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Benedict Wells, "La fine della solitudine"

15 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

La fine della solitudine

Benedict Wells

Traduzione di Margherita Belardetti

 

Salani, 2017

pp 307

15,90

 

«Be’, uno viene al mondo ed è plasmato dal proprio ambiente, dai genitori, dalle disgrazie, dall’educazione, da esperienze casuali. A un certo punto sembra scontato poter dire: “Io sono fatto così e così”, ma con ciò si prende in considerazione solo il primo strato, l’io superficiale (…) Per trovare il proprio vero Io è necessario rimettere in discussione tutto quello che si è trovato alla nascita, talvolta anche perdere qualcosa, perché spesso solo nel dolore si impara cosa ci appartiene veramente…  È nelle lacerazioni che ci si riconosce.» (pag 237)

 

Non è un caso che le parti più belle di La fine della solitudine, del tedesco Benedict Wells, siano il principio e la fine. Un cerchio che si chiude e si riapre allo stesso tempo, l’inizio di solitudini incolmabili, di mancanze senza appello, e, tuttavia, una conclusione che lascia aperta la speranza.

I tre fratelli Moreau, Liz, Marty e Jules, crescono senza i genitori, morti in un incidente, imparano a cavarsela in un istituto per orfani e poi affrontano la vita. Ognuno si scontra col dolore a modo suo. Liz vive in maniera esagerata, preda delle dipendenze e di storie sentimentali sbagliate. Marty sviluppa un disturbo ossessivo compulsivo. Jules deve vedersela con il rimorso, a causa del quale sceglie il lavoro sbagliato.

Suo padre, inoltre, prima di morire gli ha detto che un amico vale più di tutto e, per dargli retta, Jules non riesce a concretizzare il suo rapporto con Alva, la compagna di scuola da sempre desiderata. Temendo di perderla e di sbagliare, non le dichiara il suo amore che dopo tanti anni, ottenendola in cambio di un oscuro sacrificio umano, ed espiando la conseguente colpa attraverso la morte di lei.

 

In quegli anni era un continuo mancarsi a vicenda:avevamo riconosciuto troppo tardi quello che provavamo l’uno per l’altra, legati com’eravamo al bisogno di amicizia. (pag 275)

 

Alla fine i suoi due gemelli si troveranno orfani come lui è stato orfano, ma, forse, grazie alla sua presa di coscienza e maturazione, la loro sarà un po’ meno “solitudine”, perché avranno al fianco un padre che potrà accompagnarli nella crescita e difenderli anche da se stessi.

Un romanzo imbevuto di filosofia sottesa - “Il Sé ha da essere infranto per divenire sé”-, forse un po’ squilibrato nella struttura, che dà fin troppo spazio allo sviluppo ripetitivo della personalità dei tre fratelli e lascia in ombra eventi importanti, come il suicidio assistito del marito di Alva e il misterioso passato di lei in Russia. Un romanzo che procede, a volte, un po’ troppo per accumulo, un accumulo che a tratti diventa pesante e a tratti, invece, si traduce in sottigliezza psicologica. Un romanzo che si basa su ciò che è accaduto, su ciò che accade e su ciò che avrebbe potuto essere nel caso che. Quante volte ci voltiamo indietro a guardare, chiedendo cosa sarebbe successo se avessimo scelto un’altra via, se certi eventi non ci avessero condizionato, se certe morti non ci avessero bloccato e poi rilanciato nel vuoto, deviando la nostra traiettoria.

Jules è un sopravvissuto – lo è fisicamente a un sinistro – un naufrago che alla fine deve approdare da qualche parte e ripartire da capo, da ciò che gli resta, salvaguardando i ricordi, di cui diventa custode ma anche interprete a posteriori, perché non tutto era come sembrava. Impara a sue spese che la vita è sentimento, passione, rimorso, paura, solitudine, ma anche cultura, spirito, musica, pensiero filosofico. Ce lo dice Alva prima di andarsene.

 

«Se davvero devo morire» disse, «voglio farlo a testa alta. Quindi vivere il più a lungo possibile così come ho sempre vissuto. Leggendo e imparando»

 

 

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Rosa

14 Luglio 2017 , Scritto da Gianluca Pirozzi Con tag #gianluca pirozzi, #racconto

 

 

 

 

Non ha mai detto a nessuno quando esattamente l’ha scoperto, o meglio, quando le è accaduto di conquistarne una piena consapevolezza che quel gesto costituiva il solo, possibile, rimedio. È certo che per giungere a quella soluzione Rosa ha seguito un estenuante percorso empirico fatto di tentativi innumerevoli che - ora perché complessi, ora perché infruttuosi - l’avevano di volta in volta condotta a disperare di poter definitivamente controllare quella paura di esser inadeguata e incapace di fronteggiare i possibili imprevisti e le contrarietà con cui tutti, prima o poi nella vita, devono fare i conti.

Per Rosa, infatti, anche adesso che mancano pochi giorni al proprio settantatreesimo compleanno e sebbene la vita le abbia regalato un’esistenza tutto sommato felice, un marito che le è ancora accanto, una figliola responsabile e coscienziosa - come lei ama ripetere - e soprattutto Tiziana, la sua unica adorata nipote, vi sono dei momenti nei quali quella strana ansia sembra poter prendere il sopravvento. Ed allora, l’unico espediente serbato intatto negli anni con il quale Rosa può recuperare la calma interiore, consiste ancora nel chiudersi in bagno - non in un bagno qualsiasi, ma proprio quello della sua abitazione. Questo spiega la riluttanza con la quale, per tutta una vita, Rosa ha evitato qualsiasi viaggio che avesse una durata superiore alla settimana, per esser sicura di rintanarsi nella quiete di quello spazio, immergersi per una durata che può variare da un minimo di pochi minuti a fin oltre la mezz’ora, in modo da sottrarsi (momentaneamente) ad ogni altra occupazione e preoccupazione.

A Rosa piace, infatti, restarsene così segretamente confinata tra le pareti maiolicate, egoisticamente abbandonata al benefico effetto liberatorio prodotto dall’adagiarsi con le parti più intime della sua persona in un bagno di acqua calda. Molto calda.

Sì, è proprio il sollevare le proprie vesti, liberarsi della biancheria intima, andarsi a sistemare a cavalcioni del bidet già ripieno di acqua, che le consegna finalmente lo stato di calma e di benessere di cui ha ripetutamente bisogno. Rosa, infatti, non ha mai veramente prestato ascolto ad altri suggerimenti - come quelli delle amiche cui aveva confidato quelle ansie.

Nulla è come quel bagno caldo; né tisane rilassanti, né immersioni dell’intero corpo nella vasca da bagno (magari sciogliendovi del bicarbonato o qualche goccia di oli essenziali), né tantomeno lunghi pediluvi - seguiti da qualche manipolazioni ai plantari con creme o speciali balsami odorosi d’Oriente. O, piuttosto, passeggiate nel verde, esercizi di respirazione, ascolto di qualche brano di musica classica o, ancora, la pratica di piccole prove di manualità come il ricamo, il lavoro ai ferri o all’uncinetto - tutte pratiche nelle quali si è sempre destreggiata con risultati eccellenti - la gastronomia, la lettura o, ancora, l’applicarsi in qualche rompicapo o, infine, alcuni semplici istanti di completo ed assoluto riposo, restandosene distesa sul letto con la mascherina sugli occhi… nulla, proprio nulla, è per Rosa, neanche lontanamente paragonabile allo stato di sollievo che s’accompagna alla pratica del bidet.

E, sebbene tale assoluta consapevolezza sia emersa in età adulta, Rosa doveva averlo però intuito sin da bambina, da quando aveva più o meno l’età che ha ora la sua unica nipotina, Tiziana, con la quale Rosa trascorre quasi tutti i suoi fine settimana. Di quella intuizione, Rosa ricorda d’aver deciso di mantenere un certo riserbo, mettendone a conoscenza solo le persone più care. E le ci erano voluti almeno cinque anni di matrimonio prima di potersi sentire libera di rispondere alle domande ed alla curiosità di Ennio - suo marito - in relazione all’abitudine di sottrarsi improvvisamente alla vita familiare per concedersi quelle soste nella sala da bagno, e più tradi solo al compimento del decimo anno di età di Susanna - sua figlia - aveva confidato anche a lei il suo segreto.

Più tardi, quando era ormai una donna adulta - ispirata, forse, da una gita fatta a Caserta per visitare la Reggia - Rosa ha scoperto (sorridendone intimamente) che la regina Maria Carolina doveva aver nutrito, secoli prima di lei ma probabilmente con la medesima consapevolezza, la sua stessa inclinazione, avendo fatto installare nella stanza reale un bidet, arredo rarissimo all’epoca. A sua volta, proprio per rendere più confortevole e proficua la permanenza in bagno, Rosa ha vi ha introdotto alcuni accorgimenti specifici, non solo il telefono per eventuali urgenze ma, soprattutto, il piccolo tavolino pieghevole che ha sistemato per anni a cavallo del sanitario, così da potersene stare comodamente assisa per dedicarsi - contemporaneamente all’immersione - alla lettura di un libro o della rivista di giardinaggio e, financo (durante gli anni del suo insegnamento di greco e latino) alla correzione dei compiti dei suoi alunni di liceo.

Che fosse mattina tarda, pomeriggio o sera tardi, senza bisogno di dare troppe spiegazioni, Rosa ha sentito sempre il bisogno di quei ricoveri che ha preannunciato ad Ennio o a Susanna utilizzando sempre la stessa frase come mi ritiro per qualche momento oppure, in casi rari, vado a leggere qualcosa di là.

Dunque, non stupì per nulla Ennio, né tantomeno sua figlia, il contenuto dettagliato della seguente richiesta che - insieme ad una pagina con brevi istruzioni sui pochi beni sottratti alla comunione del patrimonio con suo marito - furono ritrovati nel cassetto del comodino di Rosa circa una settimana dopo la sua scomparsa avvenuta per ischemia cerebrale appena qualche settimana dopo l’improvvisa e terribile morte della sua adorata nipotina.

 

“Caro Ennio, Cara Susanna, - così si poteva, infatti, leggere sul primo capoverso della lettera su quella carta azzurrina, sistemata in modo da sporgere appena dal libro La moderna cura delle bulbose, nel quale Rosa l’aveva riposta forse in attesa che fosse ritrovata e certamente anni addietro, forse prima della nascita di Tiziana poiché non vi era alcun riferimento a sua nipote.

Sono certa che più di una volta vi siate interrogati sul perché della mia particolare abitudine, alludo alla consuetudine di richiudermi in bagno per starmene in ozio… Ebbene, vi ho taciuto, e me ne dolgo, il racconto di quanto occorso nei primi anni della mia vita, sia per desiderio di non creare in voi  - meglio ammetterlo, soprattutto in me - un ulteriore imbarazzo e la necessità di ripercorrere con voi questo doloroso evento, sia perché, lo ammetto, ho finito per dubitarne io stessa della veridicità dell’accaduto non avendo altri testimoni se non i miei ricordi e preferendo - perché meno tragico - reputarlo frutto della mia pura immaginazione.

Il fatto risale ai miei primissimi anni di vita, potevo avere circa due anni. So che non può esser accaduto dopo poiché la persona - Assuntina - la donna cui collego l’episodio, sarebbe scomparsa poco prima del compimento della mio quinto anno di vita, ed io sarei stata affidata alle cure di Celestina, la balia che sarebbe rimasta in casa nostra fino al mio matrimonio. Assuntina, come poi sarebbe stato confermato da mia madre, qualche anno più tardi aveva dovuto far appello alle sue più ancestrali conoscenze in campo di puericultura per frenare il pianto ininterrotto cui mi abbandonavo sin dai primi istanti di vita ogni giorno, all’imbrunire. Io conservo ancora il preciso ricordo di quegli strazianti singhiozzi cui ero preda appena si faceva sera e che parevano non concedermi tregua per tutta la notte, destandomi nel sonno. Qualcuno, raggiunta io la maggiore età, avrebbe ipotizzato che questo sentimento - che io a volte ho interpretato come sopraffazione, altre come agitazione o, ancora, sconforto, e che mi ha accompagnato nel corso dell’intera mia vita fino a questi giorni - sarebbe stato conseguente al trauma subito al momento della nascita per la perdita dell’altra bambina - la mia gemella - morta durante il parto avvenuto proprio di sera. Ciò sarebbe certamente verosimile, perché a questi miei sentimenti si è sempre accompagnato un senso di ineluttabile perdita, distacco, quasi come se la realtà nella quale sono venuta al mondo e in cui ho finora vissuto sia in qualche modo diversa da quella nella quale ho la percezione di esser stata concepita o a cui sarei stata destinata. Ho compreso col tempo anche il dolore dei miei genitori, il rifiuto inconfessato di mia madre di allattarmi affidandomi invece alle cure totali di Assuntina, proprio perché la gioia della nascita della loro primogenita era stata sopraffatta dalla perdita di mia sorella.

 Assuntina riuscì col tempo a trovare un rimedio e a trasmettermi la soluzione. Ogniqualvolta il pianto si faceva convulso, lei immergeva un panno bagnato nell’acqua calda e con questo mi massaggiava le parti intime. Io ho un preciso ricordo del luogo in cui Assuntina utilizzò su di me queste prime, empiriche “cure”. Conservo nella memoria dettagli piuttosto precisi, come la vista dal balcone, il letto della balia accostato alla mia culla, le tende ed il tappeto di quell’appartamento che avremmo lasciato pochi anni dopo e del quale non resta testimonianza neppure nelle immagini fotografiche. Anni più tardi, mia madre mi ha confermato che la stanza nella quale era stata allestita la mia camera da letto aveva le tende a quadri bianchi e rosa come io le rammentavo e che sul letto vi era una coperta ricamata in lana di diverse tonalità di verde, il che mi ha dato certezza della veridicità di quei miei primissimi ricordi. Quando ebbi l’età di camminare, persistendo in me il senso di ansia e le crisi di pianto serali, Assuntina prese a sostituire agli impacchi calmanti delle vere e proprie sedute sul vasino, in cui aveva diligentemente versato acqua tiepida. Fu per me naturale, divenuta autonoma, ricorrere da sola a questa soluzione nei momenti più difficili della giornata, nei quali mi sono sottratta temporaneamente alle occupazioni del momento e alla compagnia dei miei cari. Ecco, dunque, spiegatavi la ragione delle mie ripetute assenze. Non me ne volere Ezio. Non me ne volere Susanna”.

 

Con queste parole Rosa replicò per l’ultima volta al pubblico dei suoi cari il monologo che per una vita aveva perfezionato e recitato a se stessa, sino a persuadersi completamente della sua assoluta veridicità. Non c’era stata, d’altro canto, altra via possibile di fuga per combattere la sofferenza di una violenza impressa nella sua tenera carne di bambina da un padre che, sin dai primi mesi di vita, quasi ogni sera l’aveva morbosamente spogliata ed accarezzata fino ad esplorarle i segreti più intimi dell’animo. Nella versione dei fatti che Rosa aveva provato invano, e per tutta una vita, a raccontarsi e a raccontare quel demone non esisteva più ed al suo posto appariva l’immagine di una balia amorevole ch’aveva lenito i suoi tormenti, l’aveva assistita e coccolata, insegnandole a ripulirsi dalla lordura e dal peso di insostenibili gesti di un padre oscuramente malato.

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La conchiglia del sole

13 Luglio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto

 

 

 

Si ricordò dell'abbonamento. Si rese conto che aveva sbadatamente azionato la richiesta alla centrale fornitrice del servizio, il quale avrebbe potuto attivarsi da un momento all'altro. Guardò ansiosamente il prato, oltre la staccionata, preoccupato che qualcuno potesse rimanerne fuori – quando subitaneamente accadde, senza che avesse modo di verificare accuratamente: la sua casa, il prato attorno ad essa, la staccionata, con lui su di essa, si chiusero in una sorta di campana di vetro e schizzarono vertiginosamente verso l'alto, sottraendogli per un momento il respiro, premendolo verso il suolo. Poi tutto si stabilizzò nuovamente, lasciandolo con un lieve ansimare.

Guardò l'orizzonte.

Stelle luccicanti, pianeti. Profondità abissali.

Roba del genere, insomma.

La casa stava galleggiando nello spazio, dentro ad una cupola trasparente da cui si poteva ammirare il cosmo, da dentro al quale lo si navigava.

Sua madre uscì di casa sorpresa:

“Cos'è successo?”

“Mi spiace, mà, l'ho fatto partire. Non me n'ero accorto”

“Santo cielo, io dovrei andare a fare la spesa!” protestò contrariata – ma poi si mise a ridere da sola e andò a prendere una sedia se non una sdraio. Cagnolo scodinzolò fuori dalla sua cuccia tutto contento. Gli piaceva lo spazio. Era probabilmente un lontano discendente di Laika, ipotizzava lui – mentre l'erba verdeggiava, contrastando con il sobrio mantello di velluto spaziale bucherellato di astri. Laika che suonava alla balalajka un pezzo sulla perestrojka, mormorò a sé stesso.

Sua nonna uscì di casa e stese un plaid. Stava organizzando un pic nic.

Non si può negare fosse un buon modo per staccarsi da tutto. C'era una tranquillità ultraterrena.

 

La terra, il suo trambusto, il suo clamore, erano quietati, tacitati, silenziati.

Sibilavano lontani, diventati quasi immaginari – deprivati di consistenza urtante.

Ma laggiù la gente si stava certamente ancora dimenando e urlando.

 

Stavano vaccinando chiunque, per qualsiasi cosa. C'era chi protestava che i vaccini potevano aver effetti collaterali, dare reazioni avverse, non esser stati ben sperimentati. Nessun problema. Le grandi case farmaceutiche, ufficialmente commissionate dallo stato, e da esso finanziate, avevan subito trovato la soluzione: un vaccino contro i vaccini. Un vaccino per prevenire reazioni da vaccino.

Tutto sistemato. O forse no.

Una percentuale della popolazione ancora non era soddisfatta. Voleva vedere i dati, le carte, le sperimentazioni, i documenti. Gli eran stati forniti. Non era sufficiente. Chi assicurava loro che non fossero stati alterati? Si era quindi mosso l'esimio professor Tronfio Pomposi, accompagnato dal luminare Boria Tracotanza – i quali, con grande tatto e capacità comunicativa, avevan fatto sapere al pubblico che il pubblico era composto da idioti ignoranti, mentalmente mentecatti, scientificamente subnormali, nonché da etologicamente ovini, suini e bovini – e dovean quindi semplicemente tacere e dare retta a loro, alla comunità di esperti, ai Prestigiosi, ai Magnifici.

Da quel momento in poi, chiunque osasse insinuare un qualche dubbio, foss'anche solo sulle modalità di somministrazione, chiunque avesse ardito sollevare un solo sopracciglio alla parola “vaccinazione”, sarebbe stato dichiarato Nemico della Salute Pubblica Numero Uno, e infilato in una poco agognata gogna.

Non voleva nemmeno tentare di immaginare cosa sarebbe successo a chi avesse sollevato DUE sopracciglia. Rifletteva sulla fortuna di chi era dotato di monociglio, ne sarebbe certo stato avvantaggiato – ammesso contassero queste obiezioni tecnicistiche.

Alcuni dottori eran stati radiati, e ad alcune radio era stato dato un dottorato, si eran laureate in medicina e ora, forti della  nuova qualifica, non facevano che ripetere, ribadire, insistere un costante: “vaccinatevi, vaccinatevi, vaccinatevi”.

Gli Illuminati e Convinti consideravano i reticenti con massimo sprezzo. Li additavano come criminali, assassini ed oscurantisti - lebbrosi eredi culturali del Medio Evo, epidemici untori.

Dicevano che eran stati troppo ben abituati, viziati, dall'efficacia dei vaccini, che aveva risparmiato loro di assistere a morti atroci – e ora, con la loro riluttanza, mettevano in pericolo queste conquiste esponendo i bambini a contagi, focolai, epidemie. Quegli altri ribattevano che dati i cospicui interessi pecuniari inerenti i vaccini e la comprovata corruzione farmaceutica adiacente, non era possibile sapere con sicurezza, giacchè i dati e gli studi potevan esser stati modificati ad hoc – e i danni sottomenzionati, le necessità sovraurlate. Si sosteneva che da 2 + 2 giustamente risultasse 4, e non 5, ma che forse erano gli addendi ad esser stati falsificati. Il dibattito degenerò in scontri armati, raggi laser, sciabolate elettriche e parolacce sui social network. Lamiere contorte fumanti

 

Si staccò da questi pensieri, ansiogeni e tristi. S'immerse nuovamente nel buio profondo, perdendosi in una nebulosa.

 

Più tardi andò in bagno. Si era sempre chiesto dove finisse tutto, quando erano nello spazio, sradicati dalla rete fognaria.

 

Per continuare a conoscere le disavventure del Superato, leggete Alcune note su una non entità di Umberto Bieco

 

La conchiglia del sole
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Elena Ciurli, "Andata e ritorno"

12 Luglio 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

Elena Ciurli

Andata e ritorno

Edizioni Il Foglio - euro 12 – pag 160

www.edizioniilfoglio.com

 

 

Rileggere un libro da lettore non è come leggerlo da editore, per decidere se pubblicarlo o meno. Per prima cosa il supporto è diverso. Non ci sono fogli stampati dal computer, né la matrice bianca digitale, ma un vero e proprio libro che si apre con una copertina evocativa di un binario morto che finisce in mare. Non è la stessa cosa, soprattutto, perché non devi valutare niente, ma soltanto abbandonarti al piacere della lettura. Ti rendi conto che la seconda volta è quella giusta, ché quel romanzo te lo gusti per davvero, ne assapori profumi e parole fino in fondo. A partire dalla citazione da Rabbia di Chuck Palahniuk sul perché si fugge dai paesi di provincia (per sognare di tornarci) e per cui si resta (sognare di andarsene). Tutta la storia è permeata da un profondo senso di inadeguatezza, narrata in prima persona da Marco, un protagonista per niente eroico che non riesce a essere felice da nessuna parte. Elena Ciurli dà voce a una generazione di figli educati da genitori immaturi, da famiglie frantumate per colpa di genitori che rincorrono egoismi, tratteggia una madre assente e un padre inadeguato che si sposa di nuovo con una polacca micidiale quando decide di cucinare. Marco torna a Livorno e riscopre i luoghi che l’hanno visto adolescente, dopo aver vagato per molte città europee, da Madrid a Berlino, passando per Londra. rivede il Romito, gli scogli, la sua casa, assapora la tristezza, pensando solo al momento in cui potrà fuggire di nuovo verso un incerto futuro. Ricordi di donne nel passato di Marco, visioni di film anni Settanta che hanno contribuito alla sua iniziazione sessuale, ma anche di cibi caratteristici cucinati dalla nonna (la panzanella), visioni infantili di Super Tele, ginocchia sbucciate, panini al tonno per merenda e quel mare dove tutto finiva, nelle lunghe giornate estive, da ragazzi. Marco e la musica. Marco e gli amici. Francesco è l’amico fedele che non se n’è mai andato da Livorno. Jimi Hendrix è la colonna sonora del viaggio, sul lungomare di Antignano. La musica è una delle ragioni per cui vale la pena non suicidarsi, dice Marco, che si è appassionato al rock grazie al nonno, uno dei personaggi positivi della storia, un vero e proprio punto di riferimento. Il nonno di Marco è il solo mito familiare, la sola persona capace di consigliare libri e musica, quello che l’accompagnava al negozio di dischi per scegliere i vinili da ascoltare. Sono importanti i Ramones nel libro di Elena, che se fossero stati livornesi sarebbero andati in giro con una panda scassata proprio come quella del protagonista. La musica del gruppo rock pervade le pagine come un profumo intenso. Capitoli con nomi di piatti e bevande, segnati da musica rock e momenti culinari, ma soprattutto da ricordi, incontri, amici perduti e ritrovati, genitori inadeguati, nonni fantastici e voglia di fuga.

 

"Fin da bambino mi sono sentito come un ospite nella mia vita, intento a sopravvivere per non dare troppo fastidio al prossimo e forse, neanche a me stesso. Ho sempre visto i miei genitori come degli esseri alieni, che si facevano chiamare mamma e babbo, ma che in realtà non sapevano neanche loro da quale pianeta provenissi. Insomma io rimanevo sull’uscio e non sapevo mai se dovevo entrare o uscire, per non tornare più."

 

Andata e ritorno è un romanzo proustiano: "Quant’era bella Livorno in quelle foto in bianco e nero, quando a Castiglioncello c’erano Mastroianni, Sordi e Gassmann e la vita sembrava scorrere a colori." E ancora: "Questa valigia rotta mi sta tormentando, fin da piccolo ho sempre creduto che gli oggetti abbiano un’anima o meglio assorbano gli umori di chi li possiede." In fondo Marco è alla ricerca del suo tempo perduto, riscopre gli odori e i sapori del suo passato, consapevole che le cose vissute nell’infanzia e nell’adolescenza saranno eterne, finiranno per scandire il tempo della sua vita.

 

"Ci sono luoghi in cui le emozioni si dilatano e riescono a crescere anche senza acqua, tutto è talmente precario tra quelle mura che ci si attacca l’un l’altro ancora più forte. E come la gramigna quella sensazione di condivisione e solidarietà, ti rimane attaccata addosso per non andarsene più."

 

Se non è Proust questo… Andata e ritorno è un romanzo scritto con stile secco e asciutto, in prima persona, con un incedere incalzante e coinvolgente. E di tanto in tanto scopri pennellate di letteratura, descrizioni poetiche efficaci, come uno stupendo panorama che si ammira da Populonia Alta sul golfo di Baratti, la casa della madre, che Marco chiama la stronza, ma che deve salutare prima di ripartire. Sentori di vecchio cinema italiano affiorano tra le pagine della storia, da Amarcord di Fellini - un film che ha condizionato la cultura del Duemila - a I vitelloni (Monaldo che parte da Rimini per non tornare e saluta mentre il bambino chiede: Perché te ne vai? Non stavi bene qui?), passando per Gli amici del Bar Margherita di Pupi Avati (grande cantore della nostra provincia e del ricordo).

Marco è diventato - come molti ragazzi della sua generazione - un pacco postale che cerca lavoretti estivi per guadagnare un po’ di soldi che gli consentano di scappare di nuovo, in fuga per l’Europa, lontano da una provincia diventata troppo stretta. Marco deve tenere duro fino alla prossima partenza. Forse tornerà a Livorno, ma in un futuro diverso. Vorrebbe aggrapparsi a questa idea, sentire sue quelle radici che ha sempre strappato come erbacce. Vorrebbe tanto trovare un paio di scarpe dal numero giusto, le scarpe di un uomo che a un certo punto decide di restare, di smettere di fuggire dal suo passato. Il Bar da Paolino è un capolavoro di bar avatiano, profuma di passato, di amici che si incontrano per tirare tardi facendo il niente, parlando di donne e bevendo vino, giocando a biliardo e organizzando scherzi atroci. Marco è un protagonista sconfitto, uno che sente sulle sue spalle tutta la pesantezza del vivere. Mi siedo sul mio scoglio, il sole sta tramontando e posa il suo mantello di luce su queste oscure acque salate; mi mancherà. Come Monaldo decide di partire, sa che deve farlo, ma sa pure che la nostalgia del passato sarà compagna della sua vita. Finale straordinario, poetico e suadente, scandito dal ricordo della caduta del muro di Berlino, metafora del cambiamento, di una vita che non potrà più essere la stessa. Ma il presente e il futuro sono ancora da costruire.

Andata e ritorno è un romanzo che ti riconcilia con la letteratura, ti fa capire la sua funzione salvifica e spiazzante. Un romanzo che solleva il morale di un piccolo editore che dopo averlo letto e sottolineato lo pubblica con entusiasmo, perché è una storia che avrebbe voluto scrivere lui, narrata benissimo da una giovane autrice che - buon per lei! - non ha un grande futuro dietro le spalle.  Per noi il futuro è già passato, purtroppo, e non ce ne siamo neppure accorti.

 

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Due Mediocri Commedie Sentimentali Americane del 1987

11 Luglio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema

 

Nel mio ennesimo tentativo di farmi risucchiare nuovamente negli anni '80, quando tutti eravamo felici, ho guardato altri due capolavori cinematografici del 1987, in occasione del loro tondo trentesimo compleanno.

 

Mannequin

Andrew McCarthy, il bel faccino già incontrato nella recensione del drammatico Less Than Zero, è un vetrinista di crescente successo e fama – del resto quale lavoro più prestigioso e ambito del vetrinista vi è al mondo? E il segreto del suo successo è nientemeno che una musa e questa musa è nientemento che UN MANICHINO e questo manichino, quando lui è nottetempo ad allestire i Grandi Magazzini, SI TRASFORMA IN UNA BIONDA E DILETTEVOLE FANCIULLA [Kim Cattrall che, da vecchia gallina che fa buon brodo, è stata poi tra le quattro protagoniste della serie Sex and the City] e, come se non bastasse, questi due TROMBANO – ma c'è il cattivo di turno che complica le cose, incarnato dal perfido e infìdo James Spader, anche lui già incontrato parlando di Less Than Zero, coadiuvato dal guardiano-mastino dei Grandi Magazzini, ovvero una delle facce più turpi presenti nell'infinita sequela di Scuole di Polizia [Police Academy], e insomma, un film imperniato su un'idea talmente cretina che persino io non sono riuscito a finirlo.

 

The Pick-up Artist [titolo italiano: "Ehi... Ci stai?"]

 

Questo è l'altro film dell'87 che vede Robert Downey protagonista, oltre ad – ANCORA – Less Than Zero, e anche qui è un vero mattatore, tanto da renderlo - nella sua insulsaggine - quasi guardabile, in congiunzione con il buon ritmo e la non sciatta regia. Interpreta un giovane insegnante di ginnastica, un “artista del rimorchio” squattrinato che vive con sua nonna, e con in realtà un assai basso tasso di successo sessuale, nonostante sia chiaro quale sia il suo primo pensiero ogni mattina – tanto da provare, fin da appena alzato, facce, toni di voce e frasi davanti allo specchio, per poi implementarli compulsivamnte non-stop appena messo piede in strada. La sua fondamentale pick up line è “Ti hanno mai detto che hai il viso di un Botticelli e il corpo di un Degas?”. Finché non trova una ragazza che rimane effettivamente colpita: ha giusto in mano un libro su Botticelli. E' una rossa dal viso pallido e le labbra carnose: una anafettiva giocatrice d'azzardo indebitata con la mafia [volto fresco dell'epoca, Molly Ringwald]. Lui è completamente conquistato. In fondo è sempre stato “un blue boy, in cerca d'amor” come nella canzone che continua a cantare. E' una commedia sentimentale, e il secondo aspetto è ovviamente il più deleterio, obiettivamente idiotico – il resto non è terribile, come già scritto, Downey Jr con la sua logorrea sfacciata e stralunata regge parte del film, e tre comprimari di megalusso rendono interessanti anche i personaggi minori: il padre della Ringwald è il costantemente sbronzo Dennis Hopper, un innocuo omino con lo sguardo spiritato del cattivo di Blue Velvet, poi vi è la tipica accogliente affabilità di Danny Aiello, amico barista del protagonista, nonché Harvey Keitel, malvagissimo recupero crediti della mafia dell'azzardo.

Vale la pena? No, ovviamente.

Due Mediocri Commedie Sentimentali Americane del 1987
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Claire Douglas, "Le sorelle"

10 Luglio 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

Le sorelle

Claire Douglas

 

Editrice Nord, 2016

 

Quasi trecento pagine. Per duecento buone non si capisce granché. Non si abbandona la lettura, però: diventa una lettura compulsiva, quasi malata, senza ombra di dubbio urgente. Perché questa frase? Ora che sarà capitato? Ma chi è il colpevole?

Ma vediamo le cose nel dettaglio.

Abi è devastata. Si sente impotente, svuotata. Dev’essere così, quando hai un gemello e il destino te lo strappa via presto, senza aver potuto dirgli addio. Ciò che non può sopportare Abi, poi, è il fatto di essere la causa della morte di Lucy, della sua gemella. All’inizio queste sono le uniche cose che comprendiamo. Lei l’ha involontariamente uccisa, non si capisce bene né dove né perché, e il senso di colpa la sta mangiando. Ah, certo, l’altra cosa che ci appare chiara come il cielo a maggio è che lei mente. Ha paura che si venga a sapere ciò che, diligentemente, ha sepolto in un anfratto della sua mente malata. Gli unici che sanno di questa ipotetica menzogna erano con lei quella sera, la famosa sera della morte di Lucy. Non sta bene, Abi, e tra le righe leggiamo di un ricovero in un ospedale psichiatrico, di antidepressivi, di un suicidio mancato.

Quindi, ricapitoliamo: abbiamo una ragazza mangiata viva dal rimorso e con problemi psicologici non indifferenti, una bugia che non vuole vedere il sole e una morte incomprensibile avvenuta un anno e mezzo prima. Ci sono gli elementi giusti affinché la nostra attenzione venga catturata.

Abi cerca Lucy in ogni ragazza che incontra, ma questo è comprensibile. Chi, dopo una morte, non cerca quel viso – quello che non si potrà mai più vedere, quello che non potrà più sorridere né piangere né vivere – tra la folla? Un giorno, però, rimane interdetta. Lucy è lì, dinanzi a lei. Poi si riprende, capisce. Non è Lucy ma sembra lei. Quella ragazza con il caschetto biondo e la personalità effervescente somiglia così tanto a sua sorella che per un attimo il dolore della sua perdita si affievolisce. Assomiglia a sua sorella gemella Lucy, sì, ma anche a lei. Perché lei e Lucy erano identiche. Solo che lei ora ha qualche ruga attorno agli occhi che la gemella non avrà mai. Lei ha quasi trent’anni e Lucy ne avrà per sempre ventotto. Lei invecchierà e Lucy sarà sempre uguale, una giovane donna strappata alla vita e consegnata alla morte.

Così, vanno a vivere insieme. Ma Beatrice ha un gemello. Strano il destino, quando decide di giocare tiri mancini. Quella ragazza così maledettamente uguale a lei, quella che le ricorda immensamente la gemella sepolta nella fredda terra, ha un gemello. Ben.

Così inizia il tunnel delle cose strane. Dei fraintendimenti. Degli avvenimenti che fanno venire la pelle d’oca. Delle incomprensioni – perché sfido chiunque a capire che avviene – e delle menzogne sussurrate a mezza voce.

Non perdiamo concentrazione neppure per un secondo, così presi dall’impulso maniacale di arrivare all’ultima pagina. Per capire. Per analizzare i fatti. Per non perderci.

Comunque, la psicologia dei personaggi – di tutti i personaggi –, anche quando si arriva alla parola “Fine” e tutti i tasselli tornano al proprio posto, rimane interessante. Nessuno è completamente sano, nessuno è completamente malato. Ci sono tragedie, colpi del destino, sbattimenti di testa. C’è il fato che talvolta si accanisce. C’è tristezza, amarezza perché non sempre si può capire tutto dalla vita.

Ma, soprattutto, c’è la cupa presenza della morte che aleggia, ricoprendo di un oscuro nero che sa di presagio tutto quello che incontra.

 

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Radioblog : Ancora "Tana Libera tutti"

6 Luglio 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog

 

 

Facciamo un'altra “incursione” nel libro di Franco Piol, Tana libera tutti.

Ho terminato la lettura e devo dire che è un bellissimo viaggio in un mondo dal quale in fondo ci separano poche decine di anni, ma che a ripensarlo e riviverlo tramite le pagine di questo libro, sembra tanto, ma tanto lontano.

Siamo a Roma e siamo negli anni che seguono la Seconda Guerra Mondiale.
Attraverso le storie di un gruppo di ragazzini, che incontriamo all’inizio del libro mentre giocano a nascondino in Piazza Navona, ci immergiamo in quegli anni miseri, difficili, tristi per gli affetti perduti e le poche possibilità economiche, ma anche anni pieni di speranza, solidarietà e desiderio di rinascita.

Viaggiamo attraverso piazze, collegi, orfanotrofi, quartieri di Roma, il cui aspetto oggi è completamente cambiato, e li conosciamo come erano allora.

Respiriamo l’atmosfera delle feste rionali in cui si dava sfogo alla voglia di divertirsi e dimenticare i brutti anni che ci si lasciavano alle spalle.

E poi ci sono ritornelli, filastrocche, canzoni popolari, cartoline di luoghi che possiamo rivivere solo attraverso la memoria di che c’era.

Prima di fare due chiacchiere con l’autore di questo bel libro, Franco Piol, ve ne leggo un altro estratto, l’inizio del racconto “Mario l’eroe del Lazzaretto”.

Buon ascolto!!!

 

Musica: http://www.bensound.com

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Ovunque è Legnano

5 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #miti e leggende

 

 

L’imperatore Federico Barbarossa ordinò di radere al suolo il più importante dei Comuni medievali: Milano, che si trovava all’incrocio dei traffici fra le repubbliche marinare e il cuore dell’Europa. I Milanesi assistettero alla distruzione della loro città giurando vendetta. Si riunirono con molti altri comuni nella Lega Lombarda e affrontarono il potente esercito dei cavalieri imperiali sotto la protezione del papa.

L’esercito dell’imperatore era forte, composto di cavalieri pesantemente armati. Quello della lega lombarda, invece, si basava sulla fanteria, una fanteria, però, di tipo nuovo, non più i contadini armati di forcone dei tempi di Carlomagno, bensì mercanti e artigiani facoltosi, attrezzati con ottime e leggere armature. Era proprio nel bergamasco che si costruivano, infatti, le migliori armi d’Europa.

Si riunirono tutti attorno al Carroccio, un grande carro a quattro ruote recante le insegne cittadine. Inizialmente usato come carro da guerra, aveva assunto col tempo un valore puramente simbolico. Pavesato con i colori del Comune, era trainato da buoi e trasportava un altare, una campana, una croce e le insegne cittadine. In tempo di pace era custodito nella chiesa principale della città cui apparteneva.

Il Carroccio fu protagonista nella battaglia di Legnano, durante la quale fu difeso, secondo la leggenda, dalla Compagnia della Morte, ovvero un'associazione militare di 900 giovani cavalieri accomunati dall'ordine di battersi fino alla morte senza mai retrocedere, guidata da Alberto da Giussano, personaggio immaginario che comparve in realtà solo in opere letterarie del secolo successivo. Sempre secondo la leggenda, durante il combattimento, tre colombe, uscite dalle sepolture dei santi Sisinnio, Martirio e Alessandro, si posarono sul Carroccio causando la fuga di Federico Barbarossa. Questo scontro è stato poi celebrato durante il Risorgimento come una vittoria del popolo italiano contro l'invasore straniero, tanto da essere menzionato ne Il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli e Michele Novaro, inno nazionale italiano dal 1946.

 

Fratelli d'Italia,

l'Italia s'è desta,

dell'elmo di Scipio

s'è cinta la testa.

Dov'è la Vittoria?

Le porga la chioma,

che schiava di Roma

Iddio la creò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

Noi fummo da secoli

calpesti, derisi,

perché non siam popoli,

perché siam divisi.

Raccolgaci un'unica

bandiera, una speme:

di fonderci insieme

già l'ora suonò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

Uniamoci, uniamoci,

l'unione e l'amore

rivelano ai popoli

le vie del Signore.

Giuriamo far libero

il suolo natio:

uniti, per Dio,

chi vincer ci può?

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

Dall'Alpe a Sicilia,

Dovunque è Legnano;

Ogn'uom di Ferruccio

Ha il core e la mano;

I bimbi d'Italia

Si chiaman Balilla;

Il suon d'ogni squilla

I Vespri suonò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

Son giunchi che piegano

Le spade vendute;

Già l'Aquila d'Austria

Le penne ha perdute.

Il sangue d'Italia

E il sangue Polacco

Bevé col Cosacco,

Ma il cor le bruciò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

In realtà il vero protagonista della battaglia di Legnano fu Guido da Landriano. Giussano non è mai esistito.

I cavalieri del Barbarossa erano appesantiti da molta ferraglia, si muovevano male, abituati com'erano a battersi contro un’altra schiera di cavalieri. Fu così che a Legnano (1176) i fanti lombardi accerchiarono la cavalleria imperiale, disarcionandola.

Fu in seguito a battaglie come questa che la cavalleria pian piano scomparve e con lei quell’aura favolosa che aveva accompagnato l’alto medioevo di Artù ed Excalibur, della Chanson de Roland e dell’amor cortese. Si prospettava un’aria nuova più prosastica, che avrebbe portato all’ascesa della classe media, la borghesia che preferirà il romanzo all’epica medievale.

Da allora in poi i Comuni furono liberi di governarsi da soli, di commerciare e persino farsi la guerra fra loro.

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Rosa Montero, "In carne e cuore"

4 Luglio 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

 

 

In carne e cuore

Rosa Montero

Salani, 2017

 

"La vita è un breve intervallo di luce tra due nostalgie: la nostalgia di ciò che non si è ancora vissuto e quella di ciò che non si potrà vivere. E il momento in cui bisogna agire è così confuso, così sfuggente ed effimero, che lo si spreca guardandosi intorno storditi."

 

Soledad ha quasi sessant’anni e, benché odi il passare del tempo – guardandolo non come un qualcosa di inevitabile ma alla stregua di una maledizione –, le rughe hanno avvizzito la sua pelle e scolorito un’antica ma forte bellezza. Cerca l’amore in un modo così forte, intenso, incondizionato da non riuscire mai a saziare questa sua fame.

Il suo giovane amante sposato l’ha lasciata, ha scelto la legittima compagna incinta, e lei non si dà pace. Vorrebbe urlarlo, questo suo amore, riconquistare quel legame. Così, certa che sia una soluzione, ingaggia un gigolò affinché la accompagni a un evento cui sarebbe stato presente anche il fedifrago e consorte; la gelosia, pensa, lo farà tornare da me, lo risveglierà dal torpore. Nulla di più sbagliato, ma quella sera cambia l’intero suo futuro.

Si tiene bene, Soledad, con il suo fisico sodo e il buon gusto nel vestire. Ultimamente, però, un forte senso di inadeguatezza e un profondo malessere le ghermisce il cuore con una presa fatale: è appassita, malgrado tutto. Ecco perché la sproporzione tra lei e il giovane gigolò la sente, eccome se la sente; pulsa, le entra nelle viscere, la fa tremare. 

Adam è bello, prestante. Ha poco più che trent’anni – un’età che Soledad considera ancora valida, giusta – e lei vorrebbe perdersi in quegli occhi e in quella mente così inquieta, così tormentata.

 

"Il buio della notte era davvero pieno di mostri, come Soledad temeva e sospettava fin dall’infanzia. E gli orchi si chiamano ossessioni."

 

Fanno l’amore più e più volte, durante i giorni a seguire. Soledad si vergogna quando, portafogli alla mano, lo paga; d’altronde vorrebbe essere amata, e lui – lui così strano, chiuso, cupo – non si espone. Soledad non riesce a scrutarlo dentro, nei profondi anfratti della sua anima. La speranza mista alla consapevolezza di non poter reggere il confronto la devasta.

 

"Lei si sentiva angosciata, afflitta, straziata, sconsolata, sconcertata, perduta, fallita, a pezzi, preoccupata, infelicissima... insomma, più morta che viva."

 

Esperta di arte, sta organizzando una mostra sugli scrittori maledetti alla Biblioteca Nacional di Madrid. Ci mette tutta se stessa, anima e corpo. Ama quelle vite, quei fatti, quei nomi. Hanno un non so che di magico, pur nella loro follia.

Quegli animi tormentati, afflitti, appassionati – di una passione forte da far male, da uccidere – la affascinano. Rimarrebbe ore e ore a raccontarsi di quelle vite sul filo di un rasoio, di quegli artisti che, perseguitati dalla propria mente, fecero dell’illusione e del sogno realtà, perdendosi talvolta nella spirale dell’allucinazione. Noi con lei ne veniamo toccati, cambiati, ammaliati. Seguiamo le sue parole e le facciamo nostre, le ripetiamo nella nostra mente perché il buio e la follia hanno un potere assoluto: sanno spaventare e incantare allo stesso tempo. 

 

«Essere maledetto significa sapere che la propria arte non trova alcuna eco, perché non ci sono orecchi in grado di comprenderla. In questo assomiglia alla follia» sbottò improvvisamente Soledad. «Essere maledetto è sentirsi fuori dal proprio tempo, dalla propria classe sociale, dal proprio ambiente, dalla propria lingua e dalla cultura cui si dovrebbe appartenere. Essere maledetto è voler essere come gli altri senza riuscirci. È voler essere amato e invece suscitare soltanto diffidenza o qualche risata. Essere maledetto è non sopportare la vita e soprattutto non sopportare se stessi.»

 

Soledad, nella sua incapacità di voler invecchiare, è come un frutto che, troppo maturo, non vuole staccarsi dall’albero. È come una goccia che si ferma a mezz’aria, non capace di comprendere che il suo destino è il freddo suolo – come normale, naturale conseguenza della vita stessa.

Ha un sapore dolce e amaro insieme, la certezza di non potercela fare. Lei, così persa in un’illusione, sa bene che niente è semplice, niente è scontato. Perseguitata dai fantasmi del passato, non sa vivere il presente in modo totale.

 

"Il fallimento era un lupo affamato che la osservava da lontano fin da quando era bambina, un lupo che girovagava per le lande deserte della sua vita in attesa di un suo passo falso per avventarsi su di lei."

 

Rosa Montero riesce – in un crescendo di emozione, di forte trepidazione – a catapultarci in un mondo fatto di turbamento, di paure, di angosce. In un mondo dove tutto viene capovolto, analizzato, stravolto e ricucito. In un mondo di scrittori maledetti che, a causa di menti maledette, hanno condotto vite maledette. In un mondo, quello della giovane/vecchia Soledad, dove nulla è lasciato al caso.

 

"Tutti gli amori erano ossessivi? O forse le ossessioni si nascondevano dietro le apparenze di un amore per sembrare qualcosa di bello, e non un banale squilibrio psicologico? […] L’amore avvelena, non v’è dubbio. Abbrutisce, fa commettere ogni sorta di sciocchezze e di eccessi."

 

In carne e cuore racconta la storia di Soledad, è vero, ma non si ferma qui. Diventa una profonda riflessione su temi cari, importanti, degni di nota... la Montero parla delle donne – si sofferma sul concetto di identità, sulle incertezze e sulle paure –, della morte, della passione, dell’arte. Parla di quotidianità ma anche di stranezza. Parla di bellezza e inganno. Parla di tante vite, pur soffermandosi su una in particolare.

Parla dell’animo umano.

 

 

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Quello che tutti odiano

1 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

 

 

 

 

Ciò che siamo torna sempre a galla e, dopo un’overdose di fantasie, rieccomi alle tinte unite.

Poche cose prima dell’orgia saldi.

 

Il tris di maglie basic: nero, grigio e verde militare.

La maglia beige con gli smerli alle maniche.

Il completo canotta più t-shirt a rete, finto (o vero?) spiegazzato.

Il costume bianco, che addosso a me fa tanto Moby Dick, balena spiaggiata, specialmente da quando mi è stato proibito di prendere il sole. E le cose proibite, si sa, sono quelle che più ci desideriamo.

 

Dal viaggio sono tornata abbastanza rigenerata, anche se stanca, e ora sono alle prese con l’estate nella mia città, in attesa dei due mesi che più amo, Luglio e Agosto, mesi in cui, complici le alte temperature, io, - differenza di chi patisce il caldo – mi sento viva e ho voglia di uscire la sera, di andare al mare e di girare in città.

Mi piace quello che tutti aborrono, le strade assolate nel pomeriggio, l’asfalto che ribolle sotto i sandali, l’aria calda e pesante, gli odori amplificati dagli angoli pisciosi, dai cassonetti che traboccano. È l’estate di quando ero bambina, quando mia nonna mi portava fuori il pomeriggio. Giravamo per le strade deserte, mentre tutti erano al mare, ci fermavamo in Via Grande, sotto le finestre dell’ufficio, dove lavorava mia madre, ed io la chiamavo per un saluto. Giravamo per i pratini spelacchiati della Questura, sedevamo sul muretto di mattoncini vicino ai quattro Mori, che ora il sindaco ha abbattuto strappandomi un pezzo di cuore e di ricordi, finivamo nella chiesa della Madonna. “L’aria è mezzo vitto”, diceva mia nonna, e mi trascinava fuori. Allora mettevo il muso, avrei preferito restarmene a leggere in terrazza, ora la ringrazio perché è a causa sua, di quelle uscite pomeridiane nella calura estiva, se io adesso amo la mia città come la amo, e ce l’ho dentro, nel sangue. La città di Virzì, di Mascagni, di Modigliani.  

 

 

What we are always comes back and, after an overdose of fantasies, I am back to the united colors.

Few things before the orgy of discounted sales.

 

The tris of basic t-shirts: black, gray and green military.

The beige one with scallops on the sleeves.

The full tank top plus a network t-shirt, fake (or true?) wrinkled.

The white costume, which on me resembles Moby Dick, especially since when I was forbidden to sunbathe. And forbidden things, we know, are what we want most.

 

From my trip I came back fairly regenerated, even if tired, and now I'm waiting for the two months I love most, July and August, months in which, due to high temperatures, I feel alive and want to go out in the evening,  go to the sea and stroll downtown.

I like what everyone else hates, the sunny streets in the afternoon, the scorching asphalt under my sandals, the hot and heavy air, the smells in the dirty corners, the overflowing dumps.

When I was a kid, my grandmother used to take me out in the afternoon. We went down the deserted streets, while everyone was at the sea, we stopped at Via Grande, under the windows of the office where my mother worked, and I called her for a greeting. We walked near the Questura, we sat on the brick wall next to the Quattro Mori, which the mayor has now destroyed togheter with a piece of  my heart and memories, we ended up in the church of Our Lady. "The air is half a meal," my grandma said, and dragged me out. Then I pouted, since I would have preferred reading on the terrace, now I thank her. It is because of those afternoon in the summer heat, if I now love my town as I love it, and I have it in my blood. The city of Virzì, of Mascagni, of Modigliani.

Quello che tutti odiano
Quello che tutti odiano
Quello che tutti odiano
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