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Hai Zi, "Un uomo felice"

19 Aprile 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Un uomo felice
di Hai Zi
Collana Poesia - Del Vecchio Editore  
Traduzione di Francesco De Luca

In libreria e in ebook dal 30 aprile 2020
Pagine: 180 - Prezzo: 15 euro, ebook: 7,99 euro



Francesco De Luca mi ha parlato spesso di questo libro che ha curato, del poeta che ha tradotto, del suo amore per la cultura cinese (che conosce a fondo) e che conta di diffondere anche in Italia, ben oltre i soliti stereotipi. L’esistenza di Hai Zi presenta molte analogie con la vita di Arthur Rimbaud (citato in epigrafe), perché anche lui produce l’essenza del suo corpus poetico in pochi anni, quindi muore suicida. Lascio la presentazione del lavoro alle parole della Casa Editrice, molto esaustive.

A trent’anni dalla sua morte arriva anche in Italia la raccolta completa del lavoro del grande poeta cinese Hai Zi, pubblicata per la prima volta in Italia da Del Vecchio. Hai zi si suicida appena venticinquenne sui binari del treno il 26 marzo 1989. Di fianco al suo corpo viene trovata una borsa che contiene una Bibbia, i racconti di Conrad, Walden di Henri David Thoreau e Kon-Tiki di Thor Heyerdahl. Un gesto simbolo da cui nasce il suo successo e che crea un vero culto intorno alla sua figura. La sua lirica senza tempo affonda le sue radici nella tradizione poetica cinese e si rivela al contempo incredibilmente attuale. Forse a causa della sua intrinseca dicotomia ha faticato, e fatica ancora, a trovare una collocazione univoca nonostante il grande successo di pubblico che lo ha portato a essere in Cina tra gli autori più letti e conosciuti di tutti i tempi. Prima della sua morte i lavori di Hai Zi erano pressoché sconosciuti, è solo in seguito al suo suicidio, che il culto attorno alle poesie e alla vita/morte del loro autore inizia a svilupparsi. Parallelamente cresce anche l’interesse accademico per il lavoro svolto da questo giovanissimo poeta che sviluppa la sua consistente produzione nell’arco di soli 6 anni. Pur essendo un artista figlio della rivoluzione culturale, i suoi lavori sembrano non avere alcun appiglio con la realtà politica e sociale del suo tempo, e questo gli valse e gli vale tutt’ora non poche critiche, ma a ben guardare nei versi di Hai Zi si nasconde un messaggio universale che parla all’umanità intera, al di là dei momenti storici, con una spinta trascendentale impossibile da ignorare che quindi parla di vera e universale libertà. La poetica di Hai Zi sfugge alle categorizzazioni, non si piega alle necessità piccine, perché nella sua autenticità sta la sua potenza, nella ricerca di sé in quel collegamento che unisce l’individuo al tutto, quindi nella poesia che forgia il mondo risiede il suo vero e profondo messaggio.

Francesco De Luca (scrittore, poeta e traduttore dal cinese) nel 2019 ha pubblicato il romanzo Karma hostel con Il Foglio Letterario. Il libro narra le vicissitudini di un ragazzo italiano che, deluso dall’esistenza che conduce in patria, decide di trasferirsi in Cina e di aprire un piccolo albergo per surfisti. Il romanzo fa capire molte cose della cultura cinese, affrontando il tema dei movimenti di opposizione e dei dissidenti.

 

Le poesie sono tutte edite con il testo cinese a fronte. Vediamone alcune.

Agricoltori

Nel fiume blueggiante
lavo le mani
lavo le mani dalle antiche guerre
combattere è già qualcosa di lontano
di non più adatto
il mio sangue
afferra la mia preziosa spada
l’armatura
finanche la corona
per nasconderli tra alte montagne
carrozze da Nord
si arrestano nell’affetto della terra gialla
ma la terra tramandata di generazione in generazione
sta dormendo nel sacco di semi

(1983)

In mare

Tutti i giorni son giorni in mare
povero pescatore

grumi di carne come una fune maldestra
lanciato sulle onde

vuole afferrare terre lontane

oggetti luminosi

anche solo i finti sorrisi del sole

ma afferra solo assi di legno marce:

capanne, barche e bare

dorsi di pesci migrano in branchi

senza fine e senza inizio

della giovinezza solo si può dire

quanto sia fragile

 

(Giugno 1984)

Natura

Lascia che io dica
è una donna forte e bella
pesciolini blu sono i suoi orci
e sono i suoi svestiti abiti
lei sa amarti con la carne
nelle canzoni popolari da tempo ti ama
Guardando in alto in basso
talvolta ne accarezzi il corpo
seduto sul tronco la baci
ogni foglia è le sue labbra
ma non la vedi
come sempre tu non la vedi
ma lei da lontano ancora t’ama.

(1984)

Villaggio

Nel villaggio abitano
madre e figlio
il figlio tranquillo cresce
la madre tranquilla osserva.
Tra i fiori d’amento
il villaggio è una barca bianca
le mie sorelle si chiamano fiori d’amento
le mie sorelle sono splendide.

(1984)

Autoritratto

Lo specchio è una ciotola
sul tavolo
il mio viso
è la patata nella ciotola
Ecco, escono da terra
queste dolci ossa

(1984)

 

 

Sguardi

Fiori di pero
sul muro di terra scivolano
suoni di campane di armenti
Zia ha portato due nipotini
ritti davanti a me
come due tozzi di carbone nero
forte davvero il sole
di tutto il creato in crescita, frusta e sangue!

(1985)

Mezza poesia

Sei mia
mezza poesia
ami metà col cuore
nascondi metà col corpo
sei mia
mezza poesia
che nessuno cambi una parola.

(1986)

Antologia d’amore

Seduto sul candeliere
sono una corona di fiori
penso a un’altra corona di fiori
non so quando offrire
non so come porre.

(1986)

 

Le traduzioni sono di Francesco De Luca.

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Intervista con l'artista: Giacomo Balla

18 Aprile 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #pittura, #arte, #le interviste pazze di Walter Fest, #poesia

"Dinamismo di un cane al guinzaglio" di Giacomo Balla e l'omaggio di Walter Fest"Dinamismo di un cane al guinzaglio" di Giacomo Balla e l'omaggio di Walter Fest

"Dinamismo di un cane al guinzaglio" di Giacomo Balla e l'omaggio di Walter Fest

 
Amici lettori della signoradeifiltri, bentornati al mio appuntamento con l'arte e con il blog sempre in orbita nella galassia della cultura. Questo deve proprio essere un periodo sfortunato. Devo andare a prendere l’artista che oggi intervisterò ma purtroppo i miei mezzi di locomozione sono ancora in panne, abbiamo dovuto riconsegnare il 600 a pulmino alle suore pacifiste, non potevamo approfittare della loro generosità, quindi oggi non mi rimane che prendere la vecchia 500, che si mette in moto solo se viene spinta e, in questi casi, a chi si chiede aiuto? Ma sì, si chiede aiuto a un amico, aspettate un attimo che lo chiamo.
 
- Pronto Laurent.
 
- Ciao Walter.
 
- Ho un problema, mi devi aiutare.
 
- Che dobbiamo fare?
 
- C’è una 500 da mettere in moto a spinta, non va il motorino d’avviamento.
 
- Aspettami che arrivo.
 
Amici lettori, mi dispiace di questo contrattempo, mi rendo conto che siamo nel 2080, in piena fantascienza, in piena era moderna e super evoluta, ma a noi poveri artisti, se vogliamo spostarci, non rimane che spingere miseramente a mano questa piccola automobilina. Per fortuna sta arrivando un mio amico: il poeta Laurent.
 
- Eccomi, sono arrivato, allora, che facciamo?
 
- Spingiamo, forza, io monto in macchina e tu spingi. Accendo il quadro, metto la seconda al volo, il motore parte, con la destra apro lo sportello e tu, con salto, entri.
 
- Comincio a captare la fregatura: è per questo che mi hai chiamato?
 
- Ma dai, si tratta di un piccolo aiutino, tu sei forzuto. E poi, dopo, ti presento un amico artista, intervistiamo Giacomo Balla.
 
- E’ amico tuo?
 
- Laurent, io con la fantasia tengo un sacco di amici altolocati. Dai, sbrighiamoci che ci sta aspettando.
 
E con uno schioccare di dita, i due artisti di @libereria mettono in moto la 500 e vanno ad incontrare Giacomo Balla.
 
- Laurent, con il famoso artista torinese faremo un ritorno al passato, torneremo indietro nel tempo per parlare del presente che poi è il futuro. Lo so che ti appare un concetto confuso ma, attraverso la fantasia, spiegheremo quello che accadrà fra 60 anni. Eccolo là, in compagnia del suo cane al guinzaglio.
 
- Giacomo, benvenuto a bordo, le presento un mio amico scrittore, Laurent Vercken de Vreushmen.
 
- Molto lieto maestro.
 
- Ragazzo, chiamami semplicemente Giacomo. Insomma, Walter, siamo in era post futurista, perché sei venuto con questa auto preistorica?
 
- Giacomo, è quello che passa il convento della fantasia.
 
- Ah, ho capito! Ecco perché sei andato da Dalì con il pulmino delle suore.
 
- Giacomo, quella è un'altra storia. Ma hai ragione, siamo nel 2080 e la tecnologia è parte della nostra vita, ha facilitato  il nostro quotidiano. Quello che il cinema aveva da sempre anticipato come finzione scenica ora è diventato realtà. Fortunatamente, nel 2080, prima che corressimo il rischio di diventarne schiavi, abbiamo fatto in tempo a fare qualche passo indietro. La virtualità, l'automazione non possono sostituirsi a noi, questo pianeta è nato per essere la casa di ogni forma di esistenza naturale a dimensione umana, la tecnologia deve rimanere solo uno strumento. Giacomo, parliamo del movimento Futurista?
 
- Walter, noi eravamo prima di tutto uomini con una testa, un cuore, due braccia e due mani per forgiare e plasmare la materia. Il mito della velocità era l'applicazione delle nostre teorie, l'arte è sempre stata l'apripista dei nuovi linguaggi, rompere gli schemi del passato era la nostra forza, la nostra illusione. Il Futurismo, come tutte le avanguardie artistiche, disponeva di un tempo limitato per lasciare il posto a nuove tendenze. Vedi come tutto gira? Mai permane una situazione inossidabile di staticità, è l'energia dinamica della nostra esistenza che si muove insieme al globo terrestre, in un vortice infinito, ad una tale velocità  da far sembrare ogni cosa invisibile, nella quasi perdita della cognizione del tempo. C'è solo una cosa che ci ricompatta e ci armonizza con la natura: il colore, un'infinita gamma di sfumature, parte intrinseca del nostro dna. Il colore è il cuore di ogni cosa. Sai che l'Italia è il paese più colorato del mondo? Lo è per conformazione naturale, lo è per la sua storia, naturalmente per la sua arte, non esiste paese al mondo più colorato del nostro.
 
 
 
Giacomo Balla, nel 1895, lasciò Torino per Roma e per sperimentare il nuovo Divisionismo italiano del quale, insieme ad un gruppo di giovani artisti suoi allievi, fu un importante promotore.
Gli inizi del '900 furono anni di grande modernizzazione, nonostante il periodo belligerante, l'arte era attivissima.
Giacomo Balla, un'irrefrenabile personalità mai domata, gettò le basi del movimento Futurista. In quegli anni, attraverso una vivacità creativa eccezionale, realizzò, inoltre, scenografie teatrali, arredamenti, accessori vari di uso quotidiano. Tutto questo  con il nuovo linguaggio futurista, un dinamismo sopratutto e maggiormente "colorato", per affermare un universo a 360° proiettato verso il futuro. Giacomo Balla in questo fu uno dei maggiori protagonisti.
Purtroppo, nel corso di quegli anni, se da un lato il vivere sapeva di modernità e di relativo benessere, da un altro stavano rullando tamburi di guerra. L'artista non poté fare a meno di rimanerne coinvolto. Il potere ha sempre usato l'arte e la stampa come strumenti di comunicazione. Nel 1937 G.B. avvertì la sensazione che la società stesse prendendo un'altra rotta e che l'arte non fosse più un sentimento umano, ma un qualcosa di eccessivamente portato alla presunzione, qualcosa che faceva diventare il colore, l'anima della nostra esistenza, una mera patina di facciata. Decise perciò di estraniarsi dal cambiamento dei propri ideali, portò avanti la questione con coraggiosa onestà intellettiva, subendo, da parte della cultura ufficiale, l'allontanamento come figura di spicco dell'arte Italiana.
Dopo gli anni di guerra, l'opera di Giacomo Balla venne meritatamente rivalutata a livello mondiale. Era stato un vero maestro, artefice di una unicità artistica, lasciando un'impronta fondamentale nel panorama culturale internazionale. Negli  anni a seguire continuò la sua produzione artistica, rimanendo un serio e appassionato artigiano dell'arte, scomparve ottantaseienne il 1 Marzo del 1958.
 

- Giacomo, ora vorrei parlare con te di un'opera, un monocolore importante e rivoluzionario per quei tempi, Dinamismo di un cane al guinzaglio.
 
- Cari ragazzi, avevo dentro di me la consapevolezza di provare una forte attrazione per la  fotografia, che ritenevo una grande novità. Sono stato sempre uno sperimentatore, mi sentivo come un navigatore alla scoperta di nuove terre e non potevo rimanere indifferente
 
- Giacomo, perché il formato dell'opera è quasi quadro, con il cane in primo piano e la figura della donna tagliata all'altezza delle gambe?
 
- E' facile, per una questione di libertà. Volevo liberare il cane dal guinzaglio, strappandolo idealmente alla donna, stretta, oppressa nel suo abito di sapore antico lungo fino alle caviglie, che la teneva prigioniera. Un abito che ne accentuava, ma allo stesso tempo ne celava, le belle forme femminili e naturali, mentre l'animale, con la velocità dei suoi passi, librando il guinzaglio voleva velocizzare le gambe e tutta la personalità di donna verso una modernizzazione dei propri usi e costumi.
Come puoi vedere il protagonista è il cane, che ho raffigurato in una linea obliqua verso l'alto, vedendo un orizzonte lontano. La mia stessa firma è posta in basso a destra, come autore e uomo di questa nuova epoca seguo con la mia autenticazione grafica quella direzione. Io, tramutandomi in un essere invisibile, valicando la barriera temporale, mi proietto, come una serie di fotogrammi di una pellicola in uso alla fotocamera insieme alle immagini impresse sulla cellulosa, verso il futuro.
A proposito di futuro. Eh già, ragazzi miei, nel 2080 siamo andati troppo in là, abbiamo portato troppo avanti l'umanità, smorzando un cuore che batte, un universo di sentimenti, la fantasia che ti rende felice delle cose semplici e genuine, la gioia di esistere, e ci siamo invaghiti del progresso, della scienza superiore alla dimensione umana, portando gli uomini, le donne a diventare automi infelici e questo è stato un grave errore.

- Giacomo nel 2080 siamo diventati automi infelici?
 
- Ebbene sì, fortunatamente ci siamo fermati in tempo, eravamo sull'orlo del baratro, poi il potere dell'arte magicamente ha destato, attraverso tutte le espressioni umanistiche, quella forza che ci ha permesso di separare la tecnologia dalla vera essenza dell'umanità, un'essenza fatta dei cinque sensi primordiali che ci rendono unici e felici. Siamo riusciti a ottenere il meglio dagli strumenti della scienza, rimanendo semplicemente umani. Come questa automobile antica di fuori ma moderna e iper accessoriata di dentro, che si alza in volo, non fa fumo e non inquina, bella da viverla umanamente con il più piacevole e spontaneo dei sorrisi.
 
- Laurent, tu che dici?
 
- Questa disquisizione futurista è stata deliziosa, per rimanere in tema posso deliziarvi con una mia poesia?
 
- Laurent, ti ascolterò con piacere
 
 
- Il titolo è Un piccolo genio di sottofondo.
 
Se ne sta immobile,
passeggiando
Tra i discorsi
Con un nubifragio appeso di traverso
Nel nugolo dei pensieri
E delle battute di controcanto
In risposta alle affermazioni forti
Delle affettuose personalità
Inermi eppure gigantesche,
Esse, le compagnie amiche nemiche,
Si stagliano contro un cielo
Di stonati risvolti
Nella vita di Qualcuno
Così che quando si affermano gli scherzi
In compagnia del piccolo genio di sottofondo
Ogni cosa aggiunge il valore
Ch’egli le toglie via
Con un perturbante e deciso gesto
Di chi dagli albori
Si trova a riscoprirsi
I segni delle represse voglie
A mo’ di scusa chiede
Per rubare carezze
Costantemente trasportate al centro
Rivelatore della mancanza di
Un contrappeso alle vertigini
Di fronte la manifestazione del proprio aspetto
Un triste biglietto da visita
Per resistere alla gravità di ogni cosa.
 
 
- Ehi ragazzo, ma questa è una poesia futurista!
 
- La ringrazio, detto da un artista come lei è un gran complimento, anche nel mio libro Qualcuno di inadeguato, sotto una maschera di drammaticità ho costruito un cuore che pulsa di ottimistico entusiasmo, una dinamica azione per svegliare il torpore di una vita ormai spenta, l’energia che nella mente accende la luce, la mia luce che vuole illuminare il percorso di coloro che hanno perso la speranza.
 
- Laurent, tu sei nato nel periodo sbagliato, se fossi stato dei miei tempi avresti avuto un successo straordinario, ma ti auguro di ottenerlo comunque in questa era moderna, sei giovane e il tempo è dalla tua parte.
 
- Giacomo, ti prometto che proverò.
 
- Ma Walter, Jackson Pollock mi ha detto che su questa automobilina futurista tu hai un bell'assortimento di cioccolatini.
 
- Certo Giacomo, puoi trovarli nel cassettino del frigo bar.
 
- Mi sembra di non vederli, ma cos’è questo? Un barattolo? Perché tieni un barattolo?
 
- Un barattolo?
 
- Ma sì, è proprio un barattolo e sopra c’è scritto “Merda d’artista”.
 
- Ah sì, è l’opera di Piero Manzoni.
 
- E la volete mettere con i cioccolatini che avete dato a Pollock? Sapete ora con questo barattolo che ci faccio?
 
- Ma Giacomo non è stata colpa nostra se Pollock si è pappato tutti i cioccolatini. E poi il barattolo è di Piero Manzoni per la prossima intervista.
 
- Anche se di artista sempre di merda si tratta, ora ve la tiro in testa così imparate per la prossima volta.
 
- Giacomo ti prego non lo fare, quel barattolo vale più di duecentomila euro!
 
-Ma Walter non potevi dargli la banana di Cattelan?
 
-La banana? Laurent ma che ci posso fare se gli artisti sono matti?
 
- E allora andiamoci a prendere un caffè che è meglio.
 
- Giacomo, non possiamo, Salvador Dalì ti ha lasciato da pagare il conto dell’ultima intervista.
 
- Ragazzi, tranquilli, consumiamo e poi il conto lo fate pagare a Piero Manzoni. Con quello che vale questa sua opera si può permettere di pagarci un caffè, perbacco!
 
E così, amici lettori, mentre io, Laurent Vercken de Vreushmen, Giacomo Balla e il suo cane al guinzaglio andiamo a prenderci un caffè, che poi faremo pagare a Piero, vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo incontro. Tanto avete capito con chi sarà.

Readers of Signoradeifiltri, welcome back to my appointment with art and with the blog always in orbit in the galaxy of culture. This must be an unfortunate period, because I have to go get the artist I will interview today. Unfortunately my means of locomotion are still broken down, we had to return the 600 bus to the pacifist nuns, we could not take advantage of their generosity, so today I just have to take the old 500, which starts only if it is pushed and, in these cases, who do you ask for help? But yes, you ask for help from a friend, wait a moment for me to call him.

- Hello Laurent.

- Hi Walter.

- I have a problem, you have to help me.

- What should we do?

- There is a 500 to be started, the starter does not go.

- Wait for me, I'm coming.

Dear readers, I am sorry for this setback, I realize that we are in 2080, in full science fiction, in full modern and super evolved era, but to us poor artists, if we want to move, all that remains is to push this small car miserably by hand. Luckily a friend of mine is coming: the poet Laurent.

- Here I am, what do we do?

- We push, come on, I get in the car and you push. I turn on, the engine starts, with the right hand I open the door and you, with a jump, enter.

- I begin to catch the catch: is that why you called me?

- Come on, it's a little help. And then, afterwards, I introduce you to a friend artist, we interview Giacomo Balla.

- Is he your friend?

- Laurent, I have a lot of high-ranking friends with fantasy. Come on, let's hurry up.

And with a snap of your fingers, the two @libereria artists start the 500 and go to meet Giacomo Balla.

- Laurent, with the famous artist from Turin we will make a return to the past, we will go back in time to talk about the present which is then the future. I know that this is a confused concept but, through fantasy, we will explain what will happen in 60 years. Here he is, in the company of his dog on a leash.

- Giacomo, welcome on board, I introduce you to a friend of mine, Laurent Vercken de Vreushmen.

- Hallo!

- Boy, just call me Giacomo. In short, Walter we are in the post futurist era, why did you come with this prehistoric car?

- Giacomo, that's what's available.

- Ah, I understand! That's why you went to Dalì with the nuns' minibus.

- Giacomo, that's another story. But you're right, we are in 2080 and technology is part of our life, it has facilitated our daily lives. What cinema had always anticipated as stage fiction has now become reality. Fortunately, in 2080, before we ran the risk of becoming slaves, we had time to take a few steps back. Virtuality, automation cannot replace us, this planet was born to be the home of every form of natural existence with a human dimension, technology must remain only a tool. Giacomo, are we talking about the Futurist movement?

- Walter, we were first of all men with a head, a heart, two arms and two hands to forge and shape the material. The myth of speed was the application of our theories, art has always been the forerunner of new languages, breaking the patterns of the past was our strength, our illusion. Futurism, like all artistic avant-gardes, had limited time to make way for new trends. See how everything turns? There never remains a situation of stainless static, it is the dynamic energy of our existence that moves together with the terrestrial globe, in an infinite vortex, at such a speed as to make everything seem invisible, in the almost loss of time cognition. There is only one thing that compacts us and harmonizes us with nature: color, an infinite range of shades, an intrinsic part of our DNA. Color is the heart of everything. Do you know that Italy is the most colorful country in the world? It is by its natural conformation, it is by its history, naturally by its art, there is no country in the world more colorful than ours.
 

Giacomo Balla, in 1895, left Turin for Rome and to experience the new Italian Divisionism of which, together with a group of young artists, his students, was an important promoter.
The early 1900s were years of great modernization, despite the belligerent period, art was very active.
Giacomo Balla, an unstoppable personality never tamed, laid the foundations of the Futurist movement. In those years, through an exceptional creative liveliness, he also created theatrical sets, furnishings, various accessories for daily use. All this with the new Futurist language, a dynamism above all, and more "colorful", to affirm a 360 ° universe projected towards the future. Giacomo Balla in this was one of the major protagonists.
Unfortunately, during those years, if on the one hand living tasted of modernity and relative well-being, on the other hand war drums were rolling. The artist could not help but get involved. Power has always used art and printing as communication tools. In 1937 G.B. felt the feeling that society was taking another route and that art was no longer a human feeling, but something excessively led to presumption, something that made color, the soul of our existence, a mere patina facade. He therefore decided to estrange himself from the change of his ideals, he pursued the matter with courageous intellectual honesty, undergoing, on the part of the official culture, the removal as a leading figure of Italian art.
After the war years, Giacomo Balla's work was deservedly re-evaluated worldwide. He had been a true master, creator of an artistic uniqueness, leaving a fundamental mark on the international cultural scene. In the following years he continued his artistic production, remaining a serious and passionate artisan of the art, he disappeared  at eighty-six on March 1, 1958.


- Giacomo, now I would like to talk to you about a work, an important and revolutionary one-color for those times, "Dynamism of a dog on a leash".

- Dear guys, I had the awareness inside me of feeling a strong attraction for photography, which I thought was great news. I have always been an experimenter, I felt like a navigator discovering new lands and I could not remain indifferent.

- Giacomo, why the format of the work is almost square, with the dog in the foreground and the figure of the woman cut at the height of the legs? -

- It's easy, for a matter of freedom. I wanted to free the dog from the leash, ideally snatching it from the woman, tight, oppressed in her ankle-length ancient dress, which held her captive. A dress that accentuated, but at the same time concealed, the beautiful feminine and natural forms, while the animal, with the speed of its steps, hovering the leash wanted to speed up the legs and all the woman's personality towards a modernization of its customs and traditions.
As you can see the protagonist is the dog, which I have depicted in an oblique line upwards, seeing a distant horizon. My own signature is placed in the lower right corner, as author and man of this new epoch I follow with my graphic authentication that direction. I, transforming myself into an invisible being, crossing the time barrier, project myself, like a series of frames of a film in use to the camera together with the images imprinted on the cellulose, towards the future.
About the future. Oh yes, my boys, in 2080 we went too far, we carried humanity too far, dampening a beating heart, a universe of feelings, the fantasy that makes you happy with simple and genuine things, the joy of existing, and we fell in love with progress, with science superior to the human dimension, leading men and women to become unhappy automata and this was a serious mistake.

- Giacomo in 2080 did we become unhappy automata?

- Well yes, luckily we stopped in time, we were on the edge of the abyss, then the power of art magically aroused, through all humanistic expressions, that power that allowed us to separate technology from the true essence of humanity, an essence made of the five primordial senses that make us unique and happy. We managed to get the best out of the tools of science by simply remaining human. Like this car ancient outside but modern and hyper-equipped inside, which rises in flight, does not smoke and does not pollute, beautiful to live it humanly with the most pleasant and spontaneous of smiles.

- Laurent, what do you say?

- This futuristic discussion was delightful, to stay on topic can I delight you with a poem of mine?

- Laurent, I will listen to you with pleasure

 

The title is A little background genius.

 
Se ne sta immobile,
passeggiando Tra i discorsi
Con un nubifragio appeso di traverso
Nel nugolo dei pensieri
E delle battute di controcanto
In risposta alle affermazioni forti
Delle affettuose personalità
Inermi eppure gigantesche,
Esse, le compagnie amiche nemiche,
Si stagliano contro un cielo
Di stonati risvolti
Nella vita di Qualcuno
Così che quando si affermano gli scherzi
In compagnia del piccolo genio di sottofondo
Ogni cosa aggiunge il valore
Ch’egli le toglie via
Con un perturbante e deciso gesto
Di chi dagli albori
Si trova a riscoprirsi
I segni delle represse voglie
A mo’ di scusa chiede
Per rubare carezze
Costantemente trasportate al centro
Rivelatore della mancanza di
Un contrappeso alle vertigini
Di fronte la manifestazione del proprio aspetto
Un triste biglietto da visita
Per resistere alla gravità di ogni cosa.

 

- Hey boy, but this is a futurist poem!

 

- Thank you, said by an artist like you is a great compliment, even in my book Someone inadequate, under a mask of drama I built a heart that pulsates with optimistic enthusiasm, a dynamic action to awaken the torpor of a life now spent, the energy that turns on the light in my mind, my light that wants to illuminate the path of those who have lost hope.

- Laurent, you were born in the wrong period, if you had been in my time you would have had extraordinary success, but I wish you to get it anyway in this modern era, you are young and time is on your side.

 

- Giacomo, I promise you that I will try.

 

- But Walter, Jackson Pollock told me that on this futurist toy car you have a nice assortment of chocolates.

 

- Of course Giacomo, you can find them in the drawer of the mini bar.

 

- I don't seem to see them, but what is this? A jar? Why do you keep a jar?

 

- A jar?

 

- Yes, it is really a jar and above it is written "Artist shit"

 

- Ah, yes it is the work of Piero Manzoni.

 

- And you want to confront it with the chocolates you gave Pollock? Do you now know what I can do with this jar?

 

- But Giacomo it wasn't my fault if Pollock got all the chocolates. And then the jar is by Piero Manzoni for the next interview.

 

- Even if it is artist shit, now I throw it in your head so  you learn for the next time.

 

- Giacomo, please don't, that jar is worth more than two hundred thousand euros!

 

-But Walter couldn't they have given him Cattelan's banana?

 

- Banana? Laurent, but what can I do if the artists are crazy?

 

- So let's go get some coffee, that's better.

 

- Giacomo, we can't, Salvador Dalì left the bill to pay.

 

- Guys, don't worry, we drink and then you have Piero Manzoni pay the bill. With what his work is worth you can afford to pay us a coffee, wow!

 

And so, friends, while I, Laurent Vercken de Vreushmen, Giacomo Balla and his dog on a leash, go and have a coffee, which we will then charge Piero for, we greet you and look forward to seeing you at the next meeting. I think you understand who we will interview.

 

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"Shilde" (1988) Regia di Darezhan Omirbayev

17 Aprile 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Con il cortometraggio Shild ("Luglio" in lingua kazaka) il regista Darezhan Omirbayev esibisce deciso il suo biglietto da visita e, di conseguenza, mostra fin da subito un concreto potenziale. Successivamente diventerà uno dei maestri del cinema made in Kazakistan.

In questo caso si parla di cinema sovietico, anzi, di morente cinema sovietico, visto che il crollo dell’U.R.S.S. risultava imminente. Nonostante la limitatezza dei mezzi tecnici a disposizione, il regisseur riesce a confezionare un gioiellino che, a mio avviso, ha dei richiami con il neorealismo e dove la trama è secondaria, infatti, il susseguirsi è “narrato” attraverso la prospettiva di due bambini che, a momenti, potremmo etichettare come Ladri di meloni.

A questo punto mi chiedo se Omirbayev non abbia tratto ispirazione, almeno parzialmente, addirittura prendendo in prestito alcune sequenze, da Ladri di biciclette di Vittorio De Sica. Ad ogni modo, l’atmosfera ricreata non lascia indifferente l’attento spettatore: povertà, doveri e tediosità quotidiana. I due bambini trovano soltanto un qualche stimolo col cinema, con delle ragazzate e giochi infantili. Oltretutto il finale presagisce come, globalmente, per grandi e piccini la condizione nelle steppe in Kazakistan rimane e rimarrà “arida”.

Vorrei segnalare che con “Shilde” è possibile fare i dovuti collegamenti con il successivo lavoro filmico del già citato kazako artista, ovvero il lungometraggio, Kairat, tanto da considerare il primo un prequel diretto, per via di alcuni dettagli che non mi sono di certo sfuggiti.

Il bambino assomiglia tantissimo all'adulto Kairat, entrambi interessati a opere filmiche, entrambi provenienti da una località pastorale/contadina piuttosto squallida, entrambi protagonisti di quell'essere non proprio incentivati, ed entrambi che si lasciano travolgere dall'uggiosità esistenziale a dispetto di un sole che irradia quei luoghi dimenticati da Dio. Cosa molto importante, è presente una sequenza onirica che si confonde con la realtà, indubbiamente tale espediente filmico viene preservato e sfruttato successivamente in maniera ancora più decisa col film appena menzionato, prodotto agli inizi degli anni novanta.

Quindi, assemblando il cortometraggio e il lungometraggio, sicuramente il risultato finale non lascia margini di dubbio, ovviamente, secondo una mia predisposizione da appassionato spettatore cinematografico.

Tra le varie cose mi sono focalizzato su come fin dall'inizio sia stata gestita la cinepresa, in quanto si sposta verso l'alto e intorno alla finestra, attraverso la madre addormentata e il ragazzo sveglio, per poi seguire il movimento pigro di una mosca che ronza. Che sia una sorta di colonna sonora sperimentale? Il movimento appare scandito ulteriormente appena il protagonista si alza dal “giaciglio”, dove è facile capire la sua situazione, l’ambiente, il ceto etc.

La scalcinato ed improvvisato cinema, in cui viene mostrato un melodramma musicale russo in stile Bollyowood, beh, Omirbaev continua ad avere buona padronanza di regia e sa “inquadrare” con professionalità, ad esempio lo sfiorarsi l’avambraccio quasi discreto tra i due fanciulli, elemento peraltro presente anche in Kairat.

In conclusione, direi che è uno di quei cortometraggi da visionare, adatto per molti ma non per tutti.

 

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"Poesia" di Nicola Crocetti, una rivista unica

16 Aprile 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #riviste, #poesia

 

 

 

 

Se mi chiedono quale sia la rivista più bella che ancora resiste in Italia, la risposta nasce spontanea: Poesia. Sì, perché Poesia è un mensile internazionale di cultura poetica, con testi bilingue, giunta al numero 357, che esce ininterrottamente in edicola da trentatré anni. Lo so che probabilmente non ve ne siete accorti, distratti da Novella 2000 e Gossip 3000, oppure dalla ennesima rivista di cucina che insegna come cuocere i maccheroni o le orecchiette alla puttanesca. In ogni caso è vero, la trovate persino a Piombino (casa mia, è tutto dire), certo non in tutte le edicole, ma nelle migliori, spesso su ordinazione, in ogni caso arriva. Per meglio dire, arrivava, perché Poesia da maggio riprende il cammino invertendo la rotta, decidendo per un ritorno in libreria, cambiando periodicità da mensile a bimestrale, raddoppiando le pagine e diventando una vera e propria rivista - libro. Troverete Poesia nelle librerie Feltrinelli, perché l’editore passerà da Fondazione Poesia Onlus a Feltrinelli, ma la garanzia di continuità verrà dalla direzione editoriale curata dal grande Nicola Crocetti, l’uomo della poesia in Italia, esperto di letteratura greca, traduttore e deus ex machina di un’operazione incredibile così fuori dalle mode, ma proprio per questo indispensabile. Ho tra le mani Poesia 357, numero di marzo, che celebra la fine di un’epoca, l’addio alle edicole e il passaggio in libreria. Il piatto è ricco, per questo mi ci ficco, da amante della poesia e modesto traduttore di ispanici. In apertura leggo un bel servizio su Milo De Angelis (curato da Lorenzo Chiuchiu, Davide Brullo e Cinzia Thomareizis) che ha appena pubblicato Poesia e destino (Crocetti, pp. 172 euro 15), segue Massimo Bacigalupo che presenta Louise Glück (in tedesco e italiano), quindi Nino Muzzi con Jakob Van Hoddis e Nicola Crocetti con la poetessa greca Katerina Anghelaki-Rooke. Nel numero 356 avevamo incontrato Silvio Ramat, uno dei nostri ultimi grandi poeti, che ha appena pubblicato In cuor vostro e altri versi (Crocetti), mentre qui leggiamo (lo confesso, per la prima volta) le francesi Christofle de Beaujeau, Louise Colet e il cubano Nicolás Guillén (il poeta nazionale), tutti in lingua originale, con relative traduzioni. Poesia è un piccolo gioiello, così come è ammirevole la produzione editoriale di un coraggioso editore come Crocetti, del quale ricordiamo alcuni titoli tradotti da Nikos Kazantzakis: Zorba il greco, Rapporto al greco, Francesco, Ascetica o I salvatori di Dio. Leggete Poesia e sostenetela. Ha bisogno di lettori e di nuovi abbonati. (http://www.poesia.eu/)

 

Gordiano lupi
www.infol.it/lupi

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L'assassinio di una patatina

15 Aprile 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

Premessa: chi non conosce l’ammiccante spot su una nota marca di patatine interpretato dal grande Rocco Siffredi?

Da questo breve intervento pubblicitario, mi è venuta l'ispirazione per scrivere una sorta di giallino pieno di parole “patatinose” trascritte in corsivo.

Buona lettura e buon divertimento.

 

 

 

All'esterno del Patata Meccanica, uno dei discopub di Chips City più frequentati dai cipster, una patatina stava riversa a terra in un mare di ketchup. Due giovani patatini, Crik e Crok, furono i primi a trovare il cadavere e di conseguenza ad avvertire la polizia.

Gli agenti, a sirene spiegate, arrivarono sulla scena del crimine dove un nugolo di curiosi aveva già invaso la zona. Il commissario Crocco Siffreni, incaricato delle indagini, una volta sceso dalla vettura di servizio, si mise fin da subito a lavoro esaminando la vittima con estrema attenzione.

«Che peccato, era così giovane e così novella!» constatò con amarezza.

La scientifica, da una ricostruzione sommaria, stabilì che l’uccisione di Pata Snella (il suo nome completo in base ai documenti recuperati dentro la borsa) era stata causata da numerosi fendenti.

Siffreni, interrogò Fonzies, il buttafuori del locale, un tipo alto, dal giubbotto in pelle e dallo stile di capelli anni cinquanta.

«Ehi, io non so niente!» dichiarò l’addetto alla sicurezza con espressione disinvolta, braccia conserte e spalle appoggiate al muro.

Il commissario successivamente interpellò Potato, l'inserviente ispanico che, tra le varie mansioni, aveva l'incarico di gettare i rifiuti in un cassonetto collocato vicino al luogo dell’omicidio.

«No Señor! No vi nada!» sosteneva anche lui.

Altri patatini furono interrogati, affermando di non aver notato nulla di sospetto, compresa la magrissima Stiki e la rotondetta Ring, le due stewart del discopub.

Le telecamere guaste resero l'indagine ancora più complicata, come se la gravosa vicenda fosse stata a vantaggio dell'assassino, che era riuscito così a colpire nel momento giusto, tuttavia il commissario non si perse d'animo e andò ad investigare assieme ai colleghi all'interno del Patata Meccanica semivuoto.

C'erano tre avventori seduti ai tavoli, quattro cameriere, la cassiera, il barista ed infine Yonkers, l’irrequieto proprietario. Furono tutti ascoltati.

Yonkers si dimostrò abbastanza nervoso e giustificò il suo comportamento dicendo che i clienti, approfittando dell'omicidio avvenuto, incuriositi erano scappati fuori senza pagare il conto.

Il fiuto investigativo di Siffreni era entrato in azione tanto da farlo insospettire, e, al contempo, tra la caterva dei curiosi si sentì come seguito da una misteriosa figura femminile che ritrovò appena uscito da locale.

«Scusami, per caso hai visto qualcosa?» le chiese il commissario, credendo di essere sulla strada giusta.

«Forse!» si limitò a rispondere la patatina che aveva dinanzi. E si presentò col nome di Dixi San Carlo.

«Che intendi con quel “forse”?»

«Che forse posso aiutarti. Dipende da te!»

«Ho capito l'antifona!» esclamò l’investigatore e tirò fuori il portafoglio estraendo una banconota da cento Pai.

«Non voglio essere pagata, o perlomeno non col denaro!»

«E allora in che modo poss...» e non gli fece finire la frase che la tuberina lo bloccò mettendogli un dito in bocca.

Lui cominciò a sgranocchiarlo con gusto, per continuare ancora con Più Gusto.

«Sei uno gnocco da paura, sai? Se ti aiuto, ti andrebbe di passare la notte con me?» propose Dixi con fare seducente.

L'investigatore assunse un'espressione compiaciuta.

«Immagino che c’è l’hai dorato» aggiunse l’attraente patatina.

«Va bene. Dai, friggi tutto!»

Dixi gli raccontò che, mentre se ne stava seduta ad un tavolino, si era accorta che il proprietario, sotto la maglietta, dal bancone del bar aveva nascosto furtivamente uno di quei coltelli usati per tagliare gli agrumi, per poi con atteggiamento guardingo allontanarsi piano piano in direzione dell’uscita.

«Porca Patata! Non mi aveva convinto fin dall'inizio quello lì» pensò il commissario, realizzando per l’ennesima volta di quanto fosse affidabile il suo sesto senso.

Rientrò dentro il locale per parlare nuovamente con il probabile colpevole e tentare un bluff per inchiodarlo.

«Un testimone asserisce con certezza che dopo averti seguito, ha assistito all'uccisione della signorina Snella. Sei fritto!» disse il funzionario di polizia mettendolo alle strette.

Il gestore del discopub ingiallì a quelle parole.

«Non ho fatto nien-te!» balbettò scuotendo la testa.

«Le prove sono a dir poco schiaccianti, inoltre l’utensile non è di tipo comune, se hai provveduto a farlo sparire lo cercheremo in maniera accurata mentre, se hai provato a ripulirlo, ci penserà la scientifica. Ti assicuro che le tracce rimangono sempre!»

Il sospettato si mise a tremare per poi scoppiare in lacrime accasciandosi sopra il bancone come un sacco di patate.

«Pata, mi ricattava da circa un anno, se non le davo tremila Pai al mese, avrebbe spifferato a mia moglie che la riempivo di pop-corn con alcune clienti.»

Il commissario annuì, ammanettò Yonkers e, prima di portarlo alla centrale, si fece dire dove aveva nascosto l'arma del delitto. Quest’ultimo indicò una friggitrice piena di olio.

Siffreni mantenne la promessa fatta alla San Carlo, infatti, dopo aver stilato il rapporto riguardo l'indagine lampo, si avviò verso la casa dell'appariscente patatina, dal momento che gli aveva fornito l'indirizzo.

«Ops, sei così Gustosa che in pochi minuti ti ho già riempita di maionese, mi sa che ho fatto una frittata

«Tranquillo, tanto prendo la Puff pillola!» lo rassicurò lei.

«Io di patate ne ho viste tante, gustose, fragranti. Non ce la faccio a stare senza. Ma nessuna è come te. Fidati di uno che le ha provate tutte, tu sei la migliore» ammise il poliziotto con tono intrigante.

«Mi fido Croccantino, e allora non trattarmi mai come una semplice Amica» concluse la patatina.

E ritornarono a patatare, con la radio accesa e con sottofondo la canzone "Evviva la patata, evviva chi l'ha creata!" di Wacko’s Santini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Una casa di vento: incipit

14 Aprile 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #walter fest, #pittura

Disegni di Walter FestDisegni di Walter Fest

Disegni di Walter Fest

 

 

 

 

 

Incipit de Una casa di vento di Patrizia Poli

 

Sale la scala a piedi, senza accendere la luce. Gli par di sentire Michela: «Hai tanto insistito per l’ascensore e ora non lo prendi?». Gira la chiave ed entra, lo accoglie la vampa dei termosifoni, s’infila in camera di suo figlio, subito sulla destra, con la porta spalancata perché devono averlo a portata d’orecchio anche mentre dorme. Si lascia cadere ai piedi del letto, il respiro pesante di Loris dà spessore al buio.

«Babbo.»

«Dormi, ciccio.»

«Perché ci hai messo tanto a tornare?»

«Ho fatto un giro, si sta bene fuori.»

«Volevo salutare il nonno.»

«Poi un giorno ti ci porto, ora dormi, è quasi l’alba. Cazzo, hai di nuovo la tosse.» Gli sistema il lenzuolo sotto il mento, poggia le labbra sulla fronte che è appiccicaticcia, sgradevole, calda. «Buonanotte, per quel che ne resta.»

«Buonanotte, babbo.»

Spera che si riaddormenti, che non stia sveglio nei suoi laghi di sudore, nelle sue tossi convulse che grattano la gola. Va in camera sua, si spoglia, lascia cadere gli abiti sul parquet, tutti in un mucchio solo, sa che domani Michela si arrabbierà anche per questo, ma adesso non importa, adesso è così e basta. Si stende accanto a lei. Odori e scricchiolii prendono corpo dall’oscurità. Il ticchettio della sveglia, il puzzo dei calzini che ha tenuto su tutto il giorno, la tosse di Loris, secca e raschiante, il gatto che russa fra le gambe di sua moglie. Non saprebbe dire se lei dorme o fa finta, in ogni caso è molto tardi, è stanco e non gli va di parlare. Gli occhi, però, rimangono aperti e si adattano pian piano all’oscurità della camera. Comincia a intravedere il profilo di Michela. La frangia liscia arriva fino al naso, che è grosso, la bocca è come un taglio nella faccia, solo il labbro inferiore è carnoso, l’altro è sottile, lungo. Ha un accenno di doppio mento che s’intensifica non appena ingrassa. La conosce a palmo a palmo, anni fa la percorreva con la lingua dalla fronte alle dita dei piedi, imparando il sapore dei suoi orifizi, dei suoi umori nascosti, della sua pelle, delle prime increspature che non erano ancora rughe. Ora lei non ha più un odore suo, sa di bagnoschiuma, di candeggina, di gatto. Un piede lo sfiora poi si ritrae, è freddo, con le unghie che tagliano.

Lei sente il suo sospiro e si gira nel letto, si è svegliata o forse non dormiva. Non apre bocca, però, non lo consola. Lui avrebbe tante cose da dire, le parlerebbe di come suo padre gli metteva una mano sulla spalla solo per farsi fotografare, di quando gli strappò la maglietta di dosso per punirlo, di come non era mai contento dei voti che portava a casa, di quella volta che lo sgridò perché, colorando l’album, era andato fuori dai contorni. Parlerebbe anche volentieri di tutti quei silenzi a cena, della mano di sua madre che stringeva la padella così forte da far cadere la frittata. E pure del famoso materasso, sì, che suo padre insisteva per portarlo giù, nel fondo dove trascorreva tutte quelle ore di pomeriggio dopo il lavoro, e sua madre a chiedergli perché non lo butti e perché ti fai sempre la barba dopo mangiato. Parlerebbe di tutte queste cose per vedere se quel blocco di pietra che ha sul cuore potrebbe spostarsi un pochino. Prima lei lo avrebbe anche ascoltato, pure tenendolo abbracciato, a quei tempi là, quelli della Uno. Ora gli direbbe solo: «Me l’hai già detto, che ci vuoi fare, è così.»

In una notte come questa, la notte che hanno appena tumulato tuo padre in quello schifo di loculo di cemento, Cristo santo, non dovresti fissare il soffitto, dovresti stare fra le braccia di tua moglie che ti dice «piangi amore mio sfogati», come si vede nelle fiction. A quel tempo là parlavano, quando fermavano la macchina sulla strada del Castellaccio - e la macchina non era quella di adesso e nemmeno quella prima, era la vecchia Uno - in quel posto dove di notte si vedono tutte le luci della città e delle navi in rada. Allora stavano mano nella mano per tutto il tempo, si guardavano la bocca, si baciavano. La lingua di lei cercava la sua, prima come un guizzo sulla punta, poi a fondo, fino alla gola, fino al palato, e lui rispondeva subito, la stringeva, la stritolava. E si raccontavano ogni cosa, parlavano fitto, le lucciole entravano dal finestrino, accendevano l’abitacolo d’estate, i fiati appannavano i vetri d’inverno, in macchina c’era odore del vino che avevano bevuto, del profumo di marca che lei si metteva, di sudore buono. «Chissà come saranno i nostri figli, chissà dove saremo noi fra qualche anno» gli diceva lei. Qui siamo, cazzo, qui, in questa stanza che hai arredato tu e ora non ti piace, con te che smani per le caldane e Loris che si gratta e respira male. A quei tempi lo avrebbe consolato, lo avrebbe stretto al cuore, magari avrebbe anche pianto con lui. Di piangere, lei, ha smesso da tanto. La musica si è spenta, l’amore evaporato come acqua di mare rimasta fra gli scogli. Quando l’acqua se ne va, rimangono cristalli aguzzi e amari, rimangono denti di cane che, se ti ci siedi sopra, strappano il costume, rimangono erbe marine che bucano, forse non sono erbe ma bestie con le chele, rimane il sale, proprio preciso a quello che lasciano le lacrime sulla pelle.

Dentro si sente come se avesse attraversato il deserto dimenticando a casa la borraccia. Il viso s’inumidisce, suda ghiaccio nella camera surriscaldata. Sono costretti a tenere quella temperatura per Loris, ma l’autunno è mite, un novembre che sta per diventare dicembre senza che nessuno se ne accorga, dicono che il freddo, però, quello vero, sia in arrivo a giorni. A suo padre il freddo dava parecchio fastidio negli ultimi tempi, stava ingobbito nella poltrona, non si voleva lavare. Francesco si annusa le mani, ci sente l’odore dell’olio con cui hanno lucidato le panche della chiesa e anche la bara. Forse usano lo stesso prodotto per tutto quello che è collegato alla morte. La bara è entrata nel loculo con una traiettoria sicura, forse l’unica certa della vita. Lui ha guardato Michela, sperando di vedere qualcosa, di cogliere uno di quei tic che indicano turbamento, magari anche solo la gola che deglutisce, ma lei aveva la solita espressione di sempre. Michela fa tutto quello che deve fare ma poi te lo rinfaccia, con gli occhi, con la postura del corpo. E lì lui si è spaventato, ha capito che si muore, che un giorno ti svegli ma non vai a letto la sera, apri il diario ma non ci scrivi, apri bocca ma non respiri, come suo padre all’ospedale che spalancava la gola e si sentiva il rumore attraverso la laringe. Ha capito che toccherà anche a Loris, che succederà presto, e che loro non possono farci nulla. Lui è padre ma non può proteggere suo figlio, non può difenderlo, può solo aspettarne la morte, che è innaturale, fuori dall’ordine normale delle cose. Ma stanotte deve accantonare per un momento persino il pensiero di Loris e concentrarsi solo sul proprio padre, congedarsi da lui come si deve. Di parole fra loro ce ne sono sempre state poche. Suo padre era quello che montava in silenzio le ruote del triciclo e poi stava a guardare mentre lui andava su e giù ai giardinetti spelacchiati della Questura. Quando si voltava, lo vedeva distratto che si fissava le scarpe.

Si gira nel letto, dà la schiena a sua moglie, prova a dormire. Lei soffia nel buio, forse sospira o forse è stato il gatto, o il primo inizio di vento dietro la tapparella.

 

 

Ormai è giorno, c’è una luce grigia che sporca la camera. Si alza, va in bagno a urinare, si prepara un caffè con la macchinetta a capsule compatibili. Michela si è alzata prima di lui e ora gli dà le spalle, con i polsi affondati nella schiuma del lavello.

«Il bimbo?»

«Dorme, meno male.»

«E allora lascialo dormire, non fare tutto quel casino. Perché non dai la via alla lavastoviglie invece di rigovernare?»

«Per due piatti? Non c’eri ieri sera a cena. Non ci sei mai.»

«È morto mio padre, te lo sei scordato? Avevo bisogno di un po’ d’aria, di schiarirmi le idee, di stare da solo.»

«Se eri da solo, non lo so.»

«Sempre gli stessi discorsi del cazzo.»

Lei si volta per metà: «Stare insieme a te è come lanciarsi tutti i giorni a testa bassa contro un istrice. E io sono stufa, stufa, stufa di dissanguarmi. Voglio un po’ di pace. Non mi va di litigare sempre.»

«Nemmeno a me, ma siamo quello che siamo.»

Vederla dibattersi come una farfalla intrappolata sotto il bicchiere della sua indifferenza gli procura una certa soddisfazione sadica, deve ammetterlo. «Io vado.»

«Sì, è meglio.»

Esce senza nemmeno radersi. Il gatto si piazza accanto alla porta e lo fissa, come per chiedergli dove vai così presto, dove cazzo vai tutti i giorni a quest’ora, che bisogno c’è di uscire all’alba se l’ambulatorio apre alle dieci? Ma non ce la fa a rimanere, non ce la fa vedere Loris che si sveglia e comincia subito a sudare e tossire, che lo guarda con quegli occhi imploranti. E non ce la fa a rimanere con lei, perché dovrebbe trovare parole diverse, parole morbide che non gli escono più di bocca da tanto tempo, dovrebbe avere il coraggio di toccarla, di stringerla fra le braccia e chiederle: «Com’è che ci siamo ridotti così? Siamo noi, cazzo, siamo ancora noi, Francesco e Michela, siamo tu ed io.»

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Arte al bar: Salvador Dalì

13 Aprile 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #arte al bar, #pittura, #le interviste pazze di walter fest

Disegno di Walter Fest

Disegno di Walter Fest

 
Amici lettori della signoradeifiltri, bentornati nel nostro habitat artistico, oggi incontreremo un grande artista ma, sfortunatamente, abbiamo un problema: tutti i miei mezzi di locomozione mi hanno lasciato a terra, non so come andarlo a prendere, ho bisogno di aiuto e l’unico che può correre in nostro soccorso è Matteo “scintilla”, lo scrittore di Foligno. Ora gli telefono.
 
- Matteo, solo tu mi puoi aiutare!
 
- Ciao Wà, che è successo?
 
- La 500 ha il motorino d’avviamento ingrippato, la Vespa, dopo che l’ho fatta guidare a Picasso, ha la forcella storta, la Guzzi è verniciata tutta rosa con il serbatoio verde e, se la vede “lui”, si incazza e ci molla, lo devo andare a prendere fra 10 minuti e non so come fare, ti prego fatti venire in mente un idea!
 
- Ci sarebbe il 600 a pulmino delle suore del convento delle pacifiste.
 
- Ah! E allora?
 
- E allora glielo sgraffigniamo, ma poi glielo riportiamo.
 
- In fondo siamo in missione per conto di Dio!
 
- Questa battuta la conosco, dai, non perdiamo tempo, andiamo al convento, vestiti tutto di nero per non dare nell’occhio!
 
- Come un prete?
 
- Ma che stai a dì, come Diabolik! Ma i fumetti non li leggevi? Se glielo sgraffigniamo non dobbiamo farci accorgere, mi raccomando tingiti pure la faccia di nero!
 
- E come faccio?
 
- Con i pennarelli Giotto, ma devo dirti tutto? Ma che razza di artista sei?
 
- Arrivo subito!
 
Walter Fest e Matteo “scintilla”, lo scrittore di Foligno, travestiti da Diabolik, con il viso tinto di nero Giotto, stanno per sgraffignare il pulmino delle suore, per poi di corsa andare a prendere l’artista odierno.
 
- Con un salto scavalchiamo il muro delle suore pacifiste, con una spatola da pittore apriamo lo sportello, Matteo lo scrittore, lui che se ne intende, attacca i fili del blocchetto d’accensione, io metto in moto, c’è il pieno di carburante stiamo per partire a razzo e …
 
- Ma siete proprio due imbranati!
 
 E’ la suora badessa e ha una grossa clava in mano.
 
- Prendete le chiavi e non fate rumore, certo che siete proprio due mentecatti, qui la più giovane ha 105 anni. E' una vita che non guidiamo, invece che grattarlo ce lo potevate chiedere.
 
- Sorella, andiamo di corsa, dobbiamo prendere un artista!
 
- Enbè?! Lo andate a prendere con un 600 a pulmino scalcinato? E poi chi sarebbe quest’artista?
 
- E’ quello che ha disegnato il marchio delle chupa-chups.
 
- Le lecca - lecca a pallina?
 
- Sì.
 
 - Forza, non fatelo aspettare. E quando ce lo riportate lo voglio riverniciato.
 
- Come Pollock?
 
- Domenica venite tutti e due a confessarvi, lazzaroni!
 
- Wà, parti che la suora tiene ancora in mano la clava!
 
E grazie alla raccomandazione ecclesiastica, partiamo a razzo e in un battibaleno siamo da lui, lui chi? Ma è facile, è Salvador Dalì e ci sta aspettando al bar.
 
- Maestro, benvenuto, grazie per aver accettato il nostro invito.
 
- Benvenuto una cippalippa, è un'ora che vi aspetto.
 
- Maestro, ci dispiace, le possiamo offrire un buon caffè?
 
- Sì, ma prima gradirei dei salatini, con olive, patatine e un Martini dry.
 
Per fortuna Gianni, da dietro il bancone, ha visto la scena e in un lampo ci porta tutto.
 
- Allora, di che cosa vogliamo parlare?
 
- Maestro, ci racconterebbe brevi cenni della sua vita?
 
- Ma scusate, che cosa ve ne importa?
 
- Magari ai nostri lettori interessa la sua storia.
 
- Volete che vi dica una cosa con molta franchezza?
 
- Certo.
 
- Molto bene, allora dovete sapere che coloro che si avvicinano ad un'opera d’arte non devono sapere nulla della vita di un artista. A codeste persone deve solo interessare il piacere, il gusto di vedere l’opera realizzata. Possono studiarla, ammirarla, possono essere portati a riflettere, possono sognare, ma sapere vita morte e miracoli di un artista a che servirebbe?
 
- Può aiutarci a sciogliere il dilemma?
 
- Se il pubblico fosse interessato e ammaliato dalle nostre storie d’amore, passando per i nostri disastri umani, e quindi attratto dalle nostre fortune o sfortune esistenziali, andrebbe in confusione. Ma non siete stanchi di questa vostra folle curiosità che chiamate gossip?
 
- Senza dubbio gli episodi storici hanno sempre condizionato gli artisti, senza papi e mecenati il vostro rinascimento non sarebbe nato, passami le patatine.
 
- Desidera anche qualche cubetto di parmigiano?
 
- Dopo, dopo… Ecco, vedete, l’arte va ammirata, goduta, vissuta, contemplata. L’arte è parte dell’universo, di conseguenza a voi che importa di chi ero figlio, della mia love story, delle mie performance, dei miei viaggi, dei miei baffi?
 
- Maestro, ma se l’arte è parte dell’universo, l’artista chi è?
 
- Mettiamo che l’universo sia il mezzo scalcinato con il quale siete arrivati, mettiamo che nel serbatoio non abbiate carburante e quindi sia un mezzo statico.
 
- E allora?
 
- E allora interviene la genialità dell’artista, che è il carburante dell’universo, è l’energia che accende il colore, sviluppa la potenza vitale che illumina la gente e la rende viva, un'esplosione inarrestabile di moto perpetuo, l’umanità che si fonde con la natura. L’arte mette in ordine e in disordine tutto il contesto, creando equilibrio e squilibrio per la vostra gioia, nella continua ricerca della poesia e della felicità.
 
- Maestro, a proposito di poesia, vorrei presentarle Matteo Gentili.
 
- E chi è?
 
- Uno scrittore, un poeta che ha la musica nelle rime.
 
- Ragazzo, dovresti tagliarti la barba, ti invecchia e ti fa assomigliare, con tutto il rispetto per la categoria, ad un barbiere. Ma andiamo avanti, che altro vorreste chiedermi?
 
- Maestro, può parlarci del suo stile?
 
- Io non ho stile, la mia pittura è magia, se dobbiamo parlare di stile quello deve riferirsi solo alla mia persona, io sono un oggetto fatto di stile, e il problema per gli altri è che sono inimitabile. Forza, ci provi qualcuno ad imitarmi! E volete sapere perché sono plasmato del mio stile?
 
- Certo che siamo curiosi.
 
- Volevo essere libero,  la libertà è una grande cosa. Voglio mettermi un paio di pantaloni gialli? Me li metto. Voglio indossare un paio di scarpe finte?Lo faccio. Anche se sono un pittore voglio girare un film? Io posso. E poi amo essere fotografato, perché la fotografia è una bella invenzione. Ma, soprattutto, volevo divertirmi, ridere, essere allegro, un umore che mi permetteva di dipingere e rappresentare quello che sfugge a voi umani e, senza bruchi nella testa, liberare la mia sconfinata fantasia. Lo ammetto, ero un bel giocherellone, un gran lavoratore dell’arte, ma pur sempre un giocherellone. E poi l’artista non deve essere troppo serio, non vi bastano i politici, gli accademici, gli anchorman su tutti i pulpiti del globo?
 
 
 
- Lei è stato un surrealista.
 
- Sì e anche l’unico, nonostante il movimento fosse formato da un gruppo di pittori validi, io ero "il" surrealista. Capite la differenza?
 
- Immaginiamo di sì. Maestro, che pensa degli altri artisti di quel periodo che hanno condiviso con lei quel percorso?
 
- Geniali, capaci, talentuosi, ardimentosi, in grado di rompere con l’arte del passato, ma frenati dal danaro, dall’esigenza impellente di soddisfare critici e mercanti per vendere le proprie opere, quel confine che, se non valicato, ti preclude di tuffarti nell’indefinito. Non ché io non amassi il denaro e il successo, ma non volevo fermare la mia mente su questioni terrene.
 
- E lei, staccandosi dalla massa, ha creato il suo mito.
 
- E’ stato facile perché io sono nato mito, sin da bambino avevo le mie idee molto ben chiare e poi, come tanti altri, ero predestinato. Le vedi queste mani?
 
- Sì.
 
- Sono come quelle di un prestigiatore. Disegnavo e dipingevo magia. Ma mi stavate chiedendo del momento in cui mi ero staccato dal resto dei pittori del gruppo surrealista, con i quali c’erano punti divergenti. Io non sono un lupo solitario, ho sempre lavorato con molti altri artisti, fotografi, registi, letterati, pubblicitari, unica condizione per collaborare era quella di divertirsi e di essere visionari.
 
- Maestro, lei ha attinto e ricevuto ispirazione anche da altri artisti?
 
- Come rimanere indifferenti alla bellezza dell’arte prodotta da altri artisti del passato? Io ritengo che tutto l’universo reale e inconscio sia un enorme oceano di energia, alla quale tutti dobbiamo attingere. Non ho mai copiato o imitato alcuno, ho solo attinto quell’energia necessaria per crearne di nuova. Ragazzo, che hai? Mi sembri nervoso.
 
- Matteo, digli della poesia.
 
- Maestro vorrebbe sentire una mia poesia?
 
- Certo, è per questo che sei nervoso?
 
- Sa, sono un tipo un po’ emotivo.
 
- Ragazzo, io leggo nei tuoi occhi che devi avere dentro una grande energia, forza, fammi sentire la tua arte.
 
Nella vasta distesa di diamanti impazziti cercai i ricordi senza trovarli.
Eppure luccicanti come stelle brillavano in cielo questi pensieri
Ma un uomo non può
un uomo non sa
 un uomo ama ciò che vede
Così questi pensieri trasformati in ricordi
assaporano i gesti di un cuore in subbuglio
 
- Ma bravo, bravo Matteo. E così anche tu scavi con l’astrazione nei meandri del tuo inconscio per parlare d’amore. Io di amore me ne intendo. Sapete che ho amato una donna fino alla fine per più di cinquant’anni? Come si intitola questa poesia?
 
- Lei che titolo le darebbe?
 
- Sintesi di un amore sintetico.
 
- Ma lei è un genio!
 
- Lo so!
 
- Matteo, digli del libro!
 
- Ragazzo di Foligno, hai anche scritto un libro?
 
- Sì, qualcuno. Ma quello a cui tengo molto è pubblicato con @libereria: I racconti di uno sconosciuto.
 
- Avrai successo, ma tagliati la barba e, dato che mi sei simpatico, ti concedo di farti due baffi come i miei. E quando vai alle presentazioni della tua opera mantieni questo stesso carisma. Sii ansiosamente emotivo ma reale e spontaneo, questa cosa la gente la apprezzerà. Ma adesso che si fa?
 
- Veramente dovremmo riportare il 600 a pulmino alle suore.
 
- Ho capito, datemi un passaggio alla fermata del bus. Ehi, ragazzo del bar, mi raccomando non accettare soldi da questi due, segna la consumazione sul conto di Giacomo Balla. Forza, andiamo che mia moglie mi aspetta.
 
Amici lettori, prima di riconsegnare l’autoveicolo alle suore pacifiste, io, Matteo Gentili e Salvador Dalì vi ringraziamo, vi salutiamo e vi aspettiamo alla prossima intervista con l’artista a sorpresa. E sarà ancora un piacere.
 
La sola differenza tra me e un pazzo è che io non sono un pazzo” Salvador Dalì.
 

Readers of signoradeifiltri, welcome back to our artistic habitat, today we will meet a great artist but, unfortunately, we have a problem: all my means of locomotion have left me, I don't know how to go and get it, I need help and the only one who can run to our rescue is Matteo "spark", the writer from Foligno. Now I phone him.

 

- Matteo, only you can help me!

 

- Hi Wà, what happened?

 

- The 500 is brokent, the Vespa, after I had it driven by Picasso, has a crooked fork, the Guzzi is painted all pink with a green tank and, if he sees it, he gets pissed and gives it up, I have to go get him in 10 minutes and I don't know how to do it, please come up with an idea!

 

- There is the 600 minibus of the nuns of the convent of the pacifists.

 

- Ah! So?

 

- Then we steal it, but then we bring it back.

 

- Basically, we are on a mission on behalf of God!

 

- I know this joke, come on, let's not waste time, let's go to the convent, dressed all in black so as not to catch the eye!

 

- Like priests?

 

- What are you saying, like Diabolik! But didn't you read the comics? I recommend you also dye your face black!

 

- And how do I do this?

 

- With Giotto markers, but do I have to tell you everything? What kind of artist are you?

 

- I'll be right back!

 

Walter Fest and Matteo "Spark", the writer from Foligno, disguised as Diabolik, with Giotto's face tinged with black, are about to scrape the nuns' minibus, and then go running to pick up today's artist.

 

- With a jump we climb over the wall of the pacifist nuns, with a painter's spatula we open the door, Matteo the writer  attacks the wires of the ignition lock, I start, there is full of fuel, we are going to start and ...

 

- But you're just too clumsy!

 

 She is the abbess nun and has a large club in her hand.

 

- Take the keys and make no noise, of course you are really two idiots, the youngest here is 105 years old. It's a life we ​​don't drive, instead of scratching it you could have asked.

 

- Sister, let's run, we have to take an artist!

 

- Well ?! Are you going to take him with a 600 minibus? And then who would this artist be?

 

- That's what designed the chupa-chups brand.

 

- The lollipops?

 

- Yup.

 

 - Come on, don't keep him waiting. And when you bring it back I want it repainted.

 

- Like Pollock?

 

- On Sunday both of you come to confession, lazzaroni!

 

- Well, let’s go, the nun is still holding the club!

 

And thanks to the ecclesiastical recommendation, we start and in a flash we are with him, who is he? But it's easy, it's Salvador Dalì and he's waiting for us at the bar.

 

- Master, welcome, thank you for accepting our invitation.

 

- I have been waiting for you for an hour.

 

- Master, sorry, can we offer you a good coffee?

 

- Yes, but first I would like some pretzels, with olives, chips and a dry Martini.

 

Fortunately, Gianni, from behind the counter, saw the scene and in a flash brings us everything.

 

- So what do we want to talk about?

 

- Master, would you tell us brief notes about your life?

 

- Excuse me, what do you care?

 

- Maybe our readers are interested in your history.

 

- Do you want me to tell you something very frankly?

 

- Sure.

 

- Very well, then you must know that those who approach a work of art must not know anything about the life of an artist. These people only have to care about the pleasure, the taste of seeing the work done. They can study it, admire it, they can be led to reflect, they can dream, but to know the life, death and miracles of an artist, what would it do?

 

- Can you help us solve the dilemma?

 

- If the public were interested and enchanted by our love stories, passing through our human disasters, and therefore attracted by our fortunes or existential misfortunes, they would go into confusion. But aren't you tired of this crazy curiosity you call gossip?

 

- Without doubt the historical episodes have always influenced the artists, without popes and patrons your renaissance would not have been born, pass me the chips.

 

- Would you also like some cubes of Parmesan?

 

- After, after ... Here, you see, art must be admired, enjoyed, lived, contemplated. Art is part of the universe, consequently ,who cares who I was the son of, my love story, my performances, my travels, my mustache?

 

- Master, but if art is part of the universe, who is the artist?

 

- Let's say that the universe is the crumbling medium with which you arrived, let's say that you have no fuel in the tank and therefore it is a static vehicle.

 

- So?

 

- And then the genius of the artist intervenes, which is the fuel of the universe, it is the energy that lights up the colour, develops the vital power that illuminates people and makes them alive, an unstoppable explosion of perpetual motion, the humanity that merges with nature. Art puts the whole context in order and in disorder, creating balance and imbalance for your joy, in the continuous search for poetry and happiness.

 

- Maestro, speaking of poetry, I would like to introduce you to Matteo Gentili.

 

- And who is he?

 

- A writer, a poet who has music in rhymes.

 

- Boy, you should cut your beard, it ages you and makes you look, with all respect for the category, as a barber. But let's go on, what else would you like to ask me?

 

- Master, can you tell us about your style?

 

- I have no style, my painting is magic, if we have to talk about style that must refer only to my person, I am an object made of style, and the problem for others is that I am inimitable. Come on, try to imitate me! And do you want to know why I am shaped by my style?

 

- Of course we are curious.

 

- I wanted to be free, freedom is a great thing. Do I want to wear yellow trousers? I wear them. Do I want to wear a pair of fake shoes? Even if I am a painter, do I want to make a film? I can. And then I love to be photographed, because photography is a beautiful invention. But above all, I wanted to have fun, laugh, be cheerful, a mood that allowed me to paint and represent what escapes you humans and, without caterpillars in the head, to free my boundless fantasy. I admit it, I was a great worker of art, but still playful. And then the artist must not be too serious. Aren't politicians, academics, anchormans on all the pulpits of the globe enough?

 

- You were a surrealist.

 

- Yes and even the only one, although the movement was formed by a group of valid painters, I was “the” surrealist. Do you understand the difference?

 

- Let's imagine so. Master, what do you think of the other artists of that period who shared that path with you?

 

- Brilliant, capable, talented, daring, able to break with the art of the past, but held back by money, by the urgent need to satisfy critics and merchants to sell their works, a border that, if not crossed, precludes you to dive into the indefinite. Not that I didn't love money and success, but I didn't want to fix my mind on earthly matters.

 

- And you, detaching yourself from the crowd, created your myth.

 

- It was easy because I was born a myth, since I was a child I had my ideas and then, like many others, I was predestined. Do you see these hands?

 

- Yup.

 

- They are like those of a magician. I drew and painted magic. But you were asking me about the moment when I detached myself from the rest of the painters of the surrealist group, with whom there were divergent points. I am not a lone wolf, I have always worked with many other artists, photographers, directors, writers, advertisers, the only condition for collaborating was to have fun and be visionary.

 

- Master, did you also draw and receive inspiration from other artists?

 

- How to remain indifferent to the beauty of art produced by other artists of the past? I believe that the whole real and unconscious universe is a huge ocean of energy, which we must all draw on. I have never copied or imitated anyone, I have only drawn on that energy necessary to create new ones. Boy, what's wrong? You look nervous.

 

- Matteo, tell him about the poem.

 

- Master, would you like to hear a poem of mine?

 

- Sure, is that why you're nervous?

 

- You know, I'm kind of emotional.

 

- Boy, I read in your eyes that you must have a great energy inside, strength, let me feel your art.

 

“In the vast expanse of crazy diamonds I searched for memories without finding them.

Yet these thoughts shone like stars in the sky

But a man cannot

a man does not know

a man loves what he sees

So these thoughts turned into memories

savor the gestures of a heart in turmoil "

 

- Well done, good Matteo. And so you too dig with abstraction in the maze of your unconscious to talk about love. I know about love. Do you know that I have loved a woman for over fifty years? How is this poem titled?

 

- What title would you give her?

 

- Synthesis of a synthetic love.

 

- But you're a genius!

 

- I know!

 

- Matteo, tell him about the book!

 

- Boy from Foligno, did you also write a book?

 

- Yes, someone. It is published with @libereria: The stories of a stranger.

 

- You will be successful, but cut your beard and, since you are nice, I will allow you to make yourself a mustache like mine. And when you go to the presentations of your work, you keep this same charisma. Be anxiously emotional but real and spontaneous, this thing people will appreciate. But what do we do now?

 

- Actually we should bring the 600 back to the nuns.

 

- I understand, give me a ride to the bus stop. Hey, boy from the bar, I recommend you not to accept money from these two,  marks the drink on Giacomo Balla's account. Come on, come on, my wife is waiting for me.

 

Friends, before returning the vehicle to the pacifist nuns, Walter Fest ,Matteo Gentili and Salvador Dalì thank you, greet you and look forward to seeing you at the next interview with the artist. And it will still be a pleasure.

 

"The only difference between me and a madman is that I am not a madman" Salvador Dalì.

 

 

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Volcano

12 Aprile 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

Il Vulcano, che sgradito regalo natalizio ci fece a noi poveri acitorriani. 

Quel magma, quel maledetto magma che senza pietà si mise a sfrigolare e a bollire come se fosse acqua caldissima derivante da un mefistofelico bollitore, tramutandosi in una implacabile ed impressionate lava rossa tanto da associarla a quella dell'Inferno dantesco.

Ho scolpito nell'anima ogni singolo fotogramma di quel drammatico giorno, a cominciare da quel fumo che via via si innalzava sempre più in alto sulla mia città collocata alle pendici dell'Otna. La quiete prima della tempesta, anzi, prima dello sfacelo, fondamentalmente una seconda Pompei.

All'improvviso, sentii i miei occhi bruciare in maniera pazzesca finché un’angosciante oscurità color ardesia imprigionò il sottoscritto assieme agli altri cittadini di Aci Torre in un misto di stupore e tensione fino ad arrivare alla temutissima eruzione seguita dal terremoto. Ci fu un parapiglia inaudito e una cacofonia di urla strazianti accompagnata dai pianti lancinanti dei bambini. La gente per ovvi motivi si prodigò a correre a destra e a manca, chi addirittura nel fuggi fuggi generale venne travolto dalle automobili.

L'Otna, senza troppi complimenti sparò una silurata lavica ad un'altezza incredibile, in una sorta di orgasmo, tant'è che gli zampilli e le colate apparivano come sperma rosso ed incandescente, mirati a distruggere tutto e tutti. Gli spruzzi sottili di lava scottante scivolarono via dal Vulcano alla massima velocità. Erano inarrestabili.  

La paura mi paralizzò totalmente e restai a guardare quel magnifico e al contempo orrendo spettacolo. Non durò molto, dal momento che una voce interiore mi esortava a sbloccarmi e di conseguenza ad agire. In fondo ero ancora molto giovane ed avevo una vita davanti.

Le ceneri e i gas riempirono gravosamente l'aria, mi tappai la bocca con la mano e, durante la fuga, posso assicurarlo, il cuore mi pompava a mille, peraltro assai motivato a non arrendermi, infatti avrei sputato sangue e cenere pur di non lasciarmi sopraffare da quel gigante impietoso.

Irreversibilmente fiumi di roccia fusa si addentrarono sull'inerme città sottostante sciogliendo nel loro percorso qualsiasi cosa ovvero scuole, parchi, case, supermercati, monumenti ed altre infrastrutture. Numerose bombe vulcaniche vennero catapultate dalla montagna sempre più instabile ed eccitata, procurando una moltitudine di esplosioni.

In fase conclusiva la gigantesca fontana di lava guadagnò “terreno” sia in lunghezza che in larghezza, insomma metri quadrati completamente coperti. Lo sleale e spietato Vulcano vinse con estrema facilità.
La terra si spaccò ed inciampando caddi al suolo come un sacco di patate per poi strisciare e dimenarmi.

«Sto morendo?» mi chiesi sul punto di svenire.
Da quel preciso istante, credo di aver pianto e pregato, non ricordo bene, ed infine il buio. Una volta che riaprii gli occhi, con grande sorpresa mi ritrovai al Policlinico con i medici e gli infermieri piuttosto affaccendati.   Gli angeli col camice bianco, (così li soprannominai) con i dovuti strumenti mi monitoravano costantemente temperatura, battito cardiaco e pressione sanguigna.

Mi spiegarono che ero riuscito a sopravvivere al disastro, in quanto una pattuglia della polizia municipale, composta da un uomo e una donna, in extremis, mi avevano caricato di fretta e furia nella loro auto di servizio in direzione per Bessina. Mi commuovo nel pensare che, nonostante la gravità della situazione, i due agenti non esitarono neanche un secondo a mettermi in salvo anziché tirare avanti, se non fosse stato per loro a quest’ora non sarei qui a scrivere questo racconto. Con entrambi sarò eternamente in debito.

Ora vivo a Copenaghen, a migliaia di chilometri di distanza dalla mia regione perennemente a rischio di fenomeni tellurici. Sono felicemente sposato con Anne e ho due figli, Erik e Susanne.

Qui non c’è nulla da temere.

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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INTERVISTA CON L’ARTISTA JOHN ATKINSON GRIMSHAW (Leeds 1836 – 1893)

11 Aprile 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #pittura, #le interviste pazze di walter fest

INTERVISTA CON L’ARTISTA  JOHN ATKINSON GRIMSHAW  (Leeds 1836 – 1893)
 
Amici lettori della signoradeifiltri, il blog che naviga come una barca a vela nel mare della cultura, eccomi tornato a voi in compagnia di un nuovo ospite, sicuramente lo conoscete in pochi e, appunto per questo, sarà per me un grande piacere presentarvelo, ma prima dovete aspettare che lo vada a prendere con la mia Vespa. Oggi c’è un bel sole, siamo in primavera e l’emergenza sanitaria per la nostra fantasia non esiste. Eccolo là, lo vedo, ho portato per lui un casco da vichingo. Chissà se gli piacerà, ho portato pure la copia di una sua opera e ne parleremo insieme.
 
- Ciao.
 
- Ciao Walter, come al solito sei in ritardo, Pollock me lo aveva detto che mi avresti fatto aspettare.
 
- Non  è stata colpa mia, la Vespa aveva la candela sporca, il carburatore ingolfato e la marmitta intasata.
 
- Perché non sei venuto con la Fiat 500?
 
- Tutti gli artisti che ho scarrozzato mi hanno esaurito le scorte di cioccolatini e di caffè.
 
- Ah, e allora adesso che facciamo?
 
- Pensavo di andare a  prendere il caffè e poi portarti a vedere il Colosseo che ne dici?
 
- Ok, ma non correre.
 
- Metti il casco e partiamo.
 
- Ma questo casco ha le corna!
 
- Sì, da vichingo. Perché, non ti piace?
 
- Per fortuna non c’è nessuno che mi vedà.
 
- Io dico che ti sta bene, forza partiamo.
 
Ogni volta che esco in Vespa con gli artisti, il casco che presto loro non riceve mai cenni di approvazione. Eppure sono artisti, dovrebbero essere stravaganti, comincio a credere che siano solo persone normali con scarso senso dell’umorismo, nessuno è perfetto.
 
Vrooommmm… Pochi minuti di strada e siamo arrivati a destinazione.
 
- Walter, sai perché mi piace l’Italia?
 
- Posso immaginarlo… Perché si mangia bene?
 
- Walter, perché sei così banale, tutti mi avevano parlato così bene di te!
 
- Scherzavo! Dai, voglio sentirlo dire da te.
 
- La luce, avete una luce fantastica, a voi non serve l’illuminazione, anche al buio la luce plasma, con un'armonia pazzesca, tutte le vostre cose e ti dà una grande carica emozionale. Io sono un tipo un po’ freddo e qui mi trovo bene.
 
- Ho deciso di intervistarti perché mi ha consigliato una mia amica Scozzese. E' una tua fan, le piace la tua venatura romantica. Invece a me delle tue opere piace altro.
 
- Cosa?
 
- La profondità di campo, l’ampiezza dell’immagine e il segno, un segno così pulito.
 
- E il colore? Il colore non ti dice nulla?
 
- Beh, sì, anche il colore è affascinante, però le tue opere sembrano un monocolore, difficilmente vedo dei rossi, dei blu o dei rosa.
 
- Walter, ora ti spiego, l’uso del colore era il mio biglietto da visita, o, per meglio dire, la mia poesia. La gente che poteva permettersi di acquistare le mie opere voleva prima di tutto opere che rappresentassero i luoghi dell’epoca in una forma elegante, privi di immagini sporche, violente o drammaticamente reali. Ed era quello che facevo, in sintesi realizzavo una fotografia colorandola di poesia e di un tocco di romanticismo.
 
- Avevi una tecnica molto raffinata.
 
- Diciamo che avevo una mano molto ferma, e poi considera che di carattere sono molto calmo, metodico, senza slanci emotivi e impulsivi. A poco più che vent’anni ero un impiegato, un classico damerino vestito a puntino, ordinato e puntuale come un orologio svizzero.
 
- E come sei diventato artista?
 
- Molti di noi hanno una doppia personalità, io esteriormente ero un freddo tutto d’un pezzo, ma nel cuore  e nel mio intimo vedevo e sentivo atmosfere diverse, liriche musicali con colori di sottofondo caldi e confortanti. Non avevo slanci impetuosi classici dell’artista "genio e sregolatezza", ma ero un artista disciplinato e fantasioso, e pure capace.
 
- E’ vero, le tue opere sono un mix di fantasia e razionalità fotografica, possibile che non hai mai avuto la tentazione di cambiare?
 
- E a che sarebbe servito? Quello ero io, me stesso, un tutt’uno con l’opera che andavo a realizzare e che, dopo anni di lavoro impegnativo, mi ha regalato fama, successo e gratificazione economica. La mia esaltazione non era nella sperimentazione ma nella soddisfazione di far entrare l’osservatore, con tutte le scarpe, nella mia opera e di fargli vivere le emozioni che lui voleva vivere. E, modestia a parte, anche senza scuola e maestri me la sono cavata bene. Ero casa e studio e i miei figli sono diventati artisti apprezzati e tu sai che i figli difficilmente seguono le orme dei propri genitori.
 
- Sì, capisco, ma torniamo alle tue opere, come ti dicevo, a me piacciono molto i tuoi formati ampi, li definirei dei cinemascope pittorici, sei anche famoso per il chiarore delle tue lune e dei riflessi sull’acqua.
 
- Il segreto era mano ferma, lavorare in assoluto silenzio. Prima di poggiare il pennello chiudevo gli occhi per immaginare la scena, curando con attenzione il minimo dettaglio, utilizzando strumenti e prodotti di alta qualità che dalle mie parti non mancavano e, inoltre, tanto amore. Senza amore non si va lontano e il mio amore era fatto esclusivamente di poesia, una lieve brezza che mi scaldava il cuore e mi donava la serenità necessaria per lavorare al meglio.
 
- Cosa faresti se tornassi indietro?
 
- Prima di tutto smetterei di fumare e di fiutare tabacco, poi rifarei tutto quello che ho fatto. Sono sincero, non sarei stato neanche bramoso di conoscere gli Impressionisti. Troppo trasgressivi per i miei gusti, forse al massimo sarei potuto andare a fare un giro in Giappone.
 
- Giappone? Non male come idea. Senti John, si è fatto tardi, non abbiamo preso un caffè e neanche visto il Colosseo.
 
-Walter che ne dici di andarci a fare una pizza napoletana con vino rosso e passeggiata serale al chiaror delle stelle con la tua Vespa?
 
-Pizza napoletana e vino rosso? John, ma non eri un freddo?
 
- Sì, ma la vostra pizza e il vino rosso sono molto buono!
 
Signore e signori del nostro amatissimo blog, io e John Atkinson Grimshow vi salutiamo, andiamo a farci una pizza sotto la luna che splende e vi aspettiamo alla prossima intervista a sorpresa.
 
 

Readers of signoradeifiltri, the blog that sails like a sailboat in the sea of ​​culture, here I am, back to you in the company of a new guest, surely only a few of you you know him, and it will be a great pleasure for me to introduce you to him, but first you have to wait me to pick him up with my Vespa. Today there is a beautiful sun, we are in spring and the health emergency does not exist in our imagination. There he is, I see him, I brought a Viking helmet for him. Who knows if he will like it, I also brought a copy of one of his works and we will talk about it together.

 

- Hello.

 

- Hi Walter, as usual you're late, Pollock had told me that you would keep me waiting.

 

- It wasn't my fault, the Vespa had a dirty spark plug, a flooded carburettor and a clogged muffler.

 

- Why didn't you come with the Fiat 500?

 

- All the artists I interviewed have run out of stocks of chocolates and coffee.

 

- Ah, so what do we do now?

 

- I thought of going to get coffee and then take you to see the Colosseum what do you say?

 

- Okay, but don't run.

 

- Put your helmet on and let's go.

 

- But this helmet has horns!

 

- Yes, like a Viking. Why, don't you like it?

 

- Fortunately, there is no one who will see me.

 

- I say you're fine, come on, let's go.

 

Every time I go out on a Vespa with the artists, the helmet never gets a nod of approval. Yet they are artists, they should be extravagant, I begin to believe that they are just normal people with a low sense of humor, nobody is perfect.

 

Vrooommmm ... A few minutes by road and we arrived at our destination.

 

- Walter, do you know why I like Italy?

 

- I can imagine it ... Because you eat well?

 

- Walter, why are you so banal, everyone had spoken so well about you!

 

- I was kidding! Come on, I want to hear it from you.

 

- The light, you have a fantastic light, you don't need lighting, even in the dark, light creates a crazy harmony, and gives you a great emotional charge. I'm a bit of a cold guy and I'm comfortable here.

 

- I decided to interview you because a Scottish friend of mine recommended me. She is your fan, she likes your romantic spark. Instead, I like your works more.

 

- What?

 

- The depth, the breadth of the image and the sign, such a clean sign.

 

- What about the colour? Does the colour tell you nothing?

 

- Well, yes, the colour is also fascinating, but your works seem a single colour, I hardly see reds, blues or pinks.

 

- Walter, now I will explain, the use of colour was my business card, or, better said, my poetry. The people who could afford to buy my works wanted first of all works that represented the places of the time in an elegant form, free of dirty, violent or dramatically real images. And that was what I did, in short, I made a photograph colouring it with poetry and a touch of romance.

 

- You had a very refined technique.

 

- Let's say I had a very steady hand, and then consider that I am very calm, methodical, without emotional impulses. In just over twenty years I was an employee, a classic dandy, dressed neatly, and punctual like a Swiss watch.

 

- And how did you become an artist?

 

- Many of us have a dual personality, I was externally cold, but in my heart and in my soul I saw and felt different atmospheres, musical lyrics with warm and comforting background colours. I had no impetuous classic impulses like "genius and unruliness", but I was a disciplined and imaginative artist, and yet capable.

 

- It is true, your works are a mix of fantasy and photographic rationality, is it possible that you have never been tempted to change?

 

- And what would it do? That was me, myself, one with the work I was going to do and that, after years, gave me fame, success and economic gratification. My exaltation was not in experimentation but in the satisfaction of letting the observer enter into my work and to make him live the emotions he wanted to experience. And, modesty aside, even without school and teachers, I did well. And my children became appreciated artists and you know that children hardly follow in the footsteps of their parents.

 

- Yes, I understand, but let's go back to your works, as I said, I really like your large formats, I would define them as pictorial cinemascope, you are also famous for the brightness of your moons and reflections on the water.

 

- The secret was a steady hand, working in absolute silence. Before placing the brush, I closed my eyes to imagine the scene, paying attention to the smallest detail, using high quality tools and products that were not lacking in my part and, in addition, a lot of love. Without love we don't go far and my love was made exclusively of poetry, a gentle breeze that warmed my heart and gave me the serenity necessary to work at my best.

 

- What would you do if you went back?

 

- First of all I would stop smoking and sniffing tobacco, then I would do everything I did again. I'm honest, I wouldn't even have been eager to know the Impressionists. Too transgressive for my taste, maybe at best I could have gone for a ride in Japan.

 

- Japan? Not a bad idea. Look John, it's getting late, we didn't have a coffee and we didn't even see the Colosseum.

 

-Walter, how about going for a Neapolitan pizza with red wine and an evening stroll in the light of the stars with your Vespa?

 

-Neapolitan pizza and red wine? John, weren't you a cold guy?

 

- Yes, but your pizza and red wine are very good!

 

Ladies and gentlemen of our beloved blog, John Atkinson Grimshow and I greet you. We go for a pizza under the shining moon and look forward to seeing you at the next surprise interview.

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Vincenzo Zonno, "L'ultimo spettacolo"

10 Aprile 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

L’ultimo spettacolo

Vincenzo Zonno

 

Catartica Edizioni, 2020

Pp 192,

14,00

 

Ormai Vincenzo Zonno ci ha abituato al proprio stile superlativo (a parte piccolissimi errori, forse solo refusi) di cui riveste e ammanta il suo surrealismo, che mescola a vari generi letterari, dal romanzo storico, all’horror, qui, nello specifico, alla fantascienza.

Al solito, confesso di non aver capito molto della trama del tutto onirica – e di non aver nemmeno avuto interesse a comprendere - ma di essere stata colpita dall’ambientazione. In un futuro ucronico e distopico, dove tutto è controllato dal governo centrale, i cittadini sono indottrinati e spiati attraverso gli schermi della televisione. Ogni cosa è artificiale, l’erba è sintetica, i fiori sono di stoffa, il profumo viene spruzzato da erogatori nascosti, ci si sposta a bordo di grandiosi dirigibili. Ogni aspetto della vita è diretto e amministrato dal governo. Le relazioni amorose sono regolamentate, persino la religione e l’accesso al paradiso esigono una tessera. Per decidere se si è colpevoli o innocenti c’è un elaboratore elettronico che esamina i dati degli interrogatori e stila il giudizio finale. È stata riammessa la tortura e la pena di morte viene comminata senza rimpianti. Persino i mali di stagione sono disciplinati dall’alto.

I cittadini vivono (o, meglio, vegetano) sollevati dal pensiero di scegliere e di ragionare con la propria testa, è tutto semplice, asettico, freddo. Solo il sogno li salva. Come nel film Matrix, non si sa qual è la realtà e dove finisce l’immaginazione. Non si sa chi crea cosa, chi plasma chi. Chi dorme e chi è sveglio. Chi è carnefice e chi vittima. Forse "sogno quindi sono"? 

La realtà è piatta e asfissiante, ma c’è “l’ultimo spettacolo” messo in scena per Rebecca, un tempo insegnante di danza e che ora non può nemmeno spiegare a una bambina come si balla. Una bellissima performance su un palcoscenico. Un mondo parallelo fatto di arte fantasmagorica che sublima la bruttezza del reale.

I personaggi del romanzo sono vari e strani. Harpo, un tizio che viene accusato d’omicidio ma non si può interrogare perché dorme. Un elettricista che uccide la gente. Rafaela, una ragazza morta su una panchina. Rebecca, la ex di Harpo. Carl, il delegato che indaga sull’omicidio di Rafaela, incarnazione fisica del travet, della burocrazia spersonalizzata. Convergono e si mischiano, entrano ed escono dal sogno, dal racconto che uno dei protagonisti sta scrivendo, dalla mente confusa del lettore.

Una scrittura bellissima ma, come già detto, volutamente al servizio di trame sempre più da teatro dell’assurdo. Un romanzo di nicchia, frutto di autoerotismo letterario, diretto a chi ha voglia di faticare, ricostruire, far combaciare i pezzi del puzzle. Zonno, è così. O lo si odia o lo si ama. Devo ancora decidere.

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