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Marco Saverio Loperfido, "Memorie di un bugiardo"

8 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

Memorie di un bugiardo

Marco Saverio Loperfido

 

Annulli Editori, 2017

pp 225

13,00

 

Chissà perché, leggendo Memorie di un bugiardo di Marco Saverio Loperfido, mi è venuto in mente Il cimitero di Praga, forse per l’atmosfera strana e cupa. Ma qui Praga non c’entra, qui è Venezia che giganteggia e rappresenta la parte più riuscita dell’opera.

Nella seconda metà dell’Ottocento un truffatore sbarca il lunario spacciando penne, a suo dire appartenute a personaggi famosi. Così facendo viene in contatto con molte figure rappresentative della cultura del tempo, da Melville a Wagner, da Dumas a Nietzsche a Dostoevskij etc. Loperfido è laureato in filosofia e si sente che in questo libro ha riversato molte delle proprie conoscenze. La trama artificiosa e similpicaresca è fin troppo un pretesto per spaziare in campo intellettuale, a scapito della scorrevolezza.

Il protagonista è un amorale che s’imbeve di nichilismo grazie alle sue frequentazioni culturali. La sua vita è un’immersione nella cultura, suo malgrado. C’è, però, un alter ego, il debole prete Gioacchino, che vive per interposta persona e probabilmente non esiste nemmeno. Egli si comporta come una sorta di Bignami della letteratura. Chiuso nella sua stanza, legge al posto del protagonista e riassume per lui, assorbendo avidamente, attraverso narrazioni scritte ed orali, una realtà che la sua condizione claustrale gli impedisce di vivere. Ma è tutto un gioco di specchi, narratore e prete si odiano come possono odiarsi due differenti parti di una stessa persona, quella intellettuale e quella pratica, quella che vive e quella che contempla. Così come nel precedente romanzo di Loperfido, i due protagonisti lentamente si avvicinano fino a confluire, fino a chiamarsi con lo stesso nome, fino a scrivere l’uno la storia dell’altro.

Ma, ripetiamo, il personaggio più riuscito non è il protagonista, né il suo riflesso clericale, né alcuna delle tante figure in cui si imbatte, bensì la città che fa da sfondo, da culla e da cornice, alle vicende, fra calli umide e lo sciacquio delle onde lungo le banchine.

 

Venezia è l’unico luogo al mondo per il quale io riesca a provare la stessa cosa che provo per la musica. In queste calli sembra che aleggi sempre una musica, non credete? Venezia è un silenzioso ma incessante concerto a cielo aperto. Visitare Venezia è come calarsi dentro a una sinfonia.” (pag 191)

 

La città è magica e fantasmagorica, può illuderci e farci vedere quello che non è, creando sosia, riflessi, “false verità”, “falsi amici” e “claude glass”, per tornare al precedente romanzo dell’autore. Senza dimenticare che tutto è narrato, appunto, da un bugiardo.

 

Per chi vive a Venezia questo è abbastanza normale e inconsciamente lo sappiamo tutti: la città sull’acqua può, in un istante e grazie ai suoi riflessi, diventare magicamente un vaneggiamento sotto il cielo traslucido.” (pag 68)

 

Così due personaggi finiscono per chiamarsi con lo stesso nome, così un manoscritto compare, scompare e poi viene riscritto da capo, così una prostituta è smerciata per fidanzata. “Forse anche i fiori, pensai, non sono altro che ingannatori di api”. (pag 115) E nella natura umana, anche nella più elevata, si nasconde sempre quella animale.

 

 

 

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Perché leggere una minchiata come “Il signore degli anelli” quando c'è un libro come “Il tallone di ferro”?

7 Giugno 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco

 

 

Lo ammetto, è ormai da decenni che trovo la lettura di romanzi una gran rottura di balle. Il feticismo librofilo ci dice che i libri insegnano e rendono più intelligenti, e bisogna leggere libri.

Un tale Umberto Eco ci dice che acculturarsi è leggere dieci libri, o anche leggere per dieci volte lo stesso libro, e che il problema è rappresentato da coloro che non leggono. Gli chiederei, e se quel libro letto dieci volte fosse nientemeno che il Mein Kampf di Adolfino Hitler? E se quei dieci libri letti non fossero altro che dieci libretti Harmony con quelle vistose copertine rigurgitanti palpitante passione quanto piattezza cerebrale e ninfomania sentimentale? Ecco, diciamo che sembrano più slogan e concetti disinteressatamente partoriti dall'industria editoriale che altro. Un contadino analfabeta di per sé sa più di qualcuno che ha letto quei dieci libretti Harmony, ma anche di qualcuno che ha letto per intero Shakespeare, e non ne ha tratto niente – non fosse altro perché sa piantare patate. Oh, e io lo so bene - perché non sono riuscito a spremere nulla da una quantità di rinomati tomi: meglio un contadino analfabeta di me.

Questo, in qualche modo, ci introduce a Il tallone di ferro di Jack London – che leggo solo ora, e leggo senza grossi intoppi, e che, più verosimilmente che altri libri, è un romanzo piuttosto stimolante, se non istruttivo. Per quanto ciò in effetti non significhi molto: 1984 è ormai uno dei libri più popolari e letti, ma ciò non ci impedisce di essere grandi appassionati del Grande Fratello – o di farci spiare per via telematica senza troppa preoccupazione. Quindi, in definitiva, serve davvero a qualcosa leggere? A quanto pare non c'è speranza – quindi perché non procedere oltre con la recensione?

Innanzitutto, i capitoli calibrati intorno alle 8 pagine ciascuno aiutano la lettura costituendo delle tappe non affaticanti, ottime per gli ansiosi di giungere da qualche parte, per i deficitari d'attenzione e per gli affetti da sindrome di stanchezza perenne – grazie Jack!

Addentrandosi poi nella vera polpa del libro, ho trovato che le interazioni al suo interno non si limitano all'individuale, anzi, ad essere dominanti sono le descrizioni di quelle tra classi e fazioni, rendendo il libro non banale e piuttosto interessante, perché allargante lo sguardo alle dinamiche della storia e della manipolazione oligarchica degli strati subalterni – finalmente ridimensionando il romanzo meramente e asfitticamente chiuso nella ristrettezza dei moti individuali, delle relazioni private, o, anche in un contesto storico, del dramma del singolo, o, persino, di una coralità di individui protagonisti che, con il loro clamore in primo piano, ammutoliscono l'intreccio più ampio: l'esistenza del mondo.

Di un intero mondo escrementizio vorticante di masse miserabili che sprofondano, e di vampiri e poiane che di loro si nutrono. Chissà a quale categoria apparteniamo?

 

“[...]l'abito che indossa è macchiato di sangue. Le travi del tetto che vi ripara gocciola del sangue di fanciulli validi e forti. Mi basta chiudere gli occhi per sentirlo colare goccia a goccia, intorno a me.

 

Lo sguardo di London permette di ergersi su un alto picco e osservare il movimento delle masse, avere un senso più vasto e generale delle dinamiche di classe, e delle loro determinazioni economiche – pur integrando ciò con la storia particolare di Ernest Everhard, alla guida dei Socialisti in America, e della moglie – che è la voce narrante del libro, per quanto incorniciata da numerose fittizie note di commento a piè pagina che ci fanno capire si tratti di una pubblicazione di diversi secoli successiva agli eventi narrati. Anzi, in effetti è direttamente esplicitato nell'altrettanto fittizia prefazione.

Già, già già – siamo arrivati al dunque scabroso: è un libro socialista, comunista, il cui protagonista – qualcuno sostiene - ha dato il nome nientemeno che a Ernesto 'Che' Guevara. E' un libro che parla di rivoluzione, e che, pubblicato nel 1908, la immagina, prima che in Russia i Bolscevichi abbattano lo Zar, è un libro che prevede la repressione sanguinosa delle richieste proletarie da parte del Tallone di Ferro delle oligarchie, prima che nella storia reale si verifichi l'avvento del nazifascismo, in cui si parla di agenti provocatori insinuati tra la folla per fomentare proteste e reprimere, di piantare bombe e accusare i socialisti (e perché non gli anarchici?) per poterli imprigionare – problemi ad accettare come realtà assodate la presenza di black bloc governativi a Genova, tattiche cossighiane e strategie della tensione? Ebbene, secondo London, sono trucchi vecchi come i cucchi.

Non avete dubbi sulla sostanziale integrità e obiettività della stampa? Ci pensa il buon vecchio Jack a chiarire le idee:

 

La stampa degli Stati Uniti? E' un'escrescenza capitalistica. La sua funzione è di servire lo stato attuale delle cose, manipolando l'opinione pubblica; e l'esegue a meraviglia.

 

E del resto non è forse la stessa stampa che nel 2003 scrisse che la fantasmatica presenza delle armi di distruzione di massa in Iraq era “irrefutable” (The New York Times), promuovendo una guerra da un milione di vittime o due?

Ma nel libro si possono trovare micce per tutte le stagioni e per tutti i settori, che si possono far detonare nei dibattiti e nelle polemiche dell'attualità

I prodotti farmaceutici sono senz'altro clinicamente testati e approvati per garantire la loro efficacia e la nostra sicurezza?

Diamine, quel folle di London in questo suo delirio antiscientifico non ne sembra particolarmente convinto:

 

Le medicine brevettate erano veri e propri imbrogli, ma la gente ci credeva come alle grazie e alle indulgenze del Medio Evo. La sola differenza era che i farmaci brevettati costavano di più e erano nocivi

 

E magari sarebbe un'affermazione scandalosa se solo, convinte, non sembrano esserlo nemmeno le moderne riviste di medicina – e, nel caso l'informazione mass mediatica abbia sbadatamente dimenticato di martellare questa nozione nella testa del pubblico generalista, ecco un estratto da un articolo del Guardian del 2001 – che documenta un tentativo di insurrezione di suddette riviste di medicina:

 

"Tredici delle più importanti riviste mediche sferrano un esplicito attacco alle ricche e potenti compagnie farmaceutiche, accusandole di distorcere i risultati della ricerca scientifica per il profitto" [...] "le accusano di usare i loro soldi - o la minaccia della loro rimozione - per legare i ricercatori accademici con contratti che impediscono il riportare liberamente e correttamente i risultati dei test clinici"

 

E che dire di questo articolo da Le Scienze del febbraio 2013?

 

"Etica medica:
La ricerca farmaceutica è affidabile?
di Charles Seife
Le aziende farmaceutiche pagano scienziati che fanno ricerche che hanno un’influenza sul destino dei loro prodotti, e nessuno può fermarle
"

 

Ma, tornando giù da sopra le righe e rientrando a casa dalle divagazioni, Il tallone di ferro non è un libro freddo e asettico, come dalla descrizione può sembrare, è anzi anch'esso non di rado palpitante di passione, non quella dei libretti Harmony, ma quella nobile, tesa verso un mondo privo di sfruttati e sfruttatori – veicolata attraverso l'umanamente, intellettualmente e fisicamente sana e vigorosa figura di Ernest, uno di quei personaggi in cui London sembra proiettarsi compiacendosi di quanto sia Maschio Alpha, un po' come in Martin Eden. Insomma, in effetti, a ben pensarci, roba piuttosto impegnativa – forse è meglio limitarsi a cercare qualcuno con cui unirsi carnalmente con tutta l'anima, come nei già multicitati libretti, dopotutto.

Nondimeno, cosa ce ne si fa di una minchiata come Il Signore degli Anelli, quando ci sono libri come questo?

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Karawanfest

6 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cinema

 

 

KARAWANFEST - 6 / 11 GIUGNO 2017

 

AL VIA A ROMA A INGRESSO GRATUITO LA SESTA EDIZIONE DEL FESTIVAL CHE TRATTA I TEMI DELLA CONVIVENZA CON LE COMMEDIE

IN UN’INEDITA VESTE OPENAIR,

TRA I CORTILI DI TOR PIGNATTARA E PIGNETO

 

6 giorni di cinema e incontri dedicati al tema: Illuminando le paure

6 cortili · 8 film · 2 anteprime italiane · 1 anteprima europea

ospiti Pegah Ferydoni e Arifur Rahman

 

Dal 6 all’11 giugno torna a Roma KarawanFest, il primo e unico evento cinematografico che - a ingresso gratuito fino a esaurimento posti - tratta i temi della convivenza e dell’incontro tra culture in tono programmaticamente non drammatico, puntando a ribaltare stereotipi e cliché e proponendo visioni non convenzionali.

Per la sua sesta edizione Karawan torna alle origini nomadi, migrando di sera in sera nei cortili di Tor Pignattara e del Pigneto, e illuminando con la luce del grande cinema le paure e le diffidenze, per favorire momenti di incontro proprio nei cortili, luoghi naturali dello scambio e della condivisione. Nato a Tor Pignattara nel 2012, il progetto mette il cinema al centro di un percorso di coesione sociale e reciproca conoscenza, per riappropriarsi di spazi comuni nel segno della condivisione e dell’arricchimento culturale.

Dal 6 all’11 giugno, Karawan presenterà, ogni sera in un cortile diverso, commedie,racconti di formazione e documentari brillanti, con un’attenzione sempre particolare rivolta alle nuove generazioni di autori e registi emergenti. 8 film rappresentativi delle comunità più numerose del territorio, tutti in lingua originale con sottotitoli in Italiano, molti dei quali in anteprima. Film da tutto il mondo, che raccontano storie di paure superate, rovesciate, cancellate attraverso piccoli grandi atti di coraggio e apertura. Che non sono atti eroici o gesta esemplari, ma creazioni, scoperte, dialoghi, scommesse, amori. Gesti semplici, che ogni giorno si osservano nelle strade dei nostri quartieri, e che sono rievocate nei film in programma, nei laboratori, nelle storie che saranno raccontate al festival. Insieme.

Ogni film sarà introdotto da incursioni e performance artistiche per avvicinare il pubblico alla cultura delle comunità presenti, a cura di Asinitas Onlus, partner del progetto, che presenterà anche racconti provenienti da diverse tradizioni culturali con Narramondi: un gruppo misto di giovani donne cantastorie italiane e straniere.

Un’altra importante novità del 2017 è il gemellaggio con l’analoga manifestazione milanese Cinema di Ringhiera, ideata e diretta da Antonio Augugliaro, co-regista di Io sto con la sposa e realizzata dall’associazione Nuovo Armenia. Entrambe le manifestazioni sono sostenute dal MiBACT con il contributo di MigrArti II edizione 2017, e condividono oltre alle tematiche, la natura itinerante nei cortili dei palazzi, a stretto contatto con le comunità e la cittadinanza. Anche il tema sarà comune:illuminando le paure. Con la luce del cinema, della cultura, dell’incontro, della condivisione. Questo gemellaggio, insieme alla collaborazione con Yalla Shebab Film Festival di Lecce, ha l’obiettivo di costituire un network su scala nazionale per lo scambio e la circuitazione dei film selezionati, e creare una tessitura che unisca le realtà in un racconto corale, radicato nel locale ma che assume contestualmente anche una dimensione nazionale.

Si parte martedì 6 giugno, dal cortile della Biblioteca Goffredo Mameli al Pigneto dove verrà proiettato in anteprima europea, grazie alla collaborazione dell’Ambasciata del Bangladesh, Kingdom of Clay Subjects, la folgorante opera prima del giovane regista bengalese Bijon. Nel segno di Satyajit Ray e Vittorio De Sica, il film è un’ode al diritto al sogno e al futuro, alla conoscenza come forma di libertà. Sarà presente per incontrare il pubblico il creative producer del film, Arifur Rahman. Abbiamo scelto di partire dal Bangladesh con un’opera così potente per dare voce ai talenti artistici e alla ricchezza culturale del paese da cui proviene la più grande comunità bengalese d’Europa, quella di Tor Pignattara.

Proprio per guardare alle comunità e al territorio con uno spirito europeo, Karawan in collaborazione con il Goethe-Institut Rom e il Forum Austriaco di Cultura per il secondo anno propone il progetto Making Heimat, per contribuire a illuminare di nuovi significati i concetti di identità e cittadinanza, a partire dall’intraducibile parola tedesca Heimat, e sollecitare l’opinione pubblica su quanto i confini possano essere spostati per includere e non per escludere. Con il Forum Austriaco verrà presentato il docufilm KINDERS, scelto per la consueta matinée che Karawan dedica alle scuole del territorio. In collaborazione con il Goethe-Institut Rom verrà presentato martedì 7 giugno 300 Worte Deutsch (300 parole in tedesco), frizzante commedia turco-tedesca sull’Islamofobia, in cui un corso accelerato di tedesco per far ottenere la cittadinanza a un gruppo di giovani turche, diventa anche l’occasione della presa di coscienza come donne. Sarà presente l’attrice protagonista Pegah Ferydoni, star di Donne senza uominiKebab for Breakfast, che incontrerà il pubblico e le donne della scuola di italiano per donne straniere del Centro Interculturale Miguelim, con le quali condivideremo prima della proiezione anche il momento dell’Iftar, il pasto serale che spezza il digiuno del Ramadan.

Il 10 giugno Karawan Fest accoglie a Roma gli amici di Cinema di Ringhiera, che presenteranno il docufilm Patience, patience… Tu iras au paradis in vista dello “scambio” che avverrà il 24 giugno, quando Karawan porterà a Milano il documentario Luoghi comuni di Angelo Loy, prodotto da Asinitas. Infine, domenica 11 giugno gran finale in salsa carioca a Largo Raffaele Pettazzoni, adiacente il parco Giordano Sangalli: una festa dedicata all’unione di popoli e culture nel segno di sport e cinema. Verranno proiettati due film legati al mondo del calcio, dove il campo diventa luogo di socialità e spazio pubblico di condivisione. Per l’occasione saranno coinvolte associazioni della rete G2 che operano per la promozione dei diritti delle seconde generazioni e per portare un nuovo concetto di cittadinanza.

KarawanFest 2017 aderisce ai festeggiamenti per i 90 anni di Tor Pignattara e alla campagna per il riconoscimento del quartiere come nuovo rione di Roma.


Per maggiori informazioni
www.karawanfest.it

info@karawanfest.it

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Dea classici: le più belle storie romantiche di tutti i tempi

5 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cultura

 

 

Data di uscita 23 maggio
Target: 14+ | Prezzo 9,90 euro

 

Le più belle storie romantiche di tutti i tempi in una nuova traduzione integrale e una veste grafica adatta a tutti i teenager, in grado di avvicinare i giovani lettori ai capolavori immortali della letteratura. Questa è la linea guida che ha orientato la scelta dei nuovi titoli, tutti contrassegnati da preziose prefazioni d’autore: Cime tempestose (Emily Brontë) porta infatti la firma di Tommaso PincioRagione e sentimento (Jane Austen) quella diEvita GrecoMadame Bovary (Gustave Flaubert) e Dracula (Bram Stoker) vedono la prefazione rispettivamente di Andrea Bajani e Claudia Durastanti.

 

MADAME BOVARY - Due sole cose sono importanti per la giovane e bellissima Emma Rouault: la ricchezza e il prestigio, che da sempre insegue senza sosta. Non importa se le sue origini sono umili e il marito, Charles Bovary, è un mediocre medico di provincia, ordinario nei modi e nell’aspetto. Per sfuggire a una vita che detesta, Emma si rifugia nei suoi preziosi libri, e sogna a occhi aperti amori romantici e totalizzanti come quelli delle sue eroine preferite. Ben presto, tuttavia, quasi senza accorgersene, si ritrova prigioniera in un mondo di bugie e inganni, soffocata dai suoi stessi desideri. Prima gli occasionali incontri d’amore con Rodolphe, il ricco proprietario terriero che pur non amandola la seduce con la promessa dei soldi, poi gli appuntamenti appassionati con il giovane Léon in un albergo di paese... Tutto questo sarà sufficiente per guarire la sua anima insoddisfatta? Un grande romanzo d’amore. Una protagonista fragile e disperata, impossibile da dimenticare.

“Emma non vuole una vita ordinaria. Ama, e l’amore l’ammala.”
Andrea Bajani

 

CIME TEMPESTOSE - Nella brughiera inglese, lontano dal trambusto della città, esiste un luogo in cui le passioni imperversano come una tempesta: è Wuthering Heights, la proprietà del cupo Mr Heathcliff. Rude, crudele e dotato di un carisma disarmante, Heathcliff è un uomo consumato allo stesso modo dall’odio e dall’amore. L’amore tormentato per la bella e capricciosa Catherine. Cresciuti insieme, Heathcliff e Catherine sono anime gemelle, incapaci di vivere l’uno lontano dall’altra… Ma mentre lui è solo un povero bracciante, Cathy è nata per diventare una vera signora, e ben presto il suo fascino e la sua grazia attirano gli sguardi di Edgar Linton, il ricco e gentile erede di una magione nei dintorni. Il loro destino si intreccia così in modo inevitabile, tra vendette e incomprensioni, distacchi e ricongiungimenti, e come un vento impetuoso devasta le vite di due intere famiglie. Perché niente è più distruttivo di un amore impossibile.

“La storia di un amore tumultuoso che resiste agli anni e al distacco, diventando prima ossessione e poi il contrario di ciò che dovrebbe essere l’amore: vendetta.”
Tommaso Pincio

 

RAGIONE E SENTIMENTO – Al mondo non esistono due caratteri più diversi di quelli delle sorelle Dashwood: tanto Marianne è esuberante e impulsiva, quanto Elinor è riservata e razionale. Questa differenza emerge in tutta la sua forza quando l’amore bussa per la prima volta al loro cuore. Marianne perde la testa per l’aitante e impetuoso Willoughby, conosciuto durante un fortuito incidente, e per lui arriva a struggersi a tal punto da ammalarsi gravemente. Elinor, invece, che nutre un tenero affetto per il timido e impacciato Edward, soffoca stoicamente le proprie emozioni quando scopre che il giovane è promesso a un’altra, tanto da convincere tutti – persino se stessa – di non provare nulla per lui. Fra speranze, delusioni e svolte inattese, riusciranno le ragazze a risolvere l’eterno dilemma tra ragione e sentimento e a trovare la felicità? Un capolavoro della letteratura romantica che, con arguzia e ironia, ci fa entrare nel cuore e nella mente delle protagoniste per sognare, sospirare e crescere con loro, pagina dopo pagina.

“Questo libro è pieno di verità. E l’essere pieni di verità è una di quelle cose
che rendono i libri non solo degni di stare nelle biblioteche,
ma di essere letti, al bisogno, come una medicina.”

Evita Greco

 

DRACULA - È una notte gelida quella in cui Jonathan Harker, giovane avvocato inglese, arriva in Transilvania per incontrare un nuovo cliente, il conte Dracula. Il nobile lo accoglie nel suo castello, un tetro maniero in rovina, dove ben presto – tra spaventose visioni notturne e agghiaccianti sospetti sul suo ospite – il soggiorno di Jonathan diventa un incubo… Intanto, sulle coste nebbiose dell’Inghilterra approda una misteriosa creatura assetata di sangue. Tra le sue prime vittime c’è un’amica di Mina, la fidanzata di Jonathan, che dopo atroci sofferenze muore… o meglio, si trasforma in un essere mostruoso pronto a cibarsi di altro sangue. E quando la dolce Mina rischia di subire lo stesso terribile destino, inizia una disperata corsa contro il tempo per salvarla e ricacciare il vampiro nelle tenebre da cui è venuto. Il più celebre romanzo gotico di sempre; una miscela perfetta di amore, morte, sensualità e orrore che s’insinua nelle vene del lettore per non lasciarlo più fino all’ultima pagina.

Dracula ci insegna che siamo destinati a diventare vampiri ogni volta che ci affezioniamo a qualcuno, e ci ricorda che quando leggiamo un libro succhiamo il sangue dalle parole per diventare immortali.”
Claudia Durastanti

Dea classici: le più belle storie romantiche di tutti i tempiDea classici: le più belle storie romantiche di tutti i tempiDea classici: le più belle storie romantiche di tutti i tempi
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Lina Maria Ugolini, "Fuad delle farfalle"

4 Giugno 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Fuad è una ragazza speciale, è dolce, ed è immensamente forte, benché abbia solo sedici anni. Le farfalle la cercano, volano attorno a lei, le fanno dono della loro leggiadria. Lei le tocca, senza rovinare le ali fini e preziose, e sembra dialogare con loro. Ha l’animo libero, Fuad, è come un soffio di vento impossibile da imbrigliare in regole, convenzioni, restrizioni. Ha vissuto già una vita dura. Ha conosciuto la malvagità umana, quella che porta oscurità e male – male puro e perverso – tuttavia non si è arresa. Lontana dalla sua mamma e tradita da suo padre e dai suoi fratelli, vive con la berbera Kanica. Kanica è saggia, sa sempre cosa dire. Ha tre lune, in fronte, ognuna di esse rappresenta un amore. Pazientemente, si siede con la giovane e le rivela la potenza di quegli amori. Si sofferma sull’ultimo, quello per Naghib, il vecchio con un solo dente e un buffo naso con il quale odorava di tutto. Il loro fu un amore esploso violentemente ma impossibile da attuare, e forse per questo ancor più doloroso. Ora il vecchio Naghib riposa perpetuamente con quella che fu la sua sposa legittima; nelle memorie di Kanica, ormai quieto e denso di malinconia, giace quel sentimento che fu forte quanto il vento che soffia durante una tempesta. Fuad non sa dove sia la sua mamma, ma ben presto sa che è viva. Maisa è viva, la ama, la attende. Sarà difficile raggiungerla, ma Fuad intraprende un percorso per unirsi a quella donna che combatte per rendere il destino delle donne musulmane meno duro, crudo.

 

«Sono Maisa, il mio nome vuol dire Colei che avanza con passo fiero, colei che non ha paura di nessuno. Lotto da anni per difendere i diritti dei deboli, dei bambini, delle yazide e di tutte le donne. Combatto perché le donne possano sciogliere al vento i propri capelli, studiare, imparare dai libri per migliorare questa nostra terra. […] Noi non siamo nate solo per unirci in matrimonio e servire gli uomini, ma per essere rispettate nell’amore. Sono brocche, le donne, i nostri fianchi conoscono il disegno elegante delle dune, la quiete dell’oasi. Siamo ceste, canestri, ghirlande di verità e mistero.»

 

Ma presto sorge un problema. Lo sceicco Omair vede in lei una sposa, malgrado la giovane età. È attratto da quella sua leggiadria, da quel suo rincorrere le farfalle. La sua giovinezza lo tenta, lui che di giovane non ha più nemmeno il cuore e l’animo. Sta per prenderla con la forza – e le grida di lei non lo scuotono – quando un misterioso uomo la salva.

È un tuareg, e l’indaco è il suo colore.

Ma soprattutto è Jamil, il suo amico d’infanzia. Ben presto i due si rendono conto che si possono perdere uno negli occhi dell’altro e che il contatto tra le loro mani genera qualcosa di più forte dell’elettricità. Si amano.

 

«Mi ami, Fuad?» le chiese di nuovo Jamil.

Fuad lo guardò e l’azzurro dei suoi occhi toccò la pelle di Jamil.

«Se l’amore è un fiore io ti amo perché sui fiori si posano le farfalle. Se l’amore è il cielo ti amerò solo se le mie farfalle potranno volare.»

 

Sarà difficile. Sono in cammino e gli ostacoli sono dietro l’angolo. C’è guerra, disperazione, c’è restrizione. C’è repressione.

In questa storia che si legge con un groppo in gola, c’è coraggio, forza – la forza delle donne.

Donne che non possono esistere, se non per i bisogni dell’uomo; donne che vengono maltrattate, umiliate, violentate, uccise; donne delle quali il parere non vale.

Donne che potrebbero vivere al pari degli uomini ma che non possono farlo, relegate in un angolo e defraudate della propria dignità. Donne senza un’identità.

Donne che combattono, impavide e forti. Donne come Maisa, combattenti nate. Senza timore, sfida le leggi del suo popolo. Mette la sua vita a disposizione affinché le cose cambino, affinché le donne possano essere come gli uomini, possano essere libere.

Si parla anche di uomini: si sa, chi non si conforma alle regole non ha buona vita, in certe parti del mondo.

 

Ab aveva imparato a non rispondere a suo padre, la musica rappresentava il suo mondo, un mondo dove essere libero. Si sentiva una donna sigillata in un corpo inopportuno. Era questo dolore che la sua voce cantava, il lamento di una prigioniera chiusa in una torre alta fino alle nuvole, un canto che negli anni aveva cessato d’essere tormento per accogliere il languore della rassegnazione.

 

C’è anche molta saggezza, in questo testo che odora di mistero, di comprensione, di verità.

L’amore di Jamil per Fuad va oltre ogni credenza musulmana. È puro, vero. È un amore dolce che si nutre di dialogo, di occhi negli occhi e di mani che si stringono con forza. È un amore che odora di per sempre e di giuramenti non ancora pronunciati. È la sua sposa pur non essendolo, non ancora.

 

«Un giorno dovrai giacere con una donna» gli aveva detto una volta il beduino Gedin «ti stringerai al suo corpo e lei al tuo. Ricorda però che devi essere ciò che sei, senza inganno, perché non basta essere nudi per mostrarsi nudi. Amerai veramente solo se saprai chi sei ed è questo segreto che dovrai confessare nell’estasi del tuo cuore, così che la tua donna confesserà a te il suo amore e questo amore diventerà nettare di vita per entrambi.»

 

È crudo, è vero, è una fiaba fatta di realtà.

È la storia di una combattente, Fuad, una combattente che amava le farfalle.

 

 

 

 

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Miriam Bruni, "Credere nell'attesa"

3 Giugno 2017 , Scritto da Angela Caccia Con tag #angela caccia, #recensioni, #poesia

 

 

Da Le lettere di Berlicche di Clive Staples Lewis

Caro Malacoda - è il diavolo Berlicche che scrive al nipote imbranato per addestrarlo al male-, se tenti gli uomini al piacere non fai nulla di utile per noi, in quanto soddisfi anche il nostro Nemico, poiché il piacere fa parte della sua creazione; tenta invece l’uomo all’aridità, all’apatia, portalo adagio adagio nel deserto, e quando è nel deserto impediscigli di pregare: allora avrai vinto anche l’ultima battaglia.

 

E inizio da qui a parlare di questo libro/scrigno, Credere nell’attesa di Miriam Bruni, Terra d’Ulivi Edizioni. Un qui molto lontano e ancestrale, com’è solo la preghiera, e il brano di Lewis la dice lunga, seppur implicitamente, sull’origine e motivazioni del pregare. Il deserto è sempre dietro la porta di casa, né l’abitudine a sgranare rosari immunizza da quell’aridità: ci vuole un cuore pulsante e un digiuno che graffia perché consapevole di potersi placare solo in quel dire e ribadire a Lui la nostra fiducia – da pag. 5

 

Solo Tu, solo Tu mi vedi intera e sai

lenire l'incomprensione amara, che ci

 

rode e a tratti ci sbrana. Non credessi

all'invisibile, Signore, una fossa avrei

 

scavata, quante volte, a seppellirmi

viva. Ma sei tu l'Oltre che vado cercando.

 

Che sento, che vedo, è a Te che io chiedo

protezione profonda, l'incursione del Bene

 

nelle mie piazze, e la pace tua dolce

sulle mie pene. E un poco di luce, quel

 

tanto che basta per avanzare senza

troppa paura e a sera renderti ogni mia

 

cosa, sia essa gaia e fiduciosa, oppure

triste e polverosa. Che vita vien fuori,

 

sarai Tu a dirlo, alla mia fronte

imperlata di Cielo, e alle mie mani

 

tese a raccogliere del tuo splendore

l'eterna manna, mio Redentore.

 

Si dice che la poesia non preghi ma faccia pregare, eppure in questo libro, tra queste pagina, sembra di cogliere l’hic et nunc in cui s’aggruma una sofferenza tra le più acute che l’autrice spande sul foglio affinché, alchemicamente, attraverso i segni che ribolliranno sul bianco, si trasformi nella meta più ambita: la speranza. È un filo sottilissimo a separare questa dall’illusione: il rischio è di adagiarsi troppo nell’attesa di tempi migliori e crogiolarsi non attivandosi, o di scattare troppo in avanti sostenuti da una visione che non appartiene al presente.

È necessario quindi rimanere ben radicati alla realtà, per quanto dolorosa e inaccettabile, perché la speranza sia sempre più credibile e si concretizzi in un ventaglio di possibilità. Una strada tutta in salita: è sperare la cosa più difficile, a voce bassa e vergognosamente. La cosa facile è disperare ed è la grande tentazione (Charles Peguy)

Ecco che “vedo” Miriam chiamare per nome il suo dolore e, pensosa ma ritta, affrontarlo … - da pag. 59

 

E' agosto e ho iniziato la chemio.

Nello sforzo costante alla pazienza

le mie labbra sono chiuse.

Devi guardarmi

come una muta nube, madre.

Agli uccelli di cui odo il suono

cerco di dare un nome,

come col verso delle bestie

di fattoria o di cortile. Ma qual è

il verbo dei cortei celesti?

E' da sola che lo imparo,

nella pace che mi coglie

se li guardo, come quando

sul finire del fuoco puntualmente

mi ristoro di brace

 

e ancora – da pag. 12

 

Spoliazione

 

Dei due massimi emblemi

del femminile: capelli e seno;

caduti entrambi in una

manciata di settimane.

 

Ma resto donna e a tratti

mi assale una pena

che mi schiude e poi richiude

come il sogno che non si fa

 

reale. Fossi di pietra, ora,

non sentirei dolore

per le miriadi di cellule

programmate a morire.

 

Non sentirei pesantezze,

fastidi, nausee, timori.

Ma nemmeno questa musica

o le vostre preghiere.

 

Ma faremmo un torto a questo bel libro, alla sua autrice, se non mostrassimo anche il “lato rosato” delle sue parole. Rosata com’è la quiete, una modalità altra di essere felici. In essa non si soffre più la resistenza, l’assenza di fatica nella vita normale è inedia, ma nella quiete diventa l’attimo più vicino all’infinito – da pag. 62

 

Le foglie d'ottobre

cominciano a cadere, sì,

a scricchiolare

sotto le suole, mentre noi

di felicità

fatichiamo anche solo

a parlare. Invece

del cielo

gli stormi d'uccelli

fan piste di ghiaccio

su cui eseguire

-beati e veloci -coreografie

da lasciare estasiati.

Ancora la calura

non raggiunge

i piani alti.

Si irradia mansueta

la sera e San Luca

è una torta illuminata.

Sono tornate

le rondini

a graffiare la luna,

a suonare

i tasti del cielo

-spensierate.

 

E ancora – da pag. 35

 

Per chi può volare alto

il pervinca

è un aperto nascondiglio,

non li puoi vedere in cielo,

ti accontenti

dei rubini tra le spighe verde-luce,

delle api a crogiolarsi,

strofinarsi

dentro i fiori. Per chi è povero

di sogni realizzati è ricchissima

miniera la natura; le colline

a inizio giugno

ricoperte da criniere

e le nubi a incoronare

l'orizzonte così belle che vi affondi

con la mano della mente,

mentre foglie, fili d'erba

e petali leggeri, tutto ti ricorda

che da un vento

di carezze tu nascevi.

 

Ciò che barra il cammino è sempre la paura - s’incarna, stravolge, sa come sradicare i piedi dal reale - così la strada si biforca: da una parte la disperazione, quello stare nel deserto che è fissità e attesa dell’ineluttabile di cui parla il vecchio diavolo Berlicche; l’altra… l’altra esige un colpo di reni per approdare al coraggio della vita e della sua difesa estrema: e la preghiera, qui, non è l’auspicio di una maggiore energia che ci faccia approdare al coraggio di cui sopra, ma è già quel colpo di reni.

E termino con una breve poesia che, a mio avviso, appartiene a tutti noi, a me che mi diletto di poesia sino a scriverne più o meno indegnamente – da pag. 9

 

Sono loro ad ordinare

“Fammi fiume, fammi pane”.

 

Sono loro, le parole

a farsi vive, necessarie.

 

E quanto siano necessarie e salvifiche a Miriam, a tutti noi che continuiamo a proteggere la parte migliore, l’essenza, quella, forse, più vicina all’anima, lo spiega ancora e mirabilmente Shakespeare

 

Dà al tuo dolore le parole che esige. Il dolore che non parla, sussurra
bensì a un cuore troppo affranto l'ordine di schiantarsi.

 

 

 

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La donna esplosiva [Weird Science, 1985]

2 Giugno 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema

 

 

La donna esplosiva, in originale Weird Science, è una tipica delizia adolescenziale Anni Ottanta accompagnata da un insulso motivetto sintetico.

Due ragazzini socialmente inetti realizzano un tipico sogno della loro età e del loro tempo: la materializzazione di un perfetto e disponibile esemplare del genere femminile attraverso un home computer, direttamente nella loro cameretta.

Ma l'unica esperienza diretta che ottengono è fare una doccia con lei totalmente nuda, mentre loro indossano dei blue jeans. Sono troppo timidi persino per sfruttare la loro stessa creazione, programmata per essere al loro completo servizio (per quanto uno dei ragazzini riesca ad ottenere una sessione di baci – pur senza, per così dire, tecniche francesi).

Ad ogni modo, Lisa, questo il nome della donna artificiale interpretata dalla conturbante Kelly Lebrock, è una sorta di "Mary Poppins con le tette", completa di accento British, e il suo ruolo, nel prosieguo della storia, cambia da oggetto del desiderio dei due nerd a guida che li aiuterà a superare le loro paure, ansietà, codardia, goffaggine, vergogna e quant'altro - mettendoli in situazioni da cui non potranno ritrarsi, e, persino, vedendosela direttamente con i loro genitori, fratelli, amici e persecutori.

Ovviamente, vivendo in America, la liberazione dalla loro condizione sociale verrà sancita dall'utilizzo di un revolver, del resto anche efficace simbolo fallico, per espellere alcuni teppisti impegnati a rovinare un party a casa di uno dei ragazzi.

Quindi, la missione di Lisa è finita, e, proprio come Mary Poppins, ora può andarsene, essendo i protagonisti riusciti a farsi accettare dai loro pari, e avendo loro finalmente conquistato l'attenzione delle ragazze che anelavano: due noiose, schifiltose e banali tizie che a malapena conoscevano.

Avrebbero dovuto concentrarsi su Kelly Lebrock.

In sintesi, un film imperdibile per chi vorrebbe una macchina del tempo per tornare negli anni ottanta, nonché per coloro che stanno ancora tentando di evocare la donna perfetta attraverso un computer.

E non sono mai stati tanti come ora.

 

 

 

Weird Science [1985]

Weird Science is a typical Eighties' teenage delight accompanied by a silly synth-pop tune.

Two socially inept teenagers fulfill a typical dream of their age and time, the materialization of a perfect and available specimen of the female genre through a home computer, directly in their bedroom.

But the only direct experience that they get is a shower with her, she totally naked and they wearing blue jeans. They're too shy even to use their own creation, programmed to be at their own complete service.

[ though one of the guys manages to obtain a kissing session - lips only]

Anyway, Lisa, that's the artificial woman's name, played by the perturbing Kelly Lebrock, is a sort of "Mary Poppins with breast", complete with British accent, and her role changes, from being the object of the two nerd's desire to be the guide that will lead them to overcome their fears, anxities, cowardice, clumsiness, awkwardness, submission, and whatever, by putting them in situations they can't back out of, and even dealing directly with their parents, brothers, friends, and persecutors.

Living in America, the deliverance from their social condition will be sealed by using a revolver, after all also an effective phallic symbol, to expel some thugs ruining a party at one of the guys' house.

So, Lisa's mission is complete, and, just like Mary Poppins, now she can leave, having the main characters been accepted by their peers, and having they finally conquered the attention of the girls they longed for: two boring, fastidious and banal individuals that they barely knew.

They should have sticked to Kelly Lebrock.

All in all, a must see for those who long for a time machine to go back to the Eighties, and for those still trying to summon the perfect woman through a computer.

And there have never been so many.

 

La donna esplosiva [Weird Science, 1985]
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CON UN SORRISO SULLE LABBRA

1 Giugno 2017 , Scritto da Luca lapi Con tag #luca lapi, #le riflessioni di luca, #poesia

 

 

     Mi salutò con un sorriso sulle labbra.
     Ma non sull'Anima.
     Nemmeno sul Cuore.
     Un'Anima ed un Cuore aridi, sterili e vuoti.
     Nessuna fertilità, fecondità e pienezza.
     Un sorriso sulle labbra.
     Labbra come se avessero contratto la lebbra.
     Un contratto non rispettato che dal sottoscritto a cui erano stati diretti il saluto ed il sorriso.
     Un saluto che mi ha procurato un salto nel buio, nel vuoto.
     Io: un vuoto a perdere!!!

          Luca Lapi

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“Dillo tu a mammà” di Pierpaolo Mandetta: l’amore è sempre una faccenda di famiglia

19 Maggio 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

"Sono sul treno che mi trascina al Sud dopo tre anni di assenza. Una volta non avrei visto l’ora di tornare alle melanzane imbottite di mamma, ai cavolfiori sott’olio della vicina. Ai muratori sudati e senza maglietta, agli anziani che giocano a carte sui tavolini di plastica, nei bar ancora pieni di fumo. Ai gatti randagi sui muretti, ai segnali stradali sbiaditi. A parlare con la panettiera che già a diciotto anni mi chiedeva quando mi sarei sposato. Al caffè a ottanta centesimi, al profumo notturno di forno acceso. Alla brezza che sa di temporale, al vento che soffia dalle masserie e sa di fieno. Ai turisti senza fronzoli, alle pagliette messe di fretta, al trucco che non serve, ai mojito a mezzanotte. Ai baci sotto la luna, alle risate in macchina con i finestrini aperti, ai pianti trattenuti davanti ai treni che vorremmo perdere."

 

Samuele è su un treno che lo porta al Sud, dalla sua famiglia. Vive da anni a Milano ma adesso deve tornare. L’amore è sempre una faccenda di famiglia e lui si sta per sposare. Deve annunciarlo a mammà, deve sputare il rospo con quelli che sono sangue del suo sangue e deve farlo subito. Saranno presto fiori d’arancio, ma non pronuncerà il “sì, lo voglio” dinanzi all’algida e spietata trentenne milanese che è al suo fianco sul treno – la stessa che lo sopporta e lo supporta da anni –, pronta ad accompagnarlo in quel viaggio all’insegna delle rivelazioni, bensì con Gilberto, suo compagno e uomo del suo cuore. È proprio lui che ha insistito affinché Samuele andasse dalla sua famiglia. L’appoggio della propria casa, quella in cui si nasce e si cresce, è fondamentale per ogni passo quotidiano, figurarsi quando ci si lega finché morte non ci separi. Ma non è semplice, e Samuele lo sa. È invaso dal terrore, dall’inquietudine; i suoi non sanno che è gay. Non è facile, nella realtà di un piccolo paese, essere se stessi. Dire ciò che si pensa e quel che si prova. Mostrarsi senza fronzoli né bugie. È per veri impavidi, la verità, quando le case di un borgo si contano nelle dita di una mano e si è – malgrado non lo si ammetta – molto, troppo interessati al parere dei suoi abitanti.

Scoprire il proprio cuore in un paesino di nemmeno duemila anime può essere doloroso, può portare conflitti e smarrimenti, può ferire. Può dilaniare. Samuele lo sa. Come reagiranno i suoi compaesani?

Lui, poi, non ha chiuso con i fantasmi del passato. È insicuro, bisognoso di attenzioni come un cucciolo ferito. Il passato gli ha fatto male, l’ha messo a dura prova, e lui non ha ancora preso un respiro di sollievo sul mondo. Tachicardico, perennemente avvolto da paturnie di ogni tipo, dipendente da calmanti e da mille altri stratagemmi per sentirsi al sicuro, al caldo, preservato dal gelo del mondo, è un uomo ancora un po’ bambino. È ironico e divertente, nei suoi eccessi di un’infanzia che ritorna.

 

"Dovevo pensarci io al cibo, lo sapevo. Vuoi capirlo che il riso mi rende stitico? Ho un equilibrio delicato, c’è già la colite spastica a darmi problemi, devo assumere fibre, non riso. Poi mi tocca prendere le pastiglie di erbe lassative, ma mi scombussolano l’organismo. Potevi fare un panino integrale con la frittata, come tutti."

 

È uno scrittore, adesso; il suo blog galoppa che è una meraviglia. La gente parla di lui, si affida ai suoi consigli, alle sue frasi che hanno una saggezza che ci si aspetterebbe da un vecchio sul letto di morte. Il mondo è suo. Tenace e caparbio, con le sue stesse forze è giunto all’apice. È un grande. Ma allora perché non sa essere felice? Perché non comprende il suo valore?

Claudia è al suo fianco, come sempre negli ultimi anni. Lo sprona con un po’ di forza, con veemenza, con foga. Sa che rispondergli con dolcezza alimenterebbe le sue paure, le sue angosce. Poi lei è una donna di città; è fredda e ambiziosa, si è presa ciò che voleva dalla vita. Ha carattere. È la persona giusta per Samuele: incontrandosi nel mezzo, entrambi sono capaci di diventare persone migliori.

 

"La sua missione è prevedere il meglio per se stessa, perciò parole come smarrimento o confusione le fanno alzare gli occhi al cielo fino a roteare le pupille verso il culo. È single da quando la conosco. Prova a suggerirle il rossetto più adatto alla sua carnagione, che piatto ordinare al ristorante o anche solo di non attraversare col rosso e ti spacca la faccia."

 

Tra una lamentela e l’altra, i due arrivano a Trentinara. Piccolo borgo del Sud, è immerso in quella che è un’aura di passato e di magia. Bloccato, congelato, qui il tempo sembra essersi fermato. E Samuele si ritrova a casa. In quella casa da cui era fuggito, la stessa che non lo ha protetto, agevolato, spronato, lasciato volare verso il mondo. La stessa che ama e odia, consapevole che l’amore e l’odio siano i motori dell’universo e certo che non per forza si escludano l’un l’altro.

C’è donna Luisa, sua madre, pratica e dolce di una dolcezza ruvida che non ha certo sapore di piagnistei né di carezze smielate sul capo; c’è Santina, la sorella con cui ha un rapporto pietoso, assente, indifferente; c’è suo padre, egoista e anche, perché no, un po’ grullo nei suoi tentativi maldestri di adattare il figlio ai suoi desideri; c’è sua nonna, una donnina con le spalle larghe e una avvedutezza che deriva un po’ dall’età e un po’ da un carattere forte, pratico, da matrona che sa risolvere ogni problema con un cenno della mano.

Ci sono loro, sì, il nucleo della sua famiglia. Ma ci sono molte altre persone, persino. L’amore è una faccenda di famiglia, ricordate? Samuele lo sa, e noi lo sappiamo con lui.

 

"Zia Cherubina. Ha cinquantasei anni ma ne dimostra centotrenta: chignon nero con ricrescita grigia impreziosito da una retina dorata, orecchini di topazio e vestaglia di chissà quale antenata ripescata da una capsula del tempo. Vedova. […] è una timorata di Dio. Non ha preso bene il fatto che, invece di bere birra con gli uomini davanti a una partita dell’Inter, io me li porti a letto."

 

Proprio quando Samuele riesce a confrontarsi con quelli che sono i suoi familiari, tirando fuori quella che è, per loro, una verità un po’ scomoda, le cose si complicano. Si mostrano dalla sua parte, questo un po’ lo sconvolge e un po’ lo stranisce. Le domande si affollano nella sua mente. È la cosa giusta? Sarò felice? Amo Gilberto?

Le persone, soprattutto nei periodi di calma piatta, amano soffrire, chiedersi se tutto va bene, rovinare il momento. È come se una forza disumana, proprio quando tutti i tasselli tornano al proprio posto, ci imponesse di non essere sereni, di non accontentarci. Perché la vita è rischio, è dolore, è corsa con il tempo e contro di esso. Chissà perché quando ci sentiamo così, è sempre il passato a farci visita.

Nel caso di Samuele, il passato ha il sapore agrodolce di un amore giovanile, quando tutto sembrava perfetto. Quando il primo amore torna a farci visita, il sapore delle lacrime è più salato. Nel suo caso, ha un nome. Peppe.

 

"Mi guarda, lo guardo. I suoi occhi, scolpiti nel faccione invecchiato dalle bugie e dai pomeriggi torridi a spalare calce sotto il sole, sono al contempo buzzurri e letterari. Mi raccontano una storia malinconica, che mi fa diventare malvagio e, subito dopo, intenerire. Lo odio e lo adoro."

 

È sempre lui – un uomo che ha imparato a soffrire e a risollevarsi – ma è confuso. Nella sua fragilità c’è la sua forza, è vero, ma ora è crollato. E nemmeno tutto il Valium del mondo può esimerlo dal prendere in mano la sua vita.

 

"Sento che la mia vita sta andando a rotoli. Là fuori c’è gente che arriva a fine mese con mille euro e due figli all’asilo, e io sono qui con il mio Valium, il collirio per la secchezza da bulbo oculare e una tachicardia che mi fa affogare in problemi di cui neppure conosco la natura."

 

È vero, è dolce, è umano e per questo è imperfetto. Ama. Del resto è un uomo del Sud e come tutti gli uomini del Sud è fatto di carne e di cuore. È istintivo. È passionale. È innamorato dell’idea dell’amore, di quel calore che ti ruba il sonno e che ti culla nel contempo.

Pierpaolo Mandetta ci catapulta nel suo mondo, nella sua fantasia densa di ironia e di verità – pungente quanto il freddo inverno –, in questa sua testa piena di comprensione, di saggezza, di umanità.

Tramite Samuele, ci fa ridere, ci accompagna, ci guida, mamma presente e premurosa, in quello che è un mondo che spesso è difficile. Quando si cresce, quando si buttano in un angolo gli abiti dell’adolescenza, be’, si perde un po’. Ci si sente spaesati. Si è adulti, sì, e le prime rughe attorno agli occhi lo dimostrano. I capelli bianchi sono lì per ricordarci che non abbiamo più quindici anni. Però non è facile prendere in mano la propria vita. Essere grandi richiede una forza immane, soprattutto in questo mondo che ci vuole così perfetti. Sempre all’altezza.

Ironia.

 

"«Mamma, secondo te qui c’è il wifi?» chiedo.

«Siamo a casa di zia Cherubina, Samue’. Qui ci stanno i crocifissi.»"

 

Convinzioni, più o meno deleterie.

 

"Crescendo, ho associato lo stare insieme alla sopportazione. Alle grida. Alle questioni in sospeso che non fanno dormire. Alla mancanza di rispetto. All’attesa che un altro giorno finisca in fretta. Non riuscivo proprio a collegarlo a un episodio felice."

 

Frammenti di vita, quella vera – dette tramite la voce di una vecchina che ne sa una più del diavolo.

 

"«Però una cosa l’ho detta, a mia nipote Vera, prima che se ne andava a studiare a Pisa» continua zia. «Una cosa tenevamo buona, noi che siamo nati settant’anni fa. Non potevamo fuggire dai problemi, come oggi, che pigli e cambi vita se una cosa non ti piace. Allora le ho detto: “Vedi che non ti devi difendere dalle cose brutte. Lascia che ti travolgano. Fatti scassare, piangi, goditi il dolore. È un privilegio, tesoro di zia, vuol dire che sei viva. Perché quando non ti succede niente, quando tutto fila liscio, o quando fai solo quello che hai deciso di fare, che hai da ricordare, poi? Non ti ricordi niente. Il dolore ci irrobustisce, ci migliora. Se non soffri, non puoi imparare a superare il dolore. Se soffri, poi non ti metti più paura.”»"

 

Lieto fine che però lascia una lacrima in sospeso negli occhi.

 

"Li guardo e li amo per la prima volta, di nuovo. Come si ama chi viene al mondo, chi è appena nato e lo si guarda con candore, senza filtri e pregiudizi. Sono perfetti così come sono e devo obbligarmi a fare i conti con i sentimenti che un saluto comporta."

 

Mandetta ci ruba, ci strega, ci trasporta in un universo che tutti abbiamo dentro – soprattutto noi, gente del Sud – ma che non sappiamo descrivere.

E ci ridona l’amore, quello nel quale tutti – anche i più cinici, i più freddi, quelli che si mettono le dita in gola quando vengono pronunciate le parole “matrimonio” e “per sempre” – credono. Quello che fa piangere e ridere e nuovamente piangere – consapevoli che in amore tutto è perfetto ed è permesso. Quello che fa pensare che, dai, in fondo va tutto bene. Quello che ci fa sentire talvolta ammaccati, è vero, ma vivi. Soprattutto vivi.

 

"L’amore. Credevo che se ne fosse andato. Partito. Espatriato. Che io non fossi la nazione giusta per la sua permanenza. […] E invece l’amore era in letargo. E adesso si è appena svegliato, sta sbadigliando, è vigile."

 

 

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Il piacere prima del piacere

17 Maggio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

 

 

 

 

E siamo quasi di partenza. Forse non sarà il viaggio della vita, ché di viaggi belli ne ho fatti tanti, ma è senz’altro un itinerario vagheggiato da sempre. Mi auguro di non rimanere delusa. Partirò, se tutto va bene, a breve, spero di non portarmi appresso il peso dei pensieri, di sgombrare la mente da tutto e riempirla solo di emozioni positive.

Una valigia è qualcosa che si fa con amore, è il sabato del villaggio, è il piacere prima del piacere. Una valigia comincia dalla valigia ed io l’ho comprata nuova. La volevo più piccola, più maneggevole, salvo poi accorgermi, una volta a casa, che l’ho presa più grande di quella che avevo.

Vediamo cosa ci metto dentro di recente.

 

La camicia di jeans, un classico intramontabile, e quella mimetica, utili per vestirsi a cipolla come sarà necessario, portabili anche aperte come giacche leggere.

La felpa verde militare, per meglio mimetizzarsi.

Il kw imbottito nello stesso colore, antipioggia e antivento.

 

Nessun indizio ancora su dove io sia diretta? Ecco il libro che mi porterò dietro per rileggerlo. È sulle orme di questo autore, della sua prima maniera, la più autentica e impressionante, che compio questo pellegrinaggio. Adoro i viaggi a tema.

 

E ora un paio di pezzi acquistati di recente che non porterò con me perché inutili.

 

La camicetta con i fiorellini. Non amo il giallo ma questa si distingueva proprio per l’abbinamento piccoli fiori su grazioso sfondo giallino.

La maglia con intarsi argento. Costituisce una riprova che i colori significano molto e sono capaci di trasformare e far risaltare qualsiasi forma. La t-shirt era disponibile in nero e oro, e in rosa e oro, ma sortiva un effetto di sovraccarica vistosità. L’accostamento bianco e argento, invece, è raffinato.

 

A bientot… ormai ci sentiremo al mio ritorno.

 

 

And we're almost there. Perhaps it will not be the journey of life, because of all the beautiful travels I have done already, but it is certainly a most desired itinerary. I hope not to be disappointed. I will leave, if all is well, in the short term, I hope not to bring the weight of thoughts with me, to clear my mind and fill it only with positive emotions.

A suitcase is something you do with love, it's the village's Saturday, it's pleasure before pleasure. A suitcase starts from the suitcase and I bought it new. I wanted it smaller, more manageable, except that, once at home, I noticed that I took it bigger than the one I had.

Let's see what I put in it.

 

The jeans shirt, a timeless classic, and the camouflage one, useful to dress in layers, as it will be necessary over there, also wearable as light jackets.

The military green sweater for better camouflage.

The padded kw in the same color, for rainy and windy weather.

 

No clue yet about where I am heading? Here's the book I'll take to read it all over again. It is in the footsteps of this author - his first, the most authentic and impressive - that I make this pilgrimage. I love themed travel.

 

And now a couple of recently purchased pieces I will not bring with me because they are useless:

 

The blouse with florets. I do not love the yellow but this one was distinguished by the combination of small flowers on pretty yellow background.

The t-shirt with silver inlays. It is a proof that colors mean a lot and are capable of transforming and highlighting any form. The t-shirt was available in black and gold, and in pink and gold, but it had an overloaded visibility effect. The white and silver approach, however, is refined.

See you soon ... we will speak again when I’m back.

Il piacere prima del piacere
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