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Antonio Manzini, "Le ossa parlano"

28 Gennaio 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

Le ossa parlano

Antonio Manzini

Sellerio Editore, 2022

 

Per la gioia di noi Bimbe di Schiavone, torna Manzini a raccontarci le avventure del burbero Giallini, ormai tutt'uno con il vicequestore più famoso d'Italia. La storia è molto "Rocco prima maniera" nel senso che la vicenda principale è quella investigativa, relativa al ritrovamento delle ossa di un ragazzino scomparso 6 anni prima. Molti degli intrecci che si erano creati nei precedenti libri vengono qui definitivamente sciolti, e per fortuna aggiungerei, che si stavano pianificando più complotti contro Schiavone che contro le case farmaceutiche. Italo troverà una sua definitiva collocazione, idem Caterina e Sandra. Schiavone invece non abdica alla sua scelta di infelicità volutamente cercata, il lutto per Marina è definitivamente la sua zona di comfort da cui dubito uscirà mai, è confortante la sua consapevolezza, però. Per le indagini Manzini ha chiesto aiuto al Labanof di Milano e si vede, l'ispezione e le ricerche sullo scheletro e la sua identificazione sono molto dettagliate e verosimili. L'indagine è tortuosa, piena di vicoli ciechi, e giustamente, perché in questi casi vi è una regola aurea che, per chi la sa, indirizzerebbe subito i sospetti nel modo giusto. Le continue retromarce e revisioni delle prove distolgono l'attenzione o comunque fanno pensare a una storia atipica. Invece no, è proprio la classica squallida storia dietro tanti bambini scomparsi nel nulla e spesso mai trovati. Forse un po' troppe scenette comiche che avrei tagliato perché spezzano troppo il filo  della trama, ma tutto sommato godibile per un viaggio in treno.

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PREMIO LETTERARIO SCARAMUZZA DEDICATO ALLA LETTERATURA PER RAGAZZI E RAGAZZE III EDIZIONE

25 Gennaio 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #concorsi


 

 

 

 

 

PREMIO LETTERARIO SCARAMUZZA

DEDICATO ALLA LETTERATURA PER RAGAZZI E RAGAZZE

III EDIZIONE

 

SCADENZA ISCRIZIONI: 30.04.2022

Sono aperte le iscrizioni alla terza edizione del Premio Letterario intitolato a un illustre personaggio, pittore e poeta, nato a Sissa nel 1803, Francesco Scaramuzzaconosciuto soprattutto per avere illustrato la Divina Commedia. 

Il concorso si rivolge a scrittrici e scrittori, uomini e donne, poetesse e poeti, illustratori ed è è destinato alla letteratura per ragazzi e ragazze. 

Possono partecipare editi e inediti, libri illustrati. Iscrizione gratuita. 

Il Premio Letterario Scaramuzza è nato da un'idea dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Sissa Trecasali, la sua gestione e realizzazione è stata affidata all’Associazione Parma OperArt APS dall'Amministrazione Comunale stessa. La Giuria sarà composta dai membri della Commissione del Comune di Sissa Trecasali e da alcune personalità del mondo letterario nazionale.

Il Premio Letterario "Scaramuzza" di questa terza edizione è inserito negli eventi dedicati a Giuseppe Tonna, nato nel Comune di Sissa Trecasali nel 1920 e autore di poemi e opere in prosa. 

La Cerimonia di Premiazione si svolgerà il 12 Giugno 2022 presso la Rocca dei Terzi, loc. Sissa.

La novità di questa terza edizione sarà 

La Montagnola dei libri. 

Il 12 giugno 2022 In occasione della finale della III edizione del PREMIO LETTERARIO SCARAMUZZA, alla Montagnola della Rocca dei Terzi, in località Sissa (PR), nel Comune di Sissa Trecasali si svolgerà la prima edizione della festa del libro denominata “La Montagnola dei libri” 

Tutte le info, il bando di concorso, la scheda di iscrizione e le specifiche della prima edizione de La Montagnola dei libri a questo link:

https://www.parmaoperart.com/premio-letterario-scaramuzza

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Frammenti di Memoria Contemporanea, appunti sul cinema prodotto in Alessandria e provincia

16 Gennaio 2022 , Scritto da Claudio Braggio Con tag #cinema, #luoghi da conoscere, #claudio braggio, #televisione

 

 

 

 

 

Le Produzioni cine-televisive in Alessandria (Frammenti di Memoria Contemporanea).

Il territorio urbano di Alessandria e la Cittadella stanno conoscendo un lusinghiero interesse da parte delle produzioni cine-televisive e la Fondazione Film Commission Torino Piemonte con l’attiva collaborazione dell’Amministrazione Comunale di Alessandria va proponendo questi luoghi come possibili location per progetti audiovisivi, tant’è che dal mese di Settembre 2021 sino a questi giorni sono stati effettuati numerosi sopralluoghi ed alcuni prodotti hanno già trovato diffusione ottenendo lusinghiera attenzione.

Sono state girate coll’ausilio di droni immagini della Cittadella dalla regista Daniela Franco per un programma che andrà prima serata su Rai Uno (ancora in fase di montaggio), quindi è stata la volta delle riprese effettuate per la rubrica del Tg2 “Sì Viaggiare” a cura della giornalista Silvia Squizzato, andate in onda venerdì 26 novembre, e di una intera puntata del principale programma di viaggi di TV2000, “Capoluoghi d’Italia”, condotto da Mario Placidini, in onda sabato 27 novembre alle 12:15 e poi in replica domenica 28 novembre, quindi replicato domenica 5 dicembre (a cui si deve aggiungere un’edizione radiofonica domenica 28 novembre alle 14 su Radio InBlu e alle 17 su Radio Vaticana Italia). In tempi recenti sono state realizzate anche riprese notturne del regista genovese Simone Manenti, che nel Ponte Meier ha trovato l’ambientazione ideale per il videoclip “Terror Night”; mentre il regista alessandrino Lucio Laugelli, per conto della locale associazione no-profit Social Domus per un documentario in cui interviste in lingua inglese di rifugiati Afghani accolti nella nostra città sono alternate ad immagini della Cittadella, del ponte Meier, di alcuni scorci urbani.

Per tracciare una storia pressoché completa delle vicende cinematografiche e televisive che hanno visto protagonisti, anche soltanto per una sequenza, questi luoghi occorre risalire al 1968 e al lungometraggio “Banditi a Milano” per la regia di Carlo Lizzani (1922-2013), dove finzione filmica (con Tomas Milian, Gian Maria Volontè, Don Backy) e realtà coincidono nella scena iniziale del lungometraggio, essendovi l’uscita delle auto delle Forze dell’Ordine che traducono gli arrestati fra due ali di folla inferocita che staziona davanti al portone dell’attuale Questura (allora sede soltanto della Polizia Stradale), riferendosi l’opera alle vicende criminali della banda Cavallero che insanguinò le vie di Milano nell’autunno del 1967 e alla fuga dei banditi nei pressi di Valenza Po. Occorre attendere sino all’anno 2000 per vedere nuovamente una troupe al lavoro, stavolta in piazza Garibaldi e portici circostanti per alcune scene del lungometraggio “Finché c’è alcool” di Dimitrios (o Dimitri) Makris (1937), regista con all’attivo quindici film e soprattutto oltre 6mila spot pubblicitari per Carosello (condivide il primato con Luciano Emmer), che in quell’occasione si è avvalso anche dell’attore alessandrino Gualtiero Burzi (protagonista con Chiara Pauluzzi; location soprattutto in Milano). Nel corso dell’anno successivo, il 2001, si sono susseguite alcune scene girate nella sala “Adelio Ferrero” del Teatro Comunale per “Carlo Leva Scenografo, Appunti per un Documentario” (location in Bergamasco e Canelli, provincia di Asti) per la regia della regista alessandrina Lucia Roggero, su ideazione e testi di Claudio Braggio, che firma anche la sceneggiatura del cortometraggio umoristico-surreale, stavolta girato interamente in Alessandria “La poesia è un’arma impropria?” per la regia dell’alessandrino Franco Masselli e interpretato da Bruno Gambarotta e attrici principali Claudia Ferrari e Patrizia Viglianti (location in piazzetta della Lega, piazza Garibaldi, piazza Ceriana. Multisala Kristalli). Diverse strade cittadine sono state filmate per il cortometraggio “Che male fa?” (location anche in Castelnuovo Bormida e Pozzolo Formigaro) nel 2003, per la regia Alfredo Fiorillo su sceneggiatura di Claudio Braggio, che poi nel 2004 ha revisionato le sceneggiature dei cortometraggi “Ammazzare il tempo” (supervisione regia Alfredo Fiorillo, ambientato in una trunera della Fraschetta) e “Farinahita 180” (supervisione regia Marco Dimonte, interni in un palazzo in costruzione) per l’occasione data dal corso “Impara a fare un film!” organizzato presso la sede dell’associazione Cultura&Sviluppo. L’anno 2005 ha avuto l’occasione di ospitare alcune scene del lungometraggio “Texas” (un ristorante ed i dintorni in Spinetta Marengo) diretto dall’alessandrino Fausto Paravidino, che firma la sceneggiatura con Iris Fusetti e Carlo Orlando (location principale in Rocca Grimalda) interpretato dallo stesso Paravidino con fra gli altri Valeria Golino, Valerio Binasco; quindi la scena dell’entrata allo stadio “Filadelfia” ovvero il Moccagatta per il lungometraggio “Ora e per sempre”, regia di Vincenzo Verdecchi (1958-2015), con Gioele Dix e Kasia Smutniak, per una storia inserita nella vicenda della tragedia di Superga occorsa alla squadra di calcio del Torino il 4 maggio 1949. Riprese nel Quartiere Cristo, al Villaggio Fotovoltaico, e nella sala “Adelio Ferrero” del Teatro Comunale nel 2008 per il docu-fiction “Caristo, la città rubata” ideato e scritto da Claudio Braggio per la regia di Max Chicco (location principali in Acqui Terme, trattandosi dell’insediameno celto distrutto dai Romani che poi vi insediarono l’antica Acquae Statielle). La Cittadella ospita nel 2009 tutte le scene di “Game Over” cortometraggio d’azione su sceneggiatura e regia di Andrea Di Bartolo; mentre nello stesso anno Claudio Braggio firma sceneggiatura e regia del videoclip “La tua voce arriverà” con location in Alessandria, in via Bissati ed in una galleria d’arte ora non più attiva, nonché nello spazio antistante il complesso conventuale di Bosco Marengo. L’anno 2010 è quello dell’esordio di una prima emittente televisiva nazionale che ha realizzato ben due servizi montati per RaiUnoMattina (con il contributo della Fondazione CRA) per la regia di Luigi Gorini su testi e script di Claudio Braggio, per raccontare una sorta di museo a cielo aperto rappresentato dalle varie opere architettonica dei Gardella, soprattutto Ignazio ed il padre Arnaldo razionalisti del XX Secolo, ed il raduno internazionale di motociclisti a carattere devozionale “Madonnina dei Centauri (Santuario della Beata Vergine della Creta)”, quindi con location Alessandria e Castellazzo Bormida. Quel meraviglioso set naturale qual è la Cittadella di Alessandria ha ospitato nel 2011 le riprese di alcune scene miniserie televisiva in due puntate “Violetta”, per la regia di Antonio Frazzi, prodotta da Magnolia fiction per Raiuno (location anche a Piombino e Torino) con l’appoggio della Fondazione Film Commission Torino-Piemonte, storia di passione romantica e civile ambientata negli anni roventi dell’Unità d’Italia, liberamente ispirata a “La Traviata” di Giuseppe Verdi con protagonista Vittoria Puccini, con Rodrigo Guirao Díaz e Tobias Moretti. Nel 2012 ancora Cittadella nelle riprese per un ulteriore servizio montato per RaiUnoMattina (con il contributo della Fondazione CRA) per la regia di Luigi Gorini su testi e script di Claudio Braggio, che poi ha collaborato alla realizzazione delle tre puntate ambientate in Alessandria del programma “Ricette di Famiglia” per Retequattro (con il contributo della Fondazione CRA) presentate da Davide Megacci con la collaborazione di Michela Coppa (location in Cittadella, Galleria Guerci, vari scorci cittadini); nel corso di quell’anno in Cittadella (nel Palazzo del Governatore) è stato girato il documentario “Andrea Vochieri Il processo 1833” (con il contributo della Fondazione CRA) per la regia di Claudio Braggio (allestimento dello storico processo con la partecipazione attiva di autentici avvocati penalisti del Foro di Alessandria). Nel 2014 prende forma il cortometraggio "Ancora cinque minuti" per la regia dell’alessandrino Lucio Laugelli imperniato sull’incomunicabilità di coppia per l’interpretazione di Antonio Carletti e Romina Pierdomenico (seconda classificata a Miss Italia). La storia filmica di Alessandria continua…

Il prodotto cinematografico più recente che ha come riferimento il territorio provinciale di Alessandria è il cortometraggio “Cloro” diretto nel 2021 da Matteo dal tortonese Matteo Tarditi (coadiuvato nella stesura della sceneggiatura da Sofia Falchetto), storia di una nascente passione per il nuoto agonistico raccontata ambientata a Tortona (Piscina Dellepiane) ed Alessandria (Parco Carrà), opera selezionata nell’ambito della prima edizione di Piemonte Factory, il Film LabContest dedicato ai filmmaker under 30 inteso a valorizzare autori emergenti e giovani maestranze della settima arte regionale coinvolgendoli in un iter formativo e produttivo guidati da tutor esperti (associazione Piemonte Movie con Fondazione Film Commission Torino Piemonte; tutti e nove i corti del progetto sono approdati in anteprima al 39° Torino Film Festival e nel corso del 2022 verranno proiettati in almeno una sala di ogni provincia piemontese). Il progetto è l’evoluzione del progetto Torino Factory, con eguali caratteristiche pur se territorialmente circoscritto al territorio urbano del Capoluogo regionale, ed ha come antenato il progetto “Storie del Monferrato” ideato e realizzato dallo sceneggiatore Claudio Braggio (revisione sceneggiature) dal regista Max Chicco (supervisione regia) in provincia di Alessandria nel 2009 e da cui sono scaturiti tre cortometraggi ovvero “Il ciondolo del destino” regia di Andrea Solimani (location in Cassine), “La quadratura del cerchio” regia di Andrea Saettone ( location in Casale Monferrato e Alessandria), “L’altra” regia di Alessia Di Giovanni (location in Novi Ligure); visionati nel corso della prima rappresentazione a Palazzo di Monferrato nel 2010 da un giuria di qualità costituita dagli attori Franco Nero e Margherita Fumero, dal docente del Dams Università di Torino Franco Prono e dal presidente di Piemonte Movie Alessandro Gaido.

I precedenti cinematografici di qualità in provincia di Alessandria non sono molti, ma anche per questo motivo è bene ricordarli, così occorre citare il lungometraggio “La via della gloria” (in costume; epoca medioevale) per la regia di Stefano Milla (sceneggiatura di Sebastiano Ruiz Mignone) nel 2001 con location in Acqui Terme e Cassine; ed in quello stesso anno “Carlo Leva scenografo, appunti per un documentario” per la regia di Lucia Roggero su Ideazione e testi di Claudio Braggio (location nel castello di Bergamasco, Alessandria e Canelli in provincia di Asti). Nel corso del 2003 sono stati prodotti sia il documentario “Sono stati loro. 48 ore a Novi Ligure” regia di Guido Chiesa che firma la sceneggiatura con Piersandro Pallavicini (location in Novi Ligure, teatro della nota tragedia causata da Erika e Omar) ed il cortometraggio “Che male fa?” diretto da Alfredo Fiorillo su sceneggiatura di Claudio Braggio (location in Alessandria, Castelnuovo Bormida e Pozzolo Formigaro; sul tema dell’alcolismo giovanile). Il lungometraggio di genere commedia “Texas” diretto da Fausto Paravidono, che firma la sceneggiatura con Iris Fusetti e Carlo Orlando e interpretato fra gli altri da Valeria Golino, Valerio Binasco, Riccardo Scamarcio (location in Rocca Grimalda e Alessandria) è del 2005, come pure lo sono il videoclip “L’ultimo testimone” realizzato dagli allievi del corso “Videoclip e Regia Televisiva” coll’apporto del regista Ruggero Montingelli, dello sceneggiatore Claudio Braggio e del direttore della fotografia Ugo Lo Pinto (interpretato da Pierpaolo Cervetti e Cristina Forcherio con la band musicale Yo Yo Mundi; location in Acqui Terme) ed il connesso documentario backstage “Sul set del videoclip L’ultimo testimone” diretto da Claudio Braggio (videoclip, documentario e cd remixato sono parti integranti di un cofanetto realizzato e distribuito da Mescal, con sede principale in Nizza Monferrato, provincia di Asti). Nell’anno 2008 vede la luce il documentario “Caristo, la città rubata” ideato e scritto da Claudio Braggio con la regia di Max Chicco realizzato con la collaborazione della Società di Storia, Arte e Archeologia Alessandria e Asti, della Biennale di Poesia e Letteratura di Alessandria, della scuola teatrale de I Pochi, per raccontare della distruzione dell’antica città (poi rinominata Acquae Statielle e quindi Acqui Terme) dei Celti Liguri Statielli ad opera dei Romani (location in Acqui Terme e Alessandria). Due produzioni vengono ospitate nel 2011 ovvero “Il gioiellino” scritto e diretto da Andrea Molaioli che trae spunto dalle vicende del crac Parmalat, con l’interpretazione di Toni Servillo, Remo Girone e Sarah Felberbaum (location in Acqui Terme, Bosco Marengo e in Russia) nonché, per alcune scene girate nei pressi di Gavi Ligure de “L'industriale” diretto da Giuliano Montaldo con attori principali Piefrancesco Favino e Carolina Crescentini (altre location in Torino). Nel 2012 è la volta di alcune scene di una fiction di Rai Uno, del regista alessandrino Luca Ribuoli che in “Questo nostro amore”, che ha diretto Neri Marcorè e Anna Valle anche in location scelte nella città di Ovada e sulle sponde del vicino fiume Lerma; di quell’anno è anche “Polvere - Il grande processo dell'amianto” film documentario diretto da Niccolò Bruna e Andrea Prandstraller con location in Casale Monferrato. Il lungometraggio (comedy noir) del 2013 poi trasformato in web serial da otto episodi “Blind Fate” conta la sceneggiatura di Claudio Braggio e la regia di Simona Rapello (episodi 1 e 2), Max Chicco (episodi 3 e 4) e Mathieu Gasquet (episodi 5 e 6) per l’interpretazione di Alessia Olivetti, Eugenio Gradabosco e Margherita Fumero fra gli altri, con location in Bosco Marengo (complesso monumentale di Santa Croce), Frassineto Po e la Cascina Smeralda (nei pressi di Pontestura). Ad onor del vero nel corso di questi ultimi anni sono stati ideati e prodotti anche molti cortometraggi, che hanno il pregio di far considerare viva l’attenzione per l’industria culturale cinematografica e quindi si può ritenere che siano prossime altre realizzazioni filmiche…

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Nassim Nicholas Taleb, "Antifragile"

14 Gennaio 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

Antifragile

Nassim Nicholas Taleb

Il Saggiatore, 2013

 

Antifragile è ciò che guadagna dalla volatilità e dal caos. Mentre il robusto resiste agli urti ma non cambia mai, e il fragile, al minimo cambiamento, soccombe, l'antifragile migliora. Come? In diversi modi, ovviamente, dato che questo aggettivo si può adattare a diversi sistemi. Uno è l'organismo umano con la sua adattabilità a condizioni anche alquanto estreme e a cui passare dal solleone alla neve, da un'abbuffata domenicale ad un bel digiuno, non nuoce, anzi, stimola il metabolismo. Anche le società possono essere Antifragili. Una collettività che, faccio due esempi assurdi, da una crisi economica o da una pandemia, trasformasse il problema in una opportunità per rivedere le modalità di lavoro e trasporti, la socialità, il modello di sviluppo o di sanità pubblica in senso più umano, equo ed ecologico sarebbe Antifragile. La stessa società che, per dire, fronteggiasse i medesimi imprevisti irrigidendosi in milioni di regole spesso contraddittorie, coartandosi in una comunicazione terroristica, puntando la risoluzione su un unico fattore non efficace al 100%, e fomentando le divisioni sociali, sarebbe estremamente fragile, con le conseguenze immaginabili. Taleb a volte in maniera condivisibile, a volte con opinioni davvero fuori da ogni convenzione, ci illustra i punti di fragilità del mondo in cui viviamo: medicina, economia, politica, scuola. Non è importante essere d'accordo o meno con lui, è importante a mio avviso cogliere lo spirito di chi offre un punto di vista alternativo, non polarizzato nelle solita dicotomia da etichetta che sa di già visto o già sentito. Un libro, come il precedente Il cigno nero, che mette ottimismo, perché ci invita a danzare nel caos, a capire che non tutte le regole vanno rispettare per il bene collettivo, che pensare di avere il controllo non è mai una cosa troppo buona. Uno dei meravigliosi messaggi che si coglie tra le righe è proprio quello di accogliere l'imprevisto nella nostra vita, benedirlo, perché quello è la vita, non l'ordine fittizio che noi esseri umani abbiamo di classificare le cose per fare finta di capirle. Taleb ci ricorda che l'antifragile in noi è proprio ciò che viene dal profondo: la cultura per ciò che amiamo, avere opinioni coerenti con noi e non con i nostri interessi, il lavoro artigianale, l'accettazione del fatto che non tutto può essere compreso, ma deve sempre essere vissuto. Tutto ciò che resiste al tempo, insomma, come i grandi classici della letteratura, il buon vino e il buon senso della nonna. Dopo avere finito questo saggio viene semplicemente voglia di lasciarsi andare al caso, correre un rischio, sperimentare una forma qualsiasi di ristrettezza, perché, come ci insegnano i maestri spirituali, quello che ti spezza non è cadere in sé, ma l'urto con il terreno, duro e rigido come certe convenzioni dure a morire.

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Cipriano Gentilino, "Parabole"

10 Gennaio 2022 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Parabole di Cipriano Gentilino (Nulladie Edizioni, 2021) è un libro intenso, consegnato al lettore in nome della sincera e sensibile relazione con l'osservazione esistenziale della vita, esposto alla sostanza interiore e riflessiva della poesia, congiunto al significato dell'esperienza emotiva, concepito nel doloroso senso di esclusione affettiva, nel malessere dell'uomo, nello svolgimento logorato e inadeguato degli episodi dell'inquietudine, nell'elemento individuale del tormento e  delle difficoltà quotidiane. I versi compongono un contenuto evocativo, complicato e tortuoso, distendono profondità simboliche e dimensioni espressive, trasformando la condizione delicata e fragile del mondo descritto, dichiaratamente estromesso e abbandonato, in inesauribile resistenza sensibile e opponendo alla desolazione della solitudine il conforto spirituale della poesia. Parabole vuole illuminare la nuda verità della realtà emarginata ed esporre attraverso l'elaborazione elegiaca di una dottrina etica e devota alla religiosità nell'anima, il valore riabilitativo delle parole, avvicinando la tenacia persuasiva delle immagini al dono dell'ispirazione umana, alla profezia pagana del messaggio emblematico nell'attenzione premurosa e responsabile dello strumento versatile della consistenza, schietta e assoluta, dell'inchiostro. La poesia rivela il suono incomunicabile del silenzio, spiega il conflitto con il percorso psicoanalitico delle similitudini, interpreta l'oscurità del cuore, commenta la supplica universale con la lusinga della speranza, contrastando la prigione della disperazione. Cipriano Gentilino è testimone dei disturbi eccentrici del tempo e riesce a cogliere l'aspettativa della quiete, a sostenere le dinamiche erranti delle sofferenze, a dipingere l'incantesimo lacerato dei sentimenti, avvolto nel respiro di un sorriso. Affida al riflesso dei versi la desolazione, l'amore e la follia di ogni vissuto, spezza le ferite di ogni istintiva e inconscia illusione, solleva l'ombra celata della coscienza, eleva l'esistenza all'incoraggiamento del ritorno, eludendo l'isolamento della segregazione, il profilo discriminatorio degli orizzonti lirici tra il bene e il male. Il poeta associa uno stile struggente e malinconico con la trasparenza delle destinazioni della natura, consacra l'irrequietezza nella lucidità dell'espressione, giunge alla soglia libera e disincantata dell'ebbrezza inebriante di ogni perdizione, attraversa la cifra estetica dell'intima inclinazione umana, donandole l'essenza della cura. Cipriano Gentilino conosce il casto e devoto pudore del limite, oltrepassa il carattere speculativo dell'abisso, esplora la luminosità e lo spettro segreto della mente, accoglie il mistero incisivo e contemplativo della tristezza, alimenta l'incanto delle sensazioni indefinibili e la percezione innocente dell'attesa, nel margine sfuggente e irrazionale dei desideri, confessando l'entità faticosa e consapevole del rimpianto, la vaghezza impulsiva e drammatica nel simulacro della presenza vitale, nell'affinità suggestiva delle parole.

 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Marea

 

Maschere sottopelle,

riflesse allo specchio

rammentato col resto

di fiabe,

sottobanco bisbigliano

ticchettii di ore attese

per un amore

a cielo calante.

 

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Sortilegio

 

Dal sortilegio

dell'esserci mancati

negli interstizi pietosi

ci riaccoglie perturbato

il nostro respiro

mentre il ciliegio

si è imbiancato

nel silenzio di neve,

e la luna endemica

aspetta il solito turno.

 

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Riflesso

 

Questa sera sei luna

seduta a gambe strette

poesia,

illusione poliedrica

sulle labbra storte,

testardo silenzio

sul riflesso artrosico

della mia pelle.

 

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Affannata la nebbia

 

Affannata la nebbia

si posa sugli scricchiolii

delle foglie lasciatesi

cadere

a segnare una fine,

pudica s'adagia

sul silenzio

delle palpebre

a nasconderci la nostra.

 

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A vento quieto

 

A vento quieto

ci rivedremo,

i vivi e i morti,

labirinti

di arianne a

cercare un filo.

 

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Oltre il canneto

 

Oltre il canneto

la vigna tagliava

il mare in righe

dalla riva al cielo

non ricordo nuvole

né maestrale

solo la tua voce

che accarezza

antica

me che sogno.

 

 

 

 

 

 

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Il capo perfetto

8 Gennaio 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Blanco non è un capo perfetto, e lo si vede dai primi minuti del film. Ha un atteggiamento paternalistico  con i suoi dipendenti, non disdegna di fare il galletto con qualche bella e giovane stagista, li usa come operai nei giorni festivi, però li aiuta come può nei loro problemi privati perché i loro dolori affliggono anche lui, a suo dire. In realtà è più preoccupato dell'afflizione delle sue tasche causata da lavoratori distratti o preoccupati. Non è cattivo, è un po' vanesio. Se fosse davvero perfido, non si perderebbe negli imprevisti che gli accadono proprio la settimana prima di ricevere l'ennesimo premio prestigioso: un lavoratore licenziato che protesta, una stagista arrapata ed arrivista, una tresca tra dipendenti che sta mandando in tilt il cornuto di turno. Quando le sue strategie da signorotto di provincia falliscono miseramente (e giustamente), passa alle maniere forti, ma da neofita, le farà sfociare nel dramma per sé e per gli altri. Film gustoso, Bardem regala una gamma di espressioni facciali meravigliose a ogni fotogramma, l'umorismo è corrosivo, di buonismo manco l'ombra, nessuno si salva, tantomeno quelli che parrebbero le vittime della situazione. Una descrizione realistica del mondo delle aziende, dove di facciata ci sono regole rigide ma che scavando leggermente mostrano il peggio dei vizi umani, su cui amabilmente si glissa per amore del profitto. Il capo perfetto è come il medico pietoso: fa danno. Come diceva Blanco senior "ogni tanto occorre truccare la bilancia per farla stare in equilibrio", e chi lo nega è ipocrita o nato ieri.

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NKSG ft. ICE ONE - THE LITTLE THINGS - Official Video

7 Gennaio 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #musica

 

 

NKSG (NukleoSoulgang) la Crew italiana di producers e musicisti che miscelano un sound elettronico con un crossover di Hip Hop, Soul, Reggae and Dub. NKSG è un progetto iniziato nel 2015 che ha portato i suoi show Live e in DjSet in tutta italia.

 

 

NKSG ft. ICE ONE  THE LITTLE THINGS Official Video

OUT NOW

 

"Il brano tratta il tema della riscoperta delle piccole cose come l'amicizia, l'amore e gli affetti che sono le uniche cose veramente importanti che danno un senso alla vita di ognuno di noi".

 

Il Videoclip racconta l'importanza delle piccole cose immaginando la vita di uno dei tanti Babbo Natale che dal 25 Dicembre in poi, dopo essere stati al centro del mondo dai primi di dicembre fino al 25, passano dal 26 in poi nel dimenticatoio cadendo in depressione, nella solitudine e nella disoccupazione fino all'anno successivo... ma "le piccole cose", come un gesto di affetto o l'incontro con un amico fedele, possono cambiare tutto in qualsiasi momento.

 

Produced by: NKSG & Gaiden Studio

Music production: Angelo Elle & Ice One

Lyrics: Nukleo

 

Directed and edited by Val Monteleone

Written by Val Monteleone & Nukleo

Something About Us

 

NKSG (NukleoSulgulgang) è una crew di produttori e musicisti italiani che mescolano suoni elettronici con un crossover di Hip Hop, Soul, Reggae e Dub. Il progetto NKSG è iniziato nel 2015 e ha portato i suoi spettacoli tra Live e DjSet in tutta Italia. La NKSG ha partecipato a importanti festival tra cui il Sardinian Reggae Festival, One Love Festival, Aq Music Festival, River Vibes Festival e ha all'attivo un album ufficiale in studio "Background", numerosi singoli, un EP, banche suono, remix e video musicali prodotti dall'etichetta Cookmusic. Angelo Elle e Nukleo, producers e artisti portanti del progetto, danno vita sia in studio che Live a produzioni ed esibizioni che mescolano synth con strumenti dal vivo e campioni. Angelo Elle, sound master del progetto, sviluppa le produzioni curando gli arrangiamenti e la creazione di un suond originale che negli anni sta caratterizzando e rendendo riconoscibile le produzioni NKSG. Nukleo, la voce del progetto, cura la produzione dei testi e svolge una continua attività di campionamento e ricerca di samples che vengono poi utilizzati nelle produzioni e suonati dal vivo contribuendo alla caratterizzazione del sound della crew. Le loro produzioni nascono da provini, testi, loop, campioni o versioni che sono state poi perfezionate e sviluppate nel corso degli anni suonandole in studio o attraverso collaborazioni con altri produttori, dj e musicisti. Il loro approccio produttivo è basato su la contemporaneità e la collaborazione continua con altri artisti e producers. Attualmente la NKSG sta lavorando al nuovo album con Ice One, storico produttore, artista e dj del panorama hip-hop italiano. La stampa musicale ha detto del loro primo album: “Background è un grande album consigliato non solo ai fan del reggae, ma anche a coloro che sono stanchi degli stereotipi della musica nera e sono alla ricerca di una nuova voce e di un sound unico. Buoni testi con messaggi positivi e una ottima produzione ”.

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Giorgio Caproni, poeta di Livorno e Genova

5 Gennaio 2022 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poesia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

È il 1912 quando nasco a Livorno, la meno toscana delle città toscane, accanto al Cisternone e al piccolo zoo del Parterre, figlio di Anna Picchi e di Attilio, ragioniere figlio d’un sarto ch’era stato garibaldino. Son anni di lacrime e miseria, richiamano alle armi mio padre, viviamo in via Palestro con Italia Bagni nata Caproni e il marito Pilade, barbiere massone e gran bestemmiatore, proprio vicino allo Sbolci, scaricatore di porto e bevitore di ponci. Vivo in un quartiere rosso, dove tutti cantano Bandiera rossa e danno la caccia ai topi, mi adatto, imparo a leggere da solo, a quattro anni, grazie al Corriere dei Piccoli, frequento la prima e la seconda elementare al Sacro Cuore, la scuola dei preti. Faccio incetta di santini da Suor Michelina da quanto son bravo, ma non riescono a convincermi nemmeno un po’ dell’esistenza di Dio. Per la terza elementare mi iscrivo alle comunali, al Gigante, con il maestro Melosi, dove al posto di Dio e preghiere mi tocca piangere sul Cuore di De Amicis. Per fortuna finisce la guerra, mio padre torna a casa, al suo posto di ragioniere in una ditta livornese di caffè. Andiamo ad abitare in via De Larderel, dove mi resta impresso quel sapore intenso di gelati frammisto all’odore di pesce che per tutta la vita mi ricorderà Livorno, la città del mercato centrale lungo i fossi e l’acqua nera come asfalto, panchine e monumenti incomprensibili, delimitati da grate di ferro. È il dopoguerra con disordini di piazza, son anni duri, gente che muore per strada, ma c’è mio padre, ci sono le passeggiate con mio fratello Pier Francesco. Andiamo in campagna o ai Pancaldi; a volte ci spingiamo fino a San Biagio, un po’ in treno, un po’ in carrozza, passando dalla stazione di Pisa con quelle vetture di legno di terza classe. A San Biagio andiamo a caccia in padule, ospiti di Pietro, è il mio tempo magico, nonostante tutto, un tempo di cui ricordo istanti interminabili a confezionar cartucce e a mangiar selvaggina. Sogno di fare il macchinista, ché mi affascinano i treni, un trenino elettrico lo terrò sempre con me nello studio, lo userò per far giocare i miei alunni, per far imparare tante cose. Non sono un ragazzo allegro, non sono per niente tranquillo, sto sempre in mezzo ai litigi e alla sassaiole. Soffro in anticipo la fine delle cose, noleggio per un’ora una bicicletta, ne vedo subito il termine, così il piacere svanisce. Sono un lettore onnivoro, infaticabile, a parte il Corriere dei Piccoli, incontro presto sulla mia strada i poeti, Dante per primo, con la sua Commedia illustrata dal Dorè che il babbo compra in edicola, pubblicata a dispense da Nerbini. La leggenda montanina è il primo tentativo di racconto, scritto alle elementari, come testimonianza del mio baco letterario. Nel 1922 nasce mia sorella Marcella e ce ne andiamo per sempre da Livorno, ché la ditta dove lavora mio padre fallisce, passiamo un po’ di tempo a La Spezia, poi ci fermiamo a Genova dove il babbo trova lavoro nell’azienda conserviera Doria, proprio nel palazzo ducale. E da quel giorno Livorno resta soltanto un ricordo, la terra dove son sepolti i nonni, al Cimitero dei Lupi, la terra di mia madre, dei profumi intensi, indimenticabili. La città che sento veramente mia è Genova, là sono uscito dall’infanzia e mi son fatto uomo, là ho studiato, ho amato, ho sofferto. Ogni pietra di Genova è legata alla mia storia di uomo: via San martino, via Michele Novaro, piazza Leopardi, via Bernardo Strozzi, tutti luoghi dove ho vissuto. A Genova termino le elementari, faccio sassaiole con i nuovi coetanei, allevo piccoli rettili, studio violino e composizione, forse per questo scrivo i primi versi. Poi il musicista cade e resta il paroliere, ma non per caso tutto succede a Genova, città musicale per via d’un vento cangiante e disperato, tra gli alberi e il mare. I miei versi nascono in simbiosi con il vento, lui fischia e io scrivo, nel frattempo leggo di tutto, da Schopenhauer a Verne, passando per Machado e Lorca in lingua originale, per finire con la visione appassionata dei film di Francesca Bertini. A diciotto anni abbandono il violino, troppo emotivo per fare concerti, spezzo lo strumento quando mi accorgo di non esser tagliato per quella professione, nonostante molti mi dicano che come violinista potrei avere un avvenire. Scrivo le prime poesie vagamente surrealiste, forse futuriste, surrogato della musica tradita, mentre trovo un impiego presso lo studio dell’avvocato Ambrogio Colli che possiede una grande biblioteca, dove scopro Ungaretti e L’allegria, vero e proprio sillabario poetico. Leggo gli Ossi di seppia di Montale, incontrati su una bancarella, pare che mi attendano per spalancare le porte d’un mondo, per suscitare emozioni profonde, indimenticabili. Leggo Cardarelli, Novaro, Sbarbaro, molti poeti liguri; non perdo un numero de L’Italia letteraria e della rivista Circoli, dove scopro Sbarbaro, che anni dopo conoscerò di persona. Circoli mi rifiuta alcune poesie, m’invita ad avere pazienza, a studiare, così ricomincio da Carducci, il più lontano da me che son pascoliano, pure se certi critici trovano Carducci nei miei versi, ci sta che l’abbia studiato troppo per farmelo piacere. I miei poeti sono quelli delle origini, soprattutto Cavalcanti, autori che usano una lingua spigolosa, da formare. Nel 1933 pubblico le prime cose su Riviere ed Espero, grazie ad Aldo Capasso e Ferdinando Garibaldi, ma non c’è tempo di gustare il successo ché parto militare un anno dopo, di leva a Sanremo, pure se scrivo ancora, pubblico su riviste e preparo l’esame magistrale da privato. Scopro i classici - Cesare, Virgilio, Catullo, Lucrezio - e la filosofia di Sant’Agostino, Nietzsche e Kierkegaard. Prendo il diploma magistrale a 23 anni, da privatista, scrivo un tema su Pascoli che conquista tutti, ma all’orale faccio scena muta, polemizzo con il commissario d’italiano sul pessimismo di Leopardi. Nessuno ha mai amato la vita più di Leopardi! Il pessimismo è solo un luogo comune. Nonostante tutto, mi promuovono. Scrivo poesie, pubblico recensioni su Araldo letterarioTerza paginaL’ora di PalermoIl popolo di Sicilia; mi iscrivo al Magistero di Torino - l’università dei maestri - ma non completo gli studi. In compenso arriva il primo incarico da insegnante, a Rovegno, in Val Trebbia, mentre mi fidanzo con Olga Franzoni, che mi segue da Genova quando decidiamo di sposarci. Olga muore di setticemia nel 1936, poco prima delle nozze. Non scriverò più, mi dico. Non ho accanto la mia musa, il mio amore, il solo sostegno, l’unica certezza, senza di lei la poesia diventa inutile. Nonostante tutto pubblico a Genova Come un’allegoria, un libriccino che piace a Betocchi - con cui intrattengo un rapporto epistolare - al punto di parlarne su Frontespizio. La vita va avanti, Rosa (Rina) Rettagliata, dagli occhi siderei, diventa la mia nuova musa, poco a poco prende il posto di Olga nel mio cuore. Abbozzo l’idea d’un romanzo - La dimissione - sulla mia esperienza in Val Trebbia, su Olga e il nostro amore, ma non va in porto, forse non son tagliato per la misura lunga. Va bene la poesia, in compenso, Ballo a Fontanigorda è il mio secondo librettino genovese, edito come il primo da Emiliano degli Orfini, vince un premio, lo traducono in francese e lo pubblicano a Parigi. Mi mandano a insegnare nelle nebbiose vallate di Pavia, per questo le mie liriche son offuscate da mattine brumose e tramonti velati, sono i panorami che vedo. Nel 1938 mi sposo con Rina, a Loco, dove trascorro le vacanza per tutta la vita, ché resta un luogo simbolico per troppi motivi: la mia carriera d’insegnante, la morte di Olga, le nostre nozze … Vado a vivere a Roma, convinto dall’amico Libero Bigiaretti, una città che mi affascina per le sue vestigia classiche, non per il barocco, ed è qui che conosco Ungaretti. Purtroppo nel 1939 mi richiamano alle armi, mi spediscono al confine francese, proprio mentre nasce mia figlia Silvana; la poesia diventa un estremo rifugio alla tragedia vissuta, in una vita segnata da troppe guerre che sconvolgono infanzia e giovinezza. Finzioni esce nel 1941, stesso anno in cui nasce mio figlio Attilio Mauro e vengo nominato sottotenente. In guerra ho tanta paura: non sono un eroe, ma mi faccio coraggio. Scrivo Cronistoria in questo triste periodo, De Robertis conosce parte della mia opera, vuol leggere altro e ne parla bene, lui è un critico importante, può cambiare il destino della mia letteratura. Sono anni terribili, di povertà e terrore, di un’Italia divisa, di partigiani e tedeschi invasori, di americani liberatori. Partecipo alla guerra di liberazione della Val Trebbia senza sparare nemmeno un colpo, in compenso vengo eletto commissario a Rovegno e riapro la scuola elementare a Loco, dove son l’unico maestro. La campagna della Val Trebbia è per me troppo importante, contiene la mia giovinezza a Rovegno, il primo incarico da insegnante, la guerra partigiana combattuta in prima persona. Strada Statale 45, tra i boschi e il fiume, la mia vallata misteriosa e incontaminata, fatta di dubbi e di attesa, vera metafora della vita, ideale per costruire una poesia che non è mai stata ermetica, poche parole essenziali che partono dal paesaggio per raccontare. Finita la guerra torno a Genova, la trovo distrutta, bombardata, non ci voglio stare, come non vorrei vivere a Roma, mi piacerebbe trasferirmi a Firenze, ma non riesco, non trovo lavoro. Accetto un posto di maestro a Trastevere, mi adatto a Roma, pure se è una scarpa troppo grande per il mio piede, non riesco a sentirla mia fino in fondo, ci passo il resto della vita. Non lego con Roma, mi manca il mio porto, il mio paesaggio industriale, ma a Roma faccio gli incontri più importanti per l’attività letteraria, stringo rapporti vitali. In fondo non lascerei mai Roma, vera città dell’anima che mi piace sospirare, perché in nessun’altra città d’Europa - forse del mondo - si gode la libertà che c’è a Roma. Ed è qui che compio la scelta politica della vita, mi iscrivo al partito socialista, laico e mangiapreti come sono, come mi han fatto diventare le suore livornesi e un quartiere troppo rosso dell’infanzia. Pubblico su molte riviste di sinistra, racconti e recensioni, cronache e prose, inchieste su borgate; scrivo racconti di guerra partigiana ma il romanzo non va in porto, escono brani da qualche parte, piccoli stralci, una specie di finale, ma la storia è in panne, resta un abbozzo. Il romanzo mi tenta ma non ho abbastanza disciplina, preferisco la breve durata, il racconto, la lirica, la prosa di cronaca, la poesia narrativa. Nel 1949 vado a vivere a Monteverde Vecchio, in viale Quattro Venti 31, insegno alla Francesco Crispi, in quel quartiere. Si ammala mia madre, a Livorno, il mio personaggio ne L’ascensore, giovane ragazza che fa ricordare lutti e dolori. Anna Picchi muore nel 1950, a Palermo, ospite della figlia Marcella, e io, affranto dal dolore, scrivo le poesie della mia vita, il libro dell’anima che dedico alla madre bambina, alla madre fidanzata, alla sola donna del passato. Conosco Ferruccio Ulivi, Betocchi e Pasolini, che vive nella vicina via Fonteiana, tutti importanti per la mia letteratura. Traduco molto, persino Proust, nel 1951 esce il mio Tempo ritrovato, un lavoro immenso, su incarico di Natalia Ginzburg che mi fa tradurre anche Apollinaire. Non ho tempo di scrivere poesie, devo guadagnarmi da vivere vergando articolacci per quotidiani, per La Nazione soprattutto, per riviste che me li commissionano, e poi tradurre, ché tradurre è un mestiere faticoso. Scrivo di teoria poetica su La fiera letteraria e su altre riviste, commemoro la morte di Saba, commento Pasolini, di cui amo solo il coraggio, non la poesia. Nel 1956 resto ancor più solo, muore il babbo a Bari, lo seppelliamo a Palermo, accanto alla mamma; la mia Annina ha ritrovato il suo compagno, la cosa un poco mi rincuora. Nel 1959 i tempi son maturi per far uscire Il seme del piangere, dedicato ad Anna Picchi, il mio fiore posto sulla tomba, una lapide troppo lontana per andarla a visitare, un fiore che non appassisce ma conforta, un fiore eterno. Rievoco mia madre giovinetta che percorre una Livorno mitica e malata di spazio, ciana e scamiciata, ma anche gentile. Livorno è la mia infanzia, Annina è la madre, così come Genova è l’età adulta, la mescolanza. Il libro nasce grazie a De Robertis che m’incoraggia, io non son convinto, mi pare un esperimento troppo da Cavalcanti il ritornar sui luoghi del passato e cambiar fattezze ai personaggi. Il libro è fatto di versi livornesi e d’altri versi, persino imitazioni di Prevert, di Apollinaire e Lorca. Pubblico traduzioni come René Chair e I fiori del male di Baudelaire, poi Morte a credito di Celine, impulsivo atto d’amore per lo scrittore. Faccio il giurato in tanti premi letterari, pure troppi; scrivo sulla Nazione di Firenze tante recensioni, da Gadda a Morante, passando per Luzi e Palazzeschi. Nel 1965 mi operano d’ulcera gastrica, perdo il mio posto nel Vangelo di Pasolini, dopo aver fatto le prove, voleva un poeta per quel ruolo, finisce che prende Alfonso Gatto. Peccato. Esce Il congedo del viaggiatore cerimonioso … un congedo da un mondo che non comprendo, forse è destino con il passar del tempo, forse succede a molti. Mi capita a cinquant’anni di scrivere un congedo anticipato, mi par d’essere giunto alla disperazione calma, senza tormento, al punto che conservo del mio dono antico solo la spina pungente della nostalgia. Un’opera postuma in vita, il mio Congedo da un tempo che non amo, da un’Italia che non vorrei vedere. Mi perdo nella nebbia delle cose lontane, nascoste, in una religione che non comprendo, in un Dio che non esiste, che non prega per noi, che non ci rimette i nostri peccati come noi rimettiamo i suoi. Traduco e recensisco ancora, scrivo pochi versi, non vengono, non si possono fare su richiesta, con uno schioccar di dita. Muore anche Sbarbaro, povero amico mio, mi lascia delle lettere, un po’ di scritti inediti, tanta tristezza, ricordi, soprattutto ricordi di momenti vissuti insieme, stagioni indimenticabili che non si possono racchiudere in poche pagine di letteratura. Il terzo libro e altre cose - dedicato a Rina - esce nel 1968, come tentativo di riorganizzare tutte le mie prime opere. Mi trasferisco in via Pio Foà 49, faccio il consulente Rizzoli, lavoro su Proust, suono il pianoforte, l’ocarina e - come per magia! - riprendo in mano il violino: forse c’è una stagione per ogni cosa. Escono in duecento esemplari i Versi fuori commercio, cinque poesie d’una futura raccolta; traduco Flaubert, ci provo con Genét, spinto da Debenedetti, per lui sono un ingegnere della parola, dice che ce la posso fare, io non ci credo, dopo aver sudato con Celine. Mi fanno Commendatore della Repubblica: che onore! E su Genét ha ragione Debenedetti, traduco il teatro, mica viene così male. Le poesie escono su riviste, vincono premi, ma la salute mi fa un po’ penare, dopo operato d’ernia scelgo la pensione, passo l’ultima stagione da maestro in una classe di soli trovatelli che mi danno molto, di quei bambini resto debitore. Nel 1975 doppio Salò di Pasolini, poco prima che lui venga trucidato, pensare che non ho mai visto il film, non so neppure quale personaggio abbia la mia voce. Ricordo Pier Paolo e le parole in rima a me rivolte: Anima armoniosa, perché muta e, perché scura, tersa:/ se c’è qualcuno come te, la vita non è persa. Esce nel 1977 il mio Muro della terra, la raccolta vince il Premio Biella, anticipando di un anno la morte di mio fratello Pier Francesco: quanto inverno, quanta/ neve ho attraversato Piero,/ per venirti a trovare.  Vado a Parigi per la prima volta, al Centre Pompidou, a leggere i miei versi con Mario Luzi, Delfina Provenzali e Vittorio Sereni. Arriva Il franco cacciatore, la nuova raccolta del 1982, impostata sul motto che la vita è azione, pure se per me siamo alla fine del percorso, ormai, resta poco da agire. Arrivano altri riconoscimenti, allori, coppe, medaglie. Basta con tutti questi premi! Me ne avete dati troppi! Sembro l’insegna d’una premiata pasticceria. Nel 1983 muore Vittorio Sereni, un altro amico mi lascia in mezzo al guado, vado avanti da solo, confidando in nuove cose belle, come Garzanti che mi pubblica l’opera completa e tanti inediti. Preferirei non trovarmi di fronte al mio passato ma la correzione delle bozze mi costringe a rivedere spezzoni di ricordi, dolori e lutti, momenti disperati. Nel 1985 perdo pure Betocchi, son sempre più solo, magra consolazione la pubblicazione dei racconti partigiani e della raccolta Il conte di Kevenhüller che convince la critica. Io come sempre scrivo versi, prendo appunti, poi la mia mente li sistema, mette tutto in ordinata successione, forma un libro, compone una raccolta. Muore mia sorella Marcella e io non faccio in tempo a pubblicare Res amissa, lo faranno altri per me, i figli che ho lasciato, il tema è quello della bestia, del male, chissà perché quando s’invecchia si ricomincia a pensare ai demoni infantili, agli incubi atroci delle notti insonni. Nel 1989 mi tocca parlare persino dello sbarco sulla luna, mentre esce l’Elefante Garzanti con le mie poesie complete. Brutto segno quando ti fanno le opere complete. Leggo Dante a Ravenna, prendo il posto di Sciascia a Nuovi Argomenti, poi giunge il mio tempo di morire. È il 1990, ho 79 anni, sono a Roma. In una gelida mattina di gennaio, sul comodino, ritroveranno Dante e la Commedia, lasciata aperta sulle pagine del primo Canto del Purgatorio. Finita la stagione di canzoni e sonetti, di giovinette nude e umane, di sudori, di afrori, di città e paesaggi, di luoghi cittadini, concreti e metafisici. Finita la latteria come luogo d’inverno, la metrica e il tradimento, la toponomastica cittadina nei miei versi. Non più poesia come finzione, raccontando Livorno e Genova - le mie due patrie - non come sono ma come potrebbero essere, filtrate dalla luce del ricordo. Scorrono sul telo nero del passato i Versi livornesi, la cosa più fantastica della mia vita, un’impresa che pochi avrebbero osato: scrivere la vita fanciulla di mia madre, per me sconosciuta, anticipandone una morte che dovrò soffrire. La mia ultima preghiera per mia madre, novello Orfeo in cerca di Euridice, madre fidanzata, madre giovinetta, per le strade d’una Livorno perduta. Resta il ricordo della leggerezza che ho sempre voluto, che scolpisce nel vento due città di mare, le mie Livorno e Genova, come Saba rende eterna Trieste. In una gelida mattina di gennaio vi lascia un piccolo poeta dei suoi luoghi, convinto di vivere solo se sente stridere il concreto, un poeta narratore incapace di scrivere romanzi, solo brevi lampi lirici, un semplificatore della realtà, un uomo libero in un tempo che rende schiavi. (Gordiano Lupi)

 

 

Gordiano Lupi
Il Foglio Letterario
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Cristò, "La meravigliosa lampada di Paolo Lunare"

4 Gennaio 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

La meravigliosa lampada di Paolo Lunare

Cristò

Terrarossa Edizioni, 2019

 

 

Paolo, nonostante il suo ominoso cognome, decide di inventare una lampada che produca luce solare, per regalarla alla moglie per il loro quindicesimo anniversario di matrimonio. Dopo tre anni l'opera è compiuta, ma non è ciò che il pover'uomo aveva immaginato: la luce prodotta è fioca, pallida e mostra immagini di un'altra dimensione. Petra, ignara di ciò che suo marito fa ogni notte da tre anni e sospettando addirittura una di lui relazione extraconiugale, nel suo rimuginare ci rivela una storia lunga almeno trenta anni, fatta di omissioni e di bugie nei confronti di Paolo. Ognuno di loro, grazie alla prodigiosa lampada, scopre che la propria vita non è proprio come gliel'avevano raccontata. E quindi? Cambierebbe davvero qualcosa se scoprissimo che qualcosa di fondamentale nella nostra vita è falso? Soprattutto cosa è fondamentale? Come noi ci raccontiamo la nostra vita o come ce la raccontano gli altri? Cristò non ci offre una sua risposta. Ci suggerisce che alla fine sono più importanti i sentimenti, ecco, su quelli sarebbe meglio non mentire. Nel racconto le persone mentono per debolezza, per non fare soffrire gli altri, per non ammettere le proprie paure. Perché sono umani in definitiva. E per questo motivo finiscono per espiare questi momenti di omissione o menzogna con una infinita e alienante coazione a ripetere gesti stereotipati e ormai svuotati di senso, secondo la migliore morale cattolica. Anche qui lo scrittore non ci fornisce la sua opinione ma parrebbe accettare questa etichettatura come ragionevole o corretta. Morire di sofferenze dopo avere vissuto nella sofferenza della bugia, senza nemmeno la possibilità di redenzione. Una vita privata di senso in ogni sua manifestazione quindi. Una vita che non auto-ripara le sue ferite perché, nonostante la storia proceda su un binario di salvezza, l'ultima parola del racconto rovescia di nuovo qualsiasi apparenza evolutiva nei nostri comportamenti. Per quanto possiamo specchiarci in certi sprazzi della luce fisica che la lampada di Paolo ci regala, non credo di avere visto il riflesso di ciò che è la Vita. Non per il senso che le do io almeno.

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Polonia Suwalki

3 Gennaio 2022 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #pittura, #sport, #racconto, #vignette e illustrazioni

Polonia Suwalki

 

Amici lettori, eccoci catapultati nel nuovo anno, come sarà questo 2022? Lo ignoro, ma sono ottimista e spero diventi migliore dei precedenti. Pertanto a voi, che ci seguite fedeli e appassionati, facciamo il nostro fervido e sincero augurio di buon anno. Vada come vada, noi cercheremo di impegnarci perché sia buono davvero.

Molto bene, sicuramente ricorderete che tempo fa vi parlai di un progetto artistico riguardante il mondo del football. Ebbene, dovete sapere che a Suwalki, una cittadina della Polonia, in un quartiere imprecisato, c'è una strada chiusa. Sul muro di fondo la porta del calcio è stata dipinta con vernice bianca. I ragazzi hanno scelto questo spazio per giocare perché ai lati ci sono solo alcuni box o botteghe e quindi la palla non può uscire in strada rotolando tra le automobili. Ha nevicato, il terreno potrebbe essere scivoloso ma per questo sarà  più divertente. Il muro è alto e qualcuno ha disegnato delle scritte sulla parete grezza, magari per farlo sembrare un vero stadio. Con la vostra fantasia non vedete i giocatori? Giocatori di calcio? Sì, perché a breve è qui che si svolgerà una partita fra due squadre speciali. Io e Mario il fantasma racconteremo la cronaca dell’incontro. Mario? Un fantasma? Per chi non mi conosce, quando scrivo tutto può succedere…

- Walter, sono pronte le squadre che ti ho procurato, non ti preoccupare, si gioca per divertimento, ma più tardi possiamo avere altro cioccolato?

- Ehi Mario, ma non ti farà male?

- Abbiamo tanto bisogno di ridere, e poi a noi fantasmi il cioccolato aggrada molto.

- Penso di non poter raccontare tutto questo in giro.

- Oh sì, certo che puoi. Allora andiamo?

E così, io e Mario abbiamo portato in Polonia una squadra di fantasmi. Sul campo di calcio improvvisato che ho dipinto, se la vedranno con dei ragazzini del posto.

Ha nevicato ma il campo  fortunatamente è praticabile. Ben schierati da una parte i ragazzini polacchi, con le guance rosse, i calzoni corti e la faccia sfrontata di chi non vuole perdere, di fronte gli avversari, una squadra di fantasmi amici di Mario, alcuni anzianotti, altri un po' meno. Va detto che è davvero una squadra di pivelli alla "viva il parroco" ma vogliono divertirsi e, in fondo, non ci stanno a perdere neanche loro. Ce la metteranno tutta per fare bella figura.

- Ok ragazzi, mettiamo la palla al centro e iniziamo a giocare, al termine cioccolata calda per tutti.

- Ehi Walter, vuoi fare l'arbitro?

- Non ci penso proprio! Mica avete bisogno di un arbitro. E poi voglio godermi la partita!

La partita è iniziata, le due squadre si affrontano come se stessero giocando la finale di coppa del mondo, sonore risate si mescolano agli incitamenti a passare la palla, fiocca anche qualche parolaccia per un passaggio sbagliato o per un duro colpo ricevuto. Tutti corrono  spensierati a perdifiato con l'unico obiettivo di vincere e divertirsi, i ragazzi polacchi sono più forti ma i fantasmi se la cavano con qualche piccolo colpo di magia. Da una parte e dall'altra ci vorrebbe un pallottoliere, i gol non si contano più e la partita rimane in parità. 

Sembra una gara senza fine ma il gioco termina quando un ragazzino calcia la palla così in alto, ma così in alto, da raggiungere il cielo. Come per incanto, quel pallone rimbalza sulla luna che si accende e illumina tutte le stelle più belle. Il cielo pieno di stelle è bellissimo, davanti a questo spettacolo tutti si fermano a bocca aperta con il naso all'insù.

- Ehi Walter, abbiamo finito la partita, ci siamo divertiti un sacco, ora puoi portarci del cioccolato, sbrigati che abbiamo bisogno di dolcezza!

- Certo, sto arrivando... Non vuoi il tè caldo prima?

- No, per favore, solo cioccolato e... anche un sacco di biscotti, sbrigati che abbiamo fame!

Amici lettori, ora c'è un problema, per favore non spifferate l’inghippo: mentre guardavo la partita ho sgargarozzato tutta la cioccolata da solo, qualcuno di voi può aiutarmi?

-Ehi, ragazzi sul campo di calcio, tranquilli, ho ordinato la cioccolata per telefono, via mail, via megafono, via telefax, insomma, tranquilli, sta arrivando.

Cari lettori, che disattenzione! E adesso? Ho molta fantasia ma come posso risolvere la questione? Idea!  Chiamo la Befana, ci penserà lei a portare la cioccolata, va tutto bene quel che finisce bene, lasciamo i ragazzi su quel campo di calcio improvvisato in Polonia e speriamo che la vecchina si sbrighi a portare il cioccolato e non dimentichi i biscotti. Io e Mario andiamo a preparare la prossima partita, vi porteremo in Irlanda del Nord, amici lettori, ancora buon 2022: passarlo insieme a voi sarà sempre un piacere.

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