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DIARIO DI UN IMBOSCATO di ATTILIO FRESCURA (1881 – 1943)

16 Marzo 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

DIARIO DI UN IMBOSCATO di ATTILIO FRESCURA (1881 – 1943)

L'autore, scrittore e giornalista originario di Padova, fa parte della Territoriale e quindi vede abbastanza poco la prima linea e non partecipa agli assalti; subisce e accetta simpaticamente la definizione di imboscato, pur precisando che ogni soldato pensa sempre di avere alle spalle degli imboscati. Perfino nelle prime linee alcuni chiamano imboscati quelli che si trovano appena pochi metri più indietro.

Vede comunque da vicino il dolore e il dramma di chi va all'attacco; in uno dei passi più intensi, deve spingere avanti gli uomini terrorizzati. Ha spirito d'osservazione, arguzia, sensibilità. Caratteristiche simili non possono che farne un notista disincantato e ironico delle storture e delle falle che il mondo militare gli mostra. L'involontaria comicità della burocrazia, il giornalismo di regime di Fraccaroli e Barzini, i sistemi di cura negli ospedali, le fucilazioni, le battute dei compagni si offrono al suo vaglio critico. E' pronto a bacchettare i comandi che non prendono sul serio i mille indizi sulle offensive nemiche (pur tendendo ad assolvere il vertice, ossia Cadorna), mentre ha parole commosse per il lacero fante che pur nella disperazione continua a obbedire e a morire. Canestari, Murari Bra, Porta sono alti ufficiali (sconosciuti ai più) che l'autore apprezza per il loro polso e l'onestà; bravi, schietti, poco inclini all'adulazione e quindi purtroppo candidati ideali per venire rimossi dall'alto comando.

Le pagine più dolorose sono quelle di Caporetto. Lo sfaldamento totale è descritto in modo impressionante, offrendo forse le pagine più efficaci nell’ampia letteratura memorialistica sulla terribile rotta. Ci parla dei pochi eroi silenziosi che vanno a bruciarsi nei focolai di resistenza, di donne e civili terrorizzati, dei saccheggi compiuti mentre il nemico in ogni momento può irrompere; è un mondo che si schianta. Ancora viene offerto qualche momento tragicomico anche nella fuga, ma davvero il senso della caduta imminente è ben reso, rendendo per certi aspetti quasi miracolistico l'epilogo trionfale della guerra a Vittorio Veneto, appena un anno dopo.

Al termine del libro, viene da pensare che l'ironia, le battute, le freddure che l'autore riserva a profusione (forse troppo), siano in fondo l'unica reazione da parte di una persona acuta davanti all'incongruenza eretta, sembrerebbe, a cardine del sistema organizzativo.

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Gordiano Lupi, "Miracolo a Piombino"

15 Marzo 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #gordiano lupi, #recensioni

Gordiano Lupi, "Miracolo a Piombino"

Miracolo a Piombino

Gordiano Lupi

Historica edizione

2016

Nella vita si è spesso a un bivio e massimamente nell’adolescenza. Marco possedeva tutte le incertezze, i malumori, le crisi tipiche dell’età adolescenziale e la consapevolezza indotta dagli adulti che era arrivato il momento di cambiare rotta. Avviene però che proprio in quel momento si fratturi il dialogo di emozioni e di affettività con i propri genitori e ci si chiuda in se stessi in un indecifrabile mutismo, incapaci di trovare un punto d’incontro.

Forse per questo Marco trovava nei gabbiani del porto degli amici a cui poter idealmente confidare le proprie pene. Proprio come il gabbiano Robert, a cui la vita aveva riservato il dubbio dell’avvenire, l’incertezza di quel che sarebbe stato. Pensieri che questi rimuginava in solitudine lontano dallo stormo degli altri gabbiani impegnati ad essere sempre proni col becco sulla scia dei pescherecci alla ricerca di cibo.

Emerge in tutto il suo valore metaforico il parallelismo tra il giovane Marco e il gabbiano Robert. Spicca il ruolo della memoria, soprattutto in tale momento cruciale della vita, soprattutto quando la Vita, quella del vecchio nonno, sta per avere fine, ma non così le storie da lui narrate al nipote quando costui era piccolo, rimaste impresse nell’animo al punto da farne mezzi con cui ancorarsi al passato contro le intemperie e le incertezze del futuro.

L’unico conforto sempre lui, il gabbiano, reietto e solitario pure lui, a cui confidava i segreti pensieri e il desiderio di imparare a volare, senza però ottenerne risposta, o forse la risposta c’era ma Marco non riusciva a comprenderla. Bisogna adottare lo stesso linguaggio per comprendersi o almeno avere l’animo sgombro da pregiudizi.

In entrambi tuttavia si percepiva il desiderio di un mutamento o forse di una fuga.

Quando ci si sente diversi o quando gli altri sembrano diversi non rimane che la fuga, dalle mode, dall’ovvio, dal conformismo, in una parola la solitudine, e il tentativo al contempo di scoprire realtà altre che diano il senso della libertà, condizione unica per l’autodeterminazione, per poter essere quello che ci si sente di essere. Soprattutto nell’età in cui “niente era chiaro ma tutto era possibile” (pg.44).

Il protagonista dunque anela a null’altro che a fare le scelte, le sue, negli studi, come nella musica, e in genere nella vita secondo le sue inclinazioni.

Un ribelle, dunque, proprio come il gabbiano Robert; insofferente allo stereotipato mondo degli adulti l’uno, come delle regole del vecchio Rudy l’altro.

Il romanzo si snoda lungo una serie di quadri giustapposti che si intersecano e si sovrappongono tra similitudini e metafore nel dedalo di strade, vie, profumi di casa, panchine di fronte al mare, fiori arsi dal sole e dalla salsedine, tra lo scrosciare delle fontane e il frastuono dei pennuti in cerca di cibo, il sibilo lontano della sirena dell’acciaieria e lo sferragliare dei treni sulle rotaie. Eppure tutto questo scenario, registrato con dovizia di particolari annodati dal filo del ricordo, è inadeguato per chi anela a scoprire il senso della vita.

Intanto prende consistenza la fuga dal reale e il perdersi nella lettura dei romanzi di eroi e di malinconia, mentre la mente era lacerata dal rancore verso “una piccola città, bastardo posto” in cui vigeva ancora una situazione di micro feudalesimo clientelare, e il sogno di un mondo altro, lontano, magari di “raggiungere la fine del mondo”.

I rischi, i pericoli sono sempre in agguato quando si cerca di vivere secondo le proprie scelte a riprova che non è possibile recidere i legami col mondo che ci circonda nonostante l’irrefrenabile voglia di solitudine.

Il solo essere nel mondo ci lega al mondo in tutte le sfaccettature e c’è sempre un momento in cui appare evidente l’attrito con la “normalità”, e il dolore di altre fratture, insospettabili, inattese, come la morte della persona amata, come la sua Sara, naturalmente è seguito dal crollo dei sogni e delle speranze. Di qui lo sperdimento, la paura, la tristezza e il rifugio nella memoria come unico stridente conforto.

“Ti nascondo dalle pene del mondo” lo confortava un volto di bambina emerso dal limbo della memoria, provocando una scia di rammarico, persino di rimorso nel suo animo.

E si sentiva profondamente infelice, nonostante non avesse ancora vent’anni.

“Avevo vent’anni, Non permetterò

A nessuno di dire che quella è la più

Bella età della vita”

I versi di Paul Nizan gli martellavano in testa.

Infatti proprio a causa di questo amore che non aveva mantenuto la promessa di vita, il cui ricordo pesava come un macigno, il senso di colpa gli toglieva la serenità facendolo sprofondare in incubi tetri.

Per antitesi il suo Alter ego, il gabbiano, godeva una vera e propria situazione paradisiaca in un mondo neppure tanto diverso da quello che aveva lasciato, sentendosi pienamente realizzato in una diversa dimensione pur ancora raminga e solitaria. Ma altra era la disponibilità verso la vita.

Essere al mondo significa stare nel mondo e non poter eludere gli incontri neppure quelli casuali. I quali a volte si rivelano decisivi e fondamentali, capaci di infrangere la barriera di solitudine ed isolamento, perché due solitudini possono affrontare insieme il futuro, non escludendosi dalla comunità.

Alla fine l’ignoto non era un luogo da conoscere nelle spiagge deserte o tra gli scogli lontani all’orizzonte. Era un grumo nel cuore e un’asfissia dell’anima che andavano risolti in altro modo.

E la gabbianella ne aveva tutto il merito “perché vicina al suo mondo interiore”.

Sicché alla solitudine di prima pian piano va sostituendosi, grazie all’incontro con la compagna, solcata ugualmente da intensi passati dolori, un pensiero d’amore che scaldava l’anima e apriva gli occhi alla vita, al tempo il quale ogni giorno è una conquista da vivere come un dono.

Questo è guardare al futuro: accettare quello che avviene ogni giorno, giorno dopo giorno, nelle nostre vite.

Per antitesi Marco non riesce a liberarsi di un amore appena vagheggiato e già finito, di una febbre d’amore che l’aveva bruciato e di cui ora vegliava le ceneri, del fremito dei baci destinati a rimanere inerti per sempre.

Eppure sente di dover reagire, pena la sua perdizione, comprende che la solitudine non è una gabbia d’oro, è solo una gabbia che rischia di trasformarsi in assenza e fare di lui un assente nella vita.

Non rimaneva dunque che ribellarsi al destino che egli stesso stava tratteggiando. Occorreva uno sforzo d’amore per la vita, uno slancio vitale che significasse speranza e non ripiegamento sul passato, capacità d’amare e non tristezza per un amore perduto. Riuscire a conciliare il passato e il presente, a preparare tramite il presente il futuro, proprio come fosse un miracolo, anche per Robert il gabbiano, per miracolo, fu l’inizio di una svolta di vita e l’abbandono della solitudine.

Tutto ciò per capire che “è inutile cambiar sede se l’anima è malata” (Seneca) e che non esiste mondo migliore di quello in cui sono radicati affetti profondi, antichi, vecchie memorie da custodire perché rivivano in noi e non siano ceneri da contemplare in sterile silenzio.

Dunque ritornare alla terraferma equivaleva rinascere a nuova vita, dato che nuovi erano i sentimenti con cui guardare al già noto.

Pertanto l’isola a cui approdare per rinascere non è lontana da noi, è in noi purché si abbiano occhi tersi per guardare alla vita.

Solo così il passato non è sinonimo di angoscia o di rimpianti e rimorsi ma una fucina a cui attingere con rinnovato esperienza.

La metafora del volo, aspirazione alla conoscenza del noto gabbiano Jonathan Livingston dell’omonimo romanzo di Richard Bach, diventa in questo piccolo ma prezioso romanzo l’epilogo felice che vede in Robert il Maestro, in Marco il discepolo finalmente diventato docile e pronto ad accogliere consigli e insegnamenti, a spezzare la solitudine per ritornare spiritualmente nell’ambiente che l’aveva visto crescere, con consapevole gratitudine, repressa dapprima e quasi odiata a causa di un eccessivo ed egoistico amore di sé, mal interpretato e fonte di altri dolori.

Il volo era iniziato, la libertà si era dischiusa sulle ali di un gabbiano. La nuova vita guardava al futuro.

In conclusione, un romanzo con un importante messaggio, scritto in stile piacevole e scorrevole, quasi fotografico, maggiormente fantasioso nelle pagine in cui protagonista è il gabbiano, ricco di particolari, alquanto eccessivo nelle citazioni, che rischiano di apparire sfoggio erudito.

Notevole il corredo di suggestive fotografie in bianco e nero dell’artista Riccardo Marchionni. Conclude il libro il racconto Il ragazzo di Cobre che affronta, che affonda lo sguardo nella condizione complicata dell’adolescenza in realtà obiettivamente difficili, come quella del terzo mondo.

E su tutto campeggia il grande amore per Piombino.

Adriana Pedicini

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Mary Shelley, "Frankenstein"

14 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #fantasy

Mary Shelley, "Frankenstein"

Frankenstein

di Mary Shelley

1^edizione: 1818

2^ edizione (riveduta): 1831

C’è una storia d’amore che lega un poeta e una scrittrice entrambi inglesi: Percy Bysshe Shelley (1792 – 1822) e Mary Shelley (1797 – 1851)

Mary è figlia della femminista Mary Wollstonecraft, ed è cresciuta secondo i libertari principi dell’ideologia materna, Percy è sposato con Harriet, dalla quale ha dei bambini che gli verranno poi sottratti. Quando s’incontrano, Mary ha diciassette anni, s’innamorano, fuggono insieme e riescono a sposarsi solo dopo l’improvvisa vedovanza di lui. Mettono al mondo molti figli di cui solo pochi sopravvivono ai genitori. Trovano rifugio alle loro peregrinazioni in Italia, dove Percy muore tragicamente in barca a largo di Lerici. Lo bruciano sulla spiaggia di Viareggio, in puro stile romantico, lei torna in patria giurando che curerà le edizioni delle opere del marito e porterà il suo nome fino alla fine dei suoi giorni.

Lui è uno degli esponenti di spicco fra i Lake Poets, insieme a Wordsworth, Keats, Coleridge. Scrive Ode to a Skylark e la tragedia The Cenci, ma quella che lascia un graffio, una zampata, un’orma nell’argilla dell’immaginario collettivo e nella storia del fantastico è lei, Mary.

La sorellastra di Mary, Claire Clairmont, diventa l’amante di Lord Byron, il quale comincia a bazzicare la casa degli Shelley, villa Diodati sul lago di Ginevra, insieme ad un altro amico, John Polidori. Piove, le serate sono tediose e fredde, la compagnia passa il tempo leggendo novelle tedesche di fantasmi. Viene lanciata l’’idea di una gara a chi scrive la storia gotica più spaventosa ed intrigante. Nascono così Il Vampiro di Polidori, ispirato alla figura di Byron e primo esempio di succhia sangue raffinato e malinconico, e Frankenstein di Mary Shelley.

Sul principio lei non ha idee, ogni mattina si alza e dice che non le è venuto in mente nessun soggetto da cui trarre una trama interessante, mentre tutti gli altri già scrivono. Sente però gli uomini che discutono di principio della vita, di darwinismo, di galvanismo. Poi, una notte, ha un incubo, vede un essere terrificante, assemblato da uno studente che gli sta inginocchiato accanto. Si sveglia sconvolta, capisce che, se riuscirà a trasfondere sulla carta lo stesso spavento che ha provato nel sogno, creerà qualcosa di potente.

Ed è così, infatti. A soli diciannove anni, nel 1817, Mary dà vita ad una creatura che resterà nel mito collettivo: il mostro senza nome plasmato dallo scienziato Victor Frankenstein. Il romanzo esce in forma epistolare e anonima e solo in un secondo tempo si scoprirà che l’autore non è Percy Bysshe Shelley ma la sua giovane moglie. Sarà un successo, al pari del più tardo Dracula di Bram Stoker (1897).

Il personaggio di Victor s’ispira a Percy Bysshe, ha, come lui, amore per la scienza, passione e anima spirituale. L’orgoglio lo spinge ad atteggiarsi a creatore, a voler superare la natura dando origine ad un essere più forte, più sano, più intelligente e longevo del normale. Accadrà l’opposto: dai pezzi di cadavere cuciti insieme e rianimati tramite la corrente elettrica (che allora doveva apparire come qualcosa di fantascientifico e magico insieme) esce una creatura orribile, dall’aspetto spaventoso e dai modi animaleschi, incapace di trattenere gli impulsi omicidi. Ossessionato dalla sete di conoscenza, Victor si è spinto oltre il lecito e la natura si è ribellata, l’uomo non può competere con Dio, non può infrangere le leggi dell’ universo, pena la morte, la distruzione.

A unire ancora una volta Mary e suo marito è il sottotitolo del romanzo, “The Modern Prometheus”. Nel 1820 Percy scriverà, infatti, Il Prometheus Unbound. È interessante vedere come entrambi i coniugi si siano ispirati alla stessa figura ma usando aspetti diversi del mito. In Mary, Prometeo non si limita a rubare il fuoco per donarlo all’umanità, ma lo usa per plasmare l’argilla e modellare l’uomo stesso. In entrambi i casi Prometeo è un simbolo di ribellione, di rivolta contro la volontà divina con tutte le conseguenze che ne derivano.

L’atmosfera del romanzo risente del romanticismo dei versi di Coleridge, in particolare The Ballad of the Ancient Mariner. Nella cornice fantastica del gotico si concretano angosce metafisiche e anticipazioni scientifiche distopiche, come quelle in seguito sviluppate da Wells nei suoi romanzi. (The Time Machine è del 1895)

Di là dalle implicazioni etiche, tuttavia, il testo ci colpisce per il profondo romanticismo della figura del mostro, che tutti tendiamo a chiamare Frankenstein, scambiandolo per il suo artefice.

Il mostro ha un’evoluzione: osserva gli esseri umani, impara da loro a parlare, legge Milton e il diario di Victor Frankenstein. Apprende la lingua, i sentimenti, le aspirazioni degli uomini, desidera frequentarli, conoscerli, aiutarli, farsi benvolere. Ma il suo aspetto lo condanna: tutti lo rifiutano, tutti fuggono atterriti davanti a lui, i suoi gesti gentili sono scambiati per aggressioni. Il dolore lo schiaccia, fa esplodere la rabbia ed egli ricomincia a uccidere, diventa completamente ciò che tutti credono sia. Solo e dannato vaga per il mondo, “Everywhere I see bliss, from which I alone am irrevocably excluded.”

La figura ha una grande valenza romantica, avvolta com’è nella sua immensa solitudine, ispira orrore e compassione insieme, perché capiamo che la sua cattiveria deriva dal dolore e dai rifiuti subiti. Chiede, infatti, al suo creatore di fargli una sposa, una femmina della sua razza. Victor Frankenstein si mette all’opera, ma poi ci ripensa, non volendo produrre una genia di obbrobri. Quando il mostro lo scopre, il dispiacere lo sopraffa e per vendicarsi gli uccide l’amata moglie Elisabeth.

Proprio leggendo il diario del dottor Frankenstein, l’infelice essere scoprirà quanto il suo creatore sia deluso di lui, quanto lo disprezzi e lo abbia voluto diverso. Come un figlio non amato dal padre, si sente ferito, solo e disperato.

Ci sarà poi lo scontro finale, con la creatura che ucciderà il creatore (come nelle ultime scene di Excalibur, il film di John Boorman, dove Re Artù e il figlio Mordred - nato dall’incesto con Morgana - si ammazzano a vicenda.) È l’eterno mito del Doppelgänger, l’alter ego maligno che incarna ed esterna tutto ciò che di oscuro e cattivo si cela nella nostra anima, è Mr Hyde per dr Jekyll, è Gollum per Frodo, è Voldemort per Harry Potter.

Ma quanto dolore, quanto rimpianto nella creatura che distrugge il suo creatore. Ci viene in mente il primo Star Trek (di Robert Wise, 1979) dove l'antica sonda Voyager 6, partita centinaia di anni prima dalla Terra, cerca disperatamente di riunirsi all’umanità che l’ha costruita.

Lo stesso desiderio di unità, di riappacificazione con il padre/creatore, e, insieme, di cupio dissolvi, si ha nel romanzo della Shelley.

He is dead who called me into being; and when I shall be no more, the very remembrance of us both will speedily vanish. I shall no longer see the sun or stars, or feel the winds play on my cheecks. Light, feeling, and sense will pass away; and in this condition must I find my happiness.”

Da non dimenticare, il bel film che, nel 1994, Kenneth Branagh ha tratto dal romanzo, se possibile addirittura migliorandone e portandone a compimento la trama. Il mostro miserevole vi è interpretato da Robert de Niro, Elisabeth Lavenza è Helena Bonhan Carter e Victor Frankenstein lo stesso Branagh. Si ricorda, infine, anche la riuscitissima parodia girata da Mel Brooks: Frankenstein Junior.

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Il re è nudo

13 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #case editrici

Il re è nudo

Che il mondo editoriale non sia trasparente, che i pesci piccoli siano divorati dai grandi, che i bravi, se non famosi per altri motivi, non abbiano nessuna possibilità di farsi pubblicare e conoscere, che alcuni scrittori producano cavolate ma vendano milioni di copie grazie al battage pubblicitario, che i casi letterari siano montati a tavolino, che i libri vengano direttamente commissionati dagli editori a personaggi di spicco e poi fatti scrivere dai ghost writers, ormai lo sappiamo tutti e chi non lo sa vuol dire che non ha la minima dimestichezza con questa realtà e vive ancora, beato lui, nel mondo dei sogni.

E con questo non voglio riferirmi solo alle varie sfumature di grigio o ai metri sopra il cielo – ché, via, tutti sappiamo che non è arte, quella, ma la leggiamo lo stesso - piuttosto alla cosiddetta letteratura italiana contemporanea.

Non voglio nemmeno parlare degli scrittori e delle scrittrici che pubblicano con stampatori a pagamento libri che nessuno ha riletto nemmeno una volta, stupidi di contenuto e sgrammaticati nella forma, infarciti di errori d’ortografia e sintassi. Una volta smascherati dai lettori – questi scrittori e queste scrittrici che si pavoneggiano alla sagra del caciocavallo, accanto all’assessore alla cultura che di culturale non ha nemmeno l’odore dei piedi - sono capaci addirittura di incolpare l’editor – se mai ne esistesse uno – di aver inserito gli errori nel testo a bella posta per screditarli. No, voglio parlare piuttosto della letteratura blasonata, quella che viene presentata sui quotidiani e in televisione, che fa bella mostra di sé sugli scaffali degli autogrill e degli uffici postali. Non credo che tali opere facciano tutte schifo, no. Però al pari di esse ce ne sono molte altre, magari addirittura più meritevoli, che su quegli scaffali non compariranno mai perché dimenticate nel cassetto di qualche editor incapace di rispondere alle mail, perché incappate nel tritatutto scorciatoia della vanity press mal distribuita o, magari, perché ammuffite nella vetrina on line di qualche piattaforma di autopubblicazione.

Più che scrittori sopravvalutati, noi abbiamo, direi, storie sopravvalutate, ché lo stile magari c'è, anche raffinato, ma non basta a fare il capolavoro. Avete presente, ad esempio, la macchina impressionante dei libri di Ian Pears, il perfetto congegno ad orologeria? C'è qualcuno qui da noi che possa eguagliarla? O la capacità narrativa di Rohinton Mistri? E il minimalismo, sì, ma quello di Anita Desai, non quello delle due parole con il punto a capo. E John Updike vero, non chi gli fa il verso americanizzandosi e fingendosi arrabbiato.

È evidente, a mio avviso, l’esilità di certi testi nostrali spacciati per opere d'arte, destinati invece a essere dimenticati nel giro di mezza generazione. Non faccio nomi perché non mi piace offendere, il mio giudizio è soggettivo e i nemici non mi servono. Però, quelle poche volte che mi lascio convincere a leggere un romanzo italiano contemporaneo, magari uno che è arrivato in finale al Campiello, allo Strega etc etc, mi scontro quasi sempre con la mancanza di sforzo, di spessore, d’impegno narrativo, persino di carta. È tutto gradevole, per carità, leggibile ma sottile, intimista, trito: fratelli e sorelle con qualche scontato problema d’infanzia, storie partigiane, fascismi e poco altro.

Recensendo testi, poi, m’imbatto in autobiografie, fatti di famiglia, gialli senza capo né coda e tanto tanto sesso volgarotto. Oppure, peggio, nella rivisitazione post mortem di avanguardie surreali di primo novecento, in deliranti manifesti destrutturalisti, in simboli spacciati per sublimazione dell’intelligenza a scapito del contenuto, della razionalità, dell’emozione. A scapito del raccontare una storia interessante, avvincente.

Questa dell’essere avvincenti quando si scrive è una mia fissazione: la noia per me non è mai un valore. Cos’è il piacere della lettura se non curiosità, desiderio di sapere che accade nella pagina successiva? Cos’ altro si può inculcare in un bambino, se non la gioia di raggomitolarsi con un libro sulle ginocchia fino a che non gli bruciano gli occhi leggendo avventure, magie, mondi sconosciuti? So di ragazzini obbligati a sorbirsi La Certosa di Parma di Stendhal che hanno avuto un rifiuto a vita per tutto ciò che somigliasse anche da lontano a un libro.

A costo di sembrare esterofila (e lo sono) dico che i libri vado a comprarmeli nella sezione “narrativa in lingua originale”, di solito anglofona, perché qui da noi - con le dovute eccezioni è ovvio - vedo solo storie brevi e magre, costruite sul niente, chiuse in un microcosmo di tempo e spazio, senza studio, profondità di sentire o impalcatura narrativa, senza sviluppo, senza trama e spesso noiose. Oppure parole in libertà scritte una accanto all’altra solo perché suonano bene, senza rispetto per la magica armonia di forma e contenuto che, a mio avviso, sta alla base di ogni opera d’arte.

E non parliamo, poi, dell'ultimissima, invadente, onnipresente, generazione di trentenni universitari e precari, perché di quella, davvero, non se può più e pare che chi si mette a scrivere, oggi, non abbia da raccontare altro che di giorni inconcludenti, trascorsi a fingere di studiare, e di notti passate a ciondolare qua e là in cerca di pasticche e di scopate capaci di farti rimpiangere quelle "senza cerniera" di Erica Jong.

Qui rivendico il diritto sacrosanto a non essere intellettuale – anche quando si bazzicano libri e mondo editoriale - e a leggere cosa mi piace, pure le stupidaggini, ma considerandole per quello che sono, cioè evasione e non arte. Io, infatti, leggo cosa cavolo mi pare, non devo per forza conoscere tutti gli ultimi premiati e gli “stregatti” vari, non devo per forza dire che ho capito tutto se non ho capito nulla, per paura di apparire ignorante. Forse, se non ho capito, è anche perché l'autore non si è spiegato bene. E se un libro non mi prende, non mi dice niente, mi tedia, lo mollo, lo abbandono, anche se è considerato “cerebrale, simbolico e profondo”, anche se dietro ci sono “motivazioni filosofiche e psicanalitiche”. Se è una pizza è una pizza, e qualcuno lo deve pur dire, qualcuno deve dichiarare la nudità del re. E questo, aggiungo, vale anche per i mostri sacri, cosicché qui e ora, una volta e per tutte, confesso di non essere mai riuscita a finire alcuni romanzi di Tolstoj, di Hesse, di Conrad, di Proust (e di Stendhal!) con buona pace degli appassionati che mi toglieranno il saluto e di coloro che mi daranno dell'ignorante.

Un libro mi piace se ha una motivazione di fondo, una trama ben costruita, un’atmosfera originale, uno stile non banale, e se emoziona, fa riflettere, vivere un’altra vita. Quando la confezione è buona, qualsiasi contenuto acquista sapore.

Ho visto casi letterari ingrossati a tavolino sfruttando l’amicizia fra giornalisti ed editori, inventando finti passaparola della rete, ho visto l’eclatante caso del falso romanzo di successo (mai scritto e mai esistito) che tutti i personaggi famosi intervistati fingevano di avere letto, apprezzato e persino recensito. Ho visto cose che voi umani.

Io gli studi leggiadri

talor lasciando e le sudate carte,

ove il tempo mio primo

e di me si spendea la miglior parte,

d’in su i veroni del paterno ostello

porgea gli orecchi al suon della tua voce,

ed alla man veloce

che percorrea la faticosa tela.

Mirava il ciel sereno,

le vie dorate e gli orti,

e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.

Lingua mortal non dice

quel ch’io sentiva in seno

Ecco, se ci fosse bisogno di spiegazioni per capire che cos’è arte, letteratura e poesia vera basterebbero questi versi, basterebbero i rintocchi della Torre del Borgo, o il passero solitario annidato fra le merlature. Basterebbero perché l’arte non si spiega e non si definisce, non s’inquadra e non ha canoni fissi. E perché il poeta è colui che è emotivamente coinvolto in ciò che vede.

Leggete, leggete quello che vi piace e non buttate i soldi nei corsi di scrittura creativa, leggete i classici. Leggete Leopardi e Dante, aggiungo, che fanno sempre bene.

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John Gray, "Men are from Mars, Women are from Venus"

12 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

John Gray, "Men are from Mars, Women are from Venus"

Men are from Mars,women are from Venus

John Gray

Thorsons, 1993

Dagli anni Settanta ai Novanta è stato tutto un fiorire di manuali americani di auto-aiuto: come rafforzare l’autostima, come capire se stessi, come migliorare le proprie prestazioni sociali e le relazioni con gli altri. Non c’è signora che non abbia letto Donne che amano troppo di Robin Norwood (in puro stile presa di coscienza anni Settanta), identificandosi nella patetica figura appesa al filo di un telefono che non suona. Tutti abbiamo dato almeno un’occhiata a Le vostre zone erronee di Wayne Dyer (1977) o a Intelligenza emotiva di Daniel Goleman. Ma c’è un testo che ha sbaragliato tutti gli altri e che è rimasto in classifica 121 settimane e ha venduto 50 milioni di copie: Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, scritto nel 1993 da John Gray, psicologo specializzato nello studio delle problematiche di coppia.

Provo un certo fastidio verso chi pensa di avere “il rimedio per ogni cosa”, verso chi crede che basti modificare un poco il proprio comportamento per far sì che attorno tutto cambi. Non esiste, a mio avviso, la pillola della felicità o la bacchetta magica capace di trasformare una relazione insoddisfacente in una gratificante. Dobbiamo comunque riconoscere a questo testo, pur nella fastidiosa e americanizzante semplificazione dei problemi e delle loro soluzioni, il merito di aver messo a fuoco alcuni punti che causano incomprensioni nella coppia e, aggiungo, anche nelle amicizie e nelle relazioni sociali in generale.

Che uomini e donne vengano da pianeti diversi e parlino linguaggi opposti, reciprocamente incomprensibili, lo sapevamo tutti. Ma Gray ha evidenziato che, se una donna esterna, lo fa per sfogarsi. Punto. Non si aspetta consigli, non vuole soluzioni facili. Anzi, una possibile soluzione la irrita perché sminuisce la portata del suo dolore “senza fondo e senza rimedio”. Se una donna si lamenta, è per il piacere e il bisogno di lamentarsi, per la felicità di sentirsi tanto infelice. L’uomo, di fronte ad una donna che soffre, prova imbarazzo, fastidio e dispiacere, quindi vuol rendersi utile ed elabora possibili appianamenti. E questo è il modo migliore per fare infuriare di più la donna, poiché lei non sente compresa, convalidata e giustificata la sua angoscia, in una parola, non si sente capita, ascoltata, sostenuta.

L’uomo, poi, anche quello devoto e innamorato, avverte periodicamente il bisogno di rintanarsi nella sua “caverna”, specialmente se ha un problema. La reazione naturale di una donna di fronte al medesimo problema è “sviscerarlo”, dolersene, farne partecipi gli altri. L’uomo no. L’uomo ha bisogno di elaborarlo in silenzio, di capire come può affrontarlo da solo, di trovare soluzioni basandosi esclusivamente sulle propri e forze. Perciò tace, si allontana, si chiude in se stesso. Se lei lo incalza, diventa sfuggente, nervoso, fino al litigio e allo scontro, oppure ammutolisce. Più lei gli chiede che cosa non va, più lui non sa cosa dire. Lei è erroneamente convinta che sia suo dovere interessarsi di lui in quel momento, che “parlare gli farebbe bene”, mentre per lui è il contrario. Questo per le donne è difficile da comprendere e accettare, le donne sono state educate al sacrificio, alla partecipazione emotiva, all’ascolto attivo e non comportarsi in quel modo le fa sentire in colpa. Se lei avesse un problema, la prima cosa che farebbe sarebbe esternarlo, ed è convinta che tenendosi tutto dentro lui si stia facendo del male e che lei debba aiutarlo ad aprirsi. Inoltre si sente ferita, umiliata dalla mancanza di fiducia di lui, che non la ritiene degna delle sue confidenze. Finisce spesso per immaginare il peggio: che lui abbia un’altra, che sia malato o che mediti la fuga.

Nel rapporto d’amore, l’uomo è come un elastico, ha periodicamente bisogno di allontanarsi, ritrovare se stesso, distaccarsi, per poi tornare più carico. Durante la separazione la sua energia torna a crescere, lui ritrova passione, emozione e desiderio, ed è pronto a riaccostarsi alla sua donna con ritrovata dedizione. Questo lei non lo capisce, la fa stare male, la ferisce. Più che lo segue nel suo allontanamento, più che lo rincorre, più che lui si raffredda, si sente controllato e legato, s'immusonisce. Quando lui torna, pronto a riprendere la relazione dal punto in cui l’aveva interrotta, come nulla fosse successo, trova lei arrabbiata e gelida. (Siccome chi vi parla è donna, non può fare a meno di pensare che lei a fa bene a mandarlo a quel paese).

Pare che per Gray la donna sia come un’onda, dedita ad alti e bassi di autostima, con cicli di trenta giorni singolarmente vicini a quelli sessuali. Quando lei è giù, nel punto più basso, ha solo bisogno di comprensione, di sostegno, di ascolto, in attesa che il suo umore torni a risollevarsi da solo. Spesso, sentirsi capita e non giudicata, è sufficiente a ritirarla su. Per la donna, inoltre, c’illumina Gray, le cose grandi valgono quanto quelle piccole. In una scala di punteggi, un uomo che lavora, che si massacra per assicurare un buon tenore di vita alla famiglia, sta compiendo un’operazione che gli accredita un solo punto, come un eguale punto varrebbe regalarle una rosa, comprarle un anello di brillanti, portare fuori il cane o la spazzatura. Uno vale uno, insomma. Lei, tapina, non è in grado di capire la differenza e per farla felice, per ottenere il punteggio pieno, non basta un unico, importante, generoso, gesto d’amore ma ci vogliono tante piccole attenzioni giornaliere.

Gray non pare rendersi conto che, per cambiare atteggiamento, un uomo deve volerlo fare, deve riconoscerne la necessità, deve trovare delle mancanze nel proprio comportamento, deve essere in contatto con i propri sentimenti ed avere la pazienza di lavorare su di sé. Ma dove si trova un uomo così? Come si trasforma un marito che non ascolta mai, uno per il quale la propria donna è invisibile e necessaria come un mobile della casa, in un essere attento, premuroso, capace di dirle: “Amore, in questo momento sono occupato ma fra dieci minuti avrai tutta la mia considerazione, comprensione e solidarietà?” Ma dai...

E, per concludere, possiamo dire che, evidentemente, Gray è venuto in contatto solo con coppie americane. Se avesse conosciuto un lui ed una lei italiani, immancabilmente sarebbe uscito il problema della mamma, e, ai 101 punti nei quali descrive le piccole cose che un uomo deve fare per ingraziarsi la moglie, oltre ad abbassare l’asse del wc, avrebbe aggiunto a lettere cubitali:

RICORDATI CHE LEI VIENE PRIMA DI TUA MADRE!

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George R.R. Martin, "Game of Thrones"

11 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #fantasy

George R.R. Martin, "Game of Thrones"

Game of Thrones

di George R.R. Martin 1996

Harper Voyager, 2011

pp. 801

€ 14,40

When you play the game of Thrones, either you win or you die”.

Da una minestra riscaldata può nascere una zuppa appetitosa? La risposta è sì, nel caso di Game of Thrones, il romanzo fantasy di George R.R. Martin.

Se già nelle iniziali dell’autore sentiamo riecheggiare il nome del maggior esponente del genere, in altre parole Tolkien, possiamo dire che tutto il romanzo è la saga del già visto. Mai come in questo caso a ogni immagine, a ogni descrizione, a ogni ambiente, a ogni battaglia combattuta e arma brandita, si collega qualcosa di già sentito e già osservato, qualcosa che fa parte del bagaglio culturale di chiunque abbia dimestichezza con la fantasia e con l’immaginario. Ci vengono in mente associazioni di ogni genere, viste e udite non solo sui libri, ma in televisione, al cinema, ovunque.

I tornei, le armature, le cotte di maglia lucente, ricordano sir Lacillotto in film come Excalibur di John Boorman (1981), ma anche Il primo cavaliere di Jerry Zucker (1995). La giovane Sansa somiglia tanto a Meg che va alla “fiera delle vanità” in Piccole Donne di Louisa May Alcott. Il mezzo gigante Hodor è simile, anche nel nome, a Hagrid di Harry Potter (che però è del 1997 ed è quindi di poco successivo). I vari casati in lotta per il trono sono vicini agli abitanti del pianeta Cottman IV nel Ciclo di Darkover, o alla storica Guerra delle due Rose. Le atmosfere sanguinarie, erotiche e barbariche, del filone dedicato a Daenerys e a suo marito Drogo, ci ricordano sceneggiati televisivi ispirati alla figura di Attila e di Gengis Khan.

Insomma, è tutto un susseguirsi di déjà vu. Quindi si potrebbe pensare che il genere non abbia più niente da offrire, che il romanzo di Martin sia solo per aficionados influenzati dal successo dell’omonima serie televisiva. Invece non è così, invece era da tanto che non ci immergevamo in una lettura di ottocento pagine con la sensazione di essere precipitati davvero in un secondary world fantastico, curato nei minimi particolari e coerente. Chi scrive narrativa di genere, infatti, sa che, qualunque sia l’argomento trattato, non deve mai perdere la fiducia del lettore con errori grossolani. Un occhio non può essere vitreo, per capirci, né la volontà ferrea, in un universo dove vetro e ferro non sono stati ancora inventati. Ed era da tanto che non vedevamo in atto la subcreazione tolkieniana con tale forza da farci correre subito in libreria per comprare il secondo della serie e poi il terzo e via di seguito. All’interno di elementi già noti e riconducibili a un patrimonio di conoscenze comuni, a Martin va riconosciuta la capacità di aver sviluppato alcune figure e alcune situazioni in modo molto personale.

Fra i personaggi spiccano le due ragazzine dal carattere opposto, la mansueta Sansa e il maschiaccio Arya – davvero riconducibili agli archetipi Meg e Jo – e Tyrion, rielaborazione ovvia, e insieme geniale, del nano della fantasy. Tyrion è infatti un vero nano umano, figlio sgradito di un signore della guerra, con tutte le conseguenze psicologiche che la sua deformità comporta. Ci colpisce anche il piccolo Bran, che rimane paralizzato per mano nemica e affronta con coraggio la sua sventura, oppure Jon Stark, il figlio bastardo che morirebbe pur di essere amato dal padre quanto gli altri figli. I caratteri sono descritti a tutto tondo, hanno un passato, un presente e un futuro, hanno famiglie e motivazioni psicologiche profonde, come la misteriosa nascita illegittima di Jon, o l’infelice rapporto col padre dell’obeso, vile e goffo Sam (a ben guardare molti dei personaggi hanno relazioni conflittuali con i genitori). L’autore conosce tutte le sue creature, sa cosa direbbero in ogni circostanza, sa come agiscono, che posto occupano nello spazio e quali sono le loro movenze.

Al di là dei personaggi, ci sono poi alcuni elementi che caratterizzano la saga. Uno è costituito dai direwolves - i non estinti canis dirus, tradotti malamente con meta- lupi - ciascuno dei quali accompagna i rampolli della casa Stark. Li percepiamo, grandi e possenti, agili e spietati ma fedeli e affettuosi con i padroncini. L’altra immagine che ci rimane scolpita nella mente è quella del Wall, l’immensa muraglia di ghiaccio che da secoli divide le terre degli uomini dalle lande selvatiche e desolate del nord, nascondiglio di cose misteriose, pronte a ghermire nel buio e uccidere. Pare di vederlo, l’immenso muro traslucido, con i suoi camminamenti cosparsi di ghiaino che scricchiola sotto le suole dei Guardiani, con le incrinature, le crepe e i rivoletti di scioglimento, in un mondo dove le stagioni non sono quelle da noi conosciute, ma alternano grandi glaciazioni a lunghe primavere.

Rispetto alle altre cronache fantasy, grande spazio è dato alla sessualità, materia che, di solito, viene rimossa e sublimata. Qui amplessi e stupri sono frequenti ed espliciti, l’universo è selvaggio e insanguinato, al punto che la serie televisiva tratta dal romanzo è stata considerata “diseducativa” per i giovani. Non ci si tira indietro neppure di fronte all’incesto o alla pedofilia. Jaime e Cersei sono gemelli, come Cathy e Heathcliff (senza averne l’oscura potenza) si completano a vicenda e l’atto sessuale per loro è una sorta di riunione con la metà perduta. Daenerys va sposa al suo principe guerriero a soli tredici anni. Sansa ed Arya sono bambine ma già suscitano desiderio nei maschi adulti.

Anche la religione trova una collocazione, dimenticata nell’atea Terra di Mezzo e in altri universi fantastici. Il culto dei septon e delle septas, che sta soppiantando quella degli antichi dei, ricorda il conflitto fra cristianesimo e druidismo, così ben rappresentato non solo da Merlino e Morgana in Excalibur (che, non dimentichiamolo, si basa su La Morte d’Arthur di Thomas Malory) ma anche nei romanzi della Bradley e, in particolare, ne Le nebbie di Avalon e nel suo prequel, The Forest House, costruito sulla storia narrata nella Norma di Vincenzo Bellini.

Le tecniche narrative applicate nel testo sono le più comuni e collaudate del genere. I personaggi seguono il POV, cioè il punto di vista circoscritto alternato in capitoli, pratica affinata da Tolkien - il quale non perde quasi mai la focalizzazione hobbit - e portata avanti poi da Terry Brooks nel Ciclo di Shannara. La capacità narrativa si esplica con quello che possiamo definire “lo sguardo circolare”. Mentre racconta, l’autore non perde mai di vista la scena generale, ha un occhio capace di cogliere i particolari circostanti, si chiede che cosa fanno gli altri personaggi intorno, chi si sta muovendo nell’ambiente, e fa agire ed esprimere ogni figura secondo le proprie peculiarità.

Per concludere, possiamo dire che Martin, all’interno di un genere conosciuto e sfruttato, ha saputo trovare un’interpretazione personale, in grado di dare un senso a ciò che scrive, affinché non sia inutile, superfluo o, peggio, ridicolo.

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Concorso "Trame tra le mura"

10 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #concorsi, #case editrici

Concorso "Trame tra le mura"

Ci scrive Marco Frullanti della casa editrice Nativi Digitali:

"Sono Marco, scrivo in quanto responsabile della comunicazione di Nativi Digitali Edizioni (www.natividigitaliedizioni.it), casa editrice digitale (non a pagamento).

Sperando di fare cosa gradita, vi segnalo il concorso letterario social che stiamo lanciando: "Trame tra le mura"!


Si tratta di un concorso totalmente gratuito, aperto agli aspiranti scrittori: non c'è limite di generi o stili, l'importante è il tema: tutti i racconti devono essere ambientati interamente in un appartamento condiviso. La prima fase di selezione è "social" e relativa a un abstract, l'idea dietro il racconto, quindi tra i 15 vincitori che ci invieranno i racconti ne saranno selezionati 5 da pubblicare in un'antologia, con regolare contratto di pubblicazione.

Un appartamento condiviso tra vari coinquilini ne ha eccome di storie da raccontare... vi sfidiamo a immaginarvene una, con il nostro Concorso Letterario Social "Trame tra le mura"!

A chi si rivolge: a scrittori che vogliono raccontare l'esperienza della condivisione di un appartamento, senza limitazioni particolari di genere e stili narrativi. L'unico vincolo: tutto il racconto deve essere ambientato all'interno dell'appartamento. Le storie possono reinterpretare esperienze vissute dall'autore o da altri (nel qual caso, si prega di usare nomi fittizi e di non fare riferimento diretto a fatti e eventi reali) oppure essere totalmente finzionali. La partecipazione è completamente gratuita.

Per informazioni e tempistiche dettagliate del progetto: bit.ly/trametralemura "

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I rimedi di nonna rosa: cataplasmi o impacchi ai semi di lino

9 Marzo 2016 , Scritto da Nicole Con tag #nicole, #i rimedi di nonna rosa

I rimedi di nonna rosa: cataplasmi o impacchi ai semi di lino


Il metodo e' eccellente per i catarri e bronchi. I semi di lino si trovano in erboristeria e con essi si possono sciogliere i catarri tramite il calore che emanano.

Si prende una pentola e mettiamo 200 ml di acqua con 2 0 3 cucchiai di semi di lino e portiamo in ebollizione, dopo di che li lasciamo freddare un pochino e, quando sono caldi, li adagiamo su un fazzoletto di cotone o lino e chiudiamo il tutto facendo attenzione a non fare uscire il composto.

Posizioniamo il tutto sul petto finchè non si raffredda: mi raccomando il cataplasma deve essere caldo non bollente sul petto!!!!

L'ideale e' ripetere l'operazione 3-4 volte il giorno per trovarne beneficio.

Se si vuole, si possono aggiungere oli essenziali, timo ed eucalipto (2 gocce per ogni tipo di olio). Tutto questo prima di togliere i semi dalla pentola!!!!

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"Il mio amico Beppe Zullo" di Stefano Simone

8 Marzo 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #interviste

"Il mio amico Beppe Zullo" di Stefano Simone

Il mio amico Peppe Zullo (2016)
di Stefano Simone

Regia: Stefano Simone. Musiche: Luca Auriemma. Post-produzione: Stefano Simone. Genere: Documentario. Origine: Italia. Anno: 2016. Formato: 1.77:1. Audio: Stereo PCM. Produzione: Indiemovie. Durata: 76’. Interpreti: Peppe Zullo, Marco Di Baru, Ciro Famiglietti, Caterina Melillo, Matteo Perillo (v.o.).

Non puoi pensare bene, non puoi amare bene, non puoi dormire bene… se non mangi bene!”, dice Virginia Woolf.

Stefano Simone mette la frase in apertura, quasi a sottolineare che dopo tanto cinema a soggetto e qualche videoclip musicale, cambia genere e passa al documentario classico. Non per cavalcare la moda della cucina, argomento molto presente sia nei palinsesti televisivi che in libreria, debordante persino nella pura fiction cinematografica. Simone si dedica al racconto culinario di Peppe Zullo perché ha radici profonde con la cultura della sua terra e diventa quasi la storia di un uomo che ha coronato un sogno grazie a passione e impegno.

Il documentario ha un taglio classico che interessa e avvince. Lo stratagemma tecnico è far parlare il protagonista - un vero affabulatore - intervistato da due ragazzi, alternandolo con i commenti dei due intervistatori con una ragazza che non ha conosciuto il cuoco. Completa il quadro una voce fuori campo, teatrale ma non troppo impostata, mai fastidiosa né invadente. Immagini e parole costruiscono la storia di un uomo che ha cominciato facendo il benzinaio, ha girato il mondo aprendo ristoranti negli Stati Uniti e in Messico, quindi ha deciso di tornare a casa per aprire un vero angolo di Paradiso a Orsara. Un posto delle fragole culinario, in definitiva, perché il protagonista costruisce il suo regno nei luoghi dove è stato bambino, servendo in tavola prodotti del suo orto dei miracoli, pesce di fiume e vini della sua terra.

Un documentario ben girato, fotografia limpida, esterni suggestivi tra la proprietà Zullo e il paesino foggiano, montaggio sincopato, musica sintetica che ben accompagna le immagini. Abbiamo avvicinato il regista per avere la sua interpretazione autentica.

Perché questo repentino passaggio alla non fiction?

Volevo affrontare per la prima volta un genere che non conoscevo molto, diciamo quasi per niente. Nonostante avessi visto pochissimi documentari, credevo fosse interessante questo formato, anche perché il mio stile è in partenza molto realistico. L’argomento culinario mi sembrava una cosa del tutto nuova, anche se la mia intenzione era anche e soprattutto raccontare il rapporto dell’uomo con ciò che la natura offre. Per cui, non potevo non chiamare che Peppe Zullo, un'autorità nel campo; parliamo del cuoco che ha rappresentato la Puglia a Expo 2015. Quando l’ho contattato si è dichiarato subito entusiasta e in poco tempo abbiamo realizzato questo film.

Pensi di ripetere esperienze di non fiction?

Certo! Ho già in cantiere un altro docufilm che tratta le problematiche dei ragazzi disabili. Inizialmente avevo previsto di girarlo a gennaio, ma la post-produzione de Il mio amico Peppe Zullo ha richiesto più tempo del previsto, per cui ho dovuto far slittare l’inizio delle riprese. Devo valutare quando girare in base ai miei impegni. Alcune riprese di repertorio sono già pronte.

Per un regista è più appagante la fiction o il documentario?

Entrambi. Sono due formati diversi che richiedono un approccio diverso alla narrazione, alle riprese e ovviamente al montaggio.

Cosa bolle in pentola?

Oltre al docufilm sopracitato, a settembre girerò un lavoro di finzione sul tema del bullismo scolastico, anche se lo stile sarà estremamente realistico. E poi c’è un altro bel progetto che m’interessa molto, ma al momento non posso dir nulla. Infine videoclip e alcuni corti per le scuole.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Prospektiva: un altro modo di parlare di libri

7 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #case editrici, #concorsi

Prospektiva: un altro modo di parlare di libri

Ci scrivono da Prospektiva:

"Finalmente Prospektiva: un altro modo di parlare di libri, studiato in Francia e Inghilterra
Dalla Francia e dall’Inghilterra c’è chi già sta tentando di imitare quello che un gruppo di amanti della lettura è riuscito a costruire in Italia. Strano a dirsi ma mentre si parla di giganti dell’editoria, è un piccolo che si fa strada con un modello di promozione della lettura assolutamente originale e innovativo. Si tratta di un progetto nato a Siena nel 1998 che oggi finalmente viene racchiuso in un unico sito: www.prospektiva.it
Prospektiva è un contenitore dove i libri vengono proposti in dieci festival letterari tra Toscana, Puglia, Calabria e Lazio; in televisione con Book generation; in libreria con le monografie; in particolari “contropremi” letterari e infine utilizzando i Bookcrossing e le contaminazioni enogastroletterarie per alimentare, oltre che la pancia, anche l’anima. Nutrimenti dunque che vedono coinvolti ogni anno decine di scrittori, giornalisti, editori e basta poco per capire che il progetto piace.
Tanti i nomi che sono saliti sui palcoscenici dei festival letterari: da Beppe Severgnini a Maurizio De Giovanni, da Alessandro Haber a Davide Riondino, da Lirio Abbate a Giuliana Sgrena, da Loriano Macchiavelli a Marco Malvaldi. Fino ad oggi in 57 edizioni di festival tra Cropani (Catanzaro), Barga (Lucca), Novoli (Lecce), Castiglione di Garfagnana (Lucca), Terracina (Latina), Civitavecchia (Roma) e Castelnuovo (Lucca), sono stati oltre 120 gli ospiti con editori come Sellerio, Longanesi, Mondadori, Giunti, Fandango, Chiarelettere e molti altri ancora.
Un progetto che vede coinvolti decine di collaboratori sparsi in tutta Italia e che ogni anno si ritrovano al Salone Internazionale del libro di Torino per fare il punto della situazione e parlare di festival, ospiti e libri. Tra questi Andrea Giannasi, Gianluca Pitari, Massimo Lerose, Piergiorgio Leaci e Maurizio Poli primi promotori di tanti momenti letterari.
Tutto questo è Prospektiva sostenuto da enti e dentro le “Città del libro” il progetto lanciato dal Centro per il libro e la lettura dal Ministero dei Beni Culturali."


Ecco il resto lo trovi qui:
http://www.prospektiva.it/

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