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Intervista con l'artista: Andy Warhol... e pure con uno scrittore

27 Marzo 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #le interviste pazze di walter fest

Intervista con l'artista: Andy Warhol... e pure con uno scrittore
 

 

 
 
 
Benvenuti, amici lettori della signoradeifiltri, oggi avremo nostro ospite Andy Warhol. Sono a bordo della mia 500 tinteggiata per questa speciale occasione tutta gialla fosforescente, dripping verde limone, e a bordo  abbiamo anche lo scrittore Matteo Gentili.
 
- Matteo, sei contento che ti ho portato con me?
 
- Sì, certamente, mi dispiace solo per Mario.
 
- Tranquillo, l’ho mandato in missione a cercare nuovi artisti per la bottega dell’arte.
 
- Ah, va bene.
 
- Senti, ora ci incontriamo con Andy Warhol, sei preoccupato?
 
- Un po', che posso prendere un caffè?
 
- Mica me lo devi chiedere, fanne due, apri lo sportellino, prendi pure i cioccolatini dentro al cassettino.
 
- Oh! Pure io li ho portati, ma qua c’è un panino gigante con la porchetta!
 
- Ah sì, quello è per Andy, dietro trovi i cioccolatini.
 
Amici lettori, mentre aspettiamo Andy Warhol io e Matteo gozzovigliamo…..
 
Ciao Andy, forza, sali a bordo.
 
- Grazie per l’invito, carina questa automobilina  e… lui chi è?
 
- Andy, ti presento un amico, è Matteo Gentili, un meccanico che, con un cacciavite e con una penna in mano, può far miracoli, è uno scrittore vero prestato all’automobilismo.
 
- A proposito di auto, sapete che per le nostre interviste questa macchina scarrozza infaticabilmente per km e km? Una volta siamo andati ad intervistare Michelangelo Buonarroti in Giappone, un'intervista così matta che nel blog non l’abbiamo pubblicata, e sai perché?
 
- Già, perché?
 
- Perché Michelangelo è voluto ritornare subito in Italia, aveva una tremenda voglia di mangiare un supplì.
 
- Hai detto che questo tipo è uno scrittore, dalla faccia non si direbbe, ha lo sguardo da buono.
 
- Matteo, parla al signor Warhol del tuo libro.
 
- Signor Warhol, io vengo da Foligno e ho pubblicato da poco un libro con @Libereria: I racconti di uno sconosciuto.
 
- Conosco bene Foligno, una volta, dalle tue parti, ho mangiato degli strozzapreti fantastici. Insomma, questa tua opera di che parla?
 
- Vede maestro, il mio libro è una storia fatta di tante storie, tutto comincia con la mia ribellione al bullismo, un qualcosa che ha condizionato la mia vita ma che non mi ha impedito di vivere al meglio, perché ho avuto l’abbraccio vigoroso di buoni valori, la mia famiglia, la mia penna e la musica. Ebbene sì, questo libro è poesia narrata come se fosse un rap, io musicista rap, il mio rap, il mio lamento di rabbia che diventa uno scudo a questo fenomeno sociale pericoloso ma non invincibile, anzi debole, di fronte alla positività. Posso dire di avercela fatta, posso dire orgogliosamente di sentirmi un testimonial, che può confermare e dichiarare a tutti coloro che soffrono, che il bullismo si può vincere.
 
Bravo ragazzo, quindi questa tua opera è poesia con un ritmo rap. Sai come ti potrei definire?
 
- Andy, che penseresti di me?
 
- Che sei un grande  “ hardmanrap&talk”.
 
- Tutto attaccato?
 
- Certo, non ti sembra di sentire la musica in hardmanrap&talk? Matteo, saresti un perfetto hardmanrap&talk!!
 
- Matteo, dagli retta, Andy Warhol (Pittsburgh, 6 Agosto 1928 – New York 1987) è uno che ha fatto un sacco di cose: arte, regia cinematografica, musica, fotografia, grafica pubblicitaria, sceneggiatura, produzione, la factory. Tutti sanno dell’invenzione geniale della sua factory, frequentata da gente come Jean Michel Basquiat, Keith Haring, Lou Reed... la banana... la banana più famosa e costosa del mondo! E poi i barattoli di zuppa Campbell, e poi Marylin Monroe, e tutte le star raffigurate come icone pop !
 
- Walter, ti ringrazio ma riguardo l’idea dei barattoli voi avete avuto un tizio che mi ha preceduto e che è stato più geniale di me, ha riempito 90 barattoli di…
 
- Maestro, non lo dica, siamo in fascia protetta!
 
- E vabbè, comunque è stato un genio quel Piero, diciamo che la mia visione era popolare e conforme ai miei tempi moderni.
 
 - Arte per tutti!
 
- Bravo Walter, arte per tutti!
 
- Andy a proposito di arte per tutti, lei che se ne intende, può aiutarmi con il marketing? Lei è esperto di pubblicità sa, vorrei vendere almeno un migliaio di copie del mio libro.
 
- Matteo, fare pubblicità a un prodotto è facile, devi solo presentare te stesso come sei al naturale, al naturale come una lattina di Coca, senza sotterfugi e archibugi, senza ammiccamenti e stratagemmi, sei un poeta?
 
- Sì.
 
- E allora recita il tuo libro come un vero poeta, piangi se c’è da piangere e ridi se c’è da ridere, apri il tuo cuore. E' la migliore pubblicità, quando scendiamo da questa 500 da circo di Walter, ricordami di prenotarti una copia e la voglio autografata.
 
- Andy, casualmente ne ho proprio una con me.
 
- Bene dammela, che aspetti? Ma adesso riaccompagnatemi all'aeroporto che devo prendere il volo per Cuccamonga. Ho appuntamento con Caravaggio, che anche lui vuole qualche consiglio, ma, dico io, che mi avete preso, per il padrino?
 
- Andy, come te non c’è nessuno.
 
- Volete un autografo?
 
- Magariiii.
 
Molto bene, amici del blog che vive di cultura e fantasia, stiamo per lasciarvi, io, Andy Warhol, Matteo Gentili, e il suo libro  I racconti di uno sconosciuto, vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo incontro
 
- Ehi, coppia di smidollati… passatemi il panino con la porchetta e i cioccolatini!
 
- Andy, è finito tutto, sono rimasti solo quelli al tartufo che aveva portato Matteo per la pasta.
 
- Cioccolatini al tartufo sugli strozzapreti?...
 
Qualcuno di voi vorrebbe assaggiarli?... Ciao a tutti, ci rivediamo alla prossima puntata!
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La stilista Cinzia Diddi lancia una raccolta fondi per l’emergenza Coronavirus.

26 Marzo 2020 , Scritto da Cinzia Diddi Con tag #cinzia diddi, #il mondo intorno a noi

 

 

 

Una campagna di raccolta fondi, per sostenere l’impegno di chi è in prima linea nella lotta al Coronavirus. A promuoverla, la stilista pratese Cinzia Diddi  che, pur nella consapevolezza delle difficoltà economiche in cui tutti versano, incoraggia ad “abbracciare con convinzione scelte solidali, che possano contribuire a rispondere all’emergenza Covid-19”.

Serve l’aiuto di Tutti!!! Anche una piccola donazione può fare la differenza.

L’ospedale San Jacopo di Pistoia è al collasso, ed è il più colpito in Toscana.

Il progetto prevede la raccolta di fondi

attraverso GoFundMe Cliccando su questo link https://www.gofundme.com/f/b5gb4-insieme-si-puo

La capacità di Covid-19 di viaggiare velocemente, sotto traccia, nella maggior parte dei casi in modo asintomatico, per di più in un contesto di globalizzazione spinta, lo ha reso una minaccia abnorme per i sistemi sanitari dei paesi anche più avanzati: una modalità di diffusione incontenibile, con effetti gravissimi nei soggetti più fragili e con la conseguente saturazione dei reparti di rianimazione.

Insieme vinceremo, sono ottimista!

Vivete le vostre vite il più semplicemente possibile camminate piano, respirate profondamente

Fate del bene

godetevi la natura

sorridete

non serbate rancore

non desiderate il male per gli altri

tenete a freno l’invidia

gioite per i traguardi altrui

sostenetevi

Queste le parole della stilista.

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La bottega dell'arte: "Una poltrona per due". JIM LOVE

25 Marzo 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #fotografia

La bottega dell'arte: "Una poltrona per due". JIM LOVE

Presentazione dell’artista Jim Love e della sua opera Gliding rust

 

Amici lettori della signoradeifiltri, oggi apriamo le pagine del nostro blog al profumo di primavera, presentandovi con grande piacere un artista, un bravo fotografo americano: Jim Love.

Jim Love vive negli USA a Loves Mill, nel sud-ovest della Virginia. Da sempre appassionato di comunicazione, ha lavorato per molto tempo in radio e in televisione e, dopo anni di attività, ha iniziato un nuovo percorso, accompagnato da una lunga serie di immagini artistiche da lui realizzate.

Perché, cari amici del blog che fa della cultura la propria missione, dovete sapere che ci sono artisti che nascono artisti ma non sanno di esserlo. Per loro è così naturale vedere il mondo sotto un diverso punto di vista, ed è quello che succede a Jim Love, un fotografo che può scattare fotografie a luoghi o soggetti nel modo che solo un autentico artista sa fare, e che vuole mettere il suo talento a disposizione di tutti coloro che vogliono provare gioia nel vedere forme d’arte.

L’arte espressa con qualsiasi tecnica è un vero piacere, voi del blog già conoscete la mia filosofia “l’arte è per tutti e non nuoce gravemente alla salute”, tante esperienze confermano che può essere fra le migliori medicine al mondo.

Jim Love ha dentro di sé una forza potentissima e la sua macchina fotografica è un dolce strumento di amore, lo stesso amore che la sua famiglia e altre persone gli hanno dedicato in un momento difficile della sua vita, un amore che Jim Love ha trovato profondamente dentro di sé, un amore per l’arte e per la vita senza limiti. Così il nostro artista americano ora sta impegnando tutte le sue energie nella fotografia, i suoi scatti, fermando il tempo, rappresentano le immagini che ognuno di noi vorrebbe vedere per farci spalancare gli occhi di fronte a questo spettacolare miracolo che è la vita.

L'opera che vorrei descrivervi è Gliding rust, l’ho scelta perché, fra le tantissime opere, mi ha colpito, lasciandomi da subito immaginare una storia. Questa che in apparenza sembra solo una panchina arrugginita e abbandonata, in realtà è una storia, una lunga storia. Ho chiuso gli occhi e ho visto due personaggi che, ogni pomeriggio - quando si placa lo stress del lavoro e, intorno, il traffico spegne i suoi motori - si fermano a chiacchierare mangiando un gelato. Discutono allegramente dei fatti accaduti in giornata e mi viene da ridere pensando ai loro pettegolezzi, alle loro risate, ai loro ammiccamenti. Parlano di sport, di donne, del tempo che cambia, però vivono alla giornata e non pensano al futuro. A che serve parlare del futuro quando il presente, seduti serenamente su una panchina, è così piacevole?

Le loro chiacchierate si svolgono durante tutte le stagioni, anche in quelle più fredde, in questo caso hanno sempre bevande calde fra le mani, oppure, sotto una tettoia sbilenca, neanche la pioggia ferma i loro incontri. E se il sole è accecante d’estate entrambi si mettono dei Ray Ban molto vintage.

Sono diventati una cosa sola con quella panchina, parte dell’arredamento, una panchina per due che può trovarsi in città oppure in un paesino di campagna, questo non è importante. I due con questa panchina arrugginita e abbandonata sono felici, questo è quello che io ho visto con la mia fantasia.

Ma il tempo che passa è implacabile e non concede pause, ora è rimasta solitaria questa vecchia panchina, il cui materiale è stato corroso dagli anni. I nostri due personaggi ora dove saranno? A me piace immaginare che siano andati in vacanza nel luogo più bello del mondo, quello della fantasia, dove la tristezza non esiste.

Se volete, amici lettori, fatelo anche voi, fate il pieno di fantasia, e venite ad ammirare le opere di Jim Love in fineartamerica.

Con questa “poltrona per due” vi saluto e vi ringrazio, ci ritroveremo in compagnia di un altro bravo artista, sempre qui nella nostra bottega dell’arte. La nuova stagione è iniziata, le giornate saranno più colorate e profumate di primavera.

 
 
 
 
*****
 
 

My dear readers of signoradeifiltri, today we open the pages of our blog to the scent of spring, presenting you, with great pleasure, an artist, and a good American photographer: Jim Love.

Jim Love lives in the USA, in Loves Mill, in southwest Virginia. Always passionate about communication, he worked for a long time on radio and television, and, after years of activity, he started a new path, accompanied by a long series of artistic images.

My dear friends of the blog that makes culture its mission, you must know that there are artists who are born artists, but they do not know what they are because they see the world from a different point of view. This is what happens to Jim Love, a photographer who takes photographs of places, or subjects, in the way that only an authentic artist can do. He wants to render his talent available to all those who want to experience joy in seeing forms of art.

Art expressed with any technique is a real pleasure, you already know my blog philosophy: "art is for everyone and does not seriously harm your health". Many experiences confirm that it can be among the best medicines in the world.

Jim Love has a very powerful force, and his camera is a sweet instrument of love, the same love that his family and other people have dedicated to him in a difficult moment of his life, a love that Jim Love has found deeply within himself, a love for art and for life without limits.

Our American artist is now engaging all his energies in photography, his shots stop time, they represent the images that each of us would like to see, to open wide our eyes in front of this spectacular miracle which is life.

The work that I would like to describe to you is Gliding rust.  I chose it because, among his many works, this struck me. I immediately imagined a story. This, that apparently seems only a rusty abandoned bench, it's, in fact, a true story.

I have closed my eyes and I have seen two characters that every afternoon, when the stress of work subsides and the traffic turns off its engines, eat ice cream and happily chat about the events that happened during the day. I laugh thinking about their gossip, their laughter, their winks. They talk about sports, women, the changing weather. They live day by day and do not talk about the future, what is the use of talking about the future when the present is so pleasant?

Their chats take place during all seasons, even the colder ones, in this case they always have hot drinks in their hands. Under a lopsided canopy even the rain does not stop their meetings. And if the sun is blinding in summer they both put on very vintage Ray Bans.

They have become one with that bench, they are part of the furniture, a bench for two, that could be in the city or in a country village, this is not important. The two characters, with this rusty and abandoned bench, are happy, this is what I see with my imagination.

But the time that passes is relentless and does not allow pauses. Now this old bench is lonely, its material has been corroded over the years. Where are our two characters? I like to imagine that they went on vacation to the most beautiful place in the world, that of fantasy, where sadness does not exist.

If you want, my dear friends, do the same, fill your imagination, and come and admire the works of Jim Love in fineartamerica.

And,with this "armchair for two", I greet you and thank you. We will be soon in the company of another good artist, here in our art workshop. The new season has started, and the days will be more colourful and fragrant. It’s spring!

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DAVANTI A TRIESTE di Mario Puccini (1887-1957)

22 Marzo 2020 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

Il giovane sottotenente Mario Puccini, marchigiano di Senigallia, raggiunge il fronte nel 1916. Appena messo al comando di un plotone di soldati più esperti e più anziani di lui, cerca di trovare un colloquio con questi uomini semplici, obbligati alla guerra, diffidenti verso gli ufficiali. Nonostante la differenza di cultura (Puccini tiene nel suo zaino Foscolo, Leopardi, Dante), riesce con un insieme di bonomia e autorità a fare breccia tra loro che trovano in lui un consigliere oltre che un capo. La quotidianità del vivere insieme è pienamente esaltata nei gesti, nelle espressioni, negli atteggiamenti dei compagni; ma non si deve pensare a una prosa semplice e poco studiata. In realtà oltre a vari slanci lirici nelle descrizioni dei paesaggi, il linguaggio si apre a immagini vivissime, a tratti quasi di gusto futurista: " .. il cannone da campagna ciancia i suoi proiettili tra i denti e li caccia via ... Nei bagliori prodotti dai colpi in partenza, ti par vedere torsi di colossi muoversi tra masse di ferro incandescente".

Non mancano toni elegiaci come nel legame con la dolina carsica fatta attrezzare sotto i suoi ordini e poi lasciata con un velo di tristezza, tanto da tornarvi appena possibile e gustarne con esibita malinconia i cambiamenti intervenuti dopo che un altro reparto vi si era sistemato. E dovunque c'è un'attenzione somma al carattere genuino e popolano dei suoi subalterni, uomini capaci di ribellarsi se manca il tabacco, ma in buona parte disposti al sacrificio nei momenti delicati. Colpisce soprattutto la coralità (peraltro parziale) del racconto in cui i vari soldati, sollecitati dall'autore, danno le proprie impressioni.

Le azioni descritte sono quindi quelle vissute a livello principalmente di plotone, con le sofferenze patite nella quotidianità della guerra; è però una sofferenza resa meno aspra dalla collaborazione tra gli uomini, dal gusto della battuta facile, dallo sguardo di un paesaggio che non stanca; non ci sono particolari attacchi verso i superiori e anche la polemica verso gli imboscati non decolla mai. Oltretutto le operazioni cui Puccini prende parte, sono tutte concluse con dei successi tattici, per quanto sanguinosi.

Le particolarità dell'opera sono quindi legate allo stile e alla capacità di raccontare alternando la voce del memorialista e le voci dei vari soldati, costruendo in parte un racconto dal basso della guerra sul Carso, fatto piuttosto raro nella letteratura del periodo.

Mario Puccini, oggi poco noto, fu una personalità culturale poliedrica; figlio di un editore ed editore egli stesso, conobbe Ungaretti con cui ebbe un vivo scambio epistolare durante il conflitto. Scrisse romanzi, saggi, novelle. Fu anche uno studioso di letteratura spagnola.

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Sigonella

18 Marzo 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 


 

 

 

Nell'inverno del 2005 da circa quattro mesi prestavo servizio militare in qualità di fante dell'Esercito in ferma annuale (VFA) alla Crisafulli-Zuccarello di Messina, in attesa di concorrere in ferma prefissata. (VFP1)

In quel periodo fummo impiegati nell'Operazione Domino, un'operazione di sostegno alla Pubblica Sicurezza nel contrasto alla criminalità.

Oltre a ciò, a causa degli attentati di Nassiriya del 2003, i livelli di allerta risultavano elevati, ragion per cui fummo dislocati in quattro diverse località considerate a rischio di attacchi terroristici.

Chi andò a presidiare la Raffineria di Milazzo, chi l'Aeroporto di Reggio di Calabria, chi l'Aeroporto Catania-Fontanarossa e chi invece la base aerea italiana/americana di Sigonella, un'enorme struttura militare situata sempre nel catanese e assai distante dai centri abitati. Il sottoscritto venne destinato a quest'ultimo sito.

Inizialmente stavo per lamentarmi con i superiori in quanto avrei voluto lavorare a Milazzo, (la mia città natale si trova a 8 km) tuttavia, lasciai perdere.

Fondamentalmente una moltitudine dei miei colleghi, in virtù di raccomandazioni, andarono smistati vicino casa, alloggiando in comodi hotel, mentre le nostre squadre furono ospitate dalla caserma del 41° Stormo di Sigonella, e ci dovemmo adeguare a delle stanzacce dai muri scrostati, con gli armadietti sgangherati che odoravano di ruggine e con dei letti putridi.

In aggiunta, impossibile descrivere l'indecenza dei luridi bagni, ad aggravare la malagevolezza un certo numero di gabinetti guasti e l’acqua calda delle docce o dei rubinetti che veniva a intermittenza.

Desideroso di fare carriera, mi rassegnai e pensai che determinati calici amari andavano bevuti fino in fondo, in compenso a mensa i pasti erano buoni.

La caserma dell'Aeronautica era un via vai di personale connazionale e non solo, difatti si poteva accedere sia nella parte italiana e sia in quella statunitense (grossomodo attaccate). con l'unica raccomandazione di non comprare cibo, accessori o articoli nei negozi U.S.A., visto che i commercianti o chi gestiva gli spacci statunitensi non potevano vendere nulla ai militi italiani, tranne agli ufficiali, ai sottoufficiali e a coloro che avevano buone conoscenze.

Il perché di tale divieto?

In primis si pagava in dollari, (problema facilmente risolvibile grazie ai numerosi bancomat presenti) inoltre i prezzi dei prodotti risultando piuttosto bassi, (sigarette, radio, profumi, cellulari etc.) certi furbacchioni acquistavano a Sigonella per rivendere al doppio se non al triplo all'esterno della base.

Il 41° Stormo di Sigonella, a differenza del Naval Air Station Sigonella, disponeva di un unico spaccio discretamente fornito. C'erano delle bibite, dei sacchetti di patatine, dei gelati confezionati e la sera facevano pure le pizze, sebbene surgelate e cotte al microonde.

In compenso di mattina la scelta appariva più variegata, con teche di dolci e pezzi di tavola calda, tanto è vero che contribuivano ad affollare il locale anche tantissimi soldati statunitensi. A tal proposito, mi domandavo come mai gli yankee, pur avendo ogni ben di Dio nei loro bar/empori, preferissero fare colazione proprio lì.

Lo chiesi ad un graduato americano di nome Joe, con il quale strinsi amicizia, un ragazzotto biondo proveniente da Fort Lauderdale, Florida.

«Voi avete corneto, capucinno e caffè italianno!» mi rispose.

Ritenevo Joe un tipo simpatico, ogni qualvolta parlava in inglese, o in quel suo italiano stentato, quasi sempre terminava le frasi con un "minchia!" e ciò mi faceva sorridere.

Ad ogni modo furono diramati i turni da otto ore in quattro gruppi da tre soldati. Per la precisione bisognava effettuare tre mattine, tre pomeriggi, e tre notti. Al termine delle nove turnazioni ci venivano concessi tre giorni liberi con la possibilità di spenderli come meglio credevamo. Chi abitava nel catanese, nel messinese, e nel siracusano di norma preferiva tornare a casa.

Nel mio caso non tornai neanche una volta nella mia città, dal momento che era scomodissimo scendere con l'autobus a Catania, andare alla stazione, e prendere due treni per arrivare a Barcellona Pozzo Di Gotto, per non parlare di quanto fosse problematico il ritorno a Sigonella. 

Dato che non avevo ancora conseguito la patente, per ovvi motivi non potevo guidare il VM 90, un mezzo a metà fra l'autocarro tattico e il fuoristrada.

Mi fu così assegnato l'incarico di capo macchina ed avevo la responsabilità di segnalare all'equipaggio o via radio eventuali movimenti sospetti durante il percorso e di controllare la condotta di guida del conducente.

L'equipaggiamento in dotazione era composto da un gibernaggio, una torcia, un giubbotto antiproiettile, uno zaino tattico, un elmetto (mai indossato dal momento che tenevamo perennemente il basco in testa) e l'arma individuale, precisamente un Ar 70/90 con due caricatori di riserva.

Ci volle del tempo per abituarmi a quei turni abbastanza tediosi e monotoni. Il capo muta e i comandanti ci stavano col fiato sul collo, tant'è che spuntavano a sorpresa a controllare il nostro operato. Guai se ci trovavano sbragati, non rasati, con gli anfibi sporchi, il fucile con la cinta non slacciata e guai serissimi se ci pescavano imboscati a oziare o a dormire. Il servizio avveniva o con il mezzo in movimento tra i vari checkpoint oppure stando fermi per qualche ora con l'arma a tracolla all'esterno di Sigonella ai lati del VM 90.

Essendo inverno, pur avendo un pesante maglione sotto la divisa, io e i miei colleghi patimmo un freddo terribile, specie durante i turni notturni. Alcuni presero febbroni da cavallo e passarono la convalescenza all'ospedale militare.

L'Operazione Domino, a mio avviso, aveva un non so che di paradossale, trovavo strano che noi soldati facessimo la guardia armata ad altri soldati in un posto del genere.

In primo luogo i militari statunitensi apparivano efficienti e attrezzatissimi, dall'armamentario ai mezzi. Da segnalare che dalla recinzione del Naval Air Station Sigonella non di rado li vedevamo addestrarsi in maniera professionale, con armi da lancio, arti marziali, capriole etc.

Oltretutto, la base veniva sorvegliata con attenzione anche dalle pattuglie della polizia militare con le loro accattivanti automobili di colore bianco dalle sirene blu e rosse simili a quelle della NYPD. (New York City Police Department)

Gli uomini e le donne dell’MP (Military Police Corps) indossavano la classica mimetica verde, armati di pistola, manganello e manette. Francamente sembrava che se la tirassero.

In seguito scoprimmo che i "poliziotti" tenevano d’occhio persino le nostre stesse mute e gli avieri del 41° Stormo, peraltro con l’incombenza di non far circolare più del dovuto i civili non autorizzati e all’occorrenza fermare possibili sospetti chiedendo l’ausilio dei carabinieri.

In quei tre mesi, non successe niente di particolarmente eclatante, i giorni passavano lenti e non c'era un granché da fare. Complice il poco riscaldamento dormivamo al calduccio ore ed ore nei letti delle camerate ché, grazie a Dio, i cuscini, le coperte e le lenzuola ci venivano spesso sostituite con quelle pulite dopo aver sollecitato il disagio a chi di dovere. I bagni purtroppo rimasero immondi e con i soliti malfunzionamenti.

Ci sembrava inutile girovagare la Naval Air Station Sigonella, visto e considerato che non potevamo acquistare nulla. Scendere a Catania per la libera uscita non conveniva, dato che gli autobus raramente rispettavano gli orari, e si finiva consegnati se non tornavamo alla base entro le 23:00.

Essere puniti consisteva in non poter lasciare la caserma. Alla fin fine cosa cambiava? È presto detto: i provvedimenti venivano trascritti nelle documentazioni personali e ciò non avrebbe giovato alle note caratteristiche.

Se non dormivamo ci mettevamo a giocare a carte, a farci degli scherzi, a cazzeggiare con i cellulari, a confrontarci, a confortarci qualora sentissimo malinconia o nostalgia, a leggere romanzi, fumetti e riviste. A tal proposito ho un ammiccante aneddoto che vorrei raccontare.

In un noioso pomeriggio di pioggia, mentre mi stavo cimentando a leggere Nato per uccidere, un libro di guerra ambientato in Vietnam, all'improvviso un certo Costa mi lanciò addosso un fotoromanzo pornografico colpendomi il viso.

«Fatti gli occhi compare! Te lo presto ma non me lo sgualcire. Sto andando in bagno. Eh, la voglia chiama ancora!» mi disse ridendo.

Tornò dopo un quarto d’ora visibilmente esausto e si lasciò cadere a peso morto sul letto in posizione fetale. Chiaramente si era sfogato alla grande. Accantonai il romanzo poiché avevo trovato qualcosa di più interessante e soprattutto più eccitante.

I tre mesi in qualche modo passarono, finché una mattina gli ufficiali ci annunciarono finalmente il ritorno a Messina, con l’aggiunta di una bella notizia, cioè il beneficio di una graditissima licenza della durata di 14 giorni. Inutile dire la felicità che albergava dentro di noi, quelle dodici settimane di Operazione Domino ci vennero letteralmente ripagate.

Tornammo alla Crisafulli-Zuccarello in tarda serata, dapprima ci fu la consegna dell’equipaggiamento in armeria, per poi avviarci alle nostre camerate e, una volta sistemati gli effetti personali nei rispettivi armadietti o nei relativi borsoni, andammo nelle brande pieni di allegria.

Il giorno seguente, nel piazzale, durante l’alzabandiera cantammo a squarciagola l’Inno d'Italia, successivamente ci furono i complimenti da parte del Comandante di Reggimento, che ritenne globalmente soddisfacente il supporto prestato alle Autorità di Pubblica Sicurezza e, al contempo, rimproverò aspramente senza fare nomi, coloro che si erano macchiati di imperdonabili scorrettezze.

Gli elementi in questione non appartenevano alla nostre mute ma bensì alla Compagnia Mortai in servizio alla Raffineria di Milazzo. Quali furono le conseguenze per quelle teste di cavolo non lo venni mai a sapere.

Appena giunti in Compagnia Fucilieri, ci adunammo nel cortile, il nostro capitano rinnovò i convenevoli e incaricò un giovane tenente di origine napoletana di assegnarci le licenze, chiudendo un occhio con quelli che avevano ricevuto alcune punizioni non gravi, chiamate per l'esattezza "consegne semplici", nel corso dell’Operazione Domino.

Per il ritiro della licenza dovevamo eseguire la solita modalità standard, ovverosia, una volta che veniva chiamato il nome e cognome dell’interessato, dalla posizione di riposo ci si metteva sugli attenti sbattendo il tallone destro, dicendo ‘comandi’, alzando e abbassando velocemente il braccio destro, si effettuava un dietro-front, e ci si staccava dalla riga/fila per andare a passo veloce dinnanzi l'ufficiale o sottufficiale, sbattendo nuovamente il medesimo calcagno accompagnato dal saluto militare. Ricevuto il foglio si ritornava al proprio posto in attesa del ‘rompete le righe’.

Passò una buona mezz'ora e le licenze furono consegnate a tutti, tranne al sottoscritto.

L’inquietudine si impadronì di me ed essendo tra le prime file guardai il tenente Palma con aria perplessa chiedendogli con umiltà delle spiegazioni.

«Soldato!» mi disse. «Sei a rapporto dal capitano Mottola, entra nel suo ufficio che ti deve parlare.»

Confesso che l'ansia crebbe a dismisura, bruciandomi lo stomaco.

«Perché non mi hanno consegnato la licenza? Vuoi vedere che dovrò svolgere un servizio alla porta carraia!» ipotizzai decisamente scazzato ma, se così fosse stato, l’avrei saputo dai furieri e non dal comandante.

Bussai alla porta del Comandante di Compagnia, una voce tuonò "Avanti!" e, col cuore in gola, entrai nell'ufficio.

Il capitano se ne stava tranquillamente seduto a una scrivania ingombra di carte a fumarsi un sigaro, ed andai nella sua direzione, sbattendo dapprima il tacco e unendo le mani a paletta sugli attenti.

«Comandi! Sono stato messo a rapporto da lei!» esordii con espressione insicura.

«Stai su riposo!» mi ordinò, ed io obbedii.

L'ufficiale, dando brevi boccate al sigaro, mi guardò intensamente per alcuni secondi ed infine appoggiò il cubano ancora acceso sul posacenere.

«Stai sereno, non ti mangio mica!» 

Presi un respiro profondo, cercando di rilassare i muscoli tesi, e poi espirai.

«Aspettavi la licenza, eh?» ironizzò.

Non sapendo come rispondere, scrollai educatamente le spalle.

«Ebbene, caro mio, ti ho convocato per un motivo ben preciso...» 

Si interruppe di colpo per soffiare via della cenere del sigaro che si era andata a depositare su delle scartoffie, mentre la mia impazienza cresceva.

«Abbiamo gradito in particolar modo il tuo ottimo operato.»

Quella frase mi aveva piacevolmente spiazzato tant'è vero che restai a bocca aperta.

«Tra l'altro sei l’unico a non aver collezionato neanche una consegna e non hai nemmeno piagnucolato per la destinazione. Figurati che, giorni prima dell'Operazione Domino, parecchia gente mi rompeva continuamente le palle per essere piazzata nelle località che meglio conveniva a loro» aggiunse.

«Capitano, vede... ho soltanto.....» farfugliai non riuscendo a trovare le parole giuste.

«Hai fatto più del tuo dovere ed è per questo che ci tenevo a darti personalmente la licenza» espose, e da un cassetto della scrivania prese l'attesissimo foglio di carta, timbrato e firmato sia dal Comandante di Battaglione, sia dal Comandante di Reggimento e sia da lui stesso.

Quest’ultimo si alzò in piedi, nonostante le bellissime parole, mi sentii piccolo piccolo davanti a quell'uomo alto e dall'aspetto formale. Non riuscivo proprio a crederci.

Mi consegnò l’agognato documento e mi volle stringere la mano, una stretta fortissima e vigorosa.

«Molto bene, soldato, davvero molto bene. Ogni tanto mi stupisco anch'io in questa caserma del cazzo!» concluse facendomi cenno che potevo andare.

Lo ringraziai mettendomi sull'attenti e dopo un passo indietro, eseguii un dietro-front uscendo dalla stanza del Comandante di Compagnia.

I miei occhi diventarono lucidi all’istante, una pienezza interiore difficile da descrivere.

Nel cortile mi aspettavano due miei colleghi impiccioni per sapere cosa fosse successo. Non avvertii la necessità di spartire le parole lodevoli espresse dal capitano Mottola, infatti, misi in pratica un aforisma di mia creazione:

È controproducente condividere le cose con altri, più te le tieni per te, più diventano preziose! 

Mi limitai a dire che mi avevano aggiornato sul prossimo trasferimento in Compagnia Controcarri, una comunicazione tra l'altro vera in base alle disposizioni che mi furono segnalate all’inizio dell'Operazione Domino e che la licenza erastata dimenticata nell'ufficio del capitano.

Tornai in camerata e, anziché preparare i bagagli per tornare a casa, mi sedetti sopra una branda qualsiasi per godermi in santa pace l’enorme gratificazione ricevuta.

Non mi ritenevo ambizioso e affamato di vanagloria ma che provavo a fare del mio meglio con grinta non posso che confermarlo. Da quel giorno in poi cominciai a credere in me stesso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Arte al bar: "Il cenacolo" di Leonardo da Vinci

16 Marzo 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #pittura, #arte al bar

Arte al bar: "Il cenacolo" di Leonardo da Vinci
 
Amici lettori del blog che fa dell’ottimismo culturale il proprio mantra, eccomi ritornato a voi per una nuova serie di incontri artistici. Sono le 9.30 del mattino e intorno a noi tutto va male. Considerato che quest’anno è bisestile, la jella rientrerebbe nella norma e nella casistica, ma, guarda caso, noi siamo ottimisti e ci piace andare alla ricerca della positività, così eccomi qua al solito bar, che in questo periodo dovrebbe essere chiuso causa coronavirus, ma noi con la fantasia ci possiamo permettere di rimanere aperti e fare in modo che io accetti la provocazione di Gianni il barista. Mi ha apostrofato dicendomi che di questi tempi alla gente dell’arte non gliene frega un fico secco, troppo presa dalla pesante problematica del nuovo anno appena iniziato.
E allora mi ha detto: “Scommettiamo? Scommettiamo che, se tu ti azzardassi ancora a parlar di arte, tutti ti girerebbero le spalle?" Gianni non ricorda le mie convinzioni, ed io sono sempre più sicuro che l’arte è per tutti e, ora più che mai, non nuocia gravemente alla salute, e così ho accettato. In palio per ora non c’è nulla, io e lui siamo fatti così. Il banchista non lo sa che perderà, ma mica perché lo dico io, bensì perché lo dice la storia, e così, appunto, entrando nella storia dell’arte, inizia oggi la nostra avventura parlando di Leonardo Da Vinci e del suo Cenacolo.
Prima di iniziare, lasciateci alzare in piedi e tributare il nostro doveroso, caloroso e affettuoso applauso a tutti coloro che in questo momento stanno lavorando h24 a difenderci da questo terribile e inaspettato virus, non li elenco ma voi tutti sapete chi.
 
- Gianni, non vedo Giovanna la milanese.
 
- Ha conosciuto un guru e sono partiti insieme in vacanza.
 
- Non ci posso credere.
 
- Tranquillo, al guru piace il Chianti, la Malvasia e il Barolo, sono andati alla ricerca della cantina perduta.
 
- Ah però, hai capito il guru! Ma per caso è indiano?
 
- No, ciociaro.
 
- Speriamo tornino presto.
 
- Mah! Chi può dirlo?
 
- Gianni, vado all'attacco di Bice e Alice.
 
- In bocca al lupo, oggi sono molto arrabbiate.
 
- Bice e Alice, buongiorno, come stanno i nostri gattoni stradali?
 
- Benone, Walter, hanno un appetito da morti di fame e in giro non c’è nessuno!
 
- Allora qui ci sta bene parlare dell’ultima cena.
 
- Ultima e perché?
 
- Ma non intendevo in quel senso, o meglio, forse sì.
 
- Ah, ma che non lo sai che senza i gatti i topi ballano? E poi noi abbiamo fatto al supermercato una bella scorta, questa cena chi la preparerebbe?
 
- Leonardo da Vinci a Milano.
 
- E allora 'sta cena si è freddata da un pezzo… ma va là, certo che la conosciamo, stavamo scherzando, però, Walter, hai ragione, forse i più giovani non la conoscono.
 
 
Leonardo da Vinci (Anchiano, 15 Aprile 1452 – Amboise, 2 Maggio 1519)
 
Un artista italiano ma patrimonio della cultura mondiale, non basterebbe la parola “artista” per definire la figura di Leonardo, ma io voglio dire la mia molto sinteticamente, prima di tutto voglio dire che, se penso a Leonardo (ma non solo lui), sono convinto che Dio esiste e poi, se non esistesse, Leonardo potrebbe essere la testimonianza delle capacità più positive e geniali che ci siano nel genere umano. E' vero che di Leonardo ce n'è stato uno solo, ma la sua arte e il suo talento sono stati di ispirazione per gli artisti del passato, del presente e del futuro. Ora stop, leggete questa illuminazione del 1542 che è meglio.

 

«Fu tanto raro e universale, che dalla natura per suo miracolo esser produtto dire si puote: la quale non solo della bellezza del corpo, che molto bene gli concedette, volse dotarlo, ma di molte rare virtù volse anchora farlo maestro. Assai valse in matematica et in prospettiva non meno, et operò di scultura, et in disegno passò di gran lunga tutti li altri. Hebbe bellissime inventioni, ma non colorì molte cose, perché si dice mai a sé medesimo avere satisfatto, et però sono tante rare le opere sue. Fu nel parlare eloquentissimo et raro sonatore di lira [...] et fu valentissimo in tirari et in edifizi d'acque, et altri ghiribizzi, né mai co l'animo suo si quietava, ma sempre con l'ingegno fabricava cose nuove.» (Anonimo Gaddiano, 1542)

Allora, carissime Bice e Alice, a Leonardo, nel 1494, venne offerto di lavorare al convento di Santa Maria delle grazie, c’era da decorare il refettorio per i pasti dei frati domenicani e al nostro artista venne lasciata la parte di fondo per realizzare l’ultima cena. Per Leonardo salire sull'impalcatura e lavorare su una parete di circa 5 x 9 mt, con una luce modesta, era l’ultimo dei problemi. Io lo vedo, Leonardo, con lo sguardo pensieroso, lo vedo studiare l’impresa, lo vedo ragionare sulla tecnica ed essere dubbioso sul lavorare con un intonaco fresco. Non a tutti piace sentire l’umidità che ti gela il pennello e le budella, e poi bisogna sbrigarsi, avere sempre la tinta a portata rapida di mano, sperando di sbagliare il meno possibile perché si rischia l’impasto della materia colorata come una pappa, lui no, lui studia il colore, studia la forma, riflette con calma, si intercala nella storia che ha davanti, si sente parte di essa e, come la mano d’opera di un vecchio artigiano è lenta e saggia, la parete umida potrebbe freddargli il cuore e la mente, e poi quest’ultima cena è divina e lui vuole renderla tale, quindi sceglie di sperimentare e di lavorare come su tavola, ma provando una materia che lui pensa potrà resistere su quelle mura che, confinando con la cucina, faranno traspirare vapore e calore. Scelta fatale perché con i secoli, anzi quasi da subito, si rivelerà sbagliata, ma questo capolavoro immortale, grazie a squadre di miracolosi restauratori, definitivamente tornerà a splendere e, dall'aldilà, Leonardo di gioia riderà.

- Walter, comunque questa cena non sembra drammatica.

- Bice, hai ragione.

- E non sembra neanche l’ultima.

- Brava Alice, ora vi spiego il mio punto di vista. La parete è di fondo, quindi Leonardo sceglie di realizzare una prospettiva che allunghi fino ad un orizzonte lontano, per dare ampiezza e profondità all'opera, di fatto le pareti dipinte ai lati del tavolo dell’ultima cena sembrano essere il prolungamento della mensa, come a sfondare il muro oltre la cucina nel retro, e tutto parte dal centro dell’opera, con la testa di Gesù Cristo ma alle sue spalle c’è un particolare importante, per me determinante.

- Quale?

- Gianni, metti un sottofondo musicale.

- Vi va bene Caravanserai dei Santana?

- Ottimo. Allora, secondo me in tutta questa opera quello che accende la luce e illumina la fede sono le tre finestre di fondo.

- E perché?

- Alice, attraverso quelle tre finestre, la luce che nasce all'orizzonte è la luce divina che apre le porte della speranza, o meglio, dichiara la certezza che c’è qualcuno superiore a Gesù Cristo e, lasciando che si compia il destino del proprio figlio, illumina l’umanità con il suo amore, per dimostrarci che non ci lascerà soli. Questa luce che entra dalle tre finestre colpisce la parete di destra e, scendendo sulla tavola  ricoperta di una candida tovaglia bianca, compiendo quasi una curva, idealmente ci abbraccia, perché, se da un punto di vista tecnico il chiarore di queste tonalità - riferendomi all'alternare da parte dell’artista di toni chiari e scuri - è uno stratagemma della tecnica pittorica per permettere la profondità dell’opera, dal punto di vista ideologico le tre finestre e la tovaglia bianca sono la luce divina che viene diffusa su tutta l’umanità. Avete notato il pane disposto troppo ordinatamente, i bicchieri tutti riempiti rigorosamente a metà, piatti e vettovaglie disposte con aritmetica disposizione?

- Eh già, non avevano fame?

- Potrebbe anche essere che Gesù Cristo abbia iniziato a parlare prima di cenare.

- Carissime Bice e Alice, secondo me per Leonardo la cena era solo un dettaglio, gli accessori non avevano importanza, non c’è ricchezza negli abiti e neanche nell'ambientazione dell’interno, egli non doveva esibire la propria bravura attraverso la cura dei particolari. Leonardo da Vinci non doveva dimostrare nulla a nessuno ma, guidato da chissà quale forza interiore, descrivere semplicemente la verità che colpisse il più possibile nel profondo dei cuori tutti coloro che avrebbero ammirato il suo capolavoro, un capolavoro espresso in una maniera nitida, senza fronzoli.

- Come Giotto nella sua opera Approvazione della regola?

- Bravissima Alice, Giotto era a suo modo modernissimo e, girando per l’Italia, ha ispirato molti pittori, ma adesso torniamo alla nostra ultima cena.

- Eh no, perché ultima cena?

- Bice, tranquilla, non in quel senso, dai, non mi interrompere.

- Vabbè, se lo dici tu.

- Allora, voglio dirvi che in questa opera tutto sembra essere super ordinato, tutto fermo, e la concentrazione è maggiormente rivolta alla figura del Gesù Cristo al centro. In realtà la scena è molto dinamica, un movimento frenetico che, da ambo i lati, si diffonde come un vortice di passione e di emozioni verso il protagonista del momento. Gli apostoli, come nei fotogrammi di un film, recitano la propria parte, perfino un coltello nella mano di un irascibile è pronto e proteso all'azione, la gestualità emotiva è evidente, mentre il Cristo salvatore è serenamente rassegnato a una storia che ha da venire a breve. Quest’ultima cena è solo l’inizio di una nuova vita per chi deve credere e avere fiducia nell'unico amore universale e, come una ciliegina sulla torta, mentre si compie il destino alle spalle di tutti, entra dalle tre finestre la luce, raggi di luce dolce e piena di calore vitale.

- Questa luce sembra illuminare di più il volto e il mantello di una figura posta alla destra del Gesù.

- Brava Alice, occhio di lince!

- E ci credo, a forza di stare con i gatti!

- Allora, volete sapere chi è quel personaggio?

- Sentiamo un po’, chi è?

- Siete curiosi, eh? Allora, io immediatamente in esso ho visto un volto di donna: la corporatura è minuta, gli occhi chiusi rivolti in basso. Tra l’altro è l’unica figura che sembra estraniarsi dall'azione, mantenendosi con il viso proteso in senso opposto a Gesù, quasi ad allontanarsi dal dolore della situazione in corso. Il Cristo guarda alla sua sinistra? La donna guarda alla sua destra rassegnata, intorno a lei tutte le mani, le braccia i volti degli apostoli sono muscoli d’acciaio? Lei no, solo un immagine di tristezza e rassegnazione, che sia la Maria Maddalena? Eppure questa donna secondo me…

- Secondo te, cosa?

- Eppure, secondo me la luce irradiata dal suo volto significa qualcosa.

- Scendiamo a volo di gabbiano sulla tua teoria, sentiamola.

- Significa un messaggio di fede, significa la luce che illumina l’importanza della donna, la vita nasce dalla donna, nasce dall'amore, ogni nuova vita che nasce è il miracolo di questa nostra esistenza, la rivincita della vita sulla morte e la donna è la parte essenziale. In questa ultima cena la presenza di una donna illuminata da una luce divina non poteva mancare, simboleggia la chiusura del cerchio, la nostra ragione di esistere e di godere di questo paradiso in terra. E' l’ultima cena ma all'indomani conquisteremo l’eternità. Allora, che ne dite?

- E con il virus come la mettiamo?

- Oggi c’è un bel sole e il cielo è pulito, con la fantasia possiamo abbracciarci e stringerci le mani, sorriderci l’un l’altro e ben sperare che questa storia a breve finisca.

- E il sereno in tutto il mondo tornerà… Stasera a mangiare la pizza si va?

- Buona idea, anche se per ora solo con la fantasia, che è meglio rimanere in casa. Amici lettori della signoradeifiltri, anche la fantasia può diventare realtà e questo ce lo ha insegnato nei secoli la storia. Ora non ci resta che aspettare con pazienza il nuovo giorno che verrà. Per me le tre finestre alle spalle del cenacolo di Leonardo esprimono fiducia, e per voi? Ora, nel ringraziarvi e nel salutarvi, vi do appuntamento al prossimo incontro artistico che avverrà nella bottega dell’arte. Avremo nostro ospite un giovane artista, arrivederci a presto e, insieme a voi, sarà sempre un piacere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
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XXVI Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico · Scadenza prorogata al 20 aprile 2020 · Modifiche al regolamento per l’invio dei racconti

13 Marzo 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #concorsi

 

 

 

 

 

Le iscrizioni al XXVI Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico resteranno aperte sino al prossimo 20 aprile: la scadenza originaria è prorogata.

Inoltre, vista l’emergenza Coronavirus e le disposizioni governative sugli spostamenti nel territorio nazionale, viene modificato il regolamento del concorso per quanto riguarda l’invio dei racconti: non è più necessaria la spedizione cartacea, ma è sufficiente l’upload dei file dei racconti dal sito Trofeo.rill.it.

Da qui al 20 aprile tutti i partecipanti potranno inviare i racconti nel solo formato elettronico, evitando cioè la spedizione cartacea (esattamente come già previsto per gli autori/autrici residenti all’estero).

La spedizione in formato cartaceo resta possibile ma, vista la situazione corrente, RiLL invita tutti i partecipanti a limitarla il più possibile.

Il Trofeo RiLL è uno dei più longevi premi letterari italiani dedicati ai racconti brevi di genere fantastico. Possono partecipare al concorso storie fantasy, horror, di fantascienza e, in generale, ogni racconto sia (per trama e/o personaggi) “al di là del reale”.

Il Trofeo RiLL è patrocinato dal festival internazionale Lucca Comics & Games, che da sempre ospita la cerimonia di premiazione.

Ogni autore/autrice può inviare una o più opere al Trofeo RiLL, purché inedite, originali ed in lingua Italiana.

Da oltre un decennio i racconti partecipanti sono 250-300 a edizione, scritti da autori/ autrici residenti in Italia e all’estero (Australia, Brasile, Cina, Giappone, Svizzera, USA, oltre che paesi membri dell’Unione Europea). Nel 2019 i racconti ricevuti sono stati 345.

I dieci racconti finalisti del XXVI Trofeo RiLL saranno pubblicati (senza alcun costo per i rispettivi autori/ autrici) nel prossimo e-book della collana Aspettando Mondi Incantati, curata da RiLL e in uscita a ottobre 2020. Inoltre, i migliori racconti fra quelli finalisti saranno pubblicati (sempre gratuitamente) nell’antologia del concorso (collana Mondi Incantati, ed. Quality Games), che sarà presentata durante il festival internazionale Lucca Comics & Games (novembre 2020).

Il racconto primo classificato del XXVI Trofeo RiLL sarà tradotto e pubblicato, sempre gratuitamente:

- in Irlanda, sulla rivista di letteratura fantastica Albedo One;

- in Spagna, su Visiones, l’antologia dell’AEFCFT (Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror);

- in Sud Africa, su PROBE, il magazine dell’associazione SFFSA (Science Fiction and Fantasy South Africa).

All’autore/autrice del racconto primo classificato andrà, infine, un premio di 250 euro.

RiLL curerà la selezione dei racconti finalisti. Ciascun racconto partecipante sarà valutato in forma anonima (cioè senza che i lettori-selezionatori conoscano il nome dell’autore), considerando in particolare l’originalità della storia e la qualità della scrittura.

La giuria del Trofeo RiLL sceglierà poi, fra i racconti finalisti, quelli da premiare e pubblicare nell’antologia Mondi Incantati del 2020. Sono giurati del Trofeo RiLL, fra gli altri, gli scrittori Donato Altomare, Pierdomenico Baccalario, Mariangela Cerrino, Francesco Dimitri, Giulio Leoni, Gordiano Lupi, Massimo Pietroselli, Vanni Santoni, Sergio Valzania; gli accademici Luca Giuliano (Università “La Sapienza”, Roma) e Arielle Saiber (Bowdoin College, Maine – USA); la poetessa Alessandra Racca; i giornalisti ed autori di giochi Andrea Angiolino, Renato Genovese e Beniamino Sidoti.

Ogni partecipante al XXVI Trofeo RiLL riceverà una copia omaggio dell’antologia LEUCOSYA e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni (ed. Quality Games, 2019; collana Mondi Incantati), che prende il nome dal racconto vincitore del XXV Trofeo RiLL, scritto dalla romana Laura Silvestri.

Il libro raccoglie dodici storie: i migliori racconti del XXV Trofeo RiLL e di SFIDA (altro premio organizzato da RiLL) e i racconti vincitori di quattro concorsi letterari per storie fantastiche banditi all’estero (in Inghilterra, Irlanda, Australia e Sud Africa) e con cui il Trofeo RiLL è gemellato.

Tutte le antologie Mondi Incantati sono disponibili su Amazon e Delos Store, oltre che presso RiLL.

Nel Kindle Store di Amazon sono inoltre disponibili gli e-book della collana Aspettando Mondi Incantati, sempre curata da RiLL e dedicata ai racconti finalisti del Trofeo RiLL.

 

Per maggiori informazioni sul XXVI Trofeo RiLL si rimanda al bando di concorso e al sito di RiLL, che ospita ampie sezioni sul Trofeo RiLL e le collane Mondi Incantati e Aspettando Mondi Incantati.

 

 

 

 

Associazione RiLL - Riflessi di Luce Lunare

via Roberto Alessandri 10, 00151 Roma

www.rill.it

www.riflessidilucelunare.it

info@rill.it

 

 

L’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare è attiva in ambito letterario e ludico dai primi anni ’90.

La principale attività associativa è il Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico, un premio letterario bandito dal 1994 e che ha riscosso un interesse crescente fra gli appassionati e gli scrittori esordienti.

Dal Trofeo RiLL sono nate tre collane di antologie: “Mondi Incantati” (con i racconti premiati in ogni annata di concorsi RiLLici), “Memorie dal Futuro” (antologie personali dedicate agli autori/ autrici che più si sono distinti nei premi organizzati da RiLL) ed “Aspettando Mondi Incantati” (e-book che pubblicano i racconti finalisti di ogni edizione del Trofeo RiLL). Tutte le antologie curate da RiLL sono realizzate senza alcun contributo da parte degli autori.

Sul sito di RiLL sono on line molte informazioni sul Trofeo RiLL e le sue diverse edizioni, sugli altri concorsi e iniziative organizzate da RiLL e un vasto archivio di articoli e interviste.

 

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Giulio Berruti, "Nude sì ma sotto la doccia"

12 Marzo 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Giulio Berruti
Nude sì ma sotto la doccia
La censura e il comune senso del pudore in nome del popolo italiano
Il Foglio Letterario - La Cineteca di Caino
Pag. 305 - Euro 15

 

Tra i tanti libri di cinema ne consiglio uno scritto da Giulio Berruti - autore de L’albero verde, collaboratore di Corrado Farina per Hanno cambiato faccia e valido documentarista - che scandaglia il mondo della censura nel cinema italiano, compiendo una vera e propria analisi sociologica. Berruti parla di cinema, cita titoli come Vedo nudo, Signore e signori buonanotte, Tre passi nel delirio, La dolce vita, La grande abbuffata, Rogopag, La classe operaia va in Paradiso, La moglie più bella, Zabriskie point … Nel suo racconto parla di dive che hanno avuto vita difficile grazie a solerti censori, attrici come Sylva Koscina, Stefania Sandrelli, persino Gigliola Cinquetti giovanissima cantante e Ornella Muti moglie troppo giovane. Registi contrastati dal potere e dalla censura serva dello stesso potere, gente come Visconti e Pasolini - emarginati pure per motivi di scelta sessuale - ma anche Antonioni e Fellini (La dolce vita fu definita da Scalfaro sul quotidiano cattolico L’Avvenire come La sconcia vita!). Berruti fa capire l’evoluzione del comune sentimento del pudore nel corso degli anni, spiegando come una norma inserita nel codice penale fascista abbia continuato a essere applicata per sequestrare e modificare pellicole pericolose. Se in un film si ironizzava troppo sulle forze dell’ordine tutto veniva ricondotto alla presunta normalità, quando c’erano esposizioni di epidermide eccessive si limitavano, venivano imposti tagli e sforbiciate di sequenze erotiche, spesso soprattutto per le implicazioni religiose e politiche che certe sequenze incriminate comportavano. Un saggio interessante e documentato, con molte foto d’epoca in bianco e nero, che racconta la crescita della società italiana del dopoguerra attraverso il cinema, dal primo neorealismo e i film con Totò (il principe ebbe problemi di censura politica con la sua Carolina) ai grandi autori degli anni Sessanta impegnati politicamente come Fellini, Pasolini e Visconti. Un lungo viaggio muniti di forbici per conoscere tutti i fotogrammi censurati dal cinema italiano, le immagini e le frasi che non potremo più apprezzare. Scritto come un romanzo.

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DIARIO DI GUERRA DI UN CADUTO SUL CARSO

11 Marzo 2020 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

È un libro breve quello del soldato Antonio Poli; poche pagine con notazioni semplici costituiscono il suo diario di guerra. D'altronde l'esperienza bellica è concentrata in un pugno di mesi; agli inizi del 1916 viene arruolato e destinato alla Brigata Salerno, a luglio è sull'Altopiano di Asiago, nel mese successivo il suo reparto si sposta sull'Isonzo.

La prosa è lineare e non ci sono grandi episodi, anche se il realtà il dramma è sempre a pochi metri da lui che ci racconta di bombardamenti riportando i nomi dei caduti, di un assalto, di qualche momento di pausa in cui può scrivere a casa, augurandosi di avere presto una licenza. Nel suo paese lo attendono la madre, la sorella e tre figli; lui ha già perso la moglie e perciò la partenza per la guerra, a 31 anni, è una vera iattura. Viene da chiedersi, quale necessità ci fosse per lo sforzo bellico generale di avere in prima linea un padre di tre figli, per giunta vedovo; un incarico nelle retrovie, lontano da fronte, lo avrebbe legittimamente salvato. Chissà, forse c’erano gli estremi per fare una richiesta specifica di questo tipo.

Ma nelle poche pagine del testo non c'è polemica o lamento, ma l'implicita accettazione del dovere. Le sue spoglie poterono tornare nel suo villaggio, insieme alle sue cose, tra cui il diario, grazie a un barelliere suo compaesano; il testo, fortunatamente recuperato, è stato custodito e poi pubblicato ad opera dei discendenti. C'è quindi, in questo senso, un finale positivo a una vicenda triste. L'immagine di lui, caduto sul Carso il 9 ottobre 1916, è quella di uno degli innumerevoli soldati di  semplice estrazione; i suoi genitori  erano stati emigrati in America Latina e lui lavorò come mugnaio prima della guerra. È uno dei tanti, partiti e mai più tornati, ma non per questo dimenticati.

 

 

                                                                                                                                                                                       

 

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La stilista Cinzia Diddi e l'appello sui social: coronavirus, restiamo a casa.

10 Marzo 2020 , Scritto da Cinzia Diddi Con tag #cinzia diddi, #il mondo intorno a noi, #iostoacasa

 

 

Sono molti i vip che stanno facendo sentire la propria voce e fanno proprio l'appello a stare a casa. C'è chi lo fa con una canzone, chi con un post scherzoso e chi con un messaggio su Facebook: Antonella Clerici, Luciano Ligabue, Jovanotti, Cinzia Diddi.

Lunghe file interminabili in località sciistiche, persone accalcate nei centri commerciali, è stato chiesto di rimanere in casa.

Molte persone che ho visto intervistate in televisione non avevano ben chiaro quali fossero i comportamenti da seguire , è

molto

molto

molto

molto

semplice:

 

State nelle vostre case, non spostatevi in altre città, osservate una sorta di quarantena volontaria affinché si possano limitare i contagi, in modo da non bloccare gli ospedali, già al collasso!

Arriverà un vaccino, ma il primo grande deterrente verso questo virus è seguire le regole.

Gli studiosi hanno affermato che le prime ricerche sono andate «come previsto» e che il materiale creato ha le proprietà che consentono al team di ricercatori australiani di procedere allo sviluppo del vaccino.

Ho fiducia nella scienza, nell’essere umano, nella ricerca.

Come sempre è il cuore che conta e la sua direzione!

Ringrazio chi dietro le quinte sta lavorando, nei laboratori e nelle corsie di ospedali, perché stanno costruendo IL FUTURO, ma soprattutto ci permetteranno di viverlo.

Pertanto cerchiamo di capire che l’unico mezzo che abbiamo, in questa attesa e lotta contro il tempo è quello di stare a casa per non stremare personale sanitario e non saturare i reparti e le terapie intensive degli ospedali.

La situazione è oltre qualsiasi previsione e immaginazione… una catastrofe!!!

Non rendiamo vano il lavoro di  infermieri, dottori, rianimatori ...  ANGELI SULLA TERRA!!!!

Rispettiamo le regole, prima fra tutte

 

STIAMO A CASA.

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