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Guido Mina di sospiro, "Sottovento e sopravvento"

19 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

Sottovento e sopravvento

Guido Mina di Sospiro

 

Ponte alle Grazie, 2017

pp 198

14,90

 

Lo stereotipo de la bella e la bestia “sperduti nell’azzurro mare” in questo romanzo multistrato, suo malgrado avvincente.

In Sottovento e sopravvento, di Guido Mina di Sospiro, ci sono i classici elementi della storia di avventure - la mappa del tesoro, l’indizio cifrato, il cattivo che mette in pericolo i buoni, il naufragio, l’isola del tesoro – il tutto, però, complicato dallo stile non banale e dal non facile sostrato metafisico e alchemico. Senza fare spoiler, possiamo solo dire che, alla fine, il tesoro si rivela dapprima l’oro degli alchimisti, poi la pietra filosofale stessa, condensata in un concetto assoluto: la congiunzione degli estremi altro non è che l’amore, quello che riesce a unire il diverso, la bella e la bestia, il maschile e il femminile, l’intelletto e la natura, ed è capace di restituire ai protagonisti il senso di sé e della vita, di andare oltre la presenza fisica dell’altro, di farsi talmente infinito ed immenso da permettere la possibilità di altri amori collaterali.

I personaggi principali sono Chris e Marisol. Lui è il buon selvaggio, l’uomo rude irlandese, forzuto e puzzolente, nato con un difetto fisico, una gobba da far invidia a Leopardi e a Quasimodo, e con un animo semplice ma dolce e risoluto. A causa di quella gobba di cui non si è mai lamentato, pensa che la vita, Dio o chi per lui, gli debba un risarcimento che infine otterrà. È religioso e terreno insieme, prega Dio e accetta la realtà per quella che è, traendone il meglio. È un cercatore ma si rende conto che, comunque, tutto è caso, e le cose migliori sono quelle capitategli accidentalmente, come i figli. In effetti, se ci pensiamo, per quanto ci affanniamo a programmare, a studiare, a lavorare, a farci una posizione, tutti gli eventi davvero importanti della nostra vita sono occorsi per caso (o per congiunzione astrale) e sarebbe bastato un piccolo scarto per far andare tutto nella direzione opposta.

 

Può darsi, ma il fatto è che solo le cose che ho trovato accidentalmente m’hanno dato gioia nella mia vita. I miei bambini; tu; e ora persino Dio. Non l’avevo mai trovato nella Bibbia, e neanche in chiesa, per quanto lo avessi cercato. L’ho trovato sul vulcano, durante l’eruzione” (pag 176)

 

Poi c’è Marisol/Ruth, cubana trapiantata a sua insaputa a New York, tutta razionalità, scienza, filosofia e matematica.

 

Nel pensiero”, dice, “ci sguazzavo, me ne imbevevo, lo respiravo e assimilavo come se fosse ossigeno” (pag 40).

 

È alla ricerca dell’algoritmo capace di eludere i paradossi che sono “l’ultimo baluardo della non scienza”. Non riuscendo a confermarlo, diventa acatalettica, cioè dubbiosa di tutto, e di conseguenza depressa e abbattuta, per giungere infine alla scoperta di essere fatta di mare e di sole anche lei. Scopre che si può pensare in modo irrazionale, che possono esistere più dimensioni e più realtà parallele dove il tempo scorre in maniera diversa, che potrebbero esserci strani e misteriosi dei a muovere gli eventi creando congiunzioni astrali a nostro favore o sfavore.

Quando l’irrazionalità irlandese incontra la razionalità newyorkese, è in grado di smantellarla e far riemergere il sostrato sudamericano caraibico, cosicché Marisol si accorge che c’è un iperuranio nel quale gli opposti si attraggono e confluiscono sopra e sotto vento, dove gli dei del nord e del sud lavorano insieme, dove il tempo si annulla in un eterno presente, senza inizio né fine. Scopre, soprattutto, che la vita è bella e vale la pena viverla senza ragionarci troppo sopra.

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Odore di casa

17 Giugno 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #racconto

 

 

Aria di casa, ed è tutto così semplice

Una volta, in un articolo pieno di sentimento, di emozione, di passione, aveva letto di come per sentirsi sempre a casa, tranquilli e appagati, bastasse una valigia sempre carica, con un cambio di magliette e slip. Una valigia sempre pronta a viaggi in posti esotici, insomma; sempre pronta a contenere un po’ di cuore e una sana voglia di mondo, quella che si appaga solo con un aereo, un biglietto e un paio di occhiali da sole a nascondere gli occhi stanchi; sempre pronta a tutto o a niente, al sole o alla pioggia, al mare o alla montagna – l’importante è che fosse qualcosa di diverso dal solito grigiore agrodolce, quello che condisce la routine.

Si dice che gli unici cui è dato il privilegio di sentirsi sempre e ovunque a casa siano i re, le puttane e i ladri.

A me, affinché mi senta a casa veramente – perché non basta essere a casa, per sentirsi a casa –, basta poco. Un inizio di notte qualunque.

Una cioccolata calda alle undici e mezza – sì, anche quando fuori è già estate, anzi, soprattutto allora – mentre fuori è buio da ore, quando si torna tardi da lavoro e si è un po’ stanchi e un po’ brilli di vita. Un PC con un film thriller, che di quelli d’amore dove si piange, ci si abbraccia, si sta insieme sempre e comunque e finché morte non ci separi, ci siamo un po’ rotti, a onor del vero. Il cane acciambellato nelle gambe, lui che ha dei picchi d’affetto tenerissimi che mi scaldano il cuore. Un bacio rubato tra una scena e l’altra, con una dolcezza che sa di eternità, di urgenza e di bene, nonostante nessuna firma sancisca la promessa. Il rumore della lavatrice che fa l’ultimo lavaggio di maglie bianche, le stesse che probabilmente non vedranno luce fino all’indomani mattina – ché a quest’ora le cose si fanno, è vero, ma sempre in modo un po’ più svogliato del resto del giorno. Una macchina in lontananza, la sola che sfida la notte di un paesino. Una copertina leggera, bordeaux – s’intona poco alle pareti ma, forse proprio per questo, sembra perfetta.

È in questi attimi che tutto mi sembra tornare al suo posto. Nel mio divano rosso – il primo elemento di arredamento comprato sì con pochi soldi ma anche con molta autonomia, che per questo rappresenta orgoglio e libertà – mi sento a casa, io che non riesco quasi mai a tirare un sospiro di sollievo sentendomi soddisfatta, in pace. In questi momenti non vorrei essere in nessun’altra parte del mondo, in nessun altro luogo. Non in spiagge assolate con un cocktail in mano né nel deserto a rincorrere misteri. Non nell’oceano, o nella montagna. In una piscina, no. In un parco giochi – quelli che da bambina ho sempre desiderato visitare –, no.

Lì, cullata dalla normalità che mi sono guadagnata con sacrifici, sudore, insonnia, sento che il puzzle è completo e forma un bel disegno. Malgrado tutto.

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Roma Cocktail Week

16 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #eventi

 

 

Roma, 17, 18 e 19 giugno 2017
c/o Officine Farneto

(via dei Monti della Farnesina, 77)

Roma Cocktail Week
terza edizione

Con la direzione artistica di Massimo D'Addezio, 6 top cocktail bar di Roma, 5 scuole di bartending, oltre 50 drink creati per l’occasione, masterclass, abbinamenti drink-food, mostra mercato, sfide tra bartenter, il 'barman per un giorno', ma anche concerti e djset. Tra gli ospiti di spicco William Drew, editore del '50 Best Restaurants'.

 

 

Si tiene a Roma, presso le Officine Farneto (via dei Monti della Farnesina, 77) il 17, 18 e 19 giugno 2017 la terza edizione della Roma Cocktail Week, progetto nato dal format Spirits, ideato e curato daNufactory in collaborazione con Smash e Wooow e con la direzione artistica di Massimo D'Addezio, uno dei più grandi barman italiani. Il programma completo del festival al sito ufficialewww.spiritsevent.com

Un grande evento – il primo grande festival a Roma dedicato alla cultura del bere bene e all’arte della miscelazione – che prevede un’offerta vasta ed eterogenea: sei top cocktail bar, 5 scuole di bartending, oltre 50 drink creati per l’occasione, masterclass e degustazioni, abbinamenti drink-food, sfida tra scuole di bartending, il 'barman per un giorno', concerti e dj set fino a notte inoltrata. Novità di quest’edizione della Roma Cocktail Week sarà la mostra mercato, uno spazio dedicato all’esposizione e vendita al pubblico. Grande attenzione verrà rivolta al 'bere responsabile': far crescere la cultura e la conoscenza del 'saper bere bene' è infatti uno degli obiettivi della Roma Cocktail Week, evento dedicato al consumatore e rivolto a un pubblico eterogeneo, dai semplici curiosi agli amanti dell’arte della miscelazione di qualità.

 

Sei tra i migliori cocktail bar e speakeasy di Roma - The Barber Shop; The Race Club Speakeasy; Banana Republic; Pimm's Good; Bootleg e Spirito - saranno ospitati per la produzione di loro cocktail e creazioni. I relativi Bartender leader, rappresentanti del top della mixology romana, creeranno drink list specifiche per la Roma Cocktail Week e ogni bar sarà specializzato in una linea di prodotto, nell’ottica del 'tailor made' e della sperimentazione, dalla vodka al gin, passando per vermouth, tequila e whisky & rum. Ospiti della manifestazione saranno quindi le migliori scuole di Roma per barman professionisti: Flair Project; Bartendence; FBS e Aibes. Ad accompagnare la ricca offerta dedicata al beverage, la Roma Cocktail Week presenterà anche un’area food con proposte culinarie studiate per soddisfare per tutti i gusti. La domenica invece è prevista una cena gourmet con una special guest chef di uno dei ristoranti più interessanti di Roma che preparerà in esclusiva per il festival il menù abbinato a una drink list speciale (l’accesso avverrà solo tramite prenotazione).
La gara tra scuole di bartender si svolgerà nel bar centrale della location e sarà una sfida basata sulla valutazione del comportamento e del modus operandi dei bartenders durante i due giorni. I criteri che guideranno i giudici nelle valutazioni saranno dettati dal rispetto della filosofia di un bar e dei propri barman: il riguardo nei confronti del cliente è al primo posto e il bere responsabile deve guidare gli intenti professionali.

In un’area dedicata sarà possibile – previa prenotazione - diventare 'Barman per un giorno', l’occasione per apprendere i segreti del mestiere del bartender in una mezz’ora di lezione individuale. Professionisti del settore terranno delle lezioni dedicate alla presentazione di un prodotto scelto e proposto attraverso la preparazione di diversi cocktail. A differenza di altre masterclass, queste non saranno rivolte unicamente a esperti del settore, ma anche al pubblico meno esperto che potrà degustare i prodotti oggetto della masterclass.

 

Domenica 18 giugno la Roma Cocktail Week darà la possibilità di assaporare un menu interamente studiato per accompagnare gustosi drink a base tequila. La cena sarà accompagnata dall’abbinamento di drink list costruite ad hoc, realizzate con prodotti leader nel mondo del beverage, pronte ad esaltare il sapore delle pietanze. Una cucina che parte dalla tradizione e che viene rielaborata con stile e soluzioni d’avanguardia. Il menù si snoda dagli antipasti delle Fajitas di pollo al Jalapeno ripieno al formaggio, con i primi del riso alla messicana e le mezze maniche alle melanzane piccanti, i secondi ali di pollo tex mex e spiedino di salsiccia in salsa bbq e riso soffiato e due cocktail a scelta tra Crafted Paloma, Altos Margarita e Altos Aguacatona.

Quindi la Social Table, occasione unica per conoscere tutti i segreti del Plantation Rum e dell'Elephant Gin. Quattro appuntamenti per un viaggio fatto di profumi, aromi e sensazioni che riportano ai Caraibi e all'Africa, accompagnati da Marco Galasso, Francesco Animobono e Gian Paolo Di Piero, attraverso gli assaggi didifferenti tipologie di gin e rum, condotti attraverso un'esperienza degustativa unica nel suo genere.

 

Domenica 19 giugno è la giornata interamente dedicata al trade, realizzata in collaborazione con BlueBlazer, con grandi ospiti internazionali, rivolta solo agli addetti ai lavori, con master al mattino e al pomeriggio forum di approfondimento e una tavola rotonda con tutti gli operatori delle aziende coinvolte. Fulcro della giornata, l'International Forum che si terrà dalle 15:00 alle 18:30 presso il Chorus Cafè in via della Conciliazione, 4. Un momento di incontro, aperto solo agli addetti al settore, che si preannuncia come un appuntamento unico nel suo genere a Roma e non solo. Ospiti internazionali, punti di riferimento nell'universo del mixology e del beverage, per la prima volta riuniti attorno ad un tavolo per una giornata di incontro e confronto. I primi relatori confermati sono: William Drew (Group Editor World 50’s best bar); Damiano Coren (Bar manager del Tarallucci e Vino di New York); Diego Ferrari (Bar manager Rotonda Bistro di Milano); Giuseppe Gallo (Founder di Italspirits e Italicus - Rosolio di Bergamotto);Brandon Khoo (Bar manager 28 Hong Kong Street di Singapore). Al termine del forum Open Bar a cura di Alex Kratena, ex capo barman dell'Artesian Bar del Langham Hotel di Londra per ben quattro volte ha guadagnato la prima posizione nel World's 50 Best Bar Awards. L'evento è presentato da Compagnia dei Caraibi eItalicus - Rosolio di bergamotto.

 

Due giorni ricchi non solo di ottimi cocktail ma anche di buona musica. Due sound: il Drink Garden e la Terrasse Plantation. Sabato 17 giugno il programma della Roma Cocktail Week prosegue, a partire dalle 22.00 e fino le 04.00, con la proposta di una serata musicale in collaborazione con i partner Smash e WoooW, affermate realtà nel mondo della nightlife romana, per assaporare il sabato sera del festival in compagnia di dj set e musica dal vivo.

 

Il direttore artistico – Massimo D'Addezio

Massimo D'Addezio nasce in una famiglia di ristoratori e prosegue sulle stesse orme specializzandosi nell'arte della miscelazione arrivando a gestire un suo locale fino al 2000, quando decide di intraprendere l'avventura dell'apertura dell'Hotel de Russie, che nei piani originari sarebbe dovuta essere un'esperienza di tre anni al massimo ma il divertimento è stato tanto e tale da farlo rimanere al timone dello Stravinskij Bar per più di tredici anni creando un ambiente cosmopolita e totalmente indirizzato all'internazionalità. Nel 2006 viene premiato con lo Stravinskij Bar come miglior Hotel Bar d'Europa. Nel 2008 è stato premiato da Havana Club come miglior Bar Manager d'Italia per la guida dei ristoranti dell'Espresso. Nel 2009 riceve a Las Vegas il premio di Virtuoso Travel come Best Hotel Bar in the World. Dal 2005 ad oggi è presente sulla guida dei bar del Gambero Rosso come uno dei migliori barman in Italia. Nel 2014 apre uno nuovo concept bar "Co.So. Cocktail & Social" cocktail bar basato sulla cura della qualità del servizio e sulla scoperta da parte del cliente, di un modo di bere moderno e fuori dagli schemi. Nel 2016, il suo progetto "Chorus Café" di Roma, partito a gennaio del 2015, entra nella classifica di Condé Nast come uno dei nove migliori bar del mondo. Massimo negli anni si rende protagonista all'interno di Gambero Rosso Channel, della creazione di contenuti televisivi sul mondo degli spirits e della miscelazione, tra questi il programma Spirits – I Maestri del Cocktail.

 

 

Per maggiori informazioni:

www.spiritsevent.com

www.facebook.com/RomaCocktailWeekOfficial
www.instagram.com/romacocktailweek

 

 

 
Roma Cocktail Week
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101 ragioni per non leggere il libro “101 modi per riconoscere il tuo Principe Azzurro”

14 Giugno 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Mi sono innamorata della Federica Bosco dei romanzi. Empatica, attenta ai personaggi, innovativa nei finali. In particolare Innamorata di un angelo e Il mio angelo segreto mi colpirono parecchio. Sì, è vero, si trattava di storie che parlavano di adolescenti – e forse ad adolescenti dirette – però mi avevano rapita, malgrado avessi più di vent’anni e i brufoli da quattordicenne mi fossero passati da un po’; alla fine del primo libro, di quel Pat un po’ dolce e un po’ tenebroso mi innamorai anche io. Nel secondo libro, piansi a lungo per lui e per lei e per quell’amore che non poteva avvenire. Ecco perché qualche giorno fa, alla ricerca di una lettura un po’ meno pesante delle ultime, mi sono illuminata vedendo il nome della Bosco.

Io non amo stereotipi né luoghi comuni, a maggior ragione se associati all’amore; forse già dal titolo avrei dovuto capire che il libro ne sarebbe stato pieno zeppo. Che mi aspettavo?

101 modi per riconoscere il tuo principe azzurro (senza dover baciare tutti i rospi) è probabilmente entrato nella rosa dei libri più brutti che io abbia mai letto. Sono una lettrice onnivora, generalmente finisco tutto quello che inizio. Di rado abbandono un libro a metà. Non mi pare corretto. Verso l’autore, sì, ma anche verso chi l’ha letto dandone una buona opinione. Poi io ho l’animo buono: anche quando un testo non mi ha convinta – non appieno, almeno – voglio sempre trovare un motivo perché venga letto. Che sia per l’uso interessante delle parole, per qualche analogia divertente, per la punteggiatura impeccabile... non mi accontento se non lo “salvo” almeno un pochino.

Questo non ho potuto. L’ho piantato in asso a metà.

Quindi voglio sottolineare che la mia recensione riguarda la prima metà del testo, la parte di testo che sono riuscita a leggere prima che un buco nero inghiottisse la mia pazienza.

La Bosco fa sostanzialmente una lunga lista di “tipi da evitare”, esortando noi donne, le principesse, a cercare il principe azzurro. Ma sì, sapete quale? L’uomo perfetto, quello che si ricorda compleanni e anniversari, che non russa e non puzza, che ti chiama quando vorresti essere chiamata e non ti chiama quando hai la sindrome premestruale; l’uomo che dorme accanto a te, che non guarda film porno – giammai! – e che si finge morto se tu parli del tuo peso.

Noi principesse, dice la Bosco, incappiamo spesso in brutti a cattivi ceffi. Ecco, dopo aver letto questo libro, saremo tutte salve.

Dai consigli più scontati – “Se è sposato” – ai più sciocchi – “Se guarda troppi film porno” o “Se non vuole dormire con te” – la Bosco si dimostra una donna noiosa che vorrebbe un uomo perfetto, che non esca mai dalle righe che lei ha diligentemente tracciato. Un uomo barboso che fa sempre quello che la sua compagna vorrebbe, senza se e senza ma.

Ora, ci sta se mi dici che bisogna evitare gli uomini sposati o violenti o prepotenti – e ci credo, non pensavo nemmeno servisse un libro così strutturato per capirlo – ma come fai a dirmi che devi lasciarlo se non vuole dormire con te fin dai primi appuntamenti? Uno può anche voler riservare quella parte di intimità per il futuro della coppia, se mai ci sarà. Mica dal secondo appuntamento si può dormire abbracciati a cucchiaio come nelle migliori pubblicità di deodoranti, eh. Che consiglio sciocco. Io ad esempio soffro di insonnia. Come potrei dormire con uno sconosciuto – perché questo sarebbe, dopo due appuntamenti – così, senza nessun problema? Mi girerei e rigirerei nel letto per ore, facendo passare a lui tutta la voglia di vivere e di rivedermi. Ora io ho preso l’insonnia, ma ci sono almeno un milione di altre ragioni valide per non voler dormire insieme all’inizio di una relazione. Che la Bosco dica che è una cosa carinissima a prescindere offende un poco la mia intelligenza... macché!

 

Non mi ricordo di aver mai letto che il Principe, dopo aver sedotto Biancaneve, se ne saltasse in groppa nel suo cavallo bianco nella notte per raggiungere il castello da solo, perciò se non se la sente, molto probabilmente riesce a dedicarsi a te solo per un tempo breve.”

 

Un Principe, ragazze. Delle favole. Favole che non esistono e che vengono raccontate alle bambine sotto i dieci anni affinché prendano sonno.

Anche la storia del peso. Signori, siamo noi donne quelle ad essere super extra preoccupate del proprio peso. Ne parliamo continuamente, lamentandoci di quel grissino che ci ha fatto prendere mezzo grammo. Mettiamo che io passi due ore a lamentarmi di avere due chili in più e che il mio uomo, dopo aver ascoltato con grande pazienza tutti quei vaneggiamenti, mi faccia notare che quei due chili si potrebbero perdere facendo una camminata ogni giorno all’alba per venti giorni... sarebbe un insensibile? Andrebbe lasciato perché non mi ha abbracciata per dirmi che quei due chili sono belli, dolci e morbidosi? Perché non mi ha detto quanto impazzisca per quei due chili? Perché non mi ha proposto di correre con me e di mangiare anche lui solo insalata per tre mesi, tre settimane e tre giorni?

Io non mi sono mai considerata una principessa. Ho un carattere scostante, un umore spesso altalenante, un equilibrio psico-fisico molto poco stabile... potrei mai io – proprio io –, io che sono spesso cinica anche verso me stessa e un po’ insensibile, parlare del principe azzurro?

Che il principe azzurro non esista l’ho capito più o meno a sette anni. Non vedo perché alcune donne dovrebbero cercarlo da adulte. Non so, è quasi un’idea malsana, almeno secondo me.

Ragazze, se posso darvi un consiglio io, be’... state insieme a lui se gli occhi vi diventano lucidi e il cuore batte forte, anche se a volte non chiama. Anche se non vuole ancora presentarvi la mamma.

Se state insieme da un mese e mezzo, poi, amatelo anche:

“Se d’estate vuole fare vacanze separate”, “Se ti porta fuori solo il mercoledì” – che sarebbe, secondo un’amica dell’autrice, il giorno delle “donne brutte” –, “Se preferisce il suo lavoro”, “Se è troppo competitivo”.

D’altronde ognuno ha il suo modo di affrontare la vita.

Poi, riguardo il punto 37, se sua mamma lo chiama più di sette volte al giorno a voi che importa? Non siete costrette a sentire.

Non fidatevi dei luoghi comuni trovati nel libro come: “Gli uomini sono semplici, a volte dicono le cose senza pensare e senza il vero intento di ferire, quindi se lui ti ha detto che sei un po’ ingrassata, ma non intendeva altro che questo, informalo che per te non è piacevole che lui te lo faccia notare, perché lo sai benissimo da sola, e che saresti contenta se lui ti sostenesse magari stando a dieta insieme o andando a correre la domenica mattina” – che poi, veramente abbiamo bisogno che lui stia a dieta con noi?

Certo, prendendo in esame altri punti, se è sempre ubriaco, se ti ruba i soldi, se ti tratta male di fronte agli altri e se non ti rispetta forse non è quello giusto. Be’, anche se è capo di una setta, anche se credo sia meno frequente, in effetti...

Se poi fa sesso con la tua migliore amica o con tua sorella – punto 23 – forse nemmeno l’amica e la sorella sono il top, no?

Va be’, detto questo, siamo giunti alla metà che ho letto e su cui posso dare un parere. Quindi, passo e chiudo.

Ah, aspettate. Leggetelo se siete insicure, se pensate di essere principesse incomprese, se pensate di avere bisogno di una relazione con un uomo perfetto, se pensate di essere perfette voi. E auguri, soprattutto.

 

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Parte un nuovo progetto: radioblog, ovvero le nostre audioletture!

11 Giugno 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #recensioni, #radioblog

 

 

Un saluto a tutti voi. Come sicuramente la quasi totalità dei frequentatori di questo blog, sono una grandissima appassionata di lettura e, come molti appassionati di lettura, mi piace, al termine di un libro, poterne discutere con altri lettori o addirittura, cosa non sempre facile, direttamente con chi ha scritto quel libro!

Purtroppo la frenesia della vita quotidiana non sempre ci consente di poterci ritrovare tutti insieme in un luogo fisico, magari una bella libreria, un rilassante caffè, a discutere amabilmente dei nostri testi preferiti ed è proprio per questo che la mia idea sarebbe quella di creare virtualmente questo luogo, di dare vita ad un angolo dove ci scambieremo idee, impressioni, opinioni su ciò che abbiamo letto.

La mia idea sarebbe di scegliere ogni mese o ogni due mesi un libro di scrittori che si stanno affacciando nel panorama letterario italiano, i cosiddetti scrittori emergenti.

Io vi farò una breve presentazione del libro e vi leggerò qualche brano che ritengo possa farvene respirare l’atmosfera e farvi nascere la curiosità di leggerlo.

A quel punto entrerete in gioco voi: servendovi dello spazio che avremo a disposizione nel blog potrete fare domande, commenti, osservazioni sulla lettura da condividere con gli altri e potrete fare tutte le domande che vi piacerebbe fare a chi quel libro l’ha scritto.

Dopo un mese circa infatti faremo una chiacchierata con lo scrittore che costituirà il coronamento della nostra esperienza di lettura ed io cercherò di fare in modo che tutte le richieste, quesiti e dubbi che emergeranno abbiano una riposta e vengano condivisi con l’autore.

Detto questo vorrei sapere prima di tutto se questo progetto vi interessa, vi stimola, se lo trovate utile e, naturalmente, se avete, idee, spunti, riflessioni, fatevi avanti!!

Scrivete a chiara1312@gmail.com

 

 

Iniziamo subito con L'Uomo del sorriso, di Patrizia Poli, Marchetti Editore

 

Musica: http://www.bensound.com

 

 

 

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Il Barbarossa e la saga di Kyffhäuser

10 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

 

 

Mentre i Comuni a poco a poco s’ingrandivano, papi e imperatori discutevano fra loro su chi fosse più importante. Gli imperatori si sentivano eredi dell’Impero romano che aveva dominato il mondo e pensavano che anche la Chiesa dovesse loro ubbidienza. I papi ritenevano che farsi carico delle anime fosse più importante che occuparsi dei corpi. Inoltre il Sacro Romano Impero era stato concesso a Carlo Magno da un papa. La chiesa sosteneva, dunque, che il Papa fosse il vero padrone dell’Impero e avesse il diritto di affidarlo solo a quei signori che godessero della loro fiducia. E qui entra la questione del diritto. A quei tempi era normale pensare che qualcuno avesse il diritto di governare su altre persone, solo per il fatto di essere figlio di persone già potenti e famose.

La lotta fra papato e impero divenne più aspra circa milleduecento anni dopo la nascita di Cristo. L’Imperatore si accorse di perdere terreno e cercò una terra sulla quale rafforzare il proprio potere. La scelta cadde sull’Italia. Da noi i feudi erano piccoli e fedeli all’imperatore, c’erano molti Comuni ma l’Imperatore sottovalutava la forza di artigiani e commercianti, in una parola della borghesia. Quanto al Papa, non aveva un esercito.

L’imperatore Federico, detto il Barbarossa, (1122-1190) raccolse un esercito di nobili feudatari fedeli e attraversò le Alpi, in cerca della nostra terra solatia e ricca. Pensava a una facile conquista. Come potevano i Comuni mercantili ribellarsi ai migliori cavalieri di Europa? Ai Comuni interessava solo rimanere liberi e commerciare, ma l’Imperatore voleva davvero diventare il padrone di tutto e di tutti. Riuniti nel suo accampamento i rappresentanti dei Comuni, impartì i suoi ordini: ogni Comune non avrebbe più dovuto battere moneta, né legiferare, né amministrare la giustizia. Avrebbe dovuto accogliere come capo un feudatario fedele all’Imperatore, avrebbe dovuto pagare tutte le vecchie tasse come i pedaggi e i pontatici, insomma tutto doveva tornare come prima e i cittadini si dovevano rassegnare a non essere più uomini liberi.

Poi fu la volta del Papa. Barbarossa chiese che Roma diventasse la capitale del suo Impero e che il Papa riconoscesse la sua inferiorità all’Imperatore.

I Comuni non ubbidirono e il Papa nemmeno.

Sul Barbarossa circolarono molte leggende, anche a causa della sua morte improvvisa mentre guadava un fiume. Una è quella dell'eroe dormiente, collegata alle più antiche britannico-celtiche di Artù e del Mabinogion. Tale leggenda vuole che egli non sia morto, ma addormentato con i suoi cavalieri in una caverna nelle montagne di Kyffhäuser in Turingia e che quando i corvi cesseranno di volare intorno alla cima, si desterà e porterà la Germania alla sua antica grandezza. A dominare il monumento eretto in suo ricordo è una torre alta 57 metri sormontata da una enorme corona imperiale. Una scalinata di 247 gradini conduce alla sommità della torre.

La saga di Kyffhäuser era nata per suo nipote Federico II, ma nel corso del secolo XIX, alcuni scrittori tra cui i fratelli Grimm, nell'opera le Saghe germaniche, ripresero la saga del monte Kyffhäuser, attribuendola al Barbarossa, dove egli è addormentato, seduto a un tavolo e la sua barba rossa cresce smisuratamente e ha già fatto due giri intorno al tavolo. Quando si completerà il terzo giro, Federico si sveglierà e combatterà una straordinaria battaglia: sorgerà il giorno del giudizio.

In realtà Barbarossa, come si usava allora, dopo la morte fu messo in acqua bollente per staccare la carne dalle ossa, ossa che dovevano in seguito essere portate in Terrasanta. Non ci arrivarono mai.

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Ella M. Scarlett, "L'albero della vita"

9 Giugno 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni, #fantasy

 

 

L’albero della vita - La Genesi

Ella M. Scarlett

 

Genesis Publishing

 

In origine il giardino venne creato per ospitare l’uomo e la donna: quella bizzarra mescolanza di carne e spirito che Dio aveva creato di fronte agli occhi attoniti della stirpe celeste.”

 

Tra passato e presente, mentre la realtà si mescola alla fantasia, i nostri occhi si perdono in vicende antiche e recenti, conosciute e sconosciute.

Eva è lontana dall’Eden, nello spazio e nel tempo; ora è una ragazza condannata a vivere per sempre, nei secoli dei secoli, lontana dal suo Adam, nella speranza di incontrarlo, di riunirsi al suo ish. I suoi sigilli si sono rotti, ecco perché ricorda tutto. Vive una vita simile a quella delle ragazze mortali, normali – quelle che non hanno mangiato una mela scatenando le ire del Signore – però è incompleta, infelice. Lui è la metà della sua mela, il suo senso. Lo ama profondamente, con un’urgenza fuori dal comune. Lo ama perché sono stati creati insieme e insieme sono stati puniti e condannati. Lo ama ma non può abbracciarlo, assaporarne l’odore. Lo cerca, soffre.

Fino al giorno in cui lo vede. È Adam, benché arrogante e strafottente. Lei è la sua ishà. Ma i sigilli di lui sono saldi, ancora integri. Ecco perché non la riconosce. Nel frattempo, mentre lei cerca disperatamente di avvicinarlo, una lotta imperversa. Bene e male. Inferi e Paradiso.

Gli arcangeli e il loro eterno bisogno di servire il Padre.

Lucifiel e la rabbia verso gli umani, la voglia di ucciderli.

Lilith, prima moglie di Adam, e la sua brama di vendetta.

Una lotta che dura da secoli, che per secoli potrebbe durare.

In questa storia, malvagità, vendetta, dolore; anche amore, però, e lealtà.

Regno Celeste e Inferi in guerra.

Chi riuscirà a vincere? A che prezzo?

Arcangeli saggi, demoni urlanti.

E abbiamo il Padre, così amareggiato da una lotta tra fratelli. Così triste per l’arroganza umana. Così saggio e un po’ annoiato. Così poco presente nella vita degli uomini, ma per giusta causa. Così perfetto seppur, è evidente, nell’imperfezione.

 

Il Signore era ferito e addolorato a causa sua, a causa della loro lotta e delle perdite che questa aveva provocato. E, anche se aveva ottenuto tutto ciò che pensava di volere da sempre, in quel momento Lucifiel avrebbe dato la propria vita per poter tornare indietro e cancellare ogni cosa.”

 

Lucifiel è carico di rabbia, è pronto a distruggere quelli che sono i suoi stessi fratelli. Odia gli umani, li disprezza; non capisce perché il Padre li ami così, di un sentimento profondo e autentico. Lui, quegli ingrati, li ucciderebbe. Ma è capace di provare rimorso? Che prezzo ha la sua battaglia?

Morte e vita. Cattivi presagi e speranza. Male e bene.

 

 

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Marco Saverio Loperfido, "Memorie di un bugiardo"

8 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

Memorie di un bugiardo

Marco Saverio Loperfido

 

Annulli Editori, 2017

pp 225

13,00

 

Chissà perché, leggendo Memorie di un bugiardo di Marco Saverio Loperfido, mi è venuto in mente Il cimitero di Praga, forse per l’atmosfera strana e cupa. Ma qui Praga non c’entra, qui è Venezia che giganteggia e rappresenta la parte più riuscita dell’opera.

Nella seconda metà dell’Ottocento un truffatore sbarca il lunario spacciando penne, a suo dire appartenute a personaggi famosi. Così facendo viene in contatto con molte figure rappresentative della cultura del tempo, da Melville a Wagner, da Dumas a Nietzsche a Dostoevskij etc. Loperfido è laureato in filosofia e si sente che in questo libro ha riversato molte delle proprie conoscenze. La trama artificiosa e similpicaresca è fin troppo un pretesto per spaziare in campo intellettuale, a scapito della scorrevolezza.

Il protagonista è un amorale che s’imbeve di nichilismo grazie alle sue frequentazioni culturali. La sua vita è un’immersione nella cultura, suo malgrado. C’è, però, un alter ego, il debole prete Gioacchino, che vive per interposta persona e probabilmente non esiste nemmeno. Egli si comporta come una sorta di Bignami della letteratura. Chiuso nella sua stanza, legge al posto del protagonista e riassume per lui, assorbendo avidamente, attraverso narrazioni scritte ed orali, una realtà che la sua condizione claustrale gli impedisce di vivere. Ma è tutto un gioco di specchi, narratore e prete si odiano come possono odiarsi due differenti parti di una stessa persona, quella intellettuale e quella pratica, quella che vive e quella che contempla. Così come nel precedente romanzo di Loperfido, i due protagonisti lentamente si avvicinano fino a confluire, fino a chiamarsi con lo stesso nome, fino a scrivere l’uno la storia dell’altro.

Ma, ripetiamo, il personaggio più riuscito non è il protagonista, né il suo riflesso clericale, né alcuna delle tante figure in cui si imbatte, bensì la città che fa da sfondo, da culla e da cornice, alle vicende, fra calli umide e lo sciacquio delle onde lungo le banchine.

 

Venezia è l’unico luogo al mondo per il quale io riesca a provare la stessa cosa che provo per la musica. In queste calli sembra che aleggi sempre una musica, non credete? Venezia è un silenzioso ma incessante concerto a cielo aperto. Visitare Venezia è come calarsi dentro a una sinfonia.” (pag 191)

 

La città è magica e fantasmagorica, può illuderci e farci vedere quello che non è, creando sosia, riflessi, “false verità”, “falsi amici” e “claude glass”, per tornare al precedente romanzo dell’autore. Senza dimenticare che tutto è narrato, appunto, da un bugiardo.

 

Per chi vive a Venezia questo è abbastanza normale e inconsciamente lo sappiamo tutti: la città sull’acqua può, in un istante e grazie ai suoi riflessi, diventare magicamente un vaneggiamento sotto il cielo traslucido.” (pag 68)

 

Così due personaggi finiscono per chiamarsi con lo stesso nome, così un manoscritto compare, scompare e poi viene riscritto da capo, così una prostituta è smerciata per fidanzata. “Forse anche i fiori, pensai, non sono altro che ingannatori di api”. (pag 115) E nella natura umana, anche nella più elevata, si nasconde sempre quella animale.

 

 

 

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Perché leggere una minchiata come “Il signore degli anelli” quando c'è un libro come “Il tallone di ferro”?

7 Giugno 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco

 

 

Lo ammetto, è ormai da decenni che trovo la lettura di romanzi una gran rottura di balle. Il feticismo librofilo ci dice che i libri insegnano e rendono più intelligenti, e bisogna leggere libri.

Un tale Umberto Eco ci dice che acculturarsi è leggere dieci libri, o anche leggere per dieci volte lo stesso libro, e che il problema è rappresentato da coloro che non leggono. Gli chiederei, e se quel libro letto dieci volte fosse nientemeno che il Mein Kampf di Adolfino Hitler? E se quei dieci libri letti non fossero altro che dieci libretti Harmony con quelle vistose copertine rigurgitanti palpitante passione quanto piattezza cerebrale e ninfomania sentimentale? Ecco, diciamo che sembrano più slogan e concetti disinteressatamente partoriti dall'industria editoriale che altro. Un contadino analfabeta di per sé sa più di qualcuno che ha letto quei dieci libretti Harmony, ma anche di qualcuno che ha letto per intero Shakespeare, e non ne ha tratto niente – non fosse altro perché sa piantare patate. Oh, e io lo so bene - perché non sono riuscito a spremere nulla da una quantità di rinomati tomi: meglio un contadino analfabeta di me.

Questo, in qualche modo, ci introduce a Il tallone di ferro di Jack London – che leggo solo ora, e leggo senza grossi intoppi, e che, più verosimilmente che altri libri, è un romanzo piuttosto stimolante, se non istruttivo. Per quanto ciò in effetti non significhi molto: 1984 è ormai uno dei libri più popolari e letti, ma ciò non ci impedisce di essere grandi appassionati del Grande Fratello – o di farci spiare per via telematica senza troppa preoccupazione. Quindi, in definitiva, serve davvero a qualcosa leggere? A quanto pare non c'è speranza – quindi perché non procedere oltre con la recensione?

Innanzitutto, i capitoli calibrati intorno alle 8 pagine ciascuno aiutano la lettura costituendo delle tappe non affaticanti, ottime per gli ansiosi di giungere da qualche parte, per i deficitari d'attenzione e per gli affetti da sindrome di stanchezza perenne – grazie Jack!

Addentrandosi poi nella vera polpa del libro, ho trovato che le interazioni al suo interno non si limitano all'individuale, anzi, ad essere dominanti sono le descrizioni di quelle tra classi e fazioni, rendendo il libro non banale e piuttosto interessante, perché allargante lo sguardo alle dinamiche della storia e della manipolazione oligarchica degli strati subalterni – finalmente ridimensionando il romanzo meramente e asfitticamente chiuso nella ristrettezza dei moti individuali, delle relazioni private, o, anche in un contesto storico, del dramma del singolo, o, persino, di una coralità di individui protagonisti che, con il loro clamore in primo piano, ammutoliscono l'intreccio più ampio: l'esistenza del mondo.

Di un intero mondo escrementizio vorticante di masse miserabili che sprofondano, e di vampiri e poiane che di loro si nutrono. Chissà a quale categoria apparteniamo?

 

“[...]l'abito che indossa è macchiato di sangue. Le travi del tetto che vi ripara gocciola del sangue di fanciulli validi e forti. Mi basta chiudere gli occhi per sentirlo colare goccia a goccia, intorno a me.

 

Lo sguardo di London permette di ergersi su un alto picco e osservare il movimento delle masse, avere un senso più vasto e generale delle dinamiche di classe, e delle loro determinazioni economiche – pur integrando ciò con la storia particolare di Ernest Everhard, alla guida dei Socialisti in America, e della moglie – che è la voce narrante del libro, per quanto incorniciata da numerose fittizie note di commento a piè pagina che ci fanno capire si tratti di una pubblicazione di diversi secoli successiva agli eventi narrati. Anzi, in effetti è direttamente esplicitato nell'altrettanto fittizia prefazione.

Già, già già – siamo arrivati al dunque scabroso: è un libro socialista, comunista, il cui protagonista – qualcuno sostiene - ha dato il nome nientemeno che a Ernesto 'Che' Guevara. E' un libro che parla di rivoluzione, e che, pubblicato nel 1908, la immagina, prima che in Russia i Bolscevichi abbattano lo Zar, è un libro che prevede la repressione sanguinosa delle richieste proletarie da parte del Tallone di Ferro delle oligarchie, prima che nella storia reale si verifichi l'avvento del nazifascismo, in cui si parla di agenti provocatori insinuati tra la folla per fomentare proteste e reprimere, di piantare bombe e accusare i socialisti (e perché non gli anarchici?) per poterli imprigionare – problemi ad accettare come realtà assodate la presenza di black bloc governativi a Genova, tattiche cossighiane e strategie della tensione? Ebbene, secondo London, sono trucchi vecchi come i cucchi.

Non avete dubbi sulla sostanziale integrità e obiettività della stampa? Ci pensa il buon vecchio Jack a chiarire le idee:

 

La stampa degli Stati Uniti? E' un'escrescenza capitalistica. La sua funzione è di servire lo stato attuale delle cose, manipolando l'opinione pubblica; e l'esegue a meraviglia.

 

E del resto non è forse la stessa stampa che nel 2003 scrisse che la fantasmatica presenza delle armi di distruzione di massa in Iraq era “irrefutable” (The New York Times), promuovendo una guerra da un milione di vittime o due?

Ma nel libro si possono trovare micce per tutte le stagioni e per tutti i settori, che si possono far detonare nei dibattiti e nelle polemiche dell'attualità

I prodotti farmaceutici sono senz'altro clinicamente testati e approvati per garantire la loro efficacia e la nostra sicurezza?

Diamine, quel folle di London in questo suo delirio antiscientifico non ne sembra particolarmente convinto:

 

Le medicine brevettate erano veri e propri imbrogli, ma la gente ci credeva come alle grazie e alle indulgenze del Medio Evo. La sola differenza era che i farmaci brevettati costavano di più e erano nocivi

 

E magari sarebbe un'affermazione scandalosa se solo, convinte, non sembrano esserlo nemmeno le moderne riviste di medicina – e, nel caso l'informazione mass mediatica abbia sbadatamente dimenticato di martellare questa nozione nella testa del pubblico generalista, ecco un estratto da un articolo del Guardian del 2001 – che documenta un tentativo di insurrezione di suddette riviste di medicina:

 

"Tredici delle più importanti riviste mediche sferrano un esplicito attacco alle ricche e potenti compagnie farmaceutiche, accusandole di distorcere i risultati della ricerca scientifica per il profitto" [...] "le accusano di usare i loro soldi - o la minaccia della loro rimozione - per legare i ricercatori accademici con contratti che impediscono il riportare liberamente e correttamente i risultati dei test clinici"

 

E che dire di questo articolo da Le Scienze del febbraio 2013?

 

"Etica medica:
La ricerca farmaceutica è affidabile?
di Charles Seife
Le aziende farmaceutiche pagano scienziati che fanno ricerche che hanno un’influenza sul destino dei loro prodotti, e nessuno può fermarle
"

 

Ma, tornando giù da sopra le righe e rientrando a casa dalle divagazioni, Il tallone di ferro non è un libro freddo e asettico, come dalla descrizione può sembrare, è anzi anch'esso non di rado palpitante di passione, non quella dei libretti Harmony, ma quella nobile, tesa verso un mondo privo di sfruttati e sfruttatori – veicolata attraverso l'umanamente, intellettualmente e fisicamente sana e vigorosa figura di Ernest, uno di quei personaggi in cui London sembra proiettarsi compiacendosi di quanto sia Maschio Alpha, un po' come in Martin Eden. Insomma, in effetti, a ben pensarci, roba piuttosto impegnativa – forse è meglio limitarsi a cercare qualcuno con cui unirsi carnalmente con tutta l'anima, come nei già multicitati libretti, dopotutto.

Nondimeno, cosa ce ne si fa di una minchiata come Il Signore degli Anelli, quando ci sono libri come questo?

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Karawanfest

6 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cinema

 

 

KARAWANFEST - 6 / 11 GIUGNO 2017

 

AL VIA A ROMA A INGRESSO GRATUITO LA SESTA EDIZIONE DEL FESTIVAL CHE TRATTA I TEMI DELLA CONVIVENZA CON LE COMMEDIE

IN UN’INEDITA VESTE OPENAIR,

TRA I CORTILI DI TOR PIGNATTARA E PIGNETO

 

6 giorni di cinema e incontri dedicati al tema: Illuminando le paure

6 cortili · 8 film · 2 anteprime italiane · 1 anteprima europea

ospiti Pegah Ferydoni e Arifur Rahman

 

Dal 6 all’11 giugno torna a Roma KarawanFest, il primo e unico evento cinematografico che - a ingresso gratuito fino a esaurimento posti - tratta i temi della convivenza e dell’incontro tra culture in tono programmaticamente non drammatico, puntando a ribaltare stereotipi e cliché e proponendo visioni non convenzionali.

Per la sua sesta edizione Karawan torna alle origini nomadi, migrando di sera in sera nei cortili di Tor Pignattara e del Pigneto, e illuminando con la luce del grande cinema le paure e le diffidenze, per favorire momenti di incontro proprio nei cortili, luoghi naturali dello scambio e della condivisione. Nato a Tor Pignattara nel 2012, il progetto mette il cinema al centro di un percorso di coesione sociale e reciproca conoscenza, per riappropriarsi di spazi comuni nel segno della condivisione e dell’arricchimento culturale.

Dal 6 all’11 giugno, Karawan presenterà, ogni sera in un cortile diverso, commedie,racconti di formazione e documentari brillanti, con un’attenzione sempre particolare rivolta alle nuove generazioni di autori e registi emergenti. 8 film rappresentativi delle comunità più numerose del territorio, tutti in lingua originale con sottotitoli in Italiano, molti dei quali in anteprima. Film da tutto il mondo, che raccontano storie di paure superate, rovesciate, cancellate attraverso piccoli grandi atti di coraggio e apertura. Che non sono atti eroici o gesta esemplari, ma creazioni, scoperte, dialoghi, scommesse, amori. Gesti semplici, che ogni giorno si osservano nelle strade dei nostri quartieri, e che sono rievocate nei film in programma, nei laboratori, nelle storie che saranno raccontate al festival. Insieme.

Ogni film sarà introdotto da incursioni e performance artistiche per avvicinare il pubblico alla cultura delle comunità presenti, a cura di Asinitas Onlus, partner del progetto, che presenterà anche racconti provenienti da diverse tradizioni culturali con Narramondi: un gruppo misto di giovani donne cantastorie italiane e straniere.

Un’altra importante novità del 2017 è il gemellaggio con l’analoga manifestazione milanese Cinema di Ringhiera, ideata e diretta da Antonio Augugliaro, co-regista di Io sto con la sposa e realizzata dall’associazione Nuovo Armenia. Entrambe le manifestazioni sono sostenute dal MiBACT con il contributo di MigrArti II edizione 2017, e condividono oltre alle tematiche, la natura itinerante nei cortili dei palazzi, a stretto contatto con le comunità e la cittadinanza. Anche il tema sarà comune:illuminando le paure. Con la luce del cinema, della cultura, dell’incontro, della condivisione. Questo gemellaggio, insieme alla collaborazione con Yalla Shebab Film Festival di Lecce, ha l’obiettivo di costituire un network su scala nazionale per lo scambio e la circuitazione dei film selezionati, e creare una tessitura che unisca le realtà in un racconto corale, radicato nel locale ma che assume contestualmente anche una dimensione nazionale.

Si parte martedì 6 giugno, dal cortile della Biblioteca Goffredo Mameli al Pigneto dove verrà proiettato in anteprima europea, grazie alla collaborazione dell’Ambasciata del Bangladesh, Kingdom of Clay Subjects, la folgorante opera prima del giovane regista bengalese Bijon. Nel segno di Satyajit Ray e Vittorio De Sica, il film è un’ode al diritto al sogno e al futuro, alla conoscenza come forma di libertà. Sarà presente per incontrare il pubblico il creative producer del film, Arifur Rahman. Abbiamo scelto di partire dal Bangladesh con un’opera così potente per dare voce ai talenti artistici e alla ricchezza culturale del paese da cui proviene la più grande comunità bengalese d’Europa, quella di Tor Pignattara.

Proprio per guardare alle comunità e al territorio con uno spirito europeo, Karawan in collaborazione con il Goethe-Institut Rom e il Forum Austriaco di Cultura per il secondo anno propone il progetto Making Heimat, per contribuire a illuminare di nuovi significati i concetti di identità e cittadinanza, a partire dall’intraducibile parola tedesca Heimat, e sollecitare l’opinione pubblica su quanto i confini possano essere spostati per includere e non per escludere. Con il Forum Austriaco verrà presentato il docufilm KINDERS, scelto per la consueta matinée che Karawan dedica alle scuole del territorio. In collaborazione con il Goethe-Institut Rom verrà presentato martedì 7 giugno 300 Worte Deutsch (300 parole in tedesco), frizzante commedia turco-tedesca sull’Islamofobia, in cui un corso accelerato di tedesco per far ottenere la cittadinanza a un gruppo di giovani turche, diventa anche l’occasione della presa di coscienza come donne. Sarà presente l’attrice protagonista Pegah Ferydoni, star di Donne senza uominiKebab for Breakfast, che incontrerà il pubblico e le donne della scuola di italiano per donne straniere del Centro Interculturale Miguelim, con le quali condivideremo prima della proiezione anche il momento dell’Iftar, il pasto serale che spezza il digiuno del Ramadan.

Il 10 giugno Karawan Fest accoglie a Roma gli amici di Cinema di Ringhiera, che presenteranno il docufilm Patience, patience… Tu iras au paradis in vista dello “scambio” che avverrà il 24 giugno, quando Karawan porterà a Milano il documentario Luoghi comuni di Angelo Loy, prodotto da Asinitas. Infine, domenica 11 giugno gran finale in salsa carioca a Largo Raffaele Pettazzoni, adiacente il parco Giordano Sangalli: una festa dedicata all’unione di popoli e culture nel segno di sport e cinema. Verranno proiettati due film legati al mondo del calcio, dove il campo diventa luogo di socialità e spazio pubblico di condivisione. Per l’occasione saranno coinvolte associazioni della rete G2 che operano per la promozione dei diritti delle seconde generazioni e per portare un nuovo concetto di cittadinanza.

KarawanFest 2017 aderisce ai festeggiamenti per i 90 anni di Tor Pignattara e alla campagna per il riconoscimento del quartiere come nuovo rione di Roma.


Per maggiori informazioni
www.karawanfest.it

info@karawanfest.it

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