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Quattro consigli di lettura

26 Maggio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Quattro consigli di lettura

Quattro libri profondamente diversi tra loro che mi sento di consigliare a diverse tipologie di lettori.

Prima di tutto un saggio scritto con stile piano e semplice, da narratore popolare, dal siciliano Roberto Mistretta: Rosario Livatino - L’uomo, il giudice, il credente (Edizioni Paoline - euro 15 - pag. 230). Il lavoro - scritto in collaborazione con padre Giuseppe Livatino - esce nel venticinquesimo anniversario della morte ed è una documentata biografia sul giovane giudice siciliano, ucciso dalla mafia mentre si recava - senza scorta - al Tribunale di Agrigento. Visto il tipo di editore, il saggio affronta anche il cammino spirituale di un uomo coraggioso, impegnato nella lotta alla criminalità organizzata e in odore di beatificazione. Mistretta cita miracoli e testimonianze che andranno a far parte del dossier per la causa di santità promossa in favore del giovane giudice.

Un altro libro interessante è una sceneggiatura inedita di Pier Paolo Pasolini: La Nebbiosa (Il Saggiatore - euro 14 - pag. 200), per un film scomparso come Milano nera, un flop di Gian Rocco e Pino Serpi che resistette solo cinque giorni in cartellone nel capoluogo lombardo. In realtà la vera sceneggiatura non fu mai tradotta in immagini, Pasolini fu pagato solo per metà lavoro e i due maldestri giovani registi tradirono tutta la sua poesia e il grande lavoro di ricerca linguistica e culturale. La Nebbiosa adesso è un libro che si legge come un film ed è un interessante spaccato della violenza metropolitana lombarda negli anni Sessanta, condotta da un gruppo di teddy boys.

Pupi Avati, invece, dopo lo splendido Un ragazzo d’oro, mette da parte il cinema e scrive Il ragazzo in soffitta (Guanda - euro 16 - pag. 250), che segue di due anni un’ispirata autobiografia (La grande invenzione). La storia contiene tutti i temi del suo cinema: adolescenza, musica, provincia, amicizia, persino horror, in un ritorno al passato che profuma de La casa dalle finestre che ridono. Protagonisti due adolescenti: il bolognese Berardo Rossi, detto Dedo, studente poco brillante ma popolare tra le ragazzine, e il triestino Giulio Bigi, introverso quanto abile traduttore dal latino. Filo conduttore del racconto un’amicizia nata sui banchi di scuola che - con il meccanismo del flashback (capitoli alterni) - apre le porte a una storia horror che vede protagonista un orco, presunto assassino di bambine. Finale a sorpresa.

L’ultimo consiglio è un fumetto pulp che costa euro 2,90 in edicola, uscito per Editoriale Cosmo, il primo di una miniserie di quattro albi. Si tratta di Battaglia, di Roberto Recchioni e Massimiliano Leomacs Leonardo, storia di un vampiro ai tempi del fascismo, che utilizza il nero per narrare la storia del nostro recente passato. Battaglia ricorda anche nel formato i vecchi albi di Kriminal, Satanik e Diabolik.

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Ida Verrei, "Arràssusìa"

25 Maggio 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #ida verrei, #recensioni

Ida Verrei, "Arràssusìa"

Arràssussìa

Di Ida Verrei

Fabio Croce editore 2015

Recensione di Adriana Pedicini

La vita è sempre un insondabile mistero. Non ci sono previsioni o programmi che procedano lineari e scontati, anzi, talvolta vengono completamente sconvolti e i ruoli consueti si ribaltano e la disperazione o la sconfitta sembrano prendere il sopravvento. Senonché la vita, quella vera, è fatta per chi possiede grande forza d’animo, seppure messa a dura prova da evenienze negative e dal dolore, da chi ha capacità e soprattutto volontà di tracciare negli intricati sentieri dell’esistenza una sua traccia. Non che non manchino le difficoltà, ma è proprio attraverso esse che si va alla ricerca con la lanterna di Diogene del vero, dell’identità, della legge fuori dal tempo che rende il tempo riconoscibile.

E alla fine il ritrovarsi, tanto inatteso e tanto imprevedibile, speculare al perdersi, pareggerà i conti, ma basterà tutto questo per dire di essere vissuti in piena autonomia e libertà? Forse, no, sicuramente no, proprio per il fatto che è la vita stessa a prendere il sopravvento con le sue impennate, le sue false partenze e infine con la ricomposizione di tutto. Purché si sappia riconoscerne la legge suprema che è quella dell’accettazione dei suoi ritmi, dei suoi spezzettati doni che intervallano sentieri ardui e spinosi.

“La vita non è un intero, è fatta di porzioni, piccole fette che ogni tanto ci è concesso di assaporare... è crudele, lo so, ma ci sono altri pezzi di vita che ti attendono”

Nelle parole del vecchio libraio è condensato il messaggio, secondo me, del romanzo.

Riflessione donata al protagonista Manù, distintosi fin da piccolo, nell’ombra del collegio che lo ospitava con bambini poveri e abbandonati oppure orfani, per le sue doti che lo avevano condotto a districarsi tra il bisogno di un padre inesistente e le delusioni di una madre troppo debole nel costruire con lui un vincolo forte d’amore vissuto e alla fine l’aveva vista allontanarsi per effetto della lusinga di avere un amore esclusivo, quello maritale. Finalmente il giovane protagonista troverà nel giardiniere Gennarino chi gli consegnerà con bontà e dedizione l’unico senso che possa dare stabilità alla struttura interiore di ciascuno, il senso delle radici, soprattutto quando il passato è senza storia. “

“l’unico maestro e confidente, quello a cui porre domande e da cui ricevere risposte”.

Non si dovrebbe mai tornare indietro. Non quando il tuo è stato un passato senza storia. Non c’è più tana, pietre, soltanto pietre”

Eppure è un’operazione necessaria questa per avere gli strumenti per crescere e andare avanti. E l’incontro con Gennarino gli aveva disvelato questa verità che alla fine si rivelerà una realtà e non una pura invenzione.

E, dopo tante traversie e vicende vissute come passaggi di vita con vari personaggi, alla fine Manù ritrova insperatamente le sue radici e la sua stabilità economica. Manca solo una cosa: l’amore e questo non tarderà a venire, ma per breve tempo. La vita esige altro sacrifico, impone di pagare altro scotto non previsto, ma evocato inconsapevolmente, a guardar bene, dal continuo ripetere “arrassusìa”, una sorta di scongiuro che nella lingua napoletana significa “non sia mai” che avvenga quello che non si desidera. Tale morfema esprime bene nella saggezza popolare partenopea il senso della precarietà dell’esistenza che affonda le sue radici nella formazione filosofica di derivazione ellenica che in quella terra proliferò.

E Napoli è presente nel romanzo con la particolarità dei monumenti, strade, chiese, vicoli, fondachi, con la suggestione del cimitero delle fontanelle, con la possente musicalità delle voci e dei suoni, con la fragranza dei sapori e del profumo dei fiori, con la meraviglia del mare azzurro, degli scogli, delle imbarcazioni dei pescatori, ma anche con tanto buio, tanta fatiscenza, tanta decadenza, tante dure salite, tanto chiasso e confusione, tutto uno sfondo su cui si dipanano, oltre a quella del protagonista Manù, anche vite altre e altri accadimenti, altre atmosfere, tutte intrecciate insieme, da quelle del collegio, luogo di tristezza ma anche di grandi amicizie, alle avventure sentimentali, agli incontri affettivamente significativi, al disagio di non poter essere militante attivo insieme ai suoi amici nella lotta contro lo status quo per non compromettere il suo futuro, all’affermazione personale negli studi e nella professione e infine il riconoscimento di grande scrittore di romanzi.

Manca dunque solo l’amore, scivolato via in una tragica circostanza, ma ancora una volta la vita lo sorprende. E non solo lui, al punto che non si sa bene se sia la vita a manipolare gli esseri umani o essi realizzino se stessi quando capiscono e accettano le dure leggi dell’esistenza. Certo è che tutti i personaggi che non si sono persi per un motivo o per l’altro alla fine appaiono come ricomposti, pacificati nella nuova condizione che il destino o la volontà ha imposto loro.

Anche per il nostro protagonista arriva la gioia della famiglia e dell’amore coniugale, ma solo dopo che tale gioia sarà stata mondata dal dolore capace di trasformare una perdita in dolce presenza nella dimora del cuore per sempre

Mi ami Manù?

E mi amerai sempre?

Sempre

Mi amerai nel mio esserci e nel mio non esserci?

Nella presenza e nell’assenza?

Sempre!

Un romanzo composito che anche nella struttura procede a tratti, e non è un limite, ma un sottolineare che la vita è fatta di tappe, alcune positive, altre negative che ci vogliono protagonisti sì ma non padroni assoluti, perché….. “ ARRASSUSSIA”…….

Un monito da non dimenticare.

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Io parlo jazz

24 Maggio 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #musica

Io parlo jazz è uno spettacolo teatrale tratto dall’omonimo romanzo di Claudio Fiorentini, pubblicato nel 2004.

Lo spettacolo consiste in letture e musica che non raccontano tanto una storia quanto le emozioni legate al Jazz, e che affrontano l’epopea di questo linguaggio musicale, che inizia nei campi di cotone e che culmina nell’espressione libera che oggi conosciamo. Ma il Jazz può essere anche un modo di parlare, un modo di scrivere, e l’esperimento, prima letterario e poi teatrale, tratta proprio di questo: musica e parole, ritmate insieme, che portano un messaggio di leggerezza. Lo spettacolo, tenuto a Roma il 30 e 31 gennaio, poi replicato ad Ostia il 15 aprile, ha visto la luce grazie al contributo del Teatro Porta Portese, e alla regia e voce di Susy Sergiacomo, al canto di Eleonora Tosto, alla voce di Tonino Tosto, al piano di Dario Troisi e alla musica di tanti, tantissimi musicisti che hanno lasciato un segno indelebile nella nostra storia.

Buona visione.

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Il fiume di Eraclito di Adriana Pedicini. Recensione di Nazario Pardini

23 Maggio 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #poesia

Il fiume di Eraclito di Adriana Pedicini. Recensione di Nazario Pardini

Adriana Pedicini

Il fiume di Eraclito

Poesie

RECENSIONE DI NAZARIO PARDINI

Siamo il fiume che invocasti, Eraclito.

Siamo il tempo. Il suo corso intangibile…

Jorge Luis Borges

Istantanee di vita

a fermare il tempo,

amore della vita

che lenta scivola nel rimpianto,

timore della morte

e nessun rimedio per fermarla.

Crogiuolo di mille domande

sulle ali di una farfalla.

Partire da questi versi dal sapore di vita, dalla visione di un tempo che scorre veloce senza darci la possibilità di palpare il presente irrequieto e inafferrabile, significa andare a fondo di una poesia complessa e inquietante. Di una plaquette che tocca i tasti più dubbiosi del fatto di esistete e che mette in campo i dati della realtà fenomenica e quelli di un ripiego escatologico di grande complicanza esistenziale. Sta qui il polemos tra gli opposti eracliteo; il pascaliano dissentire tra rien e tout. Sì, c’è la vita con tutta la complessità dei suoi ricami: saudade, mistero, nostos, melanconia, inquietudine, memoriale come fonte di amore, come tuffo in profumi di acacie:

Dietro il lento oscillare delle acacie

sale la filigrana del ricordo

del lungo ramo

che sbatteva alla finestra

e tra i fiori acri sfiorito il volto

e immobile lo sguardo.

Anche oggi

tra i passi lenti

di questa primavera

solo si spande nell’aria

il profumo dolceamaro

delle acacie.

Ai cigli delle vie fuori città

sui terrapieni corrono,

nei giardini e nelle aiuole cittadine

i fiori bianchi fluttuano sgranandosi

al vento gelido di fine marzo

che ora come allora

asciugandole rapina le mie lacrime.

Di te

solo il profumo dolceamaro

delle acacie (Le acacie di marzo).

Si nota fin dagli inizi il disagio della Nostra di fronte al confronto tra l’esistere e l’infinitezza degli spazi che ci circondano. E’ troppo umano questo esserci; troppo limitato, troppo precario:

Ho pianto il mio dolore

ho pianto la gioia

l’odio ho pianto

di quest’effimera vita.

Tutto sembra inutile

e il vivere sia fatto invano

in attesa del tempo senza tempo.

Eppure più forte è il desiderio

di questa precaria vita

come di assetato

che mai estingua alla fonte

nel cammino

la bramosia di lunghi sorsi,

di conservare sulle labbra

e in ogni fibra

della fresca estasi

il brio (Vita),

ed è per questo che allunghiamo sguardi in lontananze sperdute con la speranza di trovarvi la soluzione ai tanti perché dei nostri irrisolti e irrisolvibili dilemmi. C’è in ognuno di noi il desiderio di fermare la clessidra, di arrestarne l’ingordigia che fagocita le cose più preziose della nostra terrenità. Forse è ricorrendo proprio ai ricordi o al sogno che si cerca di riportare alla luce ciò che resta di questo sacro patrimonio nel tentativo di prolungarne la storia:

A brace spenta

bruciano

le mani del sogno

caldo in cuore.

Neri rami s’elevano

sterile fumo

alla neve del cielo.

Di pioggia le nuvole

s’ammassano dense

segni fatali di sorte.

Pace o segno di

nero silenzio

questa assenza di voce (Sogno),

nel tentativo di placare il dolore delle sottrazioni, rifugiandoci in una alcova di volti rassicuranti, di primavere innocenti troppo presto sparite, chiedendo collaborazione ad una natura profumata e umanizzata per configurare e dare corpo a forti emozioni. D’altronde il nostro sguardo è limitato e incapace di andare oltre gli orizzonti che ci limitano. E si rischia di sperderci in mondi sovrumani, in ambiti d’infinita estensione per le nostre flebili forze; per noi che viviamo l’”amore della vita/ che lenta scivola nel rimpianto,/ timore della morte/ e nessun rimedio per fermarla”. Thanatos e eros, vita e morte, speranza e rimpianto, rimpianto e nostalgia per parole non dette, per cose non fatte, cosciente, la Nostra, della precarietà dell’esistere e della sua definitiva ultimazione:

Scivola ancora

di nuovo

più fitta la pioggia

lungo i muri e le pozze riempie

porta suoni lontani di voci

sopite per sempre,

la nostalgia porta di una vita

che non è quella da vivere.

Sfilza le ore

e grava l’aria di cupi ricordi.

Tutte son morte le foglie

e la vita è un desiderio

strozzato nel cuore.

All’orizzonte

il nulla di questo giorno.

Sull’impiantito della mente

disegno il mio larario antico

e di ghirlanda adorno

il posto vuoto (Nostalgia),

una dualità, una contrapposizione di estremi la cui simbiotica fusione si fa alimento della scioltezza eufonica del poema, i cui versi, combinandosi con quelli che sono gli input vicissitudinali, si risolvono in brevi e apodittiche soluzioni; in un linguismo che fa della metaforicità la base d’appoggio per verticalità meditative; per confessioni di ontologica complessità emotiva. E’ qui il nocciolo della substantia di questa poesia; sta tutto in una versificazione stretta e monoverbale, anche, incisiva e redditizia, per il valore etimo-fonico e comunicativo dei significanti. La parola è sufficiente a se stessa, si fa unità morfosintattica e risolutiva per un pensiero di intensità epigrammatica sul rapporto della vicenda umana col tempo; tanto che, dal polimorfismo di accostamenti inconsueti, emerge, con nettezza parenetica, che la vita è il tempo prestato dalla morte. “La vita è un naufragio, ma nelle scialuppe di salvataggio non dobbiamo dimenticare di cantare” affermava Voltaire. Anche se illuminista, anche se della ragione faceva il fulcro dei suoi convincimenti, in tale affermazione presagiva uno dei motivi focali del primo ottocento: il mare; quell’immenso spazio che più si avvicina al bisogno di libertà; ma di una libertà vaga, indeterminata di memoria delacroisiana cercata inutilmente dai romantici, anch’essi còlti da quel malum vitae che portava, spesso, a pessimismi o a melanconie congenite di memoria leopardiana. Alfredo Panzini definì i Poeti “simili al faro del mare”: quel faro che illumina una parte di un tutto sommerso dalla notte. E’ in quel mare che si perde l’animo del Poeta incapace di andare oltre quella scia che invita a più ampie navigazioni. Questo è tutto ciò che troviamo nella poesia della Pedicini. Una poesia complessa che fa degli interrogativi esistenziali il cuore del canto; un canto, che, con grande partitura musicale, e con urgente partecipazione panica, ci prende per mano per inoltrarci, al fin fine, in quelli che sono i valori della vita. Sì, perché porsi le tante questioni sulla nostra venuta, non significa altro che amarla questa storia; esserne integrati moralmente, civilmente ed esteticamente; esserne passionalmente avvinti tanto da non dimenticare di cantare sulla scialuppa di salvataggio; perché, in definitiva, sono proprio i dolori a farsi gradini di una scala tramite cui ci eleviamo a cime spirituali le più vicine all’inarrivabile “… E se la costante della vita è, in definitiva, il dolore, in esso è anche il riscatto della dignità umana, oltre che l'unico veicolo possibile della conoscenza (πάθει μάθος). E, inoltre, esso predispone ad una dimensione altra, dove il dolore è anche il veicolo per raggiungere livelli spirituali alti, in cui la Fede e la preghiera risultano essere di significativo impatto sull’animo umano che in tal modo “graziato” produrrà positive energie con ricadute notevoli nella personale vicenda esistenziale” (dalla prefazione dell’Autrice).

Quando il dolore

avrà macerato

le fibre del mio cuore

stilleranno i ricordi

in gocce di parole.

Nazario Pardini

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Accademia labronica

22 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #cultura

Accademia labronica

La Biblioteca Labronica, intitolata a Francesco Domenico Guerrazzi, è la principale collezione pubblica di Livorno, in cui sono conservati autografi e manoscritti di Leopardi, Galilei, Foscolo, D'Annunzio, una edizione dell'Encyclopedie stampata nella città, e più di seicento volumi pubblicati a Livorno fra il 1644 e il 1900.

Essa deriva dall' Accademia Labronica fondata da Giuseppe Vivoli nel 1816, con l'appoggio del Granduca Ferdinando III di Lorena, rifinita negli statuti del 1837.

L'Accademia aveva lo scopo "di promuovere in Patria il gusto e la cultura delle Scienze, delle Lettere e delle Arti", nelle adunanze dei membri si poteva scrivere "a libera scelta sopra qualsivoglia elemento" senza però entrare nel merito della religione o della politica

(Che ne pensate? Non è anche, forse, proprio lo spirito di questo blog?)

I soci costituirono una biblioteca e scrissero gli Atti dell'Accademia. Il primo presidente fu Pietro Parenti e il primo segretario Francesco Pistolesi. Alla metà dell'ottocento la biblioteca constava già di settemila volumi messi a disposizione del pubblico nel 1843 e poi donati al Comune nel 1852.

Ebbe fra i suoi membri molti cittadini illustri da Angelica Palli a Enrico Mayer.

Cessò la sua attività nell'ultimo decennio del XIX° sec.

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Pascoli a Livorno

21 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Pascoli a Livorno

Penso a Livorno, a un vecchio cimitero

di vecchi morti; ove a dormir con essi

niuno più scende; sempre chiuso; nero

d'alti cipressi.

Tra i loro tronchi che mai niuno vede,

di là dell'erto muro e delle porte

ch'hanno obliato i cardini, si crede

morta la Morte,

anch'essa. Eppure, in un bel dì d'Aprile,

sopra quel nero vidi, roseo, fresco,

vivo, dal muro sporgere un sottile

ramo di pesco.

Figlio d'ignoto nocciolo, d'allora

sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?

Ed ora invidi i mandorli che indora

l'alba negli orti?

O i cipressi, gracile e selvaggio,

dimenticati, col tuo riso allieti,

tu trovatello in un eremitaggio

d'anacoreti?”

Giunge improvvisa, nel 1887, a Giovanni Pascoli (1855 – 1912) la notizia che il ministero lo ha trasferito da Massa a Livorno, dove ha ottenuto un incarico presso il liceo Niccolini Guerrazzi. Sgomento, si confida col Carducci che lo esorta comunque ad andare verso il cambiamento. Sappiamo tutto del trasferimento grazie agli scritti della sorella Maria, “Lungo la vita di Giovanni Pascoli”.

Dopo l’uccisione del padre e gli altri tragici lutti familiari, Giovannino ha preso con sé Ida e Maria, le due sorelle, e con loro si trasferisce nella città costiera. Il 31 ottobre parte in treno, le sorelle lo raggiungono su un barroccio carico di mobili, con la gabbia dell’uccellino Ciribì. La gattina di famiglia sfugge dal canestro e non si fa trovare. Sarà un bravo vicino a riconsegnarla la settimana successiva.

Dal luminoso alloggio campestre di Massa, si ritrovano catapultati al quarto piano di uno squallido appartamento in via Micali. Giovanni comincia a insegnare al liceo, dà anche molte lezioni private ma i soldi non bastano mai, fra cambiali da pagare, mobili da acquistare e libri indispensabili per l’insegnamento e gli studi.

La famiglia vive in grandi ristrettezze, Giovanni non si integra subito sul luogo di lavoro e si sente poco stimato dai colleghi. Continua ad aspirare, come tutti gli insegnati livornesi, a un posto in Accademia, ma intanto accetta anche un incarico in un collegio di Ardenza. Ha solo una mezz’ora d’intervallo nella quale corre a casa per mangiare un boccone ma finisce, come ci racconta Maria, per addentare pane e salame in carrozza. Prende anche in casa uno studente che prepara senza successo per gli esami.

Il tempo libero è poco, con due sorelle a carico c’è da pensare solo a sbarcare il lunario. Nonostante ciò, è qui che prende corpo parte della raccolta Myricae, poi pubblicata dall’editore Raffaello Giusti, è qui che si delinea al poetica pascoliana, antiretorica, aderente alle cose.

Ed è in questo periodo che Giovanni s’innamora di Lia, una giovane cantante figlia di un musicista che abita davanti al liceo. In una poesia ce la descrive con le vesti troppo corte per l’età.

“Lia giovinetta, ardisci dunque, parla;

di’: « Cara madre, corta è piú la gonna

che non convenga; or pensa ad allungarla.

Fiere pupille seguono moleste

i passi miei di giovinetta donna;

ond’io vorrei piú schermo della veste ».

Troppo io so bene quale a me talora

da te derivi immemore malia,

che gli occhi avvallo, e il volto trascolora;

di che tu avvampi, o giovinetta Lia!

Vicissitudini familiari, la possibilità poi evitata che la sorella Ida sposi un giovane non gradito, gli fanno volgere le spalle all’amore per concentrarsi sui doveri di famiglia.

Anche se gravata da pensieri economici, la vita dei fratelli è serena. Frequenta casa il poeta Giovanni Marradi; Pietro Mascagni musica la lirica “Sera d’ottobre”.

“Lungo la strada vedi sulla siepe

Ridere a mazzi le vermiglie bacche:

nei campi arati tornano al presepe

tarde le vacche.

Vien per la strada un povero che il lento

Passo tra foglie stridule trascina:

nei campi intuona una fanciulla al vento:

fiore di spina!”

Sono frequenti le incursioni alla fiaschetteria in via Maggi, insieme a Carducci, o le passeggiate fino a piazza Cavour per acquistare dolci che allietano le serate. La casa si riempie di uccellini ma il preferito resta sempre Ciribì.

Quando i problemi economici un poco si acquetano, si trasferiscono tutti in una villetta con giardino, sempre in via Micali. Giovanni vince il Veianus, un concorso olandese di poesia latina, ma è costretto a impegnarsi la medaglia per risolvere il problema di una certa cambiale e le sorelle finiscono per mettersi nelle mani di un usuraio.

Il soggiorno labronico termina nel 1895 con una nomina in altra città. Livorno, che lo aveva accolto con freddezza, gli tributa stima e onori, richiamandolo nel 1911 per fargli tenere un discorso all’Accademia in occasione del cinquantenario dell’unità d’Italia.

Il legame con la città resta e se ne sentono gli influssi in numerose poesie, fra le quali Il conte Ugolino.

“Ero all'Ardenza, sopra la rotonda

dei bagni, e so che lunga ora guardai

un correre, nell'acqua, onda su onda,

di lampi d'oro. E alcuno parlò: «Sai?»

(era il Mare, in un suo grave anelare)

«io vado sempre e non avanzo mai».

E io: «Vecchione,» (ma l'eterno Mare

succhiò lo scoglio e scivolò via, forse

piangendo) «e l'uomo avanza, sì; ti pare?»

E l'occhio, vago qua e là mi corse

alla Meloria...”

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IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: TUFARA

20 Maggio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: TUFARA

TUFARA è un piccolo centro del Molise simile a tanti altri che abbiamo visitato attraverso l'obiettivo curioso e attento di Flaviano Testa, si stende sulla valle del Fortore a un'altezza di circa 400 metri sul livello del mare, conta meno di mille abitanti e soffre una emigrazione emorragica costante.

Territorio collinare e clima sufficientemente mite offrono la possibilità di coltivazioni di cereali e ulivi che si alternano a pendii boschivi fino al centro del paese che si trova arroccato su una rupe di tufo. Il toponimo deriva infatti dal tipo di roccia sulla quale è edificato il paese. Nei pressi si trova uno dei boschi più belli e conosciuti della zona: il bosco Pianella, noto soprattutto per la varietà delle specie arboree che vi dimorano. Un'area che in passato è stata dotata di un camping, e attrezzata alle esigenze turistiche con campi da tennis e piazzali attrezzati per pic-nic.

'abitato di Tufara è dominato dal castello medievale edificato dai Longobardi, che originariamente doveva servire alla sorveglianza militare del territorio ed era considerato di notevole importanza strategica, perché posto sulla via di collegamento fra la Puglia ed il Ducato di Benevento, in prossimità del tratturo Celano-Foggia. Oggi appare come un imponente edificio che domina la piazza antistante il centro storico, si trova infatti nel cuore dell' abitato. Le cortine murarie si alzano su tre lati e sul quarto, dove si apre l'attuale ingresso, vi sono due torri. L'accesso è ubicato sul lato più corto a nord ed è preceduto da una scalinata molto ripida ricavata nella roccia. All'interno presenta due splendide sale, una adibita a piccolo museo e l'altra a sala consiliare del Comune.

Stabilire con precisione quando sia sorta Tufara è molto difficile, comunque chiare testimonianze archeologiche, mostrano come il territorio sia stato abitato sin dal III-II sec. a.C. Si presuppone che le origini dell'attuale abitato non vadano oltre il X secolo. Chiara testimonianza sono alcuni ritrovamenti di vasi in ceramica e di una particolare ascia, chiamata “bipenne”, risalenti al periodo alto medioevale.

A Tufara, come in altri centri del Molise, il 17 gennaio, festa di Sant'Antonio Abate, vengono accesi i tradizionali “fuochi” , un'usanza di origini pagane che aveva la funzione di propiziare i raccolti. La manifestazione più caratteristica del paese però è anche una delle più antiche di tutto il Molise: rituale che ha luogo l'ultimo giorno di carnevale di ogni anno. Nel pomeriggio ha inizio il corteo con al centro il diavolo, una maschera nera, con le corna, la lingua penzolante e vestito con una casacca formata da sette pelli di capra. Cammina, in catene agitando un tridente, con movimenti invitanti, seducenti che suscitano timore e superstizione, scortato da tre uomini vestiti da frati. Lo precedono due figuranti con lunghe falci, con il viso dipinto di bianco, che gridano a ogni passo “Ah la morte!”. Il corteo si dipana per tutte le vie del paese e a sera,all'interno del castello, viene allestito un tribunale che giudica tutte le gravi colpe di Carnevale , un fantoccio dalle sembianze umane. Durante il processo i giurati, aggirandosi tra la folla, chiedono al pubblico quali colpe addebitare al Carnevale, mentre un altro figurante, che rappresenta la madre, si dispera e giura che si sta compiendo un’ingiustizia. Giunge inevitabile la condanna a morte. Dopo l'esecuzione per fucilazione, il fantoccio viene gettato dal torrione del castello e afferrato dal diavolo che lo scaraventa poi nel vuoto da un'altra rupe. Muore il pupazzo ma non la speranza, poiché la madre con in mano il filo del destino, conocchia e fuso, ha già pronto un altro neonato che darà continuità al rito.

Il significato di questa importante tradizione si è in parte perduto, rappresentava un tempo la passione e morte di Dioniso, Dio della vegetazione, un dio che ogni anno moriva e rinasceva come i raccolti. In seguito, con l'avvento del Cristianesimo, venne banalizzata e declassata a semplice maschera carnevalesca. Una manifestazione che merita sicuramente di essere vist , molti emigranti ritornano in paese attirati da uno speciale richiamo al quale non sanno sottrarsi, poiché assistere al rito risulta davvero emozionante e suggestivo, riporta in un mondo arcaico, in armonia con la natura, chiara espressione di riti atavici, rozzi, misteriosi e magici.

IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: TUFARA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: TUFARA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: TUFARA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: TUFARA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: TUFARA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: TUFARA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: TUFARA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: TUFARA
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Averardo Borsi

19 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

Averardo Borsi

Averardo Borsi (1858 – 1910), padre del più famoso Giosuè, nato a Castagneto Maremma, era uno dei tanti letterati che orbitavano attorno al Carducci, indiscusso maestro dell’epoca. Chiamò il figlio Giosuè proprio in onore dell’amico poeta.

A Livorno si trasferì nel 1885 e, per vivere, si adattò a fare mestieri umili come il contabile e il tabaccaio. Fu grazie all’amicizia con Giuseppe Bandi se cominciò a farsi conoscere per i propri articoli e se divenne comproprietario de “La Gazzetta livornese” e “Il Telegrafo”, che diresse con piglio moderno, riconoscendo il valore della pubblicità e dell’impaginazione.

Oltre che del Carducci, fu intimo amico del Pascoli e di D’Annunzio. Sua figlia Laura, attrice della compagnia Novelli, ebbe un bambino dal rampollo di D’annunzio, Gabriellino, un piccolo che morì presto, gettando nello sconforto tutta la famiglia e, in particolare, il giovane Giosuè.

Averardo Borsi è famoso anche per i suoi duelli con Felice Cavallotti, dovuti a continui diverbi e per i quali fu anche arrestato.

Morì a Firenze, per un attacco di peritonite.

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“POSSIAMO VENDERE IL NOSTRO TEMPO MA NON POSSIAMO RICOMPRARLO” (Fernando Pessoa)

18 Maggio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

“POSSIAMO VENDERE IL NOSTRO TEMPO MA NON POSSIAMO RICOMPRARLO” (Fernando Pessoa)

Lisbona ti cattura, se ci vai ci torni, avrai per sempre negli occhi il suo cielo, le sue strade, i rumori delle piazze, la nostalgia dei suoi colori e delle sue ombre e i sorrisi dei portoghesi che prendono la vita senza lasciarsi prendere.

E dopotutto ci sono tante consolazioni! C’è l’alto cielo azzurro, limpido e sereno, in cui fluttuano sempre nuvole imperfette. E la brezza lieve [...] E, alla fine, arrivano sempre i ricordi, con le loro nostalgie e la loro speranza, e un sorriso di magia alla finestra del mondo, quello che vorremmo, bussando alla porta di quello che siamo.”(Pessoa)

Così se corrisponde al vero quello che dice il poeta: “a melhor maneira de viajar è sentir” allora possiamo dire che viaggiare per Lisbona è davvero sentirla, conoscerla,viverla. Percorrendo le sue strade si viene investiti dalla sua luce, si è catturati dal suo mistero, da tutta Lisbona e dalla sua lunga storia, una città che, pur modernizzandosi con nuovi quartieri, conserva una straordinaria atmosfera di luogo antico, con strette viuzze, saliscendi, giardini, ma anche dai sapori di un tempo con gli squisiti piatti della cucina tradizionale e con i suoi gradevoli vini. Ci sono piccole taverne, dei buchi, coi muri tappezzati di azulejos , tavoli vecchi di legno tarlato con le gambe dondolanti, bettole, che sono là da tanti anni, da secoli chissà, ma dove si gusta pesce fresco cotto ai ferri, bacalhau, sardinas o arroz de peixe, una sorta di risotto in umido e i pasteis de nata, vere delizie alla crema e dove si beve un buon vino. Vini rossi, famosi nel mondo, ma anche ottimi bianchi e specialissimi vini verdi, più leggeri, poco alcolici e piacevolmente frizzanti, una vera delizia per dissetarsi senza effetti collaterali.

Há em Lisboa um pequeno número de restaurantes ou casas de pasto [em] que, sobre uma loja com feitio de taberna decente, se ergue uma sobreloja com uma feição pesada e caseira de restaurante de vila sem comboios. (Pessoa)

Lisbona è una città dove è piacevole passeggiare, raggiungere le colline su cui sorge, sette come i colli di Roma, aggrappandosi alle vecchie maniglie dello sferragliante tram numero 28 che si inerpica, strettoia dopo strettoia, verso la cima dove sorge il castello di Sao Jorge che si trova sul promontorio più alto. Da lassù si gode uno splendido panorama: Lisbona, ranquilla, dormiente, si stende ai nostri piedi, con l’Oceano a fare da immensa cornice, si vedono tutti i quartieri e, sulla riva del Tago, la statua del Cristo Re, uguale a quella del Brasile. Nel cielo si staglia una cupola, candida e tonda, è la cupola del Pantheon nazionale portoghese, la chiesa di Santa Engracia. È un luogo dove, se si presta attenzione col cuore, si sentono risuonare le note del fado, la malinconica musica tipica di Lisbona e si può udire la voce della regina di tale genere Amalia Rodriguez i cui resti mortali sono ospitati all'interno insieme a quelli di altri personaggi famosi. La cupola del Pantheon, così poderosa, preannuncia un interno solenne e sontuoso che ricorda la magnificenza delle nostre chiese. La costruzione di questo importante monumento ha una storia tormentata che passa attraverso lutti, leggende e tempeste, tant'è che il detto popolare “obras de Santa Engrácia “ sta proprio a indicare un lavoro che non conosce termine. La chiesa originaria, di cui oggi non resta nulla, fu eretta nel 1568, ma una tempesta nel 1681 la rase completamente al suolo. L’anno seguente venne posata la prima pietra dell’attuale edificio. Il progetto della ricostruzione, affidato al maestro João Antunes, vide la conclusione solo nel 1966, per ordine dell’allora Presidente del Consiglio António de Oliveira Salazar. Erano trascorsi ben 284 anni. È d'obbligo fermarsi per una foto, godersi il panorama e ascoltare una voce che, davanti a tanta meraviglia, si fa spazio dentro di noi “Siediti al sole. Abdica e sii re di te stesso.” (Pessoa)

Poco lontano si erge la chiesa di San Vincente de Fora eretta nel 1582 ad opera dell'italiano Filippo Terzi che, seguendo i canoni dell'epoca, si ispirò alle chiese romane del Rinascimento. In zona ogni martedi e ogni sabato si tiene la “fera da ladra” un mercatino dell'usato tutto speciale dove, aggirandosi in un formicaio di persone intente a osservare ogni genere di articoli, si possono comprare mobili e vestiti usati, vecchi dischi, quadri, ceramiche, lampadari, libri e persino cuccioli di ogni tipo. Il quartiere dell'Alfama è un pittoresco labirinto di stradine, piazzette e scalinate che risale all'epoca dei visigoti, anche se il definitivo attuale tracciato fu opera dei musulmani. Tutto il quartiere si veste a festa con addobbi e fiori per la ricorrenza di Sant'Antonio, il patrono, la festa più importante di Lisbona e del Portogallo intero. Sì, lui, quel santo che noi amiamo chiamare di Padova ma che proveniva proprio da Lisbona. In questo quartiere, il più popolare, il “fado” acquisisce la sua massima espressione, le migliori interpretazioni si possono ascoltare nelle taverne dei pescatori che si affacciano, con le pareti inclinate una verso l'altra, sulle strette stradine che lo attraversano. I portoghesi furono un popolo di marinai e di conquistatori e a ogni angolo di Lisbona pare di sentire l'eco ormai spento di antiche gesta che portarono i suoi abitanti a lasciare il porto sul Tago e a partire alla conquista di nuovi mondi. Fu allora che nacque il termine “saudade” quando, lontano da casa, i marinai manifestavano un sentimento così tipicamente portoghese che è interpretato come un misto di malinconia, tristezza e nostalgia. Il “fado”, vero specchio dell'anima, la canzone più genuina dell'espressione popolare, racconta perfettamente la saudade. Le parole del “fado” rivelano fondamentalmente i sentimenti del popolo: il dolore, la disperazione e la tristezza, ma anche felicità e allegria. I fadisti si vestono di nero e si accompagnano con una chitarra, a dodici corde, corta e tozza, per sgranare le note cadenzate di una musica tanto bella quanto triste. Scendendo dai quartieri di Alfama e Bairro Alto ci si trova in Praça do Rossio, situata nel quartiere de la Baixa, punto d'incontro dei cittadini e luogo di passaggio obbligatorio per accedere ai caffè più eleganti, ai negozi: si presenta ai nostri occhi un quadro pittoresco con i tanti fiorai che affollano la zona e costituiscono una suggestiva immagine che invita a fare quattro passi in piena contemplazione. Accanto si trova la praça da Figueira, sede di uno dei più importanti mercati di Lisbona, la rua Augusta si collega alla Praça do Commercio, che abbina l'armonia della sua architettura con il grande spazio che la contraddistingue. Al centro vi è il monumento equestre del re Giuseppe I che fu l'artefice della ricostruzione della città dopo il tremendo terremoto del 1775, che rase al suolo molti quartieri della città. Tre dei suoi lati sono occupati da edifici con porticato, mentre nella parte sud si affaccia sul Tago, da una bella scalinata con due colonne in stile veneziano. È solo il primo giorno, vi è ancora tanto da vedere, magari un bel panorama dall' elevador di Santa Justa, il convento del Carmen, tanti interessanti musei e poi Belem con la sua famosa torre, costruita in mezzo al fiume per controllare l'accesso delle navi in città, dichiarato patrimonio dell'Umanità, come l'antistante monastero dos Jeronimos, capolavoro costruito grazie alle ricchezze che Vasco de Gama aveva riportato dalle sue spedizioni oltremare. Tanti sono i monumenti, le opere d'arte di cui è possibile trovare notizia in ogni guida turistica che si rispetti, ma io sono venuta per godermi l'aria fine che vi si respira, quella luce rosa che pervade la città verso il tramonto, per godermi la compagnia di mia figlia e per capire il mistero di questa città e quella strana attrazione che ti pervade, che te ne fa sentire la mancanza e che ti spinge a tornare. La spiegazione l'ho trovata in questi giorni in un libro “L’anno della morte di Ricardo Reis”, di Josè Saramago, dove si legge: “Non dimenticare che siamo a Lisbona, da qui non partono strade”. Così il fantasma di Pessoa spiega a Reis perchè quando si arriva si ha l'impressione di essere giunti definitivamente a destinazione. Da Lisbona non si va in nessun posto, c'è l'Oceano intorno e davanti il Tago immenso quanto il mare, qui c'è tutto quello che ci si aspetta. È questo, forse, insieme alla mancanza della persona che più conta nella mia vita, che provoca quella profonda nostalgia che oggi mi stringe il cuore. C'è una bella poesia che il poeta Eugenio de Andrade ha dedicato alla sua città dove la vede come una “varina”, personaggio tipico di Lisbona ormai scomparso, la pescivendola che corre verso il Tago.

Qualcuno dice lentamente: La conosci, Lisbona…? La conosco. E’ una giovane scalza e leggera, un vento improvviso e chiaro nei capelli, una piccola ruga intorno ai suoi occhi, la solitudine si apre nelle sue dita e sulle sue labbra, scende le scale, tante scale, tante scale fino al fiume. Io la conosco. E tu, la conosci?” (Eugenio de Andrade)

“POSSIAMO VENDERE IL NOSTRO TEMPO MA NON POSSIAMO RICOMPRARLO” (Fernando Pessoa)
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Visconti e Livorno

17 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #cinema, #luoghi da conoscere

Visconti e Livorno

Che tu sia benedetta per gli attimi di felicità che mi hai regalato

Si conclude così “Le notti bianche” di Luchino Visconti, film del 1957, basato su un breve romanzo di Dostoevskij, sceneggiato da Suso Cecchi D’amico e ambientato, anziché a San Pietroburgo, a Livorno.

Mario/Marcello Mastroianni vaga per le strade del quartiere Venezia, fra vicoli e canali, dopo aver passato una giornata in compagnia della famiglia del capoufficio. S’imbatte in Natalia/Maria Shell, ragazza straniera, la aiuta in un momento di difficoltà e se ne innamora. Lei, però, aspetta lo straniero/Jean Marais, che ama.

Mario cerca d’impedire che Maria e lo straniero possano incontrarsi di nuovo ma il destino fa sì che ella ritrovi colui che ha sempre atteso e la breve stagione di speranza si conclude troppo presto.

L’intrico dei canali e dei ponticelli ha ispirato la produzione, ma via Grande, via della Madonna e parte del quartiere Venezia sono stati ricreati a Roma, negli studi di Cinecittà, poiché il regista desiderava che lo sfondo apparisse volutamente finto, quasi come una scenografia teatrale. Persino la nebbia non è stata prodotta con fumogeni ma con kilometri di tulle.

Il film è stato ideato a Castiglioncello, nella villa di Suso Cecchi d’Amico.

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