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Gordiano Lupi, "Calcio e Acciaio"

20 Ottobre 2014 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #gordiano lupi, #recensioni

Gordiano Lupi, "Calcio e Acciaio"

Il bel libro di Gordiano Lupi: Calcio e Acciaio- Dimenticare Piombino.

Rincorrere il passato, forse è una soluzione, quando il presente non possiede niente di magico, non profuma di sogni ma porta con sé un acre sapore di sconfitta”…(pag.151)

Sommessa passeggiata tra i ricordi: un calciatore, che ha conosciuto fama e successo negli anni della gioventù, torna, al tramonto, nella sua terra maremmana. E, pur con cuore e mente legati ai giorni di gloria, riscopre il gusto delle emozioni antiche.
Una delicata storia di provincia; un romanzo del rimpianto, della nostalgia. Ma anche del sogno, della riscoperta delle radici.
Lenta la narrazione, la scrittura pare scorrere pigra, indolente, una sorta di cantilena dolce della memoria; come lenti sono i ritmi della vita di provincia, dove sembra non accadere mai niente, ma dove pure si conserva il passato, si riscoprono i valori, quelli veri, autentici, mai dimenticati. Così come restano nella pelle, nei sensi, sapori, colori, odori, anche se cambiano come “il tempo che scorre tra le dita…”
…E ti svegli da grande e non ce la fai più.

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Federico Negri, "La saga di promise"

19 Ottobre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantascienza

Federico Negri, "La saga di promise"

La saga di promise

Federico Negri

Federico Negri si definisce scrittore della domenica e come tale va giudicato senza però annettere alcun significato negativo al concetto.

Sceglie la fantascienza, genere meraviglioso ma difficile, per il quale occorrono competenza e originalità. “Siamo la Promessa”, “Cuori d’Acciaio” e “Il pianeta ostile” fanno parte della saga di Promise, una trilogia scaricabile da Internet.

Di idee ce ne sono molte, anche se non nuove: una colonia terrestre lontana dalla madre patria - che potrebbe vagamente ricordare le “Cronache marziane” di Ray Bradbury - dove si è perso il ricordo delle antiche tecnologie e si è precipitati in un nuovo medioevo, l’arrivo di un’astronave terrestre con un misterioso manufatto dai terribili e sorprendenti poteri, una giovane scienziata geniale ma col vizio della droga. Il fatto è che tutti questi elementi non sono sufficienti a creare una partecipazione attiva del lettore, il bisogno di saperne di più. Il pianeta descritto non ha caratteristiche peculiari capaci di mettere in moto la fantasia, i protagonisti sono ancora troppo terrestri, fanno, dicono, pensano cose che non hanno niente di alieno, di misterioso. La ragazza studia, s’impasticca, prende una sbandata per un bel soldato, nulla di nuovo sotto il sole, anzi no, sotto Tau Ceti. Manca l’atmosfera, la creazione di un mondo secondario, si resta nel limbo, in uno spaccato, in un “non mondo”. Niente toglie che, sviluppando tutto con più pazienza, tenacia e "divertimento", lasciandosi andare al piacere dell'avventur, dell'invenzione e della scoperta dell'alterità, la saga di promise possa davvero mantenere la "promessa" del titolo.

D’interessante c’è la differenza fra coloro che vivono in città, sotto l’egida del Direttorio - e si stringono attorno ai residui del passato, ai vecchi cimeli di una tecnologia che non sanno più far funzionare, a computer spenti e a luci disattivate, nell’attesa di un deus ex machina dal cielo che li riporti ai trascorsi splendori - e, invece, dall’altra parte del muro, il cosiddetto Popolo Libero, quello degli Straccioni che hanno cercato di adattarsi alla nuova essitenza e trarne il meglio possibile. Come nel film “Waterworld”, dove il personaggio interpretato da Kevin Costner ha sviluppato branchie che lo rendono adeguato alla nuova realtà di un pianeta ricoperto per la quasi totalità di acqua ma che non lo fanno sentire più a suo agio nel mondo emerso. Il nocciolo della storia, dunque, il senso profondo, può essere ritrovato nel contrasto fra adattamento e arroccamento.

Dei personaggi, solo Haria, la giovane protagonista col vizio delle psicocole, è ben tratteggiata; Fineri, il ragazzo di cui s’invaghisce, rimane sullo sfondo. Più originale, Galla, la rude soldatessa che fa coppia fissa con Fineri. A proposito, anche i nomi non sono troppo accattivanti e potevano avere una sonorità migliore.

Lo stile è semplice, corretto, ma con qualche piccola imprecisione, come, ad esempio, il ripetersi della locuzione “solo più” al posto del semplice “solo”. I dialoghi e le descrizioni spesso hanno il compito di informare il lettore e questo li appesantisce e li rende meno agili ed efficaci.

Lo scopo che Negri si prefigge non è semplice ed egli lo porta avanti con onestà e impegno, anche quando i risultati non sono sempre quelli auspicabili. La storia riesce comunque a coinvolgere, è scorrevole, e il lettore non fa fatica ad avanzare.

La scelta di rendere l’ebook gratuito e fruibile per gli appassionati del genere ci sembra azzeccata in questo specifico caso.

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ED ORA, ANDIAMO! IL ROMANZO DI UNO “SCALCINATO” di Mario Muccini

18 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

ED ORA, ANDIAMO! IL ROMANZO DI UNO “SCALCINATO” di Mario Muccini

Il livornese Mario Muccini, classe 1895, è autore di questo diario che racconta la sua esperienza di combattente sul Carso, in Carnia e sul fronte trentino. Si tratta di un ragazzo intrepido; riceve infatti due Medaglie al Valore, una di Bronzo sul Pal Piccolo e una d’Argento sul Mrzli. Energia e lucidità anche nelle circostanze più drammatiche sembrano i suoi pregi. È un ufficiale e dopo i fatti di Caporetto viene promosso capitano. Impressiona il gran numero di individualità che incontra e che si susseguono rapidamente; persone semplici come il suo fedele attendente Benvenuto, imboscati muniti di decorazioni, commilitoni come il sottotenente Rusca che si arruola per poter, un domani, dire al figlio di otto anni di aver fatto la sua parte in guerra. Un giorno, in Carnia, il diarista si affaccia a una feritoia e guarda la terra di nessuno: “Il terreno è bello, vario. Ma dà una sensazione atroce di silenzio, di finta pace. Dall’altra parte certo, gli austriaci guardano in egual modo questo deserto e sentono questo silenzio. Basta uscir fuori per empir di grida, di urla, di spasimo, questo spaventoso, terribile spazio”. La bellezza del paesaggio, alterata dall’angoscia della morte sempre incombente, sembra generare un urlo di protesta contro l’assurdo. Ecco come gli uomini patiscono in trincea: “Il nostro battaglione si disfa a poco a poco in una strage senza impeti, terribile, irreparabile. I comandi vogliono sapere qual è il morale della truppa e bisogna rispondere che è ottimo e questi disgraziati eccoli lì, assiderati, distrutti dal fango, dal freddo, dall’acqua putrida e inquinata”. Cadono molti compagni di Muccini; in un’azione muore il sottotenente Rusca, mentre l’arrogante capitano che comanda il diarista rimane al riparo in trincea. Durante un assalto, c’è il toccante incontro con Franz Petzoldt, un austriaco morente che gli affida il portafoglio in cui Muccini trova un foglietto con dei versi di Goethe, scrittore amante dell’Italia che visitò lasciando un diario di viaggio. Nelle sofferenze di questo periodo, in cui la fanteria paga un pesante tributo, emerge la figura positiva del colonnello Ferretti, uomo integro e schietto, destinato però a essere rimosso. Aveva rimesso in sesto il reggimento, ma viene allontanato dal fronte e mandato in uno zuccherificio, nota con tristezza il giovane livornese. La sorte riservata a Ferretti ricorda quella del generale Venturi di cui parla Paolo Caccia Dominioni nel suo 1915-1919 Diario di Guerra.

Precedentemente, presso Boscomalo, Muccini aveva invece potuto registrare con vivo piacere l’arrivo del nuovo comandante di battaglione, elogiandone l’atteggiamento serio e senza boria: “Poi ha riunito il battaglione e parlato per pochi minuti. La sua voce calda e umana è scesa in quei cuori smarriti e ad ognuno è sembrato di avere finalmente, e forse per la prima volta, compreso, dopo due anni di massacri e di vita tormentata, che il sangue di migliaia e migliaia di combattenti non era versato invano”.

Nelle licenze Mario nota la distanza che lo separa dai civili, molti dei quali spesso non capiscono l’urgenza che i militari hanno di vivere intensamente ogni momento prima di tornare ad affrontare la morte in trincea. Un suo conoscente, il professor Perotti, lo annoia indicandogli le gravi carenze in fatto di studi sulla poesia cortigiana del ‘400.

Arriva la tragedia di Caporetto e Muccini assiste con indignazione allo sfasciarsi del fronte; nello sbandamento e nel caos emerge anche il bisogno di vita sentimentale del diarista, attratto da una donna nella casa in cui viene provvisoriamente ospitato. Divenuto capitano, viene assegnato al fronte trentino, relativamente più tranquillo di altri settori. La morte aleggia sempre, pronta a ghermire repentinamente le sue prede: “Una granata è entrata nel baracchino di Giliberti, mentre dormiva, e lo ha preso in pieno. È irriconoscibile”.

Nell’ultimo assalto nei pressi di Mori, emerge ancora il carattere del pluridecorato livornese che si rifiuta di attaccare finché il tiro troppo corto dell’artiglieria italiana non viene allungato. Nella parte conclusiva del diario trova spazio il disagio del reduce; terminato il conflitto con la sofferta vittoria italiana, Muccini cerca un nuovo ruolo sociale, notando inevitabilmente lo scarso peso nella vita civile delle ferite e delle medaglie ricevute. Mentre si palesano le suggestioni dell’impresa fiumana di D’Annunzio, il giovane, cresciuto e maturato al fronte, si appresta a costruirsi un nuovo percorso personale. Ecco cosa aveva scritto appena giunto a Trento, all’inizio del novembre 1918: “Io sono solo, terribilmente solo, non più con la morte davanti, ma con la vita, con tutta la vita che mi viene incontro e mi fa, per la prima volta paura”.

Durante le ultime ore da militare prima del congedo, esamina le proprie cose e mille emozionanti immagini di volti conosciuti si affacciano nella sua mente, riemergendo con forza; l’austriaco morente che gli ha lasciato la poesia di Goethe, la madre scomparsa, la madrina di guerra e tantissimi compagni indimenticabili. Ma è tempo di andare verso un nuovo avvenire, con la decisione mostrata tante volte davanti al nemico: “Ed ora, andiamo! …”.

L’opera, edita dapprima nel 1938, è tornata alle stampe in un’edizione ricca di notevoli approfondimenti, curata da Sergio Spagnolo del Gruppo Ricerche e Studi Grande Guerra e Associazione Storica Cimeetrincee e con la collaborazione di Fabrizio Corso.

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#lapostadisibilla

17 Ottobre 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #lapostadisibilla, #erotismo

#lapostadisibilla

Cara Sibilla,

ho scoperto che mio padre recentemente ha fatto delle avances abbastanza spinte a un’altra donna. “Questa” mi ha chiamato e mi ha raccontato fin nei minimi dettagli le parole che ha usato per convincerla ad andare a letto con lui e per chiedermi di parlarci e distoglierlo dal molestarla. Nonostante il nostro non sia mai stato un grande rapporto di stima reciproca (sai la classica situazione dei ruoli invertiti… figlia saggia e padre scapestrato?) non lo credevo capace di fare e “dire” certe cose. Ora non so come comportarmi, al momento non riesco a guardarlo nemmeno negli occhi. Ho un disperato bisogno di un consiglio. Laura

Salve cari amici, dalla breve mail di sopra avrete capito che chi mi scrive oggi è Laura, una ragazza, o meglio donna, dalla sensibilità spiccata che ci racconta l’ultima malefatta di un padre immaturo e puttaniere. Le tavole divinatorie ci hanno messo un po’ per deliberare una soluzione valida al problema ma alla fine ce l’hanno fatta e hanno sentenziato:

Senza tirare in ballo il classico complesso di Edipo, noi donne, a differenza degli uomini, creiamo nella nostra mente un’immagine quasi sacra dei nostri padri, e a volte lo facciamo anche se non ne siamo pienamente consapevoli (e questo è il caso della nostra Laura).

Dimentichiamo a volte che essi sono pur sempre il nostro primo amore e vorremmo che lo fossero anche quando non corrispondono al nostro ideale di uomo, anche quando fanno cose che non ci piacciono, per intenderci. Il fatto è che ci dimentichiamo che sono persone normali con pregi e difetti come chiunque… li riteniano al di sopra...

Per cui ci sentiamo offese quando il comportamento di questi si dimostra lontano da certi schemi che noi consideriamo morali o etici o addirittura di importanza ancora minore.

Infatti questa mail mi ha portato alla mente un ricordo di qualche tempo fa su mio nonno…

Mia madre (che adorava suo padre come un dio e lo raccontava a noi figli come un personaggio delle favole dalla dolcezza infinita) un giorno incontra al mercato una vecchia vicina di casa, coetanea dei suoi genitori, che tra chiacchiere e vecchi ricordi si lascia sfuggire che mio nonno all’età di 20 anni era già vedovo e che sposò mia nonna dopo nemmeno quattro mesi dal primo incontro.

Mia mamma incredula e riluttante a una verità a lei sconosciuta (il fatto che fosse vedovo) cerca di liquidare la vicina e la verità confutando i fatti con uno scambio di persona dovuto ad arteriosclerosi avanzata de’ sta povera vicina.

Non può dirsi più bugie quando arriva al confronto con le sue sorelle… per non portarla per le lunghe mia mamma sessantacinquenne nei sessantasei per questa “verità nascosta” ha pianto per due mesi.

Per cui Laura, hai ragione a sentirti ferita e offesa, e per dirtela tutta a mo’ di sfogo (visto che devi fare i conti con “l’essere persona” di tuo padre) le tavole ti autorizzano a dargli un bel vaffa…ulo, a riconciliarvi e a perdonarlo se vuoi ci pensi dopo…

Scrivete a

sibillarispondea@gmail.com

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Grobalizzazzione e lo’alismo

16 Ottobre 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #poesia, #luoghi da conoscere

Grobalizzazzione e lo’alismo

’Scorta me ber topino...

che te sie’ lì ‘n della tu’ ‘ulla

e, prati’amente e senza offenditi,

ti posso di’ ch’ un capisci ancora ‘n ber segone...

Sa ‘osa ti diranno?! Vesti grossi talentoni, vesti porigrotti della televisione,

vesti lanzi’hennecchi ‘alati e risaliti?! Vesti gèni della stiatta!

Ti diranno ‘om’ e quarmente: “Boia déh! Ocché ‘n si sentirà cche siei toscano?

‘e si ‘apisce bene ‘gni ‘osa ‘he dici...

si ‘apisce vando ridi,

béli,

smoccoli.

Vando letii, vando sie’ ‘untento

vando godi, vando t’ha caato la Befana!

Fra po’o ‘apiranno ver che pènzi!

‘apiranno ‘osa sogni, ver che speri...

‘Ltassentì ber topino...

‘un ti fa buggerà, zia tegame!

‘Un ti fa ‘nfinocchià co’ be’ discolzi!

‘un ti fa mette’ ‘r “Cioè” ‘n bocca

coll’ “Attimino”, ‘r “Pirla” e po’ la “Minchia”!

‘redici ‘nder dimane di Brussellesse

vai a ggiro e dignene che siei ‘taliano e te ne vanti... a vòrte,

siei toscano ‘m po’ poino

e livolnese di mortone!

Anco se sie’ ito‘n mezz’ a’ monti

se ti garba la foresta

se annusi più ‘r muschio mezzo

che ‘r sarmastro...

affacciati a vorte ar tu’ barcone

e bada ver tramonto ‘he un c’ène d’antre parte

cor sole ch’è ‘na rifiolona, rossa ‘ome ‘r nostro ‘ore,

‘r mare ‘he pare ‘na spèra di ‘atrame,

lo sciabordio dell’onde,

bafori e beolini di vecchi risi’atori un po’ rimpi’oniti...

...che digià penzan d’esse’ ‘uropei,

di pote’ pesca’ pratesse ‘nvece de’ ‘rognoli.

Bevano ‘r ponce annacquato ‘he ci rivogano

per facci scorda’ che un ber dì

c’hanno caato cèi ‘n su questo scollio...

E cèo ci vollio schiappà, ber mi’ topino...

E lì la mi’ ‘roce ce la poi piantà,

sta’ siuro...pusitivo...

Grobalizzato forse. Ma lo’armente sotterrato!

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UTZ di Bruce Chatwin (1940 - 1989)

15 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

UTZ di Bruce Chatwin (1940 - 1989)

“Il 7 marzo 1974, un’ora prima dell’alba, nel suo appartamento di via Sirokà 5 che dava sul vecchio cimitero ebraico di Praga, Kaspar Utz morì di un secondo colpo da tempo previsto”.

Così si apre il romanzo (l’ultimo scritto da Chatwin, a circa un decennio dal capolavoro In Patagonia); questo testo piacerà a chi ama il lato magico di Praga ed è in fondo anche un atto d’amore e di fedeltà verso la città. La passione del barone Utz sono le ceramiche di Meissen di cui è grande collezionista. Il protagonista della vicenda ricorda molto l’imperatore Rodolfo II di Boemia, mecenate, protettore di Brahe e Keplero, appassionato di alchimia e Cabbala, nonché estimatore del giocoso pittore Arcimboldi. L’altra figura praghese di riferimento per lui è il rabbino Loew che secondo la leggenda costruì con l’argilla l’essere vivente noto come Golem. Ci viene spiegato che il Golem in quanto plasmato dall’uomo e non da Dio, era una bestemmia e una creatura votata alla disintegrazione: “Un Golem con la sua presenza era un monito contro l’idolatria - e sollecitava attivamente la sua distruzione”. Anche la passione dell’aristocratico, ossia il collezionare beni artistici, è una forma di idolatria di cui Kaspar è consapevole. Il trinomio Golem-idolatria-distruzione percorre tutto il romanzo.

Questi due personaggi, Rodolfo II e Loew, forniscono l’intelaiatura storica e filosofica al protagonista e alle sue manie; in pieno ‘900, il barone, con la giocosità e i paradossi cari a tante storie ebraiche, racconta a uno scrittore straniero in visita a Praga come è nata la ceramica, mescolando Paracelso, gli alchimisti, rabbini e imperatori. Abile affabulatore, non manca di lasciare sempre un velo di compiaciuta ambiguità. In una delle conversazioni, il suo interlocutore gli chiede se le ceramiche sono vive. “Lo credo e non lo credo”, risponde sornione. Aggiunge significativamente: “Nel fuoco le porcellane muoiono e poi tornano a vivere. Il forno, deve capire, è l’inferno”. La celebrazione di questi oggetti fa capire che essi per Kaspar sono una sostanza autentica, un “antidoto alla decadenza”, cercati dai potenti per la loro forza di talismani, dotati di una energia immutabile che fa risaltare invece la labilità dell’uomo: “Le cose sono lo specchio immutabile in cui osserviamo la nostra disgregazione. Nulla ci invecchia di più di una collezione di opere d’arte”. Utz considera le sue porcellane come la vera realtà; sono un Assoluto, mentre tutto il resto è secondario, imperfetto, corrotto e come tale pericoloso. Il barone deve difendere i suoi tesori proprio dalla prosa del vivere, dai “rumori di fondo” della storia, in cui rientra tutto, dalle guerre, alla Gestapo, al regime comunista e ai suoi sgherri.

Kaspar colleziona anche statue che rappresentano tra gli altri Arlecchino, Pantalone, Pulcinella; lo stesso aristocratico, come le maschere della Commedia dell’Arte, deve ricorrere a trucchi e furbizie per proteggere le sue cose. Le autorità del regime giungeranno a lasciargli solo la custodia dei beni (dichiarati proprietà dello Stato) e a mettergli microfoni in casa per controllarlo.

Il romanzo si era aperto con il funerale di Utz; la conclusione ci parla di un’altra scomparsa, quella della collezione, misteriosamente sparita e inutilmente cercata dopo il decesso dell’uomo. Dov’è finita? Lo scrittore che ha conosciuto il collezionista indaga nella Praga degli anni ’70, rintracciando e interrogando conoscenti e amici del defunto. Potrebbe essere un trucco alla Arlecchino di Utz, oppure la moglie sa qualcosa ma non parla; forse Kaspar ha distrutto tutto e ammucchiato gli amati tesori nei cassonetti sotto la sua casa, dato che gli oggetti idolatrati sono una bestemmia e vanno liquidati.

Hanno vinto i “rumori di fondo” della storia o l’astuzia del barone? L’enigma è affascinante. Il lettore potrà ragionare e riflettere sulle varie ipotesi, ricordando sempre che siamo a Praga, la misteriosa città dove il soprannaturale è ancora possibile.

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Silenzioso saluto

14 Ottobre 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #poesia

Silenzioso saluto

Goccia su goccia

scivola muta.

Dentro la gemma

mi sento

sentire

…un lieve stupore…

un piccolo tuffo…

che scivola sul cuore,

mi prende

…goccia su goccia

canta in silenzio

un giorno…

grigio immobile

grigio leggero

grigio che sta su tutto

e su tutto sta bene

la pioggia.

Dentro la gemma

si sfuoca

a sparire

…un lieve dispiacere…

un piccolo stupore…

che si tuffa nel cuore,

mi annega

Parlarti quando non c’eri

pensarti se c’eri

regalarti un fiore

baciarti su un angolo

scriverti nel bosco

portarti una poesia

fermarti a pensare,

accompagnarti e

immergermi con te

Guardarti

con tutti gli occhi

che sento dentro

Parlarti

nelle mie lingue

di brezza calda

Accarezzarti i capelli

di paglia umida,

odorosi di mare,

dopo la pioggia.

Dirti che sei stupida

instupidendomi a dirtelo

Arrabbiarmi su uno spigolo

lasciandoti a sorridere

Rincorrerti,

in un campo

minuscolo

di grano giallo,

perderti

Nella pioggia,

grigia,

all’angolo,

invisibile,

fuori fuoco,

fuori tempo,

adesso sorridi.

Sei Bella

e

sei felice.

Oltre la pioggia,

oltre ogni goccia,

ballano

solo lune,

oramai,

nude…

Goccia su goccia

sempre

scivola muta

goccia

su

goccia…

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Enrico Miglino, "Francesco"

13 Ottobre 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Enrico Miglino, "Francesco"

Enrico Miglino
Francesco
Ediciones Baleares – E-Book - Euro 6,90

Francesco è un romanzo breve, uscito soltanto in e-book, che si legge con rapidità e trasporto, anche se è dotato di struttura, risulta ermetico e racconta una storia che si presta a molteplici interpretazioni. Romanzo breve e non racconto lungo, anche se stiamo parlando di una narrazione di 40 cartelle, perché la struttura a capitoli e le diverse sottotrame fanno propendere per tale classificazione. Francesco è una storia d’amore, per meglio dire di disamore, perché racconta la fine di un rapporto, in un’atmosfera sognante e decadente, tra suggestive descrizioni di paesaggi e coinvolgenti stati d’animo che si fondono con il racconto. Hector, il protagonista, sogna di ritrovare Francesco, un grande amico del passato, identificandolo nelle sembianze di una donna che compare improvvisamente, proprio mentre Irene, la sua compagna, lo sta tradendo con un collega di lavoro. Il lettore si trova di fronte a un dubbio inquietante: Francesco è soltanto un sogno, oppure è fantastica realtà della nuova vita di Hector? Francesco è un fantasma prodotto dalle ceneri della solitudine, una presenza ectoplasmatica, una finzione della mente che nasconde il corpo di una donna? Forse un po’ di tutto questo. Forse Francesco è soltanto un modo per mascherare solitudine e depressione del protagonista che sta vivendo un tragico abbandono. La vita cambia, un poco ogni giorno, anche quando non ce ne accorgiamo; i sentimenti si modificano, le situazioni non rimangono immutabili. E nel cambiamento della vita di Hector c’è posto ancora una volta per un amico - amante di nome Francesco, ma soprattutto per tanta solitudine. Consigliato, anche per chi non ama leggere gli e-book, perché lo stile è talmente scorrevole e piano che si arriva in fondo in poco meno di un’ora.

Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi

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Cheikh Tidiane Gaye, "Curve alfabetiche"

12 Ottobre 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

 Cheikh Tidiane Gaye, "Curve alfabetiche"

CURVE ALFABETICHE

di Cheikh Tidiane Gaye

Si corre il rischio, parlando di Cheikh Tidiane Gaye e della sua poesia, di scrivere cose scontate o luoghi comuni. Arduo pertanto il compito di evitarli.

Non si può non notare, scorrendo la sua biografia e le sue stesse dichiarazioni, l’amore che egli porta per la lingua italiana, dolce, sinuosa, ammaliante, porto sicuro di emozioni e pensieri. Una lingua che oggi si arricchisce del contributo formativo di generazioni di uomini e donne che nella declinazione orale del mezzo espressivo veicolano le primigenie strutture della cultura di provenienza attuando un’operazione, per così dire, di sincretismo linguistico che va a tutto vantaggio della lingua di arrivo che, secondo le più semplici teorie della evoluzione del linguaggio, si sveste dei termini obsoleti ignoti alle nuove generazioni, e, non svestendosi della dignità ad opera di facili slang, si arricchisce di moduli espressivi nuovi, veicoli di cultura altra.

E la lingua italiana è la prescelta dal Poeta per manifestare il suo amore per la parola poetica e le inevitabili riflessioni su di essa. Una sorta di metapoesia risulta dunque la raccolta Curve alfabetiche.

Alla prima lettura sembrerebbe di avvertire un modo spontaneo di giocare con l’alfabeto e con l’utilizzo della parola. Subito però ne avvertiamo la sacralità:

..sei l’incenso…

Ma man mano che si procede notiamo l’attenta riflessione sulle potenzialità infinite del mezzo espressivo

la parola il pozzo/ che non si asciuga mai

che a ventaglio si apre alle esperienze del/nel mondo

è l’attore che recita le nostre/peripezie

e poi reclina chiudendosi sugli intimi pensieri, sulle ansie e sulle emozioni che affondano nel ricordo le loro radici.

..la parola/irrora la mia anima

parola…./cerco il tuo rifugio/per sfuggire/all’oscuro destino/della fatalità

…è una carezza che ci addormenta/sotto l’ombrello delle nostre ansie

Sono nato nella capanna dei versi/che la mia lingua tesse e la mia bocca sforna/voglio spegnermi in piedi/stringendo il flauto/della mia oralità

Le note delle tue rime/ritmate saranno indossate/la memoria della mia memoria.

Ma la parola, sostiene Cheikh Tidiane Gaye, è anche bellezza, capacità di sedurre,

i tuoi suoni odoranti di fragola/attraenti e seducenti/sei il sapore bevuto al tramonto/

il che ci richiama alla mente il λόγος di Gorgia da Leontini con cui il retore e filosofo siceliota risalente al 483 a.Ch. nell’Encomio di Elena esaltava le potenzialità della parola e della intera frase ordinata come capacità non solo persuasiva, ma anche estetica e gnoseologica, oltre che capacità di plasmare gli animi producendo piacere e dolore.

la tua ala la mia melodia/che eccita le mie vene

ringrazio la tua limpidezza/la tua dimora di segreti/il tuo nido di doni che mi regali nella solitudine.

voglio il passato dorato che disegna il mio percorso/nei corsi delle periferie/abbandonate.

Ma la parola è anche redenzione dal male del mondo, libera dall’odio, permette la speranza

Odio questo tempo guidato da cuori scuri/dai silenzi reclusi e dalle parole vane/

Prestami l’orgoglio tuo/………….per farmi ritrovare il sogno/..

Non si pensi tuttavia che la poesia sia intesa come esercitazione retorica modulando parole e versi in forma più o meno suadente. La poesia si nutre di parole che danno forma alla commozione spontanea dell’animo quando rimane investito dalla Bellezza e dall’Essenza.

Il linguaggio è il mio metro/nel perimetro del mio sogno/…./ma il muro che mi rispecchia/sarà sempre il canto del gallo/ nelle albe profumate dei ricordi

..so che la poesia /è la tomba che accoglie/i silenzi delle parole/gli applausi dell’ansia/e il sorriso della primavera.

Oserei definire Cheikh Tidiane Gaye un moderno umanista, un umanista che in questa raccolta si prefigge di insegnare con la parola innanzitutto ad essere uomo attraverso la parola.

l’umanità dorme tra le mie labbra/sono ritmo e canto-la chitarra-/che suona la melodia del cuore

…l’amore nasce tramite la parola/….

I suoi versi sono semplici e ornati, metaforici e immaginifici, che tuttavia non escludono da sé l’estrema precisione di un’analisi critica lucidamente pensata e chiaramente espressa. Credo che i suoi versi contengano anche l’appello ad una civiltà letteraria che rischia di dissolversi se non sa aprirsi al nuovo. Lo stile presenta come peculiarità l’uso transitivo di alcuni verbi, in contrasto con un uso più frequente nella forma intransitiva, ma soprattutto presenta neologismi che risplendono come fiori esotici di meravigliosa bellezza in un giardino peraltro ben coltivato.

Un’arte che non è un gioco automatico, ma purezza della parola in un momento storico in cui da una parte c’è ridondanza di parole vuote, dall’altra si vorrebbe privare della parola chi ha molto da dire e da trasmettere. La Storia, come la natura, fa il suo corso. Farebbero bene ad avvedersene quanti sono al chiuso delle loro mente ristrette.

Della sua umanità serena e fiduciosa è testimonianza diretta questa raccolta di poesie. Poesie fortemente espressive della volontà dell’Autore di aderire alla vita, dovunque si trovi, collaborando alla storia di tutti e promuovendone le forme. Affidandosi alla potenza della parola e alla sua dolcezza persuasiva.

Infine sei canto

sei canzone

danza

disegno

è cenere

tenera come sostanza

essenza della nostra vita

parola, sei tutto

il nostro respiro e il nostro risveglio

ti cantiamo e ti lodiamo

poiché sei la vita.

Biografia:

Cheikh Tidiane Gaye, italo senegalese è poeta e scrittore, nato a Thiès in Senegal.

E’ Membro di Pen Club Internazionale Svizzera Italiana Retoromancia di Lugano. Da sempre partecipa a diversi incontri sulle tematiche legate all’Africa, all’integrazione, all’intercultura e alla Letteratura della Migrazione.

Ha ottenuto significativi e numerosi riconoscimenti letterari ed è presente sulla scena culturale italiana attraverso interventi, letture, antologie e performance poetiche che testimoniano una coerente partecipazione alla vita del suo nuovo paese. Nel 2010 l’autore segna il suo ingresso al Festival di Letteratura di Mantova, dove presenta Ode nascente premiato al Premio Internazionale di Poesia Europeo a Lugano in Svizzera. Nello stesso anno vince il Premio Anguillara Sabazia.

Ha pubblicato:Il giuramento (Liberodiscrivere editore, 2001), seguito da Méry principessa albina (2005), Il canto del djali (2007), e Ode nascente (opera bilingue italiano-francese 2009), tre ultime opere pubblicate dalle edizioni dell’Arco.

Attualmente vive e lavora a Milano. Curve alfabetiche è la sua ultima fatica letteraria.

Recensione di

Adriana Pedicini

Autrice di

I luoghi della memoria. Narrativa A.Sacco 2011

Noemàtia poesie Lineeinfinite 2012

Sazia di luce poesie Il foglio 2013

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IL DIARIO dei GONCOURT

11 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni

IL DIARIO dei GONCOURT

Il diario (o Journal) dei fratelli Jules e Edmond Goncourt, si apre il 2 dicembre 1851, lo stesso giorno in cui Luigi Napoleone attua il colpo di stato che lo porterà a diventare Napoleone III. I due fratelli hanno la possibilità di vedere da vicino e frequentare tutti i grandi letterati della Parigi del tempo di cui lasciano ritratti, immagini e spesso caricature. Dal 1870 il diario è portato avanti dal solo Edmond, dopo la prematura e dolorosa scomparsa di Jules.

I Goncourt mostrano una visibile consonanza spirituale, come viene sottolineato: “Io ero a una delle estremità del grande tavolo. Edmond, all’altro capo, parlava con Thérèse. Non sentivo nulla, ma quando sorrideva, sorridevo involontariamente e con la stessa posa del capo”.

I due diaristi sono impegnati in attività di collezionismo di antichità e di libri; hanno inoltre progetti di scrittura da portare avanti in comune, condotti con la serietà di un apostolato: “Durante tutto l’inverno, lavoro rabbioso per la nostra Histoire de la Societè pendant la revolution (…) Niente donne, niente piaceri, niente distrazioni”. L’orientamento seguito è quello del naturalismo; chi scrive, dicono, deve essere dappertutto, ma non mostrarsi mai nell’opera.

I giganti della letteratura sono straordinariamente concentrati nella capitale francese; Flaubert, Zola, Saint-Beuve, Gautier, Turgenev. Edmond ci parla anche del pittore De Nittis, del politico Clemenceau, di Rimbaud, Verlaine, Maupassant. A tratti troviamo schizzi alla Svetonio, con riferimenti a manie e vizi di questo o quel collega. Sono particolarmente maltrattati l’autore di Madame Bovary e Zola, accusati di rozzezza e di vanità. Dello scrittore Saint-Beuve scrivono: “Saint-Beuve ha visto una volta Napoleone I: era a Boulogne e stava pisciando. Ed è un po’ la stessa posizione in cui più tardi ha visto e giudicato tutti i grandi uomini”.

Da notare che i fratelli, nonostante l’impegno, non riescono mai a entrare nell’Olimpo della letteratura. Il successo arride a molti di quelli con cui cenano o si intrattengono in quegli anni; da qui si può in parte spiegare un certo livore. Nel Journal, si racconta come esempio della difficoltà ad affermarsi, di uno spettacolo teatrale tratto da una loro opera che viene pesantemente fischiato, causando un grande scoramento nella coppia.

Dopo la morte del più giovane, la penna rimane in mano a Edmond; con lui la scrittura in parte diventa più ariosa, più curata, con descrizioni pittoriche efficaci. L’autore, rimasto solo, si occupa non solo di letteratura, ma anche del suo giardino, si muove nelle campagne intorno alla città e mostra un caldo lato umano. Sta scoppiando la tragedia che porterà a durissime repressioni a Parigi; la città è dapprima assediata dai Prussiani, vive poi l’esperimento politico e sociale della Comune e quindi il ritorno all’ordine per opera dell’esercito mandato dal governo di Thiers.

Questa parte rappresenta un interessante documento storico: “Inizia la fame, e la carestia è all’orizzonte. Le parigine eleganti cominciano a trasformare i loro stanzini da toeletta in pollai”. La città soffre. Sono giornate buie e difficili: “Essere preso da un amore stupido per degli arbusti (…) Passare delle ore a togliere con un potatoio i ramicelli morti delle vecchie edere, tutto questo mentre i cannoni Krupp minacciano di distruggere la mia casa e il mio giardino: Che sciocchezza!”.

Nel dramma di quelle settimane torna il ricordo del fratello. Edmond si rimprovera di essere in parte responsabile della sua fine, avendolo caricato di troppo lavoro letterario. In particolare scrive: “Oggi, siccome non ho il coraggio di andare a Parigi e non ho nulla da mangiare, uccido un merlo nel mio giardino (…) E’ scivolata in me allora come la superstizione che qualcosa di mio fratello fosse passato in questo animale alato, in questo uccello di lutto”.

Il diarista assiste al passaggio di tante donne e uomini della Comune catturati e destinati alla fucilazione; ne tratteggia con rispetto l’orgoglio e la sofferenza, pur considerando gli operai come “agenti della dissoluzione”.

Parigi torna alla normalità e Edmond riprende le sue attività. Scrive ancora, cura le sue collezioni, frequenta gli amici. La notizia della morte improvvisa di Flaubert lo lascia sgomento: “Ho sentito che un legame, a volte allentato ma indissolubile , ci univa segretamente. In fondo, eravamo i due vecchi campioni della nuova scuola, oggi, io, mi sento molto solo”.

Lo scrittore è considerato un caposcuola negli ambienti culturali, più per anzianità di servizio che per meriti. Ha scritto molto, ma in fatto di qualità ha sempre avuto pochi elogi. L’età lo rende scontroso e severo; alcuni suoi giudizi appaiono come minimo frettolosi. Stronca il pittore Manet e vede nell’apparire sulla scena francese di un autore come D’Annunzio un segno di decadimento e di servilismo verso le letterature straniere.

Si lega ad Alphonse Daudet, in cui probabilmente vede una controfigura dell’amato fratello. Proprio in casa di Daudet, Edmond morirà il 15 luglio 1896. Nonostante alcune sue parti riportino pettegolezzi e commenti malevoli, l’opera resta un importante documento, capace di regalare considerazioni in parte attuali come questa, in merito alla scomparsa delle sedie dai marciapiedi davanti alle librerie: “Ora i libri si comprano in piedi (…) Una domanda e un prezzo: ecco a che punto la divorante attività del momento ha portato la vendita dei libri che un tempo comportava una passeggiata, un abbandono all’ozio, e a una conversazione, fitta e famigliare, sfogliando i volumi”.

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