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La contraerea del liceo

17 Novembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

La contraerea del liceo

Quello che vi proponiamo è il primo di una serie di racconti brevi scritti da Giovanni D'Ippolito nel 2013 in occasione dei cinquant'anni del Liceo Scientifico di Bojano, per ricordare con amici ed ex compagni di classe avvenimenti spassosi della loro gioventù.

Un revival che porterà anche molti di noi a ricordarsi giovani in un contesto sociale che oramai rivediamo solo nei film in bianco e nero del grande cinema italiano di quegli anni. Un tuffo nel passato nei mitici anni 60.

La contraerea del liceo

Le finestre del nostro Liceo erano, per la loro posizione, un osservatorio privilegiato su Corso Amatuzio. Nulla poteva sfuggire allo sguardo degli studenti che vi si affacciavano per tutto il tratto che va dalla piazza fino alla Stazione, ma quella mattina nessuno avrebbe immaginato che gli occhi sarebbero stati rivolti verso il cielo. Erano appena iniziate le lezioni quando un rombo assordante fece tremare i vetri e sobbalzare gli alunni di tutte le classi che, corsi alle finestre, scrutavano verso l’alto senza riuscire a scorgere l’aereo che aveva provocato tale trambusto. Si ritornò, sollecitati dai professori, al proprio posto, ma la distrazione era stata tanta e ognuno in cuor suo sperava che il fatto si ripetesse.

Tutti erano all’erta e, trascorsi pochi minuti, si cominciò a udire in lontananza un flebile sibilo, di nuovo gli alunni eccitati corsero verso le finestre, questa volta sarebbero arrivati in tempo per vedere, infatti si affacciarono proprio mentre il muso del jet appariva a pochi metri dai loro occhi . Un muso simile a quello uno squalo che si avvicinava minaccioso e velocissimo e che, con un boato fragoroso, sfiorò il tetto della scuola.

Io avevo capito subito chi fosse ai comandi di quel velivolo e conoscevo la manovra che avrebbe fatto: l’aereo si allontanava in direzione di San Massimo seguendo la ferrovia che il pilota usava come riferimento. Poco prima del campo sportivo di Cantalupo effettuava una lenta virata a destra e, seguendo sempre il percorso della strada ferrata, giungeva al bivio di Guardiaregia dove, all’altezza del cementificio, eseguiva ancora una lenta virata a destra e via a volo radente di nuovo verso Bojano puntando l’edificio scolastico.

Ormai tutti erano certi che ci sarebbe stato un terzo passaggio e più di qualcuno, giocando alla guerra, si era attrezzato per la difesa: avevano piazzato le sedie dei banchi sui davanzali delle finestre con le gambe puntate verso l’alto e quando il jet apparve ancora una volta, dettero vita a un fuoco di sbarramento contraereo tatatatatatatatatatatatatatatatatatataatatatatataatatata, imitando una mitragliatrice e giù a ridere a crepapelle. I professori cercavano di ripristinare l’ordine e di calmare i più esagitati con scarsi risultati, anche perché vi fu subito un quarto passaggio e le mitragliatrici alle finestre erano decuplicate.

I vetri tremarono ancora, il boato fu più forte e molti si precipitarono nel corridoio dalle cui finestre videro l’aereo allontanarsi oscillando le ali in segno di saluto. Io più degli altri, a quel movimento, sentii tremare il cuore, e fui orgoglioso perché il provetto pilota era mio fratello e aveva saputo evitare la nostra contraerea. Era un gioco ma per fortuna, pensai, non era stato colpito.

Giovanni D'Ippolito

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Writer factor, il talent on line della scrittura

16 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #concorsi

Writer factor, il talent on line della scrittura

Il momento di scrivere, blog letterario online da settembre 2014, è orgoglioso di presentare la prima edizione del concorso letterario gratuito online Writer Factor.

Il concorso è rivolto a tutti gli scrittori di racconti brevi, senza distinzioni di sesso ed età. Writer Factor è un concorso articolato in quattro fasi: selezioni, bootcamp, gara e finale. La gara a sua volta è composta da ulteriori quattro manche. I partecipanti saranno divisi in quatto categorie: under 25 uomini, under 25 donne, over 25 uomini, over 25 donne. Gli autori verranno valutati e aiutati nella scrittura dei propri racconti da quattro giudici, ognuno dei quali sarà responsabile di una categoria di concorrenti, ma tutti avranno potere di voto.
I partecipanti dovranno superare la prima fase (selezioni) ottenendo almeno tre pareri positivi su quattro da parte dei giudici. Successivamente gli autori selezionati saranno chiamati a scrivere un nuovo racconto per la fase successiva (bootcamp). In questa fase saranno svelati gli abbinamenti tra i giudici e le categorie di competenza. Ogni giudice valuterà i racconti della propria categoria di competenza e selezionerà i migliori tre. Soltanto dodici concorrenti guadagneranno il passaggio alla terza fase (gara).
La gara vera e propria è composta da quattro manche, ognuna delle quali vedrà la scrittura di un nuovo racconto da parte dei concorrenti. I giudici faranno da coach e aiuteranno gli autori a comporre un racconto che metta in mostra le peculiarità artistiche dello scrittore. Tutti i racconti saranno valutati (in scala numerica da 1 a 10) dai giudici, escluso il giudice di competenza della categoria del racconto. Sulla base della somma dei voti ottenuti, sarà stilata una classifica e gli autori dei peggiori racconti saranno eliminati. Il meccanismo si ripete per quatto manche, per arrivare infine ai tre concorrenti finalisti. Nella finale (quarta e ultima fase del concorso) sarà eletto il vincitore, sempre sulla base dei voti dei giudici.
Per partecipare alle Selezioni le opere dovranno pervenire, come da bando, entro il 06 Gennaio 2016, per via telematica, all'indirizzo info@ilmomentodiscrivere.org secondo le modalità specificate nel regolamento.
Il vincitore di Writer Factor vincerà una pubblicazione con regolare contratto d’autore sulla rivista letteraria Il Lettore di Fantasia, distribuita in versione cartacea in tutta Italia e disponibile in versione digitale sul proprio sito. Il Lettore di Fantasia conta attualmente più di diecimila lettori fissi.
Il secondo classificato (se ritenuto meritevole dalla giuria) vincerà una pubblicazione con regolare contratto d’autore con Nativi Digitali Edizioni, casa editrice digitale indipendente.
Il terzo classificato (ed eventualmente il secondo) vedrà pubblicati i suoi racconti in un’antologia edita e pubblicata da Il momento di scrivere il cui ricavato sarà interamente devoluto all’associazione Unicef Italia.

La giuria è composta da:
Fabio Mosti (Il Lettore di Fantasia)
Marco Frullanti, (Nativi Digitali Edizoni)
Annarita Faggioni (Il piacere di scrivere)
Giuseppe Monea (Il momento di scrivere)

Per maggiori informazioni è possibile inviare una mail a info@ilmomentodiscrivere.org specificando il motivo della propria richiesta.

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La vita dopo la morte?

15 Novembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

La vita dopo la morte?

Come abbiamo visto, in un modo o nell'altro si torna sempre al dilemma "vita dopo la morte sì, vita dopo la morte no". E l'anima, dunque, continua a vivere? E se continua a vivere, resta vagante in questa ipotetica altra dimensione, o si reincarna (o può reincarnarsi) in un altro corpo (contenitore mortale) per una nuova esistenza?
Questo è stata sempre - anche all'interno di molte religioni del mondo - la controversia tra i materialisti (che negano) e gli spiritualisti (che affermano).
Se poi andiamo ad analizzare il pensiero (non solo) degli scienziati e degli studiosi orientali, vediamo che "nella vita è implicita la morte e la reincarnazione dell'anima in un altro corpo".
Non solo; ma si pensa che ciò obbedisca a regole ben precise, a seconda del comportamento dell'esistenza precedente, la nuova vita si sarebbe reintrodotta in un essere (persona o animale) migliore o peggiore.
E così di morte in morte, fino alla purificazione finale.
Per contro, qui in occidente studiosi come i materialisti credono che con la morte della persona tutto muore, sia il corpo materiale che quello spirituale: l'anima, appunto.
L'argomento fu affrontato anche dallo studioso Allan Kardec, che, nelle sue più importanti pubblicazioni - Il libro dei medium, Il libro degli Spiriti, Le rivelazioni degli Spiriti - studiò e sviscerò il problema della sopravvivenza dell'anima, o meglio dello spirito, dimostrando - a suo modo - la persistenza degli spiriti in altra dimensione, dimensione dalla quale essi gli avrebbero addirittura dettato i suoi libri essendo ansiosi di comunicare con i viventi.
Allan Kardec si spense a Parigi alla ancor giovane età (ma non per l'epoca) di sessantaquattro anni, a seguito delle conseguenze di una emorragia cerebrale, e fu seppellito al cimitero monumentale Père Lachaise.
Credeva così tanto nella sopravvivenza dell'anima (e in qualche modo alla reincarnazione) che sulla tomba venne posta una lapide con su scritto:

Naitre, mourir, renaitre encore et progresser sans cesse,
telle est la L
oi.

Nascere morire rinascere ancora e progredire senza sosta,

questa è la legge.

Dunque anche lui pensava: morire e rinascere per migliorarsi…
Ricordiamo cosa scriveva in seguito ai molti messaggi che gli spiriti gli comunicavano:

"I morti non affondano nel nulla! Vivono in altre sfere del reale secondo i meriti acquisiti sulla terra e bruciano dal desiderio di contattare quanti sono rimasti dall’altra parte della porta".

Gli studiosi della reincarnazione la pensano in tutt'altra maniera, come abbiamo visto; l'anima (o lo spirito di Allan Kardec) non resta confinato nell'altra dimensione, pur con l'ansia di mettersi in contatto con i viventi, ma questo essenziale elemento torna a vivere nel corpo materiale di un nuovo soggetto.
Ora, per questi signori alcuni elementi della manifestazione del fenomeno costituiscono prove vere e proprie.
Intanto va considerato il fatto che, nella maggior parte dei casi, il soggetto reincarnato, ad un certo punto della sua vita odierna, comincia a parlare spontaneamente di altra vita o di altre vite precedenti. Poi, specialmente nel caso in cui venga sottoposto a ipnosi regressiva, a puro scopo terapeutico (per guarire ad esempio da una malattia: ansia, insonnia, abulia, paura, fobia, stress) egli dà spontaneamente notizie circa vecchie esistenze. Come quando una persona si sottopone a sedute di uno psicologo che va a indagare indietro nel tempo nella vita della persona.
E che avviene (o che può avvenire) allora?

a) Il soggetto riportato all'infanzia, e anche prima, prende a parlare in lingue che (anche per la sua poca età o per la sua poca o nulla istruzione, a volte) sono a lui sconosciute (lingue straniere, o lingue morte, addirittura).
b) Prende a raccontare (e di seduta in seduta aggiunge dettagli) di una vita già vissuta, con altri nomi e in altri luoghi. Controlli successivi con vari mezzi confermano ciò che egli sta narrando.
c) Quasi mai, conferma lo sperimentatore, a queste notizie mescola avvenimenti immaginari o falsi.
d) Talvolta parla di segni particolari che avrebbe avuto su di sé il soggetto dell'altra vita con cui egli si identifica (segni che - magari - i genitori attuali non hanno mai individuato sul corpo di questo loro figlio).

Molti sono gli studiosi che, inizialmente scettici sulla verità del fenomeno, alla fine della loro lunga esperienza sono stati costretti ad ammettere che sì, la reincarnazione può esistere
Ricordiamo tra di essi, il dottor Gerald Netherton, che ha utilizzato con successo il metodo dell'ipnosi regressiva su più di 8.000 pazienti. Egli ha più volte dichiarato che inizialmente era scettico ma, in seguito ai brillanti risultati della sua esperienza, si è convinto che la regressione di un soggetto a vite passate ha portato alla scoperta di cose impensate, nuove e antiche allo stesso tempo.
E che l'unica risposta logica alla domanda, "esiste la reincarnazione?" è questa: ciò che il soggetto dichiara E' ACCADUTO.
Un altro studioso, che ha usato nel corso della sua lunga carriera il metodo della ipnosi regressiva, è il dottor Peter Ramster. Studioso australiano, nato e vissuto a Sydney, ha dedicato la sua vita alla ricerca di vite precedenti, e tutti i suoi casi sono raccolti nel libro In search of past lives, pubblicato nell'anno 1990. Ha girato anche un film sulla reincarnazione che ha avuto molto successo in campo internazionale. Ma quello che gli ha dato più notorietà è stato un lungo documentario girato per la televisione, in cui ha messo sotto ipnosi ben quattro signore, australiane come lui. Dopo aver raccolto notizie strabilianti su vite da loro vissute in un tempo precedente, esse sono state accompagnate sui luoghi da loro indicati, e, punto per punto, sono stati riscontrati tutti gli elementi che hanno dato conferma di queste esistenze pregresse.
Una di esse era la signora Cynthia Henderson che, sottoposta al trattamento ipnotico, ha ricordato di essere vissuta al tempo della rivoluzione francese, quindi alla fine del settecento; in stato di sonno ipnotico la signora ha parlato correntemente in lingua francese (lingua che lei non conosceva), ed è stato accertato che nel suo modo di esprimersi usava perfettamente le inflessioni dialettali del tempo. Non solo, ma ha indicato luoghi, strade e piazze di alcune città di quel periodo, con i nomi che portavano al tempo della rivoluzione, nomi che oggi non erano più in uso, e che sono stati rintracciati solo dopo accurate ricerche, anche consultando antichissime carte geografiche.

RACCONTI DI AMICI

Laura Fontana è una giovane signora di Piombino, la quale mi ha raccontato una storia che riporto qui sotto.
E' il settembre dell'anno 1981; esattamente il giorno 19. Laura ha 20 anni ed è innamorata di un giovane, purtroppo già impegnato (era fidanzato, mi scrive, ma quando è iniziata tra noi io non lo sapevo, pensavo fosse libero). Erano solo due anni che andava avanti questa relazione e pochi sapevano di essa. Ma questo ai fini della storia non ha importanza.
Ed ecco cosa accadde; lascio a lei la descrizione.

"Il ragazzo di cui ero innamorata parte insieme ad un gruppo di amici per una spedizione di pesca subacquea a Montecristo, un'isoletta dell'arcipelago toscano. Esattamente allo Scoglio d'Africa, un punto che noi chiamavamo Africhella.
Erano tutti ragazzi molto esperti, che facevano spesso questo sport.
Fin qui niente di strano.Sarebbero rientrati la domenica sera, ma io il sabato mattina mi sveglio all'improvviso in lacrime. Avevo fatto un brutto sogno.
Erano le 9.00. Nel sogno c'ero anch'io sulla barca insieme a quei ragazzi, si tuffavano e riemergevano ora uno ora l'altro.
Ad un certo punto tutti erano riemersi e stavano decidendo di tornare a terra, quando "lui" manifesta il desiderio di fare un ultimo tuffo. E si getta in mare.
All'improvviso, non sapevo spiegarmi perché, percepii che aveva bisogno di aiuto; mi sporgo dall'imbarcazione, cerco faticosamente di allungare una mano nell'acqua, lui era là, mezzo sotto e mezzo visibile, ma con sgomento non riesco a prendere la sua mano.
Riaffonda, gli amici si tuffano in soccorso, ma di lì a poco riemergono con il corpo senza vita.
Sogno anche l'interminabile, per me doloroso, ritorno a terra, e poi anche il funerale. Mi sveglio dal sogno di soprassalto e scoppio a piangere, un pianto convulso, inarrestabile.
Mi vesto, sono quasi le 11.00, scendo in piazza in cerca di notizie, ma "sapevo", purtroppo, ne ero certa; quando vedo venirmi incontro un amico comune, dalla sua faccia ho conferma che non era stato solo un sogno. In pratica, sapevo cosa era accaduto senza che lui me lo raccontasse; non gli do neanche il tempo di parlare ed esclamo "So tutto". Lui, che non era andato con loro, era stato appena avvisato della disgrazia.
Ho scoperto che, mentre sognavo, il tutto si stava svolgendo in contemporanea,
con la sola differenza che io non ero fisicamente presente al fatto.
Questo episodio, comprensibilmente, mi ha segnato la vita.
E voglio dirti, Marcello, un'altra cosa, importante per me: a distanza di 20 anni ho fatto di nuovo lo stesso sogno e, quando mi sono svegliata, quella mattina, ho realizzato che era lo stesso giorno dello stesso mese in cui era accaduta la tragedia.
Questo è strano: è come se io non è che avessi solo previsto ma che lo avevo vissuto in prima persona stando sulla barca con i ragazzi, e vedevo lui che saliva e scendeva senza vita, e non riuscivo a prenderlo.
Partecipai alle esequie, ci siamo anche abbracciate, io e la sua fidanzata.
Sai una cosa? Mi confessò la fidanzata, "un giorno mi disse: se potessi scegliere una morte, v
orrei che la mia avvenisse in mare."
.

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Il Milite Ignoto

14 Novembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Il Milite Ignoto

“La Madre chiama: in te comincia il pianto, nel profondo di te comincia il canto, l’inno comincia degli imperituri”. (G.D'Annunzio)

Da pochi giorni è trascorso l'anniversario della vittoria della prima guerra mondiale avvenuta il 4 novembre 1918. In Italia, contraddistinta da scarsissimo animo patriottico, tale festa è stata declassata a “giornata delle Forze Armate”, abolita da tempo dal calendario come festività nazionale, è divenuta giornata lavorativa, l’Italia preferisce continuare a festeggiare il 25 aprile, che ricorda una sanguinosa guerra civile e non la conclusione del Risorgimento con Trento e Trieste restituite alla Patria. La memoria ufficiale è corta, ma non è possibile seppellire completamente i morti e, tra voci discordanti di chi ritiene la Grande Guerra un'inutile carneficina, e chi esalta gesta eroiche e patriottismo, si è conclusa anche la celebrazione del suo centenario.

Io, ormai fuori termine, voglio ricordare oggi la storia di una donna e di suo figlio, un soldato morto durante la Grande Guerra, la cui vicenda, come spesso accade, è dimenticata o poco conosciuta.

Antonio Bergamas, caduto venticinquenne sull’altopiano di Asiago, era un giovane maestro elementare di Trieste, un militante mazziniano, degli ideali repubblicani, del primo futurismo e dell'irredentismo. Era un volontario, protagonista di manifestazioni interventiste, che scelse di arruolarsi come fante nella Brigata Re, ma era un volontario particolare, perché disertore dall’esercito austro-ungarico, essendo egli residente in una città ancora sotto il dominio austriaco. Era determinato a combattere la sua guerra per l'Italia e non condivideva con altri volontari come Cesare Battisti o Nazario Sauro soltanto l'amor di Patria, la certezza del rischio che avrebbe corso, ma anche la cieca vocazione al sacrificio che traspare da alcune righe di una sua lettera inviata alla madre dal fronte.

"Domani partirò chissà per dove, quasi certo per andare alla morte. Quando tu riceverai questa mia, io non sarò più. […] Addio mia mamma amata, addio mia sorella cara, addio padre mio, se muoio, muoio coi vostri nomi amatissimi sulle labbra davanti al nostro Carso selvaggio, cercando di indovinare se non lo rivedrò il vostro mare, e cercando di rievocare i vostri volti venerati e tanto amati." Si firmava Tonin. (Fabio Todero, "Morire per la Patria")

Ci sono libri che di questo giovane raccontano la storia precisa, il suo viaggio a Roma, l’addestramento militare a Venezia, la smania interventista, il battesimo di guerra sul monte Podgora, la vita di trincea al Monte Sei Busi. E poi le lettere ai familiari, alla sorella, ai genitori che gli avevano trasmesso sentimenti di italianità e anche le discrete lettere a una innamorata mai dichiarata; fino alla morte, avvenuta sul Monte Cimone nel giugno 1918, mentre andava all'assalto di un nido di mitragliatrici austriache.

Tra il 1920 e il 1921 in tutti i paesi vittoriosi del primo conflitto mondiale, fu istituita una solennità nazionale in ricordo dei soldati deceduti e in Italia si fece strada l’idea di tributare onoranze solenni alla salma sconosciuta di un soldato che ricordasse i 650.000 caduti. Un’apposita commissione, presieduta dal gen. Giuseppe Paolini e della quale facevano parte anche quattro ex combattenti, fu incaricata di reperire, percorrendo i campi di battaglia in ogni zona del fronte, undici salme di soldati non identificate, una delle quali sarebbe stata scelta e tumulata a Roma nel Vittoriano, il complesso monumentale appena costruito, durante quella che è stata probabilmente una fra le più importanti commemorazioni nazionali nella storia dell’Italia unita.

Le bare tutte uguali vennero poste in fila nella navata centrale della Basilica di Aquileia e una donna, una madre fra duecentomila i cui figli erano caduti e di cui mai si erano ritrovati i resti mortali, fu destinata a scegliere quale fra undici dovesse rappresentare tutte le altre. Durante una toccante cerimonia, Maria, madre di Antonio Bergamas, entrò in Chiesa sfilò fra i feretri esposti e, davanti alla decima bara che passava in rassegna, si accasciò in lacrime fra la commozione generale. Il suo gesto fu interpretato come una scelta e quella da lei indicata è ancora oggi la salma del Milite Ignoto che riposa nella capitale. Non si trattava sicuramente di suo figlio, non poteva e non doveva esserlo, per rappresentare tutti i caduti, l'eroe sublime e puro che racchiudesse in sé ogni migliore virtù del soldato italiano, doveva restare ignoto, ma in ogni cittadino quel gesto suscitò un sospiro, una lacrima e profonda partecipazione.

Maria si annullò come donna per essere madre di ognuno di loro e ora riposa tra i cipressi dietro l’abside della basilica paleocristiana di Aquileia, circondata dalle tombe dei dieci caduti sconosciuti, che non partirono per Roma.

La bara prescelta fu collocata sull’affusto di un cannone e, accompagnata da reduci decorati al valore, fu deposta in un carro ferroviario, appositamente disegnato, che la portò da Aquileia fino a Roma. Il feretro fu scortato da soldati che lo vegliarono in turni di guardia per tutta la durata del viaggio. Milioni di italiani si raccolsero spontaneamente lungo i binari e il convoglio lentissimo giunse a destinazione accompagnato da due immense ali di folla. Nel corso di una sontuosa cerimonia a cui presero parte, oltre a una folla oceanica, la famiglia reale e il governo al completo, fra il rullo dei tamburi fasciati a lutto, il rimbombo delle salve di artiglieria che esplodevano in tutti i forti della città, e lo scampanio di ogni chiesa di Roma, la salma, accompagnata dai decorati, salì i gradini del Vittoriano, seguita da madri e vedove di guerra. Vittorio Emanuele, visibilmente emozionato, appuntò sulla bandiera che copriva la bara la Medaglia d’oro al Valor Militare concessa “motu proprio”. Una volta inumato il feretro, il monumento cessò di essere il Vittoriano e divenne Altare della Patria, era il 4 novembre 1921.

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Lorenzo Pini, "L'Avana - ritratto di una città"

13 Novembre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Lorenzo Pini, "L'Avana - ritratto di una città"

Lorenzo Pini
L’Avana - Ritratto di una città
Odoya – Pag. 300 – Euro 20,00

Confesso un peccato di vanità. Ho comprato questo libro perché mi cita in alcune pagine come un autore che ha fatto conoscere in Italia molti scrittori cubani. E poi, forse, l’avrei comprato comunque, un’intera biblioteca della mia casa è dedicata a libri di cultura cubana e letteratura caraibica.

Grande è stata la mia sorpresa quando mi sono accorto che Lorenzo Pini non solo mi cita, ma mi copia per pagine e pagine, soprattutto quando parla del rapporto tra gli scrittori e la capitale cubana. Utilizza diverse mie traduzioni senza citarmi, ma questo sarebbe il meno, se non confondesse Fuera del juego – una raccolta di poesie – con uno scritto in prosa, da me ritrovato e tradotto, di Heberto Padillla. Aggiungo che viene citato a piene mani Alejandro Torreguitart Ruiz, da me scoperto e tradotto in Italia, senza mai far riferimento al traduttore. Guarda caso tutte le citazioni letterarie tratte da Abilio Estévez, Pedro Juan Gutierrez, Zoé Valdés, sono identiche a quelle che riporto nei miei libri e in diversi scritti pubblicati su Internet. La mia vanità è soddisfatta. Non credevo di essere così importante da vedere la mia modesta opera saccheggiata e riprodotta in un testo edito da Odoya.

A parte questo Lorenzo Pini completa il suo libro avanero con il supporto del lavoro di Leonardo Manera e con molte notizie estrapolate dalle tante guide su Cuba reperibili sul mercato. Al termine della lettura ci rendiamo conto di aver letto un testo ben confezionato dall’editore - che lo arricchisce con foto, bibliografia e indice dei nomi - ma completamente privo di cuore. Lorenzo Pini ha vissuto L’Avana nella sua realtà più intima, oppure ha fatto un rapido viaggio da turista e si è messo a scopiazzare il lavoro altrui per redigere un testo informativo? La domanda è retorica. L’Avana - Ritratto di una città è un testo senza cuore, privo di nerbo e sentimento, un lavoro compilativo e didascalico, enciclopedico e arido come una giuda turistica. Si poteva fare di meglio. Infine, venti euro per 300 pagine in carta riciclata, senza una foto a colori, è un prezzo esorbitante.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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Il PULP è intorno a noi

12 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #il mondo intorno a noi

 Il PULP è intorno a noi

Lo scrittore Simone Giusti ci parla della nuova collana PULP che dirige per Marchetti Editore.

"«La vicenda è più importante della carta». Così disse Frank Munsey quando più d’un secolo fa fondò Pulp Magazine, chiamata così per via della carta di pessima qualità ricavata dalla polpa di legno, appunto pulp.

PULP è la nuovissima collana di Marchetti Editore che raccoglie il testimone da Frank Munsey e, attraverso le rielaborazioni del nostro cinema di genere e dei recenti successi di Tarantino, riporta in auge uno stile narrativo amatissimo ma da noi poco prodotto, fatta eccezioni per il fenomeno dei Cannibali degli anni Novanta.

La collana sfornerà un romanzo ogni tre/quattro mesi. Saranno romanzi brevi di spiccata indole pulp. Avranno pagine gialle, ruvide, saranno libri stilisticamente aggressivi perché anche questa è estetica pulp. Con la voglia e la sicurezza di poter tirar fuori dal calderone ribollente degli sconosciuti autori di gran pregio, scopo della collana non sarà andare in cerca di storie ma di autori, autori nascosti tra le pagine degli inediti ma già maturi, autori bravi, autori capaci di far impallidire i più noti e venduti. In pieno stile pulp, strizzando l’occhio a Bukowski e Shirley, ammiccando con simpatia alle storie più surreali del nostrano Ammaniti, PULP non guarderà in faccia nessuno, non si auto-censurerà, mai, non cederà il passo, prenderà di petto storie e società. PULP sarà un ragazzaccio vestito male, scontroso e senza rispetto, ma un ragazzaccio che – potete scommetterci – ci saprà fare.

Primo numero della collana è Pisa connection, in pratica il riassunto di tutto ciò appena esposto. Ambientato in una torrida serata pisana, racconta l’odissea d’un tossico rimasto al verde e in preda a una crisi d’astinenza che vaga per la città in cerca d’una dose. La vicenda di Jimbo (così si chiama il tossico) ha l’effetto d’un pugno nello stomaco che ci lascia in bocca il gusto amaro d’una società vista con gli occhi d’un emarginato. Lo stile rapido e ironico fa di più, catapulta il lettore sulla giostra impazzita che è la mente di Jimbo che, tra protettori assassini, produttori russi di metanfetamina, terroristi islamici dell’ultim’ora, vigili urbani, carabinieri e cittadini che vivono la città in una notte afosa, va a intrecciare la sua vicenda col discorso che il Presidente del consiglio sta per tenere in piazza del duomo. Il tutto genera esiti e situazioni al limite del surreale. Violenza fisica e psicologica allo stato puro, un concentrato della nostra peggior società senza i fiocchetti del perbenismo e dell’illusione.

Scopo della collana diretta da Simone Giusti, che è anche autore del primo romanzo, non è soltanto quello di offrire scelte diverse a un pubblico il più possibile variegato ma, attraverso un portale web e il progetto di incorniciare i romanzi cartacei con storie brevi pubblicate solo su piattaforme digitali, è anche quello di creare un circolo di scrittori e lettori affiatati e di lastricare nuove strade per permettere a chi finora non ne ha avuto la possibilità di esplorare sentieri sconosciuti.

Buon PULP a tutti. Siamo arrivati."

Simone Giusti

PISA CONNECTION (Primo numero PULP) Marchetti Editore, 110 pagine, 10 euro.

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In giro per il Molise: San Giovanni in Galdo

11 Novembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per il Molise: San Giovanni in Galdo

Le fotografie di Flaviano Testa, sempre efficaci e emozionanti, raccolgono sentimenti, oltre che immagini, e continuano ad accompagnarci nel Molise, una piccola regione poco conosciuta e apprezzata, ma ricca di bellezze naturali, di storia e di brava gente, orgogliosa e ospitale.

Oggi andiamo a San Giovanni in Galdo, un paesino di soli 600 abitanti in provincia di Campobasso. Situato su una rupe di roccia arenaria, all'arrivo, appare come un presepe, la morfologia del territorio su cui sorge offre scorci panoramici molto suggestivi. Ciò non basta a fare di questo luogo incantevole un paese vissuto e densamente abitato, la povertà da sempre ha portato lontano i giovani che sono emigrati in cerca di un lavoro e di un futuro.

Il paese nel XV secolo rimase diviso a metà da una grande frana che ne inghiottì letteralmente una buona parte, l'abitato non risorse mai completamente, l'emorragia lenta e inarrestabile è continuata fino ai giorni nostri, nell'ultimo mezzo secolo, la popolazione è passata dai 2166 abitanti del 1955 ai 624 del 2011.

Il toponimo è di origine longobarda (da wald = bosco). L'abitato si ritiene sia sorto prima del Mille, ma in anni recenti, sul colle Rimonato, sono stati portati alla luce i resti di un “tempietto italico”, che testimonia la presenza dell'uomo in loco fin dai tempi più antichi. Ubicato in posizione panoramica sulla valle del torrente Fiumarello, il tempio domina il percorso del tratturo Castel di Sangro-Lucera. L'area sacra ha una forma quadrangolare ed è racchiusa in un recinto costituito da grossi blocchi di pietra. Nella parte chiusa, al di sotto del pavimento decorato da tessere di mosaico bianche, sono state rinvenute delle monete, deposte all'atto della costruzione, che consentono dunque di datare l'edificio. Le monete più antiche risalgono alla prima metà del III secolo a.C., la moneta più recente è un denario d'argento dell'anno 104 a.C.

Nel centro abitato si erge la chiesa di San Giovanni Battista, in parte diroccata, che leggenda vuole sia stata edificata su una vecchia costruzione appartenente all'ordine monastico dei Templari. Di notevole interesse è anche la chiesa di San Germano, al cui interno si possono ammirare un pulpito trecentesco, una tela importante di scuola napoletana raffigurante un San Germano e una scultura lignea settecentesca raffigurante san Nicola e attribuita a Giacomo Colombo.

Il paese è piccolo e, per la maggioranza, gli abitanti sono anziani seduti sulla porta in attesa del ritorno dei figli e dei nipoti, i quali spesso si recano in paese in occasione delle svariate feste tradizionali che si svolgono dalla primavera e per tutta l'estate in varie ricorrenze, per abbracciare parenti e amici e assaggiare quelle specialità che solo nel loro paese natio sanno ancora cucinare. Ecco alcune di queste ricette: la “fracassé”, composta da interiora di agnello uova e parmigiano in fricassea, il “Panunto” fatto di pane di grano duro, pomodori, salsicce, peperoni e olio del posto, trippa e pizza di granone, caponata e torcinelli, piccoli involtini, realizzati con le interiora dell'agnello e insaporiti in vari modi, da cuocere arrosto. Si chiude con la festa di “addio all'estate”, che si tiene il 30 agosto di ogni anno, con degustazione di pasta e polpette. Di sicuro non si possono definire piatti leggeri e dietetici, ma sono di origine antichissima e, nell'antichità, pietanze simili, con molti grassi animali, erano assai diffuse poiché sfruttavano le uniche risorse locali, quali olio, frumento e carne per lo più ovina.

In giro per il Molise: San Giovanni in Galdo
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Shelley a Livorno

10 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #poesia

Shelley a Livorno

Il poeta inglese Percy Bysshe Shelley (1792 – 1822), complice l’eredità del nonno e per ovviare alla salute malferma dovuta alla tisi che lo minava, scelse di trascorrere molta parte della sua vita in Italia, luoghi di elezione furono Napoli, Pisa (dove lo raggiunse Byron) e Livorno.

A Livorno soggiornò tre volte, nel 1918, nel 19 e nel 22, anno della sua tragica morte in mare.

Fu ospite di amici inglesi ma alloggiò anche a villa Valsovano, dove compose la tragedia The Cenci, pubblicata nel 1819 - cui attinse anche il Guerrazzi – e le famose odi To a Skylark e To Freedom.

Da giugno a settembre del 1819 Shelley e Mary Wollstonecraft si stabilirono a villa Valsovano. Mary era molto abbattuta, avendo visto morire due dei suoi tre figli in un anno. Solo nel maggio precedente erano venuti a Livorno con tutti e tre i bambini e due domestiche ma ora la casa era molto più triste. Shelley cercò rifugio nel lavoro e quell’estate, sul tetto della villa, compose The Cenci, tragedia dal gusto gotico, basata sulla storia di una famiglia realmente vissuta nel cinquecento. Ne furono stampate nella nostra labronica 250 copie, poi spedite a Londra.

L’estate dopo erano nuovamente a Livorno e Shelley compose la famosa ode All’ allodola, della quale riportiamo alcuni versi centrali particolarmente belli e già, in pieno romanticismo prima maniera, precursori di quello che sarà il nostro decadente Gelsomino Notturno e di alcune liriche wildiane cariche di sensualità estetizzante.

“Like a rose embowered

In its own green leaves,

By warm winds deflowered,

Till the scent it gives

Makes faint with too much sweet these heavy-wingéd thieves:

Sound of vernal showers

On the twinkling grass,

Rain-awakened flowers -

All that ever was

Joyous and clear and fresh - thy music doth surpass.”

Villa Valsovano si trova in via Venuti 23 e una lapide del 1962 ricorda il soggiorno di Shelley:

In questa casa già villa Valsovano dimorò da metà giugno a fine settembre 1819 nel suo più lungo dei soggiorni livornesi Percy Bysshe Shelley tornato a ritemprare le forze e lo spirito nella pace della nostra amena campagna a lui ispiratrice di stupendi carmi. Scrisse allora tra l’altro la tragedia “I Cenci”e nell’estate seguente alloggiando poco lungi la poetica epistola a Mary Gisborne e la celebre ode “a un’allodola.”

Fu nel golfo di La Spezia, davanti a Lerici, che, tornando in barca proprio da una gita a Livorno, l’8 luglio 1822, Shelley naufragò in una tempesta. Il suo cadavere fu ritrovato dieci giorni dopo su una spiaggia nei pressi di Viareggio.

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Gli stabilimenti cinematografici Pisorno

9 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #cinema

Gli stabilimenti cinematografici Pisorno

La fascia costiera fra Pisa e Livorno era già stata scoperta da Hollywood negli anni venti, tanto che nel venticinque furono girate al Molo Novo alcune scene di un Ben Hur muto.

Nel 1933 l’ente Autonomo Tirrenia costruisce, su progetto di Antonio Valente, gli stabilimenti Tirrenia Film. L’anno dopo Giovacchino Forzano rileva la struttura, che sorge in una palude di rettili e zanzare, dove c’è solo un fortino della Guardia di Finanza, detto Mezzaspiaggia. Risistematala con 500 mila lire, frutto della compartecipazione alle spese della famiglia Agnelli e di Persichetti, poi fondatore di una casa di doppiaggio, la trasforma negli Stabilimenti Pisorno, cosiddetti perché equidistanti fra Pisa e Livorno.

Forzano è autore di teatro, librettista del Gianni Schicchi, regista teatrale e cinematografico e mette in scena molte delle proprie opere, ma è soprattutto amico e collaboratore di Mussolini, che già ha voluto fortemente Tirrenia come perla di architettura fascista e di delizie balneari. Gli stabilimenti devono servire anche a produrre propaganda e attirare consenso. Non a caso uno dei primi film girati è, significativamente, Camicia nera.

Il mare, la lunga spiaggia di sabbia fine, i fiumiciattoli, le pinete e le colline, rendono appetibile la zona per gli americani come location ideale di molti film, e gli stabilimenti occupano 500.000 mq.

Nel periodo del suo splendore, la Pisorno diventa la prima capitale del cinema, prima ancora di Cinecittà, vi recitano attori del calibro di Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Amedeo Nazzari, Domenico Modugno, Vittorio Gassman, Klaus Kinski, Philippe Noiret, la famiglia de Filippo al completo, Fosco Giachetti, Massimo Girotti, Totò, Gino Cervi e, naturalmente, la locale Doris Duranti, diretti da registi di chiara fama come de Sica, Blasetti, Ferreri. Anche Tirrenia risplende di luce riflessa, grazie alle dive e ai divi che prendono il sole in costume sul litorale.

Muovono i primi passi negli studios di Tirrenia i fratelli Taviani e Monicelli. Sciuscià (del 46) per la regia di de Sica, è interpretato da molti attori non protagonisti presi nelle strade labroniche. Si forma proprio qui una scuola di tecnici, fonici, truccatori, poi assorbiti da Cinecittà.

Durante la seconda guerra mondiale, gli studios sono requisiti dagli americani, che li trasformano in magazzini, fino al 48. Nel 61 vengono comprati da Carlo Ponti ma i costi sono alti e l’impresa si conclude già nel 69; Ponti abbandona, la Rai rifiuta l’acquisto, gli studios chiudono i battenti e muoiono lentamente.

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Il ponce al rumme

8 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere, #ricette

Il ponce al rumme

Gastone Biondi. Storia e segreti del ponce al rumme

Ermanno Volterrani

Debatte editore, 2012

Lo scrittore Ermanno Volterrani - noto in ambiente livornese soprattutto per la sua rivalutazione del vernacolo in raccolte di poesie come La mia amica triglia, ma autore anche di testi in italiano, fra cui spicca il commosso racconto delle vicende vissute dal padre durante la guerra in Albania - presenta la biografia romanzata di Gastone Biondi.

Hanno collaborato alla stesura del testo la figlia di Gastone, Caterina, e Otello Chelli, figura di spicco della cultura e tradizione livornese, che ha scritto la prefazione del libro.

Gastone Biondi era il proprietario della famosa fabbrica di liquori Vittori che produceva, e ancora produce – anche se adesso è stata rilevata dall’Arkaffè – il rum fantasia, lo speciale ingrediente per la preparazione del ponce al rum, anzi, al “rumme”, non confondiamo per carità!

Le origini della bevanda sono incerte, la leggenda vuole che nel seicento alcune balle di caffè, provenienti da una nave saracena deviata dai cavalieri di Santo Stefano, si confondessero con barili di rum. La mistura, invece di rovinare entrambi gli elementi, li esaltò. In realtà pare che l’ammiraglio Edward Vernon, della marina inglese, per evitare l’ubriachezza dei suoi uomini, ordinasse loro di annacquare il rum ed essi, per obbedire, lo bevessero col tè, creando la base per il grog. I livornesi sostituirono il tè col più reperibile ed economico caffè, mantenendo la tradizione “della vela”, la fettina di limone a cavallo del bicchiere, spesso utilizzata per igienizzarne il bordo ma poi, ahimè, lasciata cadere nella mistura, con l’idea che “quel che non ammazza ingrassa.”

Il ponce bollente va bevuto nel gottino, il bicchiere di vetro, tenendolo fra due dita per il fondo spesso, altrimenti ci si ustiona. Insomma, come ci spiega Ermanno, va preso per i fondelli.

Il nome deriva dall’inglese punch che, a sua volta, risale all’hindi pancha, cioè cinque, come cinque sono gli ingredienti della bevanda.

Il ponce, inglese come il rum e arabo come il caffè, era la bevanda prediletta prima della guerra, metafora stessa della livornesità, incrocio d’identità in questa città meticcia, fusione d’ingredienti apparentemente inconciliabili fra loro. Non c’era giorno che i livornesi non bevessero almeno una volta il ponce che è sempre stato parte della loro tradizione.

Nelle cronache del settecento e dell’ottocento (ci spiega Otello Chelli) c’era una vera e propria corsa a creare il ponce migliore e i produttori vi mettevano dentro di tutto, dal caramello ai grani di pepe. I bar erano luoghi di aggregazione per il popolo, dove si discuteva e si familiarizzava ed anche salotti intellettuali. Vi passavano il tempo Francesco Domenico Guerrazzi e Angelica Palli, Fattori, Natali, Modigliani, soprattutto nel celeberrimo caffè Bardi.

Il ponce è citato nell’Artusi come degno accompagnamento del cacciucco, si dice che abbia fatto venire i lucciconi addirittura al rude Buffalo Bill, e il Carducci così ne scrive:

"Di nero ponce bevemmo e con saper profondo, non lasciammo giammai tazza o bicchiero senza vedere il fondo."

Livorno era la città dei cento teatri, ma anche dei cento e ventitrè bar, sono stati i labronici a costruire le prime macchine per il caffè, che, a quei tempi, erano torri di rame lucente. “Nella sola Venezia”, ci dice Otello, “ai miei tempi si trovavano diciassette fiaschetterie e la bevanda d’elezione, dopo il vino Sammontana, era, ovviamente, il ponce, capace di stimolare quello spirito livornese, quel motto salace, quella battuta fulminea che oggi si sta perdendo e stemperando.”

In piazza Vittorio Emanuele c’era un bar, detto “Il Diacciaio” perché si trovava di fronte a un albergo freddissimo, che vendeva il ponce peciato, cioè annerito da un pizzico di pece. In piazza Cavallotti nessuno rinunciava alla mattutina “persiana” – acqua fredda, menta e anice - per smaltire le sbornie della sera precedente, poi, già alle dieci, per accompagnare un pezzo di schiacciata col prosciutto o la mortadella, niente di meglio che il primo ponce, per passare subito a quello digestivo del dopopranzo e agli immancabili ponci notturni .

Negli anni cinquanta, però, il ponce era decaduto ed è stato proprio Gastone Biondi a riportarlo ai fasti di un tempo.

È con la voce rotta dall’emozione che la figlia Caterina racconta come il libro sia nato per caso. Dieci anni dopo la morte del padre, ha riaperto due scatole, trovandovi dentro un mondo di ricordi che l’hanno riportata a quando, bambina, giocava nella fabbrica del babbo, assorbendo odori, assimilando voci, giocando con le vecchie fatture insieme alle amichette, finché quel gioco si è trasformato in passione e mestiere anche per lei che ha lavorato per tanto tempo gomito a gomito col padre.

Gastone Biondi è rimasto orfano a nove anni, ha studiato e lavorato fino a iscriversi all’università e trovare posto in banca. Ma l’incontro con la moglie, i cui parenti possedevano la fabbrica dei liquori, è stato fatale, perché fu amore in entrambi i casi, fino a fargli lasciare l’appetibile lavoro di bancario per occuparsi a tempo pieno della fabbrica, nata nel 1929 e che lui ha rilevato negli anni cinquanta, trasformandola in ditta Vittori di Biondi.

A Livorno, in quegli tempi, la concorrenza era tanta, c’erano venti distillerie e cominciavano a imporsi i liquori di marca, ma Gastone ha puntato sulla qualità, sugli ingredienti migliori per la produzione del suo rum fantasia. “Veniva”, racconta la figlia, “dal vecchio Gigi Civili con i campioncini del liquore per farlo testare.” Ne ha voluto ridefinire l’identità livornese anche tramite le etichette.

Otello Chelli ci racconta di aver conosciuto il Vittori quando, con la famiglia, dopo la deportazione, era “ospite” di una colonia adattata a campo profughi. Qui il giovane Otello trafficava con gli americani che chiedevano gin e lui lo comprava nella distilleria Vittori, riuscendo così a mantenere tutta la famiglia. Ha poi avuto molti contatti anche con Gastone Biondi.

Per concludere, riportiamo una poesia di Ermanno, l’autore del libro, che contiene la ricetta della gloriosa mistura labronica.

‘R ponce alla livornese, un lo sai fa’?

Un ti preoccupa’, t’insegno io!

Prendi ‘n bicchiere,

un po’ più grosso di velli da caffé,

basta ‘he c’abbi ‘r fondo bello doppio:

per un bruciassi ‘ diti,

‘r ponce, è risaputo,

va bevuto prendendolo dar fondo,

insomma…

va preso per ir culo.

Per benino scardi ‘r bicchiere ‘or vapore,

un cucchiaino di zucchero… abbondante,

‘na scorza di limone fa da vela

e rumme, Fantasia, nun ti sbaglia’,

‘r Bacardi e ‘r Pampero un vanno bene!

Ci vole la bevanda der Vittori,

l’intruglio ‘he ‘r ragionier Gastone ‘r Biondi

ha ‘nventato un fottio di tempo fa.

Dunque, torniamo a bomba:

di novo scardi ‘r rumme finché bolle

e ner finale,

riempi ‘r bicchierino di ‘affé,

di vello forte a bestia!

Se poi pensi ‘he t’aggradi,

l’ingredienti poi adatta’ ar gusto personale,

mischiando sassolino o cognacche Tre Stelle

e ‘r resurtato ‘ambia po’o o nulla:

a garganella l’aromati’o ponce

ir gargarozzo ti solleti’erà.

Il ponce al rumme
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