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Tirate contro di noi!

25 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Tirate contro di noi!

In questa illustrazione, Beltrame ricorda un episodio avvenuto sul fronte occidentale nelle fila degli alleati francesi. Mi piace ricordare questo atto di eroismo anche se non fu compiuto da un italiano, contrariamente i francesi dimenticano spesso quanto siamo stati loro vicini durante il primo conflitto mondiale e preferiscono far studiare ai loro studenti solo l’invio delle truppe francesi in Italia dopo Caporetto per arginare l’avanzata tedesca.

Fu invece in Francia, nella battaglia della Marna, che si decise il destino dell’ Europa: la velocissima avanzata tedesca attraverso il Belgio, l’immobilizzarsi del fronte, la guerra di trincea, le battaglie interminabili, e i rinforzi vennero proprio da noi.

Non si tratta certo di rifare in questa sede la conta di chi offrì più vite per la causa e vedere se furono più francesi o italiani a morire nella battaglia, si ricorda, semplicemente, un evento della nostra storia comune che spesso viene sottaciuto o ricordato con sufficienza.

Nel 1918 dalla primavera fino all’autunno avanzato, cioè fino alla vittoria, i tedeschi sferrarono attacchi in maniera continuativa e sistematica verso la linea del fronte francese, puntando, in uno sforzo finale, a raggiungere Parigi. I nostri soldati mandati a difendere la linea alleata, furono ben 40.000.

Verso la metà dell’estate il generale Ludendorff, essendo oramai giunto a meno di cento chilometri dalla capitale francese, scagliò l’ultima e decisiva offensiva impegnando tutti gli uomini a disposizione appoggiati da una possente artiglieria. I primi in linea a fronteggiare il nemico, che disponeva di forze nettamente superiori, furono proprio gli Italiani. La linea fu salvata resistendo agli attacchi per ben diciannove volte. Le truppe, agli ordini del generale Albricci, risposero con coraggio, con totale sprezzo del pericolo e portarono anche sette contrattacchi per scoraggiare il nemico dilagante. Nella regione di Champagne ove avvennero le battaglie, alla fine si contarono cinquemila morti e almeno altrettanti feriti. Una carneficina, di cui tuttora ci si può rendere conto visitando il cimitero militare di Bligny.

Pierre Milza, storico francese, racconta il significativo caso di un soldato italiano che ha combattuto al fianco dell’ esercito francese. Lazare Ponticelli, morto il 20 gennaio 2008 a 110 anni, ha ricevuto i funerali di Stato a Parigi, in presenza dell’allora presidente Nicolas Sarkozy e di Jacques Chirac. Ponticelli era nato nel 1897 a Bettola, un villaggio dell’Appennino emiliano che aveva abbandonato per emigrare in Francia. Arruolatosi a sedici anni come volontario nella Legione straniera, nel 1915 transitò nell’ esercito italiano e combattè fino al termine del conflitto come alpino. Tornato in Francia, in occasione del conferimento della Legion d’Onore, rifiutò una futura tumulazione al Pantheon dicendo “Non è giusto farmi questo onore, non per me, ma per tutti quelli che sono morti prima di me”.

E’ emblematico che la Francia, immemore del nostro “aiuto”, abbia reso onore al modesto ed eroico rappresentante italiano quale “ultimo superstite” dei veterani francesi della Grande Guerra.

Tirate contro di noi!
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Scuola di cucina: col cavolo!

24 Marzo 2015 , Scritto da Margherita Musella Con tag #margherita musella, #ricette

Scuola di cucina: col cavolo!

Sono nata a Ponza il 10 06 1958, nonna, scrittrice ed eterna insegnante/supplente, autrice di quattro libri di narrativa al femminile, amante del mare, della natura, della fotografia, delle camminate, della lettura e della scrittura.

Amante anche della cucina e qui mi presento in questa veste.

Oggi potrei iniziare da un'indicazione tratta dal mio ultimo libro che, oltre ad essere un romanzo al femminile, è anche un ricettario che comprende le nostre - mie e di mio marito - istruzioni per dei piatti semplici ma di sicuro effetto.Tuttavia decido di partire dal momento attuale (perché generalmente amo vivere l'attimo presente) in cui sui mercati troviamo molta verdura.

Quindi, se avete piacere, iniziamo una "scuola di cucina" confidenziale, alla maniera di Giada nel romanzo "Scuola di cucina... io e le altre!", con uno spirito cordiale e amichevole, con le ricette che saranno una scusa per, in qualche modo che non so ancora, aiutarci a superare gli ostacoli della quotidianità con leggerezza. Parleremo di ricette ma voleremo oltre!

L'ospite di onore di oggi non sarà uno scrittore (come quando organizzo eventi col caffè letterario reale o con quello virtuale) ma semplicemente una verdura: IL CAVOLO.

Invito ognuno di voi a cercare su google le proprietà benefiche del cavolo che qua riassumo come introduzione alla semplicissima prima ricetta che vi suggerirò.

dunque, ascoltate:

Il cavolo è una delle verdure più nutrienti e salutari del mondo. Dovrebbe essere considerato fondamentale per la nostra alimentazione, per via della ricchezza e varietà delle sue proprietà benefiche.

1) Antinfiammatorio Naturale
2) Più ricco di ferro della carne
3) Ricco di fibre
4) Ricco di acidi grassi (omega 3 e omega 6)
5) Ricco di calcio
6) Rinforza il sistema immunitario
E ora la prima ricetta per 4 persone:
Soffriggere un cavolo di grandezza media, precedentemente stufato, in aglio e olio, aggiungere 4 o 5 pomodorini e il sale.
Schiacciare e mescolare, allungare con acqua per la minestra. Quando bolle, buttare gli spaghettini spezzettati.
A cottura ultimata, spolverizzare di prezzemolo e formaggio grattugiato
Che ne pensate? Semplice, no? Anche i bambini gradiranno.

Aspetto le vostre considerazioni. Scrivetemi a musellamargherita@tiscali.it.

Ciao, Margherita.

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Sotto la tormenta

23 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Sotto la tormenta

I rifornimenti per le truppe venivano portati in alta quota da colonne di alpini, ma pochi sanno che vi furono donne che, con grandi sacrifici e rischiando la vita, portavano i rifornimenti dalla valle fino alle montagne.

E’ la storia delle portatrici carniche, che si colloca tra l’Agosto del 1915 e l’Ottobre del 1917. La forza media dei soldati presenti in questi territori si aggirava intorno ai 10-12 mila uomini. Essi dovevano essere vettovagliati ogni giorno, riforniti di munizioni, medicinali, attrezzi e così via. I depositi militari e i magazzini erano dislocati nel fondovalle e non c’erano strade per salire che consentissero il transito di automezzi, né di carri trainati da animali. L’unico modo per raggiungere la prima linea del fronte, in alta montagna, era il trasporto a spalla seguendo stretti percorsi fatti di scomodi e pericolosi sentieri.

Furono le abitanti del posto a correre in aiuto dei loro militari impegnati in alta quota e nacquero le portatrici Carniche, così venne costituito un Corpo di ausiliarie formato da donne di età compresa tra i 15 e i 60 anni. Una forza pari a quella di un battaglione di circa 1000 soldati, che non fu mai militarizzata. Per le donne il lavoro non fu disciplinato dalle leggi, né furono mai soggette alle regole militari, ma l’ordine, il rigore, la severità che si imponevano durante le marce fu un raro esempio di ammirevole servizio.

A ogni donna veniva consegnato un libretto di lavoro personale, sul quale ai magazzini di smistamento annotavano le presenze, i viaggi compiuti, il materiale trasportato in ogni viaggio, inoltre indossavano un bracciale rosso recante lo stesso numero del libretto e l’indicazione dell’unità militare per la quale lavoravano. Per ogni viaggio ricevevano il compenso di lire 1,50 centesimi, che veniva corrisposto ogni fine mese.

La mattina si recavano a riempire la loro gerla caricata sulle spalle, poi partivano in colonna e si inerpicavano sulle montagne dirigendosi per gruppi, verso la prima linea. Affrontavano ogni giorno estenuanti marce in salita di due o anche quattro ore, superando dislivelli che andavano dai 600 ai 1200 metri. Scarsamente nutrite, sopportavano i sacrifici della guerra, il pensiero dei mariti o dei figli impegnati a combattere e arrivavano a destinazione stremate dalla fatica, un viaggio che diventava quasi insostenibile durante la stagione invernale, quando camminare richiedeva maggiore energia a causa della neve alta che impediva loro il passo. Scaricato il materiale, si fermavano qualche minuto per riprendere fiato, approfittando per parlare con gli alpini raggiunti, per consegnare loro lettere e notizie dal paese, per riportare biancheria pulita, fresca di bucato, tutti lavori extra, mai retribuiti, fatti per rendersi utili ai soldati e poi ripartivano più contente, col sorriso sulle labbra, certe di aver donato a quei giovani la speranza di non sentirsi abbandonati. Si incamminavano in discesa, per ritornare alle loro case, ai lavori di campagna, ad accudire animali, vecchi e bambini, di cui erano le sole rimaste ad avere totale responsabilità. Un lavoro continuo fino a sera e poi una nuova alba e un nuovo viaggio.

Voglio, in breve, ricordare il fulgido esempio di una di loro, Maria Plozner Mentil, che fu colpita a morte il 15 febbraio 1916. Era una donna dall’animo nobile e gentile, coraggiosa e altruista. Sempre pronta a confortare le compagne impaurite dall’artiglieria austriaca, ogni giorno in prima fila, una donna eccezionale, carismatica trascinatrice, che viene considerata la “bandiera “ delle portatrici carniche. Madre di quattro figli piccoli, mentre il marito combatteva sul Carso, si dedicava alla causa con amor patrio e spirito di sacrificio. Quando venne colpita da un cecchino austriaco appostato a circa 300 metri, a Malpasso di Pramosio, sopra Timau, aveva solo trentadue anni.

Ebbe un funerale con gli onori militari e a piangere Maria Plozner, quel giorno, c’erano non solo i paesani e i militari della zona, ma tutte le amiche con la gerla sulle spalle.

Sotto la tormenta
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Il Foglio Letterario allo Strega

22 Marzo 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi

Il Foglio Letterario allo Strega

IL FOGLIO LETTERARIO EDIZIONI

Associazione Culturale

Editoria di qualità dal 1999

Sito internet: www.ilfoglioletterario.it

Pure quest'anno siamo allo Strega. Presentati da Wilson Saba e Simonetta Bartolini.

Il libro: Federico Guerri "24:00:00 - Una commedia romantica sulla fine del mondo", ispirato a Il giudizio universale di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini. Federico Guerri, follonichese di nascita e pisano di adozione, lavora al teatro Verdi di Pisa, scrittore, regista e sceneggiatore teatrale, insegna drammaturgia. Guerri è il quinto autore presentato allo Strega in 15 anni di attività della Casa Editrice piombinese, un nuovo successo a coronamento di un importante traguardo, all'inizio del sedicesimo anno di vita. Federico Guerri segue quattro colleghi di scuderia: 2006 - Wilson Saba (Sole e baleno), 2011 - Boris Virani (Mangia la zuppa amore), 2012 - Claudio Volpe (Il vuoto intorno) e 2014 - Fabio Izzo (To Jest). Gordiano Lupi - direttore editoriale del Foglio Letterario - ha partecipato allo Strega nel 2014, con Calcio e acciaio, un romanzo edito da Acar.

24:00:00 – Una commedia romantica sulla fine del mondo di Federico Guerri

Pag. 220 – Euro 14 – ISBN 97888760652174

Improvvisamente, come fosse uno schermo, nel cielo appare un’enorme scritta - 24:00:00. È visibile in ogni parte del mondo. 23.59.59. Basta un giro di telefonate, una serie di controlli con le agenzie pubblicitarie, una rapida consultazione tra potenti o utenti Youtube, per capire che non è proiettata da terra né da un satellite né, apparentemente, da altrove. 23.59.58. Un conto alla rovescia nel cielo. Verso cosa? Il romanzo è ambientato nell’'arco di 24 ore e fa incrociare le storie di undici personaggi in sette angoli diversi di un pianeta il cui punto più lontano da te è a 22 ore di aereo o alla distanza di un clic – se hai una connessione Internet. Cosa accadrà allo 00:00:00? Com’è nato il countdown e perché? Salvare il mondo significa raccontarlo. Federico Guerri. Classe 1976, è drammaturgo, insegnante di teatro e scrittura creativa, improvvisatore, regista, Sindaco di Mondo di Nerd comunità on-line con oltre 60.000 utenti) e padre di famiglia (non necessariamente in questo ordine). Il suo primo romanzo - Questa sono io- è uscito per le Edizioni Il Foglio per le quali cura, assieme a Sacha Naspini, la collana DEMIAN

Gordiano Lupi

EDIZIONI IL FOGLIO

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Francesco Verso, "La morte in diretta di Fernando Morales"

22 Marzo 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Francesco Verso, "La morte in diretta di Fernando Morales"

Francesco Verso

La morte in diretta di Fernando Morales

Future Fiction - E-book Kindle euro 0,99

www.futurefiction.org

Fernando Morales non prova più interesse per la vita, non ce la fa ad andare avanti senza la moglie, in solitudine, attendendo il giorno della sua dipartita naturale. Non si cura più, vive con indolenza, trattiene i ricordi del passato in un cofanetto immaginario e per lui sono più preziosi del denaro. Un giorno - navigando su Internet nei social network affettivi - scopre un’occasione irripetibile. Decide di morire affidandosi a un’eutanasia assistita che gli consentirà di diventare famoso grazie alla morte in diretta. Chi è il signor Fernando Morales? Ha raccontato la sua vera storia ai funzionari che dovranno occuparsi della sua morte in diretta oppure ha mentito spudoratamente? Non aggiungiamo altro, perché il racconto è breve, gli sviluppi imprevedibili e la suspense fantastica rappresenta il vero sale della storia.

Francesco Verso si prende gioco dei reality show e della società contemporanea, consumistica e televisiva, costruendo una storia ambientata in un ipotetico futuro, che non è poi così distante dalla nostra realtà. Un racconto dotato di una forma perfetta, una scrittura nitida, cristallina, asciutta, senza tempi morti, ma anche di un contenuto politicamente scorretto. L’autore usa lo schema del racconto fantastico per stigmatizzare l’uso smodato dei social network - nella società del futuro trasmettono persino affetto - mettendoci di fronte al problema delle cose che tramandano soltanto loro stesse in una società priva di valori che rende l’uomo sempre meno umano. Fernando Morales è il simbolo dell’individuo solo di fronte alla morte, incapace di dare un senso terminale alla propria vita. Il racconto è una parabola decadente sulla situazione dell’uomo contemporaneo, scritto con la pessimistica consapevolezza che il futuro può metterci di fronte persino alla spettacolarizzazione della morte. Tra l’altro -pensandoci bene - in parte sta già accadendo…

La morte di Fernando Morales è stato adattato in forma teatrale e messo in scena all’interno dello spettacolo The Milky Way di Katiuscia Magliarisi e Chiara Condrò, con musiche di Simone De Filippis. Trovate qui alcune notizie sull’autore: http://www.futurefiction.org/francesco-verso/, un esperto del fantastico - che scrive e traduce - tra l’altro vincitore del Premio Urania 2009 con il romanzo e-Doll.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Marinai d'Italia

21 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Marinai d'Italia

I marinai, furono degni “assi” del primo conflitto mondiale e compirono la loro efficace opera sul mare, ma anche a terra insieme ai bersaglieri e alla fanteria. Dopo la disfatta di Caporetto, reparti di marinai furono inviati a terra, per proteggere Venezia. Al termine della guerra, il Reggimento, al quale Venezia aveva voluto dare la propria bandiera con il leone di San Marco, assunse il nome di Reggimento Marina San Marco e, ancora oggi, i Fucilieri di Marina sono inquadrati in tale reggimento.

Tra le più importanti operazioni della Regia Marina vi fu l’opera di salvataggio prestata in aiuto allo sconfitto esercito serbo. Le stime dei soldati a cui fu portato soccorso vanno dai 150.000 ai 250.000, difficile stabilirne il numero esatto, certo è che mentre i Serbi si ritiravano verso le coste balcaniche vennero raccolti dalle navi italiane che salvarono soldati e tonnellate di materiale.

La marina italiana, era forte di 13 corazzate, 25 incrociatori, 25 cacciatorpediniere, 59 torpediniere e 21 sommergibili. Le principali basi navali erano a Venezia e Brindisi, ma il grosso della flotta era concentrato a Taranto porto più riparato e protetto. Durante il primo conflitto mondiale, a differenza del secondo , furono diverse le operazioni in cui si fece onore la nostra Marina.

Nel 1917, nella notte tra il 9 e il 10 dicembre, Luigi Rizzo penetrò con due MAS nella rada di Trieste e assalì con i siluri le corazzate Budapest e Wien, quest’ultima fu colpita e affondata. A Rizzo venne riconosciuta una medaglia d’oro al valor militare e maggiore fu il riconoscimento per il successo, in quanto le stesse, circa un mese prima, erano state attaccate senza esito mentre bombardavano batterie della marina italiana a Cortellazzo.

Durante il 1918, ultimo anno di guerra, fra gli episodi di rilievo che videro protagonisti uomini della marina italiana, si ricorda:

• In febbraio tre MAS al comando di Costanzo Ciano penetrarono nella base navale di Buccari. Le reti parasiluri impedirono l’attacco e il danneggiamento delle unità ancorate in porto, ma non impedirono ai nostri di prendersi una rivalsa di grande risonanza. All’azione partecipava anche Gabriele D’annunzio, salito sul Mas di Rizzo che lasciò un messaggio di scherno:

In onta alla cautissima Flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i Marinai d’Italia, che si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre ad osare l’inosabile. E un buon compagno, ben noto, il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro, è venuto con loro a beffarsi della taglia”.

L’impresa denominata poi la beffa di Buccari, anche se non produsse effetti ai fini militari, ebbe grande importanza, perché ne produsse ai fini del morale delle truppe in una guerra in cui cominciavano ad acquisire gravità e peso gli aspetti psicologici. Uno dei MAS che parteciparono alla spedizione si può vedere oggi esposto nelle sale del Vittoriale degli Italiani, sul Lago di Garda.

• All’alba del 10 giugno 1918 due corazzate austriache furono inviate a forzare il blocco navale del canale d’ Otranto. Nei pressi di Premuda, furono intercettate da due Mas, sempre sotto il comando di Luigi Rizzo. Due siluri colpirono e mandarono a picco una delle due corazzate la Szent Istva. La nave, che doveva il suo nome a Santo Stefano d’Ungheria affondò in sole tre ore con a bordo 89 marinai. L’altra corazzata soccorse i naufraghi, mentre i Mas si dileguarono.

Nella notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci penetrarono a nuoto nel porto di Pola spingendo uno speciale ordigno chiamato «mignatta» che applicarono alla carena della corazzata Viribus Unitis, facendola saltare in aria.

E infine l’ azione che, scrissero allora i giornali italiani, fu una delle più ardite e che compare nella vignetta di cui sopra. Si deve tener presente che fu ostacolata da eccezionali sbarramenti collocati nel porto, costellato di banchi di torpedini, mine subacquee esplodenti all’urto, di potenti riflettori e vigilanza continua. Era la notte del 14 maggio 1918 quando il comandante Pellegrini con alcuni suoi compagni, superati gli sbarramenti entrò nel porto di Pola, per una importantissima missione che prevedeva l’affondamento di un’altra colossale nave da guerra nemica, del tipo Viribus Unitis. Si erano convenuti speciali segnalazioni luminose per far conoscere l’esito dell’impresa, poiché era prevedibile che il comandante Pellegrini e i suoi compagni, il secondo capo torpediniere silurista Milani, il marinaio scelto Angelini e il fuochista scelto Corrias, avrebbero potuto non fare ritorno. Avevano infatti ordine di distruggere la loro imbarcazione e di gettarsi in acqua a missione compiuta. L’operazione si svolse precisamente come stabilito, si avvertirono distintamente due cupe esplosioni e, quando iniziarono i fuochi di difesa dell’artiglieria nemica, fu chiaramente visto dal largo il razzo illuminante col quale il comandante Pellegrini comunicava “Ho silurato una nave”, subito seguito da un altro che significava: “Distruggo la mia imbarcazione, Ogni opera di soccorso è inutile”. Non vi furono dubbi che la missione avesse avuto esito positivo e solo più tardi si seppe che il comandante e i suoi valorosi compagni erano stati fatti prigionieri. A tutto l’equipaggio fu concessa la medaglia d’oro al valor militare.

Marinai d'Italia
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Reportage Egitto: dove il mito s'incontra e si confonde con la storia

20 Marzo 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage Egitto: dove il mito s'incontra e si confonde con la storia
IL PAESE DELLA GRANDIOSITÀ DI UN ANTICO POPOLO, CHE TANTO EBBE IN COMUNE CON LA STORIA DI ROMA

Magia di colori, inebrianti profumi, fascino di una terra senza tempo dove il mito si confonde con la storia. Non sono frasi scontate, ma le sensazioni di una vacanza in Egitto, una stupenda meta che lascia il segno non solo nella memoria ma, soprattutto, nell’anima. L’avventura dell’ideale viaggio a ritroso nel tempo comincia al Cairo. Se si alloggia in un albergo nella zona di Giza, e si è alla finestra nell’ora del tramonto, c’è lo scenario unico del sole che scompare dietro l’orizzonte tra lo sfolgorio dei colori che accompagnano il calare del sole e che vanno dal rosa all’indaco del cielo, dal rosso all’arancione, fino a confondersi con il colore della terra.

Al centro di questo naturale palcoscenico, ci sono loro: le piramidi, le cui gigantesche sagome si stagliano all’orizzonte come una sfida all’eternità, ombre del passato sempre vigili sul presente. Poi c’è l’incontro con l’enigmatica millenaria Sfinge, la visita ai favolosi tesori del Museo del Cairo, con la meravigliosa maschera del giovane faraone morto a soli 18 anni, Tutankhamon,

la passeggiata alla “Città dei morti”, dove gli uomini dividono il tetto con chi non c’è più ed è seppellito nel piano sottostante. Poco lontano dal Cairo c’è, a Sakkara, la piramide di Zoser, o piramide a quadroni, considerata la più antica tra quelle egizie, costituita da sei mastabe (di dimensioni decrescenti) costruite una sull’altra.

Ma in Egitto, dalla notte dei tempi, si crede che tra vita e morte ci sia continuità e se per noi questa specie di “convivenza” sembra assurda, per loro non lo è, considerando che queste persone, oltre tutto, non avevano una propria casa. In questa terra fantastica ogni cosa ha un suo perché, una sua ragione d’essere, anche se a noi occidentali sfuggono molte cose della loro cultura e delle loro tradizioni.

Ma dopo il Cairo, non si può non volare fino ad Assuan. Nell’antichità si chiamava Syene. Erano qui le cave da cui si estraevano i monoliti destinati a diventare obelischi, steli costruite in onore del dio Sole. Qui, oltre ad ammirare lo spettacolo delle feluche che solcano il Nilo, l’azzurro del cielo che si confonde con il turchese del grande lago Nasser, e, sopra una specie di altura, c’è il magico spettacolo dell’Isola Elefantina, con la sua sabbia dorata, macchiata ogni tanto dal verde smeraldo delle fronde di alberi.

Proprio qui si trova la tomba dell’Aga Khan III, che usava soggiornare in questa località per il suo clima asciutto e salubre. Lui morì nel 1957 e la Begum, sua moglie, fece costruire il mausoleo per consentirgli di riposare in pace. Lei visse fino al 2000, ma già dal 1997 aveva impedito l’accesso dei turisti che disturbavano l’eterno sonno dell’amato consorte.

Dall’alto si vede il magnifico spettacolo del Nilo e la vita che si svolge sulle sue acque. Ad Assuan è possibile vedere anche il monastero copto di San Simeone e il giardino botanico, ricco di piante di ogni tipo che donano ombra e fresco a chi ci si reca nei periodi più caldi.

Da qui si può raggiungere Abu Simbel, con il suo tempio imperituro di Ramsete II°, il Faraone che fece grande l’Egitto. L’opera, che sorge nel cuore del deserto nubiano, a breve distanza dal confine con il Sudan, è spettacolare. Colpiscono, soprattutto, le grandi statue del faraone, scolpite direttamente sulla roccia, che ne costituisce la facciata alta, tra l’altro, ben trentuno metri. Molto interessante è visitare la parte posteriore del tempio, interamente ricostruito dopo che stava per allagarsi e, quindi, essere distrutto per via della diga che era stata costruita nelle vicinanza.

Le navi che ospitano i turisti in questo fantastico viaggio che porta da Assuan a Luxor, o viceversa, sono dei gioielli. Comodità ed eleganza assicurano una vacanza all’insegna della rilassatezza.

Navigando dolcemente sul largo fiume, si arriva a Filae dove i ricordi dell’idilliaco mito, tra il magico e il religioso, di Iside e Osiride e testimonianza della tecnica moderna che riuscì a trasportare l’immenso tempio dall’isola destinata ad essere sommersa su un luogo sicuro, qui si fondono in un paesaggio in cui i colori intensi dell’acqua, della vegetazione e delle imponenti colonne, toccano sicuramente lo spirito del visitatore. Ma questo non succede solo in epoca moderna, è stato sempre cosi.

Nell’antichità, l’imperatore romano Adriano, fine esteta, innamorato dell’arte e dello spirito dell’Egitto, veniva a meditare qui. Altre colonne dai capitelli scolpiti ricordano anche il luogo nel quale era solito rifugiarsi. La nostra storia che si fonde con quelle egiziana!

Proseguendo il nostro viaggio a ritroso nel tempo, troviamo Edfu, che è un’altra meta della crociera sul Nilo, con il suo tempio dedicato a Horus, dio dalla testa di falco. La maestosa statua della divinità, in granito nero, è un po’ il compendio dell’antica religiosità egiziana all’insegna dell’amore e della magia.

A breve distanza c’è Kom Ombo, con il suo imponente complesso religioso, dedicato a due divinità: Sobek, dalla testa di coccodrillo e Haroeris, dalle sembianze di sparviero. Ancora un tratto di navigazione ed eccoci ad Esna, per incontrate il tempio di un’altra divinità, Khnum, con la testa di ariete. Era lui che modellava gli uomini con il tornio da vasaio.

Navigando per 3 giorni si arriva a Luxor, l’antichissima Tebe, capitale dell’antico impero egiziano. A ricordare i fasti del passato c’è il tempio di Ammon – Ra. I faraoni che lo fecero edificare, Amenofi III e Ramsete II, lo vollero gigantesco – è lungo quasi trecento metri – e spettacolare. Le sue pareti sono un tripudio di immagini a rilievo, come tante pagine di storia che parlano di vicende umane e divine ancora aperte per una affascinante lettura del passato.

Luxor, da sola, merita tutto un viaggio nell’antico Egitto. I suoi templi sono lo specchio della grandiosità di quell’epoca. Dal 1979 il sito aecheologico, con la sua necropoli, è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità. I suoi templi funerari e religiosi lasciano i turisti a bocca aperta per la grandiosità delle sue costruzioni, in alcuni casi preservate ancora meravigliosamente.

Si resta storditi e sbalorditi davanti a tanto splendore, che prosegui con la visita a Karnak, a pochi chilometri da Luxor. “Luci e suoni” è lo spettacolo serale che fa rivivere il fascinoso magico mondo dell’epoca dei faraoni.

Per visitare la Valle dei Re e delle Regine, infine, è bene lasciare di buon’ora la nave per affrontare il breve ma torrido tratto del deserto. È qui, incastonata tra le rocce, la splendida tomba della regina Nefertari, recentemente restaurata.

Ma c’è anche quel grande capolavoro dell’architettura e dell’arte egizia del tempio funerario della regina Hatshepsut, vissuta dal 1505 al 1484 avanti Cristo. Personaggio emblematico tramandatoci da tante storie di amori appassionati e imprese mascoline quali si addicono all’unica donna che è riuscita a portare la corona dei faraoni.

Le altre tombe, quelle dei re, anche questi scavate nella roccia, e tutte nascoste sotto la sabbia, portano nel mondo delle antiche storie, quelle che ci fanno sentire un po’ egiziani, sia perché abbiamo visto infinite volte documentari su questo luogo unico, sia perché il contesto è così coinvolgente da farci sentire parte del paese dove il tempo si è fermato.

Egitto, terra ancora misteriosa e ricca di testimonianze della sua antica grandiosità e dove ancora, sotto la sabbia, nasconde tesori di ogni tipo.

Reportage Egitto: dove il mito s'incontra e si confonde con la storia
Reportage Egitto: dove il mito s'incontra e si confonde con la storia
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Le nuove armi.

19 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Le nuove armi.

Fra le nuove tecnologie che vennero usate nella Grande Guerra ci furono i primi modelli di carri armati. I primi esemplari furono costruiti intorno agli inizi del 1900 in Germania, con il perfezionamento del motore a scoppio per le auto.

Durante gli anni del conflitto, furono però gli Inglesi a metterne in uso, sul fronte occidentale, un primo modello sperimentale. Lo denominarono tank (cisterna) proprio per ingannare il nemico che, qualora ne avesse intercettato il nome nei messaggi, altro non avrebbe pensato che a un sistema di rifornimento idrico per le truppe. Si trattava di una grande macchina blindata munita di cingoli in grado di avanzare su ogni tipo di terreno superando difficili ostacoli come le buche scavate per le trincee. All’esterno erano montate delle mitragliatrici che venivano usate da una parte dell’equipaggio, dieci persone in tutto, situate all’interno da dove lo manovravano con grande difficoltà.

Come ricordato nella vignetta di Beltrame, alla comparsa del “mostro meccanico” si creò il panico fra le fila nemiche, ma la riuscita della nuova arma, necessitava di perfezionamenti. Difficili da condurre, perchè poco maneggevoli, quasi tutti i primi carri armati si impantanarono, caddero dentro alle trincee o, in generale, ruppero il motore, dimostratosi poco affidabili. Inoltre, il calore prodotto all’interno dell’abitacolo risultò insopportabile per l’equipaggio dei carri, così come i gas di scarico che non venivano correttamente emessi all’esterno, risultarono letali per i soldati.

Dopo alcuni miglioramenti strutturali si ebbero i primi successi sul campo in occasione della Battaglia di Cambrai, il 20 novembre del 1917. Era nato il British Tank Corps, che con nuovi e più sicuri mezzi contribuì in maniera concreta all’ottima riuscita dell’offensiva.

Sul fronte italiano praticamente non comparvero mai. L’Italia nel 1918 fece scendere in campo sei carri sperimentali, i Fiat 3000, fabbricati dall’industria torinese, ma perfezionati solo negli anni ’20. In alternativa non era raro vedere delle autoblindo, simili a carri armati dotati però di ruote al posto dei cingoli.

L’avvento di tante nuove macchine, di nuove armi: aerei, carri armati, torpedini, armi speciali, cambiarono il volto della guerra e del modo di combattere.

Scrisse Ernst Jünger in merito alle nuove tecnologie: “Là dove la macchina fa la sua apparizione, la lotta dell’uomo contro di essa appare senza speranza.” (da Politische Publizistik).

Anche il grande filosofo e scrittore tedesco fu un combattente della prima guerra mondiale, nell’agosto del 1914 si arruolò volontario in fanteria: combatté sul fronte occidentale e, ferito per ben quattordici volte, talune anche in modo grave, venne decorato con la Croce di Ferro di prima classe.

Ernst Jünger spirito ribelle, anti-borghese, appena diciottenne, era scappato in Francia e si era arruolato nella Legione Straniera, ma fu l’esperienza della guerra alla base della sua formazione. Egli vide nella guerra, proprio perché così vicina alla morte, l’apice della vita stessa, il momento in cui più di ogni altro se ne ha percezione.

Le nuove armi.
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Reportage Namibia: una pietra preziosa in mezzo all'Africa

18 Marzo 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage Namibia: una pietra preziosa in mezzo all'Africa
IL PAESE È UNA SPECIE DI “OASI” PER PULIZIA, ORDINE E PUNTUALITÀ DELLA SUA POPOLAZIONE.

Quando si viaggia in certi luoghi particolari, soprattutto in quelli dove è possibile ritrovare anche un po’ noi stessi, ci sentiamo un po’ come il mitico Ulisse, quando vagò per anni ed anni alla ricerca dell’io più profondo, quello vero, cercando senza avere alcuna meta le tracce di richiami ancestrali tra le meraviglie del mondo più vicino alla sua Itaca. Ecco, l’impressione è sempre questa quando mi trovo ad andare scoperta di un nuovo continente come l’Africa, che ti ospita avvolgendoti e coinvolgendoti come il liquido amniotico di una madre: fra i paesi visitati e amati di più con può che esserci la Namibia.
Io stessa, come ogni turista italiano, non posso che rimanere affascinata dalla Namibia perché rappresenta un concentrato di tutte le bellezze naturali e selvagge di un intero continente. Il deserto, anzi i deserti (il Kalahari e il Namib) avvolgono il Paese con i loro paesaggi mutanti fatti di dune altissime, dal delicato colore albicocca, di colline nei cui strati antichissimi si intravedono i percorsi e le sofferenze di tutte le ere geologiche, non per niente il Namib è il deserto più antico del mondo, e di zone pietrose che quando le percorri sembra di camminare sui vetri che fanno un gran rumore sotto i piedi.

Ma non sono vetri, sono pietre più o meno preziose come granate, tormaline, quarzi di ogni colore e innumerevoli altre pietre cristalline.
Uno dei ricordi più belli che si possono riportare dei deserti della Namibia, a parte il colore diverso dagli altri deserti, è la meraviglia di buttarsi giù a piedi nudi per una duna alta anche 300 metri e avere la sensazione di volare e non di correre! E il silenzio…il grande silenzio rotto qualche volta dal vento che colora anche di rosso l’aria circostante!

L’Atlantico è il mare che la bagna, quell’Atlantico meridionale freddo, tempestoso, scuro e selvaggio. Non un mare da spiagge, non un mare per turisti, ma un mare pieno di pesci attraversato dalla corrente del Bengala.

Un mare tutto da vedere e che ospita una vita splendida e incredibile come quella delle colonie di otarie di Cape Cross e delle altre del sud del Paese. Lo spettacolo, anche se l’odore non è gradevole, è assolutamente mozzafiato: ben 100 mila otarie tutte insieme e, talvolta, anche una sopra l’altra, con il loro ordinamento sociale, i loro amori, i loro giochi…!

Un mare, infine, al quale grandi navigatorie inesperti hanno pagato un pesante tributo, come è possibile constatare, con pena per chi è morto e rispetto per la potenza della natura, mentre si cammina fra i numerosi relitti di navi sparsi come antichi fantasmi sulla nota Skeleton Coast.
Il Damaraland e il Koakoland sono invece le savane pietrose, dai colori sgargianti, con il rosso che domina tra le enormi rocce accatastate insieme da giganti mitologici nella notte dei tempi. Incredibili piattaforme fanno da sfondo ad eccezionali tesori di storia dipinti e incisi sulla pietra dagli antichi uomini della savana.
Le scene dipinte ci fanno “sentire” le sensazioni delle le loro gioie e delle loro paure. Un’emozione fortissima quando osserviamo ciò che i nostri antenati hanno immortalato per sempre nelle rocce.
Le incisioni rupestri hanno 10.000 anni di età e l’emozione è tanto forte di fronte ai sentimenti che non sono mai cambiati nella storia dell’uomo.
Se parliamo di parchi, il primo che ci viene in mente è il mitico e grande Etosha, che non è soltanto magnifico perché ha una grande varietà di animali (zebre, orix, kudu, springbock, giraffe, leoni del Kalahari nerocriniti ecc), ma è grande quasi quanto la Svizzera.

Etosha ha anche i Pan, distese di terra alcalina, salata e bianca vista da lontano, che in alcuni tratti è spaccata e secca, mentre in altri è fangosa e pericolosa.

E’ una terra dove i miraggi sono all’ordine del giorno, l’aria è quasi sempre caldissima e si possono osservare le migrazioni degli animali. Etosha è un Parco magico e strano dove è possibile osservare piogge incredibili così come gli arcobaleni che si formano appena la pioggia smette di dar da bere a questo meraviglioso luogo.
Ma la Namibia è sorprendente non solo per i suoi paesaggi, le sue pietre preziose – come i diamanti – e i suoi animali nei parchi. Il paese stupisce per l’ospitalità e la delicatezza dei popoli che lo abitano, sia di colore sia bianchi.

Non dimentichiamo che la Namibia è una Repubblica multi-razziale indipendente e pacifica, ricca di acqua sorgiva e potabile. E cosa dire della perfetta organizzazione e pulizia delle strutture turistiche? Non dimentichiamo che la Namibia risente ancora della cultura tedesca e sudafricana.

La Namibia, perciò, è quanto di africano si possa immaginare per la bellezza dei Parchi e di alcune delle sue tribù – non dimentichiamo che le donne Himba sono bellissime, ma soprattutto, perché è una specie di “oasi” per pulizia, ordine e puntualità della sua popolazione.
Possiamo considerarla quasi una pietra preziosa incastonata nel continente africano!

Reportage Namibia: una pietra preziosa in mezzo all'Africa
Reportage Namibia: una pietra preziosa in mezzo all'Africa
Reportage Namibia: una pietra preziosa in mezzo all'Africa
Reportage Namibia: una pietra preziosa in mezzo all'Africa
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In giro per l'Italia: Ripabottoni

17 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Ripabottoni

Flaviano Testa, in giro per il Molise, ci propone i suoi scatti curiosi, mai banali e sempre affascinanti, oggi ci porta a Ripabottoni, un paesino che conta poco più di 500 abitanti in provincia di Campobasso.
Posto ad altezza collinare è sovrastato da uno scoglio di tufo alto 903 metri su cui sorge il vecchio centro abitato. Il territorio comunale è percorso da due antichi tratturi, le millenarie piste erbose che, congiungendo l'Abruzzo alla Puglia, costituivano l'arteria dell'antica pastorizia sannitica. Alcuni scavi archeologici condotti intorno al paese hanno portato alla luce antiche monete greche, lucerne, statuette e, un' iscrizione sepolcrale databile in un periodo che va dalla seconda metà del primo secolo al secondo secolo dell'impero romano.
Il toponimo nel periodo longobardo era “Ripabrunaldo” in seguito divenne “Ripa de Brittonis”, probabilmente dalla famiglia feudataria de Brittolo, ma con la costante di Ripa a indicare la posizione in cui è posto su un'erta rupe.
L'edificio più importante è la chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta, rifacimento settecentesco, di un luogo di culto medioevale. L'interno presenta tre navate ricche di decorazioni coeve: stucchi, affreschi e tele eseguite dal pittore Paolo Gamba, gloria locale, nato a Ripabottoni nel 1712. Seguace del pittore napoletano Francesco Solimena, disegnò l'anfiteatro romano di Larino, plasmò alcune statue sacre, costruì due orologi meccanici. Come pittore fu molto produttivo: uno studioso delle sue opere gli accredita sessanta dipinti, un secondo addirittura duecento.
Ripabottoni dette i natali, il 18 ottobre del 1821, anche a Tito Barbieri venuto alla luce dopo cinquantatré giorni dall'uccisione del padre, morto con altri tre cittadini, mentre si recava a un convegno di Carbonari. Educato dalla madre negli stessi ideali paterni, fu tra gli animatori del partito che nella provincia molisana cospirò contro il regime borbonico. Giudicato e condannato a morte nel 1852, per aver incitato alla rivolta i cittadini e per aver partecipato ai moti del 1848 a Campobasso, riparò in Francia.
Amico di Mazzini, eseguì delicate missioni di propaganda per la Giovane Italia. Ufficiale garibaldino, combatté a Milazzo, in Calabria e nella battaglia del Volturno. Appassionato di armi, il Barbieri fu provetto schermidore, durante l'esilio in Inghilterra aprì una scuola di scherma, a lui si attribuisce l'invenzione del fucile ad ago.
Il generoso patriota morì il 2 febbraio 1864 a Campobasso, dove fu sepolto. Lasciò ogni suo bene in dono al comune di nascita e nella sua casa oggi ha sede il Municipio.
Un altro illustre cittadino di Ripabottoni fu ARTURO GIOVANNITTI nato nel 1884, fu una delle voci più appassionate in difesa dei diritti e della dignità degli emigrati italiani in America. Era in Canada, ancora adolescente, quando tristemente colpito dalle condizioni degli immigrati, si iscrisse al movimento sindacale rivoluzionario. In occasione dello sciopero del 1912 a Lawrence, il sindacato lo inviò sul posto con i suoi migliori organizzatori, tra i quali gli italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Lo sciopero finì nel sangue a causa dello scoppio di una carica di dinamite e morì un'operaia italiana. Il Giovannitti, con i compagni Ettor e Caruso, fu processato a Salem per concorso in assassinio,scrisse in carcere un libro di poesie cariche di accorata nostalgia per la casa e la terra natale. In Italia si mobilitarono in molti in sua difesa, lo stesso Mussolini, allora esponente del Partito Socialista, tenne in suo favore vibranti riunioni in Emilia, in Romagna, in Puglia; scrisse articoli e presentò mozioni fino alla vigilia della sentenza assolutoria.
Dopo l'assoluzione Giovannitti restò in America e si adoperò per salvare dalla sedia elettrica gli infelici Sacco e Vanzetti.
“L'uomo che credé "nell'amore del prossimo, nella bontà, nell'arte, nella libertà e nella giustizia, sua ancella, in Dio e in chiunque Egli sia”, morì a New York nel 1959.
Ripabottoni è un paese che, come tanti nel Molise, si è spopolato nel corso degli anni subendo una pesante emigrazione, oggi tra le strette stradine di pietra, seduti sulla piazza ad ammirare l'affascinante panorama sottostante resta, sempre più solo, qualche vecchietto.

In giro per l'Italia: Ripabottoni
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