Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Post recenti

 IL GALATEO NELL'ERA DEI SOCIAL

26 Agosto 2017 , Scritto da Luca Lapi Con tag #luca lapi, #le riflessioni di luca

 
    

 

Cerco e trovo la definizione di "galateo":"creanza, buona educazione; anche l'insieme delle norme ad essa relative".
     "Creanza" mi mette in difficoltà e ne cerco la definizione:"Il complesso delle maniere di una persona ben educata".
     Educazione, garbatezza, gentilezza ne sono sinonimi.
     Sono nell'era dei social.
     Dovrei esserci.
     "Era" non mi piace.
     Mi sembra imperfetta.
     E' perfettibile, forse.
     Anche se non trovo questo aggettivo nel vocabolario.
     Preferisco "è", legato al presente anche se non suo prigioniero.
     Sono nell'"è" dei social, quindi, almeno, secondo me.
     Io sono su "facebook", ad esempio, da diversi anni.
     Vi ho cercato e ritrovato vecchi amici ed alcuni di loro hanno cercato e ritrovato me.
     Ci siamo accettati, ma, precisiamo, non tagliati con l'accetta.
     C'è la mia faccia, su facebook, come c'è (ma non sempre) quella di tutti gl'iscritti.
     Alcuni preferiscono che ci sia l'immagine di qulcos'altro.
     Facebook è come se fosse un libro e ciascuno ha la faccia dell'autore (o altra immagine) sulla copertina.
     Si vuole mostrare la faccia (e molto di più), su facebook, ma, talvolta, ci va buca.
     Si suscita spavento.
     Si viene respinti, come ai tempi della scuola.
     Non ci sono tempi supplementari e nemmeno minuti di ricupero.
     Si viene cancellati, chiusi dentro ad un cancello, a scontare l'ergastolo.
     Si viene bloccati a causa dell'essere prevenuti altrui, iscritti in un blocco a modo di lista nera.
     Si resta incompresi nel vedere rifiutata ogni nostra comprensione, ma gli altri restano compressi nel loro ostinarsi nel rifiutarla.

          Luca Lapi

Mostra altro

Stefano Corbetta, "Le coccinelle non hanno paura"

26 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Le coccinelle non hanno paura

Stefano Corbetta

Morellini, 2017

 

Se dovessi definire la scrittura di questo libro direi semplicemente che è scritto con grazia. E lo dico nonostante il mio pregiudizio iniziale quando lessi il soggetto del libro che mi allontanò dalla sua lettura istintivamente appena ne sentii parlare. Ma, come mi ha giustamente risposto lo stesso Stefano Corbetta, l'argomento era quello e non si poteva fare diversamente. E ha ragione. Perché la vita stessa è così, ti impone un soggetto e tu non puoi cambiarlo solo perché a te non garba. Per cui capita che sposi un violento buono a nulla e poi conosci l'amore della tua vita un fine settimana in trasferta per perderlo per sempre, o pensi di avere una vita soddisfacente per poi scoprire che non ti è mai appartenuta e decidi di piantarla così di punto in bianco per andare a fare l'eremita. Oppure come a Teo, il protagonista, che proprio quando scopre di avere ancora tanto da fare, da dire, da dare al mondo scopre anche di avere poche settimane di vita: le restanti gliele ha vinte a testa o croce un tumore al cervello inattaccabile e incontrastabile. Così è la vita. E allora che fai? Te la togli tu prima per non darle soddisfazione? Ti rinchiudi in una campana di vetro, ti metti a piangere con tutti quelli che ti conoscono, speri nel miracolo? Sono tutte risposte possibili ma nessuna viene attuata da Teo. Una delle caratteristiche di questo romanzo che mi ha colpito favorevolmente è proprio la sua mancanza di risposte falsamente consolatorie. Teo continua a vivere come sa fare, come ha sempre fatto, non spera nel colpo di scena, la fine è nota, nonostante tutto lui continua a registrare le scene di vita che maggiormente lo colpiscono come se fossero scatti fotografici e archiviarli nel suo cervello come un hard disk che nessuno visionerà mai. Eppure in un contesto apparentemente così statico e inerte Teo vivrà la sua ultima avventura incrociando il destino di due persone e avendo come unico indizio una fotografia, la grande passione della sua vita. Alla fine la nostra vita si risolve in un'unica ricetta: portare a compimento delle cose prima di morire, nel bene e nel male, senza che da queste scaturisca chissà quale significato universale o un senso recondito. E qui occorre il coraggio delle coccinelle, come gli spiega un giovanissimo fotografo: non avere paura di nulla, nemmeno della vita che sta per finire e perseverare. Il finale non è né banale né scontato e tantomeno melenso e questo è un'ulteriore nota di merito allo scrittore. È a suo modo un finale aperto ma ... io vi suggerisco di buttare un occhio al parabrezza di Luca. Così come suggerisco caldamente di leggere questo sorprendente esordio.

Mostra altro

Davide Enia, "Appunti per un naufragio"

25 Agosto 2017 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #recensioni, #il mondo intorno a noi

 

 

 

 

APPUNTI PER UN NAUFRAGIO

 Davide Enia

Sellerio, 2017

 

L'incipit è micidiale, spiazzante:

 

«A Lampedusa un pescatore mi aveva detto: “Sai che pesce è tornato? Le spigole.”

Poi si era addumàto una sigaretta e se l'era svampata tutta in silenzio.

“E sai perché le spigole sono tornate in mare? Sai di cosa si nutrono le spigole? Ecco”

 

Perché le spigole si cibano di cadaveri in decomposizione. In questo caso, dei corpi di coloro che, dentro la massa di poveri cristi che dalla punta nord dell'Africa tentano la fortuna attraversando il Mediterraneo sino alla punta sud dell'Europa, non ce l'hanno fatta.

Di questo parla (e, come vedremo, di tanto altro) l'ultimo libro di Davide Enia, attore, scrittore di testi teatrali, regista operistico, telecronista occasionale per la Gialappa's, reporter, articolista e, sopra ogni altra cosa, grande romanziere, già autore tra l'altro del romanzo capitale Così in terra (la cui lettura mai mi stancherò di consigliare) tradotto in 18 lingue!

Andando per classificazioni, già da subito sorge la difficoltà di definire Appunti per un naufragio: spacciato sbrigativamente per romanzo è forse altro e di più. Rientra a pieno titolo in una nuova forma di narrativa a suo tempo teorizzata dai Wu Ming (che la sostenevano inaugurata dal Gomorra di Saviano), la cui cifra è uno stile a collage capace di accostare parti letterarie a sezioni documentali, autobiografismi, narrazioni impersonali e via dicendo.

Si potrebbe forse ricorrere alla neo-categoria di autofiction, coniata da Gianluigi Simonetti sullo scorso inserto culturale del Sole 24 Ore. Eppure ci pare che anche questa definizione vada stretta al tipo di ibridazione da cui è costituito il libro in questione, soprattutto perché, almeno all'apparenza, ne risulta piuttosto carente la parte finzionale vera e propria, visto che parliamo di un testo che si propone di essere quanto più fedele possibile alla realtà che racconta (forse potremmo spingerci a dire: che registra). Ed è qui che risiede la sua forza.

Senz'altro però - ricorrendo a un'aggettivazione critica da terza pagina - possiamo definirlo un libro necessario. Se non altro perché tratta di uno dei più grandi temi che investano la storia e la politica attuali, nonché le nostre vite quotidiane: ovvero, come già accennavamo, l'esodo di massa di migranti specificamente verso Lampedusa. E lo fa sapientemente.

Quello che Enia cerca è un approccio non ideologico. Si pone nei panni di chi vuol scoprire e sapere, non di chi intenda vedere riconfermati in loco giudizi preformati a distanza (e dunque...  pregiudizi).

Lo si capisce sin dall'inizio, da una delle figure con cui si apre questo romanzo anomalo: un sommozzatore dal fisico monumentale, proveniente dal Nord-Italia, che per tradizione famigliare e convincimenti personali professa la sua adesione a una destra politica anche estrema, il quale tuttavia, lì, sul campo, perde ogni impostazione e sovrastruttura mentale e si limita a eseguire il compito che gli è stato assegnato: salvare vite. Ma non in maniera meccanica e freddamente professionale: salva vite, strappa questi ragazzi perlopiù africani da morte certa scientemente e con grande trasporto emotivo, fino a sentirsi lacerato nel profondo al ricordo di quando un soccorso non abbia avuto successo. Senza chiedersi neppure per un attimo se tutto ciò sia coerente con le proprie idee di base.

Perché di questo si tratta: l'umanità che Enia ci mostra non gode del privilegio di poter dissertare comodamente sui social e dentro ai bar su che cosa sia giusto fare e come sia giusto comportarsi in determinate situazioni. La popolazione di Lampedusa, come tutti gli organi istituzionali preposti al salvataggio e all'accoglienza degli arrivi, dentro quelle situazioni c'è, con tutte le scarpe, senza la possibilità di tirarsi indietro o di avere tempo per ragionamenti capziosi. E la risposta che tutti costoro danno è molto semplice e precedente a ogni dibattito culturale o socio-politico: di fronte a chi implora aiuto, glielo forniscono, senza indietreggiare di un passo. È un'umanità spoglia, pura, empatica, immediatamente reattiva, quella che la penna di Enia ci restituisce.

 

«Esistono due istinti, solo che uno protegge l'altro: il proteggersi e l'aiutare il prossimo. Perché anche quello di aiutare è un istinto. La paura del diverso, di quello che non conosci, qualunque cosa essa sia, umano, animale, naturale, è normale. E se la superi la prima volta probabilmente non ti si ripresenterà più. O, almeno, ogni volta che ti si ripresenterà, avrai tempi di reazione sempre minori per superarla.» (p. 37)

 

Non c'è tempo per teorie da talk show, qua c'è giusto lo spazio d'azione per praticare un aiuto emergenziale, che è, per prima cosa - risalendo alle origini stesse dell'uomo - aiuto tra simili.

Sotto il profilo contenutistico, le descrizioni sono vive, palpitanti, dettagliate (Appunti per un naufragio è, tra le altre cose, anche un manuale preciso e imprescindibile di tali trasmigrazioni, sotto ogni loro aspetto). Esse ci portano a vivere per così dire in diretta le operazioni di sbarco o i soccorsi in alto mare, ma senza appiattimento cronachistico: il lettore si ritrova lì, sul posto, spalla a spalla con Davide, i volontari e gli addetti presenti sul posto. Anche grazie a una scrittura preziosa e allo stesso tempo fluida, nitida, ma puntualmente sostenuta dai rintocchi di un vocabolario palermitano che rende la prosa ancor più verace ed espressionistica.

La storia dei naufraghi e dei loro salvataggi ci consegna le tracce di un'umanità spicciola, feriale e, al tempo stesso, emblematica. Annotazioni minute entro cui prorompe l'immenso incanto della vita:

 

«Si stringevano alla coperta termica. Una bambina cominciò a giocarci: era diventata un mantello che, colpito dal sole, creava scaglie di luce. Un altro piccirìddo era talmente stanco che si sedette a terra, appoggiandosi con le spalle al muretto del molo e, chiudendo gli occhi, si addormentò.» (p.45)

 

Un afflato di speranza, di vita recuperata in extremis che contrasta con gli stupri subiti durante o prima delle traversate dalle giovani donne presenti, le agonie, i corpicini esanimi dei neonati, l'intera ecatombe di questi disperati, che Enia espone anche brutalmente.

La vita e la morte, come sempre, in un gioco perenne e beffardo di cui sovente non sembriamo che ininfluenti pedine:

 

«cosa vuoi che gliene fotta alla Storia della tua, della mia, della nostra percezione? La Storia sta già determinando il corso del mondo, tracciando il futuro, modificando strutturalmente il presente. È un movimento inarrestabile.» (p.21)

 

All'interno della narrazione di quell'evento epocale, che è l'immigrazione di massa come la conosciamo da decenni a questa parte, si inserisce un fitto amarcord (ma meglio sarebbe dire un marricuaiddu) di momenti spesso toccanti della vita di Enia ragazzo e bambino: la prima drastica lezione di nuoto, la malattia dell'amato zio Beppe e il suo inesorabile decorso, un recuperato rapporto col padre Francesco, le gite da giovanotto, l'amore quale sostegno irrinunciabile, una fumetteria frequentata assiduamente da adolescente nel centro di Palermo, la prima tazzina di caffè, i telefoni a gettoni. Ogni tassello concorre a un mosaico armonico, la cui visione d'insieme restituisce un'apertura alla vita senza remore, per quanto assurda e travolgente essa si possa manifestare. Come nel passo in cui un sub, dopo la spaventosa moria avvenuta il 3 ottobre del 2013, rifiuta di calarsi nuovamente in mare. Fino a che, preso coraggio, anni dopo si tuffa nuovamente proprio laddove tanti corpi senza vita emersero e riaffondarono, e quel che trova è sempre e comunque un tripudio vitalistico, quasi del tutto immemore dell'immane tragedia umana ivi consumatasi:

 

«La prima volta c'erano solo i cadaveri, oggi invece il mare ha trasformato tutto. Ho visto un superamento della morte. Un ritorno della vita, ecco.» (p.198)

 

I migranti come estraneità e rispecchiamento di noi stessi e della nostra società, la cui fragilità il loro arrivo sa mettere in così seria crisi:

 

«E saranno loro a spiegarci cosa è diventata l'Europa e a mostrarci, come uno specchio, chi siamo diventati noi». (p.146)

 

Che vi piaccia o meno, gli individui che, dopo mille sconsolanti peripezie, approdano sulle nostre coste, non rappresentano semplicemente un'emergenza contingente, bensì il futuro che ci attende, e di cui loro e i loro figli saranno in gran parte partecipi. Perché, come già scriveva Joyce: Strangers are contemporary posterity.

 

Dati del libro:

Autore: Davide Enia

Titolo: Appunti per un naufragio

Anno di pubblicazione: 2017

Editore: Sellerio

Pagine: 216

EAN: 9788838936579

Cartaceo: 5,00 euro

E-book: 9,99 euro

 

Mostra altro

Helen Humphreys, "Cani selvaggi"

24 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Cani Selvaggi

Helen Humpreys

2007

Siamo dalle parti del Nord America rurale, quella provincia profonda e abbandonata a se stessa, vittima principale di questa crisi globale, di cui poco si parla. La prima metà del libro, quella che mi ha convinto meno, è lasciata al racconto di Alice sotto forma di un lungo monologo a “Tu”, il cui nome, Rachel, viene svelato nella seconda metà del romanzo, la biologa con cui ha intrecciato una relazione sentimentale ed erotica molto sensuale e appassionata. Alice e Rachel, insieme a Jamie, Lily, Walter e Malcolm, si incontrano a margine del bosco ogni sera per cercare di rintracciare i loro cani, più il lupo di Rachel, che sono misteriosamente fuggiti e vivono come animali selvatici. E’ accaduto così, di punto in bianco, e l’inizio della storia in medias res non ci fornisce una valida spiegazione. Da un punto di vista prettamente razionale l’intreccio così come è non regge: la fuga dei cani rappresenta qualcosa di metaforico e la scrittrice ce lo rivela nella prima pagina: “L’amore è come quei cani selvaggi. Se ti salta addosso, non molla la presa. E quello che non puoi mai sapere all’inizio è con quale intensità e quanto a lungo amerai; in quali modi un amore finito ti darà la caccia, un salto dopo l’altro come fuoco misterioso che ti scorre nelle vene. I cani selvaggi esistono davvero. Sono lì fuori, oltre la sicurezza delle strade e delle case, oltre le luci della città. E uno di questi è il mio.” Questo è stato il primo motivo di perplessità: a mio parere uno scrittore dovrebbe lasciare al lettore il piacere di immaginare e scegliere sottotesti e simbolismi secondo la propria sensibilità, e non il contrario. La metafora cani/amore peraltro non mi è sembrata aderire perfettamente a quanto poi accade nella storia, personalmente l’ho associata più alla vita non vissuta, ai desideri abbandonati e alle aspirazioni non seguite, considerato che i sei narratori che si avvicendano sono tutte persone con una vita al limite del disagio economico, sociale e psichico. La prima parte in cui ad Alice spetta il compito di raccontarci la storia per intero dal suo punto di vista è stata per me gravata da questo intollerabile amore ossessivo e intrusivo per Rachel, sottolineato da una serie di immagini erotiche patinate di corpi che si uniscono, gemiti, sussurri, palmi di mani sudati che si appoggiano su incavi interscapolari, adornate e adombrate dai di lei dubbi sulla vera natura di questo rapporto: “Tu”, futura Rachel, sembra avere un atteggiamento ambiguo, a tratti manipolatore e bugiardo, come se nascondesse qualcosa. Nella seconda parte la medesima storia viene lasciata al punto di vista degli altri cinque partecipanti alle ronde notturne e qui si disvela la penna della Humphreys che, con poche pagine a disposizione per ogni personaggio, riesce a fare emergere intere vite allo sbando, esistenze apparentemente adeguate ma che nascondono, come le cicatrici sotto una maglia, storie di malattia psichiatrica mal curata, sofferenza fisica, violenza e incomprensioni familiari, vecchiaia nella solitudine dei propri affetti più cari. La storia a mio parere è più distesa, il lirismo della scrittura della Humphreys, anche poetessa, si amalgama meglio col registro narrativo del romanzo e ci conduce al finale che non chiude le porte alla speranza ricordandoci che “Il cuore è una creatura selvaggia e in fuga. Il cuore è un cane che torna a casa.”. A noi la scelta.

Mostra altro

Paolo Ghezzi, "Pupi Avati - Sotto le stelle di un film"

23 Agosto 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

 

 

Paolo Ghezzi
Pupi Avati - Sotto le stelle di un film
Il Margine, 2008 – Euro 16 – Pag. 180
www.il-margine.it – editrice@il-margine.it

 

Il Margine è un editore di Trento che fa bene il suo mestiere, non abdicando al ruolo culturale e pubblicando piccoli libri agili e utili di saggistica popolare e divulgativa. Pupi Avati - Sotto le stelle di un film è una sorta di libro - confessione che Paolo Ghezzi raccoglie dialogando di cinema con i fratelli Avati,  dalle prime incerte prove dei tempi di Thomas e Balsamus, fino a Gli amici del Bar Margherita, al tempo ancora in lavorazione. Il libro ha avuto ben due edizioni: agosto e novembre 2008, ed è ancora molto attuale e interessante, nonostante lo stesso Avati abbia voluto scrivere in tempi più recenti una corposa autobiografia (La grande invenzione, euro 18 - Rizzoli 2013, dal 2014 anche in economica BUR).

Pupi Avati (Bologna, 3 novembre 1938), figlio di un antiquario bolognese e fratello del produttore Antonio, si chiamerebbe Giuseppe ma da sempre porta quel nomignolo affettuoso che - da buon bugiardo - ha tentato di spiegare in modi diversi. Il suo sogno sarebbe quello di diventare jazzista, ma Lucio Dalla fa naufragare le speranze del futuro regista, depresso dalla bravura come clarinettista dell’amico, che entra a far parte della stesa band. Pupi abbandona sconfortato, ma il ricordo del jazz, torna spesso sotto forma di cinema e di miniserie televisive, a dimostrazione che un grande amore non si scorda mai. Nella vita di Pupi Avati c’è anche un lavoro come rappresentante Findus, ma di indimenticabile resta il cinema, un amore eterno, la passione per Fellini e la visione di un capolavoro come 8 ½  che indicano la strada da percorrere. I primi due film sono Balsamus, l’uomo di Satana (1968) e Thomas (Gli indemoniati) (1969), due lavori grotteschi finanziati da un misterioso imprenditore, il cui nome viene rivelato soltanto dopo la morte. Avati scrive anche la sceneggiatura di Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pierpaolo Pasolini, per la quale viene pagato ma non accreditato. Cifra stilistica dei primi lavori sono - per dirla con Roberto Poppi - grottesco ridanciano, esagerazione goliardica, voler a tutti i costi sorprendere con storie inusuali, fantastiche, strampalate. Prime commedie in carriera che lasciano il segno: La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone (1974) e Bordella (1975). Due film che anticipano tre lavori importanti come La casa dalle finestre che ridono (1976), Tutti defunti… tranne i morti (1977) e Le strelle nel fosso (1978). Il vero capolavoro giovanile è La casa dalle finestre che ridono, horror padano di una sorprendente originalità, scritto dal fratello Antonio e interpretato da un ispirato Lino Capolicchio. Pupi Avati è un regista del tutto fuori dalle regole, unico nel senso più alto del termine, non definibile né inquadrabile in un genere, centra l’obiettivo sia come autore di commedie che come autore di film fantastici, intimisti, storici, grotteschi, biografici e parodistici. Il suo cinema parla per lui, sembra realizzato da una squadra di registi, tanta è la varietà di idee che costella sua carriera. Tratto unitario è lo stile. Un film di Pupi Avati si riconosce tra mille. Ed è questo che qualifica un autore. Ben vengano libri come Sotto le stelle di un film che ci portano a conoscere un nostro grande cineasta negli anfratti più reconditi della sua intimità.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

 

 

 

 

 

Mostra altro

"Fondamenta degli incurabili" di Josif Brodskij

22 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

Nel 1989, su invito del Consorzio Venezia Nuova, Josif Brodskij, Premio Nobel per la Letteratura 1987, scrisse Fondamenta degli incurabili, libro difficilmente catalogabile, a mio personale avviso una lunga dichiarazione d’amore a Venezia sicuramente, ma anche una serie di riflessioni sulla vita, il desiderio, l’amore, nonché un’occasione per raccontare delle drammatiche esperienze dell’autore come cittadino russo esiliato dopo la condanna per “parassitismo” (credo dovuta al fatto di essere un artista e come tale inutile alla società e non produttivo).  Il libro rigurgita di immagini poetiche che si incidono nella memoria e si fondono indissolubilmente con la Venezia che abbiamo visto o che, dopo il libro desidereremo ardentemente visitare almeno una volta. Venezia, città visitata ogni inverno per 17 anni dal poeta, che da città d’arte diventa luogo metafisico, si trasforma sotto i nostri occhi, di volta in volta in un servizio di porcellana “con tutte le sue cupole di zinco che somigliano a teiere, o tazzine capovolte”, in uno spartito musicale poggiato sui ponti e dispiegato sui canali, testimonianza eterna della più intima essenza umana che si manifesta secondo Brodskij proprio con i nostri manufatti. Domina il senso della vista, quale strumento principale per percepire la bellezza che Venezia ci regala in ogni angolo, con  frasi indimenticabili come “In questa città l’occhio acquista un’autonomia simile a quella di una lacrima. (….) il corpo comincia a considerarsi semplicemente un veicolo dell’occhio, quasi un sottomarino rispetto al suo periscopio che ora si dilata e si contrae” o brani che ci riportano nelle malinconiche situazioni in cui presenziano gli specchi, opachi per l’anonimato dei troppi corpi riflessi negli alberghi della città, stanchi delle promiscuità dei visitatori tanto da rifiutarsi di restituire loro un’identità,  “riluttanti per avarizia o impotenza”. E in questo bellissimo poema trova lo spazio per una punta di sarcasmo su quanto Venezia sia inusitatamente cara, la narrazione diventa prosa vera e propria nella descrizione di un pomeriggio imbarazzante con Susan Sontag e la moglie di Ezra Pound, la quale come un disco rotto si affanna a convincere gli intellettuali che incontra dell’estraneità del marito alle accuse di fascismo. Subito dopo torna all’elogio della città al tramonto, perché tutte le città al tramonto sono meravigliose ma alcune lo sono più di altre, della sua luce invernale che rende l’occhio ancora più sensibile alla percezione e noi ci lasciamo cullare dalla dolcezza crepuscolare di una città unica al mondo, certamente malinconica e decadente ma anche musa ispiratrice di opere mirabili ed eterno scrigno di bellezza.

Mostra altro

"Il giardino dei fiori segreti" di Cristina Caboni: un viaggio floreale nel mondo delle due gemelle

21 Agosto 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

 

Il giardino dei fiori segreti

Cristina Caboni

 

Garzanti, 2016

 

Creato insieme dall’uomo e dalla natura, il giardino è un luogo affascinante sul quale si è scritto fin dalle epoche più remote, e continua ancora oggi a essere fonte di meraviglia, riflessione, scoperta. Ma per chi lo coltiva o lo frequenta è ben più che un luogo: è un compagno, un amante fedele, un amico sincero.”

 

Iris abita ad Amsterdam e lavora per un giornale che si occupa di giardinaggio, di fiori – suo grande amore. Determinata e tenace, sta ancora cercando il suo posto nel mondo. L’unica cosa di cui si ritiene certa – senza alcun dubbio – è che la sua carriera deve ruotare intorno a piante e fiori: sono la sua vita, il senso per ogni sua giornata e per ogni suo sorriso. Quando il suo capo le offre un posto a tempo indeterminato in cambio di un articolo, lei non si lascia pregare; tempo di fare il biglietto ed è a Londra: la mostra floreale più grande del mondo la attende. Non avvisa nemmeno suo papà della partenza: così presa da agitazione ed eccitazione, non vede l’ora di vedere quel pezzo sul giornale e il contratto sulla sua scrivania.

Viola è forte, un po’ chiusa. Certamente riservata. Abita con la madre. I suoi successi accademici sono impareggiabili e la sua mente è sempre, perennemente in subbuglio. Sente che qualcosa, nel suo passato, non torna: la madre non ama parlare del tempo che fu, non vuole immergersi nei ricordi; lei, dal canto suo, non insiste. Rimane così, a metà tra l’essere confusa e l’essere incompleta. Ad attendere. Ama i fiori, le composizioni le vengono naturali. Preda di sentimenti forti e emozioni incontenibili, è dipendente da quei colori e quei profumi. Anche lei va alla grande mostra floreale londinese.

Si incontrano. Si perdono di nuovo. Tuttavia, malgrado si vedano solo per un secondo, capiscono.

Capiscono tanto e in poco tempo... capiscono che qualcosa nel loro passato è stato celato, che i silenzi vissuti hanno un significato, che gli errori vengono fatti soprattutto da chi non ha scelta, da chi si sente in gabbia. E capiscono anche molto di più: sono due Donati, il loro destino è già scritto.

 

“«Perché è quello che abbiamo sempre fatto noi Donati. Giardini, aiuole, composizioni. Strappavano sospiri, riempivano di emozione e di gioia. Erano famosi ovunque, i fiori dei Donati. In un modo o in un altro ci siamo avvicinati istintivamente alla terra, e l’abbiamo nutrita, coltivata, servita.»”

 

Iris e Viola infatti sono gemelle. Omozigote. Hanno gli stessi occhi, le stesse labbra. La stessa forma del naso. E lo stesso grande, immenso amore per i fiori e le piante.

Divise da bambine, riunite da adulte. Ci vuole il destino perché talvolta tutti i pezzi del puzzle tornino al proprio posto, perché tutto abbia un senso, finalmente. E il destino di Viola e Iris le mette dinanzi alla verità in modo secco, senza chiedere tempo – perché la verità non chiede sconti né rimandi.

Hanno comunque molta strada da fare, per giungere al perdono.

Questa è la storia di un giardino magico, in una grande villa. È un giardino speciale, e ha bisogno delle gemelle per rifiorire.

Questa è la storia di un segreto tenuto nascosto per lunghi anni. Quanto è difficile rivelare qualcosa dopo vent’anni? Quanto è complicato mostrarsi senza maschere, senza inganni?

Questa è una storia di una morte ingiusta – quando mai la morte è giusta? – e di un dovere fatto affinché almeno il ricordo non muoia, non venga contaminato.

Questa è una storia d’amore e di odio, di bugie e di verità. Di anime messe a morte e di cuori infranti. Di fiori e colori ma anche di nero – il nero del dolore profondo, del lutto, del senso di perdita.

Ma, soprattutto, è una storia che racconta di una magia, la magia dell’amore.

 

Era amore, quello che vedeva. Quel dare con speranza e fiducia, quel donarsi completamente e prendersi cura senza pretese era una forma d’amore.”

 

Mostra altro

"Il mulino sulla Floss" di George Eliot

20 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Quando studiammo letteratura inglese dell'800 al liceo chissà perché glissammo su questa autrice e i suoi romanzi. Si, perché George Eliot era solo lo pseudonimo che Mary Ann Evans usava per farsi pubblicare (come le sorelle Brönte, George Sand ecc.) essendo lei una donna dell’epoca vittoriana. Diciamo che questo romanzo potremmo anche liquidarlo scopiazzando da Wikipedia e dicendo che è uno scritto che rappresenta molto bene l'immobilità della società inglese dell'epoca (è stato scritto nel 1860), a suo modo critica ferocemente l'ipocrisia che imperava in quella medesima società, e rispecchia certamente la tumultuosa vita sentimentale della scrittrice, che per una ventina di anni convisse con un uomo sposato come amante ufficiale con una discreta accettazione da parte di chi sapeva (tutti), ma paradossalmente fu linciata viva quando alla di lui morte, ormai donna matura, si sposò con un uomo di 20 anni più giovane (i toy boy già c'erano, non si è inventato nulla come al solito) e celibe, a proposito di ipocrisia. Ma per me c'è qualcosa di più. Tanto per iniziare mi ha colpito che alcune fonti lo inseriscano tra i romanzi di formazione, etichetta che stride col fatto che Maggie, la protagonista, non impara un bel nulla da tutte le sue disavventure e persevera in quel suo assurdo e aberrante bisogno di amare senza riserve ed essere amata, con la differenza che, mentre la prima cosa le riesce fin troppo bene con tutte le nefaste conseguenze che le procura, la seconda resta, ahimè, una chimera: Maggie non verrà mai realmente riamata se non dal padre ma al modo di un padre vittoriano, ovvero con obblighi, costrizioni e rinunce. La brama di Maggie di avere conferme su se stessa soverchierà anche la sua fantasia sfrenata, il suo volere andare contro le convenzioni e il suo amore per i libri sorretto da un'intelligenza vivace: è una ragazza in epoca vittoriana, il suo destino è già scritto e non contiene il verbo "studiare", nonostante suo fratello Tom, amato alla follia, sia un somaro a cui il diritto allo studio sia garantito. La nostra fanciulla così "selvaggia" sarà vittima prima di un amore tenero e sincero a cui dovrà rinunciare per motivi di famiglia e poi sarà vittima di un uomo disonesto, già impegnato con la cugina, che la trascinerà in un vortice scandaloso grazie ad una innocua gita che si tramuta ben presto in motivo di disonore per la ragazza, poi allontanata definitivamente dalla famiglia. Ciò che di questo romanzo mi ha lasciato un retrogusto amaro è stata una riflessione proprio su Maggie, personaggio perfettamente calato nella sua realtà vittoriana, fatta di abnegazione alla famiglia, a certi doveri di facciata, a delle regole che, pur non appartenendole, deve rispettare non avendo altra scelta. Ma esistono ancora delle Maggie al giorno d'oggi? Esistono ancora donne che sacrificano le loro passioni in nome di codici di una società non troppo evoluta, che pensano che l'unico scopo di vivere sia essere amate o comunque provarci elargendo quantità di amore ininterrotto anche su chi non lo merita nella speranza di essere considerate "brave ragazze" o comunque "integrate", "a posto"? L'angoscia che mi è venuta da questa lettura scaturisce dalla risposta secondo cui sì, ne esistono ancora, e non è un numero esiguo. A conferma che un classico è un libro che non hai mai finito da dire ciò che ha da dire.

 

 

Mostra altro

Il grande Lebowski

19 Agosto 2017 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #cinema

 

 

 

 

 

Questo articolo  è stato scritto da Guido Mina di Sospiro, pubblicato sul sito newyorkese Disinformation, e tradotto da Umberto Bieco

 

 

Più che un film Il grande Lebowski è il tipo di miracolo che, più raramente che occasionalmente, scivola attraverso le crepe dell'ingranaggio hollywoodiano. Questo perché il film precedente dei fratelli Coen, Fargo, guadagnò 7 nomination agli Oscar, e ne vinse due, per la miglior sceneggiatura originale e per la miglior attrice protagonista, Frances McDormand, tra l'altro moglie di Joel Coen. Quindi, sostenuti da un accresciuto prestigio, i fratelli Coen si imbarcarono nel loro successivo progetto, Il grande Lebowski, in cui il ruolo principale del Drugo è sublimemente interpretato da Jeff Bridges. Il Drugo, tra l'altro, fu ispirato da un uomo reale, Jeff Dowd, un addetto alle relazioni stampa che aiutò i fratelli Coen a lanciare Blood Simple (Sangue facile, 1984), il loro primo film.

 

Nel Drugo troviamo l'archetipo dello slacker, lo scansafatiche, secondo la definizione del dizionario, un giovane istruito che è antimaterialista, senza scopo, apatico, e che normalmente lavora in impieghi senza futuro. Infatti, il Drugo non sembra lavorare affatto. Gioca a bowling, però, e con passione.

 

Dopo il clamore suscitato da Fargo i critici si aspettavano, fatemi indovinare, un'altra dose di violenza esplicita sullo schermo, con persone che si fanno male tra i loro in modi inventivi (una cippatrice, ricordate?). Questo, secondo la visione del mondo esoterica che i mainstream media ci fanno digerire, è la via per gli Oscar e la fama: basti pensare a Il padrino 1 e 2, o a praticamente qualsiasi cosa di Tarantino, o allo stesso Fargo. Invece i fratelli Coen ci offrirono qualcosa che, nel 1998, lasciò la maggior parte dei critici perplessi. Che diamine avevano appena guardato?

 

Per trovare un senso al film, alcuni di loro tirarono in ballo Raymond Chandler, uno dei fondatori della scuola hard-boil della narrativa investigativa. In particolare, trovarono riferimenti a Il grande sonno, il primo romanzo di Chandler (1939), che fu adattato per lo schermo nel 1946 nell'eponimo film noir diretto da Howard Hawks. Ci sono senz'altro similarità. Più di tutte, entrambe le storie hanno un intreccio labirintico. Joel Coen ha detto “è una trama disperatamente complessa e in definitiva priva di importanza”. Ed ecco perché a molti critici è sfuggito il punto. Si sono persi nelle tortuosità della trama, che è più o meno risolta alla fine, se a qualcuno interessa seguirla.

Ma la trama era, di fatto, una parodia del genere. E non potrebbe essere altrimenti, in quanto il Drugo non è Philip Marlowe. Di nuovo, ci sono somiglianze superficiali: sono entrambi spiritosi e bevitori, ma questo è quanto. Il Drugo è uno stoner, un cannato, qualcuno che semplicemente non potrebbe appartenere all'universo di Marlowe. E soprattutto, il Drugo realizza una dimensione esoterica che è completamente mancante nel lavoro e nei personaggi di Chandler.

 

Citando Chandler: “Quando riguardo le mie storie sarebbe assurdo se non desiderassi che fossero state migliori. Ma se fossero state molto meglio non sarebbero state pubblicate. Se la formula fosse stata appena meno rigida, sarebbe sopravvissuta più scrittura di quel periodo. Alcuni di noi hanno provato piuttosto intensamente ad evadere dalla formula, ma usualmente venivano presi e rispediti indietro. Eccedere i limiti di una formula senza distruggerla è il sogno di ogni scrittore da rivista che non sia uno scribacchino senza speranza”.

Dopo il successo di critica e di pubblico di Fargo, i fratelli Coen si trovarono nell'invidiabile posizione di fare quel che più piaceva loro. E produssero un film che si sottrae a tutti i generi sfidandoli ed è assolutamente apprezzabile su molti livelli. Ad ogni modo, si aspettavano una ricezione ben migliore. Da allora Il grande Lebowski è diventato un cult movie, ed è chiaramente entrato in sintonia fin dall'inizio con le persone stanche delle minestre riscaldate hollywoodiane, persone che hanno trovato il Drugo e le sue bizzarrie se non altro rinfrescanti.

Il Drugo sembra propenso solo a giocare a bowling. Sorseggia dei White Russian il più frequentemente possibile e sembra sempre esserci un po' di erba a portata di mano. Dà molto valore al suo tappeto, su cui qualcuno minge. Infatti, il pisciare sul suo tappeto che “dà davvero un tono alla stanza” può essere visto come l'origine di tutti i mali. Quando riesce a prendere un nuovo tappeto dal Lebowski milionario, il Drugo viene mostrato steso su di esso, intento ad ascoltare con il suo Walkman registrazioni ambientali di una sala da bowling, e sembra sereno come un serafino.

Più avanti nel film, dopo che Drugo ha aiutato la figlia del milionario - Maude – a concepire (recitata molto bene da Julianne Moore), sentiamo il Drugo dirle che in gioventù ha contribuito a redigere la Dichiarazione di Port Huron che fondò il comitato Studenti per una Società Democratica, ed era un componente dei Sette di Seattle. Citando uno dei passaggi della Dichiarazione: “L'umanità ha disperatamente bisogno di una leaderhisp visionaria e rivoluzionaria per rispondere ai suoi enormi e profondamente radicati problemi, ma l'America langue in uno stallo nazionale, i suoi obiettivi sono ambigui e dettati dalla tradizione quando dovrebbero essere freschi e di vasta portata, la sua democrazia apatica e manipolata quando dovrebbe essere dinamica e partecipativa.”

Il film si apre con il Presidente George H. W. Bush in TV che si riferisce all'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq con un “questa aggressione non durerà!”. Sembra incredibilmente retorico e falso. Infatti, alcuni giorni dopo, il Drugo usa la stessa dichiarazione per chiedere al Lebowski milionario di pulirgli il tappeto. Dopotutto, hanno orinato su di esso per un caso di scambio d'identità, scambiando il Drugo per il milionario. A questa ragionevole richiesta il milionario risponde con uno sbarramento di insulti pieni d'odio ai quali il Drugo risponde: “fanculo”.

In questa semplice asserzione vi è molto della prospettiva mentale ed emozionale del Drugo. Sono andati i giorni giovanili in cui scriveva urgentemente di una “leadership visionaria e rivoluzionaria”. C'è qualcuno come George H. W. Bush al timone, andiamo! Per cui, cosa può fare un uomo? Questo, sospetto, è quello che il film chiede. Il Drugo, un pacifista dichiarato, subisce la tortura dell'acqua nel suo stesso bagno, viene preso a pugni in faccia, pesantemente insultato sia dal milionario che dal capo della polizia di Malibu, viene schernito da un altro poliziotto, gli viene mentito, è sedotto da Maude che, forse con lungimiranza, vuole il suo seme, e ovviamente i suoi geni, per il suo bambino, ma certamente non un padre/marito. Non è tutto. La sua casa viene violata in diverse occasioni, e i nichilisti tedeschi minacciano il Drugo gettando un furetto (“Bella marmotta” esclama quando la vede la prima volta) nella vasca in cui sta facendo il bagno.

Quando Jesus, il giocatore di bowling pedofilo, gli dice: “Vedo che vi siete fatti strada fino alle semifinali. Dios mio, amico. Liam e io vi fotteremo per bene”, il Drugo risponde “Sì, beh, questa è solo, sai, tipo, la tua opinione, amico”.

La sua macchina scassata passa attraverso incidenti e disavventure di tutti i tipi finché viene finalmente incendiata. Non intasca nessuno dei compensi promessi dal milionario. E in aggiunta a quanto elencato tollera, per tutto il film e presumibilmente per il resto della sua vita, il suo amico di bowling, Walter, un veterano del Vietnam con problemi di gestione della rabbia, per usare un eufemismo. È la definitiva ironia: il vecchio hippy che fa coppia con un reduce che, come modus operandi nella vita civile, conserva un atteggiamento altamente belligerante.

 

E nonostante ciò, niente sembra coinvolgere il Drugo. Sì, si arrabbia (al punto che Walter gli dice: “Dai, stai facendo molto poco il Drugo, sei molto non Drugo”), impreca costantemente, e ribatte a Walter e a molte altre persone irragionevoli che sembrano stargli intorno come zanzare, ma presto si mescerà un altro White Russian, o si farà una fumata, o si rilasserà in un bagno caldo. Occasionalmente ripiega sui gentili movimenti del Tai Chi per tenere lo stress a bada. Come un mistico, si concentra sul disegno più grande. Ancora meglio, come un vero mistico, non si concentra affatto.

 

Molto si è detto del Drughismo, una filosofia di vita ispirata dal Drugo. Ma non c'è niente di nuovo in questo, in quanto sembra appartenere al grande flusso di Philosophia Perennis che, giù per i millenni, ha prodotto concetti marcatamente similari anche se espressi in modi differenti e da differenti culture ed epoche. E infatti i proponenti del Drughismo citano Lao Tzu, Epicuro, Eraclito, il Budda, e il Gesù Cristo pre-ecclesiastico come esempi di antichi profeti Drughisti.

 

Quel che nel Drugo è sublime è che non predica affatto. Ci ha provato in gioventù, e ora ovviamente vede la cosa come una follia giovanile. In qualche modo sopravvive con molti pochi soldi e trova il materialismo una bestia strana. Il “cinese” che originariamente piscia sul suo tappeto; il milionario; i Nichilisti tedeschi; il produttore di film porno; i teppisti assortiti – sono tutti materialisti molto attaccati alla ricchezza e intenzionati ad utilizzare la violenza per salvaguardarla o accrescerla. A causa di un caso di omonimia, egli è improvvisamente circondato da questo tipo di gente come se fosse entrato in un manicomio. Ma almeno è chiaro a lui e allo spettatore percettivo che sono tutti lunatici.

 

Il livello di aggressività, e latente o esplicita violenza, che rileva attorno a sé stesso è scioccante.

Dopo che ha fatto l'amore con Maude, le dice: “È un caso complicato, Maude. Un sacco di input, un sacco di output. Fortunatamente, mi sono attenuto ad un rigoroso, uhm, regime di droga per mantenere la mia mente, sai, agile”. Ciò è rivelatore. Il mondo attorno a lui è talmente andato a p......e di recente, che si è sentito forzato ad attenersi ad un “piuttosto rigido regime di droghe”. Normalmente, si ha la sensazione che le sue lunghe serate spese a giocare a bowling e un atteggiamento generalmente rilassato dovrebbe togliere la maggior parte dello stress. Ma lo stress, di recente, è stato enorme. Eppure, egli mantiene miracolosamente la sua pace mentale.

 

C'è qualcosa di trascendentale in questo: il Drugo si solleva al di sopra di tutte le circostanze. È arrabbiato per l'intero film, che non è affatto la sua natura, e i fratelli Coen meritano ulteriori lodi per una simile intelligente idea: estrapolare il Drugo dal suo abituale milieu e gettarlo in un circo pieno di ostili lunatici che vogliono qualcosa da lui e lo insulteranno, minacceranno e picchieranno per ottenerlo.

Siamo a milioni di miglia di distanza dal claustrofobico mondo di Raymond Chandler. Per essere onesti, egli scrisse i proprio romanzi all'apice del modernismo, un periodo teo-eccentrico e molto poco giudizioso nella storia della cultura occidentale in cui il mondo fu ridotto solamente alla percezione sensoriale e ad obiettivi materialistici.

Lao Tzu è un saggio della Cina antica e una figura chiave del Taoismo. Se egli sia effettivamente vissuto o sia una figura leggendaria rimane da stabilire, ma è considerato l'autore del Tao Te Ching, un libro fondamentale sia nel Taoismo filosofico che nella religione cinese. In esso, si trova l'asserzione: “bandisci la saggezza, scarta la conoscenze, / e il popolo ne profitterà cento volte”. Escludendo Platone e tutte le scuole neoplatoniche, così è come “l'amore di Sofia”, o della saggezza, la filo-sofia nell'Occidente è degenerata nell' “amore del sofismo” - precisamente il tipo di “saggezza” e “conoscenza” che Lao Tzu ci invita a scartare. Infatti, il Nichilismo, così presente nel film attraverso le azioni dei Nichilisti tedeschi,  probabilmente ridicolizza ciò a cui il mondo occidentale è malaccortamente arrivato dopo millenni di filosofia digressiva andata a male.

Il Drugo svetta sopra una tale incompleta e distorta Weltanschauung. E questo è quello che i critici mainstream inizialmente non sono riusciti a comprendere. Vedendo come il film raggiugeva il cult status e diventava, in effetti, popolare, sono ritornati ad esaminarlo, e hanno tardivamente scodellato recensioni favorevoli – dieci anni o più dopo la sua uscita originaria, alcuni di loro de facto ritrattando pubblicamente. Il fatto è che i critici mainstream hanno la pancia piena del canone Artistotelico/Euclideo/Cartesiano/Newtoniano/Darwiniano che ci hanno somministrato a scuola. Allora, se perseguono un'istruzione superiore, gli vengono servite ulteriori dosi dello stesso canone, di cui la storia del cinema è a sua volta pervasa. Cogliere le implicazioni de Il grande Lebowski era oltre le loro capacità, e infatti la maggior parte di loro non le ha colte. Ma fece vibrare le corde giuste di molti di noi, che vi sono ritornati ripetutamente, e l'hanno fatto conoscere agli amici. Fa un ottimo punteggio anche dal punto di vista della riguardabilità.

All'inizio si prova, invano, a concentrarsi sulla trama. Ma il film è anche molto divertente. Ci sono inoltre numerose gemme nei dialoghi: “[Walter] dì che quel che ti pare sulla dottrina del Nazionalsocialismo, Drugo, ma almeno ha un ethos” “[Walter] E inoltre, Drugo, “cinese” non è la, uh, terminologia preferibile... Asiatico-Americano. Per favore.” “[La moglie da esibire del milionario] A Dieter non importa nulla. È un nichilista” “[Drugo] Dev'essere estenuante”.

La fotografia e le sequenze oniriche sono clamorose, e la musica, un accompagmento perfetto, grazie anche a T-Bone Burnett, che è accreditato come archivista musicale. The Man In Me di Bob Dylan risuona ripetutamente ed è perfetta: “L'uomo in me compirebbe qualsiasi compito / e come ricompensa, chiederebbe poco / Ci vuole una donna come te / per arrivare all'uomo in me”. Naturalmente ciò potrebbe esser visto come un commento ironico sulla scelta di Maude. Ma infatti, nonostante le sue osservazioni denigratorie dopo aver fatto l'amore con il Drugo (“Vedi, Jeffrey, non voglio un partner. Infatti non voglio che il padre sia qualcuno che io debba vedere socialmente, o qualcuno che io voglia cresca il bambino stesso”) lei ha scelto il Drugo, tra tutti, nella moltitudine di potenziali donatori di seme. E ciò dev'essere perché egli è talmente disarmante che lei ha deciso, su due piedi, parlandogli nel proprio atelier, che lui era quello da cui voleva avere un bambino. Quindi qualcuno, in questo mondo materiale, comprende le potenzialità e le qualità del Drugo.

Infine, la recitazione è ispirata, soprattutto quella di Jeff Bridges e John Goodman, rispettivamente nei ruoli del Drugo e di Walter.

Il film finisce con la morte di Donny, il terzo componente della loro squadra di bowling, un uomo mite interpretato da Steve Buscemi (all'opposto del suo personaggio in Fargo) che è costantemente e sgarbatamente zittito da Walter. Ma nonostante Walter brandisca una pistola e persino un Uzi, e nonostante l'utilizzo da parte dei Nichilisti, stupefacentemente, di una sciabola, non c'è morte violenta nel film (evidentemente con disappunto dei critici mainstream): Donny muore di infarto. E il riversare delle sue ceneri da parte di Walter è ancora un'altra “pagliacciata”, come il Drugo la chiama, dato che le ceneri non finiscono nell'Oceano Pacifico, come voluto, ma, portate dal vento, principalmente in faccia del Drugo stesso.

Alla fine del film il narratore, un cowboy con un forte accento strascicato del sud interpretato da Sam Elliot, incontra di nuovo Drugo alla solita sala da bowling. L'intera avventura, o disavventura, sembra ora, è stato un caso di molto rumore per nulla, con due maggiori eccezioni: la morte di Donny, tragicamente, e la notizia che “c'è un piccolo Lebowski in arrivo”. Il Drugo non sa nemmeno questo, e probabilmente non gli sarà mai detto, e nemmeno lui indagherà: ormai conosciamo il personaggio abbastanza bene. Ma è di nuovo di buon umore,  si prepara per le finali del torneo di bowling, sereno e sorridente. Quella è la natura del Drugo. Il narratore dice: “Prendila comoda, Drugo – so che lo farai”. E il Drugo replica: “Sì, amico. Bè, lo sai, il Drugo sopporta”.

E questo è quanto: il Drugo sopporta. Alla faccia dell'avversità e della virulenza dell'intero mondo il Drugo, tra tutta la gente, è equilibrato, tollerante e coerentemente non-violento. Non colpisce mai di ritorno; il concetto di vendetta non sembra abitare la sua mente. Come se non bastasse, egli sembra implicitamente essere indulgente con un sacco di gente ultra-aggressiva, là fuori, che si comporterà come una massa di ostili lunatici. “E' bello sapere che è là fuori, il Drugo, a prendersela comoda per tutti noi peccatori” - alla fine commenta il narratore dopo che il Drugo se n'è andato.

Ci sono molti pacifisti nel mondo – fino a che la loro pazienza viene severamente messa alla prova, o i loro diritti palesemente usurpati. Ci sono anche persone persuase che la pace è il naturale stato dell'umanità. È una bella idea che sfortunatamente non corrisponde alla realtà. Anche il Buddismo concede “il male minore” per evitare “un male maggiore”. La storia è una tragica litania di aggressioni arbitrarie e invasioni. La pace sembra essere l'eccezione, la guerra la regola.

L'antico drammaturgo romano Plauto sintetizza la natura umana con “homo homini lupus” - l'uomo è lupo per l'altro uomo. Troppi esseri su questo pianeta prosperano sulla morte di altri, dai microbi ai predatori. Presumere che l'umanità è una fratellanza di, diciamo, angeli, è malaccorto. Anche gli alberi si uccidono l'un l'altro in una sorta di guerra chimica chiamata allelopatia.

In gioventù, il Drugo ha provato a cambiare il mondo, con un manifesto, nientemeno, occupando Berkeley e così via. Alla fine ha capito che era senza speranza. Ma ciò non l'ha fatto diventare un rancoroso, arrabbiato o vendicativo. E nemmeno è un esempio, come vorrebbe il cliché. Lui non fa, lui è. Anche quando provocato, non fa male a nessuno. Gli importa poco del denaro ed è, essenzialmente, un sensibile, onesto uomo con il tipo di pazienza e tolleranza che appartiene agli spiritualmente dotati. Egli non predica; ora nella saggezza della sua maturità, non lo farebbe mai; egli semplicemente sopporta. Con più persone come lui, il mondo migliorerebbe marcatamente.

 

 

 

 

 

 

More than a movie The Big Lebowski is the kind of miracle that, more rarely than occasionally, slips through the cracks of the Hollywood machinery. That’s because the Coen Brothers’ previous film, Fargo, earned seven Academy Nominations and won two, for best original screenplay and best actress in a leading role, Frances McDormand, incidentally Joel Coen’s wife. So, with a lot more clout behind them, the Coen Brothers embarked on their next project, The Big Lebowski, in which the leading role of the Dude is sublimely played by Jeff Bridges. The Dude, by the way, was inspired by a real man, Jeff Dowd, a publicist who helped the Coen Brothers in launching Blood Simple, their first film.

In the Dude we find the archetype of the slacker, i.e, according to the definition in the dictionary,  an educated young person who is antimaterialistic, purposeless, apathetic, and usually works in a dead-end job. In fact, the Dude doesn’t seem to work at all. He does bowl, though, and with a passion.

 

After the clamor over Fargo critics expected, let me guess, some more graphic violence on the screen, with people harming each other in inventive ways (a wood chipper, anyone?). That, according to the exoteric worldview we are made to digest by mainstream media, is the way to Oscars and fame: think of The Godfather I and II, or just about anything by Tarantino, or Fargo itself. Instead the Coen Brothers gave us an offering that, back in 1998, left the majority of the critics perplexed. What on earth had they just watched?

To make some sense out of the film, some of them brought Raymond Chandler into the picture, one of the founders of the hard-boiled school of detective fiction. In particular, they found references to The Big Sleep, Chandler’s first novel (1939), which was adapted for the screen in 1946 in the eponymous film noir directed by Howard Hawks. Indeed there are similarities. Most of all, each film is loaded with a labyrinthine storyline. Joel Coen said that “it’s a hopelessly complex plot that is ultimately unimportant.” And here is where many critics missed the point. They got lost in the convolutions of the plot, which is more or less resolved at the end if one really cares to follow it. But the plot was, in fact, a parody of the genre. And it couldn’t be otherwise, as the Dude is no Philip Marlowe. Again, there are some superficial resemblances: they’re both wisecracking and hard-drinking, but that’s about it. The Dude is a stoner, something that simply could never belong in Marlowe’s universe. And above all, the Dude brings forth an esoteric dimension that is completely lacking in Chandler’s work and characters.

Quoting Chandler: “As I look back on my stories it would be absurd if I did not wish they had been better. But if they had been much better they would not have been published. If the formula had been a little less rigid, more of the writing of that time might have survived. Some of us tried pretty hard to break out of the formula, but we usually got caught and sent back. To exceed the limits of a formula without destroying it is the dream of every magazine writer who is not a hopeless hack.”

After the critical and popular success of Fargo, the Coen Brothers found themselves in the enviable position of being able to do as they pleased. And they produced a film that defies all genres and is thoroughly enjoyable on many levels. They did, however, expect a much better reception. The Big Lebowski has since become a cult movie, and obviously it resonated from the very start with people who are tired of formulaic Hollywood concoctions and found the Dude and his antics if nothing else refreshing.

The Dude seems to be very keen only on bowling. He sips White Russians as often as he can and there always seems to be a little pot at reach. He makes much of his rug, which is “micturated upon.” In fact, the peeing on his rug “that tied the room together” could be seen as the source of all evils. When he manages to get a new rug from the millionaire Lebowski, the Dude is shown lying on it, listening in his Walkman’s headset to sounds recorded in a bowling alley, and looks as serene as a seraph.

Later on in the film, after the Dude has helped the millionaire’s daughter — Maude — to conceive (she is played very well by Julianne Moore), we hear the Dude tell her that in his younger years he contributed to drafting the Port Huron Statement that founded Students for a Democratic Society, and was a member of the Seattle Seven. Quoting one of the Statement’s passages: “Mankind desperately needs visionary and revolutionary leadership to respond to its enormous and deeply-entrenched problems, but America rests in national stalemate, her goals ambiguous and tradition-bound when they should be new and far-reaching, her democracy apathetic and manipulated when it should be dynamic and participative.”

The film opens with President George H. W. Bush on TV addressing Iraq’s invasion of Kuwait with, “This aggression will not stand!” It looks incredibly rhetorical and phony. In fact, a few days later, the Dude uses the same statement so as to plead with the millionaire Lebowski for him to have the rug cleaned up. After all, they peed on it because of a case of mistaken identity, taking the Dude for the millionaire. At this reasonable request the millionaire responds with a barrage of hateful insults, to which the Dude replies, “Fuck it.”

In this simple assertion lies much of the Dude’s mental and emotional outlook. Gone are the youthful days in which he would urgently write of “visionary and revolutionary leadership.” There’s somebody like George H. W. Bush at the helm, come on! So, what can a man do? That, I suspect, is what the film asks. The Dude, a self-confessed pacifist, is water-boarded in his own toilet, punched in the face, heavily insulted by both the millionaire and the head of the Malibu Police, mocked by another policeman, lied to, seduced by Maude who, perhaps long-sightedly, wants his semen, and obviously his genes, for her baby, but certainly not a father/husband.

That’s not all. His house in broken into various times, and the German nihilists threaten the Dude by throwing a ferret (“Nice marmot,” he exclaims when he first sees it) in the tub in which he’s taking a bath. When Jesus, the bowling pedophile, tells him: “I see you rolled your way into the semis. Dios mio, man. Liam and me, we’re gonna fuck you up.” The Dude replies, “Yeah well, that’s just, ya know, like, your opinion, man.”

His beat-up car goes through all sorts of accidents and misadventures until it’s finally set aflame. He pockets none of the rewards promised by the millionaire. And in addition to all of the above he puts up, for the whole film and presumably for the rest of his life, with his bowling buddy Walter, a Vietnam veteran with an anger-management problem, to put it mildly. It’s the ultimate irony: the former hippy paired up with the war veteran who, as a modus operandi in civilian life, retains a highly belligerent attitude.

 


And yet, nothing seems to phase the Dude. Yes, he gets angry (to the point that Walter tells him: “Come on. You’re being very unDude.”), swears constantly, and talks back to Walter and many other unreasonable people who seem to surround him like mosquitoes, but soon he will be stirring himself another White Russian, or will have a smoke, or relax in a warm bath. Occasionally he resorts to the gentle movements of Tai chi to keep stress at bay. Like a mystic, he focuses on the big picture. Better yet, like a true mystic, he doesn’t focus at all.

Much has been made of Dudeism, a philosophy of life inspired by the Dude. But there’s nothing new in this, as he seems to belong in the great stream of Philosophia Perennis which, down the millennia, has produced strikingly similar concepts even if expressed in different ways and from different cultures and ages. And in fact the proponents of Dudeism cite Lao Tzu, Epicurus, Heraclitus, the Buddha, and the pre-ecclesiastical Jesus Christ as examples of ancient Dudeist prophets.

What is sublime about the Dude is that he won’t preach at all. He tried that in his youth, and now obviously sees it as youthful folly. Somehow he gets by with very little money and finds materialism an inherently strange beast. The “Chinaman” who originally pees on his rug; the millionaire; the German Nihilists; the porno film producer; the sundry thugs — all are materialists very attached to wealth and willing to employ violence so as to safeguard it or increase it. Because of a case of homonymy, he is suddenly surrounded by such people as if he’d walked into an asylum. But at least it’s clear to him and to the perceptive viewer that they are the lunatics.

The level of aggressiveness and latent or explicit violence he registers around himself is appalling. After he’s made love to Maude, he tells her, “It’s a complicated case, Maude. Lotta ins, lotta outs. Fortunately I’ve been adhering to a pretty strict, uh, drug regimen to keep my mind, you know, limber.” That is telling. The world around him has gotten so f….d up lately, he’s found himself forced to adhere to a “pretty strict drug regimen.” Normally, one gets the feeling that his long evenings spent bowling and a general relaxed attitude would take much of the load off. But the load, lately, has been enormous. Yet, he miraculously maintains his peace of mind.

There is something transcendental about this: the Dude rises above all circumstances. He spends the whole movie angry, which is not his nature at all, and the Coen Brothers deserve further praise for such a clever idea: to extrapolate the Dude from his habitual milieu and toss him into a circus full of hostile lunatics who want something from him and will insult him, threaten him and beat him to get it.

We are a million miles away from the claustrophobic world of Raymond Chandler. In fairness, he wrote his novels at the height of modernism, a very injudicious and theo-eccentric period in the history of western culture in which the world was reduced solely to sensory perception and materialistic pursuits.

Lao Tzu is a sage of ancient China and a key figure in Taoism. Whether he actually lived or is a legendary figure remains to be established, but he’s considered to be the author of the Tao Te Ching, a fundamental book both in philosophical Taoism and Chinese religion. In it, one finds the assertion: “Banish wisdom, discard knowledge, / and the people shall profit a hundredfold.” Excluding Plato and all Neoplatonic schools, this is how from “love of Sophia,” or of wisdom, philo-sophy in the West has degenerated into “love of sophistry” — precisely the type of “wisdom” and “knowledge” that Lao Tzu urges us to discard. In fact, Nihilism, so very present in the film through the actions of the German Nihilists, is lampooned probably as what the western world has misguidedly arrived at after millennia of discursive philosophy gone awry.

The Dude towers above such a warped and incomplete Weltanschauung. And that is what mainstream critics initially failed to realize. As the movie has grown in cult status and become, in effect, popular, they’ve gone back to it, and belatedly dished out favorable reviews — ten or more years after its original release, some of them de facto recanting publicly. The fact is, mainstream critics are fed the Aristotelian / Euclidean / Cartesian / Newtonian / Darwinian canon we were all fed at school. Then, if they pursue higher education, they’re fed more doses of the same canon, of which the history of cinema is also imbued. To grasp the implications of The Big Lebowsky was beyond them, and in fact for the most part they did not. But it struck a chord with many of us, who have gone back to it time and again, and turned on friends to it. It scores very highly from a standpoint of rewatchability, too.

At first one tries, in vain, to focus on the plot. But the film is also very funny. Then there are many gems in the dialogue: “[Walter] Say what you like about the tenets of National Socialism, Dude, at least it’s an ethos.” “[Walter] And also, Dude, Chinaman is not the preferred, uh, nomenclature… Asian-American. Please.” “[Millionaire’s trophy wife] Dieter doesn’t care about anything. He’s a nihilist. “[Dude] That must be exhausting.”

The photography and dream sequences are stunning, and the music, a perfect accompaniment, also thanks to T-Bone Burnett, who is credited as musical archivist. Bob Dylan’s The Man in Me is heard repeatedly, and is ideal: “The man in me will do nearly any task / As for compensation, there’s a little he will ask / Take a woman like you / To get through to the man in me.” Of course this could be seen as an ironic comment on Maude’s choice. But in fact, despite her disparaging remarks after she’s made love to the Dude (“Look, Jeffrey, I don’t want a partner. In fact I don’t want the father to be someone I have to see socially, or who I’ll have any interest in rearing the child himself”) she has picked the Dude, of all people, out of the multitude of potential sperm donors. And that must be because he is so disarming that she’s decided at once, upon talking to him in her atelier, that he is the one who will give her a child. So somebody in this material world does realize the qualities and potentialities of the Dude.

Finally, the acting is inspired, especially from Jeff Bridges and John Goodman respectively as the Dude and Walter.

The film ends with the death of Donny, the third member on their bowling team, a meek man played by Steve Buscemi (as opposed to his character in Fargo) who is constantly and rudely silenced by Walter. But despite Walter’s brandishing of a handgun and even of an Uzi, and despite the Nihilists’ resorting to, astonishingly, a saber, there is no violent death in the movie (evidently to the chagrin of mainstream critics): Donny dies of a heart attack. And the disposing of his ashes by Walter is yet another “travesty,” as the Dude calls it since the ashes end up not in the Pacific Ocean, as intended, but, carried by the wind, mainly on the Dude himself.

At the very end of the film the narrator, a cowboy with a strong southern drawl played by Sam Elliot, meets the Dude again at the usual bowling alley. The whole adventure, or misadventure, it now seems, has been a case of much ado about nothing, with two major exceptions: Donny’s death, tragically, and the news that “there’s a little Lebowski on the way.” The Dude doesn’t even know this, and probably will never be told, nor will he ever inquire: by now, we know the character well enough. But he’s back in fine spirits, preparing for the bowling tournament finals, serene and smiling. That is the true nature of the Dude. The narrator says: “Take it easy, Dude — I know that you will.” And the Dude replies, “Yeah, man. Well, you know, the Dude abides.”

And that is that: the Dude abides. In the face of adversity and the virulence of the whole world the Dude, of all people, is level-headed, tolerant, and consistently non-violent. He never punches back; the concept of revenge doesn’t seem to inhabit his mind. What is more, he seems implicitly to make allowances for a lot of overaggressive people, out there, who will act like very hostile lunatics. “It’s good knowin’ he’s out there, the Dude, takin’ her easy for all us sinners,” finally comments the narrator after the Dude has left.

There are many pacifists in the world — until their patience is severely tested, or their rights blatantly usurped. There are also people persuaded that peace is the natural state for mankind. It’s a beautiful idea that unfortunately doesn’t correspond to reality. Even Buddhism allows for “the lesser evil” to avert “a greater evil.” History reads like a tragic litany of wanton aggression and invasion. Peace seems to be the exception, war the rule.

The ancient Roman playwright Plautus summarized human nature with “Homo homini lupus” — man wolf to the man. Too many beings on this planet thrive on the death of others, from microbes to predators. To presume that mankind is a brotherhood of, say, angels, is misguided. Even trees kill one another in a type of chemical warfare called allelopathy.

In his youth, the Dude tried to change the world, with a manifesto, no less, occupying Berkley, and so on. Eventually he realized that it was hopeless. But that didn’t make him become bitter, or angry, or revengeful. Nor does he lead by example, as the cliché would go. He doesn’t do, he is. Even when provoked, he harms no one. He cares little about money and is, in essence, a sensible, honest man with the kind of patience and tolerance that belongs to the spiritually gifted. He doesn’t preach; now in the wisdom of his maturity, he never would; he just abides. With more people like him, the world would improve markedly.

 
Mostra altro

Stefano Colli, "La diaspora del senso"

18 Agosto 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

La diaspora del senso

Stefano Colli

 

Edizioni Helicon, 2017

pp 78

11,00

 

Ancora un altro poeta, ancora un’altra silloge, La diaspora del tempo, di Stefano Colli, scritta con estrema fluidità e semplicità. Poesie non ermetiche, suddivise in tre sezioni, la prima dedicata allo scrivere versi, la seconda agli orrori della storia odierna, la terza più intima e personale.

Le liriche di Colli non rinunciano mai a soffermarsi su di sè, sull’atto stesso del poetare, sul parto delle sillabe, che è irrinunciabile, consolatorio ma spesso inutile. L'autore dialoga con Alda Merini, con Dino Campana, i riferimenti classici sono espliciti e voluti, quel non chiedere la parola di montaliana memoria ci impone di riflettere su cosa serva poetare, se debba o meno essere legato alla vita: “perché non hanno un pubblico i poeti?/se i versi non si aprono alla vita/e il poetare è questione di castelli privi di un ponte levatoio? E ancora: Un giorno senza versi è come vivere una seconda morte.

Se scrivere parole è gesto intimo, personale, liberatorio, è comunque anche un ponte, un occhio sulla realtà che ci circonda, come i naufragi nel mediterraneo, come i paesi distrutti dal terremoto o dalla guerra. Così lo scrivere assomiglia al tradurre, non da un altro mondo ma da questo, non da un iperuranio ma dalla bruta realtà che ci circonda, fatta di scene terribili, del piccolo Aylan arenato su una spiaggia, di sofferenza ma anche di una natura distaccata, a volte matrigna, sempre contemplativa e da contemplare, una natura alla quale ispirarsi per raggiungere una sorta d’indifferenza che ci protegga dal dolore. C’è un vano tentativo di comprensione, subito abbandonato a causa della diaspora del senso, che coincide con la perdita di umanità in generale ma anche con la solitudine e incomunicabilità del singolo. Il male del mondo - gli occhi dei bambini vittime della guerra - non si può redimere, il dolore sarebbe forse un poco lenito dall’amore, servirebbe il sorriso di una donna, ma anche quello ormai è negato, lei è lontana, fisicamente o moralmente, e scrivere diventa il surrogato di amare.  

Lo stile è molto scorrevole e misurato, alcuni versi, però, denotano poco sforzo e potrebbero, con maggiore approfondimento, risultare meno banali, come , ad esempio “all’ineffabile angoscia del nulla”. Non basta usare parole poetiche e indefinite, come notte, luna, stelle o mare, per ottenere i risultati di Leopardi. Forse, la cosa più interessante di questa raccolta è proprio, come dicevamo prima, quel rimasticare versi già digeriti di un comune patrimonio poetico: Venne la morte e aveva occhi di follia, piegandoli ad esprimere l’indicibile orrore di momenti come l’11 settembre, anch’essi, non casualmente, parte di una storia che ci accomuna tutti.  

Ci sono però picchi di splendore in alcune poesie, sia sociali che introspettive, come in Ragazza di Kobane e  Surrogato di amare, di cui riportiamo alcuni versi.

 

Ogni mattina pregherò per rivedere

quel bagliore nello sguardo di ragazzi

ignari del tempo che impiega

una sigaretta a consumarsi, lenta

tra le rovine di una città assediata

E la vita che scorre, indomita

Con il fumo confuso tra i capelli

E in tasca soltanto la speranza. (Da Ragazza di Kobane)

 

***

Esposti a questo strano vento

di un ottobre malato, si levano

i tuoi capelli verso il cielo grigio

come storni impauriti

in cerca di una timida gioia.

Riempio il bianco della pagina

solo per sopravvivere, ma so

che stasera scrivere

può essere soltanto il surrogato di amare. (Da Surrogato di amare)

Mostra altro
<< < 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 20 30 40 50 60 70 80 90 100 > >>