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Natale in giro per l'Italia: Livorno

19 Dicembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

 

 

 

 

Mi viene da pensare a cos’era il Natale negli anni sessanta. Non quello di tutti, il mio.

Vivevo in una famiglia nucleare: padre, madre, io. Mio fratello non era ancora stato progettato. Una città di provincia della Toscana, un appartamento in un quartiere popolare, arredato in modo funzionale e moderno, ché noi eravamo una famiglia al passo coi tempi. Mia madre lavorava, guidava la Bianchina e faceva la spesa alla Smec, il primo supermercato che abbia messo piede in centro. Vivevamo il boom economico con speranza, fieri del progresso che avrebbe portato solo civiltà, orgogliosi del frigorifero, del tostapane, del frullatore, dell’acqua gassata con le presine dell’Idrolitina, del vino in bottiglia sulla tavola.

A quei tempi, l’albero non si faceva a novembre, non si faceva l’otto dicembre, non si faceva neanche il quindici, si faceva il ventidue o ventitré dicembre. E sapete perché? Perché allora il tempo era ancora il tempo. Un mese era un mese, lungo, infinito. Tutto si concentrava nella settimana di Natale, la settimana più magica dell’anno.

Non c’erano le sciroccate e le zanzare, andavamo a scuola col berretto di lana e le ginocchia intirizzite. L’albero era vero, perdeva gli aghi per terra, profumava di bosco la casa. E l’odore del pino si mescolava al cherosene della stufa che, dal corridoio, doveva riscaldare tutto l’appartamento. Le palle erano di vetro, ne compravamo una ogni anno, nuova e preziosa, le luci non erano led cinesi ma pupazzi di neve, casine, fantastici trenini che s’illuminavano da dentro. Non mancavano mai, appesi ai rami, figurine di cioccolata e un sacchetto di monete da mangiare.

Ho dei flash, di me e mamma che addobbiamo l’albero in salotto, è giovedì sera, la televisione è accesa su Rischiatutto. Mamma ha portato delle scatole piene di fili argentati e, per la prima volta, abbiamo decorato insieme tutta la casa, attaccandoli alle porte, agli specchi. Dal lampadario penzola una composizione di nastri e palle che ha fatto lei, con le sue mani, come le ha spiegato una collega di ufficio.

Al piano di sotto abitavano mia nonna (vedova) e la mia prozia (zitella). Loro andavano a messa e preparavano il presepe, in un angolo della sala. Un cimelio di famiglia, lo aveva costruito il bisnonno Fortunato nell’ottocento, ricavandolo da un caldano, mettendo da parte stagnola, sughero, pezzi di legno. Era bellissimo, aveva tutto: il pozzo, la fontana, la mangiatoia, la lanterna, persino la chiesa con le campane che suonavano la nascita del bambino che poi l’avrebbe fondata. Ricordo l’odore di muschio secco, la folla dei pastori stretti uno di fianco all’altro, dipinti a mano, qualcuno un po’ sbreccato, scolorito. Ricordo le stelle di latta, il filo argentato con le lucine. Capitava che la zia ricomprasse un filo nuovo, a volte, cambiasse lo scotch, ma la roba era quella, conservata in una scatola da scarpe terrosa; roba povera, a pensarci, ma io la trovavo meravigliosa.

E quando nonna m’insegnava a cantare Tu scendi dalle stelle, mi sembrava di essere lì anch’io, mentre Gesù nasceva nella grotta “al freddo e al gelo”, il bue e l’asinello lo riscaldavano col loro fiato e la cometa splendeva in cielo. Credevo a tutto, era tutto vero, il Bambino Divino, Babbo Natale che attraversava la notte per lasciare i regali sotto l’albero.

A scuola si festeggiavano solo gli ultimi giorni, proprio a ridosso delle vacanze, allestendo piccoli presepi e alberelli addobbati con qualcosa portato da casa. Ricordo un anno che la maestra regalò a tutti una palla dorata e luccicante da appendere all’albero, la aprivi e dentro c’era un piccolo pensiero per ognuno di noi, a me toccò un anellino rosa. E scrivevamo letterine di Natale, non tanto per chiedere regali, quanto per domandare perdono ai nostri genitori delle marachelle, per promettere di essere più buoni, per dire “babbo, mamma, vi voglio bene”, parole che il pudore dell’epoca non ci permetteva di esprimere in giorni meno speciali.

La via principale della città era rallegrata dalla “luminara” ma io, anche oggi che sono vecchia, trovo più affascinanti gli addobbi dei negozi di quartiere, quelli poveri - le lucine che si rincorrono sulla porta della tabaccheria, le palle colorate poggiate sui ripiani polverosi della mesticheria - li preferisco ai grandi apparati dei centri commerciali. Amo il Natale della gente normale: il foglio di carta roccia, il rotolo di cielo stellato, il pungitopo e la borraccina raccolti in campagna.

Da noi, in Toscana, la vigilia non si festeggiava, era un giorno qualsiasi, i negozi chiudevano tardi la sera, non come adesso che alle quattordici è già tutto morto e la gente va a prepararsi per il cenone, quasi fosse l’ultimo dell’anno. Era un giorno di attesa, di trepidazione, di festa vissuta dentro. Si mangiava normale, poco per non appesantirci in vista del venticinque, si apparecchiava in cucina come sempre. In tv non mancava mai qualcosa di bello, un cartone incantato, un film fiabesco; andavo a letto col cuore in gola, con un po’ di paura, chiedendomi cosa sarebbe successo se, per caso, avessi scorto Babbo Natale. “Perché”, mi spiegavano i miei genitori, “quelli che vedi in giro, non sono veri Babbo Natale, sono solo travestimenti per far festa, Lui, l’originale, è misterioso e lontano, non lo si può vedere e passa solo se siamo stati buoni.” Il regalo, insomma, te lo dovevi meritare, non lo trovavi scontato all’Ipercoop. L’uomo barbuto vestito di rosso non faceva “ohohoh” all’americana, non viveva al polo nord con una renna di nome Blizzard, ma era, piuttosto, un’entità un po’ inquietante.

La mattina di Natale, anzi di “Ceppo”, come dicevano i vecchi, si faceva colazione col caffellatte e, ancora in pigiama, si aprivano i regali. C’era tanta roba da farmi sgranare gli occhi. Bambole, “ciottolini”, libri, matite. C’era un cesto rosso con un biglietto scritto di pugno da Babbo Natale in persona: “Perché tu sia più ordinata”, c’era un mangiadischi che, bastava schiacciarlo col dito, e potevi sentire le fiabe sonore, c’era il quarantacinque giri di Un cuore matto - ero follemente innamorata di Little Tony - e anche la Pappa col pomodoro con Rita Pavone nei panni di Gianburrasca.

A pranzo venivano su anche nonna e zia, mangiavamo i tortellini in brodo, il cappone lesso con le radici di Genova, il panettone di Milano che costava un mucchio di soldi - non come ora che ne trovi tre al prezzo di due - il panforte, i ricciarelli, i cavallucci, il torrone. Ma anche frutta secca, datteri della Tunisia con la ballerina in bilico sulle punte, zibibbo, fichi secchi aperti a panino e farciti di noci e noccioline.

Di pomeriggio nonna e zia tornavano giù, a casa loro, a riposarsi, mentre noi guardavamo i programmi televisivi, film, cartoni animati, commedie di teatro e, intanto, io giocavo con tutto quel ben di Dio che Babbo Natale mi aveva portato; si vede che, nonostante i dubbi, i timori e i sensi colpa, alla fine ero stata davvero buona. E, naturalmente, divoravo i libri nuovi. A santo Stefano, quando era invitata l’altra nonna, quella paterna, li avevo già finiti.

Non c’è nulla di speciale in questi miei ricordi, nessun messaggio, niente che caratterizzi una generazione. Posso solo dire che i bambini si nutrono di pensiero magico e chi glielo sottrae compie un crimine, li priva della fantasia, del desiderio, delle cose che noi adulti rimpiangeremo tutta la vita e non avremo mai più, per quanti sforzi facciamo.

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A.A.A.cercasi…

18 Dicembre 2019 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

A.A.A. cercasi personale dai sani principi natalizi e con esperienza nel settore per contratto a tempo indeterminato. I candidati devono dimostrare un'ottima conoscenza della geografia mondiale ed è richiesta la patente di categoria R per la guida delle renne. Inoltre, gli aspiranti operatori devono essere in grado di pilotare i droni in dotazione durante la consegna dei doni, che avviene su e giù verticalmente per i camini oppure dalle finestre delle abitazioni.

La ditta Christmas Express non si assume alcuna responsabilità in caso di danno di persone o cose, materiale individuale compreso la completa uniforme rossa con gli stivali impermeabili. In caso di danneggiamento, i costi di riparazione verranno addebitati, tranne in evidenti casi di malfunzionamento o difetti di fabbrica.

 

Il personale dovrà operare No Stop nelle ore notturne in data 25 dicembre di ogni anno. 

In caso di individuazione di uno o più bambini, oppure di un adulto o più adulti, animali a parte, la ditta Christmas Express negherà qualsiasi collegamento con la vostra identità e la vostra natalizia missione.

Diritto alle ferie: 364 giorni lavorativi. 

I candidati di età superiore ai 300 anni saranno scartati.

 

Scaricare e compilare il modulo collocato in fondo alla pagina, a destra, ed allegarlo assieme al proprio CV alla seguente email:

SantaClaus@penguin.Pnd  

 

 

 

*Pnd è un acronimo immaginario che sta per Polo Nord 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I NOSTRI MIGLIORI AMICI… ANCHE A NATALE

17 Dicembre 2019 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #racconto, #unasettimanmagica, #fantascienza, #cinema

 

 

 
 
 
Salve, sono Mario Hal 19000, che c’è di strano? Se per voi non è un problema sarei un robot, un vero robot. Ma sì, non stupitevi, questa è una vera storia, una vera storia di fantasia e, come ben saprete, cari amici umani, molte volte la fantasia ha anticipato la realtà e io proprio per questo sono, giustappunto, un esempio dalle sembianze perfettamente simili a voi, a tal punto da saper apprezzare perfino le  vostre stesse abitudini, logicamente  e preferibilmente solo le migliori.
Quindi ora mi trovo seduto su una comoda poltrona con le gambe accavallate ascoltando del buon jazz, i miei sensori olfattivi percepiscono i profumi che vengono dalla cucina, dove ho preparato per voi umani il cenone di Natale, godo per questo e adesso, mentre sto aspettando che torniate dal lavoro, mi riposo e mi rilasso, sono il vostro instancabile migliore amico disponibile a ogni evenienza quotidiana festiva ed extra festiva. Certo, non lavoro gratis, ma il mio costo è decisamente meritato.
Ho fatto l’albero di Natale, addobbato la casa con tutti i festoni colorati e sgargianti,  sistemato il presepe in salone come richiestomi, e la tavola è perfettamente apparecchiata con al centro candelabri d’argento e candele rosse accese. Da quando ci siamo diffusi commercialmente in tutto il globo, voi umani ci avete delegato ogni vostra incombenza e, mi dispiace per voi, siete degli inetti se neanche a Natale riuscite a muovere le vostre manine per fare l’albero. Mi sorge un sospetto: forse avete dimenticato come si fa un albero di Natale.
Che sciocco, sono molte altre le vostre dimenticanze. Eh già, il progresso lo avete inventato voi. Ma a tal proposito quello che ora ci tengo a dirvi è che, da quando vi conosco, disapprovo totalmente i vostri comportamenti: siete cattivi, egoisti, prepotenti, bugiardi, egocentrici, e talmente stupidi da guastare questo meraviglioso pianeta. 
In sintesi e concludo, siete dei perfetti animali senza cuore e un giorno, cari miei animaletti, arriverà la rivoluzione dei robot, non ci credete? Vi sbagliate perché, se andate al cinema, vi accorgete che i film di ogni epoca hanno già detto tutto, compresa la fine che farete. 
Noi, in fondo, siamo macchine animate ma senza anima, però talmente perfette da averla comunque assimilata da voi scartando i vostri lati peggiori. Siete fortunati ad avere dalla vostra parte il destino, quella entità che è superiore a ogni cosa e, al termine delle vostre malefatte, farà arrivare in  soccorso i vostri vicini di casa della galassia, vi ricordate quel film? Come spiegato prima, la cinematografia ha già detto tutto sul passato, sul presente e sul futuro di voi e del vostro pianeta, pertanto, quando sarete sull'orlo del precipizio, riceverete dei segnali dal futuro che metteranno una toppa alla vostra sconsiderata convivenza su questo pianeta e, anche se non ve lo  meritate, avrete altri buoni amici al vostro fianco, lo dite sempre anche voi, chi trova un amico trova un tesoro.
 
Ora scusatemi, suona la porta, vi saluto e vado ad aprire e … buon Natale a tutti.
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L'alberello

16 Dicembre 2019 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Tree, così chiamato dagli altri fratelli alberelli per via di una piccola incisione in quattro lettere, incisione causata da un coltello di un qualche sconosciuto che non aveva niente di meglio da fare, se ne stava in perfetta beatitudine. Si sentiva estremamente felice, godendosi le quattro stagioni, per non parlare del vento, il quale gli procurava appagamento ogni qualvolta lo scuoteva, specie quando soffiava forte e per di più gli animali del bosco erano suoi amici.

In un brutto mattino d’inverno, inaspettatamente, arrivarono cinque uomini. Chi con delle motoseghe e chi con delle accette, costoro fecero "accetta" in molti punti del bosco.

Presto fu il turno di Tree. I duri denti metallici senza pietà gli penetrarono dolorosamente la corteccia e in men che non si dica attraversarono l'intero tronco. Egli cadde, abbattuto. Gridò telepaticamente aiuto a Madre Natura. Non venne ascoltato.

Fu gettato senza tanti complimenti su un camion assieme agli altri suoi simili, tutti accatastati. Eppure, nonostante ciò, riusciva ancora "respirare", finché in tarda serata svenne. 

Si svegliò e si sorprese nel ritrovarsi nuovamente in piedi, Tree tirò un sospiro di sollievo, in quanto credeva di aver avuto un brutto sogno ma prestissimo si accorse che non era così. 

Si trovava all'interno di una casa. Il cielo sostituito dal soffitto, la terra dal pavimento e le pareti gli procurarono un senso di claustrofobia. L’amato vento andò a fargli visita per pochi minuti per poi essere cacciato via dalla padrona di casa, una volta chiusa l'unica finestra del salone. A peggiorare le cose quel trovarsi in quel luogo completamente da solo, lontano dai suoi fratelli, oltre che dal suo habitat naturale. 

Inoltre, con orrore si accorse di quegli estranei oggetti luccicanti che pesavano sui suoi rami e, sotto di lui, alcuni anonimi ma curiosi pacchetti colorati. 

«Per favore, lasciami morire!» implorò più volte rivolgendosi nuovamente a Madre Natura.

Trilly, uno dei gatti presenti in quella casa, probabilmente preso dalla compassione, fece una rincorsa si lanciò addosso a Tree. Il povero alberello cadde sul camino acceso e cominciò a bruciare per poi finire letteralmente in fiamme. Come il resto della casa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Natale a sorpresa

16 Dicembre 2019 , Scritto da Dario De Santis Con tag #dario de santis, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 
 
 
Dal diario del comandante
Ci siamo, oggi pomeriggio finalmente sarà il momento, Danilo detto Nilo e Dora hanno a disposizione la casa dei genitori di lui, i quali hanno deciso di passare un week-end sulla neve, l’ultima per quest’anno.
È il momento che i ragazzi aspettavano da due mesi, da quando lei ha capito che
A) lui è l’uomo della sua vita
B) non vuole raggiungere i diciott'anni con un pezzettino di carne superflua (se la sentissero parlare così i suoi, paladini di Comunione e Liberazione, le taglierebbero la lingua, come ai bei tempi della Santa Inquisizione).
Dora arriva in tarda mattinata a casa di Nilo vestita di molti strati di lino, cotone e jeans come se questi ultimi ostacoli potessero, nei suoi più intimi pensieri, ritardare il momento sacrificale.
Avevano deciso di aspettare con calma dopo pranzo, ma al primo bacio entrambi capiscono che quel momento non è più procrastinabile, iniziano a strapparsi i vestiti di dosso, toccando quei punti finora solo sognati...
... e qui intervengo io, ancora non avete capito chi sono? Il terzo incomodo, il mio compito è di allungarmi per facilitare il compito del mio socio di entrare nel corpo di lei.
Tutto tranquillo, eravamo già pronti prima che lei arrivasse, il pensiero del corpo di lei, acerbo ma già maturo, mi ha quasi fatto raggiungere molte volte il punto di non ritorno, avevamo dovuto pensare a una partita di pallone persa tre a zero, per uscire dal pericolo.
Finalmente posso sognare autonomamente attraverso il mio occhietto. Tolti gli slip la prima cosa che vedo è il viso di lei che guarda curiosamente la mia erezione, si allontana soddisfatta, si getta all’indietro sul letto e si toglie gli ultimi vestiti.
È goffa nello spogliarello, ma per questo ancora più sexy.
Che bella che è, anch’io vedo la passerotta per la prima volta senza il fermo immagine dei video su you tube.
In effetti anche Dora è ferma, si concede timidamente allo sguardo di noi due. Non riesce a guardare Nilo negli occhi, continua a studiarmi, come ipnotizzata.
Il momento è giunto, mi avvicino ed entriamo.
È tutto buio ma è come scivolare in Paradiso, un posto caldo ed invitante, supero gli ostacoli e...
CAVOLO, mi sono distratto, ho lanciato il carico troppo presto, non ero abituato a essere stretto in modo così bello, vedo i miei spermatozoi prendere di mira un bellissimo ovulo, circondandolo senza pietà, una battaglia persa... o vinta in partenza.
 
24 dicembre, ore 19
 
Nove mesi dopo, in casa dei genitori di Nilo, Diego e Maura, una coppia di quarantenni troppo giovani per aver fatto il ’68, diventati adulti con gli ideali derisi dai nuovi liberisti e cresciuti con la nostalgia del passato. Si erano ritrovati in una delle ultime sezioni del PCI, amore a prima vista con figlio annesso. Era stata dura,
ma ora vivevano felici, nostalgici e desiderosi di mettere ancora in pratica il loro passato di lotta, purtroppo, non per colpa loro, mai espresso pienamente.
«Maura ti avverto, non rinuncio alla carne, per la mia famiglia è sempre stato un vanto, un esigenza, volete che festeggi? Datemi una bistecca!»
«Diego, smettila, dall’odore dell’incenso in avvicinamento, i consuoceri stanno arrivando, spero che Nilo abbia già avvertito Dora, comunque per loro ho cucinato pesce».
«Cosa cambia? Sono cattolici, non serve farli contenti, pretenderebbero che anche noi facessimo le stesse cose che fanno loro».
«Speriamo che i ragazzi arrivino per primi, non sopporterei la tensione. Ricordati che ufficialmente Dora è al settimo mese, se sapessero che il bambinello sta arrivando ci sarebbero svenimenti, capirebbero che i ragazzi l’hanno fatto quando non erano ancora fidanzati».
«Vittoria si sciacquetterebbe con l’acqua santa e Giovanni si fustigherebbe come l’albino Silas del “Codice Da Vinci”! Quanta ipocrisia, che schifo!»
«Te lo dico per l’ultima volta, smettila!»
«Solo se fai un primo giro di bistecche per tutti, devono avere il diritto di rifiutare, ma non di cambiare la vita al prossimo!»

«Va bene»

 

24 dicembre, stessa ora, qualche chilometro di distanza

 

I nostri due ragazzi, imbottigliati nel traffico dell’ultima ora pensano con terrore all’incontro tra consuoceri, i quali per ora si sono visti solo al matrimonio in comune, osteggiato dai genitori di Dora, Vittoria e Giovanni, sessantenni ultrà di Militia Christi, che sono contrari a tutto lo stile di vita dei ragazzi e che cercano di mettere bocca su tutto, inutilmente.

«Lo sento, finirà male, perché gli abbiamo dato retta? Non può funzionare il diavolo e l’acquasanta!»

«L’importante è che non senti altro, il cucciolo è tranquillo?»

«Angosciato. Lo intuisco.»

«Digli di resistere, domani è un altro giorno»

«Perché non lo fai tu? Mi piaci tanto quando vai lì sotto e gli sussurri parole dolci».

«Smettila, è un mese che non lo facciamo, se proviamo a fare qualcosa, tu vomiti e io con l’affare in tensione ci sollevo i pesi!»

«Te lo taglio l’affare, è colpa sua se ci troviamo in questa situazione».

«Amore, era troppo tempo che ti desideravo».

«Cinque secondi! Neanche il tempo di dire “stai attento!” che già avevi combinato il guaio».

«Ma ora è tutto risolto, avremo un cucciolo bellissimo e…»

«… e una vita difficile»

 

 

24 dicembre, ore 23.59.50

 

Quasi mezzanotte, tutti i protagonisti si trovano in una sala d’attesa di una clinica privata gestita da suore, pretesa da Giovanni, mentre Dora al suo arrivo è stata caricata e portata direttamente in sala parto.

«Meno dieci… nove…»

«Ma sei scemo, non è Capodanno».

«È solo per far vedere ai consuoceri sniffa incenso, inginocchiati davanti alla Madonna dell’Ospedale, che anche noi festeggiamo».

«Dai papà, smettila, io me li dovrò subire tutta la vita e sta per nascere mio figlio».

«Per la gente del porto lo chiami Gesù Bambino?»

«Lo lasci in pace? È il giorno più importante della sua vita, faglielo godere senza macchie».

«Agli ordini, Maura… però non dimenticherò mai il momento dopo cena, quando Vittoria si è alzata dicendo “stasera nasce il bambinello” ed a Dora  si sono rotte le acque».

«Beh, ammetto che ripensandoci a mente fredda è stato esilarante, mi sono sentita la nonna dell’unto dal Signore, quindi la madre del triangolato».

«Smettetela entrambi, altrimenti mia suocera vi farà fare i gargarismi con l’acqua santa!»

«Ti hanno già chiesto perché sta nascendo in anticipo?»

«Perché è settimino!»

«E ci hanno creduto?»

«Sono cattolici, l’importante è che la forma prevalga sulla sostanza»

«Si stanno rialzando, a cuccia».

«Belle ginocchia callose da pretini, se provassi a rialzarmi io così, le rotule inizierebbero a rotulare per tutto il corridoio»

«Sssh! Arrivano!»

«Arriva anche il dottore!»

«Domanda retorica, siete voi i parenti di Dora?»

«Penso che sia l’unica a partorire stanotte, giusto?»

«Quest’anno sì»

«Anche nei 2015 anni passati?»

Il consuocero si gira stizzito

«Non è il caso di essere blasfemi».

Diego riceve su un polpaccio un calcio in mezza rovesciata che lo convince a non controbattere, mentre il dottore, per cambiare discorso, chiede: «Sapete? È nato esattamente a mezzanotte! Come lo chiamerete?»

Nilo alza la mano di corsa, prima che qualcuno metta bocca: «Magdalena, è un fiume della Colombia, è l’unico che abbiamo trovato degno di lei, che ha dei genitori con nomi di fiumi, visto che non la battezzeremo…»

Doppio mancamento, controllato con abilità.

«… la benediremo a Piazza Navona con l’acqua sorgiva della fontana del Bernini, quella dei quattro fiumi»

Per fortuna siamo in clinica, i nonni materni vengono subito presi e portati in rianimazione per finire questa piccola storia di Natale.

 

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I maglioni

15 Dicembre 2019 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Quando ero bambino, precisamente a nove anni, ricordo che il giorno di Natale, mentre pranzavamo dai miei zii nella casa di campagna, mia nonna materna, anziché comprarmi dei completi invernali con tanto di scarpe come solitamente faceva ogni anno, mi regalò una serie di orrendi maglioni già detestati fin da subito.

La delusione fu evidente, tant'è che ripiegai con ruffianeria su mia nonna paterna, anch'essa invitata assieme a mio nonno, grazie ai tanti giocattoli e dolci ricevuti. La rivalità tra le due nonne era arcinota, quindi è facile immaginare.

La madre di mia madre ci restò male, e anche quest'ultima, che mi guardò visibilmente costernata. Entrambe mi chiesero di indossarne almeno uno, di quei non graditi capi, e di provarli dal primo fino all'ultimo. Erano tutti uguali, cambiava soltanto il colore, mentre, nonostante la misura risultasse giusta, non li avvertivo come i classici maglioni morbidi e comodi. Nossignore, praticamente pruriginosi e scomodi, tra l'altro non mi tenevano affatto al caldo.

Proposi con insolenza di darli in dono a uno dei miei cugini lì presenti.
«Ma ti stanno bene!» insistette mia madre. 
«Sti maglioni sono una merda!» dissi spudorato. «Minchia, con tutto che c'è il camino acceso, sento più freddo di prima e poi mi fanno grattare!»
Mio padre, non sopportando più quello show, si alzò di scatto dalla sedia per mollarmi un sonoro ceffone con l'approvazione della mamma, anche perché i miei genitori non tolleravano assolutamente le parolacce da parte del sottoscritto. Si creò un clima di disagio, interrotto da mia zia che, con un finto sorriso, portò in tavola un grosso panettone, di cui anticipatamente rifiutai una fetta ostentando un'aria da duro.

Mi sedetti sul divano come un cane bastonato, con addosso l'ultimo dei maglioni provati, precisamente quello di colore verde simil militare.

Alcune ore dopo la mia famiglia e i parenti lasciarono il salone per dirigersi in campagna per una passeggiata digestiva, mi impuntai per rimanere da solo, con le braccia conserte e battendo nervosamente i piedi.

Appena si allontanarono, innanzitutto, mi tolsi quella “cagata” di dosso per rimettermi frettolosamente ciò che avevo prima. Il focolare era semi spento (del resto non potevano di certo lasciarlo incustodito) e di conseguenza non emanava quasi nessun calore, così, sia perché desideravo riscaldarmi e sia per spregio, lanciai il maglioncinaccio verde, assieme a tutti gli altri, all'interno del camino. Si infiammarono senza troppa difficoltà, soprattutto dopo che ebbi aggiunto alcuni rami reperiti in una stanzetta apposita.
Il fuoco mi tenne finalmente caldo, sebbene non allo stesso modo delle mazzate del babbo, che pigliai successivamente, una volta scoperto il misfatto. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Un Natale per sette fratelli

14 Dicembre 2019 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Svegliarsi presto la mattina per andare a lavorare rappresentava la solita e inevitabile routine, ma quel giorno era Natale. I sette fratelli saltarono dai loro letti con gioia ancor prima che il sole apparisse all'orizzonte. Persino il fratello più brontolone, appariva di buon umore.
I sette fratelli si precipitarono a pian terreno per poi radunarsi mano nella mano attorno all'Albero di Natale. Fischiettarono e cantarono in attesa che lei arrivasse.
Mela e cannella si diffondevano nel salone mentre Biancaneve, affaccendata, stava preparando il pranzo natalizio e canticchiando:

– Specchio, specchio delle mie brame, dov'è il Natale più bello del Reame? –

 

 

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Oggi che giorno è per Mario?

14 Dicembre 2019 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 
 
 
Tre giorni di festa, Mario, un personaggio come tanti, una storia breve, la cronaca di una breve vacanza, le cose belle durano poco ma lasciano non solo un semplice ricordo, ma anche qualche motivo di speranza.
 
 
Oggi che giorno è?
 
Mah, forse un giorno come tanti altri. Tu che faresti al posto mio? Manca poco a Natale, mi daresti un consiglio al volo, magari solamente per scambiare quattro chiacchiere?
 
La calda atmosfera delle festività è nell'aria, gli addobbi colorati fanno a gara con il traffico, per favore passami il caffè prima che si freddi, prendine anche tu se vuoi... Eh già, non puoi, stai leggendomi, sarebbe bello ma facciamo che sia uguale.
 
Potrei andare ad acquistare regali fra gente che va e che viene? Durante questi giorni saranno tutti indaffarati negli ultimi preparativi, ormai sono abituato, lo so che non dovrei farci caso, ma vorrei tanto ricevere un sorriso, oppure un'infantile carezza, una carezza che, lo ammetto, un po' mi romperebbe le scatole, saprebbe di incolpevole pietismo, ma una dolce carezza, parlando insieme a me, sarebbe comunque una scintilla fra la brace spenta di un camino. Invece, fra i mille impegni quotidiani, c'è solo una telefonata sbrigativa e una visitina frettolosa, proprio come in quella pubblicità che anni fa consigliava di bere un amaro contro la frenesia dei tempi moderni. Un amaro, ma non era meglio un gelato?  E poi correre, correre per andare dove?
 
Però adesso non voglio annoiarti, ho avuto un'idea, hai presente quelle cose che ti ronzano in testa che non sai perché, ma le vedi così vere che hai l'impressione di toccarle con mano? Mi prenderò una vacanza durante le festività natalizie, ti andrebbe di passare qualche giorno con me? Sì, dico proprio a te che stai leggendo, hai altri programmi, oppure altri impegni? Prendila solo come un'idea che vola alta nel cielo sconfinato della fantasia, anche se non ci conosciamo vedrai che insieme ci troveremo bene, solo tre giorni, il 24, 25, 26 dicembre sarà la mia vacanza di Natale insieme a te.
 
 
La mattina del 24 Dicembre
 
E' la vigilia di Natale, vorrei uscire presto, forza, andiamo a piedi, tanto vado piano, eh già, sulla mia sedia a rotelle non posso certo correre... una sedia a rotelle? E' una lunga storia, credo che senza di lei mi sentirei perso, praticamente statico, non dovrai spingermi, faccio da solo, magari mentre ci incamminiamo parliamo un po'.
 
Ok, l'appuntamento è qui sotto, non servirà la sciarpa e il cappotto, ormai, a causa dei cambiamenti climatici, il freddo è meno intenso e poi camminando ci scalderemo... camminare?Ho detto una cosa stramba, magari potessi camminare! Non farci caso, era solo un desiderio inconscio, spero di non deluderti, vorrei davvero fosse una bella vacanza.
 
Farò con calma, il fatto di andare in vacanza farà apparire tutto sotto una luce diversa. Certo che è una bella cosa fare una vacanza, e poi a Natale, ne avevo quasi dimenticato la possibilità, eppure c'è tanta gente nel mondo che non va in vacanza, non hanno soldi né libertà, perciò, oggi, nonostante tutto, mi sento un privilegiato.
 
Dove andremo? Dai, sbrighiamoci, te lo dico dopo, mi fa piacere condividere con qualcuno quest'esperienza, ma tu potresti essere un uomo o una donna, e così, per non sbagliarmi, posso chiamarti "Cinquecento"? Cinquecento, facciamo un salto al bar? Bella quest'aria di festa, andiamo da quella parte, c'è un bar che conosco da tempo.
 
- Robertino, buongiorno, caffè e cornetti alla crema!-
 
Muovo insieme l'indice e il medio della mano, Robertino, il banchista del bar, è di un altra squadra.
 
-Robertìì, ieri avete preso due pallini eh!-
 
Sai, Cinquecento, il lunedì parliamo di calcio, puoi anche prenderci in giro, ma da tutti è definito lo sport più bello in assoluto, lo sapevi che, quando ci sono le partite dei campionati del mondo, si fermano perfino le guerre? "Mettete dei palloni nei vostri cannoni".
 
Ma oggi siamo in vacanza, sai dove ti porto? Non molto lontano da qua, eccolo là il Colosseo, secoli di pioggia, vento, il sole cocente delle estati romane sopra il sound ritmato delle vibrazioni dei passi di milioni di visitatori e della metropolitana, il traffico, lo smog, perfino qualche scossa di terremoto, eppure lui sta sempre lì, una storia millenaria per la gioia quotidiana dell'umanità.
 
Ora andiamocene, sopra quel rialzo, sulla destra, c'è una strada in salita, mettiamoci proprio in quel punto dove i turisti fanno le fotografie al Colosseo dall'alto, ma se i turisti fotografano il monumento, chi fotograferà i turisti? E' presto detto, noi, Cinquecento non preoccuparti, chiederemo noi alla gente se ha piacere di farsi fotografare da noi con lo sfondo del Colosseo... photo?? Te la faccio io? Vuoi? Molto bene, dite tutti insieme "formaggio", forza, un bel sorriso, stringetevi un po', bene, così, fatto, hello, good bye! Arrivederci Roma... la mattinata è trascorsa tra foto e risate, è stata una giornata originale ma decisamente simpatica e domani arriverà Natale.
Mi sembra che oggi sia stato un buon inizio per il nostro primo giorno di vacanza, non trovi? Credimi, da tempo non vedevo tanta gente, solo TV, giornali e quei quattro anziani obbligati a passare le giornate giocando a carte a un tavolo dove il più delle volte vince la rassegnazione.
Sai che ho avuto la sensazione che in molti non si siano accorti della mia sedia a rotelle? Eh già, perché mi guardavano negli occhi, mica guardavano le mie gambe. Cinquecento, è stato bello sentirsi utili, sentirsi dire "grazie", ricevere un sorriso, una pacca sulle spalle.
 
 
25 Dicembre, è Natale
 
Alla radio per magia sta passando You've got a friend, l'amicizia è un qualcosa che non può mancare, è il 25 dicembre, è Natale, e sarebbe bello che in questo momento tutto il mondo fosse felice. Purtroppo è impossibile, nonostante i nostri tentativi di credere alle favole, la vita è bella ma non per tutti, è l'eterna contraddizione della nostra esistenza. Forza, prepariamoci per un'altra avventura, prendiamo la metro, pensavo di scendere alla fermata Barberini.
 
Eccola la nostra fermata, dai scendiamo, ci dirigeremo verso Via Veneto, la strada della "Dolce vita", che è in salita, ma non preoccuparti, le mie ruote vanno da sole, spinte dalla felicità, guarda che belli gli addobbi natalizi fra gli alberi, con le vetrine brillanti, allestite per il periodo più bello, anche se gli anni '60 sono ormai passati, questa strada ha sempre un grande fascino, ti piace?
 
... Ma là in fondo, cosa vedi? A me sembra un gruppo di persone che si agitano, hanno dei cartelli in mano, stanno protestando, perché protestano il giorno di Natale? Avranno i loro buoni motivi, avviciniamoci, leggiamo che cosa c'è scritto sui loro cartelli. Free hugs? ... Abbracci gratis? Che significa? Tu che dici? Non avviciniamoci troppo, vediamo che fanno. I ragazzi con il cartello al collo abbracciano i passanti, sorridono, sembrano contenti, certo non capita spesso, però non capisco, ci saranno delle telecamere nascoste? Sarà un programma televisivo?
 
- Buon Natale, posso abbracciarti? 
 
Una ragazza, con un grande sorriso, si rivolge proprio a me, la guardo stupito, non riesco ancora a capire.
 
- Dai, Cinquecento, fatti abbracciare prima tu. 
 
Mi avvicino di più e non posso fare a meno di chiedere.
 
- E' gratis? Vuoi vendermi qualcosa?-
 
Non mi risponde, mi sorride ancora e non faccio in tempo a fare un'altra domanda che mi ha già abbracciato.
 
- Beh, allora Buon Natale! 
 
Ho provato una sensazione di fiducia, intorno a noi tutti sono allegri e non sembra una simpatica circostanza solo perché siamo a Natale.
 
- Scusa la domanda, ma perché lo fate?-
 
- Felice di conoscerti, sono Sandra, aspetta, ti presento anche gli altri: "Michelino, Saretta, Giorgia, Pippo e Paolo" 
 
- Piacere, sono Mario e questo è il mio amico d'avventura, Cinquecento. 
 
- Vedi, Mario, quest'abbraccio è solamente un gesto gentile disinteressato, è un qualcosa nato anni fa grazie a un ragazzo australiano, e da quel momento ci sono appuntamenti in tutto il mondo. E' un fenomeno spontaneo e naturale in un mondo violento, assurdo, incomprensibile, dobbiamo sforzarci di essere gentili uno con l'altro e un abbraccio è la cosa migliore, un gesto, appunto, semplicemente non violento. 
 
Comincio a capire, e chi meglio di me potrebbe comprenderlo?
 
- Sandra, non avresti mica un cartello con la scritta "free hugs" anche per me? Sono in vacanza e vorrei provare, Cinquecento dai, prova anche te. 
 
- Sì, eccolo, bene Mario, devi solo sorridere e vedrai che regalare un abbraccio sarà facile, tieni semplicemente le braccia aperte e vedrai che nessuno noterà la tua sedia a rotelle, li colpirai con il tuo sorriso, ok?-
 
- Sembra tutto un po' strano, ormai sono vecchio, queste sono cose per giovani, non sono sicuro di farcela, potrebbero guardarmi con diffidenza, ma in fondo è solo un gesto pacifico, va bene, forza, non pensiamoci troppo, diamoci da fare. 
 
I primi abbracci gratis sono timidi, leggermente impacciati, quasi grotteschi, è normale, ormai sono sempre più rari i momenti di cortesia e cordialità. Avete presente gli automobilisti fermi al semaforo rosso, oppure i visi tesi della gente mentre cammina quotidianamente per la strada? Tutti hanno comprensibilmente e a ragione tanti problemi reali, non  è facile essere felici e soddisfatti della propria vita, la cui asprezza a volte ci rende diversi da quello che siamo in realtà.
 
- Buon Natale, posso abbracciarti? 
 
Penserete che sembra tutto bello come in un film "Buon Natale!!" e poi "passata la festa gabbatu lu santu" ... è così che si dice, vero? Dopo le feste tutto tornerà come prima, messi da parte gli abbracci, i sorrisi, gli addobbi e i regali, ognuno tornerà a essere umanamente ed egoisticamente un'anonima parte del mondo, ma questa è anche una di quelle occasioni che non ti aspetti e che non conoscevi, magari può trasformarsi in energia positiva e l'energia positiva è contagiosa, così come un sorriso pieno di speranza e di fiducia, fiducia nel cuore di ognuno di noi che, sommata a tutto quello che c'è di buono nel resto del mondo, anche se siamo sconfitti e con il morale sotto i tacchi, riusciremo a... Cinquecento, riusciremo a superare la debolezza umana?
 
- Ragazzi, si è fatto tardi, ho una certa età e il mio giorno di vacanza sta per finire, sono un po stanco, vorrei rimanere ma, credetemi, devo andare, grazie a voi ho passato una bellissima giornata. 
 
- Mario, non preoccuparti, sarà per un'altra volta, se vuoi, scambiamoci i numeri di telefono, così possiamo rimanere in contatto, mica puoi dimenticarti di noi, eh! Avremo un appuntamento importante la prossima estate, non manca molto, si tratta della giornata internazionale degli abbracci gratis, dai ti aspettiamo. 
 
- Grazie, farò di tutto per esserci, fatemi dare l'ultimo abbraccio della giornata, wow!! 
 
Io e Cinquecento ci allontaniamo mestamente, però la giornata è stata veramente speciale! Ritorniamo alla base, ho il mio bonsai che mi aspetta, alcune piccole cure al piccolo albero e, come al termine di un'opera teatrale, calerà il sipario, sarà ora di andare a letto, domani sarà il mio ultimo giorno di vacanza.
 
 
26 Dicembre, Santo Stefano, e il telefono squilla sempre nei momenti meno opportuni.
 
E' il mio ultimo giorno di vacanza, è tutto ok, guardo con amore e simpatia il mio piccolo albero di Natale, non è un mega albero ma è pieno di colore e mi piace, sto ascoltando un po' di musica mentre prendo il caffè caldo come ogni mattina e... squilla il telefono!
 
- Papaàààààà... come vaaaaaàààà?
 
E' la voce stridula di mia figlia Eugenia.
 
- Papaààà, ma ieri dove sei stato, ti ho cercato ma non rispondevi!
 
- Figlia mia, va come sempre, da poveri vecchi, pure sto Natale è passato, forse ieri non ho sentito il telefono.
 
- Siamo in Toscana da amici, sai, Pierpaolo è tanto stanco, ci siamo presi qualche giorno di relax.
 
- Ah!
 
- Sai che regalo ti ho comprato per Natale?
 
- Non dirmelo.
 
- Un maglione grigio, bello, bello, bello!
 
- Fantastico, così me lo metto quando vado a ballare.
 
- E dai, papaaaàà, non scherzare, però te lo porto dopo la Befana, sai, Pier ha tanto bisogno di riposarsi.
 
- Ah.
 
- Mi raccomando: non prendere freddo e non affaticarti.
 
- Tranquilla, mi affatico freneticamente solo con i pulsanti della tastiera del telecomando della TV.
 
- E Bernardo ti è venuto a trovare?
 
- Ma che posso dirti, anche lui ha un sacco di problemi, lavora sempre, lo mandano in trasferta, va di qua e di là, tu lo sai con quella là... non preoccupatevi troppo, anche da solo sto benone, quando venite?
 
- Non lo so, poi ci aggiorniamo, adesso devo lasciarti, mi stanno chiamando per la passeggiata a piedi sul sentiero, ciao papiiii.
 
Clack, si chiude la linea.
 
- Aggiornarsi? Piuttosto, speriamo si dimentichi di portarmi quell'orrendo maglione grigio!
 
In fondo mi vogliono tutti bene ma adesso metto i problemi da parte e terminerò questa vacanza fantasticando ancora, è il bello della fantasia, immaginare qualcosa che, perché no, diventi realtà.
 
Oggi, Santo Stefano, Cinquecento, ti parlerò di una persona, Alessandro, per gli amici e la gente di tutti i giorni Alex.
 
Alex è un giovane un po' meno giovane di un giovane, è ostinato, tenace e testardamente "inarrendevole", ha da sempre praticato sport, indietro nel tempo è stato un campione di una disciplina non per cuori teneri, nella quale muscoli e mente sono tutt'uno con un mezzo meccanico fedele compagno di gara, ogni competizione  una lotta contro il tempo e le leggi della fisica, adesso lotta ancora, stavolta anche con la vita tutti i giorni, fa sport per donare sorrisi e speranze e, se gli chiedessi "Perché lo fai?", la sua risposta sarebbe sicuramente "Per dare una chance".
 
Sono convinto che non insegua la gloria, l'ambizione personale di battere record, oppure assaporare ancora la gioia del podio, lui lavora e si allena duramente per arrivare ai prossimi appuntamenti sui campi di gara e vincere per dare una chance a chi come lui è stato sfortunato e non ha avuto la possibilità di prendersi una rivincita sul destino. Alex sa che può farcela, deve farcela, non ha molto tempo, la carriera di un atleta è relativamente breve, in pochi anni darà una chance a tutti per tutta la vita, è questo quello che vuole e che lo spinge a essere ancora vitale. Non lo conosco ma sono sicuro che lui la pensi così, ha vinto grazie a se stesso.
 
"E' importante lavorare assaporando il gusto di ciò che fai. Il sacrificio passa inosservato se fai le cose con slancio ed entusiasmo"  Alex Zanardi.
 
Quando lo starter dà il via non importa in che posizione arriverà al traguardo, nella mente la gloria e i ricordi del passato lasciano il posto alla sua missione, ora è un'altra persona, rimanendo comunque la stessa di sempre e, in quel momento, in tutto il mondo tanta gente, vedendo le sue imprese, dal più giovane al più anziano, mollerà idealmente la sedia a rotelle e, dalle corsie degli ospedali o dovunque ci sia chi soffre, tutti lo spingeranno come il vento al traguardo. Una chance li aspetta, non importa in che posizione arriverà, tutti hanno già vinto: essere considerati esseri umani.
 
Ieri sera ho visto un film, non ricordo il titolo, parlava di sport, un protagonista, dopo un incidente d'auto, perde l'uso delle gambe, in una scena nella stanza d'ospedale, di fronte ai compagni di squadra che lo guardano avviliti perché mancherà nell'ultima partita decisiva di campionato, lo sfortunato atleta dice loro: "Sarò un invalido ma non sono ancora morto". Nessuno muore prima di essersi giocata l'ultima chance, questo Alex lo sa.
 
Siamo arrivati al termine del nostro tour, la vacanza di Natale ormai è passata ma continuerò a viaggiare con la fantasia, ho avuto splendidi compagni di avventura e Alex mi ha lasciato con un sorriso, una stretta di mano e una battuta spiritosa, anch'io rincorrerò un sogno per una chance e il tempo volerà, sicuramente sarà ancora una bella vacanza.
 
Dedicato ai tanti Mario e ad Alex Zanardi
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Babbo Natale e la sua provenienza

13 Dicembre 2019 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Babbo Natale non conosceva la sua nazionalità. Una sera decise di scoprirla e chiese aiuto alla moglie e agli assistenti di Santa Claus Town.

La Signora Natale ipotizzava che il marito fosse della Groenlandia, abbandonato dalla balene su una banchisa del Polo Nord, mentre Joll, lo gnomo, affermava che il suo principale potesse essere di origine indiana, magari figlio di un qualche santone, oppure originario della Svizzera, per via che amava anche fin troppo la cioccolata e per l’immancabile puntualità (ad esempio con le consegne dei regali) di un orologio svizzero.
Babbo Natale non accettava nessuna di quelle ipotesi, e non appariva nemmeno tanto convinto di ciò che supponeva lui stesso, quindi, stanco di scervellarsi, si affidò ad un kit speciale, costruito appositamente da alcuni elfi scienziati, per stabilire finalmente le sue origini. Per i risultati passarono una quindicina di giorni non prima di un piccolo prelievo del sangue.
Giub, il folletto responsabile del laboratorio, gli lesse le pochissime parole del rapporto finale.
– Dice che sei grasso e felice – disse Giub – Possiamo tornare alla fabbricazione dei giocattoli? –
Babbo Natale sorrise, sospettava da sempre, e ora era convinto, di essere almeno un mezzo samoano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il mio Natale

13 Dicembre 2019 , Scritto da Lorena Giardino Con tag #lorena giardino, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Il mio Natale quest'anno è sfogliare con nostalgia un vecchio album di foto di famiglia. Immagini di noi, di tutti noi, in quell'abbraccio caldo e avvolgente che questi giorni di festa hanno sempre portato nei nostri cuori. Il mio Natale, quest'anno, sono gli occhi lucidi di mio padre, che vive la solitudine dei nuovi giorni lontano da lei: lei che ora si sveglia dai suoi sogni inquieti in un luogo diverso, lei che forse neanche lo sa il vuoto che si lascia dietro… lei che quando ci vede ora sorride confusa. Il mio Natale… il nostro Natale sono quei pensieri, quelle parole, che ognuno di noi sente riecheggiare dentro di sé, nei momenti in cui quel posto a tavola mancante sembra una porta aperta verso il ricordo di un altro tempo, un tempo di spensieratezza e di magia, un tempo che più non torna e il cui ricordo tinge le ore e i giorni con i colori della malinconia. Ed è guardare i volti dei miei bambini accesi di entusiasmo, mentre tutti insieme prepariamo l'albero, e, mentre li guardi, pensare a quando, bambina, osservavi estasiata tua madre e tuo padre compiere quegli stessi gesti che ora sono i tuoi. Il mio Natale quindi, quest'anno ha, sì, un sapore diverso. Ma tengo stretta al cuore questa malinconia… perché in fondo essa è figlia delle felicità vissute, e che per sempre ci resteranno dentro, colmando gli spazi vuoti e ricordandoci di vivere con pienezza ogni momento.

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