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Concorso "Fai viaggiare la tua storia"

28 Dicembre 2018 , Scritto da Riccardo Barbagallo Con tag #concorsi

 

 

 

 

Dopo il successo delle prime due edizioni, torna il Premio promosso da Autogrill e Libromania dedicato al talento e alla passione per la scrittura: Fai viaggiare la tua storia

Autogrill, società leader nella ristorazione per chi viaggia, e Libromania, società nata dalla partnership tra DeA Planeta Libri e Newton Compton Editori attiva nell’editoria digitale e nella promozione editoriale, proseguono la loro collaborazione nel mercato librario e con Fai viaggiare la tua storia confermano il loro impegno nella ricerca della qualità e del talento. Il Premio ha l’obiettivo di ricercare storie che siano in grado di emozionare, di raccontare la realtà e di soddisfare la curiosità e gli interessi dei lettori. 

Fai viaggiare la tua storia si rivolge ai tanti aspiranti autori di narrativa, che hanno un romanzo inedito nel cassetto e sono alla ricerca di una vera opportunità per farsi notare da un editore e arrivare a un vasto pubblico di lettori. 

Per partecipare all’iniziativa occorre registrarsi su http://autogrill.libromania.net e candidare la propria opera tra il 7 dicembre 2018 e il 31 marzo 2019. Il manoscritto dovrà avere un numero di caratteri compresi tra 240.000 e i 600.000. La selezione sarà curata da Libromania insieme a una giuria di esperti, composta da scrittori, editor e editori delle case editrici (tra cui Raffaello Avanzini – Newton Compton Editori – e Daniel Cladera – DeA Planeta Libri), che selezioneranno le opere finaliste, decideranno quale premiare con la pubblicazione in edizione cartacea e individueranno i dieci titoli da pubblicare in digitale. Quest’anno faranno parte della giuria anche Gabriele Colleoni (Vicedirettore del Giornale di Brescia) e i vincitori della prima e della seconda edizione del Premio, Irma Cantoni e Alessandro Marchi. 

I finalisti e il vincitore di Fai viaggiare la tua storia saranno comunicati a maggio 2019 in un evento dedicato. L’opera vincitrice sarà pubblicata entro luglio 2019 e sarà disponibile in anteprima nei punti vendita Autogrill e poi nelle librerie. Tutte le opere finaliste saranno pubblicate in eBook entro l’estate 2019. 

Tu non ci credere mai di Alessandro Marchi è stato il romanzo vincitore della seconda edizione del Premio, un intenso romanzo in cui le memorie familiari si intrecciano con la Storia. Oltre a Tu non ci credere mai, edito anche in una seconda edizione in abbinamento al Giornale di Brescia, le 10 opere finaliste sono state pubblicate in eBook. La prima edizione era stata vinta da Il bosco di Mila di Irma Cantoni, un thriller originale e sorprendente ambientato nella provincia di Brescia. 

L’iniziativa, con le sue prime due edizioni, ha coinvolto circa 1.600 aspiranti autori e ha visto la pubblicazione di un totale di 28 libri in digitale, tutti con servizio di print on demand

«È motivo di orgoglio per Libromania proseguire questa collaborazione con un partner prestigioso come Autogrill. Anche attraverso questa sinergia, come dimostrato dalle scorse edizioni e dai risultati raggiunti, possiamo continuare a impegnarci nello scouting letterario e raggiungere così un bacino di autori esordienti e potenziali lettori sempre più ampio. Auspichiamo che il numero dei partecipanti continui ad aumentare e sempre più potenziali autori possano credere in questa iniziativa per realizzare il loro sogno e farsi conoscere al grande pubblico, come accaduto negli ultimi due anni a Irma Cantoni e Alessandro Marchi» dice Stefano Bordigoni, Amministrato Delegato Libromania. 
  
Il regolamento completo è disponibile sul sito http://autogrill.libromania.net
Per informazioni sul concorso, scrivere a libromania@libromania.net 



 

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Radio Blog: Cristiano Pedrini

27 Dicembre 2018 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #cristiano pedrini

 

 

 
Salutiamo e accogliamo nel nostro salotto virtuale Cristiano Pedrini Autore che questo pomeriggio si presenterà a Radio Blog e ci parlerà del suo nuovo libro Il piano inferiore.
"Può un pesciolino domare uno squalo?", ascoltate questo audio e lo saprete!
E se dopo avrete la curiosità di leggere questa storia, cliccate qui : https://amzn.to/2EL6fo7
 
Buon ascolto
 
A cura di Chiara Pugliese
Musica: Incompetch
Per contattarci: radioblog2017@gmail.com
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Accessori in esclusiva per un brand

27 Dicembre 2018 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #daniela lombardi, #cinzia diddi, #moda

 

 

 

 

 

L'arte di disegnare e creare abiti, che per la designer Cinzia Diddi è diventata passione, lavoro e divertimento, si completa con quella di Emiliana e le sue creazioni .

I Bijoux di Emiliana e Enrico Morgante sono veri e propri gioielli, studiati in esclusiva per la nostra casa di moda e in tiratura limitata. By.Me è il marchio della sua linea di "Preziosi".

Bijoux di Design, gioielli e accessori davvero unici, frutto di una costante ricerca e di un approccio giovane e mai scontato: materiali insoliti, componenti ecologiche ed ecosostenibili, bijoux creativi e ricercati, nati dall'assunto per cui creatività, progettazione e fantasia hanno un ruolo sempre più importante rispetto al valore economico dei materiali utilizzati.

 Un po' quello che serve oggi, un modo per far sentire la donna preziosa senza necessariamente dover spendere cifre folli. (Cinzia Diddi)                                                                                                                                                                                                                            

 

Come nasce il brand By.Me?

 

Il brand nasce come una fusione perfetta tra genio e manualità, l'estro e le capacita realizzative di due cugini che hanno fatto del motto 'l'unione fa la forza' il loro punto di saldo...

 

A chi vi ispirate?

 

Le nostre idee vengono dalla città, da un'idea improvvisa fissata subito su carta con appunti, schizzi, idee di materiali... appunti e disegni che vengono poi elaborati e destinati a un oggetto adatto a una donna ricercata, non banale, originale ma sempre di tendenza.

 

Come create i vostri bijoux?

 

Come dicevamo prima, la creazione viene dopo una fase di studio, di scelta del materiale, di 'trovate' tecniche originali... poi la fase manuale forse è la più divertente, anche perché ci permette di passare tempo insieme dove spesso nascono nuove idee...

 

Il mondo della moda e dello spettacolo ha apprezzato le vostre creazioni?

 

Abbiamo iniziato questa avventura con qualche nome noto dello spettacolo... è stata un sfida... noi siamo un piccolo brand e farsi strada nella concorrenza è impresa ardua... per fortuna apprezzano il nostro lavoro, ci definiscono originali e ci piace pensare che un accessorio By.Me venga indossato in TV

 

Come è nato l’incontro con la griffe Tentazioni by Cinzia Diddi?

 

Galeotta fu un'estate in Sardegna potremmo dire, e anche questa è stata una bella sfida... troviamo che la fusione tra menti creative sia davvero una bella cosa, moda e accessori vanno di pari passo e noi ci siamo incontrati, dando il via ad una collaborazione davvero stimolante...

 

 

Cosa significa creare bijoux in esclusiva per una casa di moda?

 

È un impegno maggiore rispetto a quello che siamo abituati  a fare noi solitamente... significa studiare dei materiali migliori rispetto a quelli  solitamente usati... una ricerca maggiore di dettagli che, anche se con semplicità, renderanno il bijoux pensato per loro ancora più affascinante... vuol dire cercare di essere riconoscibili come marchio By.Me su un outfit di un altro brand in questo caso "Tentazioni by Cinzia Diddi"

 

 

Oltre ai bijoux nelle vostre creazioni è prevista qualche new entry?

 

Stiamo approcciando il discorso accessorio borsa, pochette, elementi che non possono mancare nel guardaroba della donna By.Me... è decisamente impegnativo ma se l'unione fa la forza siamo sicuri di poter tirare fuori delle belle creazioni anche in questo ambito.

 

                                                                                                                                                                                                                              

 

 

 

 

 

 

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Coniunctio Oppositorum nel concerto per pianoforte e orchestra “L’imperatore”

26 Dicembre 2018 , Scritto da Guido Mina Di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #saggi, #musica

 

 

 

Di Guido Mina Di Sospiro, originalmente pubblicato su New English Review sotto il titolo di Coniunctio Oppositorum in Beethoven's Emperor Concerto; tradotto da Patrizia Poli.

 

[Dal 1833 al 1838 il compositore francese Hector Berlioz scrisse un insieme di saggi che complessivamente venne conosciuto come Étude critique des symphonies de Beethoven, diventando così il più grande sostenitore di Beethoven in Francia. Mentre le intuizioni musicologiche sono degne di nota, lo stile è così carico e appassionato che, per la nostra sensibilità contemporanea, appare eccessivo. Essendo io ugualmente entusiasta del concerto l’Imperatore di Beethoven, ho pensato di scrivere un pezzo nello stile di Berlioz. Sebbene un approccio del genere possa puzzare di postmodernismo, la mia passione è sincera. Preparatevi pertanto a leggere qualcosa che scaturisce direttamente dall’epoca romantica.]

 

I musicologi sostengono che, nella storia della musica classica, la sinfonia e la sonata sono le più ambiziose forme di composizione. In effetti, il concerto per uno o più strumenti e orchestra è inevitabilmente più teatrale, promuovendo spesso, piuttosto che la musica in sé, un vacuo virtuosismo. Ma il concerto l’Imperatore di Beethoven per piano e orchestra eleva la generalmente ovvia contrapposizione tra solista e orchestra a una compiuta integrazione di animus e anima, sole e luna, i due elementi opposti dell’universo, in un trionfalmente riuscito esempio di coniunctio oppositorum (da non confondersi con il non-dualismo di filosofi pedanti).

Quanto segue dovrebbe incoraggiare i lettori a tornare alla fonte, cioè, al concerto stesso, che sia la prima volta che lo ascoltano o l’ennesima.

Il Concerto per pianoforte n° 5 in mi bemolle maggiore opera 73 l’Imperatore è il prototipo della perfezione concertistica. L’orchestra è la donna; il piano, l’uomo; la loro musica insieme, fare l’amore.

D’altra parte, che cosa significa “concerto”? Dal fiorentino antico, accordo, armonia, probabilmente dal tardo Latino concertus, participio passato di con-cernere, mescolarsi. I successivi tentativi di compositori meno dotati non reggono il confronto; alcuni sono di fatto risibili, specialmente il primo di Tchaikovsky, avventuroso ma istrionico e vuoto. Lo strumento solista che lotta contro l’orchestra; l’orchestra che cerca di sommergere il solista in caotici fortissimi. Maschio e femmina, in lite l’un con l’altro, che si azzuffano in pubblico!

Per ritornare all’Imperatore:

 

I. Allegro

Il primo movimento è ciò che gli smidollati uomini a venire – modernisti, esistenzialisti – non avrebbero mai potuto concepire, men che meno comporre. L’orchestra introduce il pianoforte improvvisamente: un sonoro, fortissimo tutti, solo pochi secondi e poi – à toi, mon amour, lei, l’orchestra, sembra sottointendere. E il piano la compiace con fantastici arpeggi e scale, riversandosi scintillante in un abbagliante, cadenzato, sfoggio di virtuosismo, ma non fine a se stesso. Lui, il piano, sta facendo tutto ciò per la sua amata, l’orchestra. Nella speranza di fare una buona impressione, non c’è niente di meglio che l’esuberanza. I fortissimi accentuanti dell’orchestra sembrano confermare che tale esuberanza è gradita. Poi, finiscono i fuochi d’artificio e i due si mettono all’opera.

Innegabilmente colpita dal suo corteggiamento, e dal grado di preparazione che ha evidentemente  comportato, lei accetta le sue ouvertures. Il tema è introdotto. E poi, che cos’è? È amore allo stato puro.

L’orchestra stessa gli mostra che non intende ricevere passivamente le sue attenzioni. La sua ispirazione e la sua abilità sono pari alle sue. Ed è ugualmente agile, cosa straordinaria, visto che conta cinquanta o più strumenti. Così è lei che prende il comando, e il piano si zittisce, rispettoso e ammirato mentre, senza che nessuno l’ascolti, piange sommessamente.

È tempo di essere di nuovo uniti. Lui ascende alle altezze di lei con una scala vertiginosa, che si livella con un trillo prolungato. Il piano vorrebbe poter sostenere le note come un organo, ma appena una nota è formata, comincia a svanire. Il trillo è il suo espediente per sostenere le note indefinitamente. D’altronde nessuno meglio di lui sa come cesellare simmetricamente melodie celestiali dagli accordi trancianti dei suoi martelletti. Percussivo o meno, tutto ciò che sa fare è cantare.   

Poi il tema è suonato di nuovo, questa volta più gentilmente. Ma presto la passione monta ancora e riconquista i due. È un altro fortissimo, poi un piano, mentre il tempo continua a mutare – niente sembra in grado di fermare le loro emozioni e i loro virtuosismi. Suonano con abbandono, e tuttavia si trattengono, attenti a non oltrepassare i rispettivi confini, fin troppo consapevoli che, se ciò accadesse, ne risulterebbero rumore e tormento invece che musica e amore.

È una sfida, ma entrambi gli sfidanti rispettano le regole autoimposte. E le ampie modulazioni enarmoniche; lo schema tonale così rispettosamente rivoluzionario (tenendo il genio dentro la bottiglia, piegando ed estendendo le regole, ma in ultimo rispettandole, Beethoven risulta più potente che il suo contemporaneo Schubert, il quale, invece, avendo lasciato uscire il genio dalla bottiglia, modulava liberamente verso tonalità distanti); gli accordi martellati dagli strati più profondi della psiche del piano, pronti a balzare avanti, sconfinando in vero e proprio romanticismo. 

Ma qui il piano inverte la marcia impetuosa, e regredisce, sorprendentemente, al contrappunto. Non è ancora tempo di balzare avanti. L’orchestra ritorna perentoriamente o alla dominante o alla tonica, nel tentativo di non superare il limite, in modo che non si verifichi una rottura, ma un’estasi. Il piano entra ed esce di scena con scale cromatiche, mentre l’orchestra approva e continua a suonare. Persino la cadenza diventa ridondante - l’intero movimento è intriso di  virtuosismo, è virtuosismo. Per il bene dell’amore, questo e altro!

L’Allegro termina all’unisono, forte, fortissimo e poi piano, oscillando ampiamente in dinamica ed emozioni. “Ti ho mostrato tutti i miei fuochi d’artificio,” annuncia il piano, “non potremmo adesso fare l’amore carezzevolmente?”

L’orchestra dà il suo consenso con tre accordi conclusivi.

È tempo di riposare.

 

II. Adagio un poco mosso

 

Le parole più forti di un amante sono quelle sussurrate nell’orecchio dell’amata. È L’orchestra, i suoi archi – dovrei dire le sue mani? – che inizia a carezzare. Partecipano anche alcuni strumenti a fiato. Una breve sospensione... e il piano deve intervenire.

Dapprima esitantemente melodico, e tuttavia con la perfetta volizione di un dio, canta la sua melodia in modo celeste, che contrasto con il suo precedente esibizionismo! Non si tratta che di poche scale discendenti.

E noi,

       che pensiamo alla grazia come a qualcosa che

                                                                                       ascende

                                                                                                          rimaniamone, ora, sconcertati

                                                                                                                                                      sentendola

                                                                                                                                                                                     discendere

                             

Ma lui non può resistere alla tentazione di alcuni trilli.

“Molto bene, dunque,” dichiara l’orchestra, “ma non eccedere!”

Presto lui riprende la melodia, e lei lo accompagna con signorile delicatezza. Poi è lui ad accompagnare, e lei a cantare, il suo flauto sopra gli archi. Questi sono i modi degli amanti. Adagio, ma, un poco mosso…

Il piano annuncia un cambio di direzione, timidamente, due volte...

Poi,

 

III. Rondò: Allegro ma non troppo

 

È un’improvvisa esplosione!

I due intonano uno sfolgorantemente volteggiante rondò, che reitera le stesse emozioni ma in toni più vividi e in tempo più serrato. Uomo e donna pienamente inebriati dal loro valzer rapido e sincopato, sebbene mai fuori controllo, mai lasciandosi andare a un caos orgiastico. Al contrario, il loro abbandono è conscio e inconscio allo stesso tempo. Volteggiando, ruotando, piroettando, disegnando cerchi, orbitando – non è ciò che fanno i pianeti nella loro annuale ricerca di amore empireo?

Dalla velocità e dall’altezza inebriante dell’Allegro, il piano rallenta la sua corsa, e ingaggia un duo con, fra tutti gli strumenti, i timpani! È la naturale conclusione di così tanto dare e ricevere.

I due si baciano per l’ultima volta, nel modo in cui si baciano gli amanti dopo che la loro passione si è placata. È un momento di tale enormità sia musicale sia spirituale, Dio ne è partecipe. Se la storia dell’umanità terminasse su quelle note finali, non sarebbe del tutto inaccettabile.

Sfortunatamente, Beethoven concluse il concerto con un bang, una ricapitolazione finale. Uno stridente fortissimo sia di piano sia di orchestra segue quel momento di sublime divinità. Convenzioni del tempo. È quasi come se due amanti, dopo aver fatto l’amore, si chiedessero l’un l’altro: “Ti è piaciuto?” e urlassero le loro risposte ai quattro venti.

 
***
 
 
From 1833 to 1838 French composer Hector Berlioz wrote what cumulatively became known as A Critical Study of Beethoven's Nine Symphonies, thus becoming Beethoven's greatest champion in France. While the musicological insights are noteworthy, the style is so florid and passionate that, to our contemporary sensibilities, it comes off as over the top. As I am equally enthusiastic about Beethoven's Emperor concert, I thought I would write a piece about it in the style of Berlioz. Though such an approach may reek of post-modernism, my passion is sincere. Just prepare yourself to read something straight out of the Romantic Age.
 
Musicologists maintain that, in the history of classical music, the symphony and the sonata are the more ambitious form of composition. In effect, the concerto for one or more instruments and orchestra is inevitably more theatrical, often promoting, rather than music per se, vacuous virtuosity. But Beethoven’s “Emperor” concerto for piano and orchestra elevates the generally facile juxtaposition between soloist and orchestra to an accomplished integration of Animus and Anima, sun and moon, the two opposing elements of the universe in a triumphantly réussi instance of coniunctio oppositorum.
The following should encourage readers to go back to the source, i.e., the concerto itself, whether it be the first time they listen to it, or the umpteenth.
 
Beethoven’s Klavierkonzert No. 5 [Piano Concerto No. 5 in E flat major Op. 73 (“Emperor”)] is the prototype of concerting perfection. The orchestra being the woman; the piano, the man; their music together, lovemaking.
 
What does concert mean anyway? From Italian concerto, from Old Italian, agreement, harmony, possibly from Late Latin concertus, past participle of con-cernere, to mingle together. Later attempts of less gifted composers pale in comparison; some are actually laughable, especially Tchaikovsky’s first, swashbuckling but histrionic and hollow. The solo instrument struggling against the orchestra; the orchestra trying to drown the soloist in jumbled fortissimi.Male and female at odds with one another, brawling in public!
 
To return to the Emperor.
 
 
I. Allegro
 
The first movement is what enfeebled men to come—modernists, existentialists—could never have conceived of, let alone composed. The orchestra introduces the piano abruptly: a loud, fortissimo tutti, just a few seconds and then—à toi, mon amour, she, the orchestra, seems to imply. And the piano obliges her with fantastic arpeggi and scale-figures, cascading scintillatingly in a dazzling, cadenza-like display of virtuosity, but not end in itself. He, the piano, is doing this for his lover, the orchestra. Hoping to impress her, there is nothing like flamboyance to do so. Her punctuating fortissimi seem to confirm that he is pleasing her. Then, the fireworks are over and the two settle down to business.
 
Undeniably impressed by his courtship and by the degree of preparation that’s clearly gone into it, she accepts his overtures. The theme is introduced. And then, what is it? It is unadulterated love.
 
The orchestra herself shows him that she doesn’t intend to be a passive receiver of his attentions. Her inspiration and her prowess are equal to his. And even as nimble, which is amazing, for she numbers fifty instruments or more. So she takes the lead, and the piano keeps quiet, respectfully and admiringly while, unheard by anyone, he gently weeps.
 
It is time to be united again. He ascends to her heights by ways of a vertiginous scale, which levels off with a sustained trill. He wishes he could sustain notes like an organ, but as soon as a note is struck, it starts waning. A trill is his expedient to sustain his notes indefinitely. But then no one better than he knows how to chisel symmetrically heavenly melodies out of the chopping chords of his hammers. Percussive or not, all he can do is sing.
 
Then the theme is played again, more gently this time. But before long, passion builds up again, and re-conquers the two. It’s another fortissimo, then a piano, while the tempo keeps changing—nothing will stop their emotions and dexterity. They play with abandonment, and yet restraint, careful not to overstep their respective bounds, knowing only too well that if that should happen, noise and pain would result, rather than music and love.
 
It is a challenge, but both challengers respect the self-imposed rules. And the wide-ranging enharmonic modulations; the key-scheme so respectfully revolutionary (by keeping the genie inside the bottle, by bending and stretching the rules but ultimately respecting them, Beethoven was more powerful than his contemporary Schubert, who instead did let the genie out of the bottle, and would modulate freely to distant tonalities); the chords hammered out from the deepest layers of the piano’s psyche, ready to leap forward, into full-blown romanticism.
 
But here the piano reverts his impetuous march, and recedes, astonishingly, to counterpoint. It is not time to leap yet. The orchestra returns peremptorily to either the dominant or tonic, in a bid not take it all too far, lest breakage should ensue, not rapture. The piano enters and departs the scene with chromatic scales, while the orchestra approves and plays on. Even the cadenza becomes redundant—the whole movement is awash in virtuosity, it is virtuosity. For the sake of love, this and more!
 
The Allegro ends in unison, forte, fortissimo, and then piano, oscillating widely in dynamics and emotions. “I’ve shown you all my pyrotechnics,” the piano announces, “could we now make love caressingly?”
 
The orchestra gives consent with three conclusive chords.
 
It’s time to repose.
 
 
II. Adagio un poco mosso
 
A lover’s strongest words are the ones whispered in his lover’s ears. It is the orchestra, her strings—should I say her hands?—who begin the caressing. A few reeds participate too. A brief suspension . . . and the piano must intervene.
 
Hesitantly melodic at first, and yet with the perfect deliberation of a god, he sings his tune in a celeste-like manner, what a contrast with his former flamboyant self! It’s but a few descending scales.
 
And we, who think of grace as rising, let
 

us

            be

               disconcerted

              hearing it . . .

                       descend.

          

But he can’t resist the temptation of a few t(h)rills.

 
“Very well then,” declares the orchestra, “but do not exceed!”
 
Soon he resumes the melody, and she accompanies him with ladylike delicacy. Then it is he who accompanies, and she who sings, her flutes above her strings. Those are the ways of lovers. Adagio, but, un poco mosso . . .
 
The piano announces a change in direction, timidly, twice . . .
 
Then,
 
 
III. Rondò: Allegro ma non troppo
 
it’s a sudden explosion!
 
He and she intone an effulgently gyrating rondò, which reiterates the same emotion but in more vivid tones and faster tempo. Man and woman fully intoxicated by their syncopated, fast waltz, but never quite out of control, never trespassing into orgiastic chaos. On the contrary, their abandonment is conscious and unconscious at once. Gyrating, rotating, spinning, circling, orbiting—isn’t that what planets do in their annular pursuits of empyrean love?
 
From the dizzying speed and height of the Allegro, the piano slows down his race, and engages in a duo with the timpani, of all instruments! It’s the natural conclusion to so much giving and taking.
 
The two kiss for the last time, the way lovers kiss after their passion is placated. It is a moment of such musical as well as spiritual enormity, God partakes of it. If the history of mankind ended on those final notes, it wouldn’t be entirely unacceptable.
 
Lamentably, Beethoven finished the concerto with a bang, a final run-up. A clashing fortissimo of both piano and orchestra follows that moment of sublime divinity. Conventions of the time. It’s almost as if two lovers, after having made love, asked each other, “Did you like it?” and shouted their answer for the world to hear.

 

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Natale

25 Dicembre 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto, #unasettimanamagica

                                                            

 

 

 

Alla fine è arrivato il giorno tanto atteso dal mondo intero. Il giorno dove lo spirito della festa prende corpo attraverso una esternazione ossessiva di luci, di odori di cucina, di dolci, di zenzero e cannella. La strade dovrebbero essere piene di neve per rendere suggestiva l’atmosfera, però difficilmente capita, almeno alle nostre latitudini. Non è certo il clima, però, quello che conta, quanto la festa. Nel profondo nord si dice abiti colui che è l’emblema unico, quello che oggi verrebbe chiamato il testimonial, visto che si vive solo di pubblicità. Lui si dedica ogni volta, ormai da troppi anni, alla gioia dei piccoli portando in giro per il globo la sua slitta magica che vola, trainata da renne ancora più magiche. È arrivato il giorno, dove tutti aspettano l’uomo in rosso e dalla barba bianca. I bambini preparano l’albero sotto il quale sperano di trovare realizzati i loro desideri, gli adulti cercano di adeguarsi allo spirito di festa che aleggia come una nebbia dolciastra per le strade e contamina l’animo degli uomini. Sono pochi quelli che cercano, con grandi sforzi, di tener duro per tutto il periodo, di resistere a questa smania di festa a ogni costo. Loro conoscono i sacrifici fatti per undici mesi l’anno e vederli sperperati in una settimana non rientra nei loro desideri. Altri, invece, si arrendono al fiume di euforia godereccia, di tradizioni che vengono rispolverate ogni anno,  in nome di antiche credenze che impongono riti e costumi sempre uguali.

La cerimonia della partenza dal sito lontano e innevato è pronta, l’uomo in rosso, rubicondo e ridanciano si appresta a partire:

"Andiamo amiche mie, è tempo di partire, la slitta è pronta ed è bella carica, quest’anno partiremo in anticipo per accontentare quanti più bambini possibile. Ne hanno un disperato bisogno, devono poter ancora credere in noi, prigionieri come sono di diavolerie moderne che fanno perdere di vista lo spirito del Natale che dovrebbe essere nei loro cuori. Li ho visti, durante  tutto l’anno, soli, immusoniti e, persi dietro un piccolo quadrante luminoso a bruciarsi gli occhi guardando delle cose insulse e diseducative. Non hanno fatto dei disegni, non hanno scritto le letterine, sapete, ne sono arrivate meno della metà di quante ne arrivavano fino a pochi anni fa. Se continua così, saremo destinati a scomparire nel nulla, senza quello spirito e  la convinzione della nostra esistenza nei loro cuori, noi non abbiamo ragione di esistere. Saremo solo un ricordo di quello che siamo stati e, forse, nessuno nel tempo si ricorderà più di come era il Natale e di cosa significava. Allora andiamo, forza ragazze mettiamoci in viaggio, diamoci da fare, potrebbe essere l’ultima volta  per noi."

Vola l’uomo in rosso senza età, vola sopra i tetti e i camini fumanti, lascia durante il cammino doni e scie luminose di bontà, d’amore e comprensione. Domani, purtroppo, sarà un giorno normale, uno dei tanti che si dovranno affrontare e la magia di questa notte sarà passata, come una nuvola rosa di un  tramonto, che svanisce nel buio

 

 

 

 

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Radio Blog: Magic Blue Ray

24 Dicembre 2018 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #dario amadei, #elena sbaraglia

 

 

Condividendo la passione per la lettura si fanno delle conoscenze belle e inaspettate, come mi è accaduto incontrando Dario Amadei ed Elena Sbaraglia, animatori dell'iniziativa culturale Magic Blue Ray.
Si tratta di un'associazione che si occupa dei grandi e dei piccoli lettori, aiutando a metterli in contatto tra di loro, a condividere le loro storie e i libri della loro vita con grande fantasia e apertura mentale.
Questo e molto altro è Magic Blue Ray, che vi invitiamo a conoscere meglio sia attraverso la loro pagina Facebook che il loro sito internet.
Oggi Dario ed Elena ci raccontano, con ironia, passione ed entusiasmo, tre libri ai quali sono particolarmente affezionati:

 

- Follie di Brooklin di Paul Auster - Einaudi editore
- Eleanor Oliphant sta benissimo di Gail Honeyman - Garzanti Libri
- Mio amato Frank di Nancy Horan - Einaudi editore

 

Buon ascolto!

 

A cura di Chiara Pugliese

Per saperne di più dell'attività di Dario ed Elena: www.magicblueray.it
Per contattarci : radioblog2017@gmail.com

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Natale e Naquale

24 Dicembre 2018 , Scritto da Luca Lapi Con tag #luca lapi, #le riflessioni di luca, #una settimana magica

 

 

 
 
 
E' Natale.
Naquale è il suo gemello.
E' Naquale che qualifica Natale.
Natale senza Naquale si sentirebbe squalificato, divorato dagli squali.
Natale senza Naquale è come una giornata senz'asole, indispensabili affinché Naquale s'insinui, affettuosamente, nella vita di Natale, qualificandola, rendendola degna di essere vissuta e condivisa.
Natale e Naquale sono nati, entrambi, con la camicia, ma, ripeto, Natale ne indossa una senz'asole e senza Naquale non saprebbe con chi altri attaccare bottone, sbottonarsi a 360 gradi.
Natale e Naquale sono inseparabili.
Sono insuperabili in quanto ad affetto reciproco.
Natale si sentirebbe solo, isolato, asolato, direi, senza Naquale.
Ogni giorno di Natale con Naquale è, invece, come un giorno assolato.
Ogni giorno di Natale con Naquale è di un godimento assoluto, reciproco.
E' per questo motivo che vogliono condividerne la gioia con tutte e con tutti.
Buon Natale, per oggi e per sempre!
 
Luca Lapi 
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Radio Blog: #caseeditrici Graphe.it Edizioni e i regali last minute

23 Dicembre 2018 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #caseeditrici, #unasettimanamagica

 

 

«La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro. Leggerli in ordine è vivere. Sfogliarli a caso è sognare».
 

Questa frase di Arthur Schopenhauer è stata scelta dalla Graphe.it Edizioni come proprio motto.

Guardando ed ascoltando questo video potrete saperne di più di questa casa editrice indipendente e delle sue pubblicazioni e, chissà, magari potrete trovarvi ispirazioni per qualche regalo di Natale dell'ultimo momento!
 

Buon ascolto!

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Radio Blog: Danil, "L'orologio e l'Incantesimo del tempo"

23 Dicembre 2018 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #audioletture, #danil

 

 

Doroty è l'orologio della torre Civica, uno dei simboli di Amatrice, che nella fantasia viene chiamata Pendula dall'autrice. Parliamo della fiaba L'Orologio e l'Incantesimo del Tempo di Daniela Lotti, in arte Danil. E poi ci sono Don Tirchiotto, la bambina folletto, Speranza e tanti altri fantasiosi personaggi, che animano questa delicata fiaba di Danil.
Libro ispirato e dedicato al terremoto di Amatrice, che, due anni fa, ha sconvolto il centro Italia. 
Di questa fiaba è stato poi realizzato l'audiolibro, narrato da Flavio Insinna.
Il ricavato del libro, dell'audiolibro e di tutti gli eventi connessi, sarà devoluto in beneficenza all'Istituto Omnicomprensivo di Amatrice.
A Radio Blog vi regaliamo l'ascolto di un piccolo estratto dell'audiolibro e, se la storia vi piacerà, cliccate su bit.ly/LibroDanil per acquistare il libro e su bit.ly/audiolibroDanil per "ascoltare" tutta la fiaba!

 

A cura di Chiara Pugliese

Per contattarci : radioblog2017@gmail.com

   

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Ritorno a casa

23 Dicembre 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Stavo tornando a casa. Dopo quattro anni di lontananza rivedevo le vette innevate dei monti sulla valle. Il tempo che ho trascorso lontano da casa è servito per tornare. Non mi ero allontanato molto, solo due montagne più avanti, ma sembrava che fossimo chissà dove. Per attraversare due montagne  abbiamo impiegato quattro anni. Quando sono partito c’era la neve, così come c’è adesso, non ne posso più del freddo. Ritorno a casa giusto in tempo per trascorrere il Natale a casa con i miei. Mancano ancora due gironi e ormai sono arrivato. Sto percorrendo antichi sentieri, siamo in pochi a conoscerli, io li ho appresi da mio nonno quando ero piccolo e lui mi portava in giro su per i monti attraverso questi sentieri. Percorsi scavati nella roccia nei secoli, dalla gente del mio paese, con  il salire e scendere dagli alpeggi con gli scarponi pesanti, che rendevano più faticoso il cammino. La neve copre tutto e il mio passo è reso pesante dalla fatica, il piede affonda ed è una tortura tirarlo fuori per poi farlo affondare di nuovo. Ci sono parole che non dovrebbero essere pronunciate, parole che il tempo ha reso prive di significato come quella che ci ripetevano ogni giorno: “vinceremo”. Chi dovevamo battere per vincere e, come dovevamo vincere?!  Semplicemente camminando nella neve e nasconderci nelle buche? Ci sono cose che non possono essere dette. Abbiamo combattuto contro il nemico, abbiamo lottato contro il freddo, contro la fame, tutti noi abbiamo perso qualcosa, qualcuno che era al nostro fianco, un amico, un compagno, una voce che parlava di cose che confortavano il cuore.

Ancora lunga è la strada che conduce alla mia valle, cammino sull’orlo di un crepaccio lungo la dorsale del monte, qui venivo da ragazzo a sfidare il vento. Anche allora camminavamo su un sentiero così piccolo da dover mettere i piedi uno dietro l’altro per camminare, non c’era lo spazio per metterli appaiati. Con o senza la neve era un’abitudine. Sto facendo lo stesso cammino, ma ora non lo riconosco più, qualcosa è cambiato, non ho più l’incoscienza  giovanile, perché adesso ho paura di mettere un piede in fallo, non ho la stessa temerarietà di una volta. Il passo è lento. Il cappotto militare che indosso non agevola i movimenti, vorrei liberarmene, ma il gelo me lo impedisce. Eccola laggiù la valle, le case coperte dalla neve. Ci sono ricordi che non si possono dimenticare, la fisionomia e la forma del proprio paese. La via principale che lo attraversa da un capo all’altro, i pochi vicoli che s’intrecciano lungo la via per rompere la furia del vento. La mia casa si trova all’estremo lato sud, là dove ora vedo un recinto di animali, ma senza bestie al suo interno. Il costone è finito e ora, finalmente, ho ritrovato il sentiero che comincia a scendere per arrivare al piano, la neve diventa più sottile, più leggera, il vento che entra da nord e percorre la valle la spazza via in turbini sempre più fitti. Non sento più i piedi, devono essersi congelati dentro il cartone degli scarponi, ma non importa, la vista di casa rafforza la volontà di arrivare e riabbracciare chi un giorno disse “ti aspetterò, ti amerò per sempre”.  Ci sono promesse che non andrebbero fatte. Quattro anni non sono “per sempre”, ma sono sufficienti a conservare intatte le promesse?

La neve è quasi svanita, c’è solo freddo e il vento che sbatte sulle imposte, sulle tavole sconnesse delle stalle. Mi guardo intorno e non vedo nessun riferimento al Natale che sta per arrivare. Ancora pochi passi e potrò bussare alla porta di casa mia. La strada è deserta, non passa nessuno. Il giorno sta volgendo al termine e nella penombra della sera si accende qualche luce. Candele e lumi a petrolio, sento il puzzo che esce dalle case e che si mescola con il fumo dei camini.  Sento l’odore del fumo ma non porta nessun odore particolare solo fumo di legna e aria fredda.

Ci sono cose che nessuno immagina possano accadere eppure accadono; succede quanto non te lo aspetti. Arrivo alla porta di casa mia, mi fermo per riprendere fiato, fisso la porta di legno di quercia che aveva fatto mio padre, la vedo ma non la  ricordo così corrosa e quasi marcita, un legno vecchio e pieno di schegge. In quattro anni possibile che si sia rovinata in questo modo?  Busso due colpi, poi uno poi due. Il segnale che usavo da giovane,  questo era il mio modo di bussare, mia madre capiva che ero io. Ora non apre nessuno. Riprovo ancora con la bussata particolare, ancora nessuno. Busso normalmente, insisto con rabbia, tempesto la porta con pugni violenti. Finalmente qualcuno apre, appena uno spiraglio, un viso sconosciuto che mi guarda con sospetto da dietro la fessura della porta.

Chi è quell’uomo? Non lo conosco, cerco di avvicinarmi per vederlo meglio in viso, ma lui si ritrae impaurito. Ha visto la mia divisa da militare. Teme qualche azione da parte mia. Cerco di rassicurarlo:

- Scusa, chi sei tu – gli dico con voce calma e tranquilla, non voglio allarmarlo, - cosa ci fai in casa mia!

Lui mi guarda con stupore, ha sentito bene la mia domanda, ma non capisce.

- Questa non è casa tua soldato, ci abito io già da due anni, piuttosto, tu come fai a dire che è casa tua? 

Adesso tocca a me essere stupito. Ha detto che abita qui da due anni, allora i miei parenti che fine hanno fatto? I genitori, la ragazza che aveva promesso fedeltà imperitura, i fratelli, dove sono? Non posso credere che siano tutti morti, chiedo:

-  E' la verità, prima di partire io abitavo qui con i miei genitori e i miei fratelli, sono tornato dopo quattro anni di lontananza, e non trovo più la mia famiglia: dov'è?

Il tizio comincia a capire, fa la faccia cupa, sa qualcosa, ma ha timore a parlare, mi guarda e m’invita ad entrare,

- Vieni dentro, fa freddo qua fuori e, vedo che non sei messo bene.

Entro e il caldo del camino mi avvolge in un abbraccio caloroso, esplode dentro di me tutta la fatica, la stanchezza, la fame accumulata durante il viaggio di ritorno. Crollo su una sedia e già sento nelle ossa un brivido spiacevole, quanto dovrà dirmi il tizio che mi ha aperto la porta, di certo non sarà una buona notizia.

Ci sono storie che non andrebbero mai raccontate. Quella della mia famiglia era una di queste, quando l’uomo che sta al mio fianco comincia a parlare, una strana pace si  impossessa di me. Lui parla, racconta le vicende degli ex abitanti della casa che, adesso, è sua.

Dovrei prestare più attenzione, indignarmi, commiserarmi o anche piangere, invece me ne sto lì impassibile con lo sguardo nel vuoto vicino al fuoco di un camino a lungo desiderato. Il sonno si fa strada e s’impossessa di quanto è rimasto di un giovane corpo partito quattro anni prima per andare due montagne più avanti a difendere altre valli da uomini, un tempo amici, trascurando di occuparsi della propria montagna. Voglio credere che sia stato il vento e, non qualcuno, a spazzare via le speranze dall’animo degli abitanti la casa in fondo al viale, di un paese, nascosto in fondo alla valle. L’uomo non dice più nulla ha visto che mi sono addormentato e mi copre con una coperta. Dormo per un tempo indefinito, senza sogni, senza problemi, un sonno che nasconde la delusione, la rassegnazione di non poter passare il Natale con la famiglia. Quando mi sveglio la prima cosa che sento è un odore di zuppa, la fame repressa esplode in tutta la sua virulenza, mi alzo dalla sedia vicino al camino, sento dopo tanto tempo il calore nelle mie mani rimaste gelide per troppo tempo. L’uomo mi guarda, abbozza un sorriso, al suo fianco una donna avanti con gli anni e al fianco due bambini dalla faccia smunta. Mi fissano come un oggetto misterioso, il mio lungo cappotto militare mi dà un’aria di uomo più grande di quello che sono, ho la barba lunga e gli occhi arrossati, uno spettacolo insolito per un soldato del regio esercito. Cerco di prepararmi e andare via da quella casa che non è più la mia, sono un ospite non desiderato, devo andare, non so dove ma devo uscire da quella casa, prima che perda il calore che ho recuperato e la fame non mi faccia svenire. Sto pensando come fare quando una voce mi raggiunge:

- Come ti chiami soldato?

La voce è del capofamiglia, che, dopo avermi chiesto il nome, mi fa cenno di avvicinarmi alla tavola. La donna si era alzata e sta apparecchiando, mentre penso a come rispondere all’uomo vedo con la coda dell’occhio che sta mettendo cinque coperti, loro sono in quattro, un pensiero mi corre veloce nella testa.

- Mi chiamo Giuseppe, quando abitavo qua, i miei mi chiamavano Pino, se volete potete chiamarmi così anche voi, siete delle brave persone e non è colpa vostra se adesso io non ho più una casa né una famiglia.

Tranquillo Pino, tutti noi abbiamo sofferto questo periodo  oscuro, ora sembra che ne siamo fuori e per questo dobbiamo ringraziare il Signore, domani è Natale, dobbiamo celebrare la nascita, sperando che ci porti un po’ di serenità. Resta con noi, ci fa piacere avere un giovane in casa dopo aver perso mio figlio, aveva più o meno la tua età, è caduto sui monti da dove sei arrivato tu, chissà forse era un tuo compagno d’armi. Resta, ci sembrerà di averlo ancora tra noi. Dovrai accontentarti di quello che abbiamo, siamo poveri ma tiriamo avanti, aspettiamo la fine dell’inverno per riprendere i lavori nei campi, forse potresti darci anche una mano, se ti va di restare in casa tua.

L’uomo parlava e io dovetti sedermi per l’emozione, non pensavo a nulla del genere, ma dovevo immaginarlo, la gente della valle è rustica, parla poco, ma ha un cuore enorme, capace di gesti e parole che rincuorano. Non avevo voce per rispondere, mi limitai a fare un cenno affermativo con la testa.

Mi decisi a togliere il cappotto e, da sotto quella palandrana, uscì fuori il corpo provato di un giovane di ventisei anni, ma che ne dimostrava quaranta. Senza parlare mi avviai verso la cucina, sapevo bene com’era fatta la mia casa, per darmi una  lavata di mani, l’indomani dovevo rimettermi in ordine, non potevo presentarmi al Natale così com’ero combinato adesso.

La cena con i nuovi amici fu breve e molto parca. Una zuppa d’ortica e pane e delle fette di salame uscito chissà da dove. Per il giorno dopo,  Natale, non so cosa avesse  in mente quella famiglia, io da parte mia per contribuire pensai di tornare indietro fino al punto in cui avevo nascosto il fucile in dotazione e con quello cercare di andare a caccia di qualcosa di più sostanzioso. Non dissi niente all’uomo che mi aveva ospitato, che seppi dopo si chiamava Pietro, dissi solo che volevo fare un giro di giorno per vedere il cammino fatto. Presi il fucile e m’incamminai verso la salita che portava al bosco dietro la collina, prima di arrivare alla montagna vera e propria. Ero nato in quella valle e conoscevo tutti i suoi segreti, con la neve poteva capitare anche d’incontrare un cervo o un daino scesi per cercare del cibo dove la neve era più bassa, anche qualche lepre rientrava fra la selvaggina possibile, camminai a lungo cercando le orme di animali, ma non trovai niente, ero arrivato in cima alla collina e mi accinsi a scendere, nel farlo dall’alto vidi più a valle poco distante dal sentiero che dovevo percorrere, un movimento! Cercai di vedere meglio e finalmente li vidi, erano caprioli riuniti intorno a una rientranza del terreno che non era coperto di neve, c’era dell’erba e stavano mangiando tranquilli non si aspettavano pericoli in quella zona e in quel periodo. Scesi con cautela fino a raggiungere un posto molto vicino a loro, erano in tre due giovani femmine e un maschio adulto. Decisi subito per una delle due femmine, l’altra coppia avrebbe potuto procreare. Controllai il fucile, le pallottole, avevo una sola occasione e non potevo fallire. Il colpo risuonò in un’eco senza fine rimbalzando da monte a monte, ma dovetti  spararne un altro, anche se ferita, la femmina stava cercando di nascondersi nel bosco. Quando rientrai a casa di Pietro con l’animale sulle spalle ci  furono scene di gioia specie da parte dei bambini, la moglie aveva le lacrime agli occhi. Pietro mi guardò con uno sguardo scrutatore, ma non trovò traccia di nulla. Mi strinse la mano. Fu il primo Natale dopo quattro anni per tutti noi seduti a quella tavola che mangiammo carne fino a scoppiare. La polenta nel paiolo sul camino borbottava e il viso dei bambini si fece rosso dal caldo e dal cibo. Il primo Natale passato in casa fra gente di cuore e senza il rombo opprimente dei cannoni.

 

 

 

 

 

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