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Post recenti

Fabrizio Calzia - Ivo Milazzo, "Uomo Faber"

17 Novembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #musica

 

 


 

 

Uomo Faber
Fabrizio Calzia - Ivo Milazzo

DeAgostini, 2017

Euro 19,90 – Pag. 112
Formato 210 X300, cartonato
a colori

 


http://www.edizioninpe.it/product/uomo-faber/

Un libro che non mi potevo perdere. Fabrizio De André è stato il mito della mia adolescenza da umile figlio di operai, scoperto quasi per caso nel salotto buono di un amico ricco che ascoltava Lucio Battisti. Ricordo ancora le sue parole, mentre scorrevano le note di Non al denaro, non all’amore né al cielo - album stupendo ispirato dalla lettura dell’Antologia di Spoon River di Edgard Lee Master -, parole indimenticabili, per quanto erano intrise di scarsa cultura letteraria: “Questo disco è troppo triste. Me l’hanno regalato. Lo tengo solo perché magari a qualcuno piace!”. Erano i tempi che s’invitavano gli amici a sentire lo stereo, erano i tempi che si facevano le feste danzanti in casa con le ragazzine e i compleanni senza affittare le sale. Erano i tempi in cui il massimo della musica melodica era Modugno, tanto tanto Morandi e Battisti, i vecchi ascoltavano ancora Claudio Villa. Grande rispetto, per carità. Ma quel disco emanava una potenza inarrivabile, era lontano anni luce dalla musica che si ascoltava in Italia nel 1975. Fu così che conobbi De André e la mia vita non fu più la stessa. Non sto esagerando, ché ancora oggi mi trovo a scrivere e a citare brani di sue canzoni accanto a frasi di Marcel Proust e di Cesare Pavese. Non c’è differenza, a mio parere. Non al denaro, non all’amore né al cielo fu il primo incontro tra me e il grande genovese cantore di Via del campo, subito dopo arrivarono La guerra di Piero, La canzone di Marinella, Valzer per un amore, La città vecchia, Delitto di paese… e tutti gli altri. Ricordo d’un tratto mio padre: “Questo ce l’ha con tutti”. Era vero, papà, ce l’aveva con tutti, ce l’aveva con la vita, ce l’aveva con noi stessi, perché come Pasolini sapeva quel che saremmo diventati. Era un veggente, come tutti i poeti veri, fatti della stessa sostanza delle loro parole, come chi prova a vivere come le cose che dice. E poi hai dovuto cambiare opinione anche tu, prima di morire, pure se c’è voluto Andrea e quel sognante ritmo latino che tanto ti piaceva. Grande Fabrizio De André, quanto ci manchi, anche se ci sono rimaste le tue musiche, i tuoi testi intensi, i libri che scrivono a raffica sulla tua vita e sulle tue opere. Ecco, tra tutti i libri che ho letto su De André credo che Uomo Faber sia quello che al cantautore genovese sarebbe piaciuto di più, perché non segue una consequenzialità logica, ma è onirico e fantastico, proprio come la sua musica. Testi ispirati di Càlzia che si rifanno al repertorio artistico di De André ripercorrendo fasi della sua vita, inserendo incontri, brani di canzoni, personaggi, episodi tristi e felici. Il rapporto padre - figlio (costante della vita di De André) è sviscerato fino in fondo, in versione figlio e in versione genitore, con tutte le difficoltà che lo caratterizzano. Si finisce per capirci solo quando non ci siamo più, solo quando siamo morti, sembra dire l’autore. Ivo Milazzo - tra l’altro creatore di Ken Parker - mette al servizio del racconto tutta la sua arte grafica, a base di acquerelli pittorici e di suggestivi bianco e nero che raccontano il passato. Nicola Pesce è un editore che se non ci fosse andrebbe inventato, perché pubblica piccoli capolavori, veri e proprio gioielli della poesia a fumetti, ma anche saggistica alternativa straordinaria. Basta sfogliare il suo catalogo: Storia del metal a fumetti, Storia del rock a fumetti, Jacovitti Proibito Kamasultra, Diabolik - I Numeri 1, un sacco di classici italiani dimenticati, ma anche giovani autori da scoprire (Agata Matteucci, su tutti e le sue leggende metropolitane). Uomo Faber è una delle cose più emozionanti che mi sia capitato di leggere in questi ultimi tempi, tra i volumi a fumetti che affollano la mia biblioteca, ma non solo, ché fumetti come questo sono arte, poesia, letteratura. Non perdetelo, se amate De André.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

 

 

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Il ladro e il mistico

16 Novembre 2017 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #racconto

 

 

 

 

 

 

Viveva un tempo un grande mistico.

Un giorno gli si presentò un uomo che, appena gli fu davanti, cadde ai suoi piedi: «Signor mio, io so che stai preparando un lungo pellegrinaggio. So anche di non essere degno di parteciparvi e anche tu lo sai bene, tutti mi conoscono. Io però so anche che la tua compassione è più grande della mia miseria. Dunque, ti prego di accettare anche me tra i pellegrini che ti seguiranno.»

Il mistico rispose: «Tu sei un ladro, e non un ladro comune ma un vero maestro del ramo. Non sono mai riusciti a prenderti, nonostante tutti quanti sappiano che sei un ladro. A me sta anche bene portarti, ma oltre a me devo tener conto degli altri cinquanta membri della spedizione. Però, qualora accettassi la tua adesione, tu devi farmi una promessa: non ti chiedo altro se non che tu smetta di rubare per i sei mesi di durata del pellegrinaggio. Ciò che farai in seguito dipenderà poi da te: una volta fatto ritorno a casa sei libero dalla promessa.»

L'uomo rispose: «Sono disposto a promettertelo e ti sono immensamente grato per la compressione che mi dimostri.»

Gli altri cinquanta rimasero dubbiosi. Bah! Fidarsi di un ladro… Eppure nulla potevano dire di fronte al maestro.

Il pellegrinaggio ebbe inizio e già la prima notte sorsero dei problemi: il mattino successivo c'era un gran subbuglio. A qualcuno mancava il cappotto, a un altro la camicia, a un altro ancora erano spariti i soldi. Tutti si lamentavano presso il mistico. Poi però, guardando meglio, si accorsero che i loro beni non erano stati rubati. Quello a cui erano spariti i soldi li ritrovava nella borsa del vicino, quello cui era stato sottratto il cappotto lo rintracciava nel bagaglio di un altro, tutto alla fine venne ritrovato, ma era comunque un'inutile seccatura che si ripresentava ogni mattina.

E nessuno riusciva a capire che senso potesse avere.

La terza notte il mistico rimase sveglio per vedere cosa succedesse. Nel cuore della notte il ladro si alzò e si mise a spostare le cose da un posto all'altro.

Il mistico allora lo fermò e gli domandò: «Ma che stai facendo? Hai forse dimenticato la tua promessa?»

«Niente affatto,» rispose il ladro, «Di fatti non rubo alcunché e non ho mai promesso che non avrei spostato gli oggetti da una parte all'altra. Tra sei mesi tornerò a fare il ladro: mi sto semplicemente tenendo in esercizio. Tu dovresti capire: l'abitudine di una vita non si può abbandonare così, di colpo. Dammi un po' di tempo. Non ho rubato per tre giorni di seguito. È come un digiuno per me. Questo è solo un passatempo per tenermi occupato. Questa è l'ora in cui ero solito lavorare, nel cuore della notte. È molto difficile per me rimanere sveglio nel letto con tutti questi idioti addormentati attorno con la loro ghiotta mercanzia lasciata alla libera fede. D'altra parte non faccio male a nessuno. Domattina ritroveranno la loro roba, come sempre.»

Il mistico disse: «Sei un uomo davvero strano… Non ti accorgi che ogni mattina avviene un gran subbuglio e che sprechiamo ore alla ricerca delle cose scomparse?»

Il ladro replicò: «Questo almeno dovete concedermelo. Come tu tutte le mattine ti raccogli a meditare, anch'io non posso esimermi dal coltivare tutti i giorni la mia più intima natura...»

 

Questa storiella dal sapore mediorientale mi fu narrata da un detenuto della casa circondariale alessandrina presso cui io e l’attore Omid Maleknia teniamo da anni un corso di cabaret. L’uomo era incarcerato per furto aggravato. Se lui la sentiva come una sorta di attenuante, io la presi subito come l’ennesima riconferma dell’invincibilità del tratto caratteriale nelle decisioni personali, un tema a me molto caro già nelle mie opere di narrativa e a cui ho di recente dedicato un intero saggio pubblicato da Catartica, dal titolo “Breve compendio sopra gli umani caratteri”. Se mai vi interessasse approfondirne i contenuti. 

 

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Radioblog: girovagando per il Pisa Book festival

15 Novembre 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #eva pratesi, #poli patrizia, #interviste, #eventi, #case editrici, #radioblog

 

 

 

Passeggiare per il Pisa Book Festival conversando con scrittori ed editori è stata un’esperienza davvero interessante.

Radio Blog è approdata sabato scorso nell’antica città toscana di Pisa, in occasione di una delle più importanti manifestazioni letterarie ed editoriali e mi sono divertita a curiosare tra i numerosi, colorati e affollati stand, sfogliando centinaia di nuove proposte editoriali e chiacchierando con chi questi libri li ha scritti e pubblicati.

Ho parlato con il talentuoso scrittore follonichese Federico Guerri che ci ha parlato delle sue “Fiabe storte”, una fantasiosa trasposizione delle più celebri fiabe in un’epoca e in un luogo completamente diversi da quelli originali, riservandoci sorprese inaspettate! E assieme a lui Gordiano Lupi, direttore editoriale delle Edizioni Il Foglio nonché, tra le sue varie attività, collaboratore del nostro blog “Signora dei Filtri”. Con Gordiano abbiamo parlato delle sue scritture che hanno come protagonisti il cinema, Piombino e l’America Latina e della variegata attività della casa editrice dove si respira un clima di grande collaborazione e vera passione per la scrittura.

Ma le storie del Pisa Book Festival non sono soltanto quelle scritte nei libri: Laura Nardi ci ha raccontato che, dopo aver perso il posto fisso, anziché disperarsi, si è messa a scrivere, riprendendo in mano un’antica passione e al Festival ha portato il suo ultimo libro “Ketchup rosso sangue” edito da Silele, un intrigante giallo ambientato a Dublino che Laura vi farà venire voglia di leggere!

Mi sono poi fermata allo stand di Marchetti Editore, dove la dinamica e sorridente Elena Marchetti mi ha illustrato l’attività della sua casa editrice giovane e  molto attenta alla qualità delle sue pubblicazioni,  segnalandomi i nuovi libri in uscita presentati al Festival. Tra questi “Noi, lo giuro” di Yuri Leoncini, una storia di amicizia che abbatte le barriere della diversità e dei pregiudizi razziali e la pubblicazione di “Signora dei Filtri” della nostra Patrizia Poli, dove si narra la storia di Medea e Giasone raccontati non come personaggi mitici, ma calati nella realtà. Patrizia, che era presente a Pisa, ce ne ha parlato di persona ai microfoni di Radio Blog.

E ancora un tuffo nella magia dei romanzi nordici con Iperborea Edizioni, dove Anna Oppes ci ha illustrato le nuove pubblicazioni della casa editrice, segnalandoci le nuove collane “Luci” e “Miniborei”, nuove scritture, ma anche romanzi intramontabili come "L'anno della lepre" di Arto Paasilinna e "La vera storia del pirata Long John Silver" di Bjorn Larsson.

Dalle fredde terre del Nord ci siamo poi spostati nel torrido Sahara con i racconti di viaggio del carismatico scrittore e camminatore Gianfranco Bracci.

Gianfranco, che ho avuto la fortunata occasione di conoscere in un trekking da lui guidato sull’Appenino emiliano, ci incanta raccontandoci nel suo ultimo libro "Fuori dalle piste battute dal Tibet al Sahara” edito da Fusta, le sue avventure in Tibet, in Madagascar, in Australia e in molti altri remoti e affascinanti angoli del pianeta, deliziandoci con fotografie da sogno e aneddoti incredibili. Un’occasione imperdibile per viaggiare attraverso le storie narrate da un grande personaggio che dell’avventura ha fatto uno stile di vita.

E ho concluso il mio percorso tra gli stand del Pisa Book Festival lasciandomi incuriosire dallo slogan di BFS Edizioni, “Una piccola casa editrice con una grande Biblioteca”. E la mia curiosità è stata ampiamente soddisfatta dalla cordialità di Franco che mi ha raccontato come è nata l’attività di questa casa editrice che costituisce lo sviluppo di una già intrapresa attività culturale della Biblioteca Franco Serantini. A parlare con me oltre a Franco, Massimiliano Bacchiet che ci parla della sua prima pubblicazione che “ha voluto dedicare alla su’ Riglione” prima frazione, poi quartiere di Pisa.

Al mio fianco Eva Pratesi che si è lasciata anche lei catturare dai colori e dalla vivacità di questo caleidoscopico Festival letterario, lasciandosi ispirare per le sue prossime illustrazioni che scoprirete seguendo i post di Radioblog.

Accompagneranno le mie interviste anche i suoni, le voci e rumori di sottofondo del Festival ma si sa… dal vivo è più bello!

Buon ascolto!!

 

Per contattarci : radioblog2017@gmail.com - www.geographicnovel.com

 

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Silvia Greco, "Un'imprecisa cosa felice"

14 Novembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Un'imprecisa cosa felice

Silvia Greco

Hacca, 2017

 

"Perché la morte di quelli a cui vuoi bene già di per sè è una gran brutta bestia che ti afferra alla gola e ti sbrana fin nelle viscere, ti dimezza il respiro e ti porta giù fino all'inferno degli abbandonati. Figuriamoci se chi muore lo fa in un modo ridicolo, grottesco, assurdo come dovrebbe succedere solo nei cartoni animati, dove poi nessuno muore davvero".

Questo viene detto nel prologo dopo la poesia di Pessoa da cui proviene il titolo del romanzo. Difficile ravvisare la felicità, per quanto imprecisa e sfocata con premesse simili. Infatti in questo romanzo, una favola delicata e tenera dove ci sono giornate in cui "il cielo era uno spettacolo di azzurro e di cotone, l'aria faceva il solletico al naso e il mondo fuori sapeva di promesse", non è un inno alla gioia, un elogio della speranza. No. E' la storia di Marta e Nino, due ragazzi a cui la morte ha strappato due affetti in maniera abbastanza ridicola, degna dei Darwin Award, tanto che rievocare gli incidenti è alquanto imbarazzante e sulle loro spalle, oltre al dolore del lutto mai del tutto superato, sono rimaste sul groppone due famiglie discretamente disfunzionali e dei comportamenti un po' bizzarri, vuoi perché Marta è una piccola ribelle, vuoi perché Nino non ha un grande quoziente intellettivo. I due cercheranno di dare una svolta alle loro vite in modo da imporre loro una direzione e risolvere i problemi quotidiani e, esattamente come un lettore NON si aspetterebbe, niente va come dovrebbe. Nulla di tragico accade, o meglio nulla di più tragico di quanto già non sia accaduto, semplicemente la vita fa ciò che fa con tutti noi, va per la sua strada senza perdere troppo tempo a chiederci il permesso o se ci sta deludendo o scombinando i nostri piani. Eppure nessuno di questi imprevisti o fallimenti è davvero triste o doloroso: la poesia di questo piccolo romanzo è proprio la leggerezza con cui tutto viene accolto, dai protagonisti e dal lettore, perché la vita è una teoria di eventi tragicomici, a volte si ride, altre si piange, il problema è che quando entriamo nella seconda fase ci dimentichiamo completamente della prima e perseveriamo scioccamente a percorrere tunnel bui e lacrimosi. Invece esiste sempre una persona, un'idea o un fatterello che può far sbocciare di nuovo un sorriso, che sia una signora attempata e dagli amori facili, un lavoro da reinventare o delle casse di derrate alimentari lasciate incustodite. Questo libro è come quel raggio di luce solitaria che filtra la mattina e che ti regala in un attimo la forza di alzarti e affrontare una giornata densa di impegni. Menzione al nome del cane, il più geniale dopo quello del film "Il Grande Cocomero". Consigliato davvero a tutti

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Sebastiano Testini, "Mai"

13 Novembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #musica

 

 

 

 

Mai

Sebastiano Testini

 

Garcia Edizioni, 2016

pp 170

 

Perché non lo so se la gente lo capisce cosa voglio dire ed io non so come altro dirlo, se non con le parole. Ho quello come mezzo, mi hanno dato quello, tutti capiscono solamente quello.” (pag 118)

Un romanzo – se così lo sì può definire – claustrofobico, Mai di Sebastiano Testini. Avete presente quelle strisce a fumetti in cui luoghi e personaggi sono sempre identici, cambia solo leggermente la situazione da una volta all’altra? Ecco, i capitoli di questo libro sono così.

“Eppure c’è un filo, sotto, che (…) collega. Guardando indietro, è una trama da cui non vorrei uscire. (pag 161)

Il protagonista di giorno insegna in una scuola (di suore!) e di notte suona punk rock in scantinati underground, centri sociali, fienili, fabbriche in disuso, piazze, bar, etc. La musica hardcore e heavy metal è il centro del suo mondo e del romanzo stesso. Lui e i suoi compagni di band si muovono su sterrati, tappeti sudici, cocci di bottiglie, in una provincia nordica che finisce per assomigliare a un non luogo, bevendo e drogandosi fino a devastarsi, “pogando”, cioè ballando in modo sfrenato e pericoloso, suonando e cantando come non ci fosse un domani, per buttare fuori l’odio verso un’esistenza e un mondo che, visto la vita che fanno, forse nemmeno conoscono ma un poco invidiano.

Comunque, la vita è vita, l’amicizia è amicizia, anche in quelle devastate condizioni. E certe drammatiche infelicità, alla fine, assumono quasi il sapore della contentezza, dell’essere arrabbiati e paghi allo stesso tempo. La vita,  comunque, pure volendola tener fuori, si affaccia. Ed ecco che anche il terremoto dell’Emilia compare nella storia  

I test delle canzoni dei Mai sono poetici a modo loro e il protagonista pensa che potrebbero essere addirittura insegnati nelle scuole perché attuali e veri. La musica è assordante, aggressiva, urlata, suonata per passione e non per soldi. È un rumore fine a se stesso.

È anche una ricerca di libertà che non tutti, me compresa, siamo in grado di capire, una libertà da, invece che di. Libertà dalle convenzioni, dal conformismo ma, in fondo, dico io, anche dal coinvolgimento, da un’emozione autentica non solo frutto di stordimento, alcol e fatica. Una libertà che a me personalmente sa di rinuncia, però anche di sfogo, questo è certo.

“Forse in quei momenti ti sembra di scontrarti col nemico che non hai ancora identificato, sfoghi la frustrazione di non so quali problemi, espelli il marcio che ti mangerebbe, se lo tenessi dentro.” (pag 43).

A parte qualche lievissima imprecisione, lo stile del romanzo è sorvegliato e ironico, lascia intuire dimestichezza con la scrittura, a riprova che cultura e sottocultura possono coesistere. Nonostante la trama quasi inesistente, nonostante il tipo di vita poco edificante che il libro racconta. Nonostante tutto. Ci sono dei barlumi lirici, tipo quel “Ci si consuma a odiare sempre”, che possono far presa non solo su un pubblico giovanile di disadattati o arrabbiati, anche - sorprendentemente – su gente che ha passato il mezzo secolo ma che quella sensazione di odio per tutti e per tutto la conosce a sue spese.

“Io sono lì, con l’aria calda che mi prende a schiaffi e tenta di strangolarmi, di togliermi il fiato necessario a urlare tutte quelle parole e tutto quel sentimento. Poi guardo in su, nel buio, dove ci sono tutte le stelle, e scorgo una luce che forse starò vedendo solamente io ma che mi spinge ad andare avanti per questa strada, mentre la folle danza del pogo si mostra ai miei piedi in un cozzare di corpi che vorrebbe non finire mai.” (pag 87)

Sebbene abbia pensato di no per tutto il romanzo, alla fine Mai mi è piaciuto, per quel tanto di poetico e di maledetto:

“Entro nel mondo dell’accaci e ne esco tre quarti d’ora dopo, quando le tossine del mio sentire sono state espulse dai miei pori, quando sono diventato il sale sulla vostra ferita, quando mi sono trasformato in una piaga mai rimarginata, quando ho imparato a sanguinare senza far rumore” (pag 131)

E mi chiedo quanto ancor più mi sarebbe piaciuto quando, a diciotto anni, il massimo della trasgressione erano Leopardi e Renato Zero, e quanto, per i giovani di oggi, il protagonista potrebbe rappresentare ciò che erano ai loro tempi Werther e Kerouac.

Certi istanti vorrei avere a disposizione qualcosa da ridurre a brandelli, da mandare in frantumi, da sgozzare, per scoprire se così mi riesco a liberare da quanto mi preme nei visceri, dall’innato e forse atavico bisogno di espellere la rabbia che coltivo, senza voler essere terreno fertile per essa. Lei, però, mette le radici e dà i suoi frutti, che sono difficili da sopportare senza impazzire. (pag 79)

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Paul Auster, "4321"

12 Novembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

4321

Paul Auster

 

Einaudi, 20117

 

"…e sempre, fin dall’inizio della sua vita consapevole, con la sensazione costante che i bivi e le parallele delle strade prese e non prese fossero tutti percorsi dalle stesse persone nello stesso momento, le persone visibili e le persone ombra, che il mondo effettivo fosse solo una piccola parte di mondo, poiché la realtà consisteva anche in quello che sarebbe potuto succedere ma non era successo, che una strada non fosse né meglio né peggio di un’altra, ma il tormento di vivere in un solo corpo stava nel fatto che dovevi essere sempre su una strada soltanto, anche se avresti potuto essere su un’altra, in viaggio verso un posto completamente diverso”.

Ma fortunatamente per Auster e per noi immaginazione e scrittura sono due mezzi efficaci per lenire tale tormento. Partendo da una barzelletta dell’ebreo migrante che viene ribattezzato Ferguson da un’espressione yiddish, Auster immagina che dal momento della nascita, il protagonista Archie (Ferguson, appunto, nipote dell’avo rinominato) prenda ben 4 strade diverse per percorrere la propria vita. Le storie si svolgono in parallelo, con una struttura che può apparire irritante, ma fa parte del divertimento della lettura alla fin fine, con ogni capitolo suddiviso in 4 sottosezioni. La numerazione consente a chi lo desiderasse di leggere le storie una per una in sequenza, ma credo si perderebbe la struttura a suo modo armonica che permette di osservare non tanto le differenze tra le diverse vita, quanto le ricorrenze: lo sport, sotto forma di pallacanestro o baseball, la passione per la Francia e Parigi, l’ossessione per la scrittura, sia essa narrativa, traduzione o giornalistica, la presenza di Amy, amante, amica, sorellastra con cui vivere un rapporto casto e a volte conflittuale, ricorrono in tutte le vite dei 4 Ferguson. Perché? A ognuno la sua interpretazione, forse un riferimento al fato, alla predestinazione per ognuno di noi ad amare in ogni universo parallelo sempre la stessa persona, fare sempre gli stessi errori o dedicarsi sempre alle stesse passioni. Come dire: non rimpiangere la tua attuale esistenza perché non è detto che sarebbe cambiata molto e comunque non sempre in meglio? Forse.

Solo una cosa era certa. Uno alla volta, i Ferguson immaginari sarebbero morti, proprio come Artie Federman, ma solo quando avesse imparato ad amarli come se fossero veri, solo quando il pensiero di vederli morire gli fosse diventato insopportabile, e poi sarebbe stato di nuovo solo con se stesso, l’ultimo sopravvissuto

e con questa frase torna un tema già sperimentato da Auster nella Trilogia del protagonista a sua volta scrittore dello stesso libro che si sta leggendo. Il risultato di questo esperimento (non credo del tutto originale) è un libro che parzialmente si perde nella quinta parte quando gli eventi storici, in particolare le proteste alla Columbia, prendono il sopravvento sulla vita di Archie, diluendo ancora di più le 3 esistenze (sì, a quel punto di Ferguson ne sono già rimasti solo 3) e vanificando la bravura di Auster nel richiamare ogni volta il filo narrativo del Ferguson “giusto” mediante la citazione di eventi  o persone del medesimo universo parallelo. Il libro riprende vigore nell’ultima parte ma, oggettivament, avrebbe potuto essere sfoltito (non tanto). P.S. A mio parere il migliore resta F3 con la sua vita terribilmente scombinata, luttuosa ma anche fuori dalle regole e ricca di amore e soddisfazione.

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Giallo Ferrara, 2017

11 Novembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #eventi

 

 

 

 

GialloFerrara 2017

Da Carlotto a Lilin, arriva la quarta edizione

 

Novembre è un mese freddo, quale scusa migliore per cullarsi tra i libri? Ferrara ha scoperto il genere letterario che le dona di più: GialloFerrara inaugura la quarta edizione con un palinsesto da brivido. Il weekend organizzato dall’Associazione Gruppo del Tasso mira a presentare ai lettori novità editoriali e contaminazioni artistiche; venerdì 10 e sabato 11 la città accoglierà scrittori, fumettisti, attori e figuranti dal resto d’Italia e non solo. Quest’anno a fare gli onori di casa è stato Massimo Carlotto, che è passato di recente per il capoluogo estense: «GialloFerrara sta diventando una presenza importante all’interno del circuito dei festival italiani e le numerose richieste per farne parte sono state il sintomo più evidente. Manifestazioni così permettono una relazione diretta tra autore e lettore; non solo, sono un momento fondamentale per instaurare un dibattito anche tra noi che scriviamo. Sono diventate vere e proprie fucine di idee, perché ci restituiscono il senso del nostro lavoro. Da tutto ciò scaturisce una dimensione positiva che poi si riflette sull’andamento dei romanzi». Il festival consente di dare un volto alle parole che stanno nero su bianco, è l’occasione per stringere la mano che ha scritto il libro da cui non ci vuole separare. Il Gruppo del Tasso è consapevole che l’incontro tra il lettore e l’autore sia una comunione reale ma fugace; sarà il libro a renderla eterna.

 

I PROTAGONISTI

Dall’hardboiled alla commedia nera attraverso il romanzo storico, GialloFerrara sfoglierà il genere in ogni sua sfumatura, ma senza mai perdere di vista la bellezza di Ferrara. I luoghi che l’hanno resa unica saranno le cornici ideali per mettere a confronto autori e lettori. E magari pure d’ispirazione, tra i vicoli acciottolati avvolti dalla nebbia, il castello con il fossato pieno d’acqua, le mura ancora intatte e qualche lampione solitario. Se venerdì mattina, nel salone di Palazzo Paradiso aprirà i lavori un poker di regine del thriller, come Elisabetta CamettiGabriella GenisiEleonora Carta e Sara Bilotti, che porterà un’anteprima del suo nuovo romanzo, il gran finale ospiterà la penna ruvida di Educazione siberiana. Sabato sera, sul palco della Sala Estense a Palazzo Ducale, Nicolai Lilin sarà il protagonista indiscusso, introdotto dal vincitore del Premio Chiara, Davide Bregola: due che di Favole fuorilegge se ne intendono. Oltre a Marcello Simoni, durante il fine settimane si racconteranno Giampaolo SimiAlberto GarliniMariano SabatiniPiergiorgio PulixiAndrea FredianiNicola VerdeMarco BelliFrancesco Recami e Pasquale Ruju. L’editoria indipendente e l’associazionismo ricreativo restano punti fermi e sinonimo di qualità per arricchire il palinsesto con nuove collaborazioni. Difatti l’evento “Noctis Domini”, organizzato da Ombre d’arte di Parma, inscenerà una sfilata fuori dal comune in piazza Trento Trieste, mentre a Palazzo San Crispino Barbara Baraldi parlerà del suo ultimo gotich con la giornalista Vittoria Tomasi: dress code rigorosamente in stile steampunk. Da Bologna, invece, si accomoderanno nel salottino del Korova Milk Bar Gianluca MorozziAlessandro Berselli e Livia Sambrotta sulla scia dei titoli Pendragon Glem, circondati dalle suggestioni di Arancia meccanica. L’espansività e l’entusiasmo del format ferrarese oramai sono riconosciuti in tutta l’Emilia-Romagna, vantando il supporto di un’azienda lungimirante come Assicoop Modena&Ferrara, che investe nella cultura a trecentosessanta gradi, nonché dei gemellaggi con Nero Laguna di Comacchio e la Fiera del Libro di Iglesias. A cura di Cristina Marra e Romano De Marco, inoltre, sarà il lancio di “Piccoli Noir”. La collana edita da Laruffa e diretta dalla stessa Marra intende avvicinare i bimbi alla lettura, al piacere dell’intreccio e della conseguente soluzione, ma di più, della pazienza e della perseveranza che insegnano i gialli migliori. 

 

IL PREMIO

 

Senza limiti di età, ma con l’obiettivo di raccogliere buone prove narrative: “Per essere la prima edizione del concorso dedicato a GialloFerrara – spiega il curatore Paolo Panzacchi – c’è stata un’affluenza inaspettata. Abbiamo ricevuto racconti inediti da Brescia a Trieste, dei quali ne premieremo tre. La volontà mia e della giuria, composta dagli autori Romano De MarcoStefano Bonazzi eCamilla Ghedini è quella di riscoprire il carattere del giallo classico. La maggior parte dei partecipanti, alcuni con una personalità già affermata, hanno ambientato la loro storia nel mondo contemporaneo, in una possibile metropoli occidentale, mettendo al centro un protagonista che non appartiene alle forze dell’ordine, ma che segue una sua legge interiore. Personaggi autonomi che a tratti si discostano dalla società attuale per raddrizzarne le storture”. I tre vincitori saranno annunciati sabato, alle 11, in Biblioteca Ariostea. La prossima primavera l’antologia con i dieci finalisti uscirà per i tipi di Clown Bianco, marchio editoriale di Ravenna fresco e reattivo, che dà voce e fiducia agli esordienti.

Giallo Ferrara, 2017Giallo Ferrara, 2017
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Radioblog: La Signora dei Filtri

10 Novembre 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #poli patrizia, #Redazione, #blog collettivo, #chiara pugliese, #interviste, #eva pratesi, #vignette e illustrazioni, #radioblog

 

 

 

 

Oggi RadioBlog inaugura la rubrica “Le voci di Signora dei Filtri”.

In questa rubrica cercheremo di fare conoscenza con i collaboratori di questo blog, conoscerne la storia professionale, le passioni, le letture preferite e molto altro ancora.

Non potevamo che iniziare con LA Signora dei Filtri, Patrizia Poli, scrittrice livornese, ideatrice e curatrice di questo blog che esiste e re - siste con un ottimo seguito dal 2012.

Ma “Signora dei filtri”, oltre ad essere l’epiteto che è stato simpaticamente attribuito alla nostra intervistata, oltre ad essere il nome del blog che ospita questa rubrica, è anche, e direi soprattutto, il titolo del romanzo di Patrizia che finalmente questa settimana approda all’editoria tradizionale grazie a Marchetti Editore.

Patrizia Poli sarà presente allo stand di Marchetti questo sabato e domenica in occasione del  Pisa Book Festival, un’occasione in più per conoscere lei e la sua nuova uscita editoriale!

Intanto ascoltatela nell'intervista che vi proponiamo, buon ascolto!

 

Illustrazioni a cura di Eva Pratesi - www.geographicnovel.com

Musica: www.bensound.com

Per contattarci: radioblog2017@gmail.com

 

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Gordiano Lupi, "Pierino contro tutti"

9 Novembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi, #cinema

 

 

 

 

Pierino contro tutti

Gordiano Lupi

 

Edizioni Sensoinverso, 2017

pp 60

12,00

 

Conosciamo tutti il Pierino delle barzellette, che pare avere un ascendente illustre addirittura in Mark Twain e che, risalendo ancora più indietro, deriva dalla farsa atellana, da Plauto e dalla commedia dell’arte. Nei primi anni ottanta è stato portato sugli schermi da Alvaro Vitali – il quale aveva le phisique du rôle per interpretarlo - e da innumerevoli imitatori. Gordiano Lupi, appassionato di cinema di genere, o, meglio, di un certo genere, ha scritto un saggio sulla figura dell’enfant terrible.

Lupi analizza tutti i film dedicati a Pierino: oltre ai tre principali, Pierino contro tutti (1980), Pierino colpisce ancora (1982) e Pierino torna a scuola (1990), il suo saggio fa riferimento anche ad alcuni film secondari, con o senza Alvaro Vitali. Quelli senza sono definiti apocrifi (come i Vangeli!). C’è persino stata una Pierina femmina.

Pierino contro tutti è il primo e di maggior successo di cassetta. Rivitalizza il barzelletta movie, basato sull’irriverenza, sulla volgarità, sulle parolacce, contaminandolo con molta comicità slapstick - ovvero elementare e che sfrutta il linguaggio del corpo - con il fast motion tipico dei cartoni animati e del cinema muto, e con un po’ di malizia desunta dalla commedia sexy. Una comicità pecoreccia e scatologica per appassionati di cinema spazzatura. Ma Lupi dimostra una competenza e un’attenzione che ci portano a rivalutare la materia, almeno come rappresentazione di un particolare tipo di cinema, e almeno per il valore di nostalgica rivisitazione di tempi andati, per il configurarsi come “manifesto di un’epoca” e “icona della comicità trash”.

Non condivido”, dice Lupi, “ il rigore critico con cui si affrontano film come questi, che pure hanno caratterizzato un periodo storico non solo del cinema ma anche del costume italiano”. E io aggiungo che tutto ciò che ci piaceva quando eravamo giovani, pepato dalla nostalgia, diventa di per se stesso prezioso. Lupi afferma che, se cerchiamo la trama in questo genere di film, è perché non abbiamo compreso la funzione liberatoria e catartica dei barzelletta movie. E, forse, aggiungo io, almeno a quei tempi non eravamo inibiti dal politically correct a tutti i costi, si poteva ancora fare una battuta da trivio senza essere arrestati e la forma non aveva ancora preso il posto della sostanza.

Mi piace, fra tutti quelli presi in esame nel saggio, citare  il film Che casino… con Pierino! , uno degli apocrifi che Lupi non esita a definire il film più brutto di tutto il Novecento e, quindi, incuriosisce proprio per quello.

Un capitolo a sé, infine, è riservato alle colonne sonore e alla musica composta per il cinema divertente.

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Franco Forte, "Fuga d'azzardo"

8 Novembre 2017 , Scritto da Simone Giusti Con tag #simone giusti, #recensioni

 

 

 

 

 

Fuga d'azzardo

Franco Forte

 

Centoautori, 2015

173 pagine, 12,50

 

La fuga di Kimberly da un mondo senza scrupoli e senza pietà. Una valigia piena di soldi, un sogno duro da conquistare.

 

Kimberly è una di quelle donne che solo a guardarle ti fanno impazzire, e lei lo sa. È così che ha scalato i vertici dell’Organizzazione fino a diventare la donna di un pezzo grosso. Ma ora Kimberly è in fuga, ed è sola. Chissà se ce la farà.

Fuga d’azzardo non è un romanzo, è un film d’azione stracarico di suspense e traboccante di sensazioni che fanno male. È una martellata che quando finisci di leggerlo senti che ha piantato un chiodo dentro di te.

 

Franco Forte non è uno sprovveduto, lui sa come usare la parola, la piega a suo piacimento per darci immagini forti ed evocative. Immagini che ti rimarrebbero ficcate in gola come spine di pesce immerse nella melassa se non sapesse miscelarle a meraviglia con l’arte che solo in pochi riescono a giostrare, come in punta di dita, per farti rimanere quel malloppo di melassa e spine solo per un attimo, lì in bilico tra l’esofago e la trachea, il tempo giusto perché ti graffi e ti faccia male, per poi fartelo scivolare giù dritto fino allo stomaco e farlo esplodere con uno strabordante effetto psichedelico che ti attanaglia le meningi e ti costringe a pensare, a pensare a quei personaggi che credono di vivere e invece sopravvivono nel terrore di un’esistenza strappata, ma soprattutto a pensare a lei, o meglio, a pensare con lei, Kimberly, che buona non è, che simpatica non è, che non avrebbe niente per attirare la nostra empatia, ha solo la bellezza, e una dose massiccia di disturbante sensualità, eppure non è per quello che facciamo il tifo per lei, lo facciamo perché lei rappresenta un po’ i sogni di tutti noi, o quasi, di tutti noi che siamo in fuga ogni giorno, in fuga verso un sogno, in fuga d’azzardo sperando di farcela anche se la paura è tanta e forse non ce la faremo mai. Ecco cosa Franco Forte riesce a tirar fuori con questo romanzo qui. Tira fuori la verità di una vita dannata in fuga da qualcosa che mai ci lascerà.

 

Memorabile il ricordo del killer, doloroso il risveglio di Kimberly, una staffilata che ti fa dilatare le pupille il finale. Un romanzo da godersi piano piano, se ce la fate. Perché io non ce l’ho fatta a smettere, e ora mi sento come in crisi per la botta d’emozioni che quel romanzo ti dà.

 

Quando il romanzo di genere si fa potente letteratura. Ecco ci qua.

 

Fuga d’azzardo è un romanzo che non scorderete più.

 

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