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Cena di Natale

24 Dicembre 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

Il presepe di Adriana Pedicini
Il presepe di Adriana Pedicini

La redazione augura a tutti BUON NATALE con il racconto di Adriana Pedicini

Cena di Natale

Il camino ardeva in cucina scoppiettando. I bambini correvano e giocavano a nascondino nelle fredde stanze dell’ampia casa per tenere a freno i gorgoglii dello stomaco, a mala pena riscaldato al mattino con pizzette con le alici e frittelle di cavolfiore. Il digiuno doveva essere rispettato anche dai più piccoli, in compenso la cena di Natale sarebbe stata più gradita e più apprezzata.

Cena di magro, anche quella. Baccalà in bianco, condito con olive, pezzetti di peperoni sottaceto, prezzemolo, aglio e abbondante olio. Una vera e propria prelibatezza il baccalà fritto in abbondante olio bollente, croccante fuori e morbidissimo e gustosissimo dentro. Ancora peperoni imbottiti di mollica di pane, prezzemolo, alici o in alternativa con mollica di pane imbevuta di mosto per chi non adorava le alici. Gli spaghetti col sugo di vongole, pezzi di anguilla al forno o arrostita chiudevano la prima parte della cena.

Le seconde mense era tutto un brulicare sulla tavola di castagne secche e morbide, noci, mandorle, confettini colorati, torroni e torroncini morbidi, duri fino a spaccare i denti, croccante e mandorle pralinate: una vera cuccagna per i piccoli, anche per riempire lo stomaco spesso riluttante verso le pietanze dei grandi.

Stranamente il cielo era di un intenso azzurro che si confondeva col biancore dei monti lontani. Nei prati qualche rada macchia bianca di neve recente. Faceva freddo, ma il sole pungeva gli occhi, insolito segno di primavera.

I piccoli decisero di andare alla chiesa, la piccola chiesa del paese. In fondo il gran presepe. Poggiati alla balaustra due freddolosi pastori nelle ampie giacche di bianchi velli lanosi ansimanti alle cornamuse. Suono dolce che tenne estasiati i bambini per qualche minuto. Poi via a sistemare i pastorelli in bilico su monti di sughero e muschio.

Alla luce rossastra delle candeline, nella capanna di cartone sorrideva il biondo Bambino e all’entrata gli zampognari con le labbra attaccate alle cornamuse mute. Nel cielo blu di carta velina il tremolare delle stelline di latta argentata.

L’ora cominciò a farsi tarda. Una nebbia sottile incominciò ad avvolgere la massa nera degli alberi accanto alla sagoma grigia della chiesa senza lume. Tenebre sempre più nere coprivano le case del paesello e dalle finestre lontane vibravano lumicini come stelle in una notte cupa.

Si intuivano voci dolci, tenui, accorate, di uomini e donne protesi nel mistero.

Toni non arrivava. Nessuno sapeva il motivo di tanto ritardo. Aveva fatto sapere tramite cartolina postale dagli Abruzzi che sarebbe arrivato, neve permettendo, nel primo pomeriggio della vigilia di Natale.

Con la voce tremante di pianto represso la nonna radunò i piccoli intorno a sé e avvio la recitazione di antiche giaculatorie per propiziare l’arrivo del caro figlio.

Il più piccolo dei nipotini, come un convolvolo su vecchio muro coperto di muschio oscuro, affondò il minuscolo viso tra le pieghe disfatte del grembo della vecchia come a cercare il molle tepore di un seno.

Col viso quasi esangue, i capelli bianchi fuori dal fazzolettone che le copriva il capo, la donna si chinò a pronunciare nel soffio lievissimo d’un bacio la parola più dolce: figlio mio! Il piccolo subito si aggrappò con la manina sottile al suo dito, la guardò in volto, vide che non era quello della mamma sua e subito ritrasse la manina, mentre già il caldo umidore delle lacrime aveva bagnato il ricamo di venuzze azzurre sul piccolo pugno.

Gli occhi del piccolo divennero allora per il pianto come lembi di cielo gonfi di pioggia scrosciante e, come un fiordaliso sferzato dal vento si dilegua lieve nell’azzurro del cielo, così il bimbo riparò di corsa dalla mamma.

Sospiri frammezzati a singhiozzi, tristezza sui volti, parole accorate era tutto quello che preludiava a una serata tristissima.

Il capo ricciuto dei bimbi più piccoli già ciondolava dal sonno, inutilmente le mamme tentavano di tenerli desti con il gioco della tombola o con la promessa dell’arrivo a notte fonda del buon vecchietto che in cambio di castagne e fichi secchi avrebbe lasciato qualche dono.

Con quanta ansia tutti a casa avevano atteso la sera e quanto a lungo lo sguardo di Toni aveva errato in cielo per la lunga distanza!

Solo il fremito delle stelle gli aveva tenuto compagnia e il desiderio rimasto nel cuore, dischiusosi ormai alla speranza, di giungere in tempo per celebrare il Natale.

Mancavano solo pochi chilometri e si sarebbe tuffato tra i suoi con la passione di un amante troppo a lungo tenuto lontano dalla donna amata.

Tutto quello che la vita gli aveva dato sotto forma di dolore l’avrebbe seppellito nella nebbia opaca della malinconia e del ricordo. Ormai dal suo cuore zampillava gioia pura come una vena limpida dalla nascosta roccia. E nella sua voce rotta tra i sassi e affogata tra l’erba, vi era il riso della gioia, anche se nel fondo muto dell’animo i lineamenti scomposti del volto dei compagni caduti grondavano il pianto di un sogno ormai morto.

L’ombra cupa del fogliame sembrava tremolare di voci conosciute. Il silenzio pauroso ed infinito del lungo viaggio era diventato dolce poesia, ora che la sua casa appariva piccina in lontananza, nel cielo ovattato di nebbia, al tremulo canto di rari uccelli notturni.

Man mano, passo dopo passo, divenne sempre più grande la casa allo sguardo e sempre più gonfio il cuore di gioia.

Non gli mancò la voglia di scherzare.

Finalmente arrivato a destinazione, girava carponi intorno alla casa; lo seguiva pian piano stupito dalla finestra, sollevandosi sulla punta dei piedi sul gradino di legno, il viso di un bimbetto il quale corse ad avvisare che era arrivato il vecchietto dei doni.

Tutti accorsero al portone: urla, grida di gioia, lacrime, abbracci. Toni era finalmente arrivato. Il vecchietto sarebbe arrivato più tardi con i doni.

Intanto ebbe inizio la cena.

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L'ultimo Natale di Loris (tratto da un romanzo ancora inedito)

23 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #unasettimanamagica, #luoghi da conoscere

L'ultimo Natale di Loris (tratto da un romanzo ancora inedito)

Un piccolo brano tratto da un mio romanzo ancora inedito per augurarvi BUON NATALE.

Il tavolo è stato allungato e ricoperto con una tovaglia rossa, comprata in un negozio cinese, che non va stirata e si lava con una spugna. I piatti, invece, sono quelli buoni. Michela ha persino provato a fare un centrotavola con delle candele prese al discount e delle pine* spruzzate di spray color argento. Tenere occupate mani e testa è uno sforzo che consuma un sacco di energia, sfinisce e lascia posto per poco altro, ma è indispensabile, fa parte del processo quotidiano di rimozione, in atto da tanto tempo ormai. In questo preciso momento si costringe a tenere gli occhi fissi sul piatto che ha in mano, a respirare per schiarirsi la testa e trovare un modo per arrivare in fondo alla serata. Dalla cucina arriva un odore nauseante di crostini bruciacchiati e arrosto sfrigolato. È come se ci fossero delle scritte luminose nell’aria, dei festoni ad annunciare l’avvento dell’orrore, non di Gesù.

Accade l’insopportabile eppure dovrà sopportare fino in fondo alla cena. Le sembra di morire, ma non come suo figlio, piuttosto di una morte privata, tutta chiusa dentro di lei. Si sforza di far finta di nulla, di trasformare in un sorriso il rictus che ha sulla faccia da quando hanno suonato alla porta. Respira ancora profondamente, poi va in cucina, si mette ad armeggiare con il forno, si brucia, impreca. Le luci della sala sono tutte accese, sembra che le cose sfavillino in modo feroce. «È l’ultimo Natale per Loris, devi esserci» ha detto al telefono a sua sorella. «Sì, ma porto qualcuno» ha risposto Rosi.

Loris è già sistemato a capotavola, vicino all’albero finalmente raddrizzato e pieno di regali, quasi tutti per lui. Ha tre cuscini a sostenergli la schiena, un filo di saliva che scende sul mento, fa fatica a girare la testa, eppure la volta in continuazione per seguire il suo andirivieni dalla cucina. Più passano i giorni, più peggiora e più ha bisogno di lei, più la cerca fino a farle sembrare odioso ogni minuto che trascorre lontano da lui. Serve ad aumentare il suo senso di colpa e lei ci si aggrappa perché anche quello è un sentimento umano, un sentimento da mamma.

Francesco è in piedi davanti alla porta finestra, ha i pugni contratti, la mascella serrata in quella posa che lei conosce fin troppo, sembra sul punto di aprire la finestra e gettare di sotto qualcuno, guarda fuori nel buio della notte che, qui sul viale di Antignano, non ha luminare, babbi natali scalatori o tubi fluorescenti sui terrazzi. Qui il mare la fa da padrone su tutto, anche sul Natale. Non come in Borgo, dove lo percepivi dagli alberi illuminati contro le finestre spalancate, dai rumori di ciottoli e stoviglie, dagli odori di crostini e sughi che filtravano sotto le porte saturando i pianerottoli, dalle luci che addobbavano i terrazzi e davano sentore di presenza umana, di gente vicina che sta facendo le stesse tue cose e sta pensando gli stessi tuoi pensieri.

Rosi è seduta su uno dei due divani, a fianco c’è la loro madre che le sta dicendo: «Via… così alla fine ti sei fidanzata anche tu». Sua madre sembra davvero contenta mentre accenna a Luca, disteso sull’altro divano. Quando hanno suonato, Michela è andata ad aprire ed è rimasta impietrita sulla porta, zitta, ha sentito che il sangue le defluiva dalla faccia. Le è sembrato che qualcuno le legasse un mattone al collo per trascinarla sul fondo di un pozzo nero. «Buon Natale» ha detto Luca, e aveva la bocca sollevata da un lato, non era un sorriso, era un ringhio. È entrato nell’ingresso conquistandolo, invadendolo come se non pesasse sessanta chili ma cento, come se non fosse alto un metro e settanta ma due metri. E ora è lì, che respira la stessa aria di Francesco, i suoi occhi la seguono, le perforano la nuca anche quando fugge in cucina per salvarsi. Michela vorrebbe spalancare la porta e correre giù nel buio, fra le siepi, sullo sterrato, fino al mare gelido, invernale, per buttarcisi dentro e scomparire nella notte. Non può farlo, sono tutti lì per l’ultimo maledetto Natale di Loris, sono lì per sorridere e fingere che ce ne saranno molti altri schifosi come questo."

*Pina: "frutto del pino avente la forma approssimativa di un cono costituito da squame o scaglie legnose, aderenti le une alle altre, che, quando il frutto ha raggiunto la completa maturazione, si aprono lasciando cadere i semi, cioè i pinoli. Vedi anche pigna" . Dizionario della lingua italiana De Agostini

Ricordarsi sempre che i cosiddetti "toscanismi", altro non sono che parole italiane pure. Chi parla toscano, raramente sbaglia.

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ESSO, STA P’ARIVA’ ‘N ATRU NATALE

22 Dicembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #poesia, #unasettimanamagica

ESSO, STA P’ARIVA’ ‘N ATRU NATALE

(Dialetto riburtino)

ESSO, STA P’ARIVA’ ‘N ATRU NATALE

(natale 2007 - signoradeifiltri 2015)

… èsso, sta pe’ ariva’ ‘n atru natale

e ‘nte ne rendi cuntu

che téne n anno ‘mpiù

gesù gesù gesù…

nn’è ppiù comme ‘na vota

a quistu mundu,

ci semo sparpagghiati…

... na vota

stemmio tutti areddunati

‘nfamigghia co lli patri e co lle matri

Mo ‘gnuno se ne va pe’ cuntu seu

non vale più lu dittu

natale co lli tei

e pasqua ando’ te pare.

Chi se ne va ‘mmontagna

e chi se ne va ar mare

Chi se ne va a scià

chi co ll’amichi se ne va a balla’.

Ma ch’è natale quissu?

Io propriu non llo saccio.

So intisu ‘nciafrugghia’ tra sé ‘nvecchijttu:

madonna, ché natale!

Io me cci sento male…

Semo aremasti soli bella mea

(alla vecchietta sea)

gesu gesu gesu gesu gesu

pe nnui ci si aremastu solu tu.

ECCO, STA PER ARRIVARE UN ALTRO NATALE

Ecco, sta per arrivare un altro natale,

e non ti rendi conto

che hai un anno di più

Gesù Gesù Gesù...

non è più come una volta

a questo mondo...

ci siamo sparpagliati...

... una volta

eravamo tutti radunati

in famiglia, coi padri e colle madri...

adesso ognuno se ne va per conto suo

non conta più il proverbio

Natale con i tuoi

e Pasqua dove ti pare...

chi se ne va in montagna

e chi va al mare...

chi va a sciare

chi con gli amici se ne va a ballare...

ma che Natale è questo!

Io proprio no lo so...

ho inteso bubbolare tra sé un vecchietto:

Madonna! Che Natale!

Io mi ci sento male...

Siamo rimasti soli, moglie mia...

Gesù Gesù Gesù Gesù Gesù,

per noi... ci sei rimasto solo tu!

marcello de santis

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Natale in casa Contarini

21 Dicembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #unasettimanamagica

Natale in casa Contarini

"Che cos'è il Natale? E' tenerezza per il passato, coraggio per il presente, speranza per il futuro. E' il fervido auspicio che ogni tazza possa strabordare di benedizioni eterne, e che ogni strada possa portare alla pace. " - (Agnes M. Pahro).

Questa è una storia di paese sentita raccontare dai nonni quando, piccolini, seduti intorno al camino, si aspettava mezzanotte per posare il Bambinello nel Presepe.

Natale 1944 c'era la guerra, erano i mesi più duri e l'inverno più freddo che la gente ricordi, forse per via degli stenti oramai arrivati al limite di sopportazione. Felice Contarini, proprietario di una casa colonica in via Cardinala a Conselice, nascosta tra i frutteti che si adagiano ai piedi dell'argine del torrente Sillaro, decise, nonostante tutto, che si doveva festeggiare il Santo Giorno e diede disposizioni alla “sdòra” di dar fondo alle riserve di farina e uova e di “tirare il collo” alla gallina più grassa rimasta nel pollaio.

In quei mesi Contarini dava ospitalità a quattro soldati tedeschi della Weermacht che dormivano in casa e avevano messo su un'officina nel suo magazzino per riparare mezzi meccanici e carri armati. La famiglia di Felice si era affezionata ai quattro giovani, erano poco più che ragazzi, e in particolar modo a quello di loro più aperto e gioviale, il Caporal Maggiore Fritz Gollek, originario di Halver, una cittadina fra Dortmund e Colonia. Con lui i figli provavano a scambiare qualche parola e lui si sforzava di imparare l'italiano, a volte riuscivano, anche in quei tristi giorni, a ridere di gusto delle loro pronunce sbagliate.

Così in quel Natale del tutto particolare, il contadino riunì intorno alla sua tavola imbandita a festa, oltre ai suoi cinque figli, anche i quattro soldati suoi ospiti. Si rendeva ben conto che per quei ragazzi la nostalgia di casa era forte e in quel freddo giorno di dicembre, capì, la sentivano ancora di più. Il tempo di un pranzo e dimenticarono, brindando tutti insieme, la realtà della guerra, i bombardamenti degli alleati che si avvicinavano e ognuno a modo suo provò a pronunciare qualche parola di ringraziamento.

Pochi giorni dopo i quattro soldati furono costretti a proseguire per quella che oramai era una triste e dura ritirata. Fritz Gollek venne fatto prigioniero e rinchiuso per 3 anni in un campo di prigionia in Jugoslavia. Quando riuscì a tornare in patria,povero e senza lavoro, trovò la sua terra distrutta, ma con molti sacrifici, continuando il suo mestiere di meccanico, trovò un lavoro e mise su famiglia.

Ricordando l'affetto con cui era stato accolto a casa Contarini, appena gli fu possibile, nel 1950, in moto con un amico, tornò a trovare, là nella bassa pianura, quella che lui reputava la sua famiglia italiana, in quella casa che lo aveva ospitato e dove aveva trascorso, nella calda intimità contadina, un Natale indimenticabile. La vita fu severa col Caporal Maggiore Fritz Gollek, non potè avere i figli tanto desiderati e, rimasto vedovo nel 1995, insieme a una grande solitudine, continuò a coltivare i ricordi di una vita intera.

"Non vi è nulla di più triste che svegliarsi la mattina di Natale e scoprire di non essere un bambino" - (Erma Bombeck)

Così il pensiero ricorrente della famiglia numerosa e chiassosa che lo aveva accolto in quella ospitale terra di Romagna, gli creò uno struggente desiderio di tornare in Italia un'ultima volta. Un giorno di settembre del 2001, alla veneranda età di 84 anni, si rimise al volante della sua auto e percorse tutti i km del lungo nastro d'asfalto che separano Halver da Conselice. Fu accolto come un fratello dai figli del signor Felice, oramai defunto, trascorse, in compagnia di quella gente che aveva nel cuore, una settimana davvero serena, in una moderna villa di cemento armato, rammaricandosi soltanto di non aver trovato in piedi la vecchia casa colonica, che solo la sua nostalgia ricordava calda e accogliente.

I sentimenti di pace, di amore, di condivisione che il Natale ispira hanno vinto sulla guerra, sulla fame, sulle restrizioni, e persone lontane, di diversa lingua, si sono sentiti fratelli per tutta la vita.

Natale in casa Contarini
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Consigli per un Natale fuori dal coro

20 Dicembre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #unasettimanamagica, #recensioni

Consigli per un Natale fuori dal coro

La mia scrivania deborda libri per tutti i gusti.

Classici da rileggere (Il maestro e Margherita, Tempi memorabili, A ciascuno il suo, l’opera omnia di Nicolas Guillén da tradurre, un vecchio Guareschi...) che continuo a spizzicare senza riuscire mai a portare a termine.

Libri di amici, esordienti, colleghi, testi interessanti da assaporare tra un film e l’altro interpretato da Laura Antonelli - ché dopo Gloria Guida sto scrivendo un libro su di lei - e altre pellicole più nuove da recensire.

Totale assenza di best-seller, invece, di scrittori panettone, di film da cassetta, di brunivespa e simili, di checchizalone e starwars

E allora ecco i miei consigli controcorrente, che magari non seguirete, ma non importa, tanto ci sono abituato e ve li do lo stesso.

Domenico Vecchioni è un saggista divulgativo preparato e mi fa piacere invitarvi a scoprire la collana che dirige per Greco&Greco. Il suo ultimo libro è dedicato a Garbo - La spia che rese possibile lo sbarco in Normandia (pag. 154, euro 12), che arriva dopo aver passato in rassegna personaggi come Pol Pot, Ana Belén Montes, Raul Castro, Richard Sorge…Vecchioni ha scritto anche Storia breve della Costa Azzurra, un tascabile da 6 euro, sempre edito da Greco&Greco.

Se vi piace il fantastico non perdetevi Non di solo pane, edito da Rill, collana Mondi Incantati, un’antologia di racconti, tra i quali spicca un prezioso inedito di Davide Camparsi che dà il titolo all’opera.

Lorenzo Fabiano arricchisce la collezione sportiva di Edizioni Icontropiede con Il cameriere di Wembley, una serie di storie che ripercorrono tutte le sfide tra Italia e Inghilterra. Interviste a Dino Zoff e Furio Valcareggi, figlio di Ferruccio.

Luca Barbieri ripubblica con Meridiano Zero - Odoya un classico dell’horror western come Five Fingers, libro che conosco bene per essere stato il suo primo editore. Barbieri sta facendo strada: sceneggia Tex e pubblica saggi interessanti, ma non dimentica il primo amore della narrativa fantastica. Ricordo Barbieri autore dei primi fumetti horror del Foglio Letterario, quel Professor Rantolo che negli anni Settanta avrebbe spopolato. Ma il tempo passa e i gusti cambiano…

Per un Natale più ispirato e letterario non fatevi mancare Matteo Meschiari con il suo Tre montagne (pag. 182, euro 14,90), tre storie sulla fine e sul senso, edite da Fusta, un marchio che produce narrativa di qualità e che ha già pubblicato Il canale Bracco di Marino Magliani.

Dianora Tinti è la mia ultima scoperta, critico letterario e conduttrice di un programma librario molto seguito sul canale digitale TV9. Vi consiglio Storia di un manoscritto (Mauro Pagliai, pag. 190, euro 13), che ricorda a tratti La zona morta di Stephen King ed è incentrato su un misterioso libro che sembra parlare della sua vita. La Maremma è lo sfondo di un romanzo ispirato e profondo, scritto con stile letterario, di agevole lettura e ricco di dialoghi. Dianora Tinti va ricordata anche per un’intensa storia d’amore come Il pizzo dell’aspide (euro 12), che ha fatto incetta di premi e riporta agli anni Cinquanta, in una Puglia bruciata dal sole. Tutte cose da approfondire, ma ci ritorneremo. Intanto sapete cosa cercare e cosa cominciare a leggere.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Ho incocciato uno zampognaro

20 Dicembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #unasettimanamagica, #luoghi da conoscere

Ho incocciato uno zampognaro

Questo racconto, cari amici, risale alla mia mezza età, quando ero direttore in Ciociaria, ed ero signore di tutti i paesi che nomino, Natali che ho vissuto in prima persona, là ho abitato con la mia famiglia a lungo. Venne anche pubblicato in prima pagina, mi pare, da La gazzetta ciociara (ma non vorrei sbagliare, la memoria a distanza di una quarantina d'anni

è labile alquanto...)

HO INCOCCIATO UNO ZAMPOGNARO

Di quelli veri, autentica reliquia di tempi andati, giaccone in pelle di capra non lavorata e zampogna tra le braccia. Ai piedi, le “ciocie”. La cantilena antica soffiata con forza nelle canne infilate nella sacca, mi ha fatto luccicare una lacrima.

Vedi, amico: questa è la Ciociaria… Un paese ancora paese, pur nella pseudomodernità del capoluogo. Una zampogna, dalle nostre parti, passa, si ferma, si osserva e si ascolta, e continua ad andare… Una zampogna qui, in Ciociaria, all’un tempo ti gela e ti scalda le membra, giù, fino in fondo… e ti fa tremare di gioia… ti procura una commozione antica… E dovunque ti trovi a passare, qui, in questa terra una volta di pastori, oggi terra verde e pregna di storia, il cuore vola in cerca di presepi veri.

E vola a Ceccano, appiccicata sul fianco della montagna; qui di sera, passando dal basso, entri nel paesaggio del vero Natale, tra una miriade di piccole luci a indicare le case che riposano in attesa del sonno, nel silenzio di una pipa che un vecchio succhia cogli occhi chiusi, o nel vapore saporito di una polenta stesa sulla spianatoia, con intorno forchette vogliose... un paesaggio reale, che la gente del mondo s’ingegna a costruire sui presepi di casa…

Scende il bambino Gesù su Fumone insonnolita, attorcigliata intorno al maestoso castello che tenne in prigione papa Celestino, quello del gran rifiuto; e una stella guida ancora oggi la gente, su per i tornanti silenti, al castello, che veglia le sue case dalle tegole rosse e dai comignoli anneriti, fumanti di camini accesi; è come un padre che stringe in un abbraccio le sue figlie, a riscaldarle, il castello e le case...

Scende su Ferentino, arcana patria di ciclopi, arrampicata lassù, con le sue viuzze strette che salgono al paese e alla rocca, dove una chiesa, dalle solenni porte sempre aperte, stanotte attende i fedeli all’antica funzione, tra i canti natalizi degli angeli.

E si posa su Alatri dalla vetusta, maestosa cattedrale gotica, nella piazza della millenaria fontana circolare, aulica signora del paese, che sta, in un silenzio bianco di neve.

E scende su Anagni, la città dei papi, custode di millenarie preziose vestigia, dai nobili palazzi, dalle chiese fastose, dal campanile che solitario svetta possente al cielo dinanzi alla cattedrale, dalle vie medievali echeggianti antica vita.

E si posa alfine, su Veroli, dai “fasti latini” testimoni del tempo romano, che in essi s’è fermato.

Qui in Ciociaria, un suono di zampogna fa sì che Gesù scenda veramente dalle stelle, come canta il coro degli angeli, ogni notte del tempo di Natale, sui paesini aggrappati alle colline, qui in Ciociaria…

Dal duomo lassù sulla collina aranciata di lampioni, Frosinone, nel silenzio notturno del Natale, veglia sui suoi figli, in attesa che scocchi la mezzanotte, e allora le sue campane chiameranno al risveglio di festa, le campane di tutta la Ciociaria…

marcello de santis

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I "pranzi" della vigilia

19 Dicembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #unasettimanamagica

I "pranzi" della vigilia

Riceviamo questo racconto da un lettore che vuole restare anonimo e si firma Vecchioscarpone.

Questo è il suo modo di fare gli auguri a tutti noi.

I pranzi della vigilia

Tempo fa mi capitò di leggere, nel racconto del figlio, la curiosa storia di Vittorio De Sica, che,”titolare” ad un certo punto della sua vita, di due famiglie distinte e separate (moglie e figli), era costretto, nelle festività canoniche, non a “dividersi” fra esse (e, per dirla con la nota barzelletta: in qual modo, in senso orizzontale o verticale ?) ma a”raddoppiarsi”, cioè ad essere presente, in successione, prima da una parte e poi dall’altra. Questo comportava, soprattutto a Natale e Capodanno, doppi “cenoni-pranzi”, con conseguenze catastrofiche sulla linea del bel Vittorio che pure era stato, ai suoi tempi, piacente e filiforme “attor giovane”.

Qualcosa di vagamente simile, sia pure per motivi diversi, è capitato anche a me, in occasione di un cenone natalizio, del quale ho un ricordo indelebile. Tutto successe perché, tranquillo (e “studioso”) buon figlio di famiglia, fui preso, verso i 16-17 anni, da smanie di attivismo politico e cominciai a frequentare una “sede” ed un gruppo di adolescenti come me, stabilendo con essi fortissimi vincoli che superavano la tradizionale amicizia con i compagni di scuola. Giornate intere passate insieme, qualche volta nottate, avventurette tipo “ragazzi della via Paal” e altro, davano corpo a quella “camaraderie” (detto in francese per lasciare la cosa nel vago, dato che Oltralpe può riferirsi ad ambedue i settori dell’agone politico), che cresceva tutti i santi giorni della settimana, festività comprese.

Fu così che, arrivate le festività natalizie, i due con più spirito organizzativo (e con le mamme più volenterose, va detto) pensarono di indire un cenone in sede. Tutti avremmo contribuito alla spesa (che a Bari non è irrilevante, ve lo assicuro), le mamme avrebbero cucinato per una decina (quanti eravamo), alle bevande si sarebbe provveduto da una “cantina” (termine che all’epoca non aveva nulla di spregiativo) all’angolo, piatti, tovaglie e tovaglioli di carta.

Nessuna assenza sarebbe stata giustificata. Chi non si fosse presentato sarebbe stato marchiato a vita come “vilacchione”, che potremmo eufemisticamente tradurre “poco affidabile, amico non sincero”. Detto fatto. Per quel che mi riguardava, restava solo un problema: dirlo ai miei. Non era un ostacolo insormontabile perché loro – in assenza di parenti particolarmente “affiatati”- usavano cenare ( mia madre nell’occasione superava se stessa per qualità e quantità delle portate), da soli, con me e mia sorella, intorno alle 20, per poi aspettare, seduti in divano davanti alla TV, la mezzanotte. A seguire, scambio degli auguri, Gesù Bambino al suo posto nel presepe, brindisi con nostrano spumante, e a letto. Fino allora c’ero sempre stato... era giunto il momento di rompere la tradizione. Lo dissi, e aspettai l’obiezione – che, come prevedevo, si rivelò la più “corposa”- di mia madre: “E come, non ceni qui con noi ? Con tutto quello che devo preparare...”. Me lo aspettavo, e fu pronta la risposta che avevo ripetuto tante volte nei giorni precedenti: “Tranquilla, ceno qui e poi, verso le 22,30 vado via. A casa di questi compagni di classe (piccola bugia, ma la camaraderie era mal vista perché, pure se iniziata da poco, mi stava già pericolosamente distraendo dagli studi) giochiamo solo un po’ a carte e aspettiamo la mezzanotte per fare qualche “botto” (altra cosa vietatissima a casa mia). Prima delle 2 sono a letto”.

E così, come dio volle, la fatidica sera del 24 iniziò: frutti di mare (cozze, cozze pelose, vongole, ostriche, noci di mare, ricci, taratuffi, cannolicchi, fasolari, capesante, etc etc) crudi, baccalà in umido e baccalà fritto, spaghetti al sugo di capitone, anguilla e capitone arrostiti seguiti da anguilla e capitone nel sugo, fritto di paranza e fritto di calamari e gamberi, contorni vari, frutta secca e frutta fresca, dolci assortiti, caffè, ammazzacaffè e amaro. Buona parte di tutto questo era già pronto, il rimanente mia madre lo cucinava mentre noi eravamo a tavola...

Insomma, alle 22,30, puntuale, dopo aver fatto gli auguri, ero in strada. Vie deserte, di autobus nemmeno l’ombra, la città faceva quasi paura all’unico viandante che ero io. Mi ci vollero una ventina di minuti e arrivai in sede, buon ultimo: d’altra parte, anche se nessuno lo sapeva, ero l’unico ad aver messo in piedi quella messinscena, e non avevo una particolare smania di cominciare. Gli altri, invece, erano affamati e non vedevano l’ora di mettersi a tavola. L’ambiente era sicuramente più allegro di quello di casa mia: lazzi e frizzi accompagnavano le portate, e un leggero vinello bianco scorreva (forse un po’ troppo) a fiumi. Tutt’altra cosa, insomma, rispetto alle morigerate dosi del vino che ci mandava il nonno da Andria e che bevevo con i miei nelle grandi occasioni. Ciò che era (tragicamente, ahimè !) uguale, era il menù: frutti di mare (cozze, cozze pelose, vongole, ostriche, noci di mare, ricci, taratuffi, cannolicchi, fasolari, capesante, etc etc) crudi, baccalà in umido e baccalà fritto, spaghetti al sugo di capitone, anguilla e capitone arrostiti seguiti da anguilla e capitone nel sugo, fritto di paranza e fritto di calamari e gamberi, contorni vari, frutta secca e frutta fresca, dolci assortiti, caffè, ammazzacaffè e amaro. Tutto da gustare (mentre un rustico fornelletto “dava una scottatura“ a ciò che andava riscaldato) non in tranquillo silenzio, ma tra un apprezzamento ed un altro: “Buono questo! Assaggia quest’altro ! Tua madre è una maga in cucina!” E via dicendo.

Potevo essere da meno ? Certo che no, ci voleva poco a guadagnarsi l’infamante attributo di “vilacchione”. Mi feci forza e ricominciai, mostrando un entusiasmo che, in confronto, il Tognazzi de La grande abbuffata sarebbe parso un principiante. Arrivata la mezzanotte, secondo la migliore tradizione, restavano ancora da “far fuori” dolci, frutta e caffè... poi il brindisi, gli auguri e una scarica di botti che mi sembrò molto simile (almeno nella rumorosità) a quelle dei film di guerra di gran moda a quei tempi.

Per farla breve, quando mi incamminai sulla strada di casa non ero sicurissimo di farcela a rientrare... Non che avessi bevuto tanto, ma mi sembrava di essere l’omino di gomma della pubblicità Michelin, gonfio in vita e dappertutto, ballonzolante. Ci misi più dei venti minuti dell’andata, nella città che si ripopolava di nottambuli in rientro come me, ma arrivai... Aprii silenzioso la porta, e vidi la luce accesa in cucina. Mia madre era sveglia, vicino ai fornelli. Mentre gli occhi le brillavano già al pensiero che sarei stato il primo a gustare il frutto della sua fatica, fece: “Vieni, avrai fame... Assaggia, sto preparando il ragù per domani: maiale, manzo, agnello e le brasciole di vitello. Non è ancora pronto. Ci vogliono almeno otto ore, però prenditi una fetta di quel pane casareccio e dimmi come sta venendo”.

Come potevo deluderla ? Mi tagliai una bella fetta di quella pagnottona tonda, e feci la “scarpetta”...

Vecchioscarpone

I "pranzi" della vigilia
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Gesù Bambino

18 Dicembre 2015 , Scritto da Alessandro Alberti Con tag #alessandro alberti, #unasettimanamagica, #musica

Gesù Bambino

Fra poco sarà di nuovo Natale e per me che amavo Lucio Dalla ogni anno non posso non pensare anche a lui, a quel “Gesù Bambino” nato il 4 marzo del 1943...

BORN TO BE ALONE “Nato per essere solo”, una canzone che rispecchia completamente la vita del maestro Lucio Dalla. Sono trascorsi più di tre anni ormai da quando, come una mazzata incredibile, collegandomi su Fb, lessi della sua morte, non che i grandi non debbano scomparire ma il modo con cui avvenne mi segno' particolarmente.

Oggi sono musicalmente orfano di un artista originale, non consolatorio come amava definirsi, ma estremamente liberatorio con la sua capacita' di intrecciare musiche e parole. Born to be alone anche per me che da militante di destra so cosa significa la solitudine in nome delle idee, che ha sempre visto in Lucio un futurista neanche troppo nascosto, una persona che amava il cambiamento, che non era schierata a priori. Non era un uomo d'apparato era semplicemente se stesso.

Lo ricordo con dolore ma anche con un pizzico di sorriso, so che lui vorrebbe cosi', da buon credente adesso sta giocando in eterno il suo secondo tempo. Un credente che è stato messo in croce da personaggi squallidi, gia' immediatamente dopo la sua dipartita, ma Lucio non aveva mai fatto dichiarazioni di un certo tipo, per questo si è aperta per lui la catterdrale di Bologna alla faccia dei mediocri. Comunque non è ora il tempo di ritornare su argomenti inutili quanto l'aria inquinata, oggi è il tempo di ricordare un artista, un uomo che tanto ha dato alla canzone italiana e non solo.

“Come passi in fretta tempo, adesso corri piu' del vento...”, il tempo è passato e mi sento un po' piu' solo perche' so che lui non incidera' mai piu' nessun disco e per me, che lo seguivo fin dai tre bellissimi album sperimentali che lo hanno definitivamente formato musicalmente fino alla sua consacrazione tramite il disco capolavoro Come è profondo il mare, oggi è un giorno amaro, un giorno che mi fa riflettere sul pellegrinaggio terreno mio e nostro, ma anche sull'immensa Fede in Dio che Lucio ha sempre dimostrato.

“Chissa', chissa' domani.... domani si vedra' “, oggi è un giorno malinconicamente triste un giorno da vivere nel ricordo positivo che ci ha lasciato, dei maligni e dei perfidi non mi curo affatto ma guardo e passo, proprio come il tempo. Ciao Lucio arrivederci.

Gesù Bambino
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L'ombelico di Venere

17 Dicembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #ricette, #unasettimanamagica

L'ombelico di Venere

La tradizione bolognese ed emiliana in generale vuole che il giorno di Natale si mangino i tortellini in brodo, anch'io ne preparerò sicuramente in abbondanza per i miei commensali e, mentre pregusto il sapore inconfondibile della prelibata pasta ripiena, prima di lasciarvi la ricetta originale, voglio raccontarvene la storia.

Ma quando nacquero i tortellini e chi li inventò? L'origine si perde nella notte dei tempi e si confonde tra realtà e leggenda; quel che è certo è che nasce pur sempre, benché in tempi molto remoti, come piatto aristocratico, una ghiottoneria riservata a pochi fortunati. La disputa sulla paternità è fra Bologna e Modena, due città in verità che si sono spesso trovate in lotta fra di loro, fin da quando, come racconta nel 1624 Alessandro Tassoni, si fecero guerra per un secchio, per una “Secchia rapita” in verità. Ed è a questo poema che si ispirò, in seguito, in una simpatica parodia il poeta ottocentesco Giuseppe Ceri, che, in un suo poemetto, raccontava della spedizione terrena di tre divinità dell’Olimpo: Bacco, Marte e Venere che, venuti in soccorso dei modenesi sempre attaccati da Bologna, si fermarono a riposare una notte a Castelfranco Emilia presso una locanda, dove l'oste accidentalmente avrebbe visto l'ombelico di Venere e, innamoratosene perdutamente, andò in cucina a riprodurlo con la pasta ripiena.

"…Con grande meraviglia / Dell’oste lì presente, / Come se fosse sola / Le candide lenzuola / Spinse in mezzo alla stanza, / Le belle gambe stese, / Dall’ampio letto scese / Con un salto sì pure misurato / Che sollevossi la camicia bianca / Poco più sull’anca; / Onde l’oste felice, / (Lo dico o non lo dico?) / Di Venere mirò il divin bellico!"

"Ma non creda già/che a quella vaga seducente vista / Pensieri di conquista / L’oste pudico entro di sè volgesse; / Anzi un’idea soavemente casta / D’imitar quel bellico con la pasta / Gli balenò nel capo…"

Detto fatto:"In cucina discese; / Ed una sfoglia fresca / Che la vecchia fantesca / Stava stendendo sovra d’un tagliere, / Un picciol e ritondo pezzo tolse, / Che poi sul dito avvolse / In mille e mille forme, finché l’oste che era guercio e bolognese / imitando di Venere il bellico / L’arte di fare il tortellino apprese". (Giuseppe Ceri)

A tutt'oggi , nella dotta e Ghiotta Bologna, l’espressione tutta dannunziana “umbilichi sacri” è ancora sinonimo di tortellino. La scelta di Castelfranco Emilia come luogo in cui farli nascere, è indicativa della disputa fra le due città emiliane, essendo il paesino a quei tempi avamposto bolognese e, in seguito, sotto la provincia di Modena.

Fin qui la leggenda, ora la storia, che fa apparire il tortellino in varie epoche, anche se prima del XII secolo non è stato trovato alcun riferimento certo. Anche Giovanni Boccaccio ne fa cenno nel suo Decamerone raccontando che Calandrino, Bruno e Buffalmacco, alla ricerca della pietra che rende invisibili, finiscono nel Paese di Bengodi dove “...stavan genti che niuna cosa facevan che far maccheroni raviuoli e cuocergli in brodo di capponi.” Infatti il cappone è compagno inseparabile del tortellino per ottenere un brodo secondo la ricetta originale. Via via la storia si fa più certa e si cominciano a trovare testimonianze sicure. Alessandro Cervellati, accreditato storico bolognese, scrive che nel secolo XII a Bologna si mangiavano i “tortellorum ad Natale” e siamo nel 1500 circa quando, nel diario del Senato di Bologna, si riporta che a 16 Tribuni della Plebe riuniti a pranzo fu servita una “minestra de torteleti.” .Quanto i tortellini fossero amati dai petroniani, lo si legge anche sulla Gazzetta di Bologna del 27 dicembre 1874 "senza tortellini, non si fa Natale a Bologna.... ". Una volta conosciuti e apprezzati difficilmente ci si rinuncia, cosicchè pare che addirittura Giuseppe Garibaldi se ne facesse spedire periodicamente dei cestini dall’amico Ugo Bassi.

Difficile dire quanta verità ci sia in questi racconti; mentre non è affatto difficile decretare il grado di squisita bontà che si gusta mangiando un piatto di tortellini in brodo, ragion per cui passiamo alle cose pratiche, prendete carta e penna e segnatevi la giusta ricetta.

Ingredienti del ripieno:

300 gr. di lombo di maiale

300 gr. di prosciutto crudo

300 gr. di mortadella di Bologna

450 gr. di parmigiano reggiano con 36 mesi di stagionatura

3 uova

noce moscata q.b.

Preparazione:

Tritare il lombo, il prosciutto e la mortadella e impastare con il parmigiano, le uova e la noce moscata. Far riposare il ripieno almeno 12 ore prima di usarlo per farcire la pasta. Non cuocere assolutamente la carne prima dell'utilizzo affinchè il ripieno rimanga tenero e non perda nulla del suo inconfondibile sapore.

Ora passiamo alla pasta che si prepara con farina di grano tenero 00 e uova di gallina molto fresche. Il tutto va lavorato per almeno 15 minuti affinchè l'impasto risulti morbido e omogeneo, poi va lasciato riposare per un'oretta avvolto in un canovaccio. La sfoglia si tira rigorosamente col mattarello fino a raggiungere uno spessore non superiore al millimetro. Quindi si ritagliano quadrati di circa 4 cm di lato, su ognuno si posa una quantità di ripieno grande come una nocciola e si richiude la pasta a triangolo schiacciando i lembi e unendo le due estremità si modellano intorno alla punta del dito indice.

Il brodo va preparato la sera per la mattina e deve essere ottenuto con carne di cappone e manzo (mi raccomando con l'osso). A brodo in bollore si prendono i tortellini e si gettano nella pentola, quando salgono a galla spegnere e lasciare riposare qualche minuto prima di servirli nelle scodelle.

Adesso provateli e non fatevi ingannare da tortelloni, cappellacci, cappelletti e quant'altro, solo questi sono i veri tortellini bolognesi e... “Quando sentite parlare della cucina bolognese fate una riverenza, ché se la merita!” (Pellegrino Artusi )

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Davanti al presepe

16 Dicembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

Il presepe di Marcello de Santis
Il presepe di Marcello de Santis

Cari amici, staff compreso, è un breve racconto di vita vissuta che mi serve anche per fare a tutti voi gli auguri di Buon Natale.

Di vero cuore,

Marcello

DAVANTI AL PRESEPE

Suonano ancora le campane… è passata da poco la mezzanotte; uno scampanio limpido e gioioso in questa silenziosa notte stellata.

Ho un forte raffreddore e non vado a messa, come gli anni passati.

Gli altri sono già usciti, mi hanno salutato frettolosamente e, incappottati con scialli e cappelli per far fronte al vento gelido che da ieri ulula di giorno e di notte, sottobraccio a due a due, stretti stretti per scaldarsi meglio e per trasmettersi meglio la festosità di questa notte santa, si sono recati alla vicina chiesa: mia moglie e mia figlia, e i miei cognati, che passano il Natale con noi.

Sono andati, lasciando la tavola imbandita con i piatti vuoti o quasi, e una gran confusione di stoviglie, bottiglie (con vino e spumante ancora a metà), pezzi di dolce nei piattini, e bicchieri mezzo pieni e mezzo vuoti.

La televisione è accesa su un programma qualsiasi dall’inizio della cena, nessuno la guardava, del resto, ma adesso le voci che da essa escono, anche se attutite, sono confuse con i rintocchi vicini e lontani delle campane delle varie chiese del paese, che si rincorrono nell’aria gelida, sotto un cielo di ghiaccio, dove è sospesa la facciona d’argento della luna.

Uno starnuto di tanto in tanto mi scappa, fragoroso, e porto il fazzoletto omai bagnato sul viso, davanti alla bocca, e al naso. Provo a tirare su per liberare il respiro, ma … eh, ha da fa’ il suo corso… mi ritornano le parole di qualcuno… qualcun altro mi dice pigghiate quaccosa… (prenditi qualche cosa)

e che mi prendo ancora!…

‘n’aspirina… te la si’ piàta ‘n’aspirina? (...l'hai presa...)

Ci ho provato: con aspirine (il suggerimento è arrivato in ritardo), con i suffimigi di camomilla (consiglio di mia cognata), con la bomboletta spray da inserire su per il naso, più su, se vo’ che fa effetto! eppo’ arespira forte!) (mio nipote), con la pomata da spalmare sul petto, ma quessa ‘nn’è bona! t’à da sparma’ lo vicsvaporùbbe! (ma questa non è buona devi spalmarti il vix vaporub!) effetto stupefacente e immediato! (il mio consuocero).

Ho obbedito come un suddito al suo re, ma sto peggio di prima. Ma tant’è, devo aspettare che faccia il suo corso e passi da solo. E sì che non sono soggetto ai ricorrenti raffreddori e influenze annuali. Neppure ricordo l’ultima volta che l’ho beccata, 'sta malattia! Per questo, debbo confessare, ho molta cura di me stesso, mi copro quando devo, e cerco di non espormi alle correnti d’aria.

Ma stavolta… nenè nenè anduvina sa ccom,’è… (nenè nenè indovina com’è? detto popolare)

Le campane hanno smesso di suonare.

Sto solo, almeno per il tempo della messa, poi ci saranno di nuovo frastuono e allegria e la tombola tradizionale, tra il vociare consueto di ogni Natale.

M’avvicino al presepe che è stato costruito sul ripiano del mobile alto in sala; le lucine s’accendono e si spengono grazie al circuito alternato, e da sotto la carta di cielo blu, addossata alla parete, splende una specie di luna e brillano stelline dorate.

Guardo il ruscello con acqua vera, che scorre e va a finire in un piccolo lago (una volta il laghetto si faceva con un pezzo di specchio con intorno il muschio) e da qui riparte in un circolo chiuso invisibile, per poi ritornare.

Guardo le tre o quattro pecore davanti alla statuina del pastore; e distanti, presso le ultime capanne del paesaggio, i tre magi; che arriveranno alla grotta (provvederemo noi a spostarli in avanti un poco ogni giorno), solo la notte della befana.

Eccola là la grotta, c’è la Madonna, inginocchiata, nel suo manto celeste; e dall’altro lato, in piedi, appoggiato a un rudimentale bastone, san Giuseppe.

Per la fretta della messa hanno dimenticato di porre nella stalla il bambino Gesù, che è appena nato.

So dov’è, la statuina; sta dentro un cassetto in camera; la prendo e la porto al presepe… la metto al suo posto, nel giaciglio di paglia, sotto una piccola flebile luce, che illumina la mangiatoia con il bue e l’asinello accovacciati a fianco della stessa.

La quiete della sala è rotta solo dal sottovoce della televisione e dallo scroscio leggero della cascatella che dà origine al ruscello che scende al lago.

… meno male che ho messo il bambinello, se n’erano scordati, nella fretta di andare a messa; mi sembra brutto un presepe senza bambinello, adesso ch’è nato.

Benvenuto Gesù bambino!

marcello de santis

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