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Le stanze al genio

17 Luglio 2014 , Scritto da Raffaella Saba Con tag #raffaella saba, #luoghi da conoscere

Le stanze al genio

Quanti musei, quante chiese e attrazioni mi mancano da visitare a Palermo? Direi che ho perso il conto, anche perché per una che ne vedo, due le chiudono e quattro ne aprono. Decido di andare a vedere una casa museo gestita dall’associazione culturale Le stanze al Genio, nata a Palermo nel 2008 con l’intento di valorizzare e rendere fruibile al pubblico un patrimonio storico e culturale costituito da maioliche antiche e oggetti di vario tipo (scatole e giochi di latta, scatole di pennini e colori, piatti e altro ancora).

Prendo nota del numero di telefono e chiamo per fissare un appuntamento. Ricordatevelo! Non andate sotto quella casa-museo ad muzzum, non vi aprirà nessuno altrimenti. E poi è una coccola: una visita personalizzata non te la garantisce nessuno, a fronte di un biglietto dal costo identico a quello di ogni museo che si rispetti. Dove si trova? La Casa si trova in via Garibaldi 11, una delle vie più antiche del centro storico di Palermo dove hanno sede i più antichi berrettifici della città nel cuore del quartiere della Kalsa. La sede si trova all’interno di una abitazione privata in una parte del piano nobile di Palazzo Torre, ora Piraino. L’edificio, costruito tra il 1500 e il 1600, appartenne alla famiglia Fernandez di Valdez, ora passato di proprietà.

Alla collezione appartengono quasi 2300 pezzi di rara bellezza e fattura. Iniziata più di trenta anni fa ora rappresenta la più vasta collezione di maioliche di tutta Europa. La maggior parte sono della prima metà dell’Ottocento mentre alcune sono datate tra la metà del Cinquecento e del Seicento; solo cinque sono del Novecento. La guida mi spiega una caratteristica rappresentata dalla dimensione: più sono piccole le mattonelle più sono antiche. Mi accoglie nella prima sala, un disimpegno con una pavimentazione di recente fattura e una ricca collezione alle pareti di pezzi rigorosamente fatti a mano, esempi di scuole siciliane e napoletane dove si possono riconoscere anche le famiglie degli artigiani che forgiavano simili maioliche. I colori catturano l’attenzione per le loro sfumature. Mi viene spiegato che è impossibile riprodurle in scala industriale perché il colore veniva fatto a mano, la maiolica dipinta e poi cotta in forno. La cornice di legno che riveste le maioliche serve a proteggerle dall’umidità.

I decori riproducono modelli geometrici, floreali e alcuni imitano lo stile della stanza che andavano a decorare. Infatti mi mostra alcuni esempi nella seconda sala, la cucina, dove trovo mattonelle per una sala degli arazzi. Si prosegue poi nella sala-soggiorno (chiamata anche Sala dei fiori per la presenza di un dipinto sul soffitto che richiama il tema) per finire nella sala-salotto (detta Sala neoclassica, perché sul tetto sono presenti evidenti richiami allo stile dell’epoca). Ogni maiolica ha la sua storia e la sua particolarità (dalla scuola di provenienza, alla sua prima posizionatura fino ad arrivare alla vendita per asta e al suo attuale posizionamento). Ci si potrebbe passare delle ore.

La visita è durata all’incirca quaranta minuti. Non vi resta che prendere appuntamento!!

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Yoani accusa: Il governo cubano mi censura!

16 Luglio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #politica estera

Yoani accusa: Il governo cubano mi censura!

Yoani accusa a reti unificate: El Nuevo Herald e Martí Noticias replicano identico comunicato stampa, diffuso da Chicago a colpi di Twitter. Le dichiarazioni della blog-trotter (la chiameremo così, il soprannome le si addice) sono tutte rigorosamente in 140 caratteri. Non fosse mai che non si comprendesse il ruolo basilare dei mezzi informatici nella lotta per una Cuba libera. Dopo i barbudos avremo gli internautas al governo di Cuba?

Vediamo la notizia: “Il governo castrista blocca il mio periodico in maniera intermittente. Si tratta di una manovra – che definisce torcida – per non consentirmi di accusare il regime di censurare 14ymedio. In ogni caso sto usando metodi alternativi per diffondere il giornale, che viene aggiornato quotidianamente, e sono molto contenta perché abbiamo registrato un numero imprevisto di accessi”.

La blog-trotter si gode Chicago, dove è stata invitata per premiare (in valuta pregiata) il suo impegno in favore della libertà di stampa, contro la censura e per la diffusione dei diritti umani. Ha riscosso 10.000 dollari, tra una chiacchierata e l’altra, un modo indiretto – grazie a un premio – di finanziare la sua attività giornalistica (parola grossa). Non è vero che non potrà disporre di quella cifra per colpa dell’embargo, perché lei sa bene come si aggira il bloqueo, anche se gioca a fare la parte di Pinocchio, che da un po’ di tempo a questa parte le si addice.

Tornando a bomba, la sua tesi originale sarebbe che il governo blocca 14ymedio un giorno sì e uno no per non far capire che si tratta di un’operazione di censura. In ogni caso la rivista conta ben 200.000 visite da tutto il mondo. Non solo. Yoani diffonde pdf stampati porta a porta e memorie USB a più non posso. Ce la vedete? Io no, ma tutto può essere, anche che la blog-trotter si occupi dei problemi dei poveri invece di guardarli dall’alto in basso con alterigia borghese. La blog-trotter non aggiunge che i contatti sono quasi tutti esterni, non tanto per colpa della censura governativa, quanto perché i cubani non sono interessati a collegarsi a una rivista telematica che racconta cose di pubblico dominio a prezzi altissimi (un’ora di connessione costa circa 7 dollari, mezzo stipendio di un impiegato statale). A nostro parere, se il governo cubano perde tempo per censurare una rivista che nessuno legge i casi sono due: Raúl Castro è completamente rimbecillito, oppure c’è qualcosa sotto. Tra l’altro è previsto in tempi brevi il rientro a Cuba della blog-trotter, che come al solito – dopo aver accusato il governo cubano di ogni possibile infamia – non subirà alcuna repressione. Non è stupefacente? Se Cuba fosse davvero una dittatura liberticida non si limiterebbe a bloccare 14ymedio in maniera intermittente, ma farebbe marcire la sua direttrice nelle patrie galere. Troppe cose non mi convincono in questa storia…

Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

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'Ma quant'è bella Napule

15 Luglio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia, #luoghi da conoscere

'Ma quant'è bella Napule

Assunta Castellano parla in questa poesia dialettale della sua Napoli, città che ama e che sente pulsare dentro insieme al cuore. Napoli va capita “si 'a saje guarda' comm''a na 'nnammurata” e non te ne distacchi più.

“Napule è mille culure” dice Pino Daniele in una sua famosissima canzone, ma Napoli non è solo mille colori, Napoli è mille sapori, mille profumi, mille contraddizioni, mille emozioni. Ad ogni stagione presenta un nuovo vestito e ti affascina, ti innamora ”si pure chiove...nc'e' sta sempe 'o sole..'o stesso sole ca puorte dinto 'o core... si te' ncontra'... cu 'a nnamurata toja!!!” (Franca Poli)

'Ma quant'è bella Napule

Assunta Castellano

Ma quant'è bella Napule

si 'a saje guarda'

comm''a na 'nnammurata

ca tutt''e jorne

se 'mbelletta

e gghiesce..

e tutt''e vvote..

cagna nu vestito..

mo' e' sgargiante

cu tanta sciure 'mpietto

dimane invece po'

se veste a' lutto..

'O cielo cagne..

e cagne pure 'o mare..

pure 'e prufume

cagneno...

so delicate e ddoce

mprimmavera

cu 'e primme viole

cu 'a faccella nfosa..

mentre 'a staggione

se carreca 'e culure...

'e sciure arance

e frutte avvelutate

si po' trase l'autunno..

e che culure

dinto 'a sti campagne..

e che tramonte 'e fuoco

te cunsegna...

a Napule pure vierno

e' sempe allero..

si pure chiove..

nc'e' sta sempe 'o sole..

'o stesso sole

ca puorte dinto 'o core..

si te' ncontra'..

cu 'a nnamurata toja!!!

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ROMA DI IERI, DI OGGI, DI SEMPRE…

14 Luglio 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #storia, #cinema

ROMA DI IERI, DI OGGI, DI SEMPRE…

Tutto comincia in un caldo, caldissimo, venerdì pomeriggio di giugno. Per strada la temperatura “percepita” è ben oltre i 30 gradi, e non me la sento di uscire; affondo nel divano e faccio zapping fra i canali televisivi, finchè incappo in un film che ho già visto –forse anche due volte - ma che mi fa lasciare il telecomando, per un grande Alberto Sordi, fratacchione romano che intima a due poveri prigionieri, poco convinti, di pentirsi dei loro peccati prima di andare a morte.

Il film, lo avrete capito, è “Nell’anno del Signore”, di Luigi Magni, del 1969, con un cast – come si direbbe oggi - “stellare”: Nino Manfredi, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Claudia Cardinale, Enrico Maria Salerno, Robert Hossein; la storia è quella di Angelo Targhini e Leonida Montanari, due carbonari che, accusati di aver tentato l’omicidio di una spia, vengono ghigliottinati nella Roma papalina del 1825.

Proprio la scena finale, quella dell’esecuzione, mi fa venire in mente qualcosa. Anche se il regista ricorre a immagini “tagliate”, che cancellano i segni della modernità, quando Montanari passa sotto una porta ad arco, a dorso di mulo, con le mani legate, mi pare di riconoscere uno degli ingressi di piazza del Popolo.

E così, una mattina, sabato (quindi niente ZTL), decido di andare a verificare: se quello è il posto, mi pare più che probabile che una traccia ci sia, una lapide, magari una corona appassita, anche solo un ricordo vergato col pennarello.

Parcheggio con comodo e mi avvio a piedi: è presto, eppure la piazza è già piena di turisti che si fanno foto, ne ammirano lo splendore, si infilano nelle due chiese gemelle per un atto di devozione o forse, più probabilmente, per cercare un po’ di fresco.

Mi guardo intorno: fermo all’ombra del caffè Rosati c’è un omone grande e grosso, con una vistosissima maglietta rossa. È lui, mastro Titta, il boia per eccellenza, che fu anche esecutore di Targhini e Montanari; per il caldo, e in omaggio ai tempi, ha sostituito la palandrana rossa, che era segno del suo mestiere e della sua autorità, con una tshirt, ma la somiglianza con l’Aldo Fabrizi, insuperato interprete del personaggio c’è tutta.

Si guarda intorno, scruta i passanti, con occhio fintamente annoiato, ma in realtà vigile; non gli interessa il loro aspetto, la corporatura, l’altezza e il peso; sa che corda e cappuccio appartengono al passato, guarda piuttosto il loro collo, perché è su quello che ormai interviene, con uno strumento che, ironia della sorte, hanno inventato i rivoluzionari francesi ma è stato adottato subito dalla Curia conservatrice e per tutto il resto ostile alle novità.

Probabilmente ripensa a quello che gli ha detto Montanari (almeno così racconta il film), prima di morire: “l'unica cosa al mondo oggi che non puzza de vecchio, de decrepito, è la ghigliottina. Voi siete l'omo più moderno de Roma. A mastro Ti, l'avvenire è vostro !”

Ha ben ragione di essere fiero delle sue 516 vittime (tra suppliziati e giustiziati) in oltre sessant’anni di attività, e sa di non essere più circondato – come una volta - dall’odio del popolino, che ha trovato addirittura espressione in un modo di dire tramandatosi fino ai nostri giorni “Boia nun passa ponte”, per significare che gli era vietato passare dall’altra parte del Tevere (lui abitava in Borgo), salvo che nelle giornate di lavoro.

Allora la voce correva: “Mastro Titta passa ponte” (e anche questo si continua a dire), per indicare un giorno nel quale è prevista qualche avvenimento eccezionale, anche se oggi fortunatamente non più letale per nessuno.

Frattanto, mi ha preso voglia di un caffè, ma da Rosati non ci entro: mi intimidisce la gigantesca figura di quel simil-mastro Titta sulla porta. E allora vado al bar di fronte, sull’altro lato della piazza, l’altrettanto noto Canova.

Mi siedo ad un tavolino all’ombra e ordino un caffè “al ghiaccio”, dimenticando per un momento di essere a Roma, e non nella mia Bari. Mi tocca spiegare allo stralunato cameriere che desidero un caffè “in vetro” (non nella tazzina, ma in un bicchierino… qui dicono così) con l’aggiunta di due cubetti di ghiaccio, che gli danno una piacevole sensazione di fresco, conservano l’aroma e ne fanno cosa ben diversa dalla sciacquatura di caffè che è il “freddo” conservato in anonime bottiglie.

Mentre sorseggio, mi guardo intorno: la piazza si riempie sempre di più; tra un po’ sarà affollata come in un comizio degli anni settanta o a una esibizione di mastro Titta…mancano solo palco e primattore.

La mia attenzione è attratta da una coppia di adolescenti: si tengono mano nella mano, ogni tre passi si fermano per un bacio, una carezza, indifferenti agli altri intorno a loro. Però, arrivati vicino all’ obelisco che troneggia al centro della piazza, lui, veloce veloce, le lascia la mano e, furtivo, si avvicina alla colonna. Trae di tasca un bigliettino, un pezzo di schotch che stacca con i denti e lo fissa ad uno dei leoni.

Un novello Cornacchia/Pasquino? Uno sberleffo al potere, magari in rima? Una protesta contro l’ultimo aumento delle tasse?

Sono curioso: pago e, non appena i ragazzi sono fuori vista, mi avvicino a leggere. Niente di quel che pensavo: solo un banalissimo “Mirko e Deborah uniti per sempre, Roma 14 giugno 2014”

Che delusione! Non posso non ripensare a Manfredi che sgaiattola per i viottoli di una Roma notturna, inseguito dalle guardie di Enrico Maria Salerno, affiggendo qua e là cartelli di sfida

Non sono più i temp ! Oggi chi vuole protestare, e guadagnarsi i suoi quindici minuti di celebrità (ah, Warhol, quanti danni hai fatto!) un microfono e una telecamera li trova sempre…e poi c’è Youtube, Facebook, Twitter.

Mi avvio, con un po’ di amaro in bocca per la delusione, che però sparisce subito quando vedo venirmi incontro una prorompente bellezza “tutta romana”: oggi si direbbe “alla Sabrina Ferilli”, ieri “alla Giovanna Ralli”. A me che ho ancora in mente il film di Magni, viene in mente Claudia Cardinale, che romana non era, ma giusta nella parte, così come lo fu Lea Massari a teatro e Claudia Mori nelle due versioni dell’altro romanissimo “Rugantino”… insomma ci siamo capiti

Mi dirigo da Feltrinelli per prendere l’ultimo Adelphi con “tutto Maigret”, e, a ben vedere, “resto in tema”: anche il pacioso Jules i cattivi li manda alla ghigliottina…..

PS: la lapide c’era; è quella nella foto, su un muro della Caserma dei Carabinieri (all’epoca dell’esecuzione Caserma delle Guardie papaline, a conferma che a Roma tutto cambia, ma…resta uguale)

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In giro per l'Italia: Sciacca.

13 Luglio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Sciacca.

Mi scrive Vincenzo, Enzo per gli amici, mandandomi alcune fotografie della sua Sciacca, da cui vive lontano e che gli manca. Descrive il suo paese natio con l'affetto e la nostalgia di chi è costretto a convivere con il ricordo di un cielo che mai è così azzurro a Bologna.

Sciacca é tutta bella:circondata dalla natura, ha davanti a sé la distesa infinita del mare più azzurro d'Italia, alle spalle la domina il monte San Calogero, dove sgorgano da millenni meravigliose acque termali e poco lontano troverai le antiche città greche di Eraclea Minoa, Selinunte e la famosa Valle dei Templi dove ancora si respira la storia che fece grande la mia terra.”

Sciacca si trova in Sicilia, in provincia di Agrigento per l'esattezza, si affaccia sul Mediterraneo dalle coste occidentali dell'isola, un paese che ha origini antichissime, il che è convalidato dal ritrovamento di scheletri umani, alcuni segni grafici e dalla ceramiche rinvenute nella grotte del monte Cronio (San Calogero) che risalgono al periodo di transizione tra l’età della pietra e quella dl bronzo. Sciacca assunse importanza e conobbe periodi di splendore sotto il dominio dei Greci per le Terme di Selinunte , ancora oggi famose per le spiccate proprietà terapeutiche di fanghi, bagni, vapori e inalazioni . La leggenda vuole che fosse Dedalo, esperto di labirinti, l'artefice delle grotte, che raccolgono i vapori da un'attività vulcanica attiva nel sotterraneo del monte.

Arrivati al porto si potranno contare varie centinaia di natanti, pescherecci e piccole imbarcazioni dove migliaia di residenti sono impegnati nella pesca, una delle principali attività del paese. Immagini d’altri tempi, fatte di uomini che lavorano tra mare e terra senza fermarsi e grida e chiacchiere che si confondono nell’aria densa di salsedine

continua Vincenzo poi ci parla dei monumenti che arricchiscono la sua città. “Palazzo Scaglione è una dimora settecentesca che racchiude le opere d'arte e gli oggetti raccolti dal collezionista Francesco Scaglione. Vi sono esposti quadri di artisti siciliani, incisioni, ceramiche, monete e reperti archeologici. Poi c'è la Piazzetta Scandaliato, una meravigliosa piazza-belvedere da dove si ha una magnifica vista sul mare e il porto variopinto, brulicante di navi. Ad ovest si erge la settecentesca chiesa di San Domenico e, sul lato più lungo, l'ex collegio dei Gesuiti, oggi sede del Comune.

Ma a Sciacca si sanno anche divertire, la città è nota fra l'altro per il suo storico carnevale. Una festa popolare che crea colore fra le vie pullulanti di persone, divertimento assoluto, spensieratezza e la maestà dei carri allegorici richiama nella città termale visitatori provenienti da tutta Italia. Una preparazione che inizia cinque mesi prima: inni, recite, coreografie, spettacolari movimenti dei pupi in cartapesta e la sfilata dei carri allegorici nel pieno centro storico. Tutta la popolazione e i turisti si radunano a ballare, mangiare e bere intorno a “Peppe Nappa”, maschera simbolo e re incontrastato del carnevale di Sciacca.

Nell'artigianato saccense occupa il primo posto l'arte della ceramica. Grazie al ritrovamento a Sciacca di forni per la cottura e pezzi di maiolica, è possibile affermare che Sciacca era centro di produzione e di commercializzazione di ceramica fin dai tempi più remoti. Attualmente decine di botteghe producono, con le stesse antichissime tecniche: vasellame, ceramiche di arredamento, pezzi per l'arredo urbano, piastrelle, statuette, oggetti religiosi e tanti altri svariati prodotti.

Enzo conclude la sua lettera con un brano della poesia “Spartenza” di Salvatore Equizzi, un poeta siciliano. Spartenza non significa semplicemente partenza, ma anche distacco, partenza senza speranza e con queste parole ci vuole significare la sofferenza di tanti siciliani che sono costretti a lasciare la loro terra

Vola lu trenu, vola e pari a mia c'avissi l'ali e tagghiria li venti, pirchì mi porta luntanu di tia, di la me casa e di li miei parenti.....

"Va bene, bando alle malinconie, torno alla spiaggia e vi aspetto ...tutti!" Enzo

(Franca Poli)

In giro per l'Italia: Sciacca.
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Salvo Zappulla, "Kafka e il mistero del processo"

12 Luglio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Salvo Zappulla, "Kafka e il mistero del processo"

Salvo Zappulla

Kafka e il mistero del processo

Melino Nerella Edizioni

Pagine 215 - Euro 14

Salvo Zappulla è un ottimo scrittore siciliano che leggo dai tempi della sua collaborazione con Terzo Millennio, editore serio e onesto, ragion per cui ha dovuto chiudere bottega. Scrive di critica letteraria su La Sicilia, La Voce di Romagna, Il Sud, La Voce dell’Isola... Ha pubblicato fiabe, racconti, romanzi, commedie, vincendo premi importanti e classificandosi al secondo posto con un’opera teatrale presentata al prestigioso premio Troisi (2006). Il nuovo romanzo resta nel solco della sua miglior narrativa per quel che riguarda uno stile sobrio, piano, lineare, composto da un dialogare continuo, senza perdersi in elucubrazioni letterarie. Zappulla ama il grottesco, segue le orme di Pirandello e Kafka, per creare la figura di uno scrittore raccomandato da uno zio onorevole che un editore pubblica per compiacere l’importante parente. Un bel giorno il politico cade in disgrazia e l’editore - un burbero meridionale innamorato del suo lavoro - rifiuta l’ultimo manoscritto bucolico e retorico, invitandolo a scrivere qualcosa veramente originale. A questo punto inizia il romanzo umoristico, una sorta di Castello kafkiano in salsa sicula, corretto secondo lo stile di Zappulla. Lo scrittore deve subire la ribellione del personaggio (Pedro Escobar) che a un certo punto rifiuta di tornare a condurre un’esistenza grigia al fianco di una moglie noiosa, brutta e pedante. Non solo. Lo scrittore finirà in prigione, dopo un processo surreale e al termine di una requisitoria della Pubblica Accusa che condanna il suo stile e la sua creatività. Inutile difendersi mettendo di fronte a chi lo accusa illustri precedenti: Kafka (Il castello, La metamorfosi), Flaubert (Madame Bovary), Buzzati e persino Dante Alighieri. Il romanzo procede per capitoli alterni, con il personaggio che vive di vita propria, incontra Madame Bovary, Pinocchio, La piccola fiammiferaia, Attila..., con loro conversa e scambia opinioni, indagando la vera natura che esprimono, ben oltre le intenzioni narrative. Un romanzo grottesco, umoristico, di facile lettura, ma che vuol essere una critica serrata a un mondo editoriale diventato un supermercato, un surrogato dell’incultura televisiva, un luogo frequentato da nani, ballerine, calciatori, veline, scrittori panettone, narratori del niente. Ho scritto qualcosa di simile un sacco di anni fa (Quasi quasi faccio anch'io un corso di scrittura, Nemici miei, Velina e calciatore, altro che scrittore!), ma mi rendo conto con tristezza che il mercato editoriale non solo non è cambiato, ma è persino peggiorato. La sola alternativa per gli scrittori veri - animati dal sacro fuoco delle lettere che scrivono solo quando hanno qualcosa da dire - è seguire il consiglio dell’editore - personaggio del romanzo di Zappulla: darsi all’agricoltura biologica. Pure per coltivare zucchine serve creatività, in fondo. Inoltre si tratta di un mercato puro, non inquinato da un mare di escrementi che galleggiano in un liquido informe, voluto dall’Editore Unico Nazionale che presto avrà un Distributore Unico Nazionale (PDE - Messaggerie). Editori e Scrittori veri - vi scrivo con la lettera maiuscola - cosa aspettate a ribellarvi? Nel frattempo, leggiamo Zappulla, ché il romanzo merita.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Fobic pride

11 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Fobic pride

Il problema è il silenzio. Finché nessuno di voi avrà il coraggio di fare come me, di dire pubblicamente: “Mi chiamo Mario Rossi, sono socialfobico e ci sono cose che non posso fare nella vita, ma non sono scemo, anzi, tutto il contrario, ho un mucchio di talenti nascosti e tanta forza che voi nemmeno ve la sognate”, finché un altro come lui non avrà il coraggio di rispondergli: “Anch’io”, finché non sarà intavolata una discussione sull’argomento davanti a tutti, così come si parla del fumo, della paura di prendere l’aereo o dell’emicrania, questa malattia resterà sconosciuta e noi non avremo un nostro posto nel mondo che non sia quello della dissimulazione, dello stare nascosti, del non ottenere mai niente dalla vita.
Lo so, è impossibile parlare di cosa vi sta accadendo nel momento acuto della crisi di panico.
Situazione tipo, quella che io odio di più: state lavorando, nel vostro ufficio, nel vostro negozio, nella vostra classe e qualcuno che conoscete, qualcuno al cui giudizio tenete, entra e vi osserva. Voi andate in tilt, non riuscite più a fare niente, le orecchie avvampano, il viso scotta, la cute suda, le ascelle puzzano, la vista si annebbia, le ginocchia cedono, i gesti diventano goffi, impacciati. Vi cade di mano la penna, inciampate negli oggetti, balbettate, le parole vengono meno. Al massimo, con un filo di voce dite: ”Oh, che caldo”, per giustificare la vampata, v’inventate una scalmana anche se il menarca è ancora vicino, anche se avete sedici anni. No, certo non è il caso di parlare ora, soprattutto se di quella gente non v’importa un cazzo e, se invece v’importa, adesso non conta, vorreste non averla mai conosciuta, vorreste scappare e avere un'amnesia totale.
Qualcuno che non soffre di fobia sociale sa dirmi cosa significa per una donna passare in mezzo ad un gruppo di uomini riuniti davanti ad un bar? Sa cosa vuol dire vedere un’amica, dall’altro lato del marciapiede, e cambiare strada? Sa che il trillo del telefono ti paralizza e ti spinge alla ricerca affannosa di un altro cui far rispondere? Sa, forse, che lo sguardo innocente di una ragazzina, che potrebbe esser tua nipote, ti trafigge al punto che non sai più dove guardare? Sa che le orecchie ronzano, il corpo si bagna, la testa gira, il cervello si svuota, il cuore pompa, la vista si appanna, i movimenti diventano scoordinati?
La nostra guerra quotidiana - tenda bene le orecchie chi parla di lotta e forza di volontà - noi la combattiamo ogni giorno, solo per fare quello che gli altri fanno automaticamente e sovrappensiero. Così sprechiamo le nostre migliori energie.
Ha detto bene Claire: “Come un aracnofobico al museo degli insetti”, così ci sentiamo, e non finisce mai davvero.

In altre circostanze, però, si può provare a parlarne, a rendere più “consueta” la materia, più ovvia, più banale. È difficile, ne sono consapevole, ma si può tentare di essere fermi, dicendo: “Mi dispiace, questa cosa non è nelle mie corde, preferisco non farla, scelgo, se possibile, altre modalità”. Parlare di ansia generalizzata sarà più facile e più comprensibile. Ultimamente si tende a chiamare la fs "ansia sociale", che fa meno sfigato senza rimedio.

Non vergognatevi della vostra paura, non abbiate paura della vostra paura. Pensate a quante fobie non avete: magari non avete timore di prendere l’aereo, o di nuotare, o dei cani, o di entrare in ascensore. E se, invece, aveste qualcuna di queste fobie, ve ne vergognereste? Lo terreste nascosto? No, perché sono comuni. Ecco, non ci sono paure lecite e paure illecite, le emozioni negative sono una gamma enorme e ognuno ha la sua. Conosco una che non riesce ad attraversare le gallerie e, ogni volta che andiamo in qualche posto, ci costringe tutti a lunghe deviazioni per evitare i tunnel. A me la cosa fa ridere ma la rispetto.
Imparate a esigere rispetto, a non farvi liquidare con un risolino imbarazzato o compassionevole. Imparate ad ottenere le cose per vie traverse, ad aggirare gli ostacoli alla luce del sole, spiegando le vostre esigenze, le vostre ragioni, imponendole, se necessario, con educata fermezza. Siate pronti a sfidare il biasimo degli stupidi, delle menti ignoranti, di quelli che “non sanno quello che fanno”, anche perché, diciamocelo, non è neppure colpa loro, se nessuno ne parla mai, come possono capire? Anni fa la dislessia non era riconosciuta, come non era riconosciuta la sindrome da stanchezza cronica. Anche allora si parlava di pigrizia, di svogliatezza, d'incapacità di concentrazione. Ora le persone afflitte da questi problemi sanno di cosa soffrono e come devono comportarsi. Chi è vittima di un incidente e fa un percorso di riabilitazione, si sentirà dire dalla fisioterapista che deve mettere in atto nuove strategie per ottenere ciò che prima aveva senza sforzo, dovrà muoversi in un altro modo, dovrà porre più attenzione e concentrazione nei gesti o nei ragionamenti e nessuno si sognerebbe di prenderlo in giro per questo, perché cammina con l'aiuto di un bastone o porta occhiali spessi. Anche la nostra è una disabilità e mai come nel nostro caso vale il termine diversamente abile. Siamo abili, anzi, abilissimi in certi campi, ma abbiamo bisogno di più calma, più silenzio, più spazio, più rilassamento per fare le cose che gli altri fanno senza nemmeno pensarci.

Respirare è un movimento non del tutto involontario ma lo si fa senza ragionarci sopra. Per noi vivere non è come respirare, non è automatico, per noi ogni gesto è volontario, ponderato e ci costa fatica enorme, ma possiamo farlo seguendo le nostre modalità che non devono per forza essere quelle degli altri. Un sordomuto usa la lingua dei segni per comunicare, un dislessico trova che gli legge la pagina, voi cercate chi possa aiutarvi a raggiungere il vostro scopo, almeno fin dove è possibile, è chiaro che nessuno potrà presentarsi agli esami al posto vostro.
Insomma, rivendicate senza vergogna il diritto alla vostra paura.

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Domenico Vecchioni, "Ana Belén Montes La spia americana di Fidel Castro"

10 Luglio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Domenico Vecchioni, "Ana Belén Montes La spia americana di Fidel Castro"

Domenico Vecchioni
Ana Belén Mont
es
La spia americana di Fidel Castro
Greco & Greco
Euro 12 – Pag. 152

Domenico Vecchioni è un ex diplomatico di carriera, ambasciatore italiano all’Avana, che da alcuni anni dirige la collana Ingrandimenti della Greco & Greco, nata per ospitare agili biografie di personaggi storici controversi. A sua firma ricordiamo: Richard Sorge, Pol Pot (ottimo), Kim Philby, Felix Kersten. Per altri editori ha pubblicato biografie di Raúl Castro ed Evita Peron, alcuni testi sulle spie e sugli 007 del passato. Questo nuovo lavoro si segnala per originalità e getta nuova luce su una figura indefinibile come la portoricana Ana Belén Montes, la spia americana al servizio di Fidel. Vecchioni tratteggia con precisione biografica la vita di una donna che per sedici anni è stata una vera e propria spina nel fianco della DIA, lavorando alacremente per divulgare segreti militari e politici ai suoi corrispondenti cubani. Il problema è che se chiedete a un dirigente cubano chi sia Ana Belén Montes si chiuderà nel più totale riserbo. Soltanto Felipe Perez Roque – ormai caduto in disgrazia – ha pronunciato parole di stima nei confronti di una spia che “pur non prendendo un solo penny dal governo cubano ha reso grandi servizi alla causa della libertà dei popoli oppressi”. Ana Belén è una spia molto sui generis, infatti pare che la sua attività non sia stata guidata da brama di potere e denaro, ma soltanto da motivi ideologici e psicologici, perché identificava nel governo nordamericano quel padre repressivo e violento che aveva dovuto subire da piccola. La sua è stata una condivisione ideologica dettata dall’intima convinzione di dover aiutare il governo di Fidel Castro a liberare le popolazioni oppresse, tra queste anche la sua Porto Rico che chiedeva l’indipendenza. “Ana Belén è stata un’eroina della Rivoluzione dal destino paradossale” afferma Vecchioni “perché condannata a Washington e ignorata all’Avana, sconosciuta all’opinione pubblica cubana, spia senza mandanti. Non ha goduto nemmeno della notorietà, che in genere emana dalle grandi spie, né è stata confortata dalla riconoscenza del suo idolo, Fidel Castro”. Quasi come se Ana avesse spiato per Cuba all’insaputa di Cuba, cosa impossibile, ma che di questi tempi va molto di moda anche dalle nostre parti. Ben altro destino hanno avuto i Cinque Eroi prigionieri dell’Impero, in realtà spie cubane in trasferta USA, ma per L’Avana vittime di un regime che sogna la normalizzazione di Cuba. Ana Belén Montes è rimasta vittima della politica cubana che non ammette l’esistenza di una sua rete di spionaggio, addestrata dall’Isla Grande, per infiltrarsi nei meandri della politica statunitense. Arrestata nel 2001, ripudiata anche dal compagno tradito dal suo comportamento antiamericano, additata al pubblico ludibrio dai giudici: “Se non voleva amare il suo Paese, poteva almeno fare a meno di danneggiarlo”, risulta una figura quasi patetica di spia solitaria, dalla doppia vita e dal destino infelice. La condanna finale: 25 anni di carcere duro, senza possibilità di libertà condizionata. “Ana è stata una delle spie più dannose per gli USA e solo gli attentati alle torri gemelle hanno potuto oscurare nell’attenzione dell’opinione pubblica americana e internazionale il caso di spionaggio più clamoroso del secolo scorso”, scrive Vecchioni. “Ana serviva a Fidel per conoscere in anticipo le posizioni di Washington alle Nazioni Unite e per sapere fino a che punto nei momenti di tensione poteva spingersi nella provocazione senza rischiare reazioni forti, magari di tipo militare”, aggiunge. Un libro da leggere, che rivela novità interessanti e particolari inediti sui Servizi Segreti Cubani, sulla Red Avispa, sull’Intelligence Americana e sui Dioscuri di Cuba. Un libro che racconta la vita di un’eroina idealista che si assegna la missione di aiutare la liberazione delle masse oppresse in una lotta guidata dal suo mito Fidel Castro. Mentre lo leggevo mi sono chiesto più volte: e se anche la tanto osannata blogger Yoani Sánchez fosse una spia di Castro? Se fosse una spia d’influenza, oppure uno strumento inconsapevole nelle mani dei Servizi Segreti cubani? Soltanto il tempo svelerà troppi misteri. Una cosa è certa: quando c’è di mezzo Cuba tutto è possibile.

Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

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Due poesie di Assunta Castellano

9 Luglio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia

Due poesie di Assunta Castellano

Vi presento un'amica, una bella persona, si chiama Assunta Castellano, è di Napoli e io amo molto le sue poesie, sia quelle vernacolari che quelle in lingua. E' con le sue stesse parole che voglio farvi conoscere un po' del suo carattere

Sono una napoletana verace e come ogni cittadino napoletano che si rispetti, ho nelle vene l'amore per la pittura e nell'anima la poesia,scrivo prevalentemente in lingua napoletana in quanto la trovo molto musicale ed e' quella in cui riesco ad esprimere al meglio le mie sensazioni. Non mi ritengo una poetessa,anche se molti mi appellano come tale. Ho a mio carico diverse antologie ed un libro tutto mio che scrissi nel 1997.Mi piace spaziare sia quando scrivo che quando dipingo, non amo gli spazi angusti né le rime baciate, a parte qualche eccezione. Adoro scrivere anche per i bambini. Sono una persona... ma penso che questo non sia compito mio,ma di chi avrà modo di leggermi. Un grazie di cuore a tutti e buona lettura!!

Vi propongo qui di seguito due poesie di Assunta, liriche delicate che esprimono profondi sentimenti, capaci di toccare le corde dell’anima. La prima, “Inesorabile tempo”, è poesia capace di mutare lo stato emotivo di chi la riceve e ci scuote con l'amara certezza che il tempo nemico “scorre fra le dita “e passa velocenell'angoscia che si fermi”. Con la seconda l'autrice ci parla di “Un amore” una poesia dunque, che può essere goduta da tutti, o se non da tutti, da molti, perché l'amore fa parte della vita di ogni persona. Per concludere rubo le parole a un attore, regista che tanto mi piace Giancarlo Giannini quando dice “È vero che il poeta scrive le parole, ma è bello leggere la poesia tra una riga e l'altra, cioè nello spazio bianco, quello spazio che ti lascia la possibilità di fantasticare e di pensare al sottotesto.” (Franca Poli)

INESORABILE TEMPO

Come sabbia

scorre tra le dita

il tempo

si ferma giusto un attimo

lì... tra le tempie e batte

incerto

confusi ormai i pensieri

come nuvole di marzo

alternano

sole... vita e voglia di sapere

conoscenza

confusa o volutamente ignorata?

Passa

nell'angoscia che si fermi

il tempo

e tu umile e rassegnato uomo

cerchi

in quell' ultimo anelito di vita

l'amore

che non fu tuo come volevi

transito

breve ed intera parentesi d'amore.

UN AMORE

Rapita da un sole morente

sulla fresca risata del mare

che portava conchiglie tra i denti

mentre il verde smeraldo lontano...

dipingeva sulla mia pelle

le due ali di un bianco gabbiano;

Sulla spiaggia deserta

le orme

percorrevano antichi sentieri...

e cantava una vecchia canzone

di un settembre di foglie gia' morte;

Poi fu tutto un bagliore di luci

tra le mura di antiche vestigia..

ci perdemmo infilando parole

che di perle tenevano strette

le due bocche anelanti d'amare;

Non fu piu' forestiero il tuo cuore

e albergammo in un solo capanno...

un sol corpo

e due anime tese

come archi centrati all'amore!!

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Sesso muto? No, grazie.

8 Luglio 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

Sesso muto? No, grazie.

Amici miei, amiche mie,

finalmente è arrivata l’estate…

Forse vi sarà capitato di sentirvi contenti di poter tenere finalmente le finestre di casa aperte, la sera, per far entrare quella frescura che, delicata, carezza la pelle infine sbocciata dalle stoffe occludi-pori?

Orbene, io ieri sera stavo giusto contenta così, anche perché tutto il famigliame era scivolato anzitempo tra le braccia del provvido Morfeo, e ho quindi potuto guadagnare una felice posizione sul bel terrazzo di casa per godermi pochi minuti di voluttuoso silenzio. Voluttuoso e raro il silenzio che si può sperimentare in una casa abitata da due bambini pestiferi e da genitori cronicamente stravolti dalla stanchezza!

Sorseggiavo il mio thè freddo appoggiata alla ringhiera, facendo il morto a galla in quei pochi istanti di relax col vento tenue della sera che mi passava tra i capelli una mano evanescente. Un venticello crepuscolare, e amico.

Mi sentivo vagamente erede di una certa tradizione poetica italiana, e riuscivo anche a convivere con la sottile inquietudine che ci si incolla addosso quando temiamo che un qualche funesto evento possa improvvisamente fare a pezzi certe magiche atmosfere dentro le quali amiamo proteggerci.

Tendevo l’orecchio del cuore alla natura e all’anima del mondo.

D’improvviso, però, l’altro orecchio, quello della testa, mi gracchia un tale assortito e prosaico campionario di lamenti… urletti… e gemitini che manco nei pornazzi mal doppiati degli anni ’80….

All’inizio ho dato la colpa ai gatti condominiali che a me pare ci diano dentro spesso e volentieri (ma quanto dura il “calore” dei gatti?), ma poi l’ansimare di base e soprattutto quello “di picco” (armonia e melodia) mi hanno fatto capire che non si trattava di accoppiamento felino. Per rendermi conto però da dove venissero i lamenti di goduria ho dovuto girare lungo il terrazzo per ben due volte e attivare i miei sensi di donna bionica, fino a quando non ho visto la luce…
la luce della finestra aperta nella mansarda del palazzo di fronte.

Da analisi effettuata tramite il mio udito ipersensibile, direi che stavano ancora ai preliminari, diciamo alla fase dei mordicchiamenti sparsi per il corpo perché i miagolii di lei avevano, per così dire, un ritmo incostante e sussultorio mentre lui non si sentiva affatto. A vedere invece non si vedeva niente, sia per la luce soffusa (ognuno si fa le atmosfere sue…), sia perché l’alcova era collocata ad un’altezza maggiore rispetto al mio piano, ma in quanto al sentire non si poteva in alcun modo equivocare… (non sarò stata certo l’unica nei dintorni ad accorgermene).

L’episodio mi ha riportato alla mente un ricordo di qualche anno fa (più di qualche anno fa…) quando ancora, da giovane studentella squattrinata e fuori sede, dividevo la casa e le spese con altre persone.

Nella camera accanto alla mia viveva un ragazzo che invece lavorava e che quindi vedevo raramente, la sera. Lui non aveva la ragazza, o meglio non l’avevo mai visto portarne a casa, io frequentavo un ragazzo dell’università che qualche volta invitavo a dormire da me,(naturalmente non certo per dormire).

Durante una di queste notti in cui il mio lui, di allora, rimase per “non dormire” nel mio letto, dopo un po’ che ci davamo da fare accompagnandoci col canto e il controcanto, ci accorgemmo che il coinquilino variava il volume del suo televisore in concomitanza con le nostre intemperanze sonore …

Inizialmente andammo avanti come se niente fosse (peraltro il tipo con cui stavo era giovane e forte e non aveva certo problemi di durata), ma dopo un po’ non ce la feci più a far finta di niente e mi confinai in una sorta di (per me inedito) “sesso muto”.

In realtà non ho mai capito se il coinquilino fosse rimasto più infastidito o più intrigato dalla situazione … Probabilmente il volume del televisore non era stato l’unica cosa ad “alzarsi” in camera sua …visto che il giorno dopo mi faceva pure gli occhi dolci …

Tuttavia, per qualche tempo la consapevolezza di essere stata ascoltata (e certamente immaginata) da un estraneo mi lasciò dentro una vaga sensazione di disagio o forse di qualcosa d’altro che non volli indagare … poi, di lì a poco, io mi trasferii e non ci pensai più.

Ora, essendomi, a distanza di tempo, trovata per così dire dall’altra parte, devo dire di aver riassaporato quella sensazione avvertendo molto meno disagio e più qualcosa d’altro …(sarà la scorza dell’età).

Ciò nonostante è innegabile che spesso, quando capitano di queste situazioni, molte persone possono sentirsi infastidite, non reagiscono bene se sono costrette ad ascoltare il sonoro degli altrui amplessi?

Da cosa nasce questo disagio? E perché nasce?

È una cosa tipo la volpe e l’uva? Ossia ci rode di non avere sottomano qualcuno con cui organizzare seduta stante una cosetta nostra?

In fondo abbiamo sempre … Federica la mano amica … (un’apprezzata professionista che, dopo anni di onorata attività “etero”, ha fatto outing sulla sua disinvolta bisessualità).

O forse il fatto che in qualche modo ci viene imposta l’altrui intimità ci fa sentire violati nella nostra intimità?

C’entra qualcosa il senso del sacro (un fossile, ormai) correlato alla sfera sessuale?

Per qualcuno è forse una questione di triste narcisismo? Per cui, se si tratta di “farsi sentire” va tutto bene, mentre se sono “costretti” ad ascoltare altri allora il loro ego si sente prevaricato, o comunque ridimensionato, da quello, prorompente dei rumorosi scopatori?

Fa differenza se ascoltiamo (e di conseguenza immaginiamo) persone che conosciamo invece di gente che non conosciamo? Comunque le risposte a tutte queste domande io non ce l’ho.

Conosco (di vista) la coppia che si intratteneva piacevolmente a letto di fronte casa mia e non ne faccio mica una tragedia solo perché li ho sentiti darci dentro a più non posso, anzi, ne rimango contenta!

E ne è rimasto contento anche il mio lui di adesso, dopo che l’ho raggiunto in camera da letto, spegnendo la luce e aprendo la finestra …

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