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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)
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NATALE AL LOUVRE: IL MISTERO DELLA DONNA CON GLI OCCHIALI ROSSI

1 Dicembre 2019 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 
 
 
Mancavano poche ore al Natale e al museo del Louvre c'era il solito casino di visitatori, una massa multicolore di anime alla ricerca dello spettacolo dell’arte. Turisti, a momenti troppo rumorosi e sobillatori, invece in altri momenti fin troppo silenziosi, perché logicamente rispettosi, riguardosi e interessati al luogo dove si trovavano e dove, appunto, avevano messo piede. 
Bisogna ammetterlo: l'atmosfera all'interno di un museo è veramente noiosa, ma di una tale noia che, se le opere potessero parlare, direbbero anche loro quanto in quella sede l'arte concili il sonno. Lettore perdonami, certo che è un'esagerazione, ma che ci possiamo fare se un museo, con le sue pareti e le sue porte blindate, è un qualcosa completamente fuori dalla vita di tutti i giorni? Incontrovertibilmente lì dentro si sonnecchia e invece fuori c'è la vera vita a colori. Volete dire che in un museo c'è il massimo della cultura? E vabbè, ma chi sta fuori mica lo sa, intendo dire, tanta gente mica lo sa che lì c'è il sapere, il buon gusto, il bello e poi soprattutto "l'emozioneeee". E il museo, annoiando, oltretutto a pagamento, sfavorisce l'interessamento del popolaccio che preferisce altre distrazioni.
Intanto, mentre dentro il Louvre si dorme e fuori c'è la vita vera, succede un ascabarac... 
 
Aaaaaaaaaah! Un urlo disumano ruppe la quiete museale.- Allarme, allarme ! (Non so come si dice in Francese). - La Gioconda ha messo gli occhialiiii! Allarme, sorveglianza... fiuuuu... fiuuuu!
 
Il fischietto di Patrizio il sorvegliante aveva infranto il silenzio provvisorio  davanti a Leonardo Da vinci. Con la radiotrasmittente, interrompendo la trasmissione di musica jazz, funk, rock, chiamò la centrale. - Aiuto, correte, emergenza . . . Alla Gioconda sono spuntati gli occhiali ! 
 
- Ma cosa stai dicendo? Sei impazzito? Patrizio, hai mangiato troppo panettone e bevuto troppo limoncello Milanese? ! 
 
- Ma no! Sto dicendo la verità, lo sguardo della Gioconda è coperto da un paio di occhiali rossi, ma dalle telecamere non avete visto nulla ? 
 
- No, nessuno si è avvicinato . . .  Ma porc! È vero ! Azionate il piano di emergenza ! 
 
È come nei film! Io l'ho sempre detto che il cinema aveva già previsto tutto, volete sapere del passato? Andate al cinema. Vi interessa il presente? Andate al cinema. Siete curiosi di sapere che succederà nel futuro? Andate al cinema. 
Insomma, nel giro di 16 ore si era ristabilita la calma, ma rimaneva sempre il mistero della Gioconda con gli occhiali rossi . . . Chi l'aveva scarabocchiata disegnando un eccentrico paio di occhiali rossi su uno dei volti più famosi dell'universo? Babbo Natale? Immediatamente i responsabili del museo aprirono un tavolo di indagini straordinario. Parteciparono tutti, perfino l'allenatore della nazionale di frisbee, tutto il personale venne interrogato, chiaramente le riprese video non avevano colto il misfatto e, dopo giorni e giorni di studi e consulenze, la risoluzione del caso sembrava impossibile.
Nel frattempo, prima che avessero provveduto con i restauratori a riportare l'opera al suo stato originale, le foto e i video della Monna Lisa avevano già fatto il giro di tutto il mondo. Veramente Alida, a capo della squadra dei restauratori del Louvre, aveva sconsigliato di toglierli perché, secondo lei, ora la Gioconda era più fashion e Roberta era da un pezzo che reclamava un po di reclame, ma non ci fu niente da fare, i vertici la rivollero così come era prima. 
Passarono i giorni, le settimane, saltarono molte teste dirigenziali, a quelle nuove fu tolta l'auto di lusso, furono mandate in bicicletta e, per punizione, costrette a pranzare alla mensa aziendale, privandole perfino del pernod a fine pasto. 
Siete curiosi vero? Volete sapere chi mai sia stato il vandalo misterioso di Natale? Ora ve lo dico io, tanto non potete vedermi. Sono stato io, non io Walter Fest ma io Ivan Graziani, ma sì, stupidini, voglio dire io, il fantasma di Ivan Graziani, non ve la ricordate quella mia canzone? Quella con la quale rivolevo la Monna Lisa in Italia? Porca puttana erano  solo canzonette e così mi sono voluto vendicare, tanto chi poteva vedere un fantasma? Durante le festività Natalizie, in pieno giorno, ebbene sì, ho scavalcato i visitatori, tutti con il cell in mano per la classica foto della minchia, visitatori stupidini, ma che non lo sapete che vale di più un immagine nella memoria che quella impressa nella memory card del vostro congegno digitale? Ho scavalcato e ho dipinto con tutta calma un bel paio di occhiali rossi sul volto della nobildonna, e sapete di chi erano quegli occhiali? Porca puttana, erano proprio i miei!
E cari miei, volete saperne un'altra? Sapete chi mi ha dato l'ok a questa operazione? Siiiii, proprio lui Leonardo! Mi ha detto "ma sì, vai pure, musicista della minchia, vai a divertirti, tanto sono secoli che i visitatori del museo le guardano gli occhi e non il panorama alle spalle".
Beh, lettori, non siete felici per me? Sono finalmente riuscito a togliermi una soddisfazione. È durata poco ma pazienza, tanto davanti a me ho l'immensità (musica e parole di Don Backy). Oh, lettori, adesso, mi raccomando, non sparate al chitarrista, vi voglio bene, Buon Natale a tutti ! ! !
 
P.S.
 
Hanno tolto gli occhiali a Monna Lisa ma Leonardo mi ha autorizzato a fare qualche altra scappatella... Dicembre è cominciato adesso, lettori preparatevi, il giallo continua...
 
 
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Natale in tutta Italia

25 Novembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #walter fest, #unasettimanamagica, #luoghi da conoscere, #postaunpresepe

 

 

 

Amici scrittori, amici lettori, questo invito è rivolto a voi e nasce da un'idea di Walter Fest e mia.

Mi correggo, è rivolto a tutti coloro che vogliano mettere su carta  - pardon on line – le proprie parole e riflessioni su un tema ben preciso: il Natale.

Il Natale qui, là, ovunque in Italia. A Venezia che sprofonda sott’acqua, all’Aquila nella zona rossa, a Matera capitale alluvionata della cultura, a Genova sotto il ponte crollato, ad Accumuli e ad Amatrice, a Norcia, in tutte le zone allagate, terremotate e incendiate, a Taranto con l’Ilva in pericolo. Ma anche  A Pisa, a Firenze, a Roma, a Palermo, a Cagliari, in tutte le regioni, in tutte le città e in tutti i paesi, pure quelli intatti e risparmiati dalla furia del clima impazzito, in tutti i luoghi meravigliosamente artistici di questa nostra patria bella e ferita.  

Cosa farete per Natale, come saranno le vostre feste? Come vivrete quei momenti, cosa è cambiato dai ricordi del tempo che fu a oggi?

Scrivete quanto e cosa volete, anche solo due righe. Nessuna giuria, nessuna classifica, non si vince nulla, solo il piacere di raccontare e raccontarsi. Potete essere pro o contro il Natale, potete amarlo come me, o detestarlo, ci piacerà comunque ascoltare le vostre storie. Potete inventare una novella o scrivere una poesia, potete piangere, ridere o innamorarvi. Potete fare il presepe o aspettare babbo Natale, potete chiudervi in camera e attendere che le feste siano passate, potete portare coperte ai cani randagi, potete suonare nel concerto della chiesa o cantare nel coro, potete aiutare la vostra vicina a fare l’albero, potete cucinare un dolce tipico o comprare il pandoro in offerta al discount.  

signoradeifiltri.blog vi invita a condividere le vostre riflessioni, a farci partecipi della cultura, delle bellezze artistiche e delle tradizioni natalizie dei vostri splendidi paesi.  Pubblicheremo tutti i vostri contributi, compreso le fotografie, facendo solo un poco di editing se necessario.

Cominciate fin da oggi a inviare i vostri contributi e continuate a farlo fino al 23 dicembre, non oltre.

Spedite a ppoli61@tiscali.it 

 

Vi aspettiamo numerosi e buone feste a tutti!

 

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Aldo Dalla Vecchia, "Generazione Five"

23 Novembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #come eravamo, #televisione

 

 

 

 

Generazione Five

Aldo Dalla Vecchia

 

Pegasus Edition, 2018

13,00

 

Aldo Dalla Vecchia ci ha abituato al niente che diventa tutto. Un libricino senza neanche la numerazione delle pagine, fatto d’immagini, o meglio, di figurine firmate Gaspare Capizzi, che hanno tutta l’ingenuità di reminiscenze infantili. Vi ricordate quando giocavamo a “celocelo manca”? Ecco, Aldo, autore televisivo che ha conosciuto tutti i maggiori personaggi del piccolo schermo, innamorato della tv commerciale, gioca con noi mettendo sul piatto la nostalgia.

Ogni pagina un disegno caricaturale, ma non troppo, di un noto personaggio. Accanto una didascalia di mezza pagina dove, col consueto garbo, viene spiegato chi è la persona, che cosa ha fatto e perché è diventata famosa. Niente più di una specie di articolo di Wikipedia, direte voi. Invece, non so come né perché, la solita magia di Aldo fa sì che quei tempi ormai lontani, pionieristici e avventurosi, che videro la nascita della tv moderna, tornino a farci compagnia.

Quaranta icone pop per quaranta anni di televisione. Riecco gli ottanta e novanta, i lustrini e le battute assurde del drive in, trasmissione cult,  le ragazze scollacciate ma non volgari, i pupazzi come il Gabibbo o Five, le pietre miliari della televisione come Corrado, Mike Bongiorno o Lorella Cuccarini. Personaggi amati e mai dimenticati. Con pochi tocchi viene ricostruito un mondo, ora che la tivù come l’abbiamo conosciuta sta per scomparire.

Aldo dichiara di non amare la televisione ingessata dei canali Rai, quella in bianco e nero che definisce “antica e noiosa” – quella alla quale la sottoscritta è, invece, follemente attaccata – ma finisce per farla rivivere in personaggi come Loretta Goggi, stella di un grande sceneggiato, La freccia nera. Lui adora la tv commerciale, scanzonata e disinibita, colorata e frivola, moderna e allegra.

E il rimpianto esplode prepotente quando si ricordano persone che non ci sono più, come Sandra e Raimondo, la loro grazia, il loro humour delicato, il loro imperituro tormentone “che barba che noia”.

Quanto ci manca tutto questo, quanta delicatezza, ironia e grazia ormai perdute, quanto vorremmo chiudere gli occhi e fare un balzo indietro nel tempo. Operazione che con Aldo è sempre pienamente riuscita.

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Pierluigi Curcio, "Riothamus"

22 Novembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

Riothamus

Pierluigi Curcio

 

Amazon

pp 348

 

 

Pierluigi Curcio ci ha abituato alle atmosfere arturiane: la nebbiosa Britannia, gli eserciti che si scontrano sotto il vallo di Adriano, le armature e le spade luccicanti. Ma, ormai, il muro si sta sgretolando e le antiche ville romane sono in decadenza. Attraverso gli altri due romanzi della serie – di cui qui abbiamo recensito solo il primo, Artorius, – l’autore ci trasporta dalle origini romane della leggenda alla materia arturiana vera e propria, quella altomedievale.

La maggior parte della narrazione è affidata al dialogo, che risulta a volte un po’ troppo serrato (e confuso) a scapito dell’azione, dell’ambientazione e delle atmosfere. Si parla di Artù e dei cavalieri della tavola rotonda in modo storico/romanzesco ma manca l’aura romantica del mito.

Arthnou discende dalla stirpe di Artorius, il condottiero romano da cui tutto ha avuto inizio. È il figlio perduto della stirpe dei Pendragon, l’unico destinato a diventare il Riothamus, colui che unirà i Britanni sotto un’unica egida e difenderà il mondo celtico - già contaminato dalle idee cristiane - dall’ulteriore invasione di Sassoni e Iuti.  Sebbene sia il solo ad aver estratto la spada, è impaurito e indeciso sul proprio fato, è roso dai sensi di colpa e tormentato da un unico gesto di codardia, fatto in gioventù, che lo trasformerà in un uomo “ligio e retto”, capace di compiere in ogni momento il suo dovere. Gli occhi di una bimba lo chiamano, gli indicano un cammino di coraggio e assunzione di responsabilità, che partirà proprio dall’aiuto dato ai più deboli, ai bambini, a una prostituta. Il giovane, che ha provocato la morte del proprio fratello per debolezza e vigliaccheria, adesso mette insieme un esercito e diventa ciò che era destinato a essere: un grande duce. Ma Arthnou è anche un uomo tormentato, stanco, che compie controvoglia il suo destino, che preferirebbe una vita tranquilla con una famiglia al fianco, un uomo che non ambisce al successo ma lo ottiene suo malgrado, un uomo che non vuole essere re ma lo è.

C’è un approfondimento psicologico del personaggio e un particolare rapporto col padre Adottivo, Antor, che prima lo ha cresciuto poi ha cercato di ucciderlo, e che morrà proprio per mano sua. E la cosa si ripete col figlio, nato dall’incesto con la sorella, con il quale combatterà una battaglia all’ultimo sangue. C’è il rapporto d’amore involontariamente incestuoso con la sorellastra Morrigan e c’è il matrimonio infelice con Gwen, ovvero Ginevra. La bella Ginevra non ha niente della castellana, della dama angelicata della poesia trovadorica,  è piuttosto una guerriera che ci ricorda la parte affidata a Keira Knightley nel film King Arthur del 2004, e ha come amante un Lancillotto molto più giovane di lei. Lancillotto è una figura diversa da quella cui siamo abituati, si confonde con Mordred, il figlio che combatte il padre.

La storia parla di mutamento, di destino che si compie. Ci mostra come il piccolo, mingherlino Arthnou - il “cucciolo d’uomo” di Kiplinghiana memoria - si trasformi nel Riothamus, un uomo che per compiere il proprio dovere deve rinunciare a una parte di sé, la più innocente. È anche una metafora della crescita, dell’accettazione dei doveri, della presa in carico della responsabilità.

“Lui sta diventando tutto ciò che noi volevamo e lo sta pagando sulla propria pelle” (pag 193).

Ma, soprattutto, quello che colpisce, ed è da ammirare, nei testi di Curcio, è la forte e indiscutibile contestualizzazione storica. Inoltre, come sempre nel caso di rielaborazione di materia arturiana, è interessante indagare come sia stata rimaneggiata la storia che tutti così bene conosciamo.

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NOVEMBRE PIOVONO LIBRI   IL FOGLIO LETTERARIO EDIZIONI IN FESTA PER IL VENTENNALE

21 Novembre 2019 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #luoghi da conoscere, #case editrici

 

 

 

SABATO 23 NOVEMBRE ORE 16
 
SEDE UNITRE - Via Fucini (ex Pretura) - PIOMBINO
 
Dopo il successo della Festa estiva che ha riunito in Cittadella molti autori della scuderia, IL FOGLIO LETTERARIO torna a far festa con la sua piccola letteratura che parte dalla provincia ma frequenta i quartieri alti (saranno poi così alti?) delle kermesse librarie. Festeggeremo la resistenza di una vera editoria di progetto in un mondo di squali. Festeggeremo la longevità onesta e il lavoro di scouting svolto nell'indifferenza generale. Festeggeremo la nostra passione nonostante l'ignoranza dilagante. Festeggeremo lo spirito avventuroso e underground contro la noia del lavoro in banca (o peggio ... in un'assicurazione).
Per l'occasione ogni autore sarà invitato a leggere un suo contributo letterario, ci saranno video legati alla passata attività e un piccolo rinfresco finale. Lucilla Lazzarini presenterà le antologie legate alla scuola di Scrittura Creativa Unitre: Unitre in gialloFiabeDonne nei vortici del tempo ... ma ci saranno anche i libri Nello il pipistrello (Lazzarini) e Filastrocche da Piombino (Miria Signori). Gordiano Lupi presenterà il breve video Litania su Piombino montato da Stefano Simone, foto di Riccardo Marchionni e recitazione di Federico Guerri, oltre ad accennare alla produzione legata a Piombino, Val di Cornia e Isola d'Elba che da anni Il Foglio Letterario porta avanti (LeggendeStoriaRicetteRomanziRacconti ...). Sfileranno gli autori: Roberto Mosi ( Navicello Etrusco, Elisa Baciocchi e ... udite udite! I gigli di mare per Zelli), Andrea Fanetti (La piazza in mezzo al mareDalla neve al fango), Alessandro Fulcheris (Bar Nazionale), Giulia Campinoti (René Dubois), Stefano Giannotti ( Piombino memoria di ferroE' un giorno a Piombino), Melisanda Massei Autunnali (Decameron felino e tutta la sua produzione con protagonisti gatti antropomorfi), Laura Lupi (L'omino volante e il cane spaziale), Emilio Guardavilla (Piombino in gialloPiombinoirRaccontare Piombino), Umberto Bartoli (Raccontare Campiglia 1, 2, 3), Annamaria Scaramuzzino (Macchie d'anima), Patrizio Avella (Piombino con gustoPiazza FontanaLa grande abbuffataPasta e cinema ... in attesa de La cucina degli Appiani), Federico Guerri (L'inverno di Bucinella24: 00 - Una commedia romanticaTeatri di guerraQuesta sono io),  Antonella Giannarelli ( La sera per il fresco), Enzo Biagioni (Scusi, dov'era Piazza Bovio?). Ospite d'onore Sacha Naspini, autore E/O con Le case del malcontento e Ossigeno (presto I cariolanti), ma lanciato dal Foglio Letterario con L'ingrato e I sassi. Tutti gli autori (attuali e aspiranti, ma anche semplici lettori) che vorranno partecipare saranno benvenuti. Astenersi assessori e politici locali.
Grazie per l'attenzione. Vi aspettiamo!
 
Un filmato tra musica (Federico Botti), poesia (Gordiano Lupi che la scrive e Federico Guerri che la recita), fotografia (Riccardo Marchionni) e immagini (Stefano Simone). Dedicata a #Piombino e a #GiorgioCaproni, la mia Litania su Piombino.
Per apprezzare il filmato: https://www.youtube.com/watch?v=TKX777M9Wf4.
Sabato 23 presso UniTre - Università delle Tre Età - Piombino ore 16 proietteremo il filmato.
Intervenite!

 
 
 
 

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Eros e Thanatos

16 Novembre 2019 , Scritto da Luca Lapi Con tag #luca lapi, #le riflessioni di luca, #poesia

 

 

 
 
 
Alla Mamma, come, un po', a chiunque (lo spero), non piace:"la morte".
     Vuole congiungere l'articolo determinativo:"la" col sostantivo:"morte".
     Vuole, poi, togliere la:"t" al sostantivo:"morte".
     Vuole, infine, insinuare (ma senza fare nascere sospetti in chicchessìa), come in un'apertura stretta, lentamente, ma inesorabilmente, efficacemente, tra la:"l" e la:"a", il suo inconfondibile, caratteristico: "Apostrofo Rosa": "L'Amore", un apostrofo, ma che non apostrofa qualcuno ed una rosa con tanti petali e nessuna spina, nemmeno una che faccia indurre in tentazione di staccarla!
 
          Luca Lapi
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Laboratorio di narrativa: Giovanni Parigi, "Quando Jack".

10 Novembre 2019 , Scritto da Giovanni Parigi Con tag #racconto, #laboratorio di narrativa, #giovanni parigi

 

 

 

 

Una storia che parla di equilibrio ma lo scardina lasciandoci a bocca asciutta nel finale.

Un bevitore dell’est prestante e nerboruto. Man mano che assume alcol diventa capace di equilibrismi funambolici invece di barcollare. I medici indagano su questa sua peculiarità senza arrivare a nessuna conclusione. Uno strano sdoppiamento di personalità dovuto all'alcol che, là dove toglie, riesce poi ad aggiungere. Igor è anche Jack, "ordine nel disordine". Così come il racconto di Giovanni Parigi, che, pur scritto in maniera corretta e scorrevole, sembra basarsi su un’idea originale ma abortire nel finale. (Patrizia Poli)    

 

 

La minuscola sala d'attesa aveva un paziente in più quella sera di giugno. Riviste spiegazzate, sedie di fòrmica multicolore e un vecchio radiatore a elementi di ghisa arredavano un pavimento a piastrelle azzurrine.

Due anziane signore parlottavano fitto fitto dando occhiate furtive al nuovo malato di cui sapevano solo che era un immigrato dell'Est che chiamavano Igor.

Viveva in una vecchia stalla fatiscente in compagnia di quattro cani, grossi e d'indole, ma che tutti ritenevano addestrati tanto da chiamarli “i leoni” per il loro stare immobili ai quattro angoli dell'edificio, ma abbaiando furiosamente se si avvicinava qualcuno.

Niente pigione per Igor che già aveva fatta la sua di prigione per furto e ricettazione, nonché risse e con queste inizia la sua storia perché immancabilmente ubriaco quando volavano i cazzotti e le sedie.

Inutile dire che nessuna delle due donne era al corrente della o delle patologie di cui pareva soffrire Igor, un pezzo d'uomo ritratto della salute e della virilità, se essa si esprime con la prestanza di cui abbondava, ma senza farne sfoggio.

Faccia lunga, fronte ampia, carnagione chiara, occhi azzurri, capelli mossi e castani su una dentatura lattea, unita a un fisico da atleta, lo rendevano veramente un bell'uomo, anche quando ciondolava in preda all'alcool, come quella sera che navigava su una sedia, ora qua a destra; ora là a sinistra: mai dritto sulla spalliera.

Non c'era da temere, però, perché per sua stessa ammissione lui poteva uccidere cinquanta uomini, ma neppure toccarla una donna, cosa che ne faceva un gentleman forse addirittura d'altri tempi, quelli che battevano le pendole, come lui, ora qua, ora là su quella sedia, pendola lui stesso.

Il tempo passò in fretta, sebbene più in fretta fosse passato l'immancabile informatore scientifico che alla sua vista, alla vista di un fuorilegge fuorisedia passò prima del suo turno, che le rogne lui le curava, ma non le voleva.

Venne anche il turno di Igor che fece fatica ad alzarsi, tanto che cadde quasi in avanti e, appoggiandosi a un'altra sedia, fece un rumore tale che il dottore uscì di corsa dall'ambulatorio per prestare soccorso.

“Cosa succede?” esclamò prim'ancora di superare la scrivania.

“Niènte dotore, niènte. Per poco cadere” rispose Igor ridendo sonoramente da ubriaco.

Il dottore dette un sospiro di sollievo che risollevò anche la sua pazienza, già messa alla prova da una ventina di pazienti anziani e tra sé disse che quella sera ci mancava proprio il gran finale: l'ubriaco dell'est che non bastava Furia.

“Venga, si sieda che si sentirà meglio” disse prendendolo per un braccio, lui che nemmeno era la sua metà, cosa resa ancora più evidente da un pallore e una magrezza stempiata con cui lottava ricorrendo a un riportino, mentre una barbetta incolta pretendeva d'ingannare l'occhio, sebbene rada e biondiccia.

“Allora, quanti bicchieri?”.

“Due dotore, due bottiglie. Whisky”.

“Olà, non ci siamo fatti mancare nulla se anche di marca”.

“Jack dotore, il vechio Jack” disse aprendosi alla seconda sonora risata che mostrò tutta la sua bianchissima dentatura.

Il dottore avrebbe voluto mettersi a ridere, ma si astenne subito dopo aver abbozzato un sorriso e, piegando la testa a sinistra per non farsi notare troppo, riprese la serietà professionale.

“Ma io dotore non qui per Jack”.

“Per sua moglie allora? Non ci credo” lo interruppe sorridendo il dottore.

“Ah-ah-ah, no dotore, io non moglie io...” disse alzandosi a stento scostando la sedia e correndo nuovamente il rischio di cadere “Io, vede...” e stese le braccia a volo d'uccello, stringendo le ginocchia, lungo e dritto come un palo.

“Ecco io così!”concluse lucidissimo, fermo, dritto e immobile su una gamba sola e le braccia perpendicolari al corpo tanto da formare alle ascelle un angolo di novanta gradi perfetto.

Poi ruotò i polsi in senso antiorario, dopodiché fletté gli avambracci fino a toccarsi le spalle: ora la destra, poi la sinistra e tutto in perfetto equilibrio, cosa che lo faceva somigliare a un ginnasta o a un pugile stando all'ultimo movimento: la rotazione della testa come a sciogliersi i muscoli del collo prima del match.

Mai barcollò, sebbene quei movimenti, specie su una gamba sola, avrebbero fatto perdere l'equilibrio a un ventenne sobrio.

Il dottore aveva assistito a tutta la scena e da ultimo si strinse il volto e la rada barba con la mano sinistra, per poi mordersi il labbro inferiore in un moto di riflessione stupita.

“Da quando Igor?”.

“Io sempre, sempre così quando sbronzo, quando Jack!”.

“Bah, di solito l'abuso di alcool fa perdere l'equilibrio, mentre tu lo acquisti. Ho capito bene?” chiese il dottore.

“Sì dotore, sì. Io in equilibrio quando Jack” rispose Igor.

“Hai mai fatto visite specialistiche? Sai, il tuo potrebbe essere un caso scientifico interessante. Personalmente mai ho avuta una notizia simile, men che meno ho assistito a un performance simile da parte di un ubriaco. Che ne diresti di farci degli esami?”.

“Bène dotore, bène. Fare esami. Posso adesso sedere?” chiese educatamente Igor.

“Certo, certo scusami se ti ho tenuto così scomodo... Oddio, stai bene così però...” disse ridendo il dottore che subito mise mano al file delle impegnative e vergò tutta una serie di esami, molti per la verità, ché il caso lo incuriosiva.

“Li ho prescritti urgenti, vedrai che tra un po' di giorni ti chiamano. Fatti trovare pronto, ma non ubriaco, per favore!”.

“No, no niente Jack dotore. Parola!” e così fu perché mai, nonostante una decina d'esami, si presentò ubriaco.

Neppure quando, risposte alla mano, tornò all'ambulatorio per conoscerne l'esito che fu ottimo: sano come un pesce, anzi, sano come Igor.

Il dottore, alla fine della lettura dei referti, si strinse il mento con la mano, aprì bene gli occhi e sospirò, concludendo il tutto con una smorfia di dubbio:

“Qui Igor va tutto a meraviglia, non saprei dirti. Che ne diresti se, accompagnandoti, ti portassi da uno specialista, un luminare sui disturbi dell'equilibrio intendo, bada bene, che poi... che vuoi disturbare se sbronzo sembri un ginnasta... boh!?” esclamò di nuovo il dottore per poi aggiungere: “Che fai Igor, vieni o no a Milano? M'interessa il caso, Igor, m'interessa davvero per questo ti accompagnerei”.

“Bène, bène dotore vengo. Io pagare il viaggio”.

“Lascia fare, rimettiamo tutto al Sistema Sanitario. Il modo lo trovo. La scienza ha un prezzo, caro Igor!” replicò il dottore per poi aggiungere “Ti chiamo io per comunicarti il giorno della visita, dammi il numero di cellulare e fatti trovare pronto ma... un po' sbronzo che sbronziamo… ma che dico, sbrogliamo la faccenda”.

“Ah-ah-ah-aha dotore sempre Jack allora! Due giorni, quattro bottiglie ah-ah-aha” gridò entusiasta Igor alla proposta che non avrebbe potuto essere più piacevole.

“Mi raccomando: che rimanga tra me e te. Andiamo in macchina e guido io, d'accordo?”.

“Sì dotore. Lei chiama, io bevo e lei guida ah-ah-aha!”.

“Ci vediamo, allora”.

“Sì, buonasera dotore”.

Grazie al fatto di essere colleghi e a qualche conoscenza, nel giro di una settimana la visita ultra-specialistica fu possibile e partirono per Milano, non dopo però aver fatto il pieno all'auto e a Igor, il quale non esagerò e ricorse a una sola bottiglia di Jack prima del viaggio certo, però, in virtù di quell'esperienza che solo la strada sa insegnarti, che la seconda e magari la terza l'avrebbe offerta lo specialista e pure una riserva: un "Old", addirittura.

Il viaggio fu veloce e silenzioso nonostante che Igor scoppiasse in sonore e immotivate, per il dottore, risate.

All'autogrill, Igor fece conoscenza con un gruppo di ragazze straniere in gita, le quali non gli tolsero gli occhi di dosso, specie quando notarono la proporzione tra le sue spalle e i suoi glutei che lo rendevano, ai loro occhi, una meraviglia.

Dette loro un'ultima occhiata dalla porta a vetri che le rifletteva e si voltò per un dispiaciuto occhiolino da quell'avanzo di galera che aveva fatta l'ennesima strage, perché lui poteva uccidere cinquanta uomini, ma conquistare cento donne.

La clinica era in centro e si avvalsero della metropolitana per giungerci e poco dopo già erano a colloquio con il dottor Toni, luminare internazionale sui disturbi dell'equilibrio, ma che stavolta avrebbe dovuto affrontare il primo caso della sua vita: l'alcool come sostanza non solo coadiuvante al suo miglioramento ma, in quel caso, capace di renderlo addirittura miracoloso.

Il medico condotto illustrò il caso con Igor silente, mostrando tutti gli esami fatti che Igor, ubbidiente, aveva portati con sé. Dall'anamnesi non risultò niente, così come niente aveva refertato il medico curante, per cui si procedé a una serie di esami specialistici ad hoc che si avvalsero del contributo di tutta l'equipe interna e, telefonicamente, esterna.

Da ultimo si decise di osservare il fenomeno ocularmente e si ordinarono al bar dei liquori di cui fu chiesta non solo la preferenza, ma anche l'uso abituale.

“Jack, solo Jack dotore” disse Igor allo specialista e così ne arrivarono tre bottiglie "Old" che Igor scolò senza l'uso del bicchiere, come suo solito e come gli era stato consigliato di fare.

Già dopo la prima bottiglia, digiuno e con i fumi di quella casalinga, Igor divenne loquace parlando del più e del meno.

Poi, alla seconda, dopo circa una mezz'oretta, si alzò e barcollava un po', ma fu alla metà della terza bottiglia che l'equilibrio fu perso e ciò lo costrinse ad appoggiarsi ora al medico curante; ora allo specialista e, infine, a un infermiera a cui dette un bacio sulla guancia, facendole poi l'occhiolino, il secondo in poche ore.

“Ecco, adesso Dottor Toni, adesso! Guardi! Igor fermo!” gridò il medico condotto.

Igor, rimanendo sul posto, strinse le ginocchia, allargò le braccia e si mise su una gamba sola rivolto all'intera equipe che guardava sottecchi, uno a uno, facendosi da sinistra per poi giungere a destra della fila e viceversa.

Roteò i polsi in senso orario e antiorario, fletté prima l'avambraccio destro sino alla spalla, poi il sinistro e, sempre su una gamba sola, sciolse i muscoli del collo come un pugile al primo round. Tutto questo su una gamba sola e un'espressione lucida, ferma impenetrabile che andava da una parte all'altra della fila di dottori che aveva davanti.

Lo specialista, come suo solito quando concentratissimo, fece vagare la lingua su tutto il palato e chiuse il pugno sinistro facendo strisciare ritmicamente il pollice sull'indice.

“Scenda...Voglio dire torni su due gambe” ordinò a Igor.

Igor obbedì e la conseguenza fu un ciondolare ubriaco senza freno, tanto che dette il secondo bacio all'infermiera che, divertita, sorrise con gli occhi dolci.

Poi Igor scolò l'ultima metà della terza e ultima bottiglia, mentre i dottori discutevano tra loro senza rendersi conto che Igor aveva già preso appuntamento con la signorina.

L'equipe non fece passare molto tempo per esprimere un primissimo giudizio, ma prima ancora chiese di nuovo a Igor di riprendere l'assetto precedente, cosa che Igor fece volentieri e tutto da capo, tranne aggiungere l'incredibile: un surplace su una gamba sola, alternando sinistra e destra ritmicamente a braccia divaricate ruotando, ovvio, i polsi in senso orario e antiorario, flettendo, poi, gli avambracci sino alle spalle e roteando le pupille anch'esse in senso orario e antiorario.

L'intero personale rimase allibito: tre bottiglie di “Jack Old” e tutto in perfetto ordine nel disordine, se non addirittura nel caos dell'ubriachezza, nonostante un esercizio estremamente difficoltoso persino per un ginnasta professionista!

Il parlottare dei medici, dopo di ciò, si fece fitto e irritato, a volte giunse a essere nervoso, perché le ipotesi di studio potevano essere tutte e tutte sbagliate, ma un soluzione doveva esserci: mai era esistito un presidio farmacologico col nome di “Jack Old l'impassibile” che permetteva l'impossibile!

Si decise un ultimo esame del sangue per valutare il tasso alcolemico e il metabolismo, ma tutto indicava una sbronza colossale che faceva ripartire le ipotesi nuovamente da zero.

Per un paio di ore, dopo tutti gli esami possibili, l'intera clinica fu piegata alla sbronza di Igor, ma poi dovette cedere, cedere professionalmente e personalmente perché incapace di giungere a una diagnosi sensata che non apparisse essa stessa ubriaca.

Erano tutti in fila ed erano sei, sette con l'infermiera che aveva assistito divertita ed eccitata; e, come accadeva durante la leva, il caso obbligò al passo in avanti. Lo fece il luminare che chiuse l'argomento con il discorso di resa.

“Mi scusi, mi dice per favore come cazzo fa?”.

“Aha-ah-ah-aha” rise fragorosamente Igor ripetendo daccapo tutto quanto l'esercizio ma cambiando l'espressione del volto, che si fece serissima, come quella di un maestro che ripete una lezione non compresa dagli studenti, sebbene due esempi, tanto che le figure e gli esercizi furono così lenti che sembravano mimati.

“Capischi?”chiese Igor su una gamba sola, le braccia aperte e, stavolta, le palme aperte e le dita divaricate come per quasi un “dammi il cinque” tra amici davanti agli occhi dell'equipe .

“Tu, capischi?” chiese di nuovo Igor rivolto al luminare.

Il luminare aggrottò le sopracciglia, inarcò le labbra e appena appena accennò un no muovendo la testa calva e bassa, al che Igor “scese” per barcollare di nuovo e di nuovo abbracciare l'infermeria ormai sua.

Dopo la dimissione di Igor, per giorni il luminare rifletté sul caso e riuscì a stilare una relazioncina, ma promettendosi, però, di pensarci ancora un po' su sull'opportunità di proporre il caso all'attenzione della comunità scientifica.

Le due paginette che aveva scritte al computer necessitavano della sua firma in calce e la vergò. Prima il nome per esteso; poi passò al cognome, ma qui ebbe una pausa a metà parola, quasi l'ultimo estremo tentativo di capirci qualcosa.

Rimase per una decina di secondi con la stilografica in mano, puntata sull'ultima lettera scritta, poi si grattò il mento con l'altra mano; incurvò le labbra per un'invenzione a dei pensieri e sgranò gli occhi, per poi scrivere di fretta le lettere mancanti al cognome come per uscire da quel tunnel buio d'ipotesi.

Inserì la relazione stampata in una cartella contenuta in un cassetto della scrivania che aveva la chiave. Chiuse quel cassetto e chiuse la faccenda per riprendere, oltre la porta dello studio, il suo solito equilibrio, pardon, aplomb.

 

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Un sussurro interiore …

9 Novembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #arte, #pittura, #concorsi, #eventi

 

 

 

 

 

In occasione delle festività natalizie e nell’ambito delle iniziative della III edizione del “Natale Insieme”, l’Associazione culturale Event Art, in collaborazione con il Comune di Cori (LT) e il patrocinio di Regione Lazio, Consiglio regionale del Lazio, Provincia di Latina e ‘Cori e Giulianello in Rete’, organizza il  Concorso di Estemporanea di Pittura, “Un sussurro interiore …”, avente come soggetto la Città d’Arte di Cori. L’iniziativa avrà luogo il 14 e il 15 Dicembre in Via Madonna del Soccorso e per le iscrizioni c’è tempo fino al 30 novembre.

Al concorso possono partecipare i pittori maggiorenni, professionisti e dilettanti, muniti dei mezzi necessari. Collocati in qualsiasi area libera del paese, i concorrenti potranno realizzare una sola opera, con qualunque tecnica pittorica, entro le dimensioni 40×40 cm – 100×100 cm, da consegnare entro le 17 del sabato presso l’Art Cafè. I dipinti saranno esposti al pubblico e verranno valutati entro le 16:30 della domenica. Una giuria di esperti decreterà i primi 5 classificati che riceveranno, rispettivamente, 500 €, 300 €, 200 €, 150 € e 100 €. I giudici popolari consegneranno un sesto premio, cumulabile, consistente in un cesto di prodotti tipici locali.

Contestualmente si svolgerà una esposizione artistica aperta agli artisti di qualsiasi disciplina, compresi i concorsisti. Ciascuno disporrà di uno spazio espositivo di 2 metri su suolo pubblico gratuito con assegnazione in base all’ordine di arrivo. L’iscrizione è obbligatoria, subordinata al versamento di una quota di partecipazione, alla compilazione della scheda di adesione, come previsto dal regolamento, disponibile insieme al modulo di domanda sul sitohttps://www.event-art.it/due-colonne/ e sulla pagina Facebook Event Art – Associazione culturale. Contatti: event.art@libero.it – 3400661677, 3801224703.

L’iniziativa è dedicata al Maestro Francesco Porcari, venuto a mancare il 18 Novembre 2017. Uomo di spessore, rara umiltà, gentilezza e sensibilità. Artista di rilievo, capace di uno sguardo penetrante e disincantato sulla realtà odierna fatta di apparenza, inutile consumismo, “inganni tecnologici”, una chimera per i giovani, costretti in un mondo virtuale, in un’indifferenza portatrice di profonda solitudine. Riconosciuto ai livelli più alti nel mondo dell’arte contemporanea, di lui hanno parlato i più importanti critici d’arte italiani come Claudio Strinati, Maurizio Calvesi e Maurizio Marini, che fu anche suo caro amico.

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Aldo Dalla Vecchia, "Abracadabra lo spettacolo continua"

8 Novembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione, #come eravamo

 

 

 

 

 

Abracadabra

lo spettacolo continua

Aldo Dalla Vecchia

 

Pegasus Edition, 2019

pp 135

12,00

 

Aldo Dalla Vecchia ci ha abituato al suo stile garbato, a queste interviste che racchiudono tutto un mondo in pochi tratti, anche quando colloquia con personaggi sopra le righe, inconsueti.

Proseguono qui le interviste del primo Abracadabra (2017), basate sul mistero e sul soprannaturale ma, a mio avviso, soprattutto spunti per entrare nei microcosmi privati di personaggi più o meno conosciuti, appartenenti a un pianeta televisivo presente ma soprattutto passato, piccolo schermo un tempo trasgressivo ma ormai quasi casto e perbene se confrontato col trash posteriore.

Aldo, autore televisivo e giornalista, torna a interrogare personaggi famosi, ventidue per la precisione. Lo fa per la rivista Mistero, ponendo domande sul trascendentale e l'angelico, sul rapporto con la divinità, sulla credenza negli extraterrestri, sulla superstizione che, nel mondo dello spettacolo, è più viva che mai.

Ancora una volta entra in punta di piedi nelle vite e nelle anime di personalità carismatiche,  - a volte poco amabili e poco oneste come Wanna Marchi, altre volte colte e preparate come Pippo Franco o Iva Zanicchi - dimostrando nei loro confronti vivo interesse ma mantenendo anche una posizione distaccata. Si comporta come l’entomologo che osserva la sua collezione dall’alto ma con occhio curioso, partecipe, metodico e allo stesso tempo appassionato.

L’autore fa parte di questo mondo da sempre, è coinvolto e attratto dai suoi lustrini, dal suo abbagliante riverbero, però è anche l’uomo sensibile ed erudito che la sera torna a casa e chiude la porta, per riflettere in silenzio con un libro fra le mani. È quello che, col passare degli anni, sente sempre più acuto il pungolo della nostalgia, per tutto ciò che era, per la televisione degli anni che furono, per quella luce e quell’allure che, forse, adesso, con l’insorgere del web, della tv on demand, si sta affievolendo sempre più, nonostante tentativi di ibridazione come il recente Viva Rai play. Era una tv, quella, come ci racconta Iva Zanicchi, che “entrava” (nel bene e nel male) “nel cuore della gente.”

Lo stesso fa Aldo con i suoi libricini sempre azzeccati, sempre coinvolgenti e teneri.

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TERMINATOR- DESTINO OSCURO

6 Novembre 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #cinema, #fantascienza

 

 

 

 

Con questo ultimo capitolo dovrebbe essere finita la finta esalogia di Terminator. La definisco finta perché questo sesto film scombicchera tutte le carte in tavola, ripartendo dal mitico sequel che riuscì a superare in grandezza il primo (cosa di solito rara al cinema). La storia, a cui in parte ha rimesso mano Cameron, riprende dal 1992, con una Sarah Connor trentenne e l’adolescente Edward Furlong in un bar su una spiaggia centroamericana. Un modello T-800 con le fattezze di un giovane Schwarzenegger fredda il ragazzo sotto gli occhi della madre. Completata finalmente la missione per cui era stato programmato, il cyborg si allontana, chiudendo un prologo che spazza via l’inutile terzo capitolo, il macchinoso quarto e il ridicolo quinto, francamente parodia più che sequel. John Connor, il vero motivo dell’esistenza dei Terminator viaggiatori nel tempo, non esiste più.

Per chi è tornato indietro dal futuro il Rev-9, con i suoi tratti da maschio latino, con la sua insidiosa capacità di usare il proprio esoscheletro come arma grazie alle sue caratteristiche di nanomorfo? Per Dani, giovane messicana, a cui è stata inviata come protezione una umana del futuro potenziata, che non poteva che chiamarsi Grace, perché se non è la grazia a salvarci chi potrebbe mai farlo? E se non fossero chiari i riferimenti alla mitologia cristiana fin dal primo film, Linda Hamilton ce li chiarisce con una frase quando afferma che Dani è “la nuova Vergine Maria” al suo posto.

In realtà le cose non stanno proprio così. In un film che fa del genderswap il suo punto di forza, con tre donne ad affrontare la minaccia del futuro di Legion, il sistema che ha preso il posto di Skynet, è palese come gli uomini siano relegati al ruolo comunque secondario di antagonista (Gabriel Luna come Rev-9) e supporto (Schwarzy come Terminator che ha acquisito una parziale coscienza umana). La stessa triade femminile è composta in maniera interessante: un’anziana, una latina (minoranza spesso associata a fenomeni come povertà e migrazione) e Mackenzie Davis, una donna potenziata quasi come un cyborg e con una carica erotica da far sussultare persino una eterosessuale convinta come la sottoscritta.

C’è quindi spazio per affrontare altri temi: alcuni più visibili, come l’ambientazione messicana, il muro che le nostre eroine dovranno tentare di attraversare per raggiungere il Texas, il controllo esercitato dalla tecnologia e che consente al Rev-9 di rintracciare letteralmente ovunque le donne. Altri sono più sottotraccia (e giustamente, direi, vista la natura e gli scopi del film): la maternità, certo, ma anche la vita, intesa come una serie continua di obiettivi da raggiungere, anche quando il principale viene meno. La morte prematura di John Connor ha comprensibilmente tolto ogni ragione di vita alla madre Sarah ma ha reso inutile anche la “vita” del T-800, impossibilitato a tornare nel suo futuro e senza una missione da compiere. Come si sopravvive “dopo”? Con la razionalità della macchina, che, sviluppando una consapevolezza simil-umana, sceglie un altro scopo, e ne crea uno ulteriore per la madre che vive di ricordi sbiaditi e saltuario alcolismo, rivelando tutta l’umana debolezza che in questi frangenti ci contraddistingue.

Per il resto il film ha i suoi momenti di pantoclastia orgiastica con incidenti mozzafiato, esplosioni, incendi, risse di massa. Non manca una scena claustrofobica e di estrema azione con un combattimento in una fusoliera di un aereo che precipita in fiamme e che risulta davvero notevole. Rispetto ai tre sequel sottotono che qui vengono elusi, il Terminator Schwarzenegger ha molti meno spazi ironici, più sommessi, sempre corredati dalla sua monolitica e rocciosa espressione. Molti meno anche i colpi di scena a cui siamo stati abituati negli anni in cui occorreva diffidare della comparsa di ogni personaggio “buono” in quanto poteva rivelarsi una copia del Terminator più tecnologico. Si è puntato più sulla storia che sugli effetti, diciamo.

Una pecca che trovo assurda dopo 6 episodi è l’ostinazione del doppiaggio italiano a non volere trovare un’unica traduzione per l’ormai leggendario “I’ll be back” che è un marchio di fabbrica! All’inizio la stessa Sarah Connor afferma qualcosa come “torno presto” in italiano. E no! La frase sarebbe “Tornerò” e va pronunciata così perché deve stupire che a dirla sia proprio lei, la prima terminatrice di Cyborg! Lo stesso T-800, quando parte con l’insolito manipolo di donne guerriere, dice “Forse stavolta non tornerò”. E lo stesso orrore di doppiaggio lo commisero nel primo film. Dubito si gireranno altri film della serie, in quanto questo mette più o meno un punto fermo, ci saranno forse altri spin-off o reboot, per spremere quanto più possibile da un’icona del cinema anni ’80, nel caso spero se lo segnino da qualche parte. È solo una piccola frase, ma per noi fan è praticamente la chiave ad un mondo. 

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