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"La pomme" di Michel Soutter

29 Gennaio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

 

La pomme, in un pomeriggio uggioso come questo, direi che si colloca perfettamente col black/white di un film di Michel Soutter che, francamente, rispetto a La lune avec les dents mi è piaciuto molto meno.

Il discorso del prologo sembra fatto apposta per pronosticare un film terribilmente monologante e dalle sequenze noiose, difatti, i confronti tra i personaggi avvengono a suon di espressioni e frasi da teatrante, che al giorno d'oggi risultano francamente insopportabili.  

Come nel primissimo lungometraggio del già citato regista svizzero, l’ambientazione si svolge a Ginevra: si percepisce quel tedioso tipo di esistenza lenta e arbitraria. Tre i personaggi cardine, tra loro si sviluppa un dramma di amaro triangolo, comprendente Laura, Simon e Marcel.

In qualche modo il regisseur (per dirla in francese o in francese svizzero) trova il pretesto per rappresentare quell’inerzia compiaciuta che si incentra sulla classe media svizzera, per poi virare su una sottile accusa alla professione giornalistica.  La Svizzera rappresenta il rifugio dei rivoluzionari, tanto da mettere in evidenza una poco gradita parentesi (ma forse necessaria, chi lo sa!) chiamata Lenin, dove vengono menzionati i luoghi in cui egli interagiva. Ed è anche collocata in un particolare Terzo Mondo, inteso non come "povero" ma in qualità di Terzo Incomodo, insomma, un paese che sta geograficamente in mezzo, e soprattutto per i cavoli suoi.

A parte l’espressività dei personaggi, che ritengo più che buona, a cominciare dalla bellissima e magnetica Laura, interpretata da Elsbeth Schoch, in verità non c'è stato, per tutto il film, neppure un momento particolarmente avvincente o degno di nota. La narrazione soporifera peggiora ulteriormente le cose.

La “pomme” non mi ha quindi catturato, a momenti stavo quasi saltando degli spezzoni, oppure mi sentivo propenso a velocizzare il run-time con l’apposito tasto (chiamato Speed up), poiché mi stavo rompendo i maroni, ma l'andare avanti è stato solo un modo per capire come sarebbe andata a finire. È probabile che io non abbia capito il vero significato della storia oppure quella sorta di metafora che vi si nasconde dietro.

Il lungometraggio a momenti entrerebbe nella personale cineteca di Guidobaldo Maria Riccardelli (famoso personaggio fantozziano), da mostrare a Ugo Fantozzi e ad altri impiegati della Megaditta, senza l’ausilio dei sottotitoli in tedesco poiché ovviamente sono stati tradotti in italiano. Oddio, pensandoci bene, non sarebbe possibile, poiché non ha i cosiddetti nove tempi come L'uomo di Aran, altro incubo del nostro ragioniere.  

Le uniche cose che salvo sono la regia ed anche la fotografia che, sebbene non regalino grosse sorprese e possano risultare anonime, riescono in qualche modo ad essere professionali, in un film che comunque ha quel taglio decisamente indipendente.

Da segnalare come la narrazione sia schematica, ad esempio non ci sono dei veri e propri protagonisti maschili, proprio come in La lune avec les dents, difatti la telecamera lascia principalmente spazio a Simon per poi passare a Marcel ed infine a entrambi. Una tecnica che apprezzo.

Non ho altro da aggiungere, se non quello di mangiare la cioccolata più fondente possibile (non importa se svizzera o meno) che, come sappiamo, sgancia del sano buon umore, scrollandomi di dosso quel senso di apatia che il film mi ha trasmesso.  

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