di ieri e l’amore per il territorio può spingere a riprendere a vivere come prima. La gente come valori personali è in fondo rimasta uguale nonostante le pene del conflitto, passato in trincea o in lontane città come profughi. Nessuno ha imparato a odiare o ha appreso una cinica lezione di egoismo. Si ricomincia a vivere come comunità; si condivide il sovrappiù in modo naturale, si spazza la neve nella via della famiglia dove ci sarà una nascita in modo che il medico che verrà in slitta abbia la strada libera, la vecchia generazione educa senza sussiego la nuova, obbligata  a diventare subito adulta. Il giovane tenente che aiuta la gente del posto riscatta l’arroganza di altri colleghi che in modo fiscale perseguono anche i piccoli reati, compiuti per ragioni di necessità da chi ha perso tutto. Anche l’inverno, come la guerra, passa e il nonno può parlare con fiducia alla nipote: “Osserva il sole, non tramonta più aldilà di quella punta di montagna, ma aldiquà. Andiamo verso la primavera”.

È una comunità che risana da sola le sue ferite, con umiltà e senza clamore, in un colloquio continuo con la natura circostante, pilastro insostituibile nel formare l’identità di un territorio che a lungo ha avuto una tradizione di autogoverno.

Il finale della vicenda in cui la durezza del vivere è alleviata dalla poesia del paesaggio, aggiunge un po’ di favola, dando speranza nell’avvenire.

 

 

 

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