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Gabriella Veschi, "Imprevisti Battiti"

10 Gennaio 2023 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

La complessa personalità di Gabriella Veschi ci induce ad una particolare valutazione della sua opera letteraria: oltre a dedicarsi alla poesia si occupa di critica letteraria con saggi e monografie su autori contemporanei e del passato.

La sua poesia evita di limitarsi ad una immediata descrizione e ricezione del reale. Intento della poetessa è quello di librarsi al di sopra delle contingenze del mondo, delle sue fragili miserie, per assurgere ad una dimensione che schiuda le porte ad una primigenia purezza.

Una poesia che attinge direttamente ad una dimensione lirica soggettiva, dove il tono sommesso e colloquiale conferisce alla composizioni un pacato ritmo, venato da una sottile malinconia di fondo.

Poesia che ad una attenta lettura risulta scarnificata e che va al di là delle immagini, dei riferimenti terreni per inseguire una metafisica verginità che non è di questo mondo. La sua è una poesia di umano e cosmico contrasto tra vita e morte, luce ed ombra, inverno e primavera, gioia e dolore, allegria e pessimismo cadenzata tuttavia con levità di toni e di sapienti scansioni a volte discorsiva, sempre sorretta dal dettato lirico che non ignora la lezione della melica italiana di classica fattura. L’ispirazione di Gabriella Veschi affonda le radici in un ampio registro: a volte prevale l’amarezza, il disincanto distaccato di chi osserva la realtà caduca ed effimera altre volte sembra cogliere nelle immagini e negli spettacoli della natura i profondi significati della realtà e della vita, in una ricerca di armonia e luce, di una pace profonda.

Si legga a titolo esemplificativo la lirica Cosa rimarrà: «Cosa rimarrà / delle bellezze del creato, / delle bionde messi ondeggianti / alla carezza del vento, / della distesa celeste, / della serena calma del mare / nelle frizzanti sere d’estate, / delle umide ampolle di nebbia / al passaggio del / malinconico autunno…».

La poetessa sa evocare affetti dal profondo e percepisce le voci del mistero, la ricerca insondabile di un’altra strada; al riguardo emblematica la poesia Alternativa: «… cerco una luce che / mi conduca alla / ricercata pace / dopo i giorni / sconvolti dai / vortici della / bufera…».

Avverte la fuggevolezza del tempo, insieme alla tragicità dell’indifferenza umana che rende vana a volte la stessa parola. Il suo linguaggio di solito controllato, a volte rivela una certa irruenza, segno di una viva passionalità e di un’energia che attraversano il suo mondo interiore, aperto al delicato sentire, come anche l’impulso dei sensi. La poetessa sa opporsi con vigore all’ingiustizia e alle sconfitte, seppure cosciente del potere dell’illusione, che spesso ottenebra e oscura i nostri tempi come in Guerra in Ucraina: «Parole respinte / di fronte agli orrori / di una guerra senza senso / né soluzione…». Dove agli orrori della guerra e delle lacerazioni sociali antepone una profonda e pacata spiritualità. Il suo è un grido di donna ferita, ma anche un’anima capace di meditare e urlare all’infinito il suo disappunto, trasformando il dolore in schietta poesia.

E ancora: «…Fuori il mondo / destabilizzato / non risponde, / freddo e amorfo / come un manichino / incancrenito…» (La piazza degli orrori).

Se nella magia della natura ella riscopre i valori universali che l’uomo ha quasi del tutto perduto, è per ritrovare i suoi equilibri interiori che amalgama il suo pensiero con la purezza del sentimento. Veschi è poetessa che canta l’angoscia della fragilità umana che non ha scampo. Sa essere sguardo di donna del proprio tempo, che sa cogliere e interpretare il dolore, la solitudine, la morte della speranza, la sconfitta consapevole. Le ribellioni, le guerre, i soprusi la violenza non sono altro che la personificazione di un’inarrestabile forza che altera anche le coscienze più fortificate nello spirito, dalle quali però ella si discosta. La sua è una voce che si alza dal magma vulcanico dei crudi interessi umani, una voce che trova nel verso il proprio testamento spirituale, il proprio messaggio di rinascita dei valori umani.

Una versificazione la sua a volte dirompente ed essenziale, che sa cogliere della società ipertrofizzata dal puro utilitarismo, una cronistoria della nostra civiltà tecnologica, della nullificazione che scardina la vera identità dell’uomo. Tuttavia, nonostante lo scandaglio dolente, Gabriella Veschi sembra trovare in un rapporto generoso e fecondo con la vita, la natura, i fatti e le vicende che dominano le sue giornate di ricerca interiore per approdare fortunatamente a una poesia ricca di emozioni, impreziosita da immagini liriche ma anche di meditazione e di valori e descrizioni naturalistiche.

E così emergono delicati quadretti che dipingono la sua città; si legga Ad Ancona, un mattino: «…Il cielo terso / si estende / sfolgorante nel suo / pallido celeste, / si affaccia nel / vuoto di una / finestra senza vetri, / a fotografare / i resti / di un anfiteatro intatto, / splendore desolato…» dove sembra prevalere un atteggiamento più lirico, di pura contemplazione, di scavo interiore, un’oasi di serenità dove estraniarsi dai mali del vivere quotidiano.

La poesia diventa così rifugio, espressione estetica e che in qualche modo consola, guarisce, risana mentre la memoria affiora qua e là e ne sorregge la vera ispirazione.

Una poesia che in sintesi cede il passo alla speranza, «… inizia la folle corsa, / dimentica del dolore / ti elevi verso il cielo…» (Cavalcando), in quanto per la nostra autrice, abbandonarsi alla scrittura è già vivere di spirituale trascendenza.

Michele Miano

 

 

_________________

L’AUTORE

Gabriella Veschi (Ancona, 1959) insegna Materie letterarie presso il Liceo artistico Mannucci di Ancona. Si è occupata di teorie della traduzione e di Letteratura italiana e straniera, pubblicando articoli e saggi critici in riviste e libri riguardanti vari scrittori: Dolores Prato, Ugo Betti, Stanislao Nievo, Sebastiano Vassalli, Leonardo Sciascia, Amelia Rosselli, Sylvia Plath. Per la poesia ha pubblicato le raccolte: Salita e simili (2016), 28 Novembre (2017), Tra natura, memoria e aneliti d’infinito (2021), Il fragile filo dell’esistenza (2022).

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Gabriella Veschi, Imprevisti battiti, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 90, isbn 978-88-31497-95-4, mianoposta@gmail.com.

 

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Antonio Corona, "Oltre la neve"

9 Gennaio 2023 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Oltre la neve di Antonio Corona (La Vita Felice, 2022 pp. 68 € 12.00) contiene l'incisività della scrittura interiore, rivolge una profonda riflessione sulle congiunture inattese e miracolose delle relazioni umane, sottintese nella curva emotiva dell'esistenza. La poesia di Antonio Corona nobilita la sostanza sublime della meraviglia, sussurra la magia delle attese, offre il dono di una sequenza lirica scandita dall'immediatezza di una confidenziale, intima verità e dalle occasioni di felicità inaspettata. Genera la volontà dell'innocenza, dà vita allo svolgimento migrante dello spirito, rapito dall'incoraggiamento della sensibilità. Antonio Corona sostiene l'interezza dei propri pensieri rivolgendo il candore del suo sguardo sull'umanità, elogia, all'interno della seduzione quotidiana, l'interrogativo esistenziale, assegna all'essenza delle incrinature e dei tormenti la sensazione istintiva del vuoto. Ascolta l'invisibile forza evocativa del silenzio, riempie la saggezza del cuore attraverso il profumo di un abbraccio, la gentilezza di una complicità, celebra la permanenza seducente dell'amore. Leggere Oltre la neve significa assistere a un insegnamento di consapevolezza, oltrepassare tra le pagine la limpida ispirazione dei ricordi, apprezzare l'intonazione serena della consistenza, trascendere la bellezza dell'immaginazione. I testi sprigionano oscillazioni sentimentali, suggeriscono la loro efficace intuizione dalla forma interpretativa dell'esperienza vissuta, arricchiscono, nell'ordinamento stilistico di quattro suddivisioni esplicative: Sublimazione, Caduta, Riposo, Ritorno alla terra, il credito del sentire. La memoria emotiva circonda la sincerità dei versi, spinge la personale crescita intellettiva dell'autore verso una compiuta elaborazione della propria maturità artistica, rintraccia l'estensione della comprensione e della vicinanza al senso di appartenenza, ritrova il percorso affettivo dell'anima. Oltre la neve è anche una metafora introspettiva in cui le parole restituiscono il suono ovattato della tenerezza, rendono più vivo il desiderio, raggiungono l'equilibrio e il conforto, alleggeriscono i risentimenti quando il velo del passato non oscura il presente. Il significato simbolico del candido manto che imbianca l'orizzonte ricopre l'atmosfera incantata del sogno e va oltre la destinazione di ogni speranza. Il poeta spiega una rinascita capace di rigenerare la pace con noi stessi, rilassare la natura delle cose, riconciliare l'armonia degli incontri e delle relazioni. Ogni immagine cristallizzata riempie la mente con lo spazio inconscio, scioglie la fragilità, intensifica la fortunata e protetta risorsa dei vincoli romantici. La scrittura delicata e raffinata di Antonio Corona rinnova il percorso sovrumano della commozione, nel legame indissolubile con un linguaggio autentico e parla attraverso l'espressione traslata di un'aderenza mediatrice tra spiritualità e carnalità come nel contatto divino tra cielo e terra, nella dolce lusinga del trascorrere del tempo. Infine mi permetto di dedicare ad Antonio Corona un'ispirata esortazione, nella piacevole suggestione delle parole del poeta Tito Balestra, con l'augurio che ne farà tesoro nel momento opportuno: “Se hai una montagna di neve tienila all'ombra”.

 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

*

 

Non sarà manna dal cielo

né verità che ci uccide

ma come letto di fieno

saprà di vita che siede.

 

                               *BIANCA  ATTESA

 

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*

 

Imprigionami in un gesto di libertà

assolvimi con la sentenza di una carezza

fammi arrossire con l'ardore di un sorriso

accompagnami altrove e sentirò la felicità

nei tuoi passi ancora incerti.

 

Sarò bolla di sapone che permane.

 

                                                  *SARO'

 

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CHIEDILO ALLA NEVE

 

Chiedilo alla neve perché ci amiamo:

si scioglierà per divenir sorgente

o muterà in ghiaccio che scalfiremo.

Poi un giorno diverrà vapore

e moriremo lievi.

 

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*

 

Cerca dentro i tuoi silenzi

la ricchezza del pensiero,

non è mai leggero il pane

capace di assorbire la zuppa.

 

                                                                   

                                  *CERCA

 

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*

 

In una vecchia firma

un'assenza che non mente.

Nero su bianco permane agli atti

un passaggio di morte obbligata

che ci offende in scala 1:100

come un progetto, studiato a tavolino.

 

                                          *IN UNA VECCHIA FIRMA

 

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COS'È LA VITA?

 

Quando anch'io me lo chiederò

sarà ormai troppo tardi:

scoprirò ch'è vuoto inspiegabile

che riempie ogni spazio rimasto.

 

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DI COSA È FATTO IL  CIELO

 

Di parole nude è fatto il cielo

d'inchiostro sulla pelle i desideri

e noi – di stelle morenti.

 

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VARIANTI

 

Amare l'impossibile

è la vita che danza sulle punte

fino a farle sanguinare.

 

Amare il possibile

è la morte che siede a colazione

assaporando un croissant.

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Francesco Rossi, "Scorie d'esperienza"

6 Gennaio 2023 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Francesco Rossi

SCORIE D’ESPERIENZA

 

Scorie d’Esperienza, la raccolta di poesie di Francesco Rossi che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una prefazione di Floriano Romboli esauriente, acuta e ricca di acribia intitolata: Dare un senso alla vita: il coraggio, la fatica e la rabbia di un poeta, parole che hanno un valore programmatico da intendersi nel senso a livello di coscienza letteraria dell’incontrovertibile valore salvifico della poesia stessa per varcare la soglia del senso stesso per liberarsi da una vita alienante e giungere o almeno arrivare in prossimità della possibilità di abitare poeticamente la terra in fusione e armonia con essa.

La poetica di Rossi è connotata da intellettualismo e anche talvolta da accenni di poesia civile (non a caso il riferimento esplicito a Pasolini): «Il Poeta tra l’umile s’addentra / Italia che vive sotterranea, / trìvia per il passato popolare, / lontana origine della coscienza… // Di fronte alla storia qual muta varia / si scontra l’ “ègo” borghese invischiato /…» (A miglior vate le ceneri…).

Si diceva di liberazione e in realtà dal titolo della raccolta emerge la parola “scorie” da intendersi come residuo di un processo per esempio di estrazione di un metallo da un minerale, qualcosa di cui liberarsi. Sembrerebbe che qui metaforicamente le scorie (per antonomasia inutili e dannose) possano avere un risvolto ottimistico e positivo e divenire esse stesse poesie come frutto dell’esperienza.

L’autore del volume è nato nel 1973 a Jesi (AN) e ha pubblicato numerose opere letterarie.

Il libro è scandito nelle seguenti sezioni: Ouverture pasoliniana, Via Crucis, Ozio di Marca, ed è composito e articolato architettonicamente.

Quindi nel suo poiein il poeta si rivela un eclettico ritrovando nella sua produzione tematiche svariate anche se a livello stilistico formale tutte le poesie sono connotate da un comune denominatore, quello di una parola detta con urgenza che provoca complessità e che ha un forte impatto con il lettore a livello emozionale, lettore stesso che è meglio che legga per due volte le poesie per una maggiore comprensione anche se non si ritrova mai né l’alogico, né l’anarchico nel distendersi dei versi dei componimenti che brillano per icasticità.

C’è anche il tema della poesia che riflette sulla poesia, si ripiega su se stessa: «Smania il Poeta di parlare al mondo, / di raccontare, di offrire se stesso, / a un contesto sociale di valori!...» (L’usignolo che stonato canta…) e il tono usato dal poeta è spesso assertivo e gnomico.

I titoli della prima sezione riprendono quelli dei libri pasoliniani: «Dalle contraddizioni alle storture / in cui s’organizza il politicare / al notar termina estemporaneo / lo strumento dell’animo al Poeta, / sgualcito fiore d’origine tersa…» (Predicatore visionario).

Nella sezione Via Crucis ritroviamo inizialmente i componimenti per le tappe della via crucis stessa e il linguaggio intonandosi al tema si fa crudo e mistico: «…Dio non può esser che figlio a se stesso, / se la casa è l’equivalente Amore / che eguaglia i fini con la sua scienza, / che ogni speranza attende alla veggenza…» (Cristo condannato a morte).

Quindi attraverso le scorie dell’esperienza si ricostruisce un discorso e se c’è un proverbio tedesco che afferma che se l’esperienza è il nome che noi diamo ai nostri errori si può affermare che dopo esserci corretti ed essere maturati ci vorrà solo un minimo di impegno per riuscire in tutto: amore, lavoro, amicizia.

Raffaele Piazza

 

Francesco Rossi, Scorie d’esperienza, pref. di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 188, isbn 978-88-31497-90-9, mianoposta@gmail.com.

 

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Giuseppe Benassi, "Il luogo giusto in cui morire"

5 Gennaio 2023 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #patrizia poli, #recensioni

 

 

 

 

 

 

Un luogo giusto in cui morire

Giuseppe Benassi

L’Erudita, 2022

pp 167

19,00

 

Il più cattivo e il più doloroso dei romanzi scritti da Giuseppe Benassi con protagonista l’avvocato Borrani. Un morto ammazzato nei gabinetti della stazione di Livorno, del cui omicidio verrà sospettato lo stesso Borrani, un’asta pubblica, un casolare in quel di Pomarance, sono gli elementi di questo giallo atipico che è un pretesto per due cose: interrogarsi sulla morte e scandagliare l’abisso di alcune possibilità erotiche.

L’esoterismo dei romanzi precedenti si stempera nel grottesco personaggio di Lalla Stella, l’avvocatessa astrologa, i protagonisti stessi si trasformano in una sorta di figure dei tarocchi che agiscono di nascosto per creare l’intreccio e la sorpresa finale, le citazioni e i rimandi colti debordano in una pletora di domande senza risposta, in un flusso di coscienza compulsivo attorno al senso della vita e della morte.

Come sempre in Benassi, il sublime lirico della natura – il sogno di una nuova vita nel casale di Pomarance quasi assorbito per osmosi dal morto – si mescola al repellente di certi sordidi ambienti e personaggi, di certe espressioni crude e volgari. Questa volta, oltre al consueto paesaggio labronico, gli avvenimenti si svolgono nella campagna toscana, selvaggia e sulfurea. Sempre riscontrate in Benassi fascinazioni etrusche, qui rappresentate dal richiamo all’obesus etruscus. Sempre più acida, solforosa e angosciosa la natura del suo personaggio, che non guarda agli altri con bonario distacco, bensì proprio con disprezzo.

Ma c’è anche un ammiccamento sempre più deciso alla china scivolosa e intrigante della lascivia, che un po’ spaventa e un po’ attira il protagonista. Negli ambienti omosessuali, infatti, matura l’omicidio di Nado Leri, e tutto il tessuto narrativo è costellato di rimandi al mondo gay, con le varie icone pop, da Mina a Patty Pravo. Il protagonista sembra rendere, di romanzo in romanzo, più esplicito e meno rimosso questo desiderio, all’inizio latente al punto da spingerlo verso una frequentazione insistente dell’altro sesso.

Ora però il tempo è trascorso, e il protagonista deve fare i conti con la Morte, colei che tutto annulla, e che, prima di arrivare, ti vuole vedere in faccia, vuole che tu riveli in primis a te stesso chi sei veramente. Per questo motivo Borrani si lascia trascinare in una storia pericolosa, ben sapendo di correre il rischio di finire in galera, perché, in lui come in tutti noi, cova il desiderio velleitario di una svolta, di una rinascita prima che sia troppo tardi, prima che l’abitudine – tutto sommato comoda e confortante – rappresentata dalla eterna fidanzata Messori, lo stritoli al punto di non lasciargli altre vie d’uscita se non la morte. Quella morte alla quale bisogna prepararsi, quella morte per cui bisogna, magari con un certo anticipo, scoprire il luogo giusto.

 

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L'archeologo

4 Gennaio 2023 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

Che scoperta sensazionale! 

E pensare che per giorni interi abbiamo inutilmente scavato in tantissimi punti del deserto di Nubia, mentre in realtà, per accedere a questa fantomatica struttura architettonica, bisogna entrare in una grotta ben nascosta situata in una zona limitrofa di Khartum. 

Quando farò ritorno negli Stati Uniti dimostrerò al rettore dell'Archaeological Institute of America di Boston, e ad altre esimie personalità, che il tempio di Mubri IV non è una leggenda, ponendo così fine alle loro irritanti canzonature.

Non posso che definire questo sito archeologico il più importante della mia carriera, sebbene dentro di me porterò dolorosi segni di mestizia, per via dei miei colleghi che non ce l'hanno fatta, vittime delle trappole, geniali e diaboliche, accuratamente predisposte dagli antichi nubiani. Sono l'unico sopravvissuto, sperando poi che i letali marchingegni siano finiti. 

Accendo la torcia fissata sul caschetto e guardo attorno, trasecolato, la grande area appena rinvenuta. Le decine e decine di colonne sorreggono archi piuttosto imponenti, per non parlare delle statue raffiguranti guardie armate di lance che risultano di indicibile bellezza. Oltretutto il tempio è caratterizzato da una luce soffusa arancione, la quale sembra avere origine dalle decorative pareti misteriosamente fluorescenti, che mettono in risalto un sarcofago in quarzite posto al centro.

Mi avvicino lentamente, molto emozionato, finalmente posso analizzare quella che ritengo la tomba con il corpo imbalsamato del faraone. Bontà divina, il sepolcro è vuoto e per di più con il coperchio sul pavimento. E la mummia? Vi è di certo una spiegazione. 

All'improvviso avverto un gemito rabbioso, al punto di rimanere paralizzato dal terrore. La sento vicinissima, il fiato fetido di una figura sinistra e minacciosa mi riempie i polmoni e nel contempo una mano fasciata e bisunta mi si posa su una spalla.

Ah, ecco dove era finita!

 

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Il cono

3 Gennaio 2023 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

Avete presente i coni stradali solitamente di colore arancione dalle strisce bianche? Ebbene, anni fa, in un tardo pomeriggio, mentre stavo passeggiando, vidi uno di quei birilli sopra il marciapiede, precisamente di fronte a una graziosa abitazione dalla porta rosa confetto. Sogghignando, lo raccolsi per portarlo via dal momento che sapevo come sfruttarlo. A tal proposito, essendo stato invitato in un pub per un compleanno, decisi di adattarlo a mo' di cappellino da festa al fine di apparire originale.

Appena tornai a casa, utilizzai un trapano per ottenere due forellini, uno a destra e uno a sinistra per poi legare un elastico alle due estremità. Lo provai e notai divertito che calzava a pennello. 

Quella sera non feci scalpore, semmai furore. Mattia, il festeggiato si congratulò entusiasticamente per l'idea e persino gli altri invitati fecero lo stesso, al punto di trovarmi al centro dell'attenzione nonché al centro della pista da ballo. Irene, la fidanzata di Federico, un caro amico mio, al contrario mostrò un certo disappunto nei miei confronti. 

«Non capisco come fai con quella minchiata di plastica in testa ad avere così tanta considerazione» osservò stizzita. 

Mi limitai a voltarmi per farle una linguaccia e, con estremo compiacimento, mi scatenai ballando, scherzando e ridendo con tutti.

A ogni modo, a quel cinesino bicolore rimasi "legato", tant'è vero che lo indossai in una mezza dozzina di occasioni. Purtroppo, nell'ultimo party, avvenne un episodio vomitevole nel vero senso della parola. In buona sostanza, ebbi la sciagurata idea di appoggiare il cono sopra una sedia, finché a un tizio grosso, grasso e coglione, dopo aver ingurgitato svariati pezzi di rosticceria siciliana e tracannato birra a go go, venne da vomitare. Come è facile immaginare, il cicciobomba in questione, per limitare il più possibile la figura di merda, afferrò la prima cosa utile che gli capitò tra le mani per passare dal conato al cono e rimetterci dentro. Bleargh!

Uscii dalla festa schifato, abbandonando quello stravagante e improvvisato copricapo festivo. Per consolarmi andai a prendermi un altro cono, gelato però, in un chioschetto vicino la spiaggia di Calderà.

 

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Patate

2 Gennaio 2023 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

C'è chi piange per le cipolle e c'è chi piange per le patate. Suvvia, chi mai potrebbe versare delle lacrime per quest'ultime? Eppure quel qualcuno esiste: il sottoscritto!

La gente non capisce un tubero, spesso mi deride col fare dello spirito di patata. Pazienza, purtroppo non viviamo in un mondo perfetto.

Fatta questa premessa, ritengo doveroso prendere in esame il patataio che con l'Ape Piaggio si piazza ogni giorno sotto casa mia per reclamizzare le poverette. Immancabilmente rimango sconcertato nel vederle prigioniere in sacchi di juta con tanto di cartello in siculo. Ecco cosa c'è scritto: «Cu mancia patati un mori mai! (Chi mangia patate non muore mai!)»

Sì, può darsi, ma a che prezzo? Per dieci euro al sacco?

A ogni modo, il solo vedere le bucce delle patate mi fa ribrezzo, dal momento che pelarle lo considero un atto spietato. Altrettanto crudele gettare le sventurate, ad esempio, nel freddo di una teglia o di una padella, in attesa di essere arrostite o fritte.
Mi piacerebbe immaginare quelle patate che, nonostante siano consapevoli dell'imminente fine, la prendono con umoristica filosofia, con frasi del tipo "Cotta una patata, se ne pianta un'altra". "Le patate piccole fanno una frittata buona."

Adesso vorrei rendervi partecipi di ciò che ho sognato circa un mese fa. Mi trovavo in cucina, quando all'improvviso una decina di patate già spellate, in fila indiana, hanno preso la briga di lanciarsi in una pentola piena d'acqua. Oltretutto, durante il loro affondamento, si udiva una funesta sinfonia associabile alle famosissime e drammatiche sequenze del film Titanic, con l'aggiunta di un riadattamento di My Heart Will Go On cantato da Céline Dion. Eccovi uno stralcio del brano appena menzionato che sono riuscito a memorizzare:

«Love was when I loved Patatin
One Potato time I hold to
In my life well always fry oil»

Sapete che vi dico? A 'sto punto, le meschine meglio bollirle in acqua calda con l'intera buccia cosicché si possa conservare la loro dignità. Una volta lessate, visto che ormai il danno è fatto, le patate possono essere sbucciate e schiacciate al fine di ottenere pure il purè.

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Stranger Things

31 Dicembre 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #patrizia poli, #recensioni, #serie tv, #televisione

 

 

 

 

Stranger Things

 

È piaciuta a tutti questa serie del 2016, arrivata ormai alla quarta stagione, scritta dai Duffer Brothers. Non attira solo per la storia horror – forse un po’ ripetitiva col passare delle stagioni – piuttosto per i personaggi ben disegnati e distinti, e per l’atmosfera anni ottanta, meravigliosamente ricostruita. È indirizzata a un pubblico di nostalgici, orfani di un periodo straordinario del cinema, della musica e della letteratura fantastica, che qui ritrovano continue citazioni d’epoca, da Ritorno al futuro (1985), a I Goonies (1985), a Stand by me (1986) a E. T. (1982) a La storia infinita (1984) fino a Nightmare (1984) e ai romanzi di Terry Brooks.

Abiti, colonne sonore, oggetti di culto che ci riportano indietro, non solo ricreando un’ambientazione ma richiamando, in modo autoironico e celebrativo, Spielberg e tanti altri maestri dell’epoca più brillante del cinema americano.

Fra umorismo e sceneggiatura brillante, scene d’azione confezionate in modo perfetto ed effetti speciali straordinari, sgorga potente la sensazione di perdita, di fine inesorabile dell’infanzia, con tutto quello che comporta, ossia l’abbandono degli amici, la difficoltà di crescere e trovare il nostro posto nel mondo, la rottura di legami che apparivano indissolubili, la fine dell’età del sogno e dell’immaginazione dove tutto era ancora possibile, sostituita dal mondo degli adulti, con le cocenti delusioni e la scoperta della diversità, che per Eleven sono i poteri soprannaturali e per Will l’amore omosessuale per l’amico Mike.  

Una serie commerciale e raffinata insieme, curata nei minimi dettagli, godibilissima. Un autentico tuffo nel passato.

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Maria Antonietta Schiavina, "Nonni"

26 Dicembre 2022 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

 

 

Maria Antonietta Schiavina
Nonni

Oak Edizioni, 2022

Euro 25 – Pag. 400
 


Nonni, antologia curata dalla giornalista Maria Antonietta Schiavina, autrice anche dell’ultimo racconto dedicato a nonna Piera, è un gran bel libro da regalare, non solo per le feste ma per tutto l’anno. Scegliete bene il destinatario del dono, perché servono lettori non adusi al thriller e al noir, meglio disposti a emozionarsi, più propensi a commuoversi. I racconti sono davvero tutti affascinanti, intrisi di nostalgia e di memoria storica, ricordano un nonno e fanno venire a mente un’epoca che se n’è andata, volti una pagina e incontri un’altra emozione. Autori famosi, veri e propri personaggi del mondo dello spettacolo, scrittori meno noti, esordienti e narratori esperti, uniti in un unico afflato letterario per celebrare il ricordo dei tanto amati nonni. Sono di parte, lo ammetto, dentro c’è anche un mio racconto, che vede il solito Giovanni (mio alter ego in Calcio e acciaio e in Sogni e altiforni) raccontare per l’ennesima volta la storia del nonno (materno) amiatino, che da Seggiano finisce a Terracina, quindi in America a far fortuna, poi prigioniero degli austriaci nella Grande Guerra, salvo per miracolo, infine operaio dell’Ilva, a Piombino. Nonni contiene racconti di Francesca Lenzi, Elena Pecchia, Fabio Canessa, Pupi Avati, Carlo Conti, Rossano Pazzagli, Letizia Papi, Maila Papi, Maurizio Costanzo, Enrico Vanzina, Elena Ciurli, Manolo Morandini, Lino Banfi, Marco Vito, Gianfranco Benedettini, Divina Vitale, Francesca Ghiribelli, Leo Picchi, Rosa Velasco, Gino Paoli, Achille Onorato, Cristiano Militello, Monica Grandi, Giulia Campinoti, Rita Nannelli, Renzo Arbore, Sergio Staino, Dario Ballantini, Leo Gullotta, Maria Antonietta Schiavina, Bruno Manfellotto ... e chi più ne ha più ne metta! Un’antologia di ben 400 pagine, pubblicata da Oak Edizioni di San Vincenzo. Copertina stilizzata con in primo piano un nonno e un nipote di Fabio Leonardi. Per ordini diretti dall’editore, scrivete a info@oakedizioni.it oppure fate un salto su https://oakstore.it.  

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Magic

25 Dicembre 2022 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

La luna pendeva alta in un suggestivo cielo blu scuro, ove la luce cinerea ricreava un impulso di energia fatata che si increspava nell'aria.

Improvvisamente un fulgido raggio lunare illuminò un'insegna metallica in forma di calderone collocata sul muro di una locanda gestita da Grimilde, una ex strega della magia bianca che da tempo per ragioni "oscure" si era convertita alla magia nera.

Molti di coloro che praticavano le arti magiche, indipendentemente da dove si trovavano, avvertirono un invitante influsso, per poi a piccoli o grandi gruppi dirigersi davanti l'entrata della struttura ristorativa, in quanto all'interno si sarebbe svolta un'assemblea importante. 

Le streghe si avviarono al luogo dell'incontro con le immancabili scope volteggianti e, una volta atterrate, si dislocarono in diversi punti, tra cui Amelia, una piccola streghetta in verde età dalla nomea di anticonformista che da sola preferì venire a piedi con una curiosissima ramazza a tracolla. I maghi, invece, arrivarono attraverso delle nuvole di polvere scintillante, mentre stregoni, incantatori, alchimisti, druidi etc. giunsero a destinazione nei modi più disparati: tappeti volanti, fiamme rosse, fiamme azzurre, fiamme grigie, teletrasporti e qualsivoglia.

In seguito la frotta, tramite un passaggio nascosto della locanda, si radunò in una gigantesca sala sotterranea avente una moltitudine di candele accese, in attesa che il Consiglio Magico si decidesse ad annunciare il motivo della convocazione.

Circa un'ora dopo il Mago dei Maghi si rivolse al folto gruppo battendo per quattro volte in terra con il bastone riccamente decorato. 

«Stiamo attraversando un periodo difficile, la magia ai giorni nostri si sta indebolendo sempre di più, pertanto dobbiamo trovare una soluzione per rivitalizzarla» espose con un'espressione costernata. 

Un mormorio echeggiò, finché Amelia si fece avanti, assai motivata a dire ciò che pensava senza peli… sulla scopa.

«Innanzitutto, già in partenza non è stato rispettato uno dei fondamentali Canoni Magici» cominciò a criticare. «È normale che siamo messi male!»

«Toh, eccola lì!» esclamò Furlì con una smorfia di derisione, un mago dai lunghi capelli bianchi e dalla tonaca marrone. 

«Basta prendere in esame questa riunione» continuò Amelia, senza cagarlo di striscio. «Dovremmo stare in cerchio, invece di essere piazzati a cazzo di pipistrello.»

Gli astanti rimasero in silenzio, le considerazioni della giovane peperina non erano assolutamente da controbattere.

«Direi di unire la magia con la tecnologia! Vi saluto!» concluse, agitando la mano. 

E, con l’ausilio della sua nuova scopa dal motore a razzo, azionò il turbo e alzando il dito medio schizzò via lasciando i presenti con un palmo di naso.

La vivace e schietta streghetta, di quel raduno, semplicemente ne aveva le ampolle piene.

 

 

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