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Karl Marx recensisce Dark Shadows di Tim Burton

11 Aprile 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema

 

 

“For some blood means a life of wealth and privilege, for others a life of servitude.

(Barnabas Collins)

 

Barnabas Collins (Johnny Depp) è un conservatore, un succhiasangue vetero-capitalista affermatosi durante la rivoluzione industriale inglese, costretto ad essere eternamente assetato di profitto a causa della maledizione inflittagli da una tizia con la brutta faccia di Eva Green, nel ruolo di Angelique Brochard, domestica respinta, che rappresenta il tormentoso pungolo dell'economia capitalista, l'economia capitalista stessa, nonché i conflitti inter - e intra- classisti. Barnabas, infatti, in quanto sfruttatore, vive del sangue degli operai, che ammazza e drena non appena affrancato dalla prigionia della bara in cui è costretto da un paio di centinaia d'anni, e, in quanto conservatore, disidrata di plasma ed emoglobina gli hippie rincoglioniti che sognano un mondo differente, basato su pace e su amore. Pace e amore che, incarnati nell'oggetto del suo più puro desiderio, Barnabas ha perso proprio a causa della persecuzione inflittagli da Angelique: la domestica, in realtà una strega, nel prologo si vendica del rifiuto ipnotizzando la di lui amata, e inducendola a gettarsi dalla scogliera.

Il personaggio di Eva Green, che ritroviamo negli anni settanta (del 20° secolo), è un simbolo inconscio polivalente che rappresenta ulteriori due questioni psico-economico-sociali: nel prologo, le classi subordinate rigettate dal benessere elitario, che cercano vendetta, quindi la cattiva coscienza di Barnabas, nonché, nella contemporaneità, la rivalsa femminista contro la discriminazione sessuale – la conquista di nuovi ruoli sociali per la donna. La lotta di Collins contro Angelique è scontro intra-borghese, nel momento in cui lei diventa suo rivale sul mercato, tentando di conquistarlo, ma anche nostalgia conservatrice di un mondo in cui la donna non intraprendeva, e l'uomo dominava – l'era patriarcale. Nel complesso emerge la lucida consapevolezza politica di Burton, che condanna e fa condannare dalla storia lo stesso protagonista del film, nonché la sua finta nemesi - in realtà a lui affine. Difatti "ora gli mostrerò quel che siamo veramente", è ciò che esclama trasparentemente Birbaba, accingendosi a rivelare la propria vampiritudine assieme alla natura stregonesca di Angelique. Ed è lui stesso che riconosce la propria ipocrisia e crudeltà, menzionando le stragi operaie e controculturali da lui commesse, e analizza come ciò sia ineluttabilmente legato al rapporto con la sua amante e torturatrice. E comprende come l'unica soluzione possibile sia la distruzione di questo rapporto, e la creazione di uno nuovo - basato sull'amore - per transitare dal capitalismo al comunismo - nonché per distruggere le lunghe ombre oscure che infestano la dimora della famiglia borghese e i suoi sanguinari e cinici segreti - frutto marcio della falsa coscienza.


Uno spettro si aggira per il mondo, terrorizzando l'orrore capitalistico. E' lo spettro di Tim Burton.

 

Karl Marx und Friedrich Engels

articolo tratto da Das Kapital KinoRezension (edizione del maggio 2012)



 

 

Karl Marx reviews Tim Burton's Dark Shadows

 

“For some blood means a life of wealth and privilege, for others a life of servitude.

(Barnabas Collins)

 

Barnabas Coffins (Johnny Depp) is an oldcon, a veteran capitalistic bloodsucker which established himself during the English industrial revolution, compelled to be eternally profit-thirsty due to the curse inflicted on him by a gal with Eva Green's ugly face, Angelique Brochard, representing the tormenting goad of capitalistic economy, capitalism itself, as well as the clashes among and inside the social classes. Barnabas, in fact, being an exploiter, lives by the workers' blood, which he kills and drains as soon as he is enfranchised from the prison of the casket, and, being a conservative, he dehydrates of their plasm and hemoglobin the idiotic hippies dreaming of a different world, built on peace and on love. Peace and love which, incarnated in the object of his most pure desire, Barnabas lost precisely because of the persecution Angelique inflicted upon him: the maid, in truth a witch, in the proloque takes revenge for the rejection by hypnotizing Barnabas's loved one, and inducing her to jump from a cliff.

Eva Green's character, which we find again in the seventies (of the 20th century), is an unconscious and polyvalent symbol representing another two psycho-socio-economical issues: in the prologue, the subordinated classes rejected by the elitarian welfare and wealth, seeking revenge, therefore Barnabas's bad conscience, and, in addition, in the contemporary world, a feminist fight against sexual discrimination – the conquest of new social roles for women. Coffins's fight against Angelique is an intra-bourgeois clash, since she becomes a rival on the market, but also the conservative ache for a time when women didn't take up a career – a homesickness for the totally male-dominated patriarcal era. Overall, we see the emerging of Burton's clear headed political awareness, which condemns and makes history condemn the very protagonist of the movie, as well as his false nemesis – in reality, as a matter of fact, akin to him. Sure enough “now I will show them what we really are” is what Barnaby transparently exclaims, preparing to reveal to the public his vampiresque attitude and the witchy nature of bitchy Angelique. And it's he himself who recognizes his own hypocrisy and cruelty, mentioning the workers' killing and the countercultural slaughter that he commited, and analyzes how this is inevitably connected to his relationship with his lover and torturer. And he realizes that the only possible solution is the destruction of this relationship, and the creation of a new one – based on love – in order to transit from capitalism to communism as well as destroying the long, Dark Shadows which haunt the bourgeois family's abode and its sanguinary and cynical secrets – false conscience's festering fruits.

A ghost wanders about the world, terrorizing the capitalistic horror. It's the ghost of Tim Burton.

 

Karl Marx & Friedrich Engels

taken from Das Kapital KinoRezension (may 2012 issue)

 

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Mini-Giraglia: non solo una regata.

10 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #sport, #arte

 

@fabioguidi

 

Mini-Giraglia: non solo una regata. Una sessantina di equipaggi arrivati dai porti della Toscana, della Liguria e del Lazio, un percorso di oltre quaranta miglia in un tratto marino tra i più suggestivi di tutto il Tirreno e la possibilità di scoprire una delle più belle e incontaminate isole del Mediterraneo.

Arrivata alla XV edizione, la Mini-Giraglia è diventata un appuntamento sempre più apprezzato dai velisti, che partecipano numerosi alla regata organizzata dalla Delegazione della Lega Navale Italiana di Capraia nel primo week end di maggio. Ma quest’anno la Mini-Giraglia, che avrà la sponsorizzazione di Castello di Gussago La Santissima Franciacorta, Vicenzi Biscotteria, Locman Orologi e Braccini Broker Assicurativo, avrà un significato e una rilevanza speciali. Per festeggiare il cinquantesimo anniversario della fondazione della L.N.I., il Comitato Organizzatore ha deciso di associare la regata a un evento che la radicasse ancora più saldamente alla realtà storica e culturale di Capraia e ha scelto di contribuire al restauro del complesso di S. Antonio.

Per la sua bellezza e la sua posizione sul promontorio che domina il porto, la Chiesa di Sant’Antonio rappresenta l’identità stessa di Capraia. Purtroppo, negli anni, la struttura è stata fortemente danneggiata e in particolare la splendida facciata barocca si trovava in uno stato di degrado tale da fare temere a breve un collasso della struttura. Proprio con l’obiettivo primario del restauro della facciata nel 2013 si è costituita l’Associazione Amici di S. Antonio, un gruppo di persone accomunate dall’amore per Capraia. L’associazione, che tra abitanti dell’isola e turisti ha già raggiunto oltre 150 iscritti, si impegna per salvare dal decadimento una chiesa che, insieme al convento, costituisce uno dei complessi di maggiore rilevanza artistica di tutto l’arcipelago toscano. Il primo importante risultato è stato raggiunto e oggi la facciata di S. Antonio, con il progetto di restauro dell’architetto Franco Maffeis supportato da un gruppo di professionisti, è stata riportata al suo antico splendore. A questo punto però, perché quanto fatto fino ad ora non vada perduto, è necessario continuare nell’opera di restauro e valorizzazione della Chiesa. Per questo la Lega Navale di Capraia con il Patrocinio dell’Amministrazione Comunale, l’aiuto della Pro Loco in collaborazione con l’Associazione Amici di S. Antonio, ha deciso di dedicare la XV° edizione della Mini-Giraglia, che si terrà dal 6 al 7 di maggio, alla Chiesa di S. Antonio.

Come già nelle edizioni precedenti, nel pomeriggio di venerdì è previsto l’arrivo di tutte le imbarcazioni; il sabato mattina partenza nelle acque antistanti il porto dell'isola con direzione Giraglia, lo scoglio posto all'estremo Nord della Corsica. Quindi inversione di rotta e traguardo sotto la Torre del Saracino di Capraia. Dopo il rientro di tutti gli equipaggi, avrà inizio una serata di particolare suggestione: è infatti nello spazio antistante la chiesa e il Complesso Monastico di S. Antonio che alla presenza delle Autorità verrà organizzata la premiazione, la consegna di premi e trofei offerti dagli sponsor e un’elegante cena a lume di candela, in cui una parte dei fondi raccolti sarà devoluta all’Associazione Amici di S. Antonio.

 

Foto di @fabioguidi

@fabioguidi

@fabioguidi

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Pee Gee Daniel, "Il suocero e il genero"

9 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #pee gee daniel

 

 

Il suocero e il genero

Pee Gee Daniel

 

Leucotea, 2017

pp 133

13,90

 

 

Rispetto a Lo scommettitore, Il suocero e il genero di Pee Gee Daniel - che pare faccia parte di una trilogia dal titolo Once upon a time in Valdiguggio - accentua sempre più la ricercatezza barocca del linguaggio, a scapito della scorrevolezza, fin quasi a ricordare lo stile di Eco, e trasforma l’ironia in, meno divertente e più cattivo, sarcasmo.

Stevo Manini dirige da anni e senza successo una rivista locale in quel di Valdiguggio, paese vagamente riconducibile al Piemonte. Suo malgrado è costretto a far entrare in redazione il genero, un buono a nulla che in breve trasforma il giornale in un magazine di gossip e lo fa con tale successo da scatenare il livore e l’invidia del suocero.

Tutto qui, non c’è altro ma ciò che conta è la messa alla berlina, beffarda e surreale, di certi ambienti pseudo culturali di provincia, che ruotano spesso attorno a riviste e giornalini. E così abbiamo l’ignoranza travestita da cultura, il provincialismo spacciato per sapere di nicchia. Alla fine sarà proprio Doriano Di Marzio, l’odiato genero, a scoperchiare il sepolcro imbiancato del circolo cittadino per mostrare cosa c’è sotto: solo volgarità e ignoranza.

È facile, quando vivi in provincia, essere orbo in un mondo di ciechi, sentirti grande senza motivo, circondarti solo di chi ti plaude perché non conosce altro che te, perché è ancora più ignorante di te. Ma certa autostima ha i piedi di argilla ed è pronta a crollare al primo cedimento, alla prima critica esterna.

 

Ecco che di nuovo quell’edificio che fino a poche ore prima rifulgeva sotto al sole, nella sua liscia consistenza crisoelefantina, costruito con le centinaia di belle parole spese a suo proprio decoro, si faceva ora di cartapesta e cedeva, giù, strepitoso, afflosciandosi infine sul selciato, a causa di una miserrima, singola amenità mossagli contro a suo detrimento.” (pag. 43)

 

Al centro di tutto ci sono i caratteri, chiamarli personaggi diventa difficile, da quanto sono distorti attraverso una lente caricaturale che ne mette in risalto i difetti. Le peggiori, ma comunissime, emozioni umane sono descritte senza pietà: invidia, ambizione, mania di grandezza, odio e meschinità.

Il lessico, come dicevamo, è molto elaborato, e le note finto-filologiche finali ci ricordano tanto i dizionari del Borzacchini.

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Evelino Loi, "Non l'ho fatto apposta"

8 Aprile 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Posso dare solo un consiglio ai lettori: questo libro non vi annoierà, anzi, vi ricorderà di essere vivi, però ne sconsiglio vivamente la lettura ai bigotti, ai perbenisti, ai razzisti, agli omofobi, ma soprattutto ai deboli di cuore. Vi farà ridere, ma vi farà vedere il mondo da un’altra angolazione e vi suggerirà qualcosa su cui riflettere” dice lo scrittore Giulio Cesare Mameli, nell’introduzione all’opera, e non avrebbe potuto scrivere parole più adatte.

Ho incontrato Evelino Loi in un giorno di inizio aprile e, dandomi in dono questo libro, mi ha detto solo: «Mi raccomando, però, se appartieni a una delle categorie che nomina il signor Mameli nell’introduzione, non leggerlo nemmeno.»

Fin dalle prime pagine ci si rende conto che Evelino Loi, con tono disilluso e una punta di cinismo, ci sta dando in dono quella che è stata la sua vita senza addolcirla minimamente. Ne parla con ironia, a tratti, un’ironia sofferente che odora di ingiustizia, talvolta, ma anche di libertà.

È nudo e crudo, come si suol dire. Non ha paura di darci l’opportunità di entrare nella sua testa, anche quando il passato diviene torbido o scomodo.

Ci parla – in un modo che ricorda un racconto fatto davanti a un camino – della sua nascita, del fatto che pareva fosse nato morto e di come nessuno lo volesse battezzare.

Ci parla, come si fa ad amici d’infanzia, dell’alluvione del 1951 a Bari Sardo, del fratello che non mancava di punirlo e maltrattarlo, della mamma buona ma sfortunata, della prima partenza dall’amata isola.

Ci parla di quanto facesse male non avere un babbo accanto.

“[…] chiesi al padre che non avevo mai visto il perché non venisse mai a trovarmi. Perché? Mi comportavo male? Niente affatto. Andavo male a scuola? Non abbastanza da giustificare il suo comportamento.

Non ci viene difficile pensare al piccolo Evelino, triste per il fatto di non poter godere della vicinanza del babbo. Un bambino d’altri tempi, vivace e brillante, sveglio, scottato dalla vita ma ancora entusiasta. Gli manca suo padre, lo vede la notte, gli parla, gli domanda perché non sia lì a tendergli la mano ma non ottiene mai risposta. Suo padre è in una fredda cella per un reato poco grave ma che non gli ha lasciato scampo. Uscirà morto da quella prigione.

Non ci narra questi episodi chiedendo compassione, Evelino. Lo fa con risoluta fermezza, con tono canzonatorio. Si lascia andare a una narrazione burlesca, divertente. Durante la lettura ci capiterà spesso di sorridere; empaticamente, ci sentiremo un po’ amareggiati, un po’ abbattuti ma saremo anche dilettati dai toni disillusi e ironici con cui vengono farciti gli eventi.

Tuo babbo è in carcere, io con te non ci gioco. Ora, diciamoci la verità, avrei potuto staccare gli occhi dalla foglia, alzare il mento verso di lui, guardarlo negli occhi e dirgli Guarda che nessuno te lo ha chiesto. Oppure avrei potuto alzarmi, prenderlo per mano e dirgli Figlio mio, son cose che capitano, è giusto che a un uomo si dia una seconda possibilità, e poi noi chi siamo per poter giudicare gli altri? Lo avrei anche potuto ignorare. Invece fu una pompata di sangue improvvisa al cervello. […] Al primo calcio seguì il secondo, al secondo il terzo e mentre lui mi guardava come fossi indemoniato sentii improvvisamente la temperatura delle mie guance aumentare. Non era spuntato il sole. Era mia mamma bidella che mi stava prendendo a schiaffi e lo faceva con una sapienza e una maestria che non avevo mai visto prima. Di fronte a tutti.

Ci parla, poi, del suo viaggio alla volta della Capitale.

La sua è una partenza che sa di speranza e di sogni. Roma ai suoi occhi è perfetta, è il centro del mondo. Ci sarà spazio per quel ragazzino pieno di sogni nel cassetto, nella città che per lui è l’ombelico del mondo? Lasciando la propria bella isola, che comunque non smette di mancargli, almeno di tanto in tanto – “Raddrizzai la testa sul cuscino e pensai alla mia bella isola lontana, mi sembrava così vecchia e bella, soprattutto al mattino presto, quando il sole si stiracchiava dietro le colline” –, troverà quella pace che cerca?

“Stavo iniziando una nuova vita e non avevo voglia di condividerla con il passato.”

Ci parla della sua omosessualità liberamente, senza remore né problemi. I suoi amori, i suoi struggimenti, le sue passioni… tutto questo è nero su bianco, con una naturalezza che sa di giustizia, finalmente, di ragione, di libertà. Di amore universale… quello stesso amore universale che dovrebbe essere considerato sacro e che sarebbe bene difendere dagli attacchi di chi non è capace di vedere la bellezza nella varietà del mondo.

Poi arriva la prigione. Dura e senza scampo.

Avevo scagliato una pietra su un poliziotto, ferendolo. Questa era l’accusa. Io? Li guardai increduli.”

Chiuso in una cella, Evelino non sa che fare. Tutti i suoi sogni, tutti i suoi desideri, tutti i suoi pensieri devono rallentare, al ritmo cupo e lento di quella cella senza distrazioni.

Parte dalle prime detenzioni, quelle contraddistinte da una certa calma, da una certa tranquillità.

Felice, angosciato, stanco, stremato, speranzoso, giù di morale. Non aveva importanza, ero sempre lì, dentro quello spazio limitato.

L’idea di scrivere è sempre presente, come un mantello che lo copre e lo protegge. Quasi come fosse un bisogno. Quasi come fosse un obbligo. Vuole narrare al mondo intero quello che pensa, quello che vorrebbe fare e quello che fa realmente.

Il giorno dopo mi svegliai con l’idea di scrivere un libro sulle mie prigioni. Un’idea che mi era ronzata per la strada tutta la notte. Così di mattina presi carta e penna e quando Ettore mi chiese Cosa stai facendo?, glielo dissi chiaro e tondo. Orgoglioso. Scrivo un libro sulla mia detenzione. Mai lo avessi fatto. Quello iniziò a ridere come un cretino. Ma se hai fatto una settimana di carcere che cazzo devi scrivere? Rideva lui e faceva ridere pure gli altri. Neanche riusciva a respirare da quanto faceva lo spiritoso e io lo guardavo e speravo morisse da un momento all’altro così avrebbe smesso. Mi fecero passare tutta l’ispirazione.”

Ci parla di questo e di molto altro.

Delle sue avventure in Vaticano, della sua storia d’amore con un Monsignore, delle sue scalate di monumenti, coraggioso e senza freni.

Viene picchiato in carcere, fa a botte, manifesta per ideali precisi con forza e sentimento, si occupa di politica, lavora… non un attimo della sua vita è stato contraddistinto da quiete, da rassegnazione.

C’è sempre entusiasmo, voglia di mettersi in gioco.

C’è allegria – anche quando le cose non si mettono bene – e c’è realtà. C’è soprattutto realtà, traspira dalle pagine arrivando fino a noi.

 

 

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Andrea Mirò e Alberto Patrucco Degni di nota - tra Gaber e Brassens

7 Aprile 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #teatro, #musica

 

 

 

Teatro dell'Olivo a Camaiore, in provincia di Lucca, uno di quei piccoli gioielli che non ti aspetti in una provincia versiliese montana, una bomboniera di palcoscenico, tra palchetti e piccola platea. Bellissimo. E poi uno spettacolo di altissimo livello culturale, capace di unire leggerezza a impegno, di coniugare il minimalismo di Brassens con il massimalismo di Gaber, in un alternarsi di voci femminile (Mirò) e maschile (Patrucco) sempre all'altezza dei testi e delle musiche. Tutto molto bello in questa produzione teatrale diretta con mano salda da Emilio Russo, due anni di lavoro tra traduzioni, arrangiamenti e allestimento, ma i frutti si vedono. Un recital giocato sul filo dell'ironia e del sarcasmo, senza mai eccedere, graffiante critica di una società post consumistica che ha perso valori e punti di riferimento, frecciate contro televisione e pseudocultura, ma anche frizzanti punzecchiature politiche a base di nonsense, assonanze, giochi di parole. Umorismo colto, molto inglese, ma soprattutto anarchico, alla Gaber - Brassens, veri protagonisti della serata. Testi di Alberto Patrucco - istrionico attore che quando canta ricorda il grande De Andrè -, traduttore e arrangiatore del Brassens meno noto, quello inedito, mai sentito in italiano, che in passato si è tolto pure la soddisfazione di andare a recitare il suo poeta preferito a Parigi, in italiano. Tredici testi che si fondono con le parole di Gaber fatte rivivere dalla splendida voce femminile di Andrea Mirò, calda e intensa, graffiante e dura quando serve. Uno spettacolo che non è mai retorico e celebrativo, ma che fa rivivere parole e musica di due artisti del secolo scorso, in un modo o nell'altro capaci di lasciare un segno indelebile nella nostra cultura. E i testi comici si uniscono bene alla poesia - canzone, perché sono in linea con la poetica anarchica dei due grandi Giorgio (italiano e francese) del Novecento, illuminanti e profondi per quanto è vuoto e superficiale il periodo storico che stiamo vivendo. Se la televisione facesse ancora cultura, come un tempo, invece di ospitare idioti che naufragano per finta in un'isola dei Caraibi, sarebbe uno spettacolo da proporre in prima serata. Alla fine il pubblico applaude a scena aperta e gli attori concedono un bis. Successo meritato.

 

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King Kong [Peter Jackson, 2005]: l'orrore della noia graficocomputerizzata.

6 Aprile 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema

 

 

Il film parte come una commedia, con un Frank Joe Jack Black, o come si chiama, che conserva qualche sprazzo della sua solita ilarità, per poi diventare una specie di Heart of Darkness, di Cuore di tenebra, citato del resto nel film, edificando lentamente una tensione misteriosa, fino ad un approdo isolano vagamente alla Arthur Gordon Pym.
Fin qui, bello. Dal sacrificio in poi, e dall'apparire del "protagonista" inizia una discesa qualitativamente vertiginosa, ci si trova incastrati in uno di quei moderni incubi cinematografici in cui hanno assunto un equipe di programmatori di Playstation per girare il film, che sbanda verso un Jurassic Park mediocre e tecnicamente fatto un po' male con mostri e umani mal amalgamati, che corrono su piani diversi, come se fosse un aggiornamento all'era della computer grafica dei vecchi film mitologici con mostri di pongo o delle sequenze automobilistiche di una volta, in cui la strada e il paesaggio venivano visibilmente proiettati attorno all'auto, mentre le richieste di sospensione all'incredulità si fanno sempre più esose e insostenibili.
La facilità della grafica digitale porta spesso a indulgere in ridondanze inutili, nel tentare di ottenere qualche effetto sullo spettatore meramente mediante la tattica della cumulazione di bestie strane, faccende giganti varie, e in genere basandosi sul concetto "guardate, possiamo fare qualsiasi cosa, non è meraviglioso?", ecco: no, non lo è. Da una parte perché queste cose richiedono moderazione e dosaggio, dall'altra perché la computer graphics dà spesso una alienante sensazione di inconsistenza e di algida irrealtà. Siamo in una surrealtà cinematografica o in un videogioco della Playstation?
La creatura più spaventosa che si vede nell'arco del lungometraggio è infatti in definitiva il naso di Adrien Brody.
La quasi totalità della seconda parte si snoda attraverso una marea di scene d'azione inutili e snervanti. Frank Joe Jack Black (non ricordo il vero nome) interpreta un personaggio cinico, arrivista ed egoista, che nella seconda parte è praticamente monoespressivo: occhiata torva fissata su qualcosa o persa nel vuoto. Naomi Watts si cala nel ridicolo ruolo di una pervertita zoofila che si innamora di un gorilla di otto metri. E poi ti vengono a dire che le dimensioni non contano! È un peccato non ci siano scene più esplicite.
Adrien Brody è a sua volta un rincretinito innamorato di una ragazza da una mezz'oretta, ma già disposto a dare tutto il suo sangue per lei. Oltre a ciò, è uno scrittore di commediole che fa il supereroe nel tempo libero. Il finale interminabile sul Golgota dell'Empire State Building diventa un calvario, ma per lo spettatore
Film che parte bene, ma poi diventa stupido e prolisso, in concreto una marea di soldi sprecati – e tutto questo mentre i bambini del Biafra ancora non hanno una Playstation.

 

King Kong [Peter Jackson, 2005]: the horror of CGI boredom.

The film begins as a comedy, with a Frank Joe Jack Black, or whatever his name is, which preserves some flashes of his usual hilarity, then evolving into some kind of Heart of Darkness, after all explicity quoted in the movie, slowly building up a mysterious tension, until an island docking vaguley tasting of Arthur Gordon Pym.

So far, so good. From the sacrifice on, and since the appearance of the “star”, a vertiginous quality slope starts, you find yourself stuck in one of those modern cinematic nightmare in which they have enrolled an equipe of Playstation programmers to shoot the movie, which swings toward a mediocre Jurassic Park, technically a bit bad, with monsters and humans not so well amalgamated, running on different perspective planes, as if it was a computer era update of those old mythological movies made out of play dough, or of those automobile sequences of old, in which the road and the landscape were visibly projected around the car, while the suspension of disbelief requests are becoming increasingly exorbitant and untenable.

The ease of the computer graphics often leads to indulge into useless redundancy, in attempts to obtain some effects on the viewer merely through the tactic of accumulation of weird beasts, various giant things, and generally reveling on the “look at that! we can do whatever we want – isn't that wonderful?” concept. Listen: no, it's not. On one side because these things require moderation and calibration, on the other side because computer graphics often give an alienating feeling of volatility, inconsistency, and cold unreality. Are we in a cinematic surreality or in a Playstation videogame? The most frightening creature that you're going to see in the whole movie is ultimately Adrien Brody's nose. Almost the totality of the second part unwinds through a mass of worthless and exasperating action sequences. Frank Joe Black, I really can't remember his exact name, plays the role of a cynic, self serving, egotical character, which – in the second half – is pratically a monofaced guy: grim gaze focused on something or lost into nothing. Naomi Watts makes a fool of herself playing the part of a perverted zoophiliac falling in love with a 26 feet tall gorilla. And then they tell you that size doesn't matter! It's a pity that there's no explicit scene.

Adrien Brody in turn is a feeble-minded [a.k.a. idiot] that has fallen in love with a girl since half an hour but he's already ready to give all of his blood for her. Furthermore, he's a writer of mediocre playlets, which poses as superhero in his free time. The endless final sequence on the Golgotha of the Empire State Building is an ordeal, but for the spectator.

The movie starts okay, and then becomes silly and long-winded, factually a huge waste of money. And all this while the children of Biafra are still without a Playstation.

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Mario Bonanno, "È vero che il giorno sapeva di sporco"

5 Aprile 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

Mario Bonanno

È vero che il giorno sapeva di sporco

Stampa Alternativa - pag. 110 – Euro 14

 

Mario Bonanno è uno dei maggiori esperti di cantautori del nostro paese, oltre tutto scrive in un italiano popolare, corretto, agile e snello - cosa non scontata per un critico - e rende fruibile a tutti il suo vasto sapere. Dote non di poco conto, per me che ho fatto dello stile popolare una religione, con buona pace degli snob e di chi vive perennemente con la puzza sotto il naso. Non è il primo libro che Stampa Alternativa dedica a Claudio Lolli, perché in catalogo - e nella mia biblioteca - ce n’è un altro con CD musicale allegato, che ricordo presentato in una stalla a Pitigliano, in puro stile Baragini, durante un Festival della Letteratura Resistente, ovvero degli editori veri che ancora fanno libri e non li vendono in Autogrill insieme alla merda che spacciano per cibo. Ma poi perché prendersela tanto? In fondo certi volumi rilegati sono nel loro non luogo ideale, perché cacca chiama cacca, direbbe mio nonno, e trovare Monnezzoli tra le penne scotte e il riso stile colla per manifesti è perfetto. Basta con le polemiche, parlavamo di Bonanno e di Lolli, due autori che con le major non se la sono mai detta, quindi Stampa Alternativa pare proprio l’editore ideale.

Il libro su Lolli si occupa di riascoltare l’album Disoccupate le strade dai sogni e presenta molte foto d’epoca di Enzo Eric Toccaceli. Un disco che viene definito un specie di posto delle fragole musicale non posso che amarlo, visto la passione che mi lega al cinema di Bergman e dato che pure io ho scritto - come tutti coloro che scrivono - il mio posto delle fragole con Calcio e acciaio. Non solo, il prefatore Gigi Marinoni cita la frase di Paul Nizan (Ho avuto vent’anni, non permetterò. a nessuno di dire che questa è l’età più bella della vita), perché lui quando è uscito il disco aveva vent’anni - io diciassette -, pure se lo fa in negativo, e io ho scritto un intero romanzo partendo da quella frase (Miracolo a Piombino). Insomma, le analogie sono troppe per non appassionarmi alle parole di Lolli, cantante che tra l’altro ha rappresentato tutta la rabbia esistenziale della mia generazione, non usa a farsi selfie del cazzo e giocare ai videogame, ma a leggere, studiare, farsi il culo e correre. Unicuique suum, dicevano i latini. E allora se avete tra i cinquanta e i sessant’anni ve lo consiglio questo libro per fare un tuffo nel passato, per assaporare cento pagine di madeleines e inzuppare i vostri biscottini nell’infuso di tiglio della vecchia zia. Se siete giovani, invece, vi dico che potreste per un attimo lasciare da parte telefonino e bastoni da selfie e provare a vedere se la poesia di Claudio Lolli vi dice qualcosa, ché ora come ora provare costa niente, visto che si scarica tutto, dalla rava alla fava. Bravo Bonanno che completa la sua collezione di opere sui cantautori, da Stefano Rosso a Battiato, passando per Gaber e Bertoli, miti di un passato che non può tornare. A quando un bel libro su Roberto Vecchioni? Magari che parli di Saldi di fine stagione e Improvviso paese… Mi candido come editore.

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C'era una volta la Romagna: "la vendemmia"

4 Aprile 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

 

 

Ogni anno sul finire dell'estate il nonno si eclissava e lo si poteva trovare nella penombra della cantina, intento a brigare fra tini e bigonci. Travasava il poco vino vecchio rimasto in piccole botti, dove sarebbe stato custodito, al fresco dei vecchi muri sgretolati, in un angolo polveroso pieno di ragnatele, fino all'occasione di berlo e doveva essere un giorno importante. Il matrimonio di un parente stretto, la nascita di un nipote maschio, la mietitura.

L'uva era matura e gli zii arrotavano roncole e falcetti, noi facevamo la guardia agli uccelli voraci, affinché non volassero sui tralci a beccare i grappoli.

Il giorno della vendemmia seguivamo gli uomini annusando l'odore dolce e asprigno a un tempo che, stuzzicando le nostre narici, si sprigionava nella vigna, portavamo ognuno un piccolo paniere, una piccola roncola e, pieni di buoni propositi, volevamo aiutare. Gli zii erano in alto sulla scala a tagliare, a raccogliere, le zie a svuotare le ceste sul carro che, pieno d'uva, procedeva lento fra i filari.

Foglie picchiettate di verderame cadevano sulle nostre teste e a quel punto, acquattati fra i pampini, sghignazzando, iniziavamo ad aggredire a morsi i grappoli maturi, il succo colava denso come inchiostro sul mento, lungo le braccia, sul petto. Sento ancora oggi l'acquolina in bocca al ricordo di quel dolce sapore che già sapeva di lambrusco.

I grandi guardavano le nostre faccine sbrodolate, ma nessuno ci sgridava, solo vedendo rincorrerci l'un l'altro, una zia scendeva dal carro e ci toglieva di mano le roncole. Credo che il contatto diretto con la natura, correre, sudare, insegni ai bambini a vivere meglio emozioni e sentimenti, aiuti a essere più autonomi e più spontanei. Eravamo liberi di giocare, di correre a perdifiato, di sporcarci di erba e fango, di sprofondare le caviglie nel fresco della terra umida. Siamo grandi adesso, abbiamo gli stessi occhi, ma non vediamo gli stessi colori.

In poche ore il carro era pieno, il nonno si affacciava sulla porta della cantina e si accertava che lo scarico dell'uva procedesse senza che nemmeno un grappolo andasse perso. E così si ripartiva per un nuovo carico e fino a sera si facevano parecchi viaggi.

Giunti a fine giornata, nessuno di noi aveva fame, sazi d'uva, correvamo in cantina, dove il nonno aveva riempito di grappoli i bigonci e li aveva disposti in cerchio, mentre la nonna arrivava col secchio e costringeva tutti a lavarsi i piedi prima di iniziare la pigiatura.

Appena montavo sul mio mucchietto di grappoli, il freddo contatto coi piedi nudi mi faceva rabbrividire, poi iniziavo a pressare, a calpestare, a schiacciare con tutta la forza come un puledro imbizzarrito e a poco a poco il succo sprizzava dai chicchi, tiepido, ogni disagio spariva e procedevo sempre più forte, sempre più veloce, in gara con i miei cugini a chi scendeva più giù, finché arrivavo a toccare il fondo coi piedi, ubriaca di eccitazione.

Il nonno, di tanto in tanto, veniva a controllare se il lavoro era ben fatto, toglieva i raspi e, quando immergendo la grossa mano nel mosto, si accertava che nessun chicco fosse sfuggito ai miei pedi scarni, mi sollevava con le sue braccia forti e mi deponeva su un altro bigoncio, con un sorriso di malcelato orgoglio.

La pigiatura era un'altra occasione di festa che ci vedeva tutti insieme impegnati a lavorare scherzando, ridendo, le donne cantavano maliziose reggendosi la sottana attorno alle ginocchia, gli uomini si sfidavano in gare di velocità e resistenza, raccontando storielle piccanti. Il nonno era l'unico serio, guardava severo che tutto filasse liscio, ma lasciava fare, fino a quando qualcuno non rallentasse il ritmo per le troppe risate, allora faceva la voce grossa e tutti riprendevano il lavoro a testa bassa. Il silenzio durava pochi minuti, giusto il tempo di sentire il ronzio delle vespe invischiate nei grappoli e lo sciabordio dei piedi nel mosto: un ciac ciac che mi ricordava il rumore delle scarpe nelle pozzanghere quando uscivamo fuori di corsa dopo un violento temporale. Poi tutti ricominciavano a ridere senza un perché.

I primi a crollare dopo tanta ginnastica, dopo tante risate, eravamo noi bambini. Quando la nonna capiva che eravamo troppo stanchi ci faceva scendere, ci lavava di nuovo i piedi viola, raggrinziti, e ci mandava a dormire. Cadevo velocemente in un sonno profondo, stanca, mentre un benefico calore scorreva lungo le gambe.

Nei giorni seguenti sotto l'occhio vigile del nonno si procedeva alla torchiatura e la nonna faceva bollire nel paiolo il mosto per ricavarne la saba, un dolce sciroppo d'uva da utilizzare per i dolci.

Quando aveva finito di preparare raviole ripiene di mostarda e altre leccornie profumate, ci chiamava in cucina a pulire cucchiai di legno, terrine, mestoli e pentole. Un lavoro per nulla ingrato, golosi, in cambio di un mestolo da leccare, ci impegnavamo a compiere tanti lavoretti come portare la “broda” al maiale o raccogliere l'erba per i conigli. Promesse dure da mantenere una volta lasciata la cucina.

Dopo qualche tempo, quando il primo vino nuovo era pronto, il nonno chiamava tutti per l'assaggio, ne dava un bicchiere ciascuno anche a noi bambini. Tracannato d'un fiato, dolce al palato come uno sciroppo, un allegro calore ci investiva le orecchie e ci sbellicavamo dalle risa indicando l'un l'altro i baffi rossi lasciati dal vino subito sopra le nostre labbra e via di corsa a far capriole nell'erba con la testa leggera e le gambe molli.

Da qui nasce la mia passione per il vino. Un percorso di profondità, di bellezza e perfino di storia. Un difficile cammino fatto di pazienza, di dedizione e apprendimento, alla fine sulle labbra rimane l'ombra di un racconto profumato.

Ricordi di serate in allegria, di amici, di risate e di canzoni. Di vendemmie sotto il sole settembrino e di sorrisi complici tra i tralci. Di odori e di bella compagnia, ricordi di un rosso tramonto o di un bianco inverno con le caldarroste e il vin brulé. Del morbido suono di un sughero che viene stappato dalla bottiglia, di una famiglia riunita intorno al grande tavolo delle feste, della sicurezza e della protezione avvertita sulla pelle, delle gioie brindate, dei dolori annegati e della facilità di aprirsi, seduti davanti a un bicchiere. Della semplicità dei gesti, il riscaldarsi dei cuori, la libertà dei pensieri e delle azioni. Il sentimento a volte si annusa, chi ama il vino si inebria, non si perde, lo vive e lo sposa.

 

Giunta al termine della mia rubrica settimanale, del mio nostalgico vagheggiare, concludo la rievocazione di quel culto mistico della terra, di quel remoto paradiso, che a volte mi appare come un sogno perduto, irripetibile, eppure così piccolo, un piccolo pugno di terra racchiuso in una mano piena di calli. Questa è la mia terra fatta di colori e di sapori, terra funesta e mattacchiona, terra di passioni, di impeti estremi, terra che non si manifesta facilmente se non tardi e solo a chi l'ama profondamente.

Questa la cornice in cui si disegnava la nostra infanzia e io mi sono sentita spesso spettatrice e attenta osservatrice del microcosmo di uomini, animali e oggetti che costituivano il mio mondo fatto, come natura vuole, di allegria e dolore, di lavoro e di festa, di vita e di morte.

 

Grazie a tutti per l'attenzione.

C'era una volta la Romagna: "la vendemmia"
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Urla nel silenzio, il thriller vincente di Angela Marsons

3 Aprile 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Teresa Wyatt è tanto ricca quanto sola. Ha un segreto, e questo segreto si è insinuato nelle viscere della sua anima minandola, però non si è arresa né ha confessato. Lì, nella sua casa arredata con gusto e stile, attende la fine, la sua fine. Sapeva che sarebbe arrivata, non per questo la teme di meno. Ma non è la sola. Il passato ha fatto marcire il suo cuore e quello di altre quattro persone, tutte unite da una verità che non può essere nominata. Una verità che va chiusa in uno scrigno. Una verità che sa di crudeltà e di egoismo. Una verità che è destinata a venire a galla, a dispetto di tutto quel silenzio imposto alla vita con forza maniacale.

Basterebbe, per spaventarci, il prologo… un prologo che racconta di una sepoltura e di un sacrificio; solo quella scena è capace di turbarci, provocando un’ondata di sdegno e di terrore. Ma, come ogni buon thriller che si rispetti, continua. Sale di intensità, si evolve. Ciò che è accaduto quella notte è ancor più raccapricciante di ciò che avremmo mai immaginato.

Kim, detective arguto e donna brillante, è, senza ombra di dubbio, un personaggio che colpisce. Da subito abbiamo un rispetto reverenziale per quella donna che ha tanti problemi, tanti scheletri nel cassetto. Tanta forza. Tanto coraggio. Tanta voglia di stare fuori dalle righe.

Non rispetta il protocollo, è maleducata e impulsiva, si comporta da maschiaccio e incute paura in chi la incontra.

Attacca prima di essere attaccata, quasi fosse l’unico modo per difendere il suo onore, ma è sensibile e profonda, malgrado non lo dia a vedere.

È capace di sentimenti violenti, di commozione e di compassione.

È stata in un orfanotrofio – un’infanzia, la usa, che sa di sofferenza e sfortuna – ed è proprio per questo che quando nel quadro si inserisce Crestwood, istituto per bambine abbandonate, il suo cuore si rompe in mille pezzi.

Assistiamo, impotenti, a quello che è un abominio.

Chi ha ucciso tre ragazzine innocenti? Perché qualcuno che avrebbe dovuto proteggerle, amarle, rispettarle le ha date in pasto alla terra in un modo così crudo, così vigliacco?

Mentre queste morti si legano ad altre morti, in un lago di sangue che pare non volersi prosciugare mai, in noi nascono i primi dubbi, le prime congetture.

Molte volte la salvezza non è una vera e propria salvezza, e noi, da bravi esseri umani abituati allo schifo del mondo, lo sappiamo; tuttavia ci è impossibile abituarci alla malvagità più cruda, meno compassionevole.

Malgrado tutto, vincendo l’orrore, ci avviamo, passo dopo passo, alla risoluzione della faccenda.

Quando un romanzo di quasi 400 pagine ci ruba il sonno, quando ci porta a leggere senza chiedere il permesso alla nostra stessa testa, quando riesce a rapirci fino alla parola FINE malgrado gli impegni e i casini e gli sbattimenti di testa, be’, vale. Vale sì.

E poi, ad aggiungere interesse, è un thriller, un genere a me caro da sempre – malgrado ultimamente mi stia avvicinando a letture diverse da quelle usuali. Cosa non si farebbe per un buon thriller?

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Invasion of the Body Snatchers [1978]: cavolfiori dall'iperspazio

2 Aprile 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema, #fantascienza

 

 

Trama.

Dei cavolfiori dallo spazio profondo sviluppano cloni di umani, allo scopo di rimpiazzare questi ultimi, mentre Donald Sutherland cerca di incastrare un ristorante sostenendo che un cappero trovato in cucina sia in realtà popò di topo.

L'invasione si diffonde molto velocemente.

 

 

Leonard Nimoy, a.k.a. Dr Spock , cerca di contenerla organizzando sessioni di terapia di coppia. Jeff Goldblum e sua moglie la combattono con bagni di fango. Mentre Brooke Adams opta per il preoccuparsi moltissimo e muovere le pupille in maniera inquietante.

Riuscirà il nostro manipolo di eroi a sconfiggere gli alieni?

Il dottor Spock combatte gli alieni con la psicanalisi

Il dottor Spock combatte gli alieni con la psicanalisi

Brook Adams muove le pupille inquietantemente

Brook Adams muove le pupille inquietantemente

Significato

 

Le relazioni umane sono diventate così alienate che noi stessi siamo alieni l'uno all'altro. Questo concetto è rappresentato letteralmente: gli alieni sostituiscono gli umani. Questi alieni sono freddi ed indifferenti. Sono l'oggettificazione fantascientifica dei concetti espressi dal Dr Spock ("entriamo ed usciamo dalle relazioni come se non significassero nulla"). All'invasione del distacco alieno è giustapposto e opposto il calore umano della coppia protagonista, formata da Sutherland e Adams, che verso la fine, in particolare, dichiara effusivamente le proprie inclinazioni sentimentali.
Ma la freddezza aliena incombe su di loro

 

 

 

Leonard regge il cappero

Leonard regge il cappero

Titolo italianoTerrore dallo spazio profondo
Anno1978
GenereFantascienza
RegistaPhilip Kaufman
Voto in asterischi o stelletteBellino!
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