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Otello Chelli, "Gente della Venezia"

8 Maggio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #luoghi da conoscere

Otello Chelli, "Gente della Venezia"

Gente della Venezia

Otello Chelli

Finegil Editoriale spa 2014

Divisione Il Tirreno

Gruppo Editoriale l’Espresso

Narra la leggenda che Otello Chelli, classe 1933, abbia imparato a leggere sedendo accanto alle locandine dei giornali. Autodidatta genuino, scrive in una lingua dove ogni parola è letteraria ed intrisa di pathos, ma gli sfuggono errori e refusi che il Tirreno - da cui si può scaricare l’ebook “Gente della Venezia” - non ha provveduto a correggere proprio perché la materia di questo cantore della labronicità più intensa deve rimanere quella che è, grezza e lucente come un diamante appena estratto, aulica e popolare insieme.

Anarchico e libertario, comunista in senso quasi evangelico, Otello Chelli ha alle spalle una lunga produzione di opere sia in prosa che in poesia. Il suo romanzo “La stirpe dei Morgiano”, ormai introvabile, passa di mano solo fra gli amatori. Quello che ci lascia oggi, all’età di ottantuno anni, è un vero e proprio testamento. Prima di congedarsi vuol testimoniare un mondo che vive e palpita solo nei cuori degli ultimi superstiti. Con la generosità e lo spirito solidale, a momenti francescano, che lo anima, Chelli fa in modo che il suo lascito sia fruibile da tutti e scaricabile gratuitamente dal quotidiano della sua città.

Già, la città, quella stessa Livorno cantata da Caproni, patria di Mascagni, Fattori, Modigliani. Ma non tutta, solo un quartiere, piccolo per la verità, che si dilata e giganteggia, erge invisibili mura di fossati, di ponti, di barriere che lo separano dal resto del centro toscano: la Venezia.

Il quartiere si chiama così perché ricorda la città lagunare, fra ponti e canali, scalandroni e navicelli; è architettonicamente molto bello, ha conosciuto il suo massimo splendore nel settecento, Luchino Visconti vi ha girato “Le notti bianche”. Per Chelli costituisce un macrocosmo, un intero universo, il teatro all’aperto dei suoi sogni di bambino, il luogo dell’anima dove tutto è possibile.

Il testo è totalmente autobiografico ma di quell’autobiografismo capace di scardinare i propri limiti e ridisegnare un mondo, un territorio e un tempo, popolati da una folla di uomini e donne che sembrano usciti da un atto di Cavalleria Rusticana o da un quadro di Eugenio Cecconi, anche se i fatti narrati sono posteriori e coprono l’arco che va dagli anni trenta al dopoguerra. Gente che fu, gente del popolo, svelta di mano e di coltello, pronta a lavare un’onta col sangue e a rubare per sfamare i figli, ma capace anche di dividere tutto con gli amici. Gente di cuore che sa aiutare e compatire nel senso letterale del termine.

Il testo – non lo chiamiamo romanzo perché è piuttosto una sere di quadri, di “spezzoni”, come li definisce l’autore – rievoca figure storiche, con tanto di nome, cognome e soprannome. Si parte da Artemisia, madre del protagonista.

Artemisia aveva chiamato i figli per dare loro il solito cantuccio di pane con qualcosa dentro per insaporirlo. Lei e Pepe Nero avrebbero cenato nella fiaschetteria di Edipo con una fogliata di acciughe sotto il pesto e un litro di vino rosso.”

È un’Annina meno fine e meno caproniana, sanguigna, scarmigliata, dalla risata squillante, pronta a battersi come una tigre in favore degli otto figli ma anche dei figli delle vicine; capace addirittura di incontrare il duce in persona per difendere il marito dagli squadristi. Ma, soprattutto, generosa:

Mamma poteva contare abbondantemente sui soldi guadagnati con i miei traffici, la fame ci era sconosciuta, ma nel mio nascondiglio, ne avevo uno anche nel labirinto della Fortezza Nuova, più ne mettevo, più il mucchio scemava. Era più forte di lei. Non poteva dare da mangiare ai propri figli mentre intorno altri bambini e ragazzi stavano a guardare con gli occhioni spalancati e una luce mista di desiderio, brama e supplica. Così divideva pranzo e cena con tutte le famiglie abitanti nel nostro pezzo di colonia e anche oltre, per me era padrona di farlo, mai avrei potuto richiamarla alla moderazione nella spesa quotidiana, perché condividevo pienamente quella solidarietà, del resto generalizzata, forse il dato più bello da registrare in quei lontani giorni di tragedia.”

Dopo Artemisia, ecco la Ciucia, cui è dedicato anche il libro della pronipote Tiziana Savi,La Ciucia per tutti, Bruna per noi”, sempre con la partecipazione di Chelli. La Ciucia era un carattere borderline, una donna buona e compassionevole, che ogni giorno chiedeva – anzi, diciamo pure pretendeva – l’elemosina per consegnarla ai soldati e a coloro che soffrivano. Sparì senza che se ne sapesse più niente.

Fra i personaggi riportati in vita da Chelli, spicca la giovanissima e bellissima Doretta, innamorata di un amore infantile ma carnale, morta sotto i bombardamenti.

Ho vissuto una lunga, tumultuosa esistenza eppure, mentre mi avvio verso l’ultima tappa di questo mio viaggio sulla terra, la presenza dello spirito inquieto di Doretta è sempre più costante e qualche volta m’illudo che ella stia aspettando il momento in cui il mio corpo cederà alla morte, per allungare la sua mano, tirarmi su e correre insieme a me per le strade strette, battute dal libeccio, con i fossi pieni di navicelli e di vita, in una Venezia immortale che non sarà mai travolta dalla guerra che il 28 maggio 1943 distrusse le sue mura, ridusse alla rovina le sue case cancellando una splendida fiaba e disperse la sua gente in una diaspora senza ritorno”.

E poi Otello Bacci, il musicista assurto agli onori della rivista con Dapporto e Totò; e Silvano Ceccherini, ex capo di una banda di ladri, ex detenuto e poi scrittore; e l’amico fraterno Sansone, compagno di tante avventure pericolose e illegali, rinnegate da Chelli in favore dell’impegno politico. Come Doretta, anche Sansone è morto e mai dimenticato.

Mi inginocchiai sulla terra sotto la quale era stato sepolto e immersi un dito nella superficie marrone, fresca d’umidità, piena dell’odore buono dei campi e pensai ala sua anima: sapevo come in quel momento Sansone fosse finalmente libero.

A far da sfondo tridimensionale ai personaggi sono i luoghi ma, specialmente, i momenti storici. In particolare tre: il fascismo, i tragici bombardamenti che rasero al suolo Livorno durante il secondo conflitto, e l’occupazione americana che trasformò Livorno in una novella Babilonia di traffici illeciti, malavita, borsa nera, “segnorine” e soldati di colore, con la pineta di Tombolo convertita in terra di nessuno, in covo di banditi e prostitute.

Al di là della ricostruzione storica vivissima e partecipata, ciò che anima il racconto è la nostalgia straziante di un mondo sparito, fatto, sì, di stenti, privazioni e atti illeciti, ma anche di uguaglianza, amicizia, solidarietà, in pieno spirito labronico. Quel periodo, quello spazio, quel quartiere, incarnavano gli ideali che l’autore ha perseguito per tutta la vita. Otello Chelli è, infatti, un comunista della prima ora, di quelli che intendono l’impegno politico come lotta, ma anche amore, dedizione, onestà e purezza. Ideali destinati ad infrangersi e a rimanere sempre irraggiungibili. Ideali che, al sapore acre della sconfitta, mescolano quello del rimpianto per la giovinezza che non c’è più, per la vita che sta per concludersi. Così, quest’uomo che ha superato gli ottanta anni, quest’uomo che, dice, non ha mai avuto paura di morire, quest’uomo duro ma col ciglio bagnato del poeta, si congeda da noi tramite la riaffermazione lucida e disperata di ciò in cui ha sempre creduto.

Voltai le spalle al tumulo e mi avviai verso la città laddove avrei affrontato altri settanta anni di vita tumultuosa, inquieta, mai facile, ma ricca di impegno e sacrifici, di dolore e felicità, di ideali poi infranti dagli uomini, in me, però, rimasti vivi come allora e sempre.”

E ora, anche se nel testo esaminato non è compresa, ci piace accostare - timidamente e con pudore - una poesia di Chelli che commemora la figura di Artemisia ad una caproniana in memoria di Anna Picchi. Lo facciamo così, senza nessuna pretesa, solo col piacere di evocare sentimenti simili.

IL CARRO DI VETRO

Giorgio Caproni

Il sole della mattina,

in me, che acuta spina.

Al carro tutto di vetro

perché anch’io andavo dietro?

Portavano via Annina

(nel sole) quella mattina.

Erano quattro i cavalli

(neri) senza sonagli.

Annina con me a Palermo

di notte era morta, e d’inverno.

Fuori c’era il temporale.

Poi cominciò ad albeggiare.

Dalla caserma vicina

allora, anche quella mattina,

perché si mise a suonare

la sveglia militare?

Era la prima mattina

del suo non potersi destare.

IN MORTE DI MAMMA ARTEMISIA

Otello Chelli

Corsi, con il cuore che martellava dentro,

nella notte interrotta

e nei silenti, deserti corridoi dell’ospedale,

la speranza lentamente svaniva nell’affanno

di una certezza che mi strozzava in gola

l’urlo del distacco imminente da te viva.

- “Muore colei che mi stringeva al petto

con amore,

quietava i sonni miei,

e mi donava il sangue dal suo seno.” -

La porta aperta sul volto tuo disteso,

gli occhi velati, la fronte senza rughe,

una carezza e il tenue calore rimasto sulla pelle,

come il tenero petto di un passerotto implume,

mi resero il bambino disperato

che piangeva svegliandosi nel buio.

Ora non c’eri più con il tuo sguardo,

a placare le molte mie inquietudini

e gli affanni della ricerca antica

che mai mi ha dato requie.

La morte si era presa il tuo respiro,

senza l’ultimo abbraccio dei tuoi figli

ed io gemevo piano, con il viso

posato sul tuo capo reclinato.

L’alba mi vide accanto al freddo marmo,

chinato sul tuo corpo a ricordare

i momenti più belli della vita

e i giorni sfortunati.

Poi vennero i fratelli e le sorelle,

i mille pianti, i fiori

e il noce lucidato della bara,

il lento camminare sull’Aurelia,

con gli amici in attesa avanti casa

e i mattoni a serrare il nostro cuore

nella gelida morsa del dolore.

Ora, trascorso il tempo, sono sceso quaggiù,

nell’oscuro snodarsi delle tombe,

davanti al tuo ritratto.

Brillano fiochi lumi e il tuo sorriso,

tra il biancheggiar dei fiori,

è una povera immagine

della squillante risata di mia madre,

quando, giovane, bella e forte,

un bimbo rincorreva lungo il viale

accanto alla Crocetta di Saglietto.

Eppure, Mamma, il tuo ricordo,

nonostante lo scorrere di giorni mai tranquilli,

è presente, ben vivo e mi accompagna

in questa vita vissuta intensamente.

Il tuo corpo è tornato nella terra

che si frantuma attorno e che rinasce

dalle ceneri sparse

di un fuoco che ha vissuto sessant’anni.

Tu rivivi con me, con i miei giorni,

soffri e gioisci nei miei sentimenti,

ti rifletti negli occhi dei miei figli,

scorri con me le pagine diverse

degli anni che trascorrono, cadendo,

uno sull’altro, come foglie d’autunno.

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Le favole cubane di Josè Martì

7 Maggio 2014 , Scritto da driana PediciniA Con tag #recensioni, #adriana pedicini, #gordiano lupi, #fantasy, #saggi

Josè Martì

Fiabe cubane

Ediz. Il Foglio

Narrativa cubana

Traduzione a cura di Gordiano Lupi.

 

“Sono tutte fiabe popolari che a Cuba vengono lette ai bambini. Non esiste persona che non conosca queste storie, raccolte da Herminio Almendros (1898-1974), un editore-scrittore-pedagogo ispano-cubano, noto per aver pubblicato Habia una vez (C’era una volta), il più noto libro di fiabe cubano. Almendros fondò l’Editorial Juvenil, prestigioso antecedente della Editorial Gente Nueva”.G.L.

Le origini della favola si perdono in un lontanissimo passato. Essa trae ragion di essere in quella cultura popolare e politicamente subalterna che nel rapporto conflittuale con i potenti esprime in modo semplice ed immediato le ingiustizie che quotidianamente deve subire.

Tra gli espedienti più comuni utilizzati dai compositori di favole vi è il ricorso a protagonisti tratti dal mondo animale, il che permette di osservare in un modo immediato comportamenti trasferibili al mondo umano. La chiarezza ed immediatezza del linguaggio fiabesco permette di recepire immediatamente la morale di ogni favola, sviluppando un dibattito sui temi evidenziati e su particolari vizi e difetti dell'animo umano sempre in dissidio tra bene e male, tra onestà e disonestà, tra arroganza ed umiltà ecc.

La favola, in quanto racconto fittizio che raffigura la verità in modo metaforico, coinvolge l'attenzione dei bambini e dei ragazzi su molti aspetti della vita, su lati del comportamento umano che, oltre che essere guidati da superiori ideali e valori etici, hanno bisogno di essere chiariti ed interpretati anche da schegge di buon senso, di terrena saggezza, di piccoli ammonimenti che, proprio perché più leggeri, più facilmente si insinuano nell'animo e spingono alla riflessione. E’ solo partendo dall’ osservazione dei comportamenti dei personaggi favolistici e dalla riflessione sui propri che fin dall’età infantile è possibile stimolare l’affettività, il rispetto, l’accettazione dell’altro da sé.

I temi della favola sono diversi e variegati: fatti della vita degli dei o di esseri superiori, degli animali, degli uomini colti nella loro quotidianità; i protagonisti sono spesso animali dotati di intelligenza e di parola umane, ma non mancano anche soggetti della natura inanimata.

Accanto agli animali è presente in questo mondo favolistico una umanità miserevole, colta nei suoi aspetti più dimessi, nella dura realtà del lavoro quotidiano: contadini, pescatori, pastori, rassegnati di fronte alle asperità del vivere, incapaci di trovare scampo ai soprusi della ingiustizia sociale. Ad essi dunque dà voce la favola, che dissimula nella sua contenuta polemica e nel travestimento metaforico dei suoi personaggi "la protesta degli umili" e la disincantata rassegnazione delle classi subalterne.

 

La gallina d’oro

Il mondo si divide in due parti: i lavoratori onesti e gli approfittatori. La vita però non è destinata a diventare un peso per alcuni e un trastullo per altri. Sicché prima o poi chi non si adopera per lavorare non avrà la giusta ricompensa.

 

La piccola rana verde e l’oca.

La favola riprende un motivo caro a Esopo ed è rivolto a tutti coloro che sono agitati da ambizioni sfrenate causate dall’invidia. La natura ha segnato per ciascuno dei limiti e andare oltre porta alla rovina.

 

La margherita bianca

Narra della gioia di vivere, del tripudio all’arrivo della primavera in tutto il suo splendore e della felicità dei bambini all’unisono con la bellezza di fiori e di piccoli animali.

 

La cucarachita Martina.

L’incontentabilità porta fuori strada. La sorte che sembrava la migliore si rivelerà essere la peggiore, per la disobbedienza del topolino alle esortazioni di Martina.

 

Come accadde che il topolino Péres resuscitò.

Talvolta i miracoli accadono davvero, ma non bisogna aspettarseli dall’alto. Bisogna imparare la legge della condivisione sia nel dolore che nella gioia. Tutti i personaggi animati e inanimati hanno condiviso con un segno concreto il dolore di Martina, e, trovata la soluzione, tutti sono stati ampiamente ripagati dalla gioia dell’avvenuta guarigione, gioia che non è stata divisa, bensì moltiplicata e concessa a ognuno, come ricompensa della partecipazione fattiva all’evento.

 

Riccioli d’oro e i tre orsi.

Insegna che la gioia si trova nelle piccole cose

 

Pulcino Pino

Stare in guardia dagli astuti. Non sempre le compagnie sono buone e i consigli disinteressati

 

La gallina Rabona.

Chi non si accontenta del suo perde anche quello che ha. Mai agire in modo disonesto per appropriarsi di quello che non è nostro. Chi la fa l’aspetti!

 

Il gallo al matrimonio.

La cortesia va sempre coltivata, anche quando ci sembra fuori luogo. Non possiamo noi essere giudici degli altri. Pertanto bisogna essere disponibili alla solidarietà

 

Mezzopulcino.

L’egoismo non porta bene. Aiutare gli altri diventa un’occasione per migliorarsi. Rimanere sordi alle richieste di aiuto non consente di averne quando se ne ha bisogno e spesso con l’egoismo siamo proprio noi a metterci in situazioni incredibili e assurde.

 

Non mancano nella prima sezione della raccolta Filastrocche che ammaliano con la rima baciata e con immagini delicate dai protagonisti topici delle fiabe con protagonisti umani (il cavaliere, la gitana) o con animali come in Cucù e nel piccolo raffinato componimento cantilenante La lumaca

Più complessa la struttura e più ricco lo stile nelle Fiabe per Ragazzi.

In “Una monella di nome Nenè” il leitmotiv dell’amore paterno e filiale s’intrecciano con la descrizione della bellezza, del metafisico, della speranza in una vita migliore, e per colorare la tristezza di sottofondo causata da una grave assenza il narratore ricorre all’utilizzo di descrizioni intimistiche delicate, di metafore cariche di significato, di analogie di profondo sentimentalismo.

E poi c’è la vita, quella da scoprire attraverso l’esperienza. E l’esperienza ha i suoi tempi, le sue tappe. La protagonista, come ogni giovane e fertile mente, è assalita dall’ansia di scoprire subito tutto quello che c’è nel libro proibito, un gran librone carico di anni e pesante di vita vissuta che il papà le impedisce di leggere. Lo afferra una notte di nascosto e vi trova la vita nei suoi aspetti fulgidi e strani, proprio come il gigante monocolo dipinto nel libro, fin troppo vicino al ciclope di omerica memoria. Diversi uomini, di varie razze, tentano di risalire faticosamente la lunga barba dell’omone. Fin troppo chiara la durezza della vita per tutti, a qualunque razza si appartenga! Infine l’imponderabile, l’inaspettato, l’uomo nero ignudo, che rappresenta il superamento del limite, l’ubbidienza tradita e forse l’incognita che ci attende quando si devia dalla retta via, una sorta di peccato originale che già inficiò l’umanità di Adamo.

Travolta dal fascino dei colori con cui sono raffigurati nelle pagine seguenti numerosi animali, la protagonista si lascia andare al trafugamento dei fogli e, quasi estraniata, non si accorge del monito del papà sopraggiunto all’improvviso che l’osserva con sguardo accigliato.

La conclusione infine restituisce una bambina provata dal rimorso.

Bebè e il signor Don Pomposo” dichiara che la genuinità di sentimenti positivi appartiene all’infanzia. In un mondo in cui ad alcuni per sorte tocca una vita grama, al contrario di altri più fortunati che ottengono facilmente tutto, spesso gli adulti sono inadeguati a stabilire l’equilibrio e in una falsa torre di bontà dispensano doni a chi non ne avrebbe bisogno, trascurando di guardare oltre. Allora ci pensano i piccoli che in una sorta di slancio naturale mettono in pratica azioni di generosità a favore dei più deboli, soprattutto se bambini come loro.

Anche nella fiaba poetica “Le scarpette rosa”, ricca di descrizioni paesaggistiche e di dettagli personali, sorprende che l’iniziativa dell’atto generoso sia intrapresa da una bambina che rinuncia volentieri alle sue scarpine rosa, a cui tanto la sua mamma teneva, perché un'amichetta molto povera possa indossarle per giocare. Torna a casa a capo chino la bimba, timorosa per le conseguenze della disobbedienza, per giusta causa diremmo! Infatti non solo non verrà sgridata, ma addirittura la mamma l’esorta a far dono alla bimba povera di tante altre cose ancora.

Un quadro vero e proprio, una filigrana preziosa, un lavoro di cesello e ricamo è la fiaba “La bambola nera”. Minuscole pennellate di colore, lampi di luce che danno il senso pieno della descrizione attenta e meticolosa. Tutto è bello, raffinato, curato, le cose come i sentimenti, ma la crepa buia c’è perfino in questo mondo dorato. È ancora una volta la sensibilità della protagonista, una bimba di 8 anni, che in tanta festa per il suo compleanno, non riesce a godere pienamente della gioia dell’evento e dei regali ricevuti. Solo a sera, nel suo letto, ritrova la felicità abbracciando la bambola nera, il suo gioco preferito, da tutti trascurato perché considerato brutto e malconcio. Ancora una volta vien fuori l’amore per gli emarginati, così spontaneo in chi non è stato ancora “diseducato” dalle convenzioni sociali.

Il gambero incantato”. Molto frequente è il tema della incontentabilità umana, e molto fortunato nella tradizione favolistica. Attraverso una serie di episodi narrati con garbo e con dovizia di particolari, l’Autore sottolinea come il parossistico desiderio di possesso, di ricchezza e infine di mutare la propria condizione, alla fine porti alla rovina. Il non rispettare la misura è un grave danno. Ma la favola contiene anche un altro messaggio: il non darla vinta agli sregolati, fronteggiare la loro insaziabilità a qualunque costo, pena la rovina personale. Proprio come ci suggerisce il finale.

Un monito valido da sempre soprattutto nell’educazione dei figli. E’ facile constatare come i giovani di oggi abbiano desiderio, anche in fatto di morale, di punti di riferimento sicuri che con sofferenza talvolta cercano in comportamenti poco coerenti del tessuto familiare e sociale; e che spesso il loro recalcitrare di fronte a consigli e ammonimenti severi è solo un modo per mettere alla prova non tanto se stessi, quanto gli adulti (genitori ed educatori). Un obiettivo, questo, che pare felicemente raggiunto nelle fiabe dell’Autore cubano.

C’è da chiedersi perché le fiabe incontrino in genere tanto favore e perché questo genere letterario sia pratico laddove si cerchi il profumo della libertà.

Sicuramente la narrativa, specie quella di veloce sforzo creativo, di più immediato impatto, come il racconto o la favola, è stato sempre il genere trainante, prodromico alle forme più ampie come il romanzo. Inoltre quando le convenzioni sociali, le limitate libertà impediscono l’autentica estrinsecazione del pensiero, questo si fa scudo della metafora con cui critica la realtà e gli aspetti aberranti di essa, nascondendosi in un generale moralismo che non sempre coglie le peculiarità di una situazione, di un paese, di un popolo. Oppure si corre il rischio che il senso inebriante delle conquiste poco mature “accentui il divario tra l'ideale dei padri e la meschinità del presente, la religiosità e il misticismo un tempo tabù, la solitudine senza prospettive”.

Allora interviene la satira, o con atteggiamento molto più dolce e bonario, ancora una volta la favola.

E sicuramente un ruolo importante nel loro contesto hanno rivestito anche le fiabe di Josè Martì.

Un’ultima nota per evidenziare gli ottimi disegni di Roberta Guardascione e la traduzione straordinariamente ricca di pathos di Gordiano Lupi.

 

Adriana Pedicini

 

Josè Martì (1853 – 1895), considerato l’eroe dell’indipendenza

cubana, morì combattendo contro i colonizzatori

spagnoli. Fu poeta di radice whitmaniana, anticipatore

della poetica modernista (di lui si ricordano

soprattutto i Versos Sencillos del 1891, dai quali venne

estrapolato il testo canzone Guantanamera). Non fu

solo poeta, ma anche narratore per l’infanzia (fondò la

celebre rivista La Edad de Oro), saggista, uomo politico

e romanziere. Tutta l’educazione della gioventù cubana

passa attraverso l’insegnamento capillare della

sua opera. Nené traviesa è una fiaba pubblicata per la

prima volta sulla rivista La Edad de Oro.

Le favole cubane di Josè Martì
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Il richiamo dell'usignolo

6 Maggio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia, #luoghi da conoscere

Il richiamo dell'usignolo

Il richiamo dell’usignolo

Memorie, il richiamo dell’usignolo

Memorie, immagini, luoghi vissuti

storia e storie di gente consumata

fra terra arsa e case di pietra.

Vita spalmata tra vicoli ciechi

dove forte era l’odore del muschio

e il sol di rado dispensava sorrisi.

Al reiterato canto del gallo,

che all’alba suonava la sveglia,

seguiva un vociare affannoso

che rimbalzava di casa in casa.

Davanti a Edicole improvvisate,

effigie poste nelle crepe delle case,

ognuno chiedeva ragione ai santi

di mancati raccolti e stupori affranti.

Memorie, immagini, pietre vissute

pagine e pagine di libro mai chiuso

che in religiosa attesa rimane

pronto a colmare lacune

dell’usignolo che ne avverte il richiamo.

Lucia Clemente

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Fai un passo avanti

5 Maggio 2014 , Scritto da David Di Luca Con tag #david di luca, #psicologia

E’ successo una mattina di primavera. Sedevo nella hall di un albergo, dove mi trovavo per una convention aziendale. Non era una delle mie giornate più brillanti. Anzi, sentivo che era probabilmente la peggiore della mia vita. Nonostante fossi lì per essere motivato, mi sentivo un rottame.

Il perché, difficile dirlo. Non ero particolarmente ammalato, né avevo problemi economici. Qualche guaietto sentimentale, ma niente che potesse turbare un essere umano medio. Eppure, sentivo di odiare tutto e tutti, me compreso.

Ero arrivato alla soglia della mezza età senza grandi realizzazioni. Il lavoro era una serie di collaborazioni messe insieme alla bell’e meglio. Vivevo coi miei, e non osavo nemmeno più sognare una vita mia, indipendente. Uscivo da una mezza storia dove una tipa che aveva vent’anni meno di me mi aveva dato segni di benevolenza salvo poi scomparire nel nulla. Era arrivata proprio quando avevo lasciato perdere l’idea di poter suscitare amore in qualcuna, e forse per questo la delusione era stata anche più cocente.

Certo, col tempo avrei dimenticato. Ma in quel momento era la ciliegina sulla torta. Così, ecco che quella mattina stavo seduto in una poltrona color aragosta, chiedendomi quanto valesse ancora la pena vivere, se l’impegno era così gravoso e i risultati tanto scarsi.

Ora, io credo che la razza umana non sarebbe sopravvissuta all’evoluzione se non avesse avuto “qualcosa” che gli consentisse di trovare soluzioni anche ai problemi più intricati. Si chiama creatività. Usandola, si può uscire dal nostro stato attuale e sviluppare nuove situazioni. Si tratta di qualcosa che agisce al di là della nostra coscienza, e spesso si presenta in forma di visione, di rivelazione, come se venisse dall’esterno, da qualcosa di superiore a noi.

E fu esattamente così. Mi parve di sentire una voce che diceva: Fai un passo avanti. Fai un passo avanti! FAI-UN PASSO-AVANTI!!!

Non essendo ovviamente Giovanna D’Arco, mi resi conto che il mio inconscio si era rotto le scatole di galleggiare nella sfighite acuta, e mi aveva comunicato questa informazione, che trovai potentissima, tanto da farmi immediatamente cambiare il mio stato d’animo. Alzai la testa, e mi resi conto che l’ambiente intorno a me pareva completamente diverso. Sentivo che, certo, i miei problemi c’erano ancora, ma potevo affrontarli, un passo alla volta.

E mi venne da pensare: quante occasioni ci sfuggono nella vita perché crediamo che sia troppo difficile ottenere qualcosa? Eppure, spesso qualsiasi traguardo si può raggiungere facendo un passo avanti, poi un altro, poi un altro ancora. Fino a quando ti volti indietro, e ti stupisci di quanta strada hai fatto. Tutto per aver deciso a suo tempo di fare un piccolo, piccolissimo passo avanti.

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La zozzetta che è in noi

4 Maggio 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

La zozzetta che è in noi

Una sera, dato che Whatsapp non funzionava (tutta colpa di Zuckerberg, secondo me), mi sono data al tweet compulsivo, specie sulle battute finali del festival di San Remo.

Nell’altra stanza c’era mio marito, perso nel pc come non lo vedevo da moooolto tempo….

- Bah… – mi sono detta – starà dietro a una delle sue solite ricerche antropo-sociologiche…. -

Di solito le sue “ricerche antropo-sociologiche” si riducono a stare su Youtube ad ascoltare presunti rapper, sconosciuti ai più, che vomitano testi improponibili o sedicenti cartomanti che, oltre alle carte, non sanno mettere assieme due parole per farsi capire…tutto per farsi due risate, grasse e snobbine, dall’alto delle sue tre lauree…

Ieri sera invece il bastardone faceva una ricerca di tutt’altra natura… (appurato con lavoro di intelligence informatica dopo che il fedifrago digitale è andato a letto…)

Allora che sia chiara una cosetta!!!

Uomini che fate la stessa cosa che ha fatto mio marito ieri sera…, tanto per mettervi al corrente, noi donne non siamo poi così cretine…pollastre sì, ma cretine no.

Quando, voi uomini, chiudete una pagina internet dai contenuti discutibili, se aveste un minimo di furbizia in più, andreste almeno a cancellare le pagine incriminate dalla cronologia dei siti visitati…

Ma noooo dite… tanto chi se ne accorge… la cosa meglio nascosta è quella lasciata in bella vista e bla bla bla…

- Tsk Tsk! – come direbbe Pippo e poi – Sgrunt! – come direbbe Paperino!

Una volta nascondevate il giornaletto “Le ore” sotto il materasso, oggi guardate siti porno e manco vi scomodate a non farvi beccare!

Si, avete capito bene signore, ho pescato, seppure in differita, quel porco di mio marito a guardare una zozzetta che si toglieva le mutande e se le infilava nel suo stesso orifizio… (quello generatore per intenderci), un’artista, a suo modo…

E ho pensato – … ma che c’avrà più di me sta zozzetta? -

- Quel pezzo di merda… una mancanza di rispetto così… devo fargliela pagare a quel bastardo… Ma sarò più brava di lui, non gli dirò che l’ho scoperto, sarò molto più subdola…glielo farò scoprire pian piano, la vendetta è un piatto che va servito freddo – ho pensato a caldo…

Nel frangente che la rabbia montava, ho visto quello che la zozzetta faceva all’attore maschile nel filmato e oltre a provare un certo languorino o meglio “voglia di qualcosa di buono” (tipo la contessa dei Ferrero rocher che poi, pure lei, mica ce l’aveva allo stomaco il languorino…), ho avuto un flash illuminante…

Perché chiamiamo i nostri uomini porci se guardano ‘ste cose?

Perché ce la prendiamo così tanto con loro?

Perché ci sembra un’offesa da lavare col sangue de ‘sti poracci?

Perché guardano con lussuria (ossia sbavando) altre donne e ne immaginano di goderne le lubriche attenzioni… mi direte voi

Ma noi non facciamo lo stesso lasciandoci avvincere dal bondage di Christian e Ana? Non vorremmo essere noi a firmare il contratto che Ana firma perché Christian ci faccia tutte quelle belle cosette, da emerite sottomesse che vorremmo essere?

Ma allora …non è la stessa cosa? Perché usare due pesi e due misure? Perché accusarli di porchitudine quando ne siamo affette noi per prime?

E se nelle previsioni più rosee, i nostri uomini desiderassero che fossimo proprio noi a fargli quelle cosette lì…?

Ebbene signore dopo questa accurata riflessione il video me lo sono guardato attentamente anch’io ... certo mettere in pratica quelle cosette andrebbe oltre i tempi consentiti per le nostre prestazioni usuali…però a turno una cosetta alla volta si può fare…

E per ottemperare in pieno la par condicio io e mio marito abbiamo lanciato la monetina … la sorte ha voluto che iniziasse lui…pazienza…mi sottometterò (ops) con sacrificio alla sua volontà…

Per i più curiosi… lui preferisce la cera bollente ma a smorzare la candela ci ho pensato io…

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Gordiano Lupi, "Calcio e acciaio"

3 Maggio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #gordiano lupi, #recensioni, #luoghi da conoscere

Gordiano Lupi, "Calcio e acciaio"

Calcio e acciaio

Gordiano Lupi

Acar edizioni, 2014

pp 193

12,50

Il problema con la vita è che, anche quando non cambia mai, cambia continuamente.”

Un romanzo dove accade ben poco, Calcio e acciaio di Gordiano Lupi, incentrato su un proustiano ricordare, una madeleine che rimanda a piene mani al precedente libro dell’autore, il bellissimo Alla ricerca della Piombino perduta. Anche qui la nostalgia è la cifra principale, permea di sé tutte le pagine in modo straziante.

Giovanni è tornato a Piombino per ammalarsi di ricordi. Quando la realtà non è come la vogliamo si finisce per rifugiarsi nel passato.” (pag 77)

L’autore dissemina se stesso, spalmandosi sui vari personaggi, Giovanni in primis, ma anche Marco, Gino, Paolo, Paola, i quali hanno tutti il vizio di ricordare, di non adattarsi alla realtà quotidiana ma cercare qualcos’altro, qualcosa che doveva essere e non è stato, qualcosa che non potrà essere mai più.

Giovanni si scopre a pensare che forse non gli manca tanto il Cinema Sempione, quanto il sapore di giorni che non possono tornare, quando tutto era ancora incertezza e scoperta del futuro, quando le immagini sul grande schermo erano i suoi sogni occhi aperti. Proprio così, come un gelato assaporato ancora oggi che non conserva il gusto del passato, pure se lo compri nella stessa gelateria della tua infanzia. Sa di cose che non possono tornare. Sa di rimpianto.” (pag 94)

Tutti i personaggi hanno gusti, manie, interessi riconducibili all’autore, dal calcio, al cinema, alle letture, a Cuba, e in loro è fortissimo lo scarto fra ideale e reale, la freccia puntata verso l’alto – dove il reale è sempre e comunque perdente - che è la caratteristica più tipica del Romanticismo. È gente, questa, che “il filo dell’orizzonte se lo porta negli occhi”, perché ciò che possiede non gli basta mai, non si accontenta del presente ma languisce nel rimpianto, in un bisogno sempre inappagato, sempre spostato in avanti o indietro.

Giovanni, il protagonista, è un ex calciatore di fama nazionale che ora, a cinquant’anni, allena la squadra del Piombino, città dove è nato e cresciuto e dove sono conservati tutti i suoi ricordi. Giovanni è un uomo aspro perché fragile, un uomo che conosce la solitudine terribile di chi si sente solo in mezzo agli altri, solo mentre mangia una pizza con gli amici, solo mentre fa sesso con una compagna della quale non è innamorato. Forse, paradossalmente, è meno solo quando passeggia senza nessuno sulle scogliere da cui si vede l’isola d’Elba, mentre osserva i gabbiani in volo, ascolta il loro strido intriso di salmastro, tocca le foglie carnose del fico degli Ottentotti pensando a una squadra da allenare per un campionato di basso livello. Ci sono i ricordi a tenergli compagnia, i volti e le voci del passato, ma la nostalgia è dolceamara, insopportabile. Ricorda il tempo che fu, i sogni perduti, gli amori e, soprattutto, la giovinezza che non tornerà mai. Di questo è acutamente e dolorosamente consapevole: le occasioni sono sfumate, i treni sono passati e i giorni da vivere non sono più così tanti.

Mi trovo spesso a pensare che siamo i protagonisti di una storia che sta finendo, confinati in un angolo d’ombra, viviamo del nostro passato, piangiamo sulla nostra vita.” (pag 108)

Soprattutto, ciò che è stato non sarà più e il dolore, misto a una solitudine lancinante, è insostenibile.

Da bambino Giovanni viveva in una casa che era al di sotto delle possibilità della famiglia, una casa dove lui non aveva nemmeno una camera sua, ma che era intessuta di voci, di sapori e ricordi. Là, a pochi passi, abitava il nonno, responsabile del mondo fantastico di Giovanni/Gordiano, della sua capacità affabulatoria, della cattiva abitudine di sognare; là suo padre cenava con le spalle al mostro dell’acciaieria, fumoso, grigio, maleodorante, pronto a insanguinare il cielo con un falso e ferroso tramonto. L’orizzonte del cortile era limitato ma conosciuto e amato. Era il suo orizzonte.

Al limitare dell’orizzonte l’industria, la colata continua, l’altoforno che bruciava i residui ferrosi e regalava un tramonto innaturale che colorava il cielo di rosso ad ogni ora del giorno.” (pag 56)

Ora Giovanni sta nella villa di Salivoli, quella dei sogni di ragazzo, ma tutto ha perso sapore, le giornate trascorse senza l’impegno del calcio sono vuote, aride, deprimenti. Il tempo dà valore alle cose, alle memorie, anche a quello che bello non era; tutto ciò che è stato, solo perché non c’è più, anche gli affanni, anche il degrado, anche la provincia sonnolenta e immota, anche la noia, diventano desiderabili, diventano la madeleine inzuppata nel tè in grado di sprigionare un’esplosione di reminiscenze.

Ci sono momenti in cui i sogni del passato si scontrano con la realtà per poi tornare nuovamente sogni nella prospettiva del ricordo, come a pagina 55, dove lo schema è SOGNO>REALTA’>SOGNO.

La maestra spiegava le guerre puniche , mentre fuori si cominciava a intuire la primavera tra il salmastro delle tamerici e i primi fiori delle agavi spinose. Giovanni lasciava correre la fantasia. La storia con tutte quelle date e battaglie da imparare a memoria non gli interessava proprio. Era un po’ come la matematica, in fondo. Se ne poteva fare a meno. Fantasticare no, invece. seguire i sogni che volavano dietro i raggi di sole, immaginare il volo di un gabbiano nei colori dell’arcobaleno, veder partire navi pirata dalle scogliere a picco sul mare. Quelle erano le cose davvero importanti. La maestra spiegava e lui vestiva i panni di un soldato romano, gladio in pugno, a combattere in un’immensa pianura africana. Era il centurione Giovanni e partecipava alla distruzione di Cartagine. Agli ordini di Publio Cornelio Scipione detto l’Africano. Fuori dalla scuola come sempre incontrava la realtà. C’era soltanto il nonno ad attenderlo. Nessun generale cartaginese. Nessun console romano. Niente di niente. Soltanto il nonno.”

Il sogno non ha età, non ci molla mai, non ci lascia in pace. Non è vero che invecchiando si smette di desiderare, di ambire, di fantasticare. È questo a fregarci, a far sì che Giovanni, impotente a resuscitare il passato, malinconico, infelice, veda se stesso nella giovane promessa marocchina Tarik, identificandosi nelle sue speranze ma anche nella sua nostalgia verso il proprio paese abbandonato.

Giovanni non ha dimenticato. Lo sa che non deve rinunciare ai sogni, in ogni momento della vita ce ne sono, pure quando tutto sembra finito.” (pag 63)

La fantasia di Giovanni/Gordiano è accesa, inarrestabile, nutrita da racconti e letture eterogenee, che spaziano da Carolina Invernizio alle fiabe dei fratelli Grimm, dai fumetti a De Amicis. Calcio e acciaio è bagnato dagli spruzzi delle onde, percorso dalle grida degli uccelli marini, intriso di salsedine e rimpianto, procede avanti e indietro fra passato e presente, passa dalla terza alla prima persona facendoci piombare dentro i personaggi per poi riuscirne, come un cormorano che si tuffa in mare e dopo riemerge. Le ripetizioni seguono il fluire di una narrazione che avanza spossata, estenuata, eppur scorrevole. I termini sono quotidiani, semplici, riacquistano la valenza primigenia che dovrebbero avere, spogliandosi dell’abuso e dell’iperbole, come fossero anche loro tornati indietro nel tempo, a quando i campi di calcio erano sterrati, al cinema si mangiavano seme e noccioline invece di pop corn, e lo sballo consisteva nel masticare lo stesso chewing gum dall’alba al tramonto.

Troppi sogni seppelliti tra le buche del cortile. Troppe cose impossibili da dimenticare.” (pag 579)

Sì, non si può dimenticare Piombino, non si può dimenticare il passato. E allora, alla fine, c’è la quadratura del cerchio, o, meglio, la sua chiusura, il loop, l’uroboro. Piombino non si dimentica e diventa “il punto di arrivo e non la fine del sogno”. Si torna indietro, si riscoprono le radici, si riannoda il filo della memoria valorizzando l’essenziale, smitizzandolo e riappropriandosene nel quotidiano, guardandoci intorno e recuperando quello che c’è di buono, ritrovando il futuro. Finché c’è vita, finché si respira, si va avanti.

Non potrei dimenticare il profumo di questa terra che conserva tutti i miei ricordi. La scogliera nei giorni d’estate, la maglietta sudata dopo una partita di calcio su un campetto improvvisato, la merenda pane burro e marmellata davanti a un fumetto, la canna di bambù divelta per strada in via Amendola dove adesso costruiscono case, il palazzo della sirena e le leggende inventate dal nonno, la spiaggia del Canaletto con il fossato a cielo aperto, maleodorante e romantico sogno del passato. No, non potrei dimenticare Piombino.” (pag 160)

Gordiano Lupi, "Calcio e acciaio"
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Ma sti uomini... cosa vogliono?

2 Maggio 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

Ma sti uomini... cosa vogliono?

Non dovrei caricare la lavatrice di sera. Mi vengono in mente pensieri strani. Ma il potere di dominare il tempo non è concesso all’uomo. Tantomeno alla donna. Ancora meno (quasi per niente) a una donna bimadre, lavoratrice e per sua natura incline a incasinarsi con disinvolta facilità.

Perciò ieri sera, addormentata la prole, sto attendendo alla selezione dei colori quando mi perviene il richiamo del marito già allettato (sotto le pezze) e probabilmente allettato (da sue intriganti prospettive…)

”Aspettami, arrivo tra poco” faccio io. Immediatamente mi immagino pronunciare queste parole un po’ come una dichiarazione di guerra, una sfida lanciata con l’occhio languido, appoggiata all’uscio della camera da letto (come se al posto del pigiamone di pile infilato nei calzettoni di Hello Kitty indossassi un completino di pizzo e trasparenze appena scartato dalla confezione). Poi penso che di solito anche la sfida languida comporta una mezz’oretta di attesa che nelle ipotesi più probabili prevede che lui si è già addormentato e che io (ma non credo di essere la sola) di conseguenza, dispiaciuta ma non troppo, continuo imperterrita con le faccende domestiche…(tutto questo alle undici di sera naturalmente).

Comunque devo essere in vena di fantasticherie perché mi vengono pensieri tipo “…Quante cose si possono fare sulla lavatrice? Qual è la posizione che si sposa meglio col ritmo della centrifuga finale?”

A tal proposito mi ricordo di una scena raccontatami da una mia amica, una tipa alquanto ruspante, che vedeva lei e il suo fidanzato del momento intenti a soddisfare il proprio piacere nel bagno, sulla lavatrice in moto:

- Allora io stavo davanti, abbracciata alla lavatrice ed ero tutta un fuoco quando lui, da dietro, mi raccontava all’orecchio quello che mi voleva fare e il solo fatto che potessi arrivare alla gioia (?!?)…sbattuta come i panni della lavatrice mi faceva impazzire.

- Ahahaahaa la gioia (ho appreso dopo che è un termine che usa un noto psicoterapeuta che scrive di sesso su un settimanale) …sbattuta come i panni della lavatrice – avevo ripetuto io senza rendermi conto che mi guardava sbigottita perché la prendevo in giro.

- Sì – aveva ripreso - non hai idea della gioia (!!!) che si raggiunge…solo che a un certo punto, coso…come si chiamava… Gianni … forse… vabbè, siccome che era un tipo preciso e voleva sempre tutte le cose fatte per bene…e mentre io ero abbracciata alla lavatrice…

- Aspettando la gioia… – incalzavo io (perché “gioia” scusate ma nun se po sentì!!!).

- …mentre ero abbracciata alla lavatrice e cercavo de vede’ come funzionava la cosa…me so accorta che lui guardava verso il gabinetto…che stava dopo il bidè che stava dopo la lavatrice.

Allora io me impegnavo de più, quasi quasi me sbattevo più io della lavatrice ma lui continuava a guarda’ il gabinetto. Allora me alzai un pochetto senza perde l’impegno e vedevo che col piede cercava de mette a posto il tappetino del cesso. Allora io furba per evità de perde la gioia me so data uno slancio forte che col piede l’ho messo a posto io il tappetino e così poi è finita bene!!! -

Sorriso a trentadue denti finale.

Sì, avete capito bene. Prima le aveva riempito la testa di immagini eccitantissime e poi voleva mettere a posto il tappetino del cesso mentre lo facevano sulla lavatrice…beh a questo punto la domanda sorge spontanea diceva Lubrano:

…ma sti uomini cosa vogliono?

Pure i polli (noi pollastrelle non sempre…) hanno capito che la loro testa è popolata da immagini…immagini hard …immagini hot che prevedono posizioni di fianco, sotto, sopra, di dietro, ecc., hanno i colori vivi in testa loro…

Ma come si spiega allora il tappetino?

La risposta è che non lo so; fatto sta che gli uomini riescono a tenersi in testa tutte queste cose insieme. A noi donne tocca come al solito faticare di più. Quindi attenzione e impegno nel separare certe cose come facciamo coi colori dei panni in lavatrice e ricordiamoci che le

DONNE (quelle col completino di cui sopra), tessuto di qualità superiore, mai e poi mai vanno mescolate con i seguenti capi:

a)moglie – crocerossina che gli fa anche da madre (… Edipo proprio no eh!)

b)moglie in tutte altre faccende affaccendata…specie quelle di casa (a meno che non usi gli elettrodomestici per gli scopi di cui sopra)

c)mamma chioccia che a letto parla di vaccinazioni e di aerosol

Sennò finisce che i maschietti si fanno il bucato a mano…!!!

P.S. per i più curiosi: no, ieri sera poi non si è addormentato.

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Batton Story - Le impiegate stradali (1976) di Mario Landi

1 Maggio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Batton Story - Le impiegate stradali (1976) di Mario Landi

Batton Story - Le impiegate stradali (1976)

di Mario Landi

Trash fin dal titolo questa commedia sexy di Mario Landi, che comincia come uno scolastico, prosegue come un mondo movie all'interno della prostituzione, per finire in pochade alla Feydeau con tanto di bagarre. La pellicola - modesta e girata con poco brio - presenta anche momenti da blando prison movie, o meglio da women in prison, durante il soggiorno in guardina delle prostitute che devono vedersela con perquisizioni eseguite da secondine lesbiche. Tutto è lasciato all'intuizione del pubblico, comunque. Batton Story è una commedia (meglio dire farsa) sexy molto casta, sceneggiata con poche idee e con ancor meno scene di nudo. Femi Benussi stupisce tutti perché è vestita per l'intera pellicola, nei panni di una professoressa che si prende a cuore i problemi delle prostitute e vuol fondare un sindacato a tutela dei loro diritti. La Benussi si presenta come professoressa perbenista che intrattiene gli scolari su quanto sia disdicevole esercitare il mestiere più vecchio del mondo. Cambia idea quando viene arrestata per sbaglio durante una retata di lucciole e deve passare una notte in guardina con le compagne di sventura. A quel punto decide di mettersi alla guida di una lotta grottesca contro i papponi, stringendo una forte amicizia con Marisa Merlini - la veterana del gruppo - e Mariangela Giordano, la più nuda delle prostitute. Toni Ucci è il capo dei magnaccia, il suo personaggio si caratterizza per l'impotenza, perché non riesce a congiungersi carnalmente con la Giordano neppure recitando, travestito da Sandokan, Antonio, Tarzan e altri personaggi famosi. La Benussi ha un fidanzato (Gianni Dei) figlio di un ministro potente (Cajafa) e punta su di lui per rivendicare diritti e regole a favore delle protette. Una delle sequenze più trash vede una riunione di battone che brandiscono cartelli con sopra scritto: "Puttane di tutto il mondo, unitevi!", "Papponi go home", "Basta pappare, papponi!"... infine chiedono un referendum per abolire i protettori. Pure la riunione sindacale dei papponi non è meno ridicola, divisi come sono tra meridionali (vorrebbero fare un cappottino di cemento alle battone) e veneti (propongono la serrata del sesso). Lo scontro tra puttane e papponi giunge a vie di fatto, con sganassoni mollati a tempo di tango, secondo regole da farsa western, e alla fine sono i papponi ad avere la peggio. Landi cita Roma a mano armata di Umberto Lenzi, nei flani che campeggiano in una manifesto murale, non sappiamo quanto volutamente. Il film vorrebbe essere un'accusa al perbenismo borghese, ma è troppo fiacco per lasciare il segno, tra liti artefatte e dialoghi posticci che vedono protagonista la coppia Benussi - Dei. La parte finale a casa del ministro è da farsa sexy, grottesca e carente di tempi comici, infarcita di battute qualunquiste sul governo e sulla politica italiana. Spunta fuori anche un arabo che risolverà i problemi del governo solo se potrà disporre di duemila puttane italiane ogni anno. Film di fantapolitica, se si vuole, perché le ultime sequenze presentano un telegiornale dove si dichiara abolita la Legge Merlin e legalizzate le prostitute come "impiegate del sesso", alle dipendenze dello stato. Mario Landi è uno dei rari casi di regista che ha dato il meglio di sé in televisione. Batton Story segna il punto più basso della della sua mediocre produzione.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Le italiane lo fanno? Meglio...?

30 Aprile 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

Le italiane lo fanno? Meglio...?

Questo blog nasce dall’interesse della sottoscritta per un certo tipo di letteratura che molte di voi conosceranno: la chick lit, ovvero la “letteratura delle pollastrelle” in compagnia del genere erotic. Per intenderci, 50 sfumature di…, mi piace lo shopping e compagnia chiocciante…

Un paio d’anni fa o forse tre, passeggiando in spiaggia con un’amica, notai la presenza delle “sfumature” sotto numerosi ombrelloni; all’epoca non vivevo nel culto del best selling (neanche adesso per la verità) e chiesi alla mia amica: “Ma che so’ queste sfumature?” e lei, ammiccante: “Ma come non lo sai? Parla de una che fa sesso “strano” col proprio uomo, uno bello, ricco, figo…”. Di punto in bianco si fermò, dovette cogliere nei miei occhi qualcosa che prese per disapprovazione e si affrettò a precisare che, sì, ci aveva dato un’occhiata anche lei, così per curiosità, non perché fosse interessata, no, lei non era proprio quel tipo di donna, sia chiaro, non sarebbe mai stata capace di fare certe cose, il sadomaso, poi, certo che no!

Le sorrisi e farfugliai qualcosa di distensivo e rassicurante; passammo a parlare degli innumerevoli effetti terapeutici dell’aria di mare. Ah che bello respirare l’aria di mare…ma io ero ancora più incuriosita e nella mia testa una vocina chiocciava: “Se… se… come no…?”

La definizione di “sesso strano” mi fece venire in mente dapprima il film di Verdone Viaggi di nozze dove alla domanda “O famo strano?” i due protagonisti iniziavano una scena di sesso che a confronto i documentari sull’accoppiamento degli animali di Piero Angela risultano più eccitanti.

Allora per colmare la mia completa ignoranza sull’argomento, passai a comprare il primo romanzo della saga e dopo averlo letto, a capire perché le mie amiche sentissero il bisogno di scambiarsi innumerevoli commenti e battutine su Facebook, con tanto di faccine smile e strizzate d’occhio, di dirsi cose all’orecchio con tanto di risata di soddisfazione finale.

E nonostante il mio sforzo di partecipare a quell’entusiasmo tutto al femminile, mi sentivo sempre il Calimero della situazione che, escluso, si ripeteva è un’ingiustizia però… Quel fastidioso isolamento da Calimero mi ha portato in fasi diverse della mia vita a chiedermi perché la lettura di quelle scene rappresenti per molte un mondo lontano che non fa parte della vita reale, in cui capita di entrare ogni tanto in punta di piedi, senza farsi vedere da nessuno.

Un segreto…da condividere solo con chi ne capisce il perché. Ecco è a questo punto che mi sono fermata io e mi sono detta ma perché mantenere questo segreto??? Quasi che fossimo esseri asessuati, incapaci di formulare delle “nostre” fantasie sessuali…e soprattutto di parlarne liberamente… e non perché influenzate da considerazioni altrui ma da quello che pensiamo “noi” di noi stesse.

Questo blog grida vendetta! Vendetta contro noi stesse … fidanzate, sposate, divorziate, conviventi, mamme, mogli, zie, nonne, imprigionate nei nostri ruoli quotidiani e incapaci di sentirsi più donne perché sennò il senso di colpa ci mangia… E da questo lungo elenco non sono escluse le donne che assecondano l’istinto di liberalità sotto le lenzuola di casa (il che non fa male a nessuno sia chiaro!!!) ma che si preoccupano di dare un’immagine pubblica pudica e quasi di santa. Anche in questo caso non c’è un condizionamento interiore minore rispetto alle prime dell’elenco.

Questo blog ci invita a spogliarci…in tutti i sensi e a riscoprire le nostri origini selvagge almeno in un posto…a letto con i nostri uomini.

Questo blog siamo noi donne che ci raccontiamo le “nostre” fantasie…ma non all’orecchio…

Questo blog non è per uomini…anche se saranno tanti quelli che scriveranno le peggio porcate sotto mentite spoglie femminili (dalle quali possiamo solo imparare!)

Questo blog è per dirsi la verità, quella che ci fa mettere le mani davanti agli occhi…

Che ne dite…siete pronte per mettervi a nudo?

Prossimo post: Ma cosa vogliono…gli uomini?

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Le avventure di Richard: parte prima

29 Aprile 2014 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #racconto

Richard era un ragazzo semplice. Veniva chiamato, tante volte, idealista. Se ne stava rinchiuso nella sua stanzetta a sbadigliare. Era visibilmente annoiato. Aveva delle penne, dei colori, dei pennarelli, una bizzarra luce da scrivania, un quaderno a righe, una maglietta bianca. Passavano i secondi, passavano i momenti, scorrevano le mani su tutti i fogli, annotava i suoi pensieri. Si stancò e si mise a letto. Sognò. Non un normale sogno (quello lo possono fare tutti), un sogno bello. Un sogno che non si può rubare. In effetti, quando si svegliò, era come frastornato, pericolosamente pensieroso. Era seduto sul letto e cercava di mettere in ordine i pezzetti del suo sogno. Cercava incessantemente, con le mani, di riordinare gli attimi come si ordinano i cassetti. Passò la mano tra i capelli. La fronte era sudata, inzuppata di sudore. Gli occhi a fessura. Si alzò, iniziando a ripensare al sogno. Dialogò col suo incubo. Ogni Memoria porta un meraviglioso incubo. Il sogno che ne venne fuori fu un barlume di sincerità, di semplicità, con un pizzico di follia (quella ci vuole). Il sogno di Richard, per quanto potesse sembrare quantomeno assurdo, era suddivisibile in tre parti. L’arrivo, il contenuto, il dialogo. Richard partiva per un viaggio. Partiva per un posto che non possiede nomi. Al suo arrivo una distesa enorme di fiori. Il terreno era perlopiù pianeggiante, con brevi avvallamenti che davano l’idea di increspature del mare in tempesta. I fiori parlavano agli occhi, cantando la luce del sole. Senza perdersi in chiacchiere, Richard, ricordava soprattutto le conversazioni con la gente del posto, specialmente quella avvenuta con una persona vestita stranamente da monaco, la loro linfa dialogica. Una di queste faceva così: “Ti sei mai guardato indietro? Hai mai visto il riflesso del tuo passato su una pozzanghera di tempo? Lo so, il tempo è prezioso, ma anche la conoscenza è preziosa. È preziosa al punto tale da trasformare la tua consapevolezza. Prende parte al gioco degli attori. Non perdiamo tempo. A volte, per troppe volte, un secondo può salvare la vita. È così. Punto. Complicare peggiora le cose. Le peggiora al punto tale da portare le persone a trovare marchingegni assurdi, al limite del paradosso, per fare qualsiasi cosa. Troppe volte si trova una giustificazione per la miseria. Ognuno di noi vorrebbe che nella vita e non solo sulle strade, ci fossero i segnali, per sapere quando proseguire, quando girare o quando dare la precedenza. Qui funziona in questo modo. Abbiamo un’Aula che può contenere al massimo duecento persone. Queste persone le votiamo noi. Ogni loro decisione deve basarsi su alcuni principi fondamentali. Il primo è il Principio del Cielo. Il cielo è sempre uguale a se stesso ed ogni nuvola segue lo stesso andamento delle altre. Dunque ogni regola deve essere scritta e fatta approvare da ogni abitante. Ogni luogo è vigilato dalla nostra coscienza, dalla nostra consapevolezza. Non abbiamo bisogno di un esercito. A scuola non siamo stati indirizzati verso certe scelte, ma gli insegnanti hanno cercato di introdurre nel nostro modo di pensare una via del pensiero libera, votata al pensiero creativo. Non esistono Ministeri, ministri o cardinali. Ogni scelta riguardante l’educazione dei figli, l’alimentazione, la salute, viene presa in famiglia. La famiglia è il nucleo. Non esistono leggi contro la libertà, contro il pensiero o la sua naturale formazione, contro la vita. Non esistono però persone con secondi fini, con cattivi intenti. La Malignità, l’Odio, il Risentimento, sono presenti da voi per colpa di secoli di comportamenti sbagliati. Da voi non c’è libertà anche perché la consapevolezza è relegata dentro poesie, fiabe, favole, novelle. Dovete scardinare voi stessi per ritrovare una meta tranquilla. Dovete abbassarvi e guardare tra la fessura delle sbarre ed il sole accecante. Dovete trovare l’alba, non il tramonto.” In fin dei conti, tutto questo, non sarebbe stato importante, ma l’Universo che ruota attorno alla Persona, prevede parecchi lineamenti e tormenti, e questo fa in modo di far addormentare le menti. Offusca lo sguardo al punto tale da provare istintivamente una sottile colpa. L’incontro con quella persona lo ha scosso profondamente, le sue parole suonavano come pugnali vibranti e impietosamente dicevano: “Ogni tramonto ricorda la perdita di un giorno, ed ogni giorno non è una cosa semplice... Devi ricordarti, devi narrare a te stesso che ogni giorno ricorda di aver perso un sogno ed un soggiorno interiore. La notte è un discorso diverso, ha natura propria. La notte ha delle sfumature che il grigio non può far svanire. La notte è l’incontro con se stessi, Un Monologo che riassume un dialogo profondo. Non si può paragonare uno specchio ad un pettine. Se la notte si ribella, il giorno non deve avere timore. La notte è come la sabbia: se ne va se non la tieni bene stretta tra le dita. Ma la notte accoglie tutti, anche i diseredati, gli esclusi, i pianeti che non ruotano come tutti gli altri. La notte ha una sua ragione, è il tramonto della razionalità.” Richard volle concludere il suo sogno con questa ultima riflessione di quello strano personaggio che parlava sempre: “Noi non possiamo insegnare a voi la Bellezza che sentiamo, che proviamo, dopo il fiorire di ogni alba. Nessuno può insegnare la Bellezza. Nessuno può però distruggerla. Voi l’avete distrutta, ridotta in brandelli sanguinanti troppo spesso. La Bellezza va curata. Senza di essa non c’è strada verso la consapevolezza. Ma dovete dimostrarvi convinti. Dovete cambiare il vostro modo di pensare. Dovete annullare le certezze. Dovete copiarci, forse. Ma dovete fare qualcosa. Anche trovare un limite, portarlo a magnificenza e abbatterlo, sarebbe un gesto. Ma dovete imparare dai vostri errori, ed anche dai nostri. Voi avete migliaia di anni di Conoscenza e li buttate al vento. I vostri nonni cosa vi hanno suggerito sul letto di morte? Vi hanno detto di sperperare la ricchezza? Cosa vi è balenato in mente? Perché avete ridotto quello che era il vostro unico mondo, ad un insieme di tiepidi agglomerati? Noi, tutti gli abitanti, confidiamo nella natura umana. Ha fatto tante cose veramente grandiose. Ha costruito, si è sostituita all’immane potenza del Creatore, sfidandolo sul campo della natura. L’uomo che non abita su quest’isola può fare la differenza. Ma non la farà, ne sono quasi certo. La Storia è ciclica.” Richard stese in silenzio, aspettando il momento in cui dalle rocce potesse uscire un nuovo Polifemo da ingannare. In realtà il trucco non sempre appesantisce, talvolta aiuta alla sopravvivenza. Le furbizie hanno vita breve se manca la linfa. “Pensare sempre alle conseguenze.” Pensò Richard, rinchiudendo gli istanti di vita dentro un vaso di terracotta.
FINE.

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