Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)
Post recenti

Presentazione a Piombino

12 Febbraio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi

Presentazione a Piombino

IL FOGLIO LETTERARIO & EDIZIONI IL FOGLIO

Editoria di qualità dal 1999

Sito internet: www.ilfoglioletterario.it

Venerdì 13 febbraio ore 17 a Piombino

Palazzo Appiani - Piazza Bovio - Sala Conferenze

Fabio Canessa e Gordiano Lupi

presentano

CALCIO E ACCIAIO - Dimenticare Piombino

PIOMBINO IN GIALLO a cura di Emilio Guardavilla

Si parlerà anche del progetto PIOMBINOIR

Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino racconta con amore e nostalgia una storia ambientata in un suggestivo spaccato maremmano. “Aldo Agroppi era amico di sua madre, viveva in via Pisa, un quartiere di famiglie operaie, case bombardate durante la Seconda Guerra Mondiale, tragiche ferite di dolore, macerie ancora da assorbire. Giovanni ricorda una foto di Agroppi che indossa la maglia della Nazionale, autografata con un pennarello nero. Era stato proprio Agroppi in persona a dargliela, all’angolo tra corso Italia e via Gaeta, in un giorno di primavera di tanti anni fa, dove la madre del calciatore gestiva una trattoria, un posto d’altri tempi, dove si mangiava con poca spesa. Giovanni era un bambino innamorato dei campioni, giocava su un campo di calcio delimitato dalla sua fantasia, imitava le serpentine di rombo di tuono Gigi Riva, i virtuosismi di Sandro Mazzola, le bordate di Roberto Boninsegna, le finte dell’abatino Gianni Rivera e la vita da mediano di Aldo Agroppi, cominciata a Piombino e conclusa a Torino”.

A PIOMBINO LO TROVI: LIBRERIA TORNESE - VIA LOMBROSO (davanti al Cinema Odeon)

CAPITOLO DUE

Giovanni si dirige verso lo Stadio Magona, percorre a passi lenti viale Regina Margherita, e pensa a suo padre, operaio delle Acciaierie, morto quando lui giocava le ultime stagioni nella squadra della sua città. Si chiamava Antonio, era un uomo abituato al caldo soffocante dell’altoforno, un lavoro fatto di gesti ripetuti alla catena di montaggio. Una giornata di fatica per un salario appena sufficiente a pagare l’affitto di un appartamento popolare in un condominio annerito dai fumi della ferriera e a imbandire una mensa che poteva permettersi carne solo nei giorni di festa. Alimentava una macchina infernale che divorava carbone per restituire fumo e prodotto grezzo composto di acciaio. Antonio aveva le mani callose indurite dal lavoro e pensava alla terra lontana, agli olivi abbandonati, alla madre che lo attendeva sulla porta di casa di un paese alle pendici di un monte. Rammentava la sua festa preferita mentre lavorava in ferriera, una festa che anche Giovanni aveva amato da bambino, quella sagra delle ciliegie nei giorni di maggio, quando il colore rosso invadeva il borgo e apriva le porte ad antichi sapori. Giovanni ricorda quando le sue agili gambe di bambino correvano insieme ai ragazzi per rubare ciliegie a grappoli, sporcandosi la bocca e il viso, attaccando i piccoli frutti alle orecchie come fossero campanelle. Antonio coltivava i campi insieme al padre, che un tempo aveva fatto la spola a piedi per tutta la vallata, da Sinalunga a Montalcino, passando per Pienza e San Quirico, con un ciuco carico di legna per il camino di casa, una casa sempre viva, con lui e il fratello che giocavano a nascondersi irritando la madre, mentre la nonna sgranava il rosario seduta sulla sedia a dondolo in canna di bambù. Antonio aveva estirpato le sue radici montanare per avventurarsi lungo strade polverose fatte di fatica e privazioni. La giovinezza e le sue gambe che correvano leste per le strade del mondo lo avevano spinto ad abbandonare il borgo per un lavoro lontano che appagasse il desiderio d’una vita tranquilla. Il nonno aveva avuto una vita avventurosa. Terracina e il golfo di Gaeta erano le fotografie del passato, i pini marittimi sul lungomare di Formia custodivano i ricordi dei primi baci d’amore. Giovanni ripensa spesso ai racconti del nonno, ascoltati da fanciullo prima di andare a dormire e custoditi dai ricordi paterni. Un grande amore lasciato sul lungomare e via verso il futuro. Un sogno chiamato America non poteva attendere, era il miraggio del povero emigrante in cerca d’una vita migliore. “Francesco, perché devi lasciarmi? Non possiamo costruirlo insieme questo futuro?”, aveva detto Caterina al suo uomo in fuga, ormai deciso a salpare sul battello che lo avrebbe portato lontano. Francesco aveva scosso la testa e intonato una canzone provando a chiedere perdono a quel cuore in pena. Il nonno aveva avuto molte donne, ma Caterina affiorava spesso dai ricordi del passato: aveva le spalle minute, il portamento fiero e una vita perduta giovane. Silvia era il sogno dal sapore acre della terra d’Aspromonte, una voglia di vivere che proveniva da antenati abituati a scavalcare montagne per condurre animali al pascolo, al riparo dai venti. Le altre non le rammentava, non ne parlava mai, erano misteriosi sentimenti nascosti dalle ombre della sera, raffiche di tramontana che nascondevano barlumi di memoria. Il nonno di Giovanni era stato in America a cercare fortuna, come i disperati che in quei giorni approdavano lungo le coste siciliane, a Lampedusa, ricacciati in mare, deportati in lager recintati da filo spinato, cacciati via come figli di nessuno. La sua nave aveva alzato l’ancora e acceso i motori, con lui passeggero di terza classe compagno di topi e valigie ammucchiate in una stiva polverosa. Francesco partiva insieme a tanta povera gente, con la testa zeppa di impossibili sogni a stelle e strisce. L’Atlantico diventava una fuga dagli amori e dal lavoro come cameriere nel ristorante sul porto. L’America aveva aperto le braccia al nonno, gli aveva insegnato la sua lingua, un nuovo modo di esprimersi fatto di gesti e di larghi sorrisi. Il sudore della fronte e il lavoro non erano diversi dalla sua terra, ma questo non lo spaventava. Francesco aveva lavorato in una filanda, mentre le prime auto percorrevano le strade di New York, aveva rubato amore nei postriboli notturni e mangiato nei retrobottega di ristoranti dove lavava piatti per arrotondare un magro stipendio. Incontrava italiani emigranti, proprio come lui, seduti ai tavoli dei bar, parlavano d’una terra lontana, di speranze mai abbandonate. Proprio come gli emigranti di oggi che affrontano viaggi da disperati, pensa Giovanni. Uno di loro ha cominciato da pochi mesi ad allenarsi con il Piombino, viene dal Marocco, è un ottimo attaccante, rapido e guizzante, un vero incubo per le difese avversarie. Giovanni crede in quel ragazzo, punta su di lui per la prossima partita di campionato, quando la sua squadra dovrà affrontare il derby del canale contro l’Isola d’Elba. Tarik è il nome del giovane marocchino in cui Giovanni si rivede, rivede le sue serpentine verso la porta avversaria, rivede la stessa voglia di sfondare nel mondo del calcio.

“Se riuscissi a far carriera nel calcio potrei comprare una casa per la mia famiglia, in Marocco”, mormora. Giovanni sorride. “Non correre troppo. Pensa alla partita di domenica, intanto”. Emigranti. Pure noi siamo stati un popolo di emigranti. Sembra che nessuno se ne ricordi. Il nonno di Giovanni aveva disegnato santini e angeli per biglietti di auguri, volti di donne lontane per cartoline d’amore, cavalli dalle briglie sciolte che prendevano il volo verso patrie dimenticate. Non aveva mai smesso di coltivare un’abitudine appresa in terre lontane, scriveva lunghe frasi in inglese che abbandonava sulle panchine, sgrammaticate, zeppe di errori, ma era la lingua del popolo, imparata per sopravvivere. Povera gente andata al di là del mare, a bordo di inaffondabili Titanic, per fare fortuna, anche se spesso la fortuna restava un fiore non colto. Francesco diceva sempre di averla trovata quella fortuna, il viaggio aveva dato un senso alla sua vita, aveva conosciuto mondi nuovi ed era riuscito a superare difficoltà insormontabili. A quel tempo eravamo gli italiani mafiosi, mangiaspaghetti, banditi e traditori, brutti, sporchi e cattivi, come in un vecchio film di Ettore Scola. Il nonno aveva attraversato strade polverose, conosciuto paesi dei quali non ricordava i nomi, amato donne dai sorrisi misteriosi, nascosto malinconie quando si sentiva disprezzato e rifiutato. Non era americano, tanto bastava… Tarik fugge dal Marocco, dalla miseria e dalla disperazione. A Piombino fa il manovale in una ditta edile, mentre per una piccola squadra di calcio è lo straniero che segna gol a raffica e risolve problemi d’attacco. Giovanni crede in lui. Ha modificato l’assetto tattico in funzione delle sue rapide serpentine che aggirano le difese avversarie. Vede nella sua espressione assente, che spesso si fa cupa e ombrosa, la nostalgia dei suoi avi emigrati in paesi lontani sperando di tornare. Francesco era rientrato in Italia per combattere, assaporando il gusto acre della polvere da sparo, in trincea, per poi finire in un campo di concentramento austriaco e scappare da un condotto di scarico. Anni di sofferenza, di fame, di paura nascosta agli occhi degli altri, lettere alla madre lontana, rifugiata in una collina a cogliere ciliegie nel mese di giugno, covare speranze, cuocere castagne d’inverno in padelle forate e spremere olive per fare l’olio più buono del mondo. Giovanni ricorda il profumo del succo d’oliva e il suo sapore sul pane, quando era bambino. Sapori e profumi che non ritornano, come soldati uccisi in battaglia da colpi di fucile. Francesco era lontano e la madre attendeva con il cuore in pena nella piazza del piccolo paese. Le raffiche della mitraglia, i cannoni, la guerra fatta di piccoli passi, di buche da scavare, i nascondigli, la neve, la melma, le scarpe sfondate, la fame dei giorni passati a pensare ai giorni futuri, i tramonti dietro le sbarre, i campi di lavoro, infine la fuga, i monti percorsi correndo e sperando di poter ancora parlare italiano. Giovanni ha sentito raccontare così tante volte l’abbraccio tra il nonno e la madre che gli sembra d’averlo vissuto. La guerra era finita e ai morti si aggiungevano nuovi nomi su lapidi di marmo. Antonio era nato da un uomo che aveva percorso il mondo con un fardello di speranze e le valigie di cartone legate con lo spago. Non poteva spaventarlo il lavoro in altoforno, anche se il mostro minaccioso sembrava osservarlo scuotendo la testa di fumo. Antonio era figlio d’un uomo che aveva sognato l’America per tutta la vita, ma che dopo tante avventure aveva accettato la provincia italiana come approdo. Il gigantesco altoforno aveva segnato il destino di un’intera famiglia, anche Giovanni aveva sempre portato con sé l’odore dello spolverino misto a sentori di salmastro che si sente entrando in città, un profumo di ricordi che diventava nostalgia dopo tanta lontananza. Francesco aveva un figlio da crescere, lo osservava ogni giorno tra le braccia della madre nella povera casa di via Gaeta, vicino all’altoforno, così diversa dalla casa di montagna dei suoi avi, resa scura dai fumi dell’acciaieria, un mostro che rappresentava il pane, unico motivo per andare avanti. Il sorriso della moglie riassumeva tutti i sorrisi delle donne che avevano attraversato la sua esistenza. Il figlio avrebbe fatto la sua stessa vita, scandita dalla sirena della fabbrica, come un grido di dolore nella sera, come un richiamo per un popolo di operai che si tramanda un mestiere di generazione in generazione. L’altoforno come un altare pagano dove sacrificare l’esistenza e sognare un futuro migliore. Giovanni ce l’ha fatta a non finire in fabbrica, grazie al calcio, ma soprattutto a suo padre. La vita di Antonio era stata di sudore e lavoro dentro il mostro d’acciaio, quell’uomo così silenzioso e scontroso una volta aveva pronunciato una frase che al figlio piaceva ricordare: “Il giorno più bello della mia vita è stato quando mi hai chiamato babbo per la prima volta”, disse. “Anche quando ti ho visto debuttare a San Siro è stato bello. Ma quella è un’altra cosa”, aggiunse con un sorriso. I cancelli dello Stadio Magona sono spalancati, enormi fauci aperte a divorare la sera, colorati di verde, corrosi dalla ruggine e screpolati dal salmastro. Mattoncini rossi uno sopra l’altro, marmo bianco poroso, colonnine di tufo, finestroni enormi alle biglietterie. Giovanni varca i cancelli come quando giocava al centro dell’attacco o da battitore libero, la borsa sportiva come un calciatore, i ricordi che si rincorrono nel pomeriggio mentre il pensiero corre verso la prossima partita. Soffia un vento di scirocco che scompiglia capelli e pensieri.

Mostra altro

Massimo Moscati, "Breve storia del cinema"

12 Febbraio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

Massimo Moscati, "Breve storia del cinema"

Massimo Moscati

Breve Storia del Cinema

Bompiani - Pag. 480 - Euro 10

Un libro straordinario, scoperto per caso in una libreria di Livorno, acquistato come una folgorazione, scritto così bene che non riesco a staccarmene e vado pensando da giorni che andrebbe studiato, non soltanto letto. Un testo indispensabile per chi ama il cinema e vuole cominciare a capirlo, soprattutto perché non è scritto in critichese, lingua incomprensibile - molto vicino al politichese - di cui si nutrono tanti saccentoni di casa nostra. Scrivere di cinema non significa essere giocoforza astrusi e complessi, usare un italiano colto e forbito, cercare di non farsi capire se non da pochi eletti. Scrivere di cinema vuol dire raccontare la fabbrica dei sogni all'uomo della strada, al cittadino comune, al ragazzo che vuole avvicinarsi a un fenomeno culturale fruibile da tutti. Bravo Moscati - giornalista e sceneggiatore, autore tra l'altro di un manuale di sceneggiatura e di un dizionario dei film - che parte dagli albori del cinema, ci racconta Wells, Chaplin, Bergman, Wilder, la commedia all'italiana, il melodramma, la nouvelle vague, il surrealismo, il neorealismo, il realismo poetico francese, il cinema giapponese, cinese, sovietico, persino messicano e cubano, in una suggestiva carrellata di ricordi. Moscati compie un ben preciso percorso critico privo di omissioni, non trascura il gusto personale, racconta Hollywood, Cinecittà, il cinema indiano e palestinese, il periodo del muto, la comparsa del sonoro, il 3D e l'animazione, finisce per analizzare oltre mille film con passione e competenza. Un libro enciclopedico senza la pesantezza di un dizionario ma scritto con la leggerezza di un romanzo popolare, divulgativo e scientifico, di facile comprensione e al tempo stesso tecnico. Prima edizione 1999. Seconda edizione ottobre 2014. Costa soltanto dieci euro per quasi 500 pagine. Cosa aspettate a comprarlo?

Mostra altro

Emotions

11 Febbraio 2015 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #vignette e illustrazioni

Emotions
Mostra altro

Reportage Thailandia. Phuket, il fascino della natura.

10 Febbraio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage Thailandia. Phuket, il fascino della natura.

Spiagge bianchissime, mare cristallino e baie piene di fascino.

C’è una calda brezza che accarezza i flessuosi palmizi ed il fruscio fa da sottofondo al melodioso cinguettare degli uccelli. La lieve risacca del mare, dai colori che vanno dallo smeraldo a quello del cielo, sembra accarezzare non solo la sabbia ma anche chi decide di passeggiare sull’impalpabile rena.

Potrebbero sembrare le fantasie di un turista, ma a Phuket, frammento della natura che riesce ancora a farci sognare e, spesso, ancora alla stato puro, è facile galoppare con la fantasia e godere di un sogno che si è avverato.

Phuket va bene per tutti i gusti. Offre divertimenti, musica, gastronomia, shopping a chi si immerge nelle fantasmagoriche luci delle strade di Patong, ma riserva angoli di sogno a quanti cercano momenti di rifugio nelle sue baie piene di fascino, nelle isolette che, come una collana di perle preziose, la circondano.

E’ difficile, se non quasi impossibile, resistere al fascino di questi luoghi ricchi di poesia e magia di colori e odori. Sensazioni romantiche e voglia di avventura si compendiano fino a formare una fantastica miscela di fantasia e realtà.

Mi piace parlare della spiaggia di Katha, dove funzionali e splendidi alberghi convivono con casette di pescatori e lindi ristoranti dove trionfano gustosi ed economici piatti a base di pesce fresco.

Tutto il resto è natura allo stato puro. La scenografia può essere indifferentemente uscita dalla fervida fantasia della penna di qualche scrittore di libri d’avventura, oppure l’altra, quella di un narratore di storie romantiche, di passioni e di grandi amori. Non a caso, quest’isola è scelta moltissimo dalle coppie in viaggio di nozze.

Phuket riesce ad offrire molto a chi cerca rifugio nella fantasia.
La baia di Katha Beach è chiusa da un’isoletta deserta, una piccola collina verde circondata dal mare di smeraldo. Dalla punta meridionale della baia è possibile raggiungerla nuotando in un’acqua trasparente, sempre calma e calda.

Non ha dunque misteri per chi si vuole avventurare fra le sue balze.

Sulla costa la candida sabbia crea un contrasto di colori con il verde degli slanciati palmizi tropicali, delle “siepi” di mangrovie e delle piante rampicanti i cui fiori sono un tripudio di colori.

La varietà del paesaggio alimenta il piacere della scoperta e la gioia di trovarsi in un posto così bello.
Andando verso sud scopriamo cosa nasconde la verde collina che scende a strapiombo sul mare.

La piacevolezza della passeggiata sulla battigia, addolcita dalla calda carezza sulle nostre gambe della risacca marina, diventa una bellissima sorpresa quando si scopre che in fondo alla baia di Katha c’è un angolo mozzafiato formato da un fiume che si confonde con il mare e forma una verde laguna.

Sull’acqua si dondolano placidamente piroghe di altri tempi, le cui esili prue sono cinte da coloratissimi veli e profumate ghirlande di fiori, espressioni della devozione dei pescatori.

E per dare il tocco finale al quadro che rappresenta un paesaggio paradisiaco c’è anche un rosso ponticello sormontato da una slanciata cupola che somma tutti gli aspetti della più raffinata cultura thailandese.

Avventurandosi invece sulla parte opposta della baia, tra le rocce modellate dal mare, c’è il piacere di scoprire la natura dei fondali.

L’animazione dei mille variopinti abitanti degli anfratti, la fuga verso il largo dei pesci quando la marea sta per calare attraggono la nostra attenzione e ci piace scoprire (e vedere) qualcosa di più di ciò che accade sott’acqua.

E poi, come non parlare del fascino dei tramonti? E’ vero che li vediamo ovunque, ma ci sono posti dove sono diversi e più coinvolgenti che altrove.
Quando l’orizzonte diventa infuocato, il cielo assume tante tonalità che vanno dall’arancione – che ci ricorda quello dell’abito dei monaci buddisti - al rosa e, infine, all’indaco. Come non rimanere ammaliati davanti a queste espressioni che la natura ci ha regalato?

Muore il giorno sulla baia di Katha, ma la notte porta una nuova ventata di fascino su questa terra che sembra senza tempo.
La scenografia cambia, ma non per questo è meno affascinante: c’è la luna che bacia il mare cristallino con gli argentei raggi, mentre il coro di sottofondo è assicurato dalle “voci” della vicina jungla.

E’ facile lasciarsi prendere dall’emozione. Qui è tutto magia e poesia.

Ma anche quello gastronomico è un aspetto da non trascurare, qui pesci pregiati e aragoste sono piatti comuni e alla portata di tutte le tasche.
E poi la cucina thailandese è la sublimazione delle ghiottonerie, a cominciare dalle banane fritte servite con miele e gelato al cioccolato, vaniglia o cocco.

E poi c’è la realtà allegra e spensierata di ogni luogo di vacanza che si rispetti: dalle musiche agli odori dei giardini degli alberghi, oppure fuori negli animatissimi mercati diurni e notturni dove si trova di tutto, soprattutto la felicità di una vacanza decisamente diversa, perché qui, in queste località, si riscopre il piacere di sognare ad occhi aperti.

Reportage Thailandia. Phuket, il fascino della natura.
Reportage Thailandia. Phuket, il fascino della natura.
Reportage Thailandia. Phuket, il fascino della natura.
Reportage Thailandia. Phuket, il fascino della natura.
Reportage Thailandia. Phuket, il fascino della natura.
Reportage Thailandia. Phuket, il fascino della natura.
Mostra altro
Mostra altro

Andrea Biscaro, "Il vicino"

8 Febbraio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Andrea Biscaro, "Il vicino"

Il vicino

Andrea Biscaro

Safarà editore

pp 194

12, 50

Fino agli ultimi due capitoli, “Il vicino”, di Andrea Biscaro, è un thriller che t’inchioda dal primo rigo.

Situazione angosciosa in crescendo: il protagonista - un pittore di qualche fama che vive in campagna con una gatta dopo aver divorziato - riceve un film snuff nel quale appare protagonista. Si tratta di un video amatoriale pornografico, in cui vengono mostrate torture, culminanti con la morte della vittima, nello specifico una donna alla quale lui, dopo il sesso, mozza la testa con una sega. Diciamo che le varie sequenze di delitti nel romanzo sono fin troppo splatter ma comunque funzionali al genere. Il pittore, che non ricorda di aver compiuto mai niente di così efferato, vive isolato nella campagna della Tuscia, vicino ad un paese riconducibile a Pitigliano, bello quanto inquietante retaggio di antiche testimonianze etrusche. Accanto a lui è venuto ad abitare da poco uno strano personaggio, un architetto dai modi affascinanti ma ambigui. Pagina dopo pagina la paura cresce. Biscaro è bravissimo a rendere il dilatarsi dell’orrore, la sensazione di essere sempre più in trappola, la minaccia.

Il finale non possiamo svelarlo, anche se vi sarà una specie di contrappasso, una punizione per antichi peccati. Nonostante la spiegazione razionale, intuiamo che non tutto è come sembra. C’è comunque molto inconscio, molto rimosso, dietro le vicende/allucinazioni di cui è vittima il pittore protagonista della storia.

Intravedo i loro becchi neri che grondano sangue. Io non posso muovermi. Non è soltanto la paura. È impossibile spostarsi in mezzo a questa invasione, a questa violenza di ali, a questa tempesta nera.(…) I loro becchi raggiungono la mia gola, la squarciano, mi tranciano la carotide. I loro becchi invadono i miei occhi, bevono i miei bulbi. I loro becchi si fanno strada nelle mie carni, nel mio petto, scavano nelle ossa e nei nervi, trovano il mio cuore e lo divorano, lo beccano, lo spolpano, lo fanno scomparire nelle loro gole gracchianti.” (pag 156)

Ciò che gli capita non è un caso, ciò che prova nasce dal rimorso e dal tormento interiore. E questo, nel finale, meriterebbe di essere sviluppato meglio.

La narrazione, abbiamo detto, fila come un treno fino agli ultimi due capitoli che, a nostro avviso, creano un anticlimax troppo sbrigativo, tropo esplicito e perciò deludente, specialmente perché non tutto risulta credibile.

Lo stile è ottimo, l’insistita paratassi – al limite quasi della scrittura poetica – all’inizio spiazza, ma serve bene lo scopo di produrre un ritmo incalzante e feroce, una morsa che si stringe attorno all’io narrante fino a stritolarlo, ed è compensata da una scrittura perfetta che non lascia niente al caso. Intelligente la scelta di una narrazione onnisciente, con l’espediente del reiterato “se qualcuno potesse vedermi da fuori”, e la resa oggettiva dei dialoghi, riprodotti, non tanto come sceneggiature, quanto come vere e proprie registrazioni su nastro.

Se qualcuno potesse vedere il mio volto ora dall’esterno, vedrebbe le orbite dei miei occhi farsi buie, cave. Vedrebbe la pelle del mio viso tesa in una maschera di orrore. Qualcuno potrebbe pensare di vedere una sigaretta nella mia mano destra, stretta tra indice e medio. Qualcuno potrebbe persino intuire la forma di un bicchiere pieno nella mia mano sinistra.” (pag 11)

“Pensare”, “intuire” sono verbi che attirano la nostra attenzione sulla possibilità che ciò che viene descritto non sia vero, sia frutto di una illusione. Per contrasto, la messinscena architettata ai danni del protagonista appare più che mai reale, mentre ciò che egli compie, le sue azioni, sono messe in dubbio dai suoi stessi pensieri. Il pittore afferma di aver smesso di bere, di fumare e di fare le altre cose sbagliate che lo hanno portato al punto in cui è, cioè ad essere un uomo solo e braccato, ma, forse nella sua mano quel bicchiere c’è ancora, la sigaretta sta ancora fra le sue dita, il vizio è sempre dentro a rodergli il cuore come i l becco dei corvi, il male cova in attesa di un indennizzo, di una vendetta.

Mostra altro

Premio Letterario di Poesia e Narrativa della Città di Arcore

7 Febbraio 2015 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei

Premio Letterario di Poesia e Narrativa della Città di Arcore

Ricordiamo che il premio scade il 30 marzo

Comune di Arcore
Provincia di Monza e Brianza
ASSESSORATO ALLA CULTURA
PREMIO LETTERARIO DI POESIA E NARRATIVA
“Città di Arcore”
PRIMA EDIZIONE 2015
In ricordo di Luigi Angelo Teruzzi

COMUNICATO STAMPA

Arcore, 06 dicembre 2014 – Al via la Prima Edizione del Premio Letterario di Poesia e Narrativa della Città di Arcore, istituito dall’Assessorato alla Cultura, in collaborazione con il poeta e scrittore Cheikh Tidiane Gaye, che si terrà ad Arcore nel mese di Maggio 2015. Il Premio, organizzato per la prima volta, ha lo scopo di promuovere la Cultura tramite la letteratura e in tutte le sue forme espressive; far della scrittura un mezzo per sentire la voce dei cittadini; conservare e valorizzare la cultura brianzola. Il Premio è aperto a tutti i cittadini italiani e non italiani purché scrivano in italiano e abbiano compiuto diciotto anni.
Questa Prima Edizione è dedicata al noto e emerito artista arcorese Luigi Angelo Teruzzi e intende offrire una grande opportunità ai partecipanti per sviluppare la loro creatività. Il Premio rafforza la convinzione che il territorio arcorese possa diventare, la culla dello sviluppo di una cultura solidale e universale.
Il Premio si articola in cinque sezioni suddivise tra la poesia e la narrativa. L’ultima sezione è a tema ed è esclusivamente dedicata alla cultura brianzola. Le altre sezioni sono a tema libero.
La giuria è presieduta dalla Prof.ssa Itala Vivan dell’Università di Milano ed è composta da: Paola Ciccioli, Alberto Moioli, Pap Khouma, Davide Salvioni e Cheikh Tidiane Gaye.
Gli elaborati dovranno pervenire alla segreteria del Premio entro e non oltre il 30 marzo 2015. (le specifiche sul sito web del Comune di Arcore e sulla pagina Facebook del Premio).

Paola Palma
Assessore alla Cultura

Mostra altro

Pinacoteca "Corrado Giaquinto"

6 Febbraio 2015 , Scritto da Redazione Con tag #redazione, #pittura

Pinacoteca "Corrado Giaquinto"

Bari, Pinacoteca “Corrado Giaquinto”

13 dicembre 2014 – 31 marzo 2015

Persone.
Ritratti di uomini, donne, bambini (1850-1950) da collezioni pubbliche e private pugliesi

mostra a cura di Clara Gelao

Fra le novità proposte della mostra Persone, che è stata inaugurata sabato 13 dicembre presso la Pinacoteca di Bari e che si qualifica come uno degli eventi più importanti nel panorama espositivo di fine d’anno, c’è un inedito di Silvestro Lega, firmato sul retro, raffigurante un giovane uomo dal volto serio e malinconico, bocca ben disegnata, occhi castani di forma allungata, capelli bruni corti e ben pettinati, vestito con una giacca di velluto marrone ad ampi revers, sulla quale spicca il triangolo bianco della camicia con collo a listino chiuso da un grande fiocco nero.
Il ritratto apporta un notevole contributo di conoscenza alla prima stagione artistica di Silvestro Lega e può essere collocato tra il 1850 e il 1860, trova il suo corrispondente stilistico più vicino nel noto Ritratto del fratello Ettore fanciullo della Pinacoteca di Brera. Anche la cromia, giocata come nel ritratto milanese su una gamma di tonalità spente e cinerine, illuminate delicatamente da una luce limpida e cristallina, portano in questa direzione, tanto da far pensare che il dipinto faccia parte di quel nucleo di ritratti realizzati dal Lega a Modigliana fra il 1855 e il 1857, quando il giovane pittore vi fece ritorno in preda ad una crisi di “carenza d’invenzione” e dove, pur compiendo frequenti puntate a Firenze, eseguì una decina, e forse più, di ritratti, alcuni su commissione, come quello del vescovo Melini, altri più intimi e personali, per parenti ed amici.
Il dipinto costituisce sicuramente uno dei tanti centri d’interesse della mostra, costituita da oltre 100 opere (pittoriche, scultoree, grafiche), datate o databili tra il 1850 (con poche eccezioni di epoca precedente) e il 1950, scelte tra quelle conservate nella stessa Pinacoteca barese e nei più importanti musei pugliesi, nonché in alcune collezioni private, anch’esse pugliesi, propone al grande pubblico una approfondita lettura del genere “ritratto” attraverso gli exempla forniti da alcuni noti artisti pugliesi (da De Napoli a Netti a De Nittis, da Toma ai Barbieri, da Cifariello a Martinez, sino a Speranza, Martinelli, Cavalli, Levi), aprendosi ovviamente ad accogliere anche interessanti opere “extraregionali” (Michele Cammarano, Enrico Fiore, Giuseppe De Sanctis, Giuseppe Costa, Enrico Lionne ed altri napoletani, un inedito di Silvestro Lega, opere di Romolo Pergola, Annibale Belli, ecc.) o addirittura di valenza internazionale (come il cileno, naturalizzato francese, Santiago Arcos y Megalde, morto nel secondo decennio del Novecento, autore di un finissimo Ritratto di signora, o John Singer Sargent, autore dello straordinario Ritratto di Vernon Lee).
Completeranno il percorso alcuni stralci e frammenti tratti da opere di scrittori dell’Otto e Novecento, veri e propri “ritratti” letterari, che dialogheranno con effetti intriganti con le opere esposte, mostrando le sintonie o le variazioni che intercorrono tra i due diversi “media”.
La mostra, a cura di Clara Gelao, è accompagnata da un catalogo scientifico edito da Mario Adda editore di Bari, contenente brevi saggi introduttivi nonché la riproduzione a colori di tutte le opere, corredate da schede scientifiche che vedono la generosa collaborazione di molti studiosi e storici dell’arte di diverse generazioni, alcuni dei quali impegnati nelle stesse istituzioni museali.

Sponsor Ufficiale


Pinacoteca “Corrado Giaquinto”
Via Spalato 19 / Lungomare Nazario Sauro 27 – Bari - Tel. 080/ 5412420-3-4-5-7 pinacotecaprov.bari@tin.it www.pinacotecabari.it
Ufficio Stampa Pinacoteca: Tel: 080/5412427 – Fax 080/5583401 pincorradogiaquinto@tiscali.it;


Mostra altro

Reportage Caraibi: Trinidad e Tobago le isole sorelle

5 Febbraio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage Caraibi: Trinidad e Tobago le isole sorelle

Altre isole caraibiche poco conosciute ma interessanti da vedere e trascorrerci le proprie vacanze.

Si possono definire le “isole sorelle” per eccellenza e, nonostante siano distinte e separate, formano un’unica nazione, compensandosi a vicenda. Infatti, la pace e la tranquillità di cui è carente Trinidad, si trovano a Tobago, mentre la costante vivacità di un vero centro cosmopolita che manca a Tobago, è tipico di Trinidad. Tobago fu unificata a Trinidad verso gli anni ’80 del diciannovesimo secolo, dopo il fallimento dell’industria dello zucchero, che costituiva l’unica fonte di benessere dell’isola. Storicamente parlando, nelle due isole, nel corso di tre secoli, si sono succeduti spagnoli, olandesi, francesi e inglesi. Dopo molte battaglie, Trinidad e Tobago diventarono un’unica colonia britannica, rimanendo tale fino al 1976, anno in cui divennero una repubblica, governata da un presidente invece che da un re inglese.

Al giorno d’oggi, Trinidad è uno dei paesi più ricchi e industrializzati delle Indie Occidentali, anche perché, oltre all’industria dell’acciaio e del gas naturale, possiede il lago di pece più grande del mondo che, trasformato in bitume, è in grado di asfaltare tutte le autostrade del mondo!

Anche il petrolio non è da meno! Infatti, ve ne è in tale abbondanza che la benzina ha il prezzo più basso dei Caraibi.
Geograficamente parlando, Trinidad si presenta piuttosto pianeggiante, tranne che per la catena montuosa settentrionale, mentre Tobago ha un terreno montuoso, con colline alte 450 metri, che scendono fino a bianchissime spiagge.

Bisogna tenere presente che, fra le due isole, non esiste alcuna rivalità, anzi. L’ideale è visitarle tutte e due.
Si può trascorrere la giornata su una delle fantastiche spiagge di Tobago, circondati solo dalla più assoluta tranquillità, per poi lanciarsi nella eccitante vita notturna di Trinidad, fatta di ristoranti, bar, musica e “Calypso” (Trinidad ne è la patria).

A “Porth of Spain”, la capitale di Trinidad, vi è il grande “Queen’s Park Savannah”, punto di partenza ideale se si vuole effettuare il giro della città a piedi.

Questo immenso prato di circa 80 ettari dispone di una pista da corsa e di alcuni campi da cricket. Si tratta di una vecchia piantagione di canna da zucchero che, nel 1808, fu rasa al suolo da un violento incendio.

L’isola è comunque una curiosa miscela di stili: dalla “Roodal Residence”, in stile barocco, alla “Whitehall”, in stile moresco, alla “Red House”, in stile pre-rinascimentale.

Anche a “Scarborough”, la capitale di Tobago, vi sono molti luoghi interessanti da visitare.
“Fort King George”, per esempio, è sicuramente da vedere.

Situato a 130 metri sopra l’isola, oltre ad offrire un panorama splendido, testimonia le interminabili battaglie fra inglesi e francesi, che hanno caratterizzato la storia di Tobago.

Man O’Wae Bay”, all’estremità opposta dell’isola, è uno dei più bei parchi naturali di tutti i Caraibi, mentre, da non tralasciare, è Charlotteville, un piccolo villaggio di pescatori situato sulla baia, sul pendio di una collina.
Anche qui l’avvenimento folkloristico più importante dell’anno è il Carnevale, che ha inizio all’alba del lunedì precedente il mercoledì delle ceneri, per terminare alla mezzanotte del martedì.
Protagonisti assoluti: il Calypso e la musica delle “Steel Band”.

Per quanto riguarda l’alloggio, a Trinidad si trovano sia eleganti complessi alberghieri che pensioni meno lussuose ma caratteristiche.

I pasti non sono quasi mai compresi nelle tariffe. A Tobago, invece, è molto facile trovare alberghi che praticano anche la mezza pensione.

La cosa migliore è affidarsi ad un’agenzia di viaggi che potrà costruire su misura un programma “ad hoc”.

Reportage Caraibi: Trinidad e Tobago le isole sorelle
Reportage Caraibi: Trinidad e Tobago le isole sorelle
Reportage Caraibi: Trinidad e Tobago le isole sorelle
Reportage Caraibi: Trinidad e Tobago le isole sorelle
Mostra altro

Tramonto in montagna

4 Febbraio 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini

Tramonto in montagna

Ancora un pezzo inviatoci da Quirino Riccitelli

Tramonto in montagna: lo sfrutto per ricaricare le pile di una nuova giornata spesa nel solito di paese. Raggiungo il lago, farò una foto al crepuscolo e scriverò qualcosa sul paese, dove soffia un forte vento… clima natalizio, freddo e scialbo nei vichi, mentre attorno sbiadiscono pian piano le nitidezze… riflessione finale sulla politica e poi torno a casa. Ricopio senza modificare nulla, col vento fuori che pretende ascolto e spunti…

<< Ogni sera un tramonto avanza al cielo. Dura poco, quindi approfitterò di quel breve, stasera. Quel cielo sta per fare la muta, immerso nell’imbrunirsi, e io, addentrato nell’apatico sopravvivere, lo osservo con un briciolo di stupore; superstite unico, e un po’ frastornato, della tormenta che mi rimescola, poi scombina, gli stimoli. Imbrunisco di crepuscolo e mi brunisco pure le sopportazioni più arcuate, limandomi l’istinto prioritario di piangermi addosso, almeno una parte, dell’insoddisfazione provata. La provo e, senza approvarne l’esistenza, provato, riesco a eluderla… nonostante sussista incessante. Quella sensazione maligna mi cavalca l’istinto. Un uccello imita il suo rumore di zoccoli galoppanti, e picchia forte sulla corteccia della conifera. Sbatte alle mie spalle, mentre attorno sbiadisce il paesaggio e ne perdo gradualmente particolari. Poc'anzi, il canneto pareva più giallo e, dentro, ci contavo gli steli agilmente. Disperato di giornata vacua, stasera tengo fuori quel solito sentire e avvertire ogni giorno. Insoddisfatto in cerca di prove, di stimoli in questo lento spegnersi del giorno. Lascia poco d’immortale la disillusione che colora giornate di un’impropria gioia incolore. Resto qui, a godermi solo, il rossastro sfumato di nuvole rosse adesso, ma ancora per poco… a breve subentrerà la notte, col buio a pittare paesi e natura. Freddo pungente e penna che graffia su un foglio che stride reazioni. Un quadro negli occhi miei, alterati da un rosso divino, assuefatti come di vino, e barcollanti sul viola d’un cielo incantante. A me, tremola la mano, ma se vado via, poi perdo sfumature e frangenti. Ora v’imprimo un nuovo rumore, là dietro la frasca… cela e preserva un animale quel ciuffo a sei metri, ma pare esitante d’identità; mi sforzo ad attribuirgliene una consona, poi nudo sporge e mi rivela una familiare sembianza nel soma. La logica batte nei set lo spavento, poi sospira vittoriosa nei setti, e lo riconduce, senza sforzi, al “Mus Musculus”. Voglio restare solo, qui dove c’è tanto spazio… ma non per la confusione. Natura pretende ascolto e ribadisce la forza che usa per strapparmi attenzione. Perde il nome questa realtà antropica, nel ciclo che detta l’avvento del buio più vero. Si veste di freddo l’aria e i pipistrelli accalappiano insetti distratti. Ne schivo uno d’istinto, ma non mi avrebbe preso comunque: scartandomi all’ultimo. Un po’ come fa l’Italia con me, che ne ha di paradisi suggestivi. T’illude per poco di farne parte ma è passeggera quella sensazione di benessere. Tipo questo tramonto in montagna… il difettato son io, se mi mancano quei santi, incollocati nei miei paradisi. Appartenenze a risonanti parentele non ne posseggo, ma quei santi di prima, stupido, li ricordo spesso. Blasfemo, quando invoco il loro nome per rafforzare uno sfogo. Me ne sto lontano dal paese, rinnegandone temporaneamente l’appartenenza. Ruba attenzione l’efferatezza con cui, spietata, subentra la notte. Qui, io escludo l’asfalto grigio, perché attorno s’è fatto scuro… tutto quel verde, dettame di vita, cede pezzi di speranza alla notte ingorda. Mi sento piccolo nel solitario oscurare, come quando in aereo scavalchi le Alpi e sei minuscolo, vulnerabile. Come quando hai dinanzi l’orizzonte piatto del mare, col sole a sormontarlo, dove cauto entrerai per salarti la pelle d’estate. Qui da me, non c’è mare, ma male… l’inficiare gratuito, deturpa sovente l’udente nel vico, cinico nel favellare i fatti d’ogni civico. Inevitabile quell’affiorarmi della gente, in mente distratta da un inalienabile imbrunire, ma ripeto: son solo! Poco fa ho mollato il paese, dove folate improvvise scoperchiavano contatori, mentre gli infissi applaudivano. Carnevale in provincia da me, c’è un po’ tutto l’anno, soprattutto a Natale, quando s’indossano vesti sfarzose d’apparenza. Torna a casa il paesano con l’accento ammaccato e l’ego pompato; rincasa anche lo straniero da poco, che pavoneggia, fuori al bar, conquiste nelle disparate zone umide dei “porti varcati”. I Porci casertani, più di lui, lo stanno a sentire, io a dissentire… ritorna in paese il coetaneo esausto, come l’olio di gomito che spreca per costruirsi un futuro difficile, lontano da qui. Io vivo vicino Caserta, laddove s’erge la rinomatissima Reggia. Ogni paese è famoso per qualcosa, il mio no. Sopravvivo come altri sotto ai monti, ed è questa l’unica nostra caratterizzazione. Per il resto, beh, prevale l’utopico al tipico… indosso un velo eludente, cosicché possa esser io, schivo. Schifo taluni paesani, eppur concedo tregua e parola a disparati conoscenti; disperati nei vichi, mentre è sulle basole che scivolano i tacchi delle “milf”. Poco attrito, come il mio, a muovere passi instabili su saponette di sogni. Il paese cosparge le strade strette del centro storico, con mestolate di gente. Le rimescola, a mo’ di riso in una paella, e lascia stupire i chicchi che là dentro s’insaporiscono. E’ una pentola ‘sto buco, in cui si mette sempre troppo sale nell’altrui sfera privata. In tutti i tempi, da che esiste memoria, a ribollirci dentro, ci sono i mai cotti cazzi altrui... c’è chi cucina il “quinto quarto”, poi noi, che nemmeno con la crisi odierna risparmiamo sui cazzi di terzi. Ubiqui nel proferire calunnia, cospargiamo di falso faccende riportate da vicinanze prossime alla fonte. Farsi i fatti? Farsi di fatti, strafarsi… strafatti! Estrometto fiero commenti, in cui mi spingono taluni… centellino pareri e viro su altri discorsi: questa la tattica elusiva vincente. Sfuggente alle storie riportate, resto attendista e sto sulle mie. Non conto poi tanto e prevale, un po’ in tutti i paeselli d’Italia, quella fregola d’arsura d’indiscrezioni. Nelle piazze si fanno scorpacciate di etica e perbenismo, s’etichetta e affibbia l’appartenenza di un tale e, in fine, non sussiste alcuna lietezza nel condannare gesta di ciascuno. Mi capita di scambiare mezza “chiacchiera” con alcune persone, ma, in quel Carnevale di paese prima menzionato, non accetto dolcetti, né scherzetti. Oggi, scontro e cozzo su nervosi disillusi di tutte le età: dall’infante neonato al pensionato duro a morire. Ognuno ha da sputare lo sdegno che infiamma quel covo di velenose serpi; ovviamente, semmai l’interlocutore dovesse pure degnarti d’una manciata di secondi d’apparenza forzata. Si fa finta di non vedere, ma il seguito è un inevitabile parlarne… quando, poi saremmo veramente più buoni anche fuori Natale, se solo evitassimo di sparlarne. Omertosi di un frustrante “sentito dire”, tutti spiattellano e puntano al target dello “spettegolezzo perpetrato”. Spetta un tanfo e non “olezzo” a quel rinnovarsi indiscrezioni, conseguentemente al saluto. Indiscreti di tutte le fratrie per strada, dal sangue blu alla “creme” delle multiple famiglie, col nomignolo distintivo. Certi sono brave persone, semplicemente imbastarditi dall’Italia, un po’ come fanno certi bastardi veri coi cani in gabbia. L’Italia li invecchia e m’invecchia… io, all’alba della trentesima primavera, è in ciò che prima v’era, ch’io compia stasera, una mia “prima e vera realtà”… lontano e assorto nella notte ora giunta, appurandomi al ritorno in auto come distante, da un resto dispari di paesani al crepuscolo. Ben più di quello appena trascorso… ho provato a mangiare di passioni, ma i talenti muoiono di fame. Deprezzato e fuorimoda resistetti ai “resi stretti”, allorquando realizzai che un sogno costa troppo. Taglierò un traguardo forse, o forse mai. Scapperò, questo è certo, da una mentalità chiusa a doppia mandata… perché un po’ ti esilia la politica e, di quel che resta, se ne occupa il sottoscritto. Volerò consapevole via da qui e lo farò presto. Esiste una ricetta per me e ci condirò le giornate, non appena avrò il coraggio per leggerla. E’ già scritta, come il destino che mai t’ostini a seguire. Lo costruirai da te, e su quella strada ci passerà una persona mandata dallo stesso cielo spento di poco fa. Dev’esserci un futuro per ciascuno, ed aspetta sotto un cielo diverso e una sagra bizzarra la sua metà. A me basterà una meta, perché di accenti ho quelli delle mie orgogliose radici. E mai li sradicherò. Porterò nel cuore l’infanzia, i ricordi, la famiglia, gli amici e gli attimi dalla puzza d’eterno. Avrò fierezza nel dichiararmi italiano, nonostante sia stata proprio l’Italia, da conformazione a stivale, a darmi un calcio ben assestato. A se, Stato, proprio uno Stato a sé sul futuro dei giovani. Qui in provincia, sorde le orecchie dirigenziali e reticenti, nel non degnarmi di risposta. Indegno di nota, io che manco quelle sui registri beccavo. Rigavo e rigo dritto ancora, eppure farsi mantenere in prigione parrebbe una soluzione conveniente. Ti versano i contributi, poi avrai la famosa “seconda chance”, quella che non si nega a nessuno… è con le prime che abbiamo difficoltà, soprattutto quando sui curricula le traducono in inesperienza. Per loro, dovresti forse inventartene una, ma ho provato pure a percorrere questa elementare soluzione… poi è come alle elementari: dove t’erudiscono all’insussistenza di prove… riprova che il risultato non cambia! Se ne sbattono di concedere uno straccio d’opportunità, e si lavano quelli sporchi con cui ci inquinano. Io antipolitico, v’auguro egregi politicanti, d’ingozzarvi di “Belpaese” fino al punto di rimettere. Scellerati, Voi, poi, che cosa ci rimettereste? Nulla, impuniti e, pure se condannati, immuni, pertanto indenni, alla pena da scontare. Poi noi, a mantenere i nervi, anzi a mantenervi le doppie scorte: di privilegi, più quelle affollate, a proteggere proprio voi “privi in ligio”… poi mettiamo in cella il pensionato che ruba il pacco di pasta perché gli manca l’euro, mentre le vostre falle mai verranno a galla. Buona vita all’Italia, da parte di uno che ha provato a restarci. Sono appena arrivato a casa, giusto il tempo di ricopiare lo scritto… Eolo fischietta sotto l’infisso e smuove le chiome di piante e passanti. Non voglio rileggere i pensieri che vanno dal tramonto a questo momento, sarebbe come privare d’autentico il puro istinto. Vorrei solo che a qualcuno arrivassero, perché non c’è dialetto alle richieste e non c’è lingua all’amore. E’ un po’ come dare del venduto a ciò che è inestimabile. Sono solo uno dei tanti, sull’orlo di una crisi di inermi, coi nervi a fior di pelle. Ma pronto a disegnare un futuro… discosto da qui. Disposto da qui in avanti a realizzare senza rimpiangere, abolendo la piaga di un fastidioso e protratto piangermi addosso… Spengo qui il mio scritto. Qui, spengo in prima persona, è “astuto”… non credo d’esserlo chissà quanto, ma chiudo cauto, con l’augurio spassionato che giunga a qualcuno arguto,

Quirino Riccitelli
(disoccupato trentenne di provincia. E non per scelta… con la penna in fiamme, mentre fuori l’inverno esige freddo.) >>.

Questo è il mio inutile e lo scrivo quotidianamente

Mostra altro