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Giosuè Borsi

6 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Giosuè Borsi

“Città giovine e forte, che il divino

mare accarezza, il vasto ed alto sole,

a Te che cresci in opulenza, vale!

A Te, per carità di Te, m’inchino!”

(Dal sonetto “Alla città natale” di Giosuè Borsi)

Giosuè Borsi (1888 – 1915) nacque a Livorno, nella casa di via degli inglesi. Dovette il suo nome al Carducci, amico del padre. Studiò al liceo classico Niccolini Guerrazzi e si laureò a Pisa.

Così descrive se stesso:

Nere chiome; occhi bruni e lunghe ciglia,narici aperte; impube avida bocca,

voce grave, parola che somigliauna dritta saetta quando scoccaErto busto; esil corpo che s’abbiglia

Con cura forse troppo vana e sciocca.

Cominciò a poetare presto, con versi, manco a dirlo, d’ispirazione carducciana. Il padre, Averardo, nato a Castagneto Maremma, era uno dei tanti letterati che orbitavano attorno al Carducci, indiscusso maestro dell’epoca. Chiamò il figlio Giosuè proprio in onore dell’amico poeta.

In un periodo di sperimentazione e di avanguardia come quello, la posizione di Giosuè si attestò su forme tradizionali, classicheggianti, imitatorie.

Voci

Chi sussurra così? L’onda del mareOggi somiglia un pianto doloroso,

e par che pianga e pare

che dica. – Io non avrò nessun riposo.Chi gorgheggia così’

Quel rosignolo,

la sera, piange tantoperché si sente soloe per compagno ha il canto.Chi mormora così? Sono le frondeD’un alberello in fiore:sanno che al mondo quel che nasce muore,e il vento passa, ascolta e non risponde.E questo canto flebile e tranquillo?Senti: - fiorin fiorello,io canto sempre come canta il grilloche tutti i giorni inventa uno stornello!E tace il cuore e ascolta l’ansimare,il canto, il gorgheggiare anche , e il sussurro…si lamenta la terra, il cielo, il mare…Una vela è lontana nell’azzurro.

Scrisse commedie, novelle, racconti per l’infanzia, ma anche pezzi critici e giornalistici. Con lo pseudonimo di Corallina, fu cronista e confezionò pezzi come inviato sul terremoto di Messina e sulla biennale d’arte di Venezia.

Era elegante, molto ricercato nei salotti, fece vita dissoluta di cui poi si pentì. Ebbe successo come conoscitore e fine dicitore di Dante. Ma la morte del padre e della sorella Laura lo gettarono nello sconforto, al punto che, quando morì anche l’amatissimo nipotino, figlio di Laura, Giosuè tentò il suicidio.

Pur essendo cresciuto in ambiente anticlericale e agnostico, le sventure della vita lo orientarono verso il cristianesimo. Divenne terziario francescano, cioè un laico che s’impegna a vivere nel mondo lo spirito di San Francesco.

Fra il 1912 e il 13 scrisse “Le confessioni di Giulia", dedicate alla donna amata, intesa in versione angelicata e dantesca.

Fu interventista nella prima guerra mondiale perché considerava la morte sul campo come l’espiazione di una vita di peccato.

Pochi giorni prima di morire, scrisse una lettera alla madre, considerata il suo più alto momento letterario.

“Tutto dunque mi è propizio”, diceva, “tutto mi arride per fare una morte fausta e bella, il tempo, il luogo, la stagione, l’occasione, l’età. Non potrei meglio coronare la mia vita.”“Sono tranquillo, perfettamente sereno e fermamente deciso a fare tutto il mio dovere fino all'ultimo, da forte e buon soldato, incrollabilmente sicuro della nostra vittoria immancabile. Non sono altrettanto certo di vederla da vivo, ma questa incertezza, grazie a Dio, non mi turba affatto, e non basta a farmi tremare. Sono felice di offrire la mia vita alla Patria, sono altero di spenderla così bene, e non so come ringraziare la Provvidenza dell'onore che mi fa.Non piangere per me mamma, se è scritto lassù che io debba morire. Non piangere, perché tu piangeresti sulla mia felicità. Prega molto per me perché ho bisogno. Abbi il coraggio di sopportare la vita fino all'ultimo senza perderti d'animo; continua ad essere forte ed energica, come sei sempre stata in tutte le tempeste della tua vita; e continua ed essere umile, pia, caritatevole, perché la pace di Dio sia sempre con te. Addio, mamma, addio Gino, miei cari, miei amati.”

Riuscirà nel suo intento: morirà in un assalto a Zagora. Nella sua giacca, insieme a medaglie insanguinate, saranno ritrovate una foto della madre e la Divina Commedia.

L’associazione culturale Giosuè Borsi è nata nel 2004 come continuazione del gruppo omonimo, attivo a Livorno dal 1988, in occasione del primo centenario della nascita del poeta. Inizialmente si è occupata di custodire i cimeli del concittadino, prima conservati in un piccolo museo, ora chiuso. Con il riconoscimento del Comune di Livorno, ha la custodia etica del Famedio di Montenero, che raccoglie resti e ricordi dei livornesi illustri. L’associazione, con sede in via delle Medaglie d’Oro 6, mantiene vivo il ricordo di Giosuè Borsi (1888 – 1915) e promuove conferenze e studi sulla storia della città e sui suoi personaggi dimenticati. Pubblica con cadenza semestrale la rivista “La Torre” e ha provveduto a far ristampare numerose opere di borsiane.

Il presidente dell’associazione, Carlo Adorni, ha curato un’antologia intitolata “Omaggio a Giosuè Borsi” con prefazione del compianto professor Loi, di cui abbiamo un ammirato ricordo come nostro insegnante di storia. L’antologia, edita nel 2007 dalla casa editrice “Il Quadrifoglio” e corredata di bellissime foto, contiene versi da varie raccolte - fra le quali Primus Fons - alcune interpretazioni dantesche - di cui Borsi era appassionato e fine dicitore - il famoso Testamento spirituale, esempio elevato di scrittura religiosa, e L’ultima lettera alla madre, il suo momento poetico più alto.

Come evidenza Loi, Arte, Patria e Religione furono i tre motivi ispiratori dell’opera borsiana, seppur egli non sia stato poeta “di grande ala”. Dopo una vita di piaceri, vissuta con senso di colpa, dopo essere cresciuto all’ombra degli ideali carducciani e classicisti paterni, dopo aver bramato per se stesso l’amore della donna e la gloria dell’artista, Borsi ebbe una profonda conversione spirituale che lo avvicinò al cristianesimo. Il testamento spirituale è una conferma di quanto egli abbia sentito, pur nella sua beve esistenza, la vanità e il peso delle cose terrene. Il dolore lo ha colpito, attraversato, prostrato, con colpi ripetuti e brutali: la morte del padre, della sorella Laura e del nipotino nato dalla relazione di questa con il figlio di D’Annunzio.

Ma nella sua morte in battaglia, ricercata, ambita, desiderata, c’è molto di decadente, l’ultima pennellata wildiana o dannunziana data ad una vita artistica, sublimata, però, e illuminata, dalla spiritualità, da una ricerca di purezza francescana. La morte è bella, è fausta, perché consegna alla gloria, rende leggendari, redime dai peccati e, tuttavia, in questa morte intesa come coronamento più che come rinunzia, scompare il terziario francescano, il rinunciante, e riaffiora il superuomo nietzschiano.

“Lascio la caducità, lascio il peccato, lascio il triste ed accorante spettacolo dei piccoli e momentanei trionfi del male sul bene: lascio la mia salma umiliante, il peso grave di tutte le mie catene, e volo via, libero, libero, finalmente libero, lassù nei cieli dove è il padre nostro, lassù dove si fa sempre la sua volontà.”(pag 172)

Riferimenti

Carlo Adorni, “Omaggio a Giosuè Borsi”, edizioni il quadrifoglio, Livorno, 2007

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Forse e notte

5 Marzo 2014 , Scritto da Luciano Tarabella Con tag #luciano tarabella, #poesia


E' la notte che sfuma i contorni
delle cose e dei fatti terreni;
ti trascina all'indietro a quei giorni
che ricordi felici e sereni.

Quand'è prossima l'ora del nero
e ti chiedi che cosa n'hai fatto
della vita, magari distratto,
ti rispondi fin troppo sincero:

sono stato felice? Non so.
Forse si, forse... se, forse no.


Luciano Tarabella

12/10/13

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La villa abbandonata

4 Marzo 2014 , Scritto da Luciano Tarabella Con tag #luciano tarabella, #poesia



I versi volano come colori
d'una tavolozza. Non si concede
quest'attimo al tramonto ed io sto fuori
in un freddo che quasi non si crede.

Ecco che penso ai miei passati amori
camminando il sentiero ed il mio piede
da sé respinge ciò che i cacciatori
lasciano sul terreno. S'intravede,

fra cipresso e cipresso, un po' di luce
che, mistica, diventa apparizione
a un punto tale che m'inchino pio

senza sapere dove mi conduce
quello che sento. Dentro è confusione
come se ora fossi non più io.

Luciano Tarabella

06/12/13

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Indonesia:l'arcipelago della diversità e della bellezza

3 Marzo 2014 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Indonesia:l'arcipelago della diversità e della bellezza

Bali, Lombok, Java, Jakarta, Sumatra… c’è ancora tutto un mondo da scoprire.

L’Indonesia, con le sue 14.000 isole allineate a semicerchio lungo l’immaginaria linea di confine che virtualmente separa l’Oceano Pacifico dall’Indiano, è un mosaico di popoli e culture in cui ogni isola è diversa dalle altre e, tuttavia, ciascuna di esse si riconosce nelle radici di una comune origine geologica che a tutte ha donato, con eguale generosità, una natura insospettatamente fertile e al tempo stesso selvaggia, che ovunque si sposa con una cultura antica, profondamente radicata nei culti magici e nelle tradizioni popolari, sopravvissuti miracolosamente intatti alle aggressioni del turismo internazionale.

Uno spensierato turismo balnearvacanziero, al quale l’Indonesia deve la sua straordinaria crescita economica e lo sviluppo di una mentalità imprenditoriale che hanno portato gli operatori turistici delle “località minori”, stanche di vivere all’ombra del mito balinese, a rivendicare, forse con un pizzico d’ingratitudine, una maggiore attenzione da parte delle autorità governative.

E’ vero, l’Indonesia non è solo Bali. E tuttavia, proprio al richiamo esercitato dall’indiscutibile fascino di Bali, l’isola degli dei, l’Indonesia deve molto. I flussi turistici e valutari diretti verso quest’isola “regina”, oltre a consentirle di giocare il ruolo di prima donna nelle programmazioni sull’arcipelago e di dotarsi di uno standard alberghiero di tutto rispetto, hanno altresì trainato lo sviluppo economico di un Paese altrimenti dedito ad un’agricoltura abituata a venerare la montagna come la vera divinità dispensatrice di una ricchezza faticosamente conquistata con un sapiente lavoro di terrazzamenti coltivati a riso (in Indonesia, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, la pesca è poco praticata se non per la ricerca del corallo, utilizzato a scopo ornamentale dal ricco artigianato locale).

Indiscutibilmente bella tra le belle, il primato di Bali è oggi insidiato dall’iniziativa degli operatori delle isole minori, consapevoli che vulcani, foreste, mare limpido, spiagge invitanti, antichi templi e, soprattutto, tradizioni e folklore locale sono “atout” comuni anche ad altre splendide destinazioni dell’arcipelago, colpevoli solo di essere rimaste ai margini delle iniziative promozionali che hanno portato l’inarrivabile sorella alla ribalta dei circuiti consigliati al turismo internazionale.

L’Indonesia è una Repubblica attualmente suddivisa in ventisei province, a loro volta ripartite in distretti (kabupaten) che fanno capo ad un ufficio governativo. La popolazione, che dopo aver subito la dominazione olandese, negli anni sessanta, ha finalmente ottenuto l’indipendenza, è un miscuglio di razze in cui convivono armonicamente influenze cinesi, indù e polinesiane.

LOCALITA’ TURISTICHE:

Il fascino di Bali è indiscutibile ed unico. Basta visitarla per comprenderne le ragioni: la sua tradizione induista, in un Paese altrimenti di stretta osservanza musulmana, ha eretto nel corso dei secoli più di mille templi ed accompagna, scandendone i lenti ritmi quotidiani dalla nascita sino alla morte, i riti millenari di un popolo la cui straordinaria vena artistica trova libero sfogo in danze, musiche e creazioni artigianali ispirate dalla sorprendente bellezza dei paesaggi balinesi.

L’ospite (Tamu, in lingua balinese) è sempre il benvenuto in un’isola che la sua gente considera proprietà degli dei, e resterà rapito dalle spiagge protese verso un mare ancora incontaminato, avamposti di un mondo che, nel suo interno, nasconde fresche colline vulcaniche ed insospettati tappeti di risaie dal verde accecante.

Partendo da Denpasar, centro amministrativo e commerciale dell’isola, si possono effettuare alcune interessanti estensioni. A Besakih, nell’interno, sorge il più antico santuario di Bali: un complesso templare situato a circa 1.000 metri di altezza, lungo le pendici del vulcano Gunung Agung.

Ai piedi del vulcano Batur, uno dei tanti rilievi vulcanici che movimentano i paesaggi indonesiani, si trovano l’omonimo tempio ed il villaggio Kintamani, entrambi distrutti e ricostruiti in seguito all’eruzione del 1926.

Altre escursioni da non perdere fanno tappa a Tampakiring, dove sorge il tempio di Gunung Kawi (risalente all’XI secolo), a Bedugul dove, su un promontorio che si affaccia sul lago Bratan, si può ammirare il tempio di Ulu Danu (dedicato a Dewi Danu, la dea delle acque) ed a Mengwi, ex capitale dell’isola, con il tempio di Pura Taman Ayun.

Con pochi minuti di volo da Bali, alla cui vicinanza deve parte della sua notorietà e da cui ha mutuato tradizioni religiose e stili architettonici, si raggiunge Lombok, che in lingua locale significa sincero.

Agli amanti del “diving” Lombok offre la possibilità di indimenticabili immersioni tra barriere coralline di rara bellezza, popolate da flora e fauna tropicali uniche al mondo. Questi sono gli ingredienti con cui quest’isola propone una vacanza balneare che gli amanti del “diving” non dimenticheranno e che tuttavia non esclude la possibilità di immersioni, questa volta a carattere culturale.

A Lombok, l’influenza di Bali è presente un po’ ovunque: dal Palazzo Taman Mayra, sede della corte reale del precedente regno balinese, con l’adiacente tempio di Pura Meru, al vecchio Palazzo d’Estate di Narmada, residenza estiva del re, circondato da splendidi giardini e da fontane con suggestivi giochi d’acqua.

Infine, la zona sud-orientale di Lombok, con i cui villaggi, permette di entrare in contatto con l’antica tribù dei Sasak, le cui donne, avvolte nei loro neri costumi tradizionali, sono depositarie di ancestrali tecniche di lavorazione di tessuti e terracotta.

Java è l’isola più popolata dell’arcipelago e la quinta per estensione. Il tour dell’isola non può che partire da Jakarta, la capitale dell’Indonesia. Affacciata sul Mare di Giava, Jakarta è una metropoli moderna che, oltre ad offrire ottime opportunità di shopping, conserva numerosi spunti d’interesse storico-culturale tra cui la Chiesa portoghese, che risale al 1693, lo Stadthuis, eretto nel 1627 per ospitare la sede della Compagnia delle Indie Orientali, e il Museo Centrale, voluto dagli olandesi nel 1778, in cui è possibile ammirare alcune delle più belle vestigia della cultura indugiavanese.

Per chi ama la vita notturna, la città offre una vasta scelta di locali notturni e di ristoranti tipici. L’itinerario giavanese può quindi proseguire con una sosta alla meno caotica, deliziosa Yogyakarta.

L’antica capitale del sultanato, distesa nelle fertili pianure del centro-sud dell’isola, oltre alla possibilità di visitare il Palazzo del Sultano e di ammirare le tecniche di realizzazione dei famosi batik e di altri oggetti tipici dell’artigianato locale, la città offre l’opportunità di effettuare un’escursione al vicino tempio di Borobudur, il più grande complesso buddista del Sud-Est asiatico, ed a Prambanan, dove si trova il più esteso gruppo di tempi induisti dell’isola, composto di oltre 240 edifici, tutti risalenti al IX secolo.

Infine, vale la pena approfittare di un viaggio in Indonesia per ammirare le foreste di sandalo di Sumba, i vulcani di Timor, i villaggi di Sumatra, con le sue case a forma di barca abitate dai Batak, uno dei popoli più antichi dell’arcipelago, e l’isola di Komodo, dove sopravvivono alcune colonie di varani, discendenti diretti dei dinosauri ed attualmente classificati tra le specie animali più antiche del mondo.

Per concludere, una sosta a Celèbes (Sulawesi). Partendo da Ujung Pandang, nella zona meridionale dell’isola, ci si può spingere fino a Tanah Toraya, la regione dei Toraya, alla scoperta di una popolazione vissuta, sino a tempi non remoti, in un isolamento che le ha permesso di conservare intatte le sue antiche tradizioni tribali, le sue interessanti tecniche edilizie ed i suoi antichi usi funerari.

In ricordo delle migrazioni per mare che dalla Malesia li spinsero sino a Celèbes, i Toraya vivono tuttora in curiose e tipiche case fatte a forma di barca.

Liliana Comandè

Indonesia:l'arcipelago della diversità e della bellezza
Indonesia:l'arcipelago della diversità e della bellezza
Indonesia:l'arcipelago della diversità e della bellezza
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GIOVANNI COMISSO - GIORNI di GUERRA

2 Marzo 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #saggi, #storia

GIOVANNI COMISSO - GIORNI di GUERRA

Originario di Treviso, Comisso (1893 - 1969) prese parte alla Grande Guerra e poi all’esperienza di Fiume con D’Annunzio. Molto legato alla sua città, fu giornalista e affermato autore di reportage di viaggio per vari quotidiani. Vinse il Premio Viareggio nel 1952 con Capricci italiani e lo Strega nel 1955 con Un gatto attraversa la strada.

Lo scrittore in Giorni di Guerra ci parla della sua esperienza nel conflitto in cui operò, dal 1915 al 1918, come soldato e poi come sottotenente del Genio, svolgendo il suo lavoro con grande scrupolo e coraggio; spesso dovette intervenire nelle zone battute dalle artiglierie nemiche per ripristinare preziosi collegamenti telefonici, mentre in altre fasi conobbe la monotonia della vita nelle retrovie.

L’esperienza al fronte di Giovanni Comisso non ci fa respirare il truce clima delle trincee e la paura della morte che può colpire in ogni momento il povero fante. Non troviamo una specifica impostazione “ideologica” affine alla guerra o contraria ad essa. Si tratta del diario di un giovane che a poco più di vent’anni si trova immerso in una “avventura” dove il drammatico trova spesso un inatteso contraltare nel grottesco.

Ad esempio ci racconta di una famiglia di contadini che parlano quasi in modo lieto di una cannonata caduta vicino alla propria casa, come se si trattasse di una piacevole novità. Oppure ci descrive una demenziale sparatoria in cui si prende di mira un aereo; anche gli ufficiali tirano con la pistola, alcuni dal tetto della cucina. Poi, finita la confusione, si viene a sapere che il velivolo era italiano. Anche nella tremenda ritirata di Caporetto, in cui dominano marasma e anarchia, Comisso riesce a farci sorridere parlando di un ufficiale che nella fuga si trascina via decine e decine di scarpe colorate, mentre altrove ci sono postazioni di soldati che non vengono avvisati dell’imminente arrivo del nemico. Quella ritirata è una piccola Anabasi, drammatica ma non priva di fasi bizzarre o di momenti lirici, come quando l’autore sogna di fermarsi per sempre in una valle spopolata con una donna appena conosciuta.

Altri passi interessanti sono quelli che si riferiscono alle battaglie del 1918 intorno al Piave, sempre con l'oscillare tra registro tragico e registro leggero. Le grandi artiglierie appostate tra gli alberi sono affiancate dai contadini che continuano a lavorare i campi vicini nonostante gli scontri. Tra i bagliori notturni delle cannonate e dei razzi, alcune donne osservano che a Nervesa doveva esserci la sagra. Un generale ordina di sparare sui fanti che fuggono; mentre ancora si combatte duramente, dietro a una chiesa si scavano fosse, destinate non ai caduti, ma ai disertori che dovevano essere fucilati.

Le ultime righe del libro sono un omaggio ai soldati vittoriosi, resi arcigni dalla sofferenza, quasi una "razza" a parte, forgiata dalla guerra e destinata a subirne le conseguenze:

"Neri, come di fumo, sporchi, stracciati, con fasciature spicciative alle mani e alla testa, sfiniti nel volto, ma accesi di sangue alle labbra e di vita negli occhi, cercai di imprimerli nella memoria, perché ormai ero certo che aspetti simili non sarebbe stato possibile rivederli più. Pareva avessero impegnata tutta la loro forza per fare all'amore o per una corsa accanita e sorridevano pesantemente come non sapessero essi stessi cosa avessero fatto e perché”.

In fondo la guerra, per chi la fa è quasi sempre una sconfitta, per il prezzo enorme che costringe a pagare. Al momento della chiamata al fronte, uno zio del giovane, già protagonista delle battaglie risorgimentali, lo ammonisce così: “Noi, appena finite le guerre, ci siamo trovati con un pugno di mosche, pensioni misere, appena guardati in faccia, mentre gli altri che erano rimasti a casa avevano pensato a farsi ottime sociali sfruttando la situazione che noi avevamo creato con il nostro sangue”.

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A proposito di tutte queste signore (1964) di Ingmar Bergman

1 Marzo 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

A proposito di tutte queste signore (1964) di Ingmar Bergman

A proposito di tutte queste signore (1964)
di Ingmar Bergman

Titolo Originale: För att inte tala om alla dessa kvinnor. Regia: Ingmar Bergman. Soggetto e Sceneggiatura: Erland Josephson, Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist (Eastmancolor). Montaggio: Ulla Ryghe. Scenografia: P.A. Lundgren. Costumi: Mago. Trucco: Börje Lundh. Musica: Erik Nordgren, Charles Redland, brani da Suite n. 3 in C maggiore, Suite n. 3 in D minore di J. S. Bach, Adelaide di L. V. Beethoven, La Belle Hélène di Offenbach, Thaïs di Massenet, Yes! We have no bananas di Frank Silver e Irving Cohen. Suono: P. O. Petersson, Evald Andersson. Produzione: Allan Ekelund per Svensk Filmindustri. Distribuzione Italiana: INDIEF. Riprese: 21 maggio - 24 luglio 1963 (giardini di Norviken, Båstad, studi Råsunda, Stoccolma). Prima Proiezione: 15 giugno 1964. Durata: 80’. Origine: Svezia, 1964.

Interpreti: Jarl Kulle (Cornelius), Bibi Andersson (Bumblebee, Chimera nella versione italiana), Harriet Andersson (Isolde), Eva Dahlbeck (Adelaide), Karin Kavli (madame Tussaud), Gertrud Frid (Traviata), Mona Malm (Cecilia), Barbro Hiort af Ornäs (Beatrice), Allan Edwall (Jillker), Georg Funkquist (Tristan), Carl Billquist (un giovane), Jan Blomberg (reporter della radio inglese), Göran Graffman (reporter della radio francese), Jan-Olof Strandberg (reporter della radio tedesca), Gösta Prüzelius (reporter della radio svedese), Ulf Johanson, Axel Düberg, Lars-Erik Liedholm (uomini in nero), Lars-Owe Carlberg (autista), Doris Funcke, Yvonne Igell.

A proposito di tutte queste signore è una commedia brillante fortemente voluta da Allan Ekelund per conto della Svensk Filmindustri, poco amata da Bergman che la considerava un film minore, un divertissement, scritto insieme a un attore storico come Erland Josephson (non impegnato nel cast). Niente a che vedere con opere drammatiche e intense del calibro di Luci d’inverno (1963) e Il silenzio (1963), di poco precedenti, né con il successivo Persona (1966), lavori più sentiti e spontanei, senza dubbio più urgenti da un punto di vista intellettuale e profondamente bergmaniani. Il regista scrive parole molto dure su Immagini (Garzanti, 1992) nei confronti della sua opera: “Si fece solo perché la Svensk Filmindustri aveva bisogno di guadagnare. Quel che diventò poi - ossia un film completamente artefatto - è un’altra storia”. Il direttore della fotografia, Sven Nykvist, si trovò per la prima volta a realizzare una pellicola a colori, lo fece con grande tecnica, usando da vero maestro l’Eastmancolor, ma sul lavoro nutriva le stesse perplessità del regista. A suo parere Bergman non lasciò niente al caso, realizzò un prodotto tecnicamente esemplare, persino troppo perfetto, ma privo di anima. “Mi dettero 6.000 metri di pellicola solo per fare delle prove. Seguimmo il manuale alla lettera. Fu il nostro errore più grande. Mago (1926 - 2008, con Bergman da Una vampata d’amore - 1953, fino a The Image Makers – 2000, nda) realizzò dei costumi eccellenti, le scenografie erano ottime, sfruttavano in pieno ogni possibilità data dal colore, l’ambientazione nella villa neoclassica priva di difetti, ma il film sembrava morto”, afferma Nykvist nel suo libro Nel rispetto della luce. Cinema e uomini (Lindau, 2000).

Forse Bergman e Nykvist sono troppo duri nel criticare un’opera che - pur restando minore nell’economia della produzione del maestro svedese - presenta elementi di sicuro interesse. Il film critica il rapporto dialettico tra critico e artista, ironizza in maniera efficace e usa un velenoso sarcasmo per demitizzare la figura del genio e per descrivere la macchietta del critico arrogante. La commedia è ambientata negli anni Venti. Cornelius (Kulle) è un critico che si reca alla villa neoclassica di madame Tussaud (Kavli), dove vive e lavora il grande violoncellista Felix (una sorta di Godot che non si vede mai in volto), contornato da tutte le sue donne. Il critico vorrebbe scrivere la biografia di un genio, ma in cambio dell’immortalità che la sua opera garantirà, vuole che il musicista esegua un’opera mediocre da lui composta (Sogno di pesce o Astrazione 14). Bergman ci presenta in maniera molto spiritosa e grottesca la moglie Adelaide (Dahlbeck), ma anche le cinque amanti: Chimera (Bibi Andersson), Isolde (Harriet Andersson), Traviata (Fridh), Cecilia (Malm) e Beatrice (Hiort). Il personaggio più caricaturale resta il critico Cornelius, pieno di boria e supponenza, ma sempre pronto a infilarsi nel letto delle amanti del maestro. Bravissimo Jarl Kulle a tratteggiare il suo carattere - quasi una macchietta - servendosi di tic e mossettine che fanno parte del suo patrimonio recitativo. Comicità slapstick, da cartone animato, ma anche citazioni dalle comiche del periodo muto a base di torte in faccia e di divertenti qui pro quo che vedono protagonista lo sciocco critico munito di una lunga penna d’oca e di un quaderno. Il nerbo del film sta tutto nelle disavventure fumettistiche del critico e in alcune parti da pochade costituite dagli incontri erotici con le amanti del violoncellista che vivono nella villa. Il critico scambia il maggiordomo per Felix, rischia di far cadere una statua, sfugge a un colpo di pistola sparato da una donna gelosa, fa esplodere fuochi d’artificio, si traveste da donna… insomma, ne combina di tutti i colori. Purtroppo il maestro muore proprio il giorno in cui Cornelius lo aveva convinto - nonostante la contrarietà della moglie - a suonare la sua pessima composizione. Il finale vede il critico in primo piano mentre illustra a tutti la sua opera biografica, ma il capitolo sulla vita intima del maestro è scomparso, perché la moglie l’ha trafugato. Il potere del critico d’inventare fenomeni - insieme al gruppo di donne rimaste vedove - resta immutato, perché Cornelius decide di occuparsi di un giovane violoncellista e di farlo diventare famoso. Divertente e originale l’ultima sequenza con Cornelius intento a scrivere la nuova biografia mentre dice, rivolto al pubblico: “Il film è finito”.

A proposito di tutte queste signore è un grande investimento per la Svensk Filmindustri, un milione e settecentomila corone svedesi, ripagato dal buon successo commerciale. Un film che ha come elemento portante la critica viscerale nei confronti dello strapotere dei critici, messi alla berlina utilizzando la macchietta ridicola e maligna di Cornelius. Satira e sarcasmo verso i critici che costruiscono il successo degli artisti, ma anche sberleffo contro il narcisismo e il profondo egoismo degli artisti. La vanità fa parte tanto del patrimonio negativo del critico quanto dell’artista, visto che quest’ultimo tenta di emularlo anche nel campo delle conquiste femminili oltre che in quello della musica. Straordinaria la fotografia a colori, ottimi i costumi, stupenda la location e la scenografia, divertenti le coreografie che intervallano la recitazione con gli attori che spesso sembrano impegnati in una grottesca commedia musicale. Bravissimi gli interpreti, istrionici al punto giusto, ma su tutti svetta il protagonista maschile, Jarl Kulle, sempre sulla scena con una caratterizzazione comica del personaggio ai limiti dell’eccesso. A tratti ricorda Groucho Marx, specie quando si aggira per le stanze con un sigaro cubano tra i denti, ma anche Ridolini, Stan Laurel e Oliver Hardy, quando mette in scena ridicoli inseguimenti con l’avversario di turno. Gustosi i riferimenti al cinema muto, con le scritte ironiche: “Ogni rassomiglianza tra questo film e il cosiddetto mondo reale è da considerarsi un fraintendimento”, “Questi fuochi non vanno interpretati simbolicamente”… Da citare alcune affermazioni sarcastiche come: “Un genio è chi riesce a far mutare opinione a un critico”. Una commedia brillante, a metà strada tra farsa e commedia sofisticata, molto teatrale, leggera, girata quasi tutta in interni, senza complicazioni narrative. Un lungo flashback è l’espediente utilizzato per raccontare gli ultimi quattro giorni di vita del violoncellista. Ottime diverse parti oniriche, girate in bianco e nero, ma anche con una fotografia che modifica il colore stemperandosi in toni sempre più soffusi. La censura non è sbizzarrita sul film perché il regista si è più volte autocensurato, per esempio inserendo un tango al posto di un rapporto sessuale, anche se - in una sequenza successiva - un seno nudo malandrino esce fuori da una vasca saponosa, ma forse il censore era distratto. Bergman non si smentisce e realizza una commedia di donne, gineceo di un protagonista grottesco e di un’entità incorporea, ma fa capire che ancora una volta è interessato a esplorare il pianeta femminile, mentre riserva agli uomini il giudizio peggiore. Un film formalmente perfetto ma senz’anima.

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Calcio e Acciaio

28 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi

Calcio e Acciaio

Gordiano Lupi - CALCIO E ACCIAIO - Dimenticare Piombino
Acar Edizioni – Euro 15 – Pagine 200 – Distribuzione Nazionale A
LI

Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino racconta con amore e nostalgia una storia ambientata in un suggestivo spaccato maremmano.

“Aldo Agroppi era amico di sua madre, viveva in via Pisa, un quartiere di famiglie operaie, case bombardate durante la Seconda Guerra Mondiale, tragiche ferite di dolore, macerie ancora da assorbire. Giovanni ricorda una foto di Agroppi che indossa la maglia della Nazionale, autografata con un pennarello nero. Era stato proprio Agroppi in persona a dargliela, all’angolo tra corso Italia e via Gaeta, in un giorno di primavera di tanti anni fa, dove la madre del calciatore gestiva una trattoria, un posto d’altri tempi, dove si mangiava con poca spesa. Giovanni era un bambino innamorato dei campioni, giocava su un campo di calcio delimitato dalla sua fantasia, imitava le serpentine di rombo di tuono Gigi Riva, i virtuosismi di Sandro Mazzola, le bordate di Roberto Boninsegna, le finte dell’abatino Gianni Rivera e la vita da mediano di Aldo Agroppi, cominciata a Piombino e conclusa a Torino”.

Dopo tanti anni Piombino era ancora una volta il centro del suo mondo. Lo Stadio Magona aveva preso il posto di San Siro, le duecento persone domenicali che seguivano la squadra locale erano il suo nuovo pubblico, anche se i dribbling si facevano sempre più rari e le azioni più lente. Giovanni si preparava con scrupolo alle gare, spingeva i giovani a dare il meglio, insegnava, come un allenatore in campo che dispensava anni di esperienza”.

“La nostra cultura era quella del flipper con i record segnati con la penna biro, del calcio balilla con i vecchi calciatori decapitati e anneriti, dei primi videogames artigianali che si facevano strada. Non solo. Era la cultura del cinema con il doppio spettacolo domenicale e la signora che vendeva manciate di semi per poche lire. Era la cultura del campino sterrato della parrocchia, dove sognavamo di emulare Mazzola e Rivera. Era la cultura dei nonni che raccontavano le fiabe tenendoci per mano nelle giornate di vento”.

“Canali di Marina dove gettare una lattina di birra o le finte teste di Modigliani, emulando i cugini livornesi dopo una scorribanda tra amici. Scogliere di Fosso alle Canne, la luna a picco su una casa diroccata che sembrava uscita dai versi di Montale, io che recitavo La casa dei doganieri, la casa della mia sera, con la tua mano stretta nella mia e aspettavo un bacio, un segno che tutto sarebbe andato bene, che non mi avresti lasciato. Nottate di libeccio con il mare che superava la balaustra in ferro battuto del Porticciolo e bagnava le mura del vecchio ospedale. Maestrale che pareva uscito da un quadro di Fattori, mentre in Cittadella mi fermavo a guardare il mare in attesa di un bacio dalle tue labbra inesperte e tremanti, quasi come le mie”.

“Soltanto a Piombino ho visto case per gli operai costruite sul mare, acciaio e salmastro cercare una strada comune, lottare per fumo e pane, ma anche amore per il mare, per scogliere incontaminate, per golfi e calette misteriose che danno riparo al sole. Sarà per questo che ho scelto di tornarci. Forse mi sento figlio di tante contraddizioni”.

Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Collabora con La Stampa di Torino. Dirige le Edizioni Il Foglio Letterario. Traduce gli scrittori cubani Alejandro Torreguitart Ruiz e Yoani Sánchez. Ha pubblicato molti libri monografici sul cinema italiano. Tra i suoi lavori: Cuba Magica conversazioni con un santéro (Mursia, 2003), Un’isola a passo di son – viaggio nel mondo della musica cubana (Bastogi, 2004), Almeno il pane Fidel Cuba quotidiana (Stampa Alternativa, 2006), Mi Cuba (Mediane, 2008), FelliniA cinema greatmaster (Mediane, 2009), Una terribile eredità (Perdisa, 2009), Fidel Castro biografia non autorizzata (A.Car, 2011), Yoani Sánchez In attesa della primavera (Anordest, 2013). Tra i suoi ultimi progetti c’è una Storia del cinema horror italiano in cinque volumi. Cura la versione italiana del blog Generación Y della scrittrice cubana Yoani Sánchez e ha tradotto per Rizzoli il suo primo libro italiano: Cuba libre Vivere e scrivere all’Avana (2009). Ha tradotto – per Minimum Fax – La ninfa incostantedi Guillermo Cabrera Infante (Sur, 2012). Pagine web: www.infol.it/lupi. E-mail per contatti: lupi@infol.it

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Il trascrittore

27 Febbraio 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

Henri amava trascrivere. Scendeva in strada con tutto il necessario e si metteva a trascrivere su grandi fogli tutto quello che leggeva sui muri della sua città. Da un anno portava avanti questo interesse e ricopiava tutti i manifesti, senza preferenze per i contenuti. Trascriveva con grande cura e precisione, con crescente abilità, riportando fedelmente quello che vedeva; non trascurava le particolarità grafiche e gli eventuali disegni rappresentati sui vari manifesti. Sui suoi fogli trovavano posto gli avvisi delle autorità locali, di norma esposti su carta bianca e con caratteri minuti che richiedevano non poco tempo per essere riportati, gli annunci dagli aspetti vivaci di eventi commerciali come l’apertura di nuovi negozi, o altre informazioni come l’inizio della stagione lirica o la possibilità di iscriversi a dei corsi di lingue. Alcune locandine lo affascinavano particolarmente, ma il suo atteggiamento era fondamentalmente laico, nel senso che trascriveva con la stessa attenzione qualsiasi cosa. Nel caso si trovasse in una via povera di manifesti, si sarebbe accontentato di scritte fatte direttamente sui muri. Questo però capitava in rarissime giornate di magra. Henri per portare avanti il suo interesse si alzava presto, in modo da trovare le strade abbastanza vuote e da poter lavorare senza ricevere troppo disturbo. Dato che doveva muoversi a piedi, preferiva avere i marciapiedi liberi; inoltre di prima mattina c’erano i manifesti appena incollati, intonsi e ben leggibili. Gradualmente aveva iniziato a lavorare in modo sistematico, scegliendo una via piuttosto importante e percorrendola prima in un senso e poi nell’altro. Gli sarebbe piaciuto prima o poi riuscire a coprire tutta la città. Già aveva accatastato decine di raccoglitori pieni di fogli e ogni sera ne aggiungeva un altro al termine di una giornata di trascrizioni. Gli sembrava in quel modo di sentire nelle sue vene tutta l’anima della città, fatta di episodi quotidiani, commercio, cultura, comunicazioni di ogni tipo. In quella fase non pensava che forse stava scrivendo sull’acqua; anche se la sua penna instancabile avesse messo nero su bianco ogni scritta cittadina, ogni giorno ci sarebbero stati nuovi avvisi esposti nelle vie già percorse.

Ogni volta partiva con nuovo vigore. Un domani, pensava, potrò dire che la mia città è tutta nella mia casa, nei miei fogli. Non si sentiva un “catturatore” dell’effimero, ma qualcuno che voleva fissare nero su bianco quello che vedeva quotidianamente e che riteneva desse il tono della città. Aveva scelto di occuparsi della lunghissima Via dell’Alleanza e cominciò la sua attività con la consueta serietà. Si diede da fare per due giorni consecutivi, senza nemmeno tornare a casa; poi il terzo giorno rientrò prestissimo, depositò un raccoglitore zeppo e partì con un altro nuovo, accontentandosi di un breve riposo. Non aveva orari e, infatti, quando giunse quasi nel punto in cui si era in precedenza fermato, c’era poca luce. Potevano essere le sei del mattino. Con una piccola pila iniziò a darsi da fare. Riempì di slancio parecchi fogli. Era preso unicamente dal suo lavoro di riscrittura e quindi non sapeva che da sei mesi la città era stata divisa in due parti e ogni parte era retta da un governo diverso. A metà Via dell’Alleanza si trovava una piccola transenna con alcuni uomini di guardia; era il nuovo confine. Si stavano facendo lavori per mettere una struttura divisoria definitiva, ma intanto ci si accontentava di un debole sbarramento. Quando vi giunse, concentrato sul suo lavoro, andò avanti anche perché Via dell’Alleanza proseguiva oltre il confine e questo solo contava per lui. Non s’interessava di politica e anche ciò che leggeva sui manifesti raramente lo faceva riflettere. Era catturato dalla diversità degli avvisi, dai colori, dai caratteri delle parole; si poteva dire che praticasse l’art pour l’art, senza entrare nel merito di quanto leggeva. Trascriveva rapidamente prima di passare a un altro manifesto completamente diverso. Fermarsi a riflettere davanti a qualcosa, gli sarebbe costato troppo tempo. In quel momento l’unica sentinella presente dormiva: d’altronde in sei mesi non c’erano stati problemi di alcun tipo. Henri si fermò addirittura un buon minuto per riportare sui suoi fogli una serie di moniti posti vicino al corpo di guardia. Erano ormai le sette e lui si sentiva in forma. Quando si fece giorno, poté notare che in quella zona i manifesti erano in generale diversi. Colori in generale più spenti e probabilmente anche carta più scadente. Qui trovò molte segnalazioni delle pubbliche autorità, molti avvisi di tipo amministrativo e altri di genere propagandistico. Alcuni terminavano in modo solenne con motti come: “Unità e progresso!” oppure “Lavoro e Giustizia subito!”.

Era incuriosito dall’abbondanza di punti esclamativi e dai caratteri enormi. Si sentì contento di quello che stava vedendo in quanto finalmente vedeva qualcosa di nuovo. Non tardò a esaurire quasi tutti i suoi fogli e quindi iniziò a guardarsi intorno per vedere se trovava una cartoleria. I passanti erano radi e si muovevano camminando veloci. Nessuno sembrava fare caso a lui. Cercò con un gesto di richiamare l’attenzione di un signore che teneva la testa bassa e che nemmeno accennò a fermarsi. Controllò ancora il numero dei fogli rimasti e costatò che rischiava di restarne sprovvisto e quindi di perdere la giornata, proprio ora che aveva trovato nuovi stimoli. Decise di trascrivere un ultimo manifesto e poi di restare fermo finché qualcuno non gli fosse passato accanto. Il marciapiede era stretto, anche per via di alcuni grandi alberi e quindi il prossimo pedone per forza avrebbe dovuto passargli vicino e quindi l’avrebbe fermato. Così accadde poco dopo con una signora che gli arrivava appena alle spalle; Henri si era appoggiato a un albero e la donna, vedendolo all’ultimo momento, si ritrasse bruscamente. Henri non capì quella diffidenza e la inseguì per qualche metro. Poi, sconsolato, tornò ai suoi manifesti. Gli restavano quattro fogli vuoti e non vedeva nella zona dei negozi. Dovette riprendere a camminare. Poco dopo venne affiancato da due poliziotti a cavallo, forse richiamati dal piccolo trambusto che aveva creato qualche minuto prima. Henri sorrise e disse che cercava una cartoleria; i due uomini si guardarono e poi tornarono a squadrare lui. Allora il trascrittore, per spiegarsi meglio, aprì il suo raccoglitore e mostrò come fosse a corto di fogli bianchi. Uno dei due con un cenno se lo fece consegnare e per un lunghissimo minuto lo sfogliò senza mai alzare la testa. Henri cercò di rompere il ghiaccio: “Devo comprare quello che mi serve in una cartoleria. Non sono certo un malintenzionato!”. Il militare ebbe un sussulto e disse: “Ecco, se lo riprenda. Comunque decidiamo noi se le sue sono buone o cattive intenzioni. Lei cerca una cartoleria? Prenda la prossima via a destra. Il mio collega la precederà. Appena entrato nel negozio, consegni il suo lavoro alla prima persona che si troverà davanti. Faccia come le ho detto”.

Henri restò perplesso, ma poi quasi spinto dal muso del cavallo si incamminò. Non gli erano piaciute le maniere arroganti di quel poliziotto, anche se alla fine gli aveva restituito il suo raccoglitore e gli aveva comunicato l’informazione richiesta. Entrò nella via laterale che era una strada chiusa e vide che l’altro militare a cavallo lo attendeva una cinquantina di metri più avanti. Un lungo palazzo mezzo scrostato stava da un lato, mentre dall’altra parte un muro basso nascondeva un boschetto o un piccolo parco. La polvere sollevata dal cavallo stentava a sparire, dato che la strada era notevolmente stretta. Sentì che alle sue spalle stava arrivando anche l’altro cavaliere. Un gatto si rannicchiò dentro a un vecchio scatolone, poi seguì per un po’ Henri che farfugliò a bassa voce: “Siamo circondati: e non sono io ad avere sette vite”. Comunque si sentiva abbastanza tranquillo, tanto da fermarsi a ricopiare un manifesto e poi da accennare un saluto al poliziotto che lo attendeva. Entrò nell’edificio e subito un uomo gli tolse dalle mani il raccoglitore e gli chiese un documento. Scoppiò a ridere: “Serve un documento per comprare in questa cartoleria?”. Vennero altri due uomini che lo fecero entrare in una stanza, dove rimase per quasi mezz’ora da solo. Poi entrò un giovane dall’aspetto molto curato che si avvicinò a un piccolo tavolino dove pose il necessario per scrivere. Henri gli chiese spiegazioni, ma quello gli fece cenno di tacere e poi di alzarsi quando subito dopo arrivò un tipo grasso e sudaticcio. Questi teneva in mano il raccoglitore e si sedette davanti a lui. L’uomo si accese una sigaretta e poi biascicò all’improvviso: “Queste cose che leggo le avete scritte voi?”.

“Certo”.

“Con quale scopo?”.

“Con lo scopo di farlo e basta. Lei fuma, io invece trascrivo, tutto qui. Mi piace farlo”.

“Siete autorizzato?”.

“Autorizzato? Da chi? Non capisco. Serve un’autorizzazione?”-

“Lo avete mostrato a due nostri cittadini, vero?”.

“Sì, a quei due poliziotti, per far capire che cercavo una cartoleria, ma vede, ho dovuto, mi sembravano abbastanza tonti”.

“Questa si chiama propaganda. Siete un agente straniero?”.

“Non capisco”.

“Venite dall’Ovest?”.

“Ovest rispetto a dove? Abito in città”.

“Almeno ammettete di essere uno scrittore?”.

“No! Un trascrittore!”.

L’uomo era spazientito per via delle risposte ricevute, ma sembrava troppo grasso e affaticato per protrarre l’interrogatorio. Nei successivi venti minuti non successe quasi nulla. L’interlocutore di Henri borbottava tre sé mentre sfogliava il raccoglitore: sembrava interessato ai fogli all’inizio della raccolta. Là si vedeva un mondo che l’uomo non conosceva molto; grandi negozi, convegni letterari, pubblicità di agenzie di viaggi, fiere, esposizioni. Quando il giovane dal suo tavolino fece cadere la sua penna, l’altro trasalì e fece un cenno. Henri venne fatto uscire e portato in una cella. Il primo giorno fu a dir poco tedioso. Poteva solo guardare dalla finestra i grandi stormi di uccelli che animavano il cielo. Provò a chiedere qualche foglio e una penna alle guardie. Il primo giorno il diniego fu netto. Il secondo giorno invece la sua richiesta fu accolta e proprio questo poteva essere preoccupante. Voleva riprendere la sua attività anche in quelle difficili circostanze. Sulle pareti della cella non mancavano le scritte, anche se ci voleva pazienza per decifrarle. Ve n’erano di diversi tipi: espressioni di disperazione, piccoli aneddoti, insulti contro le guardie e invettive contro il governo, semplici nomi di persona e date. Alcune erano più memorabili di altre, anche se piuttosto semplici: “Se ci fosse giustizia vera, io non starei in questa galera” oppure “Ho passato qui tante primavere, fatte sempre di giornate nere”. Passò un giorno e mezzo a trascrivere; furono ore di felicità. Appena ebbe finito, riguardò alcune scritte per essere certo di averle riportate bene. Quando la guardia venne a portargli da mangiare, pensò di regalargli il lavoro fatto. La risposta fu: “Questa cosa vi potrebbe nuocere. Non lo sapete?”.

“Cambierebbe qualcosa per me a questo punto?” chiese il prigioniero. Il secondino abbassò la testa e accettò il dono. Rimasto solo, si chiese cosa gli sarebbe potuto capitare se invece di essere un semplice trascrittore, fosse stato addirittura un valente scrittore. Che cosa gli avrebbero fatto in quel caso?

Nel terzo giorno vennero a prenderlo e lo fecero scendere lungo una scala. Uscirono in un cortiletto chiuso dove una decina di soldati attendeva. Da una finestra al secondo piano un uomo ancora mezzo svestito guardava con aria pigra. Henri fu condotto vicino a un muro, mentre i soldati andavano disponendosi. Il cortile era stretto e lungo: all’inizio lo fecero avvicinare al muro più lungo e quindi i soldati si trovarono troppo vicini a lui. Il sergente che li comandava se ne accorse e non senza fatica fece ruotare di quarantacinque gradi i suoi uomini. Il condannato finì sul lato più corto del cortile. A un soldato cadde il fucile. Il trascrittore osservava il muro dove aveva adocchiato delle scritte. Poi si concentrò a osservare il cielo. Quando il sergente si avvicinò con la benda, gli sussurrò indicando con la testa in alto: “Vedete quelle rondini? Le sto osservando da due giorni e sono certo che vengano dall’Ovest. Vi consiglio di avvisare subito i colleghi dell’aviazione”.

La frase sorprese l’ufficiale che indietreggiò e si scordò di legarlo. Il plotone di esecuzione era troppo numeroso per lo spazio a disposizione. Due soldati furono allontanati e si misero a discutere con l’uomo della finestra che si era acceso una sigaretta; diceva di non averne altre. Non gli credevano. Altri tre soldati furono spostati davanti e fatti inginocchiare dal sergente. Protestarono perché avrebbero voluto tirare stando in piedi.

L’uomo alla finestra fece cadere qualcosa e urlò a uno dei soldati di raccogliere e rilanciargli l’oggetto finito a terra. Un uomo che era già posizionato tra i tiratori si spostò. Si capì che pretendeva una sigaretta in cambio della restituzione di ciò che era caduto. Si presero a male parole. Intanto, durante queste operazioni, Henri rimase tranquillo: si godette fino all’ultimo il suo tempo, potendo trascrivere su un taccuino alcune scritte trovate lì accanto. A suo modo, morì come quegli attori o interpreti che sognano di spegnersi mentre recitano sul palcoscenico. Fu in un certo senso una morte da artista.

Il suo raccoglitore fu lasciato nel deposito delle prove del tribunale, come prevedevano le disposizioni di legge. Spesso però, un ometto grassoccio veniva a prenderlo, ufficialmente per ragioni di servizio. Soleva tenerlo aperto in un cassetto e spiarlo con cautela quando non c’era nessuno nel suo ufficio. Ben presto dovette riportarlo perché alcune voci non positive si stavano diffondendo sul suo conto. In generale, era raro che passasse molto tempo prima che quel raccoglitore venisse richiesto di nuovo da qualche magistrato o poliziotto.

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MULTIFORMITA’ DELLA VITA SESSUALE Barbagli, Dalla Zuanna, Garelli

26 Febbraio 2014 , Scritto da Biagio Osvaldo Severini Con tag #biagio osvaldo severini, #cultura, #interviste

MULTIFORMITA’ DELLA VITA SESSUALE

Barbagli, Dalla Zuanna, Garelli

A cura di Biagio Osvaldo Severini

Caratteristiche e orientamenti dell’attività sessuale. La doppia morale. Le credenze. La sessualità della donna prima e dopo il Settecento. L’orgasmo femminile nei secoli. Le posizioni della chiesa cattolica. I comunisti e la sessualità. Inizio storico dei cambiamenti e loro diffusione. Il tradimento.

La verginità. Gli orientamenti più diffusi.

Molti studiosi di diverse discipline, quali storici, sociologi, demografi, antropologi, politologi ed economisti hanno cercato di spiegare i molteplici cambiamenti di idee, valori, aspettative e comportamenti verificatisi in Italia nel corso del Novecento e nei primi anni del Duemila.

Le ricerche e gli argomenti affrontati sono stati tanto numerosi, che non si riesce più a contarli.

Un argomento, però, è stato quasi completamente ignorato: quello della sessualità.

Ignorato in Italia, ma non negli altri paesi occidentali.

Questa lacuna viene, ora, colmata dallo studio “La sessualità degli Italiani”, curato dai professori Marzio Barbagli (Università di Bologna), Gianpiero Della Zuanna (Università di Pavia) e Franco Garelli ( Università di Torino), che hanno svolto indagini, con metodi e tecniche diverse, su campioni significativi della popolazione italiana compresa tra i 18 e i 70 anni.

Essi si sono imposti due obiettivi.

Primo, fornire una dettagliata descrizione dei sentimenti, dei comportamenti e delle identità sessuali degli Italiani.

Secondo, ricostruire e spiegare i mutamenti che, nel corso del Novecento, si sono verificati nella cultura sessuale del nostro Paese.

Ho pensato di riportare in sintesi i risultati di queste ricerche, rivolgendo delle domande al professore Barbagli, quale coordinatore della pubblicazione.

Professore Barbagli, voi tre sostenete che le dimensioni più significative della cultura sessuale dominante sono tre.

Vuole spiegare le loro caratteristiche?

La prima è data dal significato attribuito all’attività sessuale. La seconda è costituita dai copioni di comportamento previsti per gli uomini e per le donne, cioè quelle regole che indicano con chi e in quali occasioni possono avere rapporti sessuali. Della terza fanno parte le credenze sulla natura, le cause e conseguenze delle varie forme di attività erotica.

Per quanto riguarda il significato attribuito al sesso, voi distinguete quattro principali orientamenti: ascetico, procreativo, affettivo, edonistico. Qual è il comportamento dell’orientamento ascetico?

Ascetico è l’orientamento di chi rinuncia volontariamente alla sessualità, scegliendo la strada dell’astinenza, della castità, della verginità e del celibato. Originariamente si basava su una concezione della vita che disprezzava il corpo come la morte dell’anima… Oggi è spesso giustificato come sacrificio in nome di una fede più grande di noi. Questo orientamento ha assunto particolare importanza nei paesi di tradizione cattolica, come il nostro, diventando la linea di demarcazione fra il clero e i laici.

E dell’orientamento procreativo?

Per l’orientamento procreativo il fine esclusivo dell’attività sessuale è mettere al mondo figli all’interno del matrimonio. Essa può avere dunque luogo solo fra persone di sesso diverso, dopo le nozze, e può realizzarsi solo nella penetrazione vaginale e solo nei momenti in cui il concepimento è possibile. Le relazioni sessuali prematrimoniali, extraconiugali, l’omosessualità, la masturbazione, le pratiche erotiche orali e anali, così come i metodi anticoncezionali, sono condannati moralmente, perché rivolti al piacere e non alla procreazione.

E dell’orientamento affettivo?

Per l’orientamento affettivo l’attività sessuale è espressione reciproca di amore fra due partner e serve al tempo stesso a consolidare il legame esistente fra loro. I rapporti sessuali dovrebbero aver luogo solo quando vi sono una forte intesa psicologica e un completo coinvolgimento emotivo ed affettivo fra un uomo e una donna… Ogni pratica sessuale è ammessa quando è desiderata da entrambi… Sono consentiti i rapporti sessuali prematrimoniali, ma non quelli extramatrimoniali, perché rappresentano un tradimento del coniuge. Se il coinvolgimento e l’intesa vengono meno, anche il rapporto di coppia può finire, con la separazione o il divorzio.

E, infine, dell’orientamento edonistico?

Nell’orientamento edonistico lo scopo principale dell’attività sessuale è raggiungere il piacere fisico. Esso è rivolto verso il corpo, ammirato ed esaltato più di ogni altra cosa. L’orgasmo, profondo, prolungato, ripetuto, è la forma di piacere fisico a cui si attribuisce maggiore importanza e, dunque, qualunque pratica che permetta di raggiungerlo è considerata positivamente, anche se fra i partner non vi è alcun coinvolgimento emotivo ed affettivo. E’ lecito, quindi, avere rapporti sessuali anche con persone appena conosciute, delle quali non si sa nulla o verso le quali si prova solo attrazione fisica, avere contemporaneamente più partner o praticare lo scambio di coppia.

Passiamo ai copioni, alle regole di comportamento degli uomini e delle donne e alla “doppia morale” che ha avuto grande importanza nel corso dei secoli. Che cosa significa e comporta questa doppia morale?

Bene. La “doppia morale” prevede regole diverse per gli uomini e le donne relativamente alla castità prematrimoniale e alla fedeltà coniugale. Mentre giudica severamente una donna che non giunge vergine al matrimonio, si aspetta che un uomo vi arrivi dopo aver fatto qualche esperienza sessuale con una prostituta, una serva o una donna più anziana. Analogamente, mentre non consente in alcun modo che la moglie tradisca il marito, considera molto benevolmente le scappatelle di quest’ultimo. E’ per questo motivo che in molti paesi europei è stato a lungo considerato un valido motivo di divorzio l’adulterio della moglie ma non quello del marito. E’ per questo motivo che, in questi paesi, la prostituzione, ben lungi dall’essere punita, è stata regolarizzata e gestita dalle autorità civili almeno dal Trecento in poi.

Su quali concetti si basa la doppia morale nell’attività sessuale?

Essa si fonda su due idee. La prima sostiene che dalla castità della donna dipende tutta la proprietà del mondo. La seconda sostiene che le donne siano proprietà sessuale degli uomini e che il suo valore diminuisca se ha rapporti con qualcuno che non ne è il legittimo proprietario.

Con quale orientamento è connessa la doppia morale?

Essa è intimamente connessa con l’orientamento procreativo. E’ invece molto più raramente seguita dagli uomini e dalle donne che ne hanno uno affettivo o edonistico.

Come si caratterizzano questi due ultimi comportamenti?

I seguaci dell’orientamento affettivo o edonistico si rifanno più spesso ad una concezione egualitaria che, pur avendo assunto finora forme diverse, considera leciti per entrambi i partner i rapporti prematrimoniali, illeciti quelli extraconiugali e attribuisce grande importanza al raggiungimento del piacere sessuale reciproco.

C’è da aggiungere che sono molte le “credenze” collegate a questi argomenti. Vogliamo per prima cosa descrivere le credenze che riguardano il corpo degli uomini e quello delle donne e le conseguenze dei diversi atti erotici?

Diciamo, a esempio, che l’orientamento procreativo non si è limitato a condannare moralmente la masturbazione perché rivolta esclusivamente al piacere, ma per lungo tempo si è basato sulla credenza che questa pratica fosse molto dannosa per la salute, che provocasse la tubercolosi, l’epilessia, la cecità, la pazzia, oltre a innumerevoli altri disturbi fisici e mentali.

E riguardo alle credenze relative alle differenze tra la sessualità maschile e quella femminile nell’Europa cristiana?

Per molto tempo si è ritenuto che le donne avessero desideri erotici più forti e inappagabili degli uomini o, come si diceva, una maggiore concupiscenza e una maggiore lussuria e fossero più carnali, più voraci, più aggressive e più insaziabili.

Ma poi c’è stato un cambiamento!

Sì, a poco a poco essa ha perso rilievo e, negli ultimi anni del Settecento, fu sostituita da una diametralmente opposta… Si iniziò a pensare che le donne fossero tenere, affettuose, disinteressate, materne, generose, altruiste, ma prive di bisogni sessuali, insensibili alla passione erotica, fredde, quando non frigide: ideali per mettere al mondo figli e per allevarli, per dare piacere al marito e per restargli fedele. In varie forme, questa credenza è rimasta in vita nei paesi occidentali per buona parte del Novecento.

Da che cosa fu provocato questo rovesciamento di prospettiva?

In parte fu provocato da un profondo mutamento della concezione del corpo e dell’orgasmo maschile e femminile, che risale alla fine del Settecento.

Nel libro affermate che prima della scoperta scientifica del meccanismo di fecondazione, in Europa si contrapposero due idee nate entrambe nella Grecia antica e riprese da diverse correnti culturali cristiane!

Sì, è così.

Come si caratterizza la prima idea?

La prima, risalente a Ippocrate e a Galeno, sosteneva che affinché avvenisse il concepimento era necessario che sia l’uomo che la donna raggiungessero l’orgasmo. Si riteneva che, durante il coito, entrambi provassero un piacere violento… ed emettessero una qualche sostanza che provocava la fecondazione. Questa tesi venne ripresentata con forza straordinaria dal gesuita spagnolo Tomàs Sànchez, in un testo del 1605, citato dai moralisti cattolici fino a tutto il Novecento.

E la seconda idea sul concepimento?

Risale ad Aristotele che sosteneva che l’anatomia e la fisiologia maschile e femminile fossero profondamente diverse, che le donne non eiaculassero, che la sostanza attiva nel processo di generazione fosse unicamente lo sperma. Questa tesi trovò nuova fortuna verso la fine del Settecento, quando si cessò di considerare l’orgasmo femminile rilevante per il concepimento e per l’amplesso coniugale. Così, dopo essere stato considerato per secoli una condizione necessaria e indispensabile della riproduzione, l’orgasmo femminile divenne un aspetto marginale della fisiologia, un fatto fortuito, secondario, superfluo.

Quali orientamenti ha sostenuto la chiesa cattolica?

Per secoli, la chiesa cattolica ha sostenuto l’orientamento ascetico e quello procreativo, il primo per il clero, il secondo per i fedeli laici.

Ci sono stati mutamenti nelle posizioni della chiesa cattolica?

Certo. Nel 1951… Pio XII dichiarava ammissibile il piacere sessuale, pur raccomandando la disciplina dei sensi. Implicitamente poi si consentiva ai fedeli il ricorso ai metodi naturali di controllo delle nascite. Dieci anni dopo, il Concilio Vaticano II, pur ribadendo che l’idea che l’amore coniugale è ordinato alla procreazione e all’educazione della prole, ammetteva che la fecondità non è il solo fine del matrimonio, e che tutti gli atti con i quali i coniugi si uniscono in intimità sono onorabili e degni e fanno parte dell’espressione dell’amore autentico… La chiesa ha inoltre cercato di aggiornare l’analisi del fenomeno dell’omosessualità e delle sue cause… Ma nel complesso essa è rimasta ferma sulle sue posizioni di principio e ha continuato a condannare la masturbazione, l’omosessualità, l’aborto, il divorzio e tutte le pratiche sessuali rivolte esclusivamente al piacere.

E il popolo comunista cosa pensava della sessualità e dell’omosessualità?

Almeno negli anni Cinquanta e Sessanta, anche la cultura sessuale del popolo comunista e delle organizzazioni e dei partiti che lo rappresentavano non si allontanava molto da quella dominante. Accettava la doppia morale e giustificava l’infedeltà maschile in nome di esigenze fisiologiche insopprimibili. Era diffidente, quando non apertamente ostile, nei confronti del mondo omosessuale, degli uomini attratti da altri uomini, che venivano chiamati “finocchi”, “checche”, “froci” o “recchioni”.

Parliamo anche dello Stato italiano. Quale orientamento ha privilegiato nel corso della sua ancor breve vita?

Anche alcune norme statali si ispiravano all’orientamento procreativo e alla doppia morale. Ai coniugi infelici esse non hanno reso possibile, fino al 1970, il divorzio, ma solo la separazione legale. Il codice penale e le leggi di Pubblica Sicurezza proibivano la propaganda a favore di pratiche contro la procreazione e a favore dell’aborto. Lo stesso codice penale considerava con la massima indulgenza l’uxoricidio per onore… Nell’ultimo trentennio del Novecento queste norme e leggi sono state abrogate, cambiate o sostituite con altre. Per la prima volta è stato riconosciuto il diritto di divorziare e di abortire. Quanto agli omosessuali, lo stato italiano sarà probabilmente uno degli ultimi a riconoscere dei diritti alle coppie gay e lesbiche.

Ricordo, infatti, che la legge sul divorzio è del 1970, sui consultori familiari del 1975 e sull’aborto del 1978. Ma quando sono iniziati questi cambiamenti?

Molti studiosi pensano al Sessantotto… Gli studenti che, negli Stati Uniti e in Europa, occuparono le università si ribellavano infatti non solo contro l’autoritarismo, la scuola di classe, la guerra in Vietnam e il colonialismo, ma anche contro la famiglia borghese e la morale sessuale tradizionale, come testimoniano i numerosi slogan che essi lanciarono: “Fate l’amore non fate la guerra”, “ il personale è politico” , il “corpo è mio e lo gestisco io”.

Si capisce chiaramente da queste osservazioni che non è proprio così. Perché?

Nella letteratura scientifica non tutti gli studiosi condividono questa tesi. Vi è chi ritiene che questi cambiamenti siano avvenuti già durante la seconda guerra mondiale… Altri sono convinti che grandi trasformazioni in questo campo iniziarono ancora prima, negli anni Venti, almeno negli Stati Uniti, in Germania e in Russia, dove gruppi di intellettuali influenzati dalle teorie di Marx e di Freud introdussero il concetto di “rivoluzione sessuale”. Altri studiosi ancora pensano che, in molti paesi dell’Europa occidentale vi sia stata una rivoluzione sessuale negli ultimi decenni del Settecento, quando crebbe notevolmente la frequenza dei rapporti prematrimoniali dei giovani proletari che si spostavano dalle campagne.

A questo punto, mi viene da chiedere: in quali ceti sociali iniziano i grandi mutamenti della sessualità degli Italiani?

Questi grandi mutamenti sessuali degli ultimi due secoli sono iniziati nei ceti sociali più alti, nei quali hanno preso l’avvio altre grandi trasformazioni sociali. Poi, queste innovazioni si sono lentamente diffuse negli altri strati della popolazione.

L’inizio è avvenuto prima al nord o al sud?

Questi cambiamenti sono iniziati nella borghesia intellettuale delle regioni settentrionali. Sono le coppie di questo ceto che per prime hanno cominciato, in diversi momenti del Novecento, ad abbandonare la “doppia morale” e la credenza che la masturbazione fosse nociva alla salute, a seguire un orientamento affettivo o edonistico, a dare grande importanza al piacere e alla sperimentazione, ad avere rapporti sessuali prematrimoniali, a fare uso della “fellatio”, del “cunnilingus” e dei rapporti anali, a provare sentimenti omoerotici e ad interpretarli… con la dicotomia omosessuale/eterosessuale.

Una spiegazione riguardante la dicotomia omosessuale/eterosessuale, però, è d’obbligo!

Certo. Questa formula serve a far capire che nell’ultimo trentennio del Novecento si è affermato il sistema di classificazione, secondo il quale coloro che si sentono attratti da persone dello stesso sesso non sono né invertiti, né attivi, né passivi, ma possono avere una nuova identità che comporta la formazione di rapporti non asimmetrici con i partner. E’ grazie all’affermazione di quest’ultimo sistema e delle nuove identità che è aumentato il numero degli italiani che si definiscono omosessuali o bisessuali.

E queste trasformazioni si sono verificate prima in Italia o in Europa?

Le trasformazioni della cultura sessuale ricordate sono avvenute prima nell’Europa centrosettentrionale (Svezia, Danimarca, Gran Bretagna, Francia e Germania) e poi in Italia.

Voi affermate che alcune pratiche sessuali si sono verificate, però, prima in Italia. Quali sono?

La prima è l’uso dei rapporti anali nelle coppie eterosessuali… La seconda è l’utilizzo di metodi contraccettivi a prima vista meno “avanzati” (il coito interrotto e il preservativo).

Come mai?

Ciò dipende dalle disuguaglianze di genere che sono in Italia più forti che negli Stati Uniti o negli altri paesi dell’Europa centrosettentrionale. Le donne italiane fanno minor uso della masturbazione di quelle di altri paesi e accettano i rapporti anali più di loro, perché hanno una minor forza di negoziazione nei rapporti intimi.

Ci sono altre disuguaglianze di genere riguardo alla sessualità?

Certamente. Nel nostro paese – più al sud che al centro nord – gli uomini, ad esempio, raggiungono l’orgasmo molto più spesso delle donne, mentre una parte significativa di queste finge talvolta di provarlo.

Ma negli ultimi anni soprattutto i comportamenti delle donne sono cambiati!

In effetti è così. Le donne si sono avvicinate notevolmente agli uomini per l’età del primo rapporto, il numero di partner avuti nel corso della vita, l’uso delle pratiche non riproduttive rivolte esclusivamente al piacere: la masturbazione, i rapporti orali, e così via. Le differenze di genere sono completamente scomparse riguardo ai rapporti prematrimoniali e alla frequenza con cui gli italiani si sentono attratti da una persona delle stesso sesso.

Qualche dato?

Fra i credenti convinti e attivi delle ultime generazioni, ad esempio, l’80% giudica positivamente i rapporti prematrimoniali e oltre il 70% ha avuto rapporti orali. Essi hanno tuttavia di solito un orientamento affettivo, mentre i loro coetanei senza religione si rifanno più spesso di loro a quello edonistico.

Nelle ultime generazioni italiane, inoltre, è diminuita l’età mediana del primo coito delle donne. Si è ridotta la percentuale di chi non ha mai avuto rapporti sessuali.

Inoltre, la diffusione dei comportamenti sessuali è disuguale: i rapporti sessuali prematrimoniali sono ormai universali; i rapporti orali riguardano la stragrande maggioranza delle coppie; i rapporti anali solo la metà.

Per quanto riguarda la fedeltà di coppia?

L’85% degli italiani condanna il tradimento… anche se poi una parte non piccola non è coerente… In un terzo delle relazioni di coppia lunghe (con o senza il matrimonio) almeno un partner tradisce l’altro.

Con quale orientamento è collegato questa trasgressione?

Soprattutto con l’orientamento edonistico, che consente anche di avere rapporti sessuali con sconosciuti o di tradire il partner, quando questo serva all’appagamento personale.

Parliamo di un argomento tabù per secoli nell’Europa occidentale, ma ancora tale in alcune regioni e villaggi italiani, e in molti paesi extraeuropei: la verginità delle donne. Da alcune osservazioni empiriche e dalla lettura di riviste molto popolari dedicate all’adolescenza, ci si forma la convinzione che essa non sia più un valore. Voi che cosa avete accertato scientificamente?

Prima di tutto che è cresciuta la quota della popolazione maschile e femminile che perde la verginità prima di aver compiuto 16 anni.

L’ideale della verginità femminile, poi, è condivisa oggi, in Europa, da una piccola minoranza di uomini, ma ha perso gran parte della sua importanza fra le donne. Anzi, per molte giovani italiane, la castità, ben lungi dal rappresentare un valore e un tesoro da proteggere, costituisce un ostacolo alla piena realizzazione di sé nei rapporti con i possibili partner… Così, quasi tutte le donne delle ultime generazioni hanno avuto rapporti sessuali prematrimoniali o con il futuro marito o, più frequentemente, con un precedente partner, voltando le spalle alla doppia morale.

Da tutto ciò che è stato detto si possono trarre alcune conclusioni, alle quali ci conducono gli stessi autori.

Il professore Barbagli le sintetizza per tutti.

Oggi, nel nostro paese, convivono concezioni della sessualità profondamente diverse.

Alcuni italiani con un orientamento prevalentemente procreativo continuano a condannare moralmente ogni attività erotica rivolta esclusivamente al piacere. Una parte di loro si rifà ancora alla doppia morale, per cui ritiene che la donna debba arrivare vergine al matrimonio, mentre l’uomo possa fare qualche esperienza sessuale prima; inoltre, giudica molto severamente il tradimento della moglie, ma non quello del marito.

Altri hanno mantenuto un orientamento ascetico, scegliendo la strada della verginità, rinunciando al piacere sessuale e agli affetti coniugali: il personale religioso, i sacerdoti che scelgono il celibato, o i frati, i monaci e le suore che fanno voto di castità; e anche laici che intendono consacrare la loro vita a Dio, pur restando nel mondo.

Nella popolazione più ampia si sono largamente affermati l’orientamento affettivo – che è quello più diffuso - e quello edonistico.

Molti uomini e anche qualche donna seguono l’orientamento edonistico prima della formazione di una coppia stabile, per poi lasciarsi guidare da quello affettivo.

Personalmente ritengo questa pubblicazione piacevole e al tempo stesso utile. Sì, questa volta posso usare proprio la categoria “utile”!

Mi spiego.

L’approccio alla vita sessuale da parte dei preadolescenti, adolescenti e giovani avviene quasi sempre in maniera istintuale, selvaggia, rudimentale, approssimativa.

L’istruzione relativa i ragazzi e le ragazze la ricevono in modo particolare tramite i film e le riviste porno, o i film e le riviste pseudoromantiche o dai più esperti tra loro.

Difficilmente le istituzioni educative, formali e informali, e i genitori si dedicano a questo complesso compito. E, quando lo fanno, nei loro discorsi ci sono spesso pregiudizi, reticenze, deformazioni derivanti dalla cultura sessuale a loro volta ricevuta direttamente o indirettamente da fonti non adeguate.

E ciò vale anche per le ultime generazioni di genitori e figli, che dovrebbero essere – in teoria - più aggiornate e laiche in tali argomenti!

Queste deformazioni, questi silenzi, questi rinvii ( “la riproduzione delle piante”, “oggi non è il momento”) portano, nei casi estremi, i ragazzi a pensare al corpo della donna senza organo genitale (“come le bambole tradizionali”) e che si spaventano quando vedono una ragazza nuda; o a ragazze che temono di rimanere incinte solo baciando un maschio, o ritengono vergognoso il rapporto sessuale, e così via.

Deformazioni che possono diventare anche causa di fallimento di alcuni matrimoni!

La lettura di quest’opera originale e scientifica – lo ribadisco – può aiutare tutti, docenti e discenti diretti o indiretti, a formarsi una sensibilità fine e deliziosa nei confronti di un argomento ancora, per molti aspetti, avvolto dalle ombre dell’ignoranza o dell’ipocrisia.

( Marzio Barbagli, Gianpiero Dalla Zuanna, Franco Garelli, La sessualità degli italiani, Il Mulino, 2010)

Nota esplicativa

- Cunnilingus o cunnilingtus: termine latino che indica la carezza boccale della regione vulvo--

clitoridea (Henri Piéron, Dizionario di psicologia, La Nuova Italia, 1973).

- Fellatio: voce pseudolatina che indica la carezza boccale del pene ( Dizionario di Italiano, La Biblioteca di Repubblica, 2004).

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Tulpa – Perdizioni mortali (2012) di Federico Zampaglione

25 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Tulpa – Perdizioni mortali (2012)  di Federico Zampaglione

Tulpa – Perdizioni mortali (2012)

di Federico Zampaglione

Regia: Federico Zampaglione. Soggetto: Dardano Sacchetti. Sceneggiatura: Giacomo Gensini, Federico Zampaglione. Fotografia. Giuseppe Maio. Montaggio: Marco Spoletini. Effetti Speciali: Leonardo Cruciano (trucco), Bruno Albi Marini (visivi). Musiche: Fedrrico Zampaglione, Andrea Moscianese (The Alvarius). Edizioni Musicali Emergency - Music Italy Deriva. Costumi: Ginevra Polverelli. Arredamento: Giampietro Preziosa. Scenografie: Maria Luigia Battani. Suono in Presa Diretta: Adriano Di Lorenzo. Aiuto Regia: Leopoldo Pescatore. Produzione: Maria Grazia Cucinotta, Giovanni Emidi, Silvia Natili (Italian Dreams Factory). Coproduzione: Giulio Violati (Seven Dreams Productions). Casting/ Operatore alla Macchina. Federico Zampaglione. Location: Eur, Parco Divertimenti Roma 70, Belladonna Club, Libreria Il Seme SRL.

Interpreti: Claudia Gerini (Lisa), Michele Placido (Massimo Roccaforte), Michela Cescon (Giovanna), Nout Arquint (Kiran) Giulia Bertinelli (Paola), Laurence Belgrave (Gerald), Vincenzo Failla (uomo grasso), Ivan Franek (Stefan), Emanuela Di Bari (buttafuori), Simone Castani (corriere), Christiane Grasse (barbona), Chopin Yohann (Chopin), Pierpaolo Lovino (Max), Piero Maggio (Ivan), Giorgia Sinicorni (ragazza bondage), Cnusula Stafida (Giulia), Achille Sganga (suonatore), Barbara Lisa Silva (donna sogno), Ennio Tozzi (Terry), Federica Vincenti (Marla).

Tulpa - Perdizioni mortali (2012) è l’ultima opera di Federico Zampaglione, presentata al Frightfest di Londra, basata su un soggetto originale di Dardano Sacchetti e interpretata da una disinibita Claudia Gerini. Il film non ha niente a che vedere con il precedente Shadow, eccellente horror d’atmosfera. Tulpa è un thriller eccessivo, inquietante, ricco di suspense, estremo nelle sequenze erotiche, molto gore nei delitti, ben realizzato nelle parti di azione e per quel che concerne gli effetti speciali. Zampaglione cita a piene mani il cinema italiano del passato, soprattutto il giallo erotico, il thriller alla Dario Argento, Sergio Martino, Lucio Fulci e Mario Bava. Il killer indossa cappellaccio, impermeabile nero e impugna un coltello da macellaio, inoltre il regista lo inquadra spesso in soggettiva mostrando i delitti dal suo punto di vista. Tulpa è stato girato in digitale e recitato in lingua inglese per avere maggiori possibilità di distribuzione nei paesi anglofoni. Purtroppo il doppiaggio italiano non è esente da pecche. Gianmarco Tognazzi doveva far parte del cast, ma si è ritirato dal progetto ed è stato sostituito da Tozzi; le poche parti già girate dall’attore sono state sostituite con nuovo materiale.

Vediamo la trama. Lisa (Gerini) è una donna in carriera con un singolare hobby notturno che pratica al Tulpa, club privè dove tutto è permesso: sesso di gruppo, amori lesbici, rapporti sadomaso, bondage, un locale gestito da Kiran, figura misteriosa di santone buddista (Nout Arquint, il Caronte di Shadow). Lisa evade dal quotidiano di manager - braccio destro di un ingessato Michele Placido - e frequenta il locale dove sfoga una libido repressa. Un misterioso assassino vestito secondo la miglior tradizione del thriller italiano, uccide uno dopo l’altro i frequentatori del Tulpa che hanno avuto rapporti con la donna. Il club privè è un tempio del sesso dotato di regole ferree: i frequentatori non devono conoscersi, si trovano solo per condividere erotismo, portando all’ennesima potenza l’idea bertolucciana di Ultimo tango a Parigi. Claudia indaga sulle identità di alcuni per capire che cosa sta accadendo e chi può essere in pericolo, ma il killer potrebbe essere anche un rivale che lavora nella sua stessa azienda. Dieci piccoli indiani versione corretta al macabro, in fondo, perché i delitti sono terribili e ben riprodotti. Citiamo la ragazza legata a una giostra e sfregiata con il filo spinato, l’omicidio con la padella di olio bollente, l’uomo crocifisso e perforato a colpi di trapano, la vittima massacrata e divorata dai topi. Tulpa è un vero e proprio giallo estremo che si risolve solo alla fine, capace di inchiodare lo spettatore alla sedia per sapere chi sia l’assassino e quale molla lo spinga a uccidere in modo così efferato. Il killer è l’amica Giovanna (Cescon), folle innamorata di Lisa che non sopporta di vederla impegnata in giochi erotici al Tulpa. Il finale è ricco di suspense, converte il thriller in horror, perché a eliminare l’assassino è un demone liberato dalla sua stessa follia, l’ectoplasma del sacerdote del Tulpa che si materializza e uccide. Un buon lavoro, in definitiva, che gran parte della critica ha stroncato forse per eccesso di aspettative dopo aver visto un’opera originale come Shadow. Gli attori sono un po’ svogliati. Michele Placido pare chiedersi che cosa ci stia facendo lì in mezzo e anche Claudia Gerini - a parte le sequenze erotiche e le scene thriller - recita pessimi dialoghi. La parte thriller - horror è ottima, quel che manca è la cornice, il contenitore degli effetti speciali e degli efferati omicidi. Musica ottima, curata dal regista, cantante dei Tiro Mancino, e da Andrea Moscianese; bella fotografia romana, montaggio serrato, suspense a buoni livelli. Ottime parti oniriche di taglio horror, credibili le sequenze erotiche - pure le più estreme - con una Gerini mai così nuda e disinibita. Il rosso è il colore dominante di tutte le parti erotiche che abbondano in amori lesbici e rapporti a tre. Le soggettive ricordano il miglior Dario Argento, alcune sequenze fanno venire a mente opere come Thrauma e Profondo Rosso. Gli eccessi gore, soprattutto gli occhi estirpati e inquadrati in primo piano, le dita recise, i coltellacci che squartano le carni, ricordano analoghe sequenze girate da Lucio Fulci. Alcuni rimandi all’esoterismo caro al Dario Argento prima maniera sono indispensabili per comprendere il finale. Il tulpa sarebbe un’essenza liberata dal nostro karma, secondo il buddismo tibetano e in particolari situazioni potrebbe dare vita a demoni sanguinari.

Manlio Gomarasca su Nocturno (numero 120 - agosto 2012) scrive: “Zampaglione si dimostra pienamente a suo agio nel manovrare gli stilemi del genere e riesce nella difficile ricerca di equilibrio tra reale e surreale. Da profondo conoscitore del giallo all’italiana, dosa con sapienza e mestiere sangue, sesso ed erotismo. Il suo modello è Argento, ma alcune morti hanno il sapore sadico e assurdo del miglior Fulci (la mano di Sacchetti si sente)”. Possiamo soltanto condividere la corretta analisi del noto critico milanese. Zampaglione si conferma una promessa del nostro cinema di genere, non solo imitatore del passato, ma anche interprete moderno e pieno di ritmo di nuove storie macabre. Dardano Sacchetti, da noi avvicinato, ha detto: “Io mi sono limitato a vendere un soggetto che poi Zampaglione ha sceneggiato insieme a Gensini, lo sceneggiatore dei suoi film. La sceneggiatura ha un’impostazione leggermente diversa dal soggetto originale avendo sviluppato più il lato giallo (direi quasi classico) che il lato esoterico. Le scene di paura sono molto efficaci e ben girate. Gli attori sono bravi, l’ambientazione romana è molto suggestiva. Federico mi aveva già cercato un paio di anni fa per i diritti di un remake, che poi non si poteva fare in quanto i diritti sono pasticciati. Ci siamo trovati bene insieme, quindi lui mi ha chiesto un soggetto originale, Tulpa appunto”. Terminiamo con una stroncatura, contenuta nel Mereghetti 2014 (una stella): “Tra tediose efferatezze (evirazioni, sbranamenti, occhi cavati dal filo spinato) e morbosità oniriche fotografate come in un hard, Zampaglione continua a girare attorno al cinema di genere su cui si è formato il suo immaginario. Ma il giallo argentiano a cui stavolta s’ispira (riservando citazioni anche esplicite a Bava, Fulci e Martino) è basato su meccanismi così abusati che il responsabile della mattanza si intuisce troppo presto. E se tante sequenze sono girate con maldestro dilettantismo, pare provenire dal maestro Dario anche la capacità di tirare fuori il peggio da attori solitamente d’altro spessore”. Condividiamo soltanto la modesta interpretazione da parte degli attori, diretti svogliatamente, ma non tutto il resto. Tensione erotica e narrativa sono ai massimi livelli e la soluzione del giallo si scopre soltanto all’ultima sequenza.

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