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Manzoni a Livorno

4 Agosto 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

È arcinoto che Alessandro Manzoni (1785 – 1873) venne in Toscana per “risciacquare i panni in Arno”.

Come riporta Giulietta, la primogenita ventenne, nel suo diario, dal 10 al 25 luglio del 1827, la famiglia al completo, composta di tredici persone, compresi i domestici - spostandosi con due carrozze, di cui una nel corso del viaggio finì in una scarpata - giunse a Livorno.

Durante il soggiorno a Genova, dove aveva preso i bagni di mare, Manzoni era stato messo sull’avviso riguardo al caldo “oltraggioso” della nostra città e a certe zanzare che davano la febbre e rovinavano la pelle, per cui vi arrivò già prevenuto. Non contribuì a ingraziarlo verso di noi un disguido organizzativo per il quale fu sballottato da un albergo all’altro. Si fermò quindi in via Ferdinanda, cioè via Grande.

Scrivendo all’amico Tommaso Grossi, si lamenta della confusione:

tale è la folla, l’andare, il venire, l’entrare, l’uscire, il gridare, il favellare.”

Sebbene le finestre della camera d’albergo dessero sul retro, esse si affacciavano su una chiostra che apparteneva al Caffè Greco, allora il primo di Livorno, e gli schiamazzi toglievano il sonno a tutta la famiglia.

Sappiamo che nel viaggio Manzoni aveva portato parecchie copie del romanzo, da poco stampato in una stesura antecedente alla revisione linguistica. Il libro, infatti, aveva avuto successo ma non era facilmente reperibile in Toscana. Le vendette quasi tutte.

It is well known that Alessandro Manzoni (1785 - 1873) came to Tuscany to "rinse clothes in the Arno".

As reported by Juliet, the eldest 20-year-old sister, in her diary, from 10 to 25 July 1827, the complete family, made up of thirteen people, including servants - moving with two carriages, one of which during the journey ended in an escarpment - came to Livorno.

During his stay in Genoa, where he had taken sea baths, Manzoni had been warned about the "outrageous" heat of our city and certain mosquitoes that gave a fever and ruined the skin, for which he arrived already prevented. An organizational misunderstanding for which he was tossed about from one hotel to another did not contribute to ingratiate him. He then stopped in via Ferdinanda, that is, via Grande.

Writing to his friend Tommaso Grossi, he complains of the confusion:

 

"Such is the crowd, the going, the coming, the entering, the going out, the shouting, the talking."

 

Although the windows of the hotel room faced the back, they looked out onto a cloister that belonged to the Caffè Greco, then the first in Livorno, and the cackling took the whole family off sleep.

We know that on the journey Manzoni had brought several copies of the novel, recently printed in a draft prior to the linguistic revision. The book, in fact, had been successful but was not easily available in Tuscany. He sold almost all of them.

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Mickey Rooney

3 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema, #personaggi da conoscere

Mickey Rooney


Un eterno ragazzo, Mickey Rooney, come io lo ricordo, con l'eterno ciuffo sulla fronte e quel sorriso sbarazzino che ne ha caratterizzato l'aspetto nella sua smagliante giovinezza.
Ma il tempo passa per tutti e non fa sconti.
Quando lui era nel pieno del suo successo, i suoi film cominciavano a giungere fino qui da noi, erano i primi anni del dopoguerra, io avevo cinque,sei anni, forse sette. E gli attori preferiti di noi ragazzini, oltre agli intramontabili Stanlio e Ollio, Gianni e Pinotto, i fratelli Marx, erano gli eroi dei film di cowboy e indiani, John Wayne, Gary Cooper, Henry Fonda, e, tra le affascinanti interpreti femminili, Doris Day, e Jane Russell (che più tardi avrebbe costituito una coppia ineguagliabile con la bella Marilyna.)
E in mezzo a quella grande serie di film western arrivavano anche film d'amore o d'avventura; e uno degli interpreti di questi film d'evasione, spiccava questo piccoletto (era molto basso) simpatico, dagli occhi vivaci e dal carattere dolce; ci mettemmo un po' noi piccoli a dargli il nome e poi a tenerlo a mente, (era il gioco che piaceva a noi ragazzini, conoscere e riconoscere i personaggi dei film e poi fare a gara a chi ne ricordava di più): Mickey Rooney.
Se pensiamo che aveva debuttato al fianco del padre sulle scene, quando aveva appena due anni, constatiamo che l'attore ha avuto una carriera lunghissima, ben 91 anni, di gran lunga la più lunga di qualsiasi altro personaggio dello spettacolo del mondo. Vita lunga, avventure tante, film girati tantissimi, premi a non finire, candidato varie volte all'Oscar, che vinse per due anni; mogli a non finire; si sposò infatti ben nove volte, la più celebre Ava Gardner; ed ebbe nove figli.
Un aneddoto, che poi aneddoto non è: tre anni prima di morire, si lamentò duramente che non era più libero di fare ciò che più gli piaceva; e che la sua famiglia gli aveva tagliato le ali della libertà. Il giudice cui si era rivolto gli dette ragione, e intimò al figlio di stare alla larga dall'attore/padre; non poteva avvicinarglisi, ne doveva stare lontano almeno trenta chilometri.
Qualche anno fa, girando su vari canali tv, capitai su un film, non ricordo se in bianco nero o a colori, dove un attore panciutissimo e con la barba bianca recitava in maniera che mi ricordava qualcosa; ma non avendo visto la pellicola dall'inizio non sapevo il nome degli attori. Continuai ad assistere, più per la curiosità che mi aveva destato quel tipo che per l'azione e la trama del film; ne apparivano spesso primi piani, con l'obiettivo sul suo viso pieno e irto di barba ispida, e sugli occhi un poco acquosi; e ogni volta qualcosa mi diceva che io lo conoscevo, quell'attore, ma non riuscivo a ricordare. Lasciai lo schermo tv, andai al mio pc e digitai il titolo del film con la dicitura "cast".
Era lui, era il mio tanto amato in gioventù Mickey Rooney.

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Al tajadel

2 Agosto 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #ricette

Al tajadel

Forse non tutti sanno che il campione ufficiale del metro, costituito da una barra di platino-iridio è custodito a Parigi, mentre sicuramente tutti i bolognesi sanno che alla Camera di Commercio della nostra città è depositato il campione ufficiale della tagliatella. Bisogna essere precisi per la larghezza onde evitare di fare delle pappardelle o dei tagliolini. È assai facile fare una tagliatella della giusta dimensione basta tenere presente che per essere perfetta deve essere pari alla 12.270esima parte dell'altezza della torre degli Asinelli, un semplice calcolo che vi porterà a una larghezza di 6,5-7 mm, misura valida per la sfoglia cruda.

Chiaramente occorre la giusta attenzione e precisione, sono tutti bravi a dire tagliatelle bolognesi, ma la tagliatella è un'arte e come tale la si deve rispettare. Dunque anche per lo spessore occorre essere “sdoura” bolognese per produrre certamente una tagliatella perfetta. Infatti occorre impastare la sfoglia e “tirarla” col mattarello in una cucina che affacci verso il colle di San Luca Quando lo spessore vi sembra quello giusto allora sollevate la vostra sfoglia e guardateci attraverso, se riuscite a scorgere la sagoma del santuario lo spessore sarà perfetto altrimenti occorrerà darsi da fare un altro poco col mattarello stando bene attenti a non fare buchi, né a lasciare parti più grosse. Se proprio non riuscite a trovare una cuoca bolognese che vi presti una cucina affacciata su san Luca, prendete un centimetro e misurate sapendo che lo spessore esatto è inferiore al millimetro.

Ora che sapete tutto sulla tagliatella perfetta ecco un po' di consigli: per l'impasto usate un uovo ogni etto di farina (a occhio direi una manciata) che deve essere assolutamente di grano tenero. Si sbatte l'uovo all'interno della farina disposta a fontana sul tagliere e si impasta fino a ottenere una massa morbida al punto giusto, non troppo, ma tanto da poter essere tirata col mattarello. Le tagliatelle perfette richiedono un unico condimento, lasciamo perdere funghi porcini e varianti comunque ottime, per imparare a cucinare la tagliatella occorre per prima cosa saper fare il ragù alla bolognese.

La ricetta originale, anche questa depositata alla Camera di Commercio, è la seguente: dosi per 4 persone:

300 gr di cartella di manzo macinata grossa

150 gr di pancetta dolce

50 gr di carota

50 gr di sedano (costa)

50 gr di cipolla

20 gr salsa di pomodoro estratto triplo (5 cucchiai di concentrato di pomodoro)

½ bicchiere di vino rosso

1 bicchiere di brodo di carne

Per preparare un buon ragù con questi ingredienti, tritare finemente con la mezzaluna la pancetta e metterla a soffriggere in un tegame possibilmente di terracotta, lasciarla andare fino a che ha sciolto tutto il grasso poi aggiungere le verdure tritate e rosolare il soffritto così ottenuto. Aggiungere la carme rossa e lasciare insaporire mescolando mentre rosola con un cucchiaio di legno (sempre lo stesso), quindi aggiungere il vino e il pomodoro concentrato sciolto con il brodo. Lasciare bollire per almeno due ore aggiustando di sale e pepe nero a piacere.

Dunque questo è il menù di oggi a casa mia buon appetito a tutti e viva Bologna!

Quella che segue è una modesta composizione poetica in vernacolo, con traduzione per chi non mastica il dialetto, ispirata proprio alla regina della tavola:

AL TAJADEL

Còsa aran avù ed speziel

Cal quater tajadel?

A gli eran d’ov ed galeina

Impasté con fior ed fareina

Lunghi e sutili al pont giost

Madona mì com a li ho magné ed gost!

Avevan e savour di bi temp pasé

Quand l’ira la mama che a li aveva preparé

E po’ condidi con de bon ragò e con

Tot l’udour di arcord ed chi n’i en piò

A son vanzè a bocca averta

Quand a tevla la scudela a jò squerta

E a pans cl’è un anzal mi fiola

Ch' ed su nona l’à tolt so totta la scola!

(Franca Poli)

(traduzione)

Cosa avranno avuto di speciale

quelle quattro tagliatelle ?

Erano fatte con uovo di gallina

impastato con fior di farina

lunghe e sottili al punto giusto

madonna mia come le ho mangiate di gusto!

Avevano il sapore dei bei tempi passati

quando era la mamma che le aveva preparate.

E poi condite con del buon ragù e con

tutto l'odore dei ricordi di chi non c'è più

son rimasta a bocca aperta

quando a tavola la scodella ho scoperta

e penso che è un angelo la mia figliola

che della nonna ha imparato tutta la scuola.

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Tiziano Terzani

1 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere

Tiziano Terzani

Tiziano Terzani, giornalista e scrittore, inviato speciale di Repubblica del Corriere della Sera,
Aveva 66 anni quando è morto nel 2004, era nato nell'anno 1938 quindi aveva un anno meno di me.
Grande è stata la mia emozione quando ho avuto modo di conoscerlo, in una pausa dei suoi continui viaggi in Oriente, in occasione di un Festivaletteratura a Mantova. Ricordo, era un tardo pomeriggio e stava seduto coi suoi amici al tavolo di un bar all'aperto, in piazza Broletto.
Me ne andavo a passeggio in cerca di autori, scrittori e poeti, che quell'anno infioravano la manifestazione, che dura una settimana e richiama ogni anno il meglio della cultura mondiale.

Era là, sorridente, bello nella sua figura ieratica, con la stupenda barba bianca che già incorniciava il suo viso importante. Ci avvicinammo, io e i mei amici, e scambiammo poche parole, discreti, per non disturbare, ma ebbi il tempo di chiedergli un autografo che mi rilasciò sul piccolo diario chiamato Cento Autori, che viene distribuito ai visitatori e agli spettatori degli eventi culturali della manifestazione.

Non ricordo l'anno, né mi va di andare a trovare - per semplice pigrizia - quel piccolo diario con l'autografo, nascosto tra i miei quasi cinquemila libri della mia libreria nel mio piccolo studio, ma era un caso fortunato che aderisse al Festival, dato che stava sempre fuori; dal 1972 al 2004 è stato infatti in Estremo oriente, insieme alla famiglia, alla moglie Angela e ai figli Folco, scrittore anche lui, e Saskia.

Era corrispondente di un importante giornale tedesco e collaborava, come ho già detto, con alcuni giornali italiani, anche con L'Espresso, mi pare.

Scrittore importante, tradotto in tantissime lingue nel mondo, nei suoi libri racconta della sua vita, delle sue esperienze, tante, che ha vissuto fuori d'Italia; altri invece raccolgono le sue corrispondenze da quelle terre lontane. Ha narrato tra le altre cose della guerra in Vietnam, della Cina, della Russia e della sua fine. Alcuni dei suoi libri sono stati editi dopo la morte a cura del figlio Folco e della moglie Angela.
Scrisse nella sua opera postuma "La fine è il mio inizio", edita da Longanesi nell'anno 2006:

L’Orsigna l’ha trovata mio padre [...].
Si era iscritto a quella che si chiamava l’università popolare,
che non era un’università, era un club per fare gite.
La domenica con un autobus andavano di qua e di là
e con una di quelle gite negli anni Venti
lui, giovanissimo e operaio,
arrivò per la prima volta in questa valle. [...]
ero spesso malato, avevo “le ghiandoline”
e la carne di cavallo non mi bastava più.
«Questo ragazzo ha bisogno
d’aria buona, d’aria pulita»
disse il medico.

Questo vuol essere un breve ricordo del grande scrittore, e modesto mio omaggio a lui; e un saluto alla memoria.

marcello de santis

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D'Annunzio a Livorno

31 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #personaggi da conoscere

D'Annunzio a Livorno

Gabriele D’Annunzio (1863 – 1938) conobbe Livorno in gioventù, quando il critico letterario Giuseppe Chiarini lo invitò per un colloquio.

Acquistò una villa a Castiglioncello, fra punta Righini e la baia del Quercetano, per trascorrere i suoi “ozi edonistici” e, dopo una notte d’amore, la ribattezzò Godilonda.

Lo si vedeva spesso all’Ippodromo di Ardenza, esiste una foto del 1907 che lo ritrae insieme all’amica, duchessa Massari.

Lo ritroviamo poi nel 1908 insieme a Mascagni fra gli invitati a un ricevimento organizzato da Guido Chayes.

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Omaggio a Mario Abbate

30 Luglio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Omaggio a Mario Abbate

Agli inizi degli anni 50 - avevo undici, dodici anni - ed ero già un inguaribile appassionato di canzoni, specialmente quelle napoletane - conobbi un cantante dalla voce d'oro, si chiamava Mario Abbate.
Pensate, io avevo a capo del mio letto in sala da pranzo, (casa mia era modesta e povera: camera da letto per i miei genitori, papà a lungo disoccupato e mamma donna di casa, una sala quadrata con tavolo anch'esso quadrato, buffet e controbuffet, e il mio letto, e una cucina piccolissima e fredda; il bagno era uno sgabuzzino di due metri per due metri, con un finestrino alto lassù dove la luce penetrava a malapena, e un gancio di ferro a portata di mano per infilarci i fogli di carta di giornale al posto della carta igienica), dicevo, avevo a capo del mio letto una grossa radio "marca Geloso", di quelle a valvole, dove le stazioni si cercavano girando una manopola che metteva in movimento una barra verticale; e girando girando gracchiava fino a che non si trovava una stazione, sulle onde medie (io non capivo che erano 'ste onde medie, ma mi adeguavo), e allora la fermavo.
Si può dire che ero io il signore della radio, ché mio padre era sempre in giro a cercare lavoro e mamma sempre indaffarata a mandare avanti una barca che faceva acqua da tutte le parti, con me e mio fratello che quando non eravamo a scuola le gironzolavamo sempre intorno.
Era una vita da tirare avanti alla bell'e meglio, per i miei genitori, ma per me ragazzino scorreva piacevole tra i giochi coi compagni di sotto al prato sangiovanni, una vasta distesa di terra circondata da poche abitazioni, tra cui la nostra (in affitto, s'intende) fuori della porta grande del paese (c'è ancora, questo portone medievale alto e grosso e rovinato dal tempo, oggi è sempre aperta; ma allora di sera si chiudeva ancora, qualche volta)
La radio era la cosa che amavo di più.
Uscivo da scuola e tornavo di corsa, perché all'una, ricordo, c'era sempre un programma di canzoni; un giorno Angelini e la sua orchestra con la sigla "c'è una chiesetta, amor"; oppure Angelini e otto strumenti, con la sigla "dove e quando", con Nilla Pizzi, Carla Boni, Gino Latilla, Achille Togliani e il duo Fasano; un'altra volta l'orchestra di Semprini o quella del maestro Francesco Ferrari o quella di Pippo Barzizza o Armando Fragna (questa con Giorgio Consolini, Clara Iaione, Vittoria Mongardi, Luciano Benevene).
Da questa radio ho ascoltato tutti i festival di Sanremo e i primi festival della canzone napoletana. Da questa radio ho ascoltato per la prima volta la voce divina di Mario Abbate
Poi venne la televisione, e anche papà poté acquistare uno di quegli immensi scatoloni ingombranti e bizzosi con uno schermo bombato. E i festival cominciammo a seguirli alla televisione.
Era il 1951 quando uscì il primo numero di "Sorrisi e Canzoni" che trattava solo di canzoni e di cantanti, con fotografie e notizie e biografie di artisti della rai, celebri e non.
E forse fu proprio da quelle pagine che seppi di lui e della sua vita, del papà artigiano in piazza san Ferdinando a Napoli, delle sue prime esibizioni (col suo vero nome, Salvatore) nelle prime sceneggiate (che allora erano altra cosa da quelle di camorra e guappi di Mario Merola) con la compagnia di Salvatore Cafiero e di Eugenio Fumo.
Era il 1951 quando lo sentii per la prima volta dipingere con la voce "malafemmena" di Totò. Che emozione, ragazzi. Credetemi, nessuna voce mi commuoveva come la sua.
Nel 1965 finalmente dopo tanti piazzamenti d'onore (secondi posti) porta al successo e al primo posto la canzone "core napulitano".
Mario Abbate era diventato uno dei miei idoli ormai da molto tempo, insieme a Franco Ricci, a Pina Lamara e a tanti altri.
Fece anche teatro ma a me piace ricordarlo come cantante; e interprete di stupende indimenticabili canzoni come "Anema e core"; ma soprattutto quella "Indifferentemente" che ancora una volta arriverà al secondo posto al festival di Napoli dell'anno 1963; ma che nel tempo, e a buon diritto grazie anche e soprattutto alla sua esecuzione da gran maestro, entrerà nel novero delle "classiche".
Non scorderò mai la sua eleganza, la sua bonomia e la sua voce meravigliosa.

marcello de santis

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Soprassediamo!

29 Luglio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Soprassediamo!

IL FOGLIO LETTERARIO EDIZIONI

Associazione Culturale

Editoria di qualità dal 1999

Sito internet: www.ilfoglioletterario.it

29 LUGLIO 2015

PIOMBINO - Località Cittadella

Ore 21 e 30 - CINEMA IN VILLA

SARA' PROIETTATO IL FILM

COME INGUAIAMMO IL CINEMA ITALIANO (2004)

di Ciprì e Maresco

PRESENTAZIONE di SOPRASSEDIAMO! - Franco & Ciccio Story

a cura di FABIO CANESSA e GORDIANO LUPI

Soprassediamo! Franco & Ciccio Story – Il cinema comico-parodistico di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia – Il Foglio, 2014 – Pag. 530 – Euro 18 - Contributi di Matteo Mancini e Giacomo Di Nicolò

Franco e Ciccio sono due clown amati dal pubblico e disprezzati dalla critica, forse proprio perché la loro comicità è legata a un genere poco capito come la parodia. I due siciliani non interpretano parodie perché vanno di moda e garantiscono incassi sicuri, ma perché è il loro modo di essere attori, la loro comicità si forma su quel tipo di cultura popolare. Il cinema italiano conosce la parodia grazie a Totò, Erminio Macario, Raimondo Vianello, Ugo Tognazzi, Walter Chiari, ma l'arrivo sul grande schermo di Franco e Ciccio sconvolge gli schemi e imposta il discorso parodistico in termini ben più radicali. La critica non li comprende, massacra ogni pellicola con attacchi virulenti, ai limiti dell'offensivo, definendo la loro comicità stupida e volgare, non rendendosi conto di offendere anche il pubblico che affolla le sale e rifiutando di capire i motivi del successo. Franco e Ciccio pagano la stagione dell'’impegno politico, l’'eredità del neorealismo e l’'assurdo intellettualismo di certa critica che, come diceva Fulci, “deve vedere mondine e partigiani per apprezzare un film”, ma che uccide lentamente il cinema popolare.

DISTRIBUITO DA PDE DISTRIBUZIONE - Via Forlanini, 36 – 50019 Sesto Fiorentino (FI) – Magazzino catalogo: Piazzale Giorgio Ambrosoli snc – 27015 Landriano (PV) – www.epde.it. – Promotore: Massimo Roccaforte – ex NDA - via Pascoli, 32 – 47853 Cerasolo Ausa di Coriano (RN) - Tel 0541682186 - fax 0541683556 – i libri fuori dai libri <ilibrifuoridailibri@gmail.com>.

IN TOSCANA da Libro Co. Italia s.r.l. - Via Borromeo, 48 – 50026 SAN CASCIANO inVal di Pesa (FI) - P.IVA 00527630479 - Tel. 055-8228461 Fax 055-8228462 - Email : libroco@libroco.it - www.libroco.it

IN SICILIA da PROMOLIBRI DI LUIGI ZANGARA & C. SAS - VIA AQUILEIA 84 90144 PALERMO - TEL 091/6702413 - FAX 091/6703633 –www.sicilybooks.com

La Cineteca di Caino è una nuova collana dedicata al cinema che si affianca al già presente supplemento aperiodico cartaceo dell’'omonimo blog:http://cinetecadicaino.blogspot.it/. Se il primo numero della fanzine a diffusione gratuita è dedicato a Nando Cicero ed è intitolato W la foca!, il primo libro della collana non poteva che essere riservato a Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, due comici che hanno dominato il mio immaginario di bambino. Il blog La Cineteca di Caino è stato inaugurato il 6 maggio 2011 con questo breve post:

“Inauguro questo spazio dedicato al cinema spiegando le ragioni del titolo. Il cinema è da sempre una delle mie passioni, come lo è Cuba e la sua cultura (anche il cinema cubano, che farà parte di questo spazio). Per questo motivo voglio citare uno scrittore cubano a me caro: Guillermo Cabrera Infante, che scriveva di cinema sotto lo pseudonimo di G. Cain (la sceneggiatura di Vanishing Point è firmata così). Ecco perché La Cineteca di Caino: nel mio spazio, come un piccolissimo Cabrera Infante, voglio parlare del cinema che amo, alto o basso non importa, non sono definizioni che interessano, basta che sia un cinema fatto con il cuore. Parlerò del cinema trascurato dalla critica ma amato dal pubblico, di un cinema che la critica importante ha sempre stroncato”. Nel blog trovate articoli sui vari generi e sottogeneri del cinema italiano: commedia sexy, nazi-erotico, women in prison, tonaca-movie, horror, esorcistico, decamerotico, noir, splatter, gore, cannibalico, mondo-movie e chi più ne ha più ne metta. Trovate persino una breve Storia del Cinema Italiano (molto sintetica) a puntate; molti post sono dedicati a Franco & Ciccio, Gloria Guida, Edwige Fenech, Tomas Milian, Joe D’Amato, Ruggero Deodato, Ferdinando di Leo, Luigi Cozzi, Bruno Mattei… attori, attrici e registi simboli d’un cinema da non dimenticare.

I libri della nuova collana si propongono di approfondire il discorso su identiche tematiche con volumi agili e tascabili, ma anche con ponderose monografie.

Gordiano Lupi
Direttore Editoriale
Il Foglio Letterario
0565.45098
www.ilfoglioletterario.it
www.infol.it/lupi

Come inguaiammo il cinema italiano

La vera storia di Franco e Ciccio

di Ciprì e Maresco (2004)

Regia: Daniele Ciprì e Franco Maresco. Interpreti: Gregorio Napoli, Francesco Puma, Tatti Sanguineti, Fana Benenato, Ina Benenato, Maria Letizia Benenato, Rosaria Calì Ingrassia, Giampiero Ingrassia, Gaetano Andronico, Goffredo Fofi, Tullio Kezich, Pippo Baudo, Bernardo Bertolucci e Pino Caruso.

Ciprì e Maresco in questo eccellente documentario non si ripropongono tanto di rivalutare la comicità di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, quanto di ricordare il modo di ridere di un tempo che rispecchia la giovinezza di alcune generazioni. Le immagini scorrono tra spezzoni di film con Franco e Ciccio, vecchi critici che parlano malissimo dei loro lavori, nuovi commentatori che apprezzano la comicità da avanspettacolo, parenti che narrano la vita, amici e colleghi che ricordano aneddoti, testimonianze di una carriera lunga e ricca di successi. Tra tutti sarebbero da malmenare (a puro scopo correttivo, senza troppa violenza) gente come Goffredo Fofi, Tullio Kezich e Bernardo Bertolucci. Basterebbe andarsi a rileggere cosa scrivevano e dicevano di Franco e Ciccio quando erano in vita.

Franco e Ciccio sono stati due attori geniali, la presenza in scena bastava a scatenare l’ilarità del pubblico, i loro giochi di parole e la comicità gestuale e clownesca sono proverbiali (Soprassediamo!), così come è rimasta negli annali la stupidità della nostra critica colta che stroncava per partito preso ogni loro lavoro.

Franco e Ciccio debuttano come coppia comica nel 1954, al Cinema Teatro Capitol di Castelvetrano.

Ciccio Ingrassia nasce a Palermo nel 1922 (certi testi indicano date e luoghi di nascita errati, ma voi fidatevi ché questi sono giusti), ultimo di cinque figli, da padre muratore e madre casalinga. Come primo lavoro è intagliatore di tomaie (in pratica fa le scarpe), ma frequenta l’avanspettacolo insieme al grande amico Enzo Andronico, che diventerà presenza fissa e spalla comica al cinema. Ciccio Ingrassia fa parte del Trio Sgambetta, insieme a Ciampo e Andronico, ma i tre comici non riscuotono successo, al punto che non riescono neppure a pagare i debiti.

Franco Franchi - che si chiama Francesco Benenato - nasce a Palermo, nel quartiere popolare della Vucciria, in una situazione di totale indigenza. Padre muratore, madre impiegata in una manifattura di tabacchi, non abbiamo certezze sul numero dei fratelli, visto che spesso lui ha parlato di 18 e a volte si è corretto dicendo che erano sopravvissuti solo 9. Franco a vent’anni fa il comico di strada, conosce Ciccio al Bar degli Artisti a Palermo, i due si piacciono e decidono di fare qualcosa insieme a teatro.

Core ingrato è il loro primo numero che replicheranno all’infinito, al cinema e in televisione. Negli anni Cinquanta molti teatri ospitano le loro gag, ma il primo film importante sarà I due della legione (1962) di Lucio Fulci. Ciccio Ingrassia sposa Rosaria Calì nel 1960, dopo averla conosciuta a Milano. Da lei avrà solo un figlio: Giampiero. Irene Gallina, invece, è la moglie di Franco, che gli darà due figli. Nel 1959 la coppia comica incontra a Catania Domenico Modugno che li scrittura e li fa debuttare in Appuntamento a Ischia (1961) di Mario Mattoli, dove una loro breve apparizione contribuisce ad aumentarne la popolarità. L’onorata società di Riccardo Pazzaglia è un altro lavoro del 1961, che insieme a tanto teatro e commedie musicali (Rinaldo in campo) fa compiere passi in avanti al duo comico. “Pazzaglia era troppo intellettuale per noi”, dirà Ciccio Ingrassia, anche se alcuni anni dopo interpreteranno il suo Farfallon (1974). Domenico Modugno comincia a essere geloso di Franco e Ciccio, non vorrebbe lasciarli andare per la loro strada, ma Franchi taglia il rapporto. “Tu ti sei fatto la villa? Bene, noi no. Vorremmo farcela”, dice. Nel 1962 - 63 la coppia comica siciliana interpreta ben 12 film. Logico che non siano capolavori, spesso esiste solo una abbozzo di sceneggiatura, si scrive “Adesso entrano Franco e Ciccio” e si lasciano liberi di impostare gag da avanspettacolo. Tra le cose migliori citiamo Il giudizio universale (1961) di Vittorio De Sica e tutti i film diretti da Lucio Fulci che è il primo a intuire che l’aggressivo deve essere Ciccio Ingrassia, mentre il ruolo di mamo spetta a Franco Franchi. Nel periodo 1962 - 67 escono 13 film di Fulci interpretati da Franco e Ciccio, tutti molto curati, pur se girati ognuno in non più di quattro settimane. Nel 1964 debutta con loro il vecchio amico pugliese Pasquale Zagaria (in arte Lino Banfi), ancora con i capelli, ne I due evasi di Sing Sing e successivamente ne I due parà (1965), dove Fulci si permette di ironizzare prima di Woody Allen sulla figura mitica di Fidel Castro. Franco e Ciccio fanno tanto cinema, ma anche radio, televisione e non si scordano del teatro che frequentano con Eduardo De Filippo. I film che li vedono protagonisti sono girati in fretta, peccano di ingenuità, sono dedicati a un pubblico popolare, ma funzionano. Il cinema di serie A non sopporta Franco e Ciccio, ma loro incassano molto, hanno un pubblico composto di ragazzini e dal proletariato di un’Italia ormai scomparsa. I due comici ricordano la farsa di Plauto, mai sboccata, sempre dentro le righe, surreale, irrazionale, ma non volgare. Ricordiamo cose divertenti come I due mafiosi di Giorgio Simonelli e Due marines e un generale (1965) con Buster Keaton. Cominciano i primi contrasti all’interno della coppia, perché Ciccio vorrebbe fare cose più alte e sperimentare strade diverse, mentre Franco accetta tutte le proposte. In questa situazione vediamo la coppia comica nel cast di Che cosa sono le nuvole (1967), un grande film di Pier Paolo Pasolini, dove recitano niente meno che con il mitico Totò. Franco Franchi e Ciccio Ingrassia portano nei loro film alcuni amici con i quali lavorano dagli esordi: Enzo Andronico, Umberto D’Orsi, Lino Banfi, Ignazio Leone, Nino Terzo e Tano Cimarosa. Quando comincia il periodo della commedia sexy entrambi si trovano a disagio, perché la loro comicità è per tutti, mai volgare, dedicata ai ragazzi e ai bambini. Mariano Laurenti continua a fidarsi dei comici siciliani e li vuole come interpreti de I due maghi del pallone (1970), ma in questo periodo giunge anche la chiamata di Luigi Comencini per vestire i panni de il gatto e la volpe nel Pinocchio televisivo. I due attori cominciano a litigare e lavorano separati, si sentono troppo legati e vogliono essere liberi di fare il loro gioco. Per Ciccio si aprono le porte del cinema drammatico con un piccolo ruolo ne La violenza: quinto potere di Florestano Vancini, con la grande interpretazione dello zio matto in Amarcord (1973) di Federico Fellini e con il complesso prete di Todo modo (1976) di Elio Petri. Franco Franchi interpreta Ultimo tango a Zagarol (1973) di Nando Cicero, geniale parodia di Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. Si sentirà sempre a disagio per questo lavoro, perché la pellicola esce con un divieto ai minori di anni quattordici mentre lui è sempre stato un attore per bambini. Franchi vive il film come un tradimento nei confronti del suo pubblico. I due comici tornano insieme per Farfallon di Riccardo Pazzaglia, ma anche per due film dove Franco Franchi è attore e Ciccio Ingrassia regista: Paolo il freddo e L’esorciccio. La casa di produzione di Ciccio finisce male per malintesi e soprattutto a causa di soldi trafugati da un collaboratore, così l’esperienza alla regia finisce ed è un peccato perché i due lavori girati erano buoni. In questo periodo assistiamo a un susseguirsi di rotture e di riappacificazioni, anche se i due comici resteranno amici per tutta la vita, pure tra numerosi litigi a causa di caratteri diversi. Negli anni Ottanta fanno molta televisione e le loro cose peggiori vengono proprio da questo media che vede proliferare canali privati ed emittenti commerciali. Tra le cose belle ricordiamo Kaos dei Fratelli Taviani, la messa in scena cinematografica de La giara di Pirandello. Crema, cioccolata e… paprika di Michele Massimo Tarantini è il peggior film in assoluto che interpretano con un ruolo marginale. Protagonisti di questa tarda commedia sexy sono Barbara Bouchet e Massimo Montagnani, ma il problema è la presenza del figlio del boss mafioso Michele Greco, che porta guai giudiziari a Franco Franchi. Nel 1989 Franchi e Merola vengono accusati di mafia da un pentito e vengono fuori frequentazioni sospette con la famiglia dei Greco. Il procedimento penale viene archiviato, ma la vicenda distrugge moralmente e fisicamente Franchi che si ammala in maniera grave e muore l’11 dicembre del 1992, dopo aver partecipato all’ultima puntata di Avanspettacolo, strappando a tutti un applauso commosso. Ciccio Ingrassia, privato del più caro amico, del collega che considerava un fratello, gli sopravive per oltre vent’anni, ma lo vediamo solo in poche dimenticabili partecipazioni. Muore nel 2003, stanco e malato.

Grazie Ciprì e Maresco di averci ricordato due campioni della risata, due uomini che hanno segnato la nostra infanzia, l’adolescenza e la prima sofferta maturità. È merito anche vostro e di questo emozionante documentario se non riusciremo mai a dimenticarli.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Domenico Modugno

28 Luglio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Domenico Modugno


Vent'anni fa moriva il grande cantautore italiano. Aveva appena 66 anni, ancora giovane per i suoi tempi, ma mister volare era provato per il male che lo aveva colpito anni prima. Però viveva felice con la sua famiglia, la moglie e i due figli, sull'isola di Lampedusa dove si era ritirato tra i suoi delfini.
Era mister volare, nel mondo, perché la canzone che vinse il Sanremo dell'anno 1958, che si intitolava Nel blu dipinto di blu era diventata,prima per gli americani e poi per la gente del mondo intero, Volare.
E la sua figura con le mani al cielo, quell'uomo baffuto con uno smoking formato da calzoni neri giacca bianca e farfallina nera, ha fatto il giro del pianeta terra. E dico poco.
Io ho un antico ricordo di Domenico Modugno.
Ero un ragazzo, ascoltavo le sere alle undici e un quarto, sulla mia amata radio Geloso, posta a capo del mio letto, sistemato da un lato nella piccola sala da pranzo della modesta casa dei miei genitori (in affitto), una radio di quelle che andavano a valvole, ricordate? E che come tutti gli apparecchi radio del tempo mostravano uno schermo di vetro, illuminato da una lucina interna che dava luce alle varie stazioni italiane e straniere segnate sul vetro, le cui frequenze si andavano a captare girando una delle due manopole sotto lo schermo, e una barretta verticale, di alluminio forse, interna al vetro, si muoveva a seconda del movimento impresso alla manopola, e si andava a fermare sulla stazione cercata e trovata; ascoltavo un programma che non ho mai dimenticato; e sì che sono passati più di cinquant'anni.
Erano altri tempi, le stazioni private o le radio libere di oggi non esistevano, ancora, l'etere era dell'Eiar prima della Rai poi, e la televisione era di là da venire.
Bene, dicevo che ascoltavo, alle ore 11 e un quarto di sera, un programma che si chiamava Siparietto. Una voce maschile, dopo alcuni secondi di silenzio, annunciava: Siparietto, a cura di Nicola Adelchi. Non sapevo chi fosse costui, ma erano notizie di giornata quelle che proponeva in quel quarto d'ora di attualità, notizie che potevano interessare più i grandi che i ragazzi come me, dico quelli di sedici diciassette anni o giù.
Ascoltavo dunque il programma perché sapevo che subito dopo, circa verso le undici e mezza, più o meno, c'era un'altra rubrica; e questa sì che m'interessava; era un breve programma di canzoni, anche questo di un quarto d'ora circa; aveva una particolarità, non presentava canzoni conosciute né tantomeno cantanti celebri. Ma solo giovani di belle speranze che non avevano ancora un nome.
E' là che ho scoperto, forse il primo in italia, la grande Dalida (non capivo bene il nome, dalida, dalirà darilà, tanto che il giorno dopo la trasmissione dedicata a questa nuova futura star della canzone francese scrissi alla mia amica Nicole di Marsiglia - che avevo conosciuto per lettera in seguito a uno scambio di corrispondenza tra ragazzi di liceo (italiani) e bacalaureat (francesi)- se mi sapeva dire qualcosa di lei; la conosceva, e mi confermò, insieme ad altre poche notizie, che il nome esatto era Dalida e che era una oriunda italiana; poi di lei venni a sapere tante altre cose, ché ero un appassionato della canzone fin da allora.
Ecco, in uno di quei brevi programmi venne presentato un giovane pugliese cantante che si chiamava Domenico Modugno (mai sentito nominare) del quale mi colpirono due cose, immediatamente: la voce calda e piena e tutta particolare; e il genere di canzoni che cantava accompagnandosi con la chitarra; canzoni in dialetto. La prima fu: Lu pisci spada - spiegò le parole il presentatore - e la seguii attentamente; che brividi sulla mia pelle di ragazzo! Quella voce che piangeva faceva piangere anche il mio cuore. Il povero pesce spada che vede la sua amata arpionata e morire, e piange.
Avevo scoperto Domenico Modugno.
Poi si fece un nome, divenne conosciuto in italia, ma tutto qui. Fino a quando al festival di Sanremo del 1958 presentò la sua canzone per eccellenza; lui aveva scritto la musica sul testo di quel grande che risponde al nome di Franco Migliacci, e che Modugno presentò in coppia con Johnny Dorelli: Nel blu dipinto di blu.
Non sto scrivendo per esaltare i suoi successi e i suoi premi, e i riconoscimenti i più prestigiosi del mondo, dico solo che non si fece mancare niente; ai tanti trofei aggiunse anche nel 1964 la vittoria al festival della canzone napoletana, dove portò al primo posto la stupenda dimenticabile canzone da lui scritta: Tu sì 'na cosa grande.


marcello de santis

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Goldoni e Livorno

27 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #teatro

È noto che Carlo Goldoni, il quale esercitava l’avvocatura a Pisa, nel 1748 incontrò a Livorno Gerolamo Medebach, capocomico di una affermata compagnia di attori, marito dell’avvenente Teodora, famosa per la sua bravura sul palcoscenico e per la sua beltà. Si presuppone, anche se non è provato, che abbia alloggiato a Montenero, nella casa di quest’ultimo. Qualcuno sospetta persino che i begli occhi di Teodora non l’abbiano lasciato indifferente. Fu così, in ogni modo, che conobbe l’ameno paesino in cui decise di ambientare la sua “Trilogia della Villeggiatura”.

Scritta e rappresentata nel 1761, è composta da “Le smanie per la villeggiatura”, “La villeggiatura” e “Il ritorno dalla villeggiatura”. La compagnia Medebach recitò nell’unico teatro esistente allora a Livorno, il San Sebastiano, in via delle Commedie.

Di là dall’intrigo d’amore, e dal tema della passione contrapposta alla razionalità illuminista, l’argomento della trilogia è la smania borghese di apparire più altolocati di quanto non si sia e di quanto non permettano le reali possibilità economiche. Quindi si smania per villeggiare a Montenero, per usare carrozze, servitù, bagagli, carte da gioco, argenterie, cavalli, candele, prendendo tutto a credito, nonostante le difficoltà finanziarie.

Montenero era, infatti, la località prediletta dagli abitanti di Livorno per passare le vacanze, nell’immaginario collettivo dell’epoca, doveva avere connotazioni arcadiche. Ne “Le Smanie” si accenna al fatto che i protagonisti spendono più in un mese a Montenero che in un anno a Livorno, che si può far economia in città ma non certo risparmiare in villeggiatura, dove non si deve sembrar meno sfarzosi degli altri.

Pietro Vigo conferma che Goldoni aveva della località solo un’idea superficiale e che non ricordava bene le distanze - oppure, pensiamo noi, non aveva particolare scrupolo di verità – poiché descrisse come lungo e faticoso un tragitto che, dice sempre Vigo, in carrozza non poteva durare più di trentacinque minuti.

Leggendo la trilogia della Villeggiatura vi si trovano accenni che hanno dato ragione a molti di negare non solo che il Goldoni abbia scritto o pensato commedie a Montenero, ma che vi sia stato anche per poco. E veramente, pur fatta ragione dei tempi nei quali la città più piccola e le comunicazioni assai meno facili e più dispendiose facevano troppo più seria ed importante di oggi una gita a Montenero, ci fa meraviglia di leggere che per venire a questo villaggio i ricchi livornesi ordinavano i cavalli alla posta e facevano calde raccomandazioni ai cocchieri, perché pascessero bene le loro bestie, pagando di tasca per esser più sicuri. Ci fa meravigliare e sorridere il leggere la risposta che il signor Filippo nelle Smanie per la villeggiatura dà a Brigida sua cameriera che aveva domandato con chi avrebbe fatto il viaggio da Livorno a Montenero: Tu andrai, come sei solita andare in mare in una feluca colla mia gente; dove, come osserva giustamente il Targioni-Tozzetti, i facoltosi livornesi per questa consuetudine di mandare i famigli in feluca, avrebbero dovuto, per un piccolo tratto di strada imbarcare e sbarcare i bagagli e le supellettili dal navicello per poi caricarli sopra un barroccio che li avrebbe trasportati sul monte. Sicché sarebbero venuti a sbarcare ad Antignano e di qui saliti a Montenero, la qual cosa, aggiungo io, era quasi impossibile in quei tempi, nei quali mancava la bella e comoda via detta delle Pianacce, costruita sotto Leopoldo II, e le comunicazioni fra Montenero ed Antignano non si facevano che per viottoli o per l'aspra via della macchia sotto il Monte Burrone, veramente inaccessibile, pel tratto che più s'accosta a Montenero, al trasporto di carri, bagagli e masserizie.”

Ed ecco uno stralcio da “Le smanie”

Sì, è pur troppo vero, chi vuol figurare nel mondo, convien che faccia quello che fanno gli altri. La nostra villeggiatura di Montenero è una delle più frequentate, e di maggior impegno dell'altre. La compagnia, con cui si ha da andare, è di soggezione. Sono io pure in necessità di far di più di quello che far vorrei. Però ho bisogno di voi. Le ore passano, si ha da partir da Livorno innanzi sera, e vo' che tutto sia lesto, e non voglio, che manchi niente.”

Riferimenti

Pietro Vigo, “Montenero” in www.infolio.it

Paola Boffoni, “Montenero: realtà e fantasia” in “Montenero, un colle a capo della città” centro studi Attilio Barucci, Livorno

It is known that Carlo Goldoni, who practiced advocacy in Pisa, in 1748 met in Livorno Gerolamo Medebach, head of a well-known company of actors, husband of the handsome Teodora, famous for her skill on the stage and for her beauty. It is assumed, even if it is not proven, that he stayed in Montenero, in the latter's house. Some even suspect that Theodora's beautiful eyes did not leave him indifferent. It was thus, in any case, that he knew the pleasant village in which he decided to set his "Holiday Trilogy".

Written and represented in 1761, it is made up of "Le smanie per la villeggiatura", "La villeggiatura" and "The return from the holiday". The Medebach company performed in the only theater then existing in Livorno, the San Sebastiano, in via delle Commedie.

Beyond the intrigue of love, and the theme of the passion opposed to the Enlightenment rationality, the topic of the trilogy is the bourgeois desire to appear more high-ranking than one is and the real economic possibilities allow. So one craves to vacation in Montenero, to use carriages, servants, luggage, playing cards, silverware, horses, candles, taking everything on credit, despite the financial difficulties.

Montenero was, in fact, the favorite place for the inhabitants of Livorno to spend their holidays, in the collective imagination of the time, it had to have Arcadian connotations. In "Le Smanie" there is mention of the fact that the protagonists spend more in a month in Montenero than in a year in Livorno, that you can save money in the city but certainly not save money on holidays, where you should not look less gorgeous than the others.

Pietro Vigo confirms that Goldoni had only a superficial idea of ​​the locality and that he did not remember the distances well - or, we think, he had no particular scruple of truth - since he described long and tiring a journey that, as Vigo always says, in a carriage could not last more than thirty-five minutes.

 

“Reading the holiday trilogy, there are hints that have given reason to many to deny not only that Goldoni wrote or thought comedies in Montenero, but that he was there even for a short time. And really, despite the reason of the times in which the smaller city and the much less easy and more expensive communications made a trip to Montenero more serious and important than today, it makes us wonder to read that the wealthy people of Livorno to come to this village ordered the horses at the post office and made warm recommendations to the coachmen, so that they could feed their beasts well, paying out of pocket to be safer. It makes us wonder and smile to read the answer that Mr. Filippo in the Smanie for the holiday gives to Brigida his maid who had asked him with whom he would have made the trip from Livorno to Montenero: You will go, as you usually go to sea in a felucca with my people; where, as rightly pointed out by Targioni-Tozzetti, the wealthy people of Livorno for this custom of sending their servants by felucca, would have had to, for a small stretch of road, embark and unload their luggage and belongings from the ship and then load them onto a barroccio that would have transported them to the mountain. So they would come to land in Antignano and from here go up to Montenero, which, I add, was almost impossible in those times, in which the beautiful and convenient via delle Pianacce, built under Leopoldo II, and the communications between Montenero, were missing and Antignano had only paths or the rough road of the scrub under Monte Burrone, truly inaccessible, due to the stretch closest to Montenero, to the transport of wagons, luggage and household goods. "

 

And here is an excerpt from "Le smanie".

 

Yes, it is too true, whoever wants to appear in the world, agrees that he does what others do. Our holiday in Montenero is one of the most popular, and most demanding. With the company, with which one has to go, I am in awe. I am also in need of doing more than what I would like to do. But I need you. The hours go by, you have to leave Livorno earlier in the evening, and I want everything to be quick, and I don't want anything to be missing. "

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Quanto sei bella Roma

26 Luglio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Quanto sei bella Roma

Era il 7 febbraio del 1987, ormai quasi trent'anni fa; Claudio Villa moriva. Appresi la notizia, e come me moltissimi italiani, durante la trasmissione in televisione dell'ultima serata del Festival di Sanremo. Erano passate da poco le ore 23.00, si presentò Pippo Baudo dopo l'esecuzione dell'ennesima canzone e fece l'annuncio. Ci fu un silenzio generale poi Baudo chiese un applauso; e applauso ci fu, lungo e caloroso.

Vinse la canzone "Si può dare di Più", cantata dai tre amici Umberto Tozzi, Enrico Ruggeri, ancora con i capelli e gli occhiali scuri con la montatura bianca, e Gianni Morandi. Disse Morandi: "Conoscevo Claudio Villa da quando portavo i calzoncini corti e lui, già famoso, venne a cantare nel mio paese. Che strano sapore ha la vittoria in queste condizioni".

Ecco, il reuccio della canzone ci aveva lasciato.

Era stato ricoverato a Padova per un intervento al cuore; e molti pensammo che fosse deceduto sotto i ferri dei chirurghi, invece no; fu un infarto. Niente faceva prevedere la sua uscita di scena così improvvisa. Per sessant'anni aveva occupato un posto speciale nel grande palcoscenico della canzone italiana e romanesca.

Era trasteverino, era nato in via della Lungara, la strada dove c'era e c'è il carcere di Regina Coeli; e di cognome faceva Pica, come il padre Pietro che faceva prima il ciabattino, poi il vetturino e l'acquaiolo. E pure lui lo aiutava andando a riempire, all'Acqua Acetosa, i recipienti con l'acqua da vendere.

Poi scoprì la sua voce, e la sua vita cambiò.

Ma in questo breve pezzo, che ho scritto di getto per presentare una stupenda canzone su Roma, è d'uopo dire della trasformazione di Claudio, cantante melodico per eccellenza, dal Claudio dei primi tempi, che si obbligò a cantare in falsetto e che ci ha lasciato indimenticabili melodie su disco, ed è il Claudio Villa che amo di più, nel cantante che conosce la gran massa di fans, cioè di Claudio delle esibizioni a voce piena, da grande tenore.

Era il 1944. Claudio si ammalò di tubercolosi; un male micidiale per chi canta. Tanto è vero che i medici gli consigliano di lasciare perdere; non può più cantare se non vuole aggravare la malattia. Ma il giovane trasteverino è impunito, come si dice a Roma, e non demorde. Decide di cantare in falsetto, prova e riprova e la cosa gli riesce, senza eccessivi sforzi di voce.

E da quella malattia è nato un Claudio Villa fantastico.

Eccola la sua voce, in falsetto appunto, in una famosa canzone: "Quanto sei bella Roma".

Quanto sei bella Roma

quanto sei bella Roma a primavera

er Tevere te serve

er Tevere te serve da cintura,

San Pietro e er Campidojo da lettiera,

Quanto sei bella Roma

quanto sei bella Roma a prima sera.

Gira si la vòi girà,

Canta si la vòi cantà.

De qua e de là dar fiume

de qua e de là dar fiume c'è 'na stella,

e tu nun pòi guardalla

e tu nun pòi guardalla tanto brilla,

e questa è Roma mia, Roma mia bella,

de qua e de là dar fiume,

de qua e de là dar fiume c'è 'na stella.

Gira si la vòi girà

canta si la vòi cantà

marcello de santis

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