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In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio

4 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio

In questa escursione fra le valli e i monti molisani Flaviano Testa ci ha condotti a Civitanova del Sannio e i suoi scatti colgono con semplicità e perfetta armonia un piccolo paese del Molise che arriva appena a 1000 abitanti.
L'attuale toponimo del paese è successivo all'Unità d'Italia che prima si chiamava solo Civitanova. Nome derivante dalle fortificazioni sannitiche erette a controllo della valle del fiume Trigno e di cui ancora si possono vedere i resti nei pressi del centro abitato. Posto in provincia di Isernia a un'altezza collinare di 650 m, attraversato dall'antico tratturo Lucera – Castel di Sangro, gode di un'ottima posizione, di un piacevole paesaggio e di un fresco clima estivo che attira turisti dalla vicina Campania e dalla metropoli romana. Giungono dopo un breve viaggio e si immergono nel verde dei boschi di faggio, si bagnano e bevono alle fresche sorgenti di acque chiare e freschissime che sgorgano vicino al paese, cercando fragoline, funghi o tartufi bianchi a seconda della stagione o si stendono al sole sulle rive del lago carsico che si trova nei pressi godendosi la “Montagnola” con l'area attrezzata per i pic nic .
Di questo piccolo paese colpisce la bellezza dei vicoli che lo attraversano, passeggiando per le strettoie sembra di tornare indietro nel tempo: al medioevo, periodo in cui quei vicoli risalgono e a quando il conte d'Isernia e sua moglie fecero costruire un monastero e lo donarono ai monaci benedettini. La gente è accogliente, seria e laboriosa. Nel dopoguerra il paesino ha subito una forte emigrazione, causa la totale mancanza di possibilità lavorative e la povertà dei terreni adibiti all'agricoltura, le famiglie lasciavano il paese natale e si recavano all'estero in nord America, in Argentina o in Germania. L'estate, intorno a fine agosto, si tiene la “festa dell'emigrante”, con riti religiosi, conferenze, mostre d'arte, proiezioni di film all'aperto e concerti sinfonici. In queste occasioni spesso fanno ritorno in patria i figli degli emigranti di un tempo per ritrovare le loro radici, cresciuti all'estero parlano poco e male la lingua italiana, ma conoscono benissimo il dialetto locale, dando origine a scenette divertenti. Guardandosi intorno si sentono stranieri a casa loro e ripercorrono con nostalgia i vecchi gradini che li riportano alle case che furono dei padri o dei nonni, desiderando di fuggire dalle grandi città in cui sono costretti per lavoro e di tornare a vivere in un contesto ambientale, sociale e culturale autentico, difficile da trovare. All'inizio dell'autunno in paese restano soprattutto anziani soli e allora qualche straniero ancora è facile incontrarlo ma è un emigrante di altri paesi che qui trova lavoro come badante, in un paese povero ma dove non è costretto a chiedere elemosina e dove i campi diventano giardini e le pietre delle case isolate o dei castelli cadenti, riflettono silenziose i raggi della luna e del sole al ritmo scandito dal tempo e dalle stagioni.

In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio
In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio
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Laboratorio di Narrativa: Sergio Cena (2)

3 Marzo 2015 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #racconto

Laboratorio di Narrativa: Sergio Cena (2)

Classico esempio di fiaba surreale che vuole essere molto più di quello che in effetti è, contenendo, ed aprendo senza svilupparli, spunti di ogni genere a beneficio degli interessi e della filosofia dell’autore.

“La vera storia della piccola fiammiferaia”, di Sergio Cena, è una rivisitazione della favola di Andersen, ma qui la protagonista finisce in paradiso, dove incontra figure oniriche che potrebbero ricordarci quelle incrociate da Alice nel paese delle meraviglie, se ne conservassero la potenza immaginifica e se non fossero appesantite dal credo anarcoide dell’autore. La coprofagia degli agenti antisommossa ha una vaga reminiscenza omerica (se si pensa ai compagni di Ulisse trasformati in maiali da Circe) ma risulta terribilmente sgradevole e fine a se stessa.

Patrizia Poli

Inviate i vostri racconti (massimo 5 cartelle) a ppoli61@tiscali.it

LA VERA STORIA DELLA PICCOLA FIAMMIFERAIA

La piccola fiammiferaia se ne stava rannicchiata all’angolo di due vie, offrendo zolfanelli ai passanti che, improvvisamente, tre passi prima di passare di fronte a lei, diventavano sbadati o distratti o trovavano modo di salutare qualche perfetto sconosciuto che transitava sul marciapiedi opposto.

“Signore vuole comprarmi una scatola di zolfanelli?” Chiese la piccola fiammiferaia a un tizio in ghingheri che stava scendendo da una Maserati ultimo modello.

“Come osi interpellarmi lurida mendicante!?” Disse l’uomo accendendosi un sigaro grosso e lungo con il suo accendino di platino tempestato di diamanti.

La piccola fiammiferaia, rabbrividendo per il freddo, guardò l’uomo allontanarsi e accese uno zolfanello per scaldarsi le dita ghiacciate e stava per accenderne un altro, quando un’ombra le si parò innanzi. La piccola fiammiferaia alzò lo sguardo e vide la figura imponennte di uno sbirro che, con il suo ridicolo berretto in testa, la interpellò con aria truce: “Lo hai il permesso per vendere infiammabili? Eh, lo hai il permesso!?”

Non fosse stata la vigilia di Natale e non avesse avuto così freddo, la piccola fiammifaraia avrebbe cercato di sgusciare tra le gambe dello sbirro, invece, infreddolita e intorpidita com’era, disse semplicemente: “ No, non ce l’ho il permesso per vendere infiammabili.”

“Allora mi sa che ti appioppo una bella multa, che te ne ricorderai per un pezzo”, disse lo sbirro fregandosi le mani soddisfatto.

“Ma non ho venduto neppure uno zolfanello!” protestò la piccola fiammiferaia.

“Allora te ne appioppo anche una per occupazione del suolo pubblico, replicò lo sbirro facendo uscire di tasca il blocco delle contravvenzioni.

Lo sbirro succhiò pensosamente il cannello della penna biro, ché la minima riflessione impegnava seriamente le sue facoltà intellettive, poi con un sorriso a trentasei denti, non uno di meno, aggiunse: “E poi ti porto all’orfanotrofio.”

La piccola fiammiferaia, nel sentire nominare l’orfanatrofio, sapendo esattamente di cosa si trattava, freddo o non freddo, trovò la forza di scattare in piedi e fuggire a gambe levate tra una folla carica di pacchetti natalizi. Lo sbirro, invece, con il suo blocco di contravvenzioni in mano, scivolò su una sghinga di cane e planò nella vetrina di una pasticceria di lusso, rompendosi l’osso del collo.

La piccola fiammiferaia tanto corse che si trovò in men che non si dica alla periferia della città. Trafelata e ansante si accorse di un banco che distribuiva la zuppa. L’odore della zuppa, pur non essendo gran cosa, le fece gorgogliare lo stomaco, ma non avendo mangiato da tre giorni, trovò l’odore assolutamente delizioso, cosicché decise di mettersi in coda per aver un po’ di zuppa anche lei.

Quando arrivò il suo turno, la donna che serviva la zuppa la guardò d’un occhio con aria sospettosa. “Sei una rifugiata siriana?” le chiese brusca.

“No, signora, non sono una rifugiata siriana”, rispose la piccola fiammiferaia.

“Sei per caso una rifugiata circassa?”

“No, signora, non sono una rifugiata circassa”, ripeté ancora la piccola fiammiferaia.

La donna che serviva la zuppa ora la guardava apertamente con sospetto. “Allora, dimmi, di quale Paese sei rifugiata?” volle sapere.

“Di nessun paese”, ripose la piccola fiammiferaia. “Sono di qui.”

“Allora niente zuppa, tu non ne hai il diritto. Via di qui pezzente, fila!” intimò la donna che serviva la zuppa.

La piccola fiammiferaia fece la mossa di andarsene, ma un negro che era dietro di lei la trattenne per un braccio dicendo: “Aspetta piccola, dividerò con te la mia zuppa.”

“Ah, ah!” fece la donna che serviva la zuppa, che aveva udito le parole del negro. “Prova a darle anche solo una cucchiaiata di zuppa e potrai andare altrove a riempirti la pancia.”

Il negro stava per protestare, ma la piccola fiammiferaia gli disse di lasciar stare e, prima che alla donna venisse in mente di telefonare all’orfanatrofio, si rimise a correre per le buie vie della periferia.

Senza più un briciolo di fiato, la piccola fiammiferaia si lasciò scivolare a terra e, appoggiata al muro di mattoni anneriti di una fabbrica abbandonata, cercò di riprendere le forze che non vennero. Affaticata e infreddolita, accese uno ad uno gli zolfanelli che le restavano, senza riuscire a scaldarsi. Allora lasciò che il freddo la penetrasse e, mentre diventava insensibile alla morsa del gelo, si mise a pensare a certe finestre che aveva visto quando il tempo era ancora clemente, dalle quali usciva odore di buono tra un coro di voci allegre.

Raggomitolata su se stessa con la visione del calore di quelle finestre si assopì dolcemente per non svegliarsi più.

Il corpicino senza vita fu trovato l’indomani dagli uomini della nettezza urbana, venne un’ambulanza che lo trasportò all’obitorio, dove fu sezionato per il più gran bene dell’umanità.

La piccola fiammiferaia aprì gli occhi e con grande stupore si accorse di essere in un prato cosparso di papaveri rossi, ma di un rosso così rosso come solo i papaveri sanno essere rossi, di fiori gialli, di fiori azzurri e anche, ma per vederlo occorreva fare attenzione, di fiori screziati. Godendosi il tepore del sole, la piccola fiammiferaia guardò le nuvole bianche che veleggiavano nell’azzurro del cielo e si chiese com’era che d’un tratto fosse primavera e, visto che c’era, si domandò anche dove fosse finita la fumosa periferia della città. Si guardò attorno, ma della città nessuna traccia.

“Com’è che sono finita in questo bel posto?” Si chiese, e mentre se lo chiedeva scorse una donna che all’ombra di un parasole le si avvicinava.

Vedendola così bella ed elegante, la piccola fiammiferaia rimpianse di non avere più zolfanelli da vendere, perché certamente, ne era sicura, la bella signora ne avrebbe comprati e con i soldi che le avrebbe dato avrebbe potuto comprarsi una bella pagnotta calda di forno.

La bella signora, che intanto era giunta a pochi passi dalla piccola fiammiferaia, le sorrise. La piccola fiammiferaia, incoraggiata dal sorriso della bella signora, trovò il coraggio di chiederle: “Signora, per favore mi può dire dove siamo?”

“Siamo in Paradiso, piccola mia”, rispose la bella signora.

“E dov’è il Paradiso?” Chiese la piccola fiammiferaia che non aveva mai inteso parlare di un posto nomato così.

“È qui”, rispose la bella signora.

“È molto bello qui”, disse la piccola fiammiferaia, “ e mi piacerebbe starci un po’, prima che venga qualcuno a cacciarmi.”

“Ma nessuno può cacciati dal Paradiso. Qui sei a casa tua”, la rassicurò la bella signora.

“Non vedo case”, disse la piccola fiammiferaia guardandosi attorno stupita. “Comunque io di case mica ne ho.”

“Oh”, disse la bella signora, “quando la vorrai l’avrai la tua casa e fatta a misura per te.”

“Per adesso mi accontenterei di mangiare”, sospirò la piccola fiammiferaia. “È da tanto tempo che non mangio più, che nemmeno me lo ricordo.”

“Prendi questo”, disse la bella signora, tendendole un cestino della merenda che, la piccola fiammiferaia ne era certa, la bella signora non avesse con lei al suo arrivo.

“Ci troverai dentro quel che ti piace e, prima che tu abbia ancora fame, avrai la tua casa con la dispensa piena delle cose che ti verrà in testa di mangiare.”

La piccola fiammiferaia accettò con grazia il cestino della merenda che la bella signora le offriva, un po’ perché aveva fame, ma proprio una fame da lupi, un po’ perché era curiosa di vedere l’effetto che le avrebbe fatto ricevere un regalo, perché davvero nessuno le aveva mai offerto qualcosa, a parte gli scapaccioni che si prendeva quando tornava senza aver venduto tutti gli zolfanelli.

Come ebbe in mano il cestino della merenda, la bella signora le disse: “Scusami, ma ho un affare urgente da sbrigare. Ci vediamo caruccia.” E se ne andò.

La piccola fiammiferaia, visto un bel pietrone che troneggiava in mezzo al prato, lo raggiunse, vi si accomodò sopra ed aprì il cestino della merenda. “Una coscia di pollo arrosto!” esclamò, che del pollo arrosto conosceva solo l’odore. Assaggiò e scoprì che la carne calda del pollo arrosto era davvero squisita. Terminata la coscia di pollo, stava per deporre giudiziosamente l’osso nel cestino, quando vide una bella fetta di groviera, con talmente tanti buchi che faceva veramente piacere guardarla. Prendendola delicatamente tra le dita, assaggio e trovò che anche quella era buona, ma proprio buona che più buona non si può. Terminata la fetta di groviera, la piccola fiammiferaia si disse che sarebbe stato troppo bello riaprire il cestino e trovarvi dentro una banana, perché lei di banane non ne aveva mai mangiate, ma a vederle le davano veramente tanta voglia. Sollevando un pochino il coperchio del cestino della merenda, sbirciò all’interno e vide qualcosa di giallo. “Accidempoli”, fece, “vuoi vedere che c’è dentro veramente una banana! Assaggiando la banana si disse che non aveva mai assaggiato niente di così buono, ma poi pensando che non conosceva altro che il pane secco, si disse che era troppo facile e si mise a ridere, dicendosi che da quel momento sì che sarebbe stato un po’ più difficile dire una cosa così.

Ristorata, ebbe voglia di camminare, cosicché, cammina che cammina, incrociò una stradina di terra battuta.

“Deve essere la strada che porta alla casa della bella signora”, si disse osservandola e, contenta della sua scoperta, prese a seguire la stradina. Dopo un po’ che camminava all’ombra di grandi alberi fronzuti lungo la stradina di terra battuta, vide in lontananza un omaccione appoggiato alla balaustra di un ponticello.

“Deve essere il guardiano della casa della bella signora”, pensò. “Se mi chiederà chi sono e cosa vengo a fare a casa della bella signora, gli dirò che sono venuta a restituire il cestino della merenda, così mi lascerà passare.”

Con quell’idea in testa, si avvicinò all’omaccione che, intanto, accortosi della sua presenza, la stava osservando avvicinarsi.

“Come ti chiami bella bambina?” chiese l’omaccione con un vocione grosso almeno quanto la sua persona, appena la piccola fiammiferaia fu a portata di voce.

“Sono la piccola fiammiferaia, rispose la piccola fiammiferaia.

“Mica è un nome Piccola Fiammiferaia!” fece sapere l’omaccione.

La piccola fiammiferaia sentendosi piccola piccola di fronte all’omaccione, con un filo di voce rispose: “Signore, temo di non aver altro nome che questo.”

“Suvvia, disse l’omaccione, non vorrai mica che la gente passi il tempo a chiamarti Piccola Fiammiferaia, no!?”

La piccola fiammiferaia, che non sapeva cosa rispondere, si strinse nelle spalle.

“Fiammetta!” Esplose il vocione dell’omaccione. “Ti va se ti chiamerò Fiammetta?”

“Oh, Fiammetta è proprio un bel nome, rispose la piccola fiammiferaia. Lei è davvero gentile ad avermi trovato un nome così bello.”

“Oh, non è niente”, rispose l’omaccione. “È che sono un poco poeta.”

“E cosa è che fa un poeta?” Volle sapere la piccola fiammiferaia, che ora si chiamava Fiammetta.

“Scrive parole, ma non proprio parole qualunque, ma delle parole che messe insieme prendono un senso che nessuno sospetterebbe che potrebbero assumerlo delle parole qualunque messe insieme.”

“Ah”, fece Fiammetta, “deve essere un mestiere difficile fare il poeta.”

“Dipende”, disse l’omaccione. “Certi giorni è difficile difficile e certi giorni è facile facile, solo che non sai mai quando è uno dei giorni difficili o uno di quelli facili, ma è solo il giorno dopo che sai che il giorno avanti, quello che pensavi fosse un giorno di quelli facili facili era invece uno di quelli difficili difficili, ma così difficili che non ti dico, oppure il contrario, che quello che pensavi fosse un giorno difficile era invece un giorno facile facile, come quelli che se ne vedono pochi.”

Impressionata, Fiammetta guardò l’omaccione piena di ammirazione e disse: “Accidenti, deve essere più difficile fare il poeta che vendere zolfanelli all’angolo della strada.”

“Devi avere ragione, piccola, perché davvero a me nessuno, ma proprio nessuno, ha mai comprato una sola poesia.”

“Poveretto”, disse Fiammetta, “e com’ è che ti riusciva di tirare a campare?”

“Mica mi è riuscito”, disse l’omaccione col vocione che si era fatto triste.

“Sono crepato di fame. O meglio stavo tranquillamente crepando di fame quando è arrivato un gruppo di agenti antisommossa che a colpi di sfollagente mi ha aiutato a rendere l’anima.”

“Avevi rubato un’anima!?” chiese Fiammetta stupita, anche se non aveva la minima idea di cosa potesse essere un’anima.

“Oh, è solo un modo di dire”, spiegò l’omaccione. “Comunque senza saperlo, gli sbirri quel giorno mi fecero un favore, ma proprio un gran favore.”

“Non capisco dove stia il favore nel bastonare un povero poeta che crepa di fame...” disse Fiammetta, confusa.

”È che poi mi sono ritrovato qui, e qui sto bene”, spiegò l’omaccione.

“Non ci sono sbirri qui in Paradiso?” Chiese Fiammetta con un filo di voce.

L’omaccione rise con un vocione così grosso, che tutto lì intorno sembrò ridere con la sua stessa voce.

“Certo che ce ne sono di sbirri, mia cara, ma stanno al loro posto.” Così dicendo l’omaccione indicò in basso del ponte.

Curiosa Fiammetta diede un’occhiata e vide una mandria di agenti antisommossa che grufolava nel torrente a secco.

“Cos’è che mangiano? Non vedo niente che si possa mangiare nel greto, a meno che non si mangino i ciottoli.”

“Ognuno mangia la cacca dell’altro”, disse l’omaccione.

“E perché si mangiano l’un l’altro la cacca?” Fece Fiammetta disgustata.

“Così imparano ad aver fatto gli agenti antisommossa.”

“Ma è disgustoso!” disse Fiammetta storcendo la bocca.

“Anche loro lo trovano disgustoso, solo che non possono fare a meno di papparsi l’un l’altro la cacca.

Ad un tratto a Fiammetta parve di riconoscere lo sbirro del giorno prima. “Lo conosco quello!” Esclamò.

“Quello? È appena arrivato, e te lo dico io che dovrà mangiarne di cacca!”

“Ma tu come fai a sapere tante cose ? chiese Fiammetta.

“È che sono il guardiano della mandria e il mio compito è quello di non lasciarli dormire sino a che non hanno mangiato la loro razione di cacca quotidiana.”

“Oh”, fece Fiammetta, “davvero non è un bel lavoro per un poeta.”

“Ma è già meglio che stare al loro posto.”

“Di questo non dubito proprio”, disse Fiammetta con un brivido.

Poi aggiunse: “Ora devo andare, la bella signora che ho incontrato mi ha detto che avrò una casa fatta su misura per me e non vorrei proprio che fosse vicino a quei tipi cattivi.”

“Tu devi aver incontrato la Madonna, disse l’omaccione. Non ti sei accorta che era la Madonna?

“Chi è la Madonna?” Chiese Fiammetta.

“È la dea più antica dell’universo”, spiegò l’omaccione

“E cosa è una dea?” volle ancora sapere Fiammetta.

“Ecco... una dea è... come dire ? Un essere, ma non proprio un essere, ma più di un essere, che comunque è un essere, perché per essere è, che insieme ad altri esseri come lei ha fatto in modo che questo universo esistesse.”

“Accidenpoli ! E una donna... voglio dire una dea così si è fermata a parlare con me, esclamò Fiammetta, considerando per la prima volta, il suo vestitino grigio che era tutto un rattoppo.”

“Oh”, fece l’omaccione, “se è per questo l’altro giorno giocavo a briscola con Manitù e ho anche vinto un totem e tre amuleti.“

Fiammetta non sapeva chi fosse questo Manitù, ma pensando dovesse essere come la Madonna o qualcosa così, fu molto, ma molto impressionata.

“Bene”, non ti trattengo, disse l’omaccione. “Vedo là due bighelloni che se la dormicchiano e devo andare a dargli la sveglia.... Ah dimenticavo, mi chiamo Cosetto.”

“Felice di aver fatto la tua conoscenza, Cosetto”, disse Fiammetta, e si allontanò contenta, ma proprio contenta che non avrebbe saputo dire quanto fosse contenta.

Percorso qualche chilometro, la stradina si inoltrava in un bosco grande almeno come una foresta. La piccola fiammiferaia che ora si chiamava Fiammetta, non aveva mai inteso parlare di lupi e di altri pericoli che, non si sa perché, ma si nascondono sempre, ma dico sempre sempre nei boschi, non fu neanche un pochino spaventata di entrare nel bosco, e invece di rabbrividire nell’ascoltare le voci misteriose del bosco, ne fu incantata.

Camminando tranquilla tra la foresta di alberi del bosco, ascoltava il cuculo cuculare, il merlo merleggiare e gli altri uccelli uccellare e, quando udì il rumore di una cascatella, ancor più incuriosita, si mise a seguire un ruscello che ruscellava lì per caso, per vedere com’era che l’acqua facesse tanto baccano. Quando Fiammetta vide l’acqua gettarsi dall’alto di un monticello, saltellando di roccia in roccia, restò ancora una volta incantata, ma così incantata che non si accorse subito dello zufolare che pareva provenire da una vecchissima quercia frondosa, ma così frondosa, che se fosse stata solo un po’ più frondosa avrebbe rischiato di non essere più una quercia. Però alla fine Fiammetta intese lo zufolare e chiedendosi come mai una quercia così vecchia sentisse il bisogno di zufolare le si avvicinò e toh, mica era la quercia che zufolava, bensì un ragazzino che soffiava dentro un flauto di Pan.

A vero dire Fiammetta non sapeva bene se fosse giusto definirlo un ragazzino quello che suonava il flauto di Pan, perché quello era un ragazzino solo per metà, mentre per l’altra metà si sarebbe proprio detto una capra.

“Cos’è che sei ?” gli chiese Fiammetta, che non aveva mai visto niente di simile.

Il metà ragazzino, metà capra, smise di zufolare e senza mostrarsi sorpreso dalla presenza di Fiammetta rispose: “Ma sono un fauno, che altro se no !?”

“E cosa fanno i fauni, a parte zufolare, s’intende”, volle sapere Fiammetta.

Il fauno si grattò pensieroso uno dei due cornetti che gli spuntavano dalla fronte, poi rispose: “Normalmente i fauni fanno i fauni, come le ninfe fanno le ninfe. Però io adesso ti stavo aspettando e mentre aspettavo zufolavo”.

“Tu sapevi che sarei passata di qui!?” fece Fiammetta stupita.

“Sì”, rispose il fauno. Me lo ha detto Venere. Sai, la signora che ti ha dato il cestino della merenda.”

“Pensavo che quella signora si chiamasse Madonna, disse Fiammetta. Almeno così mi ha detto Cosetto.”

“Oh, Cosetto ha ragione”, acconsentì il fauno, “ma è che Venere ha molti nomi. Anche noi fauni a volte la chiamiamo Venere, a volte Afrodite, altri la chiamano la Dea madre, altri ancora la chiamano Maria, a volte Madonna...”

“Deve essere perché è una dea che ha tanti nomi”, rifletté Fiammetta interrompendo l’elencazione del fauno.

“Ecco è così, hai proprio capito”, fece il fauno battendosi il pugno sul palmo della mano.

“Invece tu come ti chiami?” chiese Fiammetta.

“Il mio nome è Panuccio. Dimmi ti piace il mio nome?”

“Moltissimo”, fece Fiammetta. “Panuccio è davvero un bel nome, tanto bello che deve essere Cosetto ad avertelo dato.”

“Verissimo”, fece il fauno, “è stato proprio Cosetto a chiamarmi Panuccio. Prima del suo arrivo in Paradiso mi chiamavo solo Fauno, proprio come tutti gli altri fauni, cosicché quando uno si metteva a chiamare un fauno era davvero un pasticcio, perché nessuno sapeva quale fauno chiamasse, ma adesso so che quando uno chiama Panuccio è proprio me che chiama e mi risparmio un sacco di corse inutili.”

“E com’è che si chiamano gli altri fauni?” volle sapere Fiammetta.

“Cosetto ha dato un nome a ciascuno di loro, ma la lista sarebbe troppo lunga per elencartela adesso. Però Cosetto è un vero onomatopeuta e Venere, voglio dire la Madonna, è davvero contenta e uno di questi giorni lo farà salire alla seconda sfera celeste.”

“Sì, ripose Fiammetta, Cosetto è davvero un gran onocoso... voglio dire, poeta.”

Mentre discorrevano, Panuccio e Fiammetta avevano raggiunto la stradina e insieme si misero a percorrerla. Panuccio spiegava a Fiammetta com’era la vita lì in Paradiso e di come fosse sufficiente desiderare una cosa per ottenerla, ma che per ottenerla bisognava avere un’idea precisa di cosa desiderare, cosicché non era possibile ottenere una cosa di cui si era soltanto sentito parlare, ma che bisognava averne avuto l’esperienza, cioè averla conosciuta, ed era per questo che tutti incontravano tutti, perché così si scambiavano esperienze e più esperienze si facevano più la vita diventava gradevole, perché lì la vita era lunga quanto l’eternità, neanche un secondo di meno, ma che se uno al posto di annoiarsi diventava proprio bravo nel fare qualcosa, ma proprio una cosa qualunque, allora Venere, cioè la Madonna, appena aveva un momento di tempo libero, veniva a darti il biglietto per andare nella seconda sfera celeste e lì si cominciava una nuova vita, che però nessuno sapeva come fosse, ma visto che nessuno tornava indietro, tutti pensavano che lassù si dovesse proprio stare bene, senza tutte quelle mandrie di lazzaroni schifosi che pascolavano e impestavano l’aria e poi c’era da dire che...

Per Fiammetta la seconda sfera celeste per il momento poteva stare dove si trovava e ammantarsi di tutto il mistero di cui voleva ammantarsi. Per ora si accontentava del vestitino rosso, ma proprio rosso rosso come solo sanno essere rossi i pa paveri, che aveva sostituito lo straccetto grigio unto e busunto, tutto un rattoppo, che indossava pocanzi, e delle scarpette di vernice nera, con il bottone sul lato che brillavano che era un piacere vederle... e poi là, in cima alla collina, non era forse la sua quella casetta d’odoroso legno di pino col tetto appuntito appuntito, tutta ricoperta d’edera verde, ma così verde come solo l’edera sa essere verde?

Sergio Cena

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La guerra fuori dalle trincee: un attacco di sorpresa, dei nostri alpini, a circa tremila metri.

2 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

La guerra fuori dalle trincee: un attacco di sorpresa, dei nostri alpini, a circa tremila metri.

Le Truppe Alpine furono istituite nel 1872, quando il neonato Regno d’Italia dovette affrontare il problema della difesa dei nuovi confini a nord del Paese che, dopo la terza guerra d’indipendenza del 1866 contro l’Austria, coincidevano quasi interamente con l’arco alpino.

Nati per combattere sui ghiacciai e sulle alte vette, gli alpini, per uno dei curiosi scherzi che il destino riserva anche alla storia ufficiale e non solo alle nostre vite private, ebbero il “battesimo del fuoco” sulle caldissime montagne africane nelle campagne di Eritrea del 1887 e del 1896. Fin dall’inizio del loro impiego, mostrarono valore e grande spirito di sacrificio, come nella sfortunata battaglia di Adua del 1° marzo 1896, sull’Amba Rajo, dove il 1° Battaglione Alpini d’Africa immolò sul posto 862 dei suoi 954 combattenti.

Secondo una leggenda che raccontano gli alpini, tutti i soldati che muoiono con il proprio cappello in testa, salgono nel “Paradiso di Cantore” vicino all’eroico generale, comandante l’Armata delle “Penne Mozze” che continua ad accogliere “veci e bocia”. Antonio Cantore, fu il primo generale combattente a morire in battaglia. Non un semplice generale, ma un Comandante di Divisione che, audace e sempre presente in prima linea, mostrava con l’esempio diretto quale fosse il corretto atteggiamento da tenere. Per gli Alpini era un mito. Riuscì a instaurare fra comandante e soldati, quella perfetta armonia di spiriti e di intenti che è premessa di coraggio e di eroismo e che porta alla vittoria.

Il destino lo premiò con “la bella morte”, idealizzata da Gabriele d’Annunzio, ma sognata anche da molti combattenti di allora. Lo uccise un proiettile in piena fronte sparato da un cecchino e fu subito innalzato negli altari degli eroi. A onor del vero, leggenda a parte, molte sono le tesi sulla morte del generale e addirittura qualcuna parla di “fuoco amico”. Verità o no, niente ha mai soppiantato il mito del generale per gli appartenenti al corpo degli Alpini.

Durante la prima Guerra Mondiale, i “figli dei monti”, come Cesare Battisti amava definire i suoi commilitoni, furono impegnati con 88 battaglioni e 66 gruppi di artiglieria da montagna per un totale di 240.000 uomini mobilitati. Seppero distinguersi, per tutta la durata delle ostilità, in molti episodi collettivi e individuali di enorme valore eroico, superando prove di grande resistenza fisica e morale, tenendo battaglie corpo a corpo di uomo contro uomo, ma anche di uomini contro le forze della natura. Compirono azioni pericolose mostrando estremo coraggio sulle alte vette delle Alpi, furono capaci di prodigiosi adattamenti alle condizioni più avverse e nelle zone più impervie e dove stoicamente misero in pratica ogni insegnamento ricevuto e sempre con grande lealtà, perché c’è una legge non scritta per cui negli Alpini non esistono comportamenti o sentimenti scorretti: il nemico si combatte ma non si disprezza mai.

Ricordiamo, fra le tante, la battaglia del San Matteo, che ebbe luogo nella nella tarda estate del 1918 su punta San Matteo a 3.678 metri di altezza. Il 13 agosto 1918 un piccolo gruppo di Alpini appartenenti alla 307ª Compagnia del Battaglione Ortles, condusse un attacco a sorpresa verso la postazione nemica e la conquistò, catturando metà dei soldati austriaci che la tenevano, mentre l’altra metà si ritirò verso postazioni più basse. La perdita di punta San Matteo fu uno smacco per l’Austria e in seguito ci fu una controffensiva. Si trattava di battaglie sanguinose, per la conquista di pochi metri di terreno con tanti dispersi e che costarono molte vite umane.

Nell’estate del 2004, dopo quasi novant’anni, i corpi congelati di tre Kaiserschützen furono trovati a 3.400 metri di quota, nei pressi della cima del monte san Matteo.

La guerra fuori dalle trincee: un attacco di sorpresa, dei nostri alpini, a circa tremila metri.
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Reportage Hawaii. Isole non solo per i surfisti.

1 Marzo 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage Hawaii. Isole non solo per i surfisti.

L’arcipelago è composto da 8 isole principali, più altre isole minori e atolli che raggiungono il considerevole numero di 150.

Le Hawaii non avrebbero bisogno di presentazione, ma dopo aver parlato della Polinesia non può essere ignorato quest’arcipelago polinesiano (sì, proprio polinesiano) che dal 1959 costituisce il cinquantesimo degli Stati Uniti d’America.
Un insieme di 150 isole e atolli equidistanti dalla California e da Tahiti. Ben 4.000 chilometri dividono, infatti, questo arcipelago e ne fanno le terre emerse più isolate del mondo.
Non solo, le Hawaii rappresentano il vero punto d’incontro tra Est ed Ovest e ospitano una cultura veramente varia per la presenza di diverse etnie. Cinesi, giapponesi, malesi, vietnamiti ed altri si sono mescolati alle popolazioni originarie e agli europei arrivati con James Cook nel 1778.


L’isola principale, OAHU, è detta “l’isola degli incontri”. Tutti i luoghi più famosi ed evocativi delle Hawaii si trovano qui: dalla capitale Honolulu a Waikiki, da Pearl Harbour a Sunset Beach. I primi due centri formano un tessuto urbano continuo, simile a quello delle grandi città americane.

Ma la natura incontaminata è poco lontano, anche se qui le spiagge sono quelle che vedono folle di turisti e i surfisti più famosi impegnati nelle numerose competizioni.
La cultura hawaiana rivive nelle scuole di Hula, la danza tipica, e nella lingua che si parla, però, solo nei momenti della tradizione e nella toponomastica.

La seconda isola dell’arcipelago è MAUI, racchiusa in una valle tra due vulcani spenti, anch’essa affollatissima e piena di vita. Per chi desidera un po’ di pace, basta recarsi nella costa orientale o in montagna, dove è minore la presenza turistica.
Qui svetta il più grande vulcano inattivo del mondo, Haleakada, dalla cui sommità, proprio vicino la bocca del cratere e dopo una lunga salita attraverso scenari quasi lunari, è possibile ammirare lo spettacolo meraviglioso dell’alba.

Ma la natura più rigogliosa, e alla portata di tutti, è nell’isola di KAUAI, dove si trova il monte Waialeale, considerato il luogo più umido della terra. Ma è considerata anche l’isola giardino, per i suoi paesaggi così belli ed unici.
Non a caso, è stata scelta per girare numerosi film come “i predatori dell’arca perduta” e “Jurassic Park” (quest’ultimo girato anche in Venezuela, a Canaima).


L’isola che dà il nome a tutto l’arcipelago, Hawaii, misura il doppio di tutte le altre isole messe insieme. Ha un patrimonio naturalistico unico, con deserti, foreste pluviali, vulcani ancora attivi (ce ne sono cinque nella sola isola) e vette imbiancate di neve.


L’Hawaii Volcanoes National Park comprende due vulcani attivi, una caldera ancora fumante, coni di cenere, colonne di pomice e fiumi di lava. Ma tutta l’isola, per il suo ambiente così naturale e particolare, con boschi e foreste, è il luogo ideale per escursioni.


Se c’è qualcuno che preferisce trascorrere le proprie vacanze “fuori dal mondo” e lontano da ogni tipo di stress, l’isola di Moloka’i è l’ideale. E’ molto piccola, e si è difesa strenuamente dall’invasione dei turisti pur avendo perso, in questo modo, molti posti di lavoro.


Ma solo qui, dove vivono pochi abitanti rispetto al testo dell’arcipelago, si possono rivivere le emozioni di un luogo dove il tempo sembra si sia fermato e dove i suoi abitanti sono ancora molto legati alle loro antiche tradizioni

Nessuna discoteca, nessun grande albergo è presente a Moloka’i. Qui si possono effettuare escursioni, passeggiate in riva al mare, mangiare tanto pesce e… ritrovare sé stessi.

Reportage Hawaii. Isole non solo per i surfisti.
Reportage Hawaii. Isole non solo per i surfisti.
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La guerra dei prodigi. Una “corvée” degli Alpini a tremila metri

28 Febbraio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

La guerra dei prodigi. Una “corvée” degli Alpini a tremila metri

“11 Ottobre 1916 . A sera sono nuovamente di corvè. Avrei voglia di andare in fureria a protestare contro il modo di fare del furiere che continua a comandarmi di corvè anche quando non mi spetta; vorrei dire al furiere di fare le cose con un po’ di maggior giustizia e che uscisse dalla sua tana profonda situata nel Vallone, dove neanche un 305 potrebbe penetrare; ma non è questo il momento di protestare. I miei compagni aspettano il rancio, e compio anche questa volta, silenziosamente l’ordine ricevuto. Parto con cinque compagni.dal diario del caporale Arienti.

Eroi o vili, combattenti o di corvée furono sempre giovani ragazzi che si immolarono per la Patria o che vi furono costretti da decisioni prese dai loro comandi militari.

In ambito militare, la frase “essere di Corvée” designa un antico costume ancora in uso presso le Forze Armate, mediante il quale vengono stabiliti dei turni speciali per i militari, finalizzati a effettuare mansioni o servizi vari, quali compiti di pulizia delle camerate, dei bagni, oppure per la preparazione di pasti o di operazioni analoghe. In senso figurato, come nella vignetta sottostante, corvée significa anche “Qualunque lavoro pesante e ingrato”

Nel libro “Oscuri eroi con la fronte imperlata di sudore” è stata raccolta una sorprendente testimonianza scritta da Giovanni Biondi. La stesura è stata possibile grazie ai fogli manoscritti che la figlia dell’autore ha donato al Museo della Guerra Bianca.

Emerge dalle descrizioni precise e meticolose un’esperienza di guerra vissuta in prima persona da un militare arruolato nel Genio zappatori. Un uomo scrupoloso e bonario, animato da sinceri sentimenti di patriottismo, che prima della guerra era un impiegato di banca. Sono le vicende quotidiane di un semplice soldato e tutte le esperienze che aveva vissuto: le marce estenuanti, le corvée, le fatiche nel lavoro di “zappatore”, le sofferenze fisiche come fame e freddo, ma anche le soddisfazioni per i risultati ottenuti ed emerge, di volta in volta, il toccante racconto delle emozioni vissute alla vista della distruzione, della morte così presente e vicina, ma anche degli spettacoli della natura e della incontenibile gioia alla notizia della vittoria.

Per i militari al fronte furono corvée, fatiche, marce, servizi, ma non solo, fu anche e soprattutto l’esecuzione di ordini che conducevano al massacro. Come ho già ribadito, la grande guerra impose armi innovative usate con vecchie mentalità e tattiche militari superate, che erano alla base della formazione di gran parte dei generali, primo fra tutti Luigi Cadorna, un personaggio senza dubbio carismatico ma anche molto discutibile. Sono pochi i giudizi positivi espressi a favore del generalissimo, ma qui vorrei ricordare un episodio che lo vide protagonista e dove dimostrò la sua partecipazione alle sofferenze dei soldati e delle loro famiglie.

La storia è quella dei fratelli Pasquale di origine calabrese. Allo scoppio della guerra lasciarono la madre vedova, gli studi, il lavoro e partirono per compiere il loro dovere tutti e tre pieni di ardore e slancio verso la Patria.

Amedeo Pasquale morì in combattimento, si legge nella motivazione della medaglia d’oro al valor militare “tre o quattro volte conduce all’assalto i suoi soldati fedeli e prodi, finché conquista il trincerone, ne fuga i difensori e vi pianta le sue mitragliatrici che li fulminano. La ferita che gli sanguina non lo turba, egli incita i suoi soldati a resistere ad un ritorno offensivo degli austriaci, redire non est necesse, come il tribuno romano, cade ma si sorregge ancora per tenere ferma la vittoria, quando una nuova palla gli spegne per sempre i battiti del nobile cuore.

Il fratello Vincenzo morì invece sul Rombon colpito da un proiettile in fronte, e venne insignito di medaglia d’argento al valor militare.

Fu così che il terzo fratello Giuseppe, come un antesignano soldato Ryan, mentre stava combattendo sul Carso venne convocato dal generale Cadorna. Il generale abbracciandolo, come un figlio, lo congedò dicendo “Vada a fare compagnia alla degna sua mamma, alla quale tanto dobbiamo.

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In giro per il Molise con Flaviano Testa

27 Febbraio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per il Molise con Flaviano Testa


Flaviano Testa ha scattato per noi alcune fotografie a Civitacampomarano, un piccolo centro in provincia di Campobasso. Come sempre nelle sue passeggiate fra i paesi molisani riesce a raccogliere scatti che immortalano luoghi e tempo. Il bianco e nero scelto per le immagini valorizza gli scorci panoramici immutati nei secoli e rende vivi i luoghi come se potessimo respirare gli odori e cogliere i rumori dei vicoli e dei muri segnati dal tempo.
Civitacampomarano è piccolo e antichissimo, oggi pensate non conta 600 abitanti. Il territorio comunale si estende con altezze che variano dai 930 metri di Monte Andrea ai 300 del vallone Grande. E' situato nella regione che fu dei Sanniti, antica e fiera popolazione italica dei primi secoli avanti Cristo.
Circondato da una natura incontaminata, dalla sommità dei suoi rilievi è possibile godere la vista di un panorama unico. A Nord-Est spicca la Maiella al confine con l' Abruzzo, a Est si scorgono le Isole Tremiti emergenti dal Mare Adriatico, a Sud le colline degradano verso i fiumi Biferno e Fortore, mentre a Ovest si innalza il Matese. Il territorio è ricco di boschi di cerro, roverella, carpino, orniello, aceri, noccioli e piante officinali che, per gli appassionati di passeggiate ed escursioni, rappresentano una vera oasi di pace. Il sottobosco offre incantevoli delizie quali tartufi, funghi e fragoline. Dall’alto i numerosi rapaci presenti (Il Falco Pecchiaiolo, il Nibbio Reale, il Falco di Palude) con i loro voli maestosi, sembrano essere gli unici custodi dei luoghi.
Il curioso nome di questo paese pare derivi da un’antica cittadella sannitica preesistente: la mitica “Maronea”, distrutta dai Romani forse nel corso della guerra civile dell’83 a.C., allorchè i Sanniti si schierarono a fianco di Mario (Campusmarianus) e subirono la feroce repressione del vincitore Silla.
Nella parte più alta dell'abitato si erge superba la mole del castello, uno dei più importanti e meglio conservati del Molise, probabilmente costruito intorno al XIV secolo d.C., sotto la dominazione angioina (Carlo I d’Angiò), su un masso di arenaria che si erge prorompente tra i torrenti Mordale e Vallone Grande. La fortezza, che un tempo sorgeva isolata nei suoi fossati nella parte alta del centro abitato e a cui non si poteva accedere quando era chiusa la porta di cinta, oggi si trova al centro del paese e si può visitare anche all'interno.
Tra i tanti vicoli del borgo antico, è facile scorgere preziose testimonianze architettoniche del passato, tra esse la Casa del Mercante, ormai parzialmente crollata. La costruzione, risale al XVIII secolo, come indica la data 1732 incisa su di una pietra a forma di cuore murata sulla facciata.
Questo piccolo centro è sicuramente un delizioso e per lo più sconosciuto angolo del territorio molisano ricco di storia, tradizioni, cultura che ha dato i natali a personaggi illustri.
Vincenzo Cuoco: Storico, giurista, economista, saggista e politico, nacque a Civitacampomarano nel 1770. Nell’opera “Rapporto e progetto di decreto della pubblica istruzione”, Cuoco sosteneva il principio dell’istruzione elementare gratuita e obbligatoria anche per le donne. Oggi la sua casa ristrutturata, proprietà del Comune, aperta alle visite, funge anche da centro di ricerca per Fondazioni, Enti, Università.
Gabriele Pepe: Personalità di spicco dell’ala più liberale e illuminata della borghesia molisana, contribuì a creare quel filone storico filosofico del riformismo meridionale. Si arruolò giovanissimo come alfiere di cavalleria nel reggimento napoletano, abbracciò la causa repubblicana dei moti rivoluzionari parteneopei del 1799. Con la restaurazione borbonica, subì l’arresto e il successivo esilio. A Firenze si legò al gruppo “Antologia” e si distinse per le sue doti letterarie e poetiche. Fu membro del Circolo Viesseux e dell’Accademia dei Georgofili. Promulgò le idee e la filosofia vichiana negli ambienti fiorentini frequentati tra gli altri da Leopardi, Manzoni, Foscolo.
Oggi il Borgo di Civitacampomarano conserva i caratteristici vicoli che attraversano il centro storico, un tempo luogo di scambi commerciali e di botteghe artigiane. È difficile oramai “assaporare” la fragranza dei cibi genuini che costituivano le specialità del posto. Si possono ancora trovare cucinati secondo l'antica tradizione salumi, biscotti, ma difficilmente avrete il piacere di assaggiare le specialità che solo qualche vecchietta ospitale potrebbe cucinare per voi come “fasciuol cuott ca pgnat” (fagioli cotti con la pignata di creta posta sui carboni del focolare), “queccett chi patan” (testina di agnello con le patate, cotti alla coppa) , “pizz e foglie”, una pizza di granturco e olio, cotta nel focolare , “i maccarun ca miglic”, cioè spaghetti conditi con mollica di pane abbrustolito, olio di oliva, “acqua sala fredd”, pane duro fatto a pezzettini, bagnato in acqua e condito con olio di oliva, origano, aglio e pomodoro fresco a pezzi. Sarete fortunati se capiterete a Civitacampomarano il 13 agosto di ogni anno quando durante “la sagra dei cavatelli “ viene distribuito ai visitatori il piatto considerato re della cucina molisana “cavatiell cu suc”, fatti in casa con farina e uova e conditi con un sugo misto di carni di maiale, agnello, vitello.

In giro per il Molise con Flaviano Testa
In giro per il Molise con Flaviano Testa
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Ritorno a L'Avana (2014) di Laurent Cantet

26 Febbraio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Ritorno a L'Avana (2014)  di Laurent Cantet

Ritorno a L'Avana (2014)

di Laurent Cantet

Regia: Laurent Cantet. Soggetto: Leonardo Padura Fuentes. Sceneggiatura: Leonardo Padura Fuentes, Laurent Cantet. Fotografia: Diego Dussuel. Montaggio: Robin Campillo. Produzione: Borsalino Productions, Campagnie Cinématographique, La Maneki Films. Distribuzione Italiana: Lucky Reds. Durata: 90'. Genere: Drammatico. Interpreti: Jorge Perugorría, Isabel Santos, Fernando Hecevarria, Néstor Jímenez, Pedro Julio Díaz Ferran. Titolo Originale: Retour à Ithaque.

Un film irrisolto e poco coinvolgente si aggiudica il Premio delle Giornate degli Autori, al Festival di Venezia 2014. In compenso la critica italiana è compatta nel gridare al capolavoro, da Paolo D’Agostini su Repubblica ad Alessandra Levantesi su La Stampa, passando per Anna Maria Pasetti su Il Fatto Quotidiano. In breve la trama, perché non c’è molto da raccontare, vista la pochezza della storia e l’inesistenza di vero cinema, per la scelta registica di una messa in scena teatrale. L’azione si svolge sopra una terrazza che domina i tetti del lungomare avanero, tra condomini cadenti e uno splendido Malecón. Cinque amici si ritrovano per festeggiare il ritorno a casa di Armando, dopo 16 anni di esilio a Madrid. Molte parole e tanti ricordi, si parla di giovinezza, rimpianti, ideali perduti, si beve e si cena in compagnia, ma vengono fuori anche problemi personali e questioni del passato. Il film racconta una notte, dal tramonto all’alba, cercando di contenere in 90’ sogni e illusioni, speranze tradite, voglia di fuga e ansia di ritorno, paura di confessare le proprie idee, sensazione di aver creduto in un’idea impossibile.

Un film amaro che dice cose condivisibili, ma non lo fa nella maniera giusta, non ricorre al linguaggio cinematografico, visto solo da critiche partigiane che lo paragonano a Il grande freddo. La pellicola sembra un lavoro a tesi, programmatico, che suona falso a ogni fotogramma. Gli interpreti sono bravissimi - anche se il doppiaggio rovina l’immediatezza dello slang cubano - ma i dialoghi impostati, ridondanti e retorici gridano vendetta. Ritorno a L'Avana (migliore il titolo originale Ritorno a Itaca) non sembra scritto da una penna geniale come quella di Leonardo Padura Fuentes, forse il regista ha rovinato il soggetto in sede di sceneggiatura, ché dalla fiction teatrale non viene fuori neppure il vero animo cubano. Sembra un film scritto da uno straniero che conosce poco Cuba e che si è divertito a mettere in bocca ai cubani le proprie considerazioni sul fallimento degli ideali rivoluzionari. Il racconto delle cinque esistenze non coinvolge minimamente, sia la storia del pittore fallito che quella dello scrittore incapace di scrivere lontano da Cuba, come quella del funzionario che si è adattato al regime. Ancor meno interessanti le peripezie di un ingegnere costretto a costruire batterie per campare e di un medico che si è vista scappare tutti i figli all’estero. Poco realistica la voglia di tornare da parte di Armando, in un paese dal quale tutti fuggono, così come sono mal giustificati l’esilio madrileno e la scelta di non tornare quando la moglie era in fin di vita. Ritorno a L’Avana è un’occasione perduta per raccontare la disillusione rivoluzionaria ricorrendo a una storia, sfruttando il magnifico scenario naturale e facendo emergere i problemi dalle immagini. Cantet fa pessimo teatro, retorico e stucchevole, poco comprensibile per chi non conosce a fondo la realtà cubana, quasi irritante per chi la conosce bene o ne fa parte. Molti registi contemporanei cubani hanno girato opere migliori che non riescono a circolare in Europa, persino Juan de Los Muertos di Brugués (premio Goya) racconta la disillusione rivoluzionaria con gli strumenti del cinema di genere. Altri titoli interessanti: Conducta di Ernesto Daranas, Se vende di Jorge Perugorria, Habanastation di Ian Padron. Se la critica importante vi ha consigliato di vedere Ritorno a L’Avana, permettetemi di dissentire e di invitarvi a perdervelo, ché sono altre le opere fondamentali della cinematografia cubana. Tabío e Gutierrez Alea insegnano.

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Laboratorio di Narrativa: Sergio Cena

25 Febbraio 2015 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #racconto

Laboratorio di Narrativa: Sergio Cena

Ha il tono di una vecchia ballata, “Leggenda di periferia”, di Sergio Cena. Un uomo, una donna, la vita di strada, l’aggressione da parte di tre naziskin. Lui tratta male la compagna, la insolentisce, ma quando è il momento di difenderla non si tira indietro. Due persone ai limiti della società, libere e prive di legami, se non la solidarietà che unisce l’una all’altra e che si rinnova ogni giorno, come se si riscegliessero ogni volta, di là da ogni convenzione. Personaggi che si muovono in una periferia degradata come nel vecchio West, oppure sul palcoscenico di un teatro beckettiano.

L’iniziale descrizione d’ambiente è davvero molto efficace e anche lirica. Un po’ meno lo sono i dialoghi, dove la volgarità un po’ insistita appare di maniera.

La continua ripetizione di "l'uomo disse" ,"la donna disse", con l'aggiunta di "con voce lamentosa, con voce piagnucolosa etc etc", rende poco agile e moderna la narrazione. (Patrizia Poli)

Inviate i vostri racconti a ppoli61@tiscali.it specificando in oggetto: "Laboratorio di Narrativa"

LEGGENDA DI PERIFERIA

Era un vecchio angolo di periferia di città, un grigio suburbio cadente e inselvatichito. Anche i muri di scuri mattoni, al limitare dei deserti complessi industriali, parevano grigi alla luce dei fiochi, rari lampioni che costeggiavano la strada che s’allungava sino ai campi di grano. Fosche, nere e inquietanti erano invece le costruzioni che si potevano intravedere al di là dei muri, con le vetrate spezzate, simili a voraci bocche sdentate; le ciminiere inerti che ancora conservavano il ricordo di fumi avvelenati; i tralicci di ferro contorti e i gasometri sfiatati. Sui marciapiedi di cemento crepato, lungo i muri, e sul bordo della strada, unico segno di vita, vegetavano stantie e secche erbacce, giallastre alla luce del sole, ma ora simili a cenere. Una cicoria, testarda e disperata aveva bucato il catrame della strada e, trionfante, era fiorita con un unico misero fiore di un celeste slavato. Da un lato la strada si perdeva nel buio della campagna, dall’altro sfociava nella luce stantia, opaca, polverosa di una piazza, ultima propaggine abitata della città dove una rossa insegna luminosa lampeggiava come un richiamo sbiadito dal tempo.

Fu da quel lato che ad un tratto cominciarono ad udirsi delle voci. Voci lontane che echeggiavano incomprensibili e aliene lungo i muri della strada deserta. Erano la voce di un uomo cui rispondeva una voce femminile, a passo lento, dolente, avevano preso a risalire la strada. Man mano che i due si inoltravano nella cupa zona industriale le loro parole si facevano più intelligibili sino a esprimere frasi sensate.

“Miché, piagnucolò ad un tratto la donna. Non ho più gambe, fermiamoci.”

“Mica possiamo fermarci in mezzo alla strada, rispose l’uomo con voce spazientita. Non hai visto i lampi che ci sono? Dagli mezz’ora e verrà giù che dio la manda.”

“Non mi sento più i piedi”, si lamentò ancora la donna.

“Cristo di un dio schifoso”, bestemmiò l’uomo. “Guarda te se mi devo trascinare dietro sta vecchia baldracca.”

“Ma qui ci sono soltanto muri, che riparo vuoi che ci diano!?” Si lamentò la donna.

“Sto cercando una guardiola, disse l’uomo esasperato. Ci sarà pure un cazzo di guardiola con tutte queste vecchie fabbriche, no!?”

“Non dovevi lasciare che ci cacciassero da dove si era, disse la donna. Va a sapere dove andremo a finire adesso.”

“In culo al diavolo andremo, ma dammi il tempo di arrivarci.

“Si stava così bene in quel capanno”, riprese a lamentarsi la donna. “Ci hanno messo fuori come due cani rabbiosi. Non avresti dovuto permetterlo.”

“Non avrei non avrei... cosa avrei dovuto fare secondo te, eh!? Erano quattro contro me solo. Ma un posticino finiremo per trovarlo, te lo dico io, cristo di un dio!”

“Non sappiamo nemmeno dove stiamo andando, lamentò la donna. È da stamattina che camminiamo e non siamo arrivati in nessun posto.”

“Qui siamo arrivati, disse l’uomo indicando una guardiola dalla larga vetrata sfasciata.”

La donna osservò dubbiosa il gabbiotto e sospirò: “Se si mette a piovere a tempesta non servirà a molto come riparo.”

“Sempre meglio che stare sotto la pioggia battente”, rispose l’uomo deponendo il sacco che si trascinava appresso all’interno della guardiola.

Scavalcò la vetrina e con un piede accumulò in un canto le schegge di vetro frantumato, poi aiutò la donna a passare all’interno.

La donna ascoltò il raschiare dei vetri sparsi che l’uomo continuava ad accumulare e si guardò intorno. Era nero ma si poteva scorgere la sagoma di un sedile. Ne tastò la resistenza e vi si lasciò cadere con un sospiro.

“Mica sarà facile dormire qui dentro con tutti questi vetri rotti”, disse osservando il luccichio sinistro delle schegge appuntite. “Abbiamo solo una coperta.”

“Prendila te, disse l’uomo. Io mi aggiusterò comunque.”

“Ho fame, si lamentò la donna. È da ieri che non mangio nulla.”

“Anch’io non ho mangiato niente, ma mi lamento io, vecchia baldracca?”

“Ho fame lo stesso”, insistette la donna.

“Cristo di una madonna puttana!” Bestemmiò l’uomo scavalcando il vuoto della vetrata. “Proprio a me doveva capitare sta lurida vecchiaccia che non la finisce mai di lamentarsi.”

Si cacciò le mani in tasca e si allontanò verso la piazza blasfemando tra i denti.

La donna disfece il fagotto che l’uomo aveva con sé, ne uscì una vecchia coperta militare, strusciò col piede lungo la parete di fondo del gabbiotto per assicurarsi che non vi fossero schegge di vetro, poi depose a terra la coperta e vi si allungò sopra poggiando il capo su quello che era rimasto del fagotto. Era così stanca che si sarebbe addormentata subito, ma le faceva paura restare sola in quel luogo sconosciuto, cosicché chiuse gli occhi, ma restò con le orecchie tese, in attesa che a Miché sbollisse l’ira e tornasse da lei.

I passi dell’uomo si fecero udire dopo una mezz’ora. Camminava con calma e fischiettava.

“Eccomi vecchia baldracca”, disse con voce allegra scavalcando il vuoto della vetrina. “Eccomi con due belle pizze Margherita tutte per noi.”

La donna si mise di scatto a sedere. Alle sue narici era giunto l’odore grato del cibo che le diceva che Miché non si stava prendendo gioco di lei.

“Attenta che è bollente”, disse l’uomo porgendole una scatola.

L’uomo estrasse dalla scatola la seconda pizza e la piegò in due, ne addentò un pezzo e strillò: “Cazzo se scotta, attenta vecchia che se mordi, calda com’è, ti cascano tutti i denti.”

“Ho troppo fame per lasciare che si raffreddi”, disse la donna a bocca piena.

Per un po’ masticarono in silenzio, poi la donna chiese: “Miché, come le hai pagate le pizze?”

“Trovato macchina aperta con borsello dentro”, spiegò l’uomo. “ Ho potuto comprare anche una birra e un’aranciata e mi è rimasta ancora un po’ di moneta.”

“L’aranciata!” Sospirò la donna. Mi è sempre piaciuta l’aranciata, sin da quando ero piccola.

“Le baldracche come te non nascono piccole, disse l’uomo. Nascono vecchie e baldracche.”

“Fa niente, disse la donna. Mi è sempre piaciuta lo stesso.”

Terminata la pizza, l’uomo tese la lattina alla donna e restarono a bere lui birra, lei aranciata.

“Mi ha fatto venir voglia di fare pipì”, disse la donna con voce lamentosa.

“Non aprire le cataratte del Niagara qui dentro!” Scattò l’uomo.

“Dammi una mano a uscire, va’”, disse la donna avvicinandosi alla vetrata.

La donna era appena uscita che l’uomo sentì provenire dall’esterno uno strano rumore come di pietrisco scosso dentro un sacco. Anche un gemito gli sembrò di udire, ma di questo non era sicuro.

“Cosa diavolo stai facendo baldraccona!?” Chiese sporgendosi oltre il bordo vuoto della vetrata.

Vedendo che la donna non rispondeva, scavalcò la vetrata, ma, fatto qualche passo, si arrestò. Subito subito pensò fossero poliziotti, poi guardie notturne, poi vide gli stemmi nazisti che brillavano cupamente sulle nere giacche attillate e capì. Si pulì le mani sul retro dei pantaloni e li osservò. Erano tre e lo stavano fissando con biechi sorrisi osceni. Gli sembravano proprio teste di morto. In mano tenevano catene da motocicletta che luccicavano sinistramente alla luce di un lampione. L’uomo capì che erano quelle ad aver fatto il rumore di pietrisco, allora il suo sguardo si posò al suolo e vide la donna giacere a terra.

Un urlo profondo gli scaturì dalle viscere e si dilatò nell’aria notturna squarciandola come un sipario di tela. Senza segno di preavviso si voltò di scatto e si precipitò addosso al teppista che stava alle sue spalle. Quello, preso di sorpresa, non ebbe il tempo di reagire. Trascinato sin contro la vetrata della guardiola, perse l’equilibrio e cadde all’interno la testa per prima.

Cadendo, il teppista si era lasciato sfuggire la catena che stringeva in pugno. L’uomo la raccattò d’un balzo e si voltò per affrontare gli altri due teppisti, ma la strada era tornata a essere deserta. Piegato leggermente sulle gambe, il volto trasformato da una diabolica maschera truce, l’uomo calmò l’ansito che lo asfissiava e si guardò attorno facendo roteare lentamente la catena, ma dei due non c’era più traccia.

“Miché”, chiamò flebile la donna. “Miché m’hanno schiantata.”

L’uomo si inginocchiò accanto alla donna e le sollevò il capo. “Cosa ti hanno fatto quei bastardi?”.

“Non lo so”, piagnucolò la donna. “Stavo per mettermi a fare pipì quando mi è precipitato addosso, sulla testa, sulla faccia e sulle spalle un fracco di botte. Dio santo, Miché, sono tutta un bruciore.”

“Vieni, vecchia mia”, disse l’uomo aiutandola a rimettersi in piedi. La osservò alla luce del lampione, ma si accorse solo di un segno rosso, da cui si affacciavano regolari gocciole di sangue, che le attraversava una guancia.

“Non è niente, vecchia baldracca”, disse l’uomo, tamponandole il volto con uno sporco pezzo di stoffa che gli serviva da fazzoletto. “Domani sarà tutto passato.”

Impaurita, la donna prese lo straccio e se lo tenne sulla guancia guardandosi intorno. “Quanti erano Miché? Dio santo che fracco me ne han fatto.”

“Erano tre, ma questa volta non mi sono lasciato fare, vecchia mia.”

La donna si guardò attorno con occhi dilatati. “Andiamocene di qui prima che quelli tornino”, disse con voce lamentosa.

Mentre parlava, la donna era indietreggiata sino alla guardiola, si voltò e cacciò un urlo. Si precipitò accanto all’uomo, lo afferrò per le braccia e balbettò: “Ce n’è uno là dentro che mi sta guardando!”

L’uomo improvvisamente si ricordò del teppista che aveva spinto all’interno della guardiola. Tornò a far ruotare la catena e si avvicinò cauto alla vetrata.

Il teppista era steso a terra. Il suo corpo era disarticolato, ma, col capo appoggiato su un grosso ciottolo, lo guardava con occhi fissi, maligni. L’uomo lo osservò attentamente per capire se fosse veramente stecchito, ma il teppista era davvero afflosciato. Pensò al loro misero bagaglio rimasto all’interno della guardiola e rabbrividì. Non gli andava proprio per niente di tornare là dentro, ma la donna lo guardava e non avrebbe accettato di partire senza il poco che avevano.

“Recupero la nostra roba e ce ne andiamo”, Scavalcò il buco della vetrata di lato, in modo da tenersi il più possibile lontano dal cadavere. I suoi piedi scricchiolarono sul mucchio di schegge vetro che aveva accumulato. Al rumore l’uomo rabbrividì tanto gli parve rumore di ossa infrante. Senza perdere d’occhio il cadavere, raccolse la coperta, si impose di prendere il tempo di piegarla per sistemarla nel fagotto, lo chiuse con un nodo e lo lanciò fuori dalla vetrata proprio mentre la donna gli diceva di affrettarsi.

Scavalcata la vetrata, l’uomo prese sottobraccio la donna e si avviarono verso il nero bucato a tratti da lampi lontani.

“Ne hai steso uno, Miché”, disse la donna.

“Cristo, non permetto a nessuno di toccare la mia vecchia baldracca”, disse l’uomo.

“Ma erano tre...!” Fece la donna con una punta di fierezza nella voce.

“Tranquilla, vecchia mia”, disse l’uomo. “Ne voglio cento di quei miserabili. Se uno solo cerca di toccarti, io faccio un macello, faccio.”

Le due figure oltrepassarono l’ultimo lampione e furono ingoiate dalla notte.

Rimase solo la voce della donna che lamentosa chiedeva: “Dove andiamo a sbattere Miché? Guarda che lampi! Hai idea di dove si possa andare a sbattere Miché?”

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Giulia Madonna, "Amata Tela".

24 Febbraio 2015 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #recensioni

Giulia Madonna, "Amata Tela".

Amata Tela

Giulia Madonna

edit. MUSICAOS: ED SMARTLT 07

pp.221

8,00

Una telefonata inattesa, una voce sconosciuta, un incontro.

Due vite si incrociano e nasce un amore. È storia di tutti i giorni, ma nel romanzo di Giulia Madonna diventa quasi miracolo, magia, una vampata che travolge e non lascia respiro.

Due protagonisti: Francesca, brillante studentessa in architettura, Eugenio, giovane artista squattrinato, un po’ folle, nevrotico, con un passato difficile alle spalle e tanti sogni di gloria. È una relazione morbosa, quasi incontenibile, una passione che l’autrice definisce più e più volte “sfrenata, folle”; un intreccio di turbamenti, impulsi irrazionali e sentimenti contrastanti, dove la felicità confina con l’ansia, l’angoscia della perdita, il timore di una libertà smarrita: fragilità e complessità interiore che travolgono, consumano, distruggono. E, come tutte le emozioni estreme, quest’amore finisce col trasformarsi: diviene lotta, competizione, una sorta di tentativo di sopraffazione, dolce e violenta insieme. Sicché i due protagonisti si tramutano in antagonisti, fino alla disperata rottura. Ma non sarà definitiva, c’è qualcosa, o meglio, qualcuno, che sarà il filo rosso che li terrà comunque uniti, il “segreto” legame che impedirà il distacco definitivo, e che si rivelerà soltanto nel finale.

G. Madonna è voce narrante, racconta in terza persona, ma sembra quasi che ci siano due livelli di narrazione, quella della protagonista femminile, e quella del comprimario maschile. Ognuno dei due è narrato, non descritto: situazioni, comportamenti, atteggiamenti, emozioni, vengono interpretati, dilatati, rivissuti; quasi un diario intimo, in cui si annotano e si fissano piccoli e grandi eventi quotidiani. Scarseggiano, invece, dialoghi e descrizioni d’ambiente, molto è lasciato alla fantasia del lettore; tutta la narrazione, nella prima parte del libro, è incentrata sulla psicologia dei personaggi, sulle loro percezioni fisiche ed emotive, raccontate, tratteggiate, spesso con enfasi e veemenza.

La seconda parte del romanzo appare più fluida, più strutturata; l’introduzione di altri personaggi vi aggiunge maggiore spessore; un intreccio di relazioni che non fa solo da sfondo, ma è elemento portante del resto della storia personale dei due protagonisti:

L’architetto Carlo Dell’Olmo, ricco di umanità e intuito; il giovane Eros, solare e talentuoso; la dolce Anita, paziente e fiduciosa; e poi i successi, l’evoluzione di entrambi i protagonisti nella professione, i gruppi di giovani artisti arrabbiati: tutto ci dà un quadro d’ambiente più articolato e accattivante.

Particolare suggestione acquista la presenza di un quadro misterioso, l’Amata Tela, opera di Eugenio, una sorta di ritratto di Dorian Gray alla rovescia: l’immagine di Francesca, ricostruita nel ricordo, che sembra sprigionare il potere di ricondurre indietro nel tempo, ai tempi del grande amore, mai finito.

E lì, di fronte a quel dipinto che non invecchia mai e che sembra parlare, Eugenio, diventato ormai “il vecchio saggio”, dà sfogo alla sua nevrosi, ma ne trova anche sollievo e cura. Dialoga con l’immagine, trae ispirazione per la sua arte, racconta, ricorda e rimpiange quel passato che crede perduto per sempre: “Eccoti, sei qui, finalmente! Sei tornata da me! Sì, quegli occhi sono proprio i tuoi e quelle labbra rosso fuoco che mi chiamano con insistenza sono proprio le tue… Hai visto che successo?... e tutto grazie a te che sai darmi i migliori consigli. Questo brindisi è dedicato a teSiamo ormai un’ottima squadra…”

Sono struggenti e farneticanti monologhi che rivelano l’animo tormentato dell’artista, ma anche l’amante appassionato, mai rassegnato all’assenza.

Nel complesso un romanzo piacevole, che acquista potere di coinvolgimento man mano che si prosegue nella lettura. Scritto con un linguaggio un po’ antico, classico, ricco di aggettivazioni ed espressioni enfatiche, ma con ottima padronanza e correttezza linguistica.

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La vita di Adele – Capitoli 1 & 2 di Abdellatif Kechiche

23 Febbraio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #erotismo

La vita di Adele – Capitoli 1 & 2 di  Abdellatif Kechiche

Regia: Abdellatif Kechiche. Soggetto: Julie Maroh (liberamente tratto dal romanzo a fumetti Il blu è un colore caldo). Sceneggiatura: Abdellatif Kechiche, Ghalia Lacroix. Fotografia: Sofia El Fani. Montaggio: Camille Toubkis, Albertine Lastera, Jean-Marie Lengelle, Ghalya Lacroix, Sophie Brunet. Produttori: Olivier Thery Lapiney, Laurence Clerc. Produttori Esecutivi: Abdellatif Kechiche, Vincent Maraval, Brahim Chioua. Case di Produzione: Vertigo Films, Wild Bunch, Quat’sous Films, Alcatraz Films, Scope Pictures, France 2 Cinéma, RTBF. Paese di Produzione: Francia/ Belgio/ Spagna. Durata: 180’. Genere: Dramma erotico. Distribuzione (Italia): Lucky Red Distribuzione. Interpreti: Adèle Exarchopoulos (Adèle), Léa Seydoux (Emma), Salim Kechiouche (Samir), Aurélien Recoing (padre di Adèle), Catherine Salée (madre di Adèle), Benjamin Siksou (Antoine), Mona Walravens (Lise), Jeremie Laheurte (Thomas), Alma Jodorowsky (Béatrice), Sandor Funtek (Valentin). Premi: Palma d’Oro al Festival di Cannes (2013), al regista e alle due protagoniste. Premio Lumière (2014), miglior film, regista, attrice rivelazione Adèle Exarchopoulos, miglior attrice Léa Seydoux. Molte nomination in premi importanti.

Abdellatif Kechiche (Tunisi, 1960) - detto Abdel- è un regista tunisino naturalizzato francese ed è la dimostrazione vivente che la cultura araba rappresenta una ricchezza per la Francia. La vita di Adele - Capitoli 1 & 2 (La Vie d’Adèle - Chapitres 1 & 2), noto anche come Blue Is the Warmest Colour (Il blu è il colore più caldo) è il film che ne decreta il successo internazionale, perché si aggiudica la Palma d’Oro al Festival di Cannes. La pellicola è liberamente ispirata alla poetica graphic novel Il blu è un colore caldo di Julie Maroh (edita in Italia da Rizzoli), che racconta una toccante storia di un amore omosessuale al femminile con un finale degno di un lacrima-movie ma senza gli eccessi erotici della versione cinematografica. L’autrice del romanzo a fumetti si è dissociata dal film e non ha partecipato alla sceneggiatura, colpevole di aver tradito il suo messaggio d’amore in favore di un’interpretazione voyeuristica e ai limiti del pornografico.

Adèle vive a Lille, frequenta il liceo classico, ama leggere e sogna di fare l’insegnante. L’incontro con una strana ragazza dai capelli blu che vede abbracciata a una donna modifica la sua vita e la conduce verso abissi di passione mai provati, al punto di lasciare il suo ragazzo e di gettarsi alla scoperta di un amore omosessuale. Il regista racconta con rapide pennellate la passione tra Adèle ed Emma, dai primi baci fino a un intenso rapporto erotico, ma anche con la condivisione di amicizie e momenti di vita. Emma è una pittrice che frequenta un circolo di amici colti con i quali Adèle si sente un po’ a disagio, ma posa per lei mei momenti liberi dal nuovo lavoro in una scuola materna. La storia si dipana descrivendo la crisi del rapporto, con Emma che comincia a vedere Lisa - un’amica omosessuale incinta - e Adèle che cede alla avances di un collega maschio. Una lite furibonda prelude a un mesto addio, con Adèle in lacrime che non vorrebbe perdere il suo amore ed Emma decisa a farla finita per sempre. Il film termina con le due ragazze che si ritrovano al tavolo di un bar, parlano di un amore finito e del tempo perduto, accettano il fatto compiuto e si lasciano da buone amiche, nonostante un velo di tristezza.

Il titolo del film fa presagire un sequel composto dai capitoli 3 e 4, anche perché il finale della storia è completamente diverso dal romanzo a fumetti, fino a quel punto tradito nella parte erotica ma non nel senso intrinseco del racconto. Abdellatif Kechiche segue la lezione di Lars Von Trier (Nymphomaniac) e narra con realismo poetico (una caratteristica del cinema francese) il rapporto omosessuale tra un’adolescente e una ragazza più adulta, la passione sfrenata che lega due persone fino a trasfigurarle in un solo corpo. Il senso delle intense sequenze erotiche - ai limiti del porno - sta proprio nella volontà di far capire fino a che punto le due ragazze diventano una cosa sola, una comunione totale di corpo e pensiero. La vita di Adèle è minimalismo allo stato puro, cinema realista raccontato con la macchina a mano e intensi primi piani, soggettive nervose, fotografia sporca, montaggio sincopato. Il regista opta per un fastidioso suono in presa diretta che spesso impedisce di seguire i dialoghi, ma è un effetto realistico voluto, forse è più importante non sentire le parole che apprezzare il dialogo fino in fondo. La macchina da presa segue i protagonisti, li pedina neorealisticamente nel quotidiano, indagando rapporti e relazioni, frasi innocue, gusti alimentari e vita familiare. Bravissime le due giovani protagoniste, mai in imbarazzo neppure nelle oltremodo realistiche sequenze erotiche. Meritata la Palma d’Oro a Cannes, così come sono meritati i complimenti per l’attrice rivelazione, la ventenne Adèle Exarchopoulos, che sprizza un fascino da lolita. Da vedere su Sky Cinema Cult prima possibile, visto che ormai alcuni canali satellitari di qualità hanno preso il posto delle sale nella diffusione del vero cinema.

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